C'e' poco da dire sui comportamenti ripetitivi, scontati e votati all'illegalita' del presidente del Consiglio. Non rappresentano certo una novita' e gli italiani che lo hanno votato, se lo sciroppassero adesso.
Poveri illusi, credevano che Silvio gli avrebbe risolto i problemi economici, con aumenti dei salari, diminuzioni delle tasse e dei prezzi dei beni alimentari.
Che imbecilli, si meritano proprio di sprofondare nella merda.
Legittimità e legalità
di Barbara Spinelli - La Stampa - 29 Giugno 2008
Se, come ha scritto Carlo Federico Grosso su questo giornale, «il barometro della legalità in Italia segna tempesta», vuol dire che qualcosa di grave sta succedendo, nel governo e nella coscienza dei cittadini: qualcosa che guasta il rapporto che ambedue hanno con il diritto e la giustizia, che li rende indifferenti alle continue capricciose riscritture di leggi e competenze. Qualcosa che inquina non solo il nostro rapporto con la democrazia ma anche la domanda, diffusa, di stabilità e sicurezza delle istituzioni. Piano piano ci stiamo abituando all'idea, ingannevole, che un governo durevole con vasta maggioranza sia sinonimo di stabilità. Che un esecutivo capace di decidere (o decisionista) sia possibile solo indebolendo istituzioni e fonti di diritto altrettanto centrali per lo Stato (Csm, magistratura).
Ma soprattutto, ci stiamo abituando a un'idea scivolosa: che sopra la legalità e separata da essa possa sussistere una categoria superiore: la legittimità. La legittimità non trarrebbe la sua forza da leggi preesistenti, che prescindono da sconquassi contingenti. Essa poggerebbe su una sorta di consacrazione extralegale, che consente di accentrare in una persona o in un unico corpo i poteri di far legge. Grosso evoca le tappe di Berlusconi su questa strada. La prima consiste nel dire che «quando incombono grandi emergenze, rispettare la legge diventa opinabile» (discorso sui rifiuti a Napoli).
La seconda, più grave, consiste nel dire che «quando un Governo ha ricevuto un mandato forte dagli elettori e governa direttamente in nome del popolo, ha diritto di gestire il potere senza intralci o impedimenti», lasciando «poco spazio ai controlli in corso d'opera».L'idea che sussista una legittimità preminente sulla legalità non è tuttavia una novità e neppure è tirannide classica.
È una malattia della democrazia, una sua estremizzazione: è quel che le accade quando il peso del potere (esecutivo o legislativo) non è corretto da contrappesi egualmente autonomi, forti (da un sistema di check and balance). È un'escrescenza democratica basata su convinzioni sbadate: che il liberalismo sia un prodotto della democrazia e non una sua premessa (un prius, dice Sartori). Che la rule of law nasca con la democrazia anziché precederla.
L'unzione del capo può discendere da Dio, da antiche dinastie. Può anche esser democratica e in tal caso chi unge è il popolo liberato dal tiranno, è la «volontà generale» teorizzata nella Rivoluzione francese (non è molto diverso nell'Antico Testamento: la legittimità d'Israele unge tutto un popolo nell'esodo-liberazione).
Lo Stato democratico unto dalla volontà popolare rischia l'assolutismo non meno dei re antichi: Carl Schmitt descrivendo Weimar lo chiamava Stato legislativo parlamentare e lo riteneva rovinoso perché contrapposto allo Stato giurisdizionale e al suo «durevole, generale» imperio della legge. In una democrazia siffatta il popolo è un'entità non eterogenea ma omogenea, monolitica, e in quanto tale conferisce al principe il diritto esclusivo di legiferare. La maggioranza parlamentare pretende di coincidere con tale popolo indifferenziato ed è in suo nome che il legislatore reclama il monopolio sulla legalità. Minoranze, opposizioni, autorità di garanzia e regolamentazione sono d'intralcio coi loro «controlli in corso d'opera», e la democrazia sfocia nell'autoritarismo.
Quel che per strada si perde è la liberale separazione dei poteri: la persuasione di Montesquieu secondo cui «perché non si possa abusare del potere, bisogna che il potere freni il potere». Se Luigi XIV diceva «lo Stato sono io», Berlusconi democraticamente dice: io, unto dal démos, sono la Legge.
Berlusconi è figlio della Rivoluzione francese, non del liberalismo e di Montesquieu. I motivi che spingono a estremizzare la democrazia possono essere molti. Schmitt ricorda che chi monopolizza la legalità e mette in concorrenza il legittimo col legale invoca generalmente «concetti indeterminati» come sicurezza e ordine pubblico, pericoli nazionali e stati di necessità, emergenze, interessi vitali e infine guerre.
Anche lo «spirito di conciliazione» tra governo e opposizione viene invocato in tempi di torbidi, usando la chimera del popolo uniforme e buono per corrompere la democrazia esasperandola. La corrompe a tal punto che lo scopo spesso viene mancato. Infrangere rule of law e separazione dei poteri non dà più sicurezza, ma riduce il senso del dovere degli italiani. Non dà più pace civile, perché acuisce le tensioni e perché l'immunità per le alte cariche non rende queste ultime più autorevoli.
All'origine di simili distorsioni c'è il convincimento che il mandato popolare sia tutto, e chi l'incarna sia legibus solutus: sciolto da leggi, immune da sanzioni. Che sia esso stesso la legge, la legge del più forte. Che il mandato conferisca non solo speciali diritti ma un premio supplementare di legittimità al legislatore e all'esecutivo. «In una democrazia legge è la volontà del popolo così come questo si presenta, cioè praticamente la volontà della momentanea maggioranza dei cittadini che hanno diritto di voto: lex est, quod populus iubet» (è legge quel che ordina il popolo - Schmitt, Legalità e legittimità, 1932): «Il 51 per cento dei voti popolari dà la maggioranza in Parlamento; il 51 per cento dei voti parlamentari dà il diritto e la legalità; il 51 per cento di fiducia del parlamento al governo dà il governo parlamentare legale».
Tale è la democrazia senza imperio della legge: un male ricorrente da secoli, cui le sinistre non sono affatto estranee. La linea di separazione non è infatti fra destra e sinistra, né fra democratici e antidemocratici, ma fra democrazia liberale e estremismo democratico: per la prima la questione centrale è come si esercitano i poteri per evitarne gli abusi, mentre per l'estremismo democratico la cosa cruciale è chi li esercita.
Quando non è contaminata dallo Stato giurisdizionale, la democrazia scivola nella tirannide e riconoscerlo è difficile non solo a destra. Figlia del democraticismo giacobino, la sinistra non sempre è attrezzata per il dilemma legalità-legittimità, e per far proprio quel che scrisse Bobbio nell'84: «Lo Stato liberale è il presupposto non solo storico ma giuridico dello Stato democratico». La preminenza data alla legittimità delle maggioranze è una tentazione costante, così come costante è l'appello alle emergenze nazionali.
L'ininterrotta guerra al terrorismo ha spinto Bush a sprezzare le convenzioni di Ginevra su tortura e prigionieri di guerra. Ma lo stesso avvenne per motivi nobili con De Gaulle, che due volte mise in primo piano la legittimità. Prima nel 1940, quando da Londra denunciò - in nome della Resistenza - la legalità di Pétain. Poi nel 1958, quando impose una nuova Costituzione per sormontare l'immobilizzante partitocrazia della Quarta Repubblica. Il passato antifascista lo aiutò a tacitare chi lo accusò, nel '58, di golpismo.
L'esempio di De Gaulle è importante perché dimostra la natura anfibia (nobile o pericolosa) del concetto di legittimità. Ci si riferisce a essa anche per il diritto alla resistenza. Anche Antigone contrappone la propria legittimità al legalismo del re Creonte. Non è per pignoleria che occorre approfondire il dilemma legalità-legittimità. Proprio perché l'Italia ha bisogno di una discontinuità che finalmente dia allo Stato l'autorevolezza che non ha, urgono concetti non manomessi, chiari. Proprio perché i torbidi esistono, urge al tempo stesso aver memoria e accortezza nell'azione. La memoria conferma che le più grandi catastrofi storiche son spesso costruite su cose mal pensate. L'accortezza insegna che le rotture possono esser benefiche (fu il caso di De Gaulle) ma a una condizione: che rompendo non si curi il male con dosi ancor più massicce del male di ieri.
La legalità secondo il Cavaliere
di Carlo Federico Grosso - La Stampa - 24 Giugno 2008
Alcune settimane fa Berlusconi aveva affermato che, quando incombono grandi emergenze, rispettare la legge può diventare opinabile. Parlava del caso Napoli e della sua immondizia. Si riferiva, in particolare, alle infrazioni compiute in Campania da alcuni funzionari nel nome di un asserito interesse generale e criticava le indagini penali compiute nonché le misure cautelari assunte nei confronti dei responsabili delle infrazioni.
Se agire era necessario per risolvere un gravissimo problema, occorreva comunque operare, qualunque cosa stabilissero le leggi.Nei limiti posti, il problema poteva anche costituire oggetto di discussione fra i giuristi. Non sempre rispettare alla lettera la legge corrisponde all’interesse pubblico del momento. Una legge inadeguata alla situazione può recare danno anziché sollievo. Fino a che punto, allora, nel nome del rispetto della legalità, è ragionevole rischiare di non risolvere i problemi? Fino a che punto l'osservanza del precetto può essere, invece, sacrificata all'esigenza di salvaguardare gli interessi minacciati? Legalità è sempre, e soltanto, rispetto della norma o può diventare, talvolta, tutela concreta, per necessità, degli interessi in gioco? Teoricamente si possono sostenere entrambe le posizioni.
Si può affermare che la legge deve essere rispettata sempre e comunque, pena la perdita di autorità dello Stato; si può affermare che in via del tutto eccezionale, quando sono minacciati interessi vitali delle persone, è consentito infrangerla nel nome di una ragionevole valutazione degli interessi in gioco.
La prima tesi corrisponde a una visione formale e rigorosa della legalità; la seconda inquadra il tema nella prospettiva di una valutazione anche di sostanza. In questa seconda ipotesi la legalità è comunque salva, si dice, poiché a cose fatte dovrebbe essere in ogni caso un giudice a stabilire se vi era lo stato di necessità idoneo a giustificare la condotta.
Qualche giorno fa, alzando i toni contro la magistratura politicizzata che lo avrebbe dolosamente vessato, parlando addirittura di magistrati eversivi che si sarebbero infiltrati nell'istituzione giudiziaria per contrastarlo, Berlusconi ha fornito un ulteriore suo concetto di legalità. Quando un Governo ha ricevuto un mandato forte dagli elettori e governa pertanto direttamente in nome del popolo, ha diritto di gestire il potere senza intralci o impedimenti. Sarà il popolo, a fine legislatura, a giudicare la sua azione, approvando o bocciando, con il voto, l'attività compiuta.
In questa prospettiva poco spazio deve essere lasciato ai controlli in corso d'opera, siano essi politici da parte dell'opposizione, giuridici da parte degli organi di garanzia, di legalità da parte di una magistratura indipendente. L'opposizione, se è rigorosa, deve essere considerata automaticamente faziosa, gli organi di garanzia, se possibile, devono essere resi domestici con riforme che ne sviliscano i poteri, la magistratura deve essere a sua volta contenuta.
Quest'ultima esigenza costituisce priorità assoluta.
In tale prospettiva si spiegano le iniziative legislative in materia di giustizia. Con un disegno articolato e complesso sono state progressivamente programmate, con ritmi incalzanti per dimostrare determinazione e disorientare gli avversari, limitazioni delle intercettazioni, meno notizie sui giornali in materia di indagini penali, sospensione dei processi, nuovo lodo Schifani a copertura delle alte cariche dello Stato, in grado di eludere, se possibile, le vecchie censure della Corte Costituzionale.
Chissà quant'altro ancora, a questo punto, verrà progettato, nella medesima direzione, nei mesi prossimi venturi. Ecco che si profila, allora, il volto nuovo dello Stato di diritto voluto dal presidente del Consiglio. Non si tratta più, soltanto, di valutare come legittime condotte antigiuridiche necessarie per fronteggiare asserite situazioni d'eccezione, come egli aveva sostenuto alcune settimane fa a Napoli in un clima politico ancora molto diverso. Con una escalation di progetti, con l'innalzamento dei toni, con l'aggressività delle parole, egli sembra, oggi, volere instaurare un nuovo sistema di governo sostanzialmente senza regole e controlli, introdurre una nuova Costituzione materiale.
In questo modo, egli sostiene, il governo potrà diventare più efficiente, risolvere finalmente i molti problemi incancreniti, rilanciare il Paese. Gli italiani avranno finalmente più sviluppo, più benessere, più felicità. Poche sono, a questo punto, le discussioni possibili fra i giuristi. O si accetta il nuovo concetto di legalità o lo si rifiuta in blocco. Non sono più possibili mezzi termini, parziali benedizioni, condiscendenze. Fino a ieri si era sperato che un nuovo clima di non contrapposizione fra maggioranza e opposizione potesse favorire l'accordo per un approccio ragionevole al tema delle indispensabili riforme elettorali e costituzionali. Oggi il barometro segna, purtroppo, tempesta. Abbozzare, condividere, acconsentire diventa molto più difficile, forse impossibile.
lunedì 30 giugno 2008
L'unto di illegalita'
domenica 29 giugno 2008
Il totale fallimento di Bush in Medio Oriente
Mancano ormai pochi mesi alla fine del mandato presidenziale di Bush e il bilancio finale della sua politica nei riguardi del Medio Oriente e' del tutto fallimentare.
Naturalmente i mainstream media nostrani non se ne sono accorti, ma e' molto piu' probabile che aspetteranno il risultato delle prossime elezioni presidenziali USA per scendere dal carro del presidente USA piu' disastroso della storia.
Di solito pero' si sale sul carro del vincitore, non su quello del perdente...
Qui di seguito un lungo articolo tratto dal sito antiwar fa una spietata sintesi di questo fallimento a 360 gradi dell'amministrazione Bush.
L'eredità di Bush per il Medio Oriente
di Muhammad Sahimi - AntiWar.com - Tradotto per EFFEDIEFFE.com da Massimo Frulla
Originale > Explosively False Propaganda
Nessuna parte del mondo, neppure gli Stati Uniti, ha risentito della Presidenza Bush più profondamente del Medio Oriente. A partire dai pomposi obiettivi del dar vita ad una "rivoluzione democratica," del creare un "nuovo Medio Oriente," e dell'aiutare i Palestinesi ad avere il proprio stato indipendente, per finire con la finta "guerra al terrore," le invasioni di Iraq ed Afghanistan e l'impicciarsi degli affari del Libano, la politica medio-orientale di Bush è stata semplicemente un disastro via l'altro.
La realtà è che il Medio Oriente è per gli Stati Uniti, di importanza strategica fondamentale. Il coinvolgimento statunitense nell'area di certo non terminerà quando Bush, a gennaio 2009, uscirà dalla Casa Bianca. Pertanto, poichè il secondo mandato presidenziale si avvia al termine, è importante prendere in esame i risultati della sua politica per il Medio Oriente, con la speranza che il prossimo presidente possa trarre insegnamenti significativi dalle numerose cantonate di Bush e pianifichi una politica mediorientale più costruttiva. Quindi, prendiamo in esame il lascito di Bush.
Iraq
Se c'è un risultato positivo minimo ottenuto da Bush con la sua politica per il Medio Oriente, questo è la rimozione dal potere di Saddam Hussein e del suo Partito Ba'ath. Ma, a quale prezzo ?
1. Di fatto l'Iraq è stato diviso fra Shi'iti, Sunniti e Curdi.
2. L'Iraq è diventato un gigantesco campo di addestramento per gli estremisti di Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Pakistan e Kuwait.
3. Le infrastrutture irachene sono state significativamente danneggiate. Ci vorranno decenni perchè l'Iraq ritorni al livello nel quale si trovava prima della guerra.
4. La maggior parte dell'eredità culturale irachena è stata trafugata dai musei.
5. I prigionieri iracheni sono stati torturati ad Abu Ghraib ed in altri posti.
6. Due milioni di iracheni hanno abbandonato il loro paese. Logicamente sono quelli con livello culturale più elevato ( almeno 3000 di essi sono professori ), professionisti e benestanti; la loro partenza costituisce quindi una cospicua fuga di cervelli. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se 24.000.000 di americani abbandonassero gli USA.
7.Quasi 2,5 milioni di iracheni sono rimasti nei confini iracheni ma sono stati spostati. Questo equivale a 30.000.000 di americani che si ritrovassero con lo status di rifugiati pur restando negli Stati Uniti.
8. Più o meno 1,1 milioni di iracheni sono stati uccisi. In proporzione, è come fossero stati uccisi 13.000.000 di americani, un numero impressionante. Da notare che fra i morti ci sono almeno 230 professori, ed altri 60 mancano all'appello, presumibilmente morti.
9. Minimo 1.000.000 di bambini iracheni sono orfani.
10. Il 70% dei bambini iracheni soffre di disturbi mentali.
11. Joseph Stiglitz, della Columbia University, premio Nobel per l'economia nel 2001, e Linda Bilmes dell'Harvard University calcolano che il costo finale della guerra possa raggiungere i due trilioni di dollari [ 2.000.000.000.000 di dollari, 3 milioni di miliardi delle vecchie lire al cambio attuale , ndt ]. Se per dieci anni a fila venissero raddoppiati i finanziamenti per la ricerca contro il cancro, venisse curato ogni americano con il diabete o disturbi di cuore, venisse condotta una campagna globale di immunizzazione che salverebbe milioni di bambini,se tutto questo fosse fatto per dieci anni a fila, il costo totale ammonterebbe a 600 miliardi di dollari [ 600.000.000.000 di dollari, ndt ].
Come se questo prezzo pagato dagli iracheni fin'ora non fosse abbastanza, l'amministrazione Bush-Cheney ha fatto richiesta al governo iracheno per le seguenti "negoziazioni" segrete:
1. 58 basi militari ( americane )
2. controllo dello spazio aereo iracheno al di sotto dei 32.000 piedi
3. L'autorità di uccidere od arrestare, senza autorizzazione irachena, chiunque sia ritenuto "ostile"
4. L'autorità di iniziare attività di guerra al terrorismo dall'Iraq, senza necessità di permesso iracheno
5. Totale immunità da incriminazioni su suolo iracheno per militari americani ed appaltatori civili americani.
L'ultimo punto fu richiesto dagli Stati Uniti anche all'Iran, all'inizio degli anni '60, e fu la miccia per le rivolte iraniane del 5 giugno 1963, che di fatto portarono alla Rivoluzione iraniana del 1979. Come disse all'epoca l'Ayatollah Khomeini:"Capitolazione significa che se noi uccidiamo i cani che gli Americani si sono portati dietro in Iran, noi saremo incarcerati, ma se loro uccidono noi, o le nostre mogli, o i nostri bambini, o distruggono le nostre case, in Iran non saranno neppure incriminati."
Il lascito di Bush all'Iraq ? Un paese distrutto, unificato solo sulla carta e, molto probabilmente, una mezza colonia americana, fin dove si possa prevedere per il futuro.
Afghanistan
Dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre, c'è stato un oceano di buona volontà verso gli Stati Uniti, ed un grande sostegno alla distruzione di al-Qaeda. E poi ?
L'Afghanistan è stato attaccato anche se gli USA sapevano benissimo che i capi di al-Qaeda si erano già rifugiati nella nazione confinante del Pakistan, e ripetutamente Donald Rumsfeld disse che "non ci sono buoni bersagli in Afghanistan." I Talebani erano già stati rovesciati. Ma a che punto è ora l'Afghanistan ?
1. I Talebani stanno risorgendo. Stanno guadagnando terreno ed il sostegno dell'etnia Pashtun, e controllano la maggior parte del sud dell'Afghanistan. Ricordo che appena prima degli attacchi dell'11 settembre, erano disprezzati.
2. Al confronto con l'Iraq, l'Afghanistan ha ricevuto scarsi aiuti. E' un paese agitato e confuso, prova ne è il tentato assassinio del Presidente Hamid Karzai, il recente assalto delle forze Talebane alla prigione di Kandahar con la liberazione di almeno 400 Combattenti Talebani. Il tasso di disoccupazione è minimo al 60%.
3. Karzai è visto da molti Afgani come il burattino degli USA, questo in una nazione che storicamente ha sempre avuto una bassa tolleranza per gli stranieri ed i loro servitori.
4. La produzione di oppio, che fu bandita sotto i Talebani, è fiorente. Fornisce il 93% dell'eroina mondiale ed il 53% del Prodotto Interno Lordo afgano.
5. A parte la capitale Kabul, il governo ha difficoltà di controllo. Il paese è stato di fatto diviso fra i Capi Militari.
6. Il numero di soldati NATO è salito da 20.000 nel 2003 a più di 64.000, compresi 3.200 Marines appena arrivati. Praticamente ogni giorno civili innocenti sono uccisi dai bombardamenti NATO, il che crea un forte desiderio di vendetta contro la NATO.
Il lascito di Bush all'Afghanistan ? Dal punto di vista economico è un "caso clinico" che necessità di consistenti aiuti internazionali per la sola sopravvivenza e che per decenni non sarà in una condizione vivibile, se mai lo sarà.
Pakistan
Dall'11 settembre, gli USA hanno foraggiato il Pakistan per 11 miliardi di dollari di aiuti, oltre ad aver condonato i debiti pregressi. L'80% di tali aiuti ( 9 miliardi di dollari circa, ndt ), è finito nelle mani dei militari con il presunto scopo di combattere al-Qaeda. Come è andata a finire?
1. Il 90% degli aiuti militari [ 90% di 9 miliardi = 8,1 miliardi di dollari circa. ndt ], è stato utilizzato dal Generale Pervez Musharraf per comperare armamenti avanzati e metterli al confine India-Pakistan, una delle aree meno stabili la mondo, dove due nazioni con armi nucleari sono allineate una contro l'altra.
2. Musharraf in effetti ha siglato un accordo di pace con i simpatizzanti dei Talebani delle province ovest e nord del Pakistan, il che significa che sia i Talebani che al-Qaeda hanno zone sicure per l'addestramento dei terroristi.
3. Con il consenso USA, od almeno col suo silenzio, Musharraf ha ripetutamente violato la Costituzione pakistana. Per esempio, l'anno scorso ha rimosso ed imprigionato quei giudici della corte Suprema pakistana che gli si opponevano. Quindi ne ha nominati di nuovi che però hanno dovuto giurare fedeltà a lui e non alla Costituzione pakistana. I giudici incarcerati ancora aspettano di essere liberati.
4. Gli USA manovrarono per far ritornare Benazir Bhutto in Pakistan giusto per dare una facciata civile ad una dittatura militare, senza neanche accertarsi che fosse al sicuro. E' stata infatti assassinata.
Lascito di Bush al Pakistan ? Una nazione con armi nucleari in condizione di instabilità, con un gran numero di fanatici nei suoi servizi segreti ( ISI ), che sono di sostegno ai Talebani.
Libano
Dopo l'assassinio del precedente Primo Ministro libanese Rafik Hariri il 14 febbraio 2005, e la conseguente Rivoluzione dei Cedri, Bush ha spinto affinchè in Libano ci fossero delle elezioni democratiche. Queste si tennero nella primavera del 2005, ma i risultati non furono quelli che piacevano a Bush.
Non solo Hezbollah ottenne una significativa percentuale di voti e mandò 14 suoi rappresentanti in parlamento, ma anche i suoi partners della coalizione dell'8 Marzo ottennero un significativo numero di voti, così Hezbollah entrò nel luglio 2005 nel governo del Primo Ministro Fouad Siniora. Fu il fallimento dell progetto di "democrazia diretta" sponsorizzato da Condoleezza Rice.
Ma Bush non smise di rimestare negli affari del Libano. Sobillò costantemente Siniora contro Hezbollah ed i suoi alleati, in particolare contro Michel Aoun, ex-generale Maronita. Risultato : completa paralisi del governo. Poi venne la guerra fra Hezbollah ed Israele, estate 2006. Hezbollah iniziò la guerra, e fu legittimamente condannato dal mondo. Ma Hezbollah aveva portato avanti numerose simili piccole operazioni in passato, ed ogni volta c'era stato un rapido cessate il fuoco.
Non questa volta. Con il deciso sostegno di Bush e Cheney, Israele iniziò una guerra su larga scala. Nel frattempo, gli USA impedivano che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU raggiungesse un qualunque accordo sul cessate il fuoco, facendo guadagnare tempo ad Israele con la speranza che stroncasse Hezbollah. Condi Rice promise un "nuovo Medio-oriente," uno nel quale Hezbollah fosse sconfitto e l'Iran fosse attaccato. Milleduecento libanesi ( 1000 dei quali civili ), ed oltre 150 israeliani ( 40 dei quali civili ), furono uccisi e le infrastrutture libanesi furono pesantemente danneggiate dai bombardamenti israeliani.
Ma fu Hezbollah a vincere la guerra. Benchè un ufficiale USA abbia detto a Seymour Hersh che gli israeliani consideravano il Libano "una anteprima per l'Iran", il Pentagono dovette rivedere i suoi piani per attaccare l'Iran. Dopo aver visto i tipi di armamenti usati da Hezbollah, il Generale John Abizaid, l'allora comandante del CENTCOM, disse che gli Iraniani "ci hanno dato indizi sulle cose che ci aspettano."Hezbollah è rimasto intatto, e la sua popolarità nel mondo arabo è più grande di prima.
Questa era la seconda volta che vinceva una guerra con Israele. La prima fu nel 2000, quando, dopo quindici anni di combattimenti con Israele, Hezbollah lo obbligò a ritirarsi dal Libano del sud, che aveva occupato dal 1982.
Ma Bush continuò a rimestare. Spinse Siniora a far dimettere il capo della sicurezza dell'aeroporto di Beirut, sospettandolo di essere un membro Hezbollah, e fece chiudere la rete di comunicazioni ottiche di Hezbollah, che aveva giocato un ruolo decisivo nella vittoria su Israele.
Risultati: Hezbollah ha conquistato rapidamente Beirut Ovest ed ha allontanato le forze leali a Siniora. Ha preteso il ripristino della sua rete di comunicazioni, la riassunzione del precedente capo della sicurezza ed il potere di veto su tutte le decisioni governative. Siniora a quel punto ha intrapreso delle azioni contro Hezbollah contando sull'aiuto USA. L'aiuto non è mai arrivato. Bush ha vacillato. Siniora ha vacillato.
Risultati : Hezbollah ha avuto tutto quanto richiesto e di più. Michel Sulewiman, un generale con il quale Hezbollah è in ottimi rapporti, è ora il Presidente. Hezbollah è potente come non mai.
Lascito di Bush al Libano ? Una organizzazione che gli USA hanno bollato come terroristica ha conseguito una serie impressionante di vittorie sia sugli USA che su Israele, e c'è Hezbollah al posto di guida.
Iran
L'Iran, quando le forze USA attaccarono l'Afghanistan nell'autunno 2001, fornirono loro aiuti significativi. Aprì il suo spazio aereo ai caccia USA e fornì informative dei servizi sulle forze dei Talebani. Quelli dell'Alleanza del Nord, le forze di opposizione che per anni gli americani avevano sostenuto, furono i primi a raggiungere Kabul ed a rovesciare il governo Talebano.
Quindi, durante i colloqui ONU di Bonn, Germania, del dicembre 2001 sul futuro dell'Afghanistan - successivi alla deposizione dei Talebani - il rappresentante iraniano Mohammad Javad Zarif si incontrava giornalmente con James Dobbins, inviato USA, che lodò Zarif per aver impedito che la conferenza saltasse a causa delle richieste dell'ultimo minuto mosse dall'Alleanza del Nord. Perciò il governo di Unità Nazionale di Karzai non sarebbe salito al potere senza l'aiuto dell'Iran.
Come fu ricompensato l'Iran? Due mesi dopo, il Presidente Bush inserì l'Iran quale capolista del suo immaginario "asse del male." Successivamente, nel maggio 2003, l'Iran fece agli USA un'ampia proposta, offrendo di negoziare su tutti i temi importanti, riconoscendo Israele nei suoi confini precedenti la guerra del 1967, e chiudendo i rubinetti del sostegno ad Hamas ed Hezbollah. La proposta non fu mai presa sul serio.
Quali gli effetti della belligeranza di Bush verso l'Iran e del suo costante demonizzare tale nazione ?
1. Gli Iraniani hanno visto i doppi criteri adottati dagli USA che da una parte offrono garanzie di sicurezza ed aiuto alla Corea del Nord e tecnologia nucleare avanzata all'India, mentre dall'altra solo sanzioni e minacce all'Iran. Per questo, nel 2005 eleggono Mahmoud Ahmadinejad, il cui programma elettorale si basava in parte sul fronteggiare gli USA.
2. A fronte delle dichiarazioni di Bush contro il programma nucleare iraniano, rimane il fatto che l'Iran ha fatto più progressi in tale programma durante la sua presidenza che non nei precedenti 30 anni. Questo è dovuto solo al fatto che Bush non ha accettato di negoziare con l'Iran senza porre delle pre-condizoni.
3. A causa degli avvenimenti in Afghanistan, Iraq e Libano, i radicali iraniani sono di fatto al posto di guida e la loro popolarità, nel mondo islamico, è alta come non mai.
4. I fautori della linea dura hanno utilizzato gli stupidi proclami di Bush a sostegno dei riformisti per etichettarli quali agenti USA, e si sono avvantaggiati delle sue minacce all'Iran per cercare di sopprimere il movimento democratico.
Il lascito di Bush all'Iran ? Una nazione sul punto di ottenere l'arricchimento dell'uranio e di diventare una potenza regionale.
Palestina/Israele
Quando Bill Clinton lasciò nel 2001 la Casa Bianca, Israeliani e Palestinesi erano desiderosi e vicini ad un accordo di pace. Oggi, la probabilità della pace è praticamente a zero. Nessun altro presidente USA ha sostenuto Israele in modo così di parte e con un tale paraocchi. E' anche il primo presidente USA che di fatto abbia riconosciuto la politica israeliana del costruire ed annettersi gli insediamenti del West Bank, fornendo ad Israele una lettera segreta che impegna gli USA in tale politica.
Con il sostegno di Bush, Israele ha "evacuato" Gaza e creato la più grande prigione sulla Terra, Gaza stessa, i cui confini di terra, mare ed aria sono controllati da Israele. Israele attacca Gaza a suo piacimento e quando uccide donne, bambini e vecchi, innocenti, cosa dice Bush ? "Israele deve difendere se stessa."
Bush e la Rice hanno spinto perchè si tenessero delle elezioni democratiche fra i Palestinesi. Anche i radicali volevano quelle elezioni ! Cosa è successo ? Le elezioni si tennero e furono certificate come democratiche da Jimmy Carter, ma vinse Hamas. Hamas ricevette più voti di qualunque altro gruppo, incluso Fatah, e prese il controllo del parlamento palestinese.
Come al solito, la Rice ne fu colpita. "Nessuno se lo aspettava," dichiarò. ( Nessun segretario di stato ha mai compiuto viaggi in Israele e Palestina più della Rice e senza ricavarne nessun risultato. ) Come è andata a finire ? Invece di cercare di lavorare con Hamas, che non è mai stato una minaccia per gli USA, Bush ha iniziato a punire i Palestinesi tagliando ogni aiuto e facendo pressioni perchè gli altri seguissero la politica USA. Hamas ha risposto mettendo in rotta le forze di Fatah a Gaza e prendendo il pieno controllo della situazione.
Bush ha finto di appoggiare a parole la creazione di uno stato palestinese indipendente. Nel suo recente discorso davanti alla Knesset, il parlamento israeliano, Bush ha promesso che i Palestinesi dovrebbero avere uno stato loro "nei prossimi 60 anni." Bella promessa.
Il lascito di Bush a Israele/Palestina ? La pace fra Israele ed i Palestinesi è meno probabile che mai.
Il Medio Oriente
In aggiunta a tutto quanto sopra, ecco il rimanente del lascito di Bush al Medio Oriente:
1. Quando Bush fu eletto, il greggio era a 35 dollari al barile. Oggi è vicino ai 140. Grossolanamente, metà del prezzo del petrolio è dovuto a motivi politici, il più importante dei quali è l'instabilità nel Medio Oriente, instabilità causata dalle guerre e dalle minacce di guerra di Bush.
2. Quando si verificarono gli attacchi terroristici dell'11 settembre, nel mondo islamico c'era molta simpatia per gli USA. Oggi, il mondo islamico in gran parte li disprezza.
3. Quando Bush fu eletto, USA ed Iran avevano una possibilità di riconciliazione a seguito del discorso di Madeleine Albright dell'aprile del 2000 nel quale espresse rincrescimento per il ruolo della CIA nel colpo di stato del 1953 in Iran [ Persia, all'epoca, ndt ]. Oggi, una tale possibilità non esiste, perlomeno finchè Bush non se ne va.
4. Bush fu eletto solo otto mesi dopo che i riformisti iraniani presero il controllo del parlamento iraniano nelle elezioni del marzo 2000, e solo sette mesi dopo che l'allora Segretario di Stato Madeleine Albright parlasse dei "forti venti di cambiamento" in Iran. La vittoria dei riformisti, insieme con la elezione di Mohammad Khatami del 1997, ha prodotto numerose discussioni ed analisi interne alle nazioni Arabe del Medio Oriente circa il bisogno di riforme nei loro paesi. In effetti, alcuni di tali paesi, tipo l'Arabia Saudita, il Kuwait e la Giordania, avevano iniziato un cauto muoversi verso le riforme. Ma dopo l'11 settembre e la dichiarazione di Bush di "guerra al terrore," tutti i cauti movimenti verso le riforme sono stati fermati. I regimi di queste nazioni hanno infatti scelto di usare la "guerra al terrore" come scusa dietro la quale nascondere e giustificare la repressione dei propri cittadini.
Bush si rifiuta tutt'ora di riconoscere il casino che ha creato nel Medio Oriente. Il suo lascito complessivo al Medio Oriente è PEF : Propaganda Esplosivamente Falsa [ EFP : Explosively False Propaganda, nell'originale, ndt ], per tramite della quale sta ancora cercando di spacciare al pubblico i suoi deliri come se fossero verità..
Sì, Signor Presidente, contrariamente a quanto da lei detto recentemente in pubblico, esiste una cosa definibile come "storia oggettiva a breve termine," e lei ne ha miseramente fallito la verifica.
sabato 28 giugno 2008
L'inesistenza dell'Iraq nei mainstream media
Nei mainstream media da parecchi mesi ormai non si parla piu' di Iraq, se non sporadicamente per aggiornare l'elenco dei morti per l'ennesima autobomba o attacco suicida.
Silenzio tombale sull'accordo che nelle prossime settimane leghera' mani e piedi di cio' che e' rimasto di quel Paese.
Nelle ultime settimane si sono registrate due significative novità: la completa sparizione dell'Iraq dal mainstream occidentale e l'assegnazione dello sfruttamento delle risorse petrolifere irachene proprio alle compagnie occidentali che furono espropriate da Saddam quando nazionalizzò il petrolio. Dicono i soloni dei media che negli Stati Uniti l'Iraq in televisione non tira più e di conseguenza le big dell'informazione si sono adeguate e meditano un ritiro quasi completo dal fronte. Fronte sul quale restano centocinquantamila “bravi ragazzi”, quasi altrettanti mercenari, in gran parte statunitensi; tutti americani che non interessano più agli americani.
Andrew Tyndall, un consulente televisivo che osserva i palinsesti informativi serali dei tre maggiori network, ha rilevato che lo spazio dedicato all'Iraq è stato “massicciamente” ridotto nel 2008 rispetto al 2007, ultimo di una serie di anni comunque a calare. Nei primi sei mesi del 2008 sono stati complessivamente centottantuno minuti a settimana, contro i millecentocinquantasette registrati durante lo scorso anno. Quasi tutte le major ormai progettano una fuga da Baghdad dopo le elezioni americane di novembre. Si spengono le luci e l'assassino torna sul luogo del delitto. Quasi quattro decenni fa quattro grandi compagnie occidentali controllavano il petrolio iracheno.
BP, Exxon Mobil, Total e Shell erano azionisti alla pari di un consorzio anglo-franco-americano che ha controllato le risorse irachene per quasi mezzo secolo. La Turkish Petroleum Company, creata nel 1912 per impadronirsi delle riserve dell'impero ottomano in disfacimento, poi divenuta Iraq Petroleum Company. Queste quattro compagnie hanno ottenuto un accordo per “assistere” il governo iracheno nello sviluppo dei pozzi, pur non avendo competenze in proposito visto che questo genere di attività è svolto da imprese specializzate e non delle major che si occupano della sua distribuzione. Accordo che sarà remunerato in petrolio, ma soprattutto con un diritto di prelazione sui giacimenti iracheni una volta che sia stata varata la legge nazionale sugli idrocarburi.
Una truffa smaccata per scavalcare la resistenza del parlamento iracheno, che da anni come Penelope tesse e disfa la tela di una legge che nessun iracheno vuole firmare, vista la pretesa americana per un assetto che consegni il petrolio proprio a quelle compagnie. Dicono quasi tutti i media anglosassoni che questa mossa ha agitato gli arabi “sospettosi”, che si sono fatti venire in mente e alla bocca accuse di rapina colonialista a mano armata. Strano, che cattivoni questi arabi “sospettosi”.
Il fatto che gli americani abbiano protetto, unico tra tutti, il ministero del petrolio nel giorno dell'invasione, che gli Stati Uniti vogliano una legge sul petrolio terribilmente sfavorevole agli interessi iracheni, che gli Stati Uniti abbiano costruito in Iraq basi immense e un'ambasciata fortificata per millecinquecento addetti e che stiano perpetrando una truffa per scavalcare la volontà del parlamento iracheno, non ha spinto alcun commentatore anglosassone od occidentale ad andare oltre la citazione dei sospetti dei “sospettosi” e innominati arabi.
Lo assicurano fior di commentatori e di stupidi galantuomini, secondo i quali siamo andati in guerra per combattere il feroce Saladino che ci voleva sgozzare e per portare la civiltà in quelle lande desolate abitate da beduini. Il petrolio non c'entra, è un dettaglio secondario per un'amministrazione di petrolieri, sulla buona fede della quale non si possono esprimere dubbi del genere, nemmeno dopo la certificazione dell'enorme mole di fandonie propinate alle opinioni pubbliche, nemmeno dopo la rivelazione di come l'invasione dell'Iraq sia fino a qui servita per far sparire in centinaia di truffe gran parte del denaro dei contribuenti americani stanziato per il conflitto e per l'invisibile ricostruzione irachena.
Tony Blair e il suo omologo australiano Howard, sono stati denunciati da numerose associazioni occidentali per i crimini di guerra commessi in Iraq. Procedimenti a loro carico sono stati avviati al Tribunale Penale Internazionale. Molto probabilmente, vista la mole di prove a carico dei denunciati, si farà un processo con i due ex premier alla sbarra. La stessa avventura potrebbe capitare a breve al primo ministro italiano Silvio Berlusconi. A George W. Bush no, gli Stati Uniti sono tra i pochi stati che non hanno aderito alla convenzione istitutiva del TPI. Al contrario sono gli unici che con pressioni e ricatti hanno estorto trattati di esclusione di responsabilità per le truppe americane a numerosi governi.
I cattivi arabi “sospettosi” e gli occidentali minimamente smaliziati intanto potranno continuare ad assistere allibiti ed impotenti a questo massacro della realtà, traendo ben poca soddisfazione dall'esser stati facili profeti di sventura. Nessuno dei folli sostenitori dell'invasione irachena se n’è ancora dissociato, nel nostro paese l'argomento sembra un tabù inaffrontabile e il garrulo neo-ministro della difesa straparla di una escalation dell'impegno del nostro paese in Afghanistan.
Nemmeno l'evidenza di come la guerra abbia contribuito all'esplosione della speculazione energetica mondiale suscita dibattito. Il tema dell'energia è così importante che si preferisce delirare di centrali nucleari piuttosto che puntare il dito contro chi quell'energia se la vuole conquistare a mano armata e a prezzo di qualunque massacro.
Un italiano “sospettoso” potrebbe pensare che ciò sia dovuto alla mancia promessa all'ENI per la partecipazione e il supporto politico dell'Italia al conflitto, ma probabilmente si tratta solo del servilismo di una classe politica troppo occupata a depredare i propri cittadini per potersi concedere il lusso di riflettere prima di pronunciare sonori “yes!” in cambio di un misero posto a tavola.
venerdì 27 giugno 2008
Afghanistan: La NATO e’ sempre piu’ odiata
Aumenta costantemente l’odio degli afghani verso le truppe occidentali, e non c’e’ da stupirsi di certo.
Un odio che continuera’ a crescere in maniera esponenziale fino a quando non saranno costrette a ritirarsi, come e’ gia’ successo agli inglesi nel XIX secolo e ai russi 20 anni fa.
Nel frattempo la NATO chiede rinforzi.
Afghanistan: sempre più forte il risentimento popolare verso le truppe occidentali
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 25 Giugno 2008
Amir, un ragazzo pashtun di 25 anni, usa Internet per tenersi informato su quel che accade nel suo Paese. Ogni giorno legge sui siti in lingua locale di decine di afgani, talebani o civili, uccisi dalle forze Nato. “La gente dei nostri villaggi è ignorante e dopo tutti questi anni di guerra considera ogni occidentale un ‘bastardo americano’ da far fuori. Tra la popolazione c’è un crescente sentimento di ribellione e di odio verso gli stranieri e un sempre maggiore sostegno per i talebani”.
L’ostilità degli afgani verso le truppe occidentali è sempre più forte e sempre più spesso esplode in rabbiose proteste. Come è accaduto lunedì mattina a Khogyani, nella provincia orientale di Nangarhar, dove centinaia di persone sono scese in strada al grido di ‘Morte all’America’ dopo che un missile lanciato da un elicottero Apache aveva distrutto una casa uccidendo due civili: un bambino e suo padre. La Nato ha negato l’accaduto.
Civili vittime di bombardamenti e gravi abusi. A fomentare l’odio della popolazione afgana verso le truppe straniere non sono solo i tanti civili uccisi dalle bombe e dai missili della Nato – spesso vere e proprie stragi, come i 33 civili uccisi in un bombardamento aereo lo scorso 10 giugno nel villaggio di Ebrahim Kariz, nella provincia di Paktika.
A gettare benzina sul fuoco sono anche le violenze commesse dai soldati governativi afgani che operano a fianco delle truppe occidentali, le quali si guardano bene dal contrastare e denunciare le aberranti malefatte dei soldati locali.
E’ di pochi giorni fa la notizia che i comandi canadesi hanno dato ordine ai propri soldati di “ignorare” i casi di stupri di bambini commessi da militari afgani. Casi che pare siano così frequenti da aver causato traumi psicologici a molti reduci canadesi.
La Nato in difficoltà chiede ancora rinforzi. Intanto la guerra continua sempre più violenta, sia sul terreno militare che su quello della propaganda.
Ogni giorno i portavoce alleati annunciano l’uccisione di decine di ‘insorti’ in seguito a combattimenti e raid aerei: i talebani negano, ammettendo pochissime perdite o dicendo che i morti sono in realtà civili. Dal canto loro, i portavoce talebani annunciano quotidianamente di aver ucciso molti soldati occidentali in scontri a fuoco, agguati e abbattimenti di elicotteri: i comandi Nato non commentano o smentiscono regolarmente.
Intanto però chiedono continuamente nuovi rinforzi per far fronte a una situazione oggettivamente sempre più difficile: lunedì il comandante delle forze Usa Michael Mullen ha detto di aver bisogno di almeno altri 10mila soldati per combattere i talebani. Il mese di giugno è stato per la Nato il più sanguinoso dall’inizio della guerra, con trentadue soldati caduti, secondo i dati ufficiali.
mercoledì 25 giugno 2008
Berlusconi? un inutile perditempo
Anche oggi Berlusconi, davanti alla platea dell’assemblea annuale di Confesercenti, ha vomitato il suo solito veleno contro la magistratura, urlando “Sono costretto ogni sabato mattina, a preparare con i miei legali udienze in cui sono oggetto dell'attenzione dei pm o giudici politicizzati che sono la metastasi della democrazia” e parlando poi di “democrazia calpestata” e “Paese in libertà vigilata”. Aggiungendo poi che il dialogo con l’opposizione “giustizialista” si è spezzato definitivamente.
Ma questa volta la platea gli ha riservato una sonora bordata di fischi e ciò potrebbe far ben sperare su un prossimo risveglio di un Paese che lo ha votato in massa per risolvere i gravi problemi economici che attanagliano la stragrande maggioranza delle famiglie italiane e che di certo non l’ha votato per ritrovarsi per la quarta volta un Presidente del consiglio attento invece solo a risolvere i propri problemi con la giustizia, dimenticandosi totalmente che l’Italia sta sprofondando nel baratro e che non c’è più tempo da perdere per cercare quantomeno di porvi un minimo rimedio.
Invece Berlusconi, come era facilmente prevedibile, sta perdendo tempo dietro alle sue solite faccende personali che si trascina da 20 anni, mentre il Paese è allo sfascio. Un uomo noioso e inutile.
Complimenti ai suoi fan, che ben presto si ritroveranno spiaccicati nel baratro che attende l’Italia. E senza neanche rendersene conto.
Il prezzo dell'impunità
di Giuseppe D'Avanzo – La Repubblica – 25 Giugno 2008
Berlusconi andrà fino in fondo senza curarsi degli inviti del Capo dello Stato a trovare in Parlamento soluzioni condivise - almeno per materie come la sicurezza e la giustizia. Non si attarderà ad ascoltare le perplessità del suo alleato (la Lega). Non presterà alcuna attenzione alle sollecitazioni di un'opposizione moderata e ragionevole (Udc, Pd).
Non stringerà la mano tesa di una magistratura che, stanca di guerra, vuole almeno tutelare - in questa temperie - una decente funzionalità dell'amministrazione giudiziaria, un'accettabile efficacia del processo penale, la concretezza della pena. Venisse giù il cielo, Berlusconi andrà fino in fondo per due ragioni che sono indivisibili nella indefinitezza che ha sempre separato il suo privato dalla responsabilità pubblica che (legittimamente) interpreta. Deve proteggersi da un presente penale e rimuovere ogni incognita dal futuro. La sua urgenza personale (non essere processato) è diventata pubblica necessità come la diffusa percezione d'insicurezza, come la crisi della "monnezza" a Napoli.
Oscurità che chiedono di essere rimosse presto, con un'immediata decisione, rapida come un lampo di luce, anche a costo di violare lo Stato di diritto - anche in quest'occasione, come nelle altre - di separare lo Stato dal diritto. Diventata estrema e improrogabile la necessità di fermare il suo processo e di scongiurare la possibilità che ce ne siano in futuro, vengono congelati per un anno i processi per i reati commessi fino al 30 giugno del 2002, in attesa di approvare un nuovo "lodo" immunitario.
Berlusconi è imputato di corruzione in atti giudiziari. È un reato rarissimo, in Italia. Si celebrano meno di due processi all'anno per quel delitto. È questa trascurabile presenza statistica che rende indispensabile fermare per un anno migliaia di processi per i più diversi reati. La decisione paralizza una macchina giudiziaria già inceppata e caccia l'esecutivo in una contraddizione irrisolvibile e irragionevole, se ci fosse ancora spazio per la ragione.
Da un lato, definisce un catalogo di reati di grave allarme sociale e ne irrobustisce le pene; dall'altra, per gli stessi reati (stupro, usura, traffico di rifiuti, sfruttamento della prostituzione, omicidio colposo per i pirati della strada...) li dice irrilevanti, marginali e dappoco fino allo spartiacque del 30 giugno 2002.
In nome di una personale sicurezza e impunità, il capo del governo accetta di mettere in tensione la sicurezza di tutti. Racconta di voler rendere più sicuro il Paese e lo rende disarmato. Chiede alla magistratura di fronteggiare le minacce diffuse e l'azzoppa irrimediabilmente. Il metodo può apparire incoerente per il senso comune, per la più fragile delle decenze istituzionali. È, al contrario, ragionevolissimo per un esecutivo e una maggioranza iperpersonalizzati che presentano il premier come un sovrano, come il solo salvatore capace di risolvere i problemi del Paese, il solo uomo in cui la maggior parte degli italiani ha "fiducia".
Salvare da ogni controllo di legalità Berlusconi, trasformato in icona e pietra angolare del sistema; proteggere il suo potere e - con esso - la possibilità stessa di una "decisione" libera dai consueti legacci o dai "costituzionali" contrappesi vuol dire - in questo nuovo, artificioso stato di necessità - tutelare non Berlusconi, ma il governo del Paese, la sola via d'uscita dalle molte crisi che lo affliggono.
In questo slittamento di significato dal privato al pubblico, dalle ragioni di uno alle necessità di tutti, si deve cogliere uno dei segni distintivi di questa stagione politica. Bisogna cominciare a fare i conti con gli esiti. Occorre iniziare a cogliere, dietro la retorica berlusconiana, le tecniche che la sostengono. È necessario prendere atto, oggi e innanzitutto, dello svuotamento funzionale del potere del Parlamento.
C'erano molte ragioni per una valutazione attenta del Senato dei pericoli, contraddizioni e debolezze del provvedimento con forza di legge approvato dal governo. Le circostanze aggravanti da infliggere a chi "si trova illegalmente sul territorio nazionale" rispettano il dettato costituzionale o danno vita a un doppio binario di giudizio per il cittadino italiano e lo straniero?
La sospensione incondizionata dei processi migliora davvero il "servizio giustizia" nell'interesse del cittadino - sia esso imputato o vittima - o ne pregiudica in modo grave il lavoro? Un'immunità che garantisca le alte cariche dello Stato deve davvero passare attraverso lo strappo violento del precetto che rende tutti uguali davanti alla legge? C'era anche "materia" politica e istituzionale da sorvegliare dopo le aperture della Lega, le proposte di Udc e Partito democratico, le prudenti riflessioni dell'Associazione nazionale magistrati.
Il Senato (e alla Camera non andrà in modo diverso) si è mostrato del tutto indifferente a ogni questione; disinteressato a ogni distinzione tra utile e dannoso, necessario e arbitrario, giusto e ingiusto; neutrale anche rispetto ai valori costituzionali interpellati dal decreto del governo e dagli emendamenti imposti dal presidente del Consiglio. Affiora un metodo.
Il Parlamento (un Parlamento non di eletti, ma di "nominati") rinuncia a elaborare "politiche", le subisce. Non le discute, le approva a occhi chiusi consegnandosi, come fosse un involucro vuoto, a una impotente autoemarginazione. Libera dalla presenza del potere legislativo, la retorica "anti-sistema" di Berlusconi potrà muoversi senza ostacoli - se quel che si è visto finora è soltanto un saggio del futuro della legislatura - lungo i confini disegnati dalle tre strategie finora messe in campo.
Istituzionale: coinvolge il capo dello Stato nelle sue iniziative, salvo imbrogliarlo nel merito; mima il dialogo con le opposizioni, salvo affondarlo secondo convenienza. Extra-istituzionale: con una comunicazione manipolata e sovrattono, abusa della "fiducia" che il Paese gli concede a piene mani per compilare un'agenda di governo che ne trascura i problemi più autentici. Anti-istituzionale: aggredisce con sistematicità le istituzioni di controllo, subito la magistratura. È un'agevole previsione credere che molto presto toccherà all'informazione.
martedì 24 giugno 2008
Italia: un futuro di povertà
Le prospettive di un progressivo ma pesante impoverimento nel prossimo futuro degli italiani sono molto concrete.
E questo anche perché l’aumento dei salari è e sarà sempre legato al tasso d’inflazione programmato, un’invenzione della BCE, a dir poco inferiore rispetto a quello effettivo e reale, che è invece quantomeno il quadruplo.
Quindi una grave e inarrestabile erosione del potere d’acquisto è ciò che ci aspetta, insieme ad un costante aumento dei prezzi dei carburanti, dell’energia e dei prodotti agricoli primari.
E intanto è già crollato in Italia il consumo di pane, diventato ormai un prodotto di lusso.
Il nostro arretramento pianificato
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 23 Giugno 2008
Com’è vecchio Epifani (CGIL): crede di vivere ancora sotto la lira, al tempo della sovranità monetaria. Poichè Tremonti ha posto un «tasso d’inflazione programmato» ridicolo, 1,7%, Epifani ha fatto due conti e scoperto che un salario da 25 mila euro annui perde 1500 euro di potere d’acquisto in tre anni. Bella scoperta.
Tremonti gli ha consigliato di telefonare alla BCE: «Vi spiegherà qual’è il motivo tecnico per cui ci chiede di inserire nei documenti di finanza pubblica questa indicazione».
Appunto, non siamo più sovrani della moneta. Viviamo sotto una moneta estera, l’euro, ed è la Banca Centrale Europea a imporre il tasso d’inflazione a quel ridicolo livello.
Tremonti però avrebbe dovuto spiegare meglio il motivo tecnico: si tratta del piano di impoverimento programmato, deciso dai gestori monetari, della classe media e lavoratrice europea.
La cosa risponde, in qualche modo, a giustizia: un popolo italiano che è meno colto, meno istruito, meno produttivo del popolo cinese o indiano, non può pretendere di avere un potere d’acquisto superiore.
Nel prossimo decennio, ci impoveriremo al livello cino-indiano, mentre gli indiani e i cinesi saliranno tendenzialmente verso il livello attuale europeo. Ci si incontrerà a metà strada.
Ma ovviamente, una cosa è essere dalla parte che sale, e ben peggio è stare dalla parte che scende.
Non è solo perdita del potere d’acquisto; è la perdita storica di possibilità che attende le generazioni future (e semi-analfabete); ci saranno meno speranze, e prospettive più ristrette.
E se l’istruzione continua a scendere, ci saranno sempre meno competenze, quelle da cui dipende se risaliremo dall’abisso.
E’ l’Occidente che diventa terzo mondo (1).
Il fenomeno non è solo italiano. Nè euro-dipendente. In Gran Bretagna, milioni di famiglie si sono accorte che il costo della vita è aumentato per loro del 6,7% annuo (inflazione reale) contro il 3,3% d’inflazione ufficiale.
E un’inflazione programmata dal governo britannico del 2% (2). Il che è giusto, visto che i giovani maschi bianchi britannici intendono andare all’università solo in 26 casi su cento, mentre quelli di origine indiana o pakistana proseguono gli studi superiori in 62 casi su cento (3).
Si sta evidentemente formando un sottoproletariato permanente di ignoranti bianchi, che saranno comandati e diretti da una classe dirigente di colorati.
Epifani vuole un tasso d’inflazione più alto per ottenere aumenti automatici dei salari; tutto lavoro in meno per i sindacati.
Ma - è questo il segreto di pulcinella rivelato da Tremonti - la politica imposta dalla Banca Centrale persegue deliberatamente il progetto contrario: tenere il tasso d’inflazione artificialmente basso, in modo che gli alti salari europei (immeritati) vengano a poco a poco divorati dall’inflazione reale.
Chi vuol guadagnare di più - questa la teoria - non si affidi agli automatismi; si metta a sgobbare, a fare più straordinari, il doppio lavoro, o - extrema ratio - a studiare di più. Questa teoria, come tutte le teorie economiche, viene da Washington.
Paul Krugman, economista di Princeton, benchè piuttosto critico del sistema capitalistico terminale, segnala che ormai la sola cosa da fare è scongiurare l’innesco della spirale prezzi-salari degli anni ‘70-‘80 (4).
Nel 1981, il sindacato minatori USA strappò un aumento contrattuale dell’11% in 33 anni, seguito da aumenti salariali per tutte le altre categorie. «Lavoratori e datori di lavoro si impegnarono nel gioco della cavallina: i primi chiedevano aumenti di salario per tener testa all’inflazione, le ditte passavano i costi salariali maggiorati sui prezzi delle merci e servizi, e prezzi rincarati portavano ad ulteriori richieste salariali e così via».
La spirale della «stag-flation». Da cui l’America è uscita con la deregulation, spietata soprattutto per i lavoratori.Oggi, dice Krugman, è sciocco temere che l’alluvione monetaria con cui la FED ha salvato le banche d’affari provochi inflazione. «Dove sono i sindacati che chiedono aumenti salariali dell’11 %? Anzi, dove sono i sindacati tout court? I consumatori si preoccupano dell’inflazione, ma bisogna cercare col lanternino lavoratori che chiedano di compensare l’inflazione con salari più alti, e meno ancora padroni disposti. Di fatto le paghe sembrano persino rallentare, data la debolezza del mercato del lavoro».
L’offerta di lavoro - contrariamente all’offerta di petrolio - è sovrabbondante: è «giusto» che costi sempre meno. Quindi la FED fa benissimo a non aumentare il tasso primario per tenere sotto controllo l’inflazione. Non ci sarà inflazione.
Il prezzo del disastro finanziario lo pagheranno i lavoratori.Agisce qui il dogma - sancito da Milton Friedman, l’autore dell’ultraliberismo terminale - che l’inflazione è sempre e solo un problema monetario.
I rincari di petrolio e cibo, che hanno altre cause, non sono definiti «inflazione». Basta, dice Krugman, che i prezzi delle materie prime calino. E caleranno perchè, nell’immiserimento generale, ci sarà meno richiesta per esse. Allora «anche l’inflazione si calmerà da sè».E’ il Washington Consensus - sempre quello - a cui la Banca Centrale Europea sta obbedendo.
A modo suo: mantiene interessi altissimi e impone ai Paesi membri più sconquassati «tassi d’inflazione programmata» ridicoli, raccomandando in più «moderazione salariale».
Il lavoro italiano ha produttività bassa, e quindi il suo potere d’acquisto deve adeguarsi alla produttività.
Naturalmente non è colpa dei lavoratori se la loro produttività è bassa: è colpa delle imprese che non hanno investito in impianti nè in sviluppo, ed è colpa dell’inefficienza pubblica sprecona, la vera palla al piede.Perciò, in questo fenomeno storico di arretramento - che dovremo sopportare - il nostro vero problema non è l’erosione del reddito reale.
Il vero problema italiano è che potenti categorie si difendono - perchè possono - dall’erosione. Gli stipendi pubblici sono aumentati regolarmente più dell’inflazione reale; e peggio, aumentano meno quelli degli statali utili (poliziotti, insegnanti) e moltissimo quelli dei grandi fannulloni ammanicati.
Epifani ha fatto il calcolo su un salario privato di 25 mila euro l’anno, che perderà 1.500 euro di potere d’acquisto. Incauto: 25 mila euro sono la paga mensile dei deputati, e certo quelli si compenseranno dall’inflazione.
E’ solo un esempio fra i tanti: pensate ai notai o agli idraulici, all’ENEL, ai bottegai, ai consiglieri regionali o dirigenti di ASL. Quelli, possono mantenere il loro livello di vita e d’acquisto, facendolo pagare a noi - precisamente a quella parte della popolazione che sta discendendo la china storica verso la miseria da terzo mondo.
Un simile programma di arretramento storico richiederebbe la condivisione dei sacrifici, a cominciare dalle categorie parassitarie, che costano troppo per il nulla che danno.
Oltretutto, la loro difesa dei propri livelli di vita indebiti rallenta il processo di discesa dei prezzi - già spasmodicamente lento - che deve seguire l’impoverimento generale. Sappiamo che ciò non avverrà. Ne abbiamo le avvisaglie.
Il governo ha provato ad abolire nove province, e già si sta rimandando tutto, per le forti resistenze dietro le quinte che incontra. Tremonti ha preso provvedimenti timidi verso i profitti eccelsi dei petrolieri; e nessuno verso le banche e le assicurazioni (ho appena visto che, per fare un bonifico, la banca si è prelevata 6 euro, 12 mila lire!).
Nessuno in Italia ha la forza di ridurre alla moderazione le cosche e le caste. Krugman, americano, si domanda «dove sono i sindacati». Noi no, perchè lo sappiamo: sono a fianco di ogni Casta.
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1) Ho spiegato più ampiamente questo processo storico in «Schiavi delle banche» (EFFEDIEFFE).
2) Harry Wallop, «Middle class hit as annual bills increase at twice inflation rates», Telegraph, 23 giugno 2008. «Le famiglie di classe media sono quelle più colpite, perchè tendono ad usare più l’auto e a mandare I figli a scuole private e università». In Gran Bretagna la famiglia che l’hanno scorso spendeva 100 sterline a settimana per il cibo, oggi ne spende 406. Il costo dell’istruzione superiore è aumentato del 13,1% in un anno. E il ministro delle Finanze (Cancelliere allo Scacchiere) Alistair Darling raccomanda di non reagire chiedendo più alti stipendi: «L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di tornare alla situazione degli anni ‘70-80, dove qualunque aumento salariale veniva divorato dagli aumenti dei prezzi nei negozi. Gli aumenti sia nel settore pubblico come in quello privato devono essere coerenti con la nostra inflazione programmata del 2%. Sarà difficile, sarà dura». Ma almeno in Inghilterra gli stipendi pubblici saranno trattati come i salari privati. Da noi è ben diverso.
3) Alexandra Frean, «White teenagers are significantly less likely to go university than their peers from ethnic minority gropus», Times, 18 giugno 2008.4) Paul Krugman, «A return of that ‘70s show?», New York Times, 2 giugno 2008.
lunedì 23 giugno 2008
L’ineluttabile fine dei centri sociali
Col passare degli anni l'agonia dei centri sociali milanesi si è aggravata in maniera esponenziale e irreversibile fino ad arrivare all’attuale situazione di “morte cerebrale” causata soprattutto da una perdita totale di consenso, straripante autoreferenzialità, eccessiva commercializzazione, mancanza di unità tra le varie realtà e progressiva autoghettizzazione in chiave egoistica.
Oggi al presidio per l’ennesimo tentativo di sgombero del Leoncavallo – rinviato poi al prossimo 22 Settembre – c’erano infatti i soliti quattro gatti. Ben diverse erano le cifre 15/20 anni fa.
Un’epoca si è definitivamente chiusa anche perché è la stessa città di Milano che è cambiata dal punto di vista sociale, peggiorando inesorabilmente.
Ma nelle altre città italiane, dove sono storicamente presenti queste realtà, la situazione non sembra essere molto diversa da quella milanese.
L’ineluttabilità della fine per tutte queste realtà è fin troppo evidente, ma rimane sempre l’esile speranza di una loro trasformazione radicale in grado nuovamente di aggregare consensi e, soprattutto, persone.
D’altronde si sa, “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.
Forse.
Qui di seguito un rapido e interessante excursus sulla realtà milanese “antagonista” degli ultimi 20/30 anni.
Noi punk del Virus e i centri sociali milanesi
di Marco Philopat – Il Manifesto – 21 Giugno 2008
Nel 1977 avevo 15 anni e sotto casa mia c'era il primo centro sociale di Milano occupato nel '75, la Casermetta di Baggio. Dentro c'erano quelli di Avanguardia Operaia che tentavano di fare qualcosa di positivo nel quartiere, il Movimento Studentesco che andava nelle vicine case minime a organizzare il doposcuola per i figli dei migranti meridionali, poi quelli più avventurosi dell'Autonomia che erano una marea.
Le prime volte avevo provato a curiosare le lezioni del doposcuola, ma presto mi ero annoiato, nel cortile della Casermetta c'erano ben altre attrazioni rispetto all'insegnamento dell'italiano a dei ragazzini svogliati, i quali a loro volta preferivano sognare la rivoluzione con gli autonomi. La lotta per noi consisteva soprattutto nella partecipazione a qualche manifestazione tesa contro la polizia e nelle serate di socialità diffusa tra cannette e chitarre acustiche.
Eravamo tanti, tutti giovani, mezzi milanesi e mezzi terroni, estremamente felici e sicuri di diventare i protagonisti di un mondo che stava cambiando pelle velocemente. A Milano i centri sociali erano numerosi, senza contare i circoli del proletariato, le sedi politiche extraparlamentari, le librerie e le redazioni dei giornali, se c'era una minima ingiustizia sociale in qualche oscuro angolo di città, la risposta del movimento non tardava mai a farsi sentire.
Nei primi quattro anni degli Ottanta il Virus, il locale per i concerti interamente autogestito dai punk nato all'interno di via Correggio 18, era praticamente l'unico luogo antagonista che funzionava ancora. Cioè, c'era per esempio il Leoncavallo e alcuni altri, ma dentro si faceva ben poco e rare erano le persone che li frequentavano.
Al Virus nacque, per la prima volta dopo la grande repressione e il riflusso, una nuova aggregazione giovanile che in pochi mesi moltiplicò la sfera dei propri interessi. Si passò dallo slogan quasi disperato, stampato a caratteri cubitali sugli striscioni dietro al palco che diceva «quando il sistema ti chiude ogni spazio, non rimane che la musica per esprimere il tuo dissenso», all'organizzazione di una grande manifestazione a Comiso contro i missili nucleari, con l'intenzione di occupare la base militare per far suonare le band punk di tutta Europa.
Nel maggio 1984 il Virus tentò di occupare un vecchio teatro in disuso, il volantino portava le firme del Leoncavallo e dell'ultimo tra i circoli, quello di Viale Piave. La polizia sgomberò in poche ore, poi una settimana dopo, per timore di qualche forma di rigurgito stile anni settanta, la giunta comunale socialista si allineò alla questura e tutta l'area di via Correggio 18, Virus compreso, verrà eliminata dalla faccia della città. I punk si stabilirono al Leoncavallo e nel giro di qualche concerto le bianche pareti immacolate del vecchio centro sociale si riempirono di scritte e graffiti a spray.
Da allora, e per tutti gli anni Novanta, a Milano i centri sociali fioriranno ovunque, tra i tanti la Pergola e S. Antonio Rock Squot nel quartiere Isola, il laboratorio anarchico, la casa delle donne di via Gorizia e lo Squott di viale Bligny in Ticinese, la Panetteria e l'Adrenaline a Lambrate, il Vittoria e Via dei Missaglia a sud della città, il Micene e il Galla nella zona nord ovest e nell'hinterland la Cascina di Vaiano Valle, il Bakeka di Novate, l'Eterotopia di San Giuliano, la Corte del Diavolo a Sesto. I Csa a quel tempo agivano nella direzione del soddisfacimento dei bisogni immediati e non guardavano certo al rilancio di grandi utopie.
Non c'erano grandi progettualità politiche ed esistenziali come quelle che avevano caratterizzato il loro esordio vent'anni prima, al limite si erano fatti promotori di una proposta culturale innovativa riuscendo a strapparla al business del divertimento o al monopolio delle ormai decadenti organizzazioni di partito o sindacali. Funzionavano anche come informali camere del lavoro per precari dell'emergente era postfordista e infatti molti tra i gestori e frequentatori impararono una professione, in genere nel campo culturale, chi tecnici dello spettacolo, chi operatori specializzati e qualcuno anche giornalista o regista di video.
La questione della diversità e dell'autonomia ma allo stesso tempo il significato dell'essere attraversati da migliaia e migliaia di persone ogni giorno, le prime analisi sui nuovi modelli produttivi e sulla precarietà nel mondo del lavoro, la crisi di rappresentanza e la rappresentanza informale di interessi ben più ampi di quelli a cui si era abituati a pensare.
Il rischio dello slittamento nei rapporti tra i gestori e l'utenza dei centri che poi sarà una delle cause scatenanti dell'attuale situazione di stallo. I centri sociali autogestiti, si diceva, devono affrontare periodiche «prove», sia sul piano simbolico che su quello della tutela concreta, in base alle quali legittimare il proprio implicito parlare ed agire «a nome di», pur nel rifiuto di ogni principio di delega. Di «prove» se ne abbozzarono poche e quel rifiuto del principio di delega che univa il movimento dei centri sociali milanesi fu messo inevitabilmente in discussione.
I gestori rimasti non sanno che fare, se vogliono organizzare un concerto o un'iniziativa devono stare attenti alla concorrenza, i precari non hanno nemmeno i soldi per uscire e quindi si trovano lavoro altrove e i frequentatori sono perlopiù figli di gente che sta bene. Se oggi, proprio come trent'anni fa, un giovane migrante vuole sognare, non dico la rivoluzione, ma almeno qualche tipo di lotta politica, l'ultimo posto a cui bussare sono i centri sociali. E se per caso vuole semplicemente imparare l'italiano, di certo non può contare su qualche redivivo del movimento studentesco, forse è meglio che si rivolga ai formigoniani della compagnia delle opere.
domenica 22 giugno 2008
Cresce l’ininfluenza degli USA in Medio Oriente
La tregua tra Israele e i gruppi armati palestinesi è ormai entrata nel quarto giorno e l’alleggerimento del blocco dovrebbe consentire presto alle merci di base come farina, zucchero e olio vegetale di entrare finalmente nella Striscia di Gaza.
Si parla già di un aumento del 30% dell’entrata di prodotti alimentari di base, ma ovviamente ciò non è ancora sufficiente per soddisfare le esigenze primarie di tutti gli abitanti di Gaza. E le medicine sono ancora troppo scarse.
Ma il dialogo tra Israele e Hamas proseguirà nei prossimi giorni, sempre con la mediazione dell’Egitto, e verterà sulla liberazione del soldato Gilad Shalit - sequestrato due anni fa da Hamas - da cui dipenderà la riapertura anche del valico di Rafah e la liberazione di molti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.
Se la tregua delle armi reggerà e se ci sarà uno scambio di prigionieri è ancora tutto da vedere, ma in caso di esito positivo una cosa però è certa. In Medio Oriente, se si vuole, si riesce a parlare e a negoziare. E senza gli USA di mezzo, ormai sempre più ininfluenti nell'area.
1) Sreeram Chaulia, «Middle East serves US some humble pie», Asia Times, 20 giugno 2008. Sreeram Chaulia è analista di affari internazionali alla Maxwell School of Citizenship, Syracuse University, New York.
sabato 21 giugno 2008
La e-elemosina di Tremonti
Tremonti qualche giorno fa ha presentato, tra le pieghe della manovra finanziaria triennale, un provvedimento che secondo lui servirà a risolvere i problemi primari di un milione circa di anziani più poveri.
La carta sociale, una carta prepagata assegnata dal Ministero del Tesoro del valore di 400 euro all’anno con cui i nostri vecchietti indigenti potranno pagarsi la spesa e le varie bollette.
Tremonti assicura che ci saranno sconti garantiti dal settore privato (meno 10%) sugli acquisti effettuati con la carta e sulla bolletta elettrica (meno 20%).
Il costo totale per le finanze pubbliche di questa ridicola operazione è di 500 milioni all’anno e nelle tasche dei futuri “beneficiari” arriveranno meno di 40 euro al mese in più per darsi alle spese più folli.
Si tratta insomma dell'ennesima demagogica quanto inutile operazione da pezzenti.
La geniale miseria di Tremonti
di Galapagos – Il Manifesto – 20 Giugno 2008
L'effetto più evidente della globalizzazione è riscontrabile nell'ampliamento della forbice tra ricchi e poveri: sempre più ricchi i già ricchi, sempre più indigenti, i poveri. Nei paesi industrializzati, lo indicano chiaramente le statistiche, mediamente una cittadino su sette vive al di sotto della soglia di povertà.
Certo, si tratta di una povertà relativa, almeno se confrontata con quella dei paesi che molti si ostinano a chiamare del «Terzo mondo». Anche se relativa, però, è pur sempre povertà. E come tale provoca sofferenze, anche psicologiche, e privazioni materiali.
Per contrastare l'emarginazione, molti paesi anziché ricorrere a politiche di integrazione, preferiscono la soluzione più antica del mondo: la carità. Nel paese più ricco e potente del mondo - gli Stati uniti - l'obolo si chiama «Food stamp»: è un buono acquisto da 100 dollari al mese destinato, come contributo all'acquisto di cibo, ai molto poveri. Attualmente ne sono «elargiti» 26 milioni. Visto che la popolazione Usa supera i 300 milioni, questo significa che circa 12 cittadini su 100 hanno bisogno di un obolo mensile per poter sopravvivere. Recentemente ci sono state molte proteste: l'aumento dei generi alimentari ha reso insufficiente la somma elargita: 100 dollari al mese, poco più di 70 euro al mese. Ovvero 1.200 dollari l'anno, l'equivalente di 850 euro.
Secondo molti esperti, sarebbe necessario raddoppiare l'importo del food stamp. Ma servirebbero troppi soldi, rispondono gli uomini di Bush. In realtà quei 100 dollari al mese moltiplicati per i cittadini che li percepiscono comportano una spesa inferiore ai 30 miliardi di dollari l'anno. Non pochi, ma nulla se confrontato con la spesa per la difesa (600 miliardi l'anno) e la spesa pubblica complessiva che supera i 4 mila miliardi di dollari.
Tremonti che è uomo di mondo e conosce molto bene la realtà statunitense ha fatto una pensata: importare in Italia il food stamp. Un assegno (probabilmente una carta di credito prepagata) che sarà elargita a 1,2 milioni di molto poveri. La pensata geniale è di associare questo obolo alla Robin Hood tax, un tassa che colpirà le imprese più «odiate» dagli italiani: compagnie petrolifere, banche e assicurazioni. Però, importando dagli Usa il buono pasto per i poveri, il governo Berlusconi è stato un po' stitico: non 75 euro al mese come negli Usa, ma appena 40.
Come dire 1,33 euro al giorno, neppure un cappucino e cornetto. E questo nonostante la platea dei beneficiari sia molto più limitata: 1,2 milioni di cittadini molto poveri, secondo i calcoli del governo. Che ha aggiunto: i soldi potranno essere utilizzati per acquistare da mangiare o per pagare le bollette. C'è da dubitare che con 480 euro l'anno (per una spesa complessiva che supererà di poco i 500 milioni di euro) si possano pagare molte bollette di luce, gas, riscaldamento, telefono e nettezza urbana, abbonamento alla tv.
Il proverbio dice: «A caval donato non si guarda in bocca». D'altra parte anche il centro sinistra non era stato molto generoso con i molto poveri. La tecnica era stata sempre quella della regalia a quelli che con una brutto termine sono definiti «incapienti».
Forse qualcuno si vergognerà nel ricevere la carta di credito prepagata, ma sicuramente saranno in molti a benedirla. Tutto bene, allora? Non proprio. Quello che proprio non va è l'ideologia del provvedimento di stampo liberista. Per i poveri la cosa necessaria sono i servizi. Ma sul fronte di questi trasferimenti il governo è pronto ad abbattere la mannaia in primo luogo sui fondi agli enti locali. E vedrete che i 400 euro l'anno non copriranno gli aumenti che a livello locale saranno approvati per far fronte ai tagli.
venerdì 20 giugno 2008
Thailandia: un altro golpe in vista?
Da circa un mese si susseguono senza sosta a Bangkok le manifestazioni organizzate dal movimento d’opposizione al governo denominato PAD (People’s Alliance for Democracy), che già due anni fa aveva inscenato una serie organizzata di sit-in e manifestazioni contro l’allora governo guidato dal magnate delle telecomunicazioni Thaksin Shinawatra e che erano poi culminate con l’incruento colpo di Stato militare del settembre 2006, costringendo l’ex premier Shinawatra all’esilio londinese.
Ora l'obbiettivo delle proteste è il nuovo governo di coalizione guidato da Samak Sundaravej formatosi dopo le elezioni politiche dello scorso Dicembre vinte dal PPP (People’s Power Party), il partito nato dalle ceneri del TRT (Thai Rak Thai) di Shinawatra, disciolto un anno fa dalla Corte Suprema in seguito ad accuse di frode elettorale.
Ma poche settimane dopo la formazione del nuovo governo Shinawatra è ritornato in patria promettendo di non interessarsi più di politica ma di avere solo intenzione di difendersi in prima persona nei processi che lo vedono imputato di frode fiscale.
Il nuovo governo però ha dato fin da subito la chiara impressione di avere come obiettivo principale della sua azione quello di cambiare assolutamente la nuova Costituzione, voluta dalla giunta militare golpista e approvata con un referendum popolare solo meno di un anno fa.
Ma vuole cambiarne alcuni particolari articoli per poter eliminare la Commissione che si occupa di verificare i patrimoni dei membri del governo, creata dalla giunta con lo scopo di congelare i beni di Thaksin, e per cambiare le norme che regolano lo scioglimento dei partiti per frode elettorale.
In sintesi, il governo vuole cambiare la Costituzione per salvare Thaksin dai processi e il PPP da un nuovo scioglimento, visto che nelle prossime settimane la Corte Suprema dovrà pronunciarsi in merito.
Queste sono fondamentalmente le cause delle proteste del PAD che vede nel nuovo governo un pupazzo nelle mani di Thaksin e che ha promesso di continuare le sue manifestazioni finché non otterrà le dimissioni del governo.
L’incognita però è il comportamento che adotteranno alla fine la polizia e i militari. Finora ci sono stati alcuni momenti di tensione ma né la polizia né l’esercito sono mai intervenuti per disperdere i militanti del PAD, che oltre a sfilare per le vie di Bangkok hanno anche installato un accampamento fisso di fronte al palazzo che ospita gli uffici dell’ONU, nel pieno centro di Bangkok, causando ovvi problemi di viabilità anche per i membri della famiglia reale, che però hanno accettato di buon grado di modificare i propri itinerari.
Sembra comunque che il PAD oltre ai buoni rapporti con il sovrano, goda ancora di appoggi importanti nelle forze di polizia e nell’esercito, anche se il nuovo capo dell’esercito il generale Anupong Paochinda era stato compagno di banco di Shinawatra nella scuola cadetti.
In queste ore è in corso a Bangkok un’imponente manifestazione intorno al palazzo del governo, che è stata battezzata dal PAD “Il D-day della resa di conti”. E si parla di circa 50.000 manifestanti.
Infatti ai militanti del PAD si sono aggiunti anche i sindacati e i contadini giunti da varie parti della Thailandia, perché naturalmente le motivazioni politiche di cui sopra si sono intrecciate ai gravi problemi economici di cui sta soffrendo il Paese - inflazione, grossi rincari dei prezzi dei beni di prima necessità e della benzina - e che al governo non sembrano proprio interessare più di tanto.
Quindi sono ore decisive per la sorte del governo ma anche per l’unità e la compattezza delle forze armate e di polizia.
E le opzioni possibili per uscire da questo impasse sono le dimissioni del premier, la repressione violenta della manifestazione da parte della polizia con conseguenze imprevedibili o l’ennesimo colpo di Stato. Il diciannovesimo dal 1932.
giovedì 19 giugno 2008
Mugabe non molla
Il 27 Giugno si terrà in Zimbabwe il ballottaggio per le elezioni presidenziali tra Robert Mugabe e Morgan Tsvangirai, a tre mesi dalle elezioni che hanno visto il partito di Mugabe - lo Zanu-Pf - perdere per la prima volta dopo quasi 30 anni di dominio assoluto in Parlamento e Tsvangirai prevalere di poco su Mugabe al primo turno.
Ma qualche giorno fa Mugabe aveva dichiarato che mai e poi mai il partito dell'Mdc, guidato da Tsvangirai, sarebbe andato al potere e che se perderà la presidenza i suoi supporter, soprattutto i veterani della guerra d’indipendenza, avrebbero combattuto fino alla morte pur di non consegnare il Paese nelle mani dell'opposizione e delle potenze occidentali.
Il clima pre-ballottaggio si fa quindi sempre più pesante e solo oggi sono stati ritrovati i cadaveri di 4 membri del movimento giovanile dell'Mdc, portando a circa 70 il numero dei militanti del partito d’opposizione uccisi negli ultimi tre mesi.
A ciò si aggiungono poi i numerosi arresti effettuati tra le fila dell’Mdc, a cominciare dallo stesso Tsvangirai che è già stato arrestato e rilasciato varie volte nelle ultime settimane. Infine, la TV di Stato Zbc non sarà più accessibile all’Mdc per la sua campagna elettorale.
Si sta perciò stringendo il cerchio intorno all’Mdc e al suo leader Tsvangirai, anche se oggi il presidente sudafricano Mbeki ha chiesto a Mugabe di annullare il secondo turno delle elezioni presidenziali e di formare un governo di coalizione con l’Mdc.
Ma Mugabe non accetterà mai questa proposta, giunta ormai troppo tardi, avendo già deciso di mantenere il potere a tutti i costi.
Zimbabwe, campagna insanguinata
di Luca Galassi – Peacereporter – 19 Giugno 2008
Infuria in Zimbabwe la campagna di intimidazione, violenza e repressione ai danni del partito di opposizione Movement for Democratic Change (Mdc), il cui leader, Morgan Tsvangirai sfiderà l'attuale presidente Robert Mugabe al ballottaggio del 27 giugno. I corpi di quattro attivisti del Mdc sono stati trovati nei pressi della capitale dopo che erano stati rapiti la settimana scorsa.
Settanta persone uccise. Il portavoce del movimento di opposizione Mdc, Nelson Chamisa, ha spiegato: "Quattro membri del nostro movimento giovanile sono stati sequestrati da giovani della Zanu-Pf (il partito di Mugabe) armati di bastoni e fruste. I loro corpi sono stati ritrovati oggi a circa 25 chilometri dalla capitale. Pensiamo che siano stati picchiati a morte". Anche il cadavere della moglie del sindaco di Harare, membro dell'opposizione, sarebbe stato rinvenuto carbonizzato. L'Mdc ha denunciato che almeno 70 dei suoi sostenitori sono stati uccisi e 25 mila sfollati dalle loro case. E' di oggi la notizia che all'opposizione verrà vietata la propaganda elettorale sulla televisione di Stato, la Zbc. Il ministro della Giustizia, Patrick Chinamasa, ha detto che la decisione è stata presa perchè la copertura internazionale delle elezioni favorisce l'Mdc a danno del partito di governo, lo Zanu-PF.
Governo di coalizione? Il clima di violenza è stato denunciato con decisione dal segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon, mentre si sta sfaldando anche il fronte dei vecchi alleati di Mugabe: durissimi contro di lui, tra gli altri, il leader dell'Anc, il partito leader sudafricano, Jacob Zuma, il premier kenyano Raila Odinga ed il capo degli osservatori del parlamento panafricano Marwik Khumaio. Intanto, il presidente sudafricano Thabo Mkeki continua a cercare una mediazione. Mbeki ha lanciato un appello a Mugabe perchè il secondo turno delle elezioni presidenziali venga annullato, invitandolo a formare un governo di coalizione con Tsvangirai. Secondo la stampa sudafricana Mbeki "è convinto che il secondo turno non risolverà la crisi dello Zimbabwe" ma anzi, se possibile, la aggraverà. Una fonte vicina al presidente sudafricano ha detto ai giornali che Mbeki "preferirebbe piuttosto un accordo di spartizione del potere come in Kenya, piuttosto che andare al ballottaggio". Oggi il segretario di stato Usa presiederà a New York una riunione informale del Consiglio di sicurezza dell'Onu sullo Zimbabwe, in seguito alla quale tuttavia non è previsto alcun documento finale.
Il segretario generale dell'Mdc, Tendai Biti, arrestato la scorta settimana di ritorno dal Sudafrica, dovrà comparire nuovamente in corte, dopo l'udienza di ieri nella quale è stato condotto di fronte ai magistrati con le manette ai piedi, per rispondere dell'accusa di tradimento. L'Mdc sostiene che il suo arresto sia un'ulteriore intimidazione politica e ha annunciato che ne richiederà il rilascio su cauzione.
Il primo da colpire è al Ministero dell’Istruzione
Ieri il titolo del tema d’italiano per l’esame di maturità recitava “Nella prima strofa il poeta esprime, in una serie di immagini simboliche, da una parte la sua visione della realtà e dall’altra il ruolo salvifico e consolatorio svolto dalla figura femminile” ed era dedicato a una poesia di Eugenio Montale, “Ripenso il tuo sorriso”, tratta da “Ossi di seppia”.
Ma la figura femminile non c’entra per nulla, visto che la poesia era stata dedicata da Montale a un uomo, un ballerino russo.
Questa tragicomica gaffe simboleggia bene il livello disastroso in cui versa il nostro Ministero della Pubblica Istruzione, con funzionari ignoranti e superficiali, ripercuotendosi poi a cascata sul livello di preparazione con cui escono gli studenti italiani dalle scuole superiori, “pronti” a iscriversi alle varie facoltà universitarie o a entrare subito nel mondo del lavoro.
Brunetta qualche giorno fa aveva fatto suo il motto di Mao “Colpirne uno per educarne cento!”.
E’ arrivato il momento di metterlo subito in pratica.
Brunetta licenziane uno
di Massimo Granellini – La Stampa – 19 Giugno 2008
Il ministero della Pubblica Distruzione ha sostenuto l’esame di immaturità ed è stato promosso a pieni voti in entrambe le materie: superficialità e ignoranza. Davvero originale l’idea di scegliere per il tema di letteratura una poesia di Eugenio Montale dedicata a un maschio, chiedendo agli studenti di commentare «il ruolo salvifico e consolatorio svolto dalla figura femminile». Eppure, prima di assegnarla a centinaia di migliaia di maturandi, sarebbe bastato compiere un piccolo sforzo: leggerla. «O vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua».Raminghi. Non raminghe. È così che la scuola italiana va a ramengo.
Raminghi: plurale maschile. Una nozione da terza elementare, quindi alla portata persino di un funzionario della commissione ministeriale. Ma anche un ripetente cronico avrebbe potuto scansare la figuraccia, se solo avesse avuto l’audacia di leggere la nota che accompagna la dedica della poesia («a K.») in tutte, dicesi tutte, le raccolte antologiche: «K. è il danzatore russo Boris Kniaseff, che Montale conobbe a Genova, dopo averlo ammirato al Teatro Verdi». (I Meridiani, pagina 1070).
Qualcuno ha avvertito il tipico olezzo della censura: un funzionario con le lancette ferme al 1950 che modifica la poesia di un maschio (etero) sul fascino di un altro maschio, trasformando il ballerino in ballerina. Invece l’unico odore che trapela è quello della sciatteria. Dietro la topica dell’anno non affiora un Catone, ma un Pigrone. Una persona ignorante, superficiale e frettolosa, che ha svolto il suo compito senza cura né rispetto. Ed è proprio questo il punto. Da tempo abbiamo rinunciato alla speranza che la scuola trasmetta ai ragazzi la cultura. Però continuiamo a pretendere che insegni loro, con l’esempio, un po’ di umanità. E un uomo che vive e lavora nella trascuratezza non è un uomo. È un parassita o un frustrato: in entrambi i casi un morto dentro.
Certe derive vanno fermate prima dell’irreparabile. Prima cioè che ci tocchi rileggere un comunicato come quello diffuso martedì sera dal Quirinale, dove qualche funzionario ha messo in bocca all’ignaro Napolitano una frase di condoglianze per la morte dello scrittore Mario Rigoni Stern che faceva riferimento alle «montagne trentine dell’altopiano di Asiago». Ora, ai tempi di Internet, non è più così difficile imparare la geografia. Basta andare su un qualsiasi motore di ricerca, battere «Asiago» e la prima cosa che comparirà sullo schermo sarà la Provincia di appartenenza: VI. Che non sta per Vero Ignorante, ma per Vicenza: splendida città del Veneto, mica del Trentino. La fretta e la superficialità, anche lì. E anche qui: ogni giorno sui quotidiani escono errori e inesattezze per le quali incolpiamo i ritmi di lavoro troppo concitati.
Però alcuni errori rimangono più gravi di altri, per via del loro valore emblematico. Quello del commissario ministeriale che ha cambiato sesso al ballerino di Montale appartiene alla categoria. Perciò invitiamo l’implacabile Brunetta a telefonare alla sua collega dell’Istruzione, affinché si proceda all’identificazione del colpevole. Uomo o donna, ballerino o ballerina che sia. Risparmiateci il solito balletto di accuse e scuse generiche. Vogliamo un nome, un cognome e una lettera di dimissioni. Poi starà al buon cuore del ministro accettarle o rispedire il reprobo dietro il banco delle elementari.
mercoledì 18 giugno 2008
In Afghanistan va sempre peggio
Dopo l’inedita ed efficace offensiva dei guerriglieri talebani nei giorni scorsi, culminata con l’assalto al carcere di Kandahar e la conseguente evasione di oltre 1000 detenuti, tra cui circa 400 guerriglieri, è iniziata la scontata controffensiva della NATO e delle truppe regolari afghane.
Si preannunciano quindi settimane ancora più cruente del solito, e molto probabilmente saranno all’opera nei combattimenti anche i militari italiani, più liberi di agire dopo la promessa del governo italiano di ridurre i caveat che ne limitavano tempi e modalità di azione.
Resta comunque il dato di fatto che la “potente” NATO dopo quasi 7 anni non riesce ad aver ragione di un gruppo di guerriglieri armati con poco più del minimo indispensabile, che però oppone una resistenza sempre più sofisticata ed efficace, aumentando anche la propria capacità di reclutamento tra la popolazione civile nelle diverse zone del Paese.
Una popolazione civile che ormai non crede più alle promesse occidentali e rifiuta la presenza dei soldati stranieri. Ciò d’altronde era già accaduto nei confronti degli inglesi nell’800 e dei sovietici negli anni ’80.
La storia ha infatti dimostrato che è facile entrare in Afghanistan ma è impossibile uscirne vittoriosi.
Gli USA e gli alleati della NATO evidentemente si stanno illudendo di creare il precedente storico.
Dopo l'offensiva talebana, la controffensiva occidentale
di Maso Notarianni – Peacereporter – 18 Giugno 2008
E' scattata, prevista, la controffensiva militare per contrastare l'avanzata talebana verso Kandahar, città simbolo degli studenti coranici e sede di una delle più importanti basi militari occidentali del Paese. Truppe canadesi e dell'esercito regolare afgano stanno cercando di riconquistare i villaggi intorno alla città, conquistati ieri dai guerriglieri afgani.
Fonti contattate da PeaceReporter nel sud dell'Afghanistan, anonime per ovvi motivi di sicurezza, ci raccontano che "i guerriglieri talebani in questi giorni hanno ripreso, anzi accentuato, le loro azioni di guerriglia attorno a Kandahar e in tutta la provincia di Helmand con azioni calibrate e sottili, che mirano a colpire punti simbolo del governo afghano, come l'ultimo assalto al carcere di Kandahar e l'uccisione del geneale Toorjan.
E sebbene le truppe anglo-americane abbiano portato in questa parte del paese più di diecimila uomini e siano dotate di sofisticati mezzi bellici, non riescono a precedere o sedare le ambizioni dei guerriglieri muniti solo di kalasnihov ed armi rudimentali. D'altronde questi deserti appartengono da sempre al popolo pasthun e questi uomini, avvolti nei loro pathu e sotto i turbanti neri, sanno benissimo come muoversi, dove colpire ed in che modo attuare questo tipo di guerriglia. Inoltre sembra quasi che la loro fede radicata pareggi l' imponenza di uomini ed armi dei loro nemici". Attorno alle principali città della provincia di Helmand e Kandahar c'è una vasta area desertica che si può tranquillamente definire "terra di nessuno".
"Appena poco fuori da questi centri urbani si entra in una specie di far west" raccontano dalla provincia dell'Helmand, "e per un occidentale, cresciuto con i film western viene spontanea la similitudine tra la conquista (guarda caso anche allora) degli statunitensi verso le terre dove vivevano gli indiani d'America".
Uscire dalle città per avventurarsi nei villaggi attorno è sempre un rischio grosso per chiunque. "Tutti i villaggi - continua la fonte di PeaceReporter - sono piccole roccaforti dei guerriglieri talebani. Inoltre gli uomini dell'esercito afghano che controllano i centri più grossi sembra non aiutino un granché a generare fiducia nel governo del paese. Spesso questi soldati sono ragazzi con in mano un kalasnikhov e, sia per paura sia per una sorta di innata violenza, non adottano mezze misure con nessuno". Senza contare che, come ci confermano in molti, "spesso gli stessi che durante il giorno fanno quelli che controllano il territorio per il governo di Karzai, appena tramonta il sole si trasformano in talebani".
"Le strade della città durante il giorno sono riempite solo dal caldo torrido e dalla polvere. La sera, dopo le dieci, inizia il coprifuoco ed allora anche Laskhar-gah si trasforma nel suo fantasma diventando terra di nessuno. Seppur a malincuore chi ne ha la possibilità abbandona il sud del paese, ma questa non è una novità di oggi, ed anche per le vie della città l' odore della guerra diventa sempre più insistente.
Gli umori della gente che cerca di condurre una vita "paradossalmente normale" non fanno presupporre niente di buono: è quasi impossibile sentire la voce di qualcuno che sostenga l 'invasione occidentale. E, nonostante la paura di essere scambiati per attivisti filotalebani, le frasi più comuni che si sentono bisbigliare sottovoce sono del tipo «Sotto il governo talebano eravamo sottoposti a leggi molto dure, ma ogni sera sapevamo di poter tornare a casa dalle nostre famiglie» oppure ancora «Eravamo molto piu' poveri ma nessuno moriva di fame ed i nostri bambini non erano mutilati o bruciati dalle bombe». La gente sa e dice che «per ogni talebano ucciso, ogni giorno nella provincia di Helmand muoiono decine di civili che non hanno niente a che fare con la guerra. Cosi' la rabbia cresce e per ogni guerrigliero ucciso ne nascono altri cinque». Non ci si aspetta molto dal futuro, se non il sentore che il cerchio della guerriglia si chiuda sempre di più attorno a Kandahar ed alle altre città.
Ma questa - aggiunge la fonte di PeaceReporter - è soltanto una sensazione personale e non una notizia"."Le notizie di guerra degli ultimi due giorni, invece, sottolineano la vivace ripresa dei conflitti tra i guerriglieri talebani contro le milizie internazionali e gli uomini dell'esercito afghano. Ci sono scontri praticamente in tutto il sud del paese e soprattutto nella lunga striscia di territorio che divide l'Afghanistan dal Pakistan. In queste ultime ore sembra le truppe americane e quelle anglo-canadesi hanno preso le contromisure per arginare le offensive dei guerriglieri afghani, ma i focolai di guerriglia esplodono uno dopo l'altro a macchia di leopardo", prosegue il racconto dal sud dell'Afghanistan.
"Le notizie di ieri raccontano di una battaglia nella provincia di Khos, nell'est del paese. Sembra che circa duecento guerriglieri talebani stessero organizzando un attacco alla base Nato che presidia quella zona, ma sono stati intercettati dalle forze Usa che hanno ucciso trenta uomini talebani. Altri venti miliziani hanno perso la vita in un feroce combattimento contro l'esercito americano a Daycondia, in una provincia a nord di Kandahar chiamata Zabul.
E sempre di ieri è la conferma di un altro focolaio di guerriglia, questa volta nel territorio di Helmand, distretto di Sangin. Una quindicina di uomini hanno perso la vita ancora tra le file dei guerriglieri, uccisi nella battaglia dagli uomini dell'esercito inglese. L'ultima pagina dei combattimenti della giornata riguarda il distretto di Boldek. Le vittime sono tre miliziani della security non governativa del paese e qualche ferito".
Anche le ultime notizie raccontano del precipitare della situazione in Afghanistan. "Il distretto di Argandab - quello conquistato ieri dai talebani - è ancora al centro della guerriglia", raccontano dal sud del Paese. "Nelle ultime ore i guerriglieri hanno fatto saltare in aria il ponte che scavalca il fiume in quel territorio, rimanendo accerchiati dagli eserciti internazionali e precludendosi ogni via di fuga, ma impedendo allo stesso tempo l'avanzare delle truppe nemiche".
martedì 17 giugno 2008
Caro amico ti scrivo…
Ieri Berlusconi ha scritto una lettera a Schifani. E oggi il presidente del Senato l’ha addirittura letta in aula mentre poche ore prima gli avvocati di Berlusconi presentavano l’istanza di ricusazione del presidente della decima sezione del Tribunale di Milano, Nicoletta Gandus.
Ricusazione che riguarda il processo in cui il premier è imputato per corruzione in atti giudiziari con l'avvocato inglese David Mills.
E così la maschera da statista indossata per un mese da Silvio viene buttata nel cesso insieme al dialogo con l’opposizione. Finalmente, era ora.
Adesso perlomeno il PD sarà costretto a tornare sulla Terra e a prendere di nuovo contatto con la realtà…forse. Non è per niente sicuro infatti.
Qui di seguito il commovente testo della lettera che Berlusconi ha inviato a Schifani.
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Caro Presidente, come Le è noto stamane i relatori senatori Berselli e Vizzini, hanno presentato al cosiddetto 'decreto sicurezza' un emendamento volto a stabilire criteri di priorità per la trattazione dei processi più urgenti e che destano particolare allarme sociale. In tale emendamento si statuisce la assoluta necessità di offrire priorità di trattazione da parte dell'Autorità Giudiziaria ai reati più recenti, anche in relazione alle modifiche operate in tema di giudizio direttissimo e di giudizio immediato.
Questa sospensione di un anno consentirà alla magistratura di occuparsi dei reati più urgenti e nel frattempo al governo e al Parlamento di porre in essere le riforme strutturali necessarie per imprimere una effettiva accelerazione dei processi penali, pur nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali.
I miei legali mi hanno informato che tale previsione normativa sarebbe applicabile ad uno fra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica. Ho quindi preso visione della situazione processuale ed ho potuto constatare che si tratta dell'ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un Tribunale anch'esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria.
Proprio oggi, infatti, mi è stato reso noto, e ciò sarà oggetto di una mia immediata dichiarazione di ricusazione, che la presidente di tale collegio ha ripetutamente e pubblicamente assunto posizioni di netto e violento contrasto con il governo che ho avuto l'onore di guidare dal 2001 al 2006, accusandomi espressamente e per iscritto di aver determinato atti legislativi a me favorevoli, che fra l'altro oggi si troverebbe a poter disapplicare.
Quindi, ancora una volta, secondo l'opposizione l'emendamento presentato dai due relatori, che è un provvedimento di legge a favore di tutta la collettività e che consentirà di offrire ai cittadini una risposta forte per i reati più gravi e più recenti, non dovrebbe essere approvato solo perchè si applicherebbe anche ad un processo nel quale sono ingiustamente e incredibilmente coinvolto. Questa è davvero una situazione che non ha eguali nel mondo occidentale.
Sono quindi assolutamente convinto, dopo essere stato aggredito con infiniti processi e migliaia di udienze che mi hanno gravato di enormi costi umani ed economici, che sia indispensabile introdurre anche nel nostro Paese quella norma di civiltà giuridica e di equilibrato assetto dei poteri che tutela le alte cariche dello Stato e degli organi costituzionali, sospendendo i processi e la relativa prescrizione, per la loro durata in carica. Questa norma è già stata riconosciuta come condivisibile in termini di principio anche dalla nostra Corte Costituzionale. La informo quindi che proporrò al Consiglio dei ministri di esprimere parere favorevole sull'emendamento in oggetto e di presentare un disegno di legge per evitare che si possa continuare ad utilizzare la giustizia contro chi è impegnato ai più alti livelli istituzionali nel servizio dello Stato.
Cordialmente, Silvio Berlusconi.
lunedì 16 giugno 2008
Dal cilindro ONU escono due Kosovo
Soltanto 4 mesi fa il Kosovo aveva proclamato unilateralmente la sua indipendenza, riconosciuta subito da USA e UE, anche se senza l’unanimità dei 27 Paesi membri.
Ma ora l’ONU sembra finalmente aver compreso che la strada imboccata con l’avallo di un’indipendenza fasulla e ridicola sarebbe diventata presto molto pericolosa, e ha improvvisamente riacquistato la memoria ricordandosi della Risoluzione 1244, che aveva messo fine al conflitto NATO - ex Jugoslavia nel giugno 1999.
Quindi in sintesi ci saranno due Kosovo etnici - entrambi però sotto la supervisione del nuovo Rappresentante Speciale del Segretario Generale ONU, molto probabilmente un italiano - una polizia internazionale, un ruolo marginale per l’UE ancora da stabilire e la perenne presenza dei militari della NATO a garantire la sicurezza dei confini.
E vissero tutti infelici e scontenti…
Due Kosovo etnici per l'Onu realista
di Ennio Remondino – Megachip – 16 Giugno 2008
La carta intestata del “Segretario Generale” sotto il simbolo delle Nazioni Unite, ed una paginetta e mezza di “diplomatese” in anglo-americano. Data di spedizione, il 12 giugno. Data di consegna, questa mattina, con un'anteprima tutta per noi. Lettera indirizzata da Ban Ki-moon a “Sua Eccellenza, Mister Fatmir Sejdiu, Pristina”. Il Presidente del Kosovo indipendente degradato a Mister dal mancato riconoscimento di Stato Sovrano da parte dell'Onu. Due pagine e mezza invece, per “Sua Eccellenza, Mr. Boris Tadic, Presidente della Repubblica di Serbia, Belgrado”.
Prima di tradurre dall'inglese, traduciamo “la notizia”. L'Onu prende atto del pasticcio Kosovo e dice, a modo suo, che bisogna provare a metterci una pezza. Non come aveva progettato Bruxelles, non come speravano gli albanesi di Pristina, non come rivendicavano i serbi di Mitrovica e Belgrado. Piatto indigesto per tutti, chi più e chi meno. A Pristina l'Onu comunica che le zone a “rilevante maggioranza di popolazione serba” godranno di uno Status speciale, sotto la diretta responsabilità delle Nazioni Unite; un Kosovo con due sistemi di amministrazione e garanzia diversi. A Belgrado il Segretario Generale dice, senza azzardarsi a scriverlo, ingoiate la perdita formale del Kosovo visto che state per ottenere la partizione che chiedevate col nord Mitrovica e le enclavi serbe separate, di fatto, dal resto del Kosovo albanese. All'Unione europea, il messaggio da New York è ancora più secco: qui comandiamo noi ed a voi, al massimo, affideremo qualche “sub appalto” per salvare la faccia.
Ma stiamo ai documenti che in queste ore stanno per arrivare ufficialmente nelle mani dei due governi. Al presidente kosovaro Sejdiu, Ban Ki-moon, in quattro paragrafi, ripete per tre volte che l'Onu fa sempre e comunque riferimento alla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza. Prima della dichiarazione unilaterale di indipendenza e prima dello scontro politico tra Stati Uniti e Russia, col blocco di qualsiasi altra decisione al Consiglio di Sicurezza. Le parole usate sono ovviamente al miele. “Nell'assenza di altre direttive da parte del Consiglio di Sicurezza e di ulteriori consultazioni, è nella mia intenzione di riconfigurare la struttura e il profilo della presenza civile internazionale che corrisponda alla situazione attuale in Kosovo e che sia capace di dare un ruolo all'Unione Europea in Kosovo, in accordo con la 1244”.
Riconfigurare, implementare, dare un ruolo. Pezze, in lingua diplomatica, al buco di un Kosovo separato su base etnica. A rassicurare almeno in parte il governo albanese di Pristina, la conclusione: “Questi arrangiamenti sarebbero applicati per un periodo limitato senza interferire sullo Status del Kosovo -garantisce a Sejdiu- In questo contesto e riguardo all'implementazione di questi provvedimenti, il mio Rappresentante Speciale la consulterà”.
Per capire cosa si prepara realmente, occorre passare alle due pagine e mezza indirizzate al serbo Tadic. Due paragrafi di premessa gemelli a quelli rivolti al presidente kosovaro, poi gli elementi concreti della “riconfigurazione”. Sei punti secchi: polizia, tribunali, dogane, trasporti e infrastrutture, confini, patrimonio della chiesa ortodossa serba. Qualche citazione letterale: “Il servizio di polizia del Kosovo operante nelle aree a rilevante maggioranza serba dovrà far capo alla polizia internazionale sotto l'autorità del mio Rappresentante Speciale”. Due comandi diversi per i due diversi corpi di polizia, è la traduzione del cronista, una col cappello Onu e una, forse, col pennacchio dell'Unione europea.
“Tribunali. Potrebbero essere creati dei Tribunali locali addizionali e di distretto che andrebbero a servire le aree a rilevante maggioranza serba”. Anche in questo caso la fantasia al potere: una sola legge, dice Ban Ki-moon, ma con due strutture ad interpretarla. Sulle dogane pagano pegno i serbi, visto che si cercherà di realizzare “un'area doganale singola”. Per trasporti e infrastrutture, il segretario delle Nazioni Unite dice ai contendenti, arrangiatevi, delegando al “gruppo di dialogo tecnico Pristina-Belgrado”.
Per i confini finalmente rispunta la Nato, “in accordo col la risoluzione 1244”, ovviamente. Kfor che “continuerà a esercitare il suo mandato di sicurezza esistente in Kosovo”. Infine, la ricerca di mediazione e benevolenza dalla Chiesa Ortodossa serba, dai suoi monasteri assediati, cui il segretario Onu promette, oltre alla protezione e al diritto all'obbedienza all'autorità religiosa di Belgrado, riconosce il “diritto unico a ricostruire e preservare i suo siti religiosi, storici e culturali in Kosovo”.
La “notizia” strettamente giornalistica, come sovente accade nei documenti ufficiali, viene in fondo. Testuale: “In accordo col paragrafo 6 della risoluzione 1244 intendo nominare un nuovo Rappresentante Speciale per la prevista riconfigurazione”, scrive Ban Ki-moon. Licenziamento in tronco per il tedesco Joachim Ruecher, contro cui s'era scagliata la diplomazia russa, chiedendone addirittura l'incriminazione. In Kosovo si cambia insomma, anche se è difficile capire in che direzione.
Si “riconfigura” il ruolo dell'amministrazione civile Onu, si ufficializza la separazione delle zone serbe da quelle albanesi, si lascia un angolino, giusto un angolino, per la missione Eulex dell'Unione europea. “Riguardo alla presenza dell'Unione europea nella regione, intendo consultare l'Alto Rappresentante dell'UE per la politica estera e di sicurezza comune, per determinare un ruolo operativo dell'UE nell'implementazione dei sopra citati provvedimenti, seguendo lo status di neutralità delle Nazioni Unite”.
Se le parole hanno un senso, il segretario generale delle Nazioni unite ricorda all'Ue il ”peccato originale” d'aver riconosciuto l'indipendenza: uno schierarsi che ha provocato le ire della Serbia e della Russia ed il sospetto di scarsa neutralità che ha rischiato di bruciare il candidato italiano, Lamberto Zannier, che sta per essere nominato prossimo “Rappresentante Speciale” del segretario Onu in Kosovo.
La sorpresa di Ottobre
Sembra ritornata di nuovo in auge la caccia a Osama Bin Laden, un po’ “trascurata” negli ultimi anni.
Bush infatti, appena messo piede in Inghilterra nei giorni scorsi, ha dichiarato che Bin Laden va assolutamente catturato prima delle prossime elezioni presidenziali USA.
Chissà questa volta come ce lo mostreranno nel giorno fatidico. Simil dormiente alla Zarqawi o ancora con gli sci ai piedi sulle piste del K2?
Bin Laden sarà catturato: october surprise
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 16 Giugno 2008
«Catturate bin Laden prima che io lasci la carica, ordina George Bush». E’ il titolo del Times di Londra (1). Appena arrivato in Inghilterra, ancor prima di prendere il thè con la regina, il presidente americano ha impegnato forze speciali inglesi ad una caccia intensificata al mega-terrorista, ancora uccel di bosco dopo 7 anni. E dire che il 13 settembre 2006, Bush aveva detto che prendere Osama non era «la priorità assoluta in cui impiegare le risorse belliche americane», e che lui, personalmente, «non si preoccupava più di tanto di lui», che era davvero «non molto importante».
Questo due anni fa. Ora che si avvicinano le elezioni di novembre in USA, è necessario mostrare un «successo» dell’amministrazione, onde favorire il candidate repubblicano McCain. Si chiama «october surprise», sorpresa d’ottobre, una tradizione nella manipolazione dell’opinione pubblica in USA. Avverrà in ottobre, non un mese di più o di meno: poco prima delle urne di novembre.
Sicchè possiamo farvi con sicurezza una profezia: finalmente, bin Laden sarà preso. Vivo o morto. Più probabilmente morto. Così ce lo mostreranno, come ci mostrarono Al Zarkawi. Ve lo ricordate?Era il «capo di Al Qaeda in Iraq», impegnatissimo a far esplodere moschee sciite (mai un graffio contro un americano), benchè dato per morto già nel 2005 da Le Monde. Forse ve lo siete dimenticato. E’ su questo che fanno conto i manovratori della grande fiction, la vostra memoria evanescente. E’ la loro miglior alleata. Dunque ricordiamo.
Durante tutte le sanguinose imprese che attribuivano ad Al Zarkawi, i TG ci mostravano di lui una foto, sempre la stessa, sgranata, presa decenni prima. Poi, il 10 aprile 2006, accade qualcosa. Il Washington Post quel giorno pubblica documenti interni del Pentagono, fatti giungere al giornale da una «manina» anonima, dove si ammette che Al Zarkawi è un programma di propaganda del Pentagono medesimo, autore anche dei proclami del terrorista.Passano due settimane, e tutti i telegiornali riprendono a parlare di Al Zarkawi, in voce e in immagini. Ma non si tratta più della solita vecchia foto sgranata. Stavolta è un videoclip di qualità professionale, che mostra Al Zarkawi vivo e vegeto, mentre maneggia un grosso mitragliatore nel tentativo (solo goffamente riuscito) di sparare una raffica.
Dunque esiste, ecco la prova. Solo i complottisti possono dubitare di un autentico videoclip: Al Zarkawi è in TV, ed è così palesemente arabo-semita, malvagio e armato... esiste, esiste. Il Washington Post è smentito dalla realtà in video. Ancora qualche settimana - 7 giugno 2006 - e il Pentagono può finalmente annunciare un grande successo: hanno ammazzato Al Zarkawi. I superiori mezzi spionistici USA l’hanno localizzato, spiegano i TG, e hanno fatto decollare un F-16 che gli ha lanciato addosso due bombe da 250 chili.
Bombe intelligenti. Intelligentissime. Perchè il cadavere di Al Zarkawi che ci mostrano non è un ammasso sanguinolento e irriconoscibile come l’avrebbero reso 500 chili di tritolo senza cervello, bensì un cadavere ben composto, che pare dormire, con la faccia intatta e pulita: ed è proprio lui, quello del videoclip. Tutti abbiamo potuto vedere la verità. L’uomo che le indiscrezioni del Washington Post avevano «bruciato», ha reso un ultimo servizio alla Guerra psicologica. Come del maiale, di Al Zarkawi non si butta via niente.
Così rinfrescata la memoria (quella con la «m» minuscola), qualcuno potrà forse ricordare che anche Osama bin Laden è stato dato per morto molte volte. L’ultima da Benazir Bhutto: nell’ottobre 2007, poche settimane prima di cadere sotto un altro attentato terrorista islamico, la signora aveva accennato, quasi incidentalmente, a «l’uomo che ha ucciso Osama bin Laden», facendone anche il nome: Omar Sheikh. Uno che il Times di Londra aveva definito nel 2002 «non un terrorista qualunque, ma un individuo collegato coi più alti circoli dell’intelligence militare pakistana (ISI) e allo stesso tempo nella cerchia interna» di Al Qaeda. Questo video della Bhutto circola dovunque su internet. Ma a quello non dovete credere. C’è video e video, e quello non era autorizzato.
Bisogna credere solo agli audio di cui bin Laden continua ad inondare il mondo, quelli che scopre infaticabilmente Rita Katz, su siti islamici che lei solo conosce. Audio senza video (al massimo con una foto immobile di Osama), che annuncia attentati che poi non avvengono, che minaccia a destra e a manca. E nessuno lo trova, tranne Katz. «Non è tanto importante», come diceva Bush. Poi, di colpo, qualcosa accade, via via che si scalda la campagna presidenziale.
Diamo il susseguirsi degli strani eventi per data:
15 maggio 2008: John McCain, il candidato repubblicano, si fa intervistare dalla ABC News e profetizza: Osama bin Laden sarà catturato o ucciso, perchè la cooperazione del Pakistan alla sua caccia è più intensa e l’intelligence nella regione è migliorata. L’asserzione colpisce anche ABC News, che titola: «McCain’s crystal ball: Osama caught». Insomma, il candidato favorito ha la sfera di cristallo (2).
16 maggio: bin Laden in persona si rifà vivo, e dice che d’ora in poi Al Qaeda si dedicherà a battere Israele. Dice anche che lui ha provocato l’11 settembre per mostrare che ha a cuore la causa dei palestinesi - una causa a cui era sembrato del tutto indifferente nei messaggi trasmessi nei sette anni precedenti. Ma è il sessagenario di Israele, e bin Laden - anche lui - ha recuperato la memoria: ora si ricorda chi è il nemico principale: non gli sciiti iracheni, ma i sionisti. Anche quest’audio è stato trovato da Katz. Quindi è vero, Osama è vivo, la Bhutto è smentita.
27 maggio: la CIA si domanda pubblicamente «chi prenderà il posto di bin Laden se viene catturato o ucciso»? E prevede che in Al Qaeda si aprirà una «crisi di successione».
29 maggio: l’intelligence USA fa sapere: ha finalmente «localizzato Osama bin Laden» (3).Si trova sul Karakorum. Qualche giornalista consulta una carta e titola: Osama bin Laden è sotto il K2, che infatti è una delle vette del Karakorum. Diciamo che abita in una caverna a 3-4 mila metri di quota. Non male per un terrorista in dialisi renale. Solo che questa celebre catena montuosa, come si può appurare, si stende per quasi 500 chilometri dal Pakistan alla Cina, passando per il Kashmir. Non pare una «localizzazione» precisissima. Allora arriva la precisazione: Osama è stato localizzato nell’area tribale del Bajaur, nel Pakistan del nord-ovest. A dare la notizia è Al-Arabiya, la TV satellitare del Dubai. Proprio in quei giorni a Doha c’è stata una riunione presieduta dal nuovo comandante in capo delle forze in Iraq, il generale ebreo David Petraeus, ed è ragionevole supporre che la preziosa informazione sia filtrata da lì.
30 maggio: la ABC rende noto: «Le voci sulla morte di Osama bin Laden sono seppellite». Stavolta sono addirittura «capi talebani in Pakistan e Afghanistan» a sostenere che Osama è vivo. Un’altra smentita alla Bhutto. Che è morta e non può replicare. Chi sono quei capi talebani? La ABC non lo dice (4).
11 giugno 2008: aerei americani ammazzano 11 soldati pakistani (fra cui un maggiore) al confine con l’Afghanistan. Per colpirli hanno levato due F-16 e un bombardiere B-1, che li hanno seppelliti di bombe intelligenti da 250 chili. Il Pakistan protesta. «L’attacco, spiega l’Herald Tribune (5), viene in un momento di tensione crescente fra gli USA e il nuovo governo pakistano, che ha dato mano libera ai militanti islamici nelle sue aree di confine con una serie di armistizi separati, che hanno suscitato critiche degli Stati Uniti. La NATO e i comandi americani dicono che da allora gli attacchi dai santuari oltreconfine in Afghanistan sono cresciuti moltissimo». Un errore? Il nuovo governo, che di fatto ha esautorato Musharraf, non è più tanto collaborativo nella guerra mondiale al terrorismo. «Le bombe sono cadute dove dovevano cadere», dice un anonimo ufficale USA sul terreno.
15 giugno: «Catturate bin Laden prima che io lasci la poltrona», ordina Bush. E stavolta la caccia al terrorista «è completamente sottoscritta dal governo pakistano», spiega il Times. L’adesione alla caccia comprende consentire libero accesso sul territorio pakistano di «aerei senza pilota Predator», che cercano ostinatamente Osama con le loro telecamere e che per di più sono armati di «missili Hellfire destinati a colpire specifici bersagli terroristici».
Il Pakistan ha capito che deve darsi una mossa; il cerchio si stringe attorno al terrorista, come dimostra l’intensificarsi delle notizie sulla «caccia». Almeno sui media, egli è braccato, disperato lassù sul Karakorum, col fiato delle forze speciali sul collo. Osama deve essere preso prima delle elezioni americane, vivo o morto. Più probabilmente morto, ma perfettamente riconoscibile nel video che ci verrà offerto. Sarà un gran giorno per Emilio Fede. E anche per Magdi Allam, che finalmente riuscirà a piazzare un articolo sul Corriere, dopo i tanti che Mieli gli ha bocciato. Ma sarà l’ultimo, probabilmente.
Contrariamente ad Al Zarkawi, Magdi non è riciclabile, ora che è diventato cattolico. Sarà un brutto giorno anche per Rita Katz, che resterà disoccupata? Vedremo, magari ha già trovato un altro lavoro. O un sostituto: la CIA non ha detto che qualcuno dovrà pur succedere ad Osama alla testa di Al Qaeda?
Sedetevi comodi davanti alla TV, con i salatini e la Coke. Va in scena «October surprise».
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1) Sarah Baxter, «Get Osama bin Laden before I leave office, orders George W. Bush», Times, 15 giugno 2008.
2) «The Iraq War has been won» McCain will say, according to excerpts of the remarks released Wednesday night by his campaign. «Iraq is a functioning democracy, although still suffering from the lingering effects of decades of tyranny and centuries of sectarian tension (…). Osama bin Laden will have been captured or killed, McCain will say, because of closer cooperation with the government of Pakistan and better intelligence gathering in the region».
3) «Report: Osama ‘located’ », Spectator, 27 maggio 2008.
4) Rahimullah Yusufzai, «Rumors of OBL death put to rest», ABC News, 29 maggio 2008.
5) Carlotta Gall, «Pakistan says US airstrike killed 11 of its soldiers», Herald Tribune, 11 giugno 2008.
domenica 15 giugno 2008
La crisi dei pistacchi tra USA e Israele
Sembra una barzelletta, ma è tutto vero. L'ambasciatore degli Stati Uniti a Tel Aviv, Richard Jones, ha accusato Israele di acquistare tramite una triangolazione con la Turchia pistacchi iraniani per quasi 20 milioni di dollari preferendoli a quelli americani.
In questo modo gli israeliani, i più grandi consumatori di pistacchi del mondo, forniscono valuta pregiata a Teheran e finanziano proprio i loro peggiori nemici, i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione che controllano il commercio dei pistacchi nella Repubblica islamica.
Tutto ciò in violazione sia delle leggi israeliane (Trading with Enemy Act), che vietano qualsiasi rapporto commerciale con l'Iran, che delle sanzioni ONU contro il programma nucleare di Teheran, approvate in difesa della sicurezza di Israele.
L'ambasciatore americano Jones ha infatti inviato alcuni giorni fa una lettera al ministro delle finanze israeliano Ronnie Bar-On e per conoscenza al premier Olmert, in cui ha sostenuto che "la maggior parte, se non tutti i pistacchi che entrano in Israele sono in realtà prodotti in Iran", sottolineando come malgrado gli ottimi rapporti con Israele solo il 5% della loro frutta secca raggiunga lo Stato ebraico.
Inoltre il diplomatico nella lettera ha anche smontato la difesa d'ufficio israeliana secondo la quale l'83% dei pistacchi consumati dagli israeliani vengono dalla Turchia, in quanto il ministero americano dell'Agricoltura ha dimostrato che la quasi totalità della produzione di Ankara viene consumata all'interno del Paese.
Jones ha infine concluso la sua missiva invitando il governo israeliano a riflettere sul fatto che ogni pistacchio importato dall'Iran avvicina Teheran alla bomba atomica.
Insomma, siamo veramente alle comiche.
Ma forse magari un giorno si scoprirà che oggetto dello scambio commerciale tra Israele e Iran non erano i pistacchi ma ben altro.
D’altronde l’affaire Iran-Contras docet…
I Vespri Italiani
Ci mancava solo la “geniale” idea di La Russa di sguinzagliare nelle strade italiane 2.500 soldati di pattuglia insieme a Carabinieri, agenti di Polizia e Guardie di Finanza, ad aumentare il quadro dei provvedimenti ridicoli presi finora dal nuovo governo.
Anche perché si tratta dell’ennesimo provvedimento di facciata, inutile - 2.500 soldati sparsi nel territorio italiano è veramente una comica, se si deve tenere fede agli obiettivi per cui saranno dislocati - e foriero di potenziali grossi problemi in futuro. Insomma è un tipico provvedimento da governo Berlusconi.
Sono inoltre già sorti evidenti malumori tra le Forze dell’Ordine che non vedono di buon occhio il fatto di essere affiancati dai militari e sembra che anche gli stessi militari non siano affatto entusiasti di questo nuovo ruolo.
Tutti scontenti quindi, tranne La Russa che gongola come un bambino per essere riuscito, forse, a concretizzare il suo vecchio quanto inutile pallino.
Intervista al generale Mini
di Tommaso di Francesco – Il Manifesto – 14 Giugno 2008
«Se sulla sicurezza hanno fallito le forze di polizia, il problema è politico non militare»
Sull'emendamento del ministro della difesa Ignazio La Russa e di quello degli interni Roberto Maroni che prevede, per sei mesi prorogabili, l'uso di 2.500 militari contro la criminalità nelle aree metropolitane, abbiamo rivolto alcune domande al generale Fabio Mini, ex comandante delle truppe della Nato in Kosovo e autore di un prezioso saggio, «Soldati», uscito da poco per le edizioni Einaudi.
Non c'è più «solo» l'attribuzione ai militari degli stabilimenti per lo smaltimento dei rifiuti nelle aree critiche. Ora si annuncia l'impiego dei soldati in servizio di ordine pubblico. Ma se le misure ordinarie di polizia sono state insufficienti c'è qualcosa che va oltre l'emergenza. Perché invece di individuare responsabilità e limiti politici e istituzionali, si arriva all'uso dei militari?
Certo, se non è un cambiamento del ruolo dello stato è però un cambiamento di atteggiamento nei confronti di una esigenza. Non la chiamerei emergenza, perché altrimenti tutto diventa emergenza. E non è neanche una sostituzione dei compiti della polizia, perché se fosse una sostituzione andremmo incontro a problemi veramente di status giuridico che ovviamente le forze armate non possono avere, se non in condizioni particolari come quelle proprio di «emergenza di ordine pubblico» e altre. Direi piuttosto che si tratta di una voglia di far vedere che le forze armate come realtà appartenenti alle forze di sicurezza dello stato possono essere integrate. Io qui però ho sempre la solita domanda: l'integrazione è proprio a livello minuto, nel senso che insieme a un carabiniere, a un finanziere, a un poliziotto ci deve essere anche un soldato? E se sì, la qualifica di agente di polizia di pubblica sicurezza o quella superiore, molto superiore, di ufficiale di polizia giudiziaria rimane al carabiniere, al finanziere, al poliziotto o al soldato? Che tipo di qualifica ha? Il militare fa parte di un gruppo in cui c'è uno soltanto che può arrestare? E lui starebbe lì a fare o da scorta al carabiniere o a essere scortato da un carabiniere o da un poliziotto? La facoltà, la capacità di intervento che ha un soldato restano un nodo veramente da sciogliere.
Nel provvedimento si dice che si tutela meglio la sicurezza passando dal poliziotto di quartiere di giorno a un pattuglia mista nelle ore serali. Il tutto coordinato dai prefetti. E si fa l'esempio dei Vespri siciliani del 1992...
La catena è regolare, nel senso che spetta ai prefetti coordinare l'impiego delle forze di sicurezza e di polizia. Ovviamente questo tipo di intervento e di coordinamento avviene tutte le volte che - per quanto riguarda le forze dell'esercito - l'esercito è messo a disposizione del prefetto in casi di emergenza. Così invece l'emergenza rischia di diventare una routine, ed è un fatto sui generis. Non possiamo prendere come esempio i Vespri siciliani, perché se dovessimo per caso avere in mente ancora quel modello significherebbe che: 1) esiste un'emergenza di ordine pubblico; 2) in questa emergenza di ordine pubblico le forze di sicurezza della polizia e dei carabinieri sono impotenti; 3) c'è una voglia di riscatto, di rivalsa da parte di tutta la popolazione che vede nei soldati i propri naturali rappresentanti, come popolo in armi, e allora si usa anche il soldato. Ma non siamo in queste condizioni. Se fossimo davvero in queste condizioni vorrebbe dire che saremmo messi molto male non solo dal punto di vista della disponibilità degli uomini ma soprattutto come approccio al problema della sicurezza nelle nostre città.
Ma non è pericolosa questa sorta di militarizzazione, mostrata come esercizio della forza? Perché poi le inefficienze croniche diventeranno più che problemi politici e istituzionali, un'emergenza militare, pericolosa sia per chi la chiede come il governo, sia per chi la esegue? E se alla fine nemmeno l'esercito riesce a districare i nodi irrisolti?
Questo è un aspetto molto importante, perché i militari in questo senso dovrebbero essere veramente l'ultima risorsa, quando proprio la situazione è precipitata. Se questo non è il caso, si ha una specie di inflazione di intervento militare che porta anche a uno snaturamento, a una delegittimazione stessa dei militari in questo tipo di compito. Così come esiste - ed è il pericolo fondamentale - la delegittimazione delle forze di polizia. Insomma, ci devono dimostrare che le forze di polizia non sono sufficienti e devono essere integrate dalle forze dell'esercito. Allora si possono integrare, dando alle forze dell'esercito gli stessi poteri delle forze di polizia, e nelle stesse condizioni anche di lavoro. Immagino i conflitti che possono sorgere. Non è possibile che un poliziotto debba fare sei ore al giorno di lavoro e poi tutto il resto è straordinario mentre un soldato deve lavorare 24 ore al giorno e magari non prendendo neanche l'indennità di ordine pubblico. Ma, insisto, si tratta veramente di sostituire perché si è verificata con prove alla mano l'impotenza e l'incapacità delle forze di polizia, e contestualmente ai poteri militari. Cosa veramente gravissima per uno stato costituzionale come il nostro.
Come interpreta il fatto che i militari saranno scelti «tra quelli che hanno avuto esperienza nelle missioni di pace, dove hanno svolto compiti di polizia»? Insomma la periferia di Roma come Kandahar o Mitrovica?
Da un punto di vista tecnico è corretto, nel senso che si impiegheranno quelli che hanno già avuto esperienza. Però c'è un fatto «politico» annesso a quello tecnico: i nostri soldati sono andati a fare quel tipo di lavoro dove c'è la guerra, dove manca lo stato e ogni presenza istituzionale, dove c'è la corruzione che dilaga con gli attentati terroristici. Non mi pare che questo sia il caso di Roma o Milano.
sabato 14 giugno 2008
Dopo il No irlandese l’UE tira dritto
L’Irlanda ha votato NO al referendum sulla ratifica del Trattato di Lisbona, ma nei palazzi UE l’intenzione è quella di proseguire con le ratifiche nei Parlamenti dei restanti Paesi membri che non l’hanno ancora fatto.
Finora sono già 18 i Paesi che hanno ratificato il Trattato e tra poche settimane si aggiungerà anche la ratifica del Parlamento italiano.
A Bruxelles quindi nessuna pausa di riflessione in vista, ma nel prossimo futuro il caos è già assicurato.
Ci vuole un'Europa dei cittadini
di Giulietto Chiesa – Megachip – 14 Giugno 2008
Tre referendum popolari, tre bocciature. L'Irlanda ha detto "no" al trattato che fu firmato dai capi di Stato e di Governo europei il 13 dicembre 2007 nel monastero di Jeronimos, a Lisbona. Esattamente come i francesi dissero "no", insieme agli olandesi, al "Trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa", che era stato presentato solennemente a Roma il 18 luglio 2003. Poichè la differenza tra i due documenti era ed è praticamente nulla, i tre "no" popolari hanno lo stesso significato: una Costituzione Europea fatta in quel modo, con quei contenuti, non va bene, non è vendibile alle opinioni pubbliche, non ha un'anima decente. Per non dire che ha un'anima pericolosa per la democrazia. E quell'anima che ha è meglio mandarla all'inferno per crearne un'altra.
Dico subito che il colpo d'arresto che il referendum irlandese non è cosa che possa entusiasmare chi guarda ai destini del mondo. L'Europa (tutta l'idea europea, quella buona e quella cattiva) ne esce ridimensionata, frenata, indebolita. E, in una situazione di crisi internazionale gravissima, multipla, senza soluzioni all'orizzonte, avremmo avuto bisogno di un'Europa forte, autorevole, in grado di contrastare la politica degli Stati Uniti d'America, e di prendere la guida di alcuni processi planetari (vedi il cambiamento climatico, vedi la crisi energetica, vedi la crisi alimentare) con una impostazione di dialogo, di pace, di rispetto della legalità internazionale.
Ma, ciò detto, bisogna anche dire che non tutti i mali vengono per nuocere e che il colpo all'Europa delle multinazionali, delle banche senza controllo, dei governi che se ne infischiano dei popoli che dovrebbero rappresentare, delle burocrazie che copiano i protocolli dei potenti trasformandoli in leggi che costringono i deboli, dei servizi segreti che obbediscono agli ordini di servizi segreti più potenti e che violano i diritti dell'uomo che sono stati scritti sulle carte fondative comuni: tutto questo è un fatto positivo che potrà essere utilizzato dalle società civili europee per correggere, cambiare, limitare lo strapotere dei forti, e per aumentare il controllo democratico dei deboli.
Non so se i lavoratori di Irlanda abbiano votato in base a quest'ultima novità, ma quello che conta è la lezione da trarne. La presidenza di turno slovena - vedi un pò come i neofiti superano perfino i maestri! - pochi giorni prima di lasciare il posto a quella di Sarkozy, ha proposto ai ministri del Lavoro dell'Unione di portare il tetto massimo per la settimana lavorativa da 48 ore a 60 e, per alcune categorie, come i medici, fino a 65. Ma anche in questo caso, in cauda venenum : il tetto dovrebbe calcolarsi sulla media del trimestre, quindi i tetti settimanali singoli potranno raggiungere perfino le 78 ore lavorative.
E non è finita: viene inflitto un colpo decisivo anche alla contrattazione collettiva lasciando aperta la via alla possibilità che il singolo lavoratore possa patteggiare come vendere la sua vita restante (oltre a quella obbligatoria davanti alla macchina o alla scrivania) direttamente con il datore di lavoro. Che è il nuovo terreno su cui le Confindustrie europee già stanno menando le nuove offensive.
E' questa l'Europa che vogliono ammannirci? Quella di una Banca Centrale che, al di fuori di ogni controllo, mette in circolo 400 miliardi di euro per sostenere il dollaro che cade, facendoci pagare il debito americano senza nemmeno spiegarci perchè lo fa? Quella che paga le elezioni irachene, decise e condotte da Washington per mettere al potere gli uomini che piacciono a Washington?
Certo che ci vuole più Europa, ma non questa Europa.
Il vicolo cieco della globalizzazione
Con il prezzo del petrolio che prosegue la sua folle corsa, la liberalizzazione degli scambi commerciali - la famigerata globalizzazione - diventerà sempre meno conveniente economicamente per l’aumento esponenziale del costo dei trasporti.
E idem ovviamente dicasi per le delocalizzazioni delle imprese, così tanto decantate negli ultimi 15 anni dagli industriali dei Paesi più “avanzati” come panacea per affrontare l’agguerrita competitività nei diversi mercati, grazie all’infimo livello del costo del lavoro nei Paesi destinatari delle delocalizzazioni.
Si dovranno quindi ripensare e ricostruire strategie economiche e abitudini quotidiane, ma finora la strada imboccata è sempre la stessa e conduce contro un muro che si sta avvicinando sempre di più.
Arriva l’autarchia, e non abbiamo niente da metterci
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 12 Giugno 2008
Di colpo, sono tornati i dazi doganali. Ma non sono gli Stati a rialzarli per decisione politica. E’ il petrolio rincarato. Nel 2000, quando il petrolio costava 20 dollari il barile, il costo del trasporto per importare merci dalla Cina equivaleva a una tassa sull’import del 3%, un dazio modesto.
Oggi, il «dazio petrolifero» pesa sulle merci cinesi per il 9%, e toccherà l’11% quando il barile andrà a 150. Col barile a 200 «previsto» da Goldman Sachs e voluto dai Bilderberg, la tassa sull’import sarà del 20%: un dazio pesante, da protezionismo autarchico.
Fornisce queste informazioni il Times di Londra, (1) con questo commento del tutto inusuale per un giornale british, cioè ultraliberista: «Il prezzo del petrolio sta, con brutale efficienza, facendo mancare il fiato a un mostro del ventesimo secolo, la globalizzazione». La delocalizzazione (mandare le fabbriche là dove il lavoro costa poco) conviene ogni giorno di meno. «La distanza dal tuo cliente non è solo una sciocca questione di logistica. Oggi, che tu venda acciaio o fiori recisi, il costo del trasporto diventa un problema».
La Cina, vittima del suo successo, deve continuare ad importare migliaia di tonnellate di minerale di ferro, e carbone per fonderlo; ma il trasporto di una tonnellata di tali materiali dal Brasile a Shanghai «supera oggi i 100 dollari, costo equivalente al valore del minerale» trasportato. Per contro, l’industria siderurgica americana è rinata a vita nuova: non solo grazie al dollaro basso, ma per «il muro tariffario eretto dal costo di spedire per nave attraverso il Pacifico prodotti pesanti e di basso valore aggiunto». I metallurgici statunitensi hanno smesso di denunciare il dumping cinese (vendita sottocosto); ora il danno è rovesciato, e lo subiscono i Paesi asiatici esportatori.
Insomma, ciò che non hanno voluto fare i politici, lo fa la globalizzazione stessa come effetto collaterale indesiderato: è la globalizzazione che ha reso scarso e rincarato il greggio, la globalizzazione ha reso Cina e India grandi consumatrici, è la speculazione globalizzata che ha fatto salire il rincari alle stelle.Naturalmente il dazio «naturale» petrolifero non colpisce tutte le esportazioni ugualmente. Le merci piccole e costose, come medicinali, elettronica sofisticata come telefonini e computer, risentono poco del rincaro del trasporto trans-oceanico; ma i materiali grossi, voluminosi e pesanti sono diventati meno convenienti da importare: mobili, scarpe, macchinari di base, materiali da costruzione - «ciò che esporta la Cina in America» non sono più a buon prezzo.
Forse è un po’ presto per prevedere la rinascita delle aziende tessili italiane o inglesi, e la chiusura delle fabbriche del Guangdong, dice il Times; «ma c’è da chiedersi che senso ha comprare la merce dalla Cina quando il viaggio per mare da Shanghai rappresenta metà del valore del prodotto». Ciò vale ancor più per i prodotti agricoli freschi o in scatola che l’Europa e gli USA importano dal mondo intero.
L’autarchia, che nessuno ha voluto perchè politicamente scorretta, si impone da sè. E dove sono finite le nostre aziende tessili che ci serviranno presto? Dove le nostre coltivazioni nazionali, le vacche e gli allevamenti? Dove le centrali nucleari per sostituire un decimo dell’import di petrolio che arriva su costose petroliere? Dove sono le fabbriche di mobili che hanno chiuso per andare altrove? Dove sono le competenze, gli ingegneri, i tecnici, gli specializzati per fabbricare e coltivare?
Ecco, si avvicina l’autarchia - per necessità, come sempre - e non abbiamo niente da metterci. Soprattutto, non abbiamo guide politiche capaci di prendere atto della realtà.
Il capo della Banca Centrale Europea Trichet ha minacciato - con questi chiari di luna - di aumentare il tasso di sconto, che è già quasi il triplo di quello americano: Bernanke ha abbassato il tasso al 2%, mentre le minacce di Trichet hanno aumentato il nostro al 5,2%. Ciò non solo sopravvaluta l’euro e strangola le nostre esportazioni, ma è un disastro economico-sociale per alcuni Paesi.
La Spagna, per esempio, alle prese con lo scoppio della bolla immobiliare (le case costano il 18% in meno rispetto al boom), ha anche il 98% dei mutui in essere che sono a tasso variabile; il rialzo dei tassi BCE manderà in rovina centinaia di migliaia di famiglie. Zapatero ha chiesto a Trichet di starsene zitto; ma la Germania ha preso le difese del gran cretino della BCE. Sostenendo che con i tassi alti, «Trichet ci difende dall’inflazione» (2). Tutti fanno finta di ignorare che l’inflazione non è cosa che Trichet abbia il potere di controllare: dipende dal rincaro di petrolio e cibo.
E’ l’idiozia al potere. E con quale arroganza. Pressati dai camionisti e dai pescatori, i francesi vogliono bloccare l’IVA sui carburanti. Puro buon senso. Ma la Commissione Europea glielo ha vietato. Jean-Pierre Jouvet, il ministro di Parigi per gli Affari Europei, è sbottato: «La proposta francese sarà discutibile, ma ciò che non è ammissibile è che in Europa si dica che non accade niente sul fronte delle materie prime». Se l’Europa continua a «negare i problemi», ha aggiunto, il rischio è «un divorzio tra l’Europa e i suoi cittadini». «Si deve sapere se in Europa si vuol fare una politica che risponda alle aspirazioni dei suoi cittadini o no; non è possibile dire ‘business as usual’ quando il barile del petrolio è triplicato».
Il divorzio dei popoli con questi burocrati di legno è quello che occorre, e d’urgenza. La Commissione europoide, commenta Dedefensa, con furore e fervore sta alzando le barricate contro «un intruso spaventoso: la realtà» (3). Continuano a predicare liberismo, globalizzazione, «stabilità», pareggi di bilancio, insomma le ricette che hanno imparato da Washington e che ripetono a memoria. E’ il progetto per cui sono stati selezionati, e che sono decisi a difendere, a costo di farci morire.
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1) Carl Mortished, «Oil price crisis threatens to reverse globalization», Times, 11 giugno 2008.
2) Ambrose Evans-Pritchard, «Europe’s deep rift exposed over ECB interest rates policy», Telegraph, 11 giugno 2008.
3) «La Commission se doute-t’elle de quelque cose?», Dedefensa, 10 giugno 2008.
venerdì 13 giugno 2008
L’Irlanda dice NO al Trattato di Lisbona
Il fronte del NO nel referendum sulla ratifica del Trattato di Lisbona ha vinto.
La cosiddetta Costituzione UE è stata bocciata.
Già dalla mattinata le prime indiscrezioni davano in vantaggio i NO e infatti si erano già avute conseguenze sull'economia, con l'euro che ha toccato nei confronti del dollaro USA il minimo mensile a 1,5307.
Anche nel 2001 gli elettori irlandesi respinsero con un referendum il trattato di Nizza, approvandolo poi in una nuova consultazione l'anno successivo.
Ma ora questa vittoria del NO creerà grossi problemi all'interno dell'Unione Europea, dove il trattato è già stato ratificato dai parlamenti di 18 paesi.
Fin da prima dell’inizio dello scrutinio il primo ministro francese Fillon aveva dichiarato "Se l'Irlanda boccia il Trattato di Lisbona, il testo e' morto". E Gianfranco Fini aveva aggiunto "Se davvero l'Irlanda dovesse bocciare il Trattato di Lisbona, ci troveremmo in una situazione di crisi delle istituzioni europee senza precedenti".
Con la vittoria del NO il documento di Lisbona non può entrare in vigore, ma non è comunque escluso che l'UE decida di applicare comunque il patto di Lisbona, anche se non è chiaro come l'Irlanda potrebbe rapportarsi con gli altri stati membri.
Insomma, si prevede un bel caos nei palazzi UE.
Felicissimo invece per la vittoria del NO è Calderoli, che già prima della conferma del risultato aveva dichiarato "Un grazie agli irlandesi per il loro voto. Tutte le volte in cui i popoli sono stati chiamati a votare hanno bocciato clamorosamente un modello di Europa che viene vista lontana dai popoli stessi, dimostrando di avere maggiore saggezza rispetto a governi e parlamenti. La vittoria del "no" sarebbe in linea con la posizione tenuta da sempre dalla Lega Nord, ovvero che la sovranità appartiene ai popoli e che, come sostenuto anche dal presidente emerito Cossiga e dal professor Guarino, l'approvazione di questo trattato da parte del solo Parlamento avrebbe rappresentato un atto incostituzionale per gli articoli 1 e 11 della Costituzione, perché avrebbe affidato i nostri destini nelle mani dei burocrati e non degli eletti dal popolo".
Per una volta mi trovo ad essere pienamente d’accordo con Calderoli.
Quel giorno in cui l'Irlanda ci salvò
di Pierluigi Paoletti - Centro fondi – 12 Giugno 2008
Mentre i nostri dibattiti televisivi sono pieni di immondizia (ridere prego), si o no alle intercettazioni, delle gesta della nostra nazionale di calcio, oggi 12 giugno 2008 nel silenzio mediatico più assordante, in Irlanda si sta decidendo il nostro futuro. La verde e magica Irlanda è l’unico paese, dei 27 che compongono l’Unione Europea, a ratificare o respingere il trattato di Lisbona tramite un referendum popolare. La cosa è determinante perché, mentre la ratifica parlamentare è scontata, avendo comprato tutti i governanti in gioco, il NO dell’Irlanda impedirebbe l’unanimità e quindi la ratifica del trattato.
Molti non sapranno nemmeno che cosa è il trattato di Lisbona, ma vi basti sapere che è la cosa più importante da quando nel giugno 1946 l’Italia decise se essere repubblica o monarchia. Il trattato di Lisbona è la riedizione della vecchia costituzione europea naufragata con il NO espresso da Olanda e Francia nel 2005. Il trattato di Lisbona sarebbe la ratifica del passaggio dalla dittatura velata e mascherata da democrazia nella quale siamo immersi, alla dittatura vera e propria.
Chi ci legge sa che noi siamo a favore dell’unione tra i popoli, ma sa anche che siamo contrari ad un’unione fondata dagli interessi finanziari, che sfrutta gli squilibri dei vari paesi per far guadagnare pochissimi a danno di tutti gli altri. Questa unione non ha niente di umano, ancor meno di democratico.
Vi ricordate forse di aver votato per adottare il trattato di Maastricht?
Vi ricordate forse di aver votato per l’entrata dell’Italia nella Unione Europea?
Vi ricordate forse di aver votato per l’adozione dell’euro?
Ovviamente no perché tutto è avvenuto nelle stanze del potere che ha escluso ogni partecipazione popolare a quello che si è rivelato un vero e proprio “colpo di stato” silenzioso, addirittura modificando sostanzialmente anche la Costituzione e assoggettandola ai poteri finanziari europei.
Con il trattato di Lisbona i parlamenti nazionali sarebbero completamente svuotati di ogni potere di deliberare su questioni economiche, di polizia, di sicurezza, di difesa, delegando tutto alla decisione della commissione europea le cui modalità di elezione sono tutto fuorché democratiche essendo il presidente, vero padre padrone, eletto dai governi e solo ratificato dal parlamento.
Senza contare che il trattato in questione reintroduce la pena di morte in caso di sommosse e rivolte e quindi anche il dissenso potrebbe essere represso con mezzi drastici e non solo con le cariche della polizia come a Chiaiano, senza contare che in uno stato federale come quello dopo il trattato i “ribelli” potranno essere inviati magari in un carcere in Georgia a riflettere sulle loro malefatte.
Di 27 paesi solo l’Irlanda ha deciso di sottoporre al giudizio popolare la ratifica del trattato di Lisbona, 16 paesi lo hanno già ratificato all’interno dei loro parlamenti ed è strano come Olanda e Francia che avevano espresso il loro netto rifiuto alla costituzione europea siano stati fra i primi a ratificare il trattato nel silenzio più completo, e gli altri paesi tra cui l’Italia lo faranno a breve in estate.
Perché tutti tacciono e nei mass media non si è dato risalto alcuno a questo trattato? Quanti di voi conoscevano il trattato di Lisbona, quanti di voi si sono fatti un’idea su che cosa voglia dire ratificare un trattato del genere? Che cosa comporti per il nostro paese?
Le risposte purtroppo sono sempre le stesse e saranno palesi, come il trattato di Maastricht, solo dopo, ma allora sarà troppo tardi. Non ci è concesso fare molto, non ci viene chiesto il nostro parere e quindi oggi non ci resta che confidare nel buon senso dei cittadini irlandesi che oggi non decideranno solo del loro, ma anche del futuro di tutti noi.
CHE SAN PATRIZIO ILLUMINI GLI IRLANDESI!
giovedì 12 giugno 2008
L’eterno vittimismo israeliano
Finirà prima o poi il perenne vittimismo israeliano utilizzato ad arte per ricattare subdolamente le coscienze europee e occidentali più in generale? Finiranno le accuse di antisemitismo contro chiunque osi criticare le criminali politiche di guerra, di occupazione e di violazione dei diritti umani messe in atto dallo Stato di Israele?
Purtroppo non si intravede ancora un’uscita per questo tunnel senza fine che l’Europa in particolare ha imboccato da 60 anni per espiare il suo senso di colpa causato dall’Olocausto, una tragedia che comunque non potrà essere strumentalizzata in eterno per giustificare ogni scempio commesso da Israele e tappare la bocca a chi legittimamente denuncia i crimini impuniti che Israele continua a compiere contro i Paesi suoi vicini, Palestina in primis.
Nel frattempo quasi 500 palestinesi sono rimasti uccisi per gli attacchi israeliani dal novembre scorso, quando si è tenuta la ridicola e fallimentare conferenza di pace di Annapolis.
E la mattanza di Gaza continua senza sosta. Il vittimismo israeliano pure.
Perchè tutti ce l’hanno con l’Innocente?
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 11 Giugno 2008
«La Gran Bretagna è diventata un ‘covo’ di estremismo anti-israeliano»: se n’è lamentato l’ambasciatore di Israele a Londra, Ron Prosor. Una volta l’Inghilterra era un campione di democrazia, ha detto. Ora non più.
«Israele vi è assoggettata a una intensa campagna di delegittimazione, demonizzazione e doppiopesismo. La Gran Bretagna è diventata un santuario per ipocriti appelli alla soluzione ‘uno Stato’ (ossia uno Stato con palestinesi ed ebrei), che non è che un eufemismo per il movimento che vuole la distruzione di Israele». Infatti coloro che premono per quella soluzione «negano il diritto all’esistenza di Israele come Stato ebreo-democratico (sic) liberale».
Le università inglesi soprattutto. Che avevano una «reputazione di libertà d’espressione e pluralismo delle idee», ora non più. Ora nelle università infuria «la licenza di molestare, umiliare e discriminare» gli studenti ebrei che vengono da Israele.
Bisogna ammetterlo: tutti ce l’hanno con Israele. Persino il Paese che si fece governare da Disraeli è divenuto antisemita. L’innocenza di Sion non viene più riconosciuta, tutti sono dalla parte dei palestinesi e non riconoscono le minacce che Israele affronta ogni giorno, sola al mondo, disarmata delle sue 300 testate nucleari, contro nemici potentissimi come Hamas. Finirà che Al Qaeda dovrà fare un altro attentato a Londra, per dare una lezione a questo covo di odio antisemita.
Anche l’ONU è diventata un covo di antisemitismo. Più precisamente; il Consiglio per i Diritti Umani, colpevole - ha denunciato Condoleezza Rice - di «aver accusato Israele di atrocità contro il popolo palestinese». La Rice ha annunciato perciò che gli USA si ritirano da tale organo. Il quale è nuovissimo: è nato nel 2006, dopo che gli USA avevano voluto liquidare il precedente Human Rights Council proprio perchè criticava Israele ed era poco atteno ai diritti umani di altri.
Ma anche il nuovo organo dell’ONU si è dimostrato «ripetutamente ingiusto contro Israele», secondo Israele. Il precedente inviato dell’ONU, il sudafricano John Dougard, dopo aver constatato sul campo il trattamento che l’Innocente fa subire ai palestinesi, ha denunciato «uno Stato di apartheid simile a quello sudafricano». Dougard non andava bene, ha voluto un altro inviato.
E’ arrivato Richard Falk, un celebre giurista americano, per di più (dato il cognome) probabilmente ebreo. Ebbene: ancor prima di essere nominato, Falk ha paragonato il trattamento inflitto ai palestinesi all’olocausto inflitto agli ebrei negli anni ‘40.
Si è arrivati al punto che l’Innocente ha dovuto negare il visto d’entrata nel Paese - lo «Stato ebreo-democratico liberale» - al Falk. Niente più inviati ONU, sono tutti pieni di pregiudizi, doppiopesisti e antisemiti. E anche negazionisti.
Un sito fa notare che anche la recente messa al bando delle cluster bombs (bombe a frammentazione) è un chiaro sintomo di antisemitismo mascherato da umanitarismo. Infatti, è Israele che usa di più queste bombe; dunque, il bando colpisce in modo sproporzionato gli ebrei.
Solo nell’attacco al Libano del 2006 (pardon, nella «difesa»), l’Innocente ha gettato sul Libano tante di queste cluster bombs, da totalizzare 4 milioni di «bomblets», ossia di ordigni piccoli e graziosi che paiono giocattoli, e sono pronti a scoppiare quando un bambino li prende in mano o un pastore ci inciampa sopra. Di questi 4 milioni, infatti, almeno un milione giacciono inesplosi tra campi e rocce libanesi, in attesa della loro occasione per affermare il diritto d’Israele all’esistenza, così continuamente negato. E dalla fine della guerra in Libano, hanno già ammazzato o mutilato e sfigurato 200 libanesi. «Highly useful battle devices», ossia «strumenti utilissimi sul campo di battaglia», dicono gli israeliani e gli americani che - a ragione - non hanno aderito alla messa al bando.
Chissà perchè tutti ce l’hanno con Israele. L’ambasciatore Ron Prosor dice bene: bisogna che «tutti quelli che credono nei valori britannici» di libertà e pluralismo «facciano tacere la frangia estremista che domina il dibattito su Israele». Questo è il pluralismo approvato: far tacere. E invece, raccontare di più le sofferenze del povero, inerme Innocente. Dov’è finito Magdi Allam?
mercoledì 11 giugno 2008
Le continue minacce USA al Pakistan
Mentre Frattini e La Russa ufficializzano davanti alle Commissioni Esteri e Difesa delle due Camere l’intenzione del governo di ridurre i caveat che regolano la missione militare italiana in Afghanistan e di aumentare il numero di carabinieri da inviare in Iraq per formare la polizia irachena, tre donne e un bambino afghani sono rimasti uccisi nella provincia di Paktia insieme a numerosi guerriglieri nel corso di un'operazione militare della coalizione sotto comando USA che mirava a colpire due leader dei guerriglieri.
Questa è quantomeno la motivazione ufficiale dei fatti.
Bush intanto sta arrivando a Roma dove appunto riceverà il regalino del taglio dei caveat confezionato dal governo italiano mentre in cambio farà finta di impegnarsi nel cercare di convincere i membri del gruppo dei 5+1 a farvi entrare anche l’Italia. Inutilmente, la Germania non ci vuole.
Ma mentre prosegue l’ultimo tour europeo di Bush che sonda i consensi europei per un ulteriore giro di vite delle sanzioni contro l’Iran ed un sostegno dell’UE per un eventuale intervento armato targato USA-Israele contro Teheran, è arrivata la notizia che almeno 11 soldati pakistani sono morti per un missile sparato dal territorio afghano sulla loro postazione di frontiera, dopo un lungo combattimento con i militari di Kabul.
Sembra che gli scontri siano stati innescati dal tentativo dei soldati afghani di assumere il controllo delle strategiche alture di Soran Dara che confinano con la provincia afghana di Nangarhar e su cui e' aperto un contenzioso con il Pakistan. Il missile ha ferito anche altri nove soldati di Islamabad.
Non è comunque la prima volta che si registrano scontri lungo la frontiera fra i militari pakistani e le truppe afghane assistite dai soldati americani di Enduring Freedom. Islamabad ha piu' volte protestato per il lancio di missili americani dal territorio afghano, compreso quello che a maggio ha ucciso una decina di persone nella provincia di Bajaur.
Anche questa volta il Pakistan ha accusato gli USA di aver utilizzato un velivolo spia senza pilota per lanciare il missile che ha ucciso i soldati pakistani. Inoltre secondo Al Jazeera, un leader tribale ha detto che i combattimenti tra forze afghane e straniere da un lato e soldati pakistani e milizie tribali dall’altro sarebbero durati più di 4 ore e che ben due aerei USA sarebbero intervenuti con ripetuti lanci di missili.
In sintesi, si tratta dell’ennesimo avvertimento a Islamabad di Washington e Kabul che hanno più volte accusato il Pakistan di non fare abbastanza per contrastare i movimenti della guerriglia talebana sul suo territorio.
Anzi, se è per questo il nuovo governo pakistano è impegnato in veri e propri colloqui di pace con i taliban e ha già scarcerato molti miliziani.
Si prevedono quindi altri missili USA sul Pakistan, che prima o poi però reagirà seriamente.
Algeria: riprende la guerra sporca
Dopo la nuova ondata di attentati che ha scosso l’Algeria dall'inizio del 2007, in particolare la Cabilia e Algeri, è ritornata nel Paese maghrebino quella psicosi da attentato che era scomparsa dopo la fine della guerra civile nel 1998.
E questo grazie anche alle orchestrate campagne di disinformazione della stampa governativa che ha ricominciato a dare notizie di presunti attentati destituite di ogni fondamento.
Insomma, sembra ripresa quella guerra sporca tra frange dell’esercito e l’ex Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC), l’unica formazione integralista che non aveva deposto le armi nel 1998 annunciando invece anni dopo di aver aderito alla rete internazionale della cosiddetta Al-Qaeda assumendo il nuovo nome di Al-Qaeda nel Maghreb islamico.
Ma in Algeria nulla è netto e definito, i gruppi integralisti e frange dell’esercito molto spesso si sovrappongono e si mimetizzano.
Qui di seguito una serie di articoli tratti da Peacereporter che riassumono la situazione algerina dell’ultimo anno
Bomba o non bomba - 11 Giugno 2008
L'Algeria trema di fronte al ritorno del terrorismo, tra attentati veri e presunti
Oggi è l'11 giugno. Un giorno come tanti, ma non certo per gli algerini, per i quali l'undicesimo giorno del mese sta diventando un incubo. La tensione è molto alta, soprattutto dopo la tempesta di notizie degli ultimi giorni, tra attentati veri e presunti.
Cronaca di una psicosi. Il 9 giugno le principali agenzie stampa internazionali annunciano un attentato a Bouira, in Cabilia, circa 120 chilometri da Algeri. Le prime notizie parlano di una bomba, fatta esplodere alla fermata di un bus. Un primo bilancio parla di almeno venti vittime, ma la notizia si rivelerà priva di ogni fondamento. Come quella diffusa, sul far della sera, il giorno prima. Una bomba esplode all'uscita del cantiere dell'azienda francese Rezal, che lavora alla ristrutturazione di un tunnel nei pressi di Beni Amrane, settanta chilometri a est di Algeri, ancora in Cabilia. Perdono la vita Pierre Nowacki, ingegnere francese di settant'anni, e il suo autista algerino. La cronaca dell'episodio, però, racconta di una seconda esplosione avvenuta quando sono sopraggiunti i soccorsi, costata la vita a otto militari e tre pompieri. La seconda esplosione non c'è mai stata. Il ministero della Difesa algerino, solo ieri, ha tentato di fare chiarezza, specificando che ''le vittime dell'attentato a Beni Amrane sono solo due e che non c'era stato alcun attentato a Bouira. Alcuni mezzi d'informazione hanno diffuso notizie prive di alcun fondamento''.
La tensione in Algeria resta alta e lo stesso governo pare incerto su come gestire la questione, diviso com'è tra la volontà di tenere alta la percezione del pericolo nell'opinione pubblica internazionale e la necessità di dimostrare di essere in grado di gestirla.
La stagione delle bombe. La popolazione civile algerina ha paura che tornino i fantasmi della guerra civile che, negli anni Novanta, è costata la vita ad almeno 150mila persone, in massima parte civili. Dopo la fine del conflitto tra l'esercito algerino, che aveva preso il potere invalidando le elezioni del 1992, vinte dagli islamisti, e i miliziani del Gruppo Islamico Armato (Gia), nel 1998, la situazione sembrava sotto controllo. Restava in armi solo il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc), che aveva deciso di non colpire obiettivi civili. La violenza restava dunque limitata alle montagne impervie della Cabilia, dove avevano riparato gli ultimi irriducibili. Poi, alla fine del 2006, una svolta tattica imprevedibile. Il Gspc annuncia di aderire al network internazionale di al-Qaeda, mutando il suo nome in al-Qaeda nel Maghreb islamico. Viene annunciata un'inversione di rotta nella lotta armata e un cambio di strategia: arriva la tecnica degli attentatori suicidi (mai vista prima in Algeria) e l'obiettivo della lotta non è più soltanto il rovesciamento del governo algerino, ma anche tutti gli interessi occidentali nel Paese.
La nuova strategia si concretizza nel 2007. L'Algeria torna a vivere giorni da incubo e la violenza scende dalle montagne della Cabilia e torna a colpire nel cuore di Algeri.
Un anno da incubo. L'11 aprile dello scorso anno, ad Algeri, due attentati suicidi contemporanei causano la morte di trenta persone. L'11 luglio sono dieci i militari uccisi in un attentato suicida a Lakhdaria, in Cabilia. L'11 dicembre sono quaranta le vittime di un doppio attacco suicida ancora ad Algeri.
L'undicesimo giorno del mese, un incubo che ricorda quell'11 settembre 2001 che ha cambiato la storia del mondo contemporaneo. Nel mezzo tanti altri attentati, più o meno gravi, fino a oggi. L'ansia serpeggia tra gli algerini che, con un plebiscito, avevano approvato nel 2005 il referendum per la Carta per la Pace e la Riconciliazione Nazionale. Il documento, entrato in vigore il 1 marzo 2006, voluto dal presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, puntava a chiudere i conti con la guerra civile, offrendo l'amnistia a tutti coloro che avessero deciso di abbandonare le armi. Amnistia che garantiva l'impunità anche ai militari che, durante il conflitto, si erano macchiati di crimini non meno atroci di quelli degli integralisti. La Carta sembra essere stata la molla che ha portato il Gspc a spaccarsi. Proprio ieri, uno dei leader storici del gruppo, l'emiro Abu Hudheifa, si è consegnato alle autorità, in rotta con al-Qaeda in Maghreb per la scelta di colpire i civili. Un segnale che la situazione è molto fluida, anche tra le file dei guerriglieri integralisti, ma questo non aiuta a fare di questo 11 giugno, per gli algerini, un giorno normale.
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Una strana rivendicazione - 12 Marzo 2008
Sempre più fitto il mistero sulla scomparsa dei due turisti austriaci in Algeria
Il mistero sulla sorte di Wolfgang Ebner e Andrea Kloiber, rispettivamente 51 e 43 anni, i due turisti austriaci dispersi da settimane in Tunisia, s'infittisce sempre di più. Il quotidiano algerino el-Khobar, vicino ai servizi segreti di Algeri, sostiene con certezza che i due uomini sono stati rapiti da miliziani di al-Qaeda in Maghreb e portati nella zona desertica al confine tra Tunisia, Libia e Algeria.
Un mistero fitto. Il quotidiano algerino smentisce quindi l'omologo al-Nahar, secondo cui Ebner e Kloiber sarebbero stati portati in Mali. Nessuna certezza sulla sorte dei due austriaci, che si trovano in gita con un fuoristrada noleggiato in Tunisia, a pochi chilometri dal confine con l'Algeria. L'ultima persona ad averli visti è una guida tedesca il 15 febbraio scorso. Da quel momento di loro si sono perse le tracce. La fonte d'intelligence citata da el-Khobar ha indicato nella cellula dell'emiro salafita Yahya Jawadi, alias Abu Omar al-Tayariti, il responsabile del rapimento.
Lo stesso gruppo che, il 7 febbraio scorso, avrebbe ucciso sette guardie di confine algerine nella stessa zona e che, alla fine del 2007, avrebbe ucciso quattro turisti francesi in Mauritania. Al-Tayariti è il nuovo emiro della zona, dopo la resa di Mokhtar Bemokhtar, il vecchio emiro.
Le deduzioni della fonte anonima dei servizi algerini citata da el-Khobar sono l'unica prova che i fatti siano andati davvero così. Al-Qaeda in Maghreb avrebbe rivendicato su internet il rapimento, ma pur citando dati anagrafici corretti dei due turisti, cosa che farebbe presupporre che siano in possesso dei loro passaporti, non hanno mostrato immagini di Ebner e Kloiber. Rivendicazione sui generis quindi, in quanto i due cittadini austriaci sarebbero un bel bottino da mostrare in un momento nel quale l'esercito di Algeri affonda i colpi con durezza contro i terroristi. Dimostrare di avere in mano due ostaggi, garantirebbe un minimo di respiro ai miliziani, che invece non li fanno vedere a nessuno. Non li hanno rapiti? Li hanno già uccisi? Il mistero rimane.
Rapimento 'sui generis'. Il governo austriaco, come quelli della Tunisia, dell'Algeria e della Libia, mantiene sulla vicenda un riserbo assoluto. Vienna ha infatti disconosciuto la rivendicazione del rapimento apparsa in rete e poi rilanciata con una telefonata ad al-Jazeera, diffidando dell'autenticità. Neanche i governi maghrebini si sono sbilanciati, anche se il mondo dell'informazione non è poi così libero in Algeria: tutte le notizie filtrate in questi giorni sulla rete dimostrano che esiste la volontà di far trapelare delle notizie. ''Una brigata di miliziani, il 22 febbraio, si è infiltrata in Tunisia e ha rapito due turisti austriaci''. La telefonata forniva il numero dei passaporti e chiudeva garantendo che i due uomini godono di ottima salute. Basta. Neanche una foto, un video, una registrazione audio. In palese contraddizione con le 'strategie comunicative' di al-Qaeda e dei suoi affiliati. Manca poi un elemento fondamentale: la richiesta del riscatto 'politico'. Mai un'operazione del genere si è risolta senza appelli al ritiro delle truppe straniere da Afghanistan e Iraq, oppure alla liberazione della Palestina. Invece lo scarno comunicato si limita a intimare alle forze speciali algerine di non usare la forza, pena la vita di Ebner e Kloiber, e rimandano a un secondo momento la richiesta di riscatto.
Strategia di comunicazione. Modalità molto originali, alle quali fa da contraltare una certa frenesia dei militari algerini, che oggi hanno fatto sapere che unità speciali dell'esercito stanno effettuando delle perlustrazioni nella zona al confine con la Tunisia, alla ricerca dei due turisti austriaci. Sembra quasi che Algeri voglia dare pubblicità alla vicenda, tanto quanto Tunisi ( dove il regime di Ben Alì vive nell'incubo islamista) tiene un profilo basso, non ammettendo ancora che si possa parlare di rapimento. Il governo di Vienna ha deciso, per vederci più chiaro, l'invio di un’unità di crisi nella regione allo scopo di seguire da vicino la vicenda. Nella regione, da mesi, l'esercito algerino ha concentrato forze ingenti nel tentativo di eliminare le sacche della resistenza armata nel sud del paese. Il rapimento dei due austriaci, da un lato, potrebbe rappresentare un salto di qualità nella strategia dei miliziani salafiti, che potrebbe essere dovuto al tentativo, come detto, di uscire dalla morsa nella quale li ha rinchiusi l'esercito di Algeri. Allo stesso tempo, però, lascia perplessi la pubblicità che i media algerini danno alla vicenda, dando per scontata la matrice al-Qaeda. Come se, almeno negli ultimi mesi, il governo algerino sentisse il bisogno di legittimare le operazioni militari nella regione. Un fitto mistero, che tiene con il fiato sospeso le famiglie dei due austriaci.
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Il fronte meridionale - 5 Febbraio 2008
Lo scontro tra l'esercito algerino e al-Qaeda si estende anche al sud, sconfinando pure nei paesi limitrofi
Una mattina come tante a Nouakchott, capitale della Mauritania, città africana con tanti problemi, ma con scarsità di quelle breaking news che terrorizzano altre zone del mondo. Un attacco terroristico, da queste parti, è una rarità. Ma Nouakchott, nella notte tra il 31 gennaio e il 1 febbraio, è stata colta di sorpresa da un assalto all'ambasciata israeliana.
Attacco non previsto. Un commando di sei uomini ha assaltato con armi automatiche la sede diplomatica israeliana di uno dei tre paesi arabi, con Egitto e Giordania, con i quali lo stato ebraico ha normali relazioni diplomatiche. La sicurezza ha risposto subito al fuoco, impedendo agli assalitori di entrare, e tre persone sono rimaste ferite.
Un episodio del tutto nuovo, che si aggiunge alla decisione di bloccare la Parigi – Dakar, mitica corsa che avrebbe attraversato paesi non ritenuti più sicuri. Un legame con il terrorismo che, nel caso della Mauritania, non era mai emerso come quest'ultimo periodo. Ma il fenomeno non è indigeno, almeno stando alla rivendicazione giunta poche ore dopo l'assalto alla televisione satellitare al-Jazeera.
''Siamo stati noi e non è che l'inizio di una serie di operazioni in Mauritania, paese dove abbiamo già colpito tre volte, contro gli interessi dei crociati e degli ebrei'', ha dichiarato l'emiro Abdelmalek Droukal, ritenuto il capo dell'organizzazione al-Qaeda nel Maghreb islamico, gruppo nato dall'evoluzione (e pare anche da una scissione interna) del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, unica formazione armata integralista algerina a non aver deposto le armi.
Sarebbe in atto dunque uno sconfinamento a sud delle azioni dei guerriglieri salafiti, che secondo le autorità algerine si nascondono nella regione montuosa della Cabilia, a pochi chilometri da Algeri.
Frontiera sud. Il confine meridionale dell'Algeria è da tempo teatro di scontri e tensioni, sia sul versante del Mali che su quello della Mauritania. Ma operazioni 'oltre confine' non erano mai avvenute.
Un salto di qualità dunque, confermato da un'operazione dei corpi speciali algerini nel sud del paese che, come ha fatto sapere il ministro della Difesa di Algeri, hanno circondato un gruppo armato di venti uomini. I guerriglieri, assediati nella cittadina di Ourgla, si sono difesi riuscendo a scappare ma lasciando sul terreno cinque uomini. Un sesto uomo sarebbe stato arrestato dai militari di Algeri, che nell'operazione hanno potuto contare anche sul supporto di elicotteri da combattimento.
Secondo il quotidiano algerino el-Khobar, la cellula sarebbe quella guidata da Mokhtar Belmokhtar, responsabile del rapimento di 32 turisti occidentali, nel febbraio 2003, che visitavano il deserto del Sahara, e dell'attacco a un aereo militare algerino nell'ottobre 2007 nell'aeroporto dell'oasi di Djanet. Secondo le fonti del quotidiano, lo stesso emiro avrebbe perso la vita nel rastrellamento dell'esercito.
La tensione al confine meridionale dell'Algeria è alta: secondo il governo, i fondamentalisti utilizzano le porose frontiere con il Mali, il Niger e la Mauritania come comode retrovie, in una zona desertica, diventando invisibili. Non a caso in quella regione circola di tutto: armi, droga, sigarette e traffico di esseri umani, ma è anche la regione dove ci sono i principali giacimenti petroliferi algerini.
Un vertice distratto. La gestione di queste frontiere era uno dei temi caldi del vertice dell'Unione africana, tenutosi ad Addis Abeba dal 29 gennaio al 2 febbraio scorso, proprio in occasione dell'attentato a Nouakchott e dell'operazione dell'esercito algerino. La cronaca, con le crisi in Kenya e in Ciad, ha fatto scivolare in secondo piano questo tema, che però resta centrale. Anche per gli Stati Uniti, i quali da tempo si offrono di collaborare con gli stati della fascia del Sahel, dall'Oceano Atlantico all'Oceano Indiano, tra il deserto del Sahara e l'Africa nera. Il cosiddetto Plan Sahel, che secondo alcuni porterà alla costruzione di basi militari Usa nella regione. Anche nei giorni scorsi il Dipartimento di Stato Usa ha negato questa eventualità, ribadendo solo la collaborazione ai governi locali nella lotta al terrorismo. Compito affidato, dal febbraio dello scorso anno e su iniziativa del presidente Usa George W. Bush, all'Africom, una sorta di coordinamento con sede in Europa che si occuperà di sostegno e sviluppo dei governi locali. Compreso l'addestramento dei reparti scelti per la lotta la terrorismo in una zona che, per le immense risorse petrolifere (soprattutto quelle che si ritiene non siano ancora state sfruttate nel Golfo di Guinea), diventa ogni giorno più strategica.
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Ricomincia la strage - 10 Gennaio 2008
Operazione dei corpi speciali algerini in Cabilia, dove sembra tornata la sporca guerra
''La situazione sta degenerando in maniera inquietante, la psicosi sta dilagando tra la popolazione. È necessario agire immediatamente''. A parlare è Mohamed Ikherbane, presidente della provincia di Tizi Ouzou, capoluogo della Cabilia, 100 chilometri a est di Algeri.
Fantasmi del passato. Il tono del funzionario governativo ricorda i tempi bui della guerra civile in Algeria, negli anni Novanta, quando almeno 150mila algerini persero la vita nei massacri perpetrati dall'esercito e dai miliziani fondamentalisti.
In effetti l'ultimo anno in Algeria è stato davvero duro: almeno 355 persone hanno perso la vita. Cifre che non si vedevano da anni. Ieri l'esercito algerino ha lanciato una vasta offensiva delle truppe speciali nella foresta di Jebel el-Ouehch (la montagna del mostro), vicino a Costantina, 400 chilometri a est di Algeri.
I militari hanno utilizzato anche elicotteri da combattimento appena acquistati per bombardare i presunti rifugi dei miliziani tra le montagne della zona.
Nell'operazione hanno perso la vita quattro guardie comunali e due militari, mentre sono almeno due i guerriglieri uccisi durante il rastrellamento. Lo riferisce oggi la stampa algerina, che riporta da giorni notizie di scontri nella zona, esplosi dopo il ritrovamento di quattro uomini sgozzati in un villaggio alla periferia della città, ma nessuna conferma è ancora arrivata dalle autorità.
Secondo il quotidiano El Watan, sarebbero state le segnalazioni degli abitanti della zona a spingere l'esercito all'inseguimento di un gruppo armato, composto da una ventina di uomini.
Il 2008 pare dunque iniziato come era finito il 2007: nel sangue. Il 2 gennaio a Naciria, in Cabilia, un'auto guidata da un attentatore suicida si è lanciata contro una caserma di polizia, uccidendo quattro persone e ferendone 25. L'attacco è stato rivendicato da al-Qaeda per il Maghreb islamico, la sigla che alla fine del 2006 ha preso il posto del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento.
Terrore, da nord a sud. Il governo di Algeri è in fibrillazione e, ieri, esperti e specialisti del settore hanno partecipato al forum del quotidiano algerino El Moudjahid, interamente dedicato a questo tema. In particolare si è parlato dell'utilizzo di internet da parte delle organizzazioni terroristiche, non solo per comunicare tra loro, ma principalmente per reclutare nuovi adepti. ''Usiamo internet per tentare di rintracciare i terroristi che usano siti web per reclutare giovani, ma anche per comunicare tra loro, trasmettere comunicati al pubblico e ai governi'', ha dichiarato Moostefaiui Abdelkader, commissario di polizia, ''ma è quasi impossibile visto che la maggior parte dei siti usati dai terroristi sono creati all'estero''.
La presenza di gruppi armati legati ad al-Qaeda non riguarda solo la Cabilia, ma anche l'Algeria meridionale, al confine con Mali e Niger.
L'algerino Said Janit, responsabile per la Pace e la Sicurezza dell'Unione Africana, lo ha ricordato in una recente intervista, nella quale dava per certa la presenza di al-Qaeda in Africa. Durante il Vertice panafricano, che si terrà alla fine del mese in Etiopia, verrà affrontato il controverso progetto statunitense Africom, che punta a istallare basi militari Usa nel continente e al quale molti paesi africani si oppongono.
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Doppio attentato ad Algeri - 11 Dicembre 2007
Si scava ancora tra le macerie del Palazzo Costituzionale, per ora le vittime sono 67
Elicotteri sorvolano la capitale algerina e la polizia è schierata per le strade principali, mentre la protezione civile sta cercando superstiti tra le macerie. Algeri è sconvolta dal doppio attentato di questa mattina e sta ancora cercando di comprendere cosa sia realmente accaduto.
I fatti. Quel che si sa ora è che questa mattina, verso le nove, un'auto carica di esplosivo è saltata in aria ad Algeri, nel quartiere di Ben Aknoun, vicino alla sede della Corte Suprema. La deflagrazione ha investito un autobus pieno di studenti e provocato, a quanto riferiscono testimoni, almeno 27 morti. Una decina di minuti dopo un'altra esplosione, ancora più potente -non si sa ancora se un ordigno o un attentatore suicida-, ha demolito il Palazzo Costituzionale danneggiando anche la sede dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, nel quartiere di Hydra, una delle zone più ricche -e protette- della capitale. In questo caso si parla di una quindicina di morti. Stando alle fonti ospedaliere, le vittime sarebbero in totale sessantasette, e i feriti più o meno cento. Ci sarebbero anche una dozzina di dispersi stranieri tra il personale Onu. Diverso il bilancio fornito dal ministero degli Interni, secondo cui le vittime sarebbero sedici e i feriti una sessantina. Le ricerche tra le macerie sono ancora in corso.
Indici puntati su Al Qaeda. Al momento gli attacchi non sono stati rivendicati ma, mentre le Nazioni Unite, la Commissione Europea e la Lega Araba condannano l'episodio, implicitamente tutti gli indici sono puntati contro Al Qaeda in Maghreb, il gruppo islamico algerino, nuova denominazione del Gspc, il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento. Al Qaeda in Maghreb è attivo dallo scorso gennaio e ha già associato il suo nome a diversi attentati, l'ultimo dei quali era costato altre cinquanta vittime lo scorso settembre. Quale sia il reale grado di affiliazione del gruppo con la rete del terrore di Osama bin Laden non è chiaro, ma negli ultimi messaggi a lui attribuiti lo sceicco ha più volte legittimato la formazione algerina, invitandola a “liberare” il Maghreb dagli stranieri occidentali.
Dietro gli attentati. “Bisogna comprendere che tutti i movimenti algerini, compresi i terroristi di Al Qaeda, hanno la piena coscienza che i movimenti islamici in Algeria non arriveranno mai al potere” spiega a Peace Reporter il regista algerino Lemnauar Ahmine. “La stragrande maggioranza della popolazione è contraria alla violenza, così come è stata esercitata dal Fis dal 92 fino a ora. Al Qaeda in Maghreb, che discende dal Fis, è attiva da circa un anno e in questo periodo ha cercato disperatamente di terrorizzare la gente per cancellare ogni loro speranza e cambiare il corso intrapreso dal Paese. Ma gli algerini, che hanno imparato la lezione e il significato della morte, non consentiranno mai che i cambiamenti istituzionali avvengano per mezzo della violenza. Al Qaeda in Maghreb va collocato in un contesto leggermente diverso, la loro azione dipende da motivazioni economiche e strategiche legate al contrabbando o alla geopolitica internazionale”.
Perchè sono stati scelti questi obiettivi. “Generalmente puntano a colpire sedi istituzionali e sensibili come quelle di oggi: la Corte Suprema e il Palazzo Costituzionale. É un cambiamento di strategia rispetto alle azioni di metà anni novanta, quando i massacri a sud di Algeri costavano la vita a centinaia di persone, ma, allo stesso tempo, non avevano alcuna eco internazionale. La morte degli algerini non fa notizia, invece la distruzione di un palazzo governativo o di un ente internazionale e la morte di civili stranieri fanno parlare eccome. Gli attacchi alle istituzioni fanno tanto rumore ma non portano consensi ai gruppi islamici, nemmeno tra la gente che ha scelto di non votare alle scorse elezioni. Lo scontro in questo momento è tra i gruppi islamici e il governo, mentre il prezzo è tutto sulla pelle della popolazione civile, che non crede più nella violenza, ma allo stesso tempo ha perso la fiducia, tanto nella democrazia imposta dal regime, quanto nella lotta armata”.
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Nessuna traccia di Hassan Hattab - 5 Novembre 2007
Dopo l’annuncio della resa, il fondatore del GSPC non si e’ presentato in Tribunale in Algeria
Hassan Hattab, fondatore del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc), sembra sparito nel nulla. Come in un copione già visto per alcuni dei più importanti emiri dei gruppi armati algerini di matrice islamica, tra tutti Amari Saifi, nome di battaglia el Parà, ufficialmente nelle mani dei servizi di sicurezza algerina dal 2004, ma mai comparso davanti alla giustizia, anche Hattab non è comparso ieri in aula alla prima udienza a suo carico e nessuno sembra sapere dove sia.
Il mistero. Un mese dopo l’annuncio della resa dello storico leader del movimento salafita, fatto a Parigi dal ministro degli interni algerino Yazid Zerhouni, le autorità non hanno più fornito nessun dettaglio e ieri una nuova sconcertante dichiarazione. “L’imputato non e’ presente in aula e non abbiamo prove concrete che sia realmente nelle mani delle autorità. Continuiamo a considerarlo in fuga", ha detto il procuratore generale Abdelghafour Kahoul, in apertura del processo contro Hattab al tribunale di Algeri. ‘’Se gli avvocati sono in possesso di prove che dimostrino dove si trova attualmente l’imputato che le consegnino alla giustizia’’, ha incalzato anche il giudice Hassan Tahbet . Nell’aula luccicante del nuovo palazzo di giustizia appena costruito alla periferia della capitale maghrebina, scende il silenzio. Le decine di giornalisti, gli esperti ma anche i semplici curiosi, sembrano increduli. Dopo pochi minuti di attesa, lo scottante processo viene rinviato alla prossima sessione giudiziaria, in marzo. “Tutti sapevamo che non lo avrebbero portato in aula, ma ci aspettavamo almeno qualche tipo di giustificazione, una parvenza di logica. Qualche problema burocratico, una scusa!”, commenta Abdel, uno studente di giurisprudenza che sogna di diventare avvocato, “non uno qualunque, ma specializzato nei dossier legati al terrorismo”.
Una storia infinita. Dato per morto almeno per tre volte dalla stampa algerina, nel 1998, nel 2000 e nel 2004, Hassan Hattab, alias Abou Hamza, sarebbe in trattativa con le autorità almeno dal 2003. Numerose le sue lettere e dichiarazioni a favore del progetto di Riconciliazione nazionale del presidente Bouteflika, definito da Hattab “inizio di una nuova era” nella sua unica intervista rilasciata al quotidiano londinese Aharq Al Awsat, nel 2005. Membro del Gruppo islamico armato (Gia) fin dal 1993, subito dopo l’annullamento del secondo turno delle elezioni legislative del 1992 stravinte al primo turno dal Fronte islamico per la salvezza (Fis), Hattab, rivendica tra l’altro l’assassinio nel 1993 dell'ex-premier Kasdi Merbah, anche capo dei servizi segreti, e del cantante simbolo delle lotte della Cabilia, Matoub Lounes, nel giugno del 1998. Pochi mesi dopo, la svolta e l’inizio di una nuova fase del terrorismo algerino. Nel settembre del 1998, c’é chi dice su consiglio dello stesso Osama Bin Laden, crea il Djamaà salaria (gruppo salafita) per ripulire l’immagine sanguinaria del gruppi armati algerini e prendere le distanze da chi si era reso colpevole di massacri tra i civili e si era allontanato dalla ‘jihad legale’. Hattab guida gli attacchi del Gspc, rivolti principalmente contro la polizia e l’esercito, per cinque anni, fino al 2003, quando annuncia per la prima volta di voler deporre le armi e beneficiare così dell’amnistia avviata da Bouteflika con la legge sulla Concordia civile in cambio del suo aiuto per convincere anche altri compagni di battaglia ad arrendersi. Da quel momento nessuna notizia certa è filtrata sulla sua attività, ma secondo la stampa algerina ha inizio ‘’la sua stretta collaborazione con le autorita’’.
I dubbi. Una collaborazione fin troppo stretta, dicono in molti, e non soltanto dal 2003. “Forse El Parà e Hattab erano in realtà degli infiltrati, uomini al servizio del potere algerino. Per questo sono scomparsi”, dice subito dopo il processo di ieri Ali Yahia Abdenour, ex presidente della Lega algerina per i diritti umani (Laddh, non governativa). “Adesso hanno voluto farli rientrare, ma sono in imbarazzo e certo non li porteranno in tribunale”, commenta Abdenour. “O forse, c’é stato un semplice accordo e nonostante sia colpevole di massacri e attentati Hattab potrà beneficiare della Charta per la pace e la riconciliazione nazionale senza nemmeno essere giudicato”, aggiunge il battagliero 90enne leader del Laddh, arrestato più volte, amato ed odiato per aver difeso giornalisti, rappresentanti di partiti politici ma anche islamici radicali, ''senza pensare alle ideologie'' dice, ''ma solo ai diritti dell'essere umano in quanto tale''. La Charta per la pace e la Riconciliazione nazionale, approvata con un referendum il 29 settembre del 2005, ha portato alla scarcerazione di circa 3000 detenuti per reati legati al terrorismo e prevede misure d'amnistia per chi depone le armi. Secondo il documento sono esclusi però "gli integralisti implicati in massacri collettivi, stupri, attentati dinamitardi in luoghi pubblici”.
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Nel nome di al-Qaeda - 8 Ottobre 2007
Viaggio in Cabilia, tra la popolazione schiacciata da Algeri e i barbuti
“In Cabilia vi ci porto, ma dobbiamo tornare prima del tramonto”. L'autista è cordiale, ma sull'argomento non sente ragioni: troppo pericoloso viaggiare di notte sulle strade di montagna della regione algerina. Basta dare un'occhiata in giro, tra la gente assiepata nei caffè della casbah di Algeri, per capire: non c'è giornale che non parli dell'ultima operazione dell'esercito in Cabilia, sulle tracce dei 'barbuti'.
Una lunga scia di sangue. Vengono chiamati così, dagli algerini laici, i guerriglieri islamisti che, dopo la fine della guerra civile degli anni Novanta, costata la vita in poco più di sei anni ad almeno 150mila persone (in gran parte civili), non si sono arresi. La storia è nota: dicembre 1991, Il Fronte Islamico di Salvezza (Fis) si aggiudica il primo turno delle elezioni legislative. L'esercito, invalidando l'esito delle urne e annullando il secondo turno, prende il controllo del Paese. A gennaio 1992, scoppia la guerra, che vede contrapposti i militari ai miliziani del Gruppo Islamico Armato (Gia), gli islamisti che non hanno accettato il golpe. Entrambi si macchiano di stragi d'innocenti e lo stato di diritto muore, sporcando di sangue le bianche facciate delle case algerine. Nel 1998 la guerra finisce e, con l'avvento al potere dell'attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, viene inaugurata la stagione della riconciliazione. Che tradotto suona più o meno come impunità in cambio di pace. Tutti i militari e i guerriglieri, almeno quelli che accettano di deporre le armi, sono graziati. Comincia una stagione di calma relativa, interrotta solo dal pianto inconsolabile delle madri dei 'desaparecidos', che si radunano ogni mercoledì davanti alla sede del ministero dell'Interno di Algeri chiedendo inutilmente giustizia, e dagli attacchi del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc), ultimo nucleo di irriducibili della lotta armata, che si rifugiano tra le montagne della Cabilia.
Nel nome di al-Qaeda. Attacchi sporadici contro polizia o esercito, intervallati da rapine a banche e uffici postali per autofinanziarsi. Questo era quello che restava della guerra civile, e i militari parevano riuscire a tenere sotto controllo i salafiti. Poi, alla fine del 2006, la svolta inattesa. Con un comunicato diffuso sul web, l'emiro Abdul Wadud, ritenuto il leader del Gspc, annuncia al mondo che il gruppo armato cambia nome e diventa al-Qaeda in Maghreb, entrando nel network internazionale del terrore. Lo stesso al-Zawahiri, il medico egiziano ritenuto il braccio destro di Osama bin Laden, benedice l'ingresso dei fratelli maghrebini nella 'grande famiglia'. Una svolta improvvisa e profonda, visto che la strategia del Gspc è sempre stata nazionale (rovesciare il governo e istituire una repubblica islamica) e, dopo il 1998, non ha mai colpito i civili. Tutto il contrario di al-Qaeda, che punta a colpire gli interessi occidentali tout-court, anche quando a pagare è la popolazione.
A gennaio comincia una stagione di pesanti attentati, come mai era accaduto in precedenza dalla fine della guerra civile. Vengono colpite caserme della polizia e dell'esercito, ma l'11 aprile scorso un attentato ad Algeri ha ucciso più di trenta persone, tutti civili. E sono stati tanti gli attacchi contro operai stranieri che lavorano per le aziende estere in Algeria. Tutte azioni rivendicate da comunicati su internet, che ricopiano in pieno un'iconografia già vista: il capo che parla di fronte alla camera, con il fucile appoggiato nelle vicinanze, in un luogo impervio. Dall'inizio dell'anno a oggi sono più di duecento le vittime di questa guerra sempre più intensa, e cento di loro solo nel mese di settembre. Cosa succede in Cabilia?
Fichi, incendi e check-point. Percorrendo in auto la strada che porta da Algeri a Tizi Ouzou, principale cittadina cabila, l'atmosfera si fa pesante: i posti di blocco s'intensificano e, dietro ogni tornante disegnato dalla strada che sale, o in prossimità di uno svincolo importante, c'è un check – point, annunciato da blocchi di cemento bianchi e rossi che costringono le auto a rallentare disegnando una serpentina tra cavalli di frisia e filo spinato. Chiusi nelle loro garitte, abbracciati ai kalashnikov, i militari (quasi tutti giovanissimi) scrutano intimoriti all'interno della auto che transitano.
La Cabilia, regione a maggioranza berbera, è da sempre terra off-limits per il governo di Algeri. Le rivendicazioni dei berberi, che chiedono il riconoscimento ufficiale della loro lingua e della loro cultura, hanno portato a scontri duri con il potere centrale e, nel 2001, sono state almeno cento le vittime dei disordini in tutta la regione. Adesso, i rapporti sono più sereni, ma la tensione è tornata a salire per la presenza, vera o supposta, dei 'barbuti'. Tutta l'area è costellata dagli alberi di fico e dagli ulivi, ma in macchina penetra un odore acre di bruciato.
“Sono gli incendi appiccati dall'esercito”, spiega la nostra guida Karim, cabilo di razza, “tentano così di stanare i fondamentalisti nascosti nella vegetazione”. Più si sale, oltre Tizi Ouzou, verso i villaggi cabili arroccati sulle alture, più aumentano i focolai dei rastrellamenti dell'esercito. “Di miliziani ne prendono pochi però”, commenta Karim, “ma intanto bruciano migliaia dei nostri alberi”. E per i cabili gli alberi sono importanti, in quanto il bosco è il simbolo stesso dell'identità di questa popolazione berbera, che vive in simbiosi con la natura. “Non si rendono neanche conto di quanto sia rischiosa questa strategia”, commenta Karim, “con i venti che ci sono tra queste valli il controllo di un incendio si può perdere in un attimo”. Karim, suo malgrado, è stato buon profeta, e il 30 agosto scorso otto persone sono morte a causa di un incendio pauroso che ha travolto la regione, impegnando fino a 700 vigili del fuoco, mentre bruciavano 21mila ettari di foreste.
In cima alle alture della Cabilia, sono arroccati tutti i villaggi che, per motivi strategici connessi alle cicliche invasioni subite da questa terra, hanno preferito dominare le valli sottostanti da un buon punto d'osservazione. Lungo i sentieri utilizzati dai miliziani per nascondersi nelle montagne grigie della Cabilia, che si stagliano contro il cielo come monoliti silenziosi, un asino bruca l'erba, solitario, mentre due donne nel loro colorato costume tradizionale cabilo portano masserizie accatastate contro la legge di gravità in equilibrio sulla testa. Fichi e olivi lasciano il passo a pini secolari. Basta camminare su questi sentieri per rendersi conto di quanto sarebbe agevole per qualcuno nascondersi qui, dove solo rare sorgenti d'acqua che formano piscine naturali interrompono la fitta rete di alberi e piante.
Strategia mutata. “Hanno cambiato strategia: adesso non si fanno più vedere. Tutti sanno che, fin dai tempi della guerra d'indipendenza, le montagne della Cabilia sono piene di piccoli rifugi e di nascondigli, ma un tempo questa gente veniva a rifornirsi di cibo in paese. Adesso nessuno li vede più. Durante la guerra facevano i posti di blocco per la strada, e li vedevamo in faccia”, racconta aggiustandosi gli occhiali, che scivolano sul naso e sorridendo sotto i baffi sale e pepe, Amad, scrittore e insegnante, inguaribile comunista ottantenne, vera e propria memoria storica del villaggio di At Yani. “Io credo che ci siano, ma non saprei dire quanti sono e chi sono. In questa situazione il governo può dire quello che vuole, quello che gli è più utile – continua Amad - Il presidente Bouteflika sta per cambiare la Costituzione, come paladino della sicurezza nazionale si garantirà la possibilità di un altro mandato. Credo che ci siano gruppi di miliziani nascosti tra le montagne, ma credo anche che ingigantire il pericolo serva al governo. Che intanto, come unica soluzione, brucia i nostri boschi. Questa è una battaglia combattuta sulla testa dei Cabili, tra islamisti e governo. Anche perché i 'barbuti' hanno tentato di imporre la loro visione dell'Islam in alcuni villaggi, ma hanno subito capito che con noi non attacca. Se un villaggio veniva importunato, reagivamo armandoci, e loro non potevano permettersi il lusso di avvelenare l'unica retrovia sicura che avevano nel paese. Ci lasciano in pace quindi, mentre il governo continua a bruciare tutto e a tenere la Cabilia in un angolo”, conclude Amed.
Mistero sempre più fitto. I dubbi dei Cabili, che ritengono la strategia della tensione del governo uno strumento di controllo del territorio da parte di Algeri, non è l'unico dubbio attorno alla svolta 'qaedista' dei salafiti. Il 3 ottobre scorso, secondo il quotidiano algerino al-Khabar, l'emiro Abdul Wadud sarebbe stato rimosso dall'incarico. La decisione sarebbe stata presa durante un direttivo del gruppo, che ha sfiduciato Wadud in favore di Ahmad Harun. Motivo della contesa intestina al gruppo sarebbe stata la scelta di Wadud di colpire Mustafa Kartali, ex leader del Fis, che ha accettato il piano di riconciliazione del governo. Il religioso è stato oggetto di un attentato, al quale è sopravvissuto. Nelle prime ore dopo l'attacco, al-Qaeda in Maghreb aveva preso le distanze dall'accaduto, definendolo un errore. Sembra quindi emerso una rottura all'interno del gruppo, tra coloro che portano rispetto alla vecchia anima della lotta integralista in Algeria e i nuovi, i fedelissimi di al-Qaeda, che facevano riferimento a Wadud, determinati a eliminare la vecchia guardia. Il messaggio all'emiro era peraltro già stato inviato nei mesi scorsi, quando il padre di Wadud è stato decapitato davanti alla sua casa. Il 2 ottobre peraltro, confermando che il momento è molto delicato, il ministro della Giustizia algerino ha annunciato che lo storico capo del Gspc, Hassan Hattab, è nelle mani delle forze dell'ordine algerine. Hattab aveva lasciato la lotta armata, proprio per dissidi con Wadud sulla svolta 'qaedista' impressa da quest'ultimo alla guerra in Algeria. E non è chiaro se l'arresto è avvenuto per caso, oppure perché Hattab ha trattato la resa in cambio dell'amnistia, diventando così un collaboratore delle autorità di Algeri.
Le paure dell'imam. Sembra insomma che in pochi abbiano gradito il cambio di campo del Gspc, anche perchè tutto il mondo segue con il fiato sospeso la situazione, considerato che l'Algeria è un partner strategico dell'Occidente grazie alle sue ricche risorse energetiche. Ma il pericolo è anche quello di un Islam diverso, che si potrebbe diffondere, anche in una terra tradizionalmente laica come la Cabilia. Questo è il timore di Sheik Noureddine, l'imam di At Yani. “Creda a me: il pericolo vero è la fascinazione che esercitano i soldi su tanti giovani disoccupati”, racconta aggiustandosi la lunga veste che, come gli occhiali sgangherati, non ne vuol sapere di calzare a dovere. “Prima gli integralisti nei nostri villaggi erano quattro gatti. Adesso comincio a vedere delle derive che non mi piacciono. Bisogna agire in fretta”, raccomanda l'imam, camminando per le viuzze sassose del villaggio, tra una stretta di mano e una carezza a un bambino. “Per questo lavoro alla fondazione di una zaouia, una scuola religiosa, dove si possa insegnare il Corano vero, non quello della famiglia reale saudita, che ne tradisce lo spirito tollerante. E' l'ignoranza il problema – conclude l'imam - Voglio tradurre in amazigh il Corano, la Bibbia e la Torah, perché la gente è ignorante qui, e si bevono le menzogne che certi personaggi gli raccontano. E' l'ignoranza, la povertà che alimenta il fondamentalismo”.
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Il ritorno della 'sporca guerra' - 12 Settembre 2007
Secondo un quotidiano locale, al-Qaeda in Maghreb è pronta a colpire ancora in Algeria
Il quotidiano algerino al-Khabar pubblica oggi un'inchiesta sull'organizzazione al-Qaeda nel Maghreb Islamico, responsabile dell'ondata di attentati che ha scosso l'Algeria dall'inizio del 2007, secondo la quale ci sarebbero almeno quaranta volontari, anche molto giovani, pronti a compiere attacchi suicidi.
Allarmismo di stato. Al-Khabar cita fonti dei servizi segreti algerini che, come spesso è accaduto in passato, e in particolare durante il sanguinoso conflitto degli anni Novanta, utilizzano la stampa 'amica' del governo per tenere alta la tensione nel paese. In particolare adesso, dopo l'ondata di attacchi che ha colpito in Cabilia e ad Algeri, negli ultimi 9 mesi, nei quali hanno perso la vita decine di persone.
Secondo la ricostruzione del quotidiano, a ciascuno dei potenziali attentatori suicidi sarebbe stato imposto un nome di battaglia ispirato a quelli dei più noti terroristi mediorientali, com'è stato detto del giovane Nabil, 15 anni appena, responsabile dell'attentato di sabato scorso contro una caserma della Guardia Costiera a Dellys, un centinaio di chilometri a est di Algeri, costata la vita a trenta persone. Nabil, secondo i suoi amici, era il 'piccolo al-Zarqawi'.
Un esercito suicida. Tutti i giovani kamikaze pronti a colpire, sempre secondo l'intelligence di Algeri, sarebbero stati addestrati in un accampamento nei pressi di Oulad Saleh, nei pressi di Boumerdes. Quasi sempre i reclutatori affascinano le giovani leve con l'odio che le immagini dell'invasione dell'Iraq suscita nei ragazzi mediorientali. Una volta legati alla rete, e dopo un addestramento, le reclute vengono illuse di essere pronte ad andare in Iraq, quando invece i vertici dell'organizzazione sono già decisi a utilizzarli sul fronte interno.
Questa che fornisce al-Khobar è, più o meno, la versione ufficiale del governo di Algeri. Sono molti gli osservatori a essere perplessi di fronte alla svolta ideologica e tattica del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc), l'unica formazione integralista a non deporre le armi dopo la fine della guerra civile nel 1998. Il Gspc era caratterizzato da una lotta finalizzata all'instaurazione di un governo islamico in Algeria e colpiva solo obiettivi militari. Da quando, nel dicembre 2006, il Gspc ha annunciato di aver aderito alla rete internazionale di al-Qaeda, ha mutato obiettivo in una guerra globale 'all'Occidente e agli infedeli' e ha colpito in modo durissimo obiettivi anche civili. Il governo ha sempre accreditato questa versione dei fatti, anche perché la modifica costituzionale che permetterà al presidente Bouteflika di ottenere un nuovo mandato passa dalla sicurezza nazionale, della quale il presidente si è sempre mostrato il paladino.
Il ritorno della 'sporca guerra'. Mentre tutti gli occhi sono puntati sugli attentati, gli allarmi lanciati dai giornali, e le operazioni militari che ne conseguono (soprattutto nella regione berbera della Cabilia, con grave danno per la popolazione civile), è passato sotto silenzio il fatto che Abdel Qader bin Masoud, alias Abu Musab Abu Dawd, ex numero due del Gspc, si è consegnato alle autorità. Un pezzo grosso che, secondo alcuni, ha preferito trattare con il governo, vistosi tagliato fuori dall'organizzazione che era ormai nelle mani di al-Qaeda. E non sarebbe stato l'unico, visto che sembra che anche l'emiro Mokhtar Bel Mokhtar, comandante del Gspc nella regione meridionale dell'Algeria, avrebbe preso le distanze dal movimento di Osama, non condividendone strategia e mezzi. Il padre di Abu Dawd, come ha fatto sapere il sito algerino Ech-Orouruk, è stato ritrovato sgozzato l'8 settembre scorso, e l'omicidio sembra riconducibile a una vedetta dei 'qaedisti' contro gli uomini della vecchia guardia. Sintomo che qualcosa sta accadendo in Algeria, in una fitta nebbia che coinvolge 'barbuti' e servizi segreti di Algeri. Come accadde nella 'sporca guerra' che uccise più di 150mila persone.
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Ancora bombe in Algeria: Al-Qaeda sotto accusa - 8 Settembre 2007
Una autobomba contro una caserma della Marina militare causa almeno 30 morti
Almeno trenta persone uccise e molte altre ferite da un'autobomba che sabato mattina è stata fatta esplodere contro una base della Marina militare algerina a Delly, circa cento chilometri ad est della capitale Algeri.
Nuovi dettagli forniti dalle autorità rivelano che il mezzo, un furgone, era adibito all'appovvigionamento della caserma ed è stato fatto esplodere durante l'alzabandiera, quando dumerosi agenti erano riuniti nello spiazzo antistante la caserma. Il Presidente algerino Abdelaziz Bouteflika ha nuovamente accusato gli islamisti di al-Qaeda in Maghreb di essere dietro a questo attentato, il secondo in una settimana nel Paese.
Il 5 settembre scorso un attentatore si era fatto esplodere a Batna, città a circa 450 chilometri ad est di Algeri, in occasione di una visita del presidente. Anche in quel caso Bouteflika ha accusato gli islamisti di voler boicottare il processo di riconciliazione nazionale che vorrebbe mettere fine ad un conflitto durato quindici anni, tra i gruppi salafiti più radicali e il governo.
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Attentato contro il presidente: quindici morti - 6 Settembre 2007
Le bombe tornano a colpire. Al-Qaeda sotto accusa
Almeno 15 morti in un attentato suicida a Batna, una città a circa 450 chilometri ad est di Algeri. Testimoni oculari hanno riferito che l'attentato è stato diretto contro la folla che attendeva l'arrivo del presidente Bouteflika. Nn ci sono state ancora rivendicazioni dell'attentato, anche se il presidente ha accusato gli islamisti di voler boicottare il processo di riconciliazione nazionale che vorrebbe mettere fine ad un conflitto durato 15 anni tra i gruppi più radicali salafisti e il governo. L'11 aprile, proprio il Gruppo salafita per la predicazione ed il combattimento algerino, oggi trasformatosi nel braccio maghrebino di Al-Qaeda, aveva cercato di colpire il palazzo presidenziale ad Algeri e una caserma nella periferia della capitale con due attentati costati la vita ad almeno trenta persone.
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Boia che molla - 31 Agosto 2008
Nel giro di due giorni, muoiono due personaggi chiave dei massacri degli anni Novanta in Marocco e Algeria
Nel giro di due giorni sono morti due tra i personaggi più importanti e controversi della storia contemporanea dei giganti del Maghreb, l'Algeria e il Marocco.
Il 29 agosto scorso, ad Algeri, è morto il generale Smain Lamari, capo del controspionaggio algerino. Il giorno prima, a Parigi, dove si trovava in esilio, è morto Driss Basri, l'ex ministro degli Interni marocchino.
Il fascino perverso del potere. Due destini e due storie differenti, ma accomunate dal sentimento condiviso di non essere stati compresi dai rispettivi popoli. Due uomini che hanno fatto della ragion di Stato e della realpolitik il senso della loro vita, al punto da calpestare quelle di migliaia di altri individui.
Lamari, 69 anni, è morto in seguito a una lunga malattia. E' sempre stato considerato uno degli uomini forti del governo, assieme al generale Mohammed Mediene, responsabile del Dipartimento Informazioni e Sicurezza. Lamari preferiva restare nell'ombra e non si mostrava mai in pubblico, ma tutte le decisioni chiave sul futuro del Paese passavano dalla sua scrivania. Nato a El Harrach, alla periferia di Algeri, nel 1937, Lamari si arruola giovanissimo nell'Esercito di liberazione nazionale, prendendo parte alla lotta di liberazione dal colonialismo francese. Dopo l'indipendenza, nel 1962, entra nella polizia e poi in Marina. Nel 1989 diventa capo della direzione della sicurezza dell'esercito, prima di essere nominato capo del controspionaggio, carica che ha occupato fino alla morte. E da quella poltrona che ha vissuto gli anni bui della guerra civile, che dal 1992 al 1998 è costata la vita a più di 150mila algerini, in massima parte civili. Civili massacrati dagli integralisti, come il governo militare si affrettava a mostrare a tutto il mondo. Solo che poi si è scoperto che tanti di quei massacri erano stati orchestrati o non impediti proprio dall'esercito stesso, per ottenere il massimo dell'appoggio internazionale e interno contro le milizia islamiste. Ancora oggi, ogni mercoledì, tante madri di algerini scomparsi nelle segrete della polizia e dell'esercito si radunano davanti al ministero degli Interni di Algeri, chiedendo di sapere che fine hanno fatto i loro cari.
Nel 1999 però, dopo la nomina a presidente della Repubblica di Abdelaziz Bouteflika, un'amnistia ha garantito l'impunità tanto ai miliziani che hanno deposto le armi quanto ai militari che si erano macchiati di crimini orrendi, che adesso resteranno impuniti. E Lamari ha portato con sé nella tomba tante delle risposte utili per fare chiarezza sugli anni della 'sporca guerra'.
Impuniti. Mentre Lamari è rimasto al suo posto fino all'ultimo giorno, Driss Basri è morto, anche lui a 69 anni, in esilio. Quando è stato ministro degli Interni in Marocco, era considerato l'eminenza grigia di Hassan II, il vecchio re e padre dell'attuale re Mohammed VI. Basri era un avvocato, che dopo la laurea in legge aveva fatto carriera nelle forze di sicurezza. Prima commissario a Rabat, poi direttore di un dipartimento del ministero degli Interni, in seguito responsabile della Direzione della Sorveglianza del Territorio nel 1973 e sottosegretario agli Interni nel 1974. Dal 1979 al 1995 è stato ministro degli Interni. Un periodo molto lungo, nel quale tutte le forze che si opponevano ad Hassan II sono state combattute con ogni mezzo. Driss Basri è considerato il responsabile di manipolazioni politiche e frodi elettorali, nonché della violenta repressione di una serie di rivolte scoppiate a Casablanca e Fes. La polizia, ai tempi di Driss, non esitava a sparare sui civili, a torturare i prigionieri e, come si è scoperto negli ultimi anni, anche a seppellire le prove di questi crimini in fosse comuni. Il 'regno' di Driss è finito con il suo mentore, perchè è stato deposto quando Hassan II è morto nel 1999, ed è stato sostituito dal figlio Mohammed VI. Il nuovo re, puntando a mostrare ai marocchini e alla comunità internazionale che con lui s'inaugurava una nuova stagione di riforme e rispetto dei diritti umani nel paese, tre mesi dopo la sua ascesa al trono ha cacciato Driss, additandolo come il simbolo di tutti i mali. Puntando il dito su di lui, Mohammed VI distoglieva anche l'attenzione dal governo del padre. Driss era fuggito, concordando con il nuovo re un comodo esilio a Parigi. Mohammed VI nominò anche una Commissione d'inchiesta per stabilire la verità su quel periodo, ma dopo 8 anni i risultati sono stati scarsi e così Driss è morto senza dover rispondere dei suoi crimini.
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Salafiti, o no? - 14 Febbraio 2007
Riesplode la violenza in Algeria, dove i guerriglieri islamici sembrano aver aderito ad al-Qaeda.
Tre attentati in contemporanea in Cabilia: almeno 10 morti. Il terrorismo è tornato a colpire in Algeria, dove i salafiti non hanno mai deposto le armi, nonostante la fine della guerra civile e il Patto di Riconciliazione. Adesso annunciano di essersi alleati ad al-Qaeda e il conflitto si estende, interessando anche attori terzi, come gli Stati Uniti d'America.
Sono arrivati come sempre con il favore delle tenebre, lunedì 29 gennaio scorso, i guerriglieri che hanno attaccato una base dell’esercito algerino a Bousselem, nella zona di Batna, circa 400 chilometri a est di Algeri. Un commando ben armato e ben addestrato. La battaglia è stata feroce, con un bilancio di 15 vittime: 5 militari e 10 miliziani.
Una lunga storia. Quando si parla di Algeria e violenza la matrice è una sola: il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc), nato nel ‘98 dal disciolto Gruppo Islamico Armato (Gia), che rappresentava l’ala dura del Fronte Islamico di Salvezza (Fis). Il Fis, con l'introduzione del multipartitismo, vinse le elezioni amministrative del ‘90 e si aggiudicò anche il primo turno delle politiche del ‘91. L’esercito algerino e la classe dirigente del Fronte di Liberazione Nazionale, che aveva guidato il Paese nella guerra d’indipendenza dalla Francia e governato l’Algeria fin dagli anni ‘60, non accettarono l’esito delle urne e il voto venne annullato, con lo scioglimento del Fis. La svolta militare fece risaltare l’ala estremista del Fis, il Gia, che diede il via a una sanguinosa guerra civile contro le forze governative. Le fazioni lottarono senza esclusione di colpi, con massacri di civili, compiuti sia dagli integralisti che dalle squadre speciali dell'esercito.
La guerra finisce solo nel 1999, dopo sette anni di violenze e oltre 150 mila morti. Ma una fazione del Gia, i salafiti, appunto, non ci stanno e nel ‘98 non accettano la resa, scegliendo la via della guerriglia a oltranza e trovando riparo nelle regioni montagnose e desertiche dell’Algeria. Il salafismo è un movimento che si rifà all’Islam delle origini, purificato dalle contaminazioni e dalle riforme moderniste. Il ministero degli Interni di Algeri, stima che il Gspc disponga di solo 500 uomini, ma per le fonti d’informazione indipendenti del Paese le vittime delle violenze tra i militari e i miliziani sono circa 15mila. Un gruppo di fanatici irriducibili insomma, nascosti tra le montagne, che combattono una battaglia eterna contro i corpi speciali dell’esercito algerino. Questo il quadro che si presentava fino all’inizio di quest’anno, quando tutto è cambiato.
L’uomo giusto. Abdelaziz Boutefilka, il primo presidente non militare eletto dopo la guerra, aveva sottoposto agli algerini, a settembre 2005, un referendum sull’approvazione di una Charta per la Riconciliazione Nazionale: un documento che avrebbe dovuto segnare la fine delle violenze, consegnando la guerra al passato. Il senso della Charta, entrata in vigore il 1 marzo 2006, era semplice: perdono in cambio di pace. Tutti coloro che avrebbero deposto le armi, potevano beneficiare di un’amnistia. Gli algerini, nonostante la denuncia di brogli da parte dell’opposizione, hanno votato in massa a favore della Charta, non fosse altro per la gratitudine che Bouteflika si era meritato, garantendo sicurezza alla popolazione: il Gspc non attacca i civili e la guerriglia con l’esercito avviene per lo più in zone di montagna. In poco meno di un anno vengono rilasciati 2629 ex combattenti, che accettano di tornare alla vita civile in cambio della grazia, con buona pace delle famiglie delle vittime, che chiedono giustizia dei massacri degli anni ‘90, ma che dovranno accontentarsi di un minimo risarcimento deciso da una Commissione ad hoc. Un colpo di spugna sul passato, che torna utile a tanti generali dell’esercito che, se la guerra fosse finita in tribunale, avrebbero potuto essere accusati di crimini contro l’umanità. L’atteggiamento riconciliatorio viene esteso anche ai salafiti e, il 6 gennaio di quest’anno, l’emiro Hassan Hattab, leader storico del gruppo, dichiara di essere disposto ad abbracciare il progetto di riconciliazione nazionale del presidente. Sembra che la contrapposizione tra salafiti e governo sia alla fine, ma qualcosa non funziona e, in un video diffuso su internet qualche giorno dopo, l'attuale leader del Gspc, Abdelmalek Droukdal, noto anche come Abu Musab Abdul Wadud, sconfessa Hattab e rilancia la ‘guerra santa’. “Agli algerini dico che i francesi e i loro alleati crociati sono alla nostra portata. Ci appelliamo all’emiro Osama bin Laden e aspettiamo le sue istruzioni”. I salafiti dunque, chiedono di entrare in al-Qaeda. Non è questa l’unica novità. La strategia del Gspc è sempre stata quella di agire nell’ombra, e mai prima di ora si era registrata una tale esposizione mediatica, con tanto di video del leader che parla con il kalashnikov vicino e tutta un’iconografia mediatica tipica di al-Qaeda.
Gemellaggio misterioso. Ma la connessione non pare così evidente, in quanto i salafiti, contrariamente ad al-Qaeda, hanno sempre evitato obiettivi civili. Inoltre la loro lotta è sempre stata legata alla situazione interna algerina, mentre il 10 dicembre scorso, per la prima volta, il gruppo ha rivendicato un attacco contro un bus che trasportava dipendenti stranieri di un’azienda legata all’Hulliburton, lanciando la sfida agli interessi occidentali in Algeria. Il braccio destro di bin Laden, al-Zawahiri, benedice l’ingresso nella grande famiglia di al-Qaeda degli algerini e il Gspc, con un messaggio del 26 gennaio scorso, annuncia di aver cambiato nome in Organizzazione di al-Qaeda nel Maghreb islamico. Il cerchio si chiude, anzi si allarga.
Tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007, in Tunisia, l’esercito attacca un gruppo di guerriglieri che il governo definisce ‘salafiti legati al Gspc’, lasciando intendere che il gruppo ha esteso la propria influenza oltre confine. Lo sconfinamento sarebbe avvenuto anche verso sud, in Mali. Il 2 novembre scorso, l’Alleanza Democratica per il cambiamento, un gruppo armato Tuareg che si batte contro il governo di Bamako, annuncia di essersi scontrato con una cellula del Gspc, uccidendone il capo, Mokhtar Belmokhtar, nei pressi della cittadina maliana di Kidal. “Li ributteremo in Algeria, siamo obbligati ad attaccarli”, spiega ai giornalisti Eglasse Ag Idar, il portavoce del gruppo, “Ormai è guerra e, per vincere, siamo disposti a trattare con i governi del Mali e dell’Algeria”.
Il conflitto si allarga. Anche i Tuareg scendono in campo per svariati motivi: in primo luogo il gruppo aveva firmato un accordo con il governo del Mali, grazie alla mediazione dell’Algeria e, in secondo luogo, i traffici illeciti che i Tuareg gestiscono in quella zona erano minacciati dall’interesse che la presenza del Gspc poteva suscitare nei vertici del Trans Sahara Counter Terrorism Iniziative (Tscti), e in questi casi è sempre meglio allearsi con il più forte. Ma cos’è il Tscti? Il Tscti è il nuovo nome del Pan-Sahel Iniziative, un programma del governo Usa in Africa. In origine, Washington si era impegnata a formare e armare la polizia e l’esercito di Ciad, Mali, Mauritania e Niger, per ‘combattere la diffusione del terrorismo islamico nella regione del Sahel’. Oggi il Tscti è esteso anche a Marocco, Tunisia, Algeria, Nigeria e Senegal. Lo stanziamento statunitense è arrivato a 100 milioni di dollari l’anno, per 5 anni, ed è partito a giugno 2005 con l’addestramento di 3mila uomini degli eserciti africani da parte di 2100 militari Usa. L’accordo conviene a tutti: i governi ottengono un lifting gratuito delle loro forze armate e gli Stati Uniti un caposaldo militare nel cuore dell’area che si affaccia sul Golfo di Guinea, una regione che, secondo gli analisti del mercato del petrolio, potrebbe soddisfare il 25 percento del fabbisogno petrolifero Usa entro il 2015.
La svolta ‘internazionalista’ del Gspc fa comodo a tutti insomma, in quanto la guerra al terrorismo vedrebbe aprirsi un nuovo fronte che giustificherebbe una militarizzazione della regione. E un nuovo mandato per il presidente algerino Bouteflika. Eletto nel ‘99 e riconfermato nel 2004, Boutef (come lo chiamano gli algerini) ha annunciato una riforma costituzionale che, secondo l’opposizione algerina, allungherà il mandato presidenziale ed eliminerà il tetto di due mandati, aumentando a dismisura i poteri del Presidente. Non tutto il male viene per nuocere insomma, almeno per l’attuale esecutivo di Algeri.
martedì 10 giugno 2008
The Santa Rita horror picture show
Bisogna ringraziare le intercettazioni degli inquirenti se si è scoperto il marciume criminale compiuto nella clinica Santa Rita di Milano. Se infatti fosse stato già legge il provvedimento sulle intercettazioni che il governo ha in mente di varare, tutto lo schifo commesso dai dirigenti e medici della Santa Rita non sarebbe mai venuto alla luce.
Il famigerato modello sanitario lombardo comincia a mostrare le sue crepe.
Comunione e Liberazione (CL) e Compagnia delle Opere sono avvisate…
Milano come Vibo: grazie, Formigoni
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 10 Giugno 2008
Il notaio Pipitone: è lui il padrone della clinica Santa Rita, dove si ammazzavano i pazienti per lucrare i rimborsi regionali. Perchè un notaio e non un medico debba aprire una clinica, è chiaro: per fare soldi. Ancora più di quelli che i notai, sfondati parassiti, si accaparrano con la loro professione. Unico scopo, fare soldi. E nella regione Lombardia, il modo più veloce di fare miliardi è mettersi a poppare dalla Sanità. Come «privati», s’intende. Privati «convenzionati». E’ il «modello di sanità lombardo», tanto esaltato da Formigoni e dalla sua casta di riferimento, Comunione e Liberazione con l’annessa Compagnia delle Opere. «Più privato meno Stato», come ripete Formigoni.
Si fa così: anzitutto, si crea un’azienda che offra servizi sanitari e ausiliari (non solo cliniche: anche lavanderie, mense, case di riposo), e la si iscrive alla Compagnia delle Opere. Perchè solo con questa iscrizione al braccio economico-profittevole di CL si ottengono le «convenzioni». Tutto un gran parlare di «privato sociale», di «sussidiarietà», persino (faccia di bronzo) di «non profit»: ma lo scopo è uno solo, rubare il denaro pubblico con la scusa della sanità.
Non a caso Giuseppe Rotelli, anche lui non medico ma avvocato, ha 17 cliniche private convenzionate. Ed è la stessa persona che, messa da Formigoni a fare il presidente del comitato regionale lombardo per la programmazione sanitaria, ha scritto il Piano Ospedaliero Regionale. Quello grazie al quale le sue cliniche ricevono i rimborsi della Regione. Non parlate di conflitto d’interessi, per carità. E’ «più società meno Stato», è «imprenditoria sociale»: fatturato annuo, 650 milioni.
E’ così che i ben ammanicati fanno i miliardi in Lombardia. Ai medici, s’intende, uno stipendio di 1700 euro al mese. A meno che non vogliano lavorare a prestazione: «Più operi più ti pago», diceva il notaio Pipitone ai suoi dottori da patibolo. Non a caso il discutibile Ligresti, palazzinaro da Paternò divenuto miliardario a Milano costruendo grattacieli che restano sfitti, di cliniche ne possiede cinque. Private e convenzionate. Il notaio Pipitone, anche lui siciliano... Magari è un modo con cui la mafia ricicla e investe, chissà.
Il «modello lombardo» comincia a somigliare troppo alla sanità di Calabria. E la clinica Santa Rita all’ospedale di Vibo Valentia, dove si entra con le tonsille e si esce nella bara.
Vediamo a chi addebitare questi morti ammazzati.
Anzitutto alla «politica» nella sanità. E’ la maggiore voce di spesa nelle Regioni, e i «politici» non vogliono rinunciarci. In teoria, in un mondo ideale, non c’è bisogno di «politica», se non di linee direttive generalissime, emanate dallo Stato. Invece ogni Asl ha il suo consiglio d’amministrazione (un parlamentino composto da «politici» trombati in qualche elezione, 50-100 mila euro l’anno di gettoni di presenza), e dei «manager» che devono avere la tessera del partito che governa: in Lombardia, su 47, 44 hanno la tessera del Pdl.
In Lombardia, se vuoi un posto di primario, mi dicono, devi mollare mazzette da 300 mila euro. Però «poi ti rifai», spiegano i percettori all’aspirante primario. In base alle indagini, si parla di asportazioni di nèi pagate anche14 mila euro, di operazioni in day hospital rimborsate a 50 mila, di chirurgia estetica su transessuali fatta passare per cure contro l’Aids: a 12 mila euro.
Seconda colpevole, la «privatizzazione» alla Formigoni. Una falsa privatizzazione, con il solo scopo di sottrarre l’agire pubblico ai controlli di routine. Un ospedale pubblico, se vuol costruire un reparto e comprare un terreno, o vendere un immobile ricevuto in donazione, deve fare un concorso pubblico, indire un’asta, comprare al prezzo più basso. Se invece l’ospedale è una società per azioni, basta il voto del consiglio d’amministrazione: così possono fare anche cattivi affari, comprare da Ligresti terreni che valgono la metà, o compensare Pipitone con 12 mila euro per un neo. Il privato, coi soldi suoi, fa quello che vuole. Solo che in questo caso, i soldi non sono del «privato», sono del contribuente.
Formigoni governa da 15 anni, un periodo lunghissimo, da dittatura: e come il dittatore bielorusso Lukashenko, presidente a vita, ha cementato attorno a sè e al suo sistema un insieme durissimo di complicità e convenienze, ormai stratificato ed antico, per di più «rispettabile» e «cattolico», dunque irriformabile.
I ciellini (o gli pseudo-ciellini: la maggior parte delle aziende della Compagnia delle Opere sono di puro profitto, si sono iscritte alla cosca CL solo per ottenere convenzioni e commesse regionali, altrimenti nisba) hanno avuto il tempo di accaparrarsi tutti i rigagnoli, fiumi e scoli di denaro pubblico, senza lasciare spazio a nessun altro. Non a caso, la Regione ora si costruisce una nuova sede degna di Sardanapalo: stile Formigoni, stile Lukashenko. Coi soldi nostri.
Ma il colpevole ultimo e cruciale si chiama «federalismo». Il servizio sanitario, che chiamiamo «nazionale», è invece regionale; e ciascuna regione se lo gestisce come le pare, nella sua «autonomia». Ciò significa, senza nessun controllo reale. E sotto il livello d’attenzione dell’opinione pubblica. E con competenze minori, perchè in Italia le competenze sono rare, e non ci sono folle di competenti sanitari in ogni regione. Ci sono i poliktic. Ci sono gli amici. Ci sono i Ligresti. Ci sono i notai Pipitone.
Afghanistan: la NATO a ruota dell’Unione Sovietica
Due articoli di Giulietto Chiesa inviati dall’Afghanistan, dove il “successo” della NATO non ha ancora toccato il livello raggiunto invece dall’Unione Sovietica 20 anni fa. Ma siamo comunque sulla buona strada…
Karzai assediato dai boiardi
La prima impressione, talvolta, non è quella che conta, ma in questo caso s'impone. Siamo alieni in questo paese. Arrivare in centro dall'aeroporto, a bordo di auto blindate, dotati di giubbotto antiproiettile d'ordinanza, sotto la custodia di contractors privati, significa procedere a zig-zag, a passo d'uomo, attraverso decine di passaggi a livello d'acciao, con sbarre doppie grandi come tronchi d'albero, navigando in mezzo a cavalli di frisia, contenitori di terra enormi, anti esplosioni, sacchi di sabbia, e muri di cemento armato che ostruiscono la vista da ogni parte salvo quella, in alto, del cielo azzurro e, a qualche svolta, quella dei picchi vertiginosi e innevati che circondano da lontano l'immensa valle di Kabul.
Come l'inferno è lastricato, talvolta, di buone intenzioni, questi blocchi di cemento riassumono plasticamente una situazione che non si può dire insostenibile solo perché le circostanze dicono che noi potremmo sostenerla anche per molti anni. A che prezzo? E' un altro discorso. Siamo più forti, noi alieni, e siamo incomparabilmente più ricchi. Il nostro fiato corto non arriva fin da queste parti. Ma questo non significa che le cose vadano bene, né che noi siamo convinti di essere nel giusto. Possiamo reggere, appunto, solo perché la storia ci ha fatto più forti, tecnologicamente imbattibili. Per ora. Ma tutti avvertono, anche quelli che sentono di avere una missione da compiere (ed è davvero difficile dire quale, in queste condizioni), di essere in un “deserto di tartari” dove il cielo può farsi all'improvviso molto scuro, di sabbia, e allora non si sa più che fare, dove nascondersi, come impedire che ti accechi.
Il prezzo è alto. Non solo in termini del denaro che bisogna spendere per restare. Sono le vite che si perdono nel nulla, da anni. Le vite degli alieni, certo in primo luogo, che costano incommensurabilmente di più delle loro, piccole e per noi insignificanti. Siamo qui da sette anni, ormai, e lo stillicidio dei morti è micidiale. Nei pochi giorni passati tra Kabul e Herat, tra la fine di aprile e i primi giorni di maggio, sono i nuovi giornali dell'Afghanistan “liberato dai taliban”, a scandire la conta del massacro.
Lunedì 28 aprile, mentre lo stravagante presidente Sarkozy dichiara che, se la Francia lasciasse l'Afghanistan, il Pakistan crollerebbe “come un castello di carte”, e mentre sulle prime pagine campeggia la notizia che il giorno prima Karzai è scampato a un attentato, nel centro di Kabul, il quarto della sua carriera, dove hanno perduto la vita due parlamentari della Wolesi Jirga, la camera bassa, il quadro è questo: “diversi morti” in combattimento nella provincia di Kunar; a Gardez un leader locale e il suo autista sono uccisi da una esplosione; combattimenti in corso a Paktia; razzi sparati, senza vittime, nella provincia di Herat contro la sede dell'Unama, la missione delle nazioni Unite; e, infine, notizia che le forze afgane hanno riconquistato cinque posti di frontiera dopo aspri combattimenti non contro i taliban ma contro l'esercito del Pakistan.
Il 28 aprile, mentre il primo ministro australiano Kevin Rudd, dando notizia del decesso del soldato Jason Marks, ferito nel sud dell'Afghanistan, annuncia “tempi sanguinosi” per la presenza occidentale, altri combattimenti vengono annunciati da Ghazni, con almeno 6 insorti uccisi, insieme a quattro non precisati difensori e quindici feriti, mentre di nuovo le cose vanno male per gli australiani, che segnalano un altro caduto e quattro feriti dopo un'imboscata nella provincia di Uruzgan. E nella provincia di Laghman due operai di un'impresa di costruzioni saltano in aria a Char Bagh.
Il giorno dopo “Outlook Afghanistan” presenta un panorama che sfiora il delirio. George Bush dichiara che gli Stati Uniti “stanno facendo progressi” in Afghanistan, mentre Gordon Brown, desolato, constata che “la missione afgana è in difficoltà”. L'ISAF, la forza internazionale di sicurezza, cioè la NATO, lancia un'offensiva nella provincia del sud-ovest, di Helmand, proprio mentre un attacco suicida uccide 20 poliziotti afgani, incluso il capo della polizia locale, nella provincia di Nangarhar, distretto di Khungyam. Offensiva da una parte, contr'attacco dall'altra.
Il ministro degli esteri afgano lamenta che “le truppe della NATO sono criticamente non equipaggiate”, mentre un soldato dell'ISAF viene ucciso in un'imboscata e un altro è ferito nel distretto Tagab di Kapisa. La nazionalità non viene detta ma è uno dei morti “che contano” essendo straniero. Poi è il torrente di morti e feriti locali: cinque poliziotti feriti a Paktika, sei taliban uccisi e otto feriti a Ghazni, dove gli scontri sono continui e su ampia scala. Infine, per quel giorno, l'ultima singolare notizia dalla frontiera con il Pakistan: i taliban hanno intimato al governo di Islamabad di chiudere tutti i posti di frontiera della regione di Mohmand. Entro tre giorni, altrimenti procederanno loro stessi a distruggerli.
Ma a Kabul, mentre è in corso la caccia all'uomo contro i sopravvissuti all'attentato al presidente Karzai, corrono voci che gli attentatori potrebbero non essere stati i taliban. E allora chi? Risposte certe nessuna, ma sia alcuni diplomatici occidentali, sia diversi deputati della Wolesi Jirga, che altri della camera alta, la Meshrano Jirga, cioè l'equivalente del Senato, affermano che ci sarebbe la mano dello Hezb-i-Islami, il “partito” di Gulbuddin Heckmatyar, che ha la caratteristica ubiqua di avere, non ufficialmente s'intende, uomini nel governo di Karzai, nelle due camere del parlamento, mentre muove forze armate in diverse province del paese. Ed è quello stesso Heckmatyar che fu tra i maggiori leader mujaheddin, di etnia pashtun, che conquistarono la Kabul che i sovietici, andandosene, avevano lasciato nelle mani di Najibullah. Il 27 aprile, giorno dell'attentato a Karzai, si festeggiava appunto il 16 anniversario di quella vittoria.
Un alto esponente tagiko, che non si può citare, è esplicito al riguardo: le forze dello Hezb-i-Islami “sono più numerose e meglio equipaggiate di quelle dei taliban”. Sorpresa? Neanche troppo. Il giorno dopo i giornali riferiscono che le forze della sicurezza afgane hanno effettuato un raid nei pressi di Kabul uccidendo sette “militanti” sospettati di avere avuto a che fare con l'attentato. I termini dei comunicati appaiono attentamente calibrati. I taliban – che pure ribadiscono, tramite il loro portavoce Zabibullah Mujahed, la paternità dell'attentato – non sono nemmeno menzionati. Nell'attacco hanno perso la vita anche tre agenti dei servizi afgani, insieme a una donna e a un bambino, ma queste sono inezie. Essenziale è che Amrullah Saleh, capo dell'intelligence, dichiara, stranamente di “non avere prove” che l'operazione contro Karzai “abbia avuto il beneplacito del governo del Pakistan o delle sue agenzie speciali”.
E si sa che Heckmatyar, la cui sede più probabile è Peshawar, è ancora protetto, probabilmente finanziato, sicuramente armato dall'ISI pakistano, esattamente come lo fu durante tutta la jihad islamica contro i sovietici, quando combatteva fianco a fianco con Osama bin Laden.
Ma allora contro chi combatte la NATO? Che ci stiamo a fare da quelle parti? A che gioco giochiamo, visto che di giochi non ce n'è uno solo ma diversi? E come si configura la nostra “missione civilizzatrice” in un contesto come questo?
Insomma, colloquio dopo colloquio, emerge – seppure tra molte reticenze e mezze ammissioni – che non tutti i “taliban” sono taliban, che ci sono altri fronti e altri conflitti latenti e espliciti, che non tutti i taliban sono Al Qaeda. Anzi che Al Qaeda è qui cosa perfino più sfumata che altrove, sebbene questo “database” sia nato poco lontano da questi confini, appunto a Peshawar, ai tempi della sconfitta sovietica, dopo quella sconfitta, e dunque non per combattere una guerra già vinta. E, mentre tutti parlano di “afghanizzare” il problema afgano, cioè di restituirlo ai suoi protagonisti e vittime, gli stessi tutti – afghani e occidentali – sono convinti che, se gli occidentali se ne andassero, dopo un minuto tutto crollerebbe in un nuovo bagno di sangue. Dopo sei anni di guerra non è un grande risultato.
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L'Occidente assediato in Afghanistan
Niente si ripete mai esattamente nella storia dei popoli come degl'individui. Vale anche per l'Afghanistan, dove i ricorsi sembrano essere all'ordine del giorno da trent'anni. Eppure anche prima di arrivare nel fascinoso bunker a cinque stelle in cui è stato trasformato dall'Aga Khan l'Hotel Serena (ex Hotel Kabul, in pieno centro) sono le cose stesse a richiamare il passato, anzi i passati che le hanno precedute.
Gli elicotteri da combattimento che in pattuglia volteggiano su Kabul sono quasi identici a quelli sovietici, anche se la bandiera e un'altra. E mi ricordo la tranquilla sicurezza con cui un generale sovietico mi disse, nel 1985, che “tra due o tre anni” l'Afghanistan sarebbe stato pacificato. Quattro anni dopo i carri armati sovietici attraversavano a Termez il maestoso Amu Darià per tornarsene a casa. Sconfitti.
Ovvio che non c'è confronto che tenga. I mujaheddin avevano alle spalle la potenza militare degli Stati Uniti, e le sorti di quella guerra, che costò ai russi 12 mila morti, furono decise quando gli Stinger posero fine alla loro superiorità aerea. E, in più, c'erano i miliardi di petrodollari che l'Arabia Saudita wahhabista versava ai capi di Peshawar. E c'era anche la consulenza attiva del servizio segreto militare pakistano, l'ISI.
Adesso, dietro alle formazioni armate che, per pigra comodità, chiamiamo sempre taliban, apparentemente non c'è altro che qualche fazione fondamentalista pakistana. E, per converso, il tutto è sovrastato dalla potenza di fuoco della NATO, la superiorità aerea americana, le foto satellitari, la ricognizione con i droni senza pilota, gli attacchi “automatici”, l'intelligence, l'organizzazione bellica, tecnologica, moderna. Una sproporzione di forze che, a prima vista, dovrebbe assicurare la vittoria.
Ma allora perché questa vittoria non c'è? Cosa significano queste fortezze assediate in cui tutte le ambasciate straniere sono state trasformate, le misure di sicurezza ossessive, le auto blindate, i giubbotti antiproiettile come capo di vestiario quasi obbligato anche nel perimetro della capitale? E' possibile che pochi – o anche tanti – taliban possano creare una situazione apparentemente così incontrollabile? Dovrebbe essere evidente che c'è dell'altro; che le ricette che abbiamo messo in atto non sono probabilmente quelle giuste; che la gente semplice, nelle campagne e nelle valli lontane, non ci percepisce come amici.
Per esempio, quanti soldi, dell'enorme flusso di finanziamenti, arrivano ai destinatari finali, alla popolazione? In realtà non lo sa nessuno, ma diversi studi, per forza di cose approssimativi, dicono che, per ogni dollaro inviato in Afghanistan, ne restano sul terreno non più di 15 centesimi. Il resto dell'aiuto – senza tenere conto di quello che aiuto non è affatto, perché è guerra nel senso stretto della parola – si perde nei mille rivoli della corruzione, finisce nelle tasche dei signori della guerra, gli stessi che hanno martoriato il paese e che adesso si sono reinsediati nei posti lucrosi del governo locale, nei governatorati delle province, dove controllano i traffici, incluso quello della droga, e l'amministrazione pubblica, oltre ai loro affari privati.
Tutto questo è opera non dei taliban ma di coloro che sono stati messi al potere dagli occidentali arrivati dopo l'11 settembre. La gente lo sa. Un anziano giornalista afgano, che è venuto a trovarci dentro l'hotel Serena, lo dice con ferma precisione. “Questo paese – racconta – è ancora in grandissima parte analfabeta, ma non è più quello che era dieci anni fa. Non è tanto per i giornali indipendenti, che ci sono ma che riguardano una piccola parte della popolazione. Né per la presenza di una ventina di canali televisivi privati, perché chi ha la televisione è un'infima parte della popolazione di Kabul, e ancor meno nelle province.
Sono le radio, in gran parte (ma non più soltanto) quelle occidentali, che si possono sentire in tutto l'Afghanistan, e che trasmettono in farsi e in darì. Milioni di persone le sentono, anche se con parsimonia, perché là dove non c'è elettricità (cioè nell'80 % del paese), si devono comprare le pile, e queste costano. Ma il risultato è che la gente sa molte cose che prima non sapeva. Può giudicare. E il malcontento è alto, e cresce”.
Dunque elezioni mezzo truccate e mezzo incomprensibili ai più valgono quello che valgono, cioè assai poco, per stabilire un consenso adeguato. La Costituzione, un'assetto istituzionale molto simile, esteriormente, allo stato di diritto delle democrazie occidentali, può dare l'impressione di uno sviluppo democratico. Ma da sola non basta per creare un'inversione di tendenza verso la stabilità. Quello che appare con tutta evidenza è il carattere eteroimposto, oltre che eterodiretto, di un complicato programma di democratizzazione alla "occidentale". In cui, gli occidentali, appunto, cercano faticosamente da sei anni di spiegare alle élites afghane (non alla popolazione afghana che è per loro irraggiungibile) che si devono uniformare a regole che non riconoscono, e che, con tutta probabilità e in grande maggioranza, non amano.
Impresa davvero difficile, a sentire gli stessi deputati afghani delle due camere di questo parlamento. Che hanno idee diverse tra di loro e le esprimono con grande vigore polemico (e questa è una buona notizia), ma che non hanno l'aria di essere molto contenti dello stato di cose. Il presidente della Corte Suprema, Azizi, riassume icasticamente molti punti di vista: "pensavamo di andare dal male al meglio, e adesso ci troviamo dopo sei anni a traslocare dal male al peggio". "Peggio che al tempo del re", esclama uno dei senatori. Certo è che la caduta è stata lunga, più di trent'anni non si risalgono facilmente.
Ma come si fa a riformare la giustizia se un giudice prende 50 dollari di stipendio al mese? E, peggio ancora, se ne prende la metà di quanti ne sono stati appena concessi a un giovane poliziotto appena arruolato in un corso di formazione che lo porterà inesorabilmente a rischiare la vita in uno sperduto villaggio di una sperduta valle. Dove, per giunta, non potrà fare nulla per difendere neppure se stesso e la sua famiglia quando arriverà la prima banda di taliban o di qualche signore locale della guerra. Ecco perchè costruire una vera polizia afghana non si potrà fare in breve tempo. "Ci vorrà almeno una generazione", riassume sconsolato un alto ufficiale tedesco. Vuole dire restare qui per 25-30 anni.
Il solito governo Berlusconi
Il governo italiano, come era prevedibile, dopo i primi giorni in cui ha cercato di darsi un’immagine di serietà e pragmatismo ha svelato la sua vera faccia caratterizzata da incompetenza, improvvisazione, consolidata capacità nel dettare l’agenda mass-mediatica focalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica su quisquilie come il reato di clandestinità e di prostituzione per avere campo libero invece su ciò che è uno dei veri obiettivi del governo, cioè rendere impossibile il lavoro della magistratura.
Finora infatti da parte del governo si sono solo visti provvedimenti – come quelli sulla sicurezza, sui rifiuti, sui mutui bancari, sul taglio totale dell’ICI e sulla detassazione degli straordinari – del tutto inutili e inefficaci a lungo termine ma ottimi invece per rinvigorire l’immagine dei vari ministri, mentre sui reali problemi economici del Paese, sui bassi salari, sul costo della vita in costante aumento e soprattutto sulle modalità operative pratiche per trovare soluzioni con qualche speranza di successo è invece calato il sipario.
Tutto ciò dopo solo un mese dalla nascita del nuovo governo. E siamo solo all’inizio…
La legge Arsenio Lupin
di Marco Travaglio - L'Unità - 10 Giugno 2008
«Se prende una macchina da guerra come Scarponi, che opera anche quelli che non hanno bisogno, che si mette a contraffare le cartelle... Lui guadagna, poi fanno le ispezioni a campione e non è mica detto che acchiappino Scarponi, intanto lui ha guadagnato, però». Un medico della Santa Rita parla del dottor Renato Scarponi.
Pierpaolo Brega Massone, nomen omen, capo della chirurgia toracica nella clinica Santa Rita convenzionata con la Regione Lombardia, l’uomo che in un sms si definiva “l’Arsenio Lupin della chirurgia”, è decisamente sfortunato. Se avesse atteso la legge Berlusconi sulle intercettazioni prima di architettare le truffe e gli scambi di fegati, polmoni, milze e cistifellee contestati dagl’inquirenti, sarebbe libero di proseguire i suoi maneggi con rimborso a pie’ di lista con i colleghi e/o complici. Invece è stato precipitoso. Uomo di poca fede, ha sottovalutato le potenzialità impunitarie del premier.
Ora qualcuno parlerà di “arresti a orologeria” (nella solita Milano) per bloccare la mirabile riforma del Cainano: per non disturbare, gli inquirenti milanesi avrebbero dovuto aspettare qualche altra settimana e lasciar squartare qualche altra decina di pazienti. Perché quel che emerge dalle intercettazioni dell’inchiesta sulla clinica Santa Rita fa piazza pulita di tutte le balle e i luoghi comuni che la Casta, anzi la Cosca sta ritirando fuori per cancellare anche l’ultimo strumento investigativo che consente di scoprire i suoi reati. Le intercettazioni dei simpatici dottori sono contenute nelle ordinanze di arresto, dunque non sono più segrete, ergo i giornalisti le pubblicano. Qualcuno può sostenere che così si viola la privacy degli arrestati? O che, altra panzana a effetto, si viola la privacy dei non indagati? Sappiamo tutto delle malattie dei pazienti spolpati in sala operatoria per incrementare i rimborsi regionali: più violazione della privacy di questa, non si può. Eppure nemmeno la privacy dei pazienti innocenti, anzi vittime, può prevalere sul diritto dei cittadini (comprese le altre vittime reali o potenziali della truffa) di sapere tutto e subito. Sì, subito, con buona pace dei vari Uòlter, che ancora la menano sul divieto di pubblicare intercettazioni pubbliche fino al processo (che si celebrerà, se va bene, fra 3-4 anni).
Restano da esaminare le altre superballe di marca berlusconiana (ma non solo).
1) Le intercettazioni in Italia sarebbero “troppe”. Il Guardasigilli ad personam Alfano dice addirittura che “gran parte del Paese è sotto controllo”. Figuriamoci: 45 mila decreti di ascolto all’anno, su 3 milioni di processi, sono un’inezia. Le intercettazioni non sono né poche né troppe: sono quelle che i giudici autorizzano in base alle leggi vigenti, in rapporto all’unico parametro possibile: le notizie di reato. In Italia ci sono troppi reati e delinquenti, non troppe indagini e intercettazioni. L’alto numero di quelle italiane dipende dal fatto che da noi possono effettuarle solo i giudici, con tutte le garanzie dal caso, dunque la copertura statistica è del 100%. Negli altri paesi a intercettare sono soprattutto servizi segreti e polizie varie (in Inghilterra addirittura il servizio ambulanze e gli enti locali), senz’alcun controllo né statistica.
2) Le intercettazioni andrebbero limitate in nome della privacy. Altra superballa: la privacy è tutelata dalla legge sulla privacy, che però si ferma là dove iniziano le esigenze della giustizia. Ciascuno rinuncia a una porzione della sua riservatezza per consentire allo Stato, con telecamere sparse in ogni dove e controlli svariati, di reprimere i reati e proteggere le vittime.
3) Le intercettazioni “costano troppo”. Mavalà. A parte il fatto che costano molto meno di quanto fanno guadagnare allo Stato (due mesi di ascolti a Milano sulle scalate bancarie han fatto recuperare 1 miliardo di euro, quanto basta per finanziare 4 anni d’intercettazioni in tutt’Italia, che nel 2007 son costate 224 milioni), potrebbero costare zero euro se lo Stato, anziché pagare profumatamente i gestori telefonici, li obbligasse - sono pubblici concessionari - a farle gratis. Un po’ come si fa per le indagini bancarie, che gli istituti di credito - pur essendo soggetti privati - svolgono gratuitamente.
4) I giudici - si dice - devono tornare ai “metodi tradizionali” e intercettare di meno. Baggianata sesquipedale: come dire che i medici devono abbandonare la Tac e tornare allo stetoscopio. Una conversazione carpita a sorpresa è un indizio molto più sicuro e genuino di tante dichiarazioni di testimoni o pentiti. E poi di quali “metodi tradizionali” si va cianciando? Se nessuno più parla perché i collaboratori di giustizia sono stati aboliti per legge (art. 513, “giusto processo”, legge sui pentiti) e l’omertà mafiosa viene pubblicamente elogiata (“Mangano fu un eroe perché in carcere non parlò”), come diavolo si pensa di scoprirli, i reati? Travestendosi da Sherlock Holmes e cercando le impronte con la lente d’ingrandimento? Inventatevene un’altra, per favore.
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La scomparsa dei reati
di Marco Travaglio - L'Unità - 8 Giugno 2008
Ieri, prima di accusare un lieve malore, dunque ancora nel pieno possesso delle facoltà psicofisiche, il presidente del Consiglio ha annunciato che saranno vietate le intercettazioni, fuorché per «criminalità organizzata, mafia, camorra e terrorismo». E le poche che si potranno ancora disporre non potranno essere pubblicate. Per i trasgressori magistrati, agenti di polizia giudiziaria e giornalisti «saranno previsti 5 anni di carcere». Una pena più alta del falso in bilancio non ancora depenalizzato, per dire. E poi «una forte penalizzazione economica per gli editori che le pubblicano» (per esempio per suo fratello Paolo, il cui Giornale pubblicò una telefonata top secret e priva di rilevanza penale tra Fassino e Consorte). L’annuncio non deve stupire: è scritto nero su bianco nel programma elettorale del Popolo della Libertà provvisoria.
Ma, come al solito, era stato sottovalutato dai più. Soprattutto dal Pd e dall’Anm, protagonisti di un curioso «dialogo» con l’uomo, anzi l’ometto che si propone di sfasciare definitivamente quel poco che resta del sistema giudiziario. Lo stesso ometto che contemporaneamente annuncia «il ritorno dello Stato», la «tolleranza zero» e la «certezza della pena», subito creduto ed elogiato come statista dai nove decimi della stampa italiana. Sempreché non sia stato frainteso o non abbia parlato a titolo personale, basta prendere alla lettera l’annuncio del premier per prevedere le conseguenze della nuova legge. Qualche esempio. Tizio viene ammazzato. Nessuna traccia dell’assassino. Il giudice ordina di controllare i telefoni di parenti, amici e colleghi di lavoro, alla ricerca di un indizio. Ma l’omicidio (salvo che a commetterlo sia un mafioso, un camorrista o un terrorista) non è compreso tra i reati per cui sarà ancora lecito intercettare: dunque resterà insoluto, salvo che l’assassino si presenti spontaneamente a confessare.
Rapina in banca: una telecamera riprende uno dei rapinatori. Gl’inquirenti riconoscono dalle immagini sfuocate uno dei rapinatori e gl’intercettano il telefono per accertarsi che sia proprio lui e individuarne i complici. Questo, oggi. Domani, non essendo le rapine reati di criminalità organizzata, niente intercettazioni: impossibile scoprire i malviventi, che la faranno franca, né tantomeno recuperare il bottino. Un imprenditore viene sequestrato. Le forze dell’ordine, oggi, mettono sotto controllo il telefono di casa per risalire dalle chiamate per la richiesta di riscatto - alle utenze dei sequestratori, pedinarli, scoprire il covo e liberare l’ostaggio. Domani niente intercettazioni e niente colpevoli. Ai familiari non resterà che pagare e sperare che il congiunto venga restituito tutto intero.Un misterioso molestatore perseguita una ragazza con telefonate oscene, o minaccia e insulta un suo nemico: gl’investigatori controllano il telefono della vittima e risalgono al disturbatore. Oggi. In futuro anche questo sarà impossibile. Una donna, picchiata e violentata dall’ex compagno, trova la forza di sporgere denuncia. Ma mancano le prove. Per trovarle, serve intercettare l’uomo per verificarne gli spostamenti. Con la nuova legge, niente intercettazioni e niente prove.
Circa il 90% delle intercettazioni, in Italia, riguardano traffici di droga, molto spesso a opera di bande di italiani o di immigrati non affiliati alla criminalità organizzata. Bene, anzi male: non saranno più intercettabili, così lo Stato rinuncia a sgominare centinaia di pericolose gang e a sequestrare enormi quantità di stupefacenti. Anche per rintracciare i latitanti, sfuggiti alla giustizia dopo condanne per omicidio, rapina, traffico d’armi o di droga ecc., si intercettano i telefoni di parenti, amici e conoscenti per verificare chi li ospiti o li aiuti: salvo che si tratti di mafiosi o terroristi, la nuova legge impedirà di acciuffarli.
Poi, naturalmente, ci sono i reati finanziari, fiscali e contro la Pubblica amministrazione. Che poi sono quelli che Berlusconi, avendone commessi parecchi ed essendo tuttora imputato per tutte e tre le categorie penali, spera di rendere impossibili da scoprire e da punire (magari con una norma transitoria che renda inutilizzabili le intercettazioni sin qui realizzate, tipo quella tra lui e Saccà per cui è imputato a Napoli per corruzione). Siccome nessuno li confessa spontaneamente, l’unico modo per smascherarli è intercettare chi è sospettato di commetterli. D’ora in poi sarà proibito: non commetterli, ma scoprirli. Così i miliardi di euro che ora lo Stato recupera ogni anno dai processi per bancarotta, falso in bilancio, corruzione, concussione, frode fiscale, aggiotaggio (solo dalle intercettazioni dei furbetti del quartierino, la Procura di Milano e Clementina Forleo hanno recuperato quasi 1 miliardo di euro) resteranno nelle tasche dei criminali. Chissà che ne dice Robin Hood Tremonti.
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E adesso, pover’uomo?
di Marco Travaglio - L'Unità - 1 Giugno 2008
Bene ha fatto il Consiglio di Stato ad annunciare ieri, a Borsa chiusa, i suoi verdetti sulle sette cause del caso Europa7. Ma ha fatto malissimo a non pubblicare le sentenze (che dovrebbero essere note martedì), limitandosi a un comunicato scritto in ostrogoto, incomprensibile anche agli addetti ai lavori. Solo il giulivo Confalonieri finge di sapere tutto e canta vittoria, probabilmente per rassicurare gli azionisti in vista della riapertura dei mercati dopodomani, dopo il lungo week end festivo. Ma, da alcuni passaggi del comunicato, parrebbe avere ottimi motivi per preoccuparsi. Poi, certo, a metterlo di buonumore è la notizia che, a quanto pare, ad assegnare le frequenze a Europa7 dovrebbe essere proprio il padrone di Rete4 che le occupa senza concessione: Berlusconi.
Infatti il Consiglio di Stato sancisce “il dovere del Ministero di rideterminarsi motivatamente sull’istanza di Europa7 intesa alla attribuzione delle frequenze… anche in applicazione della sentenza della Corte di giustizia (europea) del 31 gennaio 2008”. Traduzione (provvisoria): il governo Berlusconi, tramite il sottosegretario ad personam, anzi ad aziendam, Paolo Romani, dovrà finalmente consentire a Europa7 di trasmettere in chiaro su tutto il territorio nazionale con le apposite frequenze. E che la sentenza non sia proprio favorevole a Mediaset, lo si desume anche dal fatto che, per evitare contraccolpi sul mercato azionario, è stata annunciata di sabato. Ora non vorremmo essere nei panni del Cainano: già lo immaginiamo aggirarsi insonne in una delle sue numerose ville, attanagliato dal dilemma amletico: salvare un’altra volta Rete4 mettendosi contro la Costituzione, la Consulta, la Corte e la Commissione europea, le regole comunitarie e attirando sull’Italia una supermulta, o rispettare le leggi e le sentenze almeno una volta nella vita? Non per nulla, fino all’altro giorno, il governo Mediaset aveva tentato di risolvere la faccenda al solito modo: l’ennesimo emendamento-condono salva-Rete4 (ritirato solo dopo l’ostruzionismo di Idv e Pd) imperniato su un antico principio giurisprudenziale della scuola arcoriana: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato e pure le sentenze italiane ed europee.
Le cause intentate allo Stato dall’editore Francesco Di Stefano dinanzi al Tar e poi al Consiglio di Stato sono sette. Tre, più secondarie, riguardano la seconda tv del gruppo, 7 Plus; tre (più una “doppia” che sarebbe lungo spiegare) investono la rete principale Europa7. 1) La prima è sul ricorso contro l’abilitazione a trasmettere in “fase transitoria” senza concessione rilasciata a suo tempo a Rete4 dal decreto 28/7/1999 del governo D’Alema. Il Tar e ora il Consiglio di Stato ritengono il ricorso inammissibile, ma ormai la questione era superata dalla nuova abilitazione data da Gasparri nel 2004 e dalla sentenza europea che boccia tutte le leggi italiane basate sulla “fase transitoria” a partire dal ’94. 2) Europa7 chiedeva al governo di rispondere pro o contro le proprie istanze. Su questo, il Tar le dà ragione: o il governo revoca la concessione, o dà le frequenze. Mediaset fa ricorso.
Ieri il Consiglio di Stato l’ha respinto, intimando al governo di “rideterminare le frequenze” chieste dalla tv mai nata e “applicare la sentenza” europea. 3) Europa7 chiede allo Stato le frequenze per Europa7 e i danni fin qui subiti per la mancata partenza dell’emittente (circa 3 miliardi). Il Consiglio di Stato chiede alla Corte europea se le norme italiane pro-Rete4 e anti-Europa7 siano compatibili con quelle comunitarie. La Corte risponde il 31 gennaio che no, la normativa italiana è incompatibile, dunque illegale, ergo va disapplicata: ubi maior, minor (cioè Berlusconi) cessat.
Ieri il Consiglio di Stato ha rinviato la decisione al 16 dicembre. Ma, in via provvisoria, ha respinto “in parte” le richieste di Europa 7. Che vuol dire? Che non le riconosce 3 miliardi di danni, ma un po’ meno? O che i danni saranno quantificati solo quando si saprà se il governo darà le frequenze? Pare di sì, visto che si “subordina” il risarcimento al “rideterminarsi” le frequenze applicando la sentenza europea. Ma quali ordini vengano impartiti precisamente al governo ancora non si sa. L’unico dato certo è che il governo dovrà depositare “i documenti” di ciò che farà “entro il 15 ottobre”. Ma che cosa esattamente debba fare, lo sapremo solo martedì. Per ora si sa che ora il conflitto d’interessi, da gigantesco, diventa mostruoso. E grottesco. Chi deve risolvere il problema è chi l’ha creato. Il detective incaricato di chiudere il caso è l’assassino.
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Si prega di non disturbare
di Marco Travaglio - L'Unità – 29 Maggio 2008
L´altra sera il Tg1 aveva l´imbarazzo della scelta, per la notizia di apertura: il governo Berlusconi battuto alla Camera sul decreto che contiene pure la porcata salva-Rete4; il pestaggio di alcuni studenti di sinistra alla Sapienza da parte di una squadraccia fascista; i 25 arresti a Napoli per la monnezza. Non sapendo quale scegliere, l´anglosassone Johnny Raiotta ha optato per la vera notizia del giorno, forse dell´anno: i pirati nel Mar Rosso. Servizio di apertura e intervista a un esperto di alta strategia, per spiegare al cittadino come evitare l´assalto dei corsari, che può capitare a chiunque. Poi, con comodo, le notizie.
Peccato avere sprecato un servizio sui 50 anni dell´orso Yoghi la sera prima, altrimenti per nascondere i primi disastri del Cainano III andava bene anche quello. È il «ritorno alla realtà» annunciato qualche giorno fa da Alberoni. Qualche ora più tardi, Vespa tornava per la centoventesima volta sul luogo del delitto, cioè a Cogne, con un appassionante dibattito sulla grazia alla Franzoni. Che è in galera da ben cinque giorni per aver assassinato il figlio di tre anni, dunque va prontamente scarcerata (tesi sostenuta dalla vicepalombelli Ritanna Armeni).
Intanto, a Matrix, Mentana occultava i primi guai del governo con un puntatone sull´Inter: ospite il terzino Materazzi. Roba forte, questa sì è informazione. Tant´è che i vertici Rai non si sono scusati, i direttori di rete non han preso le distanze, l´Authority non ha minacciato multe. Va tutto bene. Poi per completare l´opera sono usciti i giornali. Che, sia detto a loro onore, non hanno apprezzato lo scoop del Tg1 sui pirati del Mar Rosso. Ma hanno comunque trovato il modo di coprirsi di vergogna.
Il primo premio spetta al fu Giornale. Prima pagina: «Proibito parlare alla Sapienza». Sommario: «Dopo la gazzarra che impedì l´intervento del Papa, salta anche il dibattito sulle foibe. Scontri tra studenti di sinistra e militanti di Forza Nuova: quattro feriti, sei arrestati». Il fatto che quelli di sinistra stessero incollando manifesti armati di pennello e quelli di destra siano scesi da un´auto armati di spranghe e manganelli è del tutto secondario. Come il fatto che, a suo tempo, nessuno abbia mai impedito al Papa di parlare (fu il Vaticano a rinunciare all´invito per evitare contestazioni).
Ma che cosa contano i fatti? Nulla. Si scrive «scontri», «gazzarra», e così quel poveretto ricoverato con una svastica stampata nella carne è servito. Anche il Corriere fa pari e patta: «rissa», «opposti estremismi». Ma il meglio lo dà Pierluigi Battista sugli arresti di Napoli nell´entourage di Bertolaso e nelle solite Fibe e Fisia del gruppo Impregilo che, quando vinsero l´appalto per non smaltire la monnezza, era della famiglia Romiti (presidente e poi presidente onorario del Corriere). Ora dalle intercettazioni si scopre che questa bella gente trafficava illegalmente in pattume, nascondeva monnezza non trattata («mucchi di merdaccia») nelle discariche e nei vagoni per la Germania, tentava di mascherarla sotto rari strati di roba bonificata o di profumarla con «polverine magiche», mentre la vice-Bertolaso chiedeva aiuto per «truccare la discarica» e Bertolaso si dedicava a «sputtanare i tecnici del ministero dell´ Ambiente» che pretendevano il rispetto delle leggi.
Ora Bertolaso, l´ex-commissario che non risolse nulla, torna come sottosegretario-commissario-salvatore della Patria. Come chiamare Calisto Tanzi a risanare la Parmalat. Di fronte a questo quadro devastante, anziché complimentarsi con gli autori delle indagini, Battista che fa? Se la prende con i magistrati. Non una parola su Impregilo. Non una sillaba su Bertolaso & his friends.
E giù botte ai giudici che han dato «una frustata dall´impatto micidiale» (e allora? Non era proprio il Corriere ad accusare la Procura di Napoli di occuparsi troppo di Berlusconi e Saccà e poco della monnezza, tra l´altro dimenticando il processo a Bassolino+30, compresi i soliti vertici Impregilo?). Giudici che immaginano financo «una consorteria delittuosa ramificata e pervasiva nei gangli vitali degli apparati che hanno gestito l´intera vicenda dell´immondizia napoletana» (ma va? chi l´avrebbe mai detto). Giudici che hanno organizzato «addirittura una retata con la coreografia degli arresti di massa» (e che dovevano fare per arrestare 25 persone: andarle a prendere una alla settimana per non dar troppo nell´occhio?). Arresti per giunta «eseguiti con grande clamore» (forse che i poliziotti urlavano? le manette non eran bene oliate?).
E «proprio adesso vengono eseguiti arresti chiesti dai pm a fine gennaio» (ma lo sa Battista quanto tempo occorre a un gip per leggere migliaia di pagine, più le perizie allegate? non ricorda le polemiche sul gip di S. Maria Capua Vetere per aver disposto «troppo presto» gli arresti in casa Mastella?). In realtà il «proprio adesso» ha un senso ben preciso: non disturbare il Nuovo Manovratore. Finchè c´era Prodi, manette a manetta.
Ma ora che c´è Lui, caro lei… Il vicedirettore del Corriere denuncia (senza prove e senza contraddittorio) «una tempistica perfetta… per delegittimare chi sta conducendo una battaglia decisiva sui rifiuti di Napoli». Le toghe rosse han pianificato «l´azzoppamento preventivo delle istituzioni a cui gli italiani (ma quali? ma quando mai? ndr) stanno affidando il compito di risolvere la situazione», e financo la «demolizione delle strutture chiamate a eliminare le montagne di immondizia».
In realtà, secondo le indagini, quelle istituzioni e strutture le montagne di immondizia le hanno create. Ma Battista, che non ha mai messo piede a Napoli, ne sa più degl´inquirenti: ora che c´è il Cainano, «lo Stato sembra aver imboccato la strada per la soluzione dell´ emergenza». Ecco perché si muove la magistratura: per sabotare il governo. Ed ecco di chi sarà la colpa se il governo non risolverà l´emergenza: della magistratura. La logica non fa una grinza. Non arresti i colpevoli della monnezza? Il colpevole sei tu. Arresti i colpevoli della monnezza? Il colpevole sei tu.
venerdì 6 giugno 2008
Vertice FAO: un altro fallimento
Si è appena concluso l’ennesimo vertice della FAO, il cui comitato plenario solo dopo oltre due ore di rinvii, litigi e veti incrociati è riuscito ad approvare la bozza finale sulla "Sicurezza alimentare". E' il documento che contiene le linee guida da seguire nei prossimi due anni per combattere la fame nel mondo. In teoria.
In realtà si è assistito al prevedibile e consueto fallimento del vertice che non ha dato le risposte urgenti e necessarie per contrastare la crisi alimentare mondiale subita dal miliardo circa di diseredati nel mondo.
Sono caduti nel vuoto gli appelli del segretario generale Onu Ban Ki Moon e del direttore della Fao Jacques Diouf “Bisogna fare presto, dare una risposta, non possiamo fallire”. Il fallimento invece, al di là delle dichiarazioni ufficiali, è davanti agli occhi di tutti.
La dichiarazione finale del vertice Fao apre infatti con la generica e banale frase “Ribadiamo che il cibo non può essere usato come strumento di pressione politica ed economica”. Si definisce “inaccettabile” che “862 milioni di persone nel mondo siano ancora oggi denutrite”.
Ma che grande novità…
Comunque il via libera alla dichiarazione finale è arrivato con la ferma opposizione di Argentina, Venezuela, Cuba, Ecuador, Nicaragua e Bolivia che hanno combattuto fino in fondo a causa delle “conclusioni un po' generiche del compromesso raggiunto”. Qualcuno perlomeno si era accorto dell’ennesima farsa in atto.
Le associazioni dei contadini dei paesi più poveri e le varie ong chiedevano invece "un diverso approccio politico al problema, un coinvolgimento dal basso e dall'alto". Inutilmente.
Hanno ottenuto i soliti stanziamenti economici che cercano di mettere a posto la coscienza degli Stati ricchi ma che non risolvono affatto il problema alla radice.
La Fao infatti ha annunciato l'erogazione di 17 milioni di dollari e il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon ha detto che sarà necessario un impegno finanziario continuativo che ammonterà a 15-20 miliardi di dollari all'anno.
Gli Stati Uniti daranno 1,5 miliardi di dollari e la stessa cifra è stata promessa dalla Banca islamica per lo sviluppo. Mentre dalle Nazioni Unite arriveranno 100 milioni, il Giappone contribuirà con 50 milioni di dollari, il Kuwait con 100 milioni, i Paesi Bassi con 75 milioni, la Nuova Zelanda con 7,5 milioni, la Spagna con 773 milioni, la Gran Bretagna con 590 milioni, il Venezuela con 300 milioni e la Banca Mondiale con 1,2 miliardi di dollari di cui 200 milioni in forma di sovvenzioni.
Quindi i soliti finanziamenti a pioggia che non hanno mai risolto nulla, utili solo a mettere la solita toppa destinata comunque a ricreare lo stesso buco di prima, forse ancora più grande.
Nella dichiarazione finale poi si parla anche dei biocarburanti, ma solo al dodicesimo punto con una “semplice raccomandazione” a studi più approfonditi sul loro impatto nella crisi alimentare. Nessun accenno quindi al fatto che le redditizie coltivazioni per il biofuel stanno scacciando le altre coltivazioni solo alimentari, provocando quindi l’aumento sia dei prezzi che della fame. Non si è arrivati neanche ad annunciare una limitazione dei sussidi per il biofuel, ma ci si è fermati solo all’inutile proposta di un approfondimento su vantaggi e svantaggi dei biocarburanti.
Addirittura per Josette Sheeran, direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (PAM), i biocarburanti diventano un'opportunità “anche se occorre valutarne prima l'ecocompatibilità”.
Un vero genio della banalità il direttore del PAM.
Comunque sia, né sui biocarburanti né sugli Ogm si è registrato alcun accordo, come era facilmente prevedibile. Infatti sugli Ogm la Fao rimanda alle decisioni dei singoli Stati, tirandosi fuori quindi, mentre sui biocarburanti dichiara appunto che “il loro impatto è ancora da valutare”.
In sintesi, nella dichiarazione conclusiva sono ripetuti gli stessi fallimentari impegni del passato, anche se Diouf è costretto a dire “Credo che oggi siano stati raggiunti risultati all'altezza delle nostre aspettative. Non è stato facile mettere d'accordo i rappresentanti di 183 paesi diversi. Sono stati riconfermati gli obiettivi del millennio. La dichiarazione riprenderà i punti essenziali e salienti dei precedenti accordi”.
E qui sta la tragedia, visto che già nel 1996 ci si era impegnati a dimezzare entro il 2015 il numero degli affamati. Mancano 7 anni al 2015 e la quantità numerica di chi non riesce a consumare almeno due pasti al giorno continua a crescere.
Adesso invece l'obiettivo principe della dichiarazione conclusiva del vertice è “raddoppiare la produzione alimentare mondiale entro il 2050”. Ma non si dice come, ovviamente.
E Ban Ki Moon ha ragione quando dice “Con l'aumento dei prezzi alimentari ci sono già state e ci saranno altre rivolte del pane. Facciamo qualcosa prima che sia troppo tardi”.
Giusto, solo che è già troppo tardi.
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Tra stomaco e serbatoio
di Barbara Spinelli – La Stampa – 6 Giugno 2008
Il vertice della Fao che si è concluso ieri a Roma non ha dato alcuna risposta seria a quello che Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ha chiamato il «silenzioso tsunami» dei prezzi alimentari. Ha risposto con l’afasia, l’indifferenza, la disunione, e una volontà, ferrea, d’impotenza. Al comunicato finale son allegate innumerevoli proteste, soprattutto sudamericane.
Il vertice ha ignorato i dati che aveva a disposizione, ha finto di non conoscere le cifre che pure parlano chiaro: gli affamati che vertiginosamente aumentano, man mano che i prezzi di cibo e energia salgono; gli egoismi di lobby e Stati affluenti che dilatano una catastrofe tutta fabbricata dall’uomo; le promesse dei ricchi scordate. Basti rammentare il giuramento del vertice Fao nel 1996: «Dimezzeremo entro il 2015 il numero degli affamati», garantirono, e allora gli affamati erano 800 milioni. Già un anno e mezzo dopo erano 863 milioni e nel frattempo se ne sono aggiunti 100, sfiorando il miliardo.
Non sono le organizzazioni internazionali a esser colpevoli di simili disastri, così come non lo sono del degradare del clima, della gestione dei conflitti militari, delle scandalose disparità di ricchezza nel mondo. Le organizzazioni come l’Onu, la Fao, la Banca Mondiale sono grottescamente trascinate sul banco degli imputati, sono ormai macchinalmente ribattezzate con i nomignoli più sprezzanti - son chiamate di volta in volta carrozzoni, elefanti burocratici che mangiano soldi e vanno gettati nella spazzatura - ma tutti questi son giochetti e menzogne, simili ai sotterfugi retorici cui si ricorre in Europa per denigrare gli amministratori di Bruxelles. Giochetti che gli Stati fanno per nascondere le proprie responsabilità; menzogne utili ad allontanare dai governanti, e dal cittadino, verità scomode e elettoralmente costose.
Possiamo pure abolire Fao, Onu, tutti gli organi del dopoguerra: non per questo avremo curato i mali, perché questi ultimi non son generati dalle istituzioni multilaterali ma dagli Stati e dalle loro sovranità assolute, riluttanti a accettare - sopra di sé - qualsivoglia autorità mondiale. Una volta abolite queste istituzioni dovremo ricrearle, perché di istituzioni e di governo mondiale c’è pur sempre e più che mai bisogno, e non di politiche che lusinghino e favoriscano il ciascuno per sé.
Tra gli Stati responsabili degli odierni fallimenti ci sono innanzitutto i più ricchi e potenti. È qui il male, qui l’ignoranza militante che impedisce di riconoscere la natura del disastro e aggiustarla. Se oggi non pare possibile la Rivoluzione Verde che negli Anni 60 scongiurò la carestia nei Paesi poveri, è perché un’immobile apatia s’è insediata nei vertici degli Stati nazione, perché nazionalismi acuti sono di ritorno nei Paesi ricchi, perché la mente degli economisti e dei responsabili occidentali si è ossificata, incapace di adattarsi con elasticità al mutare del mondo e di chi lo abita.
Il meccanico gioco di mercato non basta a risolvere la crisi e un collettivo intervento pubblico si impone? L’ideologia liberista frena, inorridita. Le politiche nazionali danneggiano la Terra, ostacolano il libero commercio di beni alimentari? Che muoia il mondo e tutti i filistei, purché le marionette regnanti possano accontentare i propri elettori, arrabbiati e resi ciechi dalle bugie che vengono loro raccontate dalle marionette in questione.
Certo non esiste un’unica responsabilità per l’immane carovita: sono molte e convergenti le cause. A differenza degli Anni 60 c’è il deterioramento del clima e il rarefarsi dell’acqua per le irrigazioni. C’è il prezzo di petrolio e gas che ha raggiunto livelli proibitivi. Ci sono interi e popolosi continenti - Cina, India - che escono dalla povertà, che stanno dando alla luce una vastissima classe media, che cominciano ad avere una dieta più variata, comprendente la carne. C’è l’enorme divario che si sta aprendo tra poveri che crescono pur sopportando prezzi alti e poveri che sopportano il carovita ma non hanno redditi in aumento.
Siamo al cospetto di due favole parallele, ha scritto Amartya Sen sul New York Times del 28 maggio: la prima narra l’asimmetria tra poveri e ricchi, la seconda fra poveri e poveri.La condotta più egoista è quella americana. Sono mesi che l’amministrazione insiste esclusivamente sulle responsabilità degli emergenti, e il segretario all’Agricoltura Ed Shafer l’ha ribadito non senza sfacciataggine a Roma: è la domanda cinese e indiana che fa aumentare i prezzi, allo stesso modo in cui sono Cina e India che accelerano, producendo anidride carbonica, la catastrofe climatica. Minimo è invece, secondo Shafer, l’effetto della produzione di biocarburanti intensificata da Bush nel 2005.
Non meno colpevoli per Washington sono coloro che si oppongono - non solo in Europa ma in molti Paesi africani - agli organismi geneticamente modificabili (ogm): visti spesso come panacea, gli ogm rinviano mutazioni più ardue dei comportamenti e delle politiche occidentali. Il ruolo degli Stati Uniti e dei ricchi viene completamente negato, e le lobby difese a denti stretti. Eppure gli esperti sono unanimi nel constatare come la scelta Usa di sovvenzionare massicciamente le coltivazioni di mais per estrarne energia alternativa (etanolo) abbia crudelmente ridotto le superfici coltivabili per produrre cibo per l’uomo: «Lo stomaco degli affamati è costretto a competere con i serbatoi di benzina», denuncia Sen, ed è chiaro chi perde nell’impari battaglia.
Ma su questi punti il governo Usa è inamovibile: ha perfino l’appoggio del Brasile, anche se l’etanolo di quest’ultimo è estratto dalla canna da zucchero e penalizza meno le produzioni di cereali.Gli occidentali affluenti hanno la tendenza a puntare il dito su cinesi e indiani che consumano più carne: un’analisi non scorretta, ma che indispettisce profondamente Cina e India, che si sforzano di uscire dall’inferno dell’indigenza. Il loro infuriarsi è comprensibile: dicono che in due secoli di rivoluzione industriale l’Occidente ha rovinato il pianeta ed è diventato obeso a forza di rimpinzarsi, e adesso che è confrontato con penuria e carovita fa di tutto per non rimettere in causa proprie abitudini e scelte, quasi sognasse di ricacciare gli emergenti nella povertà. Il rancore è grande, verso Paesi che s’adoperano molto per correggere gli altri, e poco o nulla per correggere se stessi. Che denigrano le istituzioni internazionali solo per proteggere le proprie lobby, le sovranità intangibili dei propri Stati, le proprie ideologie liberiste.
Va di moda oggi vilipendere le utopie degli Anni 60, che erano speranze di futuro: ma quell’epoca era meno cieca, infinitamente più duttile. Di fronte all’Occidente s’accampava un pericolo vero, il comunismo, e tutti i pericoli veri sono anche una sfida, una straordinaria occasione: nel caso specifico, la sfida era di competere col comunismo nell’aiutare i poveri e i diseredati. Nessun pericolo odierno (terrorismo, Iran) è paragonabile a quella minaccia benefica, che teneva sveglia la coscienza occidentale e la mobilitava.Oggi quella sfida non esiste più: in parte è una disgrazia. Oggi non si tratta di strappare i poveri e gli ultimi alla seduzione sovietica ma di aiutare le singole persone umane a non morire di fame, semplicemente e subito. È questo che gli occidentali non sanno fare. È questo che li rende così afasici, volontariamente impotenti, e vuoti.
giovedì 5 giugno 2008
Un Iraq schiavo perenne degli USA?
Gli USA stanno premendo per far firmare al governo iracheno l’accordo che condannerà l’Iraq a una schiavitù senza fine. Ci riusciranno? Al Sistani si deciderà finalmente a emettere una fatwa contro la firma?
Qui di seguito la traduzione dell’articolo di Cockburn uscito oggi sull’Independent in cui i sospetti di un Iraq ridotto in perenne schiavitù trovano l’ennesima conferma.
Il piano segreto per mantenere l’Iraq sotto il controllo USA
di Patrick Cockburn – The Independent – 5 Giugno 2008
Un accordo segreto in fase di negoziato a Baghdad significherebbe perpetuare l'occupazione militare americana dell'Iraq a tempo indeterminato, indipendentemente dal risultato delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti nel mese di novembre.
Le condizioni dell'imminente accordo, i cui dettagli sono trapelati all’Independent, possono avere un effetto politico esplosivo in Iraq. Funzionari iracheni temono che l'accordo, in virtù del quale le truppe degli Stati Uniti occuperebbero basi permanenti, condurrebbero operazioni militari, arresterebbero iracheni e godrebbero di immunità dalle leggi irachene, destabilizzerà la posizione dell'Iraq in Medio Oriente e porrebbe le basi di un conflitto senza fine nel loro paese.
Ma l'accordo rischia anche di provocare una crisi politica negli Stati Uniti. Il Presidente Bush vuole spingere (per firmare) entro la fine del prossimo mese, così da poter dichiarare una vittoria militare e pretendere che la sua invasione del 2003 è stata rivendicata.
Ma perpetuando la presenza americana in Iraq, l’accordo di lungo termine minerebbe le promesse del candidato democratico alla presidenza, Barack Obama, di ritirare le truppe degli Stati Uniti, se sarà eletto presidente nel mese di novembre.
La tempistica dell'accordo darebbe inoltre impulso al candidato repubblicano, John McCain, che ha sostenuto che gli Stati Uniti sono a un passo dalla vittoria in Iraq - una vittoria che a suo dire Obama getterebbe via con un prematuro ritiro militare.
L’America ha attualmente 151.000 truppe in Iraq e, anche dopo il ritiro previsto per il mese prossimo, il livello di truppe resterà a più di 142.000 - 10 000 in più rispetto a quando iniziò l’"aumento" militare nel gennaio 2007.
In base ai termini del nuovo trattato, gli americani manterrebbero l'uso a lungo termine di più di 50 basi in Iraq. I negoziatori americani stanno anche esigendo l’immunità dalle legge irachena per le truppe degli Stati Uniti e i contractors, e una mano libera per effettuare arresti e condurre attività militari in Iraq senza consultare il governo di Baghdad.
La natura esatta delle richieste americane è stata tenuta segreta fino ad ora. Ciò che è trapelato sicuramente genererà un rabbioso contraccolpo in Iraq. "Si tratta di una terribile violazione della nostra sovranità", ha detto uno politico iracheno, aggiungendo che, se l’accordo di sicurezza venisse firmato delegittimerebbe il governo a Baghdad che verrà visto come una pedina americana.
Gli Stati Uniti hanno ripetutamente negato di volere basi permanenti in Iraq, ma una fonte irachena ha detto: "Questo è solo un sotterfugio tattico".
Washington vuole anche il controllo dello spazio aereo iracheno sotto i 29000 piedi e il diritto di esercitare la sua "guerra al terrore" in Iraq, con il potere di arrestare chiunque vuole e di lanciare campagne militari senza consultazioni. Bush è determinato a forzare il governo iracheno a firmare la cosiddetta "alleanza strategica", senza modifiche, entro la fine del prossimo mese.
Ma è già condannata dagli iraniani e molti arabi come un continuo tentativo americano di dominare la regione.
Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, il potente e di solito moderato leader iraniano, ha detto ieri che un simile accordo creerebbe "una permanente occupazione". Egli ha aggiunto: "L'essenza di questo accordo è rendere gli iracheni schiavi degli americani."
Si ritiene che il primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, sia personalmente contrario ai termini del nuovo patto, ma pensi che la sua coalizione di governo non possa rimanere al potere senza il sostegno degli Stati Uniti.
L'accordo rischia anche di aggravare la guerra combattuta per procura tra l'Iran e gli Stati Uniti su chi dovrebbe essere più influente in Iraq.
Anche se i ministri iracheni hanno detto che rifiuteranno qualsiasi accordo che limiti la sovranità irachena, gli osservatori politici a Baghdad sospettano che alla fine firmeranno e vorranno semplicemente stabilire le proprie credenziali come difensori ora dell’indipendenza irachena attraverso una dimostrazione di sfida.
L’unico iracheno con l'autorità per fermare l’accordo è il leader spirituale della maggioranza sciita, il grande ayatollah Ali al-Sistani. Nel 2003, ha costretto gli Stati Uniti ad accettare un referendum sulla nuova costituzione irachena e l'elezione di un parlamento.
Ma si dice che egli ritenga che la perdita del sostegno USA indebolirebbe drasticamente gli sciiti iracheni, che hanno conquistato la maggioranza in parlamento alle elezioni nel 2005. Gli Stati Uniti sono assolutamente contrari al fatto che il nuovo accordo di sicurezza venga sottoposto a un referendum in Iraq, ritenendo che non passerebbe.
L’influente religioso sciita Muqtada al-Sadr ha esortato i suoi seguaci a manifestare ogni Venerdì contro l'imminente accordo con la motivazione che esso compromette l’indipendenza irachena.
Il governo iracheno vuole ritardare l'effettiva firma dell 'accordo, ma l'ufficio del vicepresidente Dick Cheney ha cercato di forzare. L’ambasciatore Usa a Baghdad, Ryan Crocker, ha passato settimane cercando di assicurare l'accordo.
La firma di un accordo di sicurezza, e quello parallelo per fornire una base giuridica al mantenimento delle truppe Usa in Iraq, è improbabile che possa essere accettata dalla maggior parte degli iracheni.
Ma i curdi, che costituiscono un quinto della popolazione, probabilmente favorirebbero una continua presenza americana, così come i leader politici arabi sunniti che vogliono le forze americane per diluire il potere della sciiti.
La comunità arabo sunnita, che ha ampiamente sostenuto la guerriglia contro l'occupazione americana, è probabile che si dividerà.
Iraq, L’occupazione infinita
di Ornella Sangiovanni - Osservatorio Iraq - 5 Giugno 2008
I rappresentanti dell’amministrazione Bush e quelli del governo iracheno starebbero attualmente negoziando a Baghdad i termini di un accordo segreto che manterrebbe l’occupazione dell’Iraq senza limiti di tempo, indipendentemente dall’esito delle elezioni presidenziali Usa del novembre prossimo.
La rivelazione arriva dall’Independent, che del piano è riuscito a sapere alcuni dettagli, e ne sottolinea le potenzialità esplosive in Iraq, ma anche il rischio che esso provochi una crisi politica a Washington. Questo perché il presidente Usa George W. Bush starebbe spingendo per concludere il tutto entro fine luglio (come previsto dalla “dichiarazione di principi” da lui firmata assieme al premier iracheno Nuri al Maliki il 26 novembre 2007), in modo da pregiudicare gli impegni presi dal candidato Democratico Barack Obama di ritirare le truppe dall’Iraq nel caso in cui venisse eletto presidente.
E da favorire il candidato Repubblicano John McCain, che ha ripetutamente affermato che gli Stati Uniti stanno per vincere in Iraq – e che il ritiro prematuro delle truppe proposto da Obama impedirebbe di ottenere questa vittoria.
Finora le richieste americane erano state tenute segrete. In base ai termini del nuovo accordo, gli Stati Uniti manterrebbero l’utilizzo a lungo termine di oltre 50 basi in Iraq. Inoltre, Washington vuole l’immunità nei confronti della legge irachena per i propri soldati e i propri contractor, e la libertà di eseguire arresti e condurre operazioni militari nel Paese senza consultare il governo di Baghdad. Oltre al controllo dello spazio aereo iracheno.
Si tratta di richieste destinate certamente a provocare dure reazioni in Iraq, dove l’opposizione a un accordo a lungo termine con gli Usa va rafforzandosi ogni giorno che passa. "E’ una terribile violazione della nostra sovranità", ha detto all’Independent un politico iracheno, che tuttavia ha parlato a condizione di restare anonimo, aggiungendo che se un accordo del genere dovesse essere firmato delegittimerebbe il governo di Baghdad che verrebbe visto dalla popolazione come una pedina americana.
Oltre all’opposizione diffusa all’interno dell’Iraq, l’accordo è già stato condannato da Paesi vicini all’Iraq come un tentativo Usa di dominare la regione. Particolarmente duri sono stati gli attacchi dell’Iran. Dopo quelli arrivati da ambienti vicini all’establishment clericale, anche Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, un politico che ha fama di moderato, ieri ha detto che un accordo di questo tipo creerebbe in Iraq “una occupazione permanente". "L’essenza di questo accordo è trasformare gli iracheni in schiavi degli americani", ha dichiarato Rafsanjani senza usare mezzi termini, nel corso di un incontro di personalità musulmane alla Mecca.
Maliki fra l’incudine e il martello
E il Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliki? Si ritiene che a livello personale sia contrario ai termini dell’accordo, ma che tuttavia non abbia molta scelta. Perché il governo da lui guidato non durerebbe un giorno se privato dell’appoggio di Washington. Dunque non c’è speranza che a contrastare il patto con gli Usa sia lui, e neppure i suoi ministri, per quanto alcuni abbiano espresso - a parole – il rifiuto di qualunque accordo che limiti la sovranità dell’Iraq, scrive l’Independent, che cita alcuni “osservatori iracheni” secondo i quali alla fine le autorità di Baghdad cederanno.
L’unico che potrebbe bloccare l’accordo, sottolinea il quotidiano britannico è il Grande Ayatollah Ali al Sistani, il leader religioso che ha più influenza fra gli sciiti iracheni – e che già nel 2003 costrinse gli Usa ad accettare che a scrivere la nuova Costituzione fosse un Parlamento uscito da elezioni generali. Sistani finora non si è espresso pubblicamente (il leader religioso molto raramente si pronuncia su questioni politiche), ma si dice che non sia affatto contento, e che sosterrebbe la necessità che un eventuale accordo con gli Usa venga approvato da un referendum popolare.
La stessa richiesta fatta apertamente da Muqtada al Sadr, che ha invitato tutti gli iracheni a protestare in massa ogni venerdì, dopo la preghiera, per fare pressioni sul governo. Invito che è già stato raccolto. Ma il referendum vede l’assoluta contrarietà di Washington, che teme che l’accordo verrebbe bocciato. Fra l’incudine e il martello, il governo di Baghdad, vorrebbe rinviare la firma, ma l’ufficio del vice-presidente Usa Dick Cheney sta facendo di tutto per costringere a concludere il tutto, scrive l’Independent, che aggiunge che l’ambasciatore Usa a Baghdad, Ryan Crocker, sta lavorando da settimane per riuscirci.
Il Parlamento iracheno: nessun accordo senza ritiro delle truppe Usa
Le autorità irachene hanno detto diverse volte che l’accordo a lungo termine con gli Stati Uniti verrà presentato al Parlamento per la ratifica.
E su questo fronte non arrivano buone notizie – per Washington. La maggioranza dei parlamentari iracheni ha infatti scritto una lettera al Congresso Usa nella quale si respinge qualsiasi accordo a lungo termine fra i due Paesi se esso non verrà collegato all’impegno che Washington ritiri le sue truppe.
Alcune parti della lettera sono state rese pubbliche ieri da William Delahunt, deputato Democratico eletto in Massachussets e contrario alla guerra in Iraq."La maggioranza dei parlamentari iracheni rifiuta con forza qualunque accordo militare-di sicurezza, economico, commerciale, agricolo, di investimenti, o politico con gli Stati Uniti che non sia collegato a meccanismi chiari che obblighino le forze militari americane occupanti a ritirarsi completamente dall’Iraq", si legge nella lettera.
A detta di Delahunt, il documento porta la firma di poco più della metà dei deputati iracheni, due dei quali ieri hanno testimoniato di fronte alla sottocommissione della Camera dei Rappresentanti di cui è presidente.“Quali sono le minacce che richiedono la presenza delle forze Usa nel Paese?”, ha chiesto Nadim al-Jabiri, esponente di spicco di Fadhila, un partito sciita nazionalista di ispirazione ‘sadrista’. “Vorrei informarvi che non c’è nessuna minaccia in Iraq. Siamo capaci di risolvere i nostri problemi”.
Al-Jabiri ha sottolineato che “il governo iracheno attualmente non ha ancora il pieno controllo della propria sovranità a causa delle migliaia di truppe straniere che sono sul suo territorio”, e forse “non ha ancora strumenti sufficienti per gestire i suoi affari interni”.“Pertanto, chiedo al governo americano di non mettere in imbarazzo il governo iracheno mettendolo in una situazione difficile con questo accordo”, ha concluso il deputato sciita.
Khalaf al-Ulayyan, sunnita e leader del National Dialogue Council, che delle tre formazioni che compongono l’Iraqi Accord Front, la maggiore coalizione sunnita rappresentata in Parlamento, è quella decisamente contraria all’occupazione, ha detto ai membri del Congresso che qualunque trattativa fra Stati Uniti e Iraq per un accordo in materia di sicurezza deve essere sospesa finché le truppe Usa non si saranno ritirate. E finché a Washington non ci sarà un nuovo governo.
mercoledì 4 giugno 2008
Iran: la semina in attesa del raccolto
L’opera di accerchiamento mass-mediatico, politico ed economico nei confronti dell’Iran prosegue negli USA e in Europa a ritmi sempre più serrati, con il chiaro obiettivo di preparare il terreno ad un eventuale intervento armato da parte di Israele o degli USA.
Siamo quindi al momento della semina, ma non è ancora detto che il terreno si rivelerà poi così fertile da produrre i frutti desiderati.
La settimana dell’Odio anti-Iran
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 4 Giugno 2008
Si è aperta a Washington l’annuale conferenza dell’AIPAC - American Israeli Public affair Committee, la Lobby - ed hanno voluto esserci tutti, ma proprio tutti quelli che contano. I tre candidati presidenziali al completo, il segretario di Stato Condy Rice, la moglie di Dick Cheney, Lynne, Nancy Pelosi, quasi tutti i senatori USA. E altri 7 mila pezzi grossi in politica e nelle università, nei media o negli affari, ebrei e non ebrei (1). Una convocazione plenaria che è una inequivoca manifestazione di potenza.
1) Pepe Escobar, «And the winner is… the Israeli Lobby», Asia Times, 3 giugno 2008.
La Macedonia andata a male
Si sono appena svolte le elezioni politiche in Macedonia, caratterizzate da episodi di violenza e dalla netta vittoria del partito di governo, il VMRO.
Ma i brogli, gli episodi di intimidazione e di violenza vicino ai seggi elettorali e i casi segnalati dagli osservatori internazionali relativi alla presenza di uomini armati anche dentro i seggi gettano un’ombra indelebile su un Paese che aspira ad entrare sia nella NATO che nell’UE.
Ad Aprile la Grecia era riuscita ad impedire il suo ingresso nella NATO e ora gli unanimi giudizi estremamente negativi sullo svolgimento di queste elezioni faranno allontanare nel tempo anche l’inizio dei negoziati per l’adesione della Macedonia all’UE.
D’altronde un Paese che ad una serie di problemi irrisolti fin dal momento della proclamazione dell’indipendenza nel 1991, sfociati poi nella guerra interetnica del 2001, somma anche quello del nome ufficiale con cui essere riconosciuto nel mondo, ha ben poche speranze di entrare a breve in questi due organismi internazionali.
Per fortuna.
Elezioni in Macedonia, vittoria e vergogna
di Risto Karajkov – Osservatorio Balcani – 3 Giugno 2008
Larghissima vittoria per il VMRO, ma anche gravi incidenti, che hanno turbato il processo elettorale, attirando critiche dalla comunità internazionale. La Macedonia fa un passo indietro sul cammino europeo, ed esce scossa dalle elezioni anticipate di domenica scorsa
Il voto per le politiche di domenica scorsa in Macedonia ha portato ad una larghissima vittoria per il partito di governo, il VMRO, ma anche gravi motivi di imbarazzo per il governo di Skopje.
La Macedonia, a detta di tutti gli osservatori internazionali, non è riuscita infatti a far sì che il processo elettorale fosse libero e regolare. I numerosi incidenti della giornata elettorale, costati anche una vita, segnano un rischioso passo indietro del paese sulla strada dell'integrazione europea.
L'incidente più grave è accaduto nel villaggio di Aracinovo, non lontano dalla capitale Skopje. Qui un uomo è rimasto ucciso durante uno scontro a fuoco divampato tra un gruppo di attivisti dell'Unione Democratica per l'Integrazione (DUI) di Ali Ahmeti e membri dell'unità speciale della polizia “Alfa”. Secondo fonti ufficiali, a scatenare la sparatoria sarebbe stato il tentativo della polizia di intervenire per impedire irregolarità nelle procedure di voto.
In un altro incidente, stavolta nella municipalità di Cair, a Skopje, almeno cinque persone, di cui alcuni passanti, sono rimaste ferite da proiettili esplosi di fronte ad un seggio elettorale. Uno dei feriti, un uomo di 23 anni, è rimasto colpito allo stomaco, e al momento lotta per la vita.
La polizia ha arrestato Agim Krasnici, pregiudicato vicino al Partito Democratico degli Albanesi (DPA) guidato da Menduh Taci e oggi al governo, insieme ad altre sette persone, dopo che il gruppo è stato fermato ad un controllo. Nelle loro automobili sono state trovate armi automatiche e bombe, un lanciarazzi e sette pacchetti di marijuana. Gli otto arrestati hanno dichiarato di essere “in missione” per impedire furti di voti da parte del DUI. In totale, circa 30 persone sono state fermate in relazione agli incidenti di domenica.
Le irregolarità contestate in queste consultazioni vanno dal voto di gruppo al furto di voti, dalla distruzione di urne elettorali alle intimidazioni verso gli elettori. In alcune località tutto questo è avvenuto davanti agli occhi di osservatori internazionali e locali. “Quello che ci ha scioccato, come osservatori, è l'orgoglio di chi commetteva infrazioni, senza alcun bisogno di provare a celarle”, ha dichiarato Gillian Milovanovic, ambasciatore Usa in Macedonia.
A partire da lunedì il paese è stato sottoposto ai giudizi critici provenienti in modo sincronizzato da tutta la comunità internazionale. Che spesso concludevano: la Macedonia ha fallito il test. L'ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights) dell'Osce nella sua valutazione preliminare di lunedì, ha scritto a chiare lettere che la Macedonia non è riuscita a rispettare gli standard internazionali sulla libertà e correttezza delle elezioni.
Gli incidenti hanno avuto luogo in larghissima parte in campo albanese, tra gli “arci-rivali” del DUI e del DPA, e sono stati ristretti a comunità note per l'alto tasso di criminalità, ma questo non basta a trovare giustificazioni. “Sarà necessario ogni sforzo per indagare non solo i responsabili diretti, ma anche i mandanti delle violenze”, ha dichiarato Ervan Fuere, ambasciatore dell'UE a Skopje.
Il premier, Nikola Gruevski, ieri ha avuto una conversazione telefonica col commissario per l'Allargamento, Olli Rehn, promettendo di organizzare nuove consultazioni nei distretti dove il voto è stato sospeso a causa di gravi irregolarità. Nonostante il chiaro fallimento, la comunità internazionale ha lasciato intendere che il giudizio finale su queste elezioni dipenderà anche dal modo in cui le autorità sapranno reagire, e su come verranno portate a termine le ripetizioni del voto. “Analizzeremo con attenzione le iniziative che seguiranno gli incidenti. Il nostro giudizio finale dipenderà anche da come il paese riuscirà a superare le irregolarità avvenute, e su come verranno implementate le procedure di ripetizione del voto”, ha detto Robert Barry, direttore del ODIHR.
Lasciando per una attimo sullo sfondo la vergogna che il paese si porterà dietro per qualche tempo, e che si rifletterà senz'altro sul rapporto della Commissione Europea previsto per il prossimo autunno, il messaggio più importante di queste consultazioni arriva dalla larghissima vittoria ottenuta dal VMRO. La coalizione guidata dal partito di Gruevski si è infatti assicurata 64 seggi in parlamento sui 120 totali. Questo significa che per Gruevski si apre la possibilità di governare con una maggioranza stabile per i prossimi quattro anni. Una vittoria di queste dimensioni è senza precedenti nella breve storia del pluralismo politico in Macedonia.
La coalizione guidata dal VMRO ha ottenuto circa 480mila voti, almeno 170mila in più rispetto alle elezioni, anche quelle vittoriose, del 2006. Il partito di opposizione nel campo macedone, i socialdemocratici (SDSM) avranno invece appena 28 seggi. Tra i partiti albanesi, non senza sorpresa, visti i numerosi sondaggi elettorali che davano il DUI con un chiaro vantaggio rispetto al DPA, i due partiti hanno ottenuto entrambi 13 seggi. Un seggio è andato al terzo partito albanese, il PDP, un altro al multietnico Partito per un Futuro Europeo (PEI) di Fiat Canevski.
Alcune variazioni nel numero di mandati potrebbero avvenire dopo la ripetizione parziale del voto, ma non potranno cambiare il quadro generale. L'affluenza alle urne è stata del 58%, circa tre punti percentuali più alta delle precedenti politiche del 2006. Gruevski ha ottenuto proprio quello che voleva dalle prime elezioni anticipate della storia recente del paese: una maggioranza più stabile che gli renda possibile mettere in atto il suo programma.
Ma adesso portare a risultati concreti è una necessità, perché, come egli stesso ha dichiarato, un grande potere porta anche grandi responsabilità. Probabilmente il premier vorrà formare una coalizione col proprio partner abituale in campo albanese, il DPA. Per il DUI, che ha insistito non poco perché si arrivasse al voto anticipato, questo significherebbe altri quattro anni di opposizione. Nel 2006 il DUI ricevette la maggioranza dei voti nella comunità albanese, ma il VMRO scelse come proprio partner di governo il DPA.
Questa scelta portò ira nelle fila del DUI, e una lunga crisi politica nel paese. Ora tutti si aspettano una lotta serrata tra DPA e DUI durante le ripetizioni di voto. Se il DUI dovesse prevalere, potrebbe sostenere ancora di essere il legittimo vincitore delle consultazioni in campo albanese. Il DPA, naturalmente, farà tutto il possibile perché questo non avvenga. Questa situazione potrebbe portare a nuovi incidenti. La speranza, però, e che questo non avvenga. La Macedonia ha già perso fin troppo da queste elezioni.
Macedonia: I brogli allontanano Skopje dall’Europa
di Eugenio Roscini Vitali
Nonostante i temi principali di queste elezioni politiche siano stati l’aspirazione di adesione all’Unione Europea e l’ingresso nell’Alleanza Atlantica, la Macedonia ha mostrato ancora una volta l’estrema fragilità istituzionale in cui versa il Paese. Il fatto che a vincere la consultazione sia stata la coalizione di centro-destra Vmro-Dpmne del premier conservatore Nicola Gruevski non è stata la causa del riaccendersi delle ostilità tra comunità macedone e albanese. Non appena sono stati aperti i seggi la nazione è ripiombata in una spirale di violenza quasi cronica e come fosse un automatismo ormai collaudato la popolazione ha dato vita a manifestazioni di risentimento e di rabbia che alla fine della giornata elettorale hanno causato un morto e diversi feriti.
I fatti più gravi si sono registrati ad Aracinovo, villaggio dieci chilometri a nord di Skopje, dove una pattuglia di polizia è stata attaccata a colpi di arma da fuoco. In diverse località a maggioranza albanese ci sono poi state manifestazioni di intemperanza che hanno messo a rischio le stesse votazioni: a Gurgurnica, roccaforte albanese nei pressi di Tetovo, alcuni uomini si sono presentati ai seggi muniti di armi da fuoco e nella stessa capitale numerosi simpatizzanti di partiti rivali si sono affrontati in una sparatoria che ha provocato cinque feriti. In Macedonia, dove convivono etnie, culture e religioni diverse, la minoranza albanese rappresenta circa il 25 per cento della popolazione.
Gli accordi di pace di Ohrid, che misero fine al conflitto interno che nel 2001 vide di fronte albanesi e macedoni, avevano posto le basi per la creazione di una società multi-etnica. I poteri delle municipalità vennero ampliati e alle minoranze vennero attribuiti una serie di diritti linguistici e culturali su base territoriale. La Repubblica macedone divenne di fatto uno Stato bi-nazionale dove le differenze tra gruppi etnici erano state abbattute: ma non in modo indolore.
Con il tempo, il malcontento macedone è venuto a galla e il fatto che il referendum che nel 2004 avrebbe dovuto abrogare la legge sul ridisegno dei confini delle municipalità è fallito non significa che i problemi siano stati superati. Allora erano gli Stati Uniti a premere affinché la Macedonia diventasse un modello da seguire; oggi è l’Unione Europea che tenta la strada dell’integrazione politica. Il parere favorevole espresso da Bruxelles sull’opportunità di concedere alla Macedonia lo status di candidato ufficiale all'adesione non è però sufficiente a placare una situazione di tensione che si trascina ormai da anni e che si è acutizzata con la dichiarazione di secessione voluta in Kosovo dalla maggioranza albanese.
Tra interruzioni, sospensioni di voto, accuse di brogli e incidenti, la Commissione elettorale ha comunque dichiarato valide le elezioni del 1° giugno con le quali 1,7 milioni di elettori sono stati chiamati il rinnovo dei 120 seggi del parlamento. Alla fine le autorità hanno ordinato la chiusura di 17 degli oltre 2900 seggi sparsi per tutta la nazione, una percentuale talmente esigua che il suo peso difficilmente potrebbe cambiare l’esito delle votazioni. La correttezza con la quale si sono svolte le elezioni preoccupa comunque non pochi osservatori internazionali, alcuni dei quali si sono addirittura sbilanciati manifestando i loro dubbi e chiedendo apertamente la ripetizione della consultazione.
L’ex ministro inglese Denis McShane, a Skopje come rappresentante della commissione di sorveglianza del Consiglio europeo, ha affermato per tutti coloro che sostengono l’ingresso della Macedonia nell’Unione Europea e nella Nato questo voto è una vera e propria tragedia politica; nessuno può formare un governo sulla base di una consultazione sottoposta all’assedio delle forze di sicurezza e durante la quale gli elettori vengono intimiditi da bande di teppisti che hanno la libertà di entrare nei seggi armati.
Già afflitta da gravi problemi economici, la Repubblica di Macedonia viene ora messa in seria difficoltà dalla dubbia regolarità di un’elezione che avrebbe dovuto segnare un momento di estrema importante per tutto il Paese. In aprile la Grecia aveva bloccato l’ingresso di Skopje nella Nato; al centro della questione il nome della piccola Repubblica che Atene vorrebbe vedere modificato in Ex Repubblica Yugoslava di Macedonia, una questione che sta andando avanti dall’8 settembre 1991, giorno i cui Skopje ha dichiarato la sua indipendenza. Bruxelles, estremamente preoccupata per le violenze elettorali, deve ora decidere se aprire o meno i negoziati con il governo macedone, trattative che una volta iniziate potrebbero comunque dureranno anni.
In passato la Commissione europea aveva più volte invitato le autorità macedoni a portare avanti una politica di riforme attraverso la quale avrebbe poi aperto formalmente i negoziati di adesione ma gli incidenti del 1° giugno potrebbero diventare oggetto di una valutazione e creare una spaccatura all’interno della stessa Unione Europea. Sono molti i Paesi comunitari che, non avendo digerito la posizione presa da Bruxelles nei confronti della questione kosovara, potrebbero presentare un conto salato.
martedì 3 giugno 2008
Le eco-bombe: uccidono ma non sporcano…
Una ricerca condotta dall’Università di Monaco sulla produzione di sostanze alternative al tritolo e alla ciclonite ha coniato il termine di “eco-bombe”, all’insegna di una “political correctness” da neurodelirio. Bombe che uccidono ma non inquinano…insomma stragi pulite, candide. Evviva.
"Uccidono, ma senza inquinare". Il paradosso delle eco-bombe
di Giorgio Cappozzo – La Repubblica – 3 Giugno 2008
Le Guantanamo boat
Dalla nave dell'amore a quella della tortura. La fantasia diabolica non ha proprio limiti.
lunedì 2 giugno 2008
Una Jugoslavia in Olanda
Uno spaccato interessante sulla quotidianità vissuta nel carcere del Tribunale dell’Aja da alcuni protagonisti del massacro balcanico. Serbi e croati, bosniaci serbi, croati e bosniacchi, kosovari serbi e kosovari albanesi, montenegrini convivono fianco a fianco in un ristretto perimetro che riproduce in microscala ciò che era un tempo la multietnica Jugoslavia di Tito.
La Jugoslavia di Scheveningen
Di Ennio Remondino – Il Manifesto – 27 Maggio 2008
Dal serbo Seselj al croato Gotovina, fino al kosovaro albanese Haradinaj (ora «assolto»), la kafkiana convivenza dei leader che hanno assassinato un paese
Scheveningen è la spiaggia dell'Aja, Le Hague, per le due settimane in cui il Mare del Nord non ti trasforma direttamente in merluzzo surgelato. Dieci minuti di taxi dalla capitale amministrativa dell'Olanda da presepe e una sessantina di chilometri della felicemente peccaminosa e vivace Amsterdam. Scheveningen è anche la sola spiaggia in salita esistente al mondo. Superi alla tua sinistra il fortilizio-caserma del carcere Onu dietro cui si nascondono gli edifici ipermoderni dell'ipergalera vigilata da secondini iperpagati, e ti arrampichi in mare. Oltre il fronte delle dighe diventate ormai colline adornate di verde, molto più in alto delle strade che hai percorso. Paesi Bassi si chiamano, e vedendo il Mare del Nord che incombe, fa impressione. Come il presentarsi all'entrata della galera. Hai un bel cambiare il nome in versione politicamente corretta ma anche qui l'operatore ecologico continua a raccogliere immondizia, l'operatore sanitario a pulire i sederi dei pazienti e la polizia penitenziaria ad applicare diffidenza di mestiere, controlli d'obbligo e chiavi d'ordinanza. Filtro generale per visitatori e legali di tutti i detenuti, poi le strade carcerarie dei «comuni» e degli «internazionali» si dividono. Una delle mie fonti racconta di 10 diversi sbarramenti, con relativo giro di catenacci, un'altra ne riferisce 17. Comunque sia, il tuo galeotto ti aspetta, sia chiamato Gospodine Predsednice, Signor Presidente, o Signor Generale.
L'ora del calcetto
I momenti di maggior tensione all'interno sono sempre quelli della partita di calcio. Calcetto con squadra a cinque. Tempo fa Mladen Natelic, detto «Tuta», ha commesso un fallaccio su Vojslav Seselj, detto «Voja», che piombando a terra con la sua mole ha fatto tremare la palestra. Gamba insaguinata, fischio del fallo e la polemica di sempre tra croati e serbi su chi pesta di più e per primo. Come tornare allo Stadio Maksimir di Zagabria nella partita storica tra Dinamo e Stella Rossa. Allora, 13 maggio del 1990, fu l'avvio delle contrapposte tifoserie della piazza nazionalista verso lo sfascio Jugoslavo. Fu la guerra. Nell'anno 2008, centro sportivo del carcere olandese di Scheveningen, Olanda, la gamba insanguinata appartiene al massicio Seselj, serbo tra i serbi, ex vicepremier di Milosevic, ex segretario del partito ultranazionalista e ultra radicale al secondo posto nelle elezioni di domenica in Serbia, ma pronto a formare la sua maggioranza di governo. Contro, gli sfottò del più mingherlino Natelic, croato d'Erzegovina, meno intellettuale ma altrettanto accanito nazionalista delle recenti guerre balcaniche. Un assaggio dell'antico spirito jugoslavo fatto d'ironia, sfottò e sostanziale convivenza. Quasi che i due «sportivi» da ora d'aria, regrediti all'infanzia del collegio carcerario, accusati tutti di crimini di guerra, volessero tornare a quella Grande Jugoslavia che loro, adulti, erano riusciti a mandare a catafascio.
Le celle di Scheveningen sono confortevoli. Camera da letto, piccolo soggiorno con seggiola, tavolino, Tv e, a richiesta, computer. Nella sala collettiva, un telefono internazionale a scheda. Un decente alloggio a tre stelle. Le docce purtroppo sono collettive. Come lo spazio che, dalle sette del mattino alle 20 e 30, ora del ritorno in cella, i 15 detenuti di ogni singolo braccio devono condividere. Soggiorno, cucina, spazio lettura, spazio di studio dei quintali di carte giudiziarie. Dalle 7 in poi, la socializzazione è nei fatti. Gli accudimenti personali. Ho sentito la signora di un detenuto illustre interrogare telefonicamente il marito sull'avvenuto lavaggio dei panni e la stiratura delle camicie. Se mai torneranno liberi saranno certamente degli uomini più umili. Pranzo in orario ospedaliero. O la mensa carceraria o l'ordinazione di materie prime, settimanale, a tuo carico. Cucina chi è capace. I più bravi sono i croati, forse per vicinanza con l'Italia, e quei serbi che sono stati soldati. Cella e «pennica» nell'ora del pranzo delle guardie poi sport, ora d'aria e altre attività. Seselj e Naletic, stesso braccio, ad esempio, giocavano per ore a scacchi. Ora il leader ultranazionalista serbo è molto dispiaciuto. Ha perso il suo croato preferito, condannato definitivamente a 25 anni di galera e trasferito, ad espiazione pena, in un carcere del nord Italia. Una notizia.
Governanti accusati di aver armato assassini e criminali trasformati miracolosamente in patrioti. Quel bel pezzo di protagonisti dei dieci anni di macello balcanico, in carcere, tendono a somigliare a tanti Peter Pan della Jugoslavia Perduta della favola, che proprio loro hanno trasformato in incubo. Serbi e croati, bosniaci serbi, croati e bosniacchi, kosovari serbi e kosovari albanesi, montenegrini. Con in più i fantasmi, a partire da quello di Slobodan Milosevic, sino agli invisibili Karadzic e Mladic. 161 incriminati, 43 dichiarati colpevoli, 8 assolti, 25 scagionati e 6 a giudizio nell'aldilà. Tutta la successione delle guerre balcaniche e tutte le varianti possibili dei nazionalismi contrapposti eppure tanto eguali tra loro. Quindici «ospiti» per blocco, a Scheveningen, detenzione rigorosamente interetnica, spazi comuni e poi, nelle due occasioni giornaliere di ora d'aria in cortile, l'incontro con i colleghi degli altri bracci. Se non è Jugo Nostalgia, sono certamente le Jugo Buone Maniere, a cominciare dall'uso della lingua. Serbo-croato anche per l'ex premier kosovaro, ex capo Uck e potente capo di un potente Fis (famiglia), l'albanese Ramush Haradinaj quando, incontrando nel cortile del passeggio l'ex presidente serbo Milan Milutinovic, gli si presenta con un correttissimo «Dobar dan gospodine Predsednice. Ja sam ...» (Buon giorno signor Presidente, io sono ...). Ora Haradinaj è in libertà tra le proteste unanimi a Belgrado, assolto in primo grado per moria di testimoni d'accusa dall'incriminazione di stragi contro civili serbi e rom (adesso lo stesso Tribunale dell'Aja che l'ha assolto ricorrerà in appello). E già minaccia di far cadere il governo di Pristina.
Anche Milosevic, mi raccontano, godeva di grande rispetto tra gli altri detenuti. Ha fatto clamore, nel marzo 2006, l'annuncio funebre sui quotidiani belgradesi Politika e Vecernje novosti con le condoglianze per il loro «compagno dell'Aja» Milosevic, morto in carcere il giorno prima. Tra i firmatari, oltre ai serbi detenuti, anche quattro croati, a partire dal generale Ante Gotovina. In Croazia ci fu chi parlò di «un inganno dei media serbi», di «manipolazione politica». Arrivata la conferma di Gotovina, si disse allora di «solidarietà carceraria», «consuetudini che regnano in carcere», ma anche di «sentimenti cristiani», con tanto di benedizione della Chiesa cattolica di Zagabria. In pochi hanno ricordato la nota frase su «fratellanza e unità» dell'ex presidente della Jugoslavia, Josip Broz Tito. Sia una parvenza di «titoismo» di ritorno, sia la redenzione cristiana di qualcuno, sia la pura necessità di sopravvivenza nella detenzione.
Una curiosità per tutti noi italiani-vaticani, le stanze carcerarie del sesso. A favorire, per quanto possibile, la sua pratica tra sessi diversi. Celletta angusta ma con letto matrimoniale. Il detenuto con la compagna in visita si presenta al secondino, ritira lenzuola di bucato e si chiude nell'alcova carceraria. Un'ora di tempo, che non è poco. Mi dicono che i figli di Scheveningen sono ormai molti. Un papà gioca col figlioletto piccolo in visita e, da croato, lo vezzeggia con «Il mio piccolo ustascia». Il bimbo, ormai educato alla scuola di Jugo-Scheveningen, sfotte, «No, io piccolo cetnik», a fare confusione tra nazionalismi che appaiono ormai caricature contrapposte. Quando la frotta dei visitatori viene spinta dal campanello lungo il percorso d'uscita, la donna bosniaca ingombrante di un altro figlio di Sheveningen in arrivo, fatica a trascinarsi dietro il ragazzino di tre anni, che finisce felicemente in braccio al «Cetnico» serbo che se lo accolla. Jugo-Sheveningen resiste anche oltre le mura simil medievali della fortezza. Tutti hanno il telefono di tutti. Lo scambio di solidarietà carceraria, dopo il macello sul campo, è un obbligo. Assieme allo scambio di cortesie all'interno.
Le maniere cortesi
Non c'è compleanno o ricorrenza di calendario che non diventi occasione di Jugo-Cortesia. Per il suo recente compleanno, Ante Gotovina, il generale croato, ex caporale della Legion francese accusato di massacri contro i Serbi delle Kraine orientali, ha offerto maialino al forno ad ogni detenuto. Col riguardo del pollo, religiosamente corretto, per i musulmani di Bosnia e del Kosovo. La torta di tradizione l'avrebbe confezionata uno dei pochi serbi con abilità culinarie. Del resto a Jugo-Scheveningen si festeggia ogni Natale, prima quello cattolico e, 13 giorni dopo, quello ortodosso. Per la Pasqua, calcolo liturgico più complicato, dai croati arrivano uova di cioccolato e dai serbi quelle di gallina, ma decorate a mano. Albanesi e Bosniacchi musulmani coinvolgono i colleghi galeotti nel Bayram del sacrificio di Abramo e in ogni fine Ramadan.
Tempo fa, mi riferisce una «fonte», qualcuno ha assistito ad un litigio interno alla parte serba che, grazie all'ex procuratrice Carla Del Ponte, é largamente maggioritaria. Un ex amministratore locale che discute con un ex esponente del governo nazionale: «Perchè mi hai sempre bocciato le richieste di finanziamento per ristrutturare gli asili e le scuole elementari?». «Se ci chiedevi di migliorare le carceri i soldi te li avremmo dati subito. Credevi forse che a fiera finita ci avrebbero rimandato a scuola?». Sapore di freddura amara che nasconde sofferenze immani. Per tutti i Balcani ma anche dentro Jugo-Scheveningen. Ancora più amaro in bocca nell'assaggio belgradese delle recenti elezioni serbe, con annessa votazione tra i serbi resistenti del Kosovo. Ad inseguire gli stessi personaggi di ieri che non riesci proprio ad immaginare come costruttori di un domani credibile per questi poveri Jugo-Balcani. A Belgrado e a Bruxelles. Mentre emerge la sola certezza che, per formare il nuovo governo serbo è stato sdoganato, non solo e non tanto dai «nazionalisti» ma anche dai cosiddetti «filoeuropeisti», il Partito socialista che fu di Slobodan Milosevic.
domenica 1 giugno 2008
Jena mix
Una carrellata di perle prodotte da Jena nelle ultime settimane.
Giornate
1 Giugno 2008
Si sveglia verso le sette e mezzo, caffè, doccia, legge i giornali, fa un paio di telefonate, rilascia una dichiarazione all’Ansa, passa in Parlamento, fa una comparsata al tg, pranza con un collega, si riposa un’oretta, spera che qualcuno gli chieda un’intervista, prenota un ristorante per la sera, mangia, torna a casa, un po’ di tv, legge dieci minuti e si addormenta. La dura giornata di un ministro ombra.
Casi
31 Maggio 2008
Qualcuno l’ha incontrato, gli ha parlato, ha ricevuto una sua telefonata, una lettera, una mail, magari un sms? Chiunque abbia notizie fresche è pregato di farcele sapere. Chi l’ha visto, lunedì prossimo, Raitre, ore 21: il caso Bertinotti.
Che
30 Maggio 2008
Con un colpo di reni, la sinistra esce dall’imbarazzo sul Pigneto: «Anche Che Guevara era un nazista».
Ovazioni
29 Maggio 2008
«Porre un altolà ai romeni», standing ovation ieri alla Camera per il nuovo discorso di Almirante.
Aggressioni
28 Maggio 2008
Dura condanna di Alemanno alle aggressioni fasciste: «Noi le facevamo molto meglio».
Sarà
25 Maggio 2008
Dopo l'esperienza maturata coi rifiuti, De Gennaro sarà un eccellente responsabile dei servizi segreti.
Contributi
24 Maggio 2008
Rutelli: «A un compito in particolare vorrei contribuire: aiutare a far emergere una nuova generazione di amministratori e politici». Già fatto Francesco, tuo Alemanno.
Nessuno
21 Maggio 2008
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare. Non l’ha detto Veltroni.
Stavolta
17 Maggio 2008
Complimenti al leader dell’opposizione, che stavolta ha attaccato duramente il governo Berlusconi. ps. Però non ho capito perché ha parlato in spagnolo.
Pratica
14 Maggio 2008
Chi sta al governo deve occupare tutto il campo della politica, anche quello dell’opposizione. La teoria era di D’Alema, la pratica sarà di Berlusconi.
Vigilanza
11 Maggio 2008
Quando Tremonti ha annunciato sacrifici per banche e petrolieri, la sinistra si è molto allarmata: «Vigilanza compagni, quello è un vero comunista».
L'opposizione
9 Maggio 2008
Il Partito democratico ha subito annunciato una durissima opposizione in Parlamento e nel Paese, la sinistra radicale è già scesa in piazza in tutta Italia e i sindacati hanno immediatamente indetto lo sciopero generale. O no?
