Ieri subito dopo il netto risultato vittorioso alle elezioni comunali di Roma alcuni sostenitori di Alemanno si sono riversati sulla scalinata del Campidoglio per festeggiare e hanno appeso uno striscione che racchiudeva in poche frasi il disastro compiuto da Veltroni.
Lo striscione infatti recitava: "Walter santo subito. Con le primarie ha fatto cadere il governo Prodi, con le elezioni politiche ha fatto uscire i comunisti dal Parlamento, candidando Rutelli ha fatto vincere la destra a Roma".
In effetti, pur semplificando all’estremo ciò che è avvenuto negli ultimi 6 mesi, in quelle frasi è sintetizzata la sconfitta epocale del centrosinistra, della sinistra “radicale”, ma soprattutto la sconfitta della strategia politica di Veltroni.
Infatti a quanto scritto sullo striscione va assolutamente aggiunto il fatto indiscutibile che Veltroni è riuscito nell’epica impresa di resuscitare un Berlusconi che a fine novembre, dopo la fallita spallata al governo Prodi e la fondazione sul predellino di un’auto del Popolo della Libertà, era ben avviato sul viale del proprio tramonto politico spinto dagli insulti che Fini e Casini gli rivolgevano parlando di “comiche finali”, di “ectoplasma” in riferimento alla Casa della Libertà che in quel preciso momento praticamente non esisteva più.
E invece Veltroni, decidendo allora di aprire un canale privilegiato di dialogo con Berlusconi lo ha rimesso sul piedistallo riaffermando così quella leadership del Cavaliere che appunto gli era stata negata dai suoi alleati Fini e Casini, in quel momento considerati ormai ex alleati.
Ma Veltroni è andato oltre. Ancor prima della caduta di Prodi aveva deciso che il PD sarebbe andato da solo alle prossime elezioni, distruggendo quindi l’Unione che era ancora al governo del Paese. Era chiaro che a lui interessava solo consolidare al più presto la forza elettorale del PD facendo il vuoto alla sua sinistra e pescando voti al centro e per ottenere questo obiettivo gli serviva arrivare ad elezioni attraverso una rapida caduta di Prodi e un governo successivo di larghe intese con Forza Italia e UDC per riformare la legge elettorale, i regolamenti parlamentari e ridurre il numero di deputati e senatori.
Ma questo piano si basava solo sulle false promesse che Veltroni aveva ricevuto da Berlusconi in caso di caduta del governo Prodi.
E infatti, appena caduto Prodi, il trio Fini-Berlusconi-Bossi si è immediatamente ricompattato e ha voluto assolutamente andare ad elezioni nel più breve tempo possibile lasciando Veltroni nella melma fino al collo, costretto ad imbarcarsi in un’avventura elettorale troppo ravvicinata nei tempi e a quel punto obbligatoriamente solitaria.
Quindi la strategia politica di Veltroni, perdendo così le sue fondamenta, ha provocato un effetto domino disastroso e fallimentare sotto tutti i punti di vista perché di certo c’è ben poco da rallegrarsi per quell’inutile 33% raggranellato dal PD alle elezioni; per non parlare poi della raffazzonata candidatura di Rutelli decisa ovviamente in quattro e quattr’otto anche contro la volontà dello stesso Rutelli che ha dovuto subirla.
In sintesi, Veltroni ha contribuito alla caduta di Prodi – che infatti ha deciso non solo di non candidarsi più per il Parlamento ma se n’è andato anche dal PD sbattendo la porta –, si è fatto abbindolare dal bluff di Berlusconi che lo ha infinocchiato alla perfezione e ha perso pesantemente le elezioni politiche nazionali e quelle comunali di Roma.
Basta questo o è necessario qualcos’altro perché Veltroni si compri un biglietto di sola andata per l’Africa e cominci lì una nuova vita con un’impegnativa attività di volontariato?
Perché in Africa c’è tanto che … si può fare.
martedì 29 aprile 2008
Veltroni in Africa? Si può fare
lunedì 28 aprile 2008
L'annuale riunione nell'ombra della Commissione Trilaterale
Si chiude oggi a Washington l’annuale riunione plenaria (25-28 Aprile) della Commissione Trilaterale nel silenzio più totale dei mainstream media di tutto il mondo, ovviamente.
Ne disegna un ritratto Enrico Piovesana di Peacereporter, anche se non si saprà mai ciò di cui hanno discusso esattamente nella 3 giorni di riunioni.
I manager del mondo. Si conclude oggi a Washington la riunione annuale della Commissione Trilaterale
Le riunioni del G8 o quelle del World Economic Forum di Davos sono oggetto di grande attenzione da parte dei mass media e dei movimenti no-global.
Quelle della Commissione Trilaterale, assai più importanti per le sorti del mondo, avvengono invece nel silenzio mediatico più totale. Nessuno se ne accorge, nessuno ne parla, nessuno protesta contro questo organo privato di concertazione e orientamento della politica mondiale che riunisce l’élite politico-economica di Stati Uniti, Europa e Giappone (da cui il nome): duecento tra capi di Stato e di governo, ministri, grandi banchieri, manager delle più grandi multinazionali, economisti, militari si riuniscono ogni anno per quattro giorni in una città della triade, per decidere a porte chiuse le linee guida di politica internazionale ed economica che i singoli governi devono poi seguire.
Quest’anno la riunione si tiene a Washington. I lavori, iniziati venerdì, si concludono oggi.
Il governo mondiale dei ‘migliori’. La Commissione Trilaterale è stata fondata nel 1973 dall’attuale presidente onorario dell’organizzazione, David Rockefeller, patriarca della potente dinastia bancaria e convinto ‘mondialista’, assieme a Zbigniew Brzezinski, uno dei principali architetti della guerra al terrorismo post-11 settembre, oggi consigliere di Barak Obama.
La stampa statunitense dell’epoca definì la Tilaterale una “filiazione diretta” del Gruppo Bilderberg, società segreta internazionale di cui condivide membri e ideologia: quella di un ordine mondiale gestito da una ristretta aristocrazia economico-politica soprannazionale.
Scrive il filosofo e sociologo francese Gilbert Larochelle, “la cittadella trilaterale è un luogo protetto dove i ‘migliori’, nella loro ispirata superiorità, elaborano criteri per poi inviarli verso il basso”.
Una sorta di massoneria internazionale. La Trilaterale non è un’organizzazione segreta, ma è caratterizzata dalla riservatezza tipica delle organizzazioni massoniche.
Ha un sito web molto discreto dove si trovano luoghi e date delle riunioni e dove si possono ordinare i ‘Trialoghi’, gli atti pubblici di quelle riunioni – che però, lo ricordiamo, si svolgono a porte chiuse, quindi non è detto che venga pubblicato proprio tutto.
La maggiore riservatezza riguarda i suoi membri: le liste aggiornate dei partecipanti sono pubbliche solo in teoria: noi l’abbiamo richiesta tempo fa, senza avere risposta. Sono note solo quelle degli anni passati (vedi sotto l’elenco degli italiani).
Linee guida per la politica mondiale. Dai Trialoghi pubblicati finora emerge che nelle riunioni della Trilaterale si prendono decisioni ‘quadro’ in materia di globalizzazione dei mercati, politica energetica, finanza internazionale, liberalizzazione delle economie. Ma si discute anche crisi internazionali e guerre, gestione del dissenso e limitazione degli “eccessi della democrazia”. Il tema dipende dalle contingenze storiche.
Ad esempio, dopo gli attentati dell’11 settembre, la riunione annuale del 2002 fu dominata da Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Colin Powell e Alan Greenspan che sollecitavano una “risposta globale” al terrorismo che vedesse impegnati tutti i Paesi occidentali sotto la guida degli Stati Uniti.
I saggi illuminati. Politica estera e militare, economica, finanziaria e sociale di ogni governo devono seguire le direttive imposte da questi ‘esperti’.
Su Le Monde Diplomatique del novembre 2003, l’autore di un articolo sulla Commissione Trilaterale – il professore Olivier Boiral – scriveva: “Come i re filosofi della città platonica, che contemplavano il mondo delle idee per infondere la loro trascendente saggezza nella gestione degli affari terrestri, l’élite che si riunisce all’interno di questa istituzione molto poco democratica si adopera nel definire i criteri di un ‘buon governo’ internazionale. Veicola un ideale platonico di ordine e controllo, assicurato da una classe privilegiata di tecnocrati che mette la propria competenza e la propria esperienza al di sopra delle profane rivendicazioni dei semplici cittadini”.
------------------------
Riportiamo di seguito i nomi più noti dei membri italiani della Trilaterale secondo un elenco aggiornato al 2006 (tra parentesi le loro posizioni all’epoca):
Vittorio Colao (Rcs, ex Vodafone)
Alfonso Iozzo (San Paolo Imi)
Enrico Letta (Eurodeputato)
Luca Cordero di Montezemolo (Confindustria, Fiat)
Alessandro Profumo (Unicredit)
Silvio Scaglia (Fastweb, ex Omnitel)
Luigi Ramponi (Pres.Comm.Difesa C.D., ex vice Capo Stato Maggiore)
Paolo Scaroni (Enel, Eni)
Maurizio Sella (Banca Sella)
Marco Tronchetti Provera (Telecom, Pirelli)
Franco Venturini (Corriere della Sera)
Altre personalità italiane che hanno partecipato a passate riunioni della Trilaterale:
Giovanni e Umberto Agnelli
Romano Prodi (quando era presidente dell’Iri)
Tommaso Padoa Schioppa
Mario Monti
Per ulteriori info:
http://it.wikipedia.org/wiki/Commissione_Trilaterale
http://www.sourcewatch.org/index.php?title=Trilateral_Commission
http://www.francocenerelli.com/antologia/trilateral.htm
http://www.trilateral-commission.net/
domenica 27 aprile 2008
Sul V-day di Grillo “l’informazione” fa quadrato
Un articolo di Marco Travaglio che sintetizza bene come “l’informazione ufficiale” ha raccontato il V-day organizzato da Beppe Grillo il 25 Aprile scorso.
Ma d’altronde non c’era certo da aspettarsi qualcosa di diverso da tali “professionisti dell’informazione”…
Va tutto molto bene
di Marco Travaglio - voglioscendere
Spiaceva quasi, l’altroieri, sentire l’intera piazza San Carlo che sfanculava ogni dieci minuti Johnny Raiotta, il direttore del Tg1 che fa rimpiangere Mimun. Troppi vaffa per un solo ometto. Poi però uno rincasava, cercava il servizio del Tg1 di mezza sera su una manifestazione criticabilissima come tutte, ma imponente, che in un giorno ha raccolto 500mila firme per tre referendum.
L'evidente successo della NATO in Afghanistan
Ieri il presidente afghano Hamid Karzai aveva rilasciato un’intervista al New York Times con dure critiche per gli arresti compiuti dalle Forze USA e GB di presunti taleban e loro simpatizzanti in quanto impediscono a questi gruppi di deporre le armi, così come per la scelta di concentrare la guerra nei villaggi afghani mentre la vera minaccia si annida nelle roccaforti islamiste del Pakistan dicendo chiaro e tondo “La lotta al terrorismo non è in Afghanistan. La lotta al terrorismo va fatta ovunque. Non ci sono alternative al chiudere quei santuari. Il Pakistan altrimenti non avra' pace, il progresso del Pakistan ne risentira', e cosi' vale per la pace ed il progresso dell'Afghanistan e del mondo intero. Perche' la guerra al terrorismo non si consuma nei villaggi afgani, ma altrove, ed e' li' che la guerra dovrebbe trasferirsi”.
Karzai aveva poi insistito anche sull’opportunità che il governo di Kabul gestisca in proprio il potere in Afghanistan chiudendo l’intervista con un appello per “la fine di tutte le vittime civili” nel suo Paese.
Ma a sole 24 ore da questa forte critica della gestione della guerra al terrorismo da parte di USA e GB, ecco che puntuale arriva un fallito attentato alla sua persona mentre stava assistendo a Kabul a una parata militare organizzata per celebrare il 16esimo anniversario della liberazione della capitale da parte dei muhjaddin.
Un attentato rivendicato subito da un portavoce dei taleban, tale Zabihullah Muhjahid e avvenuto non solo a 24 ore da quell’intervista ma anche dopo la morte di almeno 24 persone tra venerdì e sabato in una serie di attacchi in varie province del Paese. Naturalmente queste sono solo le cifre “ufficiali”.
Tutto ciò rappresenta il segno inequivocabile del “successo” delle Forze NATO in Afghanistan...
Il video dell’attentato
sabato 26 aprile 2008
Il lager di Gaza
Il 23 Aprile scorso durante la riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu dedicata al Medio Oriente il rappresentante della Libia, Ibrahim Dabbashi, ha paragonato la situazione di Gaza ai campi di concentramento nazisti. A quel punto su richiesta dell'ambasciatore italiano, Marcello Spatafora, la riunione è stata sospesa immediatamente. I rappresentanti di alcuni Paesi "hanno rimosso l'auricolare della traduzione, si sono alzati in piedi e sono usciti dalla sala della riunione del consiglio di sicurezza" per protesta contro le affermazioni del rappresentante libico. Ovviamente tra coloro che sono usciti subito ci sono i rappresentanti di USA, GB e Francia.
L'iniziativa dei diplomatici occidentali è stata naturalmente accolta con favore da Israele. Arye Mekel, portavoce del ministero degli Esteri israeliano, ha infatti dichiarato "Hanno fatto ciò che era richiesto in una situazione simile, e vanno applauditi; il Consiglio di Sicurezza è stato preso in ostaggio da Paesi irresponsabili, in passato legati al terrorismo".
Anche gli USA non hanno fatto mancare le loro severe critiche contro la presa di posizione del rappresentante libico, tramite l'ambasciatore aggiunto all'ONU Alejandro Wolff che ha detto "Possiamo trattarne globalmente, onestamente e in modo costruttivo, oppure in maniera tendenziosa, ed è quel che è accaduto. Il delegato libico è stato tendenzioso, di parte, storicamente scorretto e moralmente oltraggioso".
La Libia però non ha fatto marcia indietro e Ibrahim Dabbashi, conversando con i giornalisti al Palazzo di Vetro, ha voluto ribadire che la situazione nella Striscia di Gaza "è anche peggiore (di quella dei campi di concentramento) perchè essa viene bombardata ogni giorno da Israele". Attirandosi nuovamente la condanna di Wolff "Parole come queste dimostrano l'ignoranza della storia e continuano ad impedire che si trovi una soluzione pacifica in Medio Oriente".
Ma certo…sono proprio queste parole la causa del fallimento di una soluzione pacifica, mica la continua costruzione di insediamenti israeliani in territorio palestinese, i quotidiani bombardamenti di aerei ed elicotteri israeliani, i cannoneggiamenti dei tank israeliani o ancora l’ennesimo rifiuto israeliano di dialogare con Hamas, che proprio nei giorni scorsi aveva invece offerto una tregua.
Tutto ciò non conta nulla, non esiste.
-------------------
Qui di seguito due articoli sull'episodio avvenuto all’ONU.
Il primo di Pierluigi Battista, come sempre cieco difensore di Israele e dei suoi crimini, mentre il secondo articolo è di Maurizio Blondet che risponde duramente a quanto scritto da Battista.
Una prima svolta
di Pierluigi Battista - Il Corriere della Sera , 25/4/2008
I diplomatici di quattro Paesi occidentali platealmente abbandonano per protesta la sala del Consiglio di sicurezza all’Onu e l’ambasciatore italiano alle Nazioni Unite, Marcello Spatafora, convince la presidenza a dichiarare immediatamente chiusa la discussione. Descritta così, potrebbe sembrare una di quelle tempeste destinate a compromettere la stabilità internazionale. Ma può anche essere una svolta, il segnale di un sentimento politico di insofferenza per chi, all’interno e fuori del Palazzo di Vetro, indugia ancora nel paragone tra «la situazione di Gaza e quella dei campi di concentramento nazisti», avanzata dal rappresentante della Libia. La reazione stavolta è stata fulminea: non restava che lasciare quell’importante riunione per non accettare in silenzio quell’ennesima ingiuria contro Israele.
A sessant’anni dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo promossa dalle Nazioni Unite all’indomani di una guerra apocalittica e feroce, l’azione dell’Onu a tutela dei diritti calpestati nel mondo non gode di grande reputazione. Difficile credere che le Nazioni Unite possano dimostrare un impegno efficace se al vertice delle commissioni deputate alla difesa di quei diritti siedono Paesi (e la Libia è tra questi) in cui il diritto è totalmente inesistente, le carceri rigurgitano di prigionieri rinchiusi senza regolare processo, la tortura è una pratica diffusa e impunita, le libertà politiche e civili cancellate da regimi asfissianti.
E’ difficile chiedere equanimità a un organismo internazionale che si rifiuta, com’è accaduto due mesi fa, di condannare la strage nella scuola rabbinica di Gerusalemme. E così all’Onu il terrorismo antisraeliano non viene mai sanzionato, ogni volta il veto di uno Stato di fede antioccidentale non consente a Israele di godere della solidarietà internazionale. Il ruolo di Israele deve essere sempre quello del carnefice. Ogni cordoglio per le sue vittime viene negato. Israele, con un paragone fabbricato deliberatamente per offendere crudelmente gli ebrei, viene dipinto come il «nuovo nazismo», e la questione palestinese come la nuova Shoah.
Fu in ambito Onu che a Durban, nel 2001, una conferenza si trasformò in una truce kermesse antiebraica. E non si è dissolto il triste ricordo di quell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, anno 1975, in cui un nutrito gruppo di dittature equiparò il «sionismo» a una nuova forma di razzismo. Il gesto degli ambasciatori che abbandonano il Consiglio di sicurezza quando risuonano le ingiurie antisraeliane del rappresentante libico rovescia un atteggiamento rassegnato in cui la prudenza si trasforma in accondiscendenza, sottomissione ai capricci di nazioni che soffrono di un deficit strutturale di democrazia, irresponsabilità su un tema, quello dei diritti universali, che stenta a trovare il riconoscimento che gli si deve.
Ed è significativo che l’ambasciatore italiano si sia adoperato per sospendere una riunione che non avrebbe avuto senso proseguire, se non al prezzo di accettare la grottesca comparazione tra la condizione di Gaza e Auschwitz. E’ significativo e confortante perché segna la volontà di non accettare più i proclami di chi vorrebbe cancellare Israele dalla carta geografica, negando ad esso persino il diritto d’esistenza. Un primo passo. Ma un passo importante.
Guardiamoli morire: il Reich lo vuole
di Maurizio Blondet - Effedieffe, 26/4/2008
No, non si può dire che Gaza è ridotta a un campo di concentramento. Il nostro ambasciatore per primo – sempre i primi nella viltà – ha interrotto la riunione del Consiglio di sicurezza in cui il delegato libico ha fatto il paragone proibito. Pierluigi Battista, il sub-direttore del Corriere, applaude. Anzi vi vede «il segnale di un sentimento politico di insofferenza per chi, all’interno e fuori del Palazzo di Vetro, indugia ancora nel paragone tra la situazione di Gaza e quella dei campi di concentramento nazisti, avanzata dal rappresentante della Libia. La reazione stavolta è stata fulminea: non restava che lasciare quell’importante riunione per non accettare in silenzio quell’ennesima ingiuria contro Israele».
Si noti en passant la minaccia implicita: l’insofferenza per chi accusa Israele di genocidio cresce anche verso chi lo dice «fuori del Palazzo di Vetro». Ossia anche contro di noi, che da tempo chiamiamo Israele, con prove e fatti alla mano, Quarto Reich. Ma non è qui il punto. Il lato sporco e ripugnante di questa uscita del nostro ambasciatore, Spatafora, e del giornalista-Batista è che essa avviene il giorno stesso in cui l’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che distribuisce cibo d’emergenza ai più miserabili fra gli assediati di Gaza, ha smesso le distribuzioni perchè Israele non fa arrivare più il carburante. Un milione di prigionieri, sul milione e mezzo dei rinchiusi a Gaza, non ricevono più questa sussistenza essenziale.
Ma non si può dire, non si deve. Cresce l’insofferenza contro chi lo dice. Questo, dopo oltre dieci mesi di quello che gli aguzzini chiamano, ridacchiando, «la cura dimagrante». «I trasporti pubblici non funzionano più», scrive Le Monde (1), «le università e molte scuole sono chiuse. Le ambulanze, i generatori, le pompe per l’acqua funzionano al rallentatore. Quindici motori diesel per i pozzi sono fermi, privando di acqua 70 mila persone, Dal 15 al 20 per cento della popolazione ha l’acqua solo da tre a cinque ore al giorno», annuncia l’UNRWA. Le riserve degli ospedali sono sotto la soglia critica. La spazzatura non può più essere raccolta . 60 mila metri cubi d’acqua di fogna sono gettate in mare ogni giorno non trattate. «In certi quartieri c’è un odore terribile, certi viali sono sepolti dall’immondizia perchè il municipio non ha più carburante», dice Sarah Hammond, responsabile della Oxfam, agenzia umanitaria britannica.
Il sub-direttore dice che a giudicare Israele non ha diritto la Libia, «in cui il diritto è totalmente inesistente, le carceri rigurgitano di prigionieri politici, la tortura è una pratica diffusa e impunita, le libertà politiche e civili cancellate da regimi asfissianti». Ma Sarah Hammond non ha un nome libico, e non pare al soldo di Gheddafi. E così nemmeno John Ging, il direttore della UNRWA sul campo, ha un nome libico. Eppure ha detto: «Le condizioni di vita nelle prigioni del mondo sono migliori di quelle della vita quotidiana nella striscia di Gaza».Ha detto questo l’8 aprile, il blocco dei carburanti era cominciato solo da due giorni. Ora, 20 giorni dopo, la somiglianza con Auschwitz è più prossima.«Sono tre settimane», dice John Ging, «che abbiamo avvertito le autorità israeliane del disastro che minaccia, e nulla è accaduto. Non avremmo dovuto arrivare a tanto. E’ un insulto alla dignità dei palestinesi e una violazione dei diritti dell’uomo e della legislazione internazionale» (2).
Taci, John: in Battista, e nei suoi padroni, cresce l’insofferenza per chi dice la verità. Farai una brutta fine, specie se sei americano. Perchè anche in USA «la tortura è una pratica diffusa e impunita, le libertà civili cancellate» dal Patriot Act. La Legge del Patriota ti ingiunge di tacere. Macchè, lui insiste. Dice a Le Monde: «Gli israeliani dicono di aver abbandonato la striscia di Gaza, ma controllano tutto e fanno praticamente ogni giorno delle incursioni. Dall’inizio dell’anno , sono stati uccisi 53 ragazzi e bambini di meno di 18 anni e 117 sono stati feriti. Tutto questo fa’ parte della responsabilità di Israele. Tutto questo porta solo a più estremismo, più violenza, più odio. Perchè continua la politica del blocco?».
E’ facile rispondere, John: perchè Hamas ha offerto una tregua nei giorni scorsi, purchè Israele levi il nodo scorsoio alla sua popolazione. E perchè il coraggioso presidente Carter è andato a parlare con i responsabili di Hamas in Siria, e ne è tornato dicendo che la pace è possibile.La risposta isrealiana è stata questa: stringere il nodo scorsoio, accelerare lo strangolamento dei suoi prigionieri.
Quanto a Carter, Nobel per la Pace, è stato sepolto dagli sputi. «Carter è venuto nella regione con mani sporche ed è tornato con le mani sporche di sangue dopo averle strette a Khaled Mashaal, il leader di Hamas», ha ruggito Dan Gillerman, ambasciatore di Sion all’ONU (3).Lui sì, lui può usare questo tipo di linguaggio, può insultare una degna persona, senza suscitare «insofferenza». Battista si unisce allo sputo. Kanan Ubaid, viceministro dell’energia di Gaza (Gaza è un lager autogestito e bombardato quasi ogni giorno, una novità rispetto ad Treblinka; la prigionia con spese a carico dei prigionieri) dice a Le Monde: «E’ la condanna collettiva a una lenta morte del popolo e dell’economia. E’ un crimine commesso sotto gli occhi della comunità internazionale che se ne fa’ complice». E’ la pura e semplice verità.
La Comunità europea sa quel che avviene, tanto che ha «esortato» il Reich giudaico a riprendere i rifornimenti; è la stessa Europa che – Italia in prima fila, sempre prima nel calcio al debole oppresso – si alza e interrompe la seduta all’ONU, quando la verità viene detta.Kanan Ubaid è persino troppo buono: la «comunità occidentale» è direttamente complice dello sterminio al rallentatore, ha contribuito allo strangolamento di Gaza da dieci mesi. Ma si sa, Kanan Ubaid non è ascoltabile. Bisognerà che stia attento il giornalista di Le Monde, che vede e testimonia la verità: deve capire che cresce l’insofferenza per la verità, che ci saranno conseguenze per chi osa dirla ancora.
La questione è che Pierluigi Battista non manca di carburante nè di cibo. E’ ben pagato al Corriere; forse non tanto quanto Magdi Allam, ma certamente molto, molto. E’ pagato tanto appunto per manifestare la sua minacciosa «insofferenza» verso la verità dei fatti. C’è chi è pagato molto e c’è chi manca di tutto, e viene lasciato morire di fame. Tutto questo è stato previsto: «...che nessuno potesse vendere nè comprare all’infuori di coloro che portavano il marchio, cioè il nome della Bestia o il numero del suo nome». Sono tempi in cui c’è un ricco mercato per le menzogne e per chi le propaga come vere.
Le menzogne fioccano come neve, di questi tempi. Il 6 settembre 2007 – forse lo ricorderete – caccia israeliani bombardarono un sito in Siria. Il 24 aprile 2008 gli Stati Uniti confermano con «prove» fotografiche l’asserzione di Israele, ossia che quel sito bombardato era un reattore nucleare, in cui la Siria si costruiva una bomba al plutonio con l’aiuto dei nord-coreani. Otto mesi dopo. Perchè non dirlo subito? Perchè otto mesi dopo?Persino la BBC esprime dubbi (4). Il fatto ricorda «quel febbraio 2003 quando il segretario di Stato Colin Powell andò alle Nazioni Unite con immagini ed audio che ‘dimostravano’ la presenza di armi di distruzione di massa in Irak. La cosa, a quanto pare il meglio che fossero riuscite a produrre le agenzie di intelligence Usa combinate – risultò sviante, a dir poco. In seguito nessuna arma fu trovata».
Sto citando letteralmente la BBC: Battista rivolga a questa la sua insofferenza per la verità. La prova contro la Siria, continua il network britannico, consiste in un video di 10 minuti. Ma «è composto di immagini ferme che, si sostiene, sarebbero state prese dentro l’installazione durante la costruzione. Ovviamente non c’è modo di verificare quest’asserzione in modo indipendente». E’ la BBC, Battista, non sono io. Quelli sono giornalisti, Battista.
Le immagini sembrano quelle di «un reattore moderato a grafite raffreddata a gas del tipo del modello nord-coreano a Yongbyon», dice la BBC, «Ma non si vedono segni di altri impianti di un programma di fabbricazione di bombe: un impianto per separare il plutonio, e la fabbrica per assemblare effettivamente un’arma. E se, come dicono gli americani, il reattore era quasi completato, di dove sarebbe venuto il combustibile all’uranio?».Ma soprattutto, perchè fare un video, composto però di immagini fisse? Come si fa a sapere che sono state riprese proprio in Siria, e non in qualunque altro posto del mondo? Un «anonimo US official» dice alla AFP: «è una presentazione tipo Powerpoint, non è un video dell’impianto». Dunque una specie di lavoro elaborato per «presentazione».
Esattamente come la «presentazione» di Colin Powell del 2003, quando agitò un flaconcino con polverebianca che, giurò, era antrace iracheno.... E un altro, «che chiede di non essere nominato in quanto non autorizzato a discutere temi segretati», dice alla Reuters: «Fra le foto di cui dispone l’intelligence degli Usa c’è un’immagine di ciò che appare essere gente di discendenza coreana» (5).«People of Korean descent at the facility». Frase cauta e ridicola, anche i servizi si vergognano un po’. Quelli non saranno proprio coreani, ma «di discendenza coreana». E come si fa ad appurarlo? Dal DNA? Come si distingue, da una immagine, un coreano da un giapponese o da un cinese? Indossa una T-shirt con la scritta «I survived in Pyongyang?». Infine il Financial Times ci dà la verità ultima: il tizio nella immagine è Chon Chibu, scienziato atomico nordcoreano che lavora a Yongbyong. Naturalmente, nessun riscontro. Questi coreani si somigliano tutti.
Bisogna credere sulla parola. A una presidenza americana che è già stata scoperta a mentire decine di volte.E l’ultima, come abbiamo riportato, accordandosi con Israele in segreto, consentendo a Sion di ampliare gli insediamenti in Cisgiordania, mentre diceva che Israele doveva congelare gli insediamenti. E’ un gran momento per le menzogne di Stato. E’ il nazismo, ma con l’aiuto della buona stampa liberale. Anche questo previsto, dall’Apocalisse. Converrà ricordare che nessuna «segnatura» radiattiva venne constatata dopo il bombardamento di otto mesi fa in siria, e questo da geologi occidentali petroliferi, che controllano costantemente la radiattività ambiente.
Il capo della AIEA El Baradei ha deplorato il ritardo nella rivelazione. Palesemente irritato: «L’agenzia tratterà questa affermazione con la serietà che merita e ne investigherà la veracità». Ma già, El Baradei si chiama Muhammad. Viene da un paese, in cui «il diritto è totalmente inesistente, le carceri rigurgitano di prigionieri rinchiusi senza regolare processo, la tortura è una pratica diffusa e impunita, le libertà politiche e civili cancellate da regimi asfissianti»: che non è – come si potrebbe credere dalla descrizione – Israele, ma l’Egitto. «Amico» degli USA, tra l’altro. Battista eserciti la sua minacciosa insofferenza. Dia il calcio dell’asino alla gente che muore di fame, accrediti come vere le menzogne di cui dubita la BBC. Si guadagni il grosso stipendio.
----------------------
1) Michel Bole-Richard, «Etranglée par le blocus, Gaza sombre dans la misére et les pénuries», Le Monde, 25 aprile 2008.
2) «A Gaza, l’Onu cesse d e distribuer des vivres en raison d’une pénurie de carburant», Le Monde, 25 aprile.
3) Verena Dobnik, «Israel’s UN ambassador calls Jimmy Carter a bigot», Associated Press, 25 aprile 2008.
4) Jonathan Marcus, «US Syria claims raise wider doubts», BBC, 25 aprile.
5) «US says North Korea gave Syria nuclear assistance», Reuters, 24 aprile. «A U.S. official, who asked not to be named because he was not authorized to discuss classified matters, said that among the intelligence the United States has was an image of what appeared to be people of Korean descent at the facility.
I “rainmakers” thailandesi
Qualche giorno fa il sito inglese di Al Jazeera ha pubblicato un articolo curioso.
Non è una novità che nel nord della Thailandia, in particolare nella provincia di Chiang Mai, capiti spesso che ad aprile si formi una cappa di smog dovuta ai numerosi incendi nelle foreste circostanti e all’annosa pratica degli abitanti dei villaggi di bruciare qualsiasi tipo di rifiuto nel giardino di casa. Inoltre aprile è l’ultimo mese della stagione secca prima dell’arrivo delle piogge, quindi il concentrato di inquinamento e fumi da incendi è talmente alto da provocare puntualmente da anni questa foschia stagnante.
Il governo thailandese, per cercare di porvi rimedio, già da qualche tempo ha deciso di utilizzare alcuni aerei della King Air che sorvolano la zona interessata rilasciando nell’aria una mistura di sale, ioduro di argento e ghiaccio secco con l’obiettivo di “inseminare” le nuvole aumentandovi la quantità delle particelle di acqua o ghiaccio e far quindi piovere.
I “rainmakers” sono certi di avere un qualche successo, ma ammettono il limite principale. E’ basilare la presenza di nuvole nel cielo da “inseminare”.
Comunque gli abitanti della zona confidano speranzosi nel successo dei “rainmakers” anche perché con questa cappa di smog stanno naturalmente aumentando i casi di asma, mal di gola e prurito agli occhi.
Ma, più in generale, è nell’intero Paese che la situazione sul fronte dell’inquinamento sta peggiorando, grazie anche al fatto che sono tollerati livelli ben più elevati di quelli accettati nell’Unione Europea, per esempio.
Sembra però evidente che il lavoro dei rainmakers continuerà anche in futuro ma finora nel Paese non è mai stato sfiorato l’argomento di un eventuale ulteriore peggioramento della qualità dell’aria causato proprio dalle sostanze irrorate dagli aerei dei rainmakers.
In tal caso però anche i thailandesi dovrebbero affrontare la questione delle “scie chimiche”. Forse tra 50 anni…forse.
giovedì 24 aprile 2008
L’acqua calda
Pochi giorni fa è stato pubblicato un articolo sul New York Times firmato da David Barstow in cui si racconta come il Pentagono abbia ingaggiato una schiera di “analisti militari”, tutti ex alti gradi dell’Esercito USA in pensione da tempo, perché partecipassero a talk show televisivi e telegiornali USA col fine di plasmare l’opinione pubblica raccontando menzogne sull’andamento della guerra in Iraq.
Naturalmente i media nostrani hanno trattato questo “scoop” come notiziola di quart’ordine, sbarazzandosene praticamente del tutto dal momento che il centro del mondo per loro sono la fermata di La Storta a Roma, il ginocchio di Totti o la salma di Padre Pio.
Comunque, a prima vista si potrebbe dire “Ma che bravi David Barstow e il New York Times”. Invece si tratta di una vicenda che, per chi cerca di informarsi seriamente su ciò che accade in Iraq e non vuole bersi le frottole dei mainstream media, non rappresenta alcunché di nuovo e sconvolgente. Infatti il commento più consono a tale “scoop” è il classico “meglio tardi che mai”.
Inoltre fa specie anche il timing scelto dal NYT, in piena campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali USA e che vedranno, anche con una vittoria di McCain, il drastico ridimensionamento della cricca neocon e delle annesse teorie disastrose se non proprio una sua totale estromissione dal potere per i prossimi 4 anni almeno.
Quindi ora è troppo comodo e ipocrita uscirsene con tale “scoop” e mettere Rumsfeld o Torie Clark sulla graticola quando ormai sono già da tempo fuori dal Pentagono.
Certo, “meglio tardi che mai”…intanto però la guerra USA in Iraq continua e il silenziatore dei media pure...
Qui di seguito una traduzione dei brani salienti dell’articolo di Barstow ad opera di Pino Cabras.
Nell’estate del 2005 l’amministrazione Bush doveva far fronte a una nuova ondata di critiche su Guantanamo: Il centro di detenzione era stato appena definito da Amnesty International come "il gulag dei nostri tempi", c’erano nuove accuse da parte degli esperti di diritti umani dell’Onu su degli abusi, mentre si estendevano gli appelli per farlo chiudere.
mercoledì 23 aprile 2008
Hai voluto la bicicletta? E ora pedala!
Il primo atto del governo Berlusconi che nascerà tra pochi giorni si è già compiuto ieri. E cioè il prestito ponte di 300 milioni di euro che Berlusconi ha chiesto a Prodi per dare ancora qualche settimana di vita ad Alitalia prima del suo quasi certo commissariamento.
Prodi voleva concedere solo 100 milioni ma, dal momento che tra poco Berlusconi sarà a Palazzo Chigi, ha accettato la richiesta dei 300 milioni per scaricare sul nuovo governo tutte le critiche che seguiranno al fallimento della compagnia aerea.
E anche se si tratta di una cifra notevole – l’UE comunque dovrà presto valutare se considerarla o meno come aiuto di Stato - che in teoria dovrà essere restituita entro il 31 Dicembre 2008, Prodi ha fatto bene a mettere Berlusconi con le spalle al muro impedendogli così di accampare qualsiasi scusa se la fantomatica “cordata patriottica” non verrà allo scoperto ed evitando soprattutto di essere additato come unico responsabile del fallimento di Alitalia per non aver concesso la cifra necessaria al nuovo governo atta a garantirsi i tempi tecnici per ricercare un nuovo acquirente.
Infatti Berlusconi, ottenuta la cifra richiesta, ha subito usato toni morbidi verso il governo Prodi scaricando tutte le responsabilità del fallito accordo con Air France sui sindacati dichiarando "I francesi non si sono ritirati perché ci sono state interferenze politiche. Da un lato la situazione si è chiusa perché il governo non ha accettato le condizioni imperative che erano state poste da Air France, tra le quali il prezzo che non era ritenuto congruo e il fatto che si dovesse rinunciare al trasporto delle merci. Ma la prima motivazione per cui Air France ha detto di no è il veto opposto dai sindacati, il grande, deciso, fermo no dei sindacati a ciò che Air France aveva proposto come riduzione del personale. Il governo ha dato i mezzi alla compagnia per sopravvivere per i prossimi mesi, che saranno impiegati da una compagine di imprenditori italiani, banche e compagnie aeree, per guardare i conti di Alitalia. Dopo la due diligence di 3-4-5 settimane questa compagine, coordinata da Bruno Ermolli, dovrà presentare un'offerta impegnativa, che comporterà dolorosi tagli di personale. Ci saranno meccanismi di assistenza da parte dello Stato per chi perderà il lavoro. L'obiettivo è portare la compagnia a chiudere i bilanci positivamente".
Oggi comunque in Borsa il titolo Alitalia ha perso ancora circa il 3% ma il prezzo sarà fissato solo a fine seduta in quanto già da ieri è stato sospeso “in attesa di comunicazioni”.
Quindi Silvio, dopo aver vinto facilmente le elezioni, sta già avendo un assaggio di ciò che lo aspetta quando si sarà insediato a Palazzo Chigi. A questa patata bollente si aggiungerà presto quella dei rifiuti campani, di cui non si sa più nulla dal giorno del verdetto elettorale.
E anche per quanto riguarda la formazione del nuovo governo e l’obiettivo di incastrare tutti i pezzi del puzzle – che adesso sono solo 60 tra ministri, viceministri e sottosegretari – Berlusconi sta già penando per i veti incrociati di Lega e AN, per esempio sul ruolo da affidare a Formigoni che alla fine resterà alla Presidenza della Regione Lombardia per ridurre al minimo il numero degli scontenti.
Lo stesso Berlusconi ha infatti ammesso che "Questi sono stati giorni di afflizione e continueranno fino a quando non si sarà determinata la formazione di questo nuovo governo, perché si accontenta una persona e se ne scontentano tante altre".
Insomma sono passati solo 10 giorni dalla vittoria elettorale e Silvio ha già numerose gatte da pelare, e altre ben peggiori lo attendono nei prossimi mesi a partire dalla grave situazione economica del Paese con i salari e le pensioni che continuano a perdere potere d’acquisto e con il prezzo del petrolio e dei prodotti agricoli primari alle stelle.
Così, solo per cominciare con il lungo elenco dei problemi che si ritroverà sulla sua scrivania di Palazzo Chigi e che dovrà affrontare al più presto.
Quindi è proprio il caso che Silvio si stampi bene in mente il vecchio adagio “Hai voluto la bicicletta? E ora pedala!”.
E di corsa.
martedì 22 aprile 2008
Paraguay: vince il “Vescovo rosso”
Il Paraguay, con le recenti elezioni presidenziali vinte dall’ex vescovo vicino alla Teologia della Liberazione Fernando Lugo, chiude un capitolo della propria storia durato 60 anni.
Anni che hanno visto al potere quel Partito Colorado che appoggiò i 35 anni di feroce dittatura di Alfredo Stroessner e che riuscì a restare al vertice anche in democrazia dopo la fine della dittatura nel 1989.
Lugo, dopo aver lasciato il suo posto di vescovo di San Pedro, è stato sospeso dal Vaticano e ora scatterà l'esclusione a divinis dal sacerdozio. Lo stesso presidente della Conferenza episcopale paraguaiana, Ignacio Gogorza, ha detto che sara' il Papa in persona ad occuparsi della situazione del vescovo di San Pedro. Addirittura. Ma d’altronde ciò è la diretta conseguenza del fatto di essere stato accusato di essere troppo vicino a Hugo Chavez.
Lugo però non se ne preoccupa dichiarando “uno rimane per tutta la vita un uomo di chiesa, mi preparo a servire l'intero paese”.
Avrà di fronte comunque un compito molto difficile dovendo rimettere in sesto un Paese allo sfascio economicamente con 2 milioni di persone che sono emigrate - mentre 6 milioni sono restati in patria - e con l’assoluta necessità di una riforma agraria per distribuire la terra ai tanti contadini che ne sono privi.
Que le vaya bien!
Vince Lugo, avanza il nuovo Paraguay
di Maria Vittoria Orsolato - Peacereporter
Dopo 60 anni il Paraguay si sveglia finalmente libero. Fernando Lugo, l’ex vescovo di San Pedro, ha praticamente schiacciato gli avversari nella tornata elettorale che si è chiusa oggi alle 16. Con il 41% dei consensi, il candidato dell’Alianza Patriotica para el Cambio ha vinto la presidenza e soprattutto ha reso possibile, per la prima volta nella storia di questo Paese, un cambiamento nell’amministrazione senza spargimento di sangue e senza colpi di Stato.
I disordini paventati dal presidente uscente Nicanor Duart Frutos non si sono verificati e la tornata elettorale si è svolta nella massima tranquillità e trasparenza. Sono state infatti decine le denunce di irregolarità nei seggi che hanno portato gli osservatori, sia interni che internazionali, ad aggiustare il tiro su quelli che sarebbero stati i risultati.
Risultati che per i paraguayani sono stati chiari fin dalle 18, quando nelle strade delle maggiori città sono iniziati i caroselli degni di una calcistica vittoria mondiale e le manifestazioni di giubilo tipiche di chi sembra essersi liberato da un pesante fardello."Abbiamo scritto una pagina nuova nella storia politica del Paraguay – queste le prime parole del neopresidente della Repubblica – se oggi si sogna un Paese migliore, la responsabilità e il merito di questo sogno vanno solo a voi paragauayani, patrioti di questo 20 di aprile ed eroi di un nuovo Paese".
Ad accalamare il vescovo che da domani verrà apostrofato come presidente, una moltitudine indescrivibile di cittadini, si presume più di 100.000, che ha invaso le strade del centro della capitale, Asunciòn, bloccando il traffico sventolando il tricolore al ritmo di danza e dei canti “Se siente, Lugo presidente” e “Que se fue Nicanor”.
Ed è stata probabilmente questa esplosione popolare di giubilo ad aver convinto la candidata Colorada, Blanca Ovelar, ad ammettere candidamente la sconfitta solo un paio di ore dopo la chiusura dei seggi : "Riconosciamo il trionfo del candidato Fernando Lugo e assumiano che i risultati della consultazione popolare sono irreversibili". Parole secche e incontrovertibili quelle della primadonna che, con il 31% delle preferenze, ha dato il volto, o meglio, la faccia alla clamorosa débacle del partito repubblicano più longevo del Sudamerica.
Sulla stessa lunghezza d’onda l’altro candidato, l’ex generale Lino Oviedo, allineatosi nelle congratulazioni al neopresidente affermando che "Il Paraguay era disperatamente bisognoso di un cambio alla sua guida. Io proponevo un’alternativa ma quella del senor Lugo è stata evidentemente quella preferita dall’amato popolo. Appoggerò la politica dell’ex vescovo ogni qualvolta questa rappresenti il bene del Paese".
Con la vittoria dell’ Alianza Patriotica para el Cambio - miscellanea di partiti e movimenti della sinistra e del centro-sinistra paraguayani - cade la penultima delle roccaforti latinoamericane alleate della Casa Bianca, già pronta a dirottare gli stealth espulsi dal nuovo Ecuador di Correa, nella cosidetta zona della Tripla Frontera, di cui il Paraguay fa parte assieme a Brasile e Argentina
Pare poi che il (mon)signor Presidente darà del filo da torcere proprio ai suoi grandi vicini. Se infatti, come da programma, pretenderà la rinegoziazione dei penalizzanti trattati energetici sulle due grandi dighe di Itaipù e Yaciretà, colossi dell’idroelettrica costruiti lungo il Rio Paranà, i rapporti diplomatici potrebbero incrinarsi bruscamente. Quello che è certo, ed emerge con forza da questa consultazione popolare è che il Paese segnato da una delle più cruente dittature della seconda metà del ‘900, cerca di rialzarsi e soprattutto di mantenersi sulle proprie gambe. La svolta socialista che ha trasformato la morfologia politica dell’America Latina ha toccato anche questa piccola, ma orgogliosa nazione. Che, paradossalmente, l’uomo che l’ha resa possibile sia anche, e prima di tutto, un uomo di Santa Madre Chiesa per i paraguayani non è altro che il “signo de Dios”.
lunedì 21 aprile 2008
Il tentativo di Carter: ennesimo fallimento?
L’ex Presidente USA Jimmy Carter è reduce da un tour mediorientale che lo ha visto protagonista di incontri con diversi esponenti di Hamas, tra cui il leader Khaled Meshaal in esilio in Siria. Naturalmente il suo tour è stato osteggiato da USA e Israele, ma ci sono state comunque alcune importanti eccezioni all’interno del governo e delle istituzioni israeliane.
Carter ha infatti dichiarato “(I leader di Hamas) hanno detto che accetteranno uno stato palestinese con i confini del 1967 se i palestinesi daranno la loro approvazione…..anche se Hamas potrebbe non essere d’accordo con alcuni termini dell’accordo. Ciò significa che Hamas non minerà gli sforzi di Abu Mazen per negoziare un accordo se i palestinesi lo sosterranno con un voto libero. Gli sforzi di pace sono regrediti dalla Conferenza di Annapolis e il problema non è che io ho incontrato Hamas in Siria. Il problema è che Israele e USA rifiutano di incontrarsi con qualcuno che deve essere coinvolto”.
Hamas comunque non ha accettato l’invito di Carter a fermare i lanci di razzi sulle cittadine israeliane vicine al confine ma si è dichiarata d’accordo nell’incontrare il vice premier israeliano, Eli Yishak, per uno scambio di prigionieri. Inoltre Meshaal ha dichiarato anche che Hamas "rispetterà la volontà dei palestinesi anche se questo andasse contro le sue convinzioni".
Qualche spiraglio di luce potrebbe perciò aprirsi anche se Carter ha ripetuto più volte di non avere alcun mandato ufficiale per assicurare un accordo di pace tra Israele e Palestina. Quindi tutti i suoi sforzi potrebbero risultare vani e non sarebbe certo una novità l’ennesimo fallimento su questa annosa questione.
La guerra intanto prosegue indisturbata tra raid aerei, lanci di razzi e attentati suicidi.
Qui di seguito un articolo che sintetizza il tour mediorientale di Carter.
Jimmy Carter incontra Hamas
di Elle Emme - Altrenotizie
Una riunione in un luogo segreto a Damasco, senza giornalisti e sotto strette misure di sicurezza: l'ex presidente americano Jimmy Carter ha incontrato Khaled Meshal, leader di Hamas in esilio in Siria. I due hanno discusso per cinque ore a porte chiuse di tutti i punti scottanti del conflitto israelo-palestinese: il controllo dei confini di Gaza, il negoziato per la liberazione del soldato rapito Gilad Shalit, la fine dell'embargo che Israele impone da dieci mesi alla Striscia, un cessate-il-fuoco tra Israele e Hamas a Gaza. L'incontro è il culmine del viaggio di Carter, che come un tornado sta attraversando il Medioriente per rompere lo stallo in cui si sono arenate le iniziative diplomatiche. "Non v'è alcun dubbio che, se Israele vorrà raggiungere pace e giustizia nelle relazioni con i vicini Palestinesi, Hamas dovrà essere incluso nel processo". Con questa dichiarazione d'intenti, Carter ha creato il subbuglio nell'amministrazione americana e nel governo israeliano, la cui strategia di isolare Hamas sembra forse mostrare qualche cedimento.
Jimmy Carter, premio Nobel per la pace nel 2002, è famoso in Medioriente, e soprattutto in Israele, come negoziatore del trattato di pace tra Israele ed Egitto nel 1978 che normalizzò le relazioni tra i due stati dopo le guerre del '67 e del '73 e portò al ritiro israeliano dal Sinai. La pubblicazione nel 2006 del suo libro “Israele: pace non apartheid” ha suscitato un coro di indignazione quasi unanime sia nello stato ebraico che in patria, per aver paragonato l'Occupazione dei Territori Palestinesi al regime di segregazione razziale sudafricana.
La sua visita attuale in Israele si è rivelata piena di difficoltà, per il boicottaggio che il governo Olmert sta esercitando nei suoi confronti. Lo Shin Bet, il servizio di sicurezza israeliano, ha negato assistenza all'ex-presidente, che si è dovuto affidare per la propria sicurezza agli agenti della CIA venuti con lui da Washington. Il rifiuto dello Shin Bet è uno schiaffo senza precedenti: è costume che presidenti in carica ed ex-presidenti americani in visita in Israele siano protetti dai servizi locali e lo stesso trattamento viene riservato a personalità israeliane in visita in USA. Ma questa volta, lo Shin Bet ha dichiarato Carter persona non gradita, per la sua volontà di incontrare i leader di Hamas.
Nonostante il ministro delle difesa Barak e il premier Olmert abbiano boicottato la visita, Carter ha incontrato tre leader politici israeliani: il presidente Peres, ma soprattutto Avigdor Lieberman e Eli Yishai. Mentre Lieberman gli ha illustrato il suo piano per annettere le colonie illegali in West Bank scambiandole con l'espulsione dei “triangolo arabo” dallo stato ebraico, il colloquio con Yishai ha rappresentato una novità nel panorama israeliano. Yishai, vicepremier e capo del partito ultra-ortodosso dello Shas, si è offerto volontario per aprire un negoziato con Hamas ed incontrare personalmente i leader del movimento islamico, con lo scopo di liberare il caporale dell'IDF Shalit all'interno di un accordo per lo scambio di prigionieri. Questo sorprendente risultato della visita di Carter rappresenta il primo segnale di cedimento della strategia israeliana di isolamento di Hamas e potrebbe portare ad inaspettati sviluppi.
Ma il nodo cruciale della visita di Carter è il giro di colloqui con i vari leader palestinesi sparsi per il Medioriente. Dopo aver visto il presidente palestinese Abu Mazen, Carter ha incontrato a Ramallah Naser Shaer, ex vicepremier del deposto governo di Hamas, con cui ha discusso della possibilità di un cessate-il-fuoco e della ripresa del dialogo intra-palestinese tra Hamas e Fatah. Determinato ad incontrare i dirigenti di Hamas a Gaza, Carter ha cercato di accedere alla Striscia, ma l'IDF gli ha vietato l'ingresso, così l'ex presidente è volato al Cairo per incontrare Mahmoud az-Zahar, leader dell'ala radicale di Hamas nella Striscia di Gaza.
L'aspetto più importante del viaggio di Carter è senz'altro il meeting con Khaled Meshal a Damasco: il primo contatto tra establishment americano e leader di Hamas dai 2006, quando Jesse Jackson fece visita a Meshal. Accusato di rompere l'isolamento di Hamas, classificato come movimento terroristico secondo la legge americana, Carter ha voluto sedere ad un tavolo con Meshal per affrontare le questioni mediorientali e conoscere le strategie di Hamas, certo che aprire al movimento e coinvolgerlo in un dialogo sia l'unica strada da percorrere. E anche per consegnare a Meshal l'offerta di Eli Yishai, ministro dello Shas, per iniziare i negoziati per lo scambio di prigionieri. Meshal si è riservato alcuni giorni per decidere sull'apertura israeliana.
In un'intervista sulla televisione israeliana Carter ha spiegato il suo punto di vista. Alla domanda “Perché mentre a fine anni Settanta la strategia della sua amministrazione era di ostracizzare l'OLP per convincerla a riconoscere Israele, ora con Hamas ha deciso di dialogare?”, Carter risponde che il suo tour non è un contatto diplomatico ufficiale, quindi non si tratta di negoziati ma di un viaggio esplorativo, sperando che i leader israeliani, che non si sono degnati di riceverlo prima, ne vogliano discutere in seguito. "Parlare direttamente con Hamas è l'unica soluzione. A Washington è in atto da otto anni una politica senza precedenti: tagliare tutti i contatti diplomatici. Ma questo isolamento porta ad una esasperamento delle posizioni estreme". Sabato Carter è ripartito dopo due giorni di incontri con i leader di Hamas, mentre in patria il presidente Bush e il segretario di stato Rice censuravano le iniziative dell'ex presidente democratico. Ma il suo tour mediorientale, di tappa in Arabia Saudita, può ancora riservare sorprese al suo ritorno in Israele.
sabato 19 aprile 2008
Era ora
Finalmente una buona notizia per milioni di persone. Da una collaborazione pubblica globale nasce il farmaco anti-malaria a prezzo di costo, l’ASMQ, presentato ufficialmente due giorni fa a Rio de Janeiro. Qui di seguito ne parla Emanuele Giordana in un articolo uscito ieri su Il Manifesto.
Mezzo mondo spera nell'«Asmq»
Di Emanuele Giordana
Dietro la battaglia per i farmaci essenziali e la lotta alle pandemie di solito di battaglia ce n'è anche un'altra. Quella contro le multinazionali farmaceutiche e, per dirla tutta, contro chi fa profitti sulla salute, anzi le malattie altrui. Così che la novità rappresentata da un nuovo trattamento contro la malaria (che in soldoni è la razionalizzazione di cure già esistenti) ha un doppio valore perché il nuovo preparato - già registrato e disponibile in Brasile - è il prodotto di una collaborazione pubblica «globale», dove in questo caso la globalizzazione è davvero un elemento...salutare.
Questa partnership innovativa nasce dal rapporto tra l'azienda farmaceutica pubblica brasiliana, Farmanguinhos/Fiocruz, e l'organizzazione no-profit per la ricerca e lo sviluppo di farmaci, Drugs for Neglected Diseases initiative (Dndi). Che ieri hanno lanciato Asmq, nuova dose combinata di artesunato e meflochina, principi attivi antimalarici già noti da tempo alla comunità scientifica, ma che adesso arrivano ai pazienti in un un solo preparato: un'unica pastiglia blu che semplifica il trattamento per adulti e bambini, garantendo la riduzione del numero di pillole e un'assunzione nelle corrette proporzioni.
giovedì 17 aprile 2008
Pdl-Lega: alleati o cani e gatti?
Come era facilmente prevedibile, la Lega farà vedere i sorci verdi … agli alleati del futuro governo, a cominciare proprio da Berlusconi, e i segnali sono già evidenti. Ieri c’è stato il vertice a Roma tra i leader dei partiti usciti vittoriosi dalle elezioni e Bossi alla fine della riunione aveva dichiarato con estrema nonchalance “Non si è combinato niente. Me ne torno in Insubria” costringendo Berlusconi ad abbozzare una risposta raffazzonata “Nessun contrasto nella riunione. Bossi parla un linguaggio paradossale, iperbolico e metaforico”.
Castelli poi polemizza anche con La Russa che alla richiesta della Lega sulla Presidenza della Lombardia aveva replicato due giorni fa con la necessità di tenere delle elezioni primarie per scegliere il candidato unitario. Castelli gli risponde così “Si vede che c'è qualcuno che ama parlare delle questioni virtuali. Lei sa che tutti gli psicologi dicono che la mente può occuparsi di un problema alla volta? Secondo lei è il caso di occuparsi dei problemi che non ci sono e tralasciare quelli che ci sono? Stiamo parlando di una questione di lana caprina”.
Gli aiuti della NATO...ai talebani
In Italia non si parla quasi più di Afghanistan e di quanto succede quotidianamente in quel Paese. Sappiamo però che nei giorni scorsi la Francia ha deciso di aumentare il proprio contingente portandolo a 3000 uomini e tra poche settimane vedremo come risponderà il nuovo governo italiano alle reiterate richieste provenienti da USA e NATO di aumentare l’impegno militare, sia in termini numerici che soprattutto operativi.
Intanto ieri altri due soldati della forza ISAF-NATO sono morti (più altri due feriti) in un’esplosione nel sud del Paese ma non si conoscono ancora le rispettive nazionalità. Dall'inizio dell'anno sono 42 i soldati della ISAF-NATO che hanno perso la vita, contro i 220 del 2007.
Qui di seguito c’è un articolo firmato da Enrico Piovesana di Peacereporter che rivela le conseguenze di un episodio, ignorato ovviamente da tutti i media nostrani; ma forse è stato ignorato proprio perché non fa notizia e non rappresenta una novità di cui meravigliarsi. La NATO commette spesso questo genere di “errori”…e nel frattempo l’annuale offensiva di primavera dei talebani è cominciata.
16.4.2008
Afghanistan, la Nato arma i talebani?
Casse piene di armi paracadutate in territorio talebano
La commissione Sicurezza Interna del parlamento afgano ha formalmente accusato la Nato di armare la guerriglia talebana, dichiarando non veritiera la versione dei fatti fornita dai comandi alleati riguardo un grosso rifornimento di armi caduto “per errore” in mano ai ribelli.
“Un piano Nato per devastare l’Afghanistan”. Secondo Zalmai Mujaddedi, presidente della commissione, nella notte tra il 27 e il 28 marzo scorsi elicotteri kazachi affittati dalla Nato hanno caricato all’aeroporto militare di Kandahar casse contenenti centinaia di kalashnikov, lanciarazzi e mezzo milione di munizioni, per poi paracadutarli in territorio talebano nel distretto di Arghandab, provincia di Zabul. La commissione parlamentare afferma che il comandante talebano locale, mullah Muhammad Alam, aveva predisposto misure di sicurezza nel luogo esatto della consegna, tali da escludere la tesi alleata dell’errore. “E’ stupefacente che il comandante mullah Alam, proprio quella notte, si trovasse in una casa a cento metri dal luogo in cui sono state paracadutate le casse dagli elicotteri. Se si fosse trattato di un errore, allora spiegatemi chi ha avvertito mullah Alam di recarsi esattamente in quel luogo. Non è la prima volta che sentiamo parlare di forniture di armi ai talebani da parte della Nato. Le forze d’occupazione straniere stavano operando per i propri interessi sulla base di piani volti a devastare l’Afghanistan”. L’onorevole Hamidullah Tokhi, parlamentare eletto nella provincia di Zabul, ha confermato le dichiarazioni di Zalmai Mujaddedi.
Versione ufficiale: casse cadute per errore. La commissione parlamentare si è espressa dopo che il portavoce della missione Nato Isaf, il generale Carlos Branco, era stato costretto domenica a commentare le notizie che circolavano da giorni su armi Nato cadute in mano ai talebani, ammettendo che la cosa era effettivamente accaduta, ma per un errore sul quale si sta investigando.
La presa di posizione dell’organo parlamentare afgano ha subito suscitato la reazione degli Stati Uniti. L’assistente del segretario di Stato Usa, Richard Boucher, ha dichiarato che le affermazioni della commissione sono “infondate” e “prive di logica”.
Il direttore dei servizi segreti afgani, Amrullah Saleh, è intervenuto spiegando che le casse di armi erano destinate a una postazione dell’esercito afgano nella zona di Ghazni, molto più a nord, e che durante il viaggio una delle casse è accidentalmente caduta da uno degli elicotteri in territorio talebano.
A proposito di armi per l’esercito afgano. Da mesi la Nato, o meglio gli Stati Uniti, hanno imposto all’esercito afgano di dimettere i fucili kalashnikov, rifornendo tutti i battaglioni di fucili M-16 made in Usa, con annesse munizioni.
mercoledì 16 aprile 2008
AAA cercasi Sinistra
Qui di seguito un articolo di Bifo sulle cause del disastroso risultato elettorale della sinistra con la sua conseguente scomparsa dal Parlamento.
martedì 15 aprile 2008
Vince Silvio ma perde Fini
Come previsto Silvio ha vinto le elezioni ma con un tale margine, grazie al botto della Lega Nord, che invece nessun sondaggio pre-elettorale aveva indicato.
La sinistra è sparita dal Parlamento e molti suoi ex elettori hanno preferito questa volta votare proprio per la Lega Nord.
In teoria tutto sembrerebbe suggerire che Silvio governerà tranquillamente per 5 anni, ma non è affatto scontato.
La Lega infatti con i suoi 60 deputati e 25 senatori sarà determinante per consentire o meno un tranquilla legislatura a Silvio. E ovviamente la Lega sta già alzando la posta delle sue richieste, come la presidenza della Lombardia e Veneto. AN però chiede invece che si facciano le primarie nel caso che Formigoni accetti l’incarico di ministro o di presidente del Senato dimettendosi quindi da Presidente della Regione. Quindi alcuni segnali di turbolenze già ci sono e sono passate solo 24 ore dal verdetto elettorale.
Inoltre è ancora tutto da verificare il percorso che Forza Italia e AN faranno per sciogliersi e fondersi nel nuovo partito unico, visto che il PDL a tutt’oggi è solo un cartello elettorale. E non è affatto scontato che tale iter sarà senza ostacoli.
La dice lunga anche il volto terreo e distrutto con cui Fini si è presentato alle telecamere dopo la vittoria di ieri. Era il volto di un perdente, non certo quello di una persona che aveva appena vinto le elezioni.
D’altronde i motivi ci sono visto che solo pochi minuti prima Berlusconi aveva dichiarato pubblicamente, senza avvertirlo prima, che Fini sarebbe diventato Presidente della Camera e Frattini il prossimo Ministro degli Esteri.
Il che significa relegare Fini in un angolo, estrometterlo dal governo e allontanarlo da AN proprio nel momento topico di un partito che dovrà sciogliersi senza un leader a tempo pieno, dato il ruolo istituzionale che lo attende.
Lo spettro di ciò che è successo a Bertinotti ora, e a Casini prima, aleggia sulla testa di un Fini ben consapevole di cosa comporta accettare la Presidenza della Camera in termini di controllo diretto e quotidiano delle dinamiche del proprio partito.
A tutto questo si aggiunga poi l’umiliazione a fuoco lento che Berlusconi gli sta infliggendo per le sue dichiarazioni del novembre scorso contrarie a qualsiasi scioglimento di AN in un partito creato sul predellino di un auto, l’asse strategico prioritario con la Lega e la prossima fagocitazione di AN nel futuro partito unico. Fini è praticamente in un vicolo cieco e ci si è infilato di sua sponte.
Insomma che il prossimo governo duri 5 anni di fila è poco probabile, anche se ciò non comporterà automaticamente la fine della legislatura. Dalla sicura stretta collaborazione tra il prossimo esecutivo e il governo-ombra del PD ad un governo PDL-PD il passo non è infatti così lungo.
giovedì 10 aprile 2008
Birmania, il referendum farsa
Per la prima volta copie della bozza di Costituzione sono state ieri rese pubbliche e messe in vendita nelle librerie governative, e ciò in un Paese dove la stragrande maggioranza della popolazione a malapena riesce a mettere insieme il pranzo con la cena. Il che basta per capire quanto interesse ci sia da parte della giunta militare al potere nell’informare gli elettori sui contenuti della bozza.
La notizia è stata infatti semplicemente annunciata con un breve messaggio in televisione dal capo della commissione che organizzerà il referendum. Ma ciò non meraviglia, in un Paese che non ha una Costituzione dal 1988 - anno in cui le rivolte contro i militari sono state represse nel sangue con 3000 morti - e le ultime elezioni si sono tenute nel 1990 con la netta vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) mai riconosciuta dai militari.
L’opposizione, a partire dall’NLD di Aung San Suu Kyi, ha ovviamente denunciato la mancanza del tempo necessario per studiare in maniera accurata le 194 pagine della bozza e il fatto che finora il governo non ha dato alcuna informazione su dove verranno costituiti i seggi elettorali e sulla liste degli elettori.
Comunque già da tempo gli attivisti anti-giunta avevano fatto sapere che rifiuteranno la bozza in quanto sancisce, se mai ce ne fosse ancora bisogno, lo schiacciante potere dei militari a tempo indeterminato, anche se il governo continua a ripetere che la Costituzione entrerà in vigore solo dopo che si riunirà il Parlamento che uscirà dalle elezioni del 2010, a cui però non potrà presentarsi come candidata Aung San Suu Kyi perché è stata sposata con uno straniero (l’inglese Micheal Arris, morto nel 1999).
Inoltre nessun tipo di input da parte dell’NLD è stato inserito nella bozza e qualche settimana fa i generali hanno rifiutato anche la proposta dell’inviato ONU Gambari sulla presenza di osservatori ai seggi e sull’assistenza tecnica per le operazioni di voto.
Va ricordato poi che un recente rapporto ONU ha affermato che le oltre 700 persone arrestate durante le manifestazioni dello scorso Settembre sono ancora in prigione, per un totale di circa 1850 prigionieri politici detenuti nelle carceri birmane.
Insomma, si prospetta l’ennesima farsa messa in piedi dai generali a cui parteciperanno solo persone legate alla giunta o poveri cristi costretti ad andare a votare se vogliono continuare a vivere.
Nel frattempo i birmani continuano a scappare dal Paese cercando rifugio e lavoro nella vicina Thailandia. Come quei 54, in maggioranza donne, trovati morti soffocati ieri in un camion che trasportava pesce. L’aria condizionata non ha funzionato.
mercoledì 9 aprile 2008
Per un’astensione civica
Qui di seguito il documento firmato da Franco Cardini e Alessandro Bedini a favore dell’astensione alle prossime elezioni del 13-14 Aprile.Un’astensione che, soprattutto a causa di questa legge elettorale, è quanto di più lontano dal cosiddetto qualunquismo e menefreghismo.
*****
I firmatari del presente documento confermano anzitutto di ritenere il voto un diritto e un dovere inalienabile del cittadino. Ciò premesso, è con profondo dolore, ma in piena coscienza, ch’essi ritengono di dovere, nelle prossime elezioni politiche del 13-14 aprile del 2008, esercitare eccezionalmente il loro diritto-dovere astenendosi dal voto.
Tale astensione non ha affatto carattere di rinunzia e tantomeno di qualunquistico disinteresse. Al contrario, essa nasce da una piena e profonda assunzione della responsabilità di un così grave gesto, nel nome e al servizio di una più alta coscienza civica.
Molti, e tutti fondamentali, sono i motivi che hanno condotto i firmatari a questa necessaria scelta, il fine ultimo della quale è la denunzia non solo dell’inadeguatezza, ma anche della sostanziale illegittimità della classe politica e parlamentare che uscirà dalle urne del 13-14 aprile, e pertanto della sostanziale illegittimità della maggioranza e del governo che sulla base di tale responso elettorale saranno espressi.
Pregiudiziale motivo, che rende obiettivamente impossibile il partecipare come parte dell’elettorato attivo alle prossime elezioni, è il fatto che le liste presentate sono frutto dell’insindacato arbitrio delle singole segreterie di partito le quali – attraverso lo strumento della negata possibilità di esprimere preferenze – hanno già fin d’ora disegnato la composizione delle due Camere e designato coloro che come senatori o deputati dovranno sedervi. Ciò riduce il ruolo dell’elettorato attivo a quello di semplice sanzionatore di decisioni prese senza il suo minimo contributo, sulla sua testa e in sua assenza.
Si tratta nella pratica – come hanno già notato i componenti della Commissione Episcopale Italiana – di un colpo di mano di natura oligarchica, già messo in atto nelle precedenti elezioni. Ad esso si sarebbe potuto rimediare con un’opportuna riforma elettorale, che avrebbe dovuto precedere le prossime elezioni. Le segreterie dei vari partiti hanno concordemente scelto di perseverare nella pessima e forse addirittuta incostituzionale legge elettorale ancora vigente.
Ora, poiché errare humanum est, sed perseverare diabolicum, anche quelli di noi che alle precedenti elezioni scelsero di votare nel nome del principio del “male minore” sono costretti ad arrendersi all’evidenza che esso è nell’attuale fattispecie inapplicabile. Da un Parlamento nominato dall’attuale vertice politico, espresso dalle segreterie, non può uscire che sempre e comunque un male di cui noi non vogliamo comunque e in alcun modo renderci complici.
Al di là della pregiudiziale ragione ora esposta, altre rendono impraticabile la via della partecipazione al voto. Nell’ordine:
1. La presenza in tutte le liste, accanto a personaggi degni e decorosi, di altri che non solo non sono né l’una né l’altra cosa, ma che sono assolutamente impresentabili sotto il profilo tanto politico quanto morale, e la presenza dei quali getta un’ombra su quegli stessi che, pur non condividendo la loro indegnità, ne accettano la presenza nel loro medesimo schieramento;
2. La presenza, in tutte le liste, di personaggi politici già troppo compromessi con un passato rispetto al quale si dovrebbe opporre una linea di deciso cambiamento, e che invece rappresentano una garanzia di improponibile continuità;
3. La presenza, in tutte le liste, di candidati spacciati surrettiziamente per homines novi, anche a causa della loro più o meno relativa giovinezza anagrafica, i quali però sono già inveterati gregari di partito, maturati all’interno del burocratismo e del carrierismo delle loro rispettive formazioni, parte integrante dello staff politico di bassa qualità morale e culturale ch’è purtroppo uno dei peggiori mali che affliggono il nostro paese;
4. La sostanziale somiglianza ed omogeneità dei programmi elettorali la quale – con qualche eccezione che tuttavia rappresenta un salto nell’utopìa intraducibile in termini politici reali, e giudicabile quindi come pura demagogia – rappresentano tutti un allineamento sia pur diversamente atteggiato e accentuato su posizioni ultraliberiste in politica interna che portano povertà e precarietà nel lavoro e “occidentaliste” in politica estera;
5. La mancanza – giustificata peraltro da quanto già detto al punto 4 – di qualunque apprezzabile impegno nel campo della politica estera, che sottintende un’acquiescenza generale rispetto alle direttive della superpotenza statunitense. Si pensi in particolare alla situazione vicino- orientale e allo stato dell’Unione Europea, al processo di disgregazione politica e di subordinazione miliare alla NATO che, voluto dalla dirigenza degli USA, è ormai giunto a un livello molto vicino all’azzeramento.
Premesse tutte queste ragioni, i firmatari del presente documento
1. Dichiarano che si asterranno dal voto e chiedono a tutti i cittadini italiani coscienti e responsabili di fare altrettanto, in modo che il Parlamento che uscirà dalla competizione del 13-14.Aprile .p.v. si presenti, già dall’inizio, come delegittimato dal popolo italiano;
2. Segnalano al Presidente della Repubblica e alla Corte Costituzionale la probabilità che l’attuale legge elettorale, oltre che oligarchica e antidemocratica nella sostanza, sia incostituzionale nella forma contraddicendo al principio della libertà di espressione del cittadino e vanificando il principio rappresentativo, sostituito con una prassi fondata sulla cooptazione all’interno di un gruppo chiuso e autoreferenziale;
3. S’impegnano, all’indomani delle elezioni, a trarre le dovute conseguenze dall’entità del fenomeno astensionistico, a farne conoscere le ragioni, a proseguire il loro impegno affinché il paese, qualunque sia il governo che uscirà da una competizione elettorale così gravemente compromessa e adulterata, riprenda il suo cammino sulla via della legalità democratica, dell’integrazione europea e del conseguimento di un’autentica autonomia da potenze straniere (autonomia oggi inesistente, come dimostrano le centinaia di basi militari di una potenza extraeuropea presenti sul suolo europeo, delle quali molte decine, equipaggiate anche con armi nucleari, sono insediate nel nostro paese).
23 marzo 2008
Chi intende sottoscrivere questo appello può farlo scrivendo al seguente indirizzo e-mail:
martedì 8 aprile 2008
Thailandia: la potente casta degli indovini
Nel Sud est asiatico, e in Asia più in generale, la figura dell’indovino ha sempre ricoperto un ruolo importante in tutti i settori della società, a partire dall’elite di potere fino ad arrivare agli strati più poveri della popolazione.
Consultati da capi di governo, leader politici, businessmen i loro responsi sono sempre sotto i riflettori dei mass media e oggetto di accesi dibattiti, soprattutto quando sullo stesso argomento le profezie degli indovini sono del tutto discordanti tra loro.
domenica 6 aprile 2008
I pirati dell’Aden
Qualche giorno fa è rimbalzata su tutti i media una simpatica notizia, finalmente direi, dati i tempi bui che viviamo: uno yacht francese, il Ponant, è stato sequestrato da pirati mentre navigava tra la Somalia e lo Yemen, all’altezza del Golfo di Aden, senza che sia stato sparato un colpo (così hanno infatti dichiarato fonti militari francesi).
Quella zona non è nuova a fatti del genere, già in passato sono stati sequestrati per molti giorni diversi mercantili e navi di proprietà del PAM (Programma Alimentare Mondiale dell’ONU) con l’obiettivo di ottenere un riscatto in denaro o in natura, cioè il carico stesso.
Ma questa volta fa specie l’arrembaggio e il sequestro di uno yacht lussuoso, lungo 88 metri, attrezzato di 32 cabine per 64 passeggeri, di diversi salotti, di due ristoranti, di terrazze lounge e di un deck solarium di 400 metri quadri.
Massima solidarietà ai pirati e ai membri dell’equipaggio.
sabato 5 aprile 2008
Lo statista italiano
Tutti i sondaggi lo danno vincente alle elezioni del 13-14 Aprile e sicuro prossimo Presidente del Consiglio. Un articolo di Massimo Fini uscito su Il Gazzettino disegna il ritratto dello “statista”, il più adatto e degno per governare questa Italia peracottara.
D’altronde, tale statista tale Paese….
BERLUSCONEIDE
di Massimo Fini
Elezioni: che fare?
Sulle prossime elezioni e sulla rassegnazione/disgusto per questa classe politica da parte di un numero sempre crescente di italiani, c’è un articolo interessante firmato da Luca Ricolfi e pubblicato su La Stampa che sottoscrivo in toto.
Voto non voto
di Luca Ricolfi
La gente è perplessa. C’è chi dice, più o meno convintamente, «io questa volta non vado a votare». C’è chi ci va, ma solo per votare scheda bianca o nulla. C’è chi ci va perché considera il voto un dovere civico. E c’è chi ci va perché crede che se vincono «gli altri» saranno guai.
venerdì 4 aprile 2008
Parole in libera uscita...
Mancano ormai pochi giorni alle elezioni… tranquilli è sicuro, ce l’ha assicurato Pizza. E allora ecco qui di seguito un pro-memoria di perle prodotte nelle ultime 48 ore da questa spumeggiante scampagnata elettorale.
Ogni commento è del tutto superfluo…
"Il Paese e' stanco di sentir dire le stesse cose da quindici anni, gli stessi toni. E probabilmente e' piu' incuriosito di sentire cio' che puo' riguardare il futuro e non il passato. Per il leader del Pdl gli spettatori sono stati 3 milioni 100, lo share e' stato dell'11,02%. Per la mia conferenza stampa gli spettatori sono stati 3 milioni 836, lo share 13,91%. Questi dati confermano un clima che noi avvertiamo, la fiducia crescente e la sensazione che stia cambiando qualcosa".
“Dal primo luglio di quest'anno ci sara' un buono spesa annuale per 3 milioni di famiglie. Il buono spesa sara' di 600 euro per una famiglia con 2 figli a carico e un reddito non superiore a 18mila euro l'anno". Il valore del buono e la soglia del reddito saranno diverse a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare. Il costo dell'operazione e' di 1,4 miliardi di euro l'anno e rientra nelle azioni previste a sostegno degli incapienti. Si tratta di misure gia' previste dal disegno di legge sul fisco per le quali e' stata gia' individuata una copertura”.
"Per ora i conti dello stato non permettono una decontribuzione degli straordinari. Nel primo Cdm interverremo pero' con una detassazione, prevista nel nostro programma".
"C'e una norma di diritto naturale che dice che se c'e' uno Stato che chiede un terzo di quanto guadagni allora la tassazione ti appare una cosa giusta. Ma se ti chiede il 50-60% di cio' che guadagni, come accade per le imprese, ti sembra una cosa indebita e ti senti anche un po' giustificato a mettere in atto procedure di elusione e a volte anche di evasione".
"Il nucleare sara' il sistema nel futuro anche perche' i combustibili fossili, da cui oggi dipendiamo, finiranno. Per andare avanti dobbiamo partecipare alla ricerca sul nucleare di quarta generazione."
"Io continuo ad usare il telefonino con la piu' ampia liberta' ma se escono di nuovo fuori delle registrazioni lascio questo Paese".
"E' una cosa aperta nella destra, la destra la risolva. Spero non sia un tentativo per rinviare le elezioni".
"Non vorrei che il rinvio delle elezioni fosse un auspicio del Pdl, visto che l'aria e' cambiata".
"I gay nell'Esercito sono inadatti". Io rispetto ogni scelta legittima e lecita della persona ma credo che nell'ambito di una struttura come l'Esercito, dove le attivita' si svolgono sempre insieme, e' opportuno non dichiarare ed evidenziare la propria omosessualita'. Anche nella mia carriera mi sono imbattuto in episodi di omosessualita' ed ho fatto in modo che quelle situazioni non si verificassero di nuovo, che chi ne era coinvolto venisse ricollocato ed impiegato in altre aree. In ogni caso, non ho mai mandato via nessuno dall'Esercito perche' gay".
"Mi auguro che Pizza dia un segno di responsabilita', che credo lo premierebbe anche elettoralmente".
"Tutti ma proprio tutti i sondaggi ci danno 8-10 punti di vantaggio sul Pd e quindi dovremmo veramente raggiungere la vittoria, salvo questa attivita' di brogli che dobbiamo assolutamente sconfiggere".
"Le parole che il generale Del Vecchio ha pronunciato sono assolutamente sbagliate e lontane anni luce dal programma del Partito Democratico e dai suoi valori. Ho visto che il generale le ha rapidamente corrette e sostanzialmente smentite, confermando la sua piena adesione al programma del Pd. E questo mi pare chiuda ogni possibile polemica che sarebbe strumentale".
A differenza del 2006, i militari temporaneamente all'estero, i professori universitari ed i ricercatori temporaneamente all'estero, i diplomatici e le loro famiglie votano o hanno gia' votato per corrispondenza non per le circoscrizioni estere, ma per le circoscrizioni italiane. Questo significa che alcune migliaia di italiani hanno gia' votato per le circoscrizioni italiane del Senato senza la presenza della Dc di Pizza sulle schede. Il Consiglio di Stato, riammettendo la Dc di Pizza, ha quindi gia' creato una prima disparita' fra chi vota in Italia e gli elettori italiani temporaneamente all'estero.
"Ogni giorno che passa l'ipotesi di vittoria del Pd e' sempre piu' vicina e probabile. Siamo a un bivio chiaro. E' vero che non esistono voti utili e voti inutili, tutti i voti sono utili. Ma e' chiaro che la partita e' tra chi governera' il Paese, se la destra o il Pd". Noi parliamo con serenita' a tutti, compresi i delusi del centrodestra, ai delusi di An, che vivono in una evidente e palese condizione di subalternita'. Gliene hanno fatte di tutti i colori ed io credo che in tanta parte degli elettori moderati del centrodestra ci sia la convinzione che bisogna cambiare pagina, perche' l'Italia ha bisogno di serieta' e coesione, ha bisogno di qualcuno che parli di precarieta' e non di stalinismo".
"Il primo provvedimento riguardera' il lavoro precario, che e' a mio parere il male peggiore. Ma su tutti i punti del nostro programma abbiamo gia' pronti precisi progetti di legge". Ci tengo a ricordarne almeno tre. Uno riguarda la delegificazione, ovvero l'abbattimento della giungla delle leggi; ne abbiamo oltre 20mila, possiamo cancellarne 5.000 gia' entro il 2008 puntando ad una riduzione ancora piu' netta negli anni successivi. L'altro guarda ai cittadini piu' in difficolta' davanti all'aumento dei prezzi, abbiamo proposto un contributo per tre milioni di famiglie fino a 600 euro l'anno per sostenerne la spesa. Vedo che qualcuno a destra dice che e' troppo poco. Ma da li' non e' arrivata neppure una idea per queste famiglie. Infine, abbiamo parlato delle pensioni, non solo le minime (per le quali c'e' gia' stato un intervento con la 'quattordicesima') ma anche quelle della fascia medio-bassa che hanno subito una secca decurtazione negli anni. Per questo abbiamo parlato di un aumento attorno ai 400 euro che riguarda cinque milioni di famiglie".
"Il pareggio non e' il nostro obiettivo, noi ci battiamo per vincerle queste elezioni". Il pareggio sarebbe la conseguenza della scelta fatta dalla destra di andare a votare con questa legge elettorale che loro stessi chiamano porcata. Quello che e' certo e' che non ci sara' nessuna grande coalizione. Abbiamo detto chiaramente che chi ha la maggioranza, fosse anche di un voto, ha il dovere di governare. Il dialogo deve esserci invece sulle riforme istituzionali. Ma ripeto, la destra ha perso una grande occasione e l'ha fatta perdere all'Italia: c'era lo spazio per fare le riforme, hanno detto di no". Noi vogliamo discutere con tutti, ma non ci saranno ritorni a vecchie alleanze. La nostra decisione di correre liberi non e' strumentale, e' un portato della vocazione maggioritaria del Partito democratico".
"Che il nostro Paese si ritrovi a trastullarsi su imbecillità di questo tipo è il segno" del degrado che ha raggiunto questo paese.”
"Erano piuttosto aggressivi. Io sono uno che sopporta molto bene i fischi. Ma siccome erano cosi' cattivi e violenti, mi e' sembrato che per una volta dovessi dimenticarmi di porgere l'altra guancia alla fine del comizio e trattarli come meritivano". Non faccio polemiche con le forze dell'ordine, poveracci, stanno li' che cercano di controllare la situazione". Cofferati ha rilasciato dichiarazioni molto belle, da bravo sindaco. Sono contento per le sue parole". Finche' i carabinieri impediscono ai centri sociali di linciare gli oratori di parte avversa e' un Paese democratico. Se fossero riusciti a linciarmi forse parlerei diversamente. Ma non ci sono riusciti".
"La notte scorsa, il sito web della Democrazia Cristiana e' stato attaccato da un hacker che ha cancellato i contenuti delle ultime settimane. Il sito e', comunque, in fase di riorganizzazione. E' il frutto del clima che nelle ultime ore e' stato creato contro di noi, soprattutto da radio e televisioni, che sorvolano sulle gravi violazioni commesse a nostro danno dal Ministero degli Interni che ha volutamente ignorato sentenze esecutive della Magistratura. Violazioni, mai portate a conoscenza del grande pubblico da quelle stesse emittenti che, adesso, con grave ambiguita' attaccano il Consiglio di Stato, perche' ha ristabilito il diritto e sembrano aspettare che altri Organi dello Stato ci diano torto solo perche' noi democristiani cantiamo fuori dal coro". Il che e' frutto anche di dichiarazioni come quelle fatte di Veltroni che riducono, con un misto di superficialita' e disprezzo per organi fondamentali dello Stato, un problema vitale della democrazia, per il quale sono intervenuti anche gli osservatori dell'Osce, ad una bega interna al centro destra, di cui, tra l'altro, la Democrazia Cristiana non fa parte".
"Il Pd di Prodi e di Veltroni ha svelato finalmente il suo programma.... Il Pd ha proposto 'fuori i gay dall'esercito' e 'bordelli' per i soldati. Mi sembrano iniziative interessanti. Dicono che noi saremmo quelli cupi e loro quelli divertenti? Se per divertirsi hanno bisogno dei bordelli, ne prendiamo atto...".
"Auspico che si possa andare a votare il 13 e 14 aprile. Anzi direi che intimamente ne sono convinto. Pizza e' pronto ad un gesto di responsabilità? "Non ne dubitavo. Ci mancherebbe altro che apparissimo anche sul panorama internazionale come un paese costretto a rimandare le elezioni".
"Rinuncio a correre per non far slittare le elezioni. Faremo una campagna elettorale simbolica e rinunceremo a correre alle prossime elezioni. Appartengo ad un partito che ha sempre dimostrato senso dello Stato".
"Le notizie apparse sulle agenzie e rilanciate dagli organi di stampa sono destituite di ogni fondamento. Ho solo dichiarato che la Democrazia cristiana, per senso di responsabilità e rispetto delle istituzioni dello Stato, potrebbe decidere di rinunciare alla legittima richiesta di rinvio del voto facendo una campagna elettorale, che in soli dieci giorni non può essere che di testimonianza. Abbiamo combattuto una battaglia per il ripristino della legalita' e dello stato di diritto, per riportare lo scudocrociato sulle schede elettorali e certamente avendola vinta non rinunceremo ai nostri diritti".
Il segretario della Dc Giuseppe Pizza ha visto per pochi minuti Silvio Berlusconi a Palazzo Garazioli. "Il 13 e 14 aprile si votera'. Ci sono - spiega Pizza - problemi tecnici ma sono superabili, stanno provvedendo i nostri avvocati con gli organi del ministero dell'Interno. Ci accontentiamo di fare una campagna elettorale breve, non vogliamo traumi per il Paese e per questo accettiamo questo grande sacrificio. Ho parlato anche lungamente con Fini". Il segretario della Dc esclude di aver parlato con Berlusconi di una sua possibile partecipazione alla compagine di governo nel caso vincesse il Pdl.
Il Segretario Politico della Democrazia Cristiana, Giuseppe Pizza, rivolge invito al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri ed al Ministro dell'Interno Amato perche' dispongano, entro e non oltre le ore 14 del 4 Aprile 2008, l'inserimento della Democrazia Cristiana nei Manifesti elettorali e nelle Schede per consentire di poter concorrere alla competizione elettorale del 13 e 14 aprile 2008 secondo le decisioni assunte dagli organi di Giustizia Amministrativa. Diversamente - si legge in un comunicato della Dc di Pizza - ove tale responsabile invito, dovesse continuare a rimanere disatteso, verra' meno ogni disponibilita' al differimento dei termini e si vedra' costretto a procedere a richiedere al Giudice Amministrativo l'esecuzione coattiva del provvedimento di ammissione della lista della Democrazia Cristiana alla competizione elettorale nelle circoscrizioni del Senato evidenziando che la responsabilità ricadrà unicamente sull'apparato dello Stato. Si confida, pertanto, nel senso di responsabilità dello Stato. Il Segretario Politico della Democrazia Cristiana comunica, inoltre, che domani alle ore 11 si terrà una Conferenza Stampa presso la sala stampa della Camera dei Deputati insieme con gli On.li Del Mese e Capotasti.
"Il 13 e 14 aprile vinceremo noi le elezioni, per quanti giri possa fare Veltroni con il suo pullman. Dove ha parcheggiato il pullman? Speriamo non in divieto di sosta".
"Secondo me non c'e' possibilita' di fallimento" per l'Alitalia. Solo le leggi possono salvare Alitalia. Le leggi per le grandi opere, quelle che avevamo fatto noi come la legge che ha salvato Parmalat. Quanto a Malpensa, si trovera' qualche Compagnia internazionale".
"Chiedo che non solo per un fatto di orgoglio, ma nel loro interesse, bisogna che l'Italia continui ad avere una compagnia di bandiera. Ho ricevuto molte telefonate di adesione di tanti, tanti imprenditori. Insisto nel dire che ogni imprenditore dovrebbe mettere una fiche anche piccola perche' non si tratta di mettere milioni e milioni di euro. Se si e' in tanti, come io immagino che possano essere, credo che riusciremmo a salvare l'Alitalia e a continuare ad avere la nostra compagnia di bandiera che, tra l'altro, con tutti i suoi uffici nel mondo rappresenta la produzione piu' efficace del nostro paese per il turismo".
Mah...direi che può bastare………
mercoledì 2 aprile 2008
Un’Expo da bere?
Milano si è aggiudicata l’Expo. Bello, bellissimo…anzi, no.
In teoria, un cittadino milanese dovrebbe essere contento e rallegrarsi perché la sua città sarà riportata sotto i riflettori del mondo dopo anni e anni di declino inesorabile.
Purtroppo la decadenza e la tristezza di Milano, cresciute in maniera esponenziale negli ultimi 20 anni, hanno raggiunto un livello tale che non basteranno certo l’apertura di decine e decine di cantieri edili e la creazione di nuove infrastrutture per cancellarle.
Sempre se verranno effettivamente realizzate nei tempi e nei budget previsti. Si sa, Italia '90 docet…
Ma la tristezza di questa città si è vista anche il giorno fatidico della scelta tra Smirne e Milano. Il Comune aveva predisposto per l’attesa del verdetto soltanto un tendone all’interno della Fabbrica del Vapore riempito per l’occasione di bambini sventolanti bandierine con i colori della città donate dal Comune. Nel resto della città il nulla più assoluto, con i cittadini milanesi che camminavano per le strade totalmente indifferenti e incuranti di quello che stava per succedere al BIE di Parigi.
Quindi, nessun tipo di coinvolgimento della cittadinanza da parte dell’amministrazione comunale nel giorno del verdetto né tantomeno nei mesi scorsi. E ciò la dice già lunga su quello che attenderà i cittadini milanesi da qui al 2015, un evento calato dall’alto sulla testa degli abitanti per il prestigio e il profitto di pochi, grazie alle inevitabili speculazioni edilizie, senza quindi ricadute positive sulla città nel suo insieme ma con sicure conseguenze negative per quanto riguarda il traffico, già al limite della sopportazione, e la mobilità più in generale.
A Smirne invece erano in migliaia nella piazza principale della città, segno di un vero coinvolgimento della popolazione, la cui delusione per la sconfitta è stata grande a differenza di quello che sarebbe successo ai cittadini milanesi in caso di vittoria dei turchi.
Avrebbe prevalso infatti la solita indifferenza dei milanesi, così come del resto è avvenuto per la vittoria dell’altroieri.
Comunque il Comune per festeggiare la conquista dell’Expo ha organizzato una parata in stile americano domenica prossima in Corso Buenos Aires….mah….
Tutti hanno lodato il cosiddetto gioco di squadra tra Comune, Provincia, Regione e Governo nazionale per ottenere questo risultato. Inni al “fare sistema” da parte di tutti.
Tranne uno…Silvio, che con il suo tipico atteggiamento infantile di chi si è sentito messo in un angolo ha fatto la sua classica uscita per attirare l’attenzione e rompere le uova nel paniere, in particolar modo alla Moratti con cui non è mai scorso buon sangue. E infatti la Moratti ha continuato invece a lodare l’impegno importante messo in atto dal governo Prodi per aiutare Milano nelle attività di lobby in giro per il mondo. Parole ripetute anche da Formigoni.
Nessuno poi ricorda che l’anno scorso Prodi, unico leader occidentale, era stato invitato ad Addis Abeba per tenere un discorso durante il vertice dell’Unione Africana; e Prodi era arrivato in Etiopia con l’aereo della Presidenza del Consiglio insieme alla Moratti, che ha giustamente approfittato dell’occasione per cominciare a ricercare consensi tra i Paesi africani, fondamentali per il buon esito della candidatura, visto il tema proposto da Milano per l’Expo.
Acqua passata, comunque. L’Expo è andato a Milano ma ora comincia il difficile. Ed è d’obbligo un sano pessimismo/realismo sulle modalità con cui verranno realizzate tutte le opere in programma, sul loro utilizzo a lungo termine dopo la fine dei sei mesi di durata dell’Expo, e sulla quantità ma soprattutto qualità dei nuovi posti di lavoro previsti.
La Moratti intanto ieri ha dichiarato "Il segno di Milano 2015 non sarà un simbolo fisico come lo è stato la torre Eiffel nell'800, ma un centro per lo sviluppo sostenibile in tutti i Paesi del mondo. La torre è un simbolo dei secoli passati". Staremo a vedere.
Una cosa sembra certa però. Con la sua antipatica e rancorosa dichiarazione post-verdetto, ma non solo, Berlusconi sta facendo di tutto per convincere quantomeno i milanesi indecisi, che nel 2006 avevano votato per l’Unione, a turarsi di nuovo il naso e votare per il PD.
martedì 1 aprile 2008
Magdi Allam e la sua conversione “ad personam”
Qualche giorno fa Afef Jnifen ha scritto un articolo per La Stampa in cui ha assunto una netta posizione contro Magdi Allam e le sue idee portatrici di odio. Parole chiare, e pubblicate sorprendentemente in un diffuso quotidiano nazionale, che evidenziano la strumentalità della conversione di Allam per meschini fini personali.
Una conversione sbandierata con arroganza e rancore verso la religione musulmana, e messa inoltre in bella mostra da Allam attraverso un vorticoso e vergognoso giro di “ospitate” televisive.
"Allam incita all'odio"
di Afef Jnifen
Mi sono decisa a parlare della conversione al cristianesimo di Magdi Allam avendo letto la presa di distanza del Vaticano dai giudizi critici sull’Islam che il giornalista ha rilasciato dopo la cerimonia del battesimo nella veglia pasquale in San Pietro. Voglio precisare che non mi permetto di giudicare Papa Benedetto XVI e che al tempo stesso sono profondamente convinta che debba essere a ogni costo difesa la libertà di professare la propria religione così come di convertirsi. Ma non posso più tacere sulla disinformazione riguardo al mondo musulmano che Magdi Allam porta avanti da anni. Pur essendo italiana, le mie origini si radicano nella cultura islamica e faccio parte della comunità araba in Italia. Non sono praticante, ma per rispetto della religione musulmana, la religione dei miei genitori in cui sono cresciuta, sento di dover intervenire.
Non sono interessata alla conversione di Magdi Allam, e così credo la maggioranza degli italiani, ma ho ben chiaro - e da diverso tempo - qual è il suo obiettivo. Magdi Allam grida al genocidio contro gli ebrei e i cristiani nel mondo islamico. Ci sono stati e ci sono casi, ce lo insegna la storia. Ma ci sono stati e ci sono conflitti anche all’interno di una stessa religione, tra sciiti e wahabiti, tra sunniti e sciiti, tra cattolici e protestanti. Di questo, però, Allam non scrive, come non scrive delle tante testimonianze e dei tanti sforzi per favorire il dialogo interreligioso. No, lui vuole soltanto alimentare i conflitti, infiammare lo scontro di civiltà per cercare di passare alla storia come un simbolo e una vittima di queste crisi. E’ diabolico, ma non ci riuscirà.
Nei giorni scorsi in Qatar - un Paese di soli 800 mila abitanti - è stata aperta la prima chiesa cristiana e negli Emirati Arabi la quinta, mentre in Oman sono quattro quelle già presenti. Ancora, in Tunisia c’è la più vecchia sinagoga di tutta l’Africa, il Marocco ha avuto un ministro del Turismo di religione ebraica così come oggi il re ha alcuni consiglieri che professano quella fede, mentre in Libano la Costituzione dice che il presidente debba essere cristiano. Insomma, ci sono tanti esempi di tolleranza e dialogo che la gente magari non conosce, ma Allam non ne parla mai.
Lui cita soltanto esempi di conflitti. Certo che nel mondo musulmano ci sono gli integralisti, chi lo nega? E in presenza di conflitti gli integralisti esasperano il fattore religioso. Ma nessuno oserebbe dire che poiché Mussolini e Hitler erano cristiani il cristianesimo sia violento. Gli articoli che da anni scrive Magdi Allam sono stati molto dannosi per la comunità arabo-musulmana in Italia. Non c’è stato alcun esponente della destra, anche la più estrema, che abbia fatto un lavoro tanto negativo. Allam ha troppo astio dentro di sé, mi auguro che ora dopo il battesimo trovi pace interiore, lo dico senza ironia. Scommetto però che arriverà invece un libro sulla sua conversione, spero soltanto che darà i soldi in beneficenza a qualche parrocchia. Ci risparmi altre lezioni di malafede tra le religioni, anche il Vaticano ha capito che crea zizzania fra due mondi che cercano un dialogo difficile, ma molto importante.
Caro Magdi, alla faccia tua il dialogo continuerà.

