domenica 31 agosto 2008

Lo “statista” dalle mani bucate

Era facilmente prevedibile che l’ennesimo governo Berlusconi avrebbe rinvigorito ancor piu’ la sua notoria fama di governo dalle mani e tasche bucate, di esecutivo che spende senza alcun raziocinio le poche risorse disponibili nelle semivuote casse dello Stato.

Ma d’altronde e’ giusto cosi’. Gli italiani che hanno votato ancora una volta per lui dovranno prima o poi rendersi conto - sempre che ci riescano, ne dubito fortemente infatti – che il Paese sta per raggiungere il fondo e che con questo governo la velocita’ di caduta e’ destinata ad aumentare ogni giorno di piu’.

E una volta toccato il fondo, tutti costoro saranno poi ben lieti di cominciare a scavare…

Salame? No, farabutto
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 31 Agosto 2008

Italiani che non riuscite a fare la spesa nemmeno dal discount, contenti? Berlusconi ha regalato 5 miliardi di dollari a Gheddafi, uno che governa un Paese ricchissimo, ma ha messo il suo popolo in miseria, perchè i miliardi di dollari petroliferi se li accaparra lui solo, con la sua cricca. Con la vaga promessa che fermerà le barche di immigrati. Al prossimo arrivo a Lampedusa, vedremo se glieli chiederà indietro, i dollari nostri. Non credo.

Chi ha votato Berlusconi, spesso, ha fatto il seguente ragionamento: è già ultra-ricco, non ruberà come gli altri. Magari non ruba, chissà. Ma, in piena sindrome da euforia bipolare, lo scopatore di ministre, aiutato dalla chimica, spende e spande: i soldi nostri, dei contribuenti. Miliardi di dollari al libico.

Stipendi pagati per sette anni ai fancazzisti più fancazzisti, i settemila di Alitalia. Abbiamo superato anche il problema dell’eccesso di auto-blù. Ora, in eccesso ci sono gli aerei blu. Berlusconi s’è comprato (coi soldi vostri) un Airbus 319 con arredamento VIP (tre jumbo non bastavano), oltre a 29 Piaggio P180 (la Ferrari dei cieli) per scarrozzare ministri e generali, scopatrici, veline e p… di Stato, che si aggiungono ai tre Falcon 900 appena comprati. Ogni Piaggio nuovo ci costa 8 milioni di euro.

Per i nostri soldati feriti in Afghanistan, non ce n’era uno a disposzione, hanno dovuto chiedere un passaggio alla Luftwaffe; ma per lorsignori, sono sempre a disposzione, col pieno di kerosene e il catering all’aragosta già pronto. Frattini ci va in vacanza alle Maldive. E fa quasi diventare un modello di oculatezza Fini il kippà che usa una motovedetta dei Vigili del Fuoco per fare il sub, con la sua nuova donna platinata, nel vietatissimo parco marino di Giannutri.

Questa è una Casta peggiore di quell’altra. Più volgare, più cinica, più sprecona, plutocratica e arrogante. Almeno, quella di prima non fatta votare con la promessa di risanare, tagliare, non mettere le mani delle tasche degli italiani.

La «soluzione» Alitalia è un disastro: alla fine dei giochi se la prenderà Air France («è di nuovo interessata», strillano i giornali-servi, in solluchero), ma senza accollarsi i debiti di mezzo secolo di fancazzisti, come aveva accettato prima. I debiti li pagheremo noi, Berlusconi non bada a spese (nostre).

Ma a Berlusconi, è servita a fare piaceri: così si è conquistato l’amicizia di Passera, di Amato, dei cosiddetti imprenditori che non lo ammettevano nei loro salotti buoni. Ha fuso il catorcio Alitalia con Air One, salvandone il proprietario che non sapeva come liberarsene: un amico in più.

Un altro amico nuovo è Ligresti: con l’entrata nella cordata, s’è aggiudicato il Forlanini.
Quell’aeroporto, l’unico utile a Milano, verrà abolito: uno spazio immenso da edificare, tutta grazia per l’immobiliarista, infaticabile investitore dei soldi che arrivano dai compaesani di Paternò. Gli altezzosi banchieri di sinistra, i Benetton, i Montezemolo, gli Stronzetti e i Provera del capitalismo progressista italiota (la nostra borghesia compradora) guardano al Farabutto con nuovi sentimenti: se li è comprati, coi soldi nostri. Sono amici, anzi amiconi.

Sull’enorme defecazione chiamata Alitalia, a mo’ di ciliegina, ha messo come capo il noto Colaninno, il devastatore di Telecom, il capitano coraggioso di D’Alema.

Ormai non c’è più destra o sinistra, nemmeno per finta; c’è la sola ed unica Casta dei ladri di Stato, dei volatori su aerei-blu, dei Gheddafi mediterranei amiconi dei Gheddafi nostrani.

Aspettiamo anche il «federalismo» del Gheddafi padano: saranno altri spargimenti di miliardi nostri, sprecati nel più immondo pasticcio che possa inventare l’inciviltà giuridica italiana. L’immane debito nostrano salirà, e noi dovremo pagarlo: nuove tasse, nuovi aerei blu, nuovi soldi gettati qua e là, nuovi Colaninno.

Votare per gli altri? Inutile, sono già la stessa pappa-e-ciccia. Saranno sempre più tasse per noi, e sempre più Piaggio 180 VIP per lorsignori, chiunque siano. Stiamo diventando esattamente come i libici, con le pezze al culo benchè abitanti su un Paese ricco, perchè devono mantenere il loro Gheddafi. E lo mantengono da tren’anni, senza riuscire a liberarsene.

Chi ci libererà da questi farabutti, se non noi? Occorre un piazzale Loreto.

sabato 30 agosto 2008

La Thailandia sull’orlo del baratro

In Thailandia e' in corso in questi ultimi giorni la fase decisiva dello scontro iniziato tre mesi fa tra il movimento politico People’s Alliance for Democracy (PAD) e il governo guidato da Samak Sundaravej.

Le proteste hanno avuto una repentina escalation quando martedi scorso migliaia di dimostranti del PAD, alcuni dei quali armati, hanno occupato la sede della televisione di Stato e circondato i principali palazzi governativi della capitale, chiedendo le dimissioni del premier Samak, accusato di governare il Paese per conto dell'ex premier Thaksin Shinawatra, deposto due anni fa da un golpe militare incruento largamente sostenuto dalla popolazione e rifugiatosi di nuovo in Inghilterra dopo aver presenziato alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi a Pechino.
Shinawatra era infatti ritornato in patria nel febbraio scorso, qualche giorno dopo la nascita del governo attuale, e a breve sarebbe iniziato l’ennesimo processo contro di lui per frode fiscale e corruzione.

Ma ora le proteste si stanno estendendo anche al di fuori della capitale Bangkok e ieri gli aeroporti di Phuket, Krabi e Hat Yay sono stati occupati e centinaia di turisti sono ora impossibilitati a partire.

La situazione e’ quindi in uno stallo e non e’ facile intuire quale sbocco prendera’, visto che col passare dei giorni crescono le possibilita’ di pericolose conseguenze nel Paese.
Il PAD e’ infatti fermamente risoluto a proseguire la sua protesta fino a quando il premier non si dimettera’, il premier dal canto suo non ha invece assolutamente intenzione di dimettersi e l’esercito non ha risposto alla chiamata di intervento per supportare la polizia nel disperdere i manifestanti che si sono insediati intorno e dentro il palazzo del governo. Va ricordato che il premier e’ anche ministro della difesa.

I militari infatti hanno finora negato di voler intervenire nuovamente, ritenendo inutile e dannoso per il Paese un altro colpo di stato.
E oggi il capo delle forze armate Gen Anupong Paojinda si e’ rifiutato di obbedire ad un eventuale decreto di proclamazione dello stato di emergenza ma ha suggerito al premier di dimettersi o di sciogliere il Parlamento per smorzare la crescente tensione.

Finora solo la polizia ha cercato di contrastare i manifestanti con qualche carica e un centinaio di arresti, dopo l’occupazione della televisione di stato.

Ma il vero pericolo puo’ derivare da un’eventuale divisione nelle forze di polizia e dell’esercito sul come porre rimedio a questa crisi che sembra non avere finora una via di uscita.

Una soluzione indolore potrebbe essere quella dell’uscita dal governo degli altri partiti di coalizione con le conseguenti dimissioni del premier e la formazione di un governo di unita’ nazionale.
Questa soluzione sembra pero’ non soddisfare nessuno anche se il parlamento terra’ domani una seduta comune di Camera e Senato per cercare una via d’uscita da questa pericolosa crisi politica.
Intanto anche i sostenitori del governo si stanno organizzando a Bangkok e hanno occupato una grosso spazio all’aperto ricalcando cosi’ la stessa ben strutturata organizzazione del PAD.

In attesa anche di un segnale indiretto dal venerato Re Bhumipol, la situazione e’ pericolosamente stagnante. Se il premier non si dimettera’ presto e se non si raggiungera’ un accordo tra tutti i partiti in Parlamento sulla formazione di un nuovo governo che porti poi ad elezioni anticipate, sara’ ancora una volta dovere dell’esercito intervenire.

Ma questa volta per prevenire o sedare una potenziale e terribile guerra civile.

lunedì 25 agosto 2008

Ossezia del Sud, Abkhazia, Transdinistria: i primi tre nuovi Kosovo...

Oggi il presidente russo Medvedev ha dichiarato “Possiamo anche fare a meno di avere relazioni con la Nato” se i Paesi dell'Alleanza atlantica dovessero proseguire a rendere difficili i rapporti.
Medvedev, in un colloquio con l'ambasciatore russo presso la NATO, ha aggiunto però che difficilmente si arriverà a questi estremi, ma ha riconosciuto che "le relazioni sono peggiorate di molto in seguito al conflitto della Georgia in Sud Ossezia" e che la Russia “sta considerando varie opzioni nei rapporti con la Nato. La Nato ha più interesse della Russia alla cooperazione. Se non ha intenzione di cooperare, per noi non ci sarà nulla di terribile”.

Parole chiare, precise e sottoscrivibili in toto.

Intanto sempre oggi entrambe le Camere del Parlamento russo hanno approvato un documento che sostiene il riconoscimento da parte di Mosca delle repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del sud.
Si sa che Unione Europea e Stati Uniti si sono più volte espressi per il mantenimento dell'integrità territoriale della Georgia, una pura chimera dopo la netta sconfitta georgiana nella guerra lampo con la Russia.

Ma come era prevedibile le conseguenze di questa guerra si stanno gia’ facendo sentire nell’area. Il presidente russo, mentre riceveva il il presidente moldavo Voronin, ha infatti dichiarato che gli avvenimenti in Ossezia del Sud sono “un avvertimento serio per tutte le parti in altri conflitti congelati”.

La Moldova, ex repubblica dell'Urss, ha infatti un “conflitto congelato” in casa, nella regione russofona della Transdnistria, ma sembra intenzionata a risolvere la questione per via negoziale, a differenza di quanto attuato dal presidente georgiano.
Voronin ha infatti detto che il suo Paese è pronto a usare “coraggio e energie per non permettere un aggravarsi della situazione attorno alla regione contesa, e non permettere la ripetizione di quanto è successo in Ossezia del sud”.

Nel frattempo i due presidenti di Ossezia del Sud e Abkhazia sono intervenuti alle riunioni del Parlamento di Mosca. Il leader sudosseto, Eduard Kokoity, ha affermato che “Ossezia del Sud e Abkhazia hanno motivi più forti, sia dal punto di vista giuridico che politico, all'indipendenza di quanti ne abbia avuti il Kosovo”. L'abkhazo Sergei Bagapsh ha affermato che “Abkhazia e Ossezia del sud non vivranno mai più con la Georgia nello stesso Stato”.

E’ bene che UE e NATO si ficchino in testa quest’ultima dichiarazione e si mettano col cuore in pace.
La Russia non e’ la Serbia…

Le ragioni della Russia
di Max Gallo – Il Giornale – 23 Agosto 2008

In Georgia s'è aperto un nuovo periodo pericoloso per i rapporti internazionali. A scanso del peggio, innanzitutto spazziamo via le idee false: qui non c'è un conflitto fra democrazia e totalitarismo, fra il presidente dei Diritti dell'Uomo, il georgiano Saakashvili, e l'incarnazione del Kgb, i nostalgici dello stalinismo Putin e Medvedev. La realtà è più complessa.

In primo luogo, georgiani erano Stalin, Beria e Ordzonikidze, che fece dell'Urss una potenza industriale. La statua di Stalin sulla piazza di Gori è gigantesca... Nel 1923, Stalin e Lenin accordarono l'autonomia alle minoranze della Georgia, specie osseti e abkazi. Dovevano appoggiarsi alle minoranze per spezzare il nazionalismo georgiano, già nemico dell'Impero zarista. Nel 1992, dopo uno scontro armato coi georgiani, osseti e abkazi riebbero di fatto lo statuto autonomo perso dopo il crollo dell'Urss. E i russi hanno tutelato queste minoranze.

S'era trovato un compromesso, come testimonia l'oppositrice democratica del presidente Saakashvili, la franco-georgiana Salomé Zaurabisvili, ministro degli Esteri della Georgia, destituita nel 2005; per lei, il regime di Saakashvili, scaturito da una rivoluzione d'ispirazione democratica, democratico non è più, perché limita la libertà di stampa e si fonda su nazionalismo e autoritarismo. Come il sistema russo costruito da Putin.

Ma la crisi non si limita all'attrito fra due nazionalismi autoritari: quello russo, imperiale; e quello di un piccolo popolo che ha sempre resistito al potente vicino e che, talora, prende, come s'è visto, il controllo dell'Impero. La questione centrale non è neanche quella del petrolio, sebbene sia vero che gasdotti e oleodotti attraverso la Georgia aggirano il territorio russo, per togliere a Mosca il controllo dei rifornimenti all'Europa. Da questo punto di vista, la Georgia è area cruciale.

Il nodo della nuova situazione internazionale è in realtà la Russia nei rapporti con Europa e Stati Uniti, insomma con l'Occidente. Domanda brutale: che fare con la Russia? Il periodo dal 1917 in poi, proseguito con la Guerra fredda fino al 1989, ha segnato la permanenza di questo plurisecolare problema geopolitico.

La Russia è Occidente o Asia? I russi sono soci o rivali? Interesse degli occidentali è respingerli, indebolirli o arrivare a un'intesa?

È evidente che, dalla fine dell'Urss, gli Stati Uniti - trascinando gli europei, più prudenti - vogliono impedire che la Russia torni grande potenza internazionale. Washington ha voluto stravincere la Guerra fredda. Le basi militari americane - oggi anche lo scudo antimissile - circondano da vicino la Russia. Gli Stati Uniti hanno sostenuto, per non dir suscitato, «rivoluzioni» democratiche in Georgia, Ucraina, ecc.

E hanno goduto dell'appoggio dei popoli - georgiani, baltici, ucraini, polacchi - che erano stati colonizzati dai sovietici. Culmine dell'offensiva è stato disgregare la Jugoslavia, coi bombardamenti aerei su Belgrado, per finire con l'indipendenza del Kosovo.

Ogni volta la Russia è stata messa davanti al fatto compiuto, umiliata, cacciata indietro in nome dei «diritti dell'uomo»... ben poco invocati quando, come accade ora, la Turchia bombarda i curdi in Irak e agisce con l'esercito nel «Kurdistan».

Ma oggi la Russia ha potenti risorse - materie prime, gas e petrolio - e non retrocede più. E poi è stato il presidente Saakashvili a intervenire militarmente nell'Ossezia del sud, rompendo il precario compromesso.

Si notino le somiglianze fra vecchia e nuova situazione internazionale. La Guerra fredda è tramontata: poste ideologiche in gioco non ce ne sono più. I russi non vogliono imporre un modello sociale e politico. Vogliono controllare una sfera d'influenza e difendere gli interessi nazionali. Europa e Stati Uniti invocano i diritti dell'uomo, ma anche i loro scopi sono meno ideologici che geopolitici.

Il grosso rischio è che - a margine dei grandi insiemi (Europa, Stati Uniti, Russia, Cina, ecc.) - qualche potenza minore forzi la mano ai protettori. Nel 1914 fu il ruolo dei serbi, che trascinarono le grandi alleanze nella guerra generale. Sarajevo = Tbilisi?

Chi vuol pensare il XXI secolo, analizzi il XIX, più che il XX. Nella partita a scacchi della politica internazionale, l'ideologia non è più la «regina», ma un pedone qualsiasi. E spesso una pura chimera.

giovedì 21 agosto 2008

Russia e Siria, il contraltare a USraele

Il presidente siriano Bashar Assad e’ in questi giorni a Mosca in visita ufficiale, ottenendo cosi’ un importante successo diplomatico per il suo Paese, isolato fino a un anno fa circa.

Dopo questa visita Damasco sarebbe pronta a discutere l'impiego del sistema missilistico russo di difesa "Iskander", anche se da Mosca non è arrivata nessuna proposta in merito.
Il presidente siriano ha detto che il suo Paese vuole migliorare le relazioni militari con il Cremlino per incrementare la propria sicurezza nazionale.

E la stampa israeliana ha gia’ riportato che la Russia starebbe pensando di istallare il suo Iskander in Siria e nella città extraterritoriale di Kaliningrad, sul Baltico, per rispondere allo "scudo spaziale" USA.

Infatti la marina russa sta per arrivare in Siria, con “buona pace” degli israeliani e degli americani che stanno incassando una sconfitta diplomatica (e militare, leggi Georgia) dietro l’altra.

Siria, dall'isolamento alla ribalta
di Naoki Tomasini – Peacereporter – 20 Agosto 2008

Secondo il sito Debka file, vicino all'intelligence israeliana, dopodomani, 23 agosto, arriverà nel porto siriano di Tartous un imponente contingente navale russo, guidato dalla portaerei Admiral Kuznetsov e dal più importante lanciamissili russo, il Moskva e comprendente almeno quattro sommergibili dotati anch'essi di armamenti nucleari.
Che faranno in Siria? E come si è arivati a questo punto?

Il presidente siriano Bashar Assad, a capo di quello che l'amministrazone Usa definisce da anni uno Stato canaglia, ha iniziato in questi mesi a rompere l'isolamento e a recitare un ruolo chiave in tutte le maggiori crisi regionali, dal Libano all'Iraq, dall'Iran alla Russia, senza escludere Usa, Europa e Israele. Il mese scorso, dopo il suo primo viaggio in Francia su invito di Nikolas Sarkozy, Assad si è recato in Iran per rassicurare Ahmadinejad e, mercoledì 20 agosto, è giunto in Russia, dove incontrerà il presidente Medvedev. Con lui discuterà di scenari politici mediorientali e, soprattutto, di armamenti.

Lo ha ammesso lo stesso Assad prima della partenza: “La cooperazione tecnica e militare è il primo obbiettivo. L'acquisto di armi è molto importante e penso che dovremmo accelerarlo dal momento che l'occidente e Israele continuano a mettere pressione sulla Russia”. Proprio la crisi nel Caucaso sembra sia tra le ragioni principali della visita: in seguito all'attacco di Tbilisi in Ossezia del Sud dell'8 agosto scorso, Mosca ha denunciato a più riprese la fornitura di armi, mezzi militari e formazione, da parte di Israele all'esercito di Mikheil Saakashvili.

Israele replica di non aver sostenuto l'esercito georgiano come nazione, bensì attraverso le sue compagnie private nel campo della sicurezza. Tuttavia quelle stesse vendite private possono avvenire solo con un l'approvazione del ministero della Difesa. Secondo Assad il ruolo che Israele sta ricoprendo nei conflitti mondiali non fa altro che spingere paesi come la Siria (cioè i nemici degli Usa e alleati di Russia e Iran) a stringere i legami con Mosca. Fonti diplomatiche russe, citate dall'agenzia Interfax, confermano che Mosca e Damasco starebbero per firmare diversi accordi per la fornitura di sitemi missilistici anti-aerei e non solo.

Nonostante le pressioni israeliane, che in passato erano riuscite a bloccare queste forniture, oggi Assad e Medvedev sembrano intenzionati a riallacciare quel legame, sia commerciale che politico, che stingeva assieme Damasco e Mosca nel corso della Guerra Fredda. Il sostegno dichiarato da Assad per le operazioni russe nel Caucaso è stato il primo passo, gli accordi che verranno firmati in questi giorni ne saranno la logica conseguenza. “Il sostegno fornito da Israele alla Georgia nel suo conflitto con la Russia è destinato a condizionare, nel prossimo futuro, i rapporti tra Russia e Israele, oltreché quelli tra Mosca e i paesi arabi” ha concluso il siriano.

La rinnovata cooperazione tra Siria e Russia è dunque una questione che oltrepassa i confini del medioriente, e Assad si è dimostrato consapevole del peso specifico dell'accordo, dicharando di essere anche disposto a ospitare in territorio Siriano i sistemi missilistici russi di tipo Iskander, come risposta al progetto Usa di Scudo Spaziale nell'Europa orientale. “Vogliamo collaborare con la Russia in tutto ciò che può consolidare la sua sicurezza” ha dichiarato al quotidiano russo Kommersant, e ha concluso paventando un ipotetico isolamento ai danni di Mosca che “deve pensare a misure di risposta se si troverà accerchiata”. “Bashar Assad è sempre più un pilasto del Medio Oriente” scriveva il cronista dell'Independent, Robert Fisk, all'indomani della sua visita a Teheran.

Secondo Fisk il presidente siriano si trova oggi in posizione di forza “senza aver sparato un colpo”. Sarkozy aveva bisogno di lui per mediare con il presidente iraniano Ahmadinejad sulla questione del Nucleare e della sua influenza in Libano per stabilizzare anche il paese dei Cedri. Lo scorso 16 agosto c'è stata la storica visita del presidente libanese Michel Suleiman a Damasco, storica perché sancisce la nascita di relazioni diplomatiche “normali” tra Beirut e Damasco, dopo che per anni il libano era stato un protettorato siriano. D'altro canto, però, Assad non ha rinunciato a sostenere i sogni nucleari di Teheran e, parlando con Ahmadinejad, ha sostenuto la sua visione di una cospirazione israelo-statunitense.

Un fatto imperdonabile per l'amministrazione Bush, che però a sua volta ha bisogno di lui per non perdere il controllo della situazione in Iraq. Nei mesi scorsi, con la mediazione della Turchia, Assad aveva anche intavolato una trattativa con Israele per la restituzione delle alture del Golan, ma non per questo aveva rinunciato a esprimere il proprio sostegno per Hezbollah e Hamas, la cui leadership politica trova asilo a Damasco.

La Russia si riprende il suo posto al sole

Qui di seguito altri articoli sulle conseguenze della guerra tra Georgia e Russia.

Operazione Saakashvili
di Giulietto Chiesa –Megachip – 21 Agosto 2008


Quei giorni di agosto 2008 resteranno sicuramente nella storia come giorni di una svolta, di un drastico del quadro politico internazionale. La Russia non è più quella che, per 17 anni, l'Occidente aveva immaginato che fosse. E' ben vero che, i primi anni dopo il crollo, l'euforia del trionfo dell'Occidente era stata corroborata da una leadership russa di Quisling, capitanati da un ubriacone rozzo e baro, come lo fu Boris Eltsin. Ma dopo, con la sua dipartita dal potere russo, la musica aveva cominciato a cambiare. I segnali erano tanti. Ma i vincitori erano convinti che Vladimir Putin facesse il muso duro solo per rabbonire i russi umiliati, mentre, in realtà, proprio lui stava - lentamente, ma con chiara progressione - mettendo le basi per un cambiamento. Solo che, come dice un antico proverbio coltivato sotto ogni latitudine, Dio acceca coloro che vuole perdere.

L'illusione sulla disponibilità dei russi a lasciarsi mettere ormai il piede sul collo in ogni occasione avrebbe dovuto assottigliarsi e dare spazio al realismo. Da queste colonne ho scritto più volte - i lettori lo ricorderanno - che la Russia aveva smesso di ritirarsi e che sarebbe venuto il momento in cui tutti avremmo dovuto accorgercene.

Al giovane avvocato americano Saakashvili, e ai suoi consiglieri e amici americani e israeliani, agli europei che continuano a tenere bordone, è toccato di sperimentare che la ritirata della Russia è finita. Resta loro ancora da capire che è finita per sempre. Nel senso che, per un periodo di tempo oggi non prevedibile, l'Occidente, o quello che ne resta, dovrà fare i conti con una Russia tornata protagonista mondiale. E non solo perchè la Russia è oggi molto più forte di quello che era nel 1991, ma perchè l'Occidente - e in primo luogo gli Stati Uniti d'America - è molto più debole di allora. Sotto tutti i profili. Otto anni di George Bush hanno logorato l'America, il suo prestigio. Ma non è solo politica.

La crisi della finanza internazionale è nata dalla "Grande Truffa" dei mutui facili, costruita da Wall Street. La crisi energetica, evidente a tutti salvo a chi non vuole vederla, incombe ormai sull'intera economia mondiale e determinerà contraccolpi drammatici in tutto il mondo, mentre la Russia si trova ad essere l'unica grande potenza che ha tutte le risorse al suo interno e non avrà alcun bisogno di andarsele a prendere, con la forza, fuori dai suoi confini.

Il cambiamento climatico colpirà ogni area del pianeta, ma tra tutte la più avvantaggiata sarà proprio la Russia, mentre Europa e Stati Uniti dovranno difendersene in tempi relativamente rapidi. L'Europa, in primo luogo, avrà un bisogno imperioso, non eliminabile, dell'energia russa per fronteggiare una transizione a una società che non sarà più quella della crescita dei consumi (che verrà resa impossibile dalle nuove condizioni di scarsezza relativa e assoluta di risorse). Queste sono considerazioni di elementare realismo, alle quali molti dirigenti europei e entrambi i candidati alla presidenza americana, sembrano essere impermeabili.

La loro visione del mondo ha continuato, in questi diciassette anni, ad essere quella della guerra fredda, dei vincitori. E hanno assunto come bibbia per i loro pensieri il libretto che Zbignew Brzezisnki aveva scritto parecchio tempo prima della caduta dell'Unione Sovietica: obiettivo prossimo venturo, "dopo la liquidazione del comunismo", dovrà essere la liquidazione della Russia, la sua scomposizione, la sua trasformazione in tre repubbliche (Russia Europea, Siberia Occidentale, Estremo Oriente russo) prima "leggermente federate" e poi indipendenti.

Con la parte europea assorbibile dall'Europa, la Siberia Occidentale in mano americana, e l'estremo oriente russo messo a disposizione di Giappone e Cina, a sua volta omogeneizzata alla globalizzazione americana. Come sappiamo le cose sono andate molto diversamente su tutti i fronti. Ma la pressione sulla Russia è stata mantenuta, continua, asfissiante. Basta guardare oggi alle immagini della manifestazione di Tbilisi, in cui Saakashvili ha cercato di rimettersi in piedi dopo la durissima lezione subita tra il 6 e il 9 agosto, e passare in rassegna i nomi degli "ospiti" alleati morali (l'Ucraina anche alleata materiale) dell'aggressione all'Ossetia del Sud, per avere il quadro dei risultati di quella politica di Washington. Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ucraina in fila, con i loro presidenti, di fronte alla folla georgiana: vista sulla carta geografica è la rappresentazione dell'accerchiamento, di una nuova, davvero insensata, irrealistica operazione di accerchiamento.

Aggiungendo la Georgia ecco completato il semicerchio con cui tutte le frontiere della Russia diventano bastioni di un'offensiva politico-diplomatico-energetica-psicologica antirussa. Mancavano, tuttavia, la Romania, la Bulgaria, perfino la Repubblica Ceca di quel reazionario con i fiocchi di Vaclav Klaus. Mancavano l'Ungheria la Slovacchia e la Slovenia, forse solo un tantino più prudenti, forse resesi conto che la corda era stata tirata troppo ed è giunto il momento di frenare se non si vogliono maggiori guai. Mancava perfino l'Italia, figurarsi!

E il giorno dopo Varsavia firmava l'accettazione del nuovo sistema missilistico americano. Primo atto, presentato come "di ritorsione" dai media occidentali, mentre era in preparazione da almeno due anni. E, a proposito dei media occidentali, resta solo da constatare che l'ondata di menzogne da essi prodotte (con rarissime eccezioni) , se ha dato l'impressione momentanea di un isolamento completo della Russia in tutto l'Occidente, ha rappresentato la classica vittoria di Pirro.

Non solo perchè i fatti, gli avvenimenti sul terreno, hanno confermato le versioni che venivano date dalla Russia e dai suoi media, ma perchè la falsificazione è stata così imponente, così sfacciata che negli anni a venire verrà ricordata da milioni di russi (e da miliardi di persone in tutto il mondo non occidentale) come la prova definitiva che il mainstream informativo occidentale è ormai diventato un megafono - attivo e passivo - dei centri imperiali del potere.

Dunque non più affidabile. Sono quelle cose che in politica si pagano, magari non subito, magari dopo anni, ma restano nella memoria dei popoli, nella psicologia collettiva. Questa volta i bugiardi, gli aggressori non sono stati i russi, ma "i nostri". E non hanno mentito, imbarazzati, solo i portavoce. In quelle ore mentivano i numeri uno, sfilando, uno dietro l'altro davanti alle telecamere famose delle maggiori catene disinformative. Bush che annuncia il prossimo assalto a Tbilisi e il rovesciamento del "democratico governo della Georgia", Mc Caine che ripete la giaculatoria, e via tutti gli altri, incluso Obama. Dio ci protegga da questo futuro presidente americano, chiunque sia, nero o bianco, vecchio o giovane, democratico o repubblicano.

"La Russia ha occupato Gori"; "colonne di tank russi si dirigono su Tbilisi". Le vie di Tzkhinvali, devastate dall'assalto di un esercito di migliaia di uomini di centinaia di carri armati, di aerei e elicotteri, mostrate al pubblico come fossero le strade di Gori "selvaggiamente bombardate" dagli aerei russi. Notizie di bombardamenti dell'oleodotto Baku-Ceyhan date per certe, ma inventate, offrono spazio a decine di commenti sul nulla.

Ma il vertice dell'ipocrisia avviene quando i media occidentali, resisi conto che la Russia non punta affatto a conquistare Tbilisi e che si è fermata sulle frontiere dell'Ossetia del Sud e dell'Abkhazia, cominciano a stigmatizzare indignati i bombardamenti che la Russia ha effettuato fuori da quelle frontiere.

Come se tutti si fossero dimenticati che gli aerei della Nato, nel 1999, andarono a bombardare Belgrado e decine di piccoli e medi centri urbani della Jugoslavia. Semplicemente per punire la popolazione, per democratizzarla, distruggendo ponti, infrastrutture, fabbriche, ospedali. E naturalmente uccidendo centinaia, anzi migliaia di civili. Due pesi e due misure, come al solito. Noi siamo i buoni, loro sono i cattivi. Punto e basta.

Punto e basta lo ha detto ora la Russia di Medvedev e Putin. L'Ossetia del Sud e l'Abkhazia saranno riconosciute formalmente come repubbliche indipendenti dalla Russia. Fino ad ora non era avvenuto. L'avventura sanguinosa di Saakashvili e di Washington lo ha reso inevitabile prima ancora che possibile. Medvedev ha detto, senza la minima ambiguità, che la Russia accetterà le decisioni dei due popoli e le trasformerà in atti politici e diplomatici, "uniformando la propria posizione internazionale a quelle decisioni". E non vi è dubbio quali saranno quelle decisioni. E non vi saranno passi indietro rispetto a quello che ossetini e abkhazi hanno già ripetutamente scelto nei referendum per la sovranità che hanno approvato.

L'"integrità territoriale" della Georgia - questa la formula difesa da diverse risoluzioni del Parlamento Europeo che io non ho mai votato - non sarà più possibile. Saakashvili è politicamente finito. Lo terranno in piedi ancora per qualche tempo, poi dovranno spiegargli che e' meglio se torna a fare l'avvocato negli Stati Uniti.

La Georgia nella Nato forse entrerà, se l'Occidente insiste nella sua offensiva antirussa. E forse entrerà anche l'Ucraina. Impossibile prevedere lo sviluppo di questi eventi perchè le variabili sono troppo numerose per essere calcolate tutte. Ma gli occidentali dovrebbero sapere che ogni passo che faranno in questa direzione sarà duramente contrastato dalla Russia che, come è evidente, ha smesso di ritirarsi.

Georgia e Ucraina in Europa sembrano oggi, viste da Bruxelles, più difficili di prima. La crisi georgiana ha mostrato che in Europa vi sono forze ragionevoli che non vogliono portarsi in casa una guerra e non vogliono creare una crisi di enormi proporzioni (con l'Ucraina spaccata in due). L'operazione Saakashvili si è rivelata un vero disastro geopolitico per gli Stati Uniti. Le onde di risucchio andranno lontano. La guerra fredda è ricominciata, e non per colpa della Russia. L'Europa dovrà decidere da che parte stare.


Le colpe di Washington nel dramma della Georgia
di Massimo fini – http://www.massimofini.it/ – 15 Agosto 2008

La vicenda Georgia - Ossezia del Sud - Russia porta al pettine se non tutti una buona parte dei nodi; delle contraddizioni, degli errori della politica estera americana di questi ultimi vent'anni seguita finora, o subita, quasi supinamente dall'Europa.Bush ha minacciato la Russia di espulsione dal G8 e dal Wto (grottesco diktat poi sfumato in un più diplomatico rischio di compromettere "l'aspirazione di essere integrata nelle strutture diplomatiche, politiche ed economiche del Ventunesimo secolo") per essere intervenuta nell'Ossezia del Sud a sua volta aggredita dalla Georgia da cui formalmente dipende e dalla quale reclama, da vent'anni, l'indipendenza? Ma quale autorità ha Bush in materia dopo che gli Stati Uniti hanno voluto, e ottenuto con la violenza delle armi, l'indipendenza del Kosovo dalla Serbia? Con differenze che rendono molto più giustificabile l'intervento russo in Ossezia di quanto non lo fosse l'aggressione americana alla Serbia.

Il Kosovo infatti era da sempre territorio serbo (era anzi considerato "la culla della Nazione serba") e vi vivevano 380mila serbi (ora ridotti a 60mila nella più grande, e vera, pulizia etnica nei Balcani), l'Ossezia del Sud non è mai stata territorio georgiano e vi vivono solo osseti. Gli indipendentisti albanesi dell'Uck, foraggiati e armati dagli americani, facevano ampio uso del terrorismo, gli osseti no. Le truppe russe sono intervenute in Ossezia e hanno anche sconfinato in Georgia ma non ne hanno toccato la capitale, Tbilisi, gli americani bombardarono invece a tappeto, per 72 giorni, Belgrado. La Serbia di Milosevic non costituiva una minaccia per alcun Paese Nato (anzi non costituiva, ridotta ai minimi termini com'era dopo la guerra di Bosnia, una minaccia per nessun Paese).
La Georgia in predicato per entrare nella Nato, e con una serie di "istruttori" americani sul suo territorio, sta ai confini della Russia. Ciò che ha fatto la Russia in Georgia e in Ossezia del Sud è quindi molto meno grave, e più giustificabile, di quanto hanno fatto gli Stati Uniti in Serbia e in Kossovo. Nella vicenda kosovara l'Europa, compresa l'Italia di D'Alema, seguì supinamente e stupidamente gli Stati Uniti.
Mentre infatti gli americani avevano almeno un loro piano, costituire un corridoio - Albania più Bosnia più Kosovo - di islamismo "moderato" nei Balcani a favore della Turchia, il loro grande alleato nella regione (calcolo poi rivelatosi sbagliato perché in quel corridoio si sono installate cellule di Al Quaeda che stanno contaminando proprio la Turchia), l'Europa non aveva alcun interesse a favorire la componente islamica dei Balcani a danno della Serbia ortodossa e da sempre parte integrante del Vecchio Continente (e infatti quando a Ballarò dissi a D'Alema che quella per il Kosovo era stata una guerra "cogliona", l'ex presidente del Consiglio non replicò).
Ma ora l'Europa sembra rialzare la testa. Sembra aver capito che non è suo interesse appiattirsi come una sogliola davanti all'aggressiva politica americana. La mediazione di Sarkozy va tutta in questo senso (e infatti un documento di Washington di condanna esplicita della Russia inviato ai membri del G7 non è passato).
Sarkozy non ha ottenuto solo l'immediato "cessate il fuoco" ma anche la posizione giuridica dell'Ossezia del Sud e dell'Akbazia) sia discussa in una Conferenza internazionale da cui uscirà, con tutta probabilità, l'indipendenza dei due Paesi. Senza spargimenti di sangue. Che è la soluzione ottimale per i russi, ma anche per noi.
L'Europa ha infatti molti motivi, di vicinanza ed economici, per tenersi buona la pur ambigua Russia di Putin. Così come ha molto motivi per avere buoni rapporti con i Paesi musulmani che circondano le sue coste (mentre l'America li ha a 10mila chilometri di distanza). Per questo sempre Sarkozy sta favorendo l'"Unione mediterranea", cioè di tutti i popoli del Mediterraneo.
E l'Italia in tutto questo cosa fa? Il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, non ha nemmeno partecipato alla riunione che i suoi colleghi della Ue hanno tenuto a Bruxelles per discutere della crisi georgiana. Sta alle Maldive. Forse ci è restato apposta, per non compromettersi. Una dimostrazione ulteriore, se ce ne fosse stato bisogno, che con la politica delle pacche sulle spalle "all'amico Bush" e all'"amico Putin" non si combina nulla e si finisce per non contar nulla.


Come Soros e il Foreign Office crearono l’odierno regime georgiano
http://www.movisol.org/ – 20 Agosto 2008

Dopo aver servito i suoi padroni nelle guerre dei Balcani del 1990-1991, George Soros lavorò ad un ciclo di missioni di addestramento a Belgrado, da cui lanciò più tardi la “Rivoluzione Rosa”, la “Rivoluzione Arancione”, e altri elementi di una serie di insurrezioni pensate per destabilizzare gli stati nazionali prescelti e creare un “anello attorno alla Russia” con cui arrivare al confronto armato tanto desiderato da Londra. Una delle operazioni più importanti di Soros fu il rovesciamento del presidente georgiano Eduard Shevardnadze e la sua sostituzione con Mikheil Saakashvili, educato nell’ambito del progetto “Open Society Institute” da lui animato da alla Columbia University. Proprio per mandare a casa Shevardnadze, dal 1994 al 2004, con i tanti progetti e sottoprogetti di Soros furono spesi più di 40 milioni di dollari.
Nei primi mesi del 2003, Soros cominciò a pieno regime le azioni con cui attivare le “truppe” che avrebbero dovuto iniziare la conquista “democratica” della Georgia. Nel novembre successivo, il quotidiano canadese Globe and Mail fornì una descrizione molto precisa della cosa:"Tbilisi – È in febbraio che il finanziere miliardario George Soros ha posato la prima pietra del progetto di rovesciamento del presidente georgiano Eduard Shevardnadze.""In quel mese, con i soldi provenienti dal suo Open Society Institute un attivista di Tbilisi, il trentunenne Giga Bokeria, fu spedito in Serbia per incontrare i membri del movimento Otpor [resistenza] e imparare da essi come condurre dimostrazioni di piazza simili a quelle che avevano rovesciato il dittatore Slobodan Milosevic.
Nell’estate, poi, la fondazione del Sig. Soros rimborsò il viaggio di ritorno in Georgia ad alcuni attivisti di Otpor, i quali istruirono per tre giorni consecutivi oltre un migliaio di studenti su come allestire una rivoluzione pacifica."“Lo scorso fine settimana, il Liberty Institute, fondato con l’aiuto del Sig. Bokeria, è stato lo strumento con cui organizzare le proteste di piazza che hanno forzato il Sig. Shevardnadze a rassegnare le proprie dimissioni. Il Sig. Bokeria ha detto di aver imparato a Belgrado… come usare le tattiche di pressione popolare che si sono dimostrate così persuasive a Tbilisi, dopo le dubbie elezioni parlamentari di questo mese."La Georgia non è stata l’unica nazione colpita dalle truppe giacobine della rivoluzione “colorata” addestrate da Soros. Il copione è stato ripetuto anche in Ucraina e in altre nazioni un tempo appartenenti al blocco sovietico.
Come attestò il giornalista Mark Almond il 14 novembre 2007, Saakashvili giunse al potere nel 2004 grazie ai tanti milioni di dollari forniti a lui e ad ogni suo uomo (lungo tutta la scala gerarchica) dal miliardario Soros e dall’allora vice segretario generale dell’ONU Mark Malloch Brown (oggi Lord Malloch Brown, segretario generale del Foreign Office britannico). Almond scrisse che, durante le elezioni del 2007, i poliziotti del governo Saakashvili, ben pagati con 1000 dollari al mese (una bella cifra in Georgia), agirono come una milizia in grado di dare man forte alle intimidazioni contro le opposizioni.
Il golpista dell'Impero
Lord Malloch Brown non è soltanto quel collaboratore di Soros che aiutò a rimpinguare le casse degli apparati di ‘guerra allo stato nazionale’ con i soldi delle Nazioni Unite: egli è anche socio in affari con Soros. Nell’aprile 2007, Malloch Brown fu eletto vicepresidente del Quantum Fund, la finanziaria da cui provengono i tanti miliardi dello speculatore Soros. Una settimana dopo era nominato direttore generale del Foreign Office.
Il Financial Times riportava che “Sir Mark [ora Lord Malloch Brown] sarà anche vicepresidente del filantropico miliardario Open Society Institute, che promuove la democrazia e i diritti umani, particolarmente in Europa orientale e nell’ex Unione Sovietica”.
Il quotidiano inglese aggiungeva, il primo maggio dello stesso anno, che “con una lettera agli azionisti dei vari hedge fundsdel Quantum Fund, il Sig. Soros diceva che Sir Mark avrebbe espresso consigli su un ventaglio di questioni a lui e ai suoi due figli, che quotidianamente gestiscono la società. Con i suoi tanti contatti internazionali, Malloch Brown aiuterà a creare occasioni in giro per il mondo per l’amministrazione del fondo di Soros…”Lord Malloch Brown è nel business dei "cambiamenti di regime" da una vita. Nato in Rhodesia da una famiglia di proprietari terrieri dell'Impero, un certo istinto coloniale gli scorre nelle vene.
Nel 1986 abbandonò la carriera di giornalista all'Economist per entrare nella sezione internazionale di un aggressivo studio di consulenza politica americano, Sawyer & Miller, per cui svolse attività di consulenza in favore di Corazon Aquino, allora leader dell'opposizione filippina. Egli si vanta di aver partecipato in maniera decisiva al rovesciamento del presidente Marcos. Nel 1990 Malloch Brown rappresentò il romanziere fascista peruviano Mario Vargas Llosa, che si candidò alle elezioni presidenziali proponendo la legalizzazione della droga e sacrifici per le classi popolari. Naturalmente perse.
Lo studio Sawyer & Miller ha anche promosso campagne a favore del Dalai Lama. Malloch Brown e Soros tramano in combutta contro gli stati nazionali almeno dal 1993, quando il primo aderì a un gruppo organizzato dal finanziere anglo-ungherese, che aveva il compito di stilare suggerimenti su come spendere un fondo di 50 milioni di dollari per "ricostruire" la Bosnia, dopo che questa era stata distrutta dalla guerra orchestrata dai britannici.Durante il suo mandato come vicesegretario dell'ONU, egli e Soros sembravano inseparabili, come Gianni e Pinotto.
Nel 2002 tennero assieme una conferenza stampa a Monterrey, nel Messico, per annunciare piani su come usare i fondi dell'ONU, integrandoli con fondi procurati da Soros, per controllare l'economia e la politica dei paesi del terzo mondo. Soros non agiva come filantropo, ma in veste di presidente del Soros Management Fund, un noto fondo speculativo. Oggi non esisterebbe il governo Saakashvili senza Soros e Malloch Brown.
Nel gennaio 2004, alla riunione del World Economic Forum a Davos, Soros, Malloch Brown e Saakashvili comparvero assieme ad una conferenza stampa per annunciare un fondo di 1,5 milioni di dollari, due terzi dei quali provenienti dall'Open Society Institute e un terzo dal Programma di Sviluppo dell'ONU. I fondi erano destinati ad un "programma di riforma della governance" in Georgia, il cui progetto principale erano bustarelle organizzate: un "Fondo di supplemento salariale".
Il rapporto dell'UNDP – allora diretto da Malloch – confessava che quei finanziamenti avevano spinto "il presidente russo Vladimir Putin [...] a rimproverare il Sig. Saakashvili di essere sul libro paga del Sig. Soros". Nel 2006, i supplementi salariali superavano il milione di dollari al mese, secondo il rapporto UNDP.Questi fondi sono andati ad un vasto contingente di agenti di Soros che sono il governo della Georgia: il capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale Alexander Lomaia; il vice ministro degli Esteri Giga Bokeria (uno dei primi ad essere addestrato dagli squadristi serbi di Otpor); il presidente della Commissione per l'Integrazione Europea del parlamento georgiano, David Darchiashvili; e tanti a seguire.Ora Lord Malloch Brown è il segretario generale del Foreign Office. Si sarà preoccupato di dimettersi dal Quantum Fund e dall’Open Society Institute? Lo diciamo a coloro che ancora si indignano per i conflitti d’interesse, senza guardare più in alto.

martedì 19 agosto 2008

Russia-NATO: sale la tensione

Mentre i russi si stanno ritirando dalla Georgia la tensione tra Mosca e Tbilisi resta però alta. La Russia ha infatti parzialmente chiuso il confine con la Georgia per impedire a "terroristi stranieri" di entrare nel suo territorio. La frontiera russa con la Georgia, come con l'Azerbaijan, resterà chiusa per tutti coloro che non sono cittadini della CSI – la Comunita’ degli Stati Indipendenti, il gruppo di Stati ex sovietici guidato dalla Russia - in base a un decreto firmato dal premier Putin e pubblicato oggi.

Inoltre il capo del Servizio di sicurezza federale russo, Alexander Bortnikov, ha sottolineato che “Ci sono giunte informazioni sulla preparazione di atti terroristici da parte dei servizi segreti georgiani e sull’intenzione di leader miliziani di intensificare la loro attività. Per questo, ho ordinato contro-misure per assicurare protezione a strutture pubbliche, trasporti, industrie, infrastrutture energetiche e aree densamente popolate in primo luogo nei distretti federali meridionali”.

Mentre il gen Anatoli Nogovitsin, vice comandante dello stato maggiore russo, ha dichiarato che entro la fine di agosto navi da guerra Usa, canadesi e polacche entreranno nel Mar Nero, ma Mosca non ha intenzione di dotare di armi nucleari la sua flotta del Baltico, come invece la stampa Britannica aveva riportato al fine di disinformare.

Sempre oggi si e’ tenuto il consiglio straordinario dei ministri degli Esteri dei Paesi Nato e al termine della seduta il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer, citando una frase contenuta nel documento finale, ha dichiarato “Con la Russia non può più essere business as usual. Questo meeting straordinario lo dimostra. Le relazioni future con la Russia dipenderanno dalle azioni concrete che Mosca intraprenderà per dare seguito all'attuazione del piano di pace. Non intendiamo chiudere tutte le porte di comunicazione con la Russia”.
La Nato ha infine deciso anche di istituire una speciale commissione per relazioni più strette con la Georgia.

Ma e’ l’accordo firmato pochi giorni fa tra Polonia e USA a porre inquietanti interrogativi sulle future relazioni dell’Occidente con la Russia.
E sembra proprio che una nuova Guerra Fredda sia all’orizzonte.


Difesa missilistica: Washington e la Polonia portano il mondo verso la guerra
di F. William Engdahl - Global Research – 15 Agosto 2008
tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

La firma il 14 agosto di un accordo tra i governi degli Stati Uniti e della Polonia per lo spiegamento sul suolo polacco di ‘missili intercettori’ Usa è la più pericolosa mossa verso una guerra nucleare che il mondo abbia visto dalla crisi cubana dei missili del 1962. Lungi dall’essere una mossa difensiva per proteggere gli Stati europei della Nato da un attacco nucleare russo, come hanno fatto notare gli strateghi militari i missili Usa in Polonia pongono una minaccia esistenziale totale alla futura esistenza della nazione russa.

Il governo russo ha rilasciato ripetuti avvertimenti su questo fatto a partire dal momento in cui per la prima volta i piani Usa vennero svelati all’inizio del 2007. Oggi, nonostante ripetuti tentativi diplomatici da parte della Russia di raggiungere un accordo con Washington, l’amministrazione Bush, in seguito all’umiliante sconfitta Usa in Georgia, ha esercitato pressioni sul governo polacco perché infine firmasse l’accordo. Le conseguenze potrebbero essere impensabili per l’Europa e per il pianeta.

L’accordo preliminare per posizionare gli elementi dello scudo di difesa missilistica globale Usa è stato firmato dal viceministro degli esteri polacco Andrzej Kremer e dal capo dei negoziatori Usa John Rood il 14 agosto. In base ai suoi termini Washington prevede di posizionare 10 missili intercettori in Polonia accoppiati con il sistema radar della Repubblica ceca che afferma risibilmente essere volto a contrastare attacchi da quelli che definisce “Stati canaglia”, compreso l’Iran. Per raggiungere l’accordo Washington ha acconsentito a rinforzare le difese aeree polacche.

L’accordo deve essere ancora approvato dai governi dei due paesi e dal Parlamento polacco. Il primo ministro polacco Donald Tusk, durante un commento televisivo, ha affermato che “gli eventi nel Caucaso mostrano chiaramente che tali garanzie di sicurezza sono indispensabili”. Le discussioni tra Polonia e Stati Uniti riguardanti i missili si sono trascinate per mesi prima delle recenti ostilità in Georgia. Il portavoce stampa della Casa Bianca di Bush, Dona Perino, ha affermato ufficialmente: “crediamo che la difesa missilistica sia un contributo sostanziale alla sicurezza collettiva della Nato”.

Funzionari affermano che la base di intercettori in Polonia verrà aperta nel 2012. L ’otto luglio la Repubblica ceca aveva firmato un accordo per ospitare un radar Usa. La firma assicura ora un’escalation di tensioni tra la Russia e la Nato e una nuova corsa agli armamenti da guerra fredda in piena potenza. È importante che i lettori comprendano, come descrivo in modo estremamente dettagliato nel mio libro che uscirà in autunno Full Spectrum Dominance: The National Security State and the Spread of Democracy [“Dominio ad ampio spettro: lo stato di sicurezza nazionale e la diffusione della democrazia”], che la capacità da parte di una delle due fazioni opposte di mettere dei missili antimissile entro 90 miglia dal territorio dell’altra, anche solo con una batteria di missili antimissile primitiva di prima generazione, fornisce a tale fazione una virtuale vittoria in un equilibrio nucleare e costringe l’altra parte a prendere in considerazione una resa incondizionata o a reagire preventivamente lanciando un suo attacco nucleare prima del 2012.

Anziani legislatori russi hanno affermato venerdì che l’accordo danneggerebbe la sicurezza in Europa, e hanno ripetuto che la Russia dovrà intraprendere passi per assicurare la sua sicurezza. Andrei Klimov, vice presidente del comitato affari internazionali della Duma russa, ha affermato che l’accordo è pensato per dimostrare “la lealtà di Varsavia agli Usa e ricevere benefici materiali. Per gli americani è un’opportunità per espandere la loro presenza militare nel mondo, anche in vicinanza della Russia. Per la Nato si tratta di un rischio aggiuntivo… Molti paesi Nato non ne sono contenti, tra cui Germania e Francia”.

Klimov ha definito l’accordo un “passo indietro” verso la guerra fredda.

La risposta russa

I piani USA di costruire un radar nella Repubblica ceca e posizionare i 10 missili intercettori nella Polonia settentrionale come parte di uno scudo missilistico a controllo Usa per l’Europa e il Nordamerica sono stati ufficialmente venduti sotto la risibile spiegazione che fossero volti contro possibili attacchi da “Stati canaglia” tra cui l’Iran.

La scorsa primavera, l’allora presidente russo Vladimir Putin, mostrò la superficialità della propaganda Usa offrendo ad uno sconcertato presidente Bush l’uso da parte della Russia di stabilimenti radar russi in Azerbaijan sul confine iraniano per meglio monitorare possibili lanci di missili da parte dell’Iran. L’amministrazione Bush ha semplicemente ignorato l’offerta, mostrando che il vero obiettivo è la Russia e non “stati canaglia come l’Iran”.

La Russia vede giustamente lo schieramento dello scudo missilistico Usa come una minaccia alla sua sicurezza nazionale. Quest’ultimo accordo con la Polonia anticipa una risposta russa. Funzionari russi hanno precedentemente detto che Mosca avrebbe schierato i suoi missili tattici Iskander e i bombardieri strategici in bielorussia e nella più occidentale provincia russa di Kaliningrad se Washington avesse portato a compimento i suoi piani sullo scudo missilistico in Europa.

Mosca ha anche avvertito che potrebbe prendere come obiettivo i missili sul suolo polacco. Secondo un esperto militare russo, la Russia sta anche discutendo la messa in orbita di un sistema di missili balistici di risposta ai piani di difesa missilistica Usa per l’Europa centrale. Il colonnello generale Viktor Yesin, ex capo di stato maggiore delle Forze Missilistiche Strategiche Russe, attualmente vice presidente dell’Accademia per gli Studi sulla Sicurezza, la Difesa e la Giustizia, ha affermato: “potrebbe essere implementato un programma per creare missili balistici in orbita capaci di raggiungere il territorio Usa tramite il polo sud schivando le basi Usa di difesa aerea”.

L’Unione Sovietica aveva abbandonato tali missili seguendo quanto stabilito dal trattato START I, parte di accordi post guerra fredda con gli Usa, accordi che sono stati “significativamente ignorati da Washington, dal momento che ha spinto i confini della Nato sempre più vicino alle porte di Mosca”.

Anche Obama appoggia la difesa missilistica

L’accordo dividerebbe ulteriormente i paesi europei tra quegli Stati che il consigliere per la politica estera di Barack Obama, Zbigniew Brzezinski, definisce apertamente “vassalli” Usa e stati che cercano politiche più indipendenti.

Qualunque illusione che una presidenza democratica di Obama significherebbe un passo indietro su tali provocatorie mosse militari di questi ultimi anni da parte degli Usa e della Nato dovrebbe essere abbandonata dal momento che la squadra di politica estera di Obama comprende altri pericolosi pensatori in aggiunta a Zbigniew Brzezinski, quali il figlio dello stesso Brzezinski, Ian Brzezinski, attuale Vice Assistente Segretario alla Difesa per gli Affari Europei e la Nato. Ian Brzezinski è un devoto sostenitore della politica di difesa missilistica Usa così come dell’indipendenza del Kosovo e dell’espansione della Nato in Ucraina e Georgia.

lunedì 18 agosto 2008

La Georgia isolata dall'UE

Lo Stato maggiore delle forze russe ha annunciato oggi l’inizio del ritiro delle truppe dalle Georgia, in linea con quanto promesso ieri dal presidente Medvedev. Ma secondo l’edizione online del New York Times, i russi stanno schierando nell’Ossezia del Sud basi di lancio per missili a corto raggio SS-21, in grado di raggiungere la maggior parte del territorio georgiano, compresa la capitale Tbilisi.

E sempre oggi Medvedev ha dichiarato che “Chiunque proverà ad aggredirci e a uccidere i nostri cittadini riceverà una risposta schiacciante. La Russia avrà truppe sufficienti per rispondere a qualsiasi aggressione”. Parole che ogni Capo di Stato, responsabile della sicurezza dei propri concittadini, sottoscriverebbe in toto.

Intanto il rappresentante permanente russo presso la NATO Dmitri Rogozin ha definito "inaccettabili" le dichiarazioni del segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, su un uso sproporzionato della forza da parte della Russia in Georgia. Rogozin in un'intervista al quotidiano ufficiale «Rossiskaia Gazeta» ha dichiarato che “Mosca intende rivedere le sue relazioni con la Nato a causa di quelle dichiarazioni poco serie, tanto più da parte di un'organizzazione che ha usato la forza in modo assolutamente sproporzionato contro la popolazione civile, soprattutto nel quadro del conflitto del 1999 in Iugoslavia”.
Un ragionamento che non fa una grinza.

Mentre la televisione russa Vesti-24 ha annunciato che Eduard Kokoity, il leader dell’Ossezia del Sud, ha sciolto il governo e proclamato lo stato d'emergenza nella regione ''Ho firmato tre decreti: uno per le dimissioni del governo, un altro per la proclamazione dello stato d'emergenza in Ossezia del Sud e il terzo per la creazione di un comitato d'emergenza per la gestione delle conseguenze dell'aggressione georgiana''. Kokoity ha poi ribadito che non intende ospitare osservatori straneri nel territorio sudosseto, ma anzi vuole chiedere a Mosca di installare in zona una base militare permanente.

Intanto Saakashvili ha deciso di cambiare linguaggio e toni. In un appello televisivo alla nazione ha affermato che “Dopo il ritiro delle truppe russe dalla Georgia, dovremo pensare seriamente alla ricerca di una forma di rapporto fra i due Paesi, perchè i nostri popoli non si sono voltati le spalle per sempre. Bisogna iniziare a riflettere per evitare un divorzio definitivo con Mosca”.

Finalmente ha capito che deve dialogare con i russi, visto che l’esercito georgiano ha subito una pesante sconfitta e la Georgia non ha ricevuto dall’Occidente il sostegno sperato.


Tbilisi: «Anche Israele ci ha tradito»
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 17 Agosto 2008

Temur Yakobashvili è il cittadino israeliano che in Georgia è diventato ministro per la reintegrazione territoriale, ossia con il compito di riprendere le provincie separatiste filo-russe. E’ quello che il giorno dell’attacco georgiano, parlando alla radio dell’armata israeliana, disse che «Israele deve essere fiero della preparazione che ha dato alle nostre truppe».

Ora che Saakashvili è stato costretto a firmare il cessate-il fuoco dettato da Sarkozy (i media avevano detto che l’aveva firmato per primo, ma non era vero), Yakobashvili ha cambiato registro: «Israele ci ha tradito come gli europei e gli Stati Uniti». Secondo lui, «le truppe NATO dovevano difendere le infrastrutture vitali georgiane»; invece persino Israele «ha fatto come volevano i russi. Ha aiutato i terroristi. Non so cosa abbia ottenuto in cambio, io vedo che Hezbollah continua a ricevere armi russe, e tante» (1).

«Israele deve proteggere gli interessi che ha qui», ha continuato Yakob: «Ci sono molti uomini d’affari israeliani che hanno investito denaro, e un Paese deve proteggere gli investimenti dei suoi cittadini». Ha aggiunto che loro, i georgiani, avevano avvertito Washington che i russi si preparavano a contrattaccare, «ma ci hanno detto che i georgiani stavano di nuovo esagerando».

La tendenza ad esagerare perdura, percjhé Yakobashvili ha proclamato che le truppe di Tbilisi avevano «distrutto la 58ma armata russa» e abbattuto 17 aerei e tre elicotteri. Ma poi la meravigliosa armata georgiana ha dovuto ritirarsi, «perchè la Russia ha dispiegato 30 mila uomini e migliaia di carri armati. Il nostro non è un popolo suicida». Oggi a Gori, ha aggiunto, «è in corso un progrom cosacco contro la popolazione locale (i giornalisti sul posto smentiscono, ndr). Come ebreo, questo mi dà i brividi».

Se non altro, queste recriminazioni dimostrano che il regime georgiano sta cominciando a sentirsi in difficoltà, e teme di pagare per i suoi errori. «Abbandonato» dal cosiddetto Occidente e «tradito» persino da Israele, Saakashvili teme di non sopravvivere politicamente.

Probabilmente, giorno dopo giorno, anche gli altri Paesi dell’Est che hanno fidato negli Stati Uniti, mettendosi al loro servizio per regolare i loro vecchi conti con Mosca, trarranno le conseguenze di questi «tradimenti».

Se il potente Occidente non è intervenuto a salvare la Georgia, interverrà per salvare Polonia e Ucraina? Un generale russo ha appena comunicato alla Polonia, corsa ad accettare i missili antimissile americani sul suo territorio, che è diventata un bersaglio atomico. Conviene? Gli americani si batteranno nella guerra nucleare per salvare Varsavia, loro che non hanno salvato Tbilisi?

Questi ripensamenti indeboliranno fortemente le ambizioni espansionistiche geopolitiche di Washington nell’ex area di influenza sovietica.Un primo segno di questo indebolimento è già in atto: mentre gli USA si sono ritirati dall’esercitazione navale «Furkus 2008», programmata prima del conflitto georgiano, perchè vi partecipava anche la Russia, la Francia vi sta prendendo parte (l’esercitazione è cominciata il 15 agosto e durerà fino al 23; qui la notizia).
Un’esercitazione russo-francese senza gli USA! Interessante precedente.

Qualche ripensamento su questo nuovo smacco dell’espansionismo di Bush sta avvenendo anche in USA. Patrick Buchanan, il giornalista che è stato candidato presidenziale conservatore, ha giudicato in questo modo l’accusa di Bush, secondo cui la risposta russa è stata «sproporzionata»: «Ma noi non abbiamo autorizzato Israele a bombardare il Libano per 35 giorni in risposta ad una scaramuccia di frontiera in cui erano stati catturati due soldati israeliani? Questo non è stato molto più ‘sproporzionato’? La Russia ha invaso un Paese sovrano, ha lamentato Bush. Ma gli USA non hanno bombardato la Serbia per 78 giorni e non l’hanno invasa per obbligarla a cedere il Kossovo, su cui la Serbia aveva pretese storiche più giustificate di quelle della Georgia sull’Abkhazia e il Sud-Ossezia, popoli etnicamente separati dai georgiani? Non è stupefacente l’ipocrisia dell’Occidente?» (2).

Mosca, scrive Buchanan, «ha ritirato l’Armata Rossa dall’Europa, ha chiuso le sue basi a Cuba, ha disciolto ‘l’impero del male’ e lasciato che l’Unione Sovietica si frazionasse in 15 Stati, ed ha cercato l’alleanza e l’amicizia degli Stati Uniti. E noi, cosa abbiamo fatto? Trafficanti americani in combutta con mascalzoni moscoviti hanno saccheggiato la nazione russa. Rompendo una promessa fatta a Gorbaciov, abbiamo esteso la nostra alleanza militare in Est Europa, fino alla porta della Russia. Sei Paesi del Patto di Varsavia e tre ex-repubbliche dell’URSS sono oggi membri della NATO».

Bush e Cheney spingono per portare nella NATO anche Ucraina e Georgia, rincara Buchanan. Ciò significa che «saremo obbligati ad entrare in guerra con la Russia per difendere la città di nascita di Stalin (Gori) e la sovranità (ucraina) sulla Crimea e Sebastopoli, tradizionale sede della flotta russa del Mar Nero».

Immaginate se fosse accaduto l’inverso, suggerisce ai suoi lettori. Se fosse stata Mosca a inglobare l’Europa occidentale nel Patto di Varsavia. Se, per di più «avesse stabilito basi in Messico e Panama, piazzato missili e radar a Cuba, e si fosse unita alla Cina a costruire oleodotti per trasferire il greggio venezuelano e messicano nel Pacifico per imbarcarlo verso i porti asiatici. Se ci fossero consiglieri russi e cinesi ad addestrare gli eserciti latino-americani, come noi facciamo nelle repubbliche ex-sovietiche: Come avremmo reagito?».

Una lezione di geopolitica molto ragionevole. E le voci critiche contro la politica russo-asiatica di Bush si infittiscono, naturalmernte non sui media italiani, ma su quelli del fidato alleato britannico (3). Mentre le truppe russe restano ancora sul territorio «sovrano» della Georgia (con calma, stanno meticolosamente distruggendo o impadronendosi di tutto l’armamento), le vociferazioni minacciose della Casa Bianca e dei suoi neocon non fanno che antagonizzare Mosca, senza alcuna efficacia nella realtà.

«La Russia sta perdendo la guerra di propaganda», si consola la BBC: ma appunto, tutto ciò che si dice e si dirà nei prosismi giorni (l’UNHCR, che sta soccorrendo solo i profughi georgiani e non ha mandato uno spillo ai sud-osseti, sta già raccogliendo le accuse di «atrocità» russe, come oro colato, dalla bocca dei georgiani fuggiti) non è altro che propaganda.L’espansionismo americano ha subito una battuta d’arresto nel mondo reale. La stessa BBC deve ammettere che «c’è una certa simpatia per la posizione russa in Europa».

Una frattura intra-europea: ecco un altro risultato dell’avventurismo e unilateralismo di Bush. Salvo una catastrofica «october surprise» che mantenga al potere Bush indefinitamente, il prossimo presidente dovrà riparare molti e gravissimi danni, nel mondo reale.

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1) Anshel Pfeffer, «Georgia minister: Israel has sold us out», Haaretz, 15 agosto 2008.
2) Pat Buchanan, «Blowback from bear-baiting». AntiWar.com, 15 agosto 2008.
3) Si veda per esempio Andrew Alexander, il più autorevole columnist del Daily Mail « Nato is pushing Russia into a new Cold War», 14 agosto 2008. Fatto significativo, questo giudizio appare sull’edizione on-line, non su quella stampata del giornale britannico. William Pfaff ha echeggiato le stesse critiche. Si veda anche, sulla stessa linea critica degli USA, Richard Bennet, analista strategico dell’AFI Research britannico (AFI sta per «American and Foreign Intelligence»), su Asia Times: «The bear is back», l’orso russo è tornato, su Asia Times del 16 agosto.

venerdì 15 agosto 2008

Per la Georgia aiuti umanitari o armi made in USA?

Continuano ad arrivare aerei militari cargo USA a Tbilisi, ufficialmente per portare aiuti umanitari. Ma i russi cominciano a dubitare sul reale contenuto di questi “aiuti”.

Il vice capo di Stato maggiore russo, generale Anatoli Nogovitsin, ha reso noto durante una conferenza stampa a Mosca che vicino alla città georgiana di Senaki è stato sequestrato un grande deposito di armi di fabbricazione USA aggiungendo di non avere ancora certezza se gli USA stanno consegnando in queste ore alla Georgia carichi di natura umanitaria o materiale militare.

Infatti oltre all'aiuto umanitario il Pentagono ha dichiarato che "rivaluterà" la situazione delle forze militari georgiane e la loro accresciuta necessità di assistenza, all'indomani delle perdite sofferte a causa della controffensiva russa.

Ma a rendere ulteriormente tesi i rapporti tra USA e Russia e’ stata ieri la decisione del governo polacco di firmare l'accordo con gli USA sullo scudo antimissili. Infatti oggi il presidente russo Medvedev ha dichiarato "Il fine del sistema antimissile Usa in Europa orientale è quello di colpire la Federazione russa".

Questo accordo, in cambio dell'ok di Varsavia all'installazione di dieci missili intercettori sul suo territorio, prevede da parte americana la creazione in territorio polacco di una base permanente di missili anti balistici Patriot e la promessa di cooperazione in caso di minacce militari alla Polonia.

E mentre Condoleeza Rice e’ volata oggi a Tbilisi, Bush ha continuato a ripetere che “La Russia deve ritirarsi. Non abbandoneremo la Georgia”.
La situazione e’ quindi sempre piu’ fluida e tutte le opzioni sono ancora sul tavolo, nessuna esclusa.


Bush prepara un false flag in Georgia?
di Maurizio Blondet - Effedieffe - 15 Agosto 2008

Il presidente Bush ha ordinato alle forze armate USA una «vigorosa missione umanitaria» (1) in Georgia: tanto per cominciare, aerei da carico dell’US Air Force sono già atterrati di Tbilisi con «aiuti». Aver usato aerei dell’aviazione militare USA è una chiara provocazione, e fa pensare alla volontà di provocare un «incidente russo-americano».

Ma non solo: chi sa che tipo di «aiuti» stanno portando quegli aerei militari, coperti da segreto militare? La cosa è tanto più strana in quanto, pochi giorni fa, per portare armi e munizioni in Georgia, gli americani non hanno usato i loro Hercules targati USAF, ma quelli di una compagnia privata, la UTI Worlwide Inc.: una oscura multinazionale con sede alle Isole Vergini britanniche ma molti uffici a Tel aviv; la quale ha usato per la consegna apparecchi sovietici, ed anche questo dà da pensare.

Perchè usare una compagnia civile per aiuti militari a Saakashvili, e i cargo della USAF per «aiuti e soccorsi» ai civili? Ancora una volta: che cosa ci sarà in quegli aerei, oltre alle tende e alle scatolette di carne? E perchè la missione di cui sono incaricati è «vigorosa»?Di fronte a questi sviluppi, assume significato un allarme lanciato sul sito Iraq-war.ru: «Medvedev ha scongiurato in extremis una atrocità nucleare americana falseflag?» (2).

Ai tempi dell’invasione dell’Iraq, il sito Iraq-war.ru, ovviamente russo, aveva precisissime informazioni dal campo, come se esperti militari fossero in grado di vedere e valutare ciò che facevano le forze armate USA; allora trassi la convinzione che erano consiglieri militari russi, o che il sito fosse una emanazione dei servizi militari russi. Oggi, appare come un blog.

Ma sentiamo cosa scrive il bloggista che si firma “Terrahertz”: «Lunedì 11 agosto ore 17.05: un corrispondente del nostro forum sostiene che le truppe georgiane a Kutaisi stanno preparando un’azione ‘false flag’, fingendo di essere truppe russe. Effettivamente, qualcuno che si definisce un turista tedesco di origini russe e che dice di trovarsi nella cittadina di Kutaisi, via SMS, ha mandato quel giorno il seguente messaggio: ‘...Gruppo di combattenti si forma nella città georgiana di Kutaisi. Consiste di mercenari trans-baltici ed ucraini forniti di armi e di uniformi russe. Anche varie persone con foto e telecamere sono sul posto. Forse si prepara una grossa provocazione!’».

Martedì 12 agosto, tardi: aerei da trasporto USAF provenienti dall’Iraq atterrano in Georgia (dove?) portando 800 soldati georgiani (la metà del corpo impiegato in Iraq, ndr). Non c’è modo di dire cos’altro hanno trasportato. Certo gli USA hanno stock di bombe nucleari tattiche e altri armamenti vietati, come gas nervini in Iraq, come precauzione per un attacco iraniano.

Martedì 12 agosto, a Pechino, sera: in una conferenza-stampa a Pechino, l’ambasciatore USA Jim Jeffrey (che è anche membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale) pubblicamente accusa i russi di aver portato in Georgia, venerdì, due missili nucleari tattici SS-21; dice che Bush ne è informato e ne ha discusso con Putin alla cerimonia olimpica.

Terrahertz si stupisce: «Venerdì»? L’8 agosto? In quel giorno, i russi non avevano ancora organizzato la risposta all’attacco georgiano in Sud-Ossezia. I georgiani erano all’avanzata (dalla sera del 7), sorprendendo e massacrando i soldati russi della forza «di pace», e alcune migliaia di civili. Il contrattacco di Mosca comincerà molte ore dopo. Persino la 79 Brigata aerotrasportata dell’Armata russa - apparentemente la più rapida - arriverà il 9 agosto, ossia sabato, e persino Putin sarà in Nord Ossezia il 9.

Come erano riusciti a farsi precedere da due missili nucleari tattici? I tempi non coincidono. Che bisogno ne avevano? Magari per precauzione contro gli USA, dice Terrahertz. Ma «qui abbiamo solo il governo USA ad affermare questo fatto... e il tempo dell’annuncio americano è parimenti sospetto. Perchè non hanno denunciato questo fatto prima?». E’ vero: se gli SS-21 erano in Georgia venerdì 8 come dicono loro, perchè hanno aspettato a dirlo martedì 12, ben quattro giorni dopo?

Fatto è che lo stesso 12 agosto, nel pomeriggio, «le forze georgiane fuggono dalla città di Gori, molto prima dell’arrivo delle truppe russe, senza sparare un colpo. Mah... Forse pensavano che la città stava per diventare molto insalubre, e non solo per via dei tank russi?». Lo stesso 12 agosto, di sera, Bush dichiara che la Russia «sta danneggiando la sua reputazione nel mondo». Secondo Terrahertz, Bush sapeva che i russi stavano per passare come i bastardi della situazione.

12 agosto sera: dopo tutti questi fatti, il presidente Medvedev annuncia di colpo la sospensione delle operazioni militari in Russia. Giusta e cauta decisione, giudica Terrahertz, «per rendere questa inscenata ‘atrocità russa’ meno credibile al mondo». Ma la propaganda occidentale insiste a dire che i russi hanno violato il cessate-il-fuoco (anche i georgiani), e che hanno affondato sei navi da guerra georgiane nel porto di Poti, cosa che Mosca nega (azione militarmente giusta: distruggere più possibile dell’armamento israeliano di Saakashvili); si parla di russi che continuano a tenere sotto il terrore il Paese (ma la BP ha riaperto il gasdotto Baku-Ceyhan); André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy, i due katz-à-penser, proclamano sui giornali, Corriere compreso: «Ora difendiamo Tbilisi, Non sia un’altra Sarajevo» (Vogliono che difendiamo gli investimenti isrealiani...). E Bush continua a mandare «aiuti» su aerei militari, con decine di specialisti americani in uniforme per gestire «l’intervento umanitario», che per di più ha da essere «vigoroso».

La possibilità di un attentato false flag continua. Medvedev ha chiesto alle truppe di restare in «costante allerta»: di non abbassare la guardia. Tanto più che Saakashvili, che ebbe un momento di paura giorni fa al rombo del Sukhoi (non è un cuor di leone), oggi - con il Paese a suo dire devastato, invaso e ridotto in cenere dai russi - sorride, rilascia interviste, con strana e totale sicurezza di sè. Ha persino voglia di scherzare.

Ad Haaretz ha detto: «Le armi israeliane si sono dimostrate molto efficaci». Alla domanda se le armi israeliane avevano davvero avuto un ruolo nei suoi proclamati successi, ha replicato: «Me lo sta chiedendo come rappresentante della Elbit e delle Israel Aerospace Industries?», ossia le due fabbriche che gli hanno venduto gli armamenti (3).

L’inviato del New York Times scrive che Saakashvili «mercoledì (13 agosto) sembrava un uomo rinvigorito in modo quasi preternaturale (sic), ancora una volta invocando i legami speciali con la democrazia americana... Un attimo dopo che il presidente Bush è apparso al Rose Garden a dire che il Pentagono stava per cominciare una missione umanitaria a sostegno della Georgia, Saakashvili era al telefono con un giornalista occidentale, e diceva: ‘Questo è un punto di svolta’; poi è apparso alla TV nazionale, ben pettinato coi capelli all’indietro e con un abito appena stirato, ad assicurare il suo paese che il peggio era passato» (4). Ciò benchè i russi siano a 30 miglia dalla capitale.Che cos’ha da essere tanto allegro? Prevede - o sa - che qualcosa rovescerà la sua situazione? Sa che c’è in preparazione «il punto di svolta»?

La questione è sempre la prima: quale tipi di aiuto umanitario («vigoroso») ha mandato Bush in quegli aerei targati USAF gestiti da specialisti militari. Bombe al fosforo?

Gli americani le hanno usate a Falluja: producono belle foto di cadaveri gonfi e deformati dalle ustioni chimiche, una «atrocità» che «persone con foto e telecamere sul posto» saranno pronte a documentare e a diffondere al mondo, come dimostrazione della brutalità russa. Gas nervini? Piccoli ordigni nucleari tattici, di cui il Pentagono s’è dotato?

Magari è solo un eccesso di sospetto. Ma con Bush, dopo l’11 settembre, meglio diffondere un allarme di troppo. Proprio questi allarmi, se ampiamente diffusi, possono scongiurare un false flag in preparazione: fanno svanire l’effetto-sorpresa. Occhio al Ferragosto.

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1) Andrew Ward, «Bush sends US forces on Georgia aid mission», Financial Times, 13 agosto 2008.
2) «Did Medvedev narrowly avert a US nuclear false flag atrocity?», http://www.iraq-war.ru/article/171884, 13 agosto 2008.
3) Anshel Pfeffer, «Georgia president denies Israel halted military aid due to war», Haaretz, 14 agosto 2008.
4) C.J. Chivers, «Rejuvenated Georgian President Cites U.S. Ties as ‘Turning Point’ in Conflict», New York Times, 13 agosto 2008. «By Wednesday he seemed an almost preternaturally reinvigorated man, once again raising the temperature in Georgia’s bitter disagreements with Russia, and invoking special ties with American democracy and freedom. Moments after President Bush appeared at the Rose Garden to say that the Pentagon would begin a humanitarian aid mission to support Georgia, Mr. Saakashvili was on the phone with a Western reporter, talking fast.’This is a turning point,’ he said. Soon he appeared on national television, his tousled hair combed back flat and wearing a freshly pressed suit, assuring his country that the worst had passed. (…) ‘We already saw U.S. Air Force landing in Georgia despite Russians controlling the airspace’, he said, after a C-17 had touched down. ‘And we will see U.S. military ships entering Georgian ports despite Russians blocking it. That we will see’. He added, ‘These will be serious military ships’ ».

giovedì 14 agosto 2008

Musharraf: dimissioni, impeachment o caos?

Secondo quanto rivela il quotidiano pakistano Waqt News, il presidente Musharraf avrebbe deciso di dimettersi subito dopo il 14 Agosto, festa dell'indipendenza del Paese, essendogli stata garantita una tranquilla uscita di scena senza conseguenze. Tuttavia permane il dubbio se effettivamente Musharraf decidera’ di lasciare il potere di sua sponte o se sara’ costretto a farlo a causa di un impeachment, che comunque non si rivelera’ in discesa durante il suo iter.


Ieri Musharraf ha fatto appello alla riconciliazione per far fronte ai propri problemi economici e di sicurezza, parlando in nottata alla televisione pakistana in occasione del giorno dell'indipendenza nazionale. Ma non ha fatto alcun riferimento al piano del governo di coalizione, guidato dal partito dell'ex premier Benazir Bhutto, per un impeachement contro di lui, nè ha fatto riferimento alle sempre più frequenti richieste di dimissioni. Cio’ sembrerebbe confermare i forti dubbi circa la sua reale volonta’ di lasciare il potere spontaneamente.

Nel frattempo si e’ aggravato il bilancio dell'attacco contro un commissariato di polizia a Lahore, nella parte orientale del Pakistan. Almeno 7 i morti. Un kamikaze si sarebbe fatto saltare in aria ieri sera in un sobborgo della citta' vicino a un gruppo di agenti che stava controllando i preparativi per la festa dell'indipendenza pakistana.
E almeno dieci militanti islamici sono rimasti uccisi nel distretto tribale pakistano del Waziristan del Sud in un raid aereo degli Stati Uniti. Diversi missili hanno colpito un complesso di edifici utilizzato dai seguaci del comandante filotaleb Mullah Nazir nel villaggio di Baghra, ad una trentina di chilometri dalla città di Wana.

E’ risaputo inoltre che gli USA sono da sempre del tutto contrari a qualsiasi negoziato tra il governo pakistano e i gruppi taleb e qaedisti, con la mediazione delle tribu’ pashtun. Mentre il governo di Gilani e’ di parere totalmente opposto.

Il caos sembra quindi in procinto di prendere il sopravvento nel Pakistan del dopo Musharraf, sempre che lo stesso decida di lasciare il potere senza resistenze.
Altrimenti il caos sara’, se possibile, ancor piu’ grande e pericoloso per tutta l’area.

L'ultima battaglia di Musharraf
di Alessanro Ursic – Peacereporter – 13 Agosto 2008

Gli chiedono di farsi da parte proprio nel giorno della Festa dell'indipendenza, il 14 agosto; molti danno per probabile che lo farà, ma il suo portavoce nega decisamente. Comunque andrà a finire, Pervez Musharraf appare ormai circondato. La coalizione che da febbraio governa il Paese tra mille difficoltà, date le differenze e le diffidenze tra i partiti che la compongono, la scorsa settimana ha messo sul tavolo la questione impeachment per il presidente ed ex generale che prese il potere con un colpo di stato nel 1999. Nell'incertezza che caratterizzerà la procedura e il suo esito finale, una cosa è chiara: il Pakistan, se c'era mai uscito, rischia di ritornare nel caos.

La procedura. Le accuse per cui il presidente verrebbe messo sotto processo includono il licenziamento lo scorso novembre, e il mancato reintegro, di 60 giudici che Musharraf temeva potessero contestare la sua elezione alla massima carica dello stato, mentre all'epoca era contemporaneamente capo delle forze armate. L'altra grande accusa riguarda l'abuso di potere per l'imposizione dello stato di emergenza nello stesso periodo. Tre delle quattro assemblee provinciali pachistane hanno già votato in favore dell'avvio della procedura di impeachment e la quarta, quella del Balucistan, dovrebbe unirsi entro la fine di questa settimana. Dopodiché, la coalizione di governo presenterà il suo dossier di accusa alle due camere del Parlamento. Potrebbero volerci settimane, forse mesi; soprattutto, per arrivare al processo servono i due terzi dei voti in aula. Numeri su cui la coalizione non può contare, ma che spera di raggiungere grazie all'effetto valanga suscitato dalla possibilità di sbarazzarsi davvero di un Musharraf sempre più impopolare in patria.

Diffidenza tra i leader. Un ulteriore ostacolo potrebbe essere la rivalità tra i due leader della coalizione, Asif Zardari del Partito del popolo (Ppp) e Nawaz Sharif della Lega musulmana-Nawaz (Pml-N). Entrambi sono finiti in esilio nei primi anni in carica di Musharraf. Il primo, diventato capo del Ppp dopo la morte della moglie Benazir Bhutto e conosciuto anche come “il signor 10 percento” per gli arrotondamenti che si intascava durante gli anni del Ppp al governo, ha già evocato la questione dell'appropriazione indebita anche per Musharraf: ma da febbraio a oggi ha perso consensi, e un terzo dei parlamentari del Ppp sono in odore di fronda. Sharif, condannato a 14 anni per corruzione e anche lui ritornato in Pakistan solo alla vigilia delle ultime elezioni, è diventato nel frattempo il politico pachistano più popolare. Zardari, che non può candidarsi al governo a causa delle sue condanne, potrebbe essere restio a spianare la strada verso la presidenza a Sharif. O temere che i giudici eventualmente reintegrati possano annullare l'amnistia concessa a lui e alla moglie da Musharraf, prima che la Bhutto venisse uccisa in un attentato lo scorso 27 dicembre.

Rischio di tracollo. A Musharraf viene chiesto di farsi da parte senza neanche iniziare la procedura di impeachment, per evitare al Paese una estenuante battaglia legale. E' una possibilità che non viene esclusa. Ma è proprio per la delicatezza della situazione pachistana che molti osservatori si chiedono se questo sia davvero il momento giusto per esaurire le energie del Pakistan in una lotta di potere. Mentre al confine con l'Afghanistan i militanti islamici conquistano terreno e fungono da retrovia per la guerriglia talebana, il Paese rischia il tracollo economico. A giugno l'inflazione ha toccato il 21,5 percento, il massimo degli ultimi trenta anni. Il deficit di bilancio è salito al 7 percento, gli investitori stranieri fuggono di fronte all'incertezza regnante, la Borsa di Karachi ha perso il 35 percento da aprile, il governo è a corto di liquidità ed è stato costretto a chiedere all'Arabia Saudita di dilazionare i pagamenti per le importazioni di petrolio. Domani ricorre il 61esimo anniversario dell'indipendenza, ma al momento i pachistani non hanno granché da festeggiare.

Il genocidio osseto

Il presidente russo Medvedev oggi ha detto che appoggerà “qualsiasi decisione sullo status di Abkhazia e Ossezia del sud che verranno prese dai popoli di quelle repubbliche in considerazione dello statuto del'Onu, della convenzione internazionale del 1966 e dell'atto di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa”.

E la Commissione investigativa presso la procura federale russa ha aperto un'inchiesta penale per genocidio nei confronti di cittadini russi nell'Ossezia del sud. Secondo un portavoce della Commissione le indagini si baseranno sulle “informazioni relative all'operato delle forze armate georgiane per sterminare i cittadini russi di etnia osseta in Ossezia del sud, attraverso l'uccisione dei medesimi o l'infliggere loro gravi lesioni corporali”.

E mentre McCain chiede di rivedere le relazioni tra USA e Russia e la Rice sta per arrivare in Georgia, si riunisce oggi a Bruxelles il Consiglio straordinario dei Ministri UE ma Frattini invece resta alle Maldive.

L’ennesima figura peracottara del Belpaese.


Genocidio in Ossezia, vergogna del mondo
di Carlo Benedetti – Altrenotizie – 14 Agosto 2008

Casa Bianca Pentagono e Cia utilizzano in queste ore i loro canali per attaccare la Russia e stravolgere la realtà dei fatti. L’obiettivo è di mettere sotto accusa il Cremlino di Putin e Medvedev sostenendo che è stata Mosca ad attaccare in Ossezia e che, quindi, resta “la Russia di sempre”, erede dei metodi sovietici. La posizione americana trova subito utili laudatores anche nella stampa di casa nostra che si affrettano a scrivere che “Mosca ha una voglia matta di “rivedere la pesante eredità della sconfitta patita nella Guerra fredda”.

Non c’è nessun tentativo reale di comprendere il conflitto nelle diverse rappresentazioni geopolitiche e geoeconomiche. Siamo di nuovo al clima maccartista, ai diktat di Foster Dulles. Si spinge volutamente indietro la ruota della storia presentando il leader georgiano come un politico sì dalle chiare inclinazioni autoritarie, che tuttavia gode di una certa popolarità e ha ottenuto buoni risultati nel ristabilire l'ordine e la stabilità nel Paese dopo il periodo di Scevardnadze.

La Georgia viene quindi presentata da vari media occidentali come una democrazia che sotto diversi aspetti si può considerare incompleta, ma pur sempre accettabile. Comunque sia la propaganda non può nascondere la verità. Nell’Ossezia del Sud ci sono oltre 2000 ossetini e russi uccisi e trucidati da un esercito comandato da Michail Saakasvili, il presidente-Quisling filoamericano e filo-Nato.

Ci sono migliaia di abitazioni distrutte, ospedali rasi al suolo, scuole sventrate dai missili georgiani tutti regolarmente “made in Usa” o in Israele. Bush, quindi, può essere contento per gli investimenti fatti nel Caucaso e il miliardario Soros (che a partire dal 1979 ha distribuito 3 milioni di dollari l'anno a movimenti di dissidenti dell’Est utilizzando come copertura il suo Open Society Institute) può promuovere a pieni voti il suo allievo Saakasvili e il nuovo arrivato Giga Bokeria, il 36enne leader del movimento studentesco della Georgia denominato “Kmara!” (Basta!) che è, praticamente, una filiale della Cia americana nell’intero Caucaso.

Ora, comunque, si cerca di ricondurre la vicenda ossetina (quella di un popolo coinvolto a suo tempo nel turbine nazionalista che investì la Georgia alla fine degli anni Ottanta) nell’ambito di trattative diplomatiche. La Russia accetta, ma nello stesso tempo non molla sulle questioni di principio, etiche e morali. E dice apertamente che non si può trattare con chi ha le mani sporche di sangue. Il riferimento è ben preciso e rafforzato dalle accuse di genocidio perpetrato dalla dirigenza di Tbilisi.

Il plenipotenziario per i diritti umani Vladimir Lukin propone di costituire un tribunale internazionale per la punizione dei responsabili della distruzione di Tskhinvali e dello sterminio della popolazione civile. “Sono convinto - dice Lukin - che molti concorderanno con me, ed io mi appello alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, mi rivolgo al Consiglio d’Europa, al plenipotenziario europeo per i diritti umani perchè tutti s’impegnino per affrontare il problema in un modo molto serio”.

Si apre, quindi, in modo ufficiale la pagina relativa all’accusa di genocidio rivolta alla Georgia. Qui si ritrovano riferimenti a fonti storiche, a documenti ufficiali e ad analisi diplomatiche. Tutto argomentato con vigore per impedire che le vicende attuali vengano appannate dalle tipiche "amnesie occidentali". L’analisi dei fatti attuali - notano a Mosca - porta anche a ricordare che è stato Raphael Lemkin (studioso americano d’origine polacca e docente di diritto internazionale all’università di Yale) a definire con estrema chiarezza il "concetto" di genocidio. "Per genocidio - ha scritto il giurista - intendiamo la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico (...). In senso generale genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione, se non quando esso è realizzato mediante lo sterminio di tutti i membri di una nazione.

Esso intende piuttosto designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali, per annientare questi gruppi stessi”. Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui che appartengono a tali gruppi.

Il genocidio è diretto quindi (come ha fatto l’esercito georgiano) contro il gruppo nazionale in quanto entità e le azioni che esso provoca sono condotte contro individui, non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale. Ed è quanto è avvenuto in questi giorni nelle terre del Caucaso con una sorta di purificazione etnica. La Russia, pertanto, fa anche appello alla dottrina internazionale.

E nella “ricerca” che viene portata avanti c’è un circostanziato atto di accusa contro il governo di Tbilisi, per quello che ha compiuto e per quello che nega di aver compiuto. Si torna a ribadire che “genocidio” è l’uccisione in massa di un popolo in base alla sua nazionalità, percezione etnica, o religione, secondo un piano di sterminio premeditato. Non c’è spazio, di conseguenza, per il negazionismo. Vengono documentate nelle denunce russe l’esplosione di violenza selvaggia e apparentemente gratuita, la programmazione della distruzione con strutture sempre più metodiche e pianificate.

Ma se la sequenza si ripete con monotonia (molti i riferimenti storici a quell’oramai lontano conflitto osseto-georgiano nell’Ossezia del Sud che fu il primo di una serie di scontri armati nel Caucaso), i singoli episodi presentano sempre varianti nuove che le immagini televisive documentano con crudeltà. Ed è la vergogna del mondo perché si riaprono alcune delle più sanguinose pagine di storia che credevamo chiuse per sempre.

mercoledì 13 agosto 2008

Georgia-Russia: situazione sempre tesa

Qui di seguito ulteriori aggiornamenti e commenti sul conflitto tra Georgia e Russia.

Tbilisi firma il piano di pace dell'Unione Europea
di Luca Galassi – Peacereporter – 13 Agosto 2008

Dopo Mosca, anche Tbilisi ha accettato il piano di pace in sei punti presentato da Sarkozy, presidente di turno dell'Unione Europea, che in una conferenza stampa ha fatto un annuncio congiunto con il presidente georgiano Michail Saakashvili esponendo le condizioni dell'accordo. Il piano prevede il non ricorso alla forza; la cessazione immediata di tutte le ostilità; il libero accesso agli aiuti umanitari; il ritorno delle forze armate georgiane alle postazioni permanenti (caserme); il ritiro delle forze russe alle posizioni precedenti al conflitto. Le forze di interposizione russe prendono misure supplementari di sicurezza e verrà lanciato un dibattito internazionale sul futuro status di Ossezia del Sud e Abkhazia, e ulteriori strumenti per garantire stabilità e sicurezza. L'Unione Europea si pone come mediatore privilegiato nel contenzioso tra le parti.

Centinaia di migliaia di sfollati. L'annuncio è arrivato dopo cinque giorni di guerra che hanno devastato l'Ossezia del Sud e parte della Georgia. Sul terreno rimangono un numero imprecisato di morti (decine secondo i georgiani, centinaia secondo i russi), centomila sfollati, città in macerie, e soprattuto la fine delle ambizioni georgiane per il reintegro territoriale delle due repubbliche secessioniste. Il presidente georgiano Michail Saakashvili, in un discorso tenuto ieri a Tbilisi di fronte a migliaia di persone, aveva annunciato il ritiro dalla Comunità degli stati indipendenti (la Csi, composta dalle ex repubbliche sovietiche esclusi gli Stati baltici).

"Punizione". Mosca ha impartito una severa e per certi versi sproporzionata lezione al temerario Saakashvili, che venerdì scorso, con l'invasione della capitale sud-osseta Tshkinvali, ha innescato una reazione a catena le cui conseguenze si sono rivelate imprevedibili e nefaste. Dopo l'offensiva georgiana, la Russia ha mobilitato parte delle sue forze penetrando in Ossezia del sud e Abhkazia e bombardando le città georgiane di Sinaki, Gori, Poti e le strutture militari alla periferia di Tbilisi. Tskhinvali è stata riconquistata dai separatisti filo-russi. Le gole di Kodori, unica porzione di territorio abkhazo controllata dai georgiani, sono ora in mano degli abkhazi. La sospensione di ieri delle operazioni militari russe è avvenuta, nelle parole del presidente russo Medvedev 'per costringere Tbilisi alla pace'. "L'aggressore georgiano è stato punito", ha detto il presidente russo, che ha tuttavia ordinato al ministero della Difesa di riprendere le operazioni nel caso la popolazione della repubblica separatista dell'Ossezia meridionale sia nuovamente vittima di violenze. Ieri, un cameraman olandese è rimasto ucciso durante il bombardamento su Gori. Si aggiunge ai due giornalisti, uno georgiano e uno russo, uccisi tre giorni fa a Tshkinvali.

"Aggressione brutale". Durante uno scambio di battute al Consiglio di sicurezza Onu, riunitosi ieri notte per la quinta volta senza esito, Vitaly Churkin, ambasciatore russo alle Nazioni Unite, aveva bocciato la risoluzione elaborata dai Paesi occidentali perchè il testo "presentava gravi lacune", tra le quali l'assenza di un riferimento all'aggressione da parte di Tbilisi. Sono continuate per tutta la giornata di ieri le dichiarazioni di Bush, alleato di Sakaashvili e primo sponsor delle sue ambizioni per l'adesione alla Nato. La controffensiva russa è stata definita dal presidente statunitense "un'aggressione drammatica e brutale inaccettabile nel Ventunesimo secolo". Gli Stati Uniti avevano prestato il proprio supporto logistico per trasferire il contingente di duemila georgiani in Iraq a rinforzo delle unità in patria. Anche il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer, precisando che l'iter di adesione della Georgia al Patto Atlantico rimane immutato, ha condannato l'uso "eccessivo e sproporzionato della forza" da parte dei russi, sottolineando di non ritenere conforme al mandato di peacekeeping che i russi hanno nell'Ossezia del Sud il fatto di "bombardare, applicare un blocco navale e fare uso massiccio della forza". Dal canto suo, Mosca ribatte alla accuse occidentali giustificando il blitz militare con la necessità di proteggere i suoi cittadini. La maggioranza dei sud-osseti ha infatti passaporto russo.

Stamani il Segretario di Stato Usa Condoleeza Rice ha dichiarato che è a rischio la presenza russa nelle istituzioni internazionali, riferendosi soprattutto all'Organizzazione mondiale del commercio. "I russi rischiano - ha detto la Rice in una intervista all'Abc -, hanno detto di voler far parte di questa prospera e fiduciosa comunità internazionale, e, francamente, credo che stiano facendo un gran danno alla loro possibilità di integrarvisi. Posso assicurare - ha proseguito - che la reputazione internazionale della Russia e il suo ruolo nella comunità internazionale è in questo momento in gioco".

Come i Balcani? Dopo che le operazioni di soccorso umanitario saranno state portate a termine, e dopo che la conta dei morti fornirà il reale bilancio di una guerra sconsiderata, le fazioni avverse e tutta la comunità internazionale avranno di fronte agli occhi una situazione che avrà sensibili ripercussioni sul panorama geopolitico europeo. Le implicazioni a lungo termine coinvolgeranno, oltre alla Russia e al Caucaso, l'Unione Europea e soprattuto gli Stati Uniti. Nel suo piccolo, lo scenario caucasico rievoca in parte una storia già vista nei Balcani. Come la Serbia, la Georgia potrebbe dover rinunciare alla sua tanto invocata 'integrità territoriale', considerato che il ritorno allo status quo è ormai impensabile dopo lo scellerato attacco a Tskhinvali. L'Abkhazia ha esteso il suo controllo all'intera repubblica, cacciando i georgiani e, alla stregua del Montenegro, ha oggi migliori carte da giocare per un'eventuare rivendicazione di indipendenza, se non di annessione alla Federazione russa. Infine, Mosca, il cui presidente si è ormai eretto a garante - con la forza - della stabilità del Caucaso, ha il pretesto per indicare in Saakashvili un sanguinario criminale (Putin ha parlato di pulizia etnica e genocidio nei confronti della popolazione sud-osseta), fare pressioni affinchè si dimetta, se non addirittura accusarlo di crimini di guerra. E' questo quanto vorrebbero i presidenti di Abkhazia e Ossezia del sud, che hanno già manifestato il loro rifiuto a trattare con 'delinquenti che andrebbero invece portati di fronte alla Corte penale internazionale'.


Cosa vuole Putin
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 13 Agosto 2008

La stampa occidentale vive la disfatta georgiana come propria: oddio, quando si fermeranno i cingolati russi? Mosca vuole annettersi la Georgia? Torna l’impero sovietico? Dove vuole arrivare Putin? L’angoscia servile, a quanto pare, rende sordi. Cosa vuole Mosca, l’ha detto chiaro Sergei Lavrov a Condy Rice: «Saakasvili must go», se ne deve andare. Anche Kouchner se lo dev’essere sentito ripetere.La mediazione francese, se non si limitasse a servire Usrael, potrebbe fare molto. Perchè ha sottomano l’uomo giusto, che vive a Parigi dove ha ottenuto l’asilo politico: Irakli Okruashvili.

E chi è?Okruashvili è stato ministro della Difesa di Saakasvili. Fino al novembre scorso, quando un forte movimento d’opposizione è sceso in piazza a reclamare «Saakashvili must go», e il Gran Kartulo ha risposto imponendo a Tbilisi la legge marziale (tale è la «democrazia» georgiana); Okruashvili, passato all’opposizione, lo ha accusato pubblicamente di corruzione e di assassinii vari, ed ha dovuto scappare all’estero. Saakashvili ne ha chiesto l’estradizione, rifiutata il giugno scorso da un tribunale francese.Come si vede, c’è una potenziale convergenza fra la popolazione georgiana e Mosca: Saakashvili se ne vada, l’avevano già chiesto i georgiani l’autunno passato. La gente lo accusa di aver scandalosamente arricchito se stesso e la sua famiglia, a cominciare da suo zio (fratello di suo madre, il capoclan) Timur Alasaniya, accaparrandosi le concessioni commerciali, petrolifere e portuali del Paese, nonchè grasse tangenti sull’acquisto delle armi da USA e Israele.

Se non fossero russe le bombe che piovono loro sul capo, oggi una maggioranza di georgiani potrebbero sottoscrivere le parole di Vladimir Vasiliyev, presidente della Commissione Sicurezza della Duma di Mosca: «Gli anni della presidenza Saakashvili potevano essere impiegati in tutt’altro modo, rafforzando l’economia, sviluppando infrastrutture, risolvendo i problemi sociali nel Paese e anche in Sud-Ossezia ed Abkhazia. Invece, Saakashvili ha impiegato le risorse del Paese per accrescere la spesa militare da 30 milioni di dollari a un miliardo: tutto per prepararsi all’azione militare». Il lato comico è che il Gran Kartulo, non contento di arricchire lo zio Alasaniya, lo ha piazzato (con il placet di Washington) alla Commissione ONU per... il disarmo.

Se i media occidentali, anzichè piangere sulla «piccola fragile democrazia minacciata» ascoltassero l’opposizione georgiana, vedrebbero che la soluzione del caso georgiano è più semplice di quanto sembra.

Irakli Karabadze, per esempio, che è riuscito a riparare a New York, dopo essere stato messo in galera dalle teste di cuoio di Saakashvili per aver guidato una manifestazione di piazza anti-Kartulo la primavera scorsa: «Quando le bombe taceranno, credo che Saakashvili non sopravviverà alla sua avventura in Ossezia» (1). E’ lo stesso parere di Shalva Natelashvili, che dirige il Partito del Lavoro georgiano, e che tace solo per non farsi accusare, in questo momento, si essere anti-patriottica.

Ovviamente, più a lungo le operazioni russe proseguono, più Saakashvili diventa la vittima e più il suo popolo si compatta per un’ovvia reazione psicologica. Ma oltre a militare in spirito per il «democratico», i giornali europei dovrebbero almeno riportare la posizione russa, che rende difficile un cessate-il-fuoco se prima non avviene in Georgia un cambio di regime (o di fantoccio).

Mosca ha visto nel massacro di osseti operato dai georgiani una replica della «pulizia etnica» che USA ed UE hanno giudicato crimine contro l’umanità, quando a commetterlo era il loro protetto Slobodan Milosevic. Se hanno trascinato al Tribunale dell’Aja Milosevic, bisogna che processino anche Saakashvili, dicono in Russia.Ovviamente, non ci credono. Sanno che Saakashvili è stato messo lì dagli americani per garantire l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che sottrae il greggio del Caspio alla sfera d’influenza russa per darlo in mano ad Israele (la quale punta, caricando il petrolio ad Eilat su petroliere e inoltrandolo all’estremo oriente asiatico, a neutralizzare completamente l’importanza strategica del Golfo Persico come transito dell’oro nero: che diventa così campo libero per le ulteriori guerre anti-islamiche).

A Mosca hanno tutte le prove che Washington punta a balcanizzare il Caucaso, a farne una ex-Jugoslavia piena di basi americane.Gli USA hanno armato il secessionista ceceno Dudayev; hanno finanziato il terrorismo ceceno nei suoi crimini più atroci (la strage alla scuola di Beslan, qualche giornale la ricorda?); ed ora, da anni, armano Saakashvili e ne addestrano i corpo speciali colpevoli dei massacri in Ossezia. Per di più, gli americani vogliono coprire il loro fantoccio mettendolo sotto il manto della NATO.

Se ciò sia bene per l’America, è una domanda sospesa. Ma almeno l’Europa dovrebbe considerare - con un brivido - che se oggi Saakashvili fosse già membro della NATO come caldamente vogliono e premono i neocon, saremmo già in guerra contro la Russia, nei rifugi a Milano e Berlino sotto il rombo dei Sukhoi, per nessun motivo decente.Per fortuna - non certo per merito europeo - non siamo a questo punto, e Saakashvili deve sorbirsi i Sukhoi per conto proprio. Ma fino a quando?

Secondo una fonte insospettabile, l’israeliano Maariv, USA ed Israele continuano anche in queste ore a rifornire di armi il Gran Kartulo (2). Lo fanno, come sanno bene a Mosca, usando una compagnia privata, la UTI WorldWide Inc., che fa decollare i suoi aerei da trasporto (ironicamente, di origine sovietica) dalla base giordana di Akaba, che il Pentagono usa di solito per inoltrare i rifornimenti in Iraq.

Dunque i russi non possono smettere le operazioni, e la «mediazione» europea non ha possibilità. Berlusconi, dopo una telefonata all’«amico Putin», ha rilasciato una dichiarazione che addossa la responsabilità dei fatti a Saakashvili.

Benino, ma c’è ancora un passo da fare: riconoscere che la NATO è diventata non solo controproducente agli interessi italiani ed europei, ma un pericolo immediato per l’Europa; che dunque, come minimo, occorre opporre un veto assoluto all’ammissione nell’Alleanza di Paesi-satelliti con capetti che hanno conti da regolare con Mosca, o che eseguono gli ordini americani. Poi, premendo sull’«amico Bush» perchè accetti il cambio di fantoccio in Kartulia, che è la sola e vera soluzione al problema.

Pensate che lo farà? Che qualcuno in Europa lo farà? Per togliersi l’illusione, basta vedere come i media italiani ed europei in genere siano schierati tutti sulla posizione americana.Si arriva a questo: che mentre le stesse fonti israeliane, da Debka File a YNET ad Israel Today, ammettono la «Israeli connection» nel conflitto in Sud-Ossezia, i media europei e i giornali italiani - a cominciare da l’Unità - non ne dicono una parola (3).

Eppure, lo so, i nostri colleghi leggono avidamente Debka File, se non altro per sapere cosa ordina il padrone, e quale disinformazione diffondere per far carriera. Come accade a tutti i servi e maggiordomi, siamo più realisti del re David.

Può darsi che in questo servilismo ci sian una parte di vera paura della Russia, e la convinzione che l’America, la NATO, ci difendono. Anche qui, le notizie - se avessero il coraggio di leggerle - dicono un’altra verità.

In Georgia, bloccati dal contrattacco russo che non avevano previsto, ci sono ancora mille soldati americani che hanno partecipato all’esercitazione «Immediate Response» conclusa il 31 luglio. Per la precisione, ci sono gli uomini della Southern European Task Force (Airborne) che normalmente stanno a Vicenza, il 21mo Comando di Teatro partito dalla germanica Kaiserslautern, il 3° Battaglione Marines, e il 25moMarines venuto dall’Ohio (4).

Come si vede, noi europei siamo già coinvolti, se non altro come passivi ospiti delle basi USA, adoperate oggi per le aggressioni in Caucaso ed Asia centrale. Nel servaggio c’è la viltà: forse la convinzione che gli americani sono comunque «i più forti», dunque ci conviene stare con loro. Ma è proprio così?

Il Pentagono comincia ad ammettere di essere stato sopreso dalla «velocità e tempestività» della risposta bellica russa (5). Più precisamente, il Pentagono non ha visto il «build-up», l’ammassamento di truppe e mezzi ai confini che segnalasse l’intenzione di contrattaccare in forze. Tra 10 e 25 mila uomini (la cifra superiore è la valutazione georgiana) e 500 carri russi armati sono comparsi di colpo ed hanno preso la via dell’avanzata, appoggiati dal cielo da SU-25, SU-24, SU-27 e da bombardieri TU-22. Con tanti saluti ai satelliti-spia americani che possono identificare un pallone da football in ogni parte del pianeta e, secondo la «revolution in military affairs», sostituiscono con l’alta tecnologia la vecchia «intelligence» affidata a spie sul terreno.Un bello smacco per la rinomata intelligence elettronica che gli israeliani si son fatti pagare da Saakashvili.

Soprattutto, uno scacco per la convinzione strategica americana, che la guerra si possa vincere dal cielo, guardando giù coi satelliti e bombardando a distanza, senza stivali sul terreno. La convinzione che i computer e le comunicazioni sostituiscano inutile l’intelligenza tattica e la pura e semplice audacia. I russi hanno un’altra scuola, che viene da un’altra storia, da Stalingrado, dalla lezione appresa nel sangue dal nemico tedesco. La loro forza è proprio nella rapidità e nell’audacia tattica sul terreno.

M’è capitato di apprezzarla personalmente - sia consentito un ricordo personale - in Kossovo. Mentre la NATO occupava la ragione secondo le (sue) regole americaniste ossia prevedibili, un corpo russo - qualche Omon, qualche paracadutista, alcuni mezzi corazzati portatruppe - s’impadronì dell’aeroporto di Pristina. I generali inglesi e americani erano verdi di bile, per atterrare e decollare dovevano chiedere il permesso ai russi.

Mosca, specialmente allora, non poteva fare molto per la Serbia; ma con quell’azione avevano dato prova di una fantasia geniale, di una capacità di sfida quasi inaudita, che evidentemente veniva da una perfetta valutazione politico-militare della situazione e da un freddo calcolo del rischio. Tutto ciò che ho visto sempre mancare alla superpotenza USA.

Me li ricordo ancora, quei soldati russi. Sedevano a cavalcioni sui loro carri armati coi loro copricapi da carristi della seconda guerra mondiale, fumavano papiroske e ci guardavano con sfida. Molto sicuri di sè.

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1) John Helmer, «Russia bids to rid Georgia of its folly», Asia Times, 12 agosto 2008.
2) «US sends more arms to Georgia - Israeli media», Russia Today, 11 agosto 2008. «The United States is sending fresh supplies of weapons to Georgia from its base in the Jordanian port of Aqabah. That’s according to the Israeli newspaper - Maariv».
3) John Vandiver, «US troops still in Georgia», Star & Stripes, 12 agosto 2008. Anche 12 mila fra ebrei residenti ed israeliani sono bloccati in Georgia, e gridano perchè vogliono essere salvati; il governo di Olmert sta cercando di portarli via.
4) «Media disinformation: BBC distorts the news from the Georgia region», GlobalResearch, 10 agosto 2008.5) «US military surprised by speed, timing of Russia military action», AFP, 11 agosto 2008. «… the official said there was no obvious buildup of Russian forces along the border that signaled an intention to invade. ‘Once it did happen they were able to get the forces quickly and it was just a matter of taking the roads in. So it’s not as though they were building up forces on the border, waiting’, the official said. ‘What are their future intentions, I don’t know. Obviously they could throw more troops at this if they wanted to’, he said».


La Georgia la Israel connection
Mirumir – 11 Agosto 2008

Impossibile tener fuori gli israeliani da una storia di guerra?Già il primo giorno di guerra è uscita su Debkafile, sito israeliano che viene considerato vicino alle alte sfere militari israeliane, e per questo fonte sia di notizie di prima mano sia di propaganda fuorviante, l'informazione che gli israeliani avrebbero un ruolo nel conflitto tra Georgia e Ossezia del Sud.

Ricordiamo che anche Gerusalemme ha la necessità di difendere i propri interessi petroliferi nell'oleodotto Baku-Ceyhan, costruito in maniera da non passare in territorio russo (tra l'altro, sempre secondo Debka, Israele avrebbe offerto a Mosca di collaborare in un progetto per portare il gas ai porti israeliani di Ashkelon e di Eilat dalla Turchia, ma i russi avrebbero rifiutato). Questa la notizia di Debka:L'anno scorso il presidente georgiano ha assoldato da aziende di sicurezza private israeliane varie centinaia di consulenti militari, circa un migliaio, per addestrare le forze armate georgiane in tattiche di combattimento (commando, aria, mare, mezzi armati e artiglieria). Hanno inoltre offerto al regime centrale istruzioni sull'intelligence militare e la sicurezza.

Tbilisi ha acquistato anche armi, intelligence e sistemi elettronici per la pianificazione dei combattimenti da Israele. Questi consulenti sono di sicuro profondamente coinvolti nella preparazione dell'esercito georgiano alla conquista della capitale osseta di questo venerdì. Ieri (10 agosto) il quotidiano israeliano Yediot Aharonot ha pubblicato questo articolo, dove esemplifica la questione (di seguito alcuni estratti): Il combattimento che è iniziato nel fine settimana tra Russia e Georgia ha portato alla luce il profondo coinvolgimento di Israele nella regione.

Questo coinvolgimento include la vendita di armi avanzate alla Georgia e l'addestramento di forze di fanteria dell'esercito georgiano. Il ministro della difesa [israeliano] ha tenuto un incontro speciale questa domenica per discutere delle varie vendite di armi israeliane in Georgia, ma finora non è stato annunciato nessun cambiamento di politica. "La questione è tenuta sotto stretto controllo", hanno detto fonti del Ministero della Difesa. "Non operiamo in nessun modo che possa contrastare gli interessi israeliani. Abbiamo declinato molte richieste che implicavano vendite di armi alla Georgia; e quelle che sono state approvate sono state analizzate scrupolosamente. Finora non abbiamo posto limitazioni alla vendita di misure protettive."

E fa un rapido riassunto della storia dei rapporti d'affari bellici tra i due paesi:Israele ha cominciato a vendere armi alla Georgia circa sette anni fa, in seguito all'iniziativa di alcuni cittadini georgiani che sono immigrati in Israele e si sono messi in affari. "Hanno contattato rappresentanti dell'industria della difesa e venditori d'armi e gli hanno detto che la Georgia aveva un budget relativamente alto e poteva essere interessata ad acquistare armi israeliane", dice una fonte coinvolta nelle esportazioni di armi. La cooperazione militare tra i paesi si è sviluppata prepotentemente.

Il fatto che il ministro della Difesa georgiano, Davit Kezerashvili, sia un ex cittadino israeliano che parla benissimo l'ebraico ha contribuito a questa cooperazione. "La sua porta era sempre aperta per gli israeliani che venivano a offrire al paese sistemi d'arma costruiti in Israele", dice la fonte. "Rispetto ad altri paesi dell'Europa dell'Est, i contratti con questo paese sono stati conclusi molto rapidamente, principalmente per via del coinvolgimento personale del ministro della difesa".

Tra gli israeliani che hanno tratto vantaggi da questa oppurtunità e hanno cominciato a fare affari in Georgia ci sono l'ex ministro Roni Milo e suo fratello Shlomo, l'ex direttore generlae delle industrie militare, il Brigadiere-Generale (in congedo) Gal Hirsch e il Generale-Maggiore (in congedo) Yisrael Ziv. Roni Milo ha condotto affari in Georgia per Elbit Systems e le Indutrie Militari, e col suo aiuto le industrie militari israeliane hanno venduto alla Georgia droni, torrette automatiche per veicoli blindati, sistemi antiaerei, sistemi di comunicazione, munizioni e missili.
[...] Gli israeliani che operano in Georgia hanno cercato di convincere le Industrie Aerospaziali Israeliane a vendere vari sistemi alle forze aeree georgiane, ma le offerte sono state declinate.

La ragione del rifiuto è la relazione "speciale" creatasi tra le Indutrie Aerospaziali e la Russia nel miglioramento dei jet da combattimento prodotti nell'ex Unione Sovietica e la paura che vendere armi alla Georgia avrebbe contrariato i russi e li avrebbe potuti spingere a cancellare l'affare.

L'articolo si chiude con i complimenti del ministro georgiano per la Reintegrazione, Temur Yakobashvili, all'esercito: "Gli israeliani devono essere fieri dell'addestramento israeliano e dell'educazione data ai soldati georgiani". Inoltre, secondo Ha'aretz, il ministro avrebbe dichiarato che "Non ci sono stati attacchi all'aeroporto di Tbilisi. Era una fabbrica che produce aerei da combattimento".

Affari, in sostanza, ma sembrerebbe che la Georgia sia decisamente un partner privilegiato nella regione, a quanto ne sappiamo finora. Però, secondo una notizia del 5 agosto tratta dal sito di Yediot Aharonot, che cita la Associated Press:Israele ha deciso di bloccare la vendita di equipaggiamento militare alla Georgia a causa delle obiezioni della Russia, che è alle corde col suo piccolo vicino caucasico, hanno dichiarato ufficiali del ministero della Difesa questo martedì. Gli ufficiali hanno detto che il congelamento aveva lo scopo parziale di dare delle chance ad Israele nei suoi tentativi di persuadere la Russia a non vendere armi all'Iran.

martedì 12 agosto 2008

L’UE si schiera con la Russia, ma Polonia e Paesi Baltici no

Per fortuna sembra che a Bruxelles abbiano capito che la Russia e’ un nostro alleato strategico e che la Georgia ha dato il la’ a questo conflitto con la sua pesante offensiva lanciata in Ossezia del Sud, provocando cosi’ la naturale reazione russa.


Il presidente russo Dmitri Medvedev, soddisfatto dell’incontro avuto con Sarkozy, ha annunciato la fine delle operazioni militari nelle regioni separatiste georgiane, Abkhazia e Ossezia del sud e ha posto due condizioni, a cominciare dal ritorno delle truppe di Tbilisi alle posizioni precedenti lo scoppio delle ostilità “Possiamo discutere la questione di una soluzione definitiva se sono rispettate due condizioni. La prima è che le truppe georgiane devono tornare alle posizioni iniziali ed essere parzialmente demilitarizzate. In secondo luogo, dobbiamo firmare un documento giuridicamente vincolante sul non uso della forza”, ribadendo poi che lo scopo dell'operazione bellica è ormai stato raggiunto. Ma nello stesso tempo il leader del Cremlino ha ordinato di “eliminare l'aggressore” in caso di ulteriori ostilità da parte delle forze georgiane.

Le truppe russe sono quindi ferme sulle loro posizioni, pronte ad intervenire in caso di una violazione della tregua, e i militari georgiani sono invece in fase di ritiro. Il vice capo dello stato maggiore russo, gen. Anatoli Nogovitsin, ha affermato che “Se la Georgia viola la tregua, la Russia sarà costretta a rispondere adeguatamente”.

Il presidente francese Sarkozy sulla cessazione delle ostilità in Georgia annunciata dal presidente russo poco prima del loro incontro al Cremlino ha dichiarato “Una buona notizia. È una novità che aspettavamo. È una buona novità. Ora bisogna realizzarlo in pratica. Dobbiamo tracciare una scaletta di azioni per tornare alle posizioni di partenza. La Russia deve mettere la sua potenza al servizio della pace”. Infine ha sottolineato che “E’ assolutamente normale che la Russia voglia difendere gli interessi dei suoi compatrioti nel suo paese e dei russofoni fuori dalla Russia”. Una frase che fa il paio con quella pronunciata ieri sul fatto che gli USA sono parte del conflitto.

Ma il presidente della Georgia Saakashvili, in collegamento da Tbilisi con la Cnn a Washington, aveva fatto sapere che “La Georgia non si arrenderà mai. Perchè noi combattiamo per la nostra libertà e il prezzo da pagare tornando indietro sarebbe troppo alto. Vorrebbe dire la perdita della libertà”. Gli ha risposto il ministro degli esteri russo Serghei Lavrov che da Mosca ha detto “Se il presidente georgiano Mikhail Saakashvili se ne andasse sarebbe meglio”. Si vedra’ presto quali saranno le prossime mosse di Saakashvili quando saranno tornati in patria i 2000 soldati dall’Iraq, grazie al ponte aereo organizzato dagli USA.

Sempre in mattinata le forze armate dell'Abkhazia hanno lanciato una nuova offensiva contro le truppe georgiane attestate nell'alta gola di Kodori, una vallata che, a differenza della quasi totalità del territorio della Repubblica, rimane ancora sotto il controllo di Tbilisi.

L'Alto commissariato Onu per i rifugiati intanto comunica che le persone sfollate a causa del conflitto fra Georgia e Russia in Ossezia del Sud e Abkhazia sono almeno 100.000. Secondo le cifre fornite dai governi di Russia e Georgia - ha detto oggi l'Unhcr a Ginevra - circa 30.000 persone sono fuggite dall'Ossezia del Sud verso la repubblica russa dell'Ossezia del Nord, mentre più di altri 12.000 sfollati sono rimasti dentro l'Ossezia del Sud. Inoltre, circa 56.000 persone sono fuggite dalla città di Gori, in Georgia centrale vicino all'Ossezia del Sud.

Ma la notizia fondamentale e’ che l’UE ha deciso finalmente di giocare di sponda con la Russia, suo alleato strategico, per difendere i propri interessi nell’area che ormai contrastano sempre piu’ con quelli USA.

Anche se permane il grosso punto interrogativo su come Polonia, Estonia, Lituania e Lettonia si comporteranno, dopo la decisione dei rispettivi Presidenti di andare a Tbilisi in sostegno alla Georgia.


Caucaso, la Russia ferma le operazioni militari
di Luca Galassi – Peacereporter – 12 Agosto 2008

Il presidente russo Dmitri Medvedev ha annunciato la fine delle operazioni militari in Georgia. L'annuncio è arrivato pochi minuti fa, dopo i cinque giorni di guerra che hanno devastato l'Ossezia del Sud e parte della Georgia. Sul terreno rimangono un numero imprecisato di morti (decine secondo i georgiani, centinaia secondo i russi), centomila sfollati, città in macerie, e soprattuto la fine delle ambizioni georgiane per il reintegro territoriale delle due repubbliche secessioniste.

"Punizione". Mosca ha impartito una severa e per certi versi sproporzionata lezione al temerario Saakashvili, che venerdì scorso, con l'invasione della capitale sud-osseta Tshkinvali, ha innescato una reazione a catena le cui conseguenze si sono rivelate imprevedibili e nefaste. Dopo l'offensiva georgiana, la Russia ha mobilitato parte delle sue forze penetrando in Ossezia del sud e Abhkazia e bombardando le città georgiane di Sinaki, Gori, Poti e le strutture militari alla periferia di Tbilisi. Tskhinvali è stata riconquistata dai separatisti filo-russi. Le gole di Kodori, unica porzione di territorio abkhazo controllata dai georgiani, sono ora in mano degli abkhazi. L'annuncio di Medvedev è arrivato poco prima che il presidente francese Nicolas Sarkozy, a Mosca per colloqui in veste di presidente di turno dell'Unione Europea, consegnasse a Medvedev la bozza di una risoluzione che prevedesse l'immediata cessazione delle ostilità e il completo ritiro delle truppe georgiane. La sospensione delle operazioni è avvenuta, nelle parole del presidente russo 'per costringere Tbilisi alla pace'. "L'aggressore georgiano è stato punito", ha detto Medvedev, che ha tuttavia ordinato al ministero della Difesa di riprendere le operazioni nel caso la popolazione della repubblica separatista dell'Ossezia meridionale sia nuovamente vittima di violenze. Nella mattinata, un cameraman olandese è rimasto ucciso durante il bombardamento su Gori.

"Aggressione brutale". Il Consiglio di sicurezza Onu si era riunito stanotte per la quinta volta senza esito. Vitaly Churkin, ambasciatore russo alle Nazioni Unite, aveva bocciato la risoluzione elaborata dai Paesi occidentali perchè il testo "presentava gravi lacune", tra le quali l'assenza di un riferimento all'aggressione da parte di Tbilisi. Sono continuate per tutta la giornata di ieri le dichiarazioni di Bush, alleato di Sakaashvili e primo sponsor delle sue ambizioni per l'adesione alla Nato. La controffensiva russa è stata definita dal presidente statunitense "un'aggressione drammatica e brutale inaccettabile nel Ventunesimo secolo". Gli Stati Uniti avevano prestato il proprio supporto logistico per trasferire il contingente di duemila georgiani in Iraq a rinforzo delle unità in patria. Dal canto suo, Mosca ribatte alla accuse occidentali giustificando il blitz militare con la necessità di proteggere i suoi cittadini. La maggioranza dei sud-osseti ha infatti passaporto russo.

Come i Balcani? Dopo che le operazioni di soccorso umanitario saranno state portate a termine, e dopo che la conta dei morti fornirà il reale bilancio di una guerra sconsiderata, le fazioni avverse e tutta la comunità internazionale avranno di fronte agli occhi una situazione che avrà sensibili ripercussioni sul panorama geopolitico europeo. Le implicazioni a lungo termine coinvolgeranno, oltre alla Russia e al Caucaso, l'Unione Europea e soprattuto gli Stati Uniti. Nel suo piccolo, lo scenario caucasico rievoca in parte una storia già vista nei Balcani. Come la Serbia, la Georgia potrebbe dover rinunciare alla sua tanto invocata 'integrità territoriale', considerato che il ritorno allo status quo è ormai impensabile dopo lo scellerato attacco a Tskhinvali. L'Abkhazia ha esteso il suo controllo all'intera repubblica, cacciando i georgiani e, alla stregua del Montenegro, ha oggi migliori carte da giocare per un'eventuare rivendicazione di indipendenza, se non di annessione alla Federazione russa. Infine, Mosca, il cui presidente si è ormai eretto a garante - con la forza - della stabilità del Caucaso, ha il pretesto per indicare in Saakashvili un sanguinario criminale (Putin ha parlato ieri di pulizia etnica e genocidio nei confronti della popolazione sud-osseta), fare pressioni affinchè si dimetta, se non addirittura incriminarlo, allo stesso modo in cui l'Occidente portò Milosevic alla sbarra della Corte penale internazionale.



Dietro l’Ossezia lo scontro tra USA e Russia
di Carlo Benedetti – Altrenotizie – 12 Agosto 2008

L’Ossezia del Sud vive la guerra. Ha chiesto l’indipendenza e sta ricevendo dure risposte fatte di pallottole, razzi, bombardamenti, distruzioni, lutti.
Tutto accompagnato da una tragica pulizia etnica che rafforza, nello stesso tempo, quella tesi secondo la quale la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi.
Un seguito, quindi, del procedimento amministrativo attuato dagli stati e dai governi.
Ed è proprio per questo che il conflitto attuale - che sconvolge la geopolitica del Caucaso - deve essere “letto” in chiave prettamente politica, perchè in gioco c’è non solo e non tanto la piccola e tormentata Ossezia, quanto l’intera società civile del mondo.
Perchè il teatro delle attuali operazioni militari (che le tv presentano negli aspetti più sanguinosi) non riguarda solo i governi di Tskhivali (Ossezia del Sud) e di Tbilissi (Georgia), ma chiama direttamente in causa potenze mondiali come la Russia e gli Stati Uniti.
E questo dal momento in cui la realpolitik obbliga a considerare che quanto avviene nel Caucaso è il risultato di un grande gioco che coinvolge direttamente Mosca e Washington. In questo contesto è d’obbligo esaminare la realtà del paese georgiano che è, praticamente, il centro di una vicenda - politica, diplomatica ed economica - che caratterizza uno spazio geografico di ordine strategico.
La Georgia, infatti, dopo essere stata una delle repubbliche sovietiche dove il livello di vita era più alto - se confrontato con altre realtà dell’Unione - si è ritrovata, con il crollo dell’Urss, a vivere con i suoi cinque milioni di abitanti il disfacimento totale del tessuto economico. E di conseguenza è diventata sempre più preda di gruppi politico-mafiosi.
Nello stesso tempo - proprio come reazione al vecchio sistema sovietico e alla diretta dipendenza di Mosca - si è andata sviluppando nel paese una vera e propria opposizione al rapporto con la Russia e con il Cremlino. Sentimenti nazionalisti hanno preso il sopravvento e Tbilissi, nello stesso tempo, ha preso in considerazione il completo distacco dalla egemonia e dall’amicizia (tradizionale) con Mosca.
E qui sono entrati nel gioco gli americani. I quali, in primo luogo, hanno considerato gli aspetti del valore strategico della Georgia. E precisamente il fatto che il paese ha una costa di oltre 300 chilometri sul mar Nero (un mare dove la marina militare russa ha le sue basi più importanti) ed è separata dalla Russia da una catena montagnosa di oltre 700 chilometri.
E non meno importanti - sempre per gli strateghi americani - i confini con la Turchia e l’Armenia. Ma a focalizzare l’attenzione americana sono stati e sono i valori della geoeconomia locale. La Georgia vista, quindi, come punto di transito dei maggiori oleodotti e gasdotti.
Tutto questo messo insieme ha portato sempre più gli Usa a considerare Tbilissi come un punto di forza per la penetrazione americana nel territorio dell’ex Unione Sovietica e, quindi, della Russia. In tal senso non è azzardato affermare che la Georgia è diventata un polo di attrazione per gli americani.
E in questo l’opera di penetrazione soft - nei corridoi del potere di Tbilissi - è stata affidata ad un personaggio come il miliardario Soros, uomo della Cia, noto per aver finanziato una gran massa di ONG per provocare, in vari paesi, guerre civili e movimenti sociali approfittando dello sbando delle istituzioni e dei poteri.
Ed è quello che è avvenuto anche in Georgia con la decomposizione del vecchio apparato di Stato sovietico e con la corsa della nomenklatura per impadronirsi delle risorse nazionali.
E così anche nel Caucaso è arrivata l’ondata americana con quella cosiddetta “rivoluzione di velluto”, gestita di fatto direttamente dagli Stati Uniti per mezzo di “esperti” e politici.
Il primo obiettivo della Casa Bianca, del Pentagono e della Cia è stato quello di raggiungere il “tempio” delle forze armate georgiane con un primo passo: quello attuato nel marzo 1994 quando Tbilissi si unì alla “Parthnership for Peace”. Una azione alla quale seguì, nell’ottobre 2004, l’aggancio alla Nato con tutte le relative conseguenze politiche e militari.
Sul fronte della gestione politica dell’intera operazione di penetrazione in Georgia gli americani hanno poi trovato l’uomo ideale. Messo da parte quello Scevardnadze - che era egregiamente servito per l’opera di distruzione dell’Urss - l’intelligence d’oltreoceano si è rivolta a Saakasvili.
Il personaggio - nato nel 1967 - è di origine georgiana, ma di formazione statunitense. E’ un fedele della Casa Bianca, del Pentagono e della Cia. Giurista quanto a studi è divenuto a poco a poco un agente dell’influenza Usa in Georgia e nel Caucaso.
E’ lui che, su comando di Washington, attua la politica di americanizzazione dell’intera regione. La sua carriera è stata programmata e finanziata dallo stesso Soros. Ed anche vari consiglieri della presidenza di Tbilissi hanno studiato negli Stati Uniti grazie a un programma di scambi universitari creato e gestito dalla fondazione privata di Soros.
E non c’è solo questo: il governo americano, da parte sua, ha raddoppiato gli aiuti economici bilaterali alla Georgia dopo la “rivoluzione”. Finanziamenti annuali che raggiungono oggi la cifra di 185 milioni di dollari.
Inoltre la Casa Bianca è coinvolta in un programma di formazione delle forze speciali dell'esercito georgiano nel quadro della cosiddetta lotta contro il terrorismo islamico nella regione e con la collaborazione di Israele.
Gli Stati Uniti hanno anche stanziato delle somme per pagare le fatture energetiche della Georgia all'indomani della “rivoluzione” del novembre 2003. È quindi evidente il ruolo di Soros che ha in Georgia i propri interessi finanziari e che ha lavorato a stretto contatto della CIA per favorire l'acquisizione del controllo su questa regione da parte degli Stati Uniti, soprattutto nel settore dell'energia.
Ed ecco che mentre si delinea sempre più questo scenario, l’Ossezia del Sud torna ad agitare la bandiera dell’indipendenza. Mosca non reagisce immediatamente perchè - tutto sommato - vede anche di buon occhio il fatto che all’interno della Georgia (non più “nazione amica”) nascano movimenti di opposizione e di destabilizzazione. La Russia, di conseguenza, accentua il valore della sua regione di confine, l’Ossezia del Nord.
Ma in questo preciso momento scatta la reazione georgiana. Ed è guerra. Le truppe di Saakasvili, ignorando che ormai l’Ossezia del Sud è autonoma ed ha sue istituzioni repubblicane (pur essendo ancora una realtà “georgiana”), scelgono la strada militare.Seguono massacri e bombardamenti contro una popolazione che è a stragrande maggioranza russa o che ha un passaporto russo in tasca.
Scendono in campo le forze armate “regionali” di Tskhivali. Ma la Georgia è di molto più forte. E sono massacri. La Russia cerca di contenere la situazione richiamando i dettati più elementari della diplomazia. Ma nello stesso tempo è chiamata (anche dalla sua opinione pubblica interna) a difendere gli ossetini.
Putin parla di “genocidio” e da Mosca arriva anche la richiesta di creare un Tribunale Internazionale per portare alla sbarra i “georgiani criminali che hanno ucciso i russi, gli ossetini, i membri della missione di pace”.
E sempre Putin aggiunge: “La Georgia ha commesso un crimine contro il suo stesso popolo, ha inferto un colpo mortale alla propria integrità territoriale e causato un danno tremendo allo stato. Date le circostanze è difficile immaginare come adesso l'Ossezia del Sud potrà essere convinta a diventare parte della Georgia, considerato che l'attacco georgiano, che è stato un crimine contro il popolo osseto, ha causato molte vittime tra la popolazione civile e una catastrofe umanitaria”.
Oltre alle dichiarazioni che hanno per ora un carattere diplomatico c’è il fatto che è in atto - nel Caucaso - una operazione globale di destabilizzazione. Con la Georgia che può essere considerata come un pezzo dell'ingranaggio americano messo in campo contro l'Iran: si è quindi in presenza di un meccanismo “occidentale” che punta allo smantellamento della stessa Russia.
Ed è questa anche una catena di polveriere che comprende la Cecenia, il Daghestan e l'enclave armena del Nagorno-Karabach in territorio azero. Tutto avviene mentre si stanno moltiplicando le aggressioni della Turchia contro i curdi. E questo rientra anche nel contesto del disegno americano contro l'Iran per non parlare dell’Iraq.
Ma è anche noto l’altro aspetto. Appunto quello geoeconomico. Perchè dietro questi conflitti - che vengono presentati come “etnici” - c'è in effetti il grande gioco per il controllo dei gasdotti e degli oleodotti.
È il gas del Turkmenistan e sono le riserve petrolifere dell'Azerbaigian. Gli americani mostrano le loro preoccupazioni per le risorse energetiche del Mar Caspio. E forse pensano anche di spostare le loro basi militari dall'Europa Occidentale a quella Orientale e all'Asia Centrale.
Tutto viene presentato ufficialmente nel contesto della lotta contro il terrorismo ma l’obiettivo statunitense consiste nell’installare delle nuove basi in Georgia o in Azerbaigian. La Georgia è, quindi, il vero fulcro strategico del Caucaso, perché è il solo paese ad avere un accesso al mare aperto e che confina per un lungo tratto con il Caucaso russo.
Ma bisogna ora considerare che il vero obiettivo della guerra scatenata da Saakasvili è un altro. Perchè questo georgiano che gli Usa hanno nominato come Quisling del Caucaso sta lavorando per una guerra “made in Usa”, a tutto campo, contro la Russia. E la stampa di Mosca scrive: “I georgiani come i nazisti” e ribadisce che il mondo civile deve chiamare in giudizio i responsabili del genocidio ossetino.
Nello stesso tempo i media attaccano gli Usa che “soffiano sul fuoco”. E alla tv un autorevolissimo esponente del mondo culturale russo - lo storico Andrej Sacharov (un omonimo dello scienziato) - parla a lungo del ruolo nefasto ed aggressivo degli Usa. La tensione cresce con i russi che passano all’attacco anche sul piano dell’informazione. Una nuova tappa dell’escalation nel confronto tra Mosca e Washington.


Campagne mediatiche: Dopo la Cina tocca alla Russia
di Giuseppe Iannello – Megachip – 12 Agosto 2008

Dopo la Cina è volta della Russia. Le campagne mediatiche non lasciano spazi ad incertezze o dubbi. Il nemico deve essere identificato e il torto deve essere tutto dalla sua parte. Gli incidenti di Lhasa del marzo scorso non sono stati mai chiariti, ma poco importa, quello che importa è che il Tibet deve essere libero, pertanto il governo cinese è l'unico responsabile degli incidenti che sono stati e che saranno.

Gli assalti alla fiaccola olimpica durante il percorso sono quindi giustificati e comprovano da soli da parte di chi sta il torto: è la Cina che se li è voluti. Ed anche se la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi è stata bella e senza incidenti di nessun genere, bisogna ricordare al telespettatore che se la sta godendo, seduto comodamente sul divano di casa, che ciò che vede è bello solo “artisticamente” e che non bisogna dimenticare che la Cina non rispetta questo e quell'altro: tutto ciò ad un intervallo strettissimo, mediamente di pochi minuti, perché essendo le immagini di tutt'altra natura, il commento/spot audio deve essere martellante per essere efficace.

Contemporaneamente all'epilogo della campagna preolimpica, aveva inizio quella contro il nemico ritrovato: la Russia. Anche RAI News 24 seguiva in diretta l'inaugurazione da Pechino e la intramezzava con le notizie proveniente dall'Ossetia, le news scorrevoli a fondo schermo lasciavano pochi spazi di interpretazione all'utente: i russi erano intervenuti in Georgia e colpivano obiettivi in territorio georgiano; più o meno quello che si leggeva negli altri network internazionali. I giornalisti però, per aumentare il clima convulso della diretta, leggevano i comunicati stampa che gli arrivano quasi in tempo reale, senza distinguere ancora tra quelli di fonte russa e quelli di fonte georgiana. Insomma nessun filtro apparente, anche se ripeto i titoli delle news italiane erano “europeamente” conformi – tanto per fare un esempio a quelle della BBC.

Col passare delle ore è andato scomparendo il nucleo essenziale degli eventi: l'attacco annunciato in diretta TV dell'esercito georgiano contro l'Ossetia del Sud. E l'attenzione si è spostata unicamente sulle azioni da parte russa. Nei telegiornali il filtro è stato perfezionato da servizi di appoggio a quelli provenienti dai corrispondenti, fino a giungere al capovolgimento esatto della notizia che ha trovato emblematica attuazione nell'intervista di Gianni Riotta al TG1 della sera del 9 agosto: infatti alla domanda sul perché secondo lui tutto questo fosse successo proprio nel primo giorno delle Olimpiadi, ha risposto che Putin ha voluto dare in tal modo un segnale mondo. E' stato sufficiente sostituire un cognome quello di Saakahsvili con quello di Putin e il gioco era stato compiuto: l'assalto militare in pompa magna della truppe georgiane era scomparso; o meglio l'assalto c'era stato ed era ovviamente russo.

Ma la campagna ha trovato la sua apoteosi nel TG3 delle 19.00 del 10 agosto. Lo spazio dedicato al conflitto tra Russia e Georgia è enorme, più di un quarto d'ora. Questa volta non si tratta solo di servizi di informazione su quanto sta succedendo, si dà ampio spazio anche ai commenti, alle impressioni della gente - che guarda caso sono tutti georgiani: il picchetto attorno al palazzo di vetro ed una manifestazione svoltasi a Roma.
A questa addirittura si dedica un ampio servizio con moltissime interviste ai partecipanti (che non si capisce quanti siano), che inneggiano contro i russi: il genere di servizio è quello utilizzato per le grandi manifestazioni di protesta predisposte ed annunciate da giorni: ma qui i tempi di “reazione”- fatto/manifestazione/attenzione dei grandi media - sono stati veramente stupefacenti. Perfino Huxley e Orwell ne rimarrebbero stupefatti. La realtà come al solito supera la fantasia.

lunedì 11 agosto 2008

Ossezia-Kosovo: la Russia e la NATO si scambiano i ruoli

Mentre oggi la Nato ha denunciato l'uso eccessivo della forza da parte della Russia e la violazione dell'integrità territoriale della Georgia, il premier russo Putin ha paragonato la politica dell'attuale dirigenza georgiana "con l'operato di Saddam Hussein".

Putin, giustamente irritato nei confronti dell'Occidente e degli Usa in particolare ha dichiarato “Saddam Hussein che fece eliminare alcuni abitanti di villaggi sciiti, doveva essere ovviamente impiccato. Ma gli attuali leader georgiani, che hanno raso al suolo in poco tempo dieci villaggi osseti e facevano schiacciare con i carri armati bambini e vecchi, che facevano bruciare vivi civili nelle loro case, vengono difesi. La Russia porterà avanti la missione di peacekeeping in Ossezia del Sud fino alla sua logica conclusione”.

Le accuse di Putin a USA, NATO e UE sono del tutto legittime, dato che gli USA stanno anche aiutando la Georgia a trasportare in patria le sue truppe dall’Iraq - dopo averla armata e addestrata negli ultimi anni, in seguito alla presa del potere del fido Saakashvili.

Per un portavoce della Commissione Europea a Bruxelles sono circa 30mila i profughi provenienti dall'Ossezia del Sud giunti nell'Ossezia del Nord, in territorio russo, mentre circa 6.000 sono invece riparati nella capitale georgiana, Tbilisi.

Comunque il portavoce dell'esercito russo, Anatoly Nogovitsyn, ha inoltre smentito di aver inviato forze di terra nel territorio georgiano al di fuori della regione separatista dell'Ossezia del Sud dichiarando “Non ci stiamo muovendo oltre i limiti per principio…le forze di peacekeeping russe non hanno l'incarico di invadere il territorio georgiano”.
Dichiarazione rilasciata durante una conferenza stampa dopo che il presidente georgiano Saakashvili aveva dichiarato che i carri armati russi si trovavano alle porte di Gori, in territorio georgiano.
Le forze georgiane hanno pero’ ripreso intensi bombardamenti nell'Ossezia del Sud, secondo fonti ossete citate dall'agenzia russa Interfax. Secondo un'altra agenzia, la Rosbalt, sono in corso anche duelli aerei.
Ma il presidente russo Medvedev si è detto favorevole, in un colloquio con il ministro degli Esteri finlandese, a una presenza di esponenti dell'Osce in Ossezia del Sud.

Intanto i leader di Abkhazia, Serghei Bagabsh, e Ossezia del Sud, Eduard Kokoity, si sono accordati oggi telefonicamente per chiedere in modo congiunto alla comunità mondiale il riconoscimento dell'indipendenza delle due repubbliche secessioniste georgiane.

Ma dal momento che Abkhazia e Ossezia del Sud non sono “fortunate” come il Kosovo, non avranno mai questo riconoscimento dalle potenze occidentali. E alla Russia non verra’ mai riconosciuto il fatto che sta agendo come a suo tempo agi’ la NATO in Bosnia, Serbia e Kosovo.

D'altronde Saakashvili non e’ Milosevic…


Caucaso, la guerra non si ferma
di Luca Galassi – Peacereporter – 11 Agosto 2008

Con l'arrivo della delegazione Ue dei ministri degli Esteri francese Bernard Kouchner, e finlandese, Alexander Stubb, per proporre a Tbilisi un accordo di pace, arrivano anche, in Abkhazia, novemila soldati russi, in aggiunta ai tremila già sul posto. Per cercare una via d'uscita alla crisi del Caucaso, esplosa venerdì con una pesante offensiva georgiana contro i secessionisti dell'Ossezia del Sud, la missione Ue propone un piano in tre punti: cessate il fuoco immediato, ritiro delle truppe georgiane dall'Ossezia e ritorno allo status quo precedente l'invasione.

Fronte Abkhazo. Se Tbilisi parrebbe aver accettato gran parte delle proposte, dall'Abkhazia, il cui presidente Sergei Bagapsh ha dichiarato ieri lo stato di guerra per dieci giorni, arrivano notizie che non lasciano presagire alcuna 'normalizzazione' nel conflitto. Assieme agli effettivi, i russi hanno tradotto nei pressi dell'unica zona abkhaza controllata militarmente dai georgiani, le gole di Kodori, 350 pezzi di armamenti pesanti. Dalla capitale abkhaza Sukhumi, Bagapsh ha lanciato un ultimatum ai georgiani perchè si ritirino. Ultimatum respinto dal Saakaschvili. Un analogo avvertimento è stato trasmesso da Mosca: via dall'Ossezia del sud o i nostri attacchi su Poti (porto commerciale e centro petrolifero sul Mar nero), Gori (città di 50mila abitanti colpita da bombardamenti) e Tbilisi (colpite installazioni e una base dell'aviazione in periferia) non cesseranno. Il presidente russo Dmitri Medvedev, il primo ministro Vladimir Putin e il ministro della Difesa Anatoli Sediukov hanno tenuto stamani una riunione con i vertici militari nel centro di comando russo a Mosca per 'valutare la situazione'.

Verità contrastanti. Dopo il devastante attacco alla capitale osseta Tskhinvali di venerdì, che secondo i russi avrebbe causato duemila morti, mentre secondo testimoni locali alcune centinaia, le truppe di Tbilisi si sarebbero ritirate. Mosca sostiene invece che si tratti di un 'ripiegamento' strategico e di una riorganizzazione delle unità militari. Nonostante l'ingresso nella capitale di un convoglio umanitario russo, penetrato attraverso il corridoio deciso concordemente da Russia e Georgia, un corrispondente dell'agenzia stampa russa Ria Novosti ha riportato la dichiarazione di un peacekeeper (la forza di interposizione schierata dal '92 e in prevalenza costituita da russi), secondo il quale i georgiani continuerebbero a bersagliare Tskhinvali con colpi d'artiglieria e che 7.500 soldati di Tbilisi si trovino ancora all'interno o nelle periferia della città semidistrutta. Altri duemila sono stati rimpatriati grazie al supporto logistico statunitense dal fronte iracheno, dove costituivano la terza forza, per numero di unità, della coalizione internazionale.

Il bilancio delle ostilità è ancora incerto. Migliaia di morti secondo Mosca, decine secondo Tbilisi. La Croce Rossa ha diffuso cifre ancora approssimate sugli sfollati: 30 mila in totale, di cui 20 mila osseti filo-russi in fuga verso l'Ossezia del Nord, e altri 10 mila tra osseti filo-georgiani o georgiani che cercano di scampare ai bombardamenti dell'aviazione russa. Decine di peacekeeper russi sarebbero morti negli attacchi georgiani, così come due giornalisti, uno russo, l'altro georgiano.

Si muove la Flotta del Mar Nero. Secondo Saakashvili, centinaia di carri armati russi sarebbero in marcia verso Gori. Sul territorio georgiano sono in volo una cinquantina di caccia russi, mentre sul Mar Nero la tensione non si allenta, dopo che ieri una vedetta lanciamissili è stata affondata da due unità navali russe. Unità della Flotta del Mar Nero stanno pattugliando il tratto costiero georgiano, a poca distanza dalle acque territoriali di Tbilisi. Stamani Mosca ha tagliato tutti i legami commerciali con i porti georgiani. L'Ucraina, dal cui porto di Sebastopoli, in concessione a Mosca, salpano le navi russe, ha annunciato che non farà rientrare nelle proprie acque territoriali le navi che compiono missioni contro Tbilisi. Come la Georgia, anche l'Ucraina ha inoltrato domanda di adesione alla Nato, facendo infuriare Mosca.

Ossezia del Sud e Abkhazia si sono 'allontanate' da Tbilisi dopo il collasso dell'Urss. Dopo un conflitto sanguinoso nel 92-93, hanno raggiunto un'indipendenza 'de facto'. Quando Saakashvili è salito al potere nel 2004, ha promesso di riportare le repubbliche ribelli sotto il controllo centrale. Mosca ha offerto ai residenti di entrambe passaporti russi. E' di poche ore fa una nuova rivendicazione secessionista di entrambe le repubbliche, che chiederanno in forma congiunta alla comunità internazionale il riconoscimento dell'indipendenza.

Summit urgente Russia-Nato. La Russia ha chiesto poco fa una riunione straordinaria con la Nato per discutere della crisi caucasica, mentre il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, tenutosi stanotte per la terza volta di fila, non ha portato ad alcun risultato. Messaggi di condanna alla Russia sono giunti da gran parte dei Paesi occidentali, Stati Uniti in testa. Anche il ministro degli Esteri britannico David Miliband ha unito la sua condanna a quella di Bush, che ha parlato di 'violenza inaccettabile e sproporzionata' da parte della Russia. Dopo che stanotte l'ambasciatore Usa all'Onu aveva accusato Mosca di voler far cadere il governo di Saakashvili (versione respinta da Mosca) Bush ha esortato Putin a tornare allo 'status quo' del 6 agosto, precedentemente all'offensiva - cominciata tra l'altro in modo del tutto proditorio, dopo che Saakhashvili aveva proposto un'offerta di tregua e negoziati ai sud-osseti per poi scatenare un 'blitzkrieg' proprio all'alba del giorno successivo, con la giustificazione di voler 'restaurare l'ordine costituzionale'. Anche ieri il presidente georgiano ha chieso una tregua e annunciato il cessate il fuoco. Ma l'Orso russo ormai è stato svegliato, e difficilmente Mosca crederà ancora alle promesse di Saakashvili.


Georgia: ha perso Israele (di nuovo)
di Maurizio Blondet - Effedieffe - 11 Agosto 2008

Un «mercenario americano» sarebbe stato catturato nell’Ossezia del Sud mentre combatteva per i georgiani in qualità di «istruttore». Lo riporta la radio locale Osetinskoe Radio, che precisa: l’uomo faceva parte di un gruppo di stranieri armati catturati vicino al villaggio di Zar, che si trova lungo quella che gli osseti russofoni considerano «la via della vita», perchè vi passano i rifornimenti dalla Russia. Il personaggio catturato sarebbe pure negro, e sarebbe stato portato a Vladikavkaz «per accertamenti sui motivi della sua permanenza in Ossezia».

La notizia non è controllata. Ma viene fra molte informazioni che confermano la presenza di combattenti stranieri. Secondo Eduard Kokoity, «presidente» della Sud-Ossezia citato dall’agenzia russa RIA, «dopo i combattimenti abbiamo trovato numerosi cadaveri di cittadini balttici ed ucraini; in seguito sono stato informato che corpi di diversi negri sono stati trovati sulla scena della battaglia presso la scuola n. 12» (1).

In attesa di conferme, ce n’è già più d’una da parte giudeo-occidentale. Il giorno 8 agosto, quando i kartuli sono partiti all’attacco convinti di una rapida vittoria sugli osseti, il ministro georgiano Temur Yakobashvili, che è ebreo come indica il suo nome («figlio di Yakov»), e parla un ebraico fluente, esultava pubblicamente: «Gli israeliani devono essere fieri dell’addestramento che hanno dato ai soldati georgiani...Ora speriamo nell’assistenza della Casa Bianca, perchè la Georgia non può vincere da sola».

Ancor più chiaramente l’agenzia israeliana Debka (un noto centro di disinformazione del Mossad), lo stesso giorno, sicura della vittoria, annunciava: «Cingolati e fanteria georgiani, aiutati da istruttori militari israeliani, nella mattinata hanno conquistato la capitale della Sud-Ossezia secessionista, Tskhinvali». E, citando «le sue esclusive fonti militari» era in grado di spiegare quale sia «l’ìnteresse di Israele nel conflitto» (2).

Eccolo:«Gerusalemme possiede un forte interesse nella pipeline che porta il gas e greggio del Caspio al porto turco di Ceyhan, senza bisogno di usare le reti di gasdotti russi. Sono in corso intensi negoziati tra Israele, Turchia, Georgia, Turkmenistan e Azerbaijian affinchè l’oleodotto raggiunga la Turchia e da lì il terminale petrolifero di Israele ad Ashkelon e di seguito il porto di Eilat sul Mar Rosso. Da lì, super-petroliere possono portare il gas e il greggio in estremo oriente attraverso l’oceano indiano».

Dunque la Vittima Eterna non vuole solo assicurarsi il petrolio per i suoi consumi interni, bensì partecipare al grande business, far dipendere l’Asia dalla sua buona volontà di fornitrice.Debka continua: «L’anno scorso il presidente georgiano ha assunto da ditte israeliane di sicurezza (sic) alcune centinaia di istruttori militari, si stima oltre mille, per addestrare le forze georgiano in tattiche di commando, e di combattimento aereo, navale e corazzato. Hanno fornito addestramento in intelligence militare e sicurezza per il regime. Tbilisi ha anche comprato armamento e sistemi elettronici d’intelligence e di puntamento da Israele. Questi istruttori sono fortemente impegnati nella preparazione della armata georgiana alla conquista della capitale del Sud-Ossezia».

Non basta. Debka rivela che «nelle scorse settimane Mosca ha ripetutamente chiesto a Gerusalemme di smettere la sua assistenza militare alla Georgia, fino a minacciare una crisi della relazioni bilaterali. Israele ha risposto che l’assistenza fornita a Tbilisi era solo difensiva».Se le cose stanno così, la conclusione è inevitabile: non è il dittatore di Kartulia, bensì Israele ad aver subìto una cocente sconfitta in Ossezia. Una replica del fallito attacco contro Hezbollah, e per gli stessi motivi: cieca presunzione della propria superiorità, credenza nella propria stessa propaganda (Hezbollah: belve arretrate, Russia: tigre di carta incapace di riempire il vuoto lasciato dall’URSS), e soprattutto, il risultato della «americanizzazione» dell’ex-glorioso Tsahal, da snella armata di aggressione-lampo a dinosauro dalla logistica pesante «made in Pentagon», con ricorso a «ditte» di mercenari (privatizzazione ed outsourcing della guerra: la bella trovata di Rumsfeld), e dalla tipica ottusità tattica made in USA: una vera tradizione questa, che risale alla guerra di Corea, continua ostinatamente e senza rimedio in Vietnam, e di cui si vedono gli ultimi effetti in Iraqe Afghanistan.

Ciò dovrebbe indurre a qualche riflessione gli europei, il Berlusconi compreso: tutti accaniti a chiedere ragione a Putin della reazione «sproporzionata» in Ossezia, se non fossero i maggiordomi del Katz dovrebbero chiedere a «Gerusalemme» (ma la capitale non era Tel Aviv?) qualche ragione della sua presenza militarista in Georgia, apparentemente col coinvolgimento diretto di suoi mercenari (oltre a qualche povero negro americano) negli scontri. E’ legale? Che cosa dice in proposito il famoso diritto internazionale?Invece avviene il contrario, naturalmente.

Battezzata «Operation Brimstone» (Operazione Zolfo), una delle più vaste esercitazioni aeronavali occidentali del dopoguerra è finita il 31 luglio nell’Atlantico. La grande manovra ha visto impegnati un «supergruppo di battaglia» portaerei USA, un gruppo di spedizione USA con portaerei, un gruppo di battaglia portaerei della Royal Navy britannica, un sottomarino nucleare da caccia francese, e un gran numero di incrociatori, fregate e cacciatorpediniere americani, nella parte delle «forze nemiche» (3).

Lo scopo dichiarato di queste grandi manovre della più grande Armata occidentale dai tempi della prima guerra all’Iraq è attuare il più severo blocco navale attorno all’Iran. Benchè produttore di petrolio, l’Iran ha limitate capacità di raffinazione; importa il 40 per cento delle benzine e carburanti di cui ha bisogno. Bloccare l’arrivo delle benzine e carburanti è giudicato il solo modo di colpirne gravemente l’economia. L’Europa dunque partecipa a questo blocco, che è un atto di guerra secondo il diritto internazionale. Ancora una volta, è la scuola israeliana a dettare la legge di guerra: il trattamento-Gaza anche per gli iraniani, la «cura dimagrante».

Ma la quantità e il volume di fuoco della flotta messa in campo non può essere diretta solo all’Iran. E’ volto a dissuadere ben determinati paesi - la Russia e la Cina, che è uno dei maggiori clienti del petrolio iraniano - ad opporsi al blocco, magari scortando con proprie navi militari le petroliere con i prodotti raffinati acquistati da Teheran.Quanto alla Russia, si tratta di tenere sotto schiaffo, e dissuadere dall’intervenire, la flotta del Mar Nero recentemente spostata nel Mediterraneo, con base nel porto siriano di Tartus: guidata dalla portaerei moderna «Ammiraglio Kusnetsov» (che porta una cinquantina di caccia e una decina di elicotteri) e l’incrociatore lanciamissili «Moskva».

Nei giorni scorsi la Moskva, accompagnata dalla corvetta Smetlivy sono state spostate nell’area orientale del Mar Nero, davanti alla Georgia, con il dichiarato scopo di assistere gli osseti in fuga davanti all’invasione georgiana del loro territorio: almeno 30 mila persone su 70 mila, terrorizzati dalle atrocità di cui sono stati testimoni.

Nei loro racconti, parlano di bombe a mano tirate dai soldati georgiani nelle cantine dove gli abitanti si erano rifugiati dai bombardamenti, di soldati russi della forza d’interposizione feriti, catturati e giustiziati sommariamente, di un inizio di pulizia etnica (il presidente Medvedev ha parlato di genocidio). Le oltre duemila vittime civili paiono confermare: non si è cercato di fare un’operazione militarmente «pulita», bensì di spargere il terrore con massacri, per spingere alla fuga la popolazione.Ancora una volta, è la scuola israeliana all’opera: il «trattamento Deir Yasin».

E la Francia del Sarko-katz partecipa all’avventura con un sommergibile atomico. Visto che Berlusconi è spesso al telefono con Sarko, che è pure presidente semestrale della UE, non potrebbe chiedergli ragione di tanto impegno? E magari una telefonata di richiesta di chiarimenti «all’amico Bush» su quei negri ammazzati e catturati in territorio altrui? Invece no: chiede moderazione solo all’«amico Putin».

Le grandi manovre giudaico-cristiane («Brimstone» nell’Atlantico, e «Immediate Response» in Georgia, entrambe finite il 31 luglio, a ridosso dell’attacco di Kartulia agli osseti) fanno pensare che Saakashvili, dopotutto, non abbia agito di testa sua; l’attacco deliberato pare iscriversi in un più vasto piano concertato di provocazione ed affermazione di potenza, per il dominio totale delle fonti petrolifere. Una strategia alla Brzezinsky, sul «grande scacchiere» geopolitico, contro i nemici storici reali, Russia e Cina.

Se è così, mai nome fu più adatto ad una esercitazione: «Operazione Zolfo» ha l’intento di incendiare definitivamente l’area del petrolio del Golfo. In qualche modo, la strategia Us-raeliana sembra quella di reagire alle proprie sconfitte aumentando la posta.Ci sono brandelli di informazioni, che non troverete sui nostri media alla Riotta, e che paiono confermare questa volontà di escalation.

• Il ministero degli Esteri ucraino ha dichiarato che l’Ucraina si riserva il diritto di impedire il ritorno della flotta russa del Mar Nero, ora impegnata al largo della Georgia, nei porti ucraini (4). In base ad un accordo firmato fra i due paesi, la flotta bellica russa ha il diritto di usare i porti ucraini fino al 2017. Evidentemente la «democrazia» ucraina, che deve la sua esistenza a Washington non meno della «democrazia» in Kartulia, arde dalla voglia di impicciarsi nel conflitto, troppo «limitato» secondo i gusti del suo padrone a Washington. Bisogna ampliarlo, e l’Ucraina si presta.

• Gli americani si apprestano a trasportare, con ponte aereo, metà del contingente di Kartulia che è impegnato in Iraq, e che ne fa il terzo dei contingenti alleati, dopo americani e britannici. Mille uomini subito «entro 96 ore», gli altri mille al più presto, ha detto il colonnello Bondo Maisuradze: «Gli USA ci forniranno il trasporto» (5). Dunque il Pentagono, mentre chiede il cessate il fuoco a Putin, prepara il suo satellite georgiano ad un qualche contrattacco. E in ogni caso, il ponte aereo dell’USAF espone gli aerei americani al contatto con le armi russe: una provocazione aperta, magari alla ricerca di un «incidente».

• Nel lontano Kirghizistan, in una casa di Bishkeh (la capitale) affittata a cittadini americani con passaporto diplomatico, la polizia locale - allertata dai vicini - ha trovato un vero arsenale: 53 armi da fuoco anche «di grosso calibo» oltre a «lanciagranate, fucili mitragliatori, pistole, carabine da cecchino e 15 mila proiettili». I cittadini americani che sorvegliavano le armi sono «due dipendenti dell’Ambasciata USA e dieci militari americani nel paese, dicono loro, per addestrare le forze speciali kirghize». Un dettaglio che il ministro degli Interni kirghizo, Temirkan Subanov, e il ministero della difesa, negano con forza. C’è un accordo con gli USA, dicono, per addestrare gli agenti anti-droga (l’oppio afghano passa di lì), ma l’addestramento non richiede nè contempla armamento pesante. L’ambasciata USA ha emesso un comunicato in cui insiste: l’arsenale era lì con il permesso e su richiesta del governo kirghizo (6).

Insomma l’America sta rimestando attivamente nel torbido, incitando i suoi satelliti e provocando, in tutta la vasta area d’influenza russa. L’Europa - tramite le sue cosche non-elette - è della partita, all’insaputa dei suoi cittadini.I nostri media non ci informano del fatto che siamo già schierati nella guerra di aggressione più inaudita della storia, a provocare il nostro massimo e più affidabile fornitore di prodotti energetici.

Al contrario, titolano «Putin piega la Georgia» (Repubblica), «Mosca cieca» (Il Manifesto), ed evocando l’invasione sovietica a Praga nel 1968.
Quanto al Papa, invoca la pace in nome delle «comuni radici cristiane», come se il cristianesimo c’entrasse qualcosa: che analisi fanno, in Vaticano? Hanno delle informazioni proprie? Che ideologia sposano? La giudaizzazione della Chiesa la porta alla rovina mentale.

Si vede che siamo sotto protettorato di Katz, con direttori di tg del Katz, e giornali di sinistra molto del Katz.

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1) «Did mercenaries help Georgia?», Russia Today, 10 agosto 2008. Con foto di corpi dei misteriosi combattenti, che portano mimetiche NATO. il sito Russia Today è stato oscurato per diverse ore, non certo da Mosca.
2) «Israel backs Georgia in Caspian Oil Pipeline Battle with Russia», Debka File, 8 agosto 2008.
3) «Major Armada prepares for Iran blockade», Europebusiness.blogspot, 7 agosto 2008. «The lead American ship in these war games, the USS Theodore Roosevelt (CVN71) and its Carrier Strike Group Two (CCSG-2) are now headed towards Iran along with the USS Ronald Reagon (CVN76) and its Carrier Strike Group Seven (CCSG-7) coming from Japan. They are joining two existing USN battle groups in the Gulf area: the USS Abraham Lincoln (CVN72) with its Carrier Strike Group Nine (CCSG-9); and the USS Peleliu (LHA-5) with its expeditionary strike group. Likely also under way towards the Persian Gulf is the USS Iwo Jima (LHD-7) and its expeditionary strike group, the UK Royal Navy HMS Ark Royal (R07) carrier battle group, assorted French naval assets including the nuclear hunter-killer submarine Amethyste and French Naval Rafale fighter jets on-board the USS Theodore Roosevelt. These ships took part in the just completed Operation Brimstone. The build up of naval forces in the Gulf will be one of the largest multi-national naval armadas since the First and Second Gulf Wars. The intent is to create a US/EU naval blockade (which is an Act of War under international law) around Iran (with supporting air and land elements) to prevent the shipment of benzene and certain other refined oil products headed to Iranian ports.»
4) «Ukraine threatens to bar Russian warships», Reuters, 10 agosto 2008.
5) Deborah Haynes, «Georgia sends troops from Irak to South-Ossetia», Times, 10 agosto.
6) «US arms cache found in Kyrgyzistan», Kommersant, 6 agosto 2008.

domenica 10 agosto 2008

L'Italia e il popolo delle illiberta’

Qui di seguito un articolo che ben evidenzia il triste declino di un Paese, in preda ormai a un’ipocrita e moralistica intolleranza. E a farne le spese sono le liberta’ individuali dei cittadini, che sembrano pero’ ben lieti di subirne continue e progressive privazioni.

Nella “societa’ del proibito” dove tutti si dichiarano liberali
di Massimo Fini – www.massimofini.it/ – 8 Agosto 2008

Il sindaco di Verona , Tosi, ha elevato da 36 a 500 euro le multe per chi avvicina le prostitute in strada. Poiché in Italia la prostituzione non è ancora un reato, e probabil mente non lo sarà mai in modo ufficiale (altrimenti oltre a colpire il mercimonio da strada, come si cerca di fare ora, si dovrebbe andare ad indagare su certi traffici, più sofisticati, come quello di dare a una ragazza una particina in qualche fiction in cambio di una prestazione sessuale, che a onor del vero sono molto più squallidi e gravi della prostituzione classica perché si basano sul ricatto), l'escamotage per punire i clienti delle lucciole sta nel fatto che, con le loro macchine ferme, ingombrano il traffico.

Dopo il decreto Maroni che dà amplissimi poteri ai sindaci per colpire, fra gli altri, "i comportamenti che offendono la pubblica decenza", molti amministratori comunali hanno seguito l'esempio di Tosi e sicuramente molti altri lo faranno. A Trento, invece è stato fermato un padre che stava filmando suo figlio in una piscina comunale. Motivo? Insieme al figlioletto che dava le prime bracciate aveva inquadrato anche altri bambini seminudi , cioè in costumino da bagno, ed era quindi sospetto di pedofilia. Stiamo vivendo un'epoca vittoriana, e non solo in campo sessuale.

Sempre a Verona è vietato consumare alcol fuori dai bar (alla prima bottiglia fan 100 euro alla terza 500), dormire all'aperto, sbocconcellare panini per strada; girare a torso nudo, bagnarsi nelle vasche pubbliche. Il mullah Omar era più permissivo. Il sindaco di Vicenza dal canto suo, ha imposto la solita multa di 500 euro (che, se non sbaglio, fan quasi un milione delle vecchie lire) "per camper e roulotte che trasformano la sosta in un bivacco", mentre quello di Novara ha vietato le passeggiate notturne nei parchi se si è in più di due (il che equivale, più o meno, a quella di sposizione del regime fascista che considerava "adunata sediziosa" un capannello di più di cinque persone).

Sono noti poi i limiti sempre più feroci e generalizzati imposti al consumo di alcol e al fumo, non solo a tutela dei soggetti passivi ma anche di quelli attivi, perché chi fuma in un parco (come è capitato a un rumeno di 54 anni che si è visto appioppare, a Verona, una multa di 50 euro) non danneggia, se danneggia, altri che sè stesso cosa che se non vogliamo tornare allo "Stato etico" che decide per i cittadini, di hegeliana e fascista memoria, contro il quale hanno tuonato, in questi anni, proprio gli intellettuali del centrodestra, dovrebbe stare nella sua piena libertà.

Altri limiti simil-Tosi dobbiamo aspettarci dal recentissimo decreto Maroni che dà ai sindaci poteri più forti di quelli del prefetto. E a Firenze, a Venezia, a Trento e in altre città è vietato chiedere l'elemosina, cosa che non si era mai vista prima, neppure, anzi, nei "secoli bui" del Medioevo, in nessuna società del mondo (ad eccezione della Russia sovietica).

Non ci sono mai stati tanti verboten e limiti alle libertà individuali come nell'epoca presente e in questo regime, non importa se governato dalla destra o dalla sinistra, dove tutti si dichiarano liberali.

Ma il culmine si è raggiunto con la vicenda di Eluana Englaro dove il Parlamento (il Parlamento!), in versione quasi bipartisan, vuole impedire, nonostante una decisione in contrario del Tribunale, ad una povera donna in coma da sedici anni di andare incontro alla sua morte naturale. Di questo passo si finirà a decidere della vita e della morte di una persona per referendum.

E l'Italia è diventata un Paese dove non si può più né vivere né morire.

Georgia-Russia: i georgiani si ritirano dall’Ossezia del Sud

Oggi la Russia ha assunto il controllo della maggior parte di Tskhinvali, capitale della provincia autonoma georgiana dell'Ossezia del Sud, ed e’ iniziato il ritiro delle truppe georgiane dal territorio sudosseto.

Intanto unità da guerra della Marina russa si sono attestate nel Mar Nero ai limiti delle acque territoriali della Georgia imponendo il blocco navale per impedire l’afflusso di nuove armi ai georgiani. L’Ucraina ha gia’ detto che impedira’ il rientro delle navi russe partite dalla base navale di Sebastopoli, in Crimea.

Secondo Mosca ci sarebbero fino a 2.000 vittime e Putin chiede un'inchiesta sul ''genocidio'', ma per la Georgia i russi fanno ''disinformazione''.

Inoltre il leader abkhazo Serghei Bagapsh ha dichiarato oggi lo stato di guerra sulla maggior parte del territorio abkhazo per dieci giorni. Si prevedono quindi nuove offensive russe in appoggio ai separatisti abkhazi.

Nel frattempo l’amministrazione Bush ha invitato Mosca a cessare gli attacchi in Georgia. In caso contrario ci saranno “significative” ripercussioni sui rapporti tra Stati Uniti e Russia. “Se la sproporzionata e pericolosa escalation russa dovesse continuare - ha detto il vice Consigliere Usa per la Sicurezza nazionale, Jim Jeffrey - questo avrà un impatto significativo e a lungo termine sui rapporti Usa-Russia”.

Si attende ancora una reazione ufficiale dell’UE, che rischia di essere trascinata controvoglia in un conflitto con Mosca da cui ha tutto da perdere.
Ma l’avranno capito a Bruxelles?

Il Bossi di Tbilisi
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 10 Agosto 2008

Quando si distruggono gli imperi - anche cattivi - quel che riempie il loro vuoto è sempre peggio. La scomparsa di un impero lascia sempre una zona di instabilità, a volte per secoli (il Medio Oriente in fiamme è un esito della scomparsa dell’impero ottomano) e il motivo è ovvio. Al posto del «comando» imperiale, che è sempre in qualche misura responsabile, pretendono di «comandare» capi locali, provinciali o addirittura tribali, retrogradi, avventuristi e irresponsabili fino all’infantilismo. I nuovi «comandanti» salgono in cattedra di fronte al mondo, fanno la voce grossa, si sentono finalmente «liberi» e «sovrani». In realtà, sono solo vermi che pullulano dentro la grande carcassa dell’impero morto.

Mikhail Saakashvili, portato al potere da una «rivoluzione delle rose» interamente pagata dalla CIA (il fatto è ampiamente documentato) è stato votato dai georgiani - cinque milioni in tutto, una provincia - perchè era il più nazionalista di tutti loro. Immediatamente, aizzato da Washington, costui ha chiesto l’adesione alla NATO. Altrettanto immediatamente, ha vietato la lingua russa ed ha abolito da tutte la scritture pubbliche e private i caratteri cirillici; ma non per sostituirli coi caratteri latini che si usano alla NATO, bensì con un alfabeto georgiano arcaico, prima reperibile solo in qualche antica lapide e decifrabile solo da qualche archeologo specializzato, e quasi certamente sconosciuto alla maggioranza assoluta dei georgiani stessi.

Dunque, se il mondo deve occuparsi della Georgia, che impari la lingua e l’alfabeto kartuli (si chiama così, dal nome di un eroe mitico-capostipite). Saakashvili è riuscito a dare realizzazione al sogno o delirio che Bossi si limita covare, restituire i lombardi all’alfabeto celtico, un alfabeto magari di sua invenzione durante una notte di sbornie? I secessionismi e i particolarismi si nutrono sempre di qualche delirio arcaico.

Siccome quello di Saakashvili è un secessionismo compiuto - un modello - sarà dunque istruttivo anche per i lombardi studiarne l’esito.A pochi mesi dalla sua elezione trionfale, Saakashvili ha trasformato la «democrazia» pagatagli dalla CIA in una dittatura personale; più precisamente, nella dittatura della sua tribù materna - letteralmente, il clan tribale di sua madre - ai cui membri ha distribuito cariche, favoritismi e mazzette della corruzione dilagante.

Nel novembre scorso, ci sono state dimostrazioni di piazza contro il dittatore tribale; i neo-cittadini già ne hanno abbastanza del Gran Kartulo; ma Saakashvili ha scatenato contro i concittadini kartvelebi (così d’ora in poi si devono chiamare) le sue guardie pretoriane, dotate di inusitata ferocia e di armamento e addestramento pagato da Washington.

Tipico dei vermi che pretendono di «comandare» agitandosi nella carcassa di un impero putrefatto è dichiararsi vittime storiche dell’impero defunto: benchè abbia dato la nascita a Stalin, ed abbia sempre avuto georgiani nel CC del PCUS, la nuova Georgia si dichiara innocente del sovietismo. Non c’entra, non c’è mai entrata, l’ha sempre combattuto scrivendo di nascosto in kartuli.

Naturalmente, i vermi prediligono la storia antica (specie quella così antica da non aver lasciato tracce, come i Celti in Lombardia) rispetto a quella recente. Così, la Georgia nuova ha deciso di ignorare il fatto che 70 anni di unità sovietica hanno mescolato popolazioni e ha creato - soprattutto - una essenziale dipendenza economica delle piccole regioni dell’impero dalle più grandi.

La Georgia contribuiva all’impero sovietico con due prodotti di cui non sfuggirà l’importanza strategica: una produzione di vini di seconda qualità che solo il cittadino sovietico trovava bevibili (sempre meglio dell’antigelo per motori), e una certa acqua minerale Borzhomi. Saakashvili ha preteso che Mosca continuasse a importare i suoi vini e la sua acqua minerale, allo stesso tempo dichiarandosi indipendente dalla Russia da cui importava tutto il resto, a cominciare dal petrolio con cui riscalda le case georgiane nei rigidi inverni. E pretendeva che i cittadini di lingua russa, messi in Abkhazia e in Ossezia nel grande tragico rimescolamento di popoli staliniano, imparassero il kartuli e inneggiassero al clan di sua mamma.

Su un altro punto il Bossi kartuli è molto più concreto del nostro Saakashvili «padano»: il nostro straparla di «fucili» e «proiettili», il georgiano ha speso il 70% del prodotto interno lordo del suo Paese di 5 milioni di abitanti in miseria, in armamento pesante (1). Si è fatto un esercito di 17 mila uomini; ne ha mandati 2 mila in Iraq a fianco dell’Alleato Americano; ciò allo scopo di trascinare, poi, l’Alleato Americano nella guerra che intende sferrare contro la Russia, perchè questo è il suo scopo ultimo.

Giudicate voi: è o non è una Grande Politica Mondiale? Il particolarista perfetto, per quanto provinciale e tribale sia, ha infatti ambizioni mondiali. Nel caso, scatenare la guerra atomica fra due superpotenze. E’ così che i vermi secessionisti si sentono grandi; provocando grandi disastri.

Il guaio è che Saakashvili ha trovato l’appoggio dell’altra demenza, quella che impera a Washington. La quale ha usato la Georgia come zona di transito del petrolio del Caspio, che non vuol far passare dalla Russia: le condutture della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan, finanziate da BP, Total ed Eni, servono allo scopo, e dovevano fornire al capo kartuli un flusso di royalty un po' più sostenuto dell’export di vinello e acqua minerale, da distribuire alla tribù materna.Washington preme per far entrare la Kartulia nella NATO; l’Europa non dice di no, ma nicchia, e trascina i piedi; Washington brucia le tappe e organizza una esercitazione militare congiunta con truppe americane e truppe kartuli in territorio kartuli, a ridosso della Russia; questa esercitazione è avvenuta ed è finita solo il 31 luglio, dunque pochi giorni fa (2) e si è chiamata, per volontà del Pentagono, «Immediate Response» (vedi «Provocazioni contro Mosca», EFFEDIEFFE.com, 21 luglio).

Una chiara provocazione ai russi, dopo il piazzamento dei missili in Polonia e la minaccia di espellere la Russia dal G-8.Ciò ha chiaramente incoraggiato nei suoi progetti il Gran Kartuli. Saakashvili ha preso l’iniziativa dell’aggressione: ha mandato le sue truppe a bombardare l’Ossetia russofona, ed è apparso in TV tenendo dietro le spalle la bandiera stellata dell’Unione Europea di cui non fa parte, con accanto il vessilo della NATO di cui non è membro. Ha fatto tappezzare Tbilisi, la sua capitale, di manifesti dove appare a fianco di George W. Bush.

Come tutti i Bossi, anche lui vive in un mondo di fantasia, di ampolle sacre su sacri fiumi, di antichi eroi kartuli del 12mo secolo o dell’età della pietra. Saakashvili si frega le mani: adesso gli americani interverranno a fianco del loro più forte alleato, Mosca ha i giorni contati. Ordina a Washington: rimandatemi i 2.000 uomini che vi ho spedito in Iraq, ora mi servono per marciare su Mosca.

Probabilmente nessuno ha tradotto in caratteri kartuli una frase di Kissinger, che dovrebbe essere invece scolpita molto in grande a Tbilisi: «Nessuna grande potenza si suicida per un alleato minore» (a meno che non si chiami Katz). Anzi, due frasi di Kissinger. La seconda è: «Nessuna grande potenza si ritira per sempre». Parecchie decine di carri armati russi occupano la Sud Ossezia. Navi russe nel Mar Nero si predispongono a chiudere Kartulia in un blocco navale (3).

Saakashvili è scomparso in un bunker. L’aiuto che riceve è un po' di propaganda: ecco, vedete com'è cattivo Putin, dice Bush, e ripetono i Frattini europoidi, e tutti i media coi loro camerieri e ragazzi-spazzola.Devo dire che la propaganda non resta senza effetto sulla stupidità egemone.

Una mia amica altolocata, che lavora per l’ONU, mi telefona tutta indignata: Putin ha bombardato Tbilisi, una capitale straniera di uno Stato sovrano, violando il diritto internazionale; mentre Saakashvili, facendo strage in Sud-Ossezia, ha agito nel suo diritto, perchè il Sud-Ossezia è territorio georgiano, un «affare interno».

Provo a rinfrescarle la memoria: ha presente che gli USA hanno invaso e stanno occupando due Paesi che non gli hanno mai dichiarato guerra nè mai costituito una minaccia per Washington? Riesce, con uno sforzo, a ricordare che solo due anni fa, Israele ha bombardato la capitale di un Paese sovrano che pare chiamarsi Libano, devastandolo dalle fondamenta, con la scusa che doveva liberare quattro (dicesi quattro) soldatini israeliani catturati mentre penetravano in territorio libanese? E’ in grado di ricordare che un Paese che non ha mai aggredito nessuno, di nome Iran, è perennemente minacciato di attacco preventivo perchè sta sviluppando un’industria nucleare civile, cui ha diritto come firmatario dei Trattati di Non-Proliferazione? Viene forse invocato in questi casi il diritto internazionale?

La risposta è: «Scusa, devo lasciarti perchè ho ospiti». Le signore dell’ONU hanno sempre ospiti nelle loro ville con piscina. Aperitivi, rinfreschi, alta società.Così, non riesco a cominicarle la mia ultima frase: dall’11 settembre 2001, la società Bush & Katz ha inaugurato una nuova fase storica globale. La fase in cui la violenza «è» il nuovo diritto internazionale.

E' una fase nuova ma anche un grande ritorno dell’arcaico, la forza che crea il diritto.L’invasione non provocata e non motivata legalmente di Afghanistan (occupato da sette anni) e Iraq (occupato da quattro), come il bombardamento del Libano hanno creato un precedente giuridico internazionale. Di cui anche all’ONU si dovrebbero soppesare tutte le conseguenze.

Naturalmente, la risposta di Mosca al Gran Kartuli - risposta adeguata nel quadro della nuova legalità internazionale - apre una fase pericolosa. Per noi europidi, che riceviamo dalla Russia il 25% del nostro fabbisogno energetico, per i nostri serbatoi e per i nostri riscaldamenti invernali: perchè noi europei abbiamo lasciato che la ditta Bush & Katz ci separassero fisicamente dal fornitore russo, lasciando che costituissero Stati-cuscinetto come l’Ucraina, la Polonia, e la Kartulia.Pericoloso per l’Iran (e dunque ancora per i nostri serbatoi e caloriferi), visto che la confusione nell’area di instabilità avvicina la tentazione di Katz di attaccare Teheran approfittando della confusione stessa.

Negli scorsi giorni, due nuove portaerei USA, e un altro cacciatorpediniere americano «accompagnato da due navi israeliane» (4) non identificate sono entrati nel Golfo Persico, ad aggiungersi alla densa zuppa di flotte da guerra che Bush & Katz mantengono da mesi davanti alle coste iraniane; c’è da chiedersi come riescano a manovrare nello stretto di Ormuz.

Mai siamo stati così vicini ad un gravissimo conflitto. Di cui non dobbiamo dimenticare di ringraziare i Solana, i Barroso, i Frattini, che si tengono stretti all’«alleato» che congiura alla nostra rovina come europei, anzichè formare una solida partnership europea con Mosca, dettata dal nostro reciproco destino manifesto. La guerra fredda non è stata mai così vicina a diventare rovente dai tempi della crisi di Cuba; allora l’impero sovietico si mostrò responsabile; oggi l’impero non c’è più, e nemmeno lo stesso grado di responsabilità. E' questo il vuoto che lasciano gli imperi spaccati.

Di una sola cosa siamo (quasi) certi: la guerra non si espanderà partendo dalla Georgia. Lì, ha ragione Lavrov, il conflitto è e resta «limitato». Bush & Katz non alzeranno un dito per il loro servo Saakashvili. E' limitato in tutto e per tutto (5).

Almeno una consolazione ci resta: quest’inverno, nel gelo del razionamento, non dovremo studiare al lume di candela l’alfabeto kartuli. Forse gli stessi georgiani tornerannno ai caratteri cirillici.

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1) Mark Almond, «Plucky little Georgia? No, the cold war reading won’t wash», Guardian, 9 agosto 2008. Mark Almond è docente di storia ad Oxford.
2) Tea Kerdzevadze, «International Large-scale military exercise», Georgia Today, 1 agosto 2008. The International Training «Immediate Response 2008» conducted with the joint efforts of the USA and Georgian Armed Forces was held at Vaziani Military Base on July 15-31. The mission of the training was to improve combined capabilities and strengthen regional cooperation. The exercise involved the conduction of a combined brigade-level CPX exercise with Georgian Armed Forces to develop a common understanding of coalition staff planning procedures; combined live-fire FTX/STX to train on tactics, techniques and procedures for the conduct of coalition security and stability operations and to deploy the 21st TSC EECP and exercise limited theater opening capabilities. (…) The Deputy Chief of the Joint Staff of the Georgian Armed Forces LTC Alexander Osepaishvili and SETAF Brigadier General William B. Garrett delivered speeches. BG Garrett stated that he welcomed the exercise Immediate Response 2008 saying it was an honor and a privilege to be in Georgia. «Over the next several weeks, we will live together, work together and train together. This is an invaluable opportunity to get to know and understand one another, to learn about different cultures and to build enduring relationships between professional militaries,» said the Brigadier General. He also expressed particular gratitude towards the Georgian Armed Forces for the strong support not only for the exercise but also for continuing service with the American forces, allies and partners».
3) «Russia prepares for naval blockade of Georgia», Kommersant, 10 agosto 2008.
4) William Cormier, «The Russian conflict in Georgia could make war with Iran more probable», Op.Ed.Nes, 10 agosto 2008. «The Arabic news agency Moheet reported at the end of July that an unnamed American destroyer, accompanied by two Israeli naval vessels traveled through the Suez Canal from the Mediterranean. A week earlier, a US nuclear submarine accompanied by a destroyer and a supply ship moved into the Mediterranean, according to Moheet».
5) Ecco cosa dice e pretende Temur Iakobashvili, ministro di Kartulia: «E’ compito dell’Unione Europea sostenere la Georgia; stiamo parlando della Politica Europea di Vicinato (?) della Politica Europea di Sicurezza Energetica e di tutte le altre politiche che sono importanti per l’Europa. Ciò che avviene in Georgia è un chiaro tentativo da parte della Russia di ridisegnare l’Est-europeo. Ecco perchè l’Unione Europea non può restare neutrale». (It is the EU's job to support Georgia because we are talking about the European Neighbourhood Policy, the European Energy Security Policy and all other policies that are important for the EU. In this regard, what is happening in Georgia is a clear attempt by Russia to redesign Eastern Europe. This is why I think the EU cannot remain neutral on the sidelines). Barroso Solana e gli altri servi europei di Katz hanno preso degli impegni verso Shakasvili? dovremo morire per Tbilisi?

sabato 9 agosto 2008

Georgia-Russia: l’effetto domino e’ iniziato

La guerra tra Georgia e Russia continua la sua marcia in una crescente escalation che ha gia’ provocato l’allargamento del conflitto in Abkhazia - l'altra repubblica separatista georgiana appoggiata da Mosca - dove le forze armate dell'Abkhazia hanno avviato un'offensiva per "liberare le gole di Kodori dalle truppe georgiane", presenti nell’area da due anni.

E anche Tbilisi e’ stata bombardata oggi dall’aviazione russa e il bilancio delle vittime di questi tre giorni di combattimenti e bombardamenti sembra aver gia’ superato quota mille.

Il presidente degli Stati Uniti Bush ha chiesto l'immediata sospensione dei combattimenti in Ossezia del sud e dei bombardamenti russi sulla Georgia, ricordando che l'integrita' territoriale della Georgia deve essere rispettata “Chiediamo la fine dei bombardamenti russi...gli attacchi fuori dal territorio dell'Ossezia del sud rappresentano una pericolosa escalation nella crisi”.
Mentre il presidente russo Medvevev ha dichiarato “Costringeremo la Georgia alla pace”. Inequivocabili parole di guerra.

L’effetto domino scatenato dalla guerra per l’Ossezia del Sud ha gia’ mosso i suoi primi passi, destinati a crescere d’intensita’.


Caucaso in fiamme, è guerra tra Russia e Georgia
di Luca Galassi – Peacereporter – 9 Agosto 2008

Georgia e Russia sono ormai in guerra per l'Ossezia del sud. Dopo l'offensiva ieri all'alba da parte di Tbilisi contro la capitale sud-osseta Tskhinvali, semidistrutta dai tank georgiani, carri armati russi sono intervenuti a sostegno dei separatisti, e questa mattina raid aerei di Mosca hanno "completamente devastato" il porto georgiano di Poti, oltre ad aver colpito postazioni militari nella città di Gori.

Secondo fonti sud-ossete, i morti provocati dal raid georgiano sarebbero 1.600: poco prima, il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov aveva parlato di 1.500 morti, mentre il vicepremier susso Sergey Sobianin ha affermato che i profughi sud-osseti sono circa 30mila. Da parte georgiana, invece, il bilancio degli scontri non supera le 30 vittime. Secondo fonti militari moscovite, almeno 15 peacekeepers russi sono morti e una trentina di altri sono rimasti feriti.
Truppe di volontari sono pronte anche in Abkhazia, dove al confine con la Georgia sono ammassati militari, pronti a dar man forte all'Ossezia del Sud, aprendo un nuovo fronte nel conflitto. La Georgia, intanto, ha annunciato il ritiro del suo contingente di 2.000 uomini in Iraq, per dar man forte al fronte apertosi in patria.

Mentre gli Usa, alleati della Georgia, hanno chiesto inutilmente un cessate il fuoco, a New York ieri il Consiglio di sicurezza dell'Onu - dove la Russia ha potere di veto - non è riuscito per due volte a trovare l'accordo su una dichiarazione congiunta per la tregua. Oggi il Consiglio sarà convocato nuovamente.

L'escalation è cominciata venerdì 8 agosto all'alba. Dopo l'annuncio del giorno prima da parte del presidente georgiano Michail Saakashvili di un immediato cessate il fuoco, durante il quale era stata rilanciata ai ribelli la proposta di un "avvio immediato dei colloqui" e una "piena autonomia" della regione separatista, la situazione è inspiegabilmente precipitata: le forze georgiane hanno bombardato alcuni villaggi e carri armati sono penetrati nella capitale Tskhinvali, distruggendo l'ospedale e l'università. Intanto, anche l'Abkhazia mobilita le sue truppe, dopo che il Consiglio di Sicurezza Onu si era riunito in nottata senza pervenire a nessun accordo sulla situazione.

La dichiarazione del presidente georgiano era arrivata in serata, dopo una giornata di scontri e bombardamenti che giovedì hanno provocato decine di feriti e costretto la popolazione osseta a nuovi sfollamenti. Le accuse sono, come sempre, reciproche: Tbilisi dichiara di aver reagito al fuoco dei ribelli, che sostiene essere appoggiati e armati da Mosca. La tregua è stata rotta solo poche ore dopo l'annuncio di Saakashvili, che ha promesso di 'restaurare l'ordine costituzionale'. Da quel momento gli eventi si sono succeduti in maniera frenetica.

Botta e risposta. I georgiani erano accusati da giorni di ammassare migliaia di truppe e mezzi blindati al confine per sferrare un attacco su larga scala. Così Mosca qualche giorno fa: "La Georgia sta preparandosi per la guerra", recitava un comunicato del ministero degli Esteri russo. Pronta, come da copione, la risposta del presidente georgiano Michail Saakashvili: "Non vogliamo la guerra. Non è nel nostro interesse", seguito a ruota dal ministro georgiano per la riunificazione, Temur Iakobashvili: "La Russia sta orchestrando un tentativo di creare l'illusione della guerra". Le relazioni tra Mosca e Tbilisi sono tese da mesi a causa delle ambizioni georgiane di diventare membro della Nato. Centinaia di truppe di peacekeeper russi sono presenti sul territorio sud-osseto come forza-cuscinetto.

Ieri all'alba è scattata l'offensiva, giustificata dal fatto che "stanno giungendo in loco reparti di volontari dalla Russia e siamo stati costretti a ristabilire l'ordine costituzionale", ha detto il primo ministro georgiano, Vladimir Gurghenidze. Otto villaggi osseti a maggioranza georgiana sono stati occupati dall'esercito georgiano, penetrato coi tank nella capitale. Secondo il Cremlino, alcuni peacekeeper russi sarebbero morti nel blitz georgiano. Le 'ritorsioni' promesse da Putin nel primo pomeriggio si sono concretizzate con raid aerei russi contro una base militare a 25 chilometri da Tbilisi e con l'ingresso di carri armati nella capitale sud-osseta Tskhinvali, semi-distrutta dai georgiani. Le forze sud-ossete hanno ripreso il controllo della capitale. Russia e Georgia sono 'molto vicine alla guerra, se già di guerra non si tratta', ha detto un militare del Consiglio georgiano per la sicurezza nazionale. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha parlato di "informazioni in nostro possesso che testimoniano l'attuazione di una pulizia etnica nei villaggi sud-osseti, di un aumento esponenziale dei rifugiati e del panico delle popolazioni in fuga dalle zone colpite".

Negoziati. E' fallito così ogni tentativo di mediazione che le diplomazie della regione stavano faticosamente tentando di raggiungere. Il rappresentante russo, Yury Popov, si era recato tre giorni fa in visita a Tbilisi con l'intenzione di incontrare Iakobashvili a Tskhinvali. Il presidente sud-osseto, Eduard Kokoity aveva tuttavia avvertito Popov che una visita alla capitale dell'Ossezia del sud sarebbe stata 'pericolosa' a causa dei bombardamenti georgiani, e che le forze sud-ossete avrebbero attaccato le postazioni al confine, se le operazioni fossero continuate.

Separatismi. A complicare le cose, anche l'Abkazia, altra repubblica georgiana separatista e filo-russa, ha messo in allerta le sue truppe. Dalla capitale Sokhumi, le autorità abkaze avevano fatto sapere di non voler prendere parte all'eventuale tavolo negoziale. Il presidente Sergei Bagapsh ha dichiarato tre giorni fa: "Osserveremo lo svolgersi degli eventi e solo se la situazione migliora, potremmo riconsiderare la nostra posizione". Ora che la tensione è alle stelle si teme l'estensione del conflitto anche sul fronte abkhazo. Come l'Ossezia del Sud, anche l'Abkhazia è formalmente nel territorio georgiano ma sostanzialmente autonoma dal crollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Una guerra di due anni, nel 1993, ha portato all'esodo di massa della popolazione georgiana. Si stima che tra i 3mila e i 10mila cittadini georgiani furono uccisi nell'ambito di quella che molti hanno definito come un'operazione di 'pulizia etnica'. Notizie di un ammassamento di truppe al confine della Georgia fanno temere l'apertura di un altro fronte.

La settimana scorsa il governo di Tbilisi, forse in preparazione dell'offensiva di ieri, aveva disposto il trasferimento di centinaia di bambini che vivono nelle enclavi georgiane di Kurta, Erdevi, Nuli e Tamarasheni. Altrettanto hanno fatto le autorità separatiste sud-ossete. Tre giorni fa 500 donne e bambini sono stati inviati nella repubblica russa dell'Ossezia del Nord. Il primo ministro sud-osseto, Yuri Morozov, ha detto che il numero totale dei bambini evacuati assomma a circa 4mila.



Quella bandiera europea dietro le spalle del bandito
di Giulietto Chiesa – Megachip – 9 Agosto 2008

Piero Gobetti scrisse che “quando la verità sta tutta da una parte ogni atteggiamento salomonico è altamente tendenzioso”. Osservando la tragedia dell'Ossetia del Sud trovo che questo aforisma vi si adatti alla perfezione. Si cercherà, domani, di trovare spiegazioni “salomoniche” per giustificare il massacro della popolazione civile di una piccola comunità schiacciata dal peso della storia, come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.

Vi sarà sicuramente qualche sepolcro imbiancato che cercherà di distribuire uniformemente le colpe tra chi ha aggredito e chi è stato aggredito, tra chi ha usato gli aerei e gli elicottericontro una città di 70 mila abitanti, e chi aveva in mano solo fucili e mitragliatrici per difendersi.Ci sarà domani chi spiegherà che gli osseti del sud hanno provocato e sono stati respinti. E poi, sull'onda della contr'offensiva, quasi per forza di cose, igeorgiani sono andati a occupare ciò che, in fondo, era loro di diritto, avendoosato gli ossetini dichiarare e applicare l'idea del rifiuto di tornare sotto ilcontrollo di chi li massacrò la prima volta nel 1992.

Ci sarà, posso prevedere con assoluta certezza ogni parola di questi mascalzoni bugiardi, chi affermerà che tutta la colpa è di Mosca, che – non contenta dell'amicizia tra Tbilisi e Washington- voleva punire il povero presidente Saakashvili impedendogli di entrare in possesso dei territori di Abkhazia (il prossimo obiettivo) e di Ossetia del Sud. E così via mescolando le carte e contando sul fatto che il grande pubblico sa a malapena, sempre che lo sappia, dove stia la Georgia, e, meno che mai l'Ossetia del Sud.

Ma le cose non stanno affatto così, anche se il pericolo che questo conflitto siallarghi è grande, tremendo, e chi scherza col fuoco sa che sta facendo rischiare ai suoi cittadini molto di più di quanto essi stessi pensino. Giocatorid'azzardo, irresponsabili, che puntano tutte le carte sul disastro e il sangue. Chiunque dovrebbe essere in grado di capire che una piccola comunità, con meno di 100 mila persone, disperse in duecento villaggi e una capitale, Tzkhinvali, che è più piccola di Pavia, non possono avere alcun interesse ad attaccare un nemico – questa è l'unica parola possibile alla luce di quanto staaccadendo – che è 50 volte superiore in uomini e armi, che ha l'aviazione (e l'ha usata ieri e oggi, mentre scrivo, con assoluta ferocia, bombardando anchel'unica strada che collega l'Ossetia del Sud con l'Ossetia del Nord, in territorio russo, per impedire che i civili possano rifugiarsi dall'altra parte dellafrontiera), che non ha ostacoli di fronte a sé.

Chiunque potrebbe capire che l'Ossetia del Sud non ha rivendicazioni territoriali e non ha quindi in mente alcuna espansione al di fuori del suo microscopico territorio. Chiunque potrebbe capire – qui ci vuole un minimo di sforzo intellettuale, quanto basta per liberarsi di qualche schema mentale inveterato – che nemmeno la Russia può avere alcun interesse a inasprire la situazione.

Certo Mosca è interessata allo status quo, con l'Ossetia del Sud indipendente di fatto, ma senza essere costretta a riconoscerne lo status, per evitare difficoltàinternazionali. Ma chi ha la testa sul collo dovrebbe riconoscere che è megliouna tregua difficile che una guerra aperta; che è meglio negoziare, anche per anni, che uccidere a sangue freddo civili, bambini, donne. Io sono stato a Tzkhinvali, la primavera scorsa, e adesso mi piange il cuore a pensare a quelle vie dall'asfalto sgangherato, buie la sera, a quelle case senza intonaco, dal riscaldamento saltuario, a quelle scuole ancora diroccate,ma piene di gente normale, di giovani orgogliosi che non vogliono diventare georgiani perché sono cresciuti in guerra con la Georgia e della Georgia hanno conosciuto solo la violenza dei tiri sporadici sui terri delle loro case.

Mi chiedo: e poi? Che ne sarà di quei giovani? Come si può pensare di tenerli a forza in un paese che non ameranno mai, di cui non potranno mai sentirsi cittadini? Se ne andranno, ovviamente, dopo avere contato i loro morti, a migliaia, in Ossetia del Nord, in Russia, di cui quasi tutti sono cittadini a tuttigli effetti, con il passaporto in tasca. E' questo il modo di sciogliere il nodo georgiano? Lo chiederei, se potessi, al signor Solana, che dovrebbe svolgere il ruolo di rappresentanza dell'Europa inquesta vicenda. Che l'Europa, invece di aiutare a risolvere, non ha fatto altroche incancrenire, ripetendo a Tbilisi la giaculatoria che la Georgia ha diritto alla propria integrità territoriale, e dunque ha diritto a riprendersi Ossetia del Sud e Abkhazia.

Certo – gli si è detto con untuosa ipocrisia – che non doveva farlo con la forza. Ma, sotto sotto, gli si è fatto capire che, se l'avesse fatto, alla fin dei conti, si sarebbe chiuso un occhio. E' accaduto. Saakashvili non ha nemmeno cercato di nascondere la mano armata con cui colpiva. Non ha nemmeno fatto finta. Ha detto alla televisione che voleva “ristabilire l'ordine” nella repubblica ribelle. Un “ordine” che non esisteva dal 1992, cioè da 16 anni.

Perché adesso? Qual era l'urgenza? Forse che Tbilisi era minacciata di invasione da parte degli ossetini? La risposta è una sola. Saakashvili ha agito perché si è sentito coperto da Washington, in prima istanza, essendo quella capitale la capitale coloniale della attuale Georgia “indipendente”. E, in seconda istanza si è sentito coperto da Bruxelles.

Queste cose non si improvvisano, come dovrebbe capire il prossimo commentatore di uno dei qualunque telegiornali e giornali italiani.Col che si è messo al servizio della strategia che tende a tenere la Russia sotto pressione: in Georgia, in Ucraina, in Bielorussia, in Moldova, in Armenia, in Azerbajgian, nei paesi baltici. Insomma lungo tutti i suoi confini europei. Saakashvili ha un suo tornaconto: alzare la tensione per costringere l'Europa a venire in suo sostegno, contro la Russia; ottenere il lasciapassare per un ingresso immediato nella Nato e, subito dopo, secondo lo schema dell'allargamento europeo e dell'estensione dell'influenza americana sull'Europa, l'ingresso in Europa.

Secondo piccione: chi muove Saakashvili conta anche sul fatto che questo atteggiamento dell'Europa finirà per metterla in rotta di collisione con la Russia. Perfetto! Con l'ingresso della Georgia nella Nato e in Europa gli StatiUniti avranno un altro voto a loro favore in tutti i successivi sviluppi economici, energetici e militari che potrebbero vedere gli interessi europei collidere conquelli americani. Javier Solana ha la capacità di sviluppare questo elementare ragionamento? Ovviamente ce l'ha. Solo che non vuole e non può perchè ha dietro di sé, alle sue spalle, governi che non osano mettere in discussione la strategia statunitense, o che la condividono.

Cosa farà ora la Russia è difficile dirlo. Certo è che, con la presa di Tzkhinvali, le forze russe d'interposizione, che sono su quei confini interni alla Georgia, dovranno ritirarsi. Il colpo all'Ossetia del Sud diventa cos' un colpo diretto alla Russia. Che, questo è certo, non è più quella del 2000, al calare di Boris Eltsin e delle sue braghe.

L'emblema di questa tragedia, che è una nuova vergogna per l'Europa, è stato il fatto che Saakashvili ha annunciato l'attacco, dalla sua televisione, avendo dietro le spalle, ben visibile, la bandiera goergiana e quella blu a stelle gialle europea. Peggiore sfregio non poteva concepire, perchè la Georgia non è l'Europa, non ancora. E meno che mai dovrebbe esserlo dopo questo attacco che offende - o dovrebbe offendere - tutti coloro che credono nel diritto all'autodeterminazione dei popoli. Che è sacrosanto per chi se lo guadagna, molto meno con chi usa quella bandiera per vendere subito dopo l'indipendenza a chi l'ha sostenuta dietro le quinte.

Qual è la differenza con il Kosovo? Una sola: la Serbia era un prossimo suddito riottoso e doveva essere punita. La Georgia è invece un vassallo fedele e doveva essere premiata. L'Ossetia del Sud questo diritto se lo è guadagnato. E non c'è spazio per alcun atteggiamento salomonico, perchè la ragione sta tutta da una sola parte, e io sto da quella stessa parte.

venerdì 8 agosto 2008

Ossezia del Sud: la guerra annunciata tra Georgia e Russia

E’ ormai guerra aperta tra Russia e Georgia dopo i combattimenti di ieri tra soldati georgiani e separatisti dell'Ossezia del Sud, la provincia georgiana a stragande maggioranza russa (90%).
Il premier georgiano Gurghenidze ha motivato l’offensiva georgiana come risposta all'arrivo nell'area di reparti volontari dalla Russia.

Il bilancio dell'offensiva finora vede il capoluogo osseto Tskhinvali quasi completamente distrutto dai bombardamenti georgiani, mentre i soldati di Tbilisi hanno cominciato a ritirarsi da Tskhinvali. E non si sa ancora la cifra dei morti e feriti.

Ma aerei della flotta russa hanno oggi bombardato la base aerea di Vaziani, pochi chilometri fuori da Tbilisi, e le postazioni georgiane attorno a Tskhinvali .
E una lunga colonna di carri armati russi sta avanzando verso l'Ossezia del Sud mentre truppe russe stanno puntando verso Tskhinvali.


La nuova ondata di bombardamenti fa seguito agli scambi di accuse dei giorni scorsi tra le due parti. Le autorità dell'Ossezia avevano accusato i militari georgiani di aver ferito una ventina di persone sparando contro alcuni villaggi. Il ministero dell'Interno di Tbilisi, Shota Utiashvili, aveva riferito invece della morte di almeno dieci georgiani negli scontri di frontiera dei giorni scorsi.

Ma la tensione tra Russia e Georgia era gia’ in continua crescita da mesi e cio’ che sta succedendo in queste ore e’ solo la sua naturale conseguenza. Prevista e voluta da tutti, NATO in primis.


Ossezia del Sud in fiamme
di Luca Galassi – Peacereporter - 7 Agosto 2008

In Ossezia del sud è il caos: dopo l'annuncio di ieri pomeriggio da parte del presidente georgiano Michail Saakashvili di un immediato cessate il fuoco, durante il quale era stata rilanciata ai ribelli la proposta di un "avvio immediato dei colloqui" e una "piena autonomia" della regione separatista, la situazione è inspiegabilmente precipitata: le forze georgiane hanno bombardato alcuni villaggi e carri armati sono penetrati nella capitale Tskhinvali, distruggendo l'ospedale e l'università. I morti potrebbero essere addirittura centinaia, secondo alcune fonti. Vittime anche tra le forze di interposizione russe. Intanto, anche l'Abkhazia mobilita le sue truppe, mentre il Consiglio di Sicurezza Onu si è riunito in nottata senza pervenire a nessun accordo sulla situazione.

La dichiarazione del presidente georgiano era arrivata in serata, dopo una giornata di scontri e bombardamenti che ieri hanno provocato decine di feriti e costretto la popolazione osseta a nuovi sfollamenti. Le accuse sono, come sempre, reciproche: Tbilisi dichiara di aver reagito al fuoco dei ribelli, che sostiene essere appoggiati e armati da Mosca. La tregua è stata rotta sopo poche ore dopo l'annuncio di Saakashvili, che ha promesso di 'restaurare l'ordine costituzionale'. Da quel momento gli eventi si sono succeduti in maniera frenetica.

Botta e risposta. I georgiani erano accusati da giorni di ammassare migliaia di truppe e mezzi blindati al confine per sferrare un attacco su larga scala. Così Mosca qualche giorno fa: "La Georgia sta preparandosi per la guerra", recitava un comunicato del ministero degli Esteri russo. Pronta, come da copione, la risposta del presidente georgiano Michail Saakashvili: "Non vogliamo la guerra. Non è nel nostro interesse", seguito a ruota dal ministro georgiano per la riunificazione, Temur Iakobashvili: "La Russia sta orchestrando un tentativo di creare l'illusione della guerra". Le relazioni tra Mosca e Tbilisi sono tese da mesi a causa delle ambizioni georgiane di diventare membro della Nato. Centinaia di truppe di peacekeeper russi sono presenti sul territorio sud-osseto come forza-cuscinetto.

Stamani all'alba, l'offensiva, giustificata dal fatto che "stanno giungendo in loco reparti di volontari dalla Russia e siamo stati costretti a ristabilire l'ordine costituzionale", ha detto il primo ministro georgiano, Vladimir Gurghenidze. Otto villaggi osseti a maggioranza georgiana sono stati occupati dall'esercito georgiano, penetrato coi tank nella capitale, mentre giungono voci, smentite da Mosca, di raid aerei russi. Secondo il Cremlino, alcuni peacekeeper russi sarebbero morti nel blitz georgiano. Putin ha già minacciato 'ritorsioni' contro Tbilisi.

Negoziati. Fallisce così ogni tentativo di mediazione che le diplomazie della regione stavano faticosamente tentando di raggiungere. Il rappresentante russo, Yury Popov, si era recato due giorni fa in visita a Tbilisi con l'intenzione di incontrare Iakobashvili a Tskhinvali. Il presidente sud-osseto, Eduard Kokoity aveva tuttavia avvertito Popov che una visita alla capitale dell'Ossezia del sud sarebbe 'pericolosa' a causa dei bombardamenti georgiani, e che le forze sud-ossete attaccheranno le postazioni al confine, se le operazioni continueranno.

Separatismi. A complicare le cose, anche l'Abkazia, altra repubblica georgiana separatista e filo-russa, ha messo in allerta le sue truppe. Dalla capitale Sokhumi, le autorità abkaze avevano fatto sapere di non voler prendere parte all'eventuale tavolo negoziale. Il presidente Sergei Bagapsh ha dichiarato due giorni fa: "Osserveremo lo svolgersi degli eventi e solo se la situazione migliora, potremmo riconsiderare la nostra posizione". Ora che la tensione è alle stelle si teme l'estensione del conflitto anche sul fronte abkhazo. Come l'Ossezia del Sud, anche l'Abkhazia è formalmente nel territorio georgiano ma sostanzialmente autonoma dal crollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Una guerra di due anni, nel 1993, ha portato all'esodo di massa della popolazione georgiana. Si stima che tra i 3mila e i 10mila cittadini georgiani furono uccisi nell'ambito di quella che molti hanno definito come un'operazione di 'pulizia etnica'. Notizie di un ammassamento di truppe al confine della Georgia fanno temere l'apertura di un altro fronte.

La settimana scorsa il governo di Tbilisi, forse in preparazione dell'offensiva di oggi, aveva disposto il trasferimento di centinaia di bambini che vivono nelle enclavi georgiane di Kurta, Erdevi, Nuli e Tamarasheni. Altrettanto hanno fatto le autorità separatiste sud-ossete. Tre giorni fa 500 donne e bambini sono stati inviati nella repubblica russa dell'Ossezia del Nord. Il primo ministro sud-osseto, Yuri Morozov, ha detto che il numero totale dei bambini evacuati assomma a circa 4mila.

giovedì 7 agosto 2008

Filippine: i cattolici bloccano il processo di pace tra governo e MILF

Lunedì scorso, la Corte suprema di Manila ha fermato la firma di un accordo tra governo e il Fronte islamico di liberazione Moro (Milf), che avrebbe allargato la sfera di autonomia delle aree musulmane sull'isola meridionale di Mindanao, dove è attiva la guerriglia.
Le competenze sull'istruzione, la giustizia, l'amministrazione e il controllo delle risorse verrebbero trasferite in parte alle autorità regionali.

L'accordo riaprirebbe così i colloqui di pace per far terminare un conflitto aperto da quasi 40 anni, e che ha provocato oltre 120.000 morti e due milioni di sfollati, e avrebbe dovuto essere sottoscritto il 5 Agosto a Kuala Lumpur, in Malesia, ma è fortemente osteggiato dai politici cattolici.

Negli ultimi tempi infatti c’erano stati anche degli sporadici scontri tra le truppe Milf e gruppi armati di volontari cattolici e oggi il governo ha lanciato un ultimatum ai ribelli del Milf. Se non dovessero lasciare entro 24 ore le nove fattorie dei villaggi cattolici che hanno occupato, l'intervento della polizia e dell'esercito sarebbe inevitabile.

La situazione quindi è molto precaria e il cessate il fuoco firmato nel 2003 ora è messo a dura prova.


Filippine, un'ordinanza contro la pace
di Alessandro Ursic – Peacereporter – 7 Agosto 2008

Mancava solo la firma, in una cerimonia preparata da tempo. Ma il patto tra governo filippino e i ribelli del Fronte islamico di liberazione Moro (Milf) è stato bloccato il giorno prima dalla Corte suprema di Manila. Ordinanza di sospensione temporanea: non significa che l'intesa è da buttare nel cestino, e nuove udienze sono previste per questo mese con lo scopo di chiarire la questione. Fermare a un passo dal traguardo i negoziati, fondamentali per arrivare a un accordo di pace che ponga fine a un conflitto attivo da quattro decenni, rischia però di far salire la tensione nel sud dell'arcipelago, dove il Milf dispone di circa 12mila guerriglieri.

L'accordo. Martedì 5 agosto, i rappresentanti di ribelli e governo filippino avrebbero dovuto mettere su carta a Kuala Lumpur i termini dell'accordo, mediato dal governo malese. L'intesa prevede la concessione di una maggiore autonomia ai musulmani dell'isola di Mindanao, la seconda più grande dell'arcipelago, grazie a più poteri in materia economica, fiscale e di sfruttamento delle risorse naturali (oro, nickel, rame, legname) di cui Mindanao abbonda. La già esistente regione autonoma sull'isola, inoltre, verrebbe estesa ad altri 712 villaggi. Un cessate il fuoco in vigore dal 2003, seppur violato da scontri occasionali, ha permesso di arrivare all'accordo al termine di negoziati durati dieci anni, e proseguiti a singhiozzo.

L'ordinanza. Ma il compromesso tra governo e musulmani ha messo in allarme i cristiani di Mindanao, molti dei quali stabilitisi qui negli ultimi decenni, diventando maggioranza anche sull'isola. Politici locali, lamentandosi di non essere stati consultati dalla presidente Gloria Arroyo, hanno chiesto alla Corte suprema di bloccare l'accordo, che secondo loro spezzetterebbe Mindanao in una serie di enclavi, e per due giorni consecutivi circa 10mila cattolici sono scesi in piazza per protestare. Lunedì, la Corte ha accolto le loro obiezioni emettendo l'ordinanza di sospensione, concedendosi alcune settimane per valutare l'accordo. Entro venerdì il procuratore generale dovrà presentare copia dell'intesa ai giudici, mentre il 15 agosto il governo e i rappresentanti politici di Mindanao compariranno davanti alla Corte.

Attesa e tensione. Per il ministro degli esteri filippino, Alberto Romulo, si tratta solo di un “ritardo temporaneo” dovuto a “questioni procedurali” che non invalideranno il patto con i ribelli. Dal Milf, però, giungono già segni di nervosismo. “La nostra posizione ufficiale è che l'accordo sulle terre ancestrali è stato firmato, quindi è un affare concluso”, ha detto il vicedirettore degli affari politici del Fronte Moro, Ghadzali Jaafar, aggiungendo che la decisione del tribunale di fermare tutto è “esclusivamente un problema interno del governo”. L'intesa, ha però specificato il consigliere presidenziale per i negoziati Hermogenes Esperon, non è legalmente vincolante finché non è firmata. “Chiediamo sobrietà e calma a tutte le parti in causa”, ha aggiunto Esperon ammettendo di non escludere scontri “isolati e controllabili”. L'isola di Mindanao, dove la guerra ha causato 120mila morti e due milioni di sfollati, trattiene il fiato.

mercoledì 6 agosto 2008

Colpo di Stato in Mauritania, la Francia da l’ok

Ennesimo colpo di stato militare in Mauritania, dopo l'ultimo del 2005 . Oggi le Forze armate mauritane hanno preso il controllo del palazzo presidenziale nella capitale Nouakchott e alcuni generali dell'esercito, con in testa il capo delle guardie presidenziali, hanno arrestato il presidente Sidi Ouldn Cheikh Abdallahi e il premier Yahya Ould Ahmed Waghf. Altre unità dell'esercito hanno invece circondato alcuni edifici governativi a Nouakchott e sono state le interrotte trasmissioni televisive.

I militari sarebbero entrati in azione dopo che il presidente Abdallahi ha deciso la sostituzione di diversi ufficiali di alto rango, nell'ambito di una crisi politica che stava attraversando il Paese dopo la crisi di governo della settimana scorsa.

Gli autori del golpe hanno dato vita a un Consiglio di Stato che, nel suo comunicato numero uno annuncia "Sidi Ould Cheikh Abdallah è ormai un ex presidente". Alla guida della nuova giunta militare si è posto il generale Mohamed Ould Abdel Aziz, che poche ore prima era stato licenziato dal presidente.

Secondo la televisione Al Arabiya, poche ore prima di prendere il potere i golpisti avevano avvisato l'ambasciata francese, che ha dato il via libera al golpe.

D'altronde l'ex colonia francese ha pur sempre ferro, rame e petrolio.
E di questi tempi non si butta via nulla...


Colpo di Stato, arrestati presidente e primo ministro
di Luca Galassi – Peacereporter – 6 Agosto 2008

In Mauritania è in atto un golpe militare. Alcuni generali dell'esercito, guidati dal capo della guardia presidenziale, hanno arrestato il presidente Sidi Ould Cheikh Abdallahi e il Primo ministro Yahia Ould Ahmed El-Ouakef. Unità dell'esercito mauritano sono state posizionate davanti alla tv di Stato, che ha interrotto le trasmissioni. Il colpo di Stato è il risultato di tensioni cominciate la settimana scorsa con la crisi di governo che ha portato alle dimissioni di 48 parlamentari del partito di governo Pndd (Partito democratico per lo sviluppo nazionale). Stamani, lo stesso presidente Abdallahi aveva licenziato il capo di Stato maggiore, Abdullah Ghazawan, e il capo delle guardie presidenziali, Mohammed Abdelaziz. Secondo quanto riferito dalla tv araba 'Al Jazeera', questi ultimi avrebbero respinto la decisione di Abdallahi e, invece di venire arrestati, hanno guidato i militari loro fedeli all'occupazione dapprima gli uffici della tv pubblica, poi del palazzo presidenziale, situato nella capitale Nouakchott. Nella tarda mattinata, l'arresto di Abdallahi e El-Ouakef.

"Potere per fini personali". Il Paese torna nuovamente nell'instabilità, dopo un analogo Colpo di Stato, nel 2005, che aveva deposto Mouaia Walid al Taya, ex presidente a cui l'attuale comandante in capo dell'esercito mauritano era da sempre vicino, ma soprattutto dopo le prime elezioni libere, nel marzo 2007, che avevano alimentato speranze per una possibile apertura del governo mauritano, da sempre pilotato da giunte militari, verso un regime democratico. I parlamentari che qualche giorno fa hanno rassegnato le dimissioni accusano il presidente di esercitare il potere per fini personali, frustrare le speranze della popolazione e abusare dei fondi del governo. Mentre il portavoce di Abdallahi, intervenendo su Al-Jazeera ha definito 'ribelli' i generali golpisti, accusandoli di cospirazione con i 48 deputati 'ostili' al presidente, gruppi di persone si stanno assembrando in queste ore di fronte al palazzo presidenziale a sostegno dei militari golpisti. L'esponente di uno dei partiti di opposizione, 'Cambiamento e liberta', ha detto che il golpe è un'azione necessaria 'per riportare la democrazia nel Paese in quanto Abdallahi ha governato in modo autoritario e personalistico, inserendo i suoi familiari nelle istituzioni e non rispettando le istituzioni'.

Petrolio e ferro. Ex colonia francese di tre milioni di abitanti, indipendente dal 1960, la Mauritania è uno dei Paesi africani con la più alta percentuale di terre desertiche. Importa il 70 precento dei beni di prima necessità, dei combustibili e delle scorte alimentari. L'economia è prevalentemente agricola, frequentemente soggetta a siccità e alle invasioni di locuste. Le esportazioni sono costituite principalmente da rame e ferro. Nel 2004 sono stati scoperti giacimenti di petrolio a Chinguetti e Tiof, 80 chilometri a sud-est della capitale, che si prevede potranno fornire 75 mila barili di greggio al giorno.

martedì 5 agosto 2008

Afghanistan: una guerra persa

La storia insegna che in Afghanistan e’ piuttosto facile entrare ma e’ impossibile uscirne vincitori. Purtroppo pero’ dalla storia non s’impara mai.

Qui di seguito un interessante resoconto sulla quotidianita’ di una guerra combattuta in prima linea anche dagli italiani da piu' di un anno e che col passar del tempo e’ diventata ormai un’impresa impossibile per le truppe NATO. E' una guerra gia' persa.


Noi in prima linea. Altro che missione di pace, qui si combatte dal 2003. Ed e' sempre peggio.
di Edoardo Crainz* - l'Espresso – 29 Luglio 2008

Se gli chiedi come si chiama, risponde cosi': "Qui non abbiamo nome. E nemmeno uniformi. Quando comincia la missione smettiamo di avere un'identita'. Non siamo piu' Mario o Francesco, non siamo piu' para', ranger o incursori di marina. C'e' solo la tua arma e i tuoi compagni. E l'Afghanistan". Non dice il suo nome, ma sono quelli come lui a fare la differenza. E lui e' uno dei pochi che hanno fatto tanto. E' un operatore delle forze speciali, definizione burocratica che nasconde i protagonisti piu' silenziosi delle missioni di pace. Non cercateli nei comunicati ufficiali dello Stato maggiore. Quando un nostro reggimento parte per l'estero, quando intere brigate si schierano in citta' crivellate di proiettili, loro sono gia' li'. Arrivano per primi, partono per ultimi. Cosi' deve essere. Preparano il terreno, alla lettera: si caricano sulle spalle la parte piu' rischiosa della spedizione, sapendo che quel brivido potra' durare anni. Senza medaglie, senza avventure da raccontare: solo silenzio. Ed e' per questo che il mio interlocutore fatica nel tirare fuori quello che si porta dentro. Lui che ha quarant'anni fa l'incursore gia' da venti. Lui che ha visto Somalia, Balcani e soprattutto Afghanistan ha una certezza: "Hanno cercato in tutti i modi di farci dimenticare".

Poi scuote la testa e guarda lontano, come se temesse di vedere il profilo dei palazzi romani trasformarsi d'incanto nella sagoma di quelle montagne assolate. Lo sguardo e' quello di un felino. E non c'e' paura di cadere nel luogo comune: no, sono occhi abituati a squarciare il buio. Nel caldo di una citta' narcotizzata dall'afa, non tradisce nessuna emozione. Tra poche ore ripartira': di nuovo Kabul e poi piu' a sud.

In Afghanistan ha gia' concluso dieci missioni in cinque anni. Non ha dubbi: dal 2003 le cose vanno sempre peggiorando. Il governo Karzai e' stabile solo perche' ci sono loro: fuori dalla capitale non conta nulla. Il consenso popolare non e' un concetto reale laggiu'. Le province occidentali, dove negli ultimi anni sono stati impiegati i nostri soldati, rimangono le piu' difficili da gestire: "E' un territorio inaccessibile dove la cultura tribale e conservatrice dei talebani e' ancora la legge: i talebani non sono mai stati sconfitti, perche' non sono un esercito, un'entita' definita: hai presente la nostra mafia? Qualcosa di molto simile, non si vede ma ha un potere enorme". Cercare di scardinare questo potere, senza venirne schiacciati, e' da sette anni l'impegno degli uomini mandati in quelle terre. Non e' guerra, non e' pace. Gli equilibri sono nuvole di polvere. Il lavoro dell'incursore diventa un'alchimia di dialogo e scontro diretto, tra politica e integralismo, tra mine e pacifiche chiacchierate davanti a un te' verde, una sottile linea tracciata dall'Intelligence tra due avversari che si studiano, si combattono, si temono.

Dimenticate Rambo, dimenticate i ranger di "Black Hawk Down". Qui non ci sono guerrieri moderni, che con armi tecnologiche danno la caccia ai talebani con turbante e barba lunga. "Passi giorni e giorni fermo in un punto, semplicemente aspettando, razionando i viveri, l'acqua, il carburante. Puo' far caldo o nevicare, ma tu aspetti, con l'unico scopo di non dare nell'occhio. Nel frattempo non accendi luci, non fai rumore, non ti lavi. Puo' durare settimane". Quando hai visto tutto, quando hai capito, allora puoi muoverti. Contatti i capi locali, tratti, costruisci la sicurezza che servira' a quelli che seguono per andare avanti. Ma per farlo"devi passare tempo con loro. Dopo aver diviso il pasto con te ti trattano come un fratello. Il problema e' mandar giu' carne di montone dura come un sasso, o bere da otri ricavati dalle mammelle delle pecore, in cui spesso nuotano ancora frammenti dell'originario proprietario, se non insetti o vermi".

Spesso e' questo il lato oscuro dell'Intelligence, il sottile lavoro compiuto per conquistare la fiducia, l'amicizia, magari in vista di un'operazione alleata, o del transito di un nostro convoglio. "Sono forse un po' arretrati, ma non sono tutti cattivi come sembrano", e mostra immagini senza tempo di volti barbuti che calzano pakol e imbracciano micidiali razzi Rpg: "Sono uomini fieri, ancora genuini. Se uno di loro ti giura vendetta, puoi scommettere che ti uccidera'. E' gente che non dimentica. Se accettano di parlare e trattare con noi, e' solo perche' ci guadagnano". Guadagnano? Da cosa si puo' trarre vantaggio? Dalla vita degl altri. E quella piu' preziosa laggiu' e' la vita degli occidentali. "Sequestrano di continuo soldati della coalizione. Ma non li uccidono, non ha senso uccidere una mucca che puo' continuare a darti il latte. Cosi' se li passano, da un capo talebano all'altro. In modo che possano guadagnarci in tanti. E noi, noi tanto continuiamo a pagare".

Esiste un vero e proprio fondo stanziato dal ministero, per evenienze simili. Ma non basta.
Spesso si finisce in trappola, si cade in un fuoco incrociato, in una rete di accordi da cui e' impossibile uscire senza offendere o ferire uno degli interlocutori. E' accaduto anche alla coppia di operatori del Sismi, catturati un anno fa: uno non e' tornato a casa. "Ne ho avuti tanti nel mirino, gente che ci aveva sparato addosso e poi aveva accettato il dialogo, naturalmente per interesse o per soldi. Soggetti che minano strade, rapiscono, terroristi stranoti alla coalizione. Gente che non meriterebbe di vivere, ma che assume un ruolo nella scacchiera dell'Intelligence, e deve continuare a giocare. Quando ti hanno sparato addosso, o hai estratto un compagno massacrato da un veicolo saltato su una mina anticarro, la tentazione di tirare il grilletto e' davvero forte".

E' il conflitto che gli italiani conducono dal 2003. Non se ne parla mai. Per non urtare sensibilita' interne, per non esporre attivita' sul campo. Tanto nessuno ha la divisa: i guai si scoprono solo quando va veramente male. C'e' voluto l'entusiasmo improvvido del neoministro Ignazio La Russa per rompere il tabu' durato cinque anni e rivelare quello che tutti sanno: e' una guerra e gli italiani la combattono da oltre un anno. "Io in Afghanistan non ho mai sparato un colpo. In Somalia, ho ucciso e sono stato colpito, ma tra i monti dell'Afghanistan mai. Il lavoro sporco lo fanno gli americani, che infatti attirano la maggior parte del fuoco. Di noi non si parla mai".

Eppure si combatte. Molti dei nostri fanno fuoco. Il pericolo sono le mine, contro le quali pero' i nuovi fuoristrada blindati Lince si stanno rivelando una manna. E le bombe improvvisate, che a dispetto del nome vengono costruite con cura formando piramidi di ordigni: un telefonino come innesco e salta tutto per aria. I proiettili sono quasi un male minore. "Se ti colpiscono, e non prendono l'osso, e' come nei film: senti caldo e vedi il sangue solo molto dopo. Quando scende l'adrenalina, arriva il peggio, perche' arriva anche il dolore. Il brutto, quando ti sparano addosso, e' proprio che puoi non accorgertene: il rumore del colpo non lo senti, perche' arriva prima il colpo. Allora devi convivere con la paura di perdere un pezzo di te, da un momento all'altro, o di vedere calare un velo nero sugli occhi e svegliarti in uno di quei pulciosi posti di medicazione, dai quali non si esce quasi mai. La realta' e' che non bisognerebbe pensarci, a essere colpiti: e' questo che insegnano. Ma ti insegnano anche ad avere davanti infiniti bersagli, mentre si dimenticano sempre di spiegarti come si vince la paura di essere tu stesso, un bersaglio".

In Afghanistan si spara tanto. In una terra senza frontiere, sono le pallottole a indicare i confini ai nostri soldati che finiscono in territorio iraniano o pachistano. "Te ne accorgi subito, quando entri in Iran: un metro dopo il confine ti stanno gia' sparando addosso, anche se non sanno chi sei. Idem in Pakistan". Le montagne non hanno bandiere, difficile capire se la caccia ti porta in uno Stato straniero. Ma tanto quello che accade resta segreto. "In Italia non si viene mai a sapere nulla. Pensa all'interprete colpito durante il sequestro dei nostri: nove fucilate addosso, un braccio perso e il volto sfigurato. Lo abbiamo operato in Italia, e abbandonato. Con moglie e figli. E laggiu' non puo' mica tornare: l'interprete e' sempre il primo a cui tagliano la testa".

Nei due anni del governo Prodi il silenzio sulle azioni e' diventato opprimente per le forze speciali, che si sono ritrovate in una frontiera infuocata. Sempre piu' rischi, sempre piu' successi, mai un encomio. Per la sinistra di governo i raid dei commandos erano indispensabili ma imbarazzanti. "Sono sempre stati puntuali nel rinfacciare ai paracadutisti quel che avevano fatto in Somalia, ma mai che abbiano accennato al nostro lavoro in Afghanistan. Che, ti assicuro, e' stato tutt'altro che trascurabile".

Quei territori rimangono un crocevia di traffici, armi e soprattutto droga perche' "l'oppio e' tutto, laggiu'". Mi parla dei nostri tentativi di combattere i narcotrafficanti, "hanno provato persino con colture alternative, di recente con i cetrioli. Ti rendi conto? Cetrioli". Dallo schermo del suo computer portatile occhieggiano campi verdissimi, con lavoratori curvi sui loro attrezzi: "Si rompono la schiena per coltivare un ortaggio che non sa di niente e che non mangia nessuno perche' non lo puoi trasportare da nessuna parte. E nel campo di fianco al tuo coltivano oppio e guadagnano cento volte te: secondo te che fine hanno fatto i cetrioli?". L'immagine verde si perde in un sorriso amaro: "Ma dimmi, tu che sei un dottore, a noi non serve, come medicina, la morfina? Potremmo comprarglielo noi, tutto quell'oppio, e farne medicine, non ti sembra?".

Sullo schermo scorrono scatti su scatti. E noto l'immagine di un ragazzo che osserva uno sterminato campo di papaveri multicolori. "Quello e' uno di noi", mi dice, "anche se ha barba e capelli lunghi. Noi non operiamo quasi mai in uniforme, tranne in pochi e selezionati casi. Anche veicoli ed armi sono modificati per non essere riconoscibili". Avevo scambiato l'uomo in mezzo ai papaveri per un contractor, una di quelle figure a meta' tra il soldato ed il mercenario che spesso si incontrano in Afghanistan "Ma sono pochi. Sono operatori di molte agenzie, soprattutto americane. A lavorarci sono per la maggior parte ex carabinieri, ex poliziotti, personaggi cosi'.

Ci sono anche generali, che offrono una sorta di consulenza tattica, strategica, ma la loro fonte e' Internet, non il territorio. I contractor offrono sicurezza e vendono informazioni. Il problema dell'Afghanistan e' che non c'e' niente da vendere! In Russia o in Africa ci sono petrolio, diamanti, malavita, e in quei posti ci sono aziende europee che hanno interessi forti e sono disposte a pagare informazioni che valgono. Nelle province afgane nessuno ha interessi, ragion per cui contractor non ce ne sono".

Senza divisa, i commandos sono tutti uguali. Barba lunga, capelli lunghi, scarpe da trekking: se non fosse per il mitra, assomiglierebbero a Jovanotti. Un talebano non puo' sapere se ha davanti un italiano, un americano o un britannico. "Gli americani ci rispettano: riconoscono il valore e la professionalita'. Non li capiro' mai: alternano situazioni in cui sono di un'efficienza impeccabile, ad altre in cui commettono leggerezze imbarazzanti. Impostano tutto il loro operato su algoritmi e procedure scritte, che vengono seguite dall'ultimo soldato fino al generale a tre stelle, salvo poi saltare tutto davanti a un funzionario della Cia".

La guerra della Cia, un altro capitolo di cui nessuno parla: "Hanno bracci armati non convenzionali che fanno il lavoro cosi' sporco da risultare troppo sporco persino per le forze speciali. Loro non dialogano praticamente mai, minacciano e basta. Spesso ci siamo trovati in forte imbarazzo perche' per arrivare a certi personaggi pericolosi bisognava in qualche modo premiare o ingraziarsi altri personaggi discutibili. Beh, bastava un nostro contatto per far saltare i nervi agli americani, che non hanno mai una gran diplomazia con quella gente. Inseguono, catturano, interrogano, e a volte distruggono, nulla di piu'. Non e' facile andarci d'accordo".

Ancora peggio va con i britannici, che non celano il disprezzo verso gli italiani. L'incursore pensa all'ex collega passato al Sismi, catturato e ucciso dal fuoco amico durante un raid inglese per liberarlo. Altra vicenda chiusa nel silenzio, quella di Lorenzo D'Auria, morto nello scorso ottobre senza che nessuno cercasse di fare luce sul comportamento degli alleati nel blitz: "Se nella macchina degli ostaggi ci fosse stato il principe Carlo e non due italiani e un afgano, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente".

Noi italiani siamo diversi, non c'e' dubbio. Abbiamo anche provato a costruire scuole e ospedali, in Afghanistan: li mandano avanti numerose organizzazioni non governative, "ma poi i talebani impediscono ai maestri e ai dottori di lavorarci. Lo vedi questo?". Sullo schermo del laptop appare una testa tagliata, gli occhi socchiusi su una pozza di sangue scuro: "Questo non era mica un criminale, era uno che secondo i talebani collaborava con noi. Gli hanno staccato la testa in un minuto con un semplice coltello svizzero pieghevole. Non e' gente che va per il sottile".

E chi gestisce ospedali a disposizione di tutti, come Emergency? "Emergency sta li' perche' paga, come fanno tutti. Non in dollari, ma paga. Curando tutti, in primis quelli che hanno il potere di concederle di restare laggiu' a lavorare. Il potere e' in mano ai talebani". Altre foto. Si vede un veicolo italiano distrutto in un'imboscata. L'equipaggio se l'e' cavata. E in Italia di quell'attacco non si e' saputo nulla: "Chi ci gestisce non si rende nemmeno conto. Eppure i nostri politici sono a poche ore di jet da noi, potrebbero aiutarci in tempo reale. Invece vorrebbero che fosse fatto tutto e subito. Ma come si fa ad averla vinta con gente che non ha mai visto se non la guerra? Sai che cosa hanno loro che noi non abbiamo? Hanno tempo. Piazzare una mina in mezzo ad una strada ed aspettare costa poco, ma richiede tempo. Loro ne hanno in abbondanza. Basta che solo un colpo vada a segno e hanno il massimo della resa con il minimo della spesa".

L'incursore ce l'ha con chi lo manda a combattere senza metterlo in condizioni di vincere. E senza dargli nemmeno l'arma piu' preziosa: il tempo. "E' sempre stato cosi': vogliono tutto e subito, come in una eterna campagna elettorale. Invece per formare gente come noi serve tempo, e' un mestiere dove nessuno ti insegna nulla, se non fai esperienza. E fare esperienza e' rischioso". Essere abbandonati a se stessi, in certi posti, puo' fare la differenza tra la morte e la vita: "Il nostro sistema di Intelligence, e anche le nostre forze speciali, operano secondo uno schema puramente difensivo. Noi non siamo in guerra con l'Afghanistan e la nostra Costituzione ci impedisce qualunque azione offensiva". Lui obbedisce e combatte, anche se crede sempre di meno. Sa che difendersi e' ancora piu' rischioso: richiede gente che sappia controllare e controllarsi.

In situazioni veramente estreme "siamo rimasti in pochi operativi: per ogni uomo in teatro ce ne sono mille che ingrassano in Patria. E tutti vogliono comandare: lo sai che io parto tra poco per l'ennesima missione e non ho un obiettivo da raggiungere? Parto in missione, e non ho una missione". E allora, perche' non si toglie quell'uniforme? A uno come lui le opportunita' di trovare un posto in un'azienda non mancano, e' un professionista della sicurezza. "No, anche se sembra che mi lamenti, mi piace il mio lavoro. Sono vent'anni che sono in giro, ne ho viste di tutti i colori, e posso dire con certezza che sono molte piu' quelle che abbiamo preso di quelle che abbiamo dato. Ma nessun politico potra' mai venire a dirmi che non ho lavorato".

*Edoardo Crainz e' chirurgo ortopedico e tenente della riserva della Folgore, con cui e' stato in missione in Afghanistan e in Iraq.

lunedì 4 agosto 2008

Lodo Schifani o lodo Alfano: nessuna differenza, stessa indecenza

Qui di seguito un altro articolo che tratta dell'indecente "Lodo Alfano", ex "Lodo Schifani" dichiarato incostituzionale solo qualche anno fa.

E il popolo italiano, ben felice di bersi con gioia quest'altra pozione avvelenata, e' gia' ansioso di sorbirsi la prossima: il dispiegamento dei soldati iniziato oggi nelle strade delle principali citta'.

Ma va bene cosi', continuiamo pure a farci del male…

I buchi neri del "Lodo Alfano": principio di uguaglianza addio
di Massimo Fini – http://www.massimofini.it/ – 1 Agosto 2008

Secondo un sondaggio di Renato Mannheimer il consenso all'onorevole Berlusconi, nonostante le leggi "ad personam" (la "salva Rete 4", l'incredibile "blocca processi" poi barattata con "lodo Alfano"), le intercettazioni telefoniche da cui risulterebbe che il premier piazza in Rai le attricette a lui gradite, i forsennati attacchi alla magistratura italiana ("cancro della democrazia"), è in costante aumento.

A detta dell'autorevole sociologo il ragionamento di molti cittadini, non solo di destra, è ben sintetizzato da quanto ha detto uno degli intervistati: «Se Berlusconi fa una politica che mi aggrada per i temi economici e della sicurezza faccia poi tutto ciò che vuole per difendersi dai giudici. La cosa non mi riguarda». Costoro non si rendono conto di ragionare come ragionava buona parte del popolo italiano all'avvento del fascismo: Mussolini rimettesse un po' di ordine nel Paese e facesse funzionare i treni, il resto non mi riguarda.

Invece ciò che sta succedendo in Italia ci riguarda tutti, cittadini di destra, di centro, di sinistra e di nulla. Prima che una questione giuridica, costituzionale, politica è innanzi tutto un fatto di dignità personale. Il "lodo Alfano" ci ha ridotti tutti al rango di cittadini di serie B. Come nelle "Fattoria degli animali" Orwell (dove la polemica era diretta ai privilegi nella nomenklatura sovietica) l'Italia è un Paese in cui "tutti gli animali sono uguali, ma ce ne sono alcuni più uguali degli altri".

Poi c'è la questione di fondo. Il "lodo Alfano" abbatte il principio cardine della liberaldemocrazia: l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. In una simile situazione una democrazia non è più tale. Il "lodo Alfano" può essere equiparato alle leggi speciali del 1926 con cui Benito Mussolini instaurò il suo regime e l'atteggiamento acquiescente del Capo dello Stato a quello di Vittorio Emanuele III che spalancò la strada al fascismo.

Tanto più che la riforma della giustizia che ha in animo Berlusconi prevede che siano il Governo e il Parlamento a dettare ai Pubblici Ministeri quali sono i reati da perseguire prioritariamente il che significa la fine dell'indipendenza della magistratura e della separazione dei poteri dello Stato, altro cardine della democrazia. Poi ci sono i corollari.

Questa immunità ha limiti temporali ma non qualitativi. E se una di queste "più alte cariche dello Stato" in uno scatto d'ira, in un impeto di gelosia, in un momento raptus di follia - sono uomini anche loro - ammazza la moglie o guidando un suo yacht fa a fette mio figlio? Non potremo fare nulla, fino al termine del suo mandato.

Corollario due. Berlusconi è titolare, giuridico o di fatto, di un'infinità di società. Il "lodo" vuol dire che queste potranno violare impunemente le leggi per anni?

Corollario tre. Nel processo Mills (che è all'origine di tutto questo marasma istituzionale) Berlusconi è imputato di aver corrotto con 600 mila dollari l'avvocato inglese perché rendesse falsa testimonianza ai processi Imi-Sir e Lodo Mondadori. Col "lodo Alfano" la posizione di Berlusconi verrà stralciata, ma il processo andrà avanti per gli altri imputati. E se Mills dovesse essere condannato? Avremmo la certezza (almeno quella, relativa, di una sentenza di primo grado) che il premier è un corruttore. perché la consapevolezza dell'uno presuppone quella dell'altro, ma dovremmo tenercelo.

Si dice che il Pd sia stato morbido sul "lodo Alfano" (e in effetti, dopo tanti schiamazzi, è passato quasi dalla chetichella) in cambio di una compartecipazione alle riforme istituzionali. Ma che c'entra il Pd? Che importa, a noi cittadini, del Pd? Nessuno può barattare diritti indisponibili del cittadino come quello dell'uguaglianza davanti alla legge. Ma a quanto pare, stando al sondaggio di Mannheimer, ai più va bene così.

E vengono in mente paralleli sinistri. Il fascismo non si impose in forza dei fascisti ma di tutti coloro che, senza essere fascisti, ed erano la maggioranza, si adeguarono per viltà, per opportunismo o, semplicemente per ignoranza, perché non capirono quanto stava accadendo.

domenica 3 agosto 2008

Palestina: un tunnel senza uscita

E' sempre più guerra vera tra Hamas e Fatah a Gaza. Da giorni ormai nella Striscia i rispettivi miliziani si combattono a colpi di mortaio e raffiche di mitra, come all'alba di ieri nel quartiere Shejàeya, roccaforte del clan degli Hilles fedele al presidente Abu Mazen. Uno scontro durato tutta la giornata e che ha fatto nove morti e 95 feriti, tra cui donne e bambini.

Per Hamas si e’ trattato di una semplice operazione di polizia per arrestare i membri di questo clan, accusato di aver compiuto l'attentato che il 25 Luglio a Gaza causo' la morte di cinque miliziani di Hamas e una bambina

Nella serata di ieri poi 180 esponenti del clan sono fuggiti dalla Striscia di Gaza in Israele, attraversando il valico di Nahal Oz, per dirigersi in seguito verso Ramallah, al quartier generale di Abu Mazen.
Ma 32 di questi “ospiti” di Israele per “motivi umanitari” - costretti pero’ a passare il confine in mutande e bendati, per la somma gioia di Hamas - non hanno fatto in tempo a tornare a casa che Hamas li ha subito arrestati.

Rimane comunque incerta la sorte dei restanti 150, molti dei quali erano stati feriti negli scontri con Hamas e sono ora ricoverati negli ospedali israeliani.
E' indubbiamente una situazione del tutto inedita, dal momento che questo massacro tra le fazioni di Fatah e di Hamas ha spinto Israele ad assumere questa “strana” posizione di “intervento umanitario”.

Resta pero’ il fatto che quell'autobomba esplosa sul lungomare di Gaza ha scatenato un giro di vite senza precedenti contro gli uomini di Fatah da parte di Hamas, che per rappresaglia aveva gia' arrestato nella Striscia 200 esponenti del partito di Abu Mazen. E per tutta risposta, in Cisgiordania, la polizia di Abu Mazen aveva fermato altrettanti membri di Hamas.

Inoltre Hamas, che aveva gia’ bandito la distribuzione dei giornali vicino a Fatah stampati in Cisgiordania, ha chiuso ieri mattina anche la radio del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, accusata di incitamento alla violenza.

E sempre ieri a Nablus paramilitari della brigata dei martiri di al Aqsa, braccio armato semi indipendente di Fatah, hanno sequestrato un alto esponente di Hamas, Mohammed Ghazzal, che era stato rilasciato il giorno prima per ordine dello stesso Abu Mazen. Ora per liberarlo chiedono la fine dell'assedio al clan degli Hilles.

Tutto cio’ lascia supporre che questa lotta fratricida possa ulteriormente precipitare, visto che anche in Israele il futuro appare molto incerto dopo le annunciate dimissioni di Olmert e le probabili elezioni anticipate.

Come al solito, mentre qualcosa si stava muovendo nei negoziati per arrivare forse ad uno straccio di pace tra Israele e Palestina – ma anche tra Israele e Siria – ecco che puntualmente accade un "evento" che fa precipitare nuovamente la situazione perche' ritorni ancora al punto di partenza, anzi di pre-partenza.


Gaza, torna la guerra civile?
di Naoki Tomasini – Peacereporter – 30 Luglio 2008

La situazione nella Striscia di Gaza è tornata com'era un anno fa, con i miliziani di Hamas e Fatah che si sparano per le strade, misteriosi attentati, arresti e torture da entrambe le parti. La nuova crisi tra i principali partiti palestinesi minaccia gravi ripercussioni in primis, come sempre, sulla popolazione civile. A livello diplomatico, invece, rischiano di naufragare la tregua stabilita a inizio giugno tra Hamas e Israele, i colloqui di pace tra Israele e Anp e la trattativa con la mediazione egiziana per la liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit.

Bombe. La nuova ondata di violenze è iniziata lo scorso 25 luglio, quando tre bombe sono esplose in diverse parti della Striscia, uccidendo quattro esponenti di Hamas, un civile e una bambina. In seguito è stato un crescendo di scontri e arresti e, martedì 29, una nuova esplosione in un centro di addestramento di Hamas, nel sud della Striscia, in cui sono rimasti feriti almeno sei militanti del partito islamico. Hamas accusa Fatah per quegli attacchi, anche se altre fonti ipotizzano che sia in corso anche uno scontro tra Hamas e una milizia ispirata ad al Qaeda, che si farebbe chiamare Jaish al-Islam, i soldati dell'Islam. La presenza organizzata di cellule qaediste a Gaza è una suggestione proposta a più riprese da Israele e Stati Uniti, ma la maggioranza dei palestinesi è convinta che quello in atto sia soprattutto un gioco di potere tra Hamas e Fatah, in cui altre milizie si inseriscono, esacerbando la situazione e rendendola ancor meno gestibile.

Regione ribelle. Lo scorso anno dopo la rottura del governo di unità nazionale e la presa del controllo di Gaza da parte di Hamas, Israele dichiarò la Striscia di Gaza “entità nemica”, iniziando un duro embargo contro il governo locale di Hamas e, contemporaneamente, promettendo colloqui di pace all'esecutivo del presidente Abu Mazen in Cisgiordania. Lunedì 28 il quotidiano arabo Asharq al Awsat pubblicava indiscrezioni secondo cui l'Anp starebbe valutando l'ipotesi di dichiarare la Striscia “regione ribelle” in quanto, secondo il punto di vista di Fatah, Gaza sarebbe stata strappata al controllo di Ramallah con un colpo di stato armato. La definizione autorizzerebbe, in linea di principio, un attacco militare contro Gaza. L'Anp accusa infatti Hamas di aver boicottato qualunque tentativo di compromesso, compreso quello mediato lo scorso anno dal governo yemenita.

Arresti. Da lunedì 28, le forze di sicurezza leali a Fatah hanno arrestato 160 esponenti di Hamas in Cisgiordania: insegnanti, politici e altre personalità pubbliche, non miliziani. Mentre il giorno prima Hamas aveva arrestato almeno 200 membri di Fatah nella Striscia di Gaza. La campagna di arresti contro Hamas, però, va avanti ormai da un anno e ha portato nelle carceri – sia quelle dell'Anp che in quelle israeliane – decine di esponenti del partito islamico, tra cui anche diversi politici e deputati. Lo scorso 21 luglio a Nablus ne erano stati arrestati 20, tra cui la deputata Muna Mansour e, sempre a Nablus, sono stati sequestrati locali e beni di diverse organizzazioni caritatevoli islamiche, non tutte legate al partito di Haniyeh. Hamas ha commentato la repressione nei suoi confronti sostenendo che, se non si fermerà, potrebbe prendere il controllo della Cisgiordania come fece un anno fa nella Striscia di Gaza.

Abu Mazen. La recridescenza sembra ridurre di molto le possibilità della liberazione del caporale Gilad Shalit, nelle mani del gruppo islamico da due anni, per il quale, dopo lo scambio di prigionieri di inizio luglio tra Israele e Hezbollah, sembravano esserci buone speranze. Il suo rilascio era appeso ai numeri e ai nomi dei detenuti palestinesi che Israele sarebbe disposto a liberare ma, mercoledì 30, il presidente palestinese ha rovesciato il tavolo negoziale, minacciando di “smantellare l'Anp se Israele dovesse rilasciare esponenti di Hamas nell'ambito delle trattative su Shalit”. Abu Mazen non ha parlato di dimissioni, ma ha usato il termine smantellare, che ha provocato molta indignazione, sia a Gaza che in Cisgiordania. Il presidente palestinese teme che la liberazione degli esponenti di Hamas rafforzerebbe il movimento anche agli occhi dell'opinione pubblica della Cisgiordania. Così facendo, però, cessa idealmente di essere il presidente di tutti i palestinesi. La scorsa settimana alcune indiscrezioni sostenevano che Israele fosse disposto a includere nell'affare Shalit, anche la liberazone di Marwan Barghouti, esponente di spicco di Fatah che sconta l'ergastolo nelle carceri israeliane, ma anche un potenziale dissidente interno rispetto alla politica del presidente palestinese, servile nei confronti di Stati Uniti e Israele.

Torture. Abu Mazen non è però il solo a temere l'opinione pubblica. Subito dopo l'inzio delle violenze, il ministero dell'Interno di Hamas ha bandito dalla Striscia i principali quotidiani stampati in Cisgiordania: al Quds, al Ayyam e al Hayat al Jadida, con l'accusa di fornire resoconti squilibrati. Mercoledì 30, infine, lo stesso ministero ha anche arrestato il direttore locale dell'agenzia palestinese Maan News, Imad 'Eid. La libertà di stampa nei territori in questi momenti è gravemente minacciata, così come è fortemente limitata la libertà di movimento anche per i pochi cronisti che operano dall'interno della Striscia di Gaza. Entrambe le fazioni stanno giocando su più tavoli e hanno tante cose da nascondere, a cominciare dalle torture e dalle violazioni dei diritti dei rispettivi prigionieri. Lo rivela un rapporto dell'Ong palestinese Al Haq, secondo cui sia Fatah che Hamas hanno usato la tortura “regolarmente” nel corso dell'ultimo anno. L'organizzazione per i diritti umani sostiene che dei circa mille prigionieri detenuti quest'anno dalle due fazioni, tra il 20 e il 30 percento hanno subito violenze o torture, in consegnenza delle quali almeno quattro sarebbero morti.

sabato 2 agosto 2008

Italia: un Paese alla deriva

L’Italia e’ ormai diventata, col passare degli anni, un Paese dove hanno messo solide radici intolleranza, razzismo, egoismo, meschina furbizia, volgarita’, ignoranza, totale mancanza del concetto di bene pubblico e di cultura, rincoglionimento generale nell’inseguire falsi valori come, ad esempio, la ricchezza da raggiungere ad ogni costo o l’apparire in televisione come scopo supremo della propria vita.


Ma la lista sarebbe troppo lunga per elencare tutte le “peculiarita’” di un Paese diretto a passo spedito verso un sicuro declino a 360 gradi mentre la stragrande maggioranza degli italiani non e’ neanche in grado di accorgersene e soprattutto di reagire quando sara’ arrivato il momento dell’impatto, chiusa com’e’ nella propria bolla di “saporita” merda.


Italia 2008: Gli ultimi saranno gli ultimi
di Roberto Cotroneo – L’Unita’, http://www.robertocotroneo.net/ – 30 Luglio 2008

Eravamo un paese sgangherato forse, ma senza ferocia, senza razzismi, senza cattiverie. Eravamo un paese misericordioso alla fine: cattolico e con una morale fluttuante che ci salvava da certe durezze e spietatezze. Ma ora? Metto in fila poche parole, una di seguito all'altra: precari, immigrati, rom, pensioni sociali. Ne aggiungo altre, per riempire i rami di questo albero della vergogna.

La norma sul precariato è contro gli ultimi, quelli che un lavoro non riescono a trovarlo, quelli che non possono comprarsi una casa, che non hanno accesso ai mutui, che non possono progettare nulla, che non hanno la possibilità di pensare a un futuro che non sia un futuro a termine, come i loro contratti di lavoro, come i loro salari miserandi, come le loro vite sospese, in un vuoto che non possono riempire.

Le impronte digitali per i Rom, inclusi i bambini, è qualcosa di terrificante. Messo a punto senza vergogna per un paese che non ha protestato abbastanza, perché non è mai abbastanza protestare su una schedatura di adulti e bambini solo perché di etnia diversa. E che ci rende, davanti all'Europa, un paese allo stesso tempo ridicolo e inquietante. E con gli immigrati siamo allo stato di emergenza. Il ministro Maroni, che si annuncia come il peggior ministro dell'Interno di questo dopoguerra, parla di emergenza, e di stato di allerta. Ma la situazione è sempre la stessa, e questo è solo un modo per tenere buono un paese che è diventato razzista, cattivo e per nulla solidale. Un paese di pochi privilegiati, e di molti che devono subire discriminazioni sempre più forti.

Intanto ieri si è rovesciato un altro gommone a sud di Lampedusa, sembrano sei i morti, e pochi giorni fa sono morti anche due bambini. Ma tutto scivola nell'indifferenza, e ci stiamo preparando, come un paese sudamericano, come un Venezuela qualunque, a sopportare l'esercito nelle città per garantire l'ordine pubblico. A vedere i militari per strada, come li vedi a Caracas. Peccato che Caracas è la città più violenta del mondo. Ma ora la vigilanza e l'emergenza sull'immigrazione diventa un caso nazionale. Mille soldati sono destinati a controllare i centri immigrati. Metteranno il filo spinato? Faranno le ronde? Che ordini avranno? E perché questa decisione? Non sarà una bella sensazione vedere i militari per strada.

Ma cosa possiamo pretendere di più da questa classe dirigente? Andiamo avanti perché l'albero della vergogna si infittisce sempre di più. Il consiglio d'Europa ce lo ha detto chiaro. E una fredda nota di agenzia dice testualmente: «Il Commissario per i Diritti umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg, si dice "estremamente preoccupato" per il pacchetto sicurezza e la dichiarazione dello stato d'emergenza per l'afflusso di cittadini extracomunitari da parte del Governo italiano. È quanto si legge in un comunicato diffuso sul sito del Commissario per i diritti dell'uomo».

Il ministro leghista Maroni si indigna. Si dichiara sdegnato. Ma intanto dobbiamo incassare lo sdegno della civile Europa. E non è finita. Ieri si è consumata la sceneggiata tragica delle pensioni. Prima vogliono tagliare le pensioni sociali, poi si correggono e dicono che no, che la norma riguarda solo gli extracomunitari. E non le casalinghe e quelli che hanno meno di dieci anni di contributi. Che non si preoccupassero. Verrà corretta, che poi saranno gli estracomunitari a pagare, che cosa ce ne importa.
Noi gli prendiamo le impronte digitali, schediamo i bambini, li controlliamo con l'esercito, incassiamo l'imbarazzo e il disprezzo della civile Europa, e abbiamo ancora il coraggio di protestare. Come hanno fatto gli immigrati africani nel duomo di Napoli. Una protesta dentro una chiesa, che da sempre è sempre stato un luogo di accoglienza, ma che in questo caso, ha generato l'immediata reazione dell'esercito in tenuta antisommossa. Per contrastare immigrati che dentro una chiesa chiedevano una casa.

Un paese che vuole che gli ultimi siano gli ultimi, sempre e comunque: questo siamo diventati? Sarebbe facile dire che è tutta demagogia, che è un modo del governo per fare una propaganda banale soprattutto sull'ordine pubblico, in vista del disastro sociale ed economico che ci attende in autunno. Sarebbe facile dire che la rabbia di avere dei salari che non aumentano - di fatto - da quindici anni, contro un costo della vita e un aumento dei prezzi che non ha paragoni nel resto d'Europa, può essere ingenuamente contenuta con misure roboanti, e prive di concretezza. Ma questa è una interpretazione sbagliata.

Non è questo il punto. Una parte di questo paese, quella che si riconosce nel centro destra, quella che vota Lega Nord, quella che gravita attorno ad Alleanza Nazionale, quella che vede in Berlusconi il modello di riferimento umano e politico, oltre che imprenditoriale, è cambiata.
Cambiata in peggio. È in caduta libera. Senza più vincoli etici, religiosi e culturali. Immorale e ignorante. È un paese che emargina, è un paese che non ha più gli strumenti culturali per capire quello che gli succede attorno, è un paese che non sa adattarsi alla complessità.
È un paese rimbecillito da valori inutili, che vede nei modelli di riferimento che lo governano, dei modelli positivi: machismo, intolleranza, razzismo, culto della ricchezza, l'idea che vincono i più ricchi, i più furbi, i più disinvolti, senza rispettare le regole. Perché sono governati da persone che non rispettano le regole. Berlusconi per primo. Bossi per secondo, e tutti gli altri a seguire. Gente che non rispetta i valori comuni su cui è stato fondato questo paese. Veri eversori dello spirito della Costituzione e della convivenza civile.

Il razzismo era qualcosa che eravamo riusciti a non sentire sulla nostra pelle neppure, ed è tutto dire, quando furono varate le leggi razziali del 1938. In tutte le case italiane, ognuno di noi conserva un racconto, una memoria, di un parente, di un vicino, di qualcuno che si oppose, che aiutò, e soprattutto di un paese che non capiva. Eppure accadde quello che accade.
Le impronte digitali ai bambini non sono una manovra diversiva per accettare sacrifici per questo autunno; precarizzare i giovani non è un modo per mantenere i privilegi di quelli che precari non sono; abolire o ridimensionare le pensioni sociali non è un modo per distrarre il ceto medio da quello che gli sarà chiesto tra qualche mese; e mandare i militari nei centri per immigrati non è una furba trovata per dire a quelli che non arrivano alla fine del mese: vedete, vi diamo la sicurezza.
Sono il risultato di qualcosa che è cambiato nella testa della gente, sono il frutto di un paese irriconoscibile, di gente cattiva, ignorante, egoista, spietata. I totalitarismi iniziano sempre da dettagli marginali, da piccoli segni che nessuno voleva vedere. E non siamo immuni da nulla. L'opposizione della sinistra sarà certamente vigorosa, ma non basta la politica se manca una cultura comune, una cultura che faccia uscire questo paese da una secca di pochezza e di ignoranza.
L'ignoranza di gente come Bossi che vuole professori del nord, nelle scuole del nord, per i bambini del nord, l'ignoranza che in una città come Roma, appena arrivata una giunta di centro destra, ha già spento le luci sul patrimonio culturale di questa città. Cancellando un lavoro di anni, che ha trasformato Roma nella città più importante, sotto l'aspetto culturale, d'Europa. L'ignoranza di inventarsi anziché le notti bianche, le notti futuriste. L'ignoranza di pensare che la crescita di un paese non possa che essere economica, e non per tutti, ma sempre per i più furbi e i più ricchi. Siamo caduti in basso e gli ultimi non saranno i primi dalle nostre parti, ma rimarranno ultimi, ultimissimi. Per una classe di governo che ora dovrebbe vergognarsi.

venerdì 1 agosto 2008

Afghanistan: i due lucidissimi elicotteristi

Qualche giorno fa due elicotteristi italiani erano stati rimpatriati dall’Afghanistan perche’ “stressati”. Questa e’ stata la motivazione ufficiale dell’Esercito, ribadita anche dal ministro della Difesa La Russa.

Si e’ immediatamente scoperto pero’ che i due militari sono stati rimpatriati perche’ il 9 Luglio scorso, dopo che un convoglio italiano era stato attaccato con lanciarazzi e raffiche di kalashnikov mentre svolgeva un pattugliamento a circa 5 km a nordest di Herat, si erano rifiutati di sparare sui civili durante il conseguente scontro a fuoco. Si prevedono tempi duri in Italia per i due elicotteristi.

Ma ormai da piu’ di un anno il contingente italiano in Afghanistan partecipa attivamente ad azioni di guerra. I soldati dislocati a Kabul e Herat negli ultimi mesi hanno creato alcune basi avanzate a Surobi nella provincia di Kabul, nella valle di Musay e a Farah nella provincia occidentale di Herat. Farah è una zona di confine con le province meridionali dove i taleb fanno spesso incursioni.

E anche qui i nostri soldati sono dovuti intervenire per contrastare queste incursioni, sia con gli elicotteri d'attacco Mangusta, utilizzati più volte in soccorso delle truppe afghane, e sia con gli incursori che si sono imbattuti in gruppi di ribelli che sconfinavano per evitare gli attacchi delle truppe inglesi e australiane che nella zona di Helmand stanno conducendo le operazioni.

Intanto la violenza in Afghanistan continua a crescere e ha raggiunto il livello più alto dal 2001 con oltre 260 civili uccisi solo nel mese di luglio.

Tutto quindi procede per il meglio...


La verità su Shiwashan
di Angelo Miotto – Peacereporter – 1 Agosto 2008

Cosa sia accaduto il 9 luglio nei cieli afgani di Shiwashan, sette chilometri da Herat, da oggi non sarà più un mistero. Perché attraverso una fonte militare arrivano i dettagli di quella sera, i fatti come sono descritti da chi era lì e decise di non sparare, nonostante fosse aggredito da 'fuoco ostile', per la presenza di civili nelle case da dove partivano colpi di armi leggere.
Domenico Leggiero, responsabile del comparto Difesa dell'Osservatorio militare, è noto per le sue battaglie a favore dei militari affetti da patologie legate all'esposizione all'uranio impoverito in teatri di guerra. Leggiero è in grado di riportare la versione dei due piloti di elicottero, protagonisti della notte del 9 luglio, che dopo aver passato alcuni giorni all'ospedale militare romano del Celio, sono stati rispediti nella base del 7° Reggimento Aviazione ‘Vega’ dell’Esercito, a Rimini.
Erano due i Mangusta, in appoggio a un'operazione medevac (evacuazione medica), con un elicottero spagnolo che era intervenuto dopo un'imboscata in cui erano rimasti intrappolati due blindati italiani “Lince”. Le uniche notizie diffuse riguardavano il rifiuto di uno dei due Mangusta di aprire il fuoco, con il conseguente ricovero dei piloti per sindrome da stress post-traumatico.

Una lucida decisione. Secondo la versione dei protagonisti – riportata da Leggiero – quella sera l'intervento riguardò la copertura dell'elicottero medico che evacuò due soldati italiani. Ma dopo l'imboscata, avvenuta all’estrema periferia di Herat, e durante l’operazione di evacuazione medica dei nostri feriti – il tenente Gabriele Rame e l’aviere Francesco Manco – da un palazzo abitato della zona vennero esplosi numerosi colpi di armi leggere. Il timone di coda dell'eliambulanza venne 'sviolinato', graffiato, senza far danni. È proprio a quel punto che i due piloti italiani, ognuno alla cloche di un Mangusta, hanno valutato che rispondere al fuoco con i potenti cannoncini rotanti da 20 millimetri avrebbe significato distruggere l’edificio provocando sicuramente pesanti perdite tra i civili. Quindi hanno optato per una manovra di disimpegno e hanno fatto ritorno alla base. Il comando spagnolo non gradì. Di lì la lamentela con il comandante italiano ad Herat per la mancata copertura di fuoco da parte dei Mangusta. I due piloti, convocati dal comandante per chiarimenti, hanno spiegato di aver lucidamente preso la decisione di non rispondere al fuoco in accordo con le regole d’ingaggio di una missione ufficialmente di pace, non di guerra, che consentono di sparare se attaccati, ma solo se c’è la ragionevole certezza di non provocare vittime civili.
Contro i due piloti non è stata avviata alcuna procedura disciplinare: i comandi hanno preferito rimpatriarli e ricoverarli per alcuni giorni all’ospedale militare del Celio, dando in pasto alla stampa la storia dello stress.

Nessuno stress. La questione, come si evince dalle differenze con le versioni ufficiali diffuse fino a oggi, è quanto mai delicata. I due Mangusta, e non solo uno, optarono per la manovra di disimpegno senza aprire il fuoco. E non lo fecero degli equipaggi ‘stressati’, ma consapevoli di fare una precisa scelta, nonostante le raffiche dirette verso di loro. “La loro decisione – afferma Leggiero – è stata un atto di alto profilo etico e morale, che come pilota mi sento di condividere al cento per cento”.
Il secondo punto delicato riguarda direttamente la politica e la propaganda dello Stato Maggiore italiano. L'immagine dei due piloti circolata sui mezzi di informazione è quella di due traumatizzati, quindi colpiti da una sindrome che viene affiancata al fatto stesso di non aver voluto aprire il fuoco. Sono più o meno sottili accostamenti che sortiscono un effetto immediato nella ricezione di una notizia. Dai resoconti diretti, invece, la situazione appare ben diversa, con una scelta che poco ha a che spartire con il logoramento psico-fisico. Ma che risponde, invece, a una presa di coscienza nella difficile decisione di aprire o meno il fuoco su un palazzo abitato.
Per di più il nostro ordinamento militare, aggiungono le nostre fonti in ambito militare e giudiziario, non ha previsto figure di aiuto psicologico direttamente sul teatro di guerra.

Cosa succederà adesso ai due piloti, ormai rientrati alla base in Italia, passando per il Celio? L'unica certezza delle nostre fonti è che non li attende un roseo avvenire: in campo militare – ci dicono – queste scelte si pagano. E la vendetta è un piatto che, in quel mondo, viene servito freddo.