giovedì 31 luglio 2008

Olimpiadi di Pechino: vita dura per i giornalisti stranieri

Mancano otto giorni all’apertura dei Giochi Olimpici di Pechino e i giornalisti accreditati per seguire i Giochi avranno qualche difficolta’ nel compiere il proprio lavoro. Non potranno navigare liberamente cliccando ad esempio sui siti web delle organizzazioni umanitarie, delle associazioni tibetane in esilio e di molti media stranieri.

C’era chi, tra i mainstream media, si era illuso che le Olimpiadi potessero portare delle novita’ positive nel campo della liberta’ di stampa, ma gli eventi in Tibet della scorsa primavera e le successive proteste sulla fiaccola olimpica nel resto del mondo hanno provocato una naturale e ovvia chiusura del regime cinese nei confronti della stampa estera e nazionale.

Non e’ da biasimare il comportamento delle autorita’ cinesi e, onde dare un giudizio obiettivo, si deve attendere la fine dei Giochi per verificare se tutto cio’ sara’ stato o meno solo un fatto del tutto eccezionale e temporaneo - come lo sono d’altronde le Olimpiadi - e se nel prossimo futuro le autorita’ cinesi riprenderanno la strada di progressiva apertura intrapresa negli ultimi anni.

E poi lo stesso Comitato Olimpico Internazionale (CIO) aveva accettato il limite imposto dalle autorita’ cinesi alla navigazione online.
Quindi c’e’ poco da meravigliarsi e indignarsi, soprattutto quando a lamentarsi sono i giornalisti mainstream occidentali, ben abituati ad autocensurarsi o a disinformare quasi quotidianamente.


Pechino: i Giochi "censurati", le promesse mancate dei cinesi
di Federico Rampini – La Repubblica – 31 Luglio 2008

PECHINO - Il primo dicembre 2006, Pechino annunciava che di lì a poco sarebbero scomparse le ultime restrizioni sulla libertà di circolazione per noi giornalisti stranieri sul territorio della Repubblica Popolare. Il giorno dopo, nel descrivere quel provvedimento, scrivevo su Repubblica: "I Giochi del 2008 semineranno qualche germe di cambiamento in questa Cina". Quella previsione, ahimé, si è avverata nella direzione diametralmente opposta.

I reporter stranieri che arrivano in questi giorni, e che si aggiungono a noi corrispondenti permanenti per coprire le Olimpiadi, trovano una Cina per molti aspetti peggiorata dal 2006. Quello che colpisce subito i nuovi arrivati, naturalmente, è l'insopportabile groviglio di restrizioni alla nostra libertà. Non possiamo andare in Tibet. Non possiamo usare una webcam su Piazza Tienanmen, né in alcuno degli stadi olimpici. Non possiamo accedere a diversi siti Internet oscurati dalla censura.

Dietro questi limiti che ci colpiscono direttamente, c'è una situazione ben più drammatica per i cinesi. Rispetto alla tradizionale mancanza di libertà di informazione c'è stato un ulteriore arretramento. Proprio in vista dei Giochi il governo ha "ripulito" la capitale dei potenziali disturbatori dell'ordine: dagli immigrati che appartengono alle minoranze etniche tibetana e uigura, ai dissidenti, agli avvocati che difendono cause umanitarie. Alcuni di questi attivisti oggi sono agli arresti domiciliari per impedire che entrino in contatto con gli stranieri.

Che cos'è accaduto dunque perché le speranze accese nel dicembre 2006 si vanificassero così brutalmente? Gran parte della spiegazione sta negli avvenimenti tragici di questa primavera, che hanno colto la leadership cinese impreparata, e hanno provocato una reazione furibonda. La rivolta del Tibet a metà marzo, seguita dalle contestazioni contro la fiaccola olimpica a Londra, Parigi e San Francisco, hanno provocato un arroccamento.

Il regime di Pechino ha vissuto improvvisamente un incubo: il rischio che questi Giochi con l'accresciuta visibilità che comportano, diventino un'occasione per un "processo virtuale" alla Cina, ai suoi abusi contro i diritti umani, ai suoi gravi ritardi sul terreno delle libertà individuali. La reazione della nomenklatura ha fatto appello al riflesso condizionato del vittimismo nazionalista: il popolo cinese è stato chiamato a serrare i ranghi contro "l'offensiva" degli stranieri.

In questo clima di unità nazionale, invocato per difendere l'immagine della Repubblica Popolare, gli spazi di tolleranza che si erano aperti negli ultimi anni si sono nuovamente ristretti. Ogni voce critica è catalogata come un "sabotatore" dei Giochi, un nemico della patria. La censura è tornata ad avere carta bianca. Anche le maggiori libertà che erano state promesse a noi giornalisti stranieri sono state revocate, per effetto di questo clima.

Ma le vere vittime non siamo noi: sono le tante voci di dissenso che negli ultimi anni avevano trovato nuovamente il coraggio di farsi sentire in Cina, e ora tacciono in attesa di tempi migliori. In attesa che passi la "nottata" dei Giochi, un avvenimento che paradossalmente ha fatto fare ai leader cinesi un grande balzo all'indietro.

mercoledì 30 luglio 2008

Iran: Il Pentagono dice no alla “Sorpresa” di Israele

Anche ieri, dopo un incontro a Washington tra il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak e il suo omologo americano Robert Gates, Israele ha proseguito con le sue insistenti pressioni sugli USA per trascinarli nel prossimo futuro in un conflitto armato con l’Iran.

Il Ministero della Difesa israeliano ha infatti ripetuto il suo paranoico ritornello in un comunicato che afferma “Occorre continuare la politica che prevede la possibilita' di ricorrere a tutte le opzioni: il programma nucleare iraniano mette in pericolo la stabilita' della regione e del mondo intero”.

Quindi per l’ennesima volta Israele chiede con insistenza agli USA di non rinunciare all’opzione militare contro l’Iran, sempre piu’ osteggiata invece dagli alti gradi delle Forze Armate USA, ben consapevoli delle catastrofiche conseguenze che ne deriveranno nella regione mediorentale, e non solo.

Gli USA sembrano ormai aver abbandonato l’idea di bombardare l’Iran, avendo deciso di puntare sulle sanzioni e i negoziati diplomatici. Ma Israele e’ come un mulo che non ne vuole sapere di cambiare strada ed e’ disposto a trascinare nel baratro anche il suo piu’ fedele alleato pur di raggiungere il suo paranoico obbiettivo.


Qui di seguito si parla di questo tema e anche di un evento storico, quasi sconosciuto, che rende bene l’idea di cosa sia capace Israele pur di realizzare i suoi piani.


Il Pentagono a Israele: «Niente false-flag, d’accordo?»
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 30 Luglio 2008

La scorsa prima settimana di luglio, l’ammiraglio Mike Mullen, da poco nominato capo degli Stati Maggiori riuniti dopo le dimissioni dell’ammiraglio Fallon, si è precipitato in visita ad Israele attorniato da una nutrita delegazione di gallonati USA. Ed ha incontrato i pari-grado delle forze armate israeliane. Che cosa si siano detti, non si sa.

Ma ora Mark Glenn, giornalista dell’American Free Press con agganci nel mondo dell’intelligence, ritiene di poterne dare un’idea (1). E la sua conclusione è esplosiva. Uno dei temi trattati nell’incontro, asserisce Glenn, è stato l’attacco dell’aviazione israeliana alla nave-spia USS Liberty, avvenuto ben 41 anni fa, e su come sia «importante» che «la storia non si ripeta» data la tensione esistente con l’Iran. L’affondamento della Liberty è una delle vicende più insabbiate in America.La nave, che osservava le operazioni al largo del Mediterraneo (era la guerra dei sei giorni) fu attaccata dal cielo da caccia senza insegne; morirono 34 marinai.

Israele ha sempre protestato che fu un errore di riconoscimento, in pieno conflitto; la nave-spia era per sè sospetta, poteva essere egiziana. In USA, alcuni ambienti hanno sempre sospettato che si fosse trattato di un tentativo di accollare l’attacco omicida agli egiziani, onde indurre l’America - a quel tempo non così filo-sionista - a passare dalla parte di Israele. In ogni caso, sulla vicenda lo stesso Pentagono, e tutte le successive presidenze USA, hanno steso una spessissima coltre di silenzio, nonostante le richieste instancabili dei sopravvisssuti dell’equipaggio perchè fosse fatta piena luce. La stessa opinione pubblica americana, in enorme maggioranza, non è informata nemmeno che il fatto avvenne (2).

Come mai ora il più alto in grado del Pentagono va a rivangare la vecchia vicenda (ufficialmente nemmeno avvenuta), raccomandando che «la storia non si ripeta», in collegamento con le tensioni attualissime con l’Iran?Per Glenn è chiaro: Mullen è andato ad avvertire gli israeliani - freneticamente occupati da settimane a minacciare un proprio attacco preventivo alle installazioni di Teheran, e a premere sugli americani per un aiutino in questo senso - a non inscenare un false flag. Ossia, più esplicitamente, Mullen teme un attacco ad una delle tante navi americane presenti nel Golfo, con forti perdite di vite americane, allo scopo di trascinare l’opinione pubblica ad esigere (a dirla come Hillary) «l’obliterazione» dell’Iran.

Forse persino i comandi USA sapevano che un tale attacco false flag era in preparazione.Così, Mullen è andato a ricordare la tragedia della Liberty per significare: nessuna Liberty-bis, ci siamo capiti? American Free Press è un gruppo editoriale dell’estrema destra americana, ancorchè di solito benissimo informato su certi retroscena (ha molti simpatizzanti militari). Ma la sua ipotesi, apparentemente arrischiata, ha solide pezze d’appoggio.

Philip Giraldi, un famoso ex alto funzionario della CIA, e notoriamente ancora molto rispettato fra i colleghi, ha scritto sull’American Conservative Magazine un articolo dal titolo chiaro: «If Iran is Attacking, It Might Really Be Israel», ossia: «Se l’Iran ci attacca, potrebbe invece essere Israele».

Ed ecco la spiegazione di Giraldi: «... Certi ragazzi dell’intelligence stanno esprimendo allarme che gli israeliani possano far qualcosa di completamente folle per ottenere il coinvolgimento degli USA. Girano diversi scenario di possibili ‘false flag’ in cui gli israeliani possono creare un incidente che faranno apparire come iraniano, magari usando armamento iraniano o lasciando qualche ‘traccia’ di comunicazioni che punterebbero a Teheran come colpevole. Coloro che replicano: Israele non farebbe mai una cosa simile, è bene che ci ripensino... Ricordate l’attacco alla USS Liberty e l’attentato al Consolato USA ad Alessandria d’Egitto negli anni ‘50. Se ora essi sono convinti che l’Iran è una minaccia che deve essere eliminata, non è assurdo assumere che non si fermeranno davanti a nulla per ottenere che siano gli Stati Uniti a farlo per loro, dato specialmente che la loro forza aerea (israeliana) ha la capacità solo di danneggiare il programma nucleare iraniano, non di distruggerlo...» (3).

Difficile essere più espliciti. Ma non basta. Un altro vecchio e importante appartenente alla «intelligence community» americana, Ray McGovern, analista della CIA dagli anni ‘60 fino alla prima presidenza Bush jr. (e poi dimessosi in aspra polemica con Rumsfeld e Wolfowitz sulle «prove» che giustificarono l’attacco all’Iraq), ha suonato lo stesso motivo.

Un suo recente articolo - McGovern pubblica su diverse riviste e siti - ha come titolo: «Israel Planning a September/October Surprise?», e nel trattare della possibilità che gli USA, sotto la futura presidenza, comincino un disimpegno dall’Iraq, dice: «I capi israeliani sono come pazzi (a questa prospettiva)... un così drammatico cambiamento, o anche solo lo spettro di esso, aumenta fortemente l’incentivo per Israele di assicurare nell’area un coinvolgimento degli USA durevole, e per anni. Gli israeliani hanno bisogno di creare un ‘fatto compiuto’, qualcosa che garantisca che Washington resterà a fianco del ‘nostro alleato’ (...). Il punto è che l’aggravata percezione del rischio percepito dagli israeliani li spingerà probabilmente a trovare un modo di coinvolgere gli USA nelle ostilità con l’Iran. Tutto ciò che Israele deve fare è ‘apparire’ come aggredita. Non è un problema. Ci sono infinite possibilità tra cui Israele può scegliere per far precipitare un conflitto. Vista da Tel Aviv, la situazione è di minaccia crescente, e perciò di più urgente necessità di ‘incastrare’ gli Stati uniti più profondamente nella regione, in un conflitto che metta i due Paesi contro l’Iran. E’ probabile che Israele prepari una ‘september-october surprise’ progettata allo scopo di inchiodare gli USA in Iraq e nella più ampia area regionale, provocando le ostilità con l’Iran. Anzi non mi sorprenderebbe se ciò cominciasse prima, ad agosto» (4).

Dunque la «comunità d’intelligence in servizio» (CIA e le altre 17 agenzie d’informazione tenute alla disciplina), attraverso due loro autorevoli membri «a riposo» che possono parlare e perciò sono come dei suoi portavoce non-ufficiali, sta dicendo proprio questo: forse ci sarà un attacco sanguinoso a interessi americani; se avviene, sarà un false-flag. Fatto da Israele.

La visita dell’ammiraglio Mullen - grande «amico» di Sion - può indicare che i militari in servizio hanno preso molto sul serio questo messaggio, ed è andato ad avvertire gli «amici» di non provarci. Ma c’è un altro indizio in appoggio a questa tesi, ed arriva dal più alto livello ufficiale: da Robert Gates, ministro della Difesa, capo politico del Pentagono.

Nel giugno scorso, Gates ha messo la firma definitiva sull’importante documento dal titolo «US National Defense Strategy 2008 ». Questo documento non è ancora pubblico - lo sarà ufficialmente fra pochi giorni - ma il sito InsideDefense.com gestito dai militari ne ha già diffuso il contenuto (5). Ebbene: in questo documento, Gates omette Israele dall’elenco dei «nostri alleati». Eppure Gates li cita tutti, gli alleati degli USA, con pignoleria burocratica. Dai «più vicini alleati, Gran Bretagna, Australia e Canada», alle «altre alleanze di lunga durata, NATO, Giappone e Corea del Sud. Noi lavoreremo per espandere e rafforzare altre relazioni, compresa quella con l’India». In questa lista Israele non c’è.

Che si tratti di una svista è escluso, anche perchè il documento firmato da Gates sostituisce il documento precedente dallo stesso titolo «Us National Defense Strategy 2005» che fu firmato da Rumsfeld, e dove Israele è nominato come «our closest ally»; come in altri infiniti documenti pubblici e ufficiali, dove sempre Israele è «il nostro più vicino», o addirittura «il nostro solo alleato in Medio Oriente».

Il profilo di Robert Gates è quello del «realista» messo dai vecchi realisti della precedente gestione imperiale a controllare Bush figlio; è inoltre stato capo della CIA, e ha tutta una vita di carriera nella burocrazia al potere, di cui conosce i gerghi. Venuta da un simile personaggio, questa omissione tacita è molto eloquente: se Israele farà una «USS Liberty-bis», non sarà più considerata un «alleato che sbaglia». Nè l’America è disposta a bersi un altro «false flag».

A questo punto avanziamo anche un’ipotesi nostra, che non esclude ma rafforza quella di Glenn. La recrudescenza degli attentati di non identificati sunniti (o «Al Qaeda», fate voi) contro masse sciite in pellegrinaggio, dopo mesi di violenza in diminuzione, non sembrano servire alla perfezione allo scopo di «inchiodare» gli USA nella palude irachena e nell’area in generale? Proprio dopo che Barak Obama è andato in Iraq impegnandosi, se sarà eletto, ad un rapido alleggerimento delle presenza americana, che cosa fanno «i terroristi islamici»? Mostrano che no, che gli USA devono restare, che c’è ancora tanto bisogno di loro. Una volta di più, c’è da chiedersi per quale squadra giochino questi «terroristi islamici».

Lo stesso si può dire per i sanguinosi e misteriosi attentati in Turchia. Vero è che le tensioni interne - la Corte Suprema che può, con sentenza, mettere fuorilegge il partito di governo - potrebbero indurre ad una spiegazione tutta domestica. Ma si deve tener conto che la Turchia, proprio sotto il governo islamista di Erdogan, è diventata l’interlocutore-mediatore informale con cui Teheran cerca di comunicare con Washington; una novità che certo rende «apoplectic» i capi israeliani, e i loro alleati neocon in USA.

Il governo turco ha accusato degli attentati i curdi del PKK - che ha rigettato l’accusa. Ma il giornale Zaman, vicino ad Erdogan, ventila la responsabilità di un più oscuro «asse maligno del terrore»: e specificamente della organizzazione Ergenekon, di cui 47 membri sono ora in prigione in attesa di processo (il 20 ottobre) per tentato colpo di Stato, per banda armata e come colpevole di attentati (spesso attribuiti ad islamici) nel corso degli ultimi 20 anni (6).

Che cosa è Ergenekon? La Gladio turca. Una delle organizzazioni stay-behind che hanno operato nelle nazioni della NATO. Che in un regime militare come quello «laico e repubblicano» di Ankara prima di Erdogan, era ben più che questo. Enrgenekon «sta sopra anche allo Stato Maggiore, al MIT (il servizio segreto turco), sopra all’ufficio del primo ministro», scrisse nel 1997 l’analista strategico Erol Mutercimler. Insomma il governo segreto dei militari «laici» (dunmeh) che hanno governato la Turchia fino alla vittoria elettorale di Erdogan. Infatti tra gli arrestati ci sono generali, riciclatori di denaro, uomini d’affari loschi, avvocati d’estrema destra… insomma par di leggere la lista dei seguaci del nostro Edgardo Sogno, il «partigiano bianco» decorato.

La Gladio turca era stata ufficialmente disciolta. Invece continuava ad agire, come si è visto dopo gli arresti dell’inverno scorso, appena in tempo per sventare un colpo di Stato contro il governo islamista così sgradito ai militari. E’ significativo che al momento degli arresti il capo di Stato Maggiore delle forze turche, il generale Buyukanit (indicato dalla vox populi come un dunmeh, ossia un cripto-ebreo) abbia dichiarato: «In ogni ambiente ci sono persone che infrangono la legge... C’è chi cerca di stabilire un legame tra questi fatti e le forze armate».

Questi imputati eccellenti e intoccabili hanno tutto da guadagnare da una sentenza della Corte che obbligasse il governo Erdogan a lasciare il potere, come fuorilegge (anche in Turchia, come nell’Italia massonica, a decidere chi vince politicamente tende ad essere la magistratura). Il processo che li attende potrebbe allora essere rimandato, insabbiato, manipolato… Una opportuna «strategia della tensione», con attentati indiscriminati come quelli esplosi, è nelle corde della Ergenekon da sempre.Ma chissà cos’è la nuova Ergenekon clandestina; chissà chi la infiltra, chissà a quali nuovi o vecchi padroni obbedisce? Sicuramente, hanno bisogno anche loro che gli USA non si disimpegnino dall’area, che restino «inchiodati» lì.

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1) Mark Glenn, «US warns Israel - There will be no USS Liberty pt.II», American Free Press, 28 luglio 2008.
2) Per la completa ricostruzione della vicenda rimando a Wikipedia (dove si adotta la versione israeliana dell’errore).
3) «Some intel types are beginning to express concerns that the Israelis might do something completely crazy to get the US involved. There are a number of possible ‘false flag’ scenarios in which the Israelis could stage an incident that they will make to look Iranian, either by employing Iranian weapons or by leaving a communications footprint that points to Tehran’s involvement. Those who argue Israel would never do such a thing should think again. Israel is willing to behave with complete ruthlessness towards the US if they feel that the stakes are high enough. Witness the attack on the USS Liberty and the bombing of the US Consulate in Alexandria in the 1950s. If they now believe that Iran is a threat that must be eliminated it is not implausible to assume they will stop at nothing to get the United States to do it for them, particularly as their air force is only able to damage the Iranian nuclear program, not destroy it…».
4) «My guess is the Israeli leaders are apoplectic… This dramatic change - or even just the specter of it - greatly increases Israel’s incentive to ensure US involvement in the area that would endure for several years. The Israelis need to create ‘facts on the ground’ - something to guarantee Washington will stand by ‘our ally. The legislation drafted by AIPAC calls for a blockade of Iran. That would be one way to entangle; there are many others. The point is that the growing danger the Israelis perceive will probably prompt them to find a way to get the US involved in hostilities with Iran. All Israel has to do is to arrange to be attacked. Not a problem. There are endless possibilities among which Israel can choose to catalyze such a confrontation. Viewed from Tel Aviv it appears an increasingly threatening situation, with more urgent need to ‘embed’ (so to speak) the United States even more deeply in the region - in a confrontation involving both countries with Iran.A perfect storm is brewing… In sum, Israel is likely to be preparing a September/October surprise designed to keep the US bogged down in Iraq and in the wider region by provoking hostilities with Iran. And don’t be surprised if it starts as early as August…».
5) Insidedefense.com, «008 US National Defense Strategy». 24 luglio 2008. Accesso a pagamento.
6) «Sketches of top agencies found during Ergenekon raid», Zaman, 29 luglio 2008. Nella mitologia nazionale turca, Ergenekon è il nome del luogo leggendario dove il mitico fondatore radunò la nazione turca.

martedì 29 luglio 2008

L’instabilita’ turca

Mentre il bilancio dei due attentati di ieri a Istanbul e’ salito a 18 morti e circa 150 feriti , oggi si è aperta ad Ankara la seconda riunione della Corte Costituzionale che dovrà decidere sulla chiusura dell'Akp, il partito del premier Recep Tayyip Erdogan e del presidente Abdullah Gul, accusato di attentare alla laicità dello Stato e di voler imporre la legge islamica.

A metà luglio il giudice designato aveva depositato la sua relazione con il parere motivato non vincolante, in cui si esprimeva in maniera contraria alla chiusura del partito, che comporterebbe l'interdizione dalla politica per 71 dei suoi membri, compresi Erdogan e Gul. La Corte dovrà riunirsi a oltranza fino al raggiungimento di un verdetto e lo scioglimento del partito richiede una maggioranza di 7 componenti su 11.

Inoltre sempre oggi sono ripresi ad Ankara i negoziati di pace tra Israele e Siria con la mediazione turca, iniziati nel maggio scorso dopo un’interruzione di 8 anni.
Gli USA sono stati del tutto esclusi da questi negoziati - per espressa volonta’ di tutte le parti in causa, Turchia in primis – a riconferma della loro progressiva perdita d’influenza nell’area e dell’evidente peggioramento delle relazioni con la Turchia, cominciato per via della risoluzione approvata nello scorso Ottobre dalla Commissione Esteri del Congresso Usa, che definisce "genocidio" le stragi degli armeni in Turchia tra il 1915 e il 1920.
E in seguito a cio’ la Turchia aveva anche richiamato il suo ambasciatore da Washington.

Il governo turco accusa il PKK per gli attentati di ieri ma il PKK nega fermamente, nonostante continuino i bombardamenti dell’aviazione turca sulle postazioni del PKK nel nord dell’Iraq. Raid aerei che non sono mai piaciuti agli USA.
Il braccio politico del Pkk imputa invece la strage a non meglio specificate "forze sinistre".

Made in USA per caso?


Turchia, un Paese in bilico
di Alessandro Ursic – Peacereporter – 28 Luglio 2008

Mentre ad Ankara i giudici della Corte costituzionale hanno in mano il futuro politico della Turchia, questa mattina Istanbul è ancora impegnata nel doloroso conteggio delle vittime del doppio attentato di ieri sera, nel quartiere residenziale di Gungoren. Il bilancio è salito a 18 morti e 154 feriti, di cui almeno sette però in gravissime condizioni. Con il Paese diviso tra il dolore per la tragedia e l'attesa della sentenza che potrebbe portare alla chiusura del partito di governo Akp, dai servizi segreti turchi è già partita la prima indicazione sulla responsabilità dell'attentato: i ribelli curdi del Pkk, che avevano promesso di “portare l'inferno” nelle città turche per vendicarsi dei raid contro le loro basi nel nord dell'Iraq. Ma il Pkk, per bocca del suo leader politico Zubeyir Aydar, ha negato questa mattina qualsiasi coinvolgimento. “Questo episodio non ha nulla a che vedere con la lotta per la libertà portata avanti dal popolo curdo. Non può essere fare alcuna connessione con il Pkk”, ha detto Aydar.

Le accuse ai curdi. Il dito contro i curdi è stato puntato già ieri sera, anche in assenza di qualsiasi rivendicazione. Non disponendo degli elementi in mano alle forze di sicurezza, va comunque notato che l'accusa contro i “terroristi”, senza neanche specificare curdi, parte di solito in automatico per qualsiasi atto violento in territorio turco. Al Pkk, nonostante ufficialmente sostenga di voler colpire solo obiettivi militari, sono stati attribuiti in passato diversi attentati in località turistiche come Kusadasi e Antalya – rivendicato da un fino ad allora sconosciuto gruppo di “oltranzisti” chiamato “Falchi per la libertà del Kurdistan”. I guerriglieri del Pkk – come ripetuto costantemente a PeaceReporter durante la sua visita a uno dei loro più grandi accampamenti sulle montagne irachene – negano qualsiasi responsabilità per questi attacchi, accusando invece i servizi segreti turchi di orchestrare una campagna di violenza come pretesto per mantenere alta “l'emergenza terrorismo”. Ma in seno al gruppo separatista – sebbene dal carcere Abdullah Ocalan ripete da anni che l'obiettivo ora è solo una maggiore autonomia e la conquista di più diritti civili – sono attive da tempo divisioni sulle strategie di guerriglia, in assenza di un capo carismatico come Ocalan, tanto che sull'esatta leadership del Pkk si possono fare solo supposizioni.

L'ipotesi islamica. L'altra possibile pista potrebbe essere quella islamica. Istanbul è già stata vittima di attentati suicidi rivendicati da minuscoli gruppi affiliati ad al Qaeda. Il 5 novembre 2003, due autobomba guidate da altrettanti kamikaze esplosero nei pressi delle sinagoghe di Neve Shalom e di Bet Yiakov, causando 25 morti e oltre 300 feriti. Due settimane dopo, due kamikaze fecero saltare in aria due autobomba davanti alla sede della banca inglese Hsbc, causando 16 morti, e nel cortile del consolato britannico, con 13 morti e in totale 450 feriti. Ultimo episodio di violenza attribuito agli islamici, anche se non rivendicato, è stato l'attacco da parte di un gruppo armato al consolato statunitense a Istanbul, tre settimane fa. Le modalità dell'attentato di ieri – un primo ordigno minore per attirare la folla, un secondo devastante per fare più vittime possibili – ricorda una modalità tristemente affermatasi negli ultimi anni in Iraq. E mai utilizzata prima d'ora in Turchia.

Il caso Ergenekon. Per i teorici dello “Stato profondo” - la commistione tra l'establishment devoto ai valori laici di Ataturk e servizi segreti deviati – va ricordato che sul piatto dei tanti casi aperti c'è anche la questione dell'organizzazione Ergenekon. Negli ultimi mesi, in corrispondenza con le accuse di voler instaurare uno stato islamico rivolte al partito del primo ministro Recep Erdogan, la polizia turca ha affondato ancora di più il colpo contro questa oscura rete composta da ex generali, esponenti nazionalisti, giornalisti, che secondo l'accusa aveva pianificato una serie di atti violenti e omicidi eccellenti contro i “nemici della Turchia”, ma che stava anche organizzando un colpo di stato in caso di "deriva islamica". L'inchiesta su Ergenekon, in particolare con una seconda ondata di arresti avvenuta nelle ultime settimane, si è sovrapposta con l'apertura del caso giudiziario contro l'Akp, tanto che alcuni analisti temono un confronto dietro le quinte tra la vecchia guardia dell'establishment laico-militarista e gli islamici al governo, anche attraverso atti violenti che rappresentino un “segnale” all'altra parte.

La sorte dell'Akp. Mentre si cerca di risalire ai responsabili della strage di Gungoren, la Turchia attende con il fiato sospeso il pronunciamento della Corte costituzionale sulla sorte dell'Akp, accusato di voler islamizzare la Turchia andando contro i principi laici della repubblica fondata da Ataturk; ad esempio, rimuovendo il divieto di indossare il velo islamico nelle università. Basterebbe una maggioranza di sette giudici su 11 per decretare lo scioglimento del partito e l'esclusione dalla politica per alcuni anni di decine di suoi dirigenti, tra cui lo stesso Erdogan e il presidente della repubblica Abdullah Gul. In tal caso, dato che l'Akp detiene circa il 60 percento dei seggi in Parlamento, sarebbe inevitabile andare ad elezioni anticipate, dove probabilmente i membri dell'Akp potrebbero presentarsi come indipendenti e poi confluire in un nuovo gruppo. Oppure, un nuovo partito potrebbe rinascere con un volto più moderato dalle ceneri dell'Akp, che nacque proprio dopo la chiusura dell'islamico Partito del benessere a fine anni Novanta (negli ultimi cinquanta anni, la Corte costituzionale ha bandito oltre 20 partiti, ma nessuno aveva mai il sostegno dell'attuale movimento al governo). Negli ultimi giorni si è fatta strada anche un'ipotesi alternativa: quella di una dura presa di posizione della Corte contro l'Akp, ma che porti più a sanzioni economiche che a una dissoluzione del partito. La sentenza è attesa entro questa settimana: i giudici sono già riuniti, ma difficilmente si arriverà a un verdetto entro oggi.

Tra passato e futuro. Quel che è certo, nella ridda di supposizioni e ipotesi, è che nel giro di un anno la Turchia ha completato una trasformazione in negativo. Nelle elezioni del 22 luglio, l'Akp aveva ottenuto il 47 percento dei voti e si parlava di un Paese ormai stabile, pronto a introdurre nuove riforme sulla via dell'Unione Europea, con investimenti stranieri in crescita. Oggi, la repubblica di Ataturk rischia di tornare alla paralisi politica. Si scopre ancora esposta al potere occulto dell'establishment laico, e troppo dipendente dagli investimenti stranieri: l'enorme debito pubblico è una preoccupazione, anche perché la Borsa di Istanbul è calata di quasi il 40 percento rispetto ai picchi di dodici mesi fa. Soprattutto, dato che nell'ultimo anno le violenze tra forze armate e guerriglia del Pkk hanno causato centinaia di morti, si ritrova con una guerra in casa. E chiunque abbia piazzato la doppia bomba di Istanbul, ha colpito un Paese in lotta con se stesso per il suo futuro.

lunedì 28 luglio 2008

Thailandia, Cambogia e il tempio della discordia

Nelle ultime settimane e’ improvvisamente salita la tensione tra Thailandia e Cambogia, in seguito alla decisione dell’UNESCO di inserire nella lista dei Patrimoni Mondiali dell’Umanita’ il tempio hindu di Preah Vihear risalente all’XI secolo e situato in una zona di confine tra i due Paesi, oggetto di disputa fin dagli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1962 la Corte Internazionale di Giustizia ha pero’ assegnato alla Cambogia la sovranita’ territoriale sul tempio e la Thailandia ha accettato il verdetto. Il problema ancora irrisolto riguarda pero’ un’area di 4,6 Km quadrati vicino al tempio che garantisce l’accesso alla sua entrata principale.

Infatti finora l’unica strada percorribile per arrivare all’entrata del tempio e’ in territorio thailandese.
Dalla Cambogia non e’ ancora possible, per mancanza delle infrastrutture necessarie, accedere all’entrata del complesso religioso.

Quest’area contesa sara’ infatti fondamentale per costruire, anche attraverso i prossimi e sicuri fondi emanati dall’UNESCO, le strade e tutte le strutture turistiche utili ad attrarre le migliaia di turisti che nel prossimo futuro affluiranno a visitare il tempio, che necessita anche di notevoli fondi, sempre gentilmente forniti dall’UNESCO, per importanti opere di restaurazione e conservazione.
Si tratta percio’ di un grande business in prospettiva ed entrambi i Paesi ne vogliono beneficiare.

Finora questa vicenda ha gia’ provocato qualche settimana fa le dimissioni del ministro degli Esteri thailandese, accusato di aver svenduto la sovranita’ sul tempio alla Cambogia con l’accordo firmato a Parigi insieme al direttore dell’UNESCO e al ministro degli Esteri cambogiano nel Maggio scorso, con cui il governo thailandese accettava ufficialmente la decisione dell’UNESCO.

E in questi due Paesi infiammare le rispettive popolazioni soffiando sul nazionalismo e’ questione di un attimo. Si e’ infatti gia’ arrivati al punto che circa duemila soldati thailandesi sono schierati sul territorio conteso, fronteggiati da altrettanti soldati cambogiani disposti sull’altro versante del confine.

Questo movimento di truppe e’ dovuto all’arresto, durato pero’ solo poche ore, di tre attivisti politici thailandesi del movimento PAD (People’s Alliance for Democracy), tra cui un monaco, che, dopo aver oltrepassato il confine di soppiatto per protestare contro la decisione dell’UNESCO, erano entrati nel tempio, la cui entrata principale era gia’ stata chiusa giorni prima dalle autorita’ cambogiane.

Domenica scorsa poi si sono svolte le elezioni politiche in Cambogia, stravinte ancora una volta dall’eterno primo ministro Hun Sen, che in campagna elettorale ha molto strumentalizzato la questione del Preah Vihear toccando il nervo nazionalista dei cambogiani.

Va ricordato anche che nel gennaio del 2003, sei mesi prima delle precedenti elezioni, e’ bastata una dichiarazione alla radio cambogiana di una famosa attrice thailandese che reclamava il ritorno alla sovranita’ thailandese di un altro complesso di tempi hindu – quello di Angkor Wat situato nel nord-ovest della Cambogia – per richiamare immediatamente centinaia di persone intorno all’ambasciata thailandese di Phnom Penh e metterla letteralmente a ferro e fuoco, insieme a molti negozi della compagnia di telefonia mobile Shinwa, appartenente all’allora premier thailandese Thaksin Shinawatra.

Si e’ poi scoperto che si era trattato di una montatura costruita alla perfezione dal partito di Hun Sen. La dichiarazione dell’attrice era stata infatti estrapolata da una vecchia puntata di una soap opera che la vedeva protagonista.

Sono comunque in corso colloqui tra i due governi per risolvere la questione pacificamente, cosi’ come tra i capi delle rispettive Forze Armate. Ma il ministro degli Esteri cambogiano ha gia’ dichiarato che se i colloqui dovessero fallire il suo Paese si rivolgera’ al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La Thailandia invece vuole mantenere la questione solo a livello bilaterale.

Il nodo da sciogliere ruota intorno a quale mappa fare riferimento. Una e’ stata disegnata dai francesi durante il periodo coloniale, ma favorisce la Cambogia ed e’ rifiutata dai thailandesi che insistono per un’altra mappa disegnata da loro con il supporto di tecnici americani.

Comunque il movimento PAD, in lotta contro il governo da piu’ di due mesi e che ha gia’ ottenuto le dimissioni del ministro degli Esteri, e’ convinto che dietro la decisione dell’UNESCO ci siano le grandi Potenze - USA e Cina in testa - che avrebbero supportato la Cambogia per avere poi in cambio le concessioni per l’estrazione di petrolio dai nuovi e ricchissimi giacimenti scoperti un paio di anni fa circa al largo delle coste cambogiane.

Inoltre il PAD accusa il governo thailandese di aver svenduto la sovranita’ thailandese per permettere a Thaksin Shinawatra e ai suoi amici di fare nei prossimi anni grossi affari nel campo del turismo e delle infrastrutture nell’area contesa.

Ma per ora i soldati dei due Paesi schierati sul confine si scambiano solo cibo e chiacchiere, non pallottole. Pero’ la situazione potrebbe improvvisamente sfuggire di mano, anche perche’ quella e’ una zona piena di mine antiuomo, crudele lascito della guerra civile cambogiana degli anni ’80 e ’90.

E gli ex Khmer Rossi - che allora in quella zona intorno ad Anlong Veng spopolavano guidati dal comandante Ta Mok, morto due anni fa - hanno gia’ fatto sapere di attendere solo il segnale del premier Hun Sen per riprendere le armi in difesa della sovranita’ cambogiana.

Nei prossimi giorni si vedra se sara’ necessario o meno l’intervento dell’ONU per risolvere una contesa territoriale che verte fondamentalmente su come spartirsi i fondi UNESCO e i proventi che deriveranno dall’industria turistica destinata a svilupparsi in quell’area.
Ma dietro a tutto cio’ c’e’ ancora una volta l’oro nero.

domenica 27 luglio 2008

Un governo senza opposizione

In soli due mesi il governo ha approvato una serie di provvedimenti senza la benche' minima reazione da parte della cosiddetta opposizione, Partito Democratico in testa.

Il partito guidato da Veltroni - ancora per poco si spera - e' del tutto immobile e muto, incapace di reagire con l'energia e la durezza necessarie per contrastare, quantomeno in Parlamento, la devastante azione di un governo che tira dritto come un caterpillar senza ostacoli di fronte.

Qui di seguito si parla sia dell'inesistente opposizione del PD che dei provvedimenti sulla giustizia decisi dal governo, con le "naturali" conseguenze che ne derivano.


I democratici e la sindrome del rospo
di Luca Ricolfi – La Stampa – 27 Luglio 2008

Forse è colpa del clima vacanziero, ma l'impressione è che stiamo diventando un Paese senza opposizione. Nel giro di soli due mesi il governo è riuscito a intervenire sulla giustizia (lodo Alfano, sospendi-processi), sull'immigrazione e la sicurezza (impronte digitali, poteri ai sindaci, stato di emergenza), sulle tasse (Robin tax, soppressione dell'Ici), sulla spesa pubblica (manovra finanziaria). E, ora si scopre, anche sul precariato. In autunno si ripromette di intervenire sulle intercettazioni, sulla magistratura, sul federalismo, sui servizi pubblici locali, sullo Stato sociale (è di ieri la pubblicazione del Libro verde sulla «vita buona» del ministro Sacconi). Berlusconi si è liberato dei magistrati e, con i suoi ministri più attivi, sta per rivoltare l'Italia come un calzino. E il principale partito di opposizione che fa? Il Partito democratico sembra affetto dalla sindrome del rospo. Avete presente il rospo, che resta fermo e immobile mentre il bimbo lo prende a sassate? E più viene colpito più si pietrifica, tentando (invano) di rendersi invisibile?

Non c'è atto del governo che non susciti il dissenso o la preoccupazione del partito di Veltroni, ma ciononostante il massimo di opposizione che il Pd riesce a immaginare è una «grande manifestazione» in autunno, quando tutti i buoi saranno scappati dalle stalle. Nel frattempo, non passa giorno senza che qualche esponente del partito di Di Pietro, dei girotondi, della «società civile» o di qualche minoranza interna dello stesso Pd non riversi la sua ira e la sua amarezza sulla non conduzione politica del nuovo (?) partito. La gente di sinistra si chiede dove la stia portando Veltroni, e la risposta che si sente ripetere è la solita: noi non siamo giustizialisti, né moralisti, né massimalisti, noi siamo riformisti e la nostra opposizione è seria e responsabile. Ma è davvero così?

Secondo me no, l'opposizione del Pd non è seria bensì inesistente. Se fosse seria dovremmo osservare cose che invece non accadono, e non dovrebbero accadere cose che invece osserviamo. Fra le cose che ci piacerebbe osservare c'è, ad esempio, la costruzione di un partito davvero nuovo. E' mai possibile che, dopo aver affermato di non volere i voti della mafia, dopo avere invocato fino alla noia l’esigenza di rinnovare la politica, di restituirle moralità e purezza di intenti (ricordate i discorsi alati sulla «bella politica»?), Veltroni non abbia mai pensato di cominciare a fare un po' di repulisti in casa propria? Non voglio togliere a Marco Travaglio il suo mestiere, e quindi non elencherò le decine e decine di casi, individuali e collettivi, nei quali esponenti di Ds e Margherita sono tristemente coinvolti in brutte storie di corruzione, affarismo, clientelismo, mala sanità, pessima amministrazione.

Mi limito a poche e semplici domande: possibile che il nuovo partito non senta anche sulla propria pelle il bruciore della questione morale? O basta a consolarlo il fatto che i partiti di centro-destra abbiano ancora più inquisiti e condannati ? E' mai possibile che, anziché prendere solennemente le distanze dalle molte storie di cattiva politica che coinvolgono il Pd, si stia discutendo se salvare Bassolino dai suoi guai giudiziari con un seggio al Parlamento europeo? Possibile che non ci si renda conto che la magistratura tende a esondare dai suoi limiti anche perché la politica non fa nulla per autocorreggersi?

Ma supponiamo per un attimo che queste siano domande ingenue, dettate da moralismo o «dipietrismo latente». Veniamo alla politica vera, quella che si occupa di riforme, economia, Stato sociale, sicurezza. Qui, più che le omissioni, è quel che osserviamo che lascia interdetti. Il Partito democratico per ora non vuole scendere in piazza, ma in compenso non manca di dare la sua solidarietà a tutte le categorie in lotta contro la manovra finanziaria, un po' come Alleanza nazionale due anni fa, quando aizzava i taxisti contro il ministro Bersani. La critica principale del governo ombra alla manovra è che ci sono troppi tagli, mentre non c'è nulla per salari, stipendi, pensioni, quando proprio la crisi economica suggerirebbe politiche anticicliche, di sostegno ai redditi delle famiglie.

Incredibile. Il partito di Veltroni, che pure aveva provato a prendere le distanze dal governo Prodi, finge irresponsabilmente che due anni di centro-sinistra abbiano lasciato al governo entrante un margine (extragettito, o tesoretto) per aumentare i redditi fissi, e così alimenta le illusioni di famiglie e sindacati. Critica la manovra non per la struttura dei tagli alla spesa pubblica, ma per la loro entità, sorvolando sul fatto che in campagna elettorale il Pd aveva promesso tagli ancora più pesanti. Sostiene che le riforme vadano fatte con le categorie interessate, ma dimentica che, se una parte delle resistenze al cambiamento è guidata da preoccupazioni del tutto ragionevoli, un'altra parte è puramente corporativa, ossia dettata dalla difesa di abusi, storture e privilegi.

E dire che di critiche riformiste e costruttive alla linea del governo vi sarebbe un immenso bisogno. Non solo sul versante delle mancate o troppo timide liberalizzazioni, ma sul terreno fondamentale della riduzione e ricomposizione della spesa pubblica. Qui il problema vero è che i tagli finora varati dal governo non sono abbastanza selettivi: nonostante alcune lodevoli eccezioni, molti di essi colpiranno troppo le amministrazioni più virtuose e non colpiranno abbastanza quelle più dissennate. Un vero partito riformista non cavalcherebbe demagogicamente la protesta delle categorie, ma premerebbe sull’esecutivo per rendere i tagli più profondi e più giusti, nonché per usare al meglio le risorse così liberate: abbiamo un disperato bisogno di asili nido, ammortizzatori sociali, politiche contro la povertà.

Ma una linea del genere richiederebbe forse una dose eccessiva di onestà intellettuale: al partito nuovo spetterebbe anche riconoscere di aver sbagliato negli anni scorsi quando, per tenere in piedi un governo paralizzato dai suoi contrasti interni, i dirigenti di Ds e Margherita permisero a Prodi e Padoa-Schioppa di sprecare l'unica vera occasione - la congiuntura favorevole del 2006-2007 - per incidere davvero sulla voragine della spesa pubblica. Se lo si fosse fatto allora, oggi il deficit sarebbe più vicino a zero che al limite del 3%, e l'invocazione di misure a sostegno delle famiglie suonerebbe meno ipocrita.


Colpirne due per educarli tutti
di Marco Travaglio - l'Unità - 24 luglio 2008

La vera anomalia non è l'aborto giuridico del Lodo Alfano, che si spera verrà spazzato via dalla Corte costituzionale come il suo deforme progenitore Maccanico-Schifani: solo un marziano un po’ tonto poteva scambiare Al Tappone per uno statista dedito agl’interessi del Paese anziché ai cazzi suoi. La vera anomalia è quel che accade, anzi non accade tutt’intorno. E' l'aria di annoiata normalità con cui il Lodo è stato accolto in Parlamento anche dal grosso delle cosiddette opposizioni.

E' il silenzio del Colle, allarmato invece da una fantomatica "giustizia spettacolo". E' il Tg1 che lo nasconde come terza notizia del giorno. Sono i giornali che non gli dedicano un solo editoriale (a parte, forse, il manifesto) e gli riservano lo stesso spazio dedicato a celebrare il "ritorno di Veronica a Villa Certosa", con tanto di foto della Sacra Famiglia gentilmente offerte da "Chi" (Mondadori). E' il tradimento degli intellettuali "liberali" che si son messi "a vento", proni a tutto (nel 2003 il Corriere di De Bortoli denunciava le leggi vergogna, infatti De Bortoli dovette sloggiare). Ed è pure questo Csm che, cacciando in sequenza Luigi De Magistris e Clementina Forleo, fa di tutto per dar ragione a Gasparri e anticipa spontaneamente la controriforma annunciata da Angelino Jolie per conto del padrone: quella che farà dell'ex "organo di autogoverno" dei giudici l'ennesima protesi della Casta. Riforma sintetizzata dal cosiddetto ministro Rotondi con l'icastica frase "colpire un magistrato per educarne cento".

Il giorno scelto per trasferire la Forleo da Milano non poteva essere più azzeccato: mentre Tavaroli rivela a Repubblica i ricatti che regolano la politica e l’economia, mentre il Cainano si blinda dai processi come la regina d’Inghilterra (che però non ha processi) e mentre s'annuncia il festoso ritorno dell'immunità parlamentare, la gip che osò intercettare i furbetti del quartierino e i loro santi protettori trasversali sparsi fra Bankitalia, Palazzo Grazioli, Pontida e il Botteghino viene espulsa dalla sua sede naturale. Anche il voto al plenum è emblematico: tutti d'accordo, come già per De Magistris, destra e sinistra, laici e togati (a parte, per la Forleo, quelli di MI).

Con i complimenti del Giornale, per la penna del rubrichista con le mèches: avrebbe preferito il suo licenziamento, ma per ora s'accontenta, poi magari ci pensa Brunetta. Una soave corrispondenza di amorosi sensi destra-sinistra che la dice lunga sull’astio trasversale della Casta per i cani sciolti, senza padrone e senza collare. Ancora 15 anni fa erano i magistrati più preziosi. Oggi sono i nemici da abbattere. "Un giudice indipendente che non appartiene a nessuno", ha detto Clementina al Csm mentre le sparavano addosso da destra a sinistra, "in questo Paese ancora non può esistere".

Cacciata per "incompatibilità ambientale". Motivo: ha provocato "disagio e allarme sociale" (figuriamoci) denunciando ad Annozero la solitudine di chi tocca i poteri forti e confidando le sue ansie per l’inchiesta sulle scalate a un pm milanese e a un vecchio collega, Ferdinando Imposimato, di cui (sbagliando) si fidava. Trasferita non per aver venduto o insabbiato processi, non per aver poltrito, non per aver agito scorrettamente. Ma solo per aver parlato, dicendo cose magari discutibili, ma parole, pensieri, concetti (incredibile che i "progressisti" di Magistratura democratica, così sensibili alla libertà di espressione si siano prestati a una simile vergogna). Il Csm, che l'aveva lasciata sola nei mesi terribili dell’estate scorsa mentre l’intero Parlamento le saltava addosso per l'ineccepibile ordinanza sulle scalate, l'ha trattata come una mitomane"tendente al vittimismo"che s'inventa pericoli inesistenti. Intanto quell’ordinanza, presentata un anno fa come una sua alzata d’ingegno in dissenso con la Procura, è stata avallata dalla stessa Procura, che due mesi fa ha chiesto al Parlamento europeo il permesso di usare a carico di D'Alema le telefonate tra quest’ultimo e Consorte. Intanto le sue denunce han trovato conferma in un'indagine a Potenza e nell’arrivo di proiettili e lettere anonime, tanto che le hanno assegnato una scorta armata. Purtroppo la scorta non ha potuto proteggerla dal Csm che, con l'aria di smentire le sue denunce, ne ha in definitiva confermata tutta l'attendibilità. Sapeva che gliel'avrebbero fatta pagare,e gliel'han fatta pagare. Anche lei, come De Magistris, è "incompatibile". Ma non con Milano o con Canicattì. E' incompatibile con questo lurido paese.


Lettera al presidente del Senato
di Marco Travaglio - l'Unità - 26 Luglio 2008

Gentile Presidente del Senato, avv. sen. Renato Schifani, chi Le scrive è un modesto giornalista che ha avuto la ventura di occuparsi talvolta di Lei per motivi professionali. L’ultima - forse lo ricorderà - fu nel mese di maggio, quando Lei ascese alla seconda carica dello Stato e io pubblicai una sua breve biografia sull’Unità e nel libro "Se li conosci li eviti"(scritto con Peter Gomez) che poi presentai su Rai3 a "Che tempo che fa".

Anzitutto mi consenta di congratularmi con Lei per la Sua recentissima invulnerabilità penale, in virtù del Lodo Alfano, figlio legittimo del Lodo Schifani già dichiarato incostituzionale dalla Consulta nel 2004 e prontamente replicato in questa legislatura, anche grazie alla fulminante solerzia con cui Lei l'ha messo all’ordine del giorno di Palazzo Madama. E' davvero consolante, per un cittadino comune, apprendere che da un paio di giorni l'articolo 3 della Costituzione è sospeso con legge ordinaria approvata in 25 giorni, e che dall'altroieri esistono quattro cittadini più uguali degli altri dinanzi alla legge, come i maiali della "Fattoria degli animali" di George Orwell. Il fatto poi che Lei faccia parte del quartetto degli auto-immuni è per tutti noi motivo di ulteriore soddisfazione.

Si dà il caso, però, che Lei mi abbia recentemente fatto recapitare in busta verde, da ben tre avvocati (uno dei quali pare sia un Suo socio di studio), un atto di citazione presso il Tribunale civile di Torino affinchè io vi compaia per essere condannato a risarcirLa dei presunti danni, patrimoniali e non, da Lei patiti a causa del mio articolo sull'Unità e della mia partecipazione al programma di Fabio Fazio. Danni che Lei ha voluto gentilmente quantificare in appena 1,3 milioni di euro. A carico mio, s'intende.

Tutto ruota, lo ricorderà, intorno al fatto che avevo osato ricordare come Lei, alla fine degli anni 70, fosse socio nella Sicula Broker di due personaggi poi condannati e arrestati per mafia, Benny D’Agostino e Nino Mandalà; e che negli anni 90 Lei abbia prestato una consulenza in materia urbanistica per il Comune di Villabate, poi sciolto due volte per mafia in quanto ritenuto nelle mani dello stesso boss Mandalà.

Circostanze che Lei non ha potuto negare neppure nel suo fantasioso e spiritoso atto di citazione (ho molto apprezzato i passaggi nei quali Lei fa rientrare quei fatti nell’ambito dei "commenti sulla vita privata delle persone"; e mi rimprovera di non aver rammentato come Lei sia stato socio non solo di persone poi risultate mafiose, ma anche di altri "noti imprenditori mai coinvolti in episodi giudiziari", e come Lei abbia prestato consulenze non solo per comuni poi sciolti per mafia, ma anche per altri enti locali mai sciolti per mafia).

Ora, sul merito della controversia, decideranno i giudici. Ma non Le sfuggirà la sproporzione delle forze in campo, sulla bilancia della Giustizia, fra la seconda carica dello Stato e un umile cronista: i giudici, già abbondantemente vilipesi e intimiditi negli ultimi anni da Lei e dai Suoi sodali, sapranno che dar torto a Lei significa dar torto al secondo politico più importante del Paese, mentre dar torto a me è davvero poca cosa. E' questo oggettivo squilibro che, in tempi e in paesi normali, consiglia a chi ricopre importanti cariche pubbliche di spogliarsi delle proprie liti private, per dedicarsi in esclusiva agli interessi di tutti i cittadini.

Lei invece non solo non si è spogliato delle Sue liti private, ma ne ha addirittura ingaggiata una nuova (con me) dopo aver assunto la presidenza del Senato. Ora però quello squilibrio diventa davvero abissale in conseguenza della Sua sopraggiunta invulnerabilità. In pratica, se io volessi querelarLa per le infamanti accuse che Lei mi muove nel Suo atto di citazione, non avrei alcuna speranza di ottenere giustizia in tempi ragionevoli, perché il Lodo Alfano La mette al riparo da qualunque conseguenza penale delle Sue parole e azioni, imponendo la sospensione degli eventuali processi a Suo carico. Lei può dire e fare ciò che vuole, e io no. Riconoscerà che, dal mio punto di vista, la situazione è quantomai inquietante.

Ma c'è di più e di peggio. L’anno scorso l’ex presidente del consiglio comunale di Villabate, Francesco Campanella, indagato per mafia a causa dei suoi rapporti con la cosca Mandalà e con Bernardo Provenzano, ha raccontato ai giudici antimafia di Palermo che il nuovo piano regolatore di Villabate era stato addirittura "concordato" da lei e dal senatore La Loggia con il solito Mandalà. Lei e La Loggia annunciaste subito querela. E da allora i magistrati antimafia stanno verificando se Campanella si sia inventato tutto o magari dica la verità. Io Le auguro e mi auguro, visto che Lei ora rappresenta l'Italia ai massimi livelli, che prevalga la prima ipotesi.

Ma, nella malaugurata evenienza che prevalesse la seconda, il Lodo Alfano impedirebbe alla magistratura di processarLa, almeno per i prossimi cinque anni, finchè terminerà la legislatura e, con essa, svanirà il Suo preziosissimo scudo spaziale. Converrà con me, Signor Presidente, che nella causa civile che Lei mi ha intentato la conclusione di quelle indagini sarebbe comunque decisiva per valutare la mia posizione: sia che le accuse di Campanella trovino conferma, sia che trovino smentita, sarebbe difficile sostenere che io non abbia esercitato il mio diritto-dovere di cronaca, segnalando ai cittadini una vicenda di così bruciante attualità e interesse pubblico.

Detta in altri termini: non vorrei che la causa civile da Lei intentatami si concludesse prima delle indagini sul caso Campanella-Villabate, magari in conseguenza del blocco di quel procedimento per via del Lodo Alfano. Essere condannato a versarle 1 milione o anche 1 euro, e poi scoprire a cose fatte di aver avuto ragione, sarebbe per me estremamente seccante.

L'altro giorno, con nobile gesto, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha rinunciato preventivamente al Lodo, dando il via libera al processo che lo vede imputato per diffamazione ai danni del pm Henry John Woodcock. Mi rivolgo dunque a Lei, e alla prima carica dello Stato che quel Lodo ha così rapidamente promulgato, affinchè rassicuriate noi cittadini su un punto fondamentale: o ritirate le vostre denunce penali e civili finchè sarete protetti dallo scudo spaziale, oppure rinunciate preventivamente al Lodo in ogni eventuale processo che potesse eventualmente influenzare, direttamente o indirettamente, l'esito di quelle cause. In attesa di un Suo cortese riscontro, porgo i miei più deferenti saluti.

sabato 26 luglio 2008

Serbia: dopo l’arresto di Karadzic

Come si era gia’ detto qualche giorno fa, dopo la cattura di Karadzic la strada per l’ingresso nell’UE della Serbia e’ ormai spianata, anche se non sara’ tutta in discesa.

Inoltre il governo di Belgrado ha gia’ deciso che gli undici ambasciatori serbi ritirati nei mesi scorsi da quei paesi Ue, Italia compresa, che avevano riconosciuto l'indipendenza del Kosovo, rientreranno nelle loro rispettive sedi.

L'unica eccezione rimane la sede diplomatica di Washington. Belgrado infatti considera gli Stati Uniti il patrocinatore della dichiarazione unilaterale di Pristina del 17 febbraio scorso. E come dargli torto?


Qui di seguito un altro articolo sulla cattura-farsa di Karadzic, in cui si affrontano anche le sue potenziali conseguenze in Serbia, e non solo.

Karadzic. Dalla tragedia alla commedia
di Ennio Remondino – Megachip – 26 Luglio 2008

Pura e stretta cronaca, ad evitare l'apparentenza della fantapolitica. Ho visitato l'osteria preferita da Radovan Karadzic latitante. Cliente abituale mi hanno raccontato, e da tempo. Musica popolare serba dal vivo e, alle pareti, tante fotografie del passato, a partire da quella di Tito. Ritratti mischiati tra loro con dubbia coerenza politica: le foto dello scomparso Milosevic e, sopra il banco di mescita, l'immagine di un Radovan Karadzic nel suo piglio ufficiale di leader politico della Serbo-Bosnia. Accanto, quella del generale Mladic. Fossimo in Italia, paese superstizioso, i tifosi di Mladic ancora latitante avrebbero già imposto di separare le fotografie per distinguere il futuro dei protagonisti. Per clienti a camerieri il Karadzic arrestato era soltanto il dottor Dragan Dabic, figura in bilico tra la medicina alternativa e le filosofie del santone orientale. Trasformazione adeguata di abbigliamento, barbone candido in grado d'ingannare anche i suoi parenti stretti, e codino tinto di nero alla sommità del capo. Siamo alla periferia di Novi Beograd, vicino all'aeroporto militare di Batajnica. A questo punto la fantasia vola nello spazio, con l'abitazione clandestina di Karadzic al 267 di Via Juri Gagarin. Racconto surreale, ma non finisce qui.

Il super ricercato dalle polizie e servizi segreti di mezzo mondo che compare in molte televisioni locali a proporre la sua medicina alternativa. Editorialista apprezzato della rivista "Vita sana". Un suo sito internet ampliamente pubblicizzato dove Dabic-Karadzic ridisegna il suo passato. Si fa nascere nel villaggio di Kovaci, vicino Kraljevo (invece del suo Montenegro), si fa migrante all'estero, con una laurea in medicina, psichiatria, presa a Mosca (invece che a Sarajevo). Poi, a costruire la copertura del guru alternativo, si racconta in India, Giappone e Cina. Ammette l'esistenza di una vecchia famiglia da cui vive separato, e trasforma la "Sarajevo serba" di Pale, dove vivono moglie e figlia, nella lontana America. Si sussurra anche di una nuova compagna, Mila, a consolarlo negli affetti. La piacevole cinquantenne che gli compare accanto in alcune fotografie smentisce categoricamente sostenendo di avere condiviso con lui, dottor Dragan David Dabic, soltanto la passione esoterica. La tragedia che si trasforma in commedia.

Via via che crescono i particolari della singolare latitanza, aumenta lo stupore nell'opinione pubblica non solo serba e le difficoltà per la politica locale. Quesiti per ora soltanto sussurrati. Evaporata la favola del risultato di una brillante azione investigativa, tutti a interrogarsi sulla spiata che ha venduto Karadzic. Chi, come, quando, perché. L'ABC della notizia. Perché questo arresto proprio in questa fase politica interna e internazionale? Chi ne ha coperto prima la latitanza e chi poi l'ha venduto? è la domanda chiave. Probabilmente la stessa parte politica o istituzionale coinvolta nel "prima" e nel "dopo", insinua qualche malizioso amico serbo, con un non troppo velato riferimento alla nuova leadership del partito socialista che fu di Slobodan Milosevic. L'ago della bilancia, la forza decisiva all'interno del nuovo governo serbo messo assieme dal presidente Boris Tadic. "Filo europeista" nei programmi ambiziosi ma striminzito nei numeri parlamentari.

Trascorso il momento degli applausi di mezzo mondo per quella cattura, il fragile governo serbo (due soli seggi di maggioranza) scopre infatti che le strade della politica internazionale assomigliano a quelle dell'inferno, lastricate di buone intenzioni e di facili promesse. Nessuna garanzia di rapido avvio della trattativa di accesso all'Europa. Karadzic, già dicono da Bruxelles, non basta. Dovrà prima finire in galera anche il generale Ratko Mladic, e subito dopo l'ex leader della Krajna serba, gli ultimi due latitanti. Esami infiniti per la Serbia , con la tensione interna più portata a crescere che a creare un ampliamento di consensi attorno al governo. Secondo quesito che corre ora sulla bocca di molti. Perché l'arresto ora, quando sarebbero bastati altri sei mesi per sottrarre Karadzic al giudizio del tribunale Internazionale dell'Aja prossimo alla scadenza del suo mandato? Perché nessuno a Belgrado ed in Serbia potrebbe sostenere in casa le tensioni di un processo di questo genere, è la risposta non espressa che viene dai palazzi governativi. Nessuno ne avrebbe la forza oggi, nei confronti del montenegrino di Bosnia Karadzic, nessuno potrebbe soltanto immaginarlo domani per il serbo Ratko Mladic, militare di carriera.

Per tornare dalla commedia del santone-guru-guaritore, alla tragedia che fu la Bosnia , possono diventare utili alcune memorie personali d'allora. Per qualsiasi giornalista che abbia vissuto il macello Bosnia spostandosi, come facevo io, tra una parte e l'altra del fronte di guerra, tra gli assediati di Sarajevo e i loro assedianti sulle montagne, Radovan Karadzic era l'interlocutore ideale. Difficile da avvicinare, certo, ma arrivati alla sua vista con telecamera e microfono, era l'interlocutore ideale. "For the news, mister President", che tradotto nella lingua televisiva internazionale vuol dire, "stai corto". Bastava indicare il numero di minuti che avevi a disposizione e l'interlocutore, col cronometro in testa, recitava le sue ragioni e la sua propaganda per il taglio breve da telegiornale. Intervistato ideale insomma quel presunto assassino, con la precisazione che mai nessun assassino incontrato in tanti anni di mestiere, somiglia davvero ad un assassino. Non Radovan Karadzic, in particolare. I brutti ceffi, i cattivi a prima vista, li aveva attorno. Le "Bodyguard" cresciute sulle montagne tra Pale ed il Trebevic e, soprattutto, quell'arpia della figlia Sonja. Era lei ad avere il potere di accoglienza o di cacciata, per noi giornalisti.

Lui, Karadzic, con la sua capigliatura folta e sempre ordinata, qualche volta sorrideva persino. Con lui, confesso oggi, ho scambiato i gesti liturgici della pace. Erano le settimane della cattura dei caschi blu delle nazioni unite, esibiti incatenati sulle stradine di Pale e poi detenuti in luoghi inavvicinabili. Quella del Tg1 Rai era una delle poche troupes occidentali presenti. Tensione internazionale alle stelle, la sesta flotta Usa che si avvicinava all'Adriatico, tamburi di guerra che terrorizzavano il mondo e, noi narratori, reclusi a nostra volta nei confini stretti di quella sorta di villaggio alpino, modello svizzero, che era ed è Pale. La Sarajevo dell'assedio crudele ad una decina di chilometri, ed il resto del mondo lontano anni luce. Trovarsi al centro del bersaglio da cui sembra poter scaturire la terza guerra mondiale, ed avere a disposizione soltanto immagini agresti con prati verdi e chalet di montagna.

Ricordo di aver insistito con diversi "Stand Up", la parte del reportage televisivo in cui il giornalista si mostra, di fronte al solo cartello stradale con la scritta Sarajevo bucherellato di proiettili. La sola immagine guerresca che ero riuscito a trovare. Ricordo anche di un ordine di ritirata giunto da Roma. "Rientra subito, sta par partire l'attacco aereo americano. E' la guerra", fu l'ordine. "La sola che vola qui sono le mosche e i soli mezzi pesanti attorno sono le mucche", fu la mia risposta, con ordine puntualmente disatteso. Noi Rai eravamo stati i primi, ma stavano arrivando tutti gli altri, CNN compresa. Peter Arnet, pensate: il giornalista delle cronache marziane da Bagdad, le riprese notturne verdognole della prima guerra del Golfo. Chi era accampato al mitico "Hotel Olimpic", poco più di una modesta pensione a due stelle, chi preferiva l'ospitalità di famiglie bisognose di danaro. La caccia disperata al nulla televisivo, col rombo dei caccia bombardieri americani sull'Adriatico in contrasto con le bevute amicali che sapevo esserci tra detenuti Onu e detenenti serbi.

Silenzio stampa. Nessuna dichiarazione. Karadzic apparentemente scomparso. Caccia quotidiana ad immagini e notizie che non c'erano. La piazza del mercato, al centro del villaggio, deserta come sempre, con la sua chiesetta ortodossa poco frequentata. Un gruppo di auto di prestigio, tutt'attorno, attira l'attenzione. Le facce cattive di uomini armati ci danno la conferma. In chiesa Karadzic segue il rito per il santo che dovrebbe prendersi cura dei morti, mi pare di ricordare. Diffida immediata di Sonja Karadzic a porre domande al padre. All'uscita, ultima parte liturgica-popolare con la recita di un'invocazione. Karadzic che all'uscita saluta uno ad uno tutti i presenti, chiedendo per loro la protezione del santo, e l'interlocutore che ripete la formuletta rituale. Imparo a memoria, in serbo, e quando è il mio turno recito l'invocazione di pace e di bene e porgo il microfono. Karadzic, come alcuni politici italiani, non sa resistere alla tentazione di una telecamera e dichiara al mondo, attraverso la Rai , che i prigionieri stanno per essere liberati. I cacciabombardieri appontano sulle loro portaerei e il mondo tira un sospiro di sollievo.

Neppure un anno dopo, fine 1995 e dopo la tragedia di Srebrenica, Karadzic sarà il latitante numero uno, pari merito con suo generale Mladic. Vita, fuga, latitanza e cattura di Karadzic da affidare alla saggezza della storia, non potendo credere oggi alle piccole convenienze della politica o alle semplificazioni folkloristiche della cronaca sul santone. Più del finale del film latitanza-Kardzic, credo dovremmo rileggerne con più attenzione l'inizio. Chi davvero decise allora, 1995, e rese possibile, autorizzò e sostenne la sua fuga e la sua latitanza? Cosa fu deciso segretamente a Dayton e cosa avvenne realmente tra Washington, Belgrado e Pale? Parlassi un migliore inglese andrei a porre queste domande in America. Nel frattempo, più che alle reazioni della svogliata piazza nazionalista di Belgrado, guardo con più preoccupazioni alla Bosnia di Sarajevo. Le tentazioni di associare i nomi di Karadzic e Srbska Republika, accomunandoli nello stesso destino prossimo futuro, non si faranno attendere.

Altre due banche falliscono negli USA

Prosegue lo stillicidio di fallimenti nelle banche degli USA. Anche oggi infatti la crisi dei mutui ha mietuto altre due vittime dopo IndyMac, chiusa l’11 Luglio scorso.


La First National Bank of Nevada e First Heritage Bank sono state chiuse in tarda nottata dalle autorità finanziarie perché sotto-capitalizzate.
A decidere la chiusura delle attività dei due istituti, che fanno entrambi capo ad un gruppo dell'Arizona, First National Bank Holding, è stato l'Office of the Controller of the Currency, l'ente statale di controllo sul denaro circolante negli Stati Uniti.

Comunque secondo Bloomberg i depositi bancari presso le due banche e i loro attivi saranno acquisiti dalla Mutual of Omaha Bank. Si vedra’, ma non sarei cosi’ tranquillo se fossi un cliente di una delle due banche.

Intanto con First National Bank of Nevada e First Heritage Bank salgono a sette le banche fallite negli USA dall'inizio di quest'anno. Ma l’elenco e’ destinato a crescere inesorabilmente.

venerdì 25 luglio 2008

Futuro incerto per l’India

Negli ultimi due anni l’India ha posto fine alla sua tradizionale politica di non allineamento, decidendo invece di stringere un’alleanza strategica con gli USA.


Cio’ ha provocato pesanti critiche in tutto il Paese, che si sommano all'endemica crisi sociale, ai notevoli mutamenti in atto nel panorama politico indiano e alla ribellione armata dei maoisti che, partita dalle regioni orientali, si e’ ormai estesa a 22 dei 28 stati indiani.

Inoltre solo oggi ci sono state 7 esplosioni a Bangalore, con 3 morti e 20 feriti finora.

La democrazia indiana, oltre che da un grosso boom economico gia' in corso d'opera, e’ attesa anche da un futuro politico molto incerto e potenzialmente esplosivo.


L’India al bivio
di Enrico Piovesana – Peacereporter - 25 Luglio 2008

La democrazia indiana è giunta a un bivio storico. I nodi accumulatisi in sessant’anni di indipendenza sono arrivati al pettine. Da come verranno sciolti dipende il destino della terza potenza economica mondiale, e forse anche qualcosa di più.

Nasce un’alternativa popolare. La decisione del premier Manmohan Singh di stringere un’alleanza strategica con gli Stati Uniti in materia nucleare e militare ha posto fine alla tradizionale politica di non-allineamento di Delhi, facendo dell’India rispetto a Washington quello che la Cina e’ rispetto a Mosca: un alleato strategico nell’ambito di una contrapposizione tra potenze.

Questa svolta non è andata giù ai partiti comunisti indiani del Left Front, che giorni scorsi hanno deciso di ritirare il proprio sostegno al governo Singh e di dare vita a un fronte di opposizione assieme al Bahujan Samaj Party (Bsp), il partito dei dalit, gli ‘intoccabili’, guidato dalla nuova stella della politica indiana: Mayawati Kumari, detta la ‘regina dei dalit’, oggi a capo del governo statale dell’Uttar Pradesh. Idolatrata da 160 milioni di paria fuoricasta, che attorno a lei stanno costruendo un vero e proprio culto della personalità, e odiata dai potenti delle caste superiori, che contro di lei hanno scatenato una violenta campagna diffamatoria, ‘Maya’ aspira a guidare l’India fuori dal sistema delle caste, da lei denunciato come incompatibile con la moderna democrazia.
Ma per ora, la nuova alleanza tra Left Front e Bsp dichiara di volersi concentrare sui problemi dell’inflazione e dei contadini, oltre che sull’opposizione all’accordo nucleare con gli Usa.

Dilaga la ribellione maoista. Ma a sinistra di questa nuova forza di opposizione c’è un'altra realtà, sempre più forte, che persegue cambiamenti ben più radicali: la guerriglia maoista dei Naxaliti. Secondo rapporti d’intelligence resi pubblici la scorsa settimana dal ministero degli Interni di Delhi, l’insurrezione naxalita, originariamente radicata nelle regioni orientali, si è ormai estesa a ventidue dei ventotto stati indiani, arrivando ad essere attiva anche nell’ovest, comprese la regione di Delhi, il Punjab, il Guajarat, l’Uttarakhand e perfino Goa.

Secondo i servizi segreti indiani, i guerriglieri maoisti – forti di oltre 100mila uomini, principalmente contadini poveri e senza terra – si sono posti l’obiettivo di “liberare” e prendere il controllo di un terzo del territorio indiano entro la fine del 2009. Già da tempo il premier Singh, temendo il contagio del trionfo militare e politico dei ribelli maoisti nel vicino Nepal, va ripetendo che i Naxaliti “rappresentano la maggiore minaccia alla sicurezza nazionale”. Se lo sviluppo economico del gigante indiano continuerà a calpestare le masse contadine e a emarginare i senza casta, è facile prevedere che la ribellione continuerà a estendersi.

In molti, già vedono nell’alleanza Left Front e Bsp i possibili artefici di un nuovo corso politico potrebbe disinnescare la bomba sociale indiana. Ma, a giudicare dalle spietate politiche anti-contadine attuate dal Left Front negli stati dove sono al potere, l’alternativa rischia di essere assai simile al modello autoritario cinese. A meno che la ‘regina dei dalit’ non ci metta del suo.

1929-2008: parallelismi

Un altro paio di articoli sulle comunanze tra il 1929 e 2008.

Scommettono un trilione contro l’America
di Maurizio Blondet – Effedieffe - 25 Luglio 2008

Il segretario al Tesoro Henry Paulson ha ottenuto 800 miliardi di dollari (sotto forma di aumento del debito pubblico) per cercar di salvare Fannie Mae e Freddie Mac, i due enti esposti con metà dei mutui immobiliari USA. Paulson potrà comprare gli «attivi» e i titoli di questi enti, ha carta bianca.

Mettiamo le cifre in prospettiva: 800 miliardi di dollari è il bilancio di un anno del Pentagono; e sono quasi il 10% del debito pubblico federale (9,5 trilioni, ossia 9.500 miliardi di dollari). Di colpo, un 10% che si aggiunge al debito più mostruoso della storia; lo dovranno pagare i contribuenti. Di fatto, è un salvataggio disperato degli speculatori rovinati dai loro subprime; ed è anche una mossa necessitata.

Per coprire il suo deficit, l’America confida nei Paesi stranieri che comprano i suoi Buoni del Tesoro. Se crollano Fannie e Freddie, la fiducia di quei debitori sarà alquanto scossa - è il minimo che si possa dire. E i creditori scottati rischiano di non far più credito agli USA.

Un terzo del debito emesso da Fannie e Freddie è stato acquistato dalle Banche Centrali estere. La Cina detiene 376 miliardi di dollari di titoli delle agenzie federali americane; la Russia ha il 21% delle sue riserve investite in obbligazioni di Fannie e Freddie (sembravano sicuri, pochi mesi fa).Se Fannie e Freddie precipitano nell’abisso dell’insolvenza, non solo l’America, ma Russia e Cina, e gli altri Stati esteri (che nell’insieme detengono 1,3 trilioni di dollari di titoli di debito delle due agenzie) finiscono nella spazzatura della storia. E’ il bello della globalizzazione e della interdipendenza economica mondiale.

E’ anche il paradosso della superpotenza del liberismo ideologico, del meno Stato e più mercato, che opera il più mostruoso intervento pubblico nell’economia - più precisamente nella finanza - che si sia mai visto nella storia. E’ la forma più disonesta di socialismo: anzichè nazionalizzare Freddie, Fannie e le banche insolventi e dichiarare: le sovvenzioniamo perchè sono di pubblico interesse, Paulson e Bernanke fanno ancora finta che ci sia un «mercato», dissimulando le sovvenzioni in un’enorme manipolazione dei mercati privati, e nascondendo il prezzo che graverà sui contribuenti.

Sovvenzionano, del resto, la sfera della finanza, non i piccoli proprietari rovinati dal mutuo variabile, non le attività economiche essenziali. Un socialismo per miliardari. O per grandi creditori, Cina, Giappone e Russia. Ma questa è filosofia.

Oggi, è urgente la domanda: ce la farà Paulson a salvare Fannie e Freddie? Basteranno 800 miliardi di dollari? Non è affatto certo. Perchè in queste stesse ore, la speculazione globale sta giocando d’azzardo «contro» l’Azienda America, e specificamente contro Fannie e Freddie, scommettendo sul loro ribasso - e creando una irresistibile pressione al ribasso. Come lo fanno? Con le vendite allo scoperto, «short». Gli speculatori vendono titoli che non possiedono, ma che si sono fatti prestare, attendendo di poterli comprarli (per la consegna all’acquirente) ad un prezzo più basso, prima di dover restituire il prestito.

Adesso, informa Bloomberg (1), ci sono nel mondo 1,4 trilioni di dollari di azioni e titoli presi in prestito, con un aumento del 33% rispetto al 2007. Chiaramente, sono i ribassisti che aspettano di assestare il colpo quando Freddie e Fannie crolleranno; giocare al ribasso è il solo modo di guadagnare, oggi, sui «mercati».

Ancora una volta, mettiamo la cifra in prospettiva: 1,4 trilioni, sono 1.400 miliardi di dollari. Quasi il doppio della immane cifra che Paulson e il Tesoro USA ha gettato nella scommesa. I ribassisti hanno il doppio delle munizioni del ministero rialzista. E’ un gioco sul filo del rasoio. Gli speculatori rischiano moltissimo se la partita si prolunga, perchè devono pagare interessi sui titoli presi a prestito, ed ogni rialzo dei corsi inferisce loro duri colpi.
Ma i guadagni possono essere favolosi.

Le azioni Fannie Mae sono calate del 64%, e quelle di Freddie Mac sono scese del 68% da giugno al 15 luglio; poi c’è stato un rimbalzo, del 90% e del 75% rispettivamente, negli ultimi tre giorni della settimana; nonostante questo i detentori di posizioni «short» hanno realizzato profitti combinati per 1,4 miliardi di dollari. Lo stesso stanno facendo gli speculatori europei.

L’Euro Stoxx 50 è crollato del 24% nel primo semestre 2008; ma intanto l’Euro Stoxx 50 Short Index, quello dei ribassisti, è salito del 29%, la miglior performance dal ‘92. Tardivamente, USA e Gran Bretagna stanno cercando di porre limiti alle vendite allo scoperto, che accelerano le perdite sui corsi azionari (11 trilioni quest’anno, si prevede: quasi il PIL degli Stati Uniti); ma contemporaneamente, una quantità di Paesi, dall’India all’Indonesia, hanno allentato le redini alle vendite short, perchè i più ardimentosi approfittino dell’ultimo saccheggio, a spese del mondo intero. E’ l’altro bello della globalizzazione senza regole globali.

«I venditori allo scoperto sono importanti nell’ecosistema del mercato finanziario: come i leoni che inseguono un branco, ammazzano solo gli animali più deboli. I ribassisti prendono di mira aziende la cui valutazione è legittimamente discutibile»: così sanciscono alla Georgetown’s McDonough of Business di Washington. E’ ancora l’ideologia liberista allo stato puro: darwinismo da preda, la spietata sopravvivenza del più forte.

Qualche dubbio albeggia nel britannico Roger Lawson, direttore della UK Shareholder’s Association (Società degli Azionisti): «Il mercato è diventato un posto per speculatori, non investitori. Questi signori stanno facendo grassi profitti. Bisogna limitare lo ‘short’, altrimenti diventa manipolazione dei mercati». Bella scoperta.Oltre a Fannie e Freddie, i leoni (o sciacalli) dello «shorting» stanno puntando anche grosse aziende brasiliane: in Brasile le azioni in prestito sono cresciute del 22% da un mese all’altro. E’ chiaro che sentono l’odore del sangue, hanno identificato le prede la cui agonia trascinerà il mondo nell’abisso; milioni di detentori di azioni pagheranno il prezzo, insieme a milioni di contribuenti. E di lavoratori.Schwarzenegger, governatore della California, ha ridotto le paghe dei 200 mila impiegati dello Stato, per mancanza di fondi: ora quegli Stati ricevono 6,24 dollari l’ora poco più di 4 euro). E i risparmiatori, visto che ce ne sono ancora persino in USA?

Vediamo: le banche americane hanno 6,84 trilioni di dollari in depositi, ossia 6.400 miliardi; ma in realtà, tutte insieme hanno in cassa, per i clienti che vogliono ritirare i quattrini, solo 273,7 miliardi. dove hanno messo i soldi ricevuti?Ma è ovvio: in titoli confezionati coi subprime, in obbligazioni Fannie e Freddie, in «derivati» e in «prodotti strutturati» nelle infinite varietà inventate dall’ingegneria finanziaria. Non in idustrie e in attività economiche reali; hanno giocato i soldi dei depositanti in queste cose, il cui valore oggi è «legittimamente discutibile», a dir poco.

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1) Alexis Xydias, «Investors worlwide are betting more than $ 1 trillion on collapse in American stock prices», Bloomberg, 24 luglio 2008.


Le terrificanti somiglianze tra il 1929 e il 2008
di Will Bagley – The Prairie Dog Press – 5 Luglio 2008
Tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

Vedere Wall Street e il mercato immobiliare americano crollare negli scorsi 10 mesi non ha ispirato molta fiducia nella nostra meravigliosa economia del libero mercato o nei pirati che la gestiscono. Avendo da poco lottato con cause e conseguenze della Grande Depressione ho trovato l'attuale naufragio ecomomico non semlicemente sinistro, ma realmente terrificante. Il lavoro di storico è qualcosa di scoraggiante. Nessuno sembra imparare alcunchè dalla storia - questo è abbastanza palese - ma noi continuiamo a sperare.

Essendo uno storico dell'america occidentale del 1900 ebbi un lavoro su misura per me quando un'amica mi chiese di scrivere una biografia di suo padre -- il giudice Wilson McCarthy.Herbert Hoover nominò McCarthy a rappresentare i democratici occidentali nel consiglio di amministrazione della Reconstruction Finance Corporation [Azienda per la Ricostruzione Finanziaria n.d.t.], la sola risposta di Hoover al peggior disastro economico della storia americana. La RFC tentò di riportare liquidità nell'economia ricavando contante dai materassi che vi erano sotto e rimettendolo in circolazione.

L'anno scorso dovetti cercare il termine "liquidità" nel vocabolario per ricordarmene il significato. Oggi ho potuto scegliere tra 23.2 milioni di segnalazioni di Google per saperne di più. Mark Twain disse che "La storia non si ripete, ma rima con se stessa", le somiglianze tra le condizioni economiche del 1929 e quelle del 2008 fanno rima come 'hickory -- dickory -- dock'. Già nel 1935 l'"organizzatore di cervelli" Rexford Tugwell identificò la causa alla radice della Grande Depressione nell'incapacità di "passare una porzione onesta della spettacolare produttività degli anni '20" tanto ai lavoratori quanto ai consumatori.

Una duratura depressione agricola, la distribuzione della ricchezza fortemente iniqua, un massiccio debito del consumatore, tagli alle tasse per i ricchi e quella che lo storico Robert S. McElvaine chiamò "la selvaggia speculazione dell'orgia di avidità del decennio", tutte resero le cose peggiori. Questa bancarotta dalle diverse sfaccettature portò alla Grande Depressione, ma una massiccia corruzione nelle aziende e l'incompetenza della classe di governo sono dei fattori sottostimati, ma familiari, nella creazione della catastrofe.

I sostenitori del libero mercato lottano per spiegare in altro modo il crollo dell'economia virtualmente priva di regole dei Ruggenti Anni 20. Nel 1963 l'economista Milton Friedman spiegò il fallimento del laissez faire come "la tragica testimonianza dell'importanza delle forze monetarie." I discepoli di Adam Smith diedero la colpa agli organismi regolatori, in particolare al tentativo da parte del Board della Federal Reserve di regnare nella speculazione di Wall Street.Ai festeggiamenti per i 90 anni di Milton Friedman nel 2002 l'allora membro del board della Fed Ben Bernanke disse: "Avevi ragione, siamo stati noi. Ci dispiace davvero". Mi chiedo di cosa si dispiaccia ora il Presidente della Fed Bernanke.

Herbert Hoover disse a un giornalista che l'unico problema del capitalismo sono i capitalisti: "Sono troppo dannatamente avidi". La Depressione mostrò che aveva ragione. "Dobbiamo tutti fare la nostra parte" disse J. P. Morgan, ma il grande finanziere non pagò un solo nickel di tasse federali sul reddito nel 1930, e né lui né i suoi partner pagarono alcunché nel 1931 e nel 1932.

Il Segretario al Tesoro Ogden Mills assegnò alle proprietà di suo padre 6 milioni di dollari di esenzioni con quella che è ora chiamata "tassa della morte" [death tax]. Il Chicago Tribune chiese ai cittadini di pagare tutte le loro tasse, mentre il suo editore, il tycoon Robert R. McCormick, pagò solo 1515 dollari. Il banchiere investitore S.J.T. Strauss pagò la cifra strabiliante di 18 dollari di tasse. Nello stesso momento, durante i primi mesi del 1932, i ricchi americani mandavano 100 milioni di dollari in oro verso l'Europa ogni settimana.

Da sopravvissuto di quello che chiamò "the Great Slump," [Il Grande Crollo n.d.t.] il grande storico europeo Eric Hobsbawm trovò quasi impossibile comprendere come l'ortodossia del libero mercato, così ovviamente screditata nel 1933, "sia tornata ancora una volta a presiedere il periodo di depressione globale dei tardi anni '80 e degli anni '90".

Hobsbawm credeva che questo strano fenomeno evocasse "l'incredibile brevità di memoria tanto dei teorici quanto dei praticanti dell'economia." Mostrava anche perchè la società avesse bisogno degli storici che agissero come "promemoria professionisti di ciò che i loro concittadini desiderano dimenticare".

Ci sono dfferenze tra oggi e il 1929; per esempio il dollaro era in ottima forma e il deficit era praticamente inesistente. Dunque perché preoccuparsi? Gran parte degli storici ritengono che la storia non si ripete. Sembra solo così.

giovedì 24 luglio 2008

USA-Iraq: a mani vuote

Il piano degli Stati Uniti di ottenere entro Luglio la firma del governo iracheno sull’accordo economico-militare - il SOFA, Status of Forces Agreement, che sancirebbe ufficialmente la presenza permanente di basi USA - e di dar luogo alle elezioni provinciali nel prossimo Ottobre, sta fallendo miseramente.

Questi obiettivi non saranno certamente centrati, perlomeno non nei tempi e nei contenuti previsti dall’amministrazione Bush.

Il “successo” degli USA in Iraq prosegue quindi a gonfie vele…


Iraq, I kurdi (e i loro alleati) silurano le elezioni provinciali
di Ornella Sangiovanni - Osservatorio Iraq - 24 luglio 2008

Le elezioni provinciali si allontanano. Dopo che ieri il presidente iracheno Jalal Talabani aveva respinto la legge elettorale approvata il giorno precedente dal Parlamento iracheno senza il voto dei deputati kurdi, l’intero Consiglio di presidenza si è rifiutato di ratificare il provvedimento.Talabani, che è kurdo, e uno dei suoi due vice - lo sciita Adel Abdel Mahdi, esponente di spicco del Consiglio Supremo islamico iracheno (ex SCIRI), uno dei due partiti sciiti della coalizione di governo – d’accordo sul fatto che la legge non andasse controfirmata, hanno telefonato all’altro vice presidente – il sunnita Tariq al Hashimi, leader dell’Iraqi Islamic Party , che si trovava in Turchia. Ad al Hashimi, comunque a quel punto in minoranza, non è rimasto che adeguarsi.

Il presidente iracheno aveva obiettato a un voto parlamentare che aveva visto l’abbandono dell’aula per protesta del gruppo dei deputati kurdi (assieme ad alcuni sciiti). Anche se tecnicamente valida dal punto di vista del numero legale, l’approvazione del provvedimento con 127 voti favorevoli (dei 142 presenti, su un totale di 275 parlamentari), e in assenza di una intera fazione politica - era stata bollata da Talabani come irresponsabile. Il capo dello Stato aveva inoltre criticato la decisione del presidente dell’Assemblea di ricorrere al voto segreto, invece di cercare un accordo fra le diverse forze.

Ora le legge torna in Parlamento, dove è rimasto pochissimo tempo per modificarla: sempre nell’ipotesi – assai improbabile – che i deputati dei vari schieramenti riescano ad arrivare a un compromesso.

Il 1 agosto inizia la pausa estiva dei lavori, e l’eventualità di un rinvio del voto provinciale, che era stato fissato per il 1 ottobre (una data che appariva sempre più a rischio), è praticamente ormai realtà.La questione ora non è se rinviare le elezioni, ma di quanto.La Commissione Elettorale irachena aveva già proposto, pochi giorni fa, di spostare il voto al 22 dicembre, avvertendo che non c’era più tempo per i preparativi necessari, anche se la legge elettorale fosse stata approvata. Adesso anche questa data comincia ad apparire ottimistica.

Ieri, prima che il Consiglio di presidenza annunciasse la sua decisione di rinviare la legge al Parlamento, un funzionario della commissione – coperto dall’anonimato - aveva detto che, se il provvedimento fosse stato respinto, si sarebbe andati al 2009. Anche secondo lo sceicco Khalid al-Attiya, uno dei due vice presidenti del Parlamento, sarebbe ormai improbabile che si riesca a votare prima del prossimo anno.

A Washington, che su queste elezioni provinciali puntava molto, la preoccupazione per un rinvio a tempo indeterminato è tale che ieri, dopo il rifiuto di Talabani, si è mossa persino la Casa Bianca - per chiedere agli iracheni di tenere le elezioni entro fine 2008.

Il nodo di tutta la vicenda, apparentemente, è stata la questione di Kirkuk. Ma in Iraq, tutto è sempre meno semplice di come (non) appare.
In molti queste elezioni provinciali non le volevano, o le volevano al più tardi possibile. Sembra proprio che siano riusciti nel loro intento.



Negoziati Usa-Iraq, Addio SOFA, si lavora all’accordo “ponte”
di Ornella Sangiovanni - Osservatorio Iraq - 14 luglio 2008

Adesso la notizia è sul Washington Post. Sia i negoziatori iracheni che quelli statunitensi avrebbero abbandonato le speranze di concludere un accordo globale – e a lungo termine – che definisca la presenza militare Usa in Iraq, non solo entro la scadenza del 31 luglio, ma prima del termine del mandato presidenziale di George W. Bush.Dunque, addio Status of Forces Agreement (SOFA), almeno per ora. La palla passerà, eventualmente, al prossimo presidente – che sia il Repubblicano John McCain oppure il Democratico Barack Obama.

Le fonti del quotidiano statunitense, da sempre molto ben introdotto nell’establishment di Washington, sono “alti funzionari” Usa – rigorosamente, e ovviamente, coperti dall’anonimato, secondo i quali, al posto del SOFA, ora i due governi starebbero lavorando a un documento “ponte”, più limitato quanto a portata e arco temporale, che consentirebbe agli Stati Uniti di mantenere una presenza militare in Iraq dopo il 31 dicembre – quando scadrà il mandato Onu che autorizza la cosiddetta “Forza multinazionale”.

Nonostante il presidente Bush abbia più volte respinto al mittente tutte le richieste di stabilire un calendario per il ritiro delle truppe dall’Iraq, ora “stiamo parlando di date”, ammette “un funzionario vicino ai negoziati”.

Alla base ci sarebbero le pressioni dei leader iracheni, i quali “ci stanno dicendo tutti la stessa cosa”: ovvero che hanno bisogno che nell’accordo, patto, o memorandum di intesa come chiamar si voglia, ci sia qualcosa che assomigli a una scadenza – perché, dicono, “gli iracheni vogliono sapere che le truppe straniere non saranno qui per sempre”.

Fino al 2009

Quello che si sta discutendo è un accordo che probabilmente si limiterà al 2009, e dovrebbe includere un “orizzonte temporale” (secondo l’espressione utilizzata da alcuni leader iracheni, fra cui il vice premier Barham Salih), con obiettivi specifici per il ritiro delle forze Usa da Baghdad e da altre città, nonché da complessi come l’ex palazzo presidenziale di Saddam Hussein, all’interno di quella che ora è la cosiddetta Green Zone, e che attualmente ospita l’ambasciata statunitense.

A detta delle fonti Usa, il riferimento alle date sarà probabilmente accompagnato da avvertimenti sulla capacità delle forze irachene di operare indipendentemente, ma tutti concordano sul fatto che sarà inevitabile inserirlo: perché senza di esso è assai dubbio che la parte irachena firmi.

Il Primo Ministro Nuri al-Maliki e i suoi alleati di governo sono infatti sottoposti a forti pressioni nel Paese, non solo da parte delle forze di opposizione (né solo da parte di ambienti politici), e vogliono che l’accordo con Washington sia formulato in modo da sottolineare le condizioni in base alle quali gli americani se ne andranno dall’Iraq, piuttosto che quelle in base alle quali rimarranno – dice uno dei funzionari che ha parlato col Washington Post.

Salvare la faccia a Maliki?

L’idea – spiega - è quella di rendere la vita un po’ più facile al premier iracheno, e togliere argomenti ai suoi oppositori, trovando una nuova formulazione, che chiuda la bocca a tutti quelli che lo accusano di negoziare una presenza militare americana permanente in Iraq.Ci sono comunque ostacoli seri.

Il principale oggetto di contenzioso tuttora irrisolto riguarda l’immunità nei confronti della legge irachena per i militari Usa e il personale del Dipartimento alla Difesa.
Qui la faccenda sarebbe veramente spinosa, e le posizioni inconciliabili, dice un altro funzionario statunitense “vicino ai negoziati”. Anche perché gli americani su questo non mollano.

E tuttavia, perfino qui una formulazione che parli di scadenze potrebbe aiutare, spiega il funzionario, perché “un conto è l’immunità se nella mente degli iracheni si tratta di un accordo che preveda le truppe Usa per sempre” - diverso invece, “se questi accordi relativi all’immunità sono temporanei perché le forze Usa sono temporanee”.

Che tradotto dal linguaggio diplomatico significa: stiamo cercando di salvare la faccia a Maliki e fregare gli iracheni.
Anche su altre questioni controverse sarebbero stati raggiunti compromessi “per lo più cosmetici”, scrive il quotidiano statunitense.

Fra questi, la formazione di commissioni miste Usa-Iraq per la supervisione di tutte le operazioni unilaterali Usa – sia quelle che riguardano operazioni di combattimento sia quelle relative all’arresto di cittadini iracheni.

Il tutto per dare “una vernice di controllo iracheno”: per questo, ad esempio, Washington avrebbe acconsentito a cedere, rinunciando all’immunità per i cosiddetti contractors.

Insomma, entrambe le parti riporrebbero le loro speranze nel nuovo accordo che si sta negoziando- che a Washington chiamano "protocollo operativo temporaneo", e a Baghdad "memorandum di intesa".

“Per non trasformarci in una zucca il 31 dicembre”

I negoziati per un accordo a lungo termine dovrebbero continuare – almeno così dicono i funzionari dell’Amministrazione Usa. Tuttavia, con la scadenza del mandato Onu che incombe, sottolinea uno di loro, “abbiamo bisogno di un ponte che ci consenta di avere una qualche autorità per continuare le operazioni”. “Per non trasformarci in una zucca il 31 dicembre”, dice il funzionario, utilizzando la similitudine della favola di Cenerentola. Né Washington né Baghdad vorrebbero una proroga del mandato delle Nazioni Unite.

L’Iraq desidera soprattutto non essere più soggetto al Capitolo VII della Carta dell’Onu – che lo definisce una “minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”, con tutta una serie di limiti alla sua sovranità.
Gli Stati Uniti ritengono che una proroga limitata di detto mandato non farebbe che rinviare la necessità di un accordo bilaterale con il governo di Baghdad, e potenzialmente lascerebbe le loro truppe in Iraq “con le spalle al muro”.

Ma un protocollo temporaneo, secondo i funzionari Usa, farebbe felice anche Maliki, in quanto gli permetterebbe di aggirare il Parlamento – dove una opposizione contro un accordo a lungo termine con Washington è forte, e dove è improbabile che riuscirebbe ad avere la maggioranza dei due terzi necessaria alla ratifica di un SOFA.
"Sta cercando di capire, proprio come abbiamo fatto noi, come si può configurare un accordo bilaterale e fare in modo che sia legalmente vincolante”, dice uno dei funzionari che hanno parlato con il Washington Post, “ma senza passare per l’organo legislativo".

La smentita di Baghdad

Per il premier – e per il governo – iracheno non è proprio un ritratto lusinghiero – e infatti da Baghdad è arrivata rapidamente una smentita. Il consigliere per la sicurezza nazionale, Muwaffaq al Rubai’e – lo stesso che pochi giorni fa aveva detto: “Non accetteremo nessun accordo se non conterrà anche un calendario per il ritiro delle forze Usa” – ha liquidato l’articolo del Washington Post, dicendo che “non coglie la sostanza” dei negoziati in corso, e ha aggiunto che Iraq e Stati Uniti sperano ancora di arrivare a un accordo entro il 31 luglio.

"Stiamo lavorando sodo per arrivare a questa scadenza, e penso che ci sia ancora speranza”, ha detto ieri al Rubai’e ai microfoni della CNN, aggiungendo che le due parti stanno facendo buoni progressi.

mercoledì 23 luglio 2008

Consigli per il futuro

L’economia globale e’ in grave crisi, si sa. Percio’, in attesa di cio’ che ci sta per riservare il futuro, meglio cominciare subito a riflettere su come riadattare totalmente i nostri stili di vita.

E’ bene che ognuno, nel suo piccolo, si dia da fare in tal senso per evitare di ritrovarsi a pezzi quando sara’ ormai troppo tardi e senza neanche aver avuto il tempo di rendersene conto.

Qui di seguito si affronta la questione con tagli diversi.

L’ultima moda a Londra
di Maurizio Blondet - Effedieffe - 23 Luglio 2008

Recessione? Avete perso casa perchè non riuscite a pagare il mutuo? Vi hanno licenziato? Allegria! C’è un modo di trasformare tutto questo in una nuova «tendenza», che sta conquistando l’Inghilterra: razzolare nei bidoni della spazzatura alla ricerca di cibo, vestiario, pezzi da arredamento.

Il fenomeno è in crescita fra la classe media. La novità è che il Telegraph (di Murdoch) si sforza di presentarlo come una nuova moda, molto «cool» e persino chic. I nuovi barboni vengono ribattezzati «consumatori etici», o gente della «free economy» o, in modo definitivamente elegante, «freegans», che risuona come «vegans», i vegetariani di lusso della California, che vivono di succhi di carota e zucchine organiche per buddhismo o ecologismo (1).

Grandi interviste a questi «dumpster divers» (sommozzatori dei bidoni) e al loro fresco stile di vita, per mostrare che la loro è una libera scelta. Per esempio Alf, che se ne va’ per l’Irlanda col suo camper alimentato ad olio di friggitoria, che è anche la sua casa da quando ha lasciato il suo lavoro come contabile ad una ditta di marketing di Londra nel 1999.

«In ditta sentivo che mi pagavano per manipolare la gente e creare prodotti inesistenti. Ho deciso di prendermi una vacanza», dice Alf. Nonostante dieci anni di questa vita, egli rimane «risolutamente di classe media»; solo «ama il freegan lifestyle». Le sue uniche spese, dice, consistono nell’assicurazione per il suo camper-casa e l’abbonamento al telefono cellulare. Le sue spese vive, ritiene, sono diminuite del 90 per cento. Fa lavoretti e non chiede compensi ma regali (la gente risponde con entusiasmo), condivide tutto con gli altri freegans (a parte le mutande e lo spazzolino da denti).

«La quantità di cibo che troviamo nelle discariche dei supermarket è prodigiosa. Una volta ho trovato un barile di sidro. Dei miei amici hanno trovato 150 polli surgelati e bistecche».

Susan e Roland Gianstefani, di lontana origine italiana, sono barboni (pardon, freegans) da vent’anni. Mantengono se stessi e il figlio tredicenne con quel che trovano nella spazzatura. In questo modo, non spendono - assicurano - più di 2 mila sterline l’anno (3 mila euro), per lo più per la manutenzione del furgone. La loro vita è tutta serenità e abbondanza, perchè si immergono nei bidoni di Mark&Spencer, la catena dei grandi magazzini di lusso: una volta, raccontano, ci hanno trovato un sacco «pieno di aragoste canadesi fresche e congelate, abbiamo dato una festa».

Una volta parcheggiato il loro furgone-abitazione (anch’esso va’ a olio fritto usato) davanti ai bidoni come schermo contro occhi indiscreti, i coniugi - sotto gli occhi del cronista - mostrano la loro abilità. Ficcano la testa nei bidoni del reparto surgelati e dimostrano che «la quantità di cibo gettata via è immensa».

In breve, recuperano due litri di latte (con ancora 4 giorni prima della scadenza), quattro confezioni di zuppa di pollo, due mele, due confezioni di patate e due di cavolfiori-carote-broccoli. Più una confezione di funghi, una di formaggio fresco Muller, un cartone di panna da montare e le fragole con cui mangiarla. Oltre ad una bottiglietta di ketchup marca Heinz e 30 fette di pane sotto plastica, marca Kingsmill, ancora mangiabile. Una volta ripuliti dei mozziconi di sigarette, ed altri scarti non del tutto alimentari con cui sono mescolati nel bidone.

«Personalmente, prendo solo pane che sia integrale ed organico», dice la signora. Il barbone postmoderno è ecologicamente cosciente e solidale. I coniugi, del resto, lasciano parecchio cibo «buono» nei bidoni, per gli altri freegan che verranno.

Eccome se verranno. «Vediamo una quantità di nuovi freegans negli ultimi mesi», assicurano i Gianstefani, certo in coincidenza con il crollo della finanza alla City e la crisi dei subprime. Ma per loro, è uno stile di vita eccitante, giurano. «Ci sentiamo come avventurieri ed esploratori».

D’altra parte, appena qualche settimana fa il premier Gordon Brown ha tuonato contro gli enormi sprechi dei consumatori inglesi, che buttano via 10 miliardi di sterline l’anno in cibi ancora buoni, fra cui 7 milioni di pane affettato e 4,4 milioni di mele ogni giorno.
Ora le cose cambiano: razzolare nella spazzatura, oltre che ecologico e frugale, diventa anche patriottico, dice il Telegraph.

Nascono come funghi siti internet dedicati allo scambio di roba trovata nelle discariche, come Freecycle.org, Swapstyle.com, Selfsufficientish.com, i cui visitatori aumentano di giorno in giorno. In quel modo due gemelli Hamilton, di Bristol, si sono procurati il letto di casa loro (una casa ad affitto bloccato del municipio) e il materasso a 3 sterline.

I due Hamilton, Andy e Dave, hanno addirittura scritto un libro sul nuovo stile di vita, pubblicato da Hodder & Stoughton; e si parla di trarne una serie tv, un reality-show sull’allegra vita dei razzolatori.

Non è un sogno? Il capitalismo, anche terminale, è pieno di risorse: il marketing che gabella la vita dei dumpster divers come tendenza non è certo la meno brillante delle sue realizzazioni.

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1) James Hall, «Dumpster diving with the freegans: why pay for food?», Telegraph, 20 luglio 2008.


Dal low cost alla decrescita come vivremo col petrolio oltre i 200 dollari
di Giampaolo Fabris – La Repubblica – 22 Luglio 2008

Il greggio a 200 dollari. Il greggio a 300 dollari. Cosa significherebbero scenari tanto devastanti per i consumi? Apocalittici ma non impossibili, almeno il primo. Per il secondo ricordo soltanto che era comunque fra le provocazioni del World Economic Forum di quest’anno.

Con il greggio a 200 dollari lo scenario non è difficile da prevedere: basta estrapolare i meccanismi che i consumatori hanno messo a punto in questi anni per confrontarsi con una congiuntura così sfavorevole. Il punto di partenza non può che essere il precipitare di una parte consistente di famiglie al di sotto della soglia di povertà. Ma anche difficoltà generalizzate di accesso ad una molteplicità di consumi da parte di vasti settori dei ceti medi.

Il primo acquisto a contrarsi è quello più esplicitamente chiamato in causa dal caro greggio ed anche quello che pesa di più sul budget familiare: l’auto non si sostituisce, si usa sempre meno, i nuovi acquisti privilegiano modelli a consumi ridotti. L’epoca dei Suv mangia benzina si è per sempre conclusa. Il nomadismo – uno dei trend più significativi degli ultimi decenni – tende a ridursi a livelli fisiologici. Perché accanto all’auto diverranno generi improponibili anche i lunghi viaggi che non saranno più low cost mentre la bici e gli scooter, ma non la moto, registreranno una seconda giovinezza.

Le case saranno sempre più fredde d’inverno e l’aria condizionata d’estate, laddove gli impianti esistono, ridotta alle giornate torride. Gli acquisti alimentari invertiranno la tendenza degli ultimi anni a una minore incidenza sul budget e riprenderanno a presidiare una quota importante della spesa. Fenomeni oggi di nicchia come i farmers market, i kilometro zero con cibi locali e di stagione che abbattendo l’intermediazione consentono di contenere fortemente i prezzi ma anche la ripresa dell’autoproduzione agricola e più in generale dell’agricoltura coinvolgeranno segmenti crescenti della popolazione.

L’inquietante fenomeno dello spreco (sino ad un quinto della spesa alimentare) scomparirà radicalmente. L’hard discount – che non pesa adesso su più del 10% degli acquisti – tenderà ad approssimarsi a quel 50% esistente in Germania che non cessa di turbare i sonni dell’industria di marca. Ed accanto all’hard discount si potenzieranno tutte quelle formule – dagli outlet ai mercati rionali, dagli spacci aziendali ai negozi dell’usato ma anche forme inedite di baratto – che già adesso stanno divenendo familiari agli italiani.

Si ridurranno le quantità acquistate, le frequenze di consumo, tutti i beni di sostituzione – in primis l’abbigliamento – subiranno un forte rallentamento. Il macro fenomeno sarà verso versioni di marche/prodotti meno costosi e vedrà un forte ritorno dell’unbranded. Presumibilmente non si contrarrà la frequentazione di Internet, alleato prezioso nell’individuare soluzioni o opportunità che possano consentire di gestire una situazione tanto difficile.

Lo scenario 300 dollari appare, a chi scrive, incompatibile con un’economia capitalistica così come oggi la conosciamo. Per cui o verrà fronteggiata con azioni adesso imprevedibili ma sempre possibili come il controllo manu militari delle zone dei pozzi da parte di consorzi di nazioni (quelle del G8?) oppure i grandi totem che il capitalismo ha sempre considerato come irrinunciabili dovranno venire profondamente rivisitati. In primis il concetto di crescita.

Potrebbe allora trovare spazio e legittimazione, sia pure in maniera surrettizia ma che importa, quell’inevitabile decrescita di cui da tempo si parla. Intesa non come dramma o catastrofe ma come scelta doverosa e opportuna a fronte della limitatezza delle risorse, non solo di carburanti, del pianeta.

Decrescita non come parola d’ordine di pochi intellettuali disadattati. Forse, invece, la nascita di un grande movimento di massa che smonti i concetti di felicità e di benessere, di telos e di futuro costruiti sino ad oggi per sostituirli con altri. Facendo cioè di necessità virtù. Un processo non all’insegna della depressione o del regresso ma come consapevole e condiviso superamento di un periodo storico – quello attuale che verrà ricordato non come un eden perduto ma come affetto da bulimia economica e dei consumi. Come patologia quindi.

martedì 22 luglio 2008

L’arresto farsa di Karadzic

Dopo 13 anni la latitanza di Radovan Karadzic e’ finita. La presidenza della Serbia ha reso noto che l’ex leader dei serbo-bosniaci “e' stato localizzato e arrestato questa notte. Karadzic e' stato portato di fronte agli inquirenti della Corte per i crimini di guerra che ha sede a Belgrado, come previsto dalla convenzione di collaborazione con il Tpi ", il Tribunale Penale Internazionale.

Secondo fonti del governo, Karadzic era sotto sorveglianza da alcune settimane, dopo una soffiata venuta da un servizio segreto straniero. La sua cattura sarebbe avvenuta proprio a Belgrado, non ha opposto resistenza e sarebbe apparso "piuttosto depresso".

Che dire? Un timing perfetto per effettuare la cattura, a sole due settimane dalla formazione di un governo serbo ultra filoeuropeo e a 3 mesi dalla firma del Trattato di associazione e stabilizzazione con l'Ue.
E infatti la presidenza francese dell’UE e’ subito corsa a definire la cattura “un importante passo verso l'Ue”. La strada per l’ingresso della Serbia nell’UE ora e’ spianata.

Ma nonostante il fatto che si sia deciso di catturarlo solo ora con 13 anni di ritardo, tutto sommato e’ una notizia positiva. Quantomeno l’associazione “Madri di Srebrenica” potra’ ritenere che giustizia sia stata fatta, anche se l’uomo che era fino a ieri in cima alla lista dei piu’ ricercati per i crimini commessi durante la guerra dei Balcani rimarra’ sempre “in buona compagnia” con chi, fuori dai confini dell’ex Jugoslavia, ha veramente voluto che si desse il via a quel massacro durato 4 anni, ma che non sara’ mai ne’ arrestato ne’ condannato da un Tribunale internazionale.

Si attende ora “con ansia” l’arresto di Ratko Mladic. Se non e’ gia’ morto.


La lunga attesa
di Christian Elia – Peacereporter – 22 Luglio 2008

Sono passati tredici anni, ma ci sono ferite che il tempo non lenisce. Radovan Karadzic, adesso, potrà scrivere le sue poesie in una cella dell'Aja, dove risponderà dei crimini eseguiti per suo volere durante la guerra in Bosnia, dal 1992 al 1995.

E' finita. Una notizia attesa da anni dalle famiglie delle 8mila vittime di Srebrenica, l'enclave musulmana nella Repubblica Srpska, che la comunità internazionale fu incapace di difendere nel luglio del 1995, lasciando che gli assassini di Karadzic, guidati sul campo dall'ultimo super latitante rimasto, il generale Ratko Mladic, massacrassero impunemente civili inermi. Impunemente fino a venerdì scorso. Sarebbe infatti avvenuto, secondo quanto riferito da una nota della Presidenza della Repubblica serba della scorsa notte, venerdì 18 luglio l'arresto dell'ex leader dei serbi di Bosnia. Su un bus di linea di Belgrado. A effettuare l'arresto i corpi speciali serbi, come ha tenuto a sottolineare l'ufficio del presidente serbo Tadic, in un moto di orgoglio nazionale con riflessi interni ed esterni. ''I serbi sanno fare giustizia, anche da soli'', sembra questo il messaggio che la leadership di Belgrado lancia al mondo intero. La ricostruzione dell'arresto, con Karadzic arrestato su un bus e tenuto in gran segreto in un carcere di Belgrado dove oggi è stato interrogato dal magistrato Milan Dilparic, non convince fino in fondo. Tante e ramificate le protezioni delle quali godeva l'ex leader dei serbi di Bosnia, per immaginare una fine del genere. Militari e religiosi in primis, ma anche esponenti politici radicali e i vertici dei servizi segreti, hanno sempre protetto Karadzic, che secondo le opinioni più diffuse in questi tredici anni è passato da un monastero ortodosso all'altro.
Più probabile che Svetozar Vujakic, l'avvocato di Karadzic, trattasse da tempo le condizioni della resa, diventata elemento indispensabile per l'emancipazione della Serbia da ruolo di 'stato canaglia'.

Lo psichiatra nazionalista. Radovan Karadzic è nato il 19 giugno 1945, a Petnjica, un paesino sul monte Durmitor (Montenegro), nel comune di Savnik. Dopo la laurea in psichiatria si dedica alla politica, diventando in breve il leader dei serbi di Bosnia. Alla passione per la poesia, che diventa quasi un ossimoro rispetto a un uomo così, affianca il nazionalismo che, al collasso della ex Jugoslavia, lo porta alla presidenza della auto proclamata Repubblica Srpska, quella dei serbi di Bosnia. Ottenuta l'indipendenza nel 1992, la Bosnia–Erzegovina diventava la madre di tutti, quindi anche dei serbi, che non accettavano l'idea di essere minoranza in un Paese a maggioranza islamica. Il progetto della Grande Serbia, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, prevedeva anche i serbi di Bosnia e quelli di Croazia. A questo punto Karadzic, valendosi del generale Ratko Mladic sul campo, comincia la pulizia etnica delle zone serbe della Bosnia. Per questo il Tribunale Penale Internazionale ha emesso due ordini di cattura nei suoi confronti e gli Stati Uniti avevano promesso 5 milioni di dollari per la sua cattura. Le colpe più gravi delle quali è accusato Karadzic sono l'eccidio di 8mila musulmani perpetrato nel 1995 nell'enclave 'protetta’ di Srebrenica, i ripetuti bombardamenti contro la città di Sarajevo e anche di avere utilizzato 284 caschi blu dell'Onu come scudi umani nel maggio-giugno 1995. Finita la guerra, con gli accordi di Dayton del 1995, Karadzic era sparito nel nulla. Per ricomparire su un bus di Belgrado.

L'ora della giustizia. ''Questo processo è una farsa'', avrebbe dichiarato Karadzic al giudice che lo interrogava, ma si tratta solo di voci incontrollate. L'unico dato certo è che Karadzic si è avvalso della facoltà di non rispondere. Cosa accadrà adesso? Karadzic è detenuto dalla Procura nazionale per i crimini di guerra e l'ordinamento serbo prevede che il magistrato abbia tre giorni per decidere in merito all'estradizione del prigioniero, contro il quale il Tribunale Penale Internazionale ha spiccato due mandati di cattura. Entro gli stessi tre giorni, l'avvocato di Karadzic potrà presentare ricorso. Una giuria si pronuncerà con decisione inappellabile e il ministero della Giustizia di Belgrado potrà disporre, in caso di parere favorevole, sul trasferimento del detenuto all'Aja.
Karadzic era il numero uno dei ricercati del Tpi. Dopo la cattura di Stojan Zupljanin, avvenuta l'11 giugno scorso, che durante la guerra era comandante del Centro dei Servizi di Sicurezza a Banja Luka, la città più grande della Bosnia, all'appello mancano il numero due e il numero tre, rispettivamente il generale Ratko Mladic e Goran Hadzic, l'omologo di Karadzic per i serbi della Croazia. C'è da scommettere che non manca molto anche alla loro cattura, se sono ancora vivi. Tadic nelle elezioni del maggio scorso si è giocato tutto, chiedendo al popolo serbo, ancora frustrato per la perdita del Kosovo, vissuta come l'ennesima sopraffazione della comunità internazionale nei confronti di Belgrado, di scegliere: il futuro in Europa o vivere in un passato rancoroso e nazionalista. Ha vinto lui, convincendo i socialisti a lasciare soli i radicali di Seselj (anche lui detenuto all'Aja) e i revanscisti di Kostunica.


Arrestato Karadzic: il boia della Bosnia-Erzegovina
di Alessandro Iacuelli – Altrenotizie – 22 Luglio 2008

E' stato arrestato Radovan Karadžic, in cima alla lista dei più ricercati per i crimini di guerra nella ex-Yugoslavia, dopo oltre dieci anni di latitanza, tredici per la precisione. L’arresto è stato annunciato dal presidente serbo Boris Tadic, Karadžic è stato localizzato e arrestato in Serbia la sera di lunedì, l'operazione è stata compiuta dalle forze di sicurezza di Belgrado.

Dai primi comunicati sembra che sia stato arrestato su un autobus, nella capitale serba. Le sue responsabilità sono elevatissime: è noto al pubblico perchè è l'uomo che ordinò di sparare sui civili durante l'assedio di Sarajevo, compensando i cecchini con 50 marchi tedeschi per ogni vittima, ma è anche l'uomo che diede il via libera al massacro di 7.800 persone a Srebrenica nel luglio 1995, sotto gli occhi dei caschi blu olandesi, che non mossero un dito per evitare il più grande sterminio avvenuto in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Oltre questo, le responsabilità di Karadžic sono ben altre, e vanno oltre l'immaginazione.

Psichiatra di professione, è stato un allievo di Jovan Raškovic, ed è stato anche il primo ad applicare nei Balcani la teoria psichiatrica di quest'ultimo: quella di usare la psicologia sociale e delle masse come arma da guerra. Raškovic poco prima di morire orgogliosamente affermò: "Sono il principale responsabile della preparazione della guerra in Yugoslavia, anche se non della preparazione militare. Ma se io non avessi creato lo stato emozionale giusto in tutto il popolo serbo, nulla sarebbe successo".

Karadžic applica in pieno le teorie del suo maestro, d'altronde anche lui è un bravo psichiatra e, quando è in servizio presso l'ospedale militare di Belgrado, tra i suoi pazienti ha nientemeno che Slobodan Miloševic.Radovan Karadžic è responsabile, soprattutto nella sua comunità, quella dei serbi di Bosnia, quella che oggi è diventata la Repubblica Srpska, di aver "pompato" attraverso una campagna mediatica soprattutto televisiva (ma anche radiofonica e con i giornali) la popolazione serba di Bosnia a vedere tutti gli altri come nemici. Un'attento attacco psicologico di massa su tutto il suo stesso popolo, per fomentare le atrocità oramai ben documentate. Quindi, non un semplice assassino e mandante di assassinii di massa, ma qualcosa di più sottile: un fomentatore di odio.

L'arresto di Radovan Karadžic rappresenta "un momento storico per le sue vittime, che hanno aspettato tredici anni per vederlo portato di fronte alla giustizia", così il segretario generale delle nazioni Unite, Ban Ki-moon, riassume la soddisfazione di gran parte della comunità internazionale per la consegna dell'ex presidente serbo-bosniaco al Tribunale penale internazionale che si occupa dei crimini di guerra e contro l'umanità compiuti nell'ex Yugoslavia.

E' certamente troppo presto per dare un giudizio storico sul personaggio, poichè è protagonista di cronache non concluse. E' accusato dal "Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nella Ex-Yugoslavia" di crimini contro l'umanità, la vita e la salute pubblica, genocidio, gravi violazioni delle convenzioni di Ginevra del 1949, omicidio e violazioni delle norme e delle convenzioni di guerra.

Il giudizio politico su di lui invece è abbastanza chiaro. Una volta diventato Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, Karadžic non ha ordinato un omicidio, ma uno sterminio, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Tribunale Internazionale, mentre la sua attività psichiatrica basata sull'uso dell'arma psicologica attraverso le TV è classificata come violazione dell'articolo 3 dello Statuto del Tribunale Internazionale: creazione di un clima illegale di terrore tra i civili. Dovrà rispondere anche di questo, dell'aver fatto una pressione psicologica tale sui serbi di Bosnia, da averli indotti ad attaccare credendo di starsi difendendo da un attacco che in realtà non c'era: la psicologia se usata come arma può essere molto pericolosa. Arma politica, nelle mani di un leader, arma da guerra, nelle mani del capo di un esercito.

C'è naturalmente un rovescio della medaglia: dopo la cattura di Karadžic i Balcani si spaccano di nuovo in due. I cittadini di Sarajevo hanno festeggiato sfilando nelle strade con bandiere bosniache e con un corteo di auto in festa. Sarajevo è in festa e saluta la cattura di Karadzic, ma sembra più che altro uno strano rito per esorcizzare il fallimento della Federazione della Bosnia Erzegovina e fare banchetto, come avvoltoi, sui serbi della Republika Srpska. In Repubblica Srpska, invece centinaia di suoi sostenitori hanno manifestato in sua difesa. D'altronde, i suoi sostenitori affermano che egli non ha maggiori colpe rispetto ad altri leader di Paesi in stato di guerra, e poi quella maledetta latitanza ha fatto di lui un eroe popolare in alcuni ambienti nazionalisti serbi. Ambienti nazionalisti che aveva creato lui stesso, con il suo uso spregiudicato della psicologia dei gruppi.

Dopo la cattura, l'ex ricercato numero uno assieme a Ratko Mladic, "è stato trasferito davanti al giudice istruttore della corte per i crimini di guerra a Belgrado, in accordo con la legge sulla cooperazione col Tribunale penale internazionale per l'ex Yugoslavia", precisa ancora il comunicato del Presidente serbo. Se Karadžic verrà estradato all'Aja, sarà l'accusato serbo numero 44 che finisce nelle mani della corte internazionale. Tra questi anche l'ex presidente serbo Slobodan Milosevic, che è morto nel 2006 durante il processo per crimini di guerra.

Una volta arrestato, è stato immediatamente interrogato da parte del giudice istruttore. Secondo quanto riferisce l'agenzia Beta News, che cita il giudice Milan Dilparic, "L'interrogatorio è terminato, Dilparic, tuttavia, ha rifiutato di rivelare ulteriori dettagli circa l'interrogatorio, definendolo come confidenziale". Secondo quanto riferito dall'avvocato di Karadžic, Svetozar Vujakic, l'ex leader politico dei serbo-bosniaci "è stato arrestato venerdì su un autobus" a Belgrado e da allora è rimasto "detenuto in una cella". L'avvocato ha poi spiegato che Karadžic, ha descritto la situazione come una "farsa" e che avrebbe anche usufruito del suo "diritto di rimanere in silenzio durante l'interrogatorio".

lunedì 21 luglio 2008

Iran-Russia: i perenni “target” degli USA

Siamo ormai a pochi mesi dalla fine dell’era Bush e si intensificano quindi sempre piu’ le pressioni sui due storici “target” di Washington: Iran e Russia.

Anche oggi il premier israeliano Olmert ha dichiarato come un disco rotto “L'Iran rappresenta una minaccia globale contro cui e' necessario opporre un fronte unito. Per Israele il programma nucleare di Teheran rappresenta una minaccia insopportabile".

L’ha seguito a ruota il segretario di Stato americano Condoleezza Rice che ha avvertito l'Iran che “e' finito il tempo delle chiacchiere e solo una risposta seria sullo stop all'arricchimento dell'uranio puo' scongiurare ulteriori misure punitive. Siamo nella posizione piu' forte possibile per dimostrare che, se l'Iran non agisce, bisogna tornare alla strada delle sanzioni".

A Teheran sono state infatti concesse due settimane di tempo per dare una risposta al piano di incentivi presentato dai negoziatori del 5+1 all’incontro di sabato a Ginevra, a cui hanno partecipato per la prima volta anche gli USA.

Ma in caso di risposta non soddisfacente per il 5+1, non e’ ancora chiara la natura di queste “ulteriori misure punitive”. Si presume comunque un ulteriore giro di vite di sanzioni, decretato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Ovviamente il capo negoziatore iraniano, Saed Jalili, ha gia’ affermato che Teheran non prendera' in considerazione la possibilita' di una sospensione dell'arricchimento, di cui, ha sottolineato, "a Ginevra non si e' neppure parlato".

Nel frattempo la Turchia fara’ da mediatrice tra Iran e il gruppo dei 5+1, dopo aver gia’ egregiamente svolto questo ruolo nei mesi scorsi per conto di Israele e Siria.

Il tempo comunque passa inesorabilmente e a favore dell’Iran.

Per quanto riguarda invece gli ultimi aggiornamenti sul versante russo, se ne parla qui di seguito.


Provocazioni contro Mosca
di Maurizio Blondet – Effedieffe - 21 Luglio 2008

Persino Victoria Nuland, ambasciatrice americana presso la NATO, ritiene che Georgia e Ucraina «non sono pronte ad unirsi all’Alleanza Atlantica»: e lo ha dichiarato alla Novosti il 10 giugno scorso, con l’evidente intento di rassicurare Mosca, in rovente contrasto con la «democrazia delle rose» (della CIA) di Tbilisi per le regioni secessionista dell’Abkhazia e Sud Ossezia, russofone (1).

Ebbene: subito dopo, forze armate USA cominciano una esercitazione congiunta con l’esercito georgiano (chiamiamolo così), a cui danno il nome «Immediate Response 2008», che dovrebbe durare tutto luglio. Con l’evidente scopo di provocare Mosca (2).

Perchè Washington manda segnali così contrastanti, e così forti? Può trattarsi di un sintomo della gravissima crisi di leadership USA, nel tramonto della sciagurata presidenza di Bush junior: una leadership da acefala diventata policefala, dove diversi centri di potere conducono colpi di mano, forse sabotandosi a vicenda, strappandosi di mano il timone.

La Nuland rassicurante dipende, come ambasciatrice, dal Dipartimento di Stato, ossia da Condy Rice; a lanciare i giochi di guerra in Georgia è il Pentagono, apparentemente per conto suo. Piuttosto allarmante, dato che la policefalia americana è armata di testate nucleari.

Almeno due centri di potere sembrano voler arrivare ai ferri corti con la Russia: il complesso militare industriale e, soprattutto, gli interessi petroliferi. La speranza di trovare in Medvedev un presidente più «occidentale» di Putin, ha subìto una rovente smentita.

Il 9 luglio, dopo una visita di Putin al colonnello Gheddafi avvenuta in aprile, Gazprom ha annunciato di essere prossima ad un accordo con la Libia, per cui Gazprom «comprerà tutti i futuri volumi di gas (libico), petrolio e gas naturale liquefatto per l’esportazione a prezzi competitivi».

Insomma, il vecchio progetto di Putin – formare una «cartello del gas» che non sarà un’OPEC, ma un coordinamento fra Stati produttori e Stati consumatori basato su contratti a lungo termine – ha fatto un passo avanti decisivo.

La Libia ha riserve di gas stimate a 1.470 milioni di metri cubi.Mosca, come si ricorderà, ha già un accordo simile con l’Algeria (che fornisce il 10% del gas che consuma l’Europa), e con il Katar (riserve comprovate quasi doppie di quelle libiche); e nei giorni scorsi, il capo della Gazprom Alexei Miller ha fatto una visita a sorpresa a Teheran dove ha incontrato Ahmadinejad.

Secondo quest’ultimo, i due hanno parlato di «soddisfare collettivamente la domanda di gas in Europa, India e Cina» dividendosi di buon accordo i mercati, ossia di non farsi concorrenza. Di certo hanno firmato un accordo che assegna alla Russia lo sviluppo di campo petroliferi iraniani; la cooperazione nello sfruttamento del giacimento del Nord Azadegan, di ricchezza favolosa; e il tutto apertamente, proprio mentre Israele annunciava l’imminente annichilimento dei laboratori nucleari iraniani, e le ditte europee (Total è la più grossa) si ritiravano dall’Iran per paura delle sanzioni USA.

Si capisce che in precisi ambienti a Washington si canterelli con senso di urgenza: «Bomb, bomb, bomb Iran».
Agli inizi di luglio, Medvedev è volato in visita diplomatica in Azerbaijian, Turkmenistan e Kazakhstan; a Baku, capitale del primo Stato, ha offerto di acquistare l’intera produzione di gas azero a prezzi di mercato; a Ashgabat, ha ottenuto il consenso turkmeno alla modernizzazione dell’oleodotto Central Asia Center Pipeline (CACP), e la costruzione di un oleodotto litorale attorno al Caspio.

Insomma, di fatto, Gazprom commercializzerà l’intera produzione energetica della Libia e quella dell’Azerbaijian, e si è assicurata che greggio e gas di Turkmenistan e Kazakhstan non arrivino ai consumatori «scavalcando» le tubature russe.

Non basta. Gazprom ha chiesto licenze di prospezione alla Nigeria – cortile di casa delle petrolifere anglo-americane – ed ha proposto alla Nigeria di costruire un gasdotto che porti il gas nigeriano in Algeria (ormai socia dei russi nel «cartello»), per la vendita congiunta del gas in Europa.

La goccia ha fatto traboccare il vaso: «Il monopolio Gazprom si comporta da monopolio», ha sbottato Matthew Bryza, vice-segretario di Stato USA per gli affari eurasiatici: «Tenta di controllare le maggiori quote possibili del mercato per stroncare la concorrenza.
Il Cremlino vuole fare di Gazprom una forza dominante nell’energia globale, e “la” forza dominante nel gas, raggruppando le risorse di gas dell’Asia Centrale e dell’Africa».
Gazprom, ha concluso con furia, «vuol dominare in ogni angolo del pianeta».

Il che è alquanto comico, dato che il proposito americano di «dominare ogni angolo del pianeta» sta scritto a chiare lettere nei documenti-guida del governo Bush-Cheney, a cominciare dal «Project for a New American Century» e dal suo rapporto «Rebuilding the American Defense», dove si auspica «una nuova Pearl Harbor» onde convincere gli americani a lunghe guerre e grandi spese militari per il petrolio: specie per l’area del Caspio, nell’ex zona di influenza sovietica, con le sue riserve valutate come ricchissime nonostante la difficoltà di trasporto da quel mare chiuso ai clienti consumatori.

L’Afghanistan non è stato invaso per liberare le donne dal chador, ma per costruire una pipeline sul suo territorio, che portasse gas e greggio del Caspio ai porti turchi senza dover passare nelle tubature sovietiche; l’occupazione dell’Iraq è servita ad assicurare all’America una delle più grandi fonti petrolifere esistenti.

Ora, tutto ciò che Washington ha cercato di ottenere con la forza bruta, a costi altissimi (anche in prestigio), Mosca sta ottenendo con la diplomazia e le offerte commerciali.

Nel 1999, la Strategic Review dell’US Strategic Institute (una fondazione di Boston, oggi disciolta) scriveva a chiare lettere: «E’ necessario assicurare alle compagnie statunitensi la leadership nello sviluppo delle risorse nella regione (centro-asiatica) e azzerare l’influenza russa sull’esplorazione e lo sviluppo dei giacimenti, nonchè sulle direttrici delle pipelines per l’export» (3).

E' ovvio che a Mosca abbiano letto questo consiglio strategico, e ne abbiano tratto le conseguenze.Tanto più che, allo scopo, la Strategic Review consigliava l’aumento della presenza militare USA in Asia Centrale; il che è stato eseguito.

Ma consigliava anche cose, che non certo per colpa di Mosca, sono state disfatte dall’amministrazione Bush: «Collaborazione con il Pakistan in quanto punto di passaggio del gas e in chiave anti-iraniana», e gli USA stanno perdendo la presa sul Pakistan con l’eclisse di Musharraf.

Consigliava «sostegno alla Turchia, fedele alleata contro Russia e Iran», e la Turchia sta cooperando militarmente con Teheran nella repressione del secessionismo kurdo, che ora ha come centro la repubblica curda semi-indipendente dell’Iraq.
Consigliava la messa sotto schiaffo dell’Iran, e – salvo sorprese israeliane – non ci sta riuscendo: Cina e Russia subentrano alle imprese occidentali che, sotto minaccia di sanzioni, se ne vanno dalla Persia.

Ora si capisce meglio il senso – più che allarmante – della ostinazione di Bush a piazzare il sistema antimissile in Polonia: far pesare la minaccia militare su Mosca in modo decisivo e brutale. Ottenere con la forza quel che la sua non-diplomazia ha perduto.
La provocatoria esercitazione militare congiunta in Georgia fa pensare all’intenzione di provocare un casus belli, alla ricerca di una «confrontation» anche militare con Mosca.

La Russia spende per l’armamento una frazione insignificante di ciò che spende il Pentagono, e certo non è preparata, nè desidera una vera guerra con gli Stati Uniti, che non potrebbe essere che nucleare.

Solo dei dementi possono volerla, e Mosca è razionale. Forse il calcolo è di indurre Mosca a cedere di fronte a questo pericolo, giocando il tutto per tutto sulla sfida; forse, nel tramonto di Bush, a Washington alcuni gruppi puntano al fatto compiuto, contro altri che appaiono più prudenti.

Sono possibili colpi di testa e colpi di mano, corrono tentazioni di usare la forza assoluta, quella dove gli USA, alle corde, mantengono una superiorità schiacciante. Inutile dire quanto questo sia inquietante.

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1) «US envoy would like to see Russia as a NATO member», Ria Novosti, 11 giugno 2008. Victoria Nuland ha detto: «Speaking as a mom and as a strategist and a lifetime student and friend of the Russian people, I would love to live in a world where Russia wanted to be a NATO member and Russia had met the very high standards that NATO sets for openness, democracy, reform, rule of law that new NATO members must meet».
2) M. K. Bhadrakumar, «Russia’s energy drive leaves US reeling», Asia Times, 19 luglio 2008.
3) Citato da Pino Cabras, «Strategie per una guerra mondiale – Dall’11 settembre al delitto Bhutto», Cagliari 2008, pagina 84.

domenica 20 luglio 2008

L’ultima barzelletta di Silvio: E’ finita l’emergenza rifiuti a Napoli

Bisogna proprio ammetterlo, Silvio e’ veramente un grande.

E’ imbattibile quando si mette in testa che su un particolare argomento bisogna inventare una balla colossale e spacciarla al popolino per assolutamente vera grazie a quegli schiavi dei mainstream media, che stravolgono totalmente la realta’ dei fatti attraverso telecamere posizionate ad hoc e giornalisti posizionati a 90 gradi.

Quindi, grazie a Silvio, ora a Napoli si respira aria salubre di alta montagna.
Anche se basta uscire dalla citta’ per ritrovarsi di nuovo sommersi dalla monnezza.

Ma che emozione immaginarsi Silvio mentre canta “O’sole mio” accompagnato dal fido Apicella in mezzo ad una strada di Napoli senza monnezza intorno e con Michela Brambilla che va in giro col piattino a chiedere moneta ai turisti.

Questa si’ che sarebbe una piacevole realta’…


Berlusconi a Napoli: e’ finita l’emergenza rifiuti
di Alessandro Iacuelli – Altrenotizie – 18 Luglio 2008

"L'emergenza a Napoli sui rifiuti e' finita". Chi lo dice? Non i napoletani, certo, ma il Presidente del Consiglio, che ha già annunciato ieri questa dichiarazione in una conferenza stampa. Spiega che sono state tolte settemila tonnellate di rifiuti al giorno e, in più, trentacinquemila tonnellate che "erano rimaste inevase". "C'e' ora - osserva Berlusconi - una stabilizzazione che sarà maggiore quando andranno a pieno regime tutti i termovalorizzatori". Peccato che almeno diecimila tonnellate di rifiuti urbani sono ancora a cielo aperto nei comuni limitrofi e 40mila sono in stoccaggio provvisorio. In pratica, è stata pulita in fretta e in furia la città capoluogo, sacrificando la provincia. Berlusconi dice di incassare, ma non incassa i primi risultati raggiunti dalla gestione del sottosegretario Guido Bertolaso e si prepara a lanciare la strategia di comunicazione "per il riscatto dell'Italia da questa vergogna".

Solo strategia di comunicazione, quindi, studiata a monte di una reale soluzione del problema. Fumo negli occhi degli italiani, l'ennesima trappola mediatica, nella quale non casca l'Unione Europea, che da Bruxelles risponde freddamente, attraverso Barbarba Hellferich, portavoce del commissario all´Ambiente, Stavros Dimas: "Per noi, contano i fatti, non le parole". Poi la signora Hellferich continua a strigliare il cavaliere: "Berlusconi può dire ciò che vuole, per noi contano i risultati. Il governo deve realizzare il piano, dimostrare che si risolverà il problema a lungo termine, con una gestione corretta dei rifiuti".

Già, perché in Campania una gestione corretta non c'è. Un approccio a lungo termine non c'è. Restano quindi solo le parole vuote di un capo di governo che sostiene di aver vinto una scommessa. Senza neanche averla intrapresa. Nonostante questo, il governo, attraverso il ministero degli Esteri, esprime "viva sorpresa" per la dichiarazione della signora Hellferich. Restano nel frattempo aperte a Bruxelles le due procedure d´infrazione: quella sul caso Campania e quella aperta a febbraio, riguardante le discariche a cielo aperto in tutta Italia.

Berlusconi ha presieduto in Prefettura il suo secondo Consiglio dei ministri partenopeo. Tutto pronto per la conferenza-show, comprese le cartelle di appunti e il dossier di foto che sorreggono il messaggio: "La scommessa è vinta". Certo, se ci si limita al centro di Napoli, sarà anche vinta, ma basta uscire dalla città verso est o verso ovest, per essere accolti da una distesa interminabile di rifiuti urbani, a marcire sotto il sole di luglio, e a far prolificare i topi.

Così, Napoli è la sua cintura di comuni torna ancora una volta ad essere il luogo delle contraddizioni. Un governo chiuso in Prefettura a parlare del nulla, in attesa di vantare vittorie inesistenti dopo qualche ora in una conferenza stampa, chiuso in una Prefettura che si trova in una piazza pulitissima, linda e splendente; poi però, Capodichino è invasa da sacchetti, materassi, scarti vari e Ponticelli è una distesa di rifiuti: e si tratta di quartieri dello stesso Comune di Napoli. In provincia, il mare di rifiuti in fermentazione e decomposizione riempiono San Giuseppe Vesuviano, Sant´Anastasia, Boscotrecase, Somma Vesuviana: Oltre 10.000 tonnellate. Nessuno fa cenno alle altre 40.000 "temporaneamente" parcheggiate nei siti di stoccaggio provvisori: questi siti non sono discariche, sono luoghi a rischio per la salute pubblica, spesso immersi nel percolato.

In questi siti invisibili, creati per nascondere i rifiuti, l'emergenza è riuscita a mimetizzarsi, ma anche a riprodursi. E nonostante la "temporaneità" dei siti, sono ferme le giacenze di mesi, o di anni. Ma è evidente che questo per il governo non conta. Per un governo che si basa sull'immagine e non sulla sostanza, come se la gestione della cosa pubblica fosse una televendita o la conduzione di uno show televisivo, conta che le telecamere mostrino il centro città pulito.

Infatti Silvio Berlusconi ha invitato gli europarlamentari di FI a rilanciare l'immagine di Napoli in Europa. "Ormai", ha spiegato il premier "la città sta di nuovo per tornare alla normalità". Il Presidente del Consiglio ha riepilogato le tappe dell'emergenza rifiuti a Napoli, saltando spesso e volentieri dei passaggi importanti e non dimostrando una decente preparazione sull'argomento, ribadendo: "Il nostro impegno non verrà meno. Bisogna lavorare anche per il futuro non vorrei che ora ci fosse qualcuno che buttasse immondizia soltanto per oscurare l'opera del governo".

Ecco quindi su un piatto d'argento lo schema per il futuro napoletano: se l'emergenza proseguirà, come crediamo, allora sarà perchè qualcuno dietro le quinte manovra le cose per oscurare e infangare il suo lavoro. Saranno magari i soliti comunisti? Saranno forse i terroristi arabi? O gli immigrati clandestini?

Il piano - se così lo so può chiamare - del premier contiene anche un altro aspetto inquietante: Berlusconi ha infatti confermato che verranno diffuse nelle varie tv immagini del capoluogo partenopeo in modo da far capire ai cittadini la differenza tra come era la città due mesi fa e come è adesso. Pertanto, non si tratta di una soluzione all'emergenza rifiuti campana, ma dell'ennesimo grande spot pubblicitario di un uomo che sulla pubblicità, la merce più effimera che ci sia, ha costruito un impero.

A spalleggiare il premier scende in campo ovviamente la struttura napoletana di Forza Italia. Berlusconi viene accolto da uno striscione alquanto ridicolo con sopra scritto "Semplicemente Grazie Silvio. Napoli è pulita".

A predisporlo é stato il consigliere regionale di Fi/Pdl Fulvio Martusciello. Il ringraziamento al premier campeggia su una foto dell'entrata di castel dell'Ovo e del Borgo Marinari, uno dei luoghi più conosciuti della città. Certo, Martusciello non avrebbe potuto mettere Pozzuoli o Quarto, sommerse dai rifiuti, ma di certo è stato attento a firmare lo striscione con il nome del proprio sito internet, in modo da farsi a sua volta pubblicità e di compiacere il capo.

Il cavaliere, che già ha affrontato il "problema sicurezza" occupandosi della propria e cancellando dalla programmazione televisiva quella altrui, ha intenzione di ripetere lo stesso esperimento con l'emergenza rifiuti campana: cancellare dai sistemi d’informazione la realtà. D’altronde, una falsa emergenza creata artificiosamente non poteva che avere soluzioni altrettanto false e artificiose. L’essenza di questo governo.

sabato 19 luglio 2008

Lunga vita a Mandela

Ieri ha compiuto 90 anni il grande leader sudafricano, che purtroppo per mere questioni anagrafiche ha dovuto abbandonare molto presto la guida di un Paese che avrebbe ancora tanto bisogno di lui.

Un Sudafrica notevolmente cambiato e cresciuto sia a livello geopolitico che economico negli ultimi 15 anni e che tra soli due anni ospitera’ addirittura i prossimi Campionati mondiali di calcio.
Ma e’ un Paese ancora alle prese con grossi problemi sociali derivanti da una perenne poverta’ diffusa e da una criminalita’ imperante.
Inoltre due mesi fa vi si era pure scatenata una cruenta caccia all’immigrato, nell’ennesima guerra tra poveri senza frontiere.

Mandela ha comunque ridato dignita’ e speranza ad un Paese che solo fino a 18 anni fa era considerato una feccia da coloro che nelle diverse parti del mondo odiavano il regime d’apartheid, ancora in vigore prima di allora.

Long Live Nelson!


Il miracolo di Madiba
di Maurizio Matteuzzi – Il Manifesto – 18 Luglio 2008

Oggi Nelson Mandela compie 90 anni. Fra l'augurio di lunga vita e la gioia di verderlo arrivare a questo traguardo in buone condizioni di spirito e di mente, s'annida una rabbia nascosta. Rabbia per il tempo che neanche per lui - almeno per lui - si è fermato. Il Sudafrica, tre lustri dopo il «miracoloso» passaggio pacifico dal regime nazi dell' apartheid alla democrazia arazziale e «arcobaleno», avrebbe ancora un disperato bisogno di uno come Madiba.

Non solo il Sudafrica e non solo l'Africa, tornata terra di conquista per vecchie e nuove potenze dietro il simulacro spesso grottesco della «democrazia». Il mondo, avrebbe bisogno di Mandela. Della sua autorità morale, della sua statura etica, della sua lungimiranza politica, della sua saggezza. E anche della sua incrollabile durezza. Quel «miracolo» fu opera di Mandela e dei milioni di sudafricani che lo seguirono nel «lungo cammino verso la libertà».

I sudafricani neri abbattuti come mosche a Soweto e Sharpeville o assassinati come Steve Biko e Chris Hani, i pochi sudafricani bianchi - generalmente ebrei e comunisti - che furono al suo fianco fin dall'inizio di quel cammino, l'ancor più ridotta pattuglia di anglo-boeri progressisti che lottarono insieme all'African National Congress. Fu Mandela, dopo i 27 anni passati in carcere, a compiere il miracolo politico (e umano) di evitare quello che sembrava inevitabile: la rivalsa dei neri dopo decenni - o secoli - di schiavitù e sopraffazioni. Anche solo quella rivalsa che poteva prendere le forme della giustizia dovuta o dell'esodo obbligato.

Di Mandela si sa ormai tutto, si è detto tutto. Non c'è più niente da scoprire. È l'unico uomo al mondo che possa subire l'affronto di statue erette in suo onore mentre è ancor vivo, senza che alcun tipo di culto della personalità lo sfiori. Ma non si può e non si deve dimenticare che se una volta uscito di prigione e compiuto il «miracolo», è stato fatto subito santo, per molti anni è stato definito un «terrorista», anche e soprattutto da quelli che poi lo hanno beatificato. E, secondo i canoni oggi correnti, a rigore lo era. Anche se adesso quell'etichetta sembra una bestemmia e Mandela è la coscienza buona di un mondo senza più coscienza.

Forse l'unico rimprovero che si può muovere al grande Madiba è di essere uscito di scena troppo presto. Che poi è un altro aspetto della sua grandezza. Chiusa la stagione da «terrorista», compiuto il «miracolo» da statista e divenuto nel '94 il primo presidente della repubblica di un Sudafrica libero e arcobaleno, nel '99 ha passato la mano. Allora aveva 80 anni. E a 80 anni è giusto farsi da parte. Mandela si fece da parte.

Forse, col senno di poi, avrebbe dovuto restare perché il lungo cammino verso la libertà, se era riuscito a spazzare via l'obbrobrio dell' apartheid , non si era ancora concluso. Non è mai concluso. Come dimostra la povertà che colpisce la gran maggioranza dei neri sudafricani (senza poter neppure più dare la colpa ai «boeri») e i sanguinosi soprassalti di razzismo verso neri ancor più poveri che vengono da fuori.

Il Sudafrica è cresciuto, è ormai il leader dell'Africa, aspira a un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, con altri paesi «emergenti» dell'ex Terzo mondo fa parte del G5. Ma senza Mandela ha perso presto quella diversità positiva che solo lui poteva dargli. E il G5 assomiglia fin troppo al ridicolo G8 in cui ambisce (e merita) di entrare.

Forse se Mandela avesse scelto come successore anziché l'opaco Thabo Mbeki, Ciryl Ramaphosa, il carismatico leader sindacale che aveva guidato i minatori in scioperi grandiosi, le cose sarebbero state diverse o forse sarebbe stato lo stesso perché nessuno poteva essere come Mandela.

E chissà se, passati i giorni gloriosi della resistenza e quelli dolci del trionfo, «sporcandosi le mani» nel grigiore della routine, il peso dei nodi irrisolti e aggrovigliati da tre secoli di colonialismo interno, la forza bruta della Realpolitik e della globalizzazione avrebbero intaccato anche il suo mito.

Ma sì si può affermare che se c'era un uomo che avrebbe potuto affrontare quell'immane impresa, era Mandela. Di solito si dice, e con qualche ragione, che un leader - pur se è o è stato un grande come Fidel Castro e Robert Mugabe - a 80 anni dovrebbe farsi da parte, e che farsi da parte a 80 anni è anche troppo tardi. Di Mandela si dice che essersi ritirato a 80 anni è stato troppo presto. L'ultimo paradosso di una vita drammatica e meravigliosa.

venerdì 18 luglio 2008

Torna la statalizzazione negli USA, i Chicago Boys buttati nel cesso

Negli USA la crisi di banche e agenzie finanziarie fornitrici di mutui prosegue a ritmo serrato. E la FED - come gia’ aveva fatto l’anno scorso dopo la crisi dei subprime, seguita a ruota dalla banca centrale inglese per il salvataggio della Northern Rock - interviene resuscitando la ricetta tanto odiata dai neoliberisti: la statalizzazione delle banche fallite.

A spese ovviamente dei contribuenti, cornuti e mazziati.

Quindi dopo quasi 30 anni di lavaggio al cervello in tutto il globo - grazie ai Chicago Boys di Milton Friedman, i cui dogma assoluti erano “deregulation” e privatizzare tutto cio’ che appartenesse allo Stato perche’ il libero mercato avrebbe da se’ ottimizzato costi e profitti - adesso si torna indietro e ci si sta forse rendendo conto che questo sistema non regge all’infinito ed e’ destinato a implodere.

Si spera vivamente che Cuba indichi presto al resto del mondo la soluzione per contrastare il futuro nero che ci attende. Li’ almeno qualcuno ci sta gia’ pensando.


Contrordine, si statalizza. Senza dirlo
di Maurizio Blondet – Effedieffe - 16 Luglio 2008

Qualche lettore mi chiede «un articolo approfondito su Fannie Mae e Freddie Mac», le due agenzie la cui insolvenza sta portando al disastro finale il sistema americano. I due enti dai comici nomignoli si chiamano in realtà Federal National Mortgage Association, e Federal Home Loan Mortgage Corporation.La prima fu creata nel 1938, nel pieno della Grande Depressione, come strumento del New Deal del presidente Roosevelt. Lo scopo: fornire mutui a basso tasso (1), onde consentire agli americani di acquistarsi la casa e così rimettere in moto una ripresa economica trainata dall’edilizia, potente motore perchè a sua volta trascina un grande indotto (mobili, cemento, legname, ceramiche eccetera). Freddie Mac fu creato nel 1970 con lo stesso scopo.

Il guaio è che le due istituzioni non sono statali: lo impedì, l’ideologia vigente, che restava liberista assoluta, pur nella Depressione. Il Congresso non volle alcuna «statalizzazione dell’economia»; si lasciasse fare al mercato (2). Fannie Mae, come società privata, doveva cercarsi i capitali in Borsa. Ma come convincere i capitalisti a investire nei mutui, nel 1938?Il trucco fu di chiamare Fannie (come poi Freddie) «imprese private» sì, ma «sponsorizzate dal governo»: sottintendendo che magari, in caso di guai, il governo sarebbe intervenuto a salvare le due agenzie. Forse sì forse no. La cosa fu lasciata volutamente nel vago.

Del resto non c’è stato mai bisogno di mettere alla prova quella mezza promessa. Fino ad oggi.Diciamo subito che nè Fannie nè Freddie hanno alcuna colpa nel disastro finanziario dei mutui. Proprio perchè strettamente regolamentate per legge, non hanno fatto prestiti a potenziali insolventi. Un «prestito sub-prime» è precisamente, per definizione, ciò che le due agenzie non devono fare. Prestano solo a persone che versano in contanti un congruo anticipo sulla casa, e che possono dimostrare un reddito certo e documentato. Sono imprese sane, alla vecchia maniera.

Come mai, allora, sono al tracollo?Perchè erano sottocapitalizzate. Negli anni scorsi dell’euforia finanziaria e del miraggio degli alti interessi dati dai mutui subprime, gli speculatori hanno ritenuto poco appetibili le azioni di Fannie e Freddie, così poco speculativamente redditizie. E le due agenzie hanno dovuto raccogliere capitale, anzichè in Borsa, indebitandosi: emettendo titoli a interesse.

Con il crollo attuale del mercato azionario, anche le azioni di Freddie e Fannie sono state duramente colpite, per il solo fatto che i valori degli immobili abitati dai loro creditori sono crollati. Gli «attivi» di Fannie Mae, ossia gli immobili ipotecati a suo favore, sono caduti del 66% e continuano a scendere; Freddie Mac, stessa situazione.

Oggi, quest’ultimo deve ai suoi creditori (i detentori delle sue obbligazioni) 5,2 miliardi di dollari più di quanto abbia come «attivi» ai valori attuali, e dunque è tecnicamente insolvente. Si è presentata dunque la necessità di vedere il trucco dello Stato: salverà Freddie e Fannie, o li lascerà fallire, come imprese private? Bernanke è corso al salvataggio.

Inevitabile: quelle due istituzioni sono troppo grosse per fallire. Se cadono quelle, il disastro è immane, inimmaginabile. Le due istituzioni non sono in grado di attrarre capitali senza l’aiuto del governo; e più la loro situazione di crisi dura, più il sistema finanziario nel suo insieme è costretto a fare liquidità svendendo «attivi» nel mercato d’oggi, che non vuole comprarli; con ciò, innestando una nuova e apocalittica spirale di ribassi, dove tutti offrono in vendita azioni e titoli e nessuno le compra.

Ma le due istituzioni sono troppo grosse - ahimè - anche per essere salvate. Insieme, Fannie e Freddie possiedono o garantiscono la metà dei mutui in essere negli USA, ossia 6 trilioni (6 mila miliardi) di dollari. Tanto per capire cosa significa questa cifra William Engdahl ricorda (3): 12 trilioni è il prodotto interno lordo dell’intera Unione Europea. Dunque Fannie e Freddie «pesano» quanto la metà del pil di 27 Paesi ricchi del primo mondo, tre volte il PIL della Germania.

La Federal Reserve, già dissanguata dai salvataggi delle banche private e speculative, deve accollarsi anche questo peso titanico. Che finirà, prima o poi, direttamente o no, per pesare sui contribuenti USA, già al lumicino. Ma questo poi. Di fatto, nell’immediato, Bernanke deve raccogliere denaro emettendo nuovi titoli di debito (BOT americani);al minor costo possibile. Ma può?Già i BOT USA rendono il 2,5%, contro il 4,5% di quelli europei: chi li acquista, li acquista solo finchè ritiene che gli USA siano ancora la più grande e solida economia mondiale. Illusione difficile da mantenere, di questi tempi. Di mondiale, gli USA hanno il debito.

Solo per finanziare il suo deficit dei conti correnti, deve chiedere 700 miliardi di dollari annui a Paesi stranieri ricchi di riserve, Cina, Russia, emirati petroliferi. Deve assolutamente continuare a rendere appetibili i suoi BOT a Paesi che Bush non si è reso proprio amici, e già sono allarmati dalla perdita di valore del dollaro, e fin troppo tentati di cambiare le loro riserve in euro o yen.

E’ qui l’insolubile enigma che la Sfinge del liberismo terminale pone a Bernanke. Se continua a fornire liquidità illimitata al sistema per tentare di prevenire il collasso generale delle banche, fa fuggire gli investitori esteri dai Buoni del Tesoro USA, e dunque decreta la fine del dollaro. Se invece alza i tassi d’interesse per attrarre i capitali esteri e frenare l’inflazione, decreta altri milioni di fallimenti dei suoi debitori con mutuo sub-prime, e la fine delle banche in rovina, incapaci di pagare interessi più alti. Qualunque cosa faccia, sbaglia.

Negli anni ‘90, anche il Giappone conobbe lo scoppio della bolla speculativa immobiliare e di Borsa: potè tagliare i suoi tassi d’interesse a zero - e fu lo stesso durissima recessione - perchè il Giappone non è indebitato con l’estero, anzi i suoi cittadini erano pieni di risparmi. «Per gli USA è difficile imitare il Giappone», dice Alex Patelis, capo economista internazionale di Merrill Lynch: «Gli stranieri non darebbero i capitali» a interessi zero (4). Ovvio.

Anzi, è pericolosamente vicino il momento fatale in cui gli stranieri si chiederanno se non devono disfarsi in fretta delle loro montagne di dollari, anche di quelli in obbligazioni «sicure», valutate dalle agenzie di rating con tripla A: come quelle di Fannie e Freddie, ritenute «sicure» perchè «garantite dallo Stato» (sì e no, come s’è visto). Circa 1,5 trilioni di dollari di obbligazioni Freddie e Fannie sono oggi in mano a stranieri, privati e (più spesso) Stati, fondi sovrani. Non si sa fino a quando durerà la pazienza di questi Stati sovrani esteri nel sopportare il deprezzamento del dollaro e le perdite che subiscono sui loro investimenti in USA.

Iroshi Watanabe, il governatore della Banca Centrale nipponica, ha già avvertito le banche e assicurazioni giapponesi di «andar caute» con i titoli americani, anche delle grandi agenzie «sponsorizzate dallo Stato». A tutti sono venuti i brividi. Cosa farà la Cina? «Andrà cauta» come Tokio?I responsabili americani non se ne allarmano troppo: la Cina è legata a filo doppio all’economia USA, il suo maggior mercato, e non può permettere il collasso di Fannie e Freddie, e dunque del dollaro; sarebbe suicida. E la Russia? Mosca detiene 530 miliardi di dollari in riserve, BOT e obbligazioni USA. Non ha ragione di essere amichevole verso l’America, che le ha piazzato contro i famosi missili-antimissile in Polonia, e che sostiene l’entrata di Ucraina e Georgia nella NATO.

Per convincere Putin a non dare il colpo finale agli USA, liquidando i suoi dollari (ecco la vera bomba atomica), bisognerà andare ad un patto extra-economico, altamente politico: abbandonare l’espansione della NATO, per esempio, in cambio di assicurazioni che Mosca non darà il colpo di grazia al sistema finanziario americano. Questo sarà il compito del prossimo presidente. Ma il suo insediamento è ancora lontano. Troppo lontano, per una crisi che si avvolge in una spirale catastrofica a velocità tremenda.

Come si vede, vengono al pettine tutti i nodi - o le stupide aporie - del liberismo ideologico. Bernanke ha abbandonato il dogma - lasciar fallire le banche, nelle mani del «mercato» - e attua pesantissimi interventi pubblici nell’economia: ma solo per salvare gli speculatori che si sono rovinati coi loro azzardi. A spese del contribuente, che i giocatori d’azzardo hanno ridotto alle corde. Le banche in fallimento sono nazionalizzate di fatto.

Viene al pettine anche l’equivoco di Fannie e Freddie, aziende «private», ma «sponsorizzate dallo Stato». Al dunque, questo equivoco si è ridotto al solito vecchio trucco capitalista: privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite. Finchè Fannie e Freddie prosperavano, a goderne i benefici sono stati gli azionisti privati; ora che vanno male, a coprire le perdite è lo Stato, ossia i contribuenti. Si statalizza senza dirlo: il che è criminoso, perchè nasconde l’intenzione di ritornare al privato libero e senza freni, appena le cose andranno meglio.

Conclusione? Non la conosco, mi limito a copiare quella di un blogger che si firma Uriel (www.wolfstep.cc) - non lo conosco, ma mi pare più competente di me (5): visto che l’America liberista sta già statalizzando, dice Uriel, «non sarebbe ora, una buona volta, di capire che la finanza è una attività di competenza dello Stato (tanto, alla fine i soldi per tirarci fuori dalla m… ce li mette sempre lo Stato), ed iniziare a statalizzare banche, assicurazioni, Borse e quant’altro? Non sarebbe ora di capire che il libero mercato nel mondo finanziario è un fallimento continuo, un parassitismo che produce solo miseria, e di assoggettarlo completamente ai voleri (ed agli obiettivi) dello Stato, che nelle democrazie almeno risponde al cittadino? Tanto, i costi saranno i medesimi, visto che alla fine è sempre lo Stato che paga... Finora siamo vissuti credendo che il mercato, per via di una ‘mano invisibile’, sia dotato di etica, un’etica propria. Oggi stiamo vedendo che, se facciamo una sintesi degli ultimi 2000 anni di storia, l’unico ente sovrasociale che veramente ha mostrato finalità etiche (giuste o sbagliate che siano) è lo Stato. Non sarebbe ora di ripensare questi assunti, quello secondo cui il mercato sarebbe intenzionato a produrre ricchezza diffusa (cosa che NON è), e quello dello Stato che affama con le tasse, quando la verità che emerge dalla storia è che le uniche e poche garanzie al cittadino vengono sempre e solo dallo Stato, mentre dal mercato è sempre e solo arrivata una rapina?».

Mi limito a sottroscrivere. Ho solo non un’obiezione, ma una domanda: lo Stato, oggi, ha la «cultura» per assumersi queste responsabilità verso i cittadini?
Decenni di «liberismo» ideologico, subito intesi come «ognuno per sè», hanno corrotto fino al midollo i politici e governanti, ne hanno fatto degli insaziabili percettori di tangenti e costosi parassiti dei cittadini-lavoratori.

Non vorrei che le banche, Borse e assicurazioni, statalizzate, finissero in mano ai Del Turco, o ai Di Pietro (non dimentichiamo quando quest’ultimo si fece pagare con soldi nascosti in una scatola da scarpe), o a un Visco o a un Berlusca.

Qui, occorre una etica del servizio pubblico, che s’è volatilizzata. Li abbiamo visti all’opera: ladri di fondi pubblici, saccheggiatori di enti previdenziali e sanitari, tassatori punitivi, assuntori di fancazzisti, hanno lasciato abbassare le paghe ed aumentare i prezzi in modo indegno per «governanti».

Una volta, in Italia, ricorda Uriel, c’erano i consorzi agrari che accumulavano riserve alimentari, calmierando i rincari; c’era anche, aggiungo io, il Comitato interministeriale Prezzi (CIPE), che - quando per decreto lo Stato vietava gli aumenti di salario per non creare inflazione - dal canto suo tentava di scoraggiare i rincari dei prezzi, e in parte ci riusciva.

Erano tutti strumenti di un’altra «dottrina dello Stato» (non vi diciamo quale) che non esiste più. Oggi sono scomparsi insieme con il senso dello Stato che li aveva creati.

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1) Più precisamente, Fannie Mae comprava i mutui dalle banche, liberando così liquidità che veniva usata dalle banche per fare nuovi mutui. Perchè allora le banche si tenevano i mutui nei libri contabili per venti o trent’anni (sicchè non erano liquidi); oggi, con la «cartolarizzazione», li hanno rifilati a miriadi di banche e privati, riacquistando immediatamente la liquidità - per i loro giochi d’azzardo. Paul Krugman, «Fannie, Freddie and you», New York Times, 4 luglio 2008.
2) La maggior parte delle strategie proposte da Roosevelt per battere la Grande Depressione furono bocciate dal Congresso o dalla Corte Suprema, perchè davano troppo potere allo Stato sull’economia. Per questo il New Deal non funzionò veramente, e solo l’entrata nella seconda guerra mondiale innescò la ripresa americana.
3) William Engdahl, «The financial tsunami: the next big wave is breaking Fannie Mae, Freddie Mac and US mortgage debt», GlobalResearch, 15 luglio 2008.
4) Ambrose Evans Pritchard, «US faces global funding crisis, warn Merrill Lynch», Telegraph, 16 luglio 2008.
5) Uriel, «L’economia della bolletta è in bolletta», Wolfstep, 14 luglio 2008. Brillanti i consigli di Uriel alle famiglie, per punire gli speculatori. Nella sua visione, le banche hanno drenato capitali dal risparmio familiare e dalla produzione per gettarli nella finanza. Dopo aver indebitato all’osso famiglie e imprese (sicchè hanno smesso di produrre reddito per le banche), queste hanno escogitato «l’economia della bolletta» per succhiare altro denaro: rincarando le spese «incomprimibili» per le famiglie. Tariffe e bollette, cibo e telecom, eccetera. Il suo consiglio è dunque: ridurre le spese di questo genere, non comprare prodotti di marca (di ditte quotate in Borsa), ma i prodotti senza marca dei discount (non quotati). Così si si inceppa «la macchina spennapolli» basata sull’assioma che le famiglie non possano comprimere certe spese. Infatti, «si tratta di una valutazione scorretta: se è ovvio che non sia possibile tagliare completamente l’energia elettrica, è altrettanto ovvio che un risparmio del 10% significhi semplicemente un tracollo, come succede quando l’andamento di qualsiasi cosa si abbassa del 10%. Lo stesso capita per il cibo: possono aumentarne i prezzi del 50%, convinti che non si possa fare a meno di mangiare. Il problema è che immediatamente si passa dal negozio al discount, e dalla grande marca al sottomarchio. Solo che il sottomarchio non è quotato in Borsa, mentre la grande marca sì, con il risultato che la speculazione sul cibo va immediatamente in culo ai finanzieri... Il cibo può essere ottimizzato e tagliato, diciamo di un 30% buono solo per gli sprechi. Hanno idea, i signori finanzieri, di che cosa significhi se i loro fatturati e i loro dividendi calano del 30%? Per la famiglia questo significa rinunciare al gelato una volta su due, ma che cosa significa per gli azionisti Nestlè, se il consumo di cacao crolla di uno su due? Chi è che sta peggio, la famiglia che perde un gelato su due o il finanziere che si vede tagliarei dividendi?». D’accordo, e le famiglie stanno già facendo proprio questo, volenti o nolenti.Ma anche qui sorge non un’obiezione, ma una domanda: questa strategia produce deflazione, ossia riduzione della produzione, dunque alla fine, licenziamenti. E i consumatori sono, nello stesso tempo, lavoratori. Che diventeranno disoccupati. Prima che fallisca la Nestlè, loro saranno morti di fame. Mi pare un altro degli insolubili nodi della presente grande depressione.

giovedì 17 luglio 2008

Cuba: un’altra Rivoluzione in corso

Da quando nel Febbraio scorso Raul Castro e’ stato nominato nuovo presidente del Consiglio di Stato, i cubani hanno subito visto i primi cambiamenti nel sistema economico, come ad esempio la liberalizzazione delle licenze dei taxi, le terre redistribuite, l’aumento di salari.
E appena due settimane dopo la sua nomina Raul aveva gia’ tolto il bando alla vendita di personal computer, dvd, videoriproduttori e telefoni cellulari.

Ma i cambiamenti vanno fatti nei tempi giusti e vanno ponderati per bene perche’, come lo stesso Raul ha sostenuto fin dal primo giorno da presidente, "Cuba dovrà affrontare il problema di una riforma monetaria che tenga conto del sistema dei salari e dei prezzi controllati".

E non e’ affatto una cosa facile, se si vuole evitare un salto nel vuoto del libero mercato con il conseguente risultato di un manipolo di persone ben inserite negli alti livelli della societa’ che si arricchisce a dismisura alle spese del resto della popolazione, che si ritrova invece impreparata e schiantata a terra senza paracadute.
Un film gia’ visto nei Paesi dell’ex URSS, Russia in primis, e nei paesi satelliti dell’est europeo.

L'isola sta gia’ cambiando rapidamente, la popolazione e’ soddisfatta ma ovviamente chiede sempre di piu’. Con calma pero’, per il suo bene, visto anche cio' che sta succendendo all'economia globale di mercato.


Cuba, rivoluzioni in vista
di Alessandro Grandi – Peacereporter – 15 Luglio 2008

I fatti. “Liberalizzare le licenze per condurre taxi, per noi è una cosa importante della quale ringraziamo il presidente Castro. Ma il problema di fondo è un altro: liberalizzare va bene ma si deve fare qualcosa per la popolazione che ha la necessità di essere proprietaria di un'auto per i propri spostamenti. Oltre ovviamente a molte altre misure in materia economica”. Queste le parole di Leon, cittadino dell'Havana, capitale di Cuba, da 12 anni tassista “particular”. Raul vorrebbe liberalizzare il settore rendendolo più efficiente e alla portata di tutti. C'è dell'altro. Nel complesso delle riforme che Raul sta seriamente pensando di formalizzare c'è anche quella che riguarda la redistribuzione di alcuni appezzamenti di terreno a contadini in grado di lavorarlo. Inoltre, fra poco tempo a Cuba ci sarà anche la rivoluzione dei salari: più alti per chi lavora di più e meglio. Altra novità: sarà possibile avere più di un lavoro.

Troppe novità? Cuba è il Paese della Rivoluzione. Su questo non si discute. E rivoluzionarie sono le misure economico-sociali volute da Raul. Sembrano passati anni luce da quando l'isola era in mano al fratello Fidel che ne tarpava (forse) le ali. E sembra prospettarsi all'orizzonte una sorta di avvicinamento economico al modello cinese, tanto apprezzato da Raul. Ma una cosa è certa: qualsiasi cambiamento nel sistema cubano avverrà esclusivamente per migliorare le condizioni della popolazione. Dunque, l'imperativo è: scordarsi che le misure volute da Raul siano in qualche modo state prese per ammorbidire le posizioni della comunità internazionale nei confronti dell'isola. Lo stesso Raul ha fatto sapere che Cuba “non accetterà pressioni da Paesi o da interi continenti”. Chiarissimo il riferimento a Washington e all'Unione europea.

Oltre confine. Alina Fernandez, figlia di Fidel Castro, però, non accetta di buon grado l'entusiasmo del popolo cubano dopo i cambiamenti proposti da Raul. “La vera scommessa – dice Alina – è vedere se a Cuba esista davvero una società civile e se c'è ancora qualcosa che si possa salvare. Un vero cambio sarà effettivo solo quando si prenderanno in considerazione sia la questione pubblica che quella privata”. Dello stesso avviso Raul Rivero, uno dei dissidenti più famosi dell'isola. “Se oggi la Cuba che sognamo ha più consistenza e fa più rumore che mai è grazie alla resistenza pacifica dei democratici”.

mercoledì 16 luglio 2008

1929: ritorno al futuro

Dopo le lunghissime file di risparmiatori inglesi per ritirare cio’ che restava dei loro depositi, in seguito al crack della Northern Rock nell’agosto 2007, le stesse scene si stanno ripetendo in questi giorni per i clienti dell'Indymac Bank negli USA.

D’altronde l’economia e’ ferma quasi dappertutto nel mondo, il tasso ufficiale dell’inflazione nella zona euro ha raggiunto il 4% (ma quello reale e’ almeno il triplo), i consumi sono crollati, il potere d’acquisto dei salari idem, i prezzi di petrolio e prodotti alimentari sono alle stelle; e oggi si e’ toccato in Italia il nuovo record per i tassi sui mutui che a giugno salgono al 5,85%, toccando così i livelli massimi dall'agosto del 2002.

Si sono creati quindi tutti i presupposti affinche’ si ripeta il crack globale del 1929.

1929, reloaded
di Maurizio Blondet – Effedieffe - 16 Luglio 2008

Le file di ansiosi risparmiatori davanti alle banche per ritirare i depositi: si ripete in USA ciò che avvenne nel ‘29. Solo, la vecchia foto in bianco e nero ci è riproposta a colori. Wall Street che crolla, come allora. Le «solide» istituzioni finanziarie che devono essere messe sotto la tenda a ossigeno.

Il crack speculativo con la svalorizzazione degli «attivi» di carta (fase uno) che si trasmette alle banche commerciali (fase due) e si ripercuote nell’economia reale, con chiusure di aziende, licenziamenti in massa, insolvenze a catena nel ceto medio, caduta verticale dei consumi (fase tre).

In Gran Bretagna, la polizia ha proposto seriamente di istituire di nuovo il «servizio nazionale», come si fece nel 1945, per occupare i giovani senza lavoro e senza titolo di studio - i più proni alla delinquenza - in opere sociali e lavori pubblici.

E’ la fase quattro: anche Roosevelt, negli anni ‘30, irregimentò milioni di disoccupati, per occuparli in opere pubbliche.

La fase cinque può essere quella del razionamento, delle economie pianificate per la necessità imposta dalla penuria, delle tessere elimentari: a ciascuno tanti grammi di grassi, tanti di proteine, tanti di farina.

Insomma tutto si ripete. Con qualche aggravante: i prezzi di petrolio e alimentary, che dopo il ‘29 erano al minimo (deflazione), ora continuano a salire nonostante la stagnazione (stagflation). E peggio che nel ‘29, il centro dell’impero mondiale è senza testa, con un presidente screditato e in uscita, senza iniziativa e senza autorità; e il suo successore non entrerà in carica che fra molti, lunghissimi mesi.

Le stesse avidità stolte e insaziabili, lo stesso capitalismo svincolato da ogni regola, ha prodotto la stessa rovina. Ovviamente, anche le stesse menzogne. I media ripetono ai risparmiatori USA davanti alle banche: niente paura, i vostri depositi sono garantiti dallo Stato. Infatti esiste il Federal Deposit Insurance Co (FDIC), che in caso di insolvenza paga depositi fino a 100 mila dollari. Solo che il FDIC dispone, per queste garanzie, di 52.8 miliardi di dollari. E ne ha già spesi 8 solo per salvare i depositi di una sola banca, la IndyMac; e le banche che diventeranno insolventi nei prossimi mesi saranno - secondo le stime - tra le 150 e le 300; persino il FDIC, che ha l’obbligo dell’ottimismo ufficiale, calcola che saranno una novantina. I suoi fondi bastano per sei o sette banche.

Il Telegraph consiglia, con lugubre euforia, «50 modi per approfittare dei tristi tempi economici»: le Mercedes vengono con 2 mila dollari di sconto! La British Airways fa la svendita estiva di voli a lungo raggio, e vi consente anche lo sconto sull’albergo e l’auto a noleggio! Ci sono banche e ditte di costruzioni, alla ricerca disperata di liquidità, che emettono obbligazioni al 7,5%, e che sui conti correnti danno il 6,45%! Se vi fidate, se avete i nervi d’acciaio, perchè quegli interessi parlano di insolvenza imminente dei debitori (1).

Ma anche questa lugubre euforia è una replica del 1929.Ma il particolare è comunque istruttivo: dice che nonostante le «iniezioni di liquidità» fatte dalle Banche Centrali, nonostante la riduzione dei tassi primari da parte della Federal Reserve al 2,5%, il costo del denaro è comunque rincarato in modo proibitivo, chi ha soldi da prestare chiede il 7-8% come minimo.

Finito il credito facile, la causa delle allegre bolle finanziarie che stanno scoppiando una dopo l’altra. C’era tantissimo «denaro», ed ora di colpo non ce n’è più, s’è prosciugato. Eppure le Banche Centrali americane ed europeee hanno alluvionato di liquidità le banche e i fondi speculativi; questo denaro dovrebbe circolare in massa nel sistema, provocando inflazione ma mantenendo lubrificata la grande giostra. Invece la giostra è a secco, cigola, si arresta.

Dov’è finito quel fiume di liquidità? Semplice: le banche se lo sono messo nelle riserve in copertura delle perdite subite e di quelle che si aspettano. Non lo prestano.

Così, avviene un fenomeno inaudito: la massa monetaria (la moneta di tutti i tipi, da M1 a M4), in USA ed Europa si è striminzita anzichè aumentare. Ciò segnala che è in atto una deflazione, mentre i rincari delle merci segnalano inflazione.

«Se le Banche Centrali reagiscono in eccesso alla fiammata inflattiva provocata da greggio e granaglie - scrive Evans-Pritchard - possono innescare una spaventosa catena di eventi». Ossia aggravare la deflazione, instaurando la replica della Grande Depressione (2).

Claude Trichet, il capo della Banca Centrale Europea - c’è bisogno di dirlo? - sta facendo proprio questo. Equivocando il senso dei rincari (dovuti a petrolio, quindi fuori della sua possibilità di azione) ha scelto di combattere un’inflazione che non esiste in termini monetari, mantenendo altissimi i tassi d’interesse.

Il 4.5%, misura «irresponsabile» l’ha definita Zapatero, perchè condanna alla recessione la Spagna, dove il 20% dell’economia è costituito dall’edilizia, e dove quasi un milione di case sono invendute perchè i mutui sono troppo cari.Trichet, duro nella sua dottrina, mantenendo assurdamente divaricato il differenziale tra il tasso europeo e i Buoni del Tesoro americani, ha ottenuto solo una cosa: che fiumi di denaro rovente si sono rifugiati nell’euro abbandonando il dollaro che rende meno e si squaglia; con ciò, ottenendo un euro assurdamente forte, che strangola le esportazioni. Al punto che l’Europa crolla a picco prima ancora dell’America.

Il solo dato positivo è che gli speculatori, ormai, ritengono l’euro sopravvalutato del 20-30%. Entro due anni lo abbandoneranno, e l’euro tornerà debole - com’è debole l’economia reale europea - e tornerà competitivo. Se saremo ancora vivi, s’intende.

Per allora, il dollaro sarà sparito come riserva mondiale, e colossi come Cina e Giappone - che siedono su montagne di dollari - avranno ancora voglia di comprare le cravatte di Armani al 20% di sconto? Saremo competitivi, ma nel gelo globale del consumo.

Trichet sta cercando di domare il rincaro del greggio provocando l’ulteriore abbassamento dei salari reali in Europa, già erosi dall’inflazione reale degli anni scorsi: fa calare la benzina togliendoci i soldi per comprarla, e anche il posto di lavoro da cui prendiamo i salari. E’ una scelta inumana, ossia da banchiere e burocrate.

Spunta in ritardo, come nel 1929, la coscienza che è in atto non una recessione, ma la Depressione. Ha osato scrivere la parola sir William Rees-Mogg, influente eurocrate e opinionista del Times (3). Dopo una vita di menzogne liberiste, ora che ha raggiunto gli 80 anni, si permette di dire la verità. Per la prima volta su un grande giornale, un potente columnist che è anche membro dei poteri forti, evoca la Grande Depressione.

Il Dow, l’indice azionario di Wall Street, non tornò ai livelli pre-29 se non un quarto di secolo dopo, alla fine del 1954, scrive Rees-Mogg; se la storia si ripete, «il mercato azionario tornerà ai livelli del 2007 nel 2032».

Avremo 25 anni di vacche magrissime: uno spazio grande per una vita umana, e milioni di vite umane passeranno dalla giovinezza alla maturità nella miseria e nella caduta di speranze e prospettive. Il peggio è il sospetto che tutto questo, il crack, il caos e la rovina di milioni di vite, sia voluto, progettato.

Era il 1994, e David Rockefeller parlava allo United Nations Business Council. Disse: «We are on the verge of global transformation. All we need is a major crisis, and the nations will accept the New World Order» (4). «Siamo sulla soglia di una mutazione globale. Ci manca soltanto una cosa: una crisi rilevante, e le nazioni accetteranno il Nuovo Ordine Mondiale».

Stranamente, ha ripetuto in questi giorni la stessa cosa George Bush senior, l’ex-presidente ed ex capo della CIA, il padre dell’alcolista subnormale alla Casa Bianca: «Da questi tempi di sconvolgimento può emergere il nostro obbiettivo, un Nuovo Ordine Mondiale».

Hanno previsto tutto? Si preparano ad imporci l’ordine totale?


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1) «50 ways to profit from the economic gloom», Telegraph, 11 luglio 2008.
2) Ambrose Evans-Pritchard, «Monetarists warn of crunch across Atlantic economies», Telegraph, 11 luglio 2008. «European recession looms as Spain crumbles», Telegraph, 15 luglio 2008.
3) Sir William Rees-Mogg, «This recession could easily tips into a depression», Times, 14 luglio 2008.
4) Citato da Pino Cabras, «Strategie per una Guerra mondiale», Cagliari 2008, pagina 65.

martedì 15 luglio 2008

Sentenza su Bolzaneto: una vergogna di Stato

A sette anni dalle violenze perpetrate a Bolzaneto dalle cosiddette Forze dell'Ordine, i giudici di Genova hanno pronunciato la sentenza contro i 44 ufficiali, guardie carcerarie e medici imputati di aver sottoposto a sevizie più di duecento persone che avevano partecipato alle manifestazioni di quei giorni.

Dopo dieci ore di camera di consiglio, il verdetto ha cancellato l'ipotesi di crudeltà e tortura sostenuta dalla Procura.
Assolve trenta imputati e ne condanna solo 15. E contro una richiesta di poco meno di 80 anni di reclusione, i giudici ne hanno inflitto solo 24.

Ma grazie alla prescrizione e all'indulto, nessuno dei condannati finirà in galera.
Ecco cio' che accade in un Paese che si definisce ancora democratico.

Inserisco uno stralcio della requisitoria del pubblico ministero nel marzo scorso "Le persone erano arrestate; la guerriglia urbana era finita da tempo. Nessuno di loro si era ribellato o aveva fatto resistenza. Erano inermi. Eppure mancò rispetto e il riconoscimento dei diritti. Picchiati; umiliati; messi a carponi e fatti abbaiare come cani; offesi; costretti a stare ore su una gamba sola; rapati o insultati".
Con la frase conclusiva "Speriamo che nel nostro Paese non si ripetano mai più fatti del genere".

Dopo questa sentenza la speranza e' ancor piu' flebile.


G8: le divise impunite di Bolzaneto
di Angelo Miotto – Peacereporter – 15 Luglio 2008

Lunedi' 14 luglio, dopo le 22.00. L'agenzia Ansa: ventitre' anni e nove mesi di reclusione per quindici 15 imputati e assoluzione per 30: e' la sentenza emessa questa sera dopo 11 ore e mezza di camera di consiglio dalla terza sezione del tribunale di Genova presieduta da Renato Delucchi. I Pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati avevano chiesto condanne nei confronti di 44 imputati per oltre 76 anni di carcere con pene variabili da 6 mesi a 5 anni e 8 mesi di reclusione e una sola assoluzione. In pratica i giudici hanno ridotto di un terzo sia le richieste di condanna che il numero dei condannati. Non hanno inoltre confermato per la maggior parte degli imputati il reato di abuso d'ufficio doloso, contestato dai pm in sostituzione del reato di tortura non ancora previsto dal nostro ordinamento giudiziario.

Le storie, i resoconti di chi e’ passato da Bolzaneto – molti arrivavano dalla macelleria della Diaz – non hanno bisogno di trovare conferme sulla loro veridicita'. Quello che e' accaduto ormai si sa, le responsabilita' sono chiare. Il problema, pero' e' che i cittadini di uno Stato di diritto, quelli che credono nel rispetto delle leggi e che non cercano giustizia con le ronde auto-organizzate, vorrebbero capire come mai su un caso di cosi' inaudita violenza in divisa, o in camice militare, ci si possa mettere sette anni per arrivare a una sentenza risibile nel suo essere drammaticamente grottesca.

Possiamo ricordare quelle giornate. Lo facciamo. Ma c'e' una ferita che non si puo' chiudere fra cittadini, forze di polizia, politica e magistratura. Manca il reato di tortura, dal processo Bolzaneto, e da quello della Diaz. Manca perche' Lega e Alleanza nazionale si sono messe di traverso nell'ultimo scorcio di legislatura Prodi. E la discussione in aula su un testo di compromesso e’ saltata per la crisi di governo. Non ci sono norme per la riconoscibilita' degli agenti in tenuta antisommossa, i difensori hanno fornito in questi anni foto degli imputati di piccole dimensioni, rovinate, che hanno reso praticamente impossibile i riconoscimenti. Eppure, l'accusa pubblica nel processo aveva chiuso la requisitoria con toni duri contro le divise sotto processo e documentato ampiamente la notte, e i giorni, del black-out democratico in Italia.
Ma la sentenza dice un'altra cosa, anche se a onor del vero si dovra' attendere il dispositivo per capire la scelta dei giudici. Le vittime hanno un risarcimento monetario, i ministeri di Giustizia e Interni devono risarcire. Questa forse e' l'unica buona notizia: non per i soldi, ma perche' il risarcimento dice di chi e' stata la responsabilita' politica: c'erano Roberto Castelli, l'ingegnere leghista, e Claudio Scajola, di Forza Italia. Anche se a Genova, in visite alle caserme, c'era Gianfranco Fini, con il suo codazzo di Alleanza Nazionale.

Quando viene meno la fiducia del civis nelle istituzioni che lo rappresentano, il cittadino si sente suddito. Perche' da suddito viene trattato. I ragazzi usciti da Bolzaneto non hanno dimenticato, ancora oggi. I risarcimenti sono dovuti, ma non sono la pozione dell'oblio. E, nonostante la fragilita' della memoria collettiva, anche solo a pochi anni di distanza e con casi come quello di Federico Aldrovandi a Ferrara ammazzato di botte dalla polizia, piazza del Municipio di Napoli prima del G8 genovese, i soprusi denunciati all'interno delle carceri, i pestaggi nei Cpt, la sentenza di queste ore pone seri interrogativi al mondo politico, su come recuperare la fiducia del civis nelle sue istituzioni. Dal 2001 a oggi nessuno e' riuscito – ha voluto – chiarire quella pagina buia della democrazia italiana. Il rischio e' che cio' che non viene metabolizzato possa prima o poi tornare galla, perche' irrisolto. Ecco perche' il comunicato del Comitato verita' e giustizia per Genova ha un titolo che colpisce per la gravita', al primo colpo d'occhio. Ma pone con forza un interrogativo che andrebbe risolto con chiarezza il prima possibile.

A BOLZANETO UNA PAGINA NERISSIMA, L'ITALIA E' ANCORA UNA DEMOCRAZIA?
Un totale di "soli" 24 anni di pene per i maltrattamenti fisici e morali inflitti ai detenuti nella caserma di Bolzaneto e' certamente poco, ma intanto il tribunale ha condannato 15 persone, fra agenti e personale sanitario, confermando che in quella caserma e' stata scritta una delle pagine piu' nere nella storia recente delle nostre forze dell'ordine.
Quel che emerge e spaventa e' come il nostro paese considera le violazioni dei diritti fondamentali: un reato lieve e destinato alla prescrizione per i tribunali, niente di rilevante per la politica, incapace in questi anni di approvare una legge sulla tortura e di sospendere dal servizio i funzionari (spesso addirittura promossi!) imputati nei processi seguiti al G8 di Genova. A Bolzaneto furono commessi abusi inaccettabili: i maltrattamenti dei detenuti sono del tutto incompatibili con una democrazia. In questi anni e’ stato favorito in modo irresponsabile un clima di impunita'. Alle forze politiche e al parlamento chiediamo: l'Italia e' ancora una democrazia?

Enrica Bartesaghi
Lorenzo Guadagnucci

lunedì 14 luglio 2008

Il post 8 Luglio

Qui di seguito due articoli sul post 8 Luglio, giorno della manifestazione di Roma contro il governo e la classe dirigente italiana piu' in generale, Papa compreso.

Intanto corre l'obbligo di ricordare che oggi il premier italiano ha chiesto che venisse suonato "O sole mio" a Parigi in occasione della nascita dell'Unione per il Mediterraneo. Altro fulgido esempio di quanto sia provinciale e piccolo in tutti i sensi, oltre ad essere stato totalmente emarginato dall'iniziativa di Sarkozy.

Inoltre Berlusconi, alla vigilia dell'incontro tra Olmert e Abu Mazen, ha chiosato con un banalissimo "C'è davvero da sperare che questa volta possa esserci una conclusione positiva".

Complimenti! Ora torni pure in Sardegna a cantare "O sole mio" con Apicella.


Dalla parte della piazza
di Oliviero Beha - 14 Luglio 2008

Dal giorno della manifestazione «No Cav Day», a Piazza Navona, l’attenzione dei media si è spostata sempre più e più insistentemente sul cosiddetto lodo post-girotondino del «cui prodest?». A chi conviene o è convenuta una chiamata in piazza di questo tipo? E via con l’elenco delle ipotesi peraltro per lo più coincidenti e riassumibili nel classico «si fa il gioco di Berlusconi» e nell’aggiornato «così si fotte la sinistra, a partire da Veltroni». Per carità, politici e analisti (i primi di parte per costituzione... i secondi per format) fanno benissimo dal loro punto di vista.

Fanno benissimo, cioè, a battere sul gioco che hanno sempre fatto, quello della politica politicante, della scacchiera partitocratrica, delle variabili di folla (e poi sulle performance di comici, di soubrette, di «giustizialisti» ancora in vita che citano «fellatio» più o meno manifeste insieme alla «excusatio non petita» della memorabile formuletta, solo lievemente arrangiata per l’occasione). Sembra loro, e vorrebbero far sembrare alla opinione pubblica sempre meno opinione e sempre più pubblica, che il centro della questione sia quello. Anche se questo gioco fondato sulla realtà della politica e non sull’aspetto rovesciato di essa forse ha contribuito pesantemente a portare il Paese nelle condizioni in cui è. E in cui è maturata la manifestazione di Piazza Navona, come pure le sortite parlamentari quotidiane sui vari lodi che intaccano da un lato la Costituzione e dall’altro la «giustizia della giustizia», se così posso esprimermi.

Quindi siamo al paradosso che lo stesso coro greco mediatico che ha accompagnato la classe politica (intesa come classe dirigente complessiva) lungo questo precipizio, circonfusa dai privilegi, invece di vigilare affinché non facesse rotolare l’Italia per la scesa, adesso biasima sguaiatamente chi dal palco mette in guardia sul precipizio stesso. Paradosso che perde di forza di fronte alla seguente e banale osservazione: ma è logico che facciano così, se no dovrebbero confessare la loro collusione con la «deriva» del Paese sotto i colpi della «casta».

Ma torniamo al «cui prodest»: giacché si preoccupano come cani di Pavlov più o meno solo di quello, noi freghiamocene per un momento. Ragioniamo diversamente. Non il criterio di «ciò che conviene» ma quello del «se sia giusto oppure no». In sintesi, è stata «giusta» la piazza peraltro e fortunatamente strapiena, è stato «giusto» il palco e i variegati oratori, è stata «giusta» nel suo insieme la manifestazione? Vediamo. Se l’importante era dare un segnale di non condiscendenza né rassegnazione né menefreghismo nei confronti di ciò che sta facendo il Governo sotto gli occhi di tutti in quanto eletto para-divinamente dalla maggioranza degli italiani, formula democratica che significherebbe in realtà piuttosto la garanzia delle minoranze (se no siamo alla «proprietà privata» del Paese), beh, più giusta di così si muore. Se era altrettanto importante far sapere che la piazza era contro chiunque avesse favorito per zelo, interesse od omissione dai banchi dell’opposizione il «lavoro sporco» del Governo, era giusta a ugual ragione. Chiunque attenti alla Costituzione, dal primo (cittadino) all’ultimo (cittadino), deve sapere che non lo farà con il consenso più o meno tacito e più o meno elettorale degli italiani. Giusta la piazza, allora, e meno male che era piena. Era giusto il palco, ossia chi c’era e ciò che ha detto?

Al di là degli attacchi alle persone che hanno parlato sulla base del solito «cui prodest» qui accantonato per cercare di uscirne, sono stati contestati modi e eloqui poco garbati, specie di Grillo e la Guzzanti. In un certo senso, si sarebbe preteso che Grillo non avesse fatto il Grillo e così pure la Guzzanti si fosse deguzzantinizzata. Perché? Per la migliore riuscita della manifestazione, per non spaccare la sinistra, non urtare Napoletano né il Papa ecc. Ma se il Paese fosse ridotto come infatti è, e quindi bisognoso di svegliare le coscienze, e ci fosse stato sul palco qualcuno di caratura superiore, forse non saremmo ridotti come siamo, a dibattere intorno a un cratere.
Abbiamo insomma un palco «logico», proporzionato al Paese in avviata decadenza. Vi aspettavate il Che? Ma via...

Poi qualcuno degli oratori sarà stato più felice, qualche altro recitava una parte, qualcuno forse vendeva una merce, e infine il tasso di pathos, di dolore per lo stato del Paese poteva essere variabile. E si avvertiva, giù, nella piazza sudata e compatta. Ma insomma, era un palco all’altezza o al livello di un’Italia sfinita, che appunto si specchia nei lavori parlamentari. Quindi senza troppe ciance in politichese sul «cui prodest», giusta la piazza, giusto eppur discutibile il palco, giusta la manifestazione nel suo complesso. Quello che è davvero sbagliato è il punto cui siamo arrivati, sfarinandoci per la china: la stessa classe politica che ha ridotto il Paese così, «a misura di Piazza Navona» sia pure a contrariis, negli ultimi quindici anni è ancora più o meno in sella, più o meno con gli stessi ruoli. Non va a casa mai nessuno. Ancora. Si usano sempre pesi e misure diverse: pensate se l’anno scorso ci fosse stato Berlusconi stesso, e non un tal Cicu, intercettato per le scalate bancarie in telefonate che il Gip Forleo intendeva utilizzare in un processo mentre il Presidente della Repubblica manifestava (eufemismo!) disagio. Che sarebbe accaduto? Saremmo scesi in piazza con un anno di anticipo?

Ancora: nella confusione, è evidente che Di Pietro punta a far crescere i suoi voti, ma almeno lo fa sostenendo delle tesi imperniate sulla legalità. Se poi ha cadaveri nell’armadio, rivediamo volentieri tutto il mobilio. E l’immobilio. E Grillo? Fenomenale motore mediatico, è arrivato al galoppo computerizzato al «tanto peggio tanto peggio», che non inficia la bontà di un’analisi ma rischia di farla diventare un’intemerata spettacolare senza futuro. Che non sia la guerra civile. Parliamone. Quanto all’asterisco di molti degli oratori («che volete da me? sono solo un comico», oppure «faccio satira», oppure «sono solo un giornalista» ecc.), è semplicemente il rogito notarile e allarmante circa un Paese strafatto, anche senza bisogno di cocaina. Dice: «Una risata vi seppellirà». Magari, ma poi? Temo che con le risate non si ricostruisca nulla. Mi contenterei di un po’ di rigore e altrettanta serietà.
Per il cabaret, rimando al film omonimo e all’epoca che rappresentava. Per ora qui siamo a una Weimar all’amatriciana. Per ora.


Lettera di Sabina Guzzanti al Corriere della Sera

Caro Direttore,
per tutti quelli scioccati dalla stampa di questi giorni, voglio rassicurare: non siete impazziti e non sono nemmeno impazziti i giornali. La questione è molto semplice, questo sistema fradicio e corrotto vede nell'eliminazione del dissenso l'unica possibilità di salvezza. Scrive Filippo Ceccarelli su Repubblica in relazione al mio intervento a piazza Navona: «Nulla del genere si era mai visto e ascoltato a memoria di osservatore». Questa cosa, Ceccarelli, si chiama libertà. Non hai mai visto una persona che chiama le cose col suo nome, anche quelle di cui tutti convengono sia assolutamente vietato parlare, come l'ingerenza inaccettabile del Vaticano nella vita politica del Paese e nelle vite private dei cittadini italiani. Caro Ceccarelli, hai fatto un'esperienza straordinaria. Col tempo apprezzerai la fortuna di esserti trovato lì l'8 luglio.

Quello che hanno visto i presenti e gli utenti di internet è una piazza ricolma di gente, che è stata in piedi per tre ore ad ascoltare e ad applaudire entusiasta. Gli interventi più criticati dai media sono quelli che hanno avuto indiscutibilmente più successo. Nel mio intervento, al contrario di quello che tanti bugiardoni hanno scritto, gli applausi più forti sono stati sulle critiche alla politica del Vaticano e le frasi più forti fra quelle sono state applaudite ancora di più. Questa manifestazione è stata il giorno dopo descritta come un fallimento, un errore, un autogol. Stampa e tv hanno tirato fuori il manganello e con i mezzi della diffamazione, della menzogna e dell'insulto stanno cercando di scoraggiare chi ha partecipato, a continuare. Alcune ovvie piccole verità: — A sinistra si lamentano del fallimento della manifestazione quando l'unico elemento di insuccesso è costituito dai loro stessi interventi. Se non avessero parlato in tanti di insuccesso a dispetto dei fatti, la manifestazione sarebbe stata percepita per quello che è stata: un successone. — Berlusconi e i suoi sono furiosi per quanto è accaduto e il sondaggio che direbbe che Berlusconi ci ha guadagnato lo ha visto solo Berlusconi.

Quello che dice potrebbe non essere vero. L'intenzione di espellere Di Pietro era già evidente da parte del Pd e non è per me e Grillo che i due si sono separati. Pare che Veltroni gli preferisca Casini. Non è una battuta. — Le parlamentari che hanno difeso la Carfagna sostenendo che io in quanto donna non posso attaccare un'altra donna, insultando me sono cadute in contraddizione. — Pari opportunità e Carfagna sono due concetti incompatibili come Previti e giustizia. — È falso che non si possa criticare il presidente della Repubblica. Si può e ci sono buone ragioni per farlo ad esempio impugnando il parere dei cento costituzionalisti sul Lodo Alfano. — È falso che non si possa criticare e attaccare il Papa. Si può e ci sono buone ragioni per farlo. Ho letto un po' dappertutto che il Papa sarebbe una figura super partes. Super partes non è uno che si schiera con tutte le sue forze su ogni tema, dalla scuola ai candidati alle elezioni, alla moda e alla cucina, con interventi spesso molto al di sotto delle parti, cosa su cui anche la Littizzetto, esimia collega, ha efficacemente ironizzato.

— La reazione furibonda di tutto il mondo politico alle parole di alcuni liberi pensatori, dimostra che gli interventi fatti sono stati importanti ed efficaci. La repressione dei media rivela la debolezza politica di una classe dirigente che in entrambi i poli è nata a tavolino. Gli unici elementi che hanno una oggettiva radice popolare e sono rappresentati in Parlamento allo stato attuale, sono Lega e Di Pietro.

E crescono. Berlusconi e Pd calano vertiginosamente. C'è un partito finto, il Pd, nato senza idee, tranne quella di fondere due partiti per ingrandirsi con lo stesso criterio con cui si accorpano le banche per essere più forti. Questo partito votato controvoglia dalla maggioranza dei suoi elettori si è rivelato fin dai primi passi un soggetto politico artificiale, che somiglia più a un «corpo diplomatico» che altro. Molti dei vip che lo hanno sostenuto ora sono colti da attacchi isterici constatando che non sta in piedi. Dall'altra parte ci sono delle idee che vogliono essere rappresentate e discusse. Idee davvero alternative a quelle del centrodestra. La qual cosa, nel momento in cui si cerca di costruire un'alternativa, ha la sua porca importanza e fa sì che queste idee vengano considerate oggettivamente interessanti dall'opinione pubblica. Per quanto riguarda l'annosa questione: «Può un comico fare politica?», si tratta anche qui di una domanda che non esiste in natura. È ovvio e tutti sanno che chiunque parli a un pubblico fa politica. È ovvio che la politica in una democrazia la fanno tutti. Ma la vera domanda che si pone è: può un comico ottenere molto più consenso politico di un politico? Può il discorso di un comico essere molto più politico di quello di un politico? I fatti dicono di sì e tocca abbozzare. Potete anche continuare a menare le mani, ma sarebbe meglio fare uno sforzo di comprensione. D'altra parte parlo per me ma credo anche a nome degli altri, le nostre idee sono lì e si possono usare gratuitamente.

Approfittatene.

domenica 13 luglio 2008

Libano: nuovo governo, Hezbollah vincitore

Finalmente ieri e’ nato il nuovo governo libanese, guidato sempre da Fouad Siniora ma con 11 ministeri su 30 in mano all’ormai ex opposizione capeggiata da Hezbollah, che e’ il vero vincitore politico dell’ennesimo scontro interno iniziato due mesi fa con i pesanti combattimenti a Beirut, in particolar modo tra i sostenitori sunniti di Hariri e gli sciiti di Hezbollah, e un Paese sull’orlo di una devastante guerra civile.

Intanto nelle ultime 48 ore si e’ registrato anche un grande successo delle diplomazie siriane e libanesi.
I presidenti di Siria e Libano hanno avuto due colloqui ieri e oggi a Parigi. Bashar al Assad ha annunciato che presto il ministro degli Esteri siriano Walid al Mouallem si recherà a Beirut per preparare una visita a Damasco del presidente Michel Suleiman.

Ieri infatti, nel corso di una conferenza stampa congiunta a cui erano presenti i capi di Stato di Francia, Libano, Qatar e Siria, era stato annunciato un accordo tra i presidenti Assad e Suleiman sull'avvio di relazioni diplomatiche tra i due Paesi.

Tutto cio’ per la somma gioia degli USA, tagliati completamente fuori da queste iniziative diplomatiche di grande successo.
Un altro segno dell’acclarata perdita d’influenza degli USA nell’area mediorentale.


Beirut, nasce il governo nel segno di Hezbollah
di Michele Giorgio – Il Manifesto – 12 Luglio 2008

«Questo è un governo che garantirà al Libano un brillante futuro e restituirà fiducia nella costituzione». Non aveva dubbi il premier Fuad Siniora ieri mentre presentava al capo dello stato Michel Suleiman il nuovo esecutivo di unità nazionale che guiderà fino al prossimo anno, quando in primavera i libanesi andranno alle urne, si spera con una nuova legge elettorale più equilibrata di quella in vigore. Certo Siniora, fedele esecutore delle direttive americane e del leader sunnita Saad Hariri, non può vantarsi di aver contribuito in questi ultimi due anni ad appianare le divergenze tra il fronte «14 marzo» filo-occidentale e anti-siriano e l'opposizione guidata dal movimento sciita Hezbollah. Ma in queste sono ore in Libano in cui nessuno ha interesse e voglia di riaccendere le polemiche.

Un po' tutti si accontentano e ricordano che appena due mesi fa il paese è stato sull'orlo della guerra civile con i miliziani di Hezbollah e quelli di Hariri impegnati in scontri a fuoco a Beirut Ovest. Un confronto politico e militare ma anche religioso tra musulmani sunniti e sciiti che nel nord del paese, a Tripoli, non si è ancora spento ed appena tre giorni fa ha fatto altri cinque morti. Sbaglia però chi crede - a cominciare dalle principali tv satellitari arabe, Jazeera e Arabiya - che nell'accordo di governo appena raggiunto non ci siano «né vinti, né vincitori». Al contrario è evidente che l'opposizione («ex» a questo punto) guidata da Hezbollah, ha ottenuto risultati politici importanti, primo fra tutti ben 11 ministri su 30. Un numero di dicasteri che rappresenta anche un diritto di veto poiché le decisioni più rilevanti del governo saranno prese con una maggioranza di 2/3.

Il secondo governo Siniora sarà ricordato per la presenza di ben cinque ministri del partito cristiano dei Liberi Patrioti dell'ex generale Michel Aoun, alleato Hezbollah. Il blocco aounista ha ottenuto, oltre alla poltrona di vicepremier, assegnata al braccio destro dell'ex generale, Osama Abu Jamra, anche dicasteri strategici come l'energia, le telecomunicazioni, l'agricoltura e gli affari sociali. Hezbollah si è accontentato di un ministero, quello del lavoro, affidato a Muhammad Fneish, già all'energia nel passato governo, ma altri tre importanti ministeri (tra cui quello degli esteri) sono stati assegnati a uomini vicini a Nabih Berri, presidente sciita del Parlamento ed esponente di primo piano delle forze dell'opposizione. Hezbollah inoltre è riuscito a imporre la nomina a ministro dello sport di Talal Arslan, un nemico giurato del leader druso antisiriano Walid Junblat. Lo scorso maggio Arslan, con l'intervento armato dei suoi uomini, risultò determinante per la vittoria dell'opposizione nel Jabal Druso.

La maggioranza invece può vantare la nomina a ministro dell'istruzione di Bahia Hariri, sorella dell'ex premier Rafik Hariri ucciso in un attentato nel 2005 e zia del leader della maggioranza Saad Hariri. Al presidente della repubblica Michel Suleiman (non ostile ad Hezbollah) è stata riservata una quota di tre dicasteri. È evidente che il diritto di veto permetterà al movimento sciita e ai suoi alleati di bloccare qualsiasi iniziativa volta a disarmare la resistenza e rappresenterà un ostacolo per l'attuazione delle sentenze del Tribunale internazionale, chiamato nei prossimi mesi a giudicare i presunti responsabili dell'assassinio di Hariri, e che nei desideri degli Stati Uniti e dei suoi alleati in Libano, dovrà mettere sul banco degli imputati la Siria accusata da più parti di aver diretto l'attentato all'ex premier libanese.

Il nuovo governo, che giurerà mercoledì prossimo, è però figlio anche nel clima un po' più disteso che si respira nei rapporti tra Siria e Libano e nelle relazioni tra Europa e Damasco. Oggi i presidenti siriano Bashar Assad e libanese Suleiman si incontreranno all'Eliseo in presenza del loro omologo francese Nicolas Sarkozy e dell'emiro del Qatar Ahmad Ben Khalifa Al Thani. Al termine del faccia a faccia, Suleiman e Assad leggeranno un comunicato congiunto e non è escluso che possano annunciare uno storico scambio di ambasciatori. Assad che a Parigi avrà colloqui con il presidente Sarkozy a margine della conferenza Euromediterranea, parteciperà anche alla parata del 14 luglio.

sabato 12 luglio 2008

Tsahal: l’esercito terrorista di Israele

Pochi giorni fa l’esercito israeliano ha compiuto un’incursione nella citta’ palestinese di Nablus, governata da uomini di Abu Mazen e non di Hamas, dimostrando per l’ennesima volta cosa sia capace di compiere durante tali missioni in territorio straniero.

L’agenzia Reuters ha dato la notizia in maniera asettica ma qui di seguito invece ci si puo’ rendere conto di cio’ che quasi quotidianamente compie in Palestina Tsahal, l’esercito israeliano.

Queste sono solo “normali” incursioni di routine, che vanno ad aggiungersi ai bombardamenti aerei, agli “omicidi mirati” con missili lanciati da elicotteri, ai cannoneggiamenti dei carrarmati, ai rastrellamenti casa per casa.

Va infatti ricordato che nel 2002 Nablus era stata quasi rasa al suolo da quel ben armato e professionale gruppo militare terrorista di nome Tsahal.


Cosa hanno fatto a Nablus?
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 12 Luglio 2008

WEST BANK: Nablus è una città palestinese in Cisgiordania. Va precisato: non è una città di Gaza, governata da Hamas, dove quindi tutto è permesso. Sta nell’enclave governata dal patetico Abu Mazen, che collabora con Israele, e la cui terra, in teoria, è riconosciuta come futura Palestina.

Ebbene: per la Reuters, il 9 luglio scorso, in questa cittadina di 140 mila abitanti arabi, il glorioso Tsahal ha «saccheggiato il municipio, rubando computer e provocando danni». Il giorno prima, «le forze israeliane hanno saccheggiato uno ‘shopping center’ e ne hanno ordinato la chiusura per due anni». Fin qui l’agenzia di stampa (1).

Ma sentiamo come ha raccontato i fatti in una mail a due amiche americane una donna del luogo, moglie di un medico palestinese, la quale ha un master in inglese conseguito alla Università dell’Illinois (2).

«Nei tre giorni passati, la gente qui a Nablus s’è svegliata traumaticamente, scoprendo che l’armata israeliana ha confiscato la sua proprietà pubblica in un modo molto organizzato e ben progettato. Ecco cosa è successo. La prima notte, verso le 12, numerosi veicoli militari accompagnati da grandi container hanno attaccato una scuola, un ospedale, una moschea. Le porte d’entrata sono state spaccate con esplosivi. Tutti i mobili all’interno, e tutte le attrezzature, gli strumenti e gli incartamenti e insomma tutta la proprietà sono stati presi e caricati dai soldati sui camion da trasporto. Non avrei mai immaginato che queste cose potessero essere prese. Computer, schedari, telecamere, le cattedre e i banchi della scuola, persino le porte; incredibile. I luoghi sono stati svuotati, lasciati in uno stato orrendo, danneggiati. Hanno ordinato che la scuola e la clinica restino chiuse per tre anni. La seconda notte un grosso shopping center, chiamato ‘Nablus Mall’, è stato saccheggiato alo stesso modo. In questo edificio ci sono oltre una cinquantina di negozi, fra cui una banca, negozi di mobili (è in uno di questi che vi ho comprato il regalo, cara Laura e cara Nancy), un ristorante, un supermarket, molti uffici. I beni in quattro di questi luoghi sono stati svuotati e portati via su camion nel mezzo della notte. Hanno lasciato un foglietto dov’è scritto che il luogo deve restare chiuso per due anni, che le proprietà che sono state prese, o rubate o confiscate, appartengono all’esercito israeliano, e che chi osasse entrare sarà imprigionato. Nelle stesse ore, hanno fatto incursioni in cinque moschee, mettendole a soqquadro...».

«Infine, la notte scorsa, l’edificio del municipio di Nablus è stato colpito allo stesso modo... I computer che sono usati per il servizio dell’acqua e della luce sono stati tutti portati via, con gli schedari e tutto il resto. Durante l’aggressione alcuni di questi beni sono stati danneggiati, e i guardiani notturni, in tutti questi casi, sono stati picchiati. Non ci crederete, ma cinque grandi autobus che portano gli studenti, e che sono della scuola, sono stati presi e caricati su pianali di grandi camion. Non sappiamo a chi toccherà questa notte. Forse si prenderanno le cose di casa, i mobili, gli attrezzi da cucina, chi può dirlo?Nessuno possiede più niente. Noi tutti apparteniamo all’armata israeliana. La nostra terra, i nostri ulivi, i nostri corpi, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, il cibo che prendiamo dal supermercato, i nostri parenti che sono in prigione, i nostri letti e le sedie... Cosa ci lasciano? I cervelli, forse. Non so cosa aggiungere, non c’è nulla da aggiungere. State bene e scrivetemi, perchè mi sento isolata e in qualche modo vulnerabile, senza più contatti. Vi amo molto».

C’è una certa differenza tra i due resoconti. Quello della Reuters, «giornalistico» è la forma di censura più sottile: l’informazione la dà, ma come un’operazione di routine di polizia; censura lo sgomento, l’angoscia e il senso di espropriazione di esseri umani che subiscono questo sopruso. Provate a mettervi nei suoi panni, provate a pensare se succedesse a voi, alla vostre case, al vostro supermercato, al vostro municipio.

Forse vi ricorderebbe tutti i racconti celebrati nella sola «Memoria» che è obbligatorio coltivare: la Notte dei Cristalli, l’esproprio dei bottegai ebrei, l’eterno bambino ebreo che esce a mani alzate, la vita espropriata del ghetto di Varsavia... la stessa cosa accade oggi, davanti alla nostra generazione. Ma se lo dite, siete «antisemiti». I razzisti siete voi, non loro.

Anche se - da un sondaggio dell’agenzia ebraica Ynet, è risultato quanto segue (3): oltre 50 israeliani su cento considerano il matrimonio di una donna ebrea con un arabo, tradimento nazionale. Il 50% crede che lo Stato debba «incoraggiare» gli arabi ad emigrare; il 55 % vogliono locali pubblici separati per ebrei e arabi; il 31% provano un eccesso di odio quando sentono parlare arabo, e il 50%, provano paura. Il 56% considerano gli arabi una minaccia demografica. Il 37%, una razza inferiore. Il 40% non vuole che possano votare. Il 75% si oppone a quartieri misti arabo-ebraici. Questo è il risultato di una educazione, di una «cultura» razzista.

Intanto, il giornale ufficiale dell’Autorità Palestinese - dunque non di Hamas, ma del governo collaborazionista - ha accusato le autorità israeliane di condurre esperimenti clinici sui detenuti arabi. Ha parlato di iniezioni somministrate a prigionieri, uomini e donne, dopo le quali «hanno perso in modo permanente i capelli e la barba. Altri prigionieri hanno perso i sensi, altri la vista, altri l’equilibrio mentale; altri ancora sono diventati sterili».

Tutta propaganda, ha replicato Israele. Forse. Non possiamo controllare. Se almeno gli europei chiedessero di visitare le prigioni di Sion, e i suoi detenuti, forse potremmo con più tranquillità ripetere che è tutta propaganda. Ma non sappiamo, e non possiamo mandare delegati a vedere. E non c’è nulla, nella «cultura» israeliana, che per principio escluda esperimenti su esseri inferiori.

Abbiamo solo qualche mail, di qualche signora palestinese che scrive inglese. Notizie per pochi.

Ciò che è accaduto a Nablus, resta ignorato dall’immensa maggioranza di noi. Così, un giorno, avremo la scusa: «Non sapevamo, non potevamo immaginare...». Eppure accade a Nablus, vivace centro culturale palestinese (4). Non tanto lontana da noi, in nessun senso.

Il suo nome glielo diede Vespasiano, quando la fondò dal nulla nel 72, e la chiamò Flavia Neapolis; ancora i crociati la chiamavano «Napoli». Erano altri tempi, un’altra civiltà. Il Mare Nostrum. Oggi sul Campidoglio, come sappiamo, sventola la stella di David.


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1) «Israeli troop raid City Hall and mosques in West Banks», Reuters, 9 luglio 2008.
2) «Report from Nablus: «We all belong to Israeli Army», Mondoweiss, 9 luglio 2008. Mondoweiss è il blog che tiene il giornalista invesigativo Philip Weiss per il New York Observer, il periodico per cui lavora. O meglio per cui lavorava, dato che Peter Kaplan, e il proprietario del giornale Jared Kushner, lo hanno licenziato un anno fa per «aver scritto cose sbagliate su Israele». Weiss, ebreo, collabora anche a The Nation e al The American Conservative.
3) Roee Nahmias, «Marriage with an Arab is national treason», YNet.news, 27marzo 2008.
4) Le atrocità a Nablus sono di norma. Nel 2002, l’esercito ha occupato la città praticamente radendola al suolo; i carri armati Merkava erano affiancati da bulldozer che squarciavano i vicoli della città, demolendo gli edifici, spesso con le famiglie dentro. Secondo il dottor Ghassan che dirige il locale Medical Relief, «Negli ultimi 6 anni sono morte 975 persone a Nablus, oltre a 7.000 feriti, 1.000 dei quali hanno riportato disabilità permanenti, anche molto gravi». A Nablus conoscono per esperienza le nuove armi israelane, «una sorta di bombe di precisione che infliggono ferite terribili, a causa di particolari schegge mai viste prima, di un materiale quasi polveroso, in grado di spappolare gli organi interni e non rintracciabile ai raggi x».
Armi da genocidio, da sfoltimento demografico.

venerdì 11 luglio 2008

Iraq: terrorismo di Stato made in USA e GB

La storia ci insegna che il metodo del divide et impera messo in atto dalle potenze economico-militari nel corso dei secoli si e’ sempre dimostrato molto efficace e viene tuttora utilizzato in varie parti del mondo.

Qui di seguito un lungo e interessante articolo affronta l’argomento analizzando come USA e GB stanno mettendo in pratica questo eterno metodo in Iraq.
Niente di nuovo naturalmente, ma e’ sempre bene rinfrescare la memoria.

TERRORISMO DI STATO: LE OPERAZIONI SEGRETE INGLESI ED AMERICANE IN IRAQ
di Andrew G. Marshall – Global Research – 25 Giugno 2008
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di EPICUREO


Un raggio di luce nel “Mondo Oscuro”

Nel Gennaio del 2002, il Washington Post pubblicò un articolo dettagliato di un piano della CIA presentato al Presidente Bush poco dopo l’11 settembre dal direttore della CIA George Tenet intitolato "Worldwide Attack Matrix" (Matrice di Attacchi su scala Mondiale) che “descriveva una campagna clandestina di antiterrorismo in 80 Paesi del mondo.
Quello che stava proponendo rappresentava una impressionante e rischiosissima svolta nella politica Americana e avrebbe dato alla CIA la più completa e totale autorità nella sua storia”.
Il piano assegnava alla CIA ed alle Forze Speciali “operazioni segrete su scala mondiale” e “al cuore della proposta era la raccomandazione che il Presidente avrebbe dovuto lasciare alla CIA quella che Tenet chiamava 'un’autorità eccezionale' per attaccare e distruggere Al Qaeda in Afghanistan e nel resto del mondo.”
Tenet descriveva il neccessità di una simile autorità come “il bisogno per l’agenzia di operare senza restrizioni e richiedeva anche l’incoraggiamento del Presidente a prendere rischi.” Tra le varie autorizzazioni, raccomandata era quella dell’uso di una “forza mortale”.
Ancora, “Un’altra proposta fu quella di incrementare i legami della CIA con i servizi segreti di altri Paesi chiave” perchè “sfruttandoli si potrebbe triplicare o quadruplicare l’efficacia della CIA.”
Il World Wide Matrix “descriveva operazioni segrete in 80 Paesi al mondo già in corso o che era consigliato effettuare immediatamente. Le azioni collegate a la propaganda sarebbero state da preparazione per interventi militari”, e segue: “In qualche Stato, la CIA potrebbe compiere irruzioni per ottenere le informazioni.”[1]
P2OG: "Seminare terrore per incitare al terrore…per poi poter reagire al terrore”
Nel 2002, il Consiglio Scientifico di Difesa del Pentagono (DSB) condusse uno “Studio estivo su operazioni speciali e raccordo delle forze per il supporto alla Guerra al Terrorismo,” parte del quale fu fatto trapelare alla Federazione degli Scienziati Americani.
Secondo il documento, la “Guerra al Terrore” costituisce una [lotta a] “avversari decisi, pieni di risorse e sparpagliati per il mondo in possesso di ricchezze strategiche,” che richiederà agli USA di impegnarsi in “lunghe, a volte violente, guerre senza confine.”
Per come lo descrive l’Asia Times, questo documento espone il progetto statunitense di “combattere il fuoco con il fuoco.”
Molte delle “proposte sembrano spingere i militari in territori tradizionalmente controllati dalla CIA, sollevando dubbi sul fatto che tali missioni dovrebbero essere sottoposte alle stesse restrizioni imposte alle attività della CIA.”
Secondo il Presidente del DSB, “La CIA esegue i propri piani usando le risorse del Dipartimento della Difesa."
Specificatamente, il piano “raccomandava la creazione di una speciale attività di supporto di intelligence, un’organizzazione chiamata P2OG (Proactive, Preemptive Operations Group – Gruppo di Operazioni Preventive e Proattive), per mettere insieme azioni segrete, informazioni di guerra, intelligence e inganni della CIA a dei militari.
Per esempio, il Pentagono e la CIA vollero lavorare insieme per incrementare lo sviluppo dell’intelligence umana (HUMINT), e la sua presenza operazionale, e impiegare nuove tecniche clandestine.”
Lo scopo del P2OG dovrebbe essere di “stimolare reazioni tra i terroristi e tra gli Stati in possesso di armi di distruzione di massa, in pratica punzecchiare le cellule terroriste per spingerle all’azione ed esporle a una pronta reazione delle forze americane.”[2]
In altre parole, seminare terrore per incitare il terrore, per poi reagire al terrore.
Il Los Angeles Times riportò nel 2002 che, "Il Ministero della Difesa stava organizzando un esercito segreto d’elite con accesso a tutte le risorse disponibili per le operazioni segrete. Sarebbero state create nuove organizzazioni.
Le missioni delle unità esistenti sarebbero state riviste,” e citando l’allora Ministro della Difesa Donald Rumsfield, “Prevenzione e supremazia sono… l'unica difesa dal terrorismo.”[3]
Chris Floyd descrive schiettamente il P2OG su CounterPunch, dicendo, "Il governo degli Stati Uniti sta pianificando di usare 'coperture e inganni' e operazioni militari segrete per provocare sanguinosi attacchi terroristici contro innocenti. Ripetiamolo: Donald Rumsfeld, Dick Cheney, George W. Bush e altri membri di questo regime non eletto stanno progettando di stimolare deliberatamente l’assassinio di persone innocenti - la tua famiglia, i tuoi amici, il tuo amore, tu – per conseguire le loro ambizioni geopolitiche.”[4]
"I problemi" con l’Iraq
Il 5 Febbraio del 2007, il Telegraph riportava che, "Nel cuore della 'Zona Verde'[in Iraq], un complesso amministrativo pesantemente fortificato a Baghdad, si nasconde uno dei segreti più strettamente custoditi di tutta la Guerra in Iraq.
E’ una cellula parte di una piccola unità dell’esercito britannico che prende l’anonimo nome di Gruppo di Supporto - Joint Support Group (JSG)." I membri del JSG "sono addestrati a far cambiare lato ai peggiori terroristi, assoldandoli come spie della coalizione usando metodi sviluppati nelle strade dell’Irlanda del Nord durante gli scontri, quando l’esercito inglese gestiva infiltrazioni nell’organizzazione IRA a quasi tutti i livelli.
Dall’inizio della guerra nel 2003 sono riusciti a conquistarsi dozzine di doppi agenti iracheni.” Hanno “lavorato con il Servizio Aereo Speciale [SAS] e la Delta Force Americana prendendo parte all’unità antiterroristica con base a Baghdad conosciuta come Task Force Black."
E’ stato scritto che, “Durante gli scontri nell’Irlanda del Nord, l’unità JSG operava sotto il nome di Force Research Unit (FRU), la quale tra gli anni ’80 e ’90 ha gestito le infiltrazioni fino al cuore dell’IRA.
Individuando e convincendo vari membri dell’organizzazione paramilitare a cambiare lato con una varietà di 'incentivi' che variavano dai ricatti alle tangenti, gli operatori del FRU svilupparono agenti in grado di occupare qualsiasi posizione di comando nell'IRA".
"L’unità cambiò nome dopo l’indagine Stevens che accusava di collusione membri delle forze di sicurezza e gruppi protestanti paramilitari, e fino a relativamente poco tempo fa, continuava la lavorare nell’Irlanda del Nord."[5]
Prendiamo atto che il gruppo cambiò nome dopo un’accusa di collusione con dei terroristi, però è importante andare a vedere che genere di accuse gli venivano rivolte.
L’indagine Stevens “contiene clamorose conferme circa l’aiuto prestato da ufficiali dell’intelligence della polizia britannica alla guerriglia Protestante per individuare ed uccidere attivisti cattolici nell’Irlanda del Nord negli anni ’80.”
Era “una politica pubblica discussa ad alti livelli.” L’inchiesta, “mette in luce collusioni, l’intenzionale mancanza di registrazioni, l’assenza di responsabilità, l’insabbiamento di informazioni fino al caso estremo di agenti coinvolti direttamente negli omicidi,” e riconosce “che ci sono state morti di innocenti a causa di questa collusione.”
Queste particolari “accuse riguardano l’attività dell’unità dell’esercito britannico conosciuta come Force Research Unit (FRU) e gli ufficiali della Royal Ulster Constabulary (RUC)."[6]
Nel 2002, il Sunday Herald scrisse circa le accuse fatte dall’allora agente dell’intelligence britannica, Kevin Fulton, che dichiarava, "gli era stato detto dal suo istruttore militare che i suoi collegamenti con i paramilitari sarebbero stati autorizzati dalla stessa Margaret Thatcher." Fulton lavorò per la Force Research Unit (FRU), ed era infiltrato nell’IRA, sempre finchè fu nel libro paga dei militari.
Fulton racconta come nel 1992, riportò ai suoi superiori dell’intelligence come i vertici dell’IRA stavano progettando un lancio di mortaio contro la polizia ed essi non avessero fatto niente per evitare l’attacco nel quale fu uccisa un’agente.
“Infrangevo la legge sette giorni a settimana e i miei superiori lo sapevano – dice Fulton – sapevano che fabbricavo bombe per darle ad altri membri dell’IRA e non fecero niente. Sarebbe bastata una cazzata e avrei potuto morire. L’idea che hanno è che il miglior modo per vincere il nemico è penetrarlo fino ad essere il nemico.”[7]
Nel 1998, l’Irlanda del Nord provò il suo “il peggior attacco terrorista,” come lo dipinse la BBC, nel quale esplose un’auto bomba, uccidendo 29 persone e ferendone 300.[8]
Secondo un articolo del Sunday Herald del 2001, "Le forze di sicurezza non hanno messo le mani sul reale commando dell’IRA responsabile dell'attentato di Omagh perché uno dei terroristi sarebbe stato uno degli agenti infiltrati al quale sarebbe saltata la copertura nel caso in cui l’operazione fosse stata scoperta.”
E racconta Kevin Fulton "dissi per telefono ai miei superiori 48 ore prima dell’attentato di Omagh che l’IRA stava progettando e diedi dettagli su uno dei commandi e sulla loro auto".
Inoltre, "l'uomo ritenuto essere l'agente [infiltrato] è membro anziano dell'IRA"[9]
Nel 2002, fu rivelato che, "uno degli uomini più spaventosi dell’IRA,” John Joe Magee, capo dell’unità di sicurezza interna dell’IRA, conosciuto come il “torturatore capo”, era in realtà “uno dei migliori soldati britannici”, e che “fu addestrato come membro delle forze speciali britanniche.”
Il Sunday Herald pubblicò che “Magee comandò per più di una decade dalla seconda metà degli anni ’90 l’unità di sicurezza interna dell’IRA – la maggior parte di quelli che furono oggetto delle sue investigazioni furono assassinati”, e che “Il compito dell’unità di Magee era proprio quello di scovare, interrogare e uccidere gli agenti britannici che facevano il doppio gioco all’interno dell’IRA.”[10]
Nel 2006, The Guardian riporta che “due agenti britannici erano implicati nel bombardamento di tre istallazioni militari nel 1990.”
La denuncia include la tattica conosciuta come “bomba umana”, che “coinvolge forzatamente civili a guidare auto cariche di esplosivi contro posti di blocco dell’esercito.” Questa tattica "è un’invenzione dei Servizi Britannici".[11]
Nel 2006 fu anche rivelato che “una talpa dell’esercito inglese denunciò l’MI5 di aver predisposto un viaggio per comprare armi in America, dove ottenne detonatori, poi usati dai terroristi per uccidere soldati e ufficiali di polizia”, e che “i Servizi britannici collaborarono con l’FBI per assicurarsi che in questo viaggio a New York non ci fossero stati problemi così da non far saltare la sua copertura.
La tecnologia ottenuta fu utilizzata nell’Irlanda del Nord e poi copiata dai terroristi in Iraq con bomba da strada [roadside bombs] che hanno ucciso truppe britanniche.”[12]
Considerando tutte queste rivelazioni sulle implicazioni britanniche con i terroristi dell’IRA e la complicità in attentati attraverso il FRU, quali prove ci sono che le stesse tattiche non siano state usate anche in Iraq sotto il diverso nome di Joint Support Group (JSG)?
Le reclute del JSG in Iraq sono estremamente addestrate e quelli “che passano il corso possono aspettarsi di essere destinati a Baghdad, Bassora o in Afghanistan."[13]
P2OG in azione
Nel settembre del 2003, mesi dopo l’invasione iniziale dell’Iraq, cominciata nel Marzo del 2003, la moschea Sciita più sacra venne fatta saltare in aria, uccidendo tra le 80 e le 120 persone, tra le quail c’era anche un popolare religioso sciita, e gli iracheni incolparono di questo le forze americane.[14]

Nell’Aprile del 2004, un giornalista Americano in Iraq, Dahr Jamail, scrisse nel New Standard che, "Per le strade di Baghdad si dice che la fine delle auto bomba da allora in poi sia la prova che dietro di esse ci sia la CIA.” Jamail intervistò un dottore che dichiarò che “Gli Stati Uniti istigano all’aggressione. Se tu non mi attacchi io non ti posso attaccare. Gli USA stimolano l’aggressività della popolazione irachena!”
Questa descrizione segue alla lettera le linee guida stabilite dal documento del Pentagono sul P2OG circa “incitare il terrore” o “prevenire attacchi terroristi”.[15]
Settimane dopo il primo incidente che coinvolse un soldato delle SAS britanniche a Bassora, nell’Ottobre del 2005, fu riportato che americani furono “catturati mentre preparavano un’auto bomba a Baghdad,” e che “gli iracheni catturarono due americani travestiti da arabi mentre cercavano di far saltare in aria una macchina piena di esplosivo nel centro di un’area residenziale a Baghdad Ovest martedì. … I residenti del quartiere di al-Ghazaliyah [dissero che] la gente catturò gli americani quando parcheggiarono la macchina piena di esplosivo in un vicinato in al-Ghazaliyah martedì pomeriggio.
Trovarono che i due erano sospetti cosicché detennero gli uomini prima che potessero fuggire. Fu allora che si accorsero che i due erano americani e chiamarono…..la polizia. Naturalmente insieme alla polizia arrivarono le forze americane che presero i due in custodia prima che qualsiasi domanda gli potesse essere posta.”[16]
Fu scritto nel Maggio del 2005 che un uomo iracheno fu arrestato, dopo aver testimoniato circa un attentato con un auto bomba proprio davanti casa sua, con l’accusa di aver sparato a una guardia nazionale irachena.
Però, “la gente dell’area denuncia che l’uomo non ha sparato a nessuno e che fu arrestato solo perché testimone dell’attentato. Dicono che avrebbe visto una pattuglia Americana passare di li pochi minuti prima, fermarsi nel punto dell’esplosione per qualche minuto giusto qualche minuto prima avvenisse.
Egli sarebbe sceso subito in strada dicendo a vicini e passanti che una pattuglia di americani era passata di li e che o aveva piazzato la bomba o l’aveva vista ma non aveva fatto niente per evitare l’esplosione.
Poco dopo fu portato via.” Un’altra storia fu pubblicata lo stesso mese ed ebbe luogo a Baghdad, dove un automobilista iracheno si vide confiscare la patente e la macchina a un posto di blocco e gli fu detto di “recarsi in un campo militare americano vicino l’aereoporto di Baghdad per un interrogatorio e per ritirare la sua patente.”
Una volta lì dopo qualche domanda gli fu detto di andare a ritirare la propria patente a una stazione di polizia irachena nella quale era stata spedita e di fare presto. L’uomo partì in tutta fretta, però fu presto allarmato dalla sensazione che la sua macchina stesse trasportando un carico pesante e da un elicottero che volava basso sopra la sua testa e che lo seguiva.
Fermò la macchina, la ispezionò accuratamente trovando quasi 100kg di esplosivo nascosti nel sedile posteriore e sulle due portiere posteriori.
L’unica spiegazione logica di questo incidente è quella che la bomba fu installata dagli americani per farla saltare nel quartiere sciita di al-Khadimiya. L’elicottero doveva monitorare Ii movimenti dell’auto e testimoniare l’ennesimo bagno di sangue voluto dai “terroristi”.[17]
Nell’Ottobre 2005, il Sydney Morning Herald pubblicò che, "L’unità antiterrorismo dell’FBI avviò una larga indagine sul giro di furti nelle basi USA dopo aver scoperto che vari veicoli usati per gli attentati con auto bomba in Iraq, inclusi quelli che avevano ucciso truppe della coalizione e civili iracheni, erano stati probabilmente rubati negli Stati Uniti, secondo uno degli ufficiali del Governo.”
E poi, “L’inchiesta cominciò dopo che le truppe della coalizione in una incursione in una fabbrica di bombe a Falluja lo scorso Novembre trovarono un veicolo registrato in Texas e già pronto per un attentato esplosivo.
Gli investigatori dicono che ci sono svariati casi di veicoli rubati negli USA e finiti in Siria, nei Paesi del Medio Oriente in generale e ultimamente nelle mani della insorgenza irachena, inclusa al-Qaeda in Iraq.”[18]
Nel 2006, la moschea di Al-Askariya nella città di Samarra fu bombardata e distrutta. Fu costruita nel 944, più di mille anni fa ed era una delle moschee sciite più importanti del mondo. La grande cupola dorata che lo copriva fu costruita nel 1904 fu distrutta nell’attacco del 2006 che fu portato da uomini vestiti come agenti delle Forze Speciali Irachene.[19]
L’ex analista della CIA per 27 anni, che presiedette le riunioni giornaliere con vari presidenti, Ray McGovern, dichiarò, “Non escludo un coinvolgimento dell’Occidente nell’attento di questa settimana alla moschea di Askariya.”
E poi cita, “La domanda principale è Cui Bono? Chi trae benefici da questo genere di cose? Non c’è bisogno di essere un cospirazionista o un paranoico per pensare che ci sono un sacco di possibili sospetti e non solo sunniti. Come si sa, ufficiali britannici sono stati arrestati travestiti da arabi mentre giravano in auto, è cosi che vanno queste cose.”[20]
Squadroni della morte per la “Libertà”
Nel Gennaio del 2005, Newsweek scriveva che il programma del Pentagono chiamato “Opzione Salvador” fu discusso per la sua applicazione in Iraq.
Questa strategia “risale alla guerra dell’amministrazione Reagan contro la guerriglia in El Salvador nei primi anni ’80.
Allora, facendo fronte ad una sconfitta nella guerra contro i ribelli del Salvador, il governo degli USA fondò e supportò forze “nazionaliste” che a quanto si dice includevano i cosiddetti squadroni della morte, che avevano il ruolo di trovare e uccidere i leader ribelli e i simpatizzanti per la guerriglia.”
Portando la strategia in Iraq, “una proposta del Pentagono sarebbe stata di inviare un team di Forze Speciali per convincere, supportare e possibilmente addestrare Squadroni in Iraq, molto probabilmente tra i combattenti Kurdi Peshmerga e i miliziani Sciiti, al fine di attaccare i ribelli Sunniti e i loro simpatizzanti, soprattutto lungo il confine con la Siria, secondo membri militari a conoscenza delle discussioni.”[21]
Il Times scrive che, “il Pentagono sta pensando di formare unità d’attacco di combattenti Kurdi e Shia per colpire i vertici dell’insorgenza irachena con una strategia presa in prestito dalla guerra americana contro la guerriglia comunista nell’America Centrale 20 anni fa.
Sotto il piano chiamato 'Opzione El Salvador', le forze americane ed irachene sarebbero mandate a uccidere o rapire i capi dei ribelli.” Continua, “Le squadre d’attacco sarebbero un argomento controverso e verrebbero tenute segrete,” così come “L’esperienza dei cosiddetti Squadroni della Morte in America Centrale rimane molto dura per molti ancora adesso e contribuisce a macchiare l’immagine degli USA nella regione.
John Negroponte, l’ambasciatore americano a Baghdad, ebbe allora come adesso un posto in prima fila come Ambasciatore dell’Honduras dal 1981 al 1985.”[22]
Al Giugno 2005, esecuzioni di massa avevano avuto luogo in Iraq per 6 mesi e, “quello che colpisce particolarmente è che tutti questi omicidi sono cominciati proprio quando le squadre di polizia sono diventate operazionalmente attive e spesso corrispondono anche le zone nelle quali queste forze sono state dispiegate."[23]
Nel Maggio 2007, un iracheno ex collaboratore delle forze Americane per 2 anni e mezzo dichiarò, ”Ero un soldato dell’esercito iracheno nella guerra del 1991 e durante il ritiro dal Kuwait decisi di cercare asilo politico in Arabia Saudita; uno fra tanti che erano nella mia stessa situazione. Qui cominciò il processo di arruolamento tra le forze americane, lì c’era un comitato di militari americani che scelse un numero di iracheni che sarebbero stati arruolati come volontari e sarebbero stati trasferiti in America, io fui uno di quelli.” Egli racconta come dopo l’invasione del 2003 dovette ritornare in Iraq per “svolgere specifiche funzioni assegnategli da agenzie americane.”
Tra le operazioni che doveva svolgere, fu messo “a capo di un’unità che doveva commettere assassini per le strade di Baghdad.”
Continua specificando, “I nostri compiti erano di commettere singoli omicidi, L’esercito di occupazione ci forniva nomi, foto e mappe con i movimenti abituali delle vittime da e verso le proprie abitazioni così potevano dirci, per esempio, di uccidere uno sciita in al-A’zamiyah e un sunnita a Madinat as-Sadr e noi andavamo.” Poi, “Chiunque nell’unità commettesse errori veniva giustiziato, Tre membri della mia squadra furono uccisi perché avevano fallito nell’assassinio di un importante politico a Baghdad.”
Rivela che questo lavoro sporco delle unità irachene, americane e straniere, “non si limitava agli assassinii, ma qualcuna di esse era specializzata in bombe e autobombe in zone residenziali e nei mercati.”
Continua argomentando che “le operazioni con autobombe e l’esplosione di ordigni nei mercati erano portate a termine in diversi modi, il più conosciuto di essi tra le truppe USA era piazzare bombe nelle auto ai posti di blocco mentre facevano le ispezioni o anche mentre svolgevano interrogatori. Dopodichè la persona veniva convocata in una delle basi americane, o gli veniva chiesto di andare con la sua auto carica di esplosivo verso una stazione di polizia locale o in un mercato, e la sua auto esplodeva.”[24]
Dividi e Conquista?
Craig Murray, ex Ambasciatore Inglese in Uzbekistan, scrisse nell’Ottobre del 2006 che, "Le prove che gli Stati Uniti contribuiscano direttamente alla creazione dell’attuale guerra civile in Iraq con la loro strategia segreta di sicurezza sono molto forti.
Storicamente non è niente di nuovo, dividi e domina fu una strategia delle potenze coloniali che ha resistito al passare del tempo. Difatti fu già usata dalle truppe di occupazione britanniche circa 85 anni fa. Comunque, probabilmente nello scenario attuale gli USA l'hanno riproposta creando un movimento inarrestabile che, pur indebolendo della resistenza, ha in reaòtà portato a nuovi problemi di controllo e sostenibilità per Washington e Londra ."[25]
NOTE
[1] Bob Woodward and Dan Balz, At Camp David, Advise and Dissent. The Washington Post: January 31, 2002: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/07/18/AR2006071800702.html
[2] David Isenberg, ‘P2OG’ Allows the Pentagon to Fight Dirty. Asia Times Online: November 5, 2002: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/DK05Ak02.html
[3] William M. Arkin, The Secret War. The Los Angeles Times: October 27, 2002: http://web.archive.org/web/20021031092436/http:/www.latimes.com/la-op-arkin27oct27001451,0,7355676.story
[4] Chris Floyd, Into the Dark: The Pentagon Plan to Provoke Terrorist Attacks. Counter Punch: November 1, 2002: http://www.counterpunch.org/floyd1101.html
[5] Sean Rayment, Top Secret Army Cell Breaks Terrorists. The Telegraph: February 5, 2007: http://www.telegraph.co.uk/news/uknews/1541542/Top-secret-army-cell-breaks-terrorists.html
[6] Michael S. Rose, Britain's "Dirty War" with the IRA. Catholic World News: July 2003: http://www.cwnews.com/news/viewstory.cfm?recnum=23828
[7] Home Affairs, The army asked me to make bombs for the IRA, told me I had the Prime Minister’s Blessing. The Sunday Herald: June 23, 2002: http://findarticles.com/p/articles/mi_qn4156/is_20020623/ai_n12576952/pg_2
[8] BBC, UK: Northern Ireland Bravery awards for bomb helpers. BBC News: November 17, 1999: http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/northern_ireland/524462.stm
[9] Neil Mackay, British double-agent was in Real IRA's Omagh bomb team. The Sunday Herald: August 19, 2001: http://findarticles.com/p/articles/mi_qn4156/is_20010819/ai_n13961517
[10] Neil Mackay, IRA torturer was in the Royal Marines; Top republican terrorist. The Sunday Herald: December 15, 2002: http://findarticles.com/p/articles/mi_qn4156/is_20021215/ai_n12579493
[11] Henry McDonald, UK agents 'did have role in IRA bomb atrocities'. The Guardian: September 10, 2006: http://www.guardian.co.uk/politics/2006/sep/10/uk.northernireland1
[12] Enda Leahy, MI5 'helped IRA buy bomb parts in US'. Sunday Times: March 19, 2006: http://www.timesonline.co.uk/tol/news/uk/article742783.ece
[13] Sean Rayment, Top Secret Army Cell Breaks Terrorists. The Telegraph: February 5, 2007: http://www.telegraph.co.uk/news/uknews/1541542/Top-secret-army-cell-breaks-terrorists.html
[14] AP, U.S. Blamed For Mosque Attack. CBS News: September 2, 2003: http://www.cbsnews.com/stories/2003/09/02/iraq/main571279.shtml
[15] Dahr Jamail, Dahr Jamail Blog From Baghdad. The New Standard: April 20, 2004: http://www.countercurrents.org/iraq-jamail200404.htm
[16] FMNN, UNITED STATES CAUGHT IN IRAQ CAR-BOMBING. Free Market News Network: October 14, 2005: http://www.freemarketnews.com/WorldNews.asp?nid=1326
[17] Michael Keefer, Were British Special Forces Soldiers Planting Bombs in Basra? Global Research: September 25, 2005: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=KEE20050925&articleId=994
[18] Bryan Bender, Cars stolen in US used in suicide attacks. The Sydney Morning Herald: October 4, 2005: http://www.smh.com.au/news/world/cars-stolen-in-us-used-in-suicide-attacks/2005/10/03/1128191658703.html
[19] Sam Knight, Bombing of Shia shrine sparks wave of retaliation. The Times Online: February 22, 2006: http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/iraq/article733559.ece
[20] Prison Planet, Former CIA Analyst: Western Intelligence May Be Behind Mosque Bombing. Prison Planet: February 26, 2006: http://www.prisonplanet.com/articles/february2006/260206mosquebombing.htm
[21] Michael Hirsh and John Barry, "The Salvador Option". Newsweek: January 14, 2005: http://www.pagecache.info/pagecache/page13480/cached.html
[22] Roland Watson, El Salvador-style 'death squads' to be deployed by US against Iraq militants. The Times Online: January 10, 2005: http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/iraq/article410491.ece
[23] Max Fuller, For Iraq, "The Salvador Option" Becomes Reality. Global Research: June 2, 2005: http://www.globalresearch.ca/articles/FUL506A.html
[24] AMSII, Ordered Assassinations, Sectarian Bomb Attacks Targeting Iraqi Civilians. Association of Muslim Scholars in Iraq: May 12, 2007: http://heyetnet.org/en/content/view/490/27
[25] Craig Murray, Civil War in Iraq: The Salvador Option and US/UK Policy. CraigMurray.org: October 18, 2006: http://www.craigmurray.org.uk/archives/2006/10/civil_war_in_ir.html


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giovedì 10 luglio 2008

Iran-Israele: l’estenuante braccio di ferro

Dopo le grandi esercitazioni effettuate dall’aviazione israeliana nel giugno scorso, anche l’Iran ha mostrato al mondo quanto pesantemente potrebbe danneggiare Israele qualora fosse attaccato.

Ieri c’e’ stato il lancio del missile Shahab-3, in grado di colpire tranquillamente Israele, e oggi il sito della tv di Stato iraniana ha annunciato nuovi test missilistici nel Golfo.

La tensione tra Israele e Iran continua quindi a salire, lasciando supporre un sicuro showdown nei prossimi mesi; ma tutto e’ ancora possibile e l’esito finale potrebbe rivelarsi un semplice braccio di ferro psicologico tra i due Paesi.

Sempre che alla fine prevalgano realpolitik e raziocinio.

Stato di Guerra
di Christian Elia – Peacereporter – 9 Luglio 2008

Se l'intensità di una crisi fosse misurabile dal modo in cui le parti in causa digrignano i denti, tra l'Iran e Israele la guerra sarebbe dietro l'angolo. Non sempre, per fortuna, va così. Dopo le grandi esercitazioni militari israeliane nel Mediterraneo, all'inizio di giugno, oggi l'esercito iraniano ha testato (a suo dire) con successo cinque nuovi razzi. Uno di questi avrebbe la gittata necessaria a colpire il cuore di Tel Aviv.

Le grandi manovre. Lo aveva già anticipato ieri Alì Shirazi, hojatoleslam (titolo onorifico che indica un'autorità religiosa) dei Guardiani della Rivoluzione, truppe d'élite religiose iraniane, dichiarando: ''Se vi sarà un attacco contro i nostri impianti nucleari, l'Iran metterà a ferro e a fuoco Tel Aviv e le navi statunitensi che incrociano nel Golfo Persico. La prima pallottola sparata dagli Usa contro l'Iran provocherà la distruzione degli interessi vitali Usa in tutto il mondo''. Le parole infuocate di Shirazi annunciavano le manovre delle forze aeree e navali dei Guardiani nel Golfo. L'esercitazione è stata chiamata Profeta 3 e avviene a poche miglia di distanza dalla concentrazione di navi militari Usa, sempre più numerose, schierate a difesa dello stretto di Hormuz, via di transito del 40 percento del commercio mondiale del petrolio, che l'Iran minaccia spesso di chiudere. Durante le esercitazioni è stato testato, con successo, secondo fonti governative iraniane, il razzo Shahab 3 che ha una gittata tale da raggiungere Israele. Il giorno prima dell'inizio delle manovre di Profeta 3, le marine militari di Usa, Gran Bretagna e Bahrein (sede della Quinta flotta Usa) avevano a loro volta terminato manovre congiunte durate cinque giorni. Nello spazio di poche miglia marine e di pochi giorni, dunque, sembra che gli eserciti mostrino i muscoli. A meno di un mese, come detto, dalle più grandi esercitazioni recenti dell'aviazione israeliana che hanno simulato operazioni in uno spazio aereo identico a quello che separa Tel Aviv dall'Iran. C'è poco da stare allegri.

Mostrare i muscoli. Lo ha confermato, all'inizio di luglio, l'ammiraglio Usa James Winnefeld, comandante della Sesta flotta Usa nel Mediterraneo, secondo cui l’Iran probabilmente lancerà un attacco con missili balistici contro Israele, e gli Stati Uniti e gli alleati Nato devono prepararsi a questa eventualità. Una sorta di guerra psicologica che, in alcuni casi, assume anche tratti grotteschi. Il 29 giugno scorso, ad esempio, il generale iraniano Mir Faisal Baqer Zadeh ha ordinato che venissero scavate 320mila fosse in tutte le province dell'Iran. Tanti sono, secondo il zelante militare, i soldati nemici che perderebbero la vita in un eventuale attacco al Paese degli ayatollah. Intervistato dall'agenzia iraniana Farsnews in merito alla vicenda, Zadeh ha spiegato che la decisione è stata presa per rispettare i protocolli di Ginevra rispetto alla sepoltura dei militari nemici. Boutade a parte, la tensione resta alta. Ma molti osservatori internazionali sono propensi a escludere un confronto militare diretto tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall'altra. Nessuna invasione come nel caso dell'Iraq, nel 2003, per intenderci. Vengono ritenuti probabili invece, come confermato nei giorni scorsi da fonti del Pentagono, altri scenari. In primis un bombardamento mirato dell'aviazione israeliana sui siti nucleari iraniani, in alternativa un certosino lavoro di destabilizzazione interna del regime degli ayatollah fino al suo collasso.

Il fronte interno. Un report, pubblicato dal quotidiano israeliano Jerusalem Post il 4 luglio scorso, racconta di come tra i collaboratori più stretti della Guida Suprema della Rivoluzione, l'ayatollah Khamenei, sia stato deciso di varare un piano chiamato 'Difesa Passiva' per contenere, prevenire e annientare le operazioni di destabilizzazione da parte di paesi stranieri. Il presidente Ahmadinejad, da tempo, denuncia il tentativo dei nemici dell'Iran di fomentare le minoranze del Paese (dove i persiani sono il 51 percento della popolazione) contro il governo centrale. Gli arabi del Khuzestan, i curdi, gli azeri, i baluci e così via. In effetti, negli ultimi mesi, c'è stata una recrudescenza di attentati e scontri armati in queste province tra ribelli e forze dell'ordine, ma non si è mai potuto dimostrare che questa tensione sia foraggiata dall'estero. Gli ayatollah, però, hanno deciso di muoversi per tempo, secondo le fonti del Jp. L'operazione 'Difesa Passiva' s'ispira alla strategia israeliana attuata nelle comunità di frontiera durante la guerra in Libano del 2006. Il concetto è che una prima difesa venga affidata a milizie volontarie territoriali, coordinate dal ministero degli Interni di Teheran, i cosiddetti Basiji, che contano su circa 12 milioni di uomini in tutto il Paese. A loro spetta una prima difesa della comunità, ma soprattutto un attento lavoro d'intelligence locale, per scoprire spie e infiltrati. Il conflitto armato, si spera, potrà essere evitato, ma i vertici iraniani si sentono già sotto assedio.

mercoledì 9 luglio 2008

Ingrid Betancourt: il backstage della liberazione

Sono trascorsi ormai gia’ alcuni giorni dalla liberazione di Ingrid Betancourt e, dopo i primi naturali momenti di euforia e gioia per la riacquistata liberta’ della donna, e’ giunto il momento di ragionare con obiettivita’ sulle modalita’ con cui si e’ arrivati alla liberazione e il timing scelto da Uribe e dall’esercito per dar inizio all’operazione decisiva.
E soprattutto, ora si puo' conoscere meglio chi ha guidato la missione che ha portato alla liberazione della Betancourt.

Comunque, nei prossimi mesi si comprenderanno meglio anche altre cose, relative in particolar modo alle conseguenze politiche che questa liberazione ha gia’ prodotto e produrra’ sul versante della guerra con le FARC e sullo scenario legato alle prossime elezioni presidenziali colombiane.


Punti di vista
di Viola Conti – Peacereporter – 7 Luglio 2008

Da cinque giorni, la stampa internazionale sta facendo a gara a chi in maniera più approfondita la vicenda Betancourt e per la prima volta in quaranta anni la guerra colombiana sale alla cronaca. Il due luglio, un’operazione militare ha riportato a casa 15 ostaggi, strappandoli dalle mani delle Farc. Fra loro, la franco-colombiana candidata alla presidenza della repubblica, Ingrid Betancourt, sulla quale si sono concentrati tutti i riflettori. Dopo sei anni, 4 mesi e dieci giorni nella selva, la donna diventata in questi anni il simbolo della lotta al sequestro e della richiesta di un accordo umanitario quale unica via per la pace, è stata accolta con ogni onore da Bogotà all’Eliseo, dove il presidente Sarkozy l’ha lodata e confortata. E con lui l’intera opinione pubblica francese ed europea. Eppure, fra i commossi racconti di una giornata tipo nell’impervia e inclemente selva amazzonica e ringraziamenti a tutti coloro che si sono impegnati per riportarla a casa, Ingrid, da sempre critica verso la tradizionale oligarchia di palazzo corrotta e corruttibile, e paladina di un paese più giusto, ha lodato l’acerrimo rivale di sempre, il presidente al suo secondo mandato Alvaro Uribe, e il suo fedele scudiero, Mario Montoya, il capo di quel esercito che l’ha condotta in salvo.

Dubbi. Nelle tante dichiarazioni concesse alla stampa da quella donna così carismatica e forte, nessun dubbio sul dietro le quinte di quel blitz pieno di punti poco chiari. Nessuna perplessità sulla scelta sostenuta da Palazzo Narino di liberarla con la forza a rischio della vita sua e dei suoi compagni. Anzi: “Meglio un secondo di libertà, che un giorno di prigionia”, ha ripetuto, scatenando commozione e parole di lode per tanto coraggio. Ma Ingrid Betancourt non ha espresso neppure qualche perplessità sulla ragione che avrebbe spinto un presidente finora così pigro nelle trattative per riportarla a casa a trasformarsi, nel bel mezzo di una bufera giudiziaria che rischiava di seppellirlo, in tenace persecutore del riscatto a tutti i costi pur di riaverla a casa (e nonostante in molti pensino che la Betancourt sia una probabile candidata eccellente alle presidenziali del 2010, dove Uribe cercherà per la terza volta la rielezione). E se a questo si aggiunge il calorosa abbraccio che la 47enne appena scesa dall’elicottero della libertà ha riservato a quella montagna in mimetica di Montoya, a capo dell’operazione che ha messo in scacco alle Farc, le perplessità aumentano. È chiaro che 2380 giorni di angoscia, umiliazioni, maltrattamenti, 2380 giorni in catene cambiano la prospettiva. È comprensibile che il suo unico pensiero sia stata la libertà a qualsiasi costo e che chiunque sia per lei meglio di quei carcerieri senza cuore che l’hanno costretta a una non vita, lontano dai figli e dagli affetti, in sospeso da te stessa. Figurarsi l’uomo che lei pensa essere l’artefice materiale della fine di un tale incubo. Ma stringere fra le braccia uno del calibro di Montoya…

Chi è l'uomo dell'abbraccio. Sì perché dietro quel sorriso smagliante e soddisfatto coperto dal berretto militare, si cela un personaggio a dir poco dubbio. Nato nel 1949 nello stato occidentale del Cauca, nella sua lunga carriera ha ricevuto venti decorazioni, fra cui la medaglia dell’esercito Usa. Ha lavorato come comandante in buona parte della Colombia e ha una specializzazione in alto comando presa all’Università delle Ande. Ha frequentato la Scuola superiore di guerra, un corso avanzato sui blindati a Fort Knox, Stati Uniti, e ha svolto tirocini militari in Gran Bretagna. Ma, fra un onorificenza e l’altra si nascondono enormi scheletri. Il National Security Archive (Nsa), Ong Usa, ha rintracciato un dispaccio dell’ambasciata di Washington a Bogotà del 1979, dove si rivela che “un battaglione di intelligence dell’esercito colombiano capeggiato da Montoya creò in gran segreto un’unità clandestina terrorista fra il 1978 e il ‘79”. Si chiamava Allenza anticomunista americana (Aaa) e si rese responsabile di “molti attacchi dinamitardi, sequestri e assassinii di uomini di sinistra”. A riferirlo il giornalista investigativo Michael Evans sul settimanale colombiano Semana, nel giugno 2007. I documenti, finora rimasti coperti da segreto, ma ormai resi pubblici per decorrenza dei termini, “segnalano la preoccupazione del dipartimento di Stato per i vincoli che una delle unità della Forza Congiunta, la Brigada 24 capitanata da Montoya, aveva con i paramilitari e in particolari con quelli dislocati a La Hormiga, dove fu scoperta una fossa comune”, ha aggiunto Evans.

Non solo. Montoya era a capo della IV Brigata dell’esercito, con giurisdizione nel municipio di Bojayà, Chocò, quando venne commessa la famigerata mattanza: 119 civili massacrati in una chiesa della frazione di Bellavista. Era il 2 maggio 2002. In quell’occasione, nonostante per ben tre volte il battaglione venne avvisato dell’imminente pericolo che correva la popolazione, Montoya non mosse un dito. Anzi, il 21 aprile, almeno sette imbarcazioni con circa 250 paracos dell’Autodifesa unita della Colombia passarono un controllo permanente della marina, un altro della polizia e un terzo dell’esercito, senza che nessuno facesse niente per fermarli. Anzi, i paramilitari arrivarono imperterriti a Bellavista, dove si stabilirono nei due centri abitati, zona di guerriglia Farc. L’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani lanciò l’allarme il 23 aprile, denunciando l’incursione paramilitare e chiedendo alla Procura generale della nazione e al Difensore del popolo di prendere misure di tutela della popolazione. Questi organi si unirono all’appello. Ma senza risultati. Il primo maggio cominciarono gli scontri tra Farc ed Auc. Più di trecento persone si rifugiarono nella chiesa di Bellevista e di loro si fecero scudo i paracos. Così, il giorno dopo, i guerriglieri lanciarono una bombola di gas piena di esplosivo per far fuori le Auc, ma questa cadde sulla chiesa: 119 persone morirono. Fra questi, 44 bambini. Più di cento i feriti e i mutilati. L’esercito arrivò soltanto cinque giorni dopo. E il comandante Montoya sembrò commuoversi davanti alle telecamere mostrando una scarpa da bambino. Peccato che, secondo le testimonianze raccolte sul posto da Ips, quella calzatura era troppo costosa per poter essere appartenuta a un bambino di Bellavista.
La giustizia militare e la Procura indagarono per omissione i militari coinvolti, ma il comandante ha continuato come se niente fosse la sua carriera. E quest’anno, un tribunale amministrativo ha giudicato lo Stato colpevole di omissione. Eppure, Montoya nessuno lo ha toccato.

E non è finita qua. È anche implicato nella cosiddetta Operazione Orione, del 15 ottobre 2002 scatenata nella Comuna 13 di Medellin, quartiere poverissimo. Quattordici persone morirono e testimoni e Ong parlano di altre cinquanta sparite nelle settimane successive. Responsabili: Montoya e un gruppo paramilitare, il Bloque Cacique Nutibara, che “puntavano a eliminare la guerriglia dalle periferie della città”. Tutto questo in base a documenti della Cia pubblicati dal Los Angeles Times.
Un passato quantomeno inquietante, dunque, che alcuni considerano, invece, brillante e pieno d’onore. Fra questi, Alvaro Uribe, che nell’annunciare mercoledì 2 luglio l’esito della operazione di riscatto di Ingrid Betancourt dichiarò con orgoglio che al comando dell’operativo c’era Montoya, l’uomo della operazione nella Comuna 13 di Medellin, per la quale il presidente non ha che speso parole di elogio. Questione di punti di vista.

martedì 8 luglio 2008

L’ennesimo inutile G8

Anche quest’anno si e’ celebrata l’inutile parata dei leader dei Paesi membri del G8, con l’aggiunta di Cina e India, e l’immancabile foto di rito.
Un summit che ormai da anni non riesce piu’ a prendere alcuna decisione importante sui grandi problemi che attanagliano il globo.

Calma piatta e noia imperante, con l’unica eccezione fornita da Berlusconi che nel giro di 24 ore ha cambiato radicalmente idea sull’imposizione di sanzioni contro lo Zimbabwe di Mugabe, allinenadosi cosi’ alla posizione degli altri Paesi, favorevoli alle sanzioni.

Ma a movimentare veramente il summit e’ stata la clamorosa gaffe sulla biografia di Berlusconi pubblicata nel 'press kit' che la Casa Bianca ha distribuito ai giornalisti al seguito di Bush.
Il testo recitava letteralmente ”Il premier italiano è stato uno dei più controversi leader nella storia di un paese conosciuto per corruzione governativa e vizio. Principalmente un uomo d'affari con massicce proprietà e grande influenza nei media internazionali. Berlusconi era considerato da molti un dilettante in politica che ha conquistato la sua importante carica solo grazie alla sua notevole influenza sui media nazionali finché non ha perso il posto nel 2006. Odiato da molti ma rispettato da tutti almeno per la sua 'bella figura' (in italiano nel testo) e la pura forza della sua volontà Berlusconi ha trasformato il suo senso degli affari e la sua influenza in un impero personale che ha prodotto il governo italiano di più lunga durata assoluta e la sua posizione di persona più ricca del paese. Da ragazzo guadagnava i soldi organizzando spettacoli di marionette per cui faceva pagare il biglietto di ingresso, e mentre studiava legge a Milano si era messo a vendere aspirapolvere, a lavorare come cantante sulle navi da crociera, a fare ritratti fotografici e i compiti degli altri studenti in cambio di soldi”.

La Casa Bianca avrebbe prelevato la biografia di Berlusconi dalla 'Encyclopedia of World Biography' che risulta aggiornata al mese scorso. Comunque nel giro di poche ore sono arrivate le scuse ufficiali di Bush.

Quindi in sintesi, nessuna decisione seria e concreta e qualche risata alle spalle di Silvio.


In scena a Tokio il G8 del nulla
di Mazzetta – Altrenotizie – 8 Luglio 2008

Ben poche riunioni internazionali hanno avuto meno senso del G8 in corso in Giappone. L'annuale riunione tra gli otto governi auto-proclamatisi “grandi” è stata da tempo svuotata di senso e ridotta ad una passerella ad uso e consumo di folle di giornalisti acritici. Non ci sono potenti riuniti in Giappone, nel senso che nessuno degli otto capi di stato ha il potere di incidere sui grandi mali del tempo; ancora meno ne ha George W. Bush, in scadenza di mandato e bollato come peggior presidente americano di sempre. Da tempo al G8 non si decide più nulla, ci si incontra, si cerca di produrre una dichiarazione decente a chiusura del vertice e ci si da appuntamento all'anno successivo. Lo hanno capito anche gli altermondialisti, sempre meno attirati dalla riunione e lo hanno capito anche i mercati internazionali, che dal G8 non vengono minimamente turbati. In effetti la serie delle ultime riunioni descrive una sequenza di nulla appena decorato da roboanti dichiarazioni immediatamente disattese.

Così ancora non si sono visti i cinquanta miliardi di dollari (una miseria) per aiutare i poveri promessi tre anni fa, che già gli otto grandi si gloriano di aver messo a disposizione un (uno!) miliardo di dollari per aiutare qualche miliardo di persone alla fame per l'aumento del prezzo dei generi alimentari.

Succede lo stesso per le emissioni inquinanti: gli otto grandi paesi occidentali riuniti dichiarano di voler affrontare il tema, ma alla riunione non sono presenti India, Cina e Brasile, veri protagonisti delle rivoluzioni industriali del ventunesimo secolo, mentre è presentissimo quel George W. Bush, per il quale qualsiasi riduzione delle emissioni va bene a patto che non tocchi lo stile di vita degli americani e non incida sui i bilanci delle aziende americane. Come dire che il paese che produce le maggiori emissioni inquinanti non partecipa ai colloqui e, con lui, non partecipano i due giganti emergenti, mentre il paese con le maggiori emissioni (e il maggior consumo di risorse) pro-capite accetta al massimo un accordo che diminuisca le emissioni degli altri. Questo senza considerare la vicinanza ideologica ed economica di Bush alle Big Oil, vicinanza che recentemente lo ha spinto a porre il veto a leggi sul risparmio energetico o sulla limitazione dei consumi degli autoveicoli.

Più che ovvio che da premesse simili non ci sia da attendersi che la consueta passerella ipocrita al termine della quale verrà stilato un comunicato carico di buone intenzioni non vincolanti destinate a rimanere carta straccia. Lo hanno capito tutti, dal nostro Berlusconi fino al premier giapponese, che dal vertice spera di ottenere quel minimo rilancio d'immagine che gli permetta la sopravvivenza politica, ora appesa a un esile filo.

Dopo due mandati bushisti, anche il G8 è ridotto a stracci come la pletora di istituzioni internazionali in realtà controllate dall'Occidente per imporre la propria visione, ma soprattutto il proprio dominio, agli altri paesi. Distrutto come distrutta è la credibilità della World Bank (ormai in coma) e del Fondo Monetario Internazionale. Crollato il muro di Berlino, cresciuta la disponibilità di capitali non occidentali, il G8 e le altre istituzioni costruite dall'Occidente sono oggi come grandi scatole vuote davanti alla quale i leader occidentali recitano a memoria una parte che ormai ha stancato tutti e che di conseguenza non incanta più nessuno.

C'è poco da fare, la retorica dei potenti non affascina e non intimorisce più i paesi in via di sviluppo, che alle vuote promesse occidentali preferiscono gli investimenti e gli affari in moneta sonante di India e Cina. Esemplare in questo senso è la situazione dell'Africa, dove anche i paesi ancora guidate da feroci dittature tenute al guinzaglio dall'Occidente (la maggioranza degli stati africani) tradiscono regolarmente il blocco occidentale consegnando le proprie ricchezze a cinesi ed indiani. Un fenomeno che fa gridare (addirittura..) al “colonialismo” cinese, altra e altissima ipocrisia visto che, Mugabe a parte, non c'è un solo dittatore africano al potere contro il parere del colonizzatore occidentale di riferimento.

Proprio su Mugabe si misura l'ipocrisia occidentale. Inviso ai britannici per aver confiscato qualche anno fa le terre ai farmer bianchi che le avevano ottenute sotto il regime razzista di Ian Smith o prima ancora durante il dominio della British South African Company, il dittatore dello Zimbabwe mantiene la solidarietà di molti leader africani, assolutamente contrari all'inasprimento delle sanzioni contro il regime di Harare. Facile da comprendere: se Mugabe deve essere sottoposto all'ostilità internazionale perché è un dittatore che non permette libertà e democrazia nel suo paese, è facile intuire che, prima o poi, lo stesso potrebbe accadere a al dittatore guineano Teodoro Obiang (che vorrebbe mangiare i testicoli del principale oppositore e che è tanto solidale con Mugabe), a quello congolese Sassou Nguesso e giù a continuare l'elenco con il sanguinario etiope Meles Zenawi, il ciadiano etilista Deby Itno, il centrafricano Bozizè, l'eterno gabonese Bongo Ondimba (al potere dal 1967). Un elenco parziale che già dimostra come tutti i dittatori africani siano graditi all'Occidente, che quasi sempre riconosce loro lo status di “presidente democraticamente eletto” anche quando le elezioni sono farse peggiori di quelle viste in Zimbabwe.

Chiaramente nessun “presidente” africano se la sente di mettere con le spalle al muro un collega che in fondo non è neppure il peggiore; non se lo possono permettere i dittatori dell'Africa sub-sahariana e nemmeno quelli dell'Africa settentrionale, visto che Mubarak, Gheddafi, e il tunisino Ben Ali sono al potere da decenni e gli ultimi due non permettono nemmeno l'esistenza della stampa, figurarsi quella dell'opposizione o di elezioni democratiche. L'Occidente ipocrita ha individuato il cattivo, mentre con gli altri dittatori va a nozze facendo affari e non solo. In Tunisia si è addirittura tenuto nel 2005 il WSIS (World Summit on the Information Society, il summit mondiale della società dell'informazione), con il paradossale effetto di trasportare intellettuali e giornalisti a discutere della libertà del sistema dell'informazione in un paese privo di stampa dove i media sono ossessivamente controllati dal regime e dove anche l'accesso a internet è pesantemente censurato.

A fronte di contraddizioni del genere non ci si può certo attendere quel quasi unanimismo necessario a prendere di petto le grandi sfide di questo inizio di ventunesimo secolo, che infatti non usciranno certo dal G8 giapponese, per organizzare il quale è già stata spesa, principalmente in “sicurezza”, una cifra equivalente a quella promessa agli affamati. Curiosamente, i potenti del mondo si devono riunire circondati da imponenti schieramenti di militari e polizia, non già per sfuggire all'islamico terrorista, ma per tenere a distanza i propri amministrati che da tempo riconoscono e combattono questa ipocrisia. Ne hanno approfittato proprio gli attentatori alla metropolitana di Londra, colpevolmente sguarnita per difendere dai pacifici altermondisti i leader in quei giorni riuniti in Scozia.

Contro di loro gli organizzatori del G8 usano la violenza ed il terrorismo, ogni G8 è preceduto da una campagna mediatica che identifica i contestatori come spietati Unni pronti a tutto. Basta andare con la mente al G8 di Genova, dove addirittura circolò sulla stampa (imbeccata dai servizi italiani) l'imminenza di “attacchi portati dai manifestanti lanciando sacche di sangue infettato dall'AIDS e sparando siringhe usate con cerbottane” (testuale). Ovviamente le “previsioni di pericolo” e le “informative” della vigilia si sono rivelate sempre fantasie anche quando erano più plausibili delle balordaggini partorite dai servizi di Berlusconi, mentre molto reali sono state le detenzioni (spesso preventive) dei manifestanti e le violenze poliziesche esercitate su di essi, anche se fortunatamente queste non hanno raggiunto in alcuna occasione il feroce orrore criminale dispiegato dalle forze dell'ordine italiane a Genova.

Il G8 giapponese produrrà solamente colore e qualche gaffe, George Bush ha già cominciato di buona lena, preceduto però da chi ha redatto le biografie dei leader presenti. Quella di Berlusconi è stata giudicata “insultante” e Bush si è scusato, visto che è stata redatta da mani americane. Nessun errore, solo realismo e precisione nei dettagli tratti dalle pagine della “Encyclopedia of World Biography”. Realismo che fa a pugni con l'ipocrisia sopra menzionata, grazie alla quale diventa offensivo in quel contesto scrivere che il Berlusconi affarista è diventato la persona più ricca di in paese dalla politica corrotta, governando a suo vantaggio grazie al monopolio televisivo. Che al G8 verità e realtà siano ospiti sgraditi non è una novità.

lunedì 7 luglio 2008

Afghanistan: guerra a 360 gradi

In Afghanistan la guerra prosegue incessantemente.
Oggi a Kabul un kamikaze ha fatto strage all'ambasciata indiana, 41 morti e oltre 150 feriti il bilancio provvisorio dell’attentato.
Sempre oggi sono stati compiuti due attentati contro convogli della polizia nel sud dell'Afghanistan. Quattro persone sono morte e sette ferite a causa dell'esplosione di un ordigno collocato sul ciglio di una strada, nella provincia di Uruzgan. Altri tre morti e tre feriti sono il bilancio di un attentato avvenuto nei pressi di Kandahar.

Ieri invece il presidente Karzai ha ordinato l'apertura di un'inchiesta sull'uccisione di 15 civili e il ferimento di altri sette nel bombardamento americano a Waigal, nella provincia orientale del Nuristan. Ovviamente un portavoce delle forze Usa ha invece affermato che nell'attacco sono morti solo una quindicina di guerriglieri.
Ma altre accuse alle forze Usa sono arrivate anche dal governatore di Deh Bala, che ha denunciato la morte di tre uomini e 19 donne, tutti civili, colpiti da un raid degli aerei statunitensi mentre partecipavano a un corteo nuziale.

In sintesi, niente di nuovo dal fronte afghano...


Kabul, attacco all'India
di Enrico Piovesana – Peacereporter – 7 Luglio 2008

Sono almeno quarantuno i morti e centoquaranta le persone ferite nel gravissimo attentato avvenuto stamane all’alba a Shahre Nau, nel pieno centro di Kabul, dove un kamikaze alla guida di un’autobomba si è lanciato contro i cancelli dell’ambasciata indiana.

Kabul accusa i servizi pachistani. “Non siamo stati noi a fare questo”, si è affrettato a dichiarare il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid.
“Riteniamo che l’attentato sia stato realizzato in coordinamento e consultazione con un servizio di intelligence della regione”, si legge in una nota del ministero degli Interni afgano.

Vista la scelta dell’obiettivo, dietro questa strage potrebbero effettivamente esserci militanti legati al Pakistan. I settori più integralisti e nazionalisti dell’esercito pachistano e della sua intelligence (l’Isi) sono infatti molto irritati dalla crescente influenza politica, economica, culturale e ora anche militare che il suo nemico storico, l’India, sta esercitando sull’Afghanistan. Si tratta di quegli stessi ambienti politici e militari che fin dagli anni ’90 hanno sostenuto la necessità che il Pakistan prendesse saldamente il controllo dell’Afghanistan per mezzo di un regime ‘amico’ (i talebani) al fine di scongiurare l’alternativa che a farlo fosse l’India. L’incubo dell’accerchiamento indiano è sempre stata un’ossessione per i generali pachistani, e oggi pare sul punto di avverarsi.

La crescente influenza indiana in Afghanistan. L’amicizia tra il governo afgano di Hamid Karzai e quello indiano non è una novità. L’India è stata fin dal 2002 la potenza regionale che maggiormente ha sostenuto il nuovo regime di Kabul e finanziato la ricostruzione del Paese, cooperando in ogni settore e favorendo un lungimirante processo di ‘colonizzazione culturale’: le nuove generazioni afgane oggi ascoltano musica indiana, si nutrono di film di Bollywood, vestono alla moda indiana. L’India è il loro modello di riferimento, come ‘l’America’ lo era per l’Italia del dopoguerra.

Tutto questo si è combinato con un sentimento antipachistano diffusissimo tra gli afgani, ben consapevoli delle mire espansionistiche e destabilizzatici del ‘Fukistan’ – come spesso lo chiamano – nei confronti del loro Paese.
La crescente tensione militare sul confine afgano-pachistano, con Karzai che ha appena minacciato di inviare i suoi soldati in Pakistan per inseguire i talebani, completano un quadro che agli occhi dell’intelligence pachistana non è certo rassicurante. Soprattutto alla luce del recente accordo tra Kabul e Nuova Delhi per l’addestramento militare dei soldati afgani.

domenica 6 luglio 2008

Un Paese allo sbando

Non sono trascorsi neanche due mesi dalla nascita del nuovo governo che i sondaggi gia’ indicano chiaramente un suo drastico calo di consenso tra la popolazione italiana, ormai completamente sfiduciata da questa “classe dirigente”.
Berlusconi scende infatti dal 61,4% al 46,4%, ma Veltroni fa anche peggio e crolla dal 65% al 40,7%. Prodi, due anni fa, era al 59%.

Ieri poi lo stesso Bossi si era dichiarato d’accordo con Veltroni sul fatto che questo governo non durera’ 5 anni.
Ma come al solito l’unico ad essere sempre ottimista e’ Silvio che dal Giappone ha fatto sapere invece che i suoi sondaggi parlano chiaro "In questo momento, come governo, siamo in costante ascesa, però i giudici scendono".

Come era facilmente prevedibile, anche questo governo non riuscira’ a risolvere i problemi strutturali che affliggono da anni l’Italia e non durera’ l’intera legislatura.


Il Paese in piena sfiducia

di Ilvo Diamanti - La Repubblica - 6 Luglio 2008

Tre mesi dopo le elezioni il Paese è tornato alla normalità triste degli ultimi anni. Sprofondato nella sfiducia. Berlusconi non ha fatto miracoli, neanche stavolta. D'altronde, a differenza del passato, in campagna elettorale non li aveva promessi. Né, probabilmente, gli elettori gli avrebbero creduto.
Gli italiani non hanno votato per lui, il Pdl e la Lega sulla "fiducia". Ma per "sfiducia" nei suoi avversari. Nell'Unione che aveva governato, faticosamente, per neppure due anni. Tre mesi dopo il voto la nebbia è ripiombata e ha avvolto tutto e tutti. Veltroni e il Pd, che nelle stime elettorali scivola indietro. Ma anche Berlusconi e il governo. Verso il quale esprime fiducia il 44% degli elettori. Quindici punti in meno (ripetiamo: 15) rispetto al gradimento ottenuto dal deprecato governo Prodi esattamente due anni fa. Tre mesi dopo il voto, come oggi.

Certo, nel luglio 2006 Prodi aveva "monetizzato" alcuni importanti successi, politici e non: a) il referendum che aveva bocciato le riforme istituzionali volute dalla precedente maggioranza di centrodestra; b) la soddisfazione suscitata dal decreto Bersani sulle liberalizzazioni; c) infine, la vittoria della nazionale italiana ai mondiali di calcio in Germania. Un patrimonio di fiducia che il governo Prodi avrebbe dissipato in fretta, a partire dalla legge sull'indulto, poche settimane dopo. Tuttavia, due anni fa, l'Unione aveva vinto le elezioni quasi per caso, mentre il centrodestra di Berlusconi, tre mesi fa, ha conseguito un trionfo. Ciò nonostante, nel Paese è tornata la sfiducia di sempre.

Quattro le ragioni, suggerite dal sondaggio.

1. In primo luogo, l'insoddisfazione verso le prospettive dell'economia nazionale e familiare: mai così elevata, mai così diffusa negli ultimi tre anni.
2. Poi, l'insicurezza, sottolineata dal sostegno popolare ai provvedimenti del governo sull'immigrazione clandestina e sull'impiego dell'esercito. A nostro avviso (lo abbiamo già scritto) inefficaci, prima ancora che inaccettabili. Ma, comunque, graditi ai più, perché intercettano le paure diffuse nella società. Tuttavia - come dimostrano i dati del sondaggio - rispondere alle paure alimentandole ulteriormente, non genera consenso. Ma il contrario.
3. La contrarietà espressa da gran parte dei cittadini verso i progetti annunciati e, in parte, avviati dal governo: per limitare le intercettazioni telefoniche nelle indagini, per bloccare i procedimenti giudiziari (cosiddetti) minori, per re-introdurre l'immunità a favore delle alte cariche dello Stato. Queste iniziative hanno suscitato un ampio dissenso, principalmente per quattro ragioni: a) perché molti le hanno considerate "ad personam"; finalizzate, cioè, a risolvere i problemi "personali" del premier prima di quelli "generali" dei cittadini; b) la sospensione dei processi, in particolare, è apparsa, per taluni versi, una sorta di mini-indulto; e, per questo, in contrasto con l'insicurezza diffusa; c) perché evocano l'idea, il sospetto di privilegi di "casta", utili, soprattutto, al ceto politico.
4. In definitiva, queste iniziative hanno alimentato il sentimento antipolitico: fattore decisivo nel deprimere il consenso verso le istituzioni e la classe politica, in generale; e, in particolare, verso il governo di centrodestra e il premier. Perché, a differenza di pochi mesi fa, oggi "governano". Appunto.

Questo clima politico si traduce fedelmente nelle intenzioni di voto. Ne escono, infatti, rafforzati i partiti che più di tutti gli altri interpretano e amplificano il sentimento antipolitico. La Lega, da un lato, ormai vicina al 9%. La Lista Di Pietro (Idv), dall'altro, proiettata oltre il 7%. Parallelamente, tutti i leader politici subiscono un calo di fiducia, In particolare Walter Veltroni. Il quale ha perduto oltre venti punti nel gradimento degli elettori, rispetto a due mesi fa. Quando era "il più amato di tutti". Apprezzato, in modo trasversale.
Ora, invece, dopo la fine del dialogo, il suo gradimento fra gli elettori di centrodestra è crollato. E ha subito una flessione anche nella base elettorale del Pd. Dove in pochi, tuttavia, ne mettono in discussione il ruolo e la leadership. D'altronde, Veltroni e il Pd, oggi, si trovano ad agire in una posizione sicuramente scomoda.
Il muro di Arcore non accenna a crollare; e gli impedisce di penetrare al centro, dove l'Udc non si limita a presidiare il suo pezzetto di mercato elettorale, ma lo allarga. Mentre è insidiato da Di Pietro, artefice di una opposizione intransigente. Si presenta come leader del Partito dei Magistrati. Trasformati, di nuovo, in protagonisti politici. Anzitutto, da Berlusconi: che ne ha fatto il Nemico. A cui non piegarsi. Anzi da piegare.
Per questo, il calo di consenso per il governo e il premier non avvantaggia il Pd, il quale, anzi soffre. Nelle stime elettorali scende sotto il 30%. Stretto fra le difficoltà del dialogo e la pressione delle componenti che rivendicano un'opposizione più radicale.
In questa stagione, solcata da profondi conflitti istituzionali, tuttavia, nessuno si salva. Per fare riferimento ai due principali antagonisti: la fiducia nel Presidente del Consiglio supera di poco il 40%; quella verso i magistrati si ferma ancor più in basso: intorno al 35%. Si assiste, cioè, a un gioco a somma negativa, nel quale la fiducia nella democrazia e nelle sue istituzioni declina. Degrada.
Solo il Presidente della Repubblica resiste. Apprezzato da quasi tre italiani su quattro. Perché, come prima di lui Ciampi, Giorgio Napolitano, in un periodo buio della nostra Repubblica, alla maggioranza degli italiani appare come un "gancio".
Un'ancora. A cui aggrapparsi, per non "perdersi" in questo Paese senza bussole, senza appigli e senza sponde. Dove latitano riferimenti certi e condivisi.
D'altra parte, la strategia del dialogo, promossa da Veltroni e accolta da Berlusconi in campagna elettorale, dopo il voto si è rapidamente consumata, nonostante gran parte degli elettori continui a ritenerla necessaria. Mentre il bipartitismo sembra molto più relativo.
Neppure il bipolarismo di un tempo regge. Non c'è più un Paese diviso in due. Visto che le divisioni politiche e antipolitiche attraversano i due schieramenti, dall'interno. Soprattutto il centrosinistra.
Per il quale la manifestazione promossa, martedì prossimo, da MicroMega a sostegno dei magistrati e contro Berlusconi costituisce, certamente, una sfida. Condivisa, senza condizioni, da una minoranza, per quanto significativa: 2 elettori su 10, in generale; quasi 3 fra quelli del Pd. Ma oltre 4 nella base dell'Idv.
La maggioranza degli elettori di centrosinistra, invece, ne approva la sostanza, non la forma. In altri termini: vorrebbe attendere, cercare altre vie e altre strade, per fare opposizione, prima di affidarsi alla piazza. O ai magistrati.
In questo Paese confuso, dove coabitano a fatica una maggioranza delusa, un'opposizione divisa e istituzioni deboli, è forte la tentazione di fuggire. O almeno di cambiar canale. Voltare pagina. Dimenticare la politica e l'antipolitica passando direttamente al gossip. Ma non ci accorgeremmo della differenza.

sabato 5 luglio 2008

Made in Italy

C’e’ poco da dire sull’ennesima pecoreccia storia che riguarda la "classe dirigente" italiota.

Che poi l’episodio in questione riguardi il premier e una ministra, non aggiunge ne’ toglie alcunche’ al vecchio e ormai consolidato fatto che l’Italia e’ in mano a una selva di peracottari di tutte le risme.

Ma d’altronde e’ giusto cosi’. Gli italiani si meritano questo, visto che la "classe dirigente" e’ il perfetto specchio del Paese.

Qui di seguito due articoli di taglio diverso sul tema in questione.


Tradizione orale
di Marco Travaglio – L’Unita’ - 5 Luglio 2008

Vedere un intero Paese e le sue più alte istituzioni appesi al pisello di un attempato latrin lover in fregola senile, mentre i codici e la Costituzione vengono sfigurati a immagine e somiglianza dell’augusto aggeggio, è già un bel vedere. Sentire poi Al Tappone, cioè l’editore di «Chi» e di un’altra dozzina di giornali e programmi di gossip, scagliarsi contro «il gossip che inquina la politica», è anche un bel sentire.

Come pure apprendere dalla sua boccuccia che lui non si avvarrà della blocca-processi (tanto, per bloccare il suo, basta che se ne avvalga Mills) né del Lodo Alfano (vuoi vedere che l’han fatto per il capo dello Stato?). Ma forse il bello deve ancora venire: alfine si potrebbe scoprire che le famose telefonate compromettenti, quelle sul problematico alzabandiera e sulle tecniche più avanzate per propiziarlo (punturine? pasticche? carrucole?), quelle sulle durissime selezioni sostenute da alcune ministre come già dalle «strappone» di Raifiction, quelle che han portato il Paese sull’orlo di una crisi istituzionale, non sono mai state intercettate da alcuna Procura. Non che non siano mai esistite: che non siano mai state ascoltate, registrate, trascritte.

Ragioniamo: le porno-chiamate, semprechè esistano, non sono state depositate alle parti, ma segretate e custodite dalla Procura di Napoli in attesa di esser distrutte in quanto penalmente irrilevanti. Il che rende altamente improbabile che siano giunte a qualche giornalista. Anche perché altrimenti sarebbero già uscite: nessun giornalista degno di questo nome (a parte, infatti, il direttore di «Europa») si terrebbe nel cassetto l’eventuale prova che il premier ha sistemato in Parlamento o al governo qualche sua amante.

Dunque è pure possibile che Al Tappone abbia fatto tutto da solo: lui solo sa quel che fa e dice al telefono, lui solo è convinto che i pm agiscano tutti, come un sol uomo, non per fare Giustizia, ma per colpire lui. E visto che lui, a furia di contare balle, finisce col crederci, ogni mattina appena sveglio corre in edicola alla ricerca delle telefonate che lui solo conosce, avendole fatte lui.

Purtroppo per noi e per fortuna sua, finora è rimasto deluso. Ma visto che domani è sempre un altro giorno, lui mette in circolo indiscrezioni e pettegolezzi per preparare l’opinione pubblica in vista del D-Day. Anzi, del Gnocca Day. Non a caso non sono i cronisti giudiziari, ma i restroscenisti di Palazzo Grazioli e dintorni a raccontare quel che potrebbe uscire sul pisello presidenziale e le sue numerose badanti, incollando spizzichi e bocconi, sussurri e sospiri che trapelano dalla Magione Presidenziale.

Storie di boccucce di rosa, persino di ortaggi. Sarebbe davvero meraviglioso se, autosuggestionato dalla sua coscienza sporca e dalla sua codona di paglia, Al Tappone avesse montato da solo tutto l’ambaradàn: se cioè la psicosi da intercettazioni fosse nient’altro che una colossale e grottesca autointercettazione. Il risultato lo vediamo: nessuno ha ancora letto un rigo di quelle telefonate, ma tutti ne conoscono ormai il contenuto. Tant’è che i servi più servili si sono già attivati per salvare il padrone da se stesso, intimando alla signorina Carfagna di dimettersi. Eh no, troppo comodo: prima di lei deve dimettersi chi l’ha promossa deputato e ministro. E poi, a ruota, tutti i ministri scelti dal Capo con lo stesso criterio: la cieca, prona servile obbedienza al Capo.

Tra Mara e Angiolino Jolie o James Bondi, per dire, non c’è alcuna differenza. Sono tutte fotocopiatrici ad personam, solo che lei è molto più carina. Dunque sia chiaro: giù le mani dalla Carfagna. E basta parlare di «basso impero»: quello, al confronto, era una cosa seria. In fondo, Caligola s’era limitato a nominare senatore il suo cavallo. Mica un asino. Piuttosto, quel che sta accadendo - tutti a parlare di telefonate che nessuno ha letto - è una bella prova su strada di quel che ci attende quando sarà in vigore la legge bavaglio sulle intercettazioni. Galera da 1 a 3 anni a chi pubblica atti di indagine «nel testo, nel contenuto e per riassunto». Black-out assoluto fino all’inizio del processo, cioè per anni e anni.

I giornalisti sapranno tutto, come pure poliziotti, magistrati, avvocati, cancellieri, impiegati, politici. Ma non potranno più raccontarlo. Così sarà tutto un alludere, un insinuare, un fare l’occhiolino, un dar di gomito con tutti i ricatti del caso: «Ah, se potessi parlare», «Sapessi quel che c’è nel fascicolo», «Eeeh, non farmi dire», «Vieni in redazione che ti racconto tutto in bagno». Il ritorno alla tradizione orale. Ecco, sì, orale.


Berlusconi nella trappola del suo inferno
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 4 Luglio 2008

Dunque Berlusconi ha appeso il governo – un governo che fa benino – alla sua erezione. Oltretutto pericolante, è dato capire. Erezione da settantenne, dipendente quindi da molti accorgimenti. Rispondo a quei lettori fanatici cui la definizione di Berlusconi come «Salame» pare ancora filo-berlusconismo mascherato, e continuano a ripetere che quello è un mascalzone, un disonesto e un dittatore.

Un disonesto normale, un dittatore o aspirante tale, regala all’ennesima velina o passerina con cui va a letto un brillante a 22 carati, pellicce di zibellino, un attico a Montparnasse. Solo un Salame assegna alla passerina un ministero, si fa inoltre intercettare mentre ne vanta le qualità saffiche, mettendo così nelle mani dei suoi nemici la conferma del loro argomento principale: Berlusconi usa la politica per suo privato piacere, per lui è un tutt’uno.

Solo un Salame può strillare sul «gossip», ossia non capire che s’è reso indifendibile: sulle questioni «di gnocca» (per dirla alla Feltri), gli italiani sono indulgenti. Ma quando l’amante delle «gnocche» le mette al ministero a comandarci, allora non è più gossip, è la vergogna politica, la perdita di ogni minima autorità. Non ha più scuse. Deve anzi scusarsi coi suoi elettori. Escano o no le intercettazioni, di cui tutti i media hanno almeno qualcosa e tutti ormai sanno tutto, Berlusconi – per un’erezione – s’è politicamente castrato. E ha castrato il tentativo di Tremonti e di Brunetta, e degli altri ministri non da letto, di riformare l’amministrazione pubblica inadempiente, di mettere al suo posto la casta giudiziaria.

S’è impiccato da sè alle sue ossessioni sessuali da persona anziana, gettando via un’occasione che all’elettorato italiano non si presenterà mai più. Il che conferma l’assunto di Talleyrand: essere un Salame, in politica, è peggio che essere un delinquente. Mi si darà atto che avevo diagnosticato nel Salame una turba psichiatrica. Molti dei suoi atti si spiegano, avevo scritto, come sindrome maniaco-depressiva, con accento sul «maniacale»: facilismo euforico, eccessiva sicurezza di sè, vanterie sessuali, ottimismo immotivato, sventatezza da sottovalutazione dei problemi (già visto per Alitalia).

Oggi si manifesta il lato depressivo: sotto forma di pusillanimità. Dopo aver minacciato decreti e grandi battaglie mediatiche (andando a Matrix...) contro i giudici che lo perseguitano, rinuncia, si fa piccolo, si mette nelle mani di Napolitano che ha promesso di far sparire le intercettazioni, se lui lascia la Casta al potere reale.
«Con un capo impaurito dalle chiacchiere hard la maggioranza non avrà la forza di attuare il programma», scrive Feltri, e coglie il punto politico essenziale. Una notevolissima maggioranza di elettori l’avevano votato per quel programma necessario. Ora, letteralmente, il Salame ha rovinato tutto, anche se stesso.

Resta solo da decidere se quella del Salame sia più una malattia mentale o una malattia morale. Forse, l’una e l’altra. O l’una dipendente dall’altra. Chiaramente, quell’assatanamento continuo, quel parlarne incessante e quel vantarsi ossessivo delle sue performances – tanto, si dice, da minargli la salute - è un modo infantile, patologico-salamesco, di esorcizzare il pensiero della morte, inevitabile e quotidiano dopo i 70: guardatemi, sono forte! Macchè vecchio, sono ancora giovane, guardate quanto mi tira! Mi tira tantissimo! Ogni donna mi cede! Brambille e Carfagne, le bastono tutte! (ma poi deve pagarle con un ministero, non basta nemmeno uno zibellino).

Addio riforme, separazione delle carriere, abbassamento della tutela indebita che il sindacato giudiziario si è arrogato sui poteri legislativo ed esecutivo. Avvertimento per i lettori fanatici che mi accusano di berlusconismo: Berlusconi, il bersaglio del loro odio psichiatrico, cadrà, forse entro pochi mesi. Politicamente è già defunto. La Casta, che ha vinto, ce l’avremo sul collo per i secoli dei secoli; compresa quella magistratura di Napoli che non ha mai intercettato un camorrista sì che ha fatto di Napoli una discarica, ma ha trovato urgente intercettare le vanterie «di «Silvio» a «Fedele» sulle ragioni postribolari dell’ingresso di qualche ministra nel governo, sulle virtù di una giovane signora passata dallo «spettacolo alla politica». Via Silvio, la spazzatura fisica e morale di questo Paese resterà, vittoriosa, anzi invincibile.

venerdì 4 luglio 2008

L’intelligente diplomazia iraniana

L’Iran ha deciso di trattare seriamente con il Gruppo dei 5+1, mettendo cosi’ in un angolo Israele e i suoi bellicosi desiderata, che fanno il paio con quelli dell’ormai quasi defunto regime neocon negli USA.

Un’abile mossa giocata dagli iraniani sul delicato scacchiere internazionale e presto si vedra’ quali saranno le contromosse israeliane e dell’amministrazione Bush.

Ma anche se i generali USA sembrano del tutto contrari a un attacco contro l'Iran, purtroppo non e’ ancora escluso che Israele, in preda alla disperazione, optera’ per cio’ che quasi sempre gli “riesce meglio”. Bombardare.

Teheran tratta, Israele all’angolo
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 4 Luglio 2008

Il regime iraniano ha accettato di congelare per sei settimane l’arricchimento dell’uranio e di cominciare a negoziare con i «Sei» (1), e questi in cambio congeleranno le ulteriori e più dure sanzioni minacciate dall’ONU si pressione usraeliana. Lo afferma l’agenzia ISNA (Iranian Students News Agency), secondo cui il capo del programma atomico persiano, Gholam-Reza Aghazadeh, avrebbe comunicato il raggiunto accordo alla Commissione energetica del Majlis, il parlamento iraniano.

Il sito web in farsi, Fararou, conferma il fermo di sei settimane, spiegandolo come un’apertura al negoziato offerto da Javier Solana, il «ministro degli Esteri» della UE. I negoziati cominceranno la prossima settimana.Teheran vuole negoziati formali e, da quel che si può capire, ampi. L’accordo è già stato battezzato «freeze for freeze plan», congelamento contro congelamento (2).

E’ un bel colpo di Teheran, che si mostra tanto più razionale di fronte alla scalpitante minaccia israeliana; la mossa tende ad evitare una «october surprise» a svantaggio del futuro presidente USA - un attacco che Bush potrebbe ordinare dopo che il suo McCain avesse perso le presidenziali, come ventilato di nuovo, fra l’altro, dal neocon John Bolton - e a guadagnare tempo per sè e il nuovo presidente americano (che può essere Obama, secondo i sondaggi).

Già da qualche giorno del resto c’erano segni che la vera dirigenza iraniana stava isolando le bellicosità verbali di Ahmadinejad (che aveva promesso di «scavare 350 mila fosse per gli americani», in caso di attacco), e aveva lanciato segnali di apertura sopra la sua testa. Un Consiglio per la Politica Estera formato la settimana scorsa alle dirette dipendenze del leader supremo della rivoluzione (il grande ayatollah Ali Khamenei), ha affiancato «il potere esecutivo» in cui la Guida Suprema - è stato detto - «notava alcune deficienze».

Oggi uno dei membri del neonato consiglio, il dottor Velayati (è un ex pediatra), ha reso chiaro il desiderio di un’apertura: «Gli americani non vogliono che noi accettiamo (la proposta di) Solana, dunque è nostro interesse abbracciare Solana».

Quanto al ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki, ha invitato a pranzo vari giornalisti alla missione iraniana presso l’ONU a New York, ed ha spiegato che ci sono abbastanza punti comuni fra la proposta Solana, quella dei «Sei», e le proposte iraniane di negoziato, da costituire una buona base per colloqui. Lasciando intendere che il regime è disposto a concedere di più in termini di non-arricchimento, in cambio di essere trattato come valido interlocutore nei consessi internazionali.

E - fatto significativo - pur di fronte alle insistenti domande dei giornalisti in proposito, Mottaki ha accuratamente vietato di ripetere la tipica dichiarazione iraniana, che l’Iran ha il diritto ad una sua industria nucleare.
E’ uno smacco per Israele, anche se si cercherà di farlo passare per un successo delle sue minacce. E non è il solo.

La settimana scorsa il capo supremo delle forze armate USA, l’ammiraglio Michael Mullen, era andato in Israele a capo di una nutrita delegazione di gallonati. Si poteva temere che fosse stato convocato per ricevere istruzioni a proposito dell’imminente attacco all’Iran. Ma, da quanto si è potuto capire dalla conferenza-stampa che l’ammiraglio ha tenuto al Pentagono al suo ritorno, è accaduto il contrario. Mullen ha detto agli israeliani che l’attacco all’Iran, se lo potevano sognare.

Lasciamo la parola alla BBC: «Nella conferenza al dipartimento della Difesa, l’ammiraglio Mullen ha rifiutato di riferire quel che i leader israeliani gli avevano detto nel loro incontro su un piano per colpire l’Iran. Ma egli ha messo in guardia: aprire un terzo fronte, dopo Iraq e Afghanistan, sarebbe ‘estremamente stressante e difficile. Con conseguenze difficili da prevedere’. Alla domanda se era preoccupato che Israele potesse colpire prima della fine dell’anno, Mullen ha replicato, molto duro: ‘Quella è una parte molto instabile del mondo, e a me non serve farla più instabile’. L’ammiraglio ha aggiunto che se scoppiasse un conflitto, l’Iran a suo parere ha la capacità di interrompere il traffico navale nello strategico Stretto di Ormuz» (3).

Commento di Justin Webb, il corrispondente da Washington per la BBC: «Era già chiaro da tempo che l’ammiraglio Mullen non vuole un attacco all’Iran. Ma le sue ultime parole lasciano intendere che egli sta lottando duramente dietro le quinte, sia in USA che in Israele, per indurre a pensare bene alle conseguenze di un attacco prima di lanciarlo».

Come già l’ammiraglio Fallon, anche Mullen sta resistendo accanitamente alla pressioni degli ambienti neocon, in piena frenesia d’urgenza perchè sanno che, dopo Bush, l’occasione di far combattere agli USA la terza guerra per Sion probabilmente sfumerà. Mullen ha in questo il pieno appoggio del suo ministro, Robert Gates.

Anzi di più: di recente, come ha spiegato Seymour Hersh (4), il ministro del Pentagono (Gates è un ex direttore della CIA) ha invitato il gruppo dei democratici al Senato ad un pranzo informale e «off the records», e li ha messi in guardia delle conseguenze di un colpo di coda finale di Bush contro Teheran: «Creeremmmo generazioni di jihadisti, e i nostri nipoti dovranno combatterli qui in America».

Stupefatti, i democratici gli hanno chiesto se parlava a nome di Bush e del vicepresidente Dick Cheney. Gates ha o avrebbe risposto: «Diciamo che parlo a mio nome». Insomma, Gates ha sostanzialmente comunicato ai democratici - che sa proni alla nota lobby non meno che i repubblicani - perchè resistano alle pressioni dietro le quinte; si tratta, in fondo, di resistere pochi mesi.

Non si può fare a meno di vedere che questi pochi mesi corrono in una spaccatura dell’esecutivo americano, quasi sul filo del rifiuto d’obbedienza. O di un micro-golpe pacifista messo in atto dai generali. La frase di Mullen sulla parte instabile del mondo che è il Medio Oriente, «And I don’t need it to be more instable», ha il netto senso di una dichiarazione politica (vietata ai generali) e per di più fatta «in nome proprio», come quella di Gates.

L’uscente presidente Bush acquista di giorno in giorno qualche tratto in comune con Ahmadinejad: entrambi sono scavalcati dai rispettivi gruppi ragionevoli. Ma non si creda che la lobby stia con le mani in mano.

Ron Paul denuncia sul suo sito un progetto di legge, presentato alla Camera bassa (H.J. Res 362), che dà al presidente il potere di «imporre ispezioni stringenti su tutte le persone, veicoli, navi, aerei, treni e carichi in entrata e in uscita dall’Iran, e di proibire il movimento internazionale di tutti i funzionari iraniani». E’ una dichiarazione di guerra virtuale, dice Ron Paul, e il Congresso (a maggioranza democratica) la voterà quasi certamente dopo la festività del 4 luglio, per servilismo e per paura della lobby (5).E’ evidentemente per questo che Gates ha intrattenuto i democratici «off-the-records» e a nome proprio.


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1) I «Sei» che trattano con l’Iran sono i cinque membri del consiglio di sicurezza ONU (USA, Francia, Inghilterra, Cina e Russia, più la Germania.
2) Gareth Porter, «Iran warms to freeze-for-freeze plan», Asia Times, 4 luglio 2008.
3) Justin Webb, «US admiral urges caution on Iran», BBC, 3 luglio 2008.
4) Seymour Hersh, «Preparing the battlefield», New Yorker, 7 luglio 2008. E’ l’ultima inchiesta di Hersh sulle operazioni clandestine ordinate da Bush contro l’Iran, in territorio iraniano: assassinii mirati alla israeliana e tutto il resto. L’ordine di Bush è segreto e illegale, ossia non ne ha nemmeno informato i capigruppo dei due partiti, come gli impone la legge.
5) Ron Paul, «Congress’s virtual war resolution», Antiwar .com., 3 luglio 2008.

Il provocatore Saakashvili

Con il bombardamento sull’Ossezia del Sud deciso ieri dal presidente georgiano Mikheil Saakashvili la vecchia tensione con la Russia, gia’ alta per la questione dell’Abkhazia, sicuramente aumentera’ presto di grado ed intensita’, con conseguenze potenzialmente esplosive.

Una situazione “borderline” ormai da 15 anni e sempre sul punto di sfuggire di mano, ma i tempi per la stretta finale sembrano arrivati.
Ora la NATO ha fretta.


Georgia, nuovi venti di Guerra
di Enrico Piovesana – Peacereporter – 4 Luglio 2008

Le autorità della repubblica separatista dell’Ossezia del Sud hanno dichiarato questa mattina la mobilitazione generale delle proprie milizie dopo i bombardamenti dell’artiglieria georgiana che la notte scorsa hanno provocato tre morti e undici feriti.

Il solito scambio di accuse e minacce. Attorno alle undici di ieri sera, i mortai e i lanciagranate georgiani hanno iniziato a sparare dal villaggio di Nikozi sulla capitale separatista Tskhinvali. Il bombardamento è durato per circa un’ora. Anche i vicini villaggi di Ubiat e Dmenis sono finiti sotto il fuoco georgiano. Pare che le vittime siano tutti miliziani, ma tra i feriti ci sono anche dei civili. I separatisti hanno risposto al fuoco solo con armi leggere.

“Abbiamo individuato le postazioni di tiro nemiche”, ha dichiarato il presidente sud-osseto Eduard Kokoity. “Se riapriranno il fuoco, muoveremo i nostri mezzi militari e le elimineremo in un momento”.
Il governo di Tbilisi ha dichiarato che le sue forze sono state “costrette a rispondere al fuoco per proteggere la popolazione georgiana” dopo che i separatisti sud-osseti avevano sparato contro i villaggi georgiani di Eredvi, Nikozi, Ergneti e Prisi, senza però provocare vittime.

Ieri, attentati da una parte e dall’altra. La giornata di ieri era iniziata sotto i peggiori auspici.
All’alba una bomba esplosa nel villaggio osseto di Dmenis ha ucciso un comandante delle milizie separatiste, Nodar Bibilov. I sud-osseti hanno accusato dell’attentato i corpi speciali dell’esercito georgiano.

Poche ore dopo, per rappresaglia, una bomba è esplosa al passaggio del convoglio di auto su cui viaggiava Dimitri Sanakoev, il capo della Amministrazione provvisoria dell’Ossezia del Sud fedele al governo centrale georgiano. Lui è scampato all’agguato, ma tre delle sue guardie di sicurezza sono rimaste gravemente ferite.

Un conflitto ‘congelato’, sempre sul punto di riesplodere. Non è la prima volta in Ossezia del Sud si torna a sparare. Il cessate il fuoco del 1992 è stato violato centinaia di volte da entrambe le parti, con sparatorie e spesso con scambi di artiglieria, morti e feriti.

Ma la tensione tra il governo di Tbilisi e i separatisti, sostenuti dalla Russia, è salita in maniera preoccupante con l’entrata in scena nel 2005 del presidente georgiano Mikheil Saakashvili, nazionalista e filo-occidentale, deciso a riprendere il controllo delle regioni separatiste di Sud Ossezia e Abkhazia, con le buone o con le cattive. E soprattutto con la benedizione degli Stati Uniti e della Nato, desiderosi di rimuovere ogni traccia d’influenza russa dalla strategica regione del Caucaso meridionale, porta d’ingresso del petrolio e del gas naturale che l’Occidente pompa e sempre di più pomperà dal bacino del Mar Caspio.

giovedì 3 luglio 2008

IL FMI fa le pulci anche agli USA

Finalmente e’ giunto anche per gli USA il momento di ricevere la "gradita" visita del Fondo Monetario Internazionale, per la somma gioia del Presidente della FED Bernanke.

Un’esperienza che quasi tutti i Paesi del globo hanno vissuto come un grande shock portatore di conseguenze nefaste per la maggior parte delle rispettive popolazioni.

E ora tocca anche agli americani, poverini quanto ci dispiace…

Il FMI controllerà gli Stati Uniti
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 2 Luglio 2008

Quando uno Stato è incapace di tenere i suoi conti in ordine, accumula debiti su debiti con le banche estere, ed è vicino all’insolvenza, di solito riceve la visita di esperti del Fondo Monetario Internazionale. Questo ente sovrannazionale, nato a Bretton Woods, gestisce la sanità del sistema monetario internazionale; può fornire ulteriori prestiti al Paese rovinato, ma come contropartita, può imporre durissime «ricette di risanamento», che vanno dalla svalutazione della moneta nazionale, alla «privatizzazione» o vendita di «attivi» nazionali (miniere, ad esempio), a tagli della spesa pubblica giudicata improduttiva (secondo i creditori).

Praticamente, il Paese è sottoposto a gestione controllata e a pignoramento.Accade, per lo più, che ricevano la visita del FMI piccoli Paesi africani, o di nessun peso politico. È accaduto all’Argentina. Accade all’Italia, per via del nostro immane debito pubblico.Ma non è mai accaduto che i revisori del Fondo Monetario bussassero alla porta di Washington: non foss’altro perchè Washington è il principale «azionista» del Fondo, di cui detiene con Londra (i due vincitori della seconda guerra mondiale) il 60% delle quote.

Stavolta invece accade, e ne dà notizia lo Spiegel: il Fondo Monetario «ha informato» Ben Bernanke, il governatore della Banca Centrale USA (Federal Reserve) che intende procedere a un esame generale del sistema finanziario USA. Il consiglio direttivo ha decretato quello che chiama un «Financial Sector Assessment Program» delle finanze americane. Sarà, scrive Der Spiegel, «nè più nè meno che una radiografia completa del sistema finanziario USA».Per consentire la valutazione (assessment), «la Fed, la SEC (l’ente di controllo della Borsa), le maggiori banche d’investimento, le banche emettitrici di mutui e i fondi speculativi (hedge fund) saranno richiesti di mettere a disposizione documenti riservatissimi al gruppo FMI.

Si chiederà loro di rispondere alle domande che saranno poste durante le ‘interviste’ (ai responsabili). I loro software bancari saranno sottoposti a cosiddette ‘prove sotto stress’ (stress test), ossia a simulazioni di scenari ‘del caso peggiore’ (worst-case), simulanti cioè gli effetti a cascata di fallimenti di altre grandi istituzioni finanziarie o di un prolungato declino del dollaro».

La conclusione: «Mai nessun governatore della Federal Reserve nella storia americana è stato obbligato a sottoporsi alla umiliazione che attende Ben Bernanke». Una umiliazione che il presidente Bush, aggiunge Spiegel, è ben deciso ad evitare: tanto che ha concesso sì al Fondo Monetario di cominciare la revisione, ma con la condizione che non la finisca prima che lui abbia lasciato la Casa Bianca. Con le conseguenze dei suoi anni di follia monetaria e spese folli, se la vedrà il prossimo presidente.

Ancora Der Spiegel: «Quando il rapporto finale del FMI sul sistema finanziario USA sarà completato nel 2010, e certamente farà scalpore a livello internazionale, una sola delle persone oggi in posti di responsabilità sarà ancora sulla sua poltrone: Ben Bernanke».Inutile sottolineare ch la libera stampa americana non riporta questa notizia; e nemmeno quella europea s’è mostrata desiderosa di riprendere lo scoop di Spiegel. Noi (che non leggiamo il tedesco) abbiamo trovato l’informazione sul quotidiano «The Age», della lontana Australia.

Che si abbandona a qualche sarcastico commento: immaginate, dice, se la Banca Centrale australiana avesse fatto come quella americana. Se, preoccupata che i suoi amici a Sidney, che hanno nuotato tutta la vita nell’oro, fossero falliti e non potessero più permettersi i loro lussi, e perciò – avendo il potere di intervenire sui mercati – facesse proprio questo per salvarli.

Immaginate una Banca Centrale che entrasse nei mercati a comprare azioni allo scopo di sostenere le demenziali scommesse dei banchieri – scommesse che la Banca Centrale per prima ha incoraggiato fornendo i banchieri di denaro a bassissimo costo.

E non basta: immaginate la nostra Banca Centrale che promette a quei profittatori di fornirli di altri miliardi di dollari a credito, con l’argomento che sono troppo grossi e importanti per l’economia per lasciarli andare in fallimento.

E infine, immaginate se, nonostante l’immane quantità di miliardi di dollari spesi a rastrellare azioni dei loro complici, a cui hanno dato accesso per giunta a somme enormi, il sistema continuasse a precipitare; sicchè la Banca Centrale annuncia che ha bisogno di più grandi poteri e di ancora più segretezza per aggiustare le cose.

Se questo avesse fatto la Banca Centrale australiana (o di qualunque altro Paese), da molto tempo avremmo i revisori dell'FMI a martellare a pugni alla porta nostra. Ebbene, è esattamente quello che ha fatto l’autorità centrale americana. E finalmente, il FMI bussa anche alla sua porta. Era ora.

Ed è anche, aggiungiamo noi, il segno più chiaro del destino storico degli Stati Uniti. Il più grande debitore della storia del mondo non può più esercitare la «sovranità monetaria» nel modo arbitrario in cui l’ha fatto negli ultimi trent’anni. Ora, i creditori mandano il loro agente pignoratore.

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1) David Hirst, «IMF finally knocks on Uncle Sam’s door», The Age, 30 giugno 2008.

mercoledì 2 luglio 2008

Soros il Mongolo

Il 29 Giugno scorso si sono svolte le elezioni in Mongolia, vinte dall’ex partito comunista ora denominato Pprm (Partito popolare rivoluzionario mongolo) ma immediatamente contestate dal suo principale avversario, il partito democratico, con cui governa pero’ in coalizione dal 2004. I democratici accusano il Pprm di aver truccato l’elezione.

6000 persone si sono percio’ radunate davanti alla sede del Pprm protestando contro gli ex comunisti per aver dichiarato la propria vittoria prima che la commissione elettorale nazionale avesse diffuso i risultati ufficiali. Sono scoppiati quindi violenti scontri con la polizia con un bilancio finora di 5 morti, 400 poliziotti feriti, centinaia di arresti e la sede del Pprm messa a fuoco.

Il presidente della Mongolia, Nambaryn Enkhbayar, ha nel frattempo dichiarato lo stato d’emergenza per quattro giorni, instaurato il coprifuoco notturno e ha vietato i raduni.

Qui di seguito un articolo che aiuta a comprendere cio’ che sta accadendo in Mongolia. Un film gia’ visto ultimamente in Ucraina e Georgia, per esempio, con protagonista l'Open Society Institute di George Soros.

Mongolia, lo zampino di Soros
di Enrico Piovesana – Peacereporter – 2 Luglio 2008

Dietro la rivolta popolare che ieri ha messo a ferro e fuoco la capitale della Mongolai, Ulan Bator, c’è lo zampino di George Soros, il filantropo statunitense che per mezzo della sua organizzazione mondiale – l’Open Society Institute – ha pianificato e finanziato tutte le ‘rivoluzioni colorate’ che nei paesi ex-comunisti hanno prodotto cambi di regime a vantaggio degli interessi economici e geopolitici occidentali.

Stato di emergenza dopo un giorno di guerriglia. Oggi a Ulan Bator regna una calma apparente. Si contano i morti di ieri, almeno cinque, e i feriti, centinaia, come le persone arrestate dalla polizia durante gli scontri. Il governo ha imposto lo stato d’emergenza e il coprifuoco notturno, ordinando alle forze dell’ordine di usare la forza per impedire nuove proteste. La sede centrale del Partito comunista mongolo (Mprp) e la Galleria d’arte nazionale sono stati distrutti dalle fiamme appiccate dai manifestanti. Devastati dai saccheggi tutti gli uffici governativi.

La rivolta è esplosa dopo che il Partito democratico d’opposizione, guidato da Tsakhia Elbegdorj, ha disconosciuto la vittoria del partito comunista di governo alle elezioni parlamentari di domenica scorsa, dicendo che il voto è stato truccato per impedire il vero risultato, ovvero la vittoria dell’opposizione. In realtà, gli osservatori internazionali avevano giudicato regolare il voto del 29 giugno.

Un nuovo terreno di scontro tra est e ovest. I due partiti – filo-russo e filo-cinese il comunista, più filo-occidentale e liberista il democratico – sono in disaccordo su come gestire i grandi giacimenti d’oro, rame e carbone appena scoperti sotto le steppe mongole. Per l’Occidente, un cambio di governo significherebbe la possibilità di avere concessioni di sfruttamento, che altrimenti andrebbero tutte a Russia e Cina.

Inoltre, gli Stati Uniti sognano da tempo di aprire una base militare in Mongolia, strategicamente cruciale vista la sua posizione geografica. Ma questa opzione sarebbe teoricamente realizzabile solo con un governo diverso da quello attuale.Tre mesi prima delle elezioni, il 27 e 28 maggio scorso, l’Open Society Institute ha organizzato a Ulan Bator una conferenza in vista delle elezioni, allo scopo di “preparare la società civile mongola a monitorare il voto di giugno”. Al seminario, tutto spesato dall’organizzazione si Soros, hanno partecipato i rappresentanti dell’opposizione mongola, ong locali e delegazioni straniere provenienti anche da Georgia e Ucraina, dove le rivoluzioni di piazza del 2003 e 2004 hanno portato al potere governi che hanno spalancato le loro porte agli investimenti occidentali e alla Nato.

martedì 1 luglio 2008

I due Kosovo

Il 28 Giugno scorso si e’ insediata a Mitrovica l’Assemblea serba del Kosovo. Un miniparlamento in aperto contrasto con l’altro di etnia albanese, sancendo cosi’ la chiara divisione in due del neo-staterello autoproclamatosi indipendente nel Febbraio scorso.

Contemporaneamente sta per nascere anche il nuovo governo serbo, che si profila piu’ filoeuropeista del precedente, ma che comunque dovra’ fare sempre i conti con quella parte del proprio popolo che non ha ancora rinunciato all’idea di recuperare quantomeno il Kosovo serbo.

Il Kosovo è sempre più lontano
di Christian Elia – Peacereporter – 30 Giugno 2008

Le date, nei Balcani, non vengono mai scelte a caso. Il 28 giugno, ad esempio, è il giorno di vidovdan, la festa di San Vito, anniversario della battaglia di Kosovo Poljie, avvenuta nel 1389 tra l'esercito serbo e le truppe ottomane. Proprio il 28 giugno si è insediata l'Assemblea serba della provincia autonoma del Kosovo, a Mitrovica.

L'Assemblea della discordia. La compongono i delegati eletti con le amministrative, tenutesi in Serbia nel maggio scorso. Ma mentre i moderati di Tadic hanno vinto in tutto il Paese, qui in Kosovo la lontananza da Belgrado è profonda e hanno vinto i nazionalisti guidati dal leader locale Marko Jaksic, che ha dichiarato, in tono tutt'altro che distensivo: ''Ci batteremo contro la creazione di un altro stato albanese nei Balcani''. Insomma i serbi l'indipendenza unilaterale del Kosovo, sancita nel febbraio scorso, non l'hanno mandata giù e tengono duro, nonostante Pristina apra ambasciate all'estero, vari la sua Costituzione, si doti di inno e bandiera.

''Il Parlamento dei serbi del Kosovo avrà solo un ruolo simbolico'', ha chiosato Lamberto Zannier, nuovo capo della missione Nato in Kosovo (Unmik), ma all'Onu e alla Nato sanno che la situazione resta molto tesa e c'è poco da scherzare. Non a caso i vertici dell'Alleanza Atlantica, nei giorni scorsi, hanno frenato l'attivismo del Kosovo rispetto alla costituzione di un esercito, ricordando a Pristina che per il momento l'unica forza armata autorizzata è quella della Nato. Forza che è stata dispiegata attorno al monastero ortodosso di Gracanica, dove San Vito è stato festeggiato con una veglia di preghiera per il ritorno del Kosovo sotto la sovranità serba.
''L'assemblea serba di Mitrovica è illegale ed ha un effetto destabilizzante nella regione, ma invito la popolazione a mantenere la calma e a non reagire alle provocazioni'', ha dichiarato Fatmir Sejdiu, presidente del Kosovo, in una sorta di ribaltamento di ruoli, per il quale adesso sono gli albanesi kosovari a lottare contro una forma di secessionismo.

Nasce il governo serbo. A Belgrado, intanto, dopo mesi di stallo, il presidente Tadic ha conferito l'incarico di primo ministro a Mirko Cvetkovic, fedelissimo ministro delle Finanze uscente e architetto delle privatizzazioni in Serbia. Era dall'11 maggio scorso, dopo la vittoria dello schieramento europeista di Tadic alle elezioni, che si attendeva la nomina del governo. La nascita del nuovo esecutivo è prevista per la prossima settimana. Il Partito socialista serbo (Sps), dell'ex presidente Slobodan Milosevic, e la coalizione pro-Europa si sono messi d'accordo all'inizio della settimana per formare il nuovo governo, mettendo fine alla crisi politica post-elettorale. L'accordo è stato ottenuto dopo il fallimento dei negoziati del Sps con i nazionalisti del partito democratico di Serbia (Dss) del primo ministro uscente Vojislav Kostunica e del Partito radicale (Srs), a causa di divergenze sul riavvicinamento della Serbia all'Unione europea. La nomina di Cvetkovic, quasi un tecnico, sembra l'ennesima apertura a Bruxelles in chiave adesione, in quanto pare l'uomo giusto per adempiere a quelle riforme che l'Ue si aspetta da Belgrado. Il Kosovo, assemblee a parte, è sempre più lontano dagli interessi economici della Serbia.