venerdì 31 luglio 2009

Niente di nuovo sul fronte iracheno...

Qualche aggiornamento sull'Iraq: le recenti elezioni svoltesi nel Kurdistan iracheno, la situazione sugli appalti petroliferi, i quotidiani attentati, i rapporti tra USA e governo iracheno.

Solo ieri sette persone sono rimaste uccise e otto ferite in seguito allo scoppio di una bomba di fronte all'ufficio di un partito politico sunnita a Baquba, nella provincia di Diyala. Un funzionario di polizia locale ha fatto sapere che la maggioranza delle vittime apparteneva al partito. Questa provincia è particolarmente problematica dato che la popolazione è composta da arabi, curdi e turkmeni ed è inoltre divisa in sunniti e sciiti.

E sempre ieri altre sette persone sono morte invece a Qaim, nella provincia di al-Anbar, al confine con la Siria, quando un attentatore si è fatto esplodere davanti a un posto di polizia.

Mentre pochi giorni fa sette dissidenti iraniani sono rimasti uccisi nel corso di un raid delle forze di sicurezza irachene a Camp Ashraf, la loro zona franca a nord di Baghdad.
Un portavoce del ministero della Difesa ha ribadito "il diritto ad entrare nel nostro territorio e imporre la legge dell'Iraq a tutti", aggiungendo che il governo sta cercando di creare un posto di polizia all'interno del campo. La presenza del campo Ashraf in Iraq risale agli anni '80 ed è stata protetta prima da Saddam Hussein, allora in lotta contro l'Iran, e successivamente dal governo americano dopo l'invasione nel 2003.

Inoltre le autorità irachene hanno aperto un'inchiesta in merito all'incontro, non gradito dal governo di al-Maliki, avvenuto nel corso dell'anno in Turchia fra alcuni ufficiali statunitensi ed esponenti dei gruppi di insorti.
Ma allo stesso tempo al-Maliki, commemorando la caduta dei 4328 soldati USA in Iraq dal 2003, ha avanzato l'ipotesi che le truppe statunitensi possano restare sul territorio nazionale oltre la data stabilita del 2011. "Se le forze irachene dovessero richiedere ulteriore addestramento e aiuto, dovremo esaminare la situazione sulla base delle necessità dell'Iraq. Sono sicuro che il desiderio di tale cooperazione è presente da entrambe le parti", ha detto al-Maliki.

In sintesi, niente di nuovo sul fronte iracheno...


La legge del clan

di Christian Elia - Peacereporter - 29 Luglio 2009

In fondo non ci credeva nessuno. Troppo forti Barzani e il suo clan per gli altri candidati, ma per la prima volta si è manifestata un'opposizione al sistema nepotistico e corrotto che governa il Kurdistan iracheno.

L'annuncio è arrivato oggi: quando sono state scrutinate il 95 percento delle schede, la coalizione del Partito Democratico del Kurdistan (Pdk) e dell'Unione Patriottica del Kurdistan (Puk) guidata da Barzani ha ottenuto il 68.8 percento dei consensi. E' fatta, salvo terremoti elettorali. Barzani, presidente uscente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, alleato con il Puk di Jalal Talabani, attuale presidente dell'Iraq, ha ottenuto il primo consenso elettorale del post Saddam.

Nel 2005, infatti, la presidenza era stata decisa dal Parlamento di Erbil e non dai cittadini. Il risultato, però, vede per la prima volta l'ingresso nell'Assemblea curda delle opposizioni di coloro che denunciano la gestione padronale del binomio Barzani - Talabani. Un buon segno per i dissidenti. Troppo forti gli appoggi internazionali e gli affari interni dei clan al potere per sperare in una vittoria, ma il 30 percento dei voti non è poca cosa per liste come Il Cambiamento e il suo leader Noshirwan Mustafa, un ex Puk, che ha denunciato apertamente la corruzione del potere.

Il ticket Barzani -Talabani è quello uscito dalla lotta di resistenza del popolo curdo contro il regime di Saddam. Dopo il 1991, quando l'attacco Usa portò all'istituzione di una forte autonomia curda in Iraq, il clan Barzani e Talabani hanno provato a contendersi il potere con le armi, salvo rendersi conto che non conveniva e quindi allearsi per gestire un enorme potere economico e politico.

Il voto, quindi, rompe un tabù: il potere nel Kurdistan iracheno non è più affare solo del blocco storico, ma in Parlamento si assisterà anche a un'opposizione e alla denuncia di tutte le promesse che i leader storici non hanno saputo mantenere: dalla lotta alla corruzione alla libertà di stampa, dall'emancipazione femminile allo sviluppo economico per tutti.

In tema di appoggi stranieri, a Washington hanno tirato un sospiro di sollievo. Il Segretario della Difesa Usa, Robert Gates, è giunto a sorpresa in visita in Iraq proprio mentre si contavano le schede di voto. Il generale Ray Odierno, comandante in capo delle truppe Usa in Iraq, ieri aveva denunciato il rischio che il governo centrale iracheno e le milizie curde arrivassero al conflitto armato.

Il nodo delle relazioni tra Baghdad ed Erbil è noto: lo status di Kirkuk. La città è mista ed è uno dei più ricchi giacimenti di petrolio in Iraq. Washington teme l'espansionismo curdo, anche perché un Kurdistan che contasse anche sui proventi di Kirkuk sarebbe un rischio pure per Turchia e Iran, a loro volta impegnate nel contenere le ambizioni delle comunità curde all'interno.

Inoltre se la zona centrale dell'Iraq, rispetto al nord curdo e al sud sciita, perdesse il controllo di Kirkuk, gli Stati Uniti hanno il timore che i sunniti potrebbero essere tentati dall'idea di iniziare di nuovo la lotta armata.

Gates ha incontrato Barzani (che ha così ricevuto una sorta d'investitura internazionale, visto che non erano ancora noti i risultati ufficiali) e il premier iracheno al-Maliki. L'obiettivo per l'inviato dell'amministrazione Obama era quello di ottenere rassicurazioni in merito alla soluzione 'politica' della vicenda Kirkuk e di tutti gli altri nodi economici e politici tra l'autonomia curda e il potere centrale.

Resta ancora da sciogliere, infatti, anche il problema dei contratti di sfruttamento petrolifero che Barzani ha firmato con compagnie straniere (in particolare cinesi) senza il via libera di Baghdad e quello relativo ai gruppi armati curdi che attaccano Iran e Turchia rifugiandosi in Iraq. Baghdad non ha alcuna intenzione di tollerarli, mentre i curdi hanno un problema di opinione pubblica interna nell'arrestare curdi che si battono per le loro comunità. Come ha fatto Barzani in passato, ma quelli erano altri tempi, nei quali non esisteva neanche un'opposizione al clan.


In Kurdistan l'opposizione avanza e rompe il monopolio dei due partiti di governo
da www.osservatorioiraq.it - 29 Luglio 2009

Come era prevedibile, i due maggiori partiti kurdi conservano la maggioranza nel parlamento della regione autonoma del Kurdistan, mentre Mas'ud Barzani, il suo attuale presidente, è stato riconfermato per un secondo mandato.

E tuttavia - per la prima volta - il monopolio che Partito democratico del Kurdistan (KDP), il partito di Barzani, e Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), del presidente iracheno Jalal Talabani, esercitano da 18 anni sulla vita politica della regione è stato rotto.

Lo mostrano chiaramente i risultati delle elezioni – parlamentari e presidenziali – che si sono tenute quattro giorni fa, annunciati oggi dalla Commissione Elettorale indipendente irachena (IHEC).

La lista Kurdistani, la coalizione formata da KDP e PUK, ha vinto con il 57,34% dei voti – la maggioranza, ma non schiacciante.

Goran
, ovvero "Cambiamento", il nuovo gruppo di opposizione che rappresenta la vera novità nel panorama politico della regione autonoma kurda ha avuto una forte affermazione, con il 23,75 % dei voti - che sarebbero stati di più, sostengono i suoi esponenti, se non ci fossero stati brogli e frodi elettorali.

Buono anche il risultato di un'altra lista di opposizione: "Servizi e riforme" - una coalizione improbabile di partiti islamici e laici di sinistra, che ha ottenuto il 12,8 per cento. Anche da qui sono partite accuse di frodi nei confronti dei due partiti di governo, che avrebbero impedito un risultato migliore.

Barzani, come era stato ampiamente previsto, è stato rieletto presidente della regione, ma non si è trattato di un plebiscito. Il leader del KDP ha infatti vinto con il 69,57 % dei voti, mentre l'intellettuale indipendente Kamal Mirawidly ha avuto il 25,32 per cento.

La IHEC ha chiarito che i risultati annunciati oggi sono da considerarsi "iniziali", perché adesso i partiti hanno un lasso di tempo per contestarli.

Hamdiya al-Husseini, uno dei suoi funzionari, ha detto che sono stati presentati 651 reclami, pari a 135.000 voti che ancora non sono stati conteggiati.

Alto il dato dell'affluenza comunicato dalla Commissione elettorale: il 78,5 % di circa 2 milioni e mezzo di aventi diritto al voto - a livello regionale.

Per quanto riguarda i dati relativi alle tre province che compongono la regione autonoma kurda, a Irbil l'affluenza è stata del 79%, a Dohuk dell'85,93%, e a Sulaimaniya del 74,5 per cento.

Ora bisognerà attendere i cosiddetti risultati "certificati" e la distribuzione dei 111 seggi del Parlamento regionale - 11 dei quali sono riservati alle minoranze. Sembra già chiaro tuttavia, che, per la prima volta da quasi 20 anni, al suo interno potrà esserci una opposizione reale.

Intanto, le due formazioni di opposizione – Goran e "Servizi e riforme" - continuano a lanciare accuse di brogli e di manipolazione del voto da parte di KDP e PUK. Puntando il dito, in particolare, contro Barzani.

Nawshirwan Mustafa, il leader di Goran, che fino a non molto tempo fa era il numero due del PUK, ha chiesto alla comunità internazionale di fare pressioni sul presidente e sulla Commissione elettorale irachena perché "blocchino i risultati falsificati".


Vittoria scontata, ma più donne
di Orsola Casagrande - Il Manifesto - 26 Luglio 2009

Tra le vecchie volpi Barzani e Talabani si fa largo Nawshirwan
Ventiquattro formazioni politiche, cinque candidati alla presidenza del governo regionale, oltre due milioni e mezzo di votanti, 111 deputati da eleggere. Si possono sintetizzare così i «numeri» delle elezioni che si sono svolte ieri nel Kurdistan iracheno. A sei mesi di distanza dalle elezioni regionali che si sono tenute nelle altre zone dell'Iraq, anche il Kurdistan ha finalmente aperto le urne.

I motivi dei ritardi sono molti e niente affatto risolti. Per questo, per «blindare» la loro vittoria (e la continuazione del regno) i due partiti-clan da sempre al governo, il Partito democratico del Kurdistan (Pdk) e l'Unione patriottica del Kurdistan (Puk) si sono presentati insieme: una lista di coalizione voluta dai due leader, Masud Barzani e Jalal Talabani. Barzani, con il placet di Talabani, presidente dell'Iraq, si è ripresentato anche come candidato alla presidenza del governo regionale.

A differenza delle ultime elezioni (nel 2005) quest'anno i kurdi potranno votare e scegliere il loro presidente direttamente. Anche se il risultato è praticamente scontato, in questo voto ci sarà qualche novità. Gli sfidanti di Barzani e Talabani hanno dato battaglia fino all'ultimo, denunciando i soprusi e le minacce dei partiti di governo nei loro confronti. Il 30% dei parlamentari sarà costituito da donne, grazie al sistema delle quote in vigore, mentre 11 seggi sono riservati alle minoranze, come quella turcomanna e i cristiani.

Goran, o gruppo per il cambiamento, ha registrato un notevole successo nelle settimane di campagna elettorale. L'ufficio centrale del gruppo a Sulaimaniya è diventato punto di riferimento per migliaia di persone stanche degli abusi e della corruzione dei due gruppi al governo. I fondatori di Goran dicono di essersi ispirati alla campagna presidenziale di Barak Obama.

I suoi rappresentanti sperano di fare il pieno di voti e di poter mandare al parlamento regionale almeno una quarantina di eletti. Difficile pensare a un successo di grandi proporzioni, perché il controllo di Pdk e Puk è molto forte. Ma qualche sorpresa ci sarà. E Goran già pensa alle elezioni del prossimo gennaio per il rinnovo del parlamento federale. Nella sua campagna elettorale il movimento ha fatto particolarmente attenzione a rispondere alle esigenze dei giovani: slogan accattivanti e musica rap.

E dire che il leader del movimento è un ex del Puk, il sessanticinquenne Nawshirwan Mustafa che ha rotto con Talabani un paio di anni fa, criticando la corruzione del partito. Goran si è fatto conoscere attraverso un quotidiano, un sito web e un canale satellitare. Gli ultimi sondaggi davano la lista di Barzani e Talabani al 56% e quella di Goran al 14%. Ma gli indecisi erano il 20%. Ieri la commissione elettorale ha deciso di protrarre di un'ora l'apertura dei seggi per consentire a tutti di andare a votare. Un dettaglio da non sottovalutare, per le opposizioni.

Masud Barzani dopo il voto ha ribadito che le questioni di cui discutere con Baghdad sono chiare. La più delicata è quella di Kirkuk, che i kurdi rivendicano come loro ma che gli arabi non sono così disposti a cedere, visto il petrolio che scorre in città. Su Kirkuk poi continua a gravare l'ombra della Turchia che non sembra essersela proprio messa in tasca del tutto. «Non farò mai compromessi su Kirkuk», ha dichiarato lapidario Barzani ieri mostrando il dito macchiato di inchiostro.

Una posizione più morbida sembra tenerla il nipote di Barzani (nel Kurdistan iracheno anche la politica è un affare di famiglia), Nechirvan, primo ministro del governo regionale. «Speriamo - ha detto ieri - che dopo le elezioni saremo in grado di sederci attorno al tavolo dei negoziati assieme a Baghdad per risolvere la questione di Kirkuk. Noi kurdi - ha aggiunto - siamo disposti a mostrare flessibilità». Oltre a Kirkuk i kurdi hanno un conto aperto con Baghdad anche su territori nelle regioni di Diyala, Nineveh, Salahuddin.


La Turchia chiede "più impegno" a Iraq e Stati Uniti nella lotta al Pkk
di Carlo M. Miele - www.osservatorioiraq.it - 28 Luglio 2009

La Turchia ha chiesto all’Iraq e agli Stati Uniti "risultati concreti" nella lotta ai guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk).

Secondo il governo di Ankara, infatti, i due governo non si impegnerebbero abbastanza per combattere i ribelli kurdi, che trovano rifugio nel Nord iracheno da cui lanciano i propri attacchi in territorio turco.

"Ci attendiamo di più. Vogliamo dei risultati concreti", ha dichiarato alla stampa il ministro degli Interni turco, Besir Atalay, al termine di una riunione con alti funzionari americani e iracheni incentrata proprio sulla lotta al Pkk.

Nel vertice – ha precisato lo stesso ministro - i tre Paesi si sono impegnati a "rendere la loro cooperazione più efficace... in modo da porre fine alle attività del Pkk in territorio iracheno".

La riunione di martedì si è tenuta nell’ambito della commissione creata a novembre da Ankara, Washington e Baghdad, proprio al fine di combattere l’organizzazione combattente kurda, accusata di terrorismo anche da Stati Uniti e Unione europea, oltre che dalla stessa Turchia.

Il rappresentante iracheno, il ministro della Sicurezza nazionale Shirwan al-Waeli, ha ribadito l’impegno di Baghdad per “ripulire” il suo Paese dal Pkk.

Soluzione politica?

In parallelo con la lotta militare al Pkk, nei giorni scorsi il governo di Ankara ha annunciato la prossima presentazione di un piano di proposte per trovare una soluzione politica al conflitto con la minoranza del sudest del Paese, iniziato nel 1984 e costato circa 45mila vittime.

Stando alle indiscrezioni giornalistiche, il piano prevedrebbe delle concessioni nell’utilizzo della lingua kurda, il ripristino dei nomi kurdi delle città e dei villaggi “turchizzati” e anche un’amnistia per alcuni militanti del Pkk.

Il piano dovrebbe essere reso noto a breve, in modo da precede quello annunciato dal leader in carcere del Pkk, Abdullah Ocalan, per la metà di agosto.


Silurato il direttore della South Oil Company
da www.osservatorioiraq.it - 30 Luglio 2009

Silurato per aver criticato pubblicamente le politiche del ministero del Petrolio (e del ministro), e in particolare la scelta di affidare alle compagnie straniere lo sviluppo di alcuni grossi giacimenti già in produzione.

E’ quello che è successo a Fayadh Nima, il direttore della South Oil Company (SOC), la società petrolifera di Stato irachena che gestisce i giacimenti del sud.

Il dirigente è stato rimosso dal suo incarico, e sarà sostituito da Dhya Ja’afar, già responsabile del dipartimento giacimenti della stessa compagnia.

A dare la notizia, oggi, è stato il portavoce del ministero del Petrolio, Asim Jihad, che si è limitato a dire che “il ministero del Petrolio e il governo sono sempre alla ricerca di modi per migliorare l’amministrazione del settore petrolifero”.

Nima aveva attaccato duramente la decisione del ministro Hussein al Shahristani di ricorrere alla compagnie straniere per lo sviluppo dei giacimenti inclusi nel primo round di gare d’appalto: sei di petrolio e due di gas.

Sostenendo che il compito avrebbe dovuto essere affidato alla SOC, la compagnia che lui dirigeva. Finora.


Al via ad agosto il secondo round di gare petrolifere
www.osservatorioiraq.it - 28 Luglio 2009

Il secondo round di gare d'appalto petrolifere sta per prendere il via – ufficialmente. Il ministero iracheno del Petrolio ha invitato le compagnie internazionali interessate il 25 agosto, a Istanbul, per un incontro nel corso del quale riceveranno le informazioni per partecipare.

Ad annunciarlo è stato il vice direttore del Direttorato che si occupa dei contratti e delle licenze, Abdel Mahdi al Amidi.

In ballo ci sono questa volta 10 giacimenti – tutti di petrolio, dopo che il ministero ha fatto sapere di aver deciso di togliere dal gruppo Siba, il giacimento di gas situato nella provincia di Bassora, che in un primo momento era stato incluso in questa seconda tranche di gare.

Adesso, molto probabilmente, il suo sviluppo sarà affidato alle compagnie di Stato irachene che operano nel sud. Lo deciderà comunque il ministero del Petrolio, ha detto Amidi.

L'offerta è comunque allettante – e varia. Tra i giacimenti compresi nel secondo round ce ne sono alcuni definiti "super-giganti", come Majnun e West Qurna Fase 2. E poi East Baghdad, Halfaya, Gharrafa, Badra, Qayara, Najmah, Kifl West/Kifl Mirjan: alcuni già in produzione, altri no.

Per quanto riguarda le compagnie petrolifere, a quelle già preselezionate in occasione del primo round di gare - che si è concluso il 30 giugno, con l'assegnazione di un solo contratto (quello per il giacimento petrolifero di Rumaila, il maggiore, a un consorzio guidato dalla britannica BP) - se ne aggiungono altre nove (di cui cinque asiatiche), scelte dal ministero del Petrolio fra le 38 che avevano presentato richiesta.

Tra queste ci sono le russe Rosneft e Tatneft, Sonangol (Angola), Pakistan Petroleum, Oil India, e PetroVietnam.



Scade l'accordo. Truppe britanniche trasferite in Kuwait
da www.osservatorioiraq.it - 28 Luglio 2009

I militari britannici che erano rimasti in Iraq sono stati trasferiti in Kuwait, perché l'accordo fra Londra e Baghdad che ne autorizzava la presenza scade fra tre giorni, e il Parlamento iracheno non è riuscito ancora ad approvare un nuovo mandato.

Così il ministero della Difesa di Londra ha deciso di spostare i 150 soldati di Sua Maestà, essenzialmente personale della Royal Navy che avrebbe dovuto addestrare la Marina irachena, mentre il governo britannico sta discutendo la loro posizione con le autorità di Baghdad.

A bloccare il tutto, nel Parlamento iracheno, è stato il gruppo dei deputati che fanno riferimento a Muqtada al Sadr, che della presenza di truppe straniere in Iraq non ne vogliono sapere - nemmeno se si tratta di un centinaio di marinai britannici.

Il nuovo accordo che avrebbe dovuto autorizzarne la presenza era stato approvato dal governo iracheno il 6 giugno, ma non ha mai avuto l'Ok del Parlamento, dove i sadristi hanno sempre fatto mancare il numero legale. Fino a ieri, quando è iniziata la pausa estiva dei lavori – che durerà come minimo fino ai primi di settembre.

E di fine settembre – per un eventuale rientro dei militari in Iraq - parla il Segretario alla Difesa britannico, Bob Ainsworth, facendo presente che, oltre alla pausa estiva del Parlamento, bisogna considerare il Ramadan - il mese santo per i musulmani, che termina intorno al 20 settembre.

Dunque, questo "significa che l'accordo ora potrebbe non venire ratificato fino a fine settembre", ha scritto Ainsworth in una lettera, indirizzata al suo omologo Conservatore Liam Fox, ministro del governo ombra.

"Anche se questo ritardo è spiacevole, continuiamo nella ricerca di una soluzione assieme al governo iracheno, che fornisca alle nostre forze la base legale solida di cui hanno bisogno", ha detto un portavoce del ministero della Difesa di Londra.

"Dobbiamo rispettare i processi democratici iracheni".


Gli americani trattano con la resistenza (e Baghdad è furiosa)
di Ornella Sangiovanni - www.osservatorioiraq.it - 27 Luglio 2009

Lo sanno tutti (o quasi), però non si può dire, e quando – ogni tanto – salta fuori scoppia il finimondo.

Gli Stati Uniti stanno negoziando con gruppi della resistenza armata irachena. Non è una novità: i contatti vanno avanti da anni - a singhiozzo: a un certo punto si interrompono, poi ricominciano. E quando la cosa viene alla luce, il governo di Baghdad è furioso.

Adesso ci risiamo. Si scopre che la scorsa primavera americani e gruppi della resistenza si sono incontrati per ben due volte – in Turchia, e hanno firmato addirittura un protocollo: un accordo preliminare, preludio a negoziati veri e propri, che però non sono mai iniziati.

La rivelazione arriva – con una tempistica perfetta – a pochi giorni della visita a Washington del premier iracheno Nuri al Maliki – attraverso gli schermi di al Jazira. A parlare è lo sceicco Ali al Juburi, portavoce del “Consiglio politico della resistenza irachena”, una coalizione nata nell’ottobre 2007 che raggruppa alcuni dei principali gruppi della resistenza armata – quelli che vogliono giocare un ruolo politico, e non ne hanno mai fatto mistero.

Gli americani “non fanno sul serio”

Juburi parla di due incontri con gli americani – a Istanbul, per la precisione – in marzo e in maggio. Il terzo incontro, che avrebbe dovuto dare avvio ai negoziati veri e propri, era previsto in giugno, ma non se n’è fatto nulla. Il motivo? La parte statunitense ha mostrato “di non fare sul serio” per quanto riguarda le condizioni poste dai gruppi armati, dice Juburi.

Non è la prima volta che succede. In diverse altre occasioni, trattative in corso fra americani e resistenza irachena avevano avuto una battuta d’arresto per la stessa ragione.

Ma quali sono le richieste dei gruppi della resistenza armata? Stando a Juburi, essenzialmente quattro:

-scuse ufficiali al popolo iracheno da parte degli Stati Uniti per l’invasione del marzo 2003 e la successiva occupazione
- il rilascio di tutti i prigionieri
- impegno a ricostruire l’Iraq
- sostegno di Washington a riforme che riportino i gruppi armati all’interno del processo politico.

Solo che le trattative vere e proprie non hanno mai preso il via. Ed è proprio questo il motivo che avrebbe spinto Juburi a rendere pubblici i contatti in corso - con l’obiettivo di fare pressione sugli americani. Mettendoli in imbarazzo (e peggio), in particolare con le autorità di Baghdad. Che di negoziati con i gruppi armati (sunniti) non vogliono sentire parlare – almeno pubblicamente: per il governo Maliki, infatti, si tratta di “terroristi”.

Le rivelazioni via etere non potevano arrivare in un momento più adatto – o inopportuno, a seconda dei punti di vista. Dai media arabi la notizia degli americani che trattano con la resistenza irachena finisce su quelli statunitensi, proprio mentre Maliki si trova in visita a Washington.

Washington: Baghdad sapeva

Dal Dipartimento di Stato sono costretti a confermare: gli incontri ci sono stati – anche se le date di cui si parla sono leggermente diverse: marzo e aprile. Dettagli non ne vengono forniti, mentre Robert Wood, un portavoce del Dipartimento, sottolinea che “gli incontri in questione sono avvenuti alcuni mesi fa, e funzionari del governo iracheno ne erano a conoscenza”.

Ovvero: Baghdad sapeva. “Avendo passato gli ultimi sei anni ad aiutare l’Iraq a costruire un governo democratico rappresentativo ed efficace, l’ultima cosa che faremmo è compiere qualsiasi azione che potesse danneggiarlo”, sottolinea Wood.

E mentre funzionari turchi confermano che gli incontri fra americani e resistenza si sono svolti in Turchia, gli iracheni reagiscono male: chiedendo spiegazioni a Washington e ad Ankara, in particolare riguardo a un “protocollo” che sarebbe stato firmato fra un rappresentante dei gruppi della resistenza e un funzionario statunitense, come preludio appunto all’avvio di negoziati veri e propri.

Un protocollo preliminare

Protocollo che il governo Maliki avrebbe ricevuto qualche giorno dopo l’intervista di Juburi ad al Jazira, andata in onda il 15 luglio.

Il protocollo costituisce “una interferenza negli affari politici interni dell’Iraq”, dice un comunicato diffuso da Baghdad, che chiede “spiegazioni chiare” ai funzionari Usa e a quelli turchi attraverso le rispettive ambasciate nella capitale irachena. Che per ora tacciono.

Il governo Maliki continua a sostenere di essere stato tenuto all’oscuro dei contatti in corso fra americani e resistenza: a detta di Juburi agli incontri in Turchia avrebbero preso parte almeno tre rappresentanti dei gruppi armati (lui ha non era fra questi, ha precisato) e almeno tre funzionari del Dipartimento di Stato. Chi erano non lo dice – per il momento.

L’iniziativa di avviare i contatti, secondo Juburi, è partita dalle forze armate Usa, agli inizi di quest’anno. I diplomatici americani sarebbero stati inviati dopo che i gruppi della resistenza si erano rifiutati di negoziare con quelli che considerano “occupanti”.

Ora è di nuovo tutto fermo. Mentre Baghdad strepita, e Washington cerca di ricucire.

Hillary Clinton, Segretario di Stato Usa, in conferenza stampa con Maliki, sostiene di aver saputo delle trattative solo di recente, e promette di tenere il governo iracheno “pienamente informato” in futuro.

Ma ai giornalisti che le chiedono del protocollo, risponde solo che nessun funzionario Usa è stato autorizzato a firmare alcunché. Altri commenti non vuole farne.

Maliki, da parte sua, si dice soddisfatto dell’impegno in base al quale “l’Amministrazione [Obama] non negozierà né concluderà accordi con coloro che hanno ucciso soldati, americani, soldati, iracheni, e iracheni”.

Hoshyar Zebari, ministro degli Esteri iracheno, intervistato da al Hurra, Tv in lingua araba finanziata dagli Usa, definisce “scioccante” e "incredibile" il fatto che funzionari statunitensi e turchi (secondo le informazioni in suo possesso, agli incontri di Istanbul sarebbero stati presenti anche rappresentanti di Ankara) abbiano incontrato "sostenitori del passato regime, gruppi che adottano la violenza e il terrorismo come modo per cambiare la situazione, e le reti che credono nell’uccidere, colpire con le bombe, e prendere di mira gli innocenti".

La “mano della CIA”

Analisti iracheni vedono dietro tutto questo “la mano della CIA”, che avrebbe cercato di fare pressioni su Maliki proprio nel corso della sua visita negli Stati Uniti.

“Se fossi stato in lui, avrei interrotto la visita”, dice Jawad Talibi, un analista politico, dagli schermi di al Alam TV, televisione iraniana in lingua araba. A suo avviso, gli americani vogliono costringere il premier iracheno a riconciliarsi con i ba’athisti. E dietro questo tentativo, ci sarebbero altre potenze regionali - che vogliono il ritorno dei ba’athisti in Iraq, aggiunge Talibi.

Un riconoscimento della legittimità della resistenza

Juburi, da parte sua, considera comunque il protocollo preliminare firmato un “successo”, e un “riconoscimento” da parte degli americani della legittimità della resistenza armata irachena.

Nel documento, l’amministrazione Usa si impegnava, fra l’altro, a facilitare i movimenti di 15 rappresentanti dei gruppi della resistenza irachena che avrebbero preso parte ai negoziati, e anche a far pressioni sul governo di Baghdad per il rilascio, nel caso in cui qualcuno di loro fosse stato arrestato.

“Le nostre richieste non erano impossibili”, commenta Juburi, “Pensiamo tuttavia che gli americani abbiano perso la loro influenza e il loro potere all’interno dell’Iraq, a favore di Paesi come l’Iran”.


Nella città del cemento
di Anthony Shadid - Washington Post - 12 Luglio 2009
Traduzione di Arianna Palleschi per Osservatorio Iraq

Nella vecchia Baghdad c’è traccia di una Baghdad ancora più antica. Potremmo definirla ironia della sorte. È lì, alla statua del corpulento poeta Maruf al-Rusafi, bucherellata dai proiettili, che dà il nome a una piazza ribelle.

Attorno a lui si estende una città celebrata nella storia ma trasandata, che i soldati americani hanno finalmente lasciato. Almeno apparentemente.
Il passato è qui. Una cupola turchese di mattoni, decorata ad arabeschi, fa capolino dietro a un velo di polvere. Un colonnato maestoso sostiene balconi e balaustre dell’epoca britannica. Una sconsolata chiamata alla preghiera arriva da una moschea ottomana.

Ma pochi riescono a vedere la cupola: una ragnatela di cavi che portano sporadicamente elettricità ne impedisce la vista. Non si può passare sotto al colonnato: muri anti-esplosione impediscono il passaggio. E di rado la chiamata alla preghiera riesce a superare il diluvio dei clacson.

"Una città trasformata in un cumulo di spazzatura, finestre rotte, ed edifici fatiscenti”, lamenta Hussein Karim, un portiere che guarda fuori dal suo trespolo posto sopra al lembo di cartone sulla base di granito della statua. "Baghdad", aggiunge il suo amico, Hussein Abed, "è diventata una città distrutta".

Il 30 giugno le truppe da combattimento Usa hanno completato il ritiro da Baghdad e dalle altre città irachene. Ma i soldati si sono lasciati alle spalle una capitale che è stata mutata per sempre dalla loro presenza. Augusto si vantava del fatto che aveva trovato Roma era una città di mattoni e l’aveva trasformata in una città di marmo.

Baghdad era un’altra città di mattoni, e una cerchia di generali americani l’ha trasformata in una città di cemento. Il loro cemento è ovunque - dalla Green Zone che si estende disordinatamente fino alle barriere e ai muri anti-esplosione che si trovano lungo quasi ogni strada della città – e ha riorientato la geografia fisica, spirituale, e sociale che per più di mille anni era stata dettata dalle morbide anse del fiume Tigri.

Tuttavia, col tempo, questi muri forse conteranno meno delle forze più profonde che sei anni di presenza americana hanno accelerato. Baghdad ora è una città divisa da se stessa. Nei quartieri sciiti si trovano raramente dei sunniti, e in quelli sunniti, che oggi sono molto meno numerosi, non ci sono più sciiti. I cristiani se ne sono andati quasi tutti. I politici al potere cercano rifugio nelle fortezze, e i poveri si arrangiano da soli.

Da Beirut al Cairo, fino a Baghdad, le grandi capitali del mondo arabo hanno perso tutte una parte di tolleranza, ritirandosi dietro muri, psicologici e non solo, che segnano i confini fra le varie confessioni, etnie, e classi. Tutte piangono la scomparsa di un cosmopolitismo che sembrava radicato una generazione fa. Tutte rivogliono quegli abitanti che davano alla città più grazia. In fondo, Baghdad può essere il culmine distopico di queste tendenze, non così distrutta dal presente, quanto separata dalla sua storia.

Non sono stati gli americani a creare queste tendenze, ma le hanno favorite, lasciando spazio ai peggiori impulsi della regione.

"Distruggere è facile", afferma Karim, il portiere. "Costruire, invece, richiede molto più tempo".

Saddam Hussein portò uno stile grossolanamente marziale in una Baghdad precedente. In una capitale funzionale, i suoi monumenti avevano portato una bizzarra vanagloria.

Le Mani della Vittoria sono probabilmente il monumento più illustre in questa visione, solo per il loro cattivo gusto. Concepito nel 1985, l’arco delle spade incrociate celebrava una vittoria irachena in un momento in cui l’Iran stava vincendo la guerra durata otto anni. I pugni che afferrano le spade sono stati modellati su quelli di Saddam, ingranditi di 40 volte. Le lame ricurve sono delle repliche delle spade di Saad Ibn Abi Waqas, il generale arabo che sconfisse i persiani nel VII secolo. Per ognuna di esse ci sono volute 24 tonnellate di metallo, ricavato dalla fusione delle pistole di soldati iracheni caduti in battaglia. Dai polsi pendono delle reti che contengono migliaia di elmetti di soldati iraniani, crivellati di proiettili. A quanto si dice, il piano originario prevedeva dei teschi iraniani.

I muri di oggi sono più funzionali, ma non meno caratteristici. Non hanno la permanenza aggressiva delle barriere che gli israeliani hanno costruito per separare loro stessi dai palestinesi. Mancano di quelle scritte politiche e di quell’arte ispirata che aveva reso così caratteristico il muro di Berlino. Invece esprimono chiaramente le ambizioni disparate in un Iraq che sta emergendo dalla guerra, anche se molti si chiedono che cosa questa abbia lasciato.

I dipinti sul cemento celebrano un Iraq idealizzato di gloria sumera e babilonese, o un futuro fatto di improbabili grattacieli. I venditori li utilizzano come cartelloni pubblicitari - per agenzie immobiliari, vestiti per bambini, e cambiavalute. Il governo ci scarabocchia sopra la sua visione autoritaria della legge come antidoto al disordine radicato. "Rispetta e sarai rispettato”, recita un motto. "Sii un eroe. Proteggi l’Iraq”, esorta un altro.

"Questi muri saranno rimossi quando il popolo iracheno si sveglierà di nuovo finalmente”, dice Wissam Karim, un soldato di 28 anni diretto verso la sua base, ad A’adhamiya.

Dà un’occhiata a un muro che si estende per poco più di tre chilometri e divide i residenti sunniti di A’adhamiya da quelli sciiti di Sleikh. "Viva la resistenza", recita uno slogan scarabocchiato su una parte del muro. Qualcuno ha cancellato l’ultima parola, sostituendola con “Iraq”.

Il Khan Mirjan è stato costruito nel 1359, e un’iscrizione sul muro del caravanserraglio rende omaggio al suo fondatore, Amin al-Din Mirjan: "Il più giusto, il re dei re del mondo”. L’edificio ha resistito 600 anni come capolavoro dell’architettura islamica.

Nei mesi successi all’invasione è stato saccheggiato. L'innalzamento della falda l’ha presto inondato. Maestoso, ma ammuffito, il Khan dà l'impressione che il Colosseo probabilmente dava a un romano del Medioevo.

"Ha resistito per centinaia di anni", dice Hassan Ibrahim, 41enne occupante abusivo o guardiano (fate voi). “ Se lo si volesse distruggere, ci vorrebbero pochi minuti”.

A differenza del Cairo o di Istanbul, con il loro paesaggio urbano imperiale, ben poco dell'antichità di Baghdad è sopravvissuto. Guerre, l’inondazione del capriccioso Tigri, e qualche fulmine sporadico hanno fatto in modo che poco si salvasse. La città, invece, sembra trarre orgoglio da una cultura della memoria.

"Quando abbiamo perso il nostro spirito civilizzato?", si chiede Saad Owaiz, 58enne cliente abituale dello Zihawi Café, con il pizzetto ingiallito dalle sigarette e gli occhiali in stile Lenin.

Vagheggia un passato immaginato quanto reale. Rimpiange Rashid Street e i suoi ristoranti e cinema, ormai chiusi da tempo. Gli mancano le conversazioni tra funzionari, sceicchi, e letterati al caffè del Parlamento.

"Di questi tempi conversazioni non ce ne sono più molte", si lamenta.

Il quartiere che si estende dalla statua di Rusafi una volta era il più vivace di Baghdad, con un mix di moschee ottomane, mercati, e appartamenti dell’epoca britannica. A River Street c’era la moda; a Rashid Street, con i suoi portici, la prima strada a essere illuminata in Iraq, la cultura. Le migliori pasticcerie, il miglior caffè, e il gelato più delizioso si potevano trovare qui. Le manifestazioni di protesta passavano sempre nella piazza, per poi riversarsi altrove.

Oggi c’è un commercio di tipo diverso, merci a buon mercato invadono le strade che non si intersecano più; i muri anti-esplosione le rendono più simili a un labirinto. Il pesce pescato nel Tigri muore asfissiato in una tinozza dentro una macchina. Una piramide di bibite (tra)suda come il suo venditore. I vestiti delle ragazze tingono di giallo, arancione, e rosa una strada grigia e marrone.

Foto guardano fisso fuori dagli sporadici caffè e dalle ancor più sporadiche librerie. Lo sguardo gradevole di re Ghazi contrasta con l’innocenza infantile di re Faisal II. Un principe indossa la sidara, un berretto legato per sempre a un’epoca.

Ai tempi di quelle foto, si vanta Owaiz, lui non avrebbe mangiato più di un pezzo di pane e una fetta di formaggio, e poi avrebbe bevuto un bicchiere di succo di melograno comprato a un chiosco chiamato Hajji Zibala.

"Era come se avessimo mangiato una pecora intera", dice. "Ora se mangiassimo una pecora intera avremmo ancora fame… Non siamo proprio dell’umore".

"Per me Baghdad", aggiunge, "è come un fantasma".

Nostalgia è forse il sentimento caratterizzante in un mondo arabo disincantato, che costella le conversazioni al Cairo e a Beirut, così come a Baghdad. Indica che qualcosa – un po’ di tolleranza, una vita più libertina, il cosmopolitismo di una cultura sicura di sé - è andato perduto.

Beirut aveva il suo centro, prima che la guerra civile lo distruggesse, dove le famiglie si mettevano in posa davanti alla statua nella piazza dei Martiri per una foto. Ora zona riservata ai ricchi, una volta era un crocevia di diverse classi sociali, dove i cinema si trovavano accanto al mercato del pesce, e le boutique e le banche condividevano lo spazio con i venditori di verdura. Anche il Cairo aveva il suo centro – il caffè Groppi e i cinema quali il Rivoli, il Metro, e l’Opera – la cui era finì con l’incendio del 1952 e la rivoluzione che seguì.

Non era tutto magnifico, naturalmente. Il Cairo era una città molto più piacevole per i residenti stranieri, che a volte non parlavano neanche l’arabo, piuttosto che per gli egiziani. I turisti a Beirut potevano ignorare un anello di miseria nella periferia, popolata da sciiti privati dei loro diritti civili. Ma pochi contesterebbero che l’identità, sia essa determinata dall’appartenenza a una confessione, un’etnia, o anche a una classe, fosse definita meno rigorosamente. E quasi tutti sarebbero d’accordo sul fatto che lo sciovinismo abbia ancora la meglio sulla tolleranza.

"Come si può raccontare questa storia senza sembrare troppo nostalgici verso un mondo che, sotto molti aspetti, non vorremmo riavere?”, si è chiesto Mark Mazower, autore di "Salonica, City of Ghosts". "Questo è il dilemma."

Per Mazower la nostalgia non è qualcosa di particolarmente arabo; è piuttosto una storia universale che sembra conquistare il fallimento così come la perdita.

"Tutti sono consapevoli di quanto sia difficile per gli stati-nazione creare dei regimi stabili e al tempo stesso tolleranti”, ha detto. "La nostalgia riflette il senso della loro crisi oggi".

Nella Baghdad del dopoguerra non ci sono né stabilità né tolleranza. Ma Maysun al-Damluji non si spinge fino a incolpare le truppe americane che in maggioranza hanno lasciato la sua capitale.

"Ho sempre detto che un esercito è un esercito, malgrado tutto. Si tratta solo di ragazzi con i fucili”, dice la Damluji, architetto e parlamentare appartenente a una famiglia in vista. “ Non ti aspetti che un esercito si prenda cura di una città, né che sia sensibile ai bisogni delle persone”.

Baghdad era già stata impoverita prima che arrivassero gli americani. C'erano stati gli otto anni di guerra con l’Iran, quando i prigionieri di guerra venivano fatti sfilare per la città sui pickup. Le sanzioni seguirono un’altra guerra, l’invasione irachena del Kuwait nel 1991, facendo sparire col tempo quella che una volta era la vivace classe media di Baghdad.

"Ci sono intere generazioni cresciute senza conoscere altro se non il linguaggio della guerra, dello scontro, e della sfida”, dice la Damluji. "Lo vedi nei loro occhi".

I baghdadi – con questo termine fa riferimento alla tolleranza della città - sono spariti. Coloro i quali vengono dalla campagna, con le regole severe degli uomini duri, hanno preso il loro posto. Ai suoi tempi, lo sceicco di una tribù avrebbe potuto rinunciare al suo copricapo durante una visita nella capitale.

"Sarebbe stato troppo imbarazzante per lui”, dice. “Quando questi uomini visitavano Baghdad, si comportavano come i baghdadi. Ora le persone che vivono a Baghdad agiscono come gli anziani delle tribù che vengono dalla campagna”.

Damluji ha una risposta: un progetto per ripristinare la fascia di zona selvaggia urbana attorno alla statua di Rusafi. I proprietari diventerebbero azionisti di una società che rinnoverebbe e farebbe risorgere una parte della città che si estende per poco più di tre chilometri lungo il Tigri, da Bab al-Sharji a Bab al-Moadhem. Il traffico sarebbe interdetto. Cinema e negozi sarebbero circondati da parchi. La sua idea è simile a quella che ha favorito la ricostruzione di Beirut, ma, a differenza della capitale libanese, dice, “Cercheremo di mantenere il tessuto sociale, e non di consegnarlo a Starbucks”.

Srotola una fotografia lunga 6 metri, un’immagine satellitare della città. Non c’erano barriere, né cemento, né muri a forma di T. “ Tutto questo verrà ricreato”, giura, accarezzando la foto con la mano.

C’è una famosa canzone di Kazem al-Saher, il più famoso cantante iracheno, che parla della capitale. “ Dio ha mai creato, in tutto il mondo intero, qualcosa che sia bello come te?”, chiede il cantante. Poi il tono sale, mentre con voce lamentosa grida: "Baghdad! Baghdad! Baghdad!"

Era davvero bella? La Damluji fa una pausa.

"No", risponde. "No, non penso che Baghdad sia mai stata una città bella. Ma era una città animata. Era civilizzata”.

La fotografia resta ai suoi piedi. Dà una tirata a una sigaretta Davidoff, mentre la sua terrier grigia, Apricot, salta sulla sua sedia.

"Ci vorrà un po’”, ammette. “E’ molto più difficile costruire che demolire”.

Anthony Shadid è il corrispondente del Washington Post dal Medio Oriente. È autore del libro Night Draws Near: Iraq's People in the Shadow of America's War.

giovedì 30 luglio 2009

Obama sul filo del rasoio

Come già preannunciato due mesi fa, la luna di miele di Barack Obama con i suoi concittadini è finita, per via soprattutto delle criticate riforme economiche del suo governo e del piano sanitario che non convince anche molti all'interno del partito democratico.

Riguardo alla riforma sanitaria poi, secondo un sondaggio di NBC News e Wall Street Journal, il 42% degli americani pensa che sia una pessima idea che rischia di peggiorare la qualità dei servizi sanitari.

E intanto già slitta il voto al Congresso e Senato su questa contrastata riforma. Obama lo voleva prima del 7 Agosto, ma sarà solo a settembre e si prevede già un taglio di 100 miliardi di dollari al suo costo complessivo, stimato tra i 1000 e i 1500 miliardi.

Se a tutto ciò si aggiungono l'escalation della guerra in Afghanistan, il panorama iracheno tutt'altro che confortante e soprattutto la crisi economica ben lungi dall'epilogo, i prossimi mesi per Obama saranno veramente sul filo del rasoio.


Una pioggia di dollari sulla riforma sanitaria di Obama
di Michele Paris - Altrenotizie - 27 Luglio 2009

La vera portata e gli effetti reali della riforma sanitaria in discussione negli USA e voluta dal presidente Obama non appaiono ancora del tutto chiari, nonostante la quasi certezza di un esito alla fine quasi certamente favorevole al presidente. La consueta retorica dell’inquilino della Casa Bianca presenta agli americani il proprio progetto come la soluzione che metterà fine allo strapotere delle compagnie private di assicurazione e garantirà, per decine di milioni di cittadini ora esclusi da ogni forma di copertura, un’assistenza accessibile. Ma la credibilità dei politici democratici e repubblicani incaricati di scrivere le regole della riforma appare fortemente minata. L’industria sanitaria privata ha infatti donato quasi 200 milioni di dollari per le campagne elettorali dei candidati al Congresso di entrambi gli schieramenti tra il 2007 e il 2008 e nei primi tre mesi di quest’anno gli “investimenti” sui politici sono risultati in media nell’ordine di 1,4 milioni di dollari al giorno.

Uno dei politici democratici che maggiormente ha beneficiato e continua a beneficiare, nella sua carriera politica, dell’appoggio delle compagnie operanti nel settore della sanità privata, è il senatore dello stato del Montana, Max Baucus. Presidente della Commissione Finanze del Senato, Baucus è emerso come un personaggio chiave nella stesura della nuova legge che dovrebbe rivoluzionare il sistema sanitario americano. Da qualche mese a questa parte si è poi contraddistinto per i suoi sforzi nel raggiungere un compromesso sulla riforma con l’opposizione repubblicana, con la quale condivide tradizionalmente molte preoccupazioni per l’equilibrio del bilancio federale e per il carico fiscale sui redditi più alti.

Le battaglie elettorali del senatore Baucus, entrato al Congresso per la prima volta nel 1979, sono state finanziate nel corso degli anni in buona parte proprio da strutture ospedaliere private, compagnie di assicurazioni ed altre grandi aziende con interessi nel settore sanitario. Il comitato elettorale di Baucus ha incassato 1,5 milioni di dollari solo negli ultimi due anni, da quando cioè la sua commissione ha iniziato le operazioni preliminari per la preparazione della riforma sanitaria.

Dal momento poi che a Washington, come altrove, è il denaro che permette il libero accesso di lobbisti e industriali ai politici, le serate destinate alla raccolta di fondi a favore di Max Baucus sono sempre affollate di dirigenti di compagnie assicurative e fornitrici di prestazioni sanitarie. Come quella del maggio scorso a San Francisco, documentata dal Washington Post, per assistere alla quale era necessario staccare un assegno di almeno 10 mila dollari. Proveniente da uno stato come il Montana dove la maggior parte degli abitanti vive quotidianamente a contatto con la natura, il senatore poi pare dilettarsi nell’organizzazione di escursioni a cavallo e arrampicate, rigorosamente a pagamento, per i suoi finanziatori e attivisti.

Sfiorato solo recentemente da qualche scrupolo di coscienza, Baucus e il suo staff hanno fatto sapere di aver rinunciato a partire dal primo giugno ai contributi provenienti da organizzazioni e comitati politici con interessi nel settore sanitario. Tale condizione tuttavia, per non rinunciare del tutto ad un flusso cospicuo di denaro diretto verso le proprie casse, non è applicato ai lobbisti registrati e ai dirigenti delle grandi compagnie, i quali proseguono nel manifestare la loro generosità nei confronti del senatore del Montana.

La profonda influenza delle aziende operanti in questo settore non è diminuita con la formazione di una maggioranza democratica al Congresso e con l’elezione di un presidente deciso a mandare in porto una riforma complessiva del sistema sanitario. Semplicemente, i contributi elettorali si sono spostati a favore dei membri del partito di maggioranza. Tra gennaio e marzo del 2009, il 60% di quanto versato da queste compagnie ha finito così per beneficiare proprio i democratici.

Max Baucus non è ovviamente l’unico parlamentare impegnato nella produzione del nuovo progetto di riforma ad aver goduto della magnanimità delle aziende interessate a modellare a proprio favore il progetto di legge sulla sanità americana. L’attenzione dei donatori è rivolta soprattutto ai moderati di entrambi gli schieramenti, elementi chiave nel raggiungimento di un compromesso sulla versione finale del piano di riforma.

Così, ad esempio, il senatore dell’Iowa Charles Grassley, il repubblicano più anziano presente nella Commissione Finanze, ha ricevuto oltre 2 milioni di dollari dal settore delle assicurazioni private a partire dal 2003; per il presidente della potente Commissione della Camera dei Rappresentanti che si occupa di tassazioni e welfare (“Ways and Means Committee”) - il democratico di New York Charles Rangel - i milioni sono stati 1,6 negli ultimi due anni; uno solo invece per il repubblicano del Michigan Dave Camp che fa parte della stessa Commissione.

Nonostante la competizione nell’accaparrarsi i fondi, è però proprio il senatore Baucus ad occupare un ruolo di primo piano nei rapporti con l’industria farmaceutica e delle assicurazioni private. Il suo comitato elettorale - Glacier PAC - ha raccolto infatti ben 3 milioni di dollari tra il 2003 e il 2008, vale a dire il 20% del totale dei contributi incassati. Di tutto il denaro versatogli, solo il 10% risulta poi provenire dal suo stato. Tra i maggiori donatori ci sono Schering-Plough, corporation farmaceutica del New Jersey, New York Life Insurance, Ameng Inc., società californiana delle biotecnologie, e Blue Cross and Blue Shields, organizzazione di Chicago che raccoglie 39 compagnie assicurative.

I membri dello staff del presidente della Commissione Finanze del Senato, spesso coinvolti in ruoli di primo piano nelle trattative per la riforma sanitaria, possiedono inoltre con una certa frequenza un curriculum inequivocabile, essendo stati o essendo tuttora lobbisti per l’industria dei farmaci o per compagnie di assicurazioni.

Di fronte ad una realtà di questo tipo, non è difficile immaginare quali saranno i referenti dei parlamentari di tutti e due i partiti nel momento in cui sarà necessario decidere, ad esempio, se e quale ruolo affidare ad un eventuale piano pubblico di assistenza sanitaria. Quasi tutti i finanziatori menzionati si oppongono infatti ad un progetto che comprenda un incisivo intervento del governo federale, opzione invece sostenuta da Obama e da molti leader democratici, soprattutto alla Camera dei Rappresentanti.

Se tali ingenti investimenti richiedono necessariamente un ritorno, le sorti della riforma sanitaria, e soprattutto la sua efficacia nel limitare il dominio incontrastato del settore privato, non sembrano far prevedere niente di buono. La realtà della politica americana d’altra parte rivela un peso sempre crescente dei grandi interessi economici e finanziari, le cui attività avvengono peraltro (quasi) sempre alla luce del sole.

Decisamente meno trasparente è apparso al contrario in questi ultimi giorni il comportamento della Casa Bianca, il cui inquilino aveva promesso in campagna elettorale e all’indomani del suo insediamento di voler mettere un limite all’influenza delle lobbies. L’amministrazione Obama ha infatti rifiutato di rivelare ad un gruppo di organizzazioni civiche il nome dei dirigenti di aziende operanti nel settore sanitario e dei lobbisti che recentemente hanno visitato la Casa Bianca per incontrare il presidente e, verosimilmente, fare pressioni affinché la legislazione in fase di studio possa comprendere le loro richieste principali. Anche questa, d’altra parte, è collaborazione al raggiungimento di una riforma che vorrebbe essere di portata storica per gli Stati Uniti d’America.


Parsi: sarà la riforma sanitaria a dire se Obama sarà più Ronald Reagan o Jimmy Carter
da www.ilsussidiario.net - 27 Luglio 2009

A nove mesi dalla vittoria elettorale i sondaggi lo danno in forte calo, ma Barack Obama rilancia la sfida e dice di voler realizzare la riforma sanitaria entro l’anno. Dove cinque presidenti prima di lui hanno fallito, il nuovo presidente democratico vuole dare l’assistenza sanitaria pubblica ai 46 milioni di americani che ne sono sprovvisti. L’ostacolo maggiore sono i costi, davvero esorbitanti: la legge che dovrà finanziare la riforma dovrebbe costare tra i 1000 e i 1500 miliardi di dollari. «Il primo, vero momento cruciale della presidenza - dice Vittorio Emanuele Parsi -. Un fallimento sarebbe un vulnus permanente nell’azione politica del nuovo presidente».

Obama ha detto che la riforma sanitaria si farà. Tuttavia i sondaggi lo danno in forte calo, proprio mentre si accinge a intraprendere la riforma più difficile di tutte. Ce la farà?

Siamo di fronte al primo, vero momento cruciale della sua presidenza. Se non riesce a “quadrare il cerchio”, rischia di avere un vulnus permanente nella sua azione politica. Qui si vede se è possibile far la politica che ha promesso di fare.

Sarà davvero così discriminante il risultato?

Sì, perché da un lato c’è un certo consenso sul fatto che un paese come gli Stati Uniti non possono non avere un sistema sanitario nazionale all’altezza. Dall’altro un sistema sanitario universale lascia perplessi gli americani: il fatto che chi ha di più paghi di più, in cambio di niente, non li convince. La tassazione come redistribuzione del reddito è lontana dalla mentalità americana.

Secondo lei il Congresso è disposto a seguire ovunque il presidente? Pare che anche esponenti democratici siano contrari.

Qui ci sono due problemi. Il primo è la paura del deficit. Una paura che tutti i sondaggi sono concordi nel mettere in cima alla lista delle preoccupazioni dei cittadini americani, di tutti e non solo di quelli delle classi più alte. È la preoccupazione di una tassazione ulteriore e permanente. E Obama dovrà dimostrare e convincere, carte alla mano, che il suo progetto di riforma renderà più efficace la copertura sanitaria di quella attuata per via privata, e meno costosa per lo stato.

Cosa che non sarà facile. E l’altro problema?

Il secondo riguarda da vicino che deve votare la riforma. Ora, Obama ha una forte maggioranza, sia al Senato che alla Camera. Questo vuol dire che ci sono senatori democratici e deputati democratici che hanno vinto in collegi tradizionalmente repubblicani. Essi sanno, quindi, che se si presentano tra un anno alle elezioni di mid-term con un programma di tasse e spesa, rischiano seriamente di non essere più rieletti. Il sistema elettorale americano, basato sul collegio uninominale, è molto diverso dal nostro. Se tu, democratico, vinci in un collegio conservatore esprimi un elettorato che ti ha votato anche se è conservatore, e quindi devi fare attenzione a come voterai, perché è possibile vedere come hai votato i singoli provvedimenti.

Hanno allarmato la Casa bianca alcuni sondaggi dei giorni scorsi che davano la disapprovazione del presidente al 41% e il consenso a circa il 55%, ben al di sotto dal 70% di gradimento di inizio mandato. L’“effetto Obama” è svanito?

Obama succede ad un presidente, George Bush, divenuto molto impopolare per le sue scelte, o meglio impopolare perché alle sue scelte non ha arriso il successo sperato. In campagna elettorale si è scontrato con un candidato nettamente più debole e ha fatto valere l’effetto di novità. Partendo così alto, era inevitabile che il suo gradimento scendesse. Ora i dati ci dicono che è il terzo peggior risultato di un presidente a 180 giorni dall’elezione.

E qual è la sua lettura di questo fatto?

La prima ragione è che sia in politica internazionale che in politica interna non tutti i risultati auspicati sono stati conseguiti. E poi un conto è essere candidato, un conto è essere presidente. L’“effetto Obama” è servito per arrivare alla vittoria, poi i giochi si riaprono. Perché per vincere le elezioni possono servire qualità che sono diverse da quelle che servono per governare. Essere candidato vuol dire convincere gli altri a sostenerti, mettersi sul mercato. Ma un presidente deve convincere l’amministrazione, la macchina burocratica, il Congresso, a lavorare nella direzione che indica. È ben diverso.

Toccherà alla riforma sanitaria ridimensionare il fenomeno Obama?

Su Barack Obama ha sempre aleggiato un grande dubbio: quest’uomo è il nuovo Ronald Reagan, l’uomo capace di dare una svolta alla storia americana, o è semplicemente un nuovo Jimmy Carter? Il rischio di un presidente eletto con grandi aspettative di rinnovamento e un grande sostegno popolare, ma che poi risulta poco incisivo, non va dimenticato. Dobbiamo naturalmente augurarci che non sia così, nell’interesse degli Stati Uniti e nostro.

Qual è ora per Obama il dossier internazionale più importante?

L’Afghanistan è attualmente il fronte in cui Obama può ottenere un buon successo. Mentre le possibilità di incidere sull’Iran sono pochissime, perché il regime sta involvendosi e nessuno può sapere come va a finire e quindi la partita sul nucleare è sospesa, l’Afghanistan invece è una partita aperta. Nonostante le apparenze è il fronte più facile, perché si tratta di moltiplicare delle risorse che si hanno e di vincere la campagna. Qui molto dipende dal presidente e dalla sua capacità di mobilitare il consenso interno, gli alleati e la macchina politico-militare americana.


Come Obama riuscirà a superare Reagan nelle spese per la difesa
di Winslow T. Wheeler - www.counterpunch.org - 19 Giugno 2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Rachele Materassi

Il Rubinetto del Pentagono è Completamente Aperto

Il 27 gennaio, il segretario alla difesa Robert Gates ha annunciato al Congresso quanto segue: “Il rubinetto dei fondi per la difesa aperto dall’11 settembre si sta ora chiudendo”. Subito dopo che il budget per le spese della difesa di Gates è stato approvato in data 7 maggio, il revisore dei conti del Pentagono, Robert Hale, ha confermato alla stampa: “Il rubinetto sta cominciando a chiudersi”. Un rubinetto che si chiude significa meno soldi, ma il nuovo budget stanziato per il 2010 per la difesa mostra abbastanza chiaramente che la valvola non si sta chiudendo; è intasata – piena fino all’orlo. Senza considerare i costi delle guerre in Iraq e Afghanistan, l’ammontare dei fondi stanziati per il Pentagono per il 2009 è stato di 514 miliardi di dollari. Per il 2010, Gates ne ha richiesti 534. Il flusso cresce di 20 miliardi di dollari.

Il revisore Hale ha altresì detto alla stampa “Non abbiamo una pianificazione per il periodo successivo al 2010”. Ha detto che non ce ne sarà una fino a che il Dipartimento della Difesa non avrà completato la propria revisione di strategie, programmi e linee guida – la Revisione Quadriennale della Difesa (QDR).

In realtà, c’è un piano per gli anni “dopo il 2010”. E’ compreso nel budget che il presidente Barack Obama ha approvato e inviato al Congresso lo stesso 7 maggio. I materiali sul budget dell’Office of Management and Budget* (OMB) mostrano un torrente di numeri per il futuro del Dipartimento della Difesa. Essi sono tutti visionabili dal pubblico nella Tavola 26-1 del tomo da 415 pagine edito dall’OMB per il budget del 2010, “Prospettive Analitiche”. Esso pianifica le spese del Dipartimento della Difesa fino al 2019.

Escludendo le somme stanziate per le guerre in Iraq e in Afghanistan, il piano di budget approvato dalla presidenza continuerebbe a far aumentare il budget del Pentagono: di altri 8,1 miliardi di dollari nel 2011 (1,5% in più), di altri 9 miliardi di dollari nel 2012 (1,6% in più) e di 10,4 miliardi di dollari nel 2013 (1,8% in più), e così via fino al 2019.

Se aggiungiamo i costi delle guerre Iraq e in Afghanistan, il budget del Pentagono per il presente anno fiscale – 2009 – supera quello di qualunque anno a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, inclusi i picchi di spesa per le guerre della Corea e del Vietnam.

Il piano del presidente Obama è di aumentare quell’indirizzo.

Obama supererà anche Ronald Reagan per le spese della difesa.

Obama ha intenzione di investire 2,47 mila miliardi nel Pentagono per gli anni dal 2010 al 2013. Se riuscirà ad ottenere un altro mandato pensa di investire altri 2,58 mila miliardi per il periodo dal 2014 al 2017. Sommati per otto anni, dal 2010 al 2017, la spesa programmata di Obama è di 5,05 mila miliardi di dollari.

Nei suoi primi quattro anni, Reagan ha speso, in dollari rivalutati sulla base dell’inflazione, 2,1 mila miliardi di dollari. Durante il secondo mandato, ne ha spesi 2,11, per un totale di 4,21 mila miliardi di euro in otto anni. Obama nei suoi primi quattro anni ha superato Reagan di 369 milioni di dollari. In otto anni, Obama lo sorpasserà di 840 milioni.

Molti repubblicani stanno cercando di accusare Obama di aver tagliato gli stanziamenti per la difesa. Sembrano aver scambiato i segni del più e del meno. Secondo la loro logica, il quasi-santo Ronald Reagan è stato uno che ha tagliato il budget della difesa.

E cosa dire allora di Hale e della sua implicita affermazione secondo cui nessuno di questi numeri significa qualcosa finché il Pentagono non completerà il suo tanto propagandato QDR? Il Pentagono ha condotto questo tipo di revisioni fin dall’epoca dell’amministrazione Clinton. Ciascuna di esse è stata oggetto di un ampio battage pubblicitario ed è stata citata come precursore essenziale delle grandi decisioni da prendere. Ognuna di esse è andata e venuta e non ha fatto nulla per cambiare la traiettoria che i leader del Pentagono avevano già deciso; funziona poco più che come una revisione che il dipartimento amministrativo conduce di se stesso.

Al pari delle 50 decisioni di ‘program e policy’ che Gates ha annunciato alla stampa lo scorso 6 aprile contenevano qualche notizia cattiva, come ad esempio la soppressione dell’Air Force F-22, anche il nuovo QDR probabilmente conterrà qualche decisione degna di nota una volta completato nel corso dell’anno. Vale la pena sottolineare, comunque, che le 50 decisioni di Gates erano neutrali dal punto di vista del budget (il budget del 2010 è rimasto di 534 miliardi di euro sia prima sia dopo di queste).

Possiamo aspettarci che per il QDR sarà lo stesso.

Oppure ci possiamo aspettare che i numeri cresceranno un poco. Il 14 maggio, Gates ha detto al Comitato dei Servizi Armati del Senato che per sostenere il programma presentato dal Pentagono servirà un aumento annuale del 2 percento del budget del dipartimento.

Questo supera di poco quello che Obama ha pianificato.

Alcuni obietteranno strenuamente che dobbiamo aspettare i risultati del QDR e i grandi cambiamenti che tutti sanno essere necessari. In ogni caso, se ci basiamo sulla performance di Obama sulle questioni di sicurezza nazionale, questo non succederà. Con le sue decisioni sull’Afghanistan, le speciali commissioni militari giudicanti su sospetti terroristi, la pubblicazione di registrazioni di abusi sui prigionieri e altre questioni, Obama ha già dimostrato di non avere stomaco per staccarsi del tutto dalla saggezza convenzionale e da quanto di moderato – cioè politicamente sicuro- bisogna fare sulla questione della difesa nazionale.

Allo stesso modo, possiamo aspettarci che il primo esercizio di Obama con il QDR del Pentagono atterrerà su un territorio sicuro, non sui mari tempestosi delle riduzioni effettive – o sulle acque inesplorate di una riforma vera e significativa del Pentagono.

Il rubinetto è piuttosto bloccato nella posizione in cui si trova. Ci vorrebbe un cambiamento radicale perché le cose cambino.

* L’Office of Management and Budget è il principale ufficio dell’Executive Office del Presidente degli Stati Uniti, a cui è affidata una funzione di sorveglianza sulle attività poste in essere dalle agenzie federali. L’OMB, che attualmente impiega 500 persone, ha il compito di dare consigli tecnici ai membri anziani della Casa Bianca su una molteplicità di questioni, dall’ambito legale alle problematiche relative al budget. Fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Office_of_Management_and_Budget (NdT)

Winslow T. Wheeler ha speso 31 anni a lavorare su Capitol Hill con i senatori di entrambi gli schieramenti politici e con il Government Accountability Office, specializzandosi in questioni di sicurezza nazionale. Attualmente dirige il Straus Military Reform Project del Center for Defense Information a Washington. Egli è l’autore di The Wastrels of Defense e l’editore di una nuova antologia: ‘America’s Defense Meltdown: Pentagon Reform for President Obama and the New Congress’.


La "mano tesa" agli Africani. I tre errori di Barack Obama in Africa
di Luc Mukendi*, Damien Millet*, Jean Victor Lemvo*, Emilie Tamadaho Atchaca*, Solange Koné*, Victor Nz - www.voltairenet.org - 29 Luglio 2009
Traduzione a cura di Tiberio Graziani

Barack Obama continua a migliorare l’immagine degli USA. In un discorso pronunciato a Accra al Parlamento ghanese, ha teso la mano agli Africani e si è impegnato ad aiutarli a vincere il sottosviluppo. Come nei messaggi precedenti del Cairo e di Mosca, questa retorica ha sedotto i media atlantisti –finalmente sollevati nel promuovere un “imperatore” simpatico-, ma ha annoiato fortemente gli interessati. I responsabili del Comitato per l’annullamento dei debiti del terzo mondo (CADTM) analizzano questo discorso paternalista.

Dopo il vertice del G8 in Italia, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è volato in Africa con un presunto regalo: un pacchetto di 20 miliardi di dollari da distribuire nell'arco di 3 anni in modo che i "generosi" donatori dei paesi ricchi "aiutino" a ridurre la fame nel mondo. Mentre la promessa di sradicare la fame viene regolarmente fatta dal 1970, le Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO), il mese scorso, hanno pubblicato un rapporto il mese in cui indicano che il numero di persone sottoalimentate ha superato il tetto del miliardo, cioè 100 milioni in più rispetto all’ultimo anno. Contemporaneamente, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (PAM) lanciava l'allarme e annunciava di dover ridurre le razioni distribuite in Ruanda, Uganda, Etiopia, nella Corea del Nord e in Kenya (paese di origine della famiglia paterna di Obama), principalmente a causa della riduzione del contributo degli Stati Uniti, il suo principale finanziatore [1].

Oltre all’effetto mediatico della dichiarazione del Presidente Obama, che viene ad aggiungersi a un lungo elenco di pii desideri i quali non hanno contribuito affatto a migliorare la situazione attuale, occorre ricordare che l'importo degli aiuti di 20 miliardi di euri nell'arco di 3 anni è inferiore al 2% di quello che gli Stati Uniti hanno speso nel 2008-2009 per salvare i banchieri e gli assicuratori responsabile della crisi.

Così, dopo aver teso la mano agli "amici musulmani" nell’ambito del discorso al Cairo (pur continuando dietro le quinte a destabilizzare il Medio Oriente) [2], dopo aver teso la mano agli "amici russi" (pur mantenendo le sue posizioni sulla difesa missilistica in Europa orientale), Obama tende la mano agli "amici africani" (pur mantenendo il suo elmetto neocoloniale molto ben calzato sulla testa) [3].

Quando Obama deresponsabilizza i paesi ricchi

Il lungo discorso d’Obama a Accra, nel Ghana [4], fa seguito ad una serie di incontri con i suoi omologhi stranieri. Con il preteso di rifondare le relazione statunitensi con il resto del mondo, Obama, ancora una volta, eccelle nell’arte di sostenere l’apertura e il cambiamento, pur continuando ad applicare le funeste politiche dei suoi precedessori [5].

All’inizio, egli afferma che “tocca agli Africani decidere il futuro dell’Africa”.
Tuttavia, mentre questa dichiarazione di buon senso mette tutti d’accordo, la realtà è sempre diversa, e l’azione dei Paesi del G8 è determinante da circa mezzo secolo nel privare i popoli africani della loro sovranità. Obama non dimentica di ricordare ch’egli ha « sangue africano nelle vene », come se ciò conferisse automaticamente più forza e legittimità al suo discorso. In ogni caso, il messaggio è chiaro : il colonialismo, di cui i loro antenati sono state le vittime non deve più costituire una scusa per gli Africani. Ci sono forti similitudini con il discorso pronunciato a Dakar dal presidente francese Nicolas Sarkozy qualche mese dopo la sua elezione [6], discorso che aveva sollevato un’onda di meritate proteste alla quale Obama sembra, per il momento, essere miracolosamente sfuggito… Ma noi abbiamo l’intenzione di riparare questa ingiustizia!

Velocissimamente, Obama deresponsabilizza l’Occidente riguardo allo stato attuale dello sviluppo del continente. Dichiarando che “lo sviluppo dipende dal buon governo” e che “questa è una responsabilità che soltanto gli Africani possono acquisire”, parte dal falso presupposto che la povertà che regna in Africa sia dovuta principalmente al cattivo governo ed alle libere scelte dei dirigenti africani. Insomma, la colpa è degli Africani. Niente di più sbagliato!

Con affermazioni quali « l’Occidente non è responsabile della distruzione dell’economia dello Zimbawe degli ultimi dieci anni, né delle guerre, né dei bambini che vengono arruolati come soldati », il presidente Obama occulta il ruolo centrale dei paesi ricchi nell’evoluzione dell’Africa. Ed in particolare quello delle istituzioni finanziarie internazionali, FMI e Banca mondiale in testa, questi potenti strumenti di dominazione delle grandi potenze che organizzano la sottomissione dei popoli del Sud. Ciò viene fatto attraverso politiche di aggiustamento strutturale (sovvenzioni per l'abbandono di beni essenziali, tagli della spesa pubblica, privatizzazione delle imprese pubbliche, liberalizzazione dei mercati, ecc.) che impediscono la soddisfazione dei bisogni fondamentali, diffondendo una miseria dilagante, accrescono le disuguaglianze e consentono i peggiori orrori.

Quando Obama compara l’incomparabile

Per sostenere le sue tesi, Obama confronta l’Africa con la Corea del Sud. All’inizio spiega che cinquanta anni fa, quando suo padre lasciò Nairobi per andare a studiare negli Stati Uniti, il Kenya aveva un PIL per abitante superiore a quello della Corea del Sud, prima di aggiungere: “Si è parlato dell’eredità del colonialismo e delle altre politiche praticate dai paesi ricchi. Senza voler minimizzare questo elemento, voglio dire che la Corea del Sud, lavorando con il settore privato e la società civile, è riuscito a impiantare alcune istituzioni che hanno garantito la trasparenza e la responsabilità”. Tutti coloro che leggono attentamente le nostre pubblicazioni hanno avvertito un senso di soffocamento!

Giacché il preteso successo economico della Corea del Sud è stato fatto contro le raccomandazioni della Banca mondiale imposte alla maggior parte degli altri paesi in via di sviluppo. Dopo la Seconda Guerra mondiale e fino al 1961, la dittatura militare al potere nella Corea del Sud ha beneficiato di importanti donazioni da parte degli USA per un importo di 3,1 miliardi di dollari. Più del totale dei prestiti accordati dalla Banca mondiale agli altri paesi del terzo mondo nello stesso periodo! Grazie a queste donazioni la Corea del Sud non si è indebitata per 17 anni (1945-1961). I prestiti diventeranno importanti solo a partire dalla fine degli anni 70, quando l’industralizzazione della Corea è ben avviata.

Dunque, in Corea è tutto cominciato con una dittatura dal pugno di ferro che ha applicato una politica statalista e molto protezionista. Questa dittatura è stata istituita da Washington dopo la Seconda Guerra mondiale. Lo Stato ha imposto una riforma agraria radicale con cui i grandi proprietari terrieri giapponesi furono espropriati senza indennizzo. I contadini sono diventati proprietari di piccoli appezzamenti di terreno (3 ettari al massimo per famiglia) e lo Stato ha messo le mani sull’eccedenza agricola, che prima veniva intascata dai proprietari giapponesi, quando la Corea era una colonia nipponica. La riforma agraria ha costretto i contadini a forti vincoli. Lo Stato fissava il prezzo e le quote di produzione, non permetteva il libero gioco delle forze del mercato.

Tra il 1961 e il 1979, la dittatura militare di Park Chung Hee venne sostenuta dalla Banca mondiale, benché la Corea rifiutasse di seguire il suo modello di sviluppo. A quell’epoca, lo Stato pianificava con mano di ferro lo sviluppo economico del paese. La continuità dell’adozione della politica d’industrializzazione per sostituzione d’importazione e il supersfruttamento della classe operaia costituiscono due degli ingredienti del successo economico del paese. La dittatura di Chun Doo Hwan (1980-1987) sarà egualmente sostenuta dalla Banca mondiale, anche se le sue raccomandazioni non saranno seguite (in particolare quelle relative alla ristrutturazione del settore automobilistico).

Così, quando Barack Obama dichiara che « la Corea del Sud, lavorando con il settore privato e la società civile, è riuscito a impiantare alcune istituzioni che hanno garantito la trasparenza e la responsabilità», egli omette di dire che il settore privato era chiaramente orientato dallo Stato e che la dittatura coreana « dialogava » con la società civile con la forza del fucile e del cannone : la storia della Corea del Sud dal 1945 fino agli inizi degli anni 80 è caratterizzata da massacri e repressioni brutali..

È egualmente importante rinfrescare la memoria di Barack Obama quando si riferisce all’esempio dello Zimbawe per illustrare il fallimento degli Africani e a quello della Corea del Sud come modello. Il 1980, l’anno in cui lo Zimbawe accede all’indipendenza, è stato segnato, in Corea del Sud, da manifestazioni popolari contro la dittatura militare. Esse vengono represse nel sangue: oltre 500 civili sono uccisi dai militari con il sostegno di Washington. Allora, e dal 1945, le forze armate sud-coreane erano sottoposte al comando congiunto americano-coreano che, a sua volta, era sotto il controllo del comandante in capo degli USA nella Corea del Sud. I massacri perpetrati dall’esercito sud-coreano nel maggio del 1980 furono completati da una repressione di massa nei mesi che seguirono. Secondo un rapporto ufficiale datato9 febbraio 1981, più di 57.000 persone erano state arrestate in occasione della “Campagna di purificazione sociale” intrapresa nell’estate del 1980. Di queste, oltre 39.000 furono inviate in campi militari per una “rieducazione fisica e psicologica”. Nel febbraio del 1981, il dittatore Chun Doo Hwan venne ricevuto alla Casa Bianca dal nuovo presidente degli USA, Ronald Reagan. È questo l’esempio che Obama vuole proporre al popolo dello Zimbawe e degli altri paesi africani?

La posizione geostrategica della Corea del Sud fu uno degli assi principali fino al termine degli anni ottanta, gli permisero di non cadere sotto i colpi del FMI e della Banca mondiale. Ma negli anni novanta, la situazione venne sconquassata dal collasso del blocco sovietico. Washington cambiò progressivamente la propria attitudine verso le dittature alleate ed accettò di sostenere i governi civili. Tra il 1945 e il 1992, la Corea del Sud è stata sotto regime militare con la benedizione di Washington. Il primo oppositore civile eletto alla presidenza durante elezioni libere è Kim Youngsam, che accetta il Washington Consensus e mette in atto un’agenda chiaramente neoliberale (soppressione delle barriere doganali, privatizzazione, liberalizzazione del movimento dei capitali), che farà immergere la Corea del Sud nella crisi economica del sud-est asiatico nel 1997-1998. Nel frattempo, la Corea del Sud aveva potuto realizzare una industrializzazione che i paesi ricchi hanno rifiutato all’Africa. Comprendiamo allora quanto l’esempio della Corea del Sud sia lontano dall’essere convincente e riproducibile.

Inoltre, la povertà di risorse naturali ha paradossalmente favorito lo sviluppo della Corea del Sud, giacché il paese ha evitato l’avidità delle società transnazionali. Gli Stati uniti consideravano la Corea come una zona strategica dal punto di vista militare contro il blocco sovietico, non come una fonte cruciale di rifornimenti (come la Nigeria, l’Angola o il Congo-Kinshasa). Se la Corea fosse stata dotata di forti riserve di petrolio o di altre materie prime strategiche, essa non avrebbe beneficiato da parte di Washington dello stesso margine di manovra per dotarsi di un potente apparato industriale. Gli Stati uniti non sono disposti a favorire deliberatamente l’emergere di concorrenti forti dotati contemporaneamente di grandi risorse naturali e di industrie diversificate.

Quando Obama esonera il capitalismo dalle sue colpe

A proposito dell’attuale crisi mondiale, Obama denuncia « le azioni irresponsabili di coloro [che] hanno generato una recessione che ha colpito il pianeta ». Pertanto, egli lascia pensare che questa crisi sia dovuta all’irresponsabilità di un pugno di uomini, i cui eccessi avrebbero gettato il mondo nella recessione. In tal modo, egli cela la responsabilità di coloro che hanno imposto la deregolamentazione finanziaria da quasi trenta anni, Stati uniti in testa. Sarebbe più corretto sottolineare il modello di sviluppo capitalista produttivista, imposto col forcipe dai paesi del Nord, quale causa delle attuali molteplici crisi, le quali, lontano dall’essere soltanto economiche, sono anche alimentari, migratorie, sociali, ambientali e climatiche.

Tutte queste crisi hanno per origine le decisioni prese dai governi imperialisti del Nord, e principalmente da quello degli USA che, controllano contemporaneamente l’FMI e la banca mondiale, imponendo condizioni favorevoli ai loro interessi e a quelli delle grandi imprese. Dall’ “indipendenza “ dei paesi africani, avvenuta, per la maggior parte di essi al virare degli anni 60, l’FMI e la Banca mondiale agiscono come dei cavalli di troia per favorire l’appropriazione delle ricchezze naturali del Sud e difendere l’interesse dei creditori. Sostenendo le dittature Ai quattro angoli del mondo (Mobutu nello Zaire, Suharto in Indonesia, Pinochet in Cile e tanti altri), poi facendo applicare rigorose politiche antisociali, i governi occidentali successivi non hanno mai permesso che siano garantiti i diritti umani fondamentali di una parte del mondo. Le espressioni” diritto all’autodeterminazione”, “democrazia”, “diritti economici e politici” non sono realtà in Africa, contrariamente al peso schiacciante dei debiti e le suppliche degli affamati.

A quando l’emancipazione dell’Africa?

L’Africa è stata spezzata dal sistema devastante della tratta degli schiavi nel quadro del commercio internazionale triangolare instaurato dall’Europa e dai suoi coloni nelle Americhe dal XVII al XIX secolo. Successivamente è stata messa sotto la tutela del colonialismo europeo, dalla fine del XIX sino all’indipendenza. Tuttavia, in seguito, la dipendenza è continuata attraverso il meccanismo del credito e dell’aiuto pubblico allo sviluppo. Dopo le indipendenze, stata lasciata a dei potentati (Mobutu, Bongo, Eyadema, Amin Dada, Bokassa, Biya, Sassou Nguesso, Idriss Déby…) i quali per lungo tempo erano o sono stati protetti dalle capitali europee e da Washington. Molti alti dirigenti africani, che volevano uno sviluppo autonomo e favorevole alle loro popolazioni, sono stati assassinati su ordine di Parigi, Bruxelles, Londra o Washington (Patrice Lumumba nel 1961, Sylvanus Olympio nel 1963, Thomas Sankara nel 1987…).

Le classi dirigenti africane e i sistemi politici che esse stabiliscono hanno chiaramente la loro parte di responsabilità nel perpetuare i problemi dell’Africa. Il regime di Robert Mugabe nello Zimbabwe è uno di questi. Oggi, i popoli africani sono direttamente colpiti dagli effetti della crisi globale il cui epicentro si trova a Washington e a Wall Street, rivelando il fatto che il capitalismo conduce a una situazione di stallo inaccettabile per i popoli.

Le origini africane di Barack Obama sono pane benedetto per le imprese del suo paese che difende il suo paese interessi economici molto specifici nello sfruttamento di materie prime provenienti dall’Africa.

Ecco una realtà che Obama spazza via con un colpo di mano, proseguendo un discorso paternalistico e moralista per convincere gli Africani a non impegnarsi nella lotta per una indipendenza vera e un reale sviluppo che assicuri finalmente la piena realizzazione dei diritti umani.

*Luc Mukendi
Coordinatore di AMSEL /CADTM Lubumbashi (RDC).

*Damien Millet
Segretario generale del CADTM France (Comité pour l’Annulation de la Dette du Tiers Monde). Ultimo libro pubblicato : Dette odieuse (avec Frédédric Chauvreau), CADTM/Syllepse, 2006. .

*Jean Victor Lemvo
Membro di Solidaires à Pointe Noire (Congo).
Emilie Tamadaho Atchaca
Presidente del CADD (Bénin).

*Solange Koné
Militante per i diritti delle donne (Csta d’Avorio).

*Victor Nzuzi
Agricoltore, coordinatorer di GRAPR e NAD Kinshasa (RDC).

*Aminata Barry Touré
Presidente di CAD-Mali/Coordinatrice del Forum des Peuples.

*Ibrahim Yacouba
Sindacalista (Niger).

*Éric Toussaint
Presidente di CADTM Belgio (Comitato per l'annullamento dei debiti nel terzo mondo). Ultimo libro pubblicato: Banque du Sud et nouvelle crise internationale, CADTM/Syllepse, 2008.

*Sophie Perchellet
Membro del Comitato per l’annullamento dei debiti nel terzo mondo (CADTM).

Note:

[1] Vedere il Financial Times (FT) del giugno 2009. Secondo FT, Burham Philbrook, il Sottosegretario di Stato all’agricoltura degli USA, ha dichiarato che Washington non poteva garantire i finanziamenti del PAM per l’anno 2008, nel corso del quale gli USA avevano contribuito con 2 miliardi di dollari. Sempre secondo FT, Philbrook suggeriva che il PAM dovesse ridurre il suo aiuto mentre sapeva perfettamente che il numero di affamati sarebbe aumentato nel 2009.
[2] « Discours à l’université du Caire », Barack Obama ; « Obama et les arrières-pensées de la main tendue aux musulmans », Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 e 9 giugno 2009.
[3] « Entretien avec AllAfrica.com », Barack Obama ; « Derrière la visite d’Obama au Ghana », Manlio Dinucci, Réseau Voltaire, 2 e 12 luglio 2009.
[4] « Discours devant le Parlement du Ghana », Barack Obama, Réseau Voltaire, 11 luglio 2009.
[5] Questa continuità apparve egualmente nell’inazione di Obama di fronte al putsch in Honduras. Mentre lo condanna, lascia che accada. Il Pentagono, peraltro, è molto vicino ai golpisti. Costoro non resterebbero al potere se il Pentagono non intimasse loro l’ordine di ritirarsi. « Honduras : les "intérêts USA" encore aux mains des militaires de la Joint Task Force Bravo », Manlio Dinucci ; « Le SouthCom prend le pouvoir dans un État membre de l’ALBA », Thierry Meyssan ; "Honduras : la politique à "deux voies" des États-Unis et du Canada », Arnold August, Réseau Voltaire, 29 giugno e 13 luglio 2009.
[6] « Discours à l’université de Dakar », Nicolas Sarkozy, Réseau Voltaire, 26 luglio 2007.

mercoledì 29 luglio 2009

Italia: autunno torrido in vista

Un insieme di articoli che dipingono il quadro di un'Italia guidata da un governo incapace di dare risposte concrete alla crisi economica in corso, sempre più diviso al suo interno e senza ormai quel collante un tempo rappresentato dalla forte leadership di Berlusconi, in costante e irreversibile declino.

Si preannunciano quindi tempi duri sia per la compagine di governo che soprattutto per il Paese.
Ma non è certo una novità.


Un esplosivo tranquillo autunno
di Alessandro Robecchi - Il Manifesto - 26 Luglio 2009

Credo che succederà questo. Che in settembre-ottobre avremo 700-800 mila posti di lavoro in meno (un impoverimento per alcuni milioni di persone). Che taglieranno fondi alle università con metodi furbetti parlando di merito e di efficientismo. Che aumenteranno le tasse universitarie. Che i terremotati de L'Aquila non avranno nuove case, con l'eccezione di una minuscola quota da mostrare in apertura di Tg1 e Tg5. Che i precari passati da «reddito poco» a «reddito zero» diventeranno un esercito. Che la crisi servirà a giustificare l'ennesima mattanza sociale. Insomma, credo che succederà quel che tutti dicono debba succedere: paura e casino.

Per una volta non è peregrino misurare la società con i meccanismi della domanda e dell'offerta: la domanda è molto forte. Domanda di stabilità, di difesa dalla crisi, di qualità dell'offerta scolastica. Domanda di uscire dalle tende. Domanda di arrestare l'erosione di reddito e di diritti. Domanda di dignità per il paese (vero, papi?). Domanda di fermare la ristrutturazione feroce attuata con la scusa della crisi. La domanda non manca, ma l'offerta è inesistente. Credo che succederà questo, che quando salterà il tappo non capiremo al volo.

Ci siederemo lì a leggere, che so, le pagelle della signorina Serracchiani. O annuiremo al vecchio buon senso progressista di Bersani su musica di Vasco. O commenteremo le astute strategie dalemiane di apertura all'Udc. O leggeremo come fondi di caffè le elucubrazioni di partitini inconcludenti che prendono il tre per cento se si presentano insieme e il tre per cento a testa se si presentano divisi, miracolo dell'aritmetica comunista.

Credo che ci siederemo comodi, tristi ma dignitosi. E quando comincerà a volare qualche sasso, e qualche schiaffone farà sciak!, ci chiederemo esterrefatti: ehi, come? Cosa? E dovremo reimparare da capo a scrivere e pronunciare la parola «conflitto». E sarebbe anche ora.


Tra Tremonti e Draghi affonda l'Italia
di Ilvio Pannullo - Altrenotizie - 28 Luglio 2009

È buffo osservare la disputa che emerge dalle diverse rappresentazioni che vengono date dello stato dell’economia italiana. Da una parte abbiamo il sempre ottimista Tremonti, che afferma di essere soddisfatto di riuscire a mantenere lo status quo. Ci tiene a puntualizzare il suo nuovo slogan e afferma che, per lui, “in un momento straordinario mantenere l’ordinario è già straordinario”. Dall’altra, il severo Governatore della Banca d’Italia, Draghi, pone l'accento sul debito, ricordando il limite che esiste tra le parole e i fatti. Il tesoriere di Papi immagina di superare la peggiore crisi del capitalismo, mentre tutti gli altri paesi europei finanziano la spesa pubblica cercando di ripristinare la domanda aggregata oramai in caduta libera, semplicemente rimanendo immobile. Per lui questo ovviamente proverà solo che siamo circondati da irrinunciabili pessimisti.

Congiuntamente ai ripetuti riferimenti alla ormai prossima e certissima riforma del federalismo fiscale sembra venga lanciato un messaggio, un idea. L’idea che in questo paese ognuno sarà presto lasciato più solo. Sentire parlare Tremonti è sempre una sofferenza. Lui sa, fa intendere di sapere, è pronto a fare lunghe discussioni su come il mondo sia messo male con questa crisi finanziaria. Vederlo soddisfatto dire che “le entrate in Italia tengono nel loro gran totale e la caduta si sta in qualche modo fermando" fa quasi tenerezza. Lui - sembra voler dire - fa solo il possibile con quel poco che ha. Assopito e speranzoso dispensa ottimismo, ma solo quello. Mario Draghi interviene infatti funesto e spezza l’idillio mediatico, frena la giostra e ammonisce tutti i presenti: "La crisi lascerà conti pubblici deteriorati".

"Per uscire dalla crisi economica - continua il capo di Bankitalia - la priorità deve essere il sostegno al sistema produttivo, ma anche una strategia organica di riforme strutturali, interventi che assicurino il contenimento della spesa e la riduzione del debito pubblico”. Va detto che in un momento come questo, mantenere basso l’intervento dello Stato nell’economia, equivale a razionare il cibo ad un affamato per ragioni di dieta. Quando l’immagine della crisi mediatica incomincia ad assumere le sembianze, - drammaticamente concrete - di un avviso di licenziamento o di un mancato rinnovo, è tempo che lo Stato intervenga. Qui invece si ordina di trattenere tutto il trattenibile e di osservare zelanti le esigenze che impone il nostro piccolo gigantesco mostro, quel debito pubblico su cui si discute troppo poco e quasi sempre male.

Il Governatore si fa anche scrupolo di indicare una direzione da seguire: “In tal senso la riforma delle pensioni, quella della pubblica amministrazione e opportune modalità di realizzazione del federalismo fiscale, saranno cruciali per rendere più efficace la gestione delle risorse, in quanto solo un insieme organico di riforme volte a potenziare il capitale fisico e umano del Paese potrà risultare vincente”. “La crisi - puntualizza - inciderà notevolmente sulle finanze pubbliche lasciandoci con un debito pubblico molto elevato”.

Sembra purtroppo il sempre recitato “vorrei ma non posso” all’italiana. E non fa presagire nulla di buono. In modo neanche troppo velato si lascia intendere, per rimanere nella metafora del ministro, che si chiederà di fare lo straordinario ad un paese che non riesce neanche ad assicurare l’ordinario. Se a livello di proclami e dichiarazioni c’è discordanza, nei fatti, però, il Governo e il Governatore subito sìintendono sul chi dovrà subire il peso di responsabilità non sue.

Già da subito, infatti, si potranno cogliere i primi segnali del significato di questa crisi. Il momento di difficoltà è infatti condizione indispensabile per ottenere dei cambiamenti ed in questo caso si parla di pensioni. Questo anche perché ce lo dice l’Europa, troppo spesso ingiustamente percepita come soluzione dei mali nostrani. La mini-riforma delle pensioni avviata dal governo, che aggancia l'età di pensionamento all'allungamento della vita media, "è di fondamentale importanza", ha sottolineato il ministro dell'Economia. "Non è giusto - ha aggiunto il ministro mettendo le mani avanti - pensare alle manovre sulle pensioni come se fossero finanziarie”. Non sarà giusto ma la coincidenza non sembra fortuita.

Toccato poi sul suo punto debole, l’evasione fiscale, croce e delizia di tutta la sua carriera, rispondendo ad una domanda di un parlamentare, Tremonti ha detto di credere che "il federalismo fiscale sia fondamentale per contrastare davvero l'evasione fiscale strutturale in questo Paese”. “Abbiamo trasmesso al Parlamento la settimana scorsa – continua stufato - la relazione sull'evasione fiscale e credo che sia acquisibile agli atti". Con questo probabilmente Tremonti manda a dire che non intende farsi carico da solo dei futuri dissesti e disordini sociali creati dalla crescente disoccupazione. Nel 2009, infatti, il numero di persone occupate dovrebbe flettere dell'1,3%, cioè circa 300.000 posti di lavoro in meno. In questo scenario le regioni dovranno contribuire perché - si dice - adeguatamente responsabilizzate. Ottimi propositi che si concretizzeranno in una reale frattura della seppur già malconcia unità del Paese.

Anche se la televisione non lo dice l’economia reale è in evidentissima difficoltà, ma il governo in questo è immobile, bloccato da esigenze di cassa. Non potendo fare nulla Mister Impunità sorride sempre, si preoccupa di illuminare a dovere ogni buona pecorella con il suo occhio mediatico oltre, ovviamente, ad intrattenerci con tutti i suoi consigli vietati ai minori. Un grande capo di governo. Immobile davanti al pericolo, lui trova sempre la soluzione giusta. Noi dobbiamo solo fidarci.


Abruzzo, scontro sindaci-Bertolaso "Sulle macerie lavori a rilento"
di Giuseppe Caporale - La Repubblica - 29 Luglio 2009

Il sottosegretario: "A settembre chiuderemo le tendopoli,
non si può pretendere che faccia tutto la Protezione civile"

Le macerie del terremoto del 6 aprile sono ancora lì, in quasi tutti i 49 paesi colpiti dal sisma. Ferme da 113 giorni. Dopo la vicenda di Castelnuovo (riportata ieri da Repubblica), si scopre che anche in altri borghi gravemente danneggiati, la situazione è quantomeno simile, specie a Villa Sant'Angelo, Fossa, Sant'Eusanio e Tione degli Abruzzi (anche a causa degli ingenti danni). Ogni Comune dell'area del cratere, nel suo territorio, ha provveduto a pulire esclusivamente le vie d'accesso per la circolazione ed ha isolato la "zona rossa", lasciando così gran parte delle macerie al loro posto.

Alcune amministrazioni locali hanno anche predisposto siti temporanei per lo stoccaggio, ma i lavori, comunque, procedono a rilento. Non solo, all'Aquila - da giorni - è scoppiato un "caso macerie": la giunta guidata da Massimo Cialente ha affidato lo smaltimento di un milione e 500mila metri cubi di "rifiuti derivanti dai crolli connessi all'evento sismico", ad una sola ditta. Senza gara d'appalto. "Un business da 50 milioni di euro - accusa l'opposizione guidata dal capogruppo del Pdl, Gianfranco Giuliane - quanto meno sospetto per le procedure adottate". Dopo che la Guardia di Finanza ha acquisito gli atti della vicenda per approfondimenti, l'incarico è stato revocato.

E sulla vicenda "ricostruzione e macerie", ieri, è intervenuto anche il capo del Dipartimento della Protezione Civile, Guido Bertolaso: "Noi a settembre chiuderemo le tendopoli, riapriremo le scuole, ma non si può pretendere che faccia tutto la Protezione Civile. Anche le altre amministrazioni ed i cittadini si devono impegnare per affrontare i problemi e risolverli".

Questo ha risposto a margine dell'inaugurazione della strada per la funivia del Gran Sasso (risistemata dall'Esercito) alla presenza del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Ed ha aggiunto: "La Protezione Civile ha emanato nei tempi stabiliti le ordinanze. Tocca però ad altri applicarle e ciò non sta avvenendo".

Secca e tecnica la replica del sindaco Cialente: "Al Comune dell'Aquila sono arrivati 20 milioni di euro, per far fronte alle domande di intervento delle case classificate A, B e C. Per le sole A, secondo le nostre stime ne servono 120. E poi: il prezziario regionale è incompleto; siamo sommersi da richieste di revisione per case classificate agibili. Ed i rimborsi per la ricostruzione leggera hanno procedure poco chiare".

Intanto l'1 agosto prenderà il via un censimento. Spiega Bertolaso: "Metteremo gli aquilani che sono ancora senza alloggio davanti a tre scelte: trasferirsi nelle case che stiamo costruendo, oppure andare ospiti presso parenti o amici. O andare in affitto in case che può trovare la Protezione Civile e si può eventualmente procedere a requisire le case sfitte".


Il governo delle ronde
di Rosa Ana De Santis - Altrenotizie - 28 Luglio 2009

Dopo l’annuncio del pacchetto sicurezza consacrato in legge, il timore che le ronde diventassero appendici fuori controllo di certe frange violente era stato messo a tacere. La neutralità di rivendicazioni quali la difesa dei cittadini e l’incolumità delle donne doveva, nelle intenzioni del governo, normalizzare un tema bollente. Doveva trattarsi di cittadini ben equilibrati e solo devoti al bene comune. Dotati di divise e disarmati. Assolutamente inutili, ma scenografici. Una pillola di sedativo per l’allerta e la paura sociale di certe classi e di certe aree periferiche delle città. Le ronde di oggi sono invece quello che sono. Squadroni di esaltati trasformati in gendarmi. Sigilli e divise in odore di destra estrema. Ex poliziotti reclutati e giovani in ozio cresciuti a propaganda. Maroni più volte ha rassicurato, come se lui potesse rassicurare qualcuno.

A conferma, invece, c’era stato il caso delle ronde d’ispirazione fascista. Aquile imperiali e nomi da milizia del ventennio come “la Guardia nazionale”. Poi il titolo ufficiale della non politicizzazione di questi aspiranti sceriffi. Una versione troppo ridotta all’osso e poco credibile. E’ la scelta del governo, che ha messo in campo la misura delle ronde, ad aver dato alle stesse una valenza politica e un ben precisa collocazione culturale.

Al tema della sicurezza nazionale, ammesso che vi fosse l’emergenza paventata, il governo ha risposto identificando negli stranieri il capro espiatorio e delegando ai privati, non alle istituzioni, la libertà di difendere e intervenire. E’ già questa una risposta politica ben precisa. Ed è una politichetta nazional-popolare, un misto volgare di populismo e regime che non si cura neppure di appartenere ad una precisa identità politica. Le sigle e gli acronimi contano davvero troppo poco.

Poi arriva la notizia degli scontri di Massa. L’editoriale di La Repubblica con le parole di Gad Lerner lancia un allarme di preoccupazione. Gli scontri tra presunte ronde rosse e ronde nere sembrano farci tornare alle piazze degli anni Settanta. Ma è davvero cosi’? Il mare tornerà agitato? Propaganda faziosa, risponde Cicchitto. Siamo all’alba di un'altra stagione di rivolte e scontri intestini, temono alcuni. Il furore dell’ebbrezza ideologica che ha trasportato allora, in un vento di protesta e di scontro, tanti giovanissimi, che ha disegnato nuove piazze e nuove fabbriche, scuole migliori e famiglie diverse è davvero tornato?

Nel frattempo la cronaca dell’accaduto si frammenta tra tanti titoli strani, mordicchiati da strategici non detti. Certo è che il caso di Massa diventa piuttosto emblematico e le prove generali sono sufficienti a smascherare le rassicurazioni del Ministro degli Interni, fondate sul rigoroso regolamento attuativo delle ronde, a vanificare ogni ipotesi di utilità dei parapoliziotti e a dimostrare che la forze dell’ordine avranno semmai lavoro supplementare e nessuna facilitazione.

Quanto al rischio forse anche un po’ poetico di ritornare alla stagione della rivolta, nessuna illusione: il seme di quella rivolta sociale e politica non torna. Il vento non è lo stesso. Oggi non funziona più la protesta condivisa, il gruppo e l’appartenenza. Oggi vince su tutto l’individuo utente, non quello che agisce. Ben collegato agli altri, ma mai insieme a loro.

Chi avvicina questi episodi alle piazze degli anni settanta avvicina il tema della paura e la china della violenza. Ma siamo lontani, lontanissimi e forse non per fortuna. Oggi mancano non le sponde ideologiche, ma le idee. La politica vivacchia in un recinto mediatico e la partecipazione è estinta, se non nelle forme scenografiche di ronde e simili. Le idee stanno appese sulle bandiere, sulle gambe non camminano più.

I “rossi” sono ridotti a frammenti nostalgici, incapaci della portata rivoluzionaria di allora. I neri sono solo più liberi di pubblicizzare la loro immondizia, coperti non più dai settori deviati dello Stato, ma dai livelli pubblici della politica e dei media che dello Stato hanno fatto strame. Il nemico interno è diventato ridicolo. Tutto sembra un po’ teatro, performance; niente sembra davvero reale. Anche solo per questo non siamo in quel bivio di trasformazione e passaggio che era allora. La destra è riciclata nelle ronde, la sinistra non morde più. La rabbia viene utilizzata e non è più repressa. La vittima è straniera. Fuori dal recinto di casa. E’ “la roba” il dio della cittadinanza passiva, consumatrice e guardiana dei propri beni.

A chi si domanda se le ronde debbano fare paura, la risposta è si. Perlomeno quelle di destra. Per il caos e il disorientamento che proietteranno sulle istituzioni, per la violenza vuota che genereranno. Il Fascismo resiste come categoria di violenza e discriminazione e, molto più semplicemente, come banale gioco del male. Il male autentico è la normalità silenziosa che accompagnerà questa banda di annoiati texani e i loro malcapitati. Il rumore di qualche scazzottata notturna non è il sale della rivoluzione.


Lodo Bernardo: i panni sporchi non si lavano e basta
di Mariavittoria Orsolato - Altrenotizie - 29 Luglio 2009

Ci risiamo. Non pago di aver architettato una truffa ai danni dei terremotati con un G8 tanto costoso quanto inutile, probabilmente non del tutto soddisfatto dal maxicondono sdoganato dallo scudo fiscale, il Governo delle Libertà vigilate scampate fa un altro passo verso quella che sembra sempre più essere una democradura, varando un nuovo lodo nell’ormai zeppo Dl anti-crisi. Il nome in codice è Bernardo, dall’omonimo anonimo soldatino parlamentare scelto dal gregario avvocato Ghedini, che immaginiamo duramente provato e colpito nell’orgoglio da questo continuo e ingrato lavoro di ghost-writing. Il bersaglio del provvedimento è di nuovo la magistratura, in particolare la Corte dei Conti, quell’organismo che dal 1882 (su ispirazione dei più antichi tribunali romani delle quaestio perpetuae de peculatu) vigila sul corretto impiego del flusso di denaro pubblico e che, con la sue recenti inchieste, potrebbe mettere in imbarazzo - perché è questo il massimo che ci possiamo aspettare - più di una carica istituzionale.

In breve, se il provvedimento passerà indenne all’esame delle due Camere il prossimo 3 agosto, la Corte dei Conti potrà aprire fascicoli d’indagine solo ed esclusivamente nei casi in cui ci sia “una specifica e precisa notizia di danno, qualora sia cagionato per dolo o colpa grave” e non il semplice sospetto che qualcosa - dal momento che si parla di conti - non torni. A segnalare l’inghippo è stato proprio il procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, che nei giorni scorsi ha scritto un’accorata lettera al presidente della Repubblica Napolitano nella quale smascherava le enormi limitazioni alle indagini contabili espresse nell’emendamento al decreto anti-crisi. Soprattutto puntualizzava come questo potesse inficiare indagini in pieno corso di svolgimento, come quella sul crack dell’azienda di trasporti pubblici genovese o quella sulle consulenze strapagate dal sindaco milanese Letizia Moratti.

Il problema come al solito sta tutto nella semantica: specificando che l’azione penale deve essere originata da una precisa e specifica notizia di danno si cerca di ripercorrere la strada già usata nel discusso disegno di legge sulle intercettazioni, ovvero prima accertare che il reato sia stato effettivamente consumato e poi procedere. E’ un po’ come la storia del famoso marito tradito che pur di fare un dispetto alla moglie si evirò: mettere una norma che, di fatto, facilita il peculato all’interno di un complesso procedurale volto a fronteggiare la crisi economica, è quantomeno paradossale, per non dire limpidamente autolesionista. Ma al tafazzismo siamo geneticamente abituati.

Certo è che il lodo Bernardo rappresenta l’ennesimo tassello nel piano di smantellamento della giurisdizione della magistratura, dopo la normalizzazione di quella ordinaria (che prevede di fatto uno svuotamento della funzione del pubblico ministero, trasferendo al Governo il potere di direttiva sulle indagini) e dopo la stretta sul disegno di legge a proposito di intercettazioni - previste ora solo in casi “forti indizi di colpevolezza” - il lodo (ormai sinonimo di scudo giudiziario) chiude il cerchio della supposta inviolabilità dei colletti bianchi. Insomma secondo il nostro Governo, la magistratura deve intervenire solo nei casi in cui palesemente non ne possa fare a meno, ossia quando il latte è già stato versato e le lacrime altrettanto.

Ma c’è di più. Nelle quindici righe dell’emendamento sono specificate anche le aree di competenza per le indagini della Corte dei Conti, che vengono ridotte a “uno degli organi previsti dall'articolo 114 della Costituzione o altro organismo di diritto pubblico". Il che significa strozzare la lista dei soggetti potenzialmente perseguibili, levando in un sol colpo le temibili municipalizzate che privatizzano i beni di prima necessità come l’acqua, gli enti mutualistici che drenano risorse a ai lavoratori, le tanto discusse quanto inutili comunità montane che sorgono come funghi anche a 25 metri sul livello del mare e la stessa Bankitalia, madre generosa e arrendevole di tutti gli scandali finanziari della penisola.

Com’è ovvio la disposizione prevede che “qualunque atto istruttorio processuale posto in essere in violazione di queste disposizioni alla data di entrata in vigore della legge, è nullo e la relativa nullità può essere fatta valere in ogni momento”, che tradotto in italiano corrisponde alla soppressione di tutti i processi in corso e all’avocabilità di quelli che si concluderanno, in nome della retroattività del provvedimento. Il diavolo, com’è noto, fa le pentole; in Italia però, anche i coperchi e lo scolapasta.


La paura dei migranti che non fanno la badante
di Luca Fazio - Il Manifesto - 25 Luglio 2009

Le nostre mamme e le nostre nonne a una certa età sono insopportabili (vale anche per padri e nonni) e per questo nessuno batte ciglio per lo scandalo della regolarizzazione selettiva delle badanti, costrette a sopportare una vita di semi-schiavitù per risolvere i problemi delle nostre sacre sfasciate famiglie. Loro dentro, «sanate» da un governo razzista (tranne quelle che verranno cacciate perché qualche famiglia non vorrà regolarizzarle), e tutti gli altri fuori. Braccati, anche se lavoratori, come piace a un De Corato qualsiasi, «adesso che c'è il reato di clandestinità l'obiettivo è rendere Milano off-limit per i 38mila clandestini presenti in città». Gli stranieri non hanno mai avuto così paura.

La geografia antropologica di questo provvedimento ingiusto è già scritto: donne di etnie rassicuranti a fare le serve, giovani uomini minacciosi da sfruttare, umiliare e incarcerare. E la vita era già complicata prima. Jacques, senegalese, ha 27 anni. Scappa da quando è arrivato in Italia, vende merce contraffatta e quando capita lavora per un'impresa di pulizia. Ha trovato un po' di calore umano, e le scarpe - «ancora adesso ho problemi ai piedi, ho passato un inverno a piedi nudi» - quando è entrato in una squadra di calcetto. Vuole andare in Svezia, un sogno. Più o meno come l'unica soluzione che fino ad ora gli hanno prospettato. «Sono molto preoccupato - dice - il mio capo mi ha consigliato di trovarmi un anziano per fare il badante, lui è figlio di migranti italiani e vorrebbe aiutarmi. E' assurdo che la sanatoria non riguardi anche i clandestini...io ho chiamato un amico prete».

Ci sono immigrati che trovano amici anche tra i «padroni», i datori di lavoro. Vorrebbero assumerli, ma non possono farci niente. Rauf, 31 anni, è egiziano, fa lo stuccatore nei cantieri di periferia, «in centro a lavorare non ci vado, troppo pericoloso». La domanda la fa lui: «Senti, sono le 7 di sera e sono qui dentro che non ho ancora finito di lavorare, mi dici che reato sto commettendo, me lo dici?». Difficile rispondergli, e a vergognarsi sono in pochi. Rauf ha un'idea solo apparentemente strana di questa sanatoria selettiva: «Hanno dato la possibilità solo ai ricchi che vogliono prendersi le colf...», e per lui i ricchi siamo noi, e a mettersi una mano sulla coscienza sono sempre gli stessi, troppo pochi.

Tocca a Mohamed recitare la parte del maschio delinquente, un marocchino di 32 anni, che fa lavoretti ogni tanto, ai mercati generali. In passato ha avuto dei «casini» con la polizia, ma adesso ha 2 figli piccoli che vanno all'asilo a Milano e una moglie che sta aspettando la cittadinanza italiana. Un veterano, che è arrivato a 14 anni e ancora viene trattato come uno scarto della società. «Io non posso fare la badante - s'incazza subito - io sono maschio e giovane, allora cosa faccio?».

Lavora ogni tanto nei cantieri, anzi, a Bergamo aveva anche la busta paga, poi l'hanno chiamato in questura ai tempi dell'ultima regolarizzazione, ma invece del permesso - che aveva potuto chiedere grazie al suo datore di lavoro - l'hanno sbattuto dentro per sei mesi. «Piccolo spaccio, una cazzata di quando ero ragazzino, pochi grammi di fumo». Anche uno come Mohamed, che trascorre le giornate nei mercati di periferia con merce di contrabbando, «mah, un po' di tutto», ha paura. Molta. «Andare in giro è diventato impossibile, ti fermano per niente e ti portano in questura, adesso che ho due bambini mi sento schiacciato, vivo perennemente cercando di schivare certe situazioni».

Ognuno scappa a modo suo, Cirante, per esempio, un cingalese di 30 anni, da quando è diventato un reato vivente si veste meglio per non dare nell'occhio, per darsi un tono. Anche lui potrebbe essere assunto, va a fare le pulizie da una signora due giorni alla settimana, la famiglia ha avviato tutte le pratiche ma dopo un anno ancora nessuno si è fatto sentire.

Ha un po' di paura la sera quando va a fare le pulizie in un ufficio di piazza San Babila: «Esco alle 21,30 e a quell'ora non ci sono in giro molte persone». E allora? Il problema è la polizia, qualunque divisa. Fa di tutto per stare lontano dalle situazioni a rischio. Niente di che...«Gli amici e i parenti vanno spesso a fare delle gite, sono andati anche in Francia, ma io preferisco restare a casa...meglio non farsi vedere in troppi».
Umilmente. Tra le dieci fatidiche, c'è spazio per un'altra domandina-tormentone, o al «premier» non abbiamo più il coraggio di chiedere nient'altro?


I "sudisti" e lo sfogo di Tremonti sul jet, "Silvio devi mettere a posto Miccichè"
di Francesco Bei - La Repubblica - 29 Luglio 2009

Un aereo di Stato rulla sulla pista di Linate. Diretti a Roma, dove si voterà il decreto anticrisi, si accomodano nel salottino di prua Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti, Umberto Bossi e altri ministri come Roberto Calderoli e Michela Brambilla. Sopra il Tirreno la discussione entra nel vivo e si parla dei soldi per il Mezzogiorno, una sostanza pericolosa da maneggiare visto le crepe che si sono aperte nel governo e nella maggioranza. Come se non bastasse l'offensiva del partito del Sud, ieri il Carroccio è ritornato all'attacco - dopo il "tutti a casa" sull'Afghanistan - con la proposta shock di introdurre test di dialetto ai professori. Ma sull'Airbus presidenziale questa ennesima bomba ancora non è scoppiata.

Tremonti è una furia e, in alta quota, si scaglia contro Gianfranco Micciché, il regista dei vespri siciliani del Pdl. "Adesso basta - alza la voce il ministro dell'Economia - spetta a te Silvio rimetterlo al suo posto. Io non ci sto a essere insultato in questo modo, non ci sto a passare per quello che strangola i meridionali. Farlo ministro del Sud poi... ma a chi è venuta l'idea?". Tremonti è un fiume in piena: "Io ti do la massima disponibilità a fare tutto quello di cui c'è bisogno, ma non possiamo non tener conto di quello che è già stato fatto e non è poco. E poi, presidente, abbiamo la terribile esigenza di ridurre il debito pubblico".

Umberto Bossi annuisce alle tesi del ministro dell'Economia, ma non vuole alimentare una dialettica Nord contro Sud e non si mette di traverso rispetto all'idea di un Piano per il Mezzogiorno. "Se i fondi vengono spesi per delle opere concrete e non regalati a pioggia - sentenzia infatti il Senatur - per noi va bene". A questo punto il Cavaliere prende la palla al balzo e chiude il capitolo: "Giulio con Micciché ci ho già parlato io, stai tranquillo. È tutto sotto controllo, la cosa è già rientrata". L'idea del Cavaliere sarebbe infatti quella di accontentare il ribelle siciliano con un incarico ad hoc nel partito, qualcosa come coordinatore di una costituenda "Consulta per il Mezzogiorno", che ne faccia una sorta di proconsole in Sicilia. Non solo.

Per domani sera, dopo averli chiamati uno ad uno personalmente, Berlusconi ha organizzato una cena con i dissidenti "sudisti" che hanno votato alla Camera un ordine del giorno contro il parere del governo. Una tattica per sopire, per ora con le maniere gentili, l'accenno di rivolta dentro i gruppi parlamentari.

Un'insubordinazione che ha colpito molto il Cavaliere, così come lo ha preoccupato vedere che anche ieri alla maggioranza sono mancati decine di voti sul decreto anticrisi. "Ma chi erano quelli che non ci hanno votato?", ha sussurrato preoccupato alla buvette al capogruppo Cicchitto, "erano solo dell'Mpa o anche nostri?".

Oggi intanto pranzo di lavoro tra Berlusconi e i ministri Tremonti, Matteoli, Scajola, Fitto e Prestigiacomo sul "Piano per il Sud" annunciato dal premier dopo gli ultimatum di Micciché. "La mia parte di proposte - raccontava ieri in Transatlantico Altero Matteoli - l'ho già messa su carta e domani la consegno a Berlusconi". Tutto ruota intorno allo sblocco dei residui fondi Fas e palazzo Chigi sta lavorando a un'ipotesi di compromesso: Tremonti aprirà la cassaforte e i fondi verranno trasferiti alle Regioni, ma solo per finanziare progetti vagliati dalla "cabina di regia" ministeriale a Roma.

Prima di tutto però il ministro Fitto, che è diventato il principale antagonista di Tremonti in Consiglio dei ministri, chiederà al Tesoro una ricognizione sui mille rivoli della spesa pubblica al Sud. "È un ginepraio pazzesco - ha spiegato a un collega - in cui nessuno ha idea di quanti soldi siano già stati stanziati. Occorre un monitoraggio serio, altrimenti restano solo chiacchiere". "Ma noi - ha chiuso Fitto con una frecciatina a Tremonti - non siamo mica l'Aspen, siamo il governo del paese".

Intanto, sulla scuola, un'altra grana è esplosa nella maggioranza a causa della Lega. E Berlusconi, informato in serata dalla Gelmini, ha confortato la ministra: "Vai avanti tranquilla. A Bossi ci penso io". Il fatto è che la provocazione dei test in dialetto per i professori aveva già fatto capolino nella discussione in commissione e sembrava fosse già stata scartata.

"Anche per me - aveva confidato alcuni giorni fa il leghista Calderoli a Valentina Aprea - quella proposta è incostituzionale". E invece una parlamentare leghista se ne è infischiata, gettando la maggioranza nel caos. Sarà questo infatti un altro terreno di scontro, visto che Gianfranco Fini in Aula ha già lanciato la parola d'ordine del rispetto "pieno e totale" della Costituzione a cui dovrà conformarsi la riforma della scuola. Il che ovviamente esclude i test dialettali. La polemica con il Carroccio si alimenta anche con la questione dell'Afghanistan, visto che ieri i leghisti, nonostante tutte le rassicurazioni di Berlusconi, hanno ufficialmente ribadito le loro perplessità sulla missione militare. Una posizione che Fini, conversando con i suoi, non ha esitato a bollare come "ambigua".

Il Pdl e l'inizio della deriva localista

di Massimo Franco - Il Corriere della Sera - 29 Luglio 2009

Probabilmente non siamo alla vigilia della crisi del centrodestra. Ma certo sta entrando in tensione «un» centrodestra: quello che riusciva a tenere insieme tutto. In apparenza sembra la metafora della coperta troppo corta, o di un’Italia troppo lunga per accontentare ogni sua porzione. Ma gli interessi sono sempre stati contrastanti.

La vera novità è che il governo di Silvio Berlusconi non si mostra più in grado di conciliarli come ha fatto in passato. L’ipoteca della Lega nord sulla maggioranza sta assumendo un peso schiacciante. L’ipotesi di un ritiro italiano dall’Afghanistan, la polemica contro il Pd, gli esami di dialetto per gli insegnanti sono pezzi della stessa strategia. Anzi, suonano come anticipi della campagna elettorale per le regionali del 2010. Si tratta di un braccio di ferro a tavolino con gli alleati del Pdl, prima che col centrosinistra. Ed ha come trofeo le presidenze di Veneto, o Lombardia, o di entrambe.

Il partito di Umberto Bossi osserva con freddezza le difficoltà berlusconiane; e ne trae le conseguenze. La sua spregiudicatezza è simmetrica a quella dei teorici del «partito del Sud», che hanno costretto palazzo Chigi a scendere a patti; e additato polemicamente l’«asse del Nord» fra Lega e ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Il risultato, per il momento, sono la paralisi decisionale ed un’immagine deprimente della maggioranza.

In parte, probabilmente, è una spia della crisi di leadership di Berlusconi, della quale le vicende private sono il sintomo più che la causa. È bastato che il premier garantisse soldi alla Sicilia, perché il Carroccio riaprisse quasi di rimbalzo una serie di fronti conflittuali «padani»; ed il premier non ha saputo fare argine. Ma in questa difficoltà personale si intravedono implicazioni più di fondo: un cambio di fase, e la conferma che la vera insidia per la maggioranza viene dalla crisi economica. Nel momento in cui gli spazi di mediazione ed i finanziamenti si inaridiscono, rischia di scheggiarsi il blocco sociale che ha rispedito Berlusconi a palazzo Chigi nel 2008.

È come se di colpo fosse saltato l’armistizio nazionale stipulato appena un anno fa tra leghismo nordista ed autonomismo siciliano all’ombra del Cavaliere. Al suo posto rimangono le rivendicazioni corporative e territoriali; e di riflesso una difficoltà crescente a legiferare. Si indovina una sorta di «si salvi chi può» che in realtà promette solo di mandare un po’ più a fondo il Paese, e soprattutto le sue aree più deboli. E in questo scenario inquietante, la Lega è decisa a far valere il suo potere contrattuale. Non vuole perdere il controllo dell’agenda governativa. Ed è intenzionata a monetizzare politicamente un ruolo crescente, consacrato dal voto europeo di giugno.

Le conseguenze sono paradossali e assai poco incoraggianti. Un’Italia che ritiene, magari con qualche ragione, di potere affrontare la crisi meglio di altri Paesi, mostra il volto della precarietà: nonostante i numeri parlamentari mettano in teoria la coalizione al riparo da qualunque pericolo. Ma, paradosso nel paradosso, un modello di centrodestra entra in crisi anche perché non ha avversari in grado di proporsi come alternativa: non per ora, almeno. Così, riemergono gli istinti di una Lega «di lotta e di governo», come è stato detto; e simmetricamente di una Sicilia conquistata e dominata dal Pdl, ma pronta ad andare all’opposizione di palazzo Chigi per avere più soldi. C’è da chiedersi chi possa fermare questo inizio di deriva, e come.

Per ora, l’impressione è che prevalgano quelli che la vogliono non bloccare ma sfruttare per i propri calcoli di potere. Si indovina una convergenza oggettiva fra le pulsioni localiste, quasi isolazioniste di pezzi di nord e di sud per regolare i conti con «Roma»; per svuotarne stavolta dall’interno la legittimità di luogo del governo e dell’unità nazionale, per quanto contestati. Si tratta di una manovra in incubazione, della quale è bene essere consapevoli.


Il Carroccio lancia la sfida sulle regionali
di Francesco Verderami - Il Corriere della Sera - 29 Luglio 2009

Il problema per Berlusco­ni non è il partito del Sud ma la compe­tition con la Lega, in uno scontro di li­nea politica e di potere che mette in fi­brillazione il governo, anticipando i tempi di una campagna elettorale per le Regionali di fatto già iniziata. E se do­menica il premier è uscito allo scoper­to sul Mezzogiorno, preannunciando un piano d’interventi, è stato per evita­re che fosse Bossi a dettare l’agenda con la sua sortita sull’Afghanistan, ma anche per mettere quanto più possibi­le la sordina mediatica allo scontro av­venuto a Massa tra ronde di estrema destra e di estrema sinistra.

Sulla «lega­lizzazione» delle ronde proprio il Cava­liere aveva espresso dubbi a più ripre­se, temendo rischi di ordine pubblico, ma aveva dovuto sottostare alle richie­ste dell’alleato. Perciò ha premuto l’acceleratore sul­la questione meridionale, per impadro­nirsi della scena, sebbene sia consape­vole che un «piano» ancora non esiste. Infatti il vertice di oggi si preannuncia «al buio», sulla quantità delle risorse da investire e su chi le gestirà.

L’inten­to di Berlusconi era e resta quello di rie­quilibrare i rapporti con la Lega e ridi­mensionare il ruolo di Tremonti nel­l’esecutivo. «Il premier sono io», ha ri­petuto ieri il Cavaliere, che grazie al­l’operato di Gianni Letta — impegnato in un gioco di sponda con il Colle — ha lavorato per modificare le parti del de­creto anti-crisi su cui si è disputato il primo tempo della sfida con la Lega. E con Tremonti. Al titolare di via XX Settembre il pre­mier ha chiesto un atteggiamento me­no conflittuale con i colleghi di gover­no.

Per dirla con una battuta che la Gel­mini ha fatto proprio a Tremonti, «tu sei il nostro male necessario». È un mo­do per riconoscergli «capacità» e «ge­nialità». Ma ci sarà un motivo se Berlu­sconi ha invitato il ministro dell’Econo­mia a «frenare il carattere», ad essere «più calmo e tranquillo»: «Devi capire che alla fine le tensioni si riversano su di me. Perché tutti vengono, chi per una cosa, chi per un’altra, a chiedermi d’intervenire».

Così il Cavaliere ha pen­sato di aver chiuso il cerchio, rimpadro­nendosi del primato. Senonché il Carroccio ha giocato al rilancio, aggiungendo al fuoco della po­lemica — dopo l’Afghanistan — anche la riforma scolastica. Perché è vero che sulla missione militare Bossi ha assicu­rato l’appoggio alla linea del governo, tuttavia le perplessità ribadite ieri sulla presenza italiana in quel territorio di guerra hanno destato scalpore, al pun­to che nei suoi colloqui riservati il pre­sidente della Camera si è detto «molto preoccupato», ha definito «ambigua» la posizione della Lega e rilevato che «certi interrogativi, se posti in modo unilaterale, rischiano di indebolire la posizione dell’Italia nella Nato».

Come non bastasse, il Carroccio ha chiesto di inserire nella riforma della scuola un test per i professori sulla co­noscenza del dialetto della zona dove chiedono di insegnare, bloccando il provvedimento in commissione alla Camera. È una questione solo all’appa­renza folkloristica, in realtà mira a far presa nel tessuto profondo del corpo elettorale nordista, in vista delle Regio­nali.

Nella competizione la Lega è già pronta e in grado di dar battaglia sui propri temi, mentre il Pdl appare co­stretto a inseguire e muovere sulla di­fensiva. Certo, le mosse del Carroccio sono anche un modo per difendere il mini­stro dell’Economia, che è al centro di un’offensiva concentrica, e in questo senso il compromesso raggiunto sul dl anti-crisi, la decisione cioè di inserire le modifiche in un altro decreto, non possono soddisfare Berlusconi: varare un nuovo provvedimento per correg­gerne uno che non è ancora stato licen­ziato dal Parlamento, è un colpo all’im­magine del governo e soprattutto del premier.

Il Cavaliere voleva utilizzare la que­stione meridionale per riprendersi una centralità che aveva perso per via degli scandali sui festini e le donnine. Ora, è vero che il fragore dello scontro nel centrodestra sovrasta il rumore delle polemiche sulla vita privata del pre­mier, ma il costo politico rischia di es­sere alto, perché la maggioranza offre il quadro di una coalizione che non rie­sce ad avere una visione collegiale del Paese, spaccata negli interessi da difen­dere, con un Berlusconi che fatica a es­serne la sintesi. Di qui l’ossimoro co­niato da Fini, che vede una fase in cui regnano insieme «stabilità e incertez­za».


martedì 28 luglio 2009

La Milano da evacuare...

Qui di seguito una serie di articoli su Milano: una città che ha perso identità e anima, chiusa a riccio nel suo piccolo recinto a vana difesa di quegli allori di città all'avanguardia in Italia e non solo, da tempo ormai irremediabilmente persi.

Una città che guarda al futuro con paura mista a rassegnazione, frutto soprattutto di 15 anni di giunte comunali che hanno puntato solo sulla famigerata sicurezza e su progetti partoriti da menti piccole e provinciali: come ad esempio, gli ultimi divieti sulla vendita di alcool e le multe ai punti di ristorazione aperti dopo una certa ora della notte, l'inondazione di inutili box e parcheggi sotterranei, le recinzioni di giardini pubblici un tempo luoghi di aggregazioni sociali, gli sgomberi dei luoghi di quella Milano underground, ormai estinta quasi del tutto.

Per non parlare poi dell'ufficiale "Milano by night" del XXI secolo invasa da locali in mano alla criminalità organizzata, centri di raccolta per la prostituzione di lusso e lo spaccio di droga.

Ma l'elenco di provvedimenti meschini e dannosi per la qualità della vita e le relazioni sociali, tipico di un villaggio medioevale amministrato da trogloditi benestanti, è lunghissimo.

Dalla Milano da bere si è ormai passati alla Milano da evacuare...


Milano senza sogni, una città amara
di Corrado Stajano - Il Corriere della Sera - 27 Luglio 2009

Indifferenza, razzismo, traffico, inquinamento: così la metropoli perde l'anima

Per raccontar Milano è bene partire dal basso, dai marciapiedi, più che dalle alte vette, il primato sociale e civile dato una volta per scontato o la capitale morale andata in frantumi come un vaso di terraglia. I marciapiedi, dunque, quasi tutti rotti, rappezzati, simili a mantelli di Arlecchino, tra crepe, buchi e strisce d'asfalto, coi cordoli di antica pietra gettati via, lo sporco della città che s'infiltra tra le fessure e i sassi malamente mescolati alla sterpaglia.

Nessuno controlla più quel che fanno i posatori. Questo non succede in periferia, a Baggio, a Cernusco sul Naviglio, a Cinisello, dove forse le cose vanno un po' meglio, ma nel centro colto della città, di fianco alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, per esempio, dove già di prima mattina i cinesi e i giapponesi si mettono in coda per vedere il Cenacolo di Leonardo e poi vanno a comprare i souvenir dal cartolaio di via Ruffini, davanti alla scuola che ha appena compiuto cent'anni di età.

Nessuno sembra scandalizzarsi dell'incuria, neppure i frati che si incontrano lì intorno, eredi dei terribili inquisitori del Seicento, con indosso il maestoso saio bianco. Le strisce pedonali, da anni, sono diventate invisibili o quasi, l'illuminazione sembra una burla da lunapark. In certe strade le lampade sono gialle, su due file, in altre bianche o azzurrognole, al neon, su una sola fila, chissà perché.

Se poi si alza la testa oltre i tetti si vede l'altra città cresciuta a dismisura, popolata dalle nuove «cappuccine», abbaini di basso rango, una volta, destinati alle domestiche fedeli, cui toccava però l'onore di venir seppellite nella cappella di famiglia, divenuti ora — dono di una compiacente legge regionale — simbolo delle squisitezze della postmodernità padronale. Che cosa è accaduto a Milano in questi decenni? Il degrado non riguarda soltanto i marciapiedi rappezzati, naturalmente, e neppure i tram che funzionano male, il traffico paralizzante, l'aria avvelenata. Riguarda l'intera comunità, indifferente, passiva.

Si è smarrito lo spirito solidale, simbolo della città, persino nelle sue canzoni. A Milano venivano a lavorare tutti, senza alcuna discriminazione. Non comparvero mai sui portoni, come a Torino negli anni Sessanta, quei cartelli oltraggiosi, «Non si affitta ai meridionali». Non è più così, il razzismo è diventato roba di casa, vengono proposte le carrozze separate sulla metropolitana — i bianchi e i neri, i locali e gli oriundi — mentre uomini politici della Lega intonano indecenti ritornelli che sbeffeggiano i napoletani. (In nome dell'idea di nazione). Sembra, e va detto con accoramento, con pena, che sia affiorato il peggio nascosto nelle viscere.

L'unica voce di umano buonsenso pare quella dell'arcivescovo Dionigi Tettamanzi. Nel Novecento, orribile secolo di conflitti e di violenza, tra la Shoah e la bomba atomica, è successo di tutto e il primo decennio del nuovo secolo non sembra portatore di giustizia e libertà. A Milano i momenti di fervore, dopo la Seconda guerra mondiale, furono probabilmente tre: la ricostruzione, anche se già segnata dagli interessi speculativi; gli anni del centrosinistra quando Milano fu motore di proposta e di ricerca; subito dopo la strage di piazza Fontana, nel 1969, che vide la città affratellata nella tragedia.

Nel tempo del terrorismo punteggiato dai funerali delle povere vittime, Alessandrini, Calabresi, Galli, Tobagi, tra gli altri, Milano tiene. Poi tutto si sfalda. Dalla «Milano da bere» degli anni craxiani, gran finzione di un lucente mondo corrotto, al ciclone di «Mani pulite». La città, nel 1992, si sente vendicata. L'immagine dei rappresentanti di tutti i partiti politici seduti intorno allo stesso tavolo a dividersi le mazzette della corruzione secondo il proprio peso politico resta negli occhi e nella mente. L'indignazione, però, dura poco. I sodali dei corrotti hanno la meglio malgrado la grande ruberia scoperchiata.

Vengono dimenticati alla svelta gli imprenditori, i politici, gli amministratori, gli affaristi in gran quantità, in fila per confessare i loro peccati e avere qualche sconto di pena, davanti alle porte degli uffici della Procura della Repubblica. I magistrati, applauditi fino a poco prima, diventano i carnefici, giustizialisti senza cuore e senza cervello. Quel che accadde allora pesa ancora oggi. Ci fu infatti, da parte della comunità, il rifiuto di discutere e di discutersi per tentar di capire le ragioni di quel che era successo. Il problema non era soltanto giudiziario, riguardava la struttura dell'intera società, la cultura diffusa, i comportamenti, il merito e il demerito, i criteri di selezione della classe dirigente, questioni irrisolte ed essenziali.

Tutto era accaduto in una città dove la morale collettiva aveva profonde radici, dove, fin dai tempi dell'imperatrice Maria Teresa, fiorì una buona amministrazione, dove il socialismo primonovecentesco aveva dato vita a modelli comunitari d'avanguardia, le scuole d'arti e di mestieri, la società Umanitaria, le case popolari nel centro della città, i quartieri operai ben costruiti — il villaggio Falck — le associazioni di mutuo soccorso, tutto quanto poteva rendere meno greve la vita degli umili manzoniani.

E oggi? È mutato l'assetto sociale, in pochi anni si è passati dalla durezza del mondo contadino alle costrizioni dell'industria manifatturiera al terziario fino alla generazione di Google, quella che scrive x invece di per e 6 invece di sei. In un tempo non lontano l'incontro politico, civile, soprattutto umano, tra una classe imprenditrice capace, che ha avuto fede in se stessa, senza dimenticare del tutto il prossimo, e una classe operaia di alto livello professionale ha impedito, mescolando culture e esperienze, che nascessero fascismi e razzismi. Ora gli imprenditori si sono assottigliati trasformandosi in finanzieri e in immobiliaristi, gli operai sono calati di molto, le grandi fabbriche non esistono quasi più così com'erano fino agli anni Ottanta. E, quel che forse più conta, sono scomparsi anche i luoghi di aggregazione, le sezioni sindacali e quelle dei partiti di massa, dentro e fuori le aziende, e anche gli oratori delle parrocchie hanno una minore forza di attrazione. Un buco nero. La società si è impoverita, gli uomini e le donne sono più soli, la tv, così manchevole, ha la funzione di una specie di scuola dell'obbligo.

L'Expo 2015 è diventato a Milano quasi un miraggio, la soluzione per tutti i mali, la panacea. Ma i più dei cittadini sanno vagamente di che cosa si tratta — l'alimentazione — anche se hanno seguito le penose polemiche per la conquista delle poltrone, durate un anno, che fanno persino rimpiangere la Prima Repubblica e il famoso manuale Cencelli. Si è capito anche che l'imperativo categorico, quasi un'ossessione, è costruire, la manna moltiplicatrice di soldi. Per chi non si sa, visto che i portoni delle case sono pieni di cartelli, «vendesi», «affittasi», e non pochi, soprattutto giovani, in questi anni se ne sono andati a vivere fuori città dove i prezzi sono più clementi.

Un editto li obbligherà a tornare? E a nessuno viene in mente di consultare i magistrati della Direzione antimafia, profondi conoscitori della 'ndrangheta calabrese, una tra le aziende leader della città, in attesa di saltare su appalti e subappalti dell'edilizia, vista la sua liquidità senza fondo? (I nuovi capi sono i figli acculturati dei mafiosi di Africo, di Platì, di San Luca di trent'anni fa). È mancato, da parte dell'amministrazione comunale, infinitamente distante non solo per quanto riguarda l'Expo, un coinvolgimento con l'intera comunità, una gestione più aperta, più democratica, più disponibile, meno gelida e più umana di una città una volta ironica, affettuosa e ora incattivita, nevrotizzata. È inutile l'ottimismo di maniera. Non è preferibile dir le cose come stanno cercando di far funzionare meglio quel meccano complesso che è oggi una grande città?


Traffico e smog, l'Ecopass sotto accusa

di Elisabetta Soglio - Il Corriere della Sera - 28 Luglio 2009


I milanesi bocciano l'Ecopass e Letizia Moratti ripete: «Faremo un sondaggio tra i cittadini, come avevamo promesso». Ma la maggioranza incalza il sindaco e la invita a organizzare «presto» la consultazione. Magari, come vorrebbe la Lega, «con un referendum vero e proprio». Comunque, «con un coinvolgimento il più allargato possibile».

Letizia Moratti commenta i risultati del sondaggio curato da Ipso e pubblicato sul Corriere della Sera, nel quale un campione di cittadini giudica il suo operato (voto medio al sindaco è 5,5) e le politiche per la città (Ecopass non va oltre il 4,8): «Credo che il sondaggio — riassume —, che promuove il Comune per molti aspetti e mostra criticità per altri, sia importante da verificare per migliorare il nostro lavoro che vorremmo fare anche attraverso vari strumenti di controllo e di monitoraggio. Così capiremo obiettivi e priorità dei cittadini».

Ma il responso su Ecopass è senza appello. Il capogruppo leghista Matteo Salvini torna a chiedere le dimissioni dell'assessore alla Mobilità, Edoardo Croci, e aggiunge: «Attendiamo al più tardi entro l'autunno il referendum con cui i milanesi possano esprimersi, in maniera vincolante per l'amministrazione comunale, sulle politiche del traffico degli ultimi tre anni». La Lega vuole inoltre un giudizio collettivo «su alcune controproposte da noi già da tempo avanzate, come la chiusura del centro storico alle auto e le targhe alterne nei mesi invernali». Anche il capogruppo del Pdl, Giulio Gallera, sollecita «una consultazione più allargata possibile, «evitando però sprechi di denaro e di risorse che un referendum vero e proprio comporterebbe».

Che il centrodestra abbia digerito a fatica l'Ecopass è un dato di fatto: «Non deve comunque essere una tassa. Per questo — insiste Gallera — va valutato sia alla luce di dati oggettivi, sia tenendo presente sentenze come quella del Tar che dal 2010 imporrebbe il pagamento anche a chi ha un diesel euro4». Moltissimi i dubbi sugli effetti prodotti dal provvedimento su smog e traffico. L'Associazione Consumatori contesta i mancati risultati dell'Ecopass e il mancato referendum, sollecitando invece una consultazione sulla chiusura al traffico dell'area interna ai Navigli.

Ma l'assessore Edoardo Croci, come ovvio, difende il provvedimento: «Meno male che c'è, perché mantiene un effetto importante su traffico e inquinamento». Quanto al sondaggio Ipso, l'assessore evidenzia il fatto che «comunque emerge l'attenzione dei cittadini ai temi di ambiente e mobilità. Quindi, aspettiamo a giorni i dati del rapporto semestrale, teniamo conto di questa sensibilità e ragioniamo a partire da lì». E se Legambiente, finora sponda della Moratti in questa battaglia, dà l'ultimatum («Ci dica che cosa ha intenzione di fare da dicembre. La fase sperimentale ha funzionato, ma non si può andare avanti così. O la Giunta ha la forza di dare alla città un provvedimento serio oppure aboliamolo e si torni ai blocchi totali della circolazione»), il consigliere Enrico Fedrighini di Prc si affida ad una metafora: «Hanno chiuso il neonato nell'incubatrice sperando non se la cavasse. Invece è vivo e ha dato buona prova di sé: ma devono decidere se lo faranno diventare adulto o se è destinato a morire come molti sperano».

Risponde solo Marco Osnato, presidente della commissione Mobilità: «Potremmo studiare per ecopass uno sviluppo con un aumento del costo o un allargamento della zona coinvolta». Infine, Pierfrancesco Majorino, capogruppo pd, torna ad attaccare il sindaco: «È insopportabile il suo continuo rinvio del referendum e ci auguriamo voglia fare una consultazione democratica e il più allargata possibile, non un sondaggio all'interno della sua lista...». Quanto alle prospettive di Ecopass, «sarebbe più utile chiudere il centro». Opinione sempre più condivisa.


Misure vere o serve a poco
di Giangiacomo Schiavi - Il Corriere della Sera - 28 Luglio 2009

L’Ecopass a Milano non è una certez­za ma un punto interrogativo. È utile? Riduce il traffico in centro? Limita davvero lo smog? Molti rispondono no, qualcuno dice forse, altri chiedono una domanda di riserva. Eccola: ha senso mantenere l’accesso a pagamento senza vantaggi evidenti per la circolazione e la salute dei cittadini? In assenza dei veleni nell’aria, un sondaggio scongela il caso.

E rimette sul piatto della politica il tema dei divieti antitraffico, delle restrizioni più severe da adottare nei confronti delle auto inquinanti, il cosiddetto «giro di chiglia» invocato dall’assessore alle politiche ambientali del Comune (ma bocciato dalla sua stessa maggioranza) per non vanificare il provvedimento fortemente voluto e sostenuto dal sindaco Moratti, che all’inizio del suo mandato ha voluto dare un segnale per l’ambiente e la salute dei cittadini, dopo anni di blande politiche antismog.

Senza se e senza ma bisogna ammettere che l’effetto Ecopass a Milano è finito a un anno dal suo debutto: il rinnovo del parco automobilistico e le tante deroghe concesse hanno vanificato le buone intenzioni del sindaco, i risultati ci sono stati solo nei primi mesi, poi il traffico è tornato alla caotica quotidianità di prima e lo smog ha continuato a correre.

Nei primi mesi del 2009 Milano ha bruciato il bonus concesso dall’Unione Europea per lo sforamento dei limiti d’allarme: nonostante la buona volontà messa in campo da Letizia Moratti, Milano resta ancora la capitale europea dell’inquinamento. Continuare con questo balletto non serve: o l’Ecopass ha un impatto effettivo sulla vivibilità urbana e sulla salute dei cittadini oppure è meglio pensare a qualche misura alternativa.

Un tam tam che va dai lumbard (referendum e ricorso alle targhe alterne) all’opposizione (chiusura del centro storico alle auto senza tassa d’ingresso) e arriva fino a Legambiente spinge verso una revisione tout court dell’ Ecopass nella versione attuale: o si allarga l’area della limitazione alle auto o si cambia sistema. La scelta del sindaco di affidarsi a un nuovo sondaggio tra i cittadini è solo una fuga in avanti, più per prendere tempo che per una vera strategia.

Perché oltre l’Ecopass oggi a Milano c’è il vuoto, l’assenza di una politica condivisa sul risanamento ambientale, il prevalere degli interessi particolari della politica e dei partiti che non hanno mai digerito la linea del sindaco: anzi, su questo terreno si può dire che Letizia Moratti è stata lasciata sola. Sola come quei cittadini che chiedono da anni al Comune di aumentare le piste ciclabili, o di estendere le isole pedonali nelle zone del centro, come Brera o Montenapoleone. Così non si migliora la qualità della vita, quella vivibilità di cui Milano ha tanto bisogno: si peggiora soltanto.

lunedì 27 luglio 2009

Gli USA al Sunset Boulevard

Qui di seguito una serie di articoli che fanno luce sulla strada imboccata dagli USA: il viale del tramonto.


E' la fine dell'Impero degli Stati Uniti?
da www.eurasia-rivista.org - 21 Luglio 2009

Igor Panarin intervistato al Grande Gioco, programma RAI2 condotto da Pierangelo Buttafuoco

Professore, ci spiega la sua teoria, è veramente la fine dell'impero degli Stati Uniti, così come era stato per quello Romano?
E' molto indovinato parlare di questo proprio in questa bella città, Milano (*). La caduta dell'Impero Romano è stata causata dal fatto che l'élite di Roma non riuscì a proporre un nuovo modello di sviluppo non solo di Roma, ma di tutto l'Impero Romano. Oggi l'America si trova proprio in questa fase, in cui gli Stati Uniti non riescono ad offrire al mondo un nuovo modello, un modello di sviluppo senza conflitti, un modello di sviluppo dell'economia, e loro stessi sono piombati in una crisi di sistema, io credo che ci troviamo sull'orlo dello stesso sconvolgimento che ha portato alla caduta dell'Impero Romano.

Quindi finirà come l'Urss, Obama è come Gorbaciov?
Gli Stati Uniti d'America oggi ricordano molto l'Unione Sovietica ai tempi di Gorbaciov. E il signor Obama, il nuovo Presidente americano, parla, e in modo molto convincente, come l'ultimo Presidente dell'Unione Sovietica, Gorbaciov, però tutte le sue dichiarazioni oggi molto spesso si basano su elementi reali. E sono molto simili, perché il signor Obama potrebbe diventare l'ultimo Presidente degli Stati Uniti d'America.

Ma ci sarà una guerra civile?
E' un'eventualità che esiste, dopo che nell'aprile del 2009 il governatore dello Stato del Texas ha dichiarato che questo Stato potrebbe recedere dalla confederazione. Inoltre ha pronunciato questo discorso durante un enorme meeting, in cui la folla scandiva le parole “Usciamo dalla compagine degli USA!”.
Un altro fattore è che negli ultimi sei mesi la vendita delle armi da fuoco è aumentata del 40%, e anche la stessa quantità degli omicidi all'interno degli Stati Uniti d'America, che avvengono in diversi Stati USA. (Che tipo di omicidi?) Gli omicidi di persone che perdono il lavoro, che uccidono loro congiunti.

Cambiamo argomento. Può chiedere al professore se può darci una definizione breve di Eurasia?
L'Eurasia è uno spazio enorme tra l'Oceano Pacifico e l'Unione europea, che per lungo tempo è stata unita da forze diverse. All'inizio ci furono popolazione turciche, poi i mongoli, e infine i russi hanno unito l'Eurasia in un unico spazio geoeconomico e spirituale.

Quali sono oggi i problemi che attraversa l'Eurasia?
In Eurasia oggi il problema principale è la crisi economica, la crisi spirituale. E' una crisi che può essere superata solo con l'integrazione dell'Eurasia in un unico spazio geoeconomico e spirituale.

Può la Russia portare un'identità culturale, spirituale all'Europa?
Sì, la Russia può e deve apportare una nuova cultura, una nuova spiritualità, inoltre la Russia è una parte dell'Europa e deve, in quanto parte globale dell'Eurasia, unire le proprie forze insieme all'Europa nella lotta per un maggiore sviluppo di tutti i nostri popoli.

Bene, chiederei al professore ancora un attimo di pazienza, se ci fa vedere il libro (**)...gli facciamo le ultime riprese e poi ci salutiamo.

* Intervista rilasciata a Milano il 16 maggio 2009 ** in realtà si tratta di Eurasia. Rivista di studi geopolitici , numero dedicato alla NATO, a. VI, 1/2009


L'Impero a rischio liquidazione
di Ilvio Pannullo - Altrenotizie - 24 Luglio 2009

Nonostante l’inconcludente passeggiata al G8 dell’Aquila, fermo restando lo straordinario gusto glamour della moglie, il gelato al mirtillo delle figlie, le simulazioni delle scosse sismiche e qualche buon tiro a canestro, Mr. Obama si prepara ad affrontare una situazione che non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti, dove dovrà dar prova di ben altre capacità che non sia quella di uccidere mosche. L’impero monetarista americano è giunto finalmente al capolinea e qualcuno, vedendolo come il liquidatore dell’impero, già immagina paragoni col Gorbaciov sovietico. A dare il felice annuncio sono una serie di segnali inequivocabili e facilmente considerabili come collegati. A tremare infatti non è più un solo settore, ma tutti gli indici di riferimento che vanno considerati se si ha intenzione di valutare lo stato di salute di un’economia.

Del debito pubblico oramai fuori controllo, dopo i recenti interventi di spesa per rilanciare l’economia, appare quasi inutile fare menzione e lo stesso dicasi per il mostruoso disavanzo commerciale. A ciò si aggiunga che, secondo i dati diffusi appena qualche giorno fa, a giugno gli occupati calano di 467 mila unità, molto oltre l'attesa discesa di 363 mila a cui, peraltro, va aggiunta una perdita di 322 mila unità a maggio. Il tasso di disoccupazione sale al 9,5% dal 9,4% di maggio. Si tratta del dato peggiore dal 1983.

I numeri sono tuttavia troppo aridi per comprendere la brutalità della situazione. Si potrebbe immaginare, per rendere l’immagine più nitida e comprensibile, una famiglia letteralmente divorata dai debiti che, nonostante la perdita del posto di lavoro da parte di uno dei genitori, continui a sostenere quello stesso stile di vita causa della sua rovina finanziaria. A sostenerla i soliti usurai amici di famiglia.

Con le dovute proporzioni il quadro descritto è la dura realtà alla quale il tanto decantato sogno americano a già incominciato a lasciare il posto. Per completezza si aggiunga che, il 10 giugno scorso, Washington faceva sapere che l’aumento del prezzo del greggio delle ultime settimane ha fatto salire in aprile la bolletta delle importazioni di petrolio a 13,63 miliardi da 11,98 in marzo con un prezzo medio del barile che é salito a 46,60 dollari da 41,36.

In termini di volumi, sono stati importati 292,60 milioni di barili contro i 289,69 milioni del mese precedente. Il totale della bolletta energetica, incluse dunque anche le importazioni di altri tipi di energia, si é invece assestato in aprile a 17,40 miliardi, in netto rialzo rispetto ai 16,05 miliardi del mese precedente. In sintesi si spende di più, s’incassa di meno, il debito sale alle stelle e la disoccupazione inizia a dilagare in una nazione in cui il Welfare State è considerato alla stregua di una bestemmia in chiesa.

In questo quadro generale non sorprende che nessuno sia disposto più a fare credito, acquistando i titoli del suo debito pubblico, ad una nazione orami prossima al collasso economico. È qui, infatti, che si gioca la vera partita: un’economia sana può, a buon rendere, contrarre debiti per massimizzare la propria capacità produttiva piuttosto che aumentare i beni e i servizi d’importazione; quello che non può fare è continuare a spendere quando non ha più soldi e nessuno le concede più prestiti. Per debito pubblico s’intende, infatti, il debito dello Stato nei confronti di altri soggetti, individui, imprese, banche o soggetti stranieri, che hanno sottoscritto obbligazioni (negli USA i T-Bonds) destinate a coprire il fabbisogno finanziario statale.

A dare scacco, infatti, all’economia americana, sarà il crollo dei suoi titoli del tesoro. Ma andiamo con ordine. Dalla fine del 2008, il governo cinese, il principale finanziatore del debito americano, ha iniziato a disfarsi di 50-100 miliardi di beni denominati in dollari ogni mese. Approfittando della crisi finanziaria e del conseguente crollo dei valori di un ampio insieme di beni utili all'economia cinese (minerali, energia, azioni europee o asiatiche ed altre materie prime come il rame), Pechino ha fatto shopping coerentemente con il suo primo bisogno: fare il meglio possibile con i suoi beni denominati in dollari, cioè scambiarli con beni non americani. Ultimamente i segnali in questo senso stanno aumentando in modo costante. Nel mese di aprile le riserve auree cinesi sono aumentate del 75%, passando da 600 tonnellate della fine di marzo, a 1.054 tonnellate.

Al di là del dato del forte aumento delle riserve auree va segnalato un altro elemento: negli ultimi dieci anni le riserve cinesi erano cresciute soprattutto in dollari, mentre l’accumulo di oro era rimasto praticamente fermo; alla fine del 1999 la Repubblica Popolare aveva riserve auree per sole 394 tonnellate; nel dicembre del 2001 le riserve passano a 500 ed arrivano a 600 nel dicembre del 2002. Da allora, smise di accrescere le riserve auree, dedicandosi ad accumulare dollari.

Oggi, l’inversione di tendenza, con questa forte crescita del 75%. E’ evidente che la scelta di accumulare oro significa considerarlo un bene rifugio, di fronte alla possibile caduta della quotazione del dollaro. In tutto il 2009 i cinesi hanno infatti investito - e stanno continuando ad investire - fortemente all’estero, se è vero che nel solo mese di febbraio hanno investito 65 miliardi di dollari al di là dei confini nazionali, più di quanto avevano investito in tutto il 2008.

Se alle cifre sopra descritte aggiungiamo la dichiarazione del Governatore del Banco Popolare Cinese (la banca centrale), Zhou Xiaochuan, che parla della necessità di sostituire il dollaro e di utilizzare una nuova valuta di riferimento per gli scambi internazionali, si comprende che la Cina non è più intenzionata a finanziare la disastrata economia statunitense; ha quindi ha progressivamente smesso di accumulare riserve al ritmo precedente. E’ possibile che nei prossimi mesi la Cina non solo azzeri totalmente la crescita delle riserve in dollari, ma cominci a liberarsi di quelle di cui è in possesso, massimizzando gli investimenti all’estero. Può diventare l’atto primo della caduta dell’impero.


USA a rischio di esplosioni sociali
da www.iarnoticias.com - 24 Luglio 2009
Versione italiana - www.vocidallastrada.com
Traduzione per Voci della strada a cura di Vanesa

Quello che sembra uno scenario fantastico per l’impero nordamericano (gli scioperi e i conflitti sociali) è uno scenario a breve termine che già stanno controllando fra le righe analisti e media nordamericani alla luce della crisi industriale e dei fallimenti aziendali che stanno scatenando una crescente ondata di licenziamenti ed un record nella disoccupazione negli USA.


Dall’ inizio della crisi finanziaria, nell’ultimo settembre, l' ONU, la Banca Mondiale , la maggior parte degli esperti e ultimamente il G-8, stanno allertando sul pericolo di esplosioni sociali mondiali che potrebbero crearsi con l’impatto della crisi di recessione e per l’aumento dei prezzi dell’energia e degli alimenti nei paesi più poveri dell’Asia, Africa e America Latina.

Questa settimana, il Gruppo degli 8 (G-8) , considerato il “direttorio del mondo”, ha dichiarato che la situazione “continua ad essere incerta” nell’economia globale, con “rischi significativi per la stabilità”. Per le potenze centrali vincolate all’entità, l’aumento della disoccupazione quest’anno ed il prossimo possono produrre esplosioni e rivolte sociali.

Sorprendentemente, l’evoluzione della crisi (che si è trasformata da finanziaria a crisi strutturale con la recessione) oggi colpisce con più forza alle potenze centrali che i paesi emergenti o sottosviluppati.

Il malessere sociale che causa la disoccupazione continua ad aumentare ed il deterioramento delle condizioni e degli stipendi, così come la restrizione della capacità di consumo, alimenta e esaspera lo stato di frustrazione collettiva, provoca una perdita della fiducia nei politici e stimola gli scioperi e le proteste sociali che già cominciano ad estendersi per tutta l’Europa e minaccia con estendersi negli Usa.

La crisi sociale (conseguenza della caduta del consumo e dei licenziamenti) si profila come una emergente potenziale della crisi recessiva-lavorativa che è apparsa in modo crescente come conseguenza della crisi finanziaria negli USA.
I segnali sono chiari: la crisi finanziaria è già diventata recessione e minaccia ( a causa della disoccupazione in massa) di trasformarsi in una crisi sociale con un pronostico difficile negli USA.

“Il mercato del lavoro degli Stati Uniti ha un ruolo ancora peggiore che quello dell’economia in generale, quello che causa timore dentro e fuori il governo è che il risultato potrebbe essere quello di un recupero senza lavoro anche quando la recessione sia finita”, segnala il Wall Street Journal nella sua edizione di questo giovedì.

“E’ una sfida alle norme storiche, il tasso di disoccupazione – che sale a un 9, 5%- è di 1 a 5 punti percentuali più alto di quello che il senso comune aveva previsto, dice Lawrence Summers, uno degli assessori economici del presidente Barack Obama, al Journal.

Da quando è cominciata la crisi nel settembre del 2007, l’economia statunitense ha perso 6,5 milioni di posti di lavoro, 4,7 % del totale dell’impiego nel paese. Il tasso di disoccupazione è salito del 5% mentre l’economia si è contratta intorno al 2,5%.

Negli ultimi giorni, Summers, il direttore della finanziaria della Casa Bianca, Peter Orzag ed il presidente della FED, Ben Bernanke hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla “sconnessione inusuale” tra la crescita ed la disoccupazione.

Lo stesso presidente statunitense, Barack Obama, pronosticò mercoledì scorso, che la disoccupazione nel paese ha raggiunto un record del 9,5%, probabile che continuerà ad aumentare nei prossimi mesi, dato che i posti di lavoro impiegano più tempo nel recupero rispetto ad altri settori dell’attività economica.
Per il Wall Street Journal, i recuperi economici senza lavoro non sono nulla nuovo: le aziende sono reticenti ad assumere quando appena comincia a ripristinarsi la domanda.

Nonostante questo, ci sono possibilità più scure- aggiunge- dato che i lavoratori con problemi potrebbero trascinare un’economia fragile ad una recessione più profonda.
In un quadro di recessione, la perdita di lavoro negli USA si è accelerato nell’ultimo mese e il tasso di disoccupazione è salito ad un 9,5 %, gettando dubbi sulla capacità del recupero della prima economia imperiale.

“La domanda finale e la produzione hanno mostrato dei segnali che tentano una stabilità”, ha detto mercoledì, il presidente della FED, B. Bernanke, ai regolatori , come parte della sua presentazione di fronte al Congresso degli Stati Uniti. Nonostante questo ha chiarito : “Il mercato del lavoro, comunque, continua ad indebolirsi.”

In base agli ultimi dati, in un record storico, il rosso fiscale negli USA è salito a più di 1 bilione di $ nei primi nove mesi dell’attività annuale ed implica l’8% del PIL. Ma chiuderebbe a più di 1,8 miliardi, contro i “soli” 455.000 milioni dell’anno scorso.
Il Dipartimento del Tesoro degli USA ha informato che tra ottobre 2008, quando inizia la finanziaria e questo giugno, il “rosso” è stato di 1,086 miliardi di dollari, un record senza precedenti.
La crisi economica recessiva nella più grande economia del mondo, si esprime come recessione, disoccupazione, minor entrata fiscale e più spese, che tra le altre variabili, complica i conti pubblici.

In questo quadro, quello che sembra come un panorama fantastico per l’Impero nordamericano (gli scioperi e i conflitti sociali) è uno scenario a breve termine che già stanno controllando fra le righe analisti e media nordamericani alla luce della crisi industriale e dei fallimenti aziendali che stanno scatenando una crescente ondata di licenziamenti ed un record nella disoccupazione negli USA.

Ogni giornata dell' economia nordamericana (dalla fine del 2008) si è trasformata in una vertigine marcata da una dinamica inevitabile : Recessione industriale e commerciale con diminuzione del consumo e della disoccupazione generale che si proietta dagli Stati Uniti ai paesi centrali al mondo periferico “sottosviluppato” e/o emergente.

In questo modo, la disoccupazione (emergente da questo rallentamento economico) si è convertita in questione cardinale per il team di Obama e l'establishment del potere statunitense che temono che la sua propagazione trasformi gli USA, la prima potenza mondiale, in una polveriera di scioperi e di conflitti sociali che finiscano per paralizzare ancora di più l’economia.

In un ordine sequenziale, affinchè si produca lo svolgimento del processo recessivo, ci deve essere una convergenza interattiva tra la “crisi finanziaria” ( i mercati del denaro), la crisi strutturale ( l’economia reale) e la crisi sociale (l’impatto della crisi economica- finanziaria nella società).

In queste ore, media e analisti nordamericani, concordano sul fatto che la disoccupazione ( come emergente della recessione industriale) è diventata la priorità assoluta dell’agenda di Obama e del suo team.
Da vari mesi, il protagonismo della crisi finanziaria e della borsa ha superato la misura e ha ceduto il posto a nuovi attori : I fallimenti aziendali e i licenziamenti in massa.

I pacchetti milionari del “riscatto bancario” statale con denaro preso dalle tasse (pagate da tutta la popolazione statunitense) non sono serviti da antidoto e hanno fallito strepitosamente come misura per affrontare la crisi che si è trasformata da finanziaria a recessione su scala mondiale.

La mappa della crisi sociale.

La disoccupazione nella regione occidentale degli Stati Uniti ha superato il 10% lo scorso mese, la prima volta in 25 anni che una regione del paese raggiunge questa percentuale di disoccupazione.

Otto stati raggiungono cifre di disoccupazione senza precedenti e solo due, Nebraska e Vermont, non riportano nessun aumento.

Il Dipartimento del Lavoro ha informato lo scorso giugno che 48 stati e il Distretto della Columbia hanno sofferto dell’aumento della disoccupazione a maggio. La situazione peggiore è nel Michigan, dove le case automobilistiche si sono viste obbligate ad eliminare mille di posti di lavoro. Il tasso della disoccupazione è salito, lì, al 14,1 %.

La regione occidentale del paese è quella che ha subito il maggior numero di disoccupati, con il 10,1%. L’ultima volta che una regione ha raggiunto quella cifra è stato a settembre del 1983, quando il paese di stava uscendo da una recessione.

In questa regione si trova la California, dove la disoccupazione il mese scorso è salita di un 11.5%, un record, nel Nevada è salita del 11.3 %, altro record e altri stati colpiti dalla crisi immobiliare e dove è sceso l’impiego e le entrate.

La California è il maggior Stato del paese per numero di abitanti (36.7 milioni) e per il PIL ( con 1.84 bilioni di dollari rappresenta il 13.3 % degli Stati Uniti, in base a dati del 2008). Se fosse un paese indipendente darebbe tra le prime 10 potenze mondiali.

La debacle della costruzione (sia residenziale che terziaria) ha sommerso la California nella più grande recessione dall’epoca della Grande Depressione. Così, lo Stato ha perso 904.300 posti di lavoro da dicembre 2007.

La Casa Bianca indica la California come il terzo stato con più fallimenti creditizi. Inoltre, durante questo anno, 391.611 proprietà immobiliari hanno iniziato il processo di esecuzione ipotecaria, la cifra più alta degli Stati Uniti, che implica un aumento del 15% rispetto al 2008. Questa congiunzione sta colpendo alla banca degli Stati Uniti, principalmente la Bank of America, la prima banca del paese, molto esposta sulla costa ovest.
Gli altri sei stati che hanno un tasso di disoccupazione inedito dal 1976 sono la Carolina del Nord, l’Oregon, Rhode Island, Carolina del Sud , Florida e Georgia.
Per quanto riguarda i licenziamenti, l’Arizona e la Florida sono state le zone più sofferte, seguiti dall’Oklahoma, Arkansas, Kentucky e il Michigan.

Il rischio delle rivolte.

I licenziamenti in massa di operai e impiegati negli Stati Uniti sono il barometro e segnano il momento nel quale la crisi comincia ad uscire dalla superstruttura economica finanziaria e a mettersi dentro della società statunitense.

Tutto il pianeta (globalizzato e livellato dal sistema capitalista “unico”) presenta gli stessi sintomi: nuova ripartita e ritorno alla speculazione finanziaria del petrolio e delle materie prime, svalutazione della moneta e rivalutazione del dollaro, crisi del credito con diminuzione del consumo, aumento dei prezzi interni degli alimenti e dell’energia, ondate di licenziamenti costanti negli USA e nelle potenze centrali.
Durante la sua ultima riunione il G-8 ha sostenuto che per colpire la crisi “ bisogna sostenere la domanda e recuperare la crescita”, e questo implica affrontare la situazione con nuove risorse, se ce ne sarà bisogno.

Ma mentre la Germania vuole frenare l’emorragia dei fondi pubblici dell’economia, gli USA e la Gran Bretagna ed altre nazioni come la Francia, credono che è necessario impedire che la crisi- già devastante- si trasformi in una bomba sociale per l’aumento della disoccupazione.
A marzo di quest’anno, il giornale francese Le Monde ha pubblicato un dossier con il pronostico di specialisti del LEAP/Europa 2020, un gruppo di riflessione europeo, nel quale si è anticipato che la crisi finanziaria ed economica creerà esplosioni sociali violente in Europa e negli USA dove si potranno creare le condizioni di una guerra civile.

In questo modo, la crisi potrebbe perfino fomentare violente ribellioni popolari la cui intensità si vedrà gravata dalla libera circolazione di armi da fuoco, per la LEAP.
L’America Latina, ma anche gli Stati Uniti, sono zone che corrono maggiori rischi. “Ci sono 200 milioni di armi da fuoco in circolazione negli Stati Uniti e la violenza sociale si manifesta attraverso le bande”, avverte Franck Biancheri, che presiede l’associazione.

Questa visione apocalittica sembrerebbe “fantastica” se questo gruppo di riflessione non avesse vaticinato, a febbraio del 2006, con una precisione sorprendente l’attuale crisi recessiva mondiale.

Tre anni fa, l’associazione descriveva l’arrivo di una “crisi sistematica mondiale”, iniziata per una infezione finanziaria mondiale vincolata al debito nordamericano, seguito dalla caduta della borsa, particolarmente in Asia e USA (da -50% a – 20 % in un anno) e lo scoppiare delle bolle immobiliare mondiali. Un pacchetto che avrebbe provocato la recessione in Europa ed una “grande depressione” negli USA.

Comunque sia, ed alla luce dei dati economici, uno scenario di scioperi e di conflitti sociali nell’Impero USA non è preso da un romanzo di Giulio Verne ma (oltre alla crisi globale) da una proiezione logica ed emergente della disoccupazione causata dalla recessione industriale e manageriale statunitense, per la quale nè l’amministrazione uscente di Bush nè l’amministrazione di Obama hanno trovato soluzioni concrete.


Paulson rivela: L'Amministrazione Bush temeva un crollo nell'ordine pubblico a seguito della crisi
di Stephen Foley - The Independent - 17 Luglio 2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Alcenero

Ieri è stato rivelato che l'amministrazione Bush e il Congresso hanno discusso della possibilità di un crollo nella situazione relativa alla legalità e all'ordine pubblico, e della logistica per sfamare i cittadini Usa nel caso del crollo del commercio e del sistema bancario in seguito al panico finanziario dello scorso autunno.

Facendo la sua prima apparizione a Capitol Hill dopo avere lasciato l'incarico, l'ex segretario al Tesoro Hank Paulson ha affermato che era importante in quel momento non rivelare la gravità delle preoccupazioni dei funzionari, per paura che ciò avrebbe "terrorizzato il popolo americano e portato ad un problema ancora maggiore".

Paulson ha testimoniato di fronte al Comitato di Controllo della Camera a riguardo dell'impopolare piano di salvataggio di Wall Street da $ 700 miliardi dell'amministrazione Bush, che venne innescato dal fallimento della Lehman Brothers lo scorso settembre. Nei giorni che seguirono, una corsa ai prodotti di investimento più sicuri sui mercati finanziari minacciò di rendere impossibile alle persone l'accesso ai propri risparmi.

"In un mondo in cui l'informazione può girare liberamente, in cui il denaro può spostarsi elettronicamente alla velocità della luce, ho considerato l'effetto domino e ho considerato che in caso di fallimento del sistema finanziario, l'intero sistema economico di una nazione può fallire" ha dichiarato Paulson. "Credevo che saremmo potuti ritornare indietro alle situazioni che abbiamo visto durante la grande depressione. Cerco di non usare iperboli. È impossibile dimostrarlo ora dal momento che non è accaduto".

Paul Kanjorski, un democratico della Pennsylvania, ha chiesto a Paulson di rivelare i dettagli delle preoccupazioni dei funzionari, che vennero riferite al congresso in una tesa seduta lo scorso anno. I dibattiti comprendevano discussioni sull'ordine e sulla legalità e sulla possibilità di sfamare il popolo americano, e per quanto tempo, secondo Kanjorski.

Il Comitato di controllo sta indagando sull'acquisizione di Merrill Lynch da parte di Bank of America, un accordo stabilito nel disperato weekend in cui fallì la Lehman Brothers, e che in seguito richiese l'appoggio governativo a causa delle sempre maggiori perdite della Merrill.

Paulson ha difeso l'iniziativa di fare pressione su Bank of America quando a dicembre ebbe dubbi dell'ultimo minuto sull'accordo. Non fare ciò avrebbe resuscitato la "devastazione finanziaria" che il piano di salvataggio aveva placato.

domenica 26 luglio 2009

Afghanistan: escalation in atto

Manca meno di un mese alle elezioni presidenziali afghane e, come prevedibile, aumentano costantemente gli scontri a fuoco tra le truppe ISAF-NATO e i guerriglieri taliban.

E naturalmente anche i militari italiani sono sempre più coinvolti nei combattimenti e oggetto di attacchi. Ieri pomeriggio infatti vicino a Herat un ordigno esplosivo azionato a distanza contro una pattuglia di militari italiani ha causato due feriti.

Ma non è stato l'unico episodio della giornata in cui sono rimasti coinvolti soldati del contingente italiano. Un altro militare è stato ferito non gravemente in un attacco nell'area di Farah, nell'ovest dell'Afghanistan. Un'unità composta da personale del 187esimo Reggimento Folgore e del Primo Reggimento Bersaglieri è stata attaccata nei pressi del villaggio di Bala Boluk, a circa 50 chilometri a nord di Farah, mentre svolgeva una operazione congiunta con le forze di sicurezza afghane per il controllo del territorio. Nell'area sono stati allora inviati sia degli aerei della coalizione per il supporto ravvicinato che gli elicotteri italiani Mangusta. I combattimenti sono durati 5 ore.

Ovviamente è scattato il solito trito rituale delle autorità italiane che esprimono auguri e pronta guarigione ai soldati feriti.

Ma mentre La Russa ha sottolineato "come questa sia l'ennesima conferma della fase estremamente pericolosa che si sta vivendo nel paese per la frequenza degli attacchi. Una fase, che ho potuto verificare nella recente visita in Afghanistan dalla quale sono emerse precise indicazioni su come rafforzare la sicurezza dei nostri soldati nelle fasi operative", Bossi invece dichiarava "Io li porterei a casa tutti. La missione costa un sacco di soldi e visti i risultati e i costi bisognerebbe pensarci su. Secondo me è necessario spendere il meno possibile anche se è chiaro che in Afghanistan c'è un problema internazionale che non è così semplice da risolvere".

Subito dopo però lo stesso La Russa lo ha rimbrottato "Torneranno indietro quando avranno concluso l’obiettivo della missione. Se pensassi da papà, come ha pensato Bossi, l’idea di riportare a casa i militari italiani sarebbe il primo sentimento, ma da ministri, come Bossi, sappiamo che i ragazzi della Folgore e delle Forze armate in Afghanistan portano avanti un compito irrinunciabile, imprescindibile e importante".

Ma a confermare che le cose si stanno sempre mettendo più male per il contingente ISAF-NATO è stato oggi il ministro degli Esteri Frattini che ha annunciato che l'Italia impiegherà i Tornado sia a copertura delle truppe italiane che in azioni di combattimento.

Oggi il mondo politico italiano non ha dovuto pronunciare la fatidica parola: cordoglio. Ma ci saranno senz'altro altre occasioni, visto che anche Frattini si è accorto che "c'è visibilmente un'escalation"...


Lo stupore di scoprirsi in guerra
di Angelo Miotto - Peacereporter - 26 Luglio 2009

Due nuovi attacchi, tre militari italiani feriti: un bersagliere rimasto ferito in una battaglia di oltre cinque ore nella provincia di Farah e due militari feriti a bordo di un blindato a Herat, per l'esplosione di un ordigno nascosto su una motocicletta.

Stupisce lo stupore dei media italiani, che domenica 26 luglio titolano sulle 'truppe italiane sotto attacco' descrivendo con analisi e inviati quello che PeaceReporter va raccontando fion dall'inizio della campagna afghana del contingente italiano. Quando i caveat imposti dal Parlamento erano ben più rigidi di oggi, PeaceReporter ha denunciato l'eristenza di operazioni segrete, vere e proprie azioni di guerra. Era il dossier dell'Operazione Sarissa, con squadre di incursori impiegati senza cronache o comunicazioni ufficiali che potessero turbare il dibattito politico del Paese.

I caveat sono stati rivisti, il contingente è aumentato, le critiche interne ai militari dicono cose precise: sono messi in difficoltà dalle limitazioni rispetto allemoperazioni che stanno conducendo e sono equipaggiati in maniera spesso errata. Una dimostrazione efficace del nodo 'armamenti' sta in un semplòice accostamento che si trova mettendo a confronto due interviste: la prima, sulle pagine del Corsera, vede il ministro degli Esteri Frattini affermare che 'dobbiamo utilizzare i Tornado', i caccia bombardieri inviati alcuni mesi fa nel teatro di guerra afghano. La seconda è sulla Stampa di Torino: il generale Angioni risponde a una domanda affermando che proprio i Tornado non servono un granchè nel tipo di guerra che si sta sviluippando sul territorio. Dice testualmente: "I Tornado appartengono a un armamento utile per gli equilibri fra Nato e Patto di Varsavia", per l'Afghanistan sono vecchi di almeno 25 anni.

Dalle pagine di Repubblica spiccano le parola di un altro generale, di cui PeaceReporter riporta spesso l'opinione: Fabio Mini. Scrive nel suo taccuino strategico, fra l'altro: " La sorpresa per gli attacchi, per i feriti e perfino per i morti dovrebbe essere ormai bandita perché quello che è successo ieri è esattamente quello che succede ogni giorno" e conclude ricordando che è una "situazione di guerra alla quale ci dobbiamo abituare".

L'ultimo accento del dibattito nazionale è il pragmatismo leghista di Umberto Bossi, che scopre il costo - più che umano economico - della missione. Una frase per distinguersi che dice solo ora , come se non facesse parte di quella coalizione di governo che sull'Afghanistan sta giocando i buoni rapporti con le amministrazioni statunitensi. "Se fosse per me li riporterei a casa, visti i costi e i risultati", ha detto.

Ripubblichiamo le cronache di guerra che ben ci ha raccontato il nostro inviato, Enrico Piovesana, Sono e resteranno corrispondenze di tremenda attualità.

Afghanistan, morire da alleati L'artiglio della pantera Una lunga estate calda

Nell'occhio del ciclone

L'ordine dei Taliban, "Fuoco fino al voto"
di Guido Rampoldi - La Repubblica - 26 Luglio 2009

KABUL - Quanto più si avvicinano le elezioni presidenziali del 20 agosto, tanto più inasprisce lo scontro afgano. Nel sud americani e Nato hanno messo in campo i rinforzi, grosso modo quindicimila uomini.

Ma i Taliban si sono sottratti alla battaglia campale e stanno contrattaccando altrove con il loro ingegnoso arsenale: gli ordigni sempre più potenti con cui fanno saltare anche i blindati italiani; e i kamikaze fabbricati in Pakistan, uomini-pallottola di cui sembrano avere una disponibilità illimitata. Non si può dire che l'offensiva occidentale stia andando bene. Chi torna dal sud racconta che i Taliban si nascondono dentro una popolazione più terrorizzata che solidale. Evitano i rischi, e intanto incassano tangenti dai trasportatori pachistani che arrivano da Quetta con gli approvvigionamenti per le truppe Nato.

Potremmo concludere che al momento il successo è loro. Ma la battaglia in corso ha una dimensione più simbolica che militare, e dunque va giudicata con parametri più complicati. Il suo territorio principale è l'opinione pubblica occidentale, cui gli uni vogliono dimostrare che la guerra della Nato è persa, e non vale la vita dei nostri soldati; gli altri, all'opposto, che la situazione comincia a migliorare, tanto che è possibile tenere autentiche elezioni. Magari non correttissime, ma credibili.

I Taliban sanno che tra le file della Nato affiora un certo scoramento. Alcuni tra i contingenti più segnati dalla guerra hanno annunciato il ritiro. L'anno prossimo gli olandesi (600 uomini, 19 morti) lasceranno una delle province più pericolose dell'Afghanistan meridionale, l'Oruzgan, e al momento non c'è un altro contingente disposto a rimpiazzarli. I notabili del luogo si sono riuniti e hanno annunciato, perché non restino dubbi, che se gli olandesi se ne vanno, partirà con loro una parte della popolazione; e chi resterà si consegnerà ai Taliban e farà atto di sottomissione. Settemila bambine non andranno più a scuola.

Chiuderanno ginnasi e licei, i maschi potranno studiare solo nelle moschee. Nel 2011 dovrebbero partire da Kandahar i canadesi, un contingente quasi decimato (125 morti). Presto potrebbero tentennare altri occidentali.

Ma anche tra i Taliban il morale non pare altissimo. Dopo cinque anni di guerra i distretti che controllano sono appena 10 su 350, stima Unama, la missione Onu in Afghanistan. Non è un bilancio entusiasmante, e conferma che la popolazione non è affatto dalla loro parte. Però in altri 165 distretti il governo afgano incontra problemi nell'esercitare la propria autorità: insomma metà del Paese bordeggia il caos, o comunque è esposto alle incursioni della guerriglia.

Gli attacchi sono aumentati da quando il mullah Omar ha ordinato di sabotare le elezioni perché, ha detto, "i candidati più importanti sono stati selezionati da Washington". L'impegno e i metodi con i quali le bande guerrigliere svolgono la loro missione variano da provincia a provincia, a conferma che i Taliban sono una somma di differenti gruppi e di diverse motivazioni. In molti villaggi, nottetempo hanno affisso ai muri lettere che promettono a chi oserà votare: "Vi decapiteremo con la spada della verità e vi consegneremo alle fiamme dell'inferno".

Ma in alcuni distretti si disinteressano alle elezioni, forse per effetto di accordi sottobanco con questo o quel notabile. Vi sono circoscrizioni in cui le donne che andranno a votare rischieranno una pallottola. Ma in altre può accadere quanto mi racconta il deputato Shahla Ata, una delle due donne che con altri 36 uomini concorrono nelle elezioni presidenziali: "Ho raggiunto il luogo del comizio con una scorta di Taliban" (ma la Ata discende dalla famiglia reale, cara alle tribù pashtun che sono il serbatoio della guerriglia).

Tutto questo dà il segno di una crescente confusione, in un campo come nell'altro. Perfino il confine amico/amico comincia ad avere contorni incerti. Alcuni candidati cercano i voti dei guerriglieri di Hizb-islami, una formazione alleata dei Taliban che mantiene legami con l'omonimo partito, rappresentato nel parlamento afghano e nello stesso gabinetto di Karzai. Altri si prospettano all'elettorato come i più idonei per convincere il mullah Omar a firmare la pace, lasciano intendere di aver già avviato un dialogo segreto e alludono alla possibilità di un armistizio.

Ma quando li interpelli scopri che i loro contatti con i Taliban si sono sistematicamente arenati di fronte al fatto che gli interlocutori erano divisi e non riuscivano mai a prendere una decisione. Un afgano ben inserito dentro questo canale di comunicazione mi racconta di aver scambiato messaggi con un Talib del vertice supremo, mullah assai vicino all'emiro, e di aver constatato la disponibilità ad un accordo nella cornice della Costituzione, per la quale il diritto delle afgane a studiare e a lavorare è sacro. Ma al momento questa posizione sembra largamente minoritaria nella cerchia suprema di quel caotico movimento, e comunque non impedisce ai Taliban di continuare ad ammazzare donne che osano affacciarsi nello spazio pubblico.

Sicché forse ha ragione Fawzia Koofi, la giovane vicepresidente del parlamento, quando mi dice: "L'unico argomento che può convincere sul serio i Taliban è un bombardiere americano". In Italia parrà incredibile, ma la Koofi è una femminista e milita nella sinistra.


La Folgore e "l'escalation della guerriglia"
di Andrea Garibaldi - Il Corriere della Sera - 26 Luglio 2009

FARAH - Mentre gridano «Folgore urrà!», ricordano che un uomo, o un ra­gazzo, della Folgore, 187˚ reggimento paracadutisti, non ha paura. Anche se il primo caporal maggiore Alessandro Di Lisio è morto pochi chilometri là fuori, il 14 di luglio, e se il primo caporal mag­gior Simone Careddu rischia di non tor­nare a camminare. Anche se ieri i soldati italiani sono stati per altre due volte col­piti. «Silenziosi e aggressivi», c’è scritto su uno degli stemmi della Folgore affissi sulla baracca nel cortile del campo base e gli uomini e i ragazzi hanno stretto i denti mercoledì davanti al ministro La Russa che è venuto a trovarli e che con la sua camicia mimetica, il suo piglio mi­­litare, il suo saluto assorto alla bandiera, in fondo, è piaciuto. Ma qui è sempre più difficile stare, se gli episodi ostili si moltiplicano.

Questa è Farah. Se vi guardate attor­no per 360˚ vedete solo sabbia chiara e monti scuri. Un albero? Forse uno, lag­giù, pare un albero. Il comando italiano, a Herat, ha battezzato la base El Ala­mein, ma molti — con poca fantasia — la chiamano Fort Apache. L’avamposto più a sud. Il più sperduto del contingen­te italiano in Afghanistan, il più vicino all’offensiva anglo-americana «Colpo di spada» nell’Helmand, terra meridionale di sterminati campi d’oppio e di taleba­ni in rimonta. Farah è un frammento d’Italia gettato lontano.

Trecento paraca­dutisti inquadrati in un battle group, gruppo di battaglia, e cento incursori nella «Task 45», forza speciale, per mis­sioni speciali. I primi, con compiti di as­sistenza alla popolazione, sminamento, ricostruzione, i secondi con riservati compiti bellici: contrastare la propagan­da talebana nei villaggi, il reclutamento, la sottomissione della popolazione civi­le, i traffici di droga. Anche con la forza. Poi, ci sono gli uomini dei servizi di si­curezza, si contano sulle dita delle ma­ni, lavorano in borghese, si calano fra vi­coli e casupole, cercano di capire che succede, d’interdire. Questo è diventata la spedizione italiana in Afghanistan, tesserina dentro un Grande Gioco, ar­duo da decifrare.

Il C-130 arriva in mezz’ora da Herat a Farah, scende a precipizio, poi ondeggia volgendo verso il suolo l’ala destra, poi la sinistra, per evitare colpi, prima d’at­terrare sulla pista di sabbia e di terra, coi sassi che schizzano sotto le ruote. Una immensa spianata, 1.200 metri di altez­za. Nessun essere umano, a vista d’oc­chio. Il capitano Paolo Bianconi punta l’indice in lontananza. Prima ci sono del­le case col tetto arrotondato, l’abitato di Farah, e molto oltre le pendici di altri monti: «Guerriglieri, lontano, da quella parte». Quelli che hanno messo l’ordi­gno che ha ucciso Di Lisio e menomato Careddu, probabilmente. Cosa architetta­no ora? «Avete mai passeggiato per un villaggio afgano — chiede Bianconi —? L’80 per cento della gente sorride, è con­tenta che siamo qui».

E allora? Quanto è difficile capire, soprattutto se si è arma­ti. Il comandante italiano Rosario Castel­lano dice che in Afghanistan si mescola­no undici motivi di instabilità che si tra­sformano in «insorgenza», ribellione contro la presenza di truppe straniere: i talebani antigovernativi, i trafficanti di droga, i coltivatori di oppio, la faide tri­bali, i signori della guerra, i trafficanti di armi, lo spionaggio, la criminalità, gli estremisti religiosi, i gruppi autonomi, i poveri. In questo momento dall’Hel­mand, sotto pressione per l’attacco ame­ricano, molti insurgents trovano sbocco verso l’Ovest, verso Farah e premono sul­la zona sotto la responsabilità italiana: per questo Castellano è in contatto stret­to con il comandante dei marines.

«Oggi la temperatura è a 50 gradi— dice il capitano Bianconi —. Certi gior­ni siamo più fortunati, si ferma a 45». Ecco le grandi tende dove dormono e mangiano i nostri e le strutture di le­gno che fanno da bagni. «Ma stiamo co­struendo la nuova base, in muratura, il Fob, Forward operative base , base avanzata operativa», dice Bianconi. Il capitano è ingegnere, ha 30 anni: «Ge­stiamo budget da milioni di euro, cosa che all’inizio della carriera in Italia sa­rebbe impossibile».

Si costruisce, dunque: non è prevista l’uscita in tempi brevi. Ma la situazione diventa sempre più critica. Arrivano ogni giorno, dal Sud soprattutto, le noti­zie dei caduti delle altre forze armate. So­lo nel mese di luglio 37 soldati america­ni uccisi (il conto degli afgani non lo tie­ne nessuno). Nella zona italiana a luglio gli attentati e gli Ied (ordigni esplosivi improvvisati) sono stati 134, buona par­te nella zona di Farah. Lo scorso anno fu­rono 56. Per agosto, mese delle elezioni presidenziali, il comando italiano ne pre­vede 179, contro i 79 dello scorso anno. È la strada 517, che parte dalla base e va verso la Ring Road, arteria che collega ad anello le principali città dell’Afghani­stan, uno dei punti d’allarme. Se gli in­surgents rendono insicura quella, incer­to diventa ogni collegamento della ba­se di Farah. Lì è saltato il carro Lince su cui viaggiava Di Lisio.

Ora il rischio è che la missione italiana, a Farah in parti­colare, si chiuda a garantire la propria sicurezza, prima di perseguire i compiti d’ufficio, che sarebbero consegnare strade e terre, ricostruire scuole e ospe­dali, addestrare esercito e polizia afga­ne, riconvertire i campi d’oppio. Rac­conta un ufficiale: «Abbiamo da poco consegnato ai contadini 27 tonnellate di zafferano per sostituire questa coltu­ra a quella del papavero». Fa una pausa: «Certo, poi occorre proteggere campi e contadini, altrimenti talebani e traffi­canti impediscono il cambiamento». Obiettivo finale: riconsegnare il Paese agli afgani, ma la parola «afgani» defini­sce una realtà molto differenziata.

Arrivano più Predator, gli aerei senza pilota, i Tornado potranno sparare per proteggere dall’alto i soldati italiani in difficoltà, i carri Lince avranno le torret­te protette. Aumentano gli effettivi, au­mentano le spese, già altissime. Basti pensare che Farah, come le altre basi, è tenuta in vita quasi esclusivamente con gruppi elettrogeni a gasolio e che il gaso­lio arriva con i camion dall’Iran. Abbia­mo sempre pensato al nostro esercito nel mondo nella chiave «Italiani brava gente». Ma da queste parti c’è stato un convoglio attaccato a settembre, un’au­tobomba contro un altro convoglio a ot­tobre, un’imboscata a giugno, un attac­co suicida all’inizio di luglio. Poi, Di Li­sio. Due agguati ieri.

Ora, invece, bisognerebbe pensare ai seggi da proteggere, 1.086 nella zona ita­liana, a impedire che i candidati venga­no uccisi. «Usciamo per Alessandro», di­ce il caporal maggior Fabio Barile, che era sul convoglio di Di Lisio. Lo sguardo fiero, che intuisce quanto è fragile la si­tuazione. Il cuoco di Farah sforna pizze, gesto che sdrammatizza. Il tenente Leo­nardo Bevilacqua è un ingegnere che ha fatto il percorso inverso a Bianconi: lavo­rava nel civile, si è arruolato. Quando ha visto il ministro La Russa, si è commos­so: «Il nostro ministro, qui...». «Non co­nosco l’impossibile», sta scritto su un al­tro stemma della Folgore. Bisogna cre­derci, per restare fra queste pietre.

sabato 25 luglio 2009

Israele-Iran: eterno braccio di ferro

Si ritorna sull'annoso braccio di ferro tra Iran e Israele.

Intanto è ufficiale la notizia che Esfandiar Rahim Mashaie, il vicepresidente iraniano che voleva dialogare con Israele, si e' dimesso. Ne ha dato oggi notizia l'agenzia di stampa Fars.
E sempre oggi il comandante dei Guardiani della Rivoluzione, Mohammad-Ali Jafari, ha dichiarato in tv che l'Iran colpirà gli impianti nucleari israeliani se Tel Aviv attaccherà la repubblica islamica.

Continua quindi la guerra psicologica tra i due Paesi, ma resta sempre sullo sfondo la solita domanda: ci sarà l'attacco israeliano, o no?


Armagheddon?
di Carlo Bertani - carlobertani.blogspot.com - 23 Luglio 2009

Recentemente, Maurizio Blondet ha pubblicato un articolo (per i soli abbonati) (1) dal titolo eloquente: L’Europa a Sion: bomb Iran, nel quale affermava che un attacco all’Iran da parte di Israele è in agenda, da oggi alla fine del corrente anno.
Ripercorrerò molto brevemente le tesi esposte per chi non l’abbia letto:

- Durante il recente G8, l’Europa avrebbe dato il “via libera” per il bombardamento dell’Iran;
- Quattro navi da guerra israeliane (2 sommergibili e 2 caccia, con armamento nucleare) hanno attraversato il canale di Suez e sono in navigazione nel Mar Rosso;
- Alcun squadriglie di cacciabombardieri israeliani sono stato spostate nel Kurdistan iracheno;
- Il “ritorno” economico dell’impresa sarebbe da identificare nel nuovo oleodotto Nabucco – che non passa per la Russia, ma “raccoglie” il greggio delle ex Repubbliche sovietiche asiatiche – il quale, però, senza l’apporto del petrolio iraniano, non raggiungerebbe volumi di transito sufficienti per renderlo economicamente vantaggioso.

Fin qui i dati salienti, considerando anche una dichiarazione del vicepresidente USA Biden il quale, senza mezzi termini, affermava: “Israele è libero di fare quel che ritiene necessario per eliminare la minaccia nucleare iraniana”.

Blondet presenta il quadro come un evidente approccio al bombardamento dell’Iran e, ad osservare soltanto i dati esposti, non fa una grinza. Ci sono, però, argomenti che Blondet non approfondisce e che sarebbe, invece, meglio presentare.
Ritengo che molti lettori siano stufi della “querelle” iraniana, poiché da anni va avanti questo balletto: “Una flotta USA in partenza per il Golfo!”, “Israele pronto a bombardare l’Iran con l’atomica!” e via discorrendo. Poi, non succede nulla.
Vorrei precisare che questo articolo non vuole essere assolutamente un attacco a Blondet, che per alcune doti stimo, ma più che altro una precisazione.

Mi rendo perfettamente conto che il lettore cerca risposte alla domanda “Ci sarà una guerra all’Iran?” – e così è giusto che sia – ma il lettore accorto avrà compreso che nessuno – né Blondet, né chi scrive – è in grado di fornirgli un’assicurazione in merito, certa al 100%. D’altro canto, non ho mai nascosto la mia profonda convinzione che una guerra all’Iran sia un evento troppo pericoloso per gli attuali equilibri politici e, soprattutto, economici: di conseguenza, ritengo che, prima di scatenare Armagheddon, ci sia qualcuno che ci pensa su due e più volte.
Vediamo gli attori della contesa ed i loro equilibri interni, che sono la prima cosa da porre sotto la lente d’ingrandimento quando si parla di guerra.

Iran
Le recenti elezioni iraniane – di là degli evidenti interventi esterni per mettere in crisi l’attuale governo – hanno portato all’attenzione le frizioni interne della società iraniana, più che una mera questione elettorale o di voti.
Nella storia dell’Iran (ossia della moderna Persia), soprattutto dalla metà del secolo scorso, la società iraniana ha vissuto le stesse contraddizioni che abbiamo visto in piazza a Tehran.
Gli introiti petroliferi trasformarono la società iraniana: come avvenne in Europa, una borghesia dedita al commercio, alla nascente industria petrolchimica ed alle attività corollari, affiancò le tradizionali agricoltura e pastorizia.
Ciò avvenne con Mossadeq – che cercò una sintesi meno traumatica, ma anche meno favorevole alla borghesia, e per questo fu detronizzato con l’aiuto degli americani – poi con Reza Phalavi: la rivoluzione iraniana del 1979 fu una rivoluzione popolare, sorretta proprio dai milioni di diseredati che lo Shah, corrotto e succube delle ingerenze esterne (soprattutto statunitensi), aveva necessariamente trascurato per sorreggere la borghesia. La quale, non dimentichiamo, vive soprattutto a Tehran e nelle città.

Oggi, le migliorate condizioni economiche, ci hanno mostrato il volto di una borghesia che vuole occidentalizzarsi – ossia desidera partecipare alla spartizione della ricchezza nei modi e nei termini di quelle occidentali – a scapito proprio dei ceti popolari, che a loro volta si sentono più protetti da quella specie di “socialismo reale” (riconosciamo un’evidente difficoltà nell’identificare, economicamente, il sistema iraniano) instaurato da Mahmud Ahmadinejad.
Il quadro si complica, poiché rivendicazioni di “cassetta” si mescolano con le “tinte” islamiche del regime: apparentemente, assistiamo all’appoggio ad Ahmadinejad da parte dei ceti popolari mentre, dall’altra, la borghesia cerca “sponda” anche nel clero, nella figura di un corrotto Rafsanjani. In altre parole, se si gratta via un po’ di “vernice” religiosa, appare l’eterno scontro di classe.

Le ultime elezioni, vinte da Ahmadinejad molto probabilmente con i due terzi dei voti, indicano proprio la frattura della società iraniana: semplificando, le città a Moussavi e le campagne ad Ahmadinejad.
Ciò nonostante, Ahmadinejad è uscito fortemente indebolito dalle ultime elezioni, poiché la borghesia iraniana ha compreso che opporsi con i mezzi delle borghesie internazionali – supporto mediatico, internazionalizzazione del conflitto interno, ecc – può, alla lunga, riportare il Paese ad un equilibrio più favorevole per i ceti cosiddetti “moderati”, ossia per il commercio, gli affari, ecc.
Allo stato dell’arte, non scorgiamo – però – da parte di Ahmadinejad nessun cedimento: d’altro canto, il presidente non ha scelta, se non quella di continuare ad appoggiare (ed a farsi appoggiare) dalla popolazione rurale, dai settori dello Stato, dalle industrie controllate dal governo stesso.
Una guerra, in questa prospettiva, chi avvantaggerebbe?

Certamente non i sostenitori di Moussavi e di Rasfanjani, poiché un attacco dall’esterno condurrebbe inevitabilmente a zittire ogni contrasto interno. Più probabilmente, il tintinnio di sciabole inscenato da Israele è indirizzato più alla borghesia iraniana – “non siete soli!” – che ad un vero e proprio attacco all’Iran.
Per riuscire a rovesciare il governo iraniano, e l’impianto stesso della Repubblica islamica, sarebbe necessaria una vera guerra con tanto d’invasione: dubitiamo che qualche bomba farebbe crollare gli Ayatollah.

USA
Blondet afferma che il vicepresidente Biden avrebbe dato il “via libera” ad Israele con la frase sopra citata: verrebbe da dire che ciascuno è libero di dire quel che vuole, perché non scorgiamo proprio quali potrebbero essere i vantaggi, statunitensi, dell’avventura israeliana.
La presenza, in Kurdistan, degli aerei israeliani implica una sostanziale indipendenza del Kurdistan dall’Iraq ed una sua alleanza con Tel Aviv? E gli USA, che cercano di calmare le acque in tutto il Paese per andarsene?
Un attacco all’Iran partendo dal Kurdistan farebbe scoppiare la polveriera irachena ancor più, considerando che il Kurdistan iracheno non confina solo con l’Iran, ma anche (a Sud-Est) con le zone interne a maggioranza sciita. E, gli sciiti iracheni, si sentono di certo più vicini a Tehran che a Baghdad.

Se non basta l’Iraq, riflettiamo sulla situazione interna americana: non ho mai creduto che Obama sia la colomba di pace che ci propinano, e lo scrissi in tempi non sospetti, addirittura nel Gennaio del 2008 (2).
La situazione economica prospettata da molti analisti (3) è una sentenza priva d’appello: gli USA devono correre ai ripari – ed in fretta! – se non vogliono incorrere in traumi economici ancor peggiori. La prospettiva di Bush – ovvero compensare l’inevitabile declino economico statunitense con le avventure militari, sostenere il dollaro con l’aumento del greggio ed appropriarsi delle risorse energetiche altrui con la forza – è fallita miseramente nella bolla speculativa.
Obama, oggi, non ha altra scelta che quella di ridurre il deficit statale, ed ha già mosso i primi passi per andarsene dall’Iraq. Inoltre, ha già parlato di “exit strategy” anche per l’Afghanistan.

In definitiva, Obama ritiene più vantaggioso per gli USA ridurre l’esposizione militare nel Pianeta, per tentare difficili (e costose) ristrutturazioni industriali, per “agganciare” la “locomotiva” delle rinnovabili e, in futuro, sperare di tornare potenza industriale.
Tutto ciò è un sentiero colmo di dubbi, trabocchetti ed incertezze: vogliamo aggiungerci una guerra all’Iran?
Per quanto ci scervelliamo, non riusciamo proprio a trovare una sola ragione per la quale, oggi, convenga a Washington imbarcarsi in un’avventura militare – sia pure per sperare nei profitti del Nabucco – poiché è evidente che, una guerra all’Iran, non potrebbe mai essere intrapresa e sostenuta da Israele.
C’è la possibilità che gli USA restino a guardare ma, per quanto sopra esposto, l’attacco israeliano finirebbe per trasformarsi in una mera distruzione d’entrambi, che lascerebbe il Pianeta messo peggio di quanto già oggi è.

Israele
Non ci sembra che Israele, con l’avvento della nuova amministrazione statunitense, abbia di che temere: sono state fatte timide avance per la creazione del solito Stato palestinese, ma niente di più che la solita aria fritta.
Anche la cessione del West Bank, in cambio di un “via libera” per bombardare l’Iran, ci sembra un non sense: cosa rimarrebbe del West Bank – e della stessa Israele – se avvenissero attacchi reciproci con armi nucleari da un lato e batteriologiche dall’altro?

Inoltre, Israele non ha una struttura militare adatta per operazioni a vasto raggio: in tutta la sua Storia – salvo il bombardamento del quartier generale di Arafat a Tunisi, una complessa operazione di rifornimento in volo per sganciare solo poche bombe – ha sempre combattuto a ridosso dei suoi confini.
Un attacco partendo dal Kurdistan necessiterebbe di una logistica d’appoggio troppo complessa per chi non ha esperienza bellica in operazioni distanti dalle proprie basi. Inoltre, gli aerei israeliani dovrebbero vedersela con la caccia e la contraerea iraniana.
Se, invece, l’attacco dal Kurdistan fosse solo la miccia per innescare la ritorsione balistica iraniana ed il contrattacco atomico israeliano, non si comprende quale differenza facciano due sottomarini e due cacciatorpediniere in più: Israele può colpire con i missili Jericho dal territorio metropolitano.

Conclusioni
In tutta onestà, ci sembra che queste siano solo manovre militari destinate – come ricordavamo – a gettare un po’ di benzina sul fuoco, per sperare che l’opposizione iraniana “abbocchi”. Una sorta di “Naval diplomacy” e nulla più.
La strategia nei confronti dell’Iran – questo è chiaro da tempo – mira alla destabilizzazione interna, non ad un attacco militare. Perché?

Poiché un attacco all’Iran significherebbe il blocco dello stretto di Hormuz per chissà quanto tempo, con prezzi del petrolio alle stelle. Altro che i 150 $/barile del record!
Inoltre, Siria ed Iran sono legate da una alleanza che prevede il mutuo soccorso in caso d’attacco: nel 2006, Israele si guardò bene dall’attaccare il territorio siriano. In caso d’attacco, sarebbe tutta la regione a saltare per aria, con scenari veramente imprevedibili.
E, con tutte le prudenze espresse nei vari G8 – per tentare di salvare quel poco che resta ai sette grandi con le pezze al sedere – la “bella pensata” è quella d’attaccare l’Iran?
Francamente, mi sembra una follia. Aggiungere Armagheddon al fallimento economico del liberismo è cosa assai diversa rispetto alla “soluzione” della crisi degli anni ’30 con la guerra mondiale: all’epoca, gli USA erano pochissimo indebitati ed erano una potenza economica in ascesa, non un paese di disoccupati senza prospettive.

Perciò – pur apprezzando la puntualità di Blondet nell’informare – le conclusioni che sottende non mi trovano d’accordo. Certo, la follia umana non ha limiti, ma continuo a credere che le guerre servano per incrementare i profitti del capitalismo, non per dargli il colpo di grazia, come avverrebbe se lasciassimo correre Armagheddon.

Note

(1) Per cortese segnalazione di Piero Deola.
(2) Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/01/uomo-della-provvidenza-o-cavallo-di.html
(3) Vedi, fra gli altri: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6124

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Iran e Israele scoprono le carte
di Eugenio Roscini Vitali - Altrenotizie - 21 Luglio 2009

Nei giorni scorsi due navi da guerra con le insegne della Stella di David, la Hanit e la Eilat, hanno attraversato il canale di Suez e si sono dirette verso il Golfo di Aden, dove da alcune settimane incrocia uno dei tre sottomarini Dolphin in forza alla Marina Militare israeliana. Un messaggio chiaro, che si va ad aggiungere alle manovre navali condotte qualche settimana fa nel Mar Rosso e all’accelerazione dei progetti volti a dare a Israele uno scudo antimissilistico.

Fatti che confermano la grave situazione di instabilità e di insicurezza in cui versa il vicino Medio Oriente e che dimostrano come lo Stato ebraico sia pronto a dar seguito a quelle che fino a ieri erano solo promesse. Secondo una fonte anonima del quotidiano britannico The Times, i governi occidentali starebbero lavorando a un accordo con Gerusalemme che, in cambio di concessioni l’Autorità Nazionale Palestinese, avrebbe il sostegno di gran parte della comunità internazionale ad un attacco israeliano contro le installazioni nucleari iraniane.

La luce verde dovrebbe arrivare entro e non oltre la fine un anno, prima cioè che l’Iran sia in grado di effettua il lancio simultaneo di vettori a lunga gittata, eventualità alla quale la difesa aerea israeliana non sarebbe ancora pronta. Un problema non da poco, soprattutto ora che Teheran ha dato il via alla fabbricazione su vasta scala del missile terra-terra Sejil II, un razzo a due stadi, alimentato a combustibile solido, che i tecnici hanno sperimentato con successo nel maggio scorso e che i vertici militari preferirebbero al più collaudato Shehab-3, del quale per altro avrebbero già sospeso la produzione.

Lanciato per la prima volta dal poligono di Semnan, nell’Iran settentrionale, il Sejil II è destinato a sostituire un altro vettore relativamente vecchio, il missile Ashoura, lanciato per la prima volta nel novembre 2007. Con un range effettivo di 2000 chilometri, sufficiente quindi a colpire in qualsiasi momento lo Stato d’Israele e le basi americane nel Golfo Persico, il Sejil II rappresenta la nuovo generazione dei missili iraniani: sensori e sistemi di navigazione estremamente sofisticati e più accurati di quelli montati sulla serie Shahab; utilizzo di combustibile solido e conseguente possibilità di stoccaggio in bunker sotterranei; doppio stadio, grazie al quale è possibile raggiungere una quota più elevate ed una gittata superiore a quello dello stesso Shahab3, considerato fino a poco tempo fa il più pericoloso dei sistemi missilistici iraniani.

Lo Stato Maggiore prevede che, con una media di 200 missili all’anno, nei prossimi cinque anni l’industria bellica iraniana riuscirà a produrre mille esemplari; un target ambizioso che, secondo gli specialisti occidentali, non dovrebbe però superale i 15 vettori/anno e che potrebbe raddoppiare solo attraverso un investimento di parecchi miliardi di dollari. Il salto di qualità tecnologico è comunque notevole e per certi versi preoccupante. La prima “qualità” è rappresentata dal sistema di combustione: i missili che utilizzano propellente liquido, come lo Shehab, hanno bisogno di parecchie ore per essere riforniti e questo li espone alla possibilità di essere intercettati dai satelliti spia israeliani e americani.

Al contrario, il Sejil, può essere rifornito in breve tempo e può rimanere nascosto fino al momento del lancio, cosa che mette in seria difficoltà anche i più sofisticati “radar early warning” israeliani, come il sistema FBX-T installato nel deserto del Negev. Il Sejil II può essere infatti rilevato ed ingaggiato dai satelliti militari solo a decollo eseguito e quando è ormai diretto verso l’obiettivo, limitando quindi i tempi di reazione della difesa aerea. Teheran avrebbe inoltre reclutato alcuni esperti cinesi che dovrebbero coadiuvare i tecnici iraniani nella costruzione delle rampe di lancio.

Da Pechino arrivano anche i missili antinave C-809, gli stessi che durante la guerra israelo-libanese del 2006 danneggiarono gravemente un’altra nave della classe Saar 5, la INS Hanith. Costruite nei cantieri statunitensi di Ingalls Shipbuilding, le corvette Hanit ed Eilat rappresentano la parte finale dell'evoluzione di questi modelli: dotate di sofisticati sistemi di rilevamento ed accorgimenti stealth, sono navi armate con un cannone da 76 mm o con un apparato per la difesa antiaerea (CIWS Phalanx da 20 mm a 6 canne) e con 8 missili Harpoon con gittata di 130 chilometri, 8 missili Gabriel II in funzione antinave, 32 missili Barak in celle verticali per la difesa aerea e 6 tubi lanciasiluri Mark 32 per siluri Alliant Techsystems Mark 46 da 324 mm.

I tre sommergibili Dolphin, cinque dal prossimo anno con l’arrivo di due U-212, sono invece dotati di sofisticati sistemi di navigazione e combattimento ed hanno a disposizione sei tubi di lancio da 533 mm, adatti a missili a corto raggio, e quattro da 650 mm, per il lancio di missili nucleari da crociera (Popeye Turbo). Ma i tre sottomarini rappresentano solo una parte dell’arsenale nucleare israeliano; oltre ai missili in dotazione alla marina, Gerusalemme dispone infatti di quasi 300 testate nucleari, di altrettanti bombardieri F15 ed F16 e di circa 50 missili balistici Jericho II montati su rampe di lancio mobili.

Per rispondere a eventuali attacchi, Israele sta anche cercando di mettere a punto una serie di sistemi che dovrebbero formare uno scudo difensivo contro i missili iraniani. Oltre alle batterie antimissile Patriot, diventate famose per la difesa contro i missili SS-1 Scud lanciati dall'Iraq contro Israele durante la guerra del Golfo del 1991, Gerusalemme sta portando avanti il progetto Arrow-3, sistema di difesa antibalistico di teatro ad alta accelerazione e con testata a frammentazione, che dovrebbe essere utilizzato contro gli Shehab-3 e i Sejil II e che, prossimamente, dovrebbe subire un importante test nell’Oceano Pacifico.

Concepito per intercettare missili balistici a corto e medio raggio, il sistema Arrow-3 è in grado di colpire vettori in un range di 1.000 chilometri e gestire e discriminare fino a 14 intercettazioni simultanee. C’è infine l’Iron Dome (Cupola di ferro), un sistema di difesa sviluppato dalla Rafael Advanced Defense Systems Ltd e collaudato recentemente nel deserto del Neveg, capace di distruggere in volo i razzi e missili a corto raggio (5-70 chilometri) e quindi indirizzato contro i Katyusha e i razzi da 155 mm in dotazione agli Hezbollah ed i Qassam utilizzati dalle frange estremiste di Hamas.

Il fatto che si possano barattare gli insediamenti della West Bank con la possibilità di poter scatenare sull’Iran un attacco atomico dalle conseguenze spaventose, sembra comunque una soluzione quantomeno folle, anche perché Teheran risponderebbe e questo significherebbe la morte di milioni di persone, dall’una e dall’altra parte. Neanche il presidente americano sembra intenzionato ad avvallare un tale disegno strategico che probabilmente servirebbe solo a rafforzare l’attuale regime iraniano e a far collassate definitivamente il sistema finanziario occidentale.

Un attacco israeliano all'Iran avrebbe infatti effetti tanto devastanti da non poter essere paragonato neanche all’11 settembre: schizzerebbe in alto il prezzo delle materie prime, crollerebbero i listini, si paralizzerebbero i mercati e tornerebbe a farsi sentire la paura del terrorismo. E’ più probabile e più auspicabile che quello a cui stiamo assistendo altro non è che la classica goccia che farà traboccare il vaso: una nuova e costosa guerra fredda, basata sull’elemento della deterrenza, che costringerà le grandi potenze a definire finalmente una politica sul disarmo atomico.



Prove di Nabucco con il gas della discordia
di Carlo Benedetti - Altrenotizie - 22 Luglio 2009

Parte il “Nabucco”. Il già tanto progettato gasdotto è in pista. L’accordo, raggiunto ad Ankara dinanzi al presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, vede come firmatari Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria. Tutti paesi che saranno attraversati per portare il gas del Mar Caspio in Europa senza passare dalla Russia. Comincia così una nuova pagina di geoeconomia. Eppure questo sospirato accordo intergovernativo non dissipa i forti dubbi di esperti, economisti e politici sulla sostenibilità finanziaria del costosissimo megagasdotto (almeno 7,9 miliardi di euro per 3.300 chilometri di tubi destinati a convogliare in Europa a partire dal 2015 fino a 31 miliardi di metri cubi l'anno) destinato a determinare il corso dei nuovi processi economici.

Il progetto dovrebbe entrare in servizio nel 2014 con un costo stimato di 7,9 miliardi di euro, sostenuto dalla Commissione Ue, dagli Stati Uniti e, soprattutto, da diversi Paesi dell'est Europa, ansiosi di diminuire la loro dipendenza dal gas russo e dalle vie russe di approvvigionamento di gas naturale, rivelatesi negli ultimi anni a tratti incerte. E di conseguenza si avvia un processo di disgregazione economica.

Il progetto, comunque, è anche visto con freddezza da altri Paesi europei che considerano più economici e realistici i gasdotti alternativi dalla Russia come il “South Strem” (Gazprom-Eni), dalla Russia alla Bulgaria sotto il Mar Nero, e il “North Strem”, dalla Russia alla Germania sotto il Mar Baltico. E, soprattutto, l'Interconnettore Turchia, Grecia e Italia (Itgi), che porterebbe anch'esso gas del Mar Caspio (quindi non russo) in Puglia e in Europa, senza passare per la Russia, ma che ha il vantaggio di essere in parte già costruito e di essere molto meno costoso dell'ambizioso “Nabucco”.

Questo nuovo progetto parte anche con l'adesione in extremis del Turkmenistan, in quanto Paese fornitore di gas. Restano, ripetiamo, pesanti dubbi sulla consistenza delle forniture di gas da parte dei Paesi centroasiatici, tradizionali fornitori del russo “Gazprom”, specie dopo che quest'ultimo ha cominciato a offrire a quei Paesi prezzi internazionali di mercato in luogo degli altrettanto tradizionali prezzi politici ridotti.

Intanto arrivano le prime e dure polemiche. Perché questo “Nabucco” provoca una rivalità tra Gerhard Schröder e Joschka Fischer, che sono due ex icone della politica tedesca. Hanno governato fianco a fianco la Germania del dopo-Kohl dal 1998 al 2005. Schröder cancelliere e per un certo tempo presidente del partito socialdemocratico (Spd); Fischer leader dei Verdi, vice-cancelliere e ministro degli Esteri. Ora, con l’avvio del “Nabucco”, sull’esempio di Schröder anche l’ambientalista Fischer si è paracadutato “a tutto gas” nel mondo dei grandi affari energetici e delle “interessate” alleanze geopolitiche. Con l’ex cancelliere che dalla sua poltronissima di presidente del consiglio di sorveglianza del consorzio “Nord Strem” per la costruzione del gasdotto russo-tedesco attraverso il mare del Nord, è diventato il primo lobbista occidentale dei russi di “Gazprom”.

Fischer invece si è sistemato sulla sponda opposta che mira ad emanciparsi dai russi. E l’ha fatto intascando una consulenza a sei cifre (in Euro) dal gruppo statale austriaco OMV, che gli ha affidato l’incarico di promuovere nel mondo politico-finanziario gli interessi di “Nabucco” notoriamente in dichiarata concorrenza con il gasdotto “South strem” progettato da “Gazprom” con aiuti anche italiani (Eni e Enel).

In questo contesto di questioni tecniche finanziarie viene allo scoperto sempre più la posizione della Turchia, che si batte a favore di una partecipazione iraniana all’intero progetto di forniture. "E' nostro desiderio che il gas iraniano sia incluso nel “Nabucco”, quando le condizioni lo permetteranno", dice in proposito Erdogan ai governi partner del “Nabucco” e ai paesi della regione, tra cui Iraq e Georgia. Ma contro questa posizione si schiera l'inviato speciale Usa per l'Energia, Richard Morningstar, il quale ribadisce l'opposizione di Washington al possibile utilizzo di gas iraniano nel gasdotto in questione.

Erdogan, intanto, rincara la dose organizzando un polo di resistenza. Fa presente che il Qatar potrebbe rivestire un ruolo di primo piano nel progetto, con un terminal di gas liquefatto naturale in Turchia, e sostiene anche che il gas russo possa essere trasportato in Europa attraverso il “Nabucco”.

L'Ue, invece, sostiene il progetto, vedendolo come un modo per ridurre la propria dipendenza dal gas russo, ma il nuovo progetto non riesce a trovare capacità produttiva sufficiente per il gasdotto da 31 miliardi di metri cubi, che compete con il progetto rivale “South Strem”, sostenuto dalla Russia, per soddisfare il consumo europeo. E comunque sia la Turchia, che aspira ad entrare nell'Ue, spera che il “Nabucco” possa rafforzare la posizione del Paese favorendo il suo ingresso nel blocco impedendo nuove e pericolose conseguenze geopolitiche.

venerdì 24 luglio 2009

Sex, drugs & Apicella

Troppo vomito in gola, no comment!!!

Segreti e bugie

di Emiliano Fittipaldi e Antonio Massari - L'espresso - 23 Luglio 2009

Le buste per le escort. Il lettone di Putin. I reperti fenici nella villa sarda. I consigli sul sesso. Berlusconi senza freni nei dialoghi registrati dalla D'Addario

Berlusconi è appena arrivato a Rho, ad inaugurare una fiera di motocicli. È la mattina del 5 novembre 2008. Tre ore prima ha lasciato "nel lettone di Putin" a Palazzo Grazioli la prostituta Patrizia D'Addario, con cui ha passato tutta la notte in bianco. Sarà perché l'umore è alle stelle, sarà perché mai avrebbe immaginato che, dopo nove mesi, "L'espresso" sarebbe riuscito a ricostruire grazie alle registrazioni fatte di nascosto da Patrizia la sua scappatella, fatto sta che il marito di Veronica Lario osa una battuta sul tradimento.

"Mi piace", si legge nella cronaca dell'Ansa, "l'idea che negli Stati Uniti danno 20 dollari in busta paga a chi usa la bici per andare a lavoro. Certo che se qui facessero la stessa cosa per tutti quelli che commettono adulterio e poi tornano a casa... ritornerebbero tutti a casa!" . Letizia Moratti, al suo fianco sul palco, sorride.

Il governatore cattolico Roberto Formigoni è a due passi di distanza. Patrizia, a Roma, è tornata in albergo. A Rho Berlusconi, intanto, non si ferma. "I conduttori televisivi sono appecoronati sulla sinistra", dice. Poi passa a difendere la scuola privata cattolica, sostenendo che i tagli non la toccheranno. " È una libertà per tutti che ci sia una scuola privata per le famiglie che abbiano a cuore lo studio dei loro figli anche secondo determinati valori".

Quando va via, direzione Arcore, prima di mandare il messaggio di congratulazioni a Obama che è diventato il nuovo presidente degli Stati Uniti, Berlusconi chiama sul cellulare Patrizia. " Tutto bene? Io ho lavorato tanto, questa mattina sono andato a inaugurare questa mostra, ho fatto un bellissimo discorso, con applauso. E non sembravo stanco".

L'utilizzatore finale
Il trionfo della doppia morale, dei " vizi privati e pubbliche virtù" di un uomo di Stato: è questo che certificano le registrazioni che Patrizia ha effettuato nelle sue due visite al presidente del Consiglio. I nastri pubblicati sul sito de " L' espresso" da lunedì scorso testimoniano come Berlusconi abbia mentito e come, al contrario, l'escort abbia sempre detto la verità. Il presidente aveva parlato di complotti e menzogne. "C'è qualcuno che ha dato un mandato molto preciso e benissimo retribuito a questa signora D'Addario. Non ho mai pagato una donna".

All'Aquila durante il G8 aveva rincarato la dose: "Cos'altro potrebbero inventarsi? Questa campagna di menzogne e spazzatura avrà conseguenze su chi l' ha fatta". Il suo avvocato Niccolò Ghedini, che ha definito le registrazioni " inverosimili e frutto d' invenzione", s'era spinto ancora oltre, negando tutto. " Vicenda inesistente" , ha esordito un mese fa, dopo le prime notizie del "Corriere della Sera" , " non credo che la D' Addario sia mai andata a casa del premier. Notizie che ci appaiono completamente sprovviste di qualsiasi connessione fattuale e logica" . Sarà. Ma lo scoop ha chiuso la partita. Berlusconi, per dirla alla Ghedini, è stato davvero " l' utilizzatore finale" della prostituta.

Oggi l'opposizione chiede (a bassa voce) al premier di fare chiarezza. Perché lo scandalo, come sostengono anche gli opinionisti stranieri, è tutto politico. Il Pdl tira in ballo la violazione della privacy, privacy, ma l' informazione ha il dovere di evidenziare comportamenti che possono trasformare un capo di governo in un soggetto facilmente ricattabile. Il premier visto dal " buco della serratura" è completamente diverso dallo statista conservatore che legifera basandosi sui valori " Dio, Patria e Famiglia" , il cui esecutivo scrive disegni di leggi per sbattere in galera i clienti delle prostitute che battono i marciapiedi.

Berlusconi top secret
Nessuno sapeva che a Villa Certosa ci fosse una "balena fossilizzata" e che Silvio Berlusconi collezionasse " meteoriti" . Soprattutto, nessuno sapeva che il premier avesse scoperto tombe fenice. Patrizia l'ha appreso dal Cavaliere in persona che, durante una festa dello scorso ottobre, si è trasformato in un cicerone d' eccezione. Quella sera Berlusconi sembra felice. Alcuni ospiti già li conosce, altri gli fanno visita per la prima volta. Quando il Cavaliere si presenta, Patrizia gli parla subito dei suoi problemi: a Bari c' è un' operazione immobiliare a cui tiene molto: iniziata anni fa dal padre morto poi suicida, è bloccata.

Con lei c' è pure Giampi Tarantini, l'imprenditore barese al centro di un'inchiesta su appalti e prostituzione, che ha portato con sé altre splendide ragazze. Oltre a Patrizia, ci sono Barbara Montereale e Lucia Rossini. Ignaro che un registratore sta incidendo ogni sua parola, il premier si lascia andare alla descrizione dei suoi tesori. Dopo aver guardato video celebrativi, gli ospiti hanno la fortuna di ammirare sullo schermo anche le bellezze di Villa Certosa. "Sotto qua delle bellissime tombe ", dice euforico il premier. "Abbiamo scoperto trenta tombe fenice... Questo è l'anfiteatro, qua abbiamo le farfalle, qui abbiamo i pesci".

La D'Addario ascolta incuriosita. Giampi qualche ora prima le ha spiegato, in albergo, come funzionerà la serata. La paga è di 2.000 euro. "Lui non usa il preservativo, tu puoi decidere. Però lui non ti prende come escort, capito? Lui ti prende come un' amica mia". Poi aggiunge che, nel caso vada tutto bene, sarà Berlusconi a "saldare" in qualche modo. " Mille euro ora già te li ho dati... poi se rimani con lui... ti fa il regalo solo lui".

A Patrizia Berlusconi snocciola la sua agenda politica, spiegando che a giorni deve andare a Pechino. Una ragazza gli domanda se ha mai visto i soldati in terracotta. "Sì, come no, sono belli. Quasi incredibili, ad altezza naturale". Prima di cena descrive nei dettagli, per 10 minuti, le meraviglie di Villa Certosa. "Questo è l' ingresso della gelateria del presidente. Fa anche i sorbetti. Guarda che meraviglia, qua c' è la fabbrica dei gelati! Questo è un altro lago. I cigni? Sì, ci sono, ma li tiriamo fuori d' estate perché vogliamo avere l' acqua pulita per fare il bagno" . Chissà il premier dove sistema i pennuti.

La visita audiovisiva continua. Patrizia registra ogni rumore, i commenti delle ragazze, tutte le strane storie raccontate dal Cavaliere. " Questo è il lago delle palme, guarda che meraviglia, con tutte le palme intorno... Questa è la balena fossilizzata. Questi qua sono i meteoriti: questi son quelli che mi ha regalato... Visti questi qua, sono andato in India, e ne ho presi di altri tipi. Questo qui è il labirinto che ti ho detto. Quello lì è il bozzetto della statua centrale, che è una donna su un corpo di cavallo, e in alto ha una colomba: ogni grotta è una scultura". Patrizia registra ancora: "Qui abbiamo la pizzeria, adesso l'abbiamo coperta per renderla più intima... è la casa più bella della Sardegna" . Si sente fischiare, arriva Frou Frou, il barboncino bianco che gli è stato regalato dalla moglie di Bush. La serata va avanti, tra musiche napoletane, vino e battute.

La colazione e le buste
Alla fine del tour turistico e delle lezioni economiche sul G8 e opere d' arte italiane, Patrizia decide di non restare e torna a casa. Ma dopo due settimane viene invitata ad un altro festino. Stavolta Patrizia rimane tutta la notte. È il 4 novembre 2008. Obama sta per diventare presidente degli Usa, mezzo mondo è incollato alle tv, ma lo statista italiano ha altri piani: quando la coppia rimane da sola, i nastri raccontano delle "docce" del premier che invita la prostituta ad aspettarlo " nel lettone di Putin".

La mattina presto il Cavaliere e Patrizia fanno colazione insieme. Tè e caffè, dolcetti e tisane con troppo zucchero. Iniziano a commentare le effusioni d'amore, con il premier che dispensa qualche consiglio su come vivere felicemente la sessualità femminile.
L'escort annuisce. Poi il presidente le chiede il cognome. "È un cognome famoso, c'è una grossa concessionaria che fa pubblicità, un grosso dottore ginecologo" . " D' Addario, D' Addario", ripete Berlusconi.

Sei mesi dopo, al settimanale di sua proprietà "Chi" , a scandalo appena scoppiato, si difenderà sostenendo che "non c' è nulla nella mia vita privata di cui io mi debba scusare (... ) Non ho (di Patrizia, ndr) alcun ricordo. Ne ignoravo il nome e non ne avevo in mente il viso" . Berlusconi il 5 novembre ha fretta. Deve correre a Rho al salone del ciclo e motociclo. La D'Addario appena esce chiama Tarantini.
"Non abbiamo chiuso occhio stanotte. Non mi ha dato la busta. Come mai? Tu mi avevi detto che c'era una busta... Siccome Barbara ha detto, appena sono arrivata, ha detto: " Hai avuto la busta, 5000 euro? " Ho detto no, io non ho preso proprio niente" . Patrizia è delusa, ma ritorna il buonumore quando Silvio la richiama. Cominciava a preoccuparsi. "Ciao come stai? " le dice con un filo di voce: " Io sto partendo adesso per Mosca. Ti chiamo domani quando torno eh? Ciao tesoro


Sex and the Silvio
di Edmondo Berselli - L'espresso - 23 Luglio 2009

Prostitute a palazzo Grazioli. E poi menzogne per coprire lo scandalo. Così il premier infrange le regole dell'etica. E quelle della politica
Abbiano pazienza l'avvocato e deputato Ghedini e lo staff del premier, ma la loro linea difensiva non potrebbe essere più catastrofica. "Tutte invenzioni", sono insorti dopo la pubblicazione del nuovo scoop de 'L'espresso' sulle registrazioni sexy realizzate dalla escort Patrizia D'Addario a Palazzo Grazioli. In avvio del nostro principale reality, Ghedini aveva messo a segno il plateale autogol a proposito di Silvio "mero utilizzatore finale" dei servizi offerti da quelle signorine così di casa nella residenza del presidente del Consiglio.

Per questo qualcuno, nel giro di Montecitorio, aveva cominciato a chiamarlo 'Comunardo' Ghedini, a ricordo imperituro del difensore del Cagliari e della nazionale Niccolai, passato alla storia perché specializzato in autoreti spettacolari. Ma quali "invenzioni", avvocato! L'invenzione, in casi come la prostituzione di regime, implica inevitabilmente la menzogna. Sarebbe fin troppo facile ribaltare l'accusa sulla corte berlusconiana, sostenendo che da mesi il premier vive in una zona grigia fra meschine bugie sul privato e presunti splendori turcheschi in pubblico, con il contorno di 'clientes' che cercano di assecondare le narrazioni del sultano Silvio.

Ma ci vorrebbe poco a capire che questa versione romanesco-brianzola-barese di 'Le mille e una notte' rappresenta integralmente la verità. Anzi, per la precisione, le odalische di Palazzo Grazioli costituiscono la proiezione nell'immaginario italiano dell'ultraverità, forse dell'iperrealtà incarnata da Silvio Berlusconi. Il Cavaliere è impegnato in una compulsiva ricerca tesa a imporre la propria immagine, molto simile solo a pensarci a un fumetto anni Settanta, clonato a partire dal Dna della mascella ipertrofica di Lando Buzzanca: da Cavaliere a Cavalcatore, dal Cid Campeador a Fanfulla da Lodi il passo è brevissimo. Altrimenti non si spiegherebbero le battute come "Vi piace il presidente ferroviere? Io preferisco il presidente puttaniere", e neppure le palpatine all'assessora trentina, nonché l'infinito repertorio di storielle e barzellette tutte legate a una visione del mondo allegramente maschilista.

Se non ci fosse una fede così fervente nell'ultrarealtà, senza nessuna paura della kryptonite verde o rossa (quella rossa aveva la brillante caratteristica di costringere Superman a combinare un mare di cavolate), IperSilvio non sarebbe capace di improvvisare un comizio sul G8, il G14, il G16 davanti alla escort D'Addario, al futuro premio Nobel per l'economia Tarantini e altri eccellenti ospiti, imbrodandosi sul suo ruolo prodigioso al comando dell'economia globale: "Io sono l'unico che ha presieduto il summit due volte. Adesso sono in-su-pe-ra-bi-le! Tre volte!.".

E mentre sullo sfondo degli "utilizzi finali" del premier va in onda, e non poteva che andare a finire così, lo hit di Sal Da Vinci 'Zoccole zoccole', dal musical neomelodico 'Scugnizzi' ("Zoccole, zoccole, zoccole, so' tante e campano a dispiétto 'e tutti quante"), come si fa a non ricordare l'inno nazionale scritto da Paolo Villaggio e Fabrizio De André, tanti anni fa: "È mai possibile, o porco d'un cane, che le avventure in codesto reame debban risolversi tutte con grandi puttane".

Ecco, in omaggio alla battaglia di Poitiers i 'moros' li abbiamo (e li 'respingeremos') e le puttane non mancano: ma prima di concludere che non è una cosa seria bisogna considerare che la politica ha le sue regole. Se uno le infrange, e 'papi' le ha infrante tutte, deve affrontarne le conseguenze. Per il suo staff e i suoi cortigiani Berlusconi sta completando il suo capolavoro esistenziale in quanto genio pop; per le persone normali, il premier è arrivato alla fine del suo giro dell'Oca. Lo ha confessato proprio lui che deve stare fermo qualche giro, chiudere Villa Certosa, "cambiare vita", andare in pellegrinaggio da padre Pio. Ecco, autosospendersi: l'unica soluzione sufficientemente drammatica per essere più che dignitosa: perfino elegante.


Se siamo protetti da Berlusconi & C possiamo stare tranquilli
di Antonella Randazzo - lanuovaenergiablogspot.com - 23 Luglio 2009

Come affidarsi al gatto e alla volpe e perseguitare i più deboli

“Altro che ronde! In Italia la situazione è vergognosa (perché) non esiste la certezza della pena!” (1)
A parlare non è un no-global, né un personaggio che avversa Berlusconi, ma il capo della Polizia di Stato della Repubblica Italiana, Antonio Manganelli.

Già lo scorso anno, Manganelli si prodigava a denunciare i pericoli dovuti all’indulto: “I crimini impuniti (sono) una vergogna vissuta ogni giorno… in Italia non esiste la certezza della pena… gli sforzi della polizia vengono vanificati”. (2)

Quello che osserva Manganelli noi italiani dobbiamo verificarlo per forza, avendo come capo di governo un personaggio che si è macchiato di numerosi reati ma non ha mai fatto un giorno di galera.
Il fatto è che proprio chi vuole una realtà in cui prevale la legge del più forte, e in cui i cittadini si sentano insicuri, si spaccia per fautore della “sicurezza”.

Delle due l’una: o si è onesti e dunque si vuole vivere in un paese senza crimini, oppure si è disonesti e si punta a creare paura e insicurezza per meglio turlupinare. Dunque, un governo capeggiato da un delinquente non potrà, per via di logica, garantire alcuna vera “sicurezza”.
E infatti, non sfugge ai più attenti che la questione della “sicurezza” è strategica, e permette al regime di raggiungere diversi obiettivi:

1) Far accettare l’idea della militarizzazione del paese. Da alcuni anni persino la Tv non fa altro che trasmettere molte produzioni in cui gli “eroi” sono poliziotti o carabinieri. La parata militare (sospesa negli anni Settanta fino al 1982), è stata ripresa in grande stile negli ultimi anni. In poche parole, si vuole far capire che le cosiddette “forze dell’ordine” devono avere un ruolo importante nel paese. La contraddizione sta nel fatto, come vedremo, che esse non sono realmente potenziate o rese operative sempre.
2) Seminare panico verso gli stranieri, descritti dalla propaganda come criminali e responsabili dei reati commessi nel nostro paese. Le statistiche dicono che la maggior parte dei reati è commessa da italiani. Certamente esiste la criminalità straniera, ma seminare panico non è il miglior modo di affrontarla.
3) Reprimere chi si vuole e quando si vuole. Si vuole fare in modo che il reato non rappresenti per forza l’elemento che deve far scattare il comportamento repressivo. Si vuole creare una situazione in cui anche coloro che non hanno fatto mai nulla di criminale possano essere perseguiti o repressi.
4) Si vuole scoraggiare i dissidenti dei paesi del Terzo mondo dal credere di poter continuare a lottare contro i poteri criminali che dominano nel loro paese (protetti dalle autorità occidentali) espatriando.
5) Sviare l'attenzione da altre vicende, come gli intrallazzi di governo e la crescente povertà a cui il paese sta andando incontro.

La propaganda relativa alla “sicurezza” non riguarda soltanto la repressione degli immigrati, ma anche il presunto pericolo di “neo-fascismo e ultras”.
Non molti ricordano che in seguito alle violenze negli stadi Berlusconi iniziò a parlare di pacchetto di misure anti-violenza o “sicurezza”.

Per capire ci si può addentrare brevemente, senza pretese di essere esaustivi, sul terreno della tifoseria violenta. Lo scorso anno il questore di Napoli, Antonino Puglisi, che non è certo nemmeno lui un no-global o un anarchico, ebbe a dire: ''Sappiamo che tra i gruppi del tifo organizzato ci sono collegamenti con frange della criminalità organizzata. Stiamo vagliando l'accaduto e nelle prossime ore, dopo l'incontro che avremo nel pomeriggio in Procura, potremo esprimere una valutazione più precisa''. (3)
Il governo però si affrettò a far sapere che forse c’era stata ''una errata valutazione degli avvenimenti da parte anche della prefettura e della questura''.
Dopo le parole di Puglisi, si ebbe una mobilitazione generale del Ministero dell’Interno, della Lega calcio e del capo di polizia Manganelli.

I mass media, spesso portano in prima pagina il “mostro ultras o naziskin” ma evitano di spiegare gli elementi del fenomeno e le responsabilità del sistema. Qui non si nega l’esistenza di persone violente che vogliono approfittare della situazione per sfogarsi negli stadi o perseguitando i più deboli, ma si vuole sostenere che sarebbe possibile affrontare questo problema, e magari organizzare iniziative (sociali o culturali) che avversino il comportamento violento. Con tutto il degrado sociale e culturale che i giovani “respirano” tutti i giorni, mantenere l’equilibrio non deve essere certo facile, specie se non si ha alle spalle una famiglia adeguata (si veda http://www.disinformazione.it/bambini_psicoprogrammati.htm).

Il nostro contesto alimenta la “pseudo-cultura delle fazioni” e l’idea che per sentirsi “forti” occorra “sconfiggere” qualcuno, anche con la violenza.
Nei gruppi di ultras c’è una rigida gerarchia e un capo che “detta legge”, inducendo gli altri a comportarsi come vuole lui e creando il “branco” violento. Ovviamente, questi capi sono identificabili.

C’è chi sostiene che i capi degli ultras siano pilotati. Ad esempio, dichiara Mario Corsi, conduttore in una radio dei tifosi romanisti: "Se il governo strumentalizza le curve, vuol dire che è alla canna del gas… (quanto accaduto ieri sera all'Olimpico) appare gestito per fare forte pressione sul governo” (che doveva prendere decisioni sul “Salvacalcio”). (4)

Secondo il sociologo Alessandro Dal Lago, gli ultras hanno la complicità delle società calcistiche,(5) che data la situazione non chiara di dissesti finanziari avrebbero interesse a ricevere aiuti dal governo, e le violenze potrebbero mascherare questi aiuti o renderli accettabili.
Sta di fatto che diversi gruppi ultras avrebbero ricevuto finanziamenti e aiuti di vario tipo dalle società calcistiche e da imprese private.(6) Oggi in Italia questo è vietato da una legge entrata in vigore nel 2007.

Quando i media si sono occupati in modo ossessivo di ultras, sono anche arrivati i decreti "danarosi" per le società calcistiche. Già ai tempi del governo Prodi, si piangeva miseria ma si approfittava del trambusto creato dagli ultras per approvare decreti che, in sordina, davano aiuti finanziari di vario tipo alle società calcistiche. Ricordiamo che anche lo scorso anno erano stati fatti progetti per sostenere quel miscuglio di affari-banche-politica che oramai il calcio italiano rappresenta (si veda http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/sport/calcio/nuovi-stadi/nuovi-stadi/nuovi-stadi.html e "Il pallone nel burrone" di Salvatore Napolitano e Marco Liguori, ed. Riuniti).

Quest’anno, il disegno di legge firmato Lolli-Butti dovrebbe prevedere un finanziamento alla costruzione di alcuni stadi. Non sarebbe certo il primo aiuto finanziario alle società di calcio, che sono società private quotate in borsa, basti pensare al decreto-salvacalcio del 2003, che permise allo stesso Berlusconi di intascare non poco denaro.

Questo cosa ha a che fare con le ronde e gli immigrati?
Anche se non sembra, c’entra eccome.
Infatti, noi siamo sempre più poveri perché i nostri soldi sono rubati dalle banche e dai grandi imprenditori che hanno privatizzato i nostri beni (stadi compresi) e che quando si trovano in difficoltà battono cassa (profitti privati e pubbliche spese). Questo è risaputo. Quello che è meno risaputo è che più ci impoveriscono e più gridano al “problema sicurezza”. E non è un caso.
Il sistema attuale sa di aver tirato troppo la corda negli ultimi anni, distruggendo economicamente moltissimi cittadini. Gridare alla “sicurezza” significa anche far presente che ci può essere caos, sollevazioni, microcriminalità, certo dovuti anche alla maggiore miseria creata dalle banche.

Che siano sostenuti dalla mafia, dal governo o dalle società calcistiche oppure no, gli ultras rappresentano comunque una netta minoranza rispetto ai tifosi, e non è pensabile che uno Stato non sappia affrontare un gruppo di violenti. Purtroppo, autorità che permettono ai mafiosi di controllare buona parte del nostro paese, sono anche capaci di utilizzare tutti i mezzi possibili per soggiogare i cittadini, e di non affrontare i veri problemi della "sicurezza".

In sintesi, come è evidente ormai a molti, i politici arraffano quanto più possibile per darlo ai loro padroni, e poi cercano di giustificarlo (magari con la “crisi”) o di tenerlo nascosto.
Tanto per dare un’idea, negli Usa già da diversi anni i politici hanno la “sicurezza” al top delle loro agende, come se non vi fossero problemi dovuti alle banche, stipendi da fame, problemi per l’assenza di assistenza sanitaria, degrado dei servizi pubblici, ecc.
Più le banche e le grandi società ricevono denaro pubblico e più c’è bisogno di distogliere l’attenzione strombazzando “sicurezza”. Gridare alla “sicurezza” serve dunque a distogliere l’attenzione dalle vere cause dell'impoverimento e ad indurre a pensare che i guai siano dovuti agli immigrati.

Tutto questo può sembrare banale, ma non sono pochi gli italiani che cadono nella trappola e credono davvero che i loro problemi siano dovuti agli immigrati, accrescendo sempre più l’odio razzistico.

Che non ci sia una vera volontà di proteggere il cittadino emerge anche dal “taglio dei fondi sulla sicurezza” che è stato fatto anche dal governo attuale. Una circolare firmata dal prefetto Giovanna Iurato, direttore dei servizi tecnico-logistici del Dipartimento della pubblica sicurezza, dice senza mezzi termini che le risorse a disposizione della polizia sono insufficienti. La circolare spiega che "sul capitolo relativo alle spese per la gestione e la manutenzione dei veicoli della polizia di Stato gli stanziamenti di bilancio risultano di gran lunga insufficienti rispetto agli effettivi fabbisogni… (di conseguenza tutti gli automezzi sono invitati) a circoscrivere le spese ai soli rifornimenti di carburante”.(7) Dunque, se un mezzo ha bisogno di manutenzione, dato che non ci sono soldi, deve restare in garage.
Secondo i dati dell’Anfp, il sindacato dei funzionari di Polizia: "a Roma, dall' inizio dell' anno si sono fermati 250 mezzi. E a Napoli sono in garage in attesa di manutenzione 228 auto con i colori della polizia, 108 del tipo normale…. il rischio che in pochi mesi molte autovetture della polizia in Italia restino bloccate da guasti per riparare i quali non ci sono fondi”. (8)

Spiega il segretario Anfp, Enzo Letizia: “Il fondo del 2009 per la Motorizzazione, tagliato del 60 per cento rispetto a quello del 2008, potrebbe servire solo a coprire il debito dell'anno passato…. (era stato detto che) avrebbero destinato alla sicurezza un miliardo di euro confiscati alla mafia. Ma che fine hanno fatto quei fondi? Era solo un annuncio spot?.... Il risultato finale è che la sicurezza dei cittadini rischia di indebolirsi se non ci saranno interventi finanziari. C'erano stati promessi più soldi e più poliziotti di quartiere: la prima promessa non è stata mantenuta. La seconda probabilmente si realizzerà, perché non avremo più macchine». (9)

Anche Giuseppe Tiani, del sindacato di base dei poliziotti (Siap), deve constatare che risulta sempre più difficile che “gli agenti possano lavorare con automezzi inadeguati… Questo è il risultato della politica di questo governo che, anziché reperire le risorse necessarie per garantire l' efficienza dei servizi, pare preoccuparsi di provvedimenti di facciata, come l' erogazione di cento milioni di euro agli enti locali per rafforzare il potere dei sindaci. Un investimento a pioggia che attualmente ha dato evidenti scarsi risultati”.(10)

La propaganda sulla “sicurezza” nasconde dunque la non volontà di dare anche a questo settore le giuste risorse economiche per permettere di operare davvero a servizio dei cittadini.
Privare di risorse, come sta accadendo anche in altri settori come la scuola o la sanità, significa inevitabilmente degrado e scarsa qualità, se non mancanza, del servizio ai cittadini.
Sulla scia di questa inquietante situazione è nato il “pacchetto sicurezza”, approvato definitivamente il 2 luglio scorso.

Il Presidente della Repubblica ha firmato la legge ma, vergognandosene, ha dichiarato che essa suscita “perplessità e preoccupazioni (per le) numerose norme tra loro eterogenee, non poche delle quali prive dei necessari requisiti di organicità e sistematicità… (c’è) la presenza nel testo di specifiche disposizioni di dubbia coerenza con i principi generali dell'ordinamento e del sistema penale vigente”.
Come al solito, Napolitano cerca inutilmente di rimanere “pulito” pur sguazzando nella melma di un sistema corrotto fino la midollo.

Come fanno capire autorevoli giuristi, la detta legge è contro la nostra stessa Costituzione e un palese tentativo di abituare i cittadini ad una situazione che non è più quella di uno Stato di diritto.

Spiega l’ex giudice della Corte Costituzionale Guido Neppi Modona:
“Le norme del così detto “pacchetto sicurezza” sono norme razziste ed incostituzionali… Questa legge non punisce lo straniero per aver fatto qualcosa che è previsto come reato, ma per una mera condizione soggettiva: quella di essere straniero irregolare. Per di più in un sistema nel quale la regolarizzazione è quasi impossibile… tutto ciò comporta la violazione del principio costituzionale di uguaglianza: gli italiani saranno puniti se compiono un fatto previsto dalla legge come reato, gli immigrati vengono puniti comunque, indipendentemente dall’aver fatto alcunché, per una mera condizione personale di stranieri non in regola, il che di per sé non può avere rilevanza penale.
Per questo le norme sono discriminatorie. Questa norma però non è una novità. La condizione di immigrato clandestino è già stata trasformata in una “aggravante” da un decreto-legge del maggio del 2008 che, in modo discriminatorio ed incostituzionale, prevede un aumento di pena sino ad un terzo per lo stesso reato se a compierlo è uno straniero irregolare invece di un italiano o straniero regolare… Lo straniero che è messo in condizione di potersi regolarizzare è meno pericoloso anche perché, se non deve nascondersi ed è inserito nella società è più controllato.
Collegare la condizione di immigrato irregolare alla pericolosità sociale è un atteggiamento miope e discriminatorio. A seconda delle notizie di cronaca di volta in volta si ricollega la pericolosità sociale a provenienze diverse: una volta si sostiene la pericolosità degli albanesi, poi di marocchini, poi di romeni, ma non è possibile legiferare su presupposti razzisti… Inoltre tutto ciò è inutile: lo straniero irregolare era già punito con una sanzione amministrativa, l’espulsione dichiarata dal prefetto. L’unica conseguenza ulteriore è la stigma di delinquente che gli viene ora attribuita, a mero scopo propagandistico e con grave danno per il sistema… Questa legge non ha alcun utilità pratica ma è la mera risposta ad un elettorato che però usufruisce di quegli stessi servizi che vengono condannati. Ecco il vicolo cieco in cui si è infilato il legislatore che ora temporeggia. Quanti sono gli elettori che danno lavoro ad uno straniero irregolare e che potrebbero venire puniti da questa legge? Immagino che per questo ci sarà una sanatoria generalizzata mascherata da decreto flussi in autunno”. (11)

Criminalizzare il semplice fatto di non avere ancora un permesso di soggiorno permetterà trattamenti disumani. Ad esempio, gli immigrati non potranno accedere ad alcun servizio pubblico. Chi sta male non può andare in ospedale, chi è costretto a lavorare in nero (perchè il suo datore di lavoro italiano non vuole metterlo in regola) e deve mantenere la propria famiglia che risiede nel suo paese non può inviare denaro ai familiari, dato che per farlo sarà necessario avere il permesso di soggiorno (art. 43).

Tutto questo, occorre dirlo, permetterà al nostro governo di arraffare altro denaro. Infatti, chi vuole il permesso di soggiorno o acquisire la cittadinanza italiana dovrà pagare da 80 a 200 euro. Si prevede un incasso di almeno 160 milioni di euro. Considerato il comportamento del governo, è difficile pensare che questo denaro sarà destinato a migliorare il paese. Inoltre, la nuova legge autorizza le associazioni “di volontari per la sicurezza” ad organizzare ronde dotate di spray urticante. (12)
Insomma, la nostra sicurezza è in mano a persone che hanno come obiettivo principale quello di ingrassare ancora di più le tasche dei soliti noti, disposti persino a militarizzare il paese.

Questo ci farà davvero sentire più sicuri? Abbiamo davvero bisogno di “vigilantes pubblici e privati" che ci facciano sentire in uno Stato di polizia?

E l’evoluzione quale sarà? In futuro ci saranno “Sceriffi” pronti a pestare chi non ha il permesso di soggiorno? Si potranno vedere sempre più di frequente i pestaggi di extracomunitari o varie vessazioni a danno di neri o arabi?

E con questo “regalo” fattogli dalle sue autorità, il cittadino italiano come si sentirà? Potrà sentirsi “contento” di chi governa sottraendogli denaro, imponendogli un assetto mafioso e rendendolo sempre più incattivito, ma contro i più deboli, non certo contro i veri responsabili dei suoi problemi?

NOTE

1) Intervista a “City”, 30 maggio 2008.
2) Intervista a “City”, 30 maggio 2008.
3) http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_759483258.html
2008-09-03 11:07
4) http://www.tifo-e-amicizia.it/spunti/riflessioni/articoli/art161-180/articolo174.htm
5) Rai Uno, 4 settembre 2008, si veda anche Dal Lago Alessandro, “Descrizione di una battaglia”, Il Mulino, Bologna, 1990.
6) http://www.nonluoghi.info/nonluoghi-new/modules/news/article.php?storyid=330
7) http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/02/16/la-polizia-con-le-auto-in-garage.html
8) http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/02/16/la-polizia-con-le-auto-in-garage.html
9) http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/02/16/la-polizia-con-le-auto-in-garage.html
10) http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/02/16/la-polizia-con-le-auto-in-garage.html
11) http://it.peacereporter.net/articolo/16717/%22Norme+incostituzionali+e+razziste%22
12) http://www.corriere.it/politica/09_luglio_02/foschi_dossier_sicurezza_049178dc-66c9-11de-9708-00144f02aabc.shtml

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La casa in briciole
di Paolo Berdini - Il Manifesto - 22 Luglio 2009

L’ennesima truffa con il pretesto della “casa per tutti”. E molti ci cascano, perché pochi raccontano la verità.

Palazzinari. Palazzo Chigi dà il via libera allo spot casa: un piano di centomila alloggi in cinque anni da realizzare con 550 milioni di euro. Finanziamenti già stanziati da Prodi che Berlusconi aveva cancellato con la finanziaria del 2008. I costruttori esultano. I sindacati degli inquilini: «Misure inutili, per le fasce popolari occorre abbassare i prezzi degli affitti».

Cinquecentocinquanta milioni di euro in cinque anni per risolvere l'emergenza abitativa e la crisi economica del settore. E' quanto ha affermato il presidente del Consiglio dei ministri: con il "piano casa" si darà un'abitazione ai nuclei familiari e giovani coppie a basso reddito, agli anziani in condizioni svantaggiate, agli studenti fuori sede, agli sfrattati, agli immigrati regolari. Un numero impressionante di famiglie troveranno casa con solo 550 milioni! Tanto per dare una dimensione, per la costruzione del palazzo del nuoto di Roma, che doveva rappresentare l'ottava meraviglia del mondo, ne servivano 600. Oltretutto un impianto sportivo che non verrà terminato.

Siamo di fronte all'ennesima manovra diversiva per sviare l'attenzione dell'opinione pubblica. Ma se cerchiamo nelle motivazioni del provvedimento, troviamo anche un'implicita ammissione del fallimento delle politiche del ventennio liberista. Poche settimane fa, l'Istat ha certificato che dal 1995 al 2006 sono stati costruiti oltre 3 miliardi di metri cubi di cemento. Il 40% di questa mostruosa quantità edilizia è costituita da case: sono state dunque costruite 2 milioni e mezzo di nuove abitazioni, mentre il numero delle famiglie è cresciuto soltanto di poche decine di migliaia. Qualunque governo dotato di un minimo di serietà sarebbe dovuto partire da questa gigantesca contraddizione: un mare di cemento e l'emergenza abitativa per una consistente fetta di popolazione.

La risposta sta nelle caratteristiche della fase economica che ha trionfato. Si è costruito per il "mercato" e basta, per i fondi immobiliari internazionali. I finanziamenti per le case popolari sono stati pressoché azzerati, mentre in tutta l'Europa occidentale si è invece continuato a costruire alloggi pubblici.

Mancando una cultura di opposizione, anche questo finto piano casa continuerà a mantenere in piedi la commedia degli equivoci che la potente lobby dei costruttori ha saputo costruire in questi anni. Il provvedimento governativo privilegia ancora il cosiddetto housing sociale, una loro "denominazione d'origine controllata" che originava dall'obiettivo di cancellare l'intervento pubblico per lasciar fare ai privati. Ma sono proprio i dati dell'Istat a dimostrare che questa ipotesi è fallita.

L'unico modo per risolvere il problema della casa è declinare oggi un nuovo ruolo dello Stato. E' la mano pubblica che nei momenti di crisi deve saper indicare una prospettiva di grande respiro. Se le regioni progressiste smettessero di partecipare alla gara al ribasso con la cultura berlusconiana (vedi le brutte leggi del Piemonte, della Campania e del Lazio) e provassero a cimentarsi con questa sfida, potrebbero disegnare un futuro che affidi al recupero del paesaggio e dell'ambiente e alla riqualificazione delle città, i settori su cui fondare uno sviluppo nuovo.


Quando Sant'ambrogio organizzava le orge per non fare il vescovo

di Jacopo Fo - www.jacopofo.com - 22 Luglio 2009

A ottobre mio padre e mia madre torneranno sulle scene con un nuovo spettacolo sulla vita di Sant’Ambrogio.
E credo che ancora una volta ci sara' chi si scaglierà contro Dario Fo e Franca Rame come sempre colpevoli di lesa maestà.
So di farvi cosa gradita anticipandovi l’essenza della storia anche perche' essa e' di estrema attualità.

Ambrogio (Treviri, incerto 334/339 - Milano, 397), prima di divenire Santo era un alto funzionario dell’impero, un uomo potente… E proprio in virtu' della sua carica imperiale si trova a fare da moderatore nello scontro pubblico tra il candidato cattolico e quello ariano allo scranno di vescovo della citta'. Durante il dibattito, cercando di riassumere quali fossero le caratteristiche ideali del vescovo che bisognava scegliere, Ambrogio arriva a infervorare talmente il pubblico che alla fine gli gridano: “Fallo te il vescovo che sei cosi' bravo e simpatico!”

Lui non ne ha nessuna voglia e cerca di defilarsi: “Non sono neanche un prete…”
“Non ci importa niente!” grida la folla esaltata alla vista di un uomo che non si butta a pesce sopra una carica di altissimo rango.

Insomma lo incastrano per acclamazione.
Ma Ambrogio proprio non ne vuol sapere e per sfuggire al favore del popolo organizza una grande festa a casa sua, grazie alla collaborazione di alcuni amici fidati invita un gruppo di giovanissime e avvenenti prostitute e tutti insieme fan di tutto, con urla gemiti ululati e schiamazzi, per dar l’idea che si stia svolgendo un’orgia scatenata. E vanno cosi' avanti finche' arriva la polizia comunale e li porta via tutti, donne seminude comprese. Una volta riconosciuto e liberato dalle guardie Ambrogio si presenta all’assemblea della citta' di Milano e dice: “Perdonatemi, e' chiaro che non sono degno di ricoprire una carica religiosa, sono un peccatore, ho invitato le piu' grandi peccatrici della citta' a casa mia, ho compiuto con esse tutti gli atti piu' impuri che si possano immaginare, ho disonorato l’autorita' che rappresento, rinuncio quindi a essere investito della carica vescovile! Perdonatemi.”

A questo punto la folla grida: “Finalmente un uomo che ammette le sue colpe!”
“Finalmente un alto papavero che non scarica le sue responsabilita' sui suoi sottoposti!”
“Finalmente un uomo che ha il coraggio di ammettere i suoi peccati!” E’ te che vogliamo vescovo!”
Cosi' Ambrogio resta fregato e non puo' piu' tirarsi indietro e accetta di diventare la guida spirituale della citta'.
Ambrogio diventera' poi santo.

Vi lascio alle molte riflessioni possibili sulla differenza tra questo grande Ambrogio e altri personaggi contemporanei…
Visti i tempi che corrono e la decadenza della chiesa moderna forse anche Berlusconi avrebbe potuto diventare santo. Ma si e' fregato per non aver avuto il coraggio di recitare un mea culpa adeguato alla misura dei suoi peccati.

E questa e' una buona notizia.
Rischiare di vederlo anche santo sarebbe stato troppo per le mie fosche pupille.
Anche lui finira' nel dimenticatoio di quella schiera infinita di potenti che colti con le mani nel sacco hanno detto: “Io non sapevo che erano prostitute le 19 ucraine vestite da Babbo Natale che mi si spalmavano addosso. Le ha portate un amico. E poi essere un consumatore ultimo non e' reato. Io non ho mai pagato una donna…”

Vorrei chiosare sopra una sottigliezza: che tipo di ego pressurizzato ha un uomo ultrasettantenne calvo-trapiantato, basso di statura e con la faccia asfaltata dal cerone, che e' convinto di essere talmente sessualmente attrattivo da trovare normale che centinaia di ragazze con la pelle d’angelo facciano a gomitate per trastullarlo senza essere pagate per farlo?

PS
Nota storica: Sant’Ambrogio poi fu un vescovo veramente rivoluzionario. Una delle sue battaglie piu' violente e pericolose fu quella in difesa delle monache di clausura.
Fa ridere dirlo oggi ma le monache furono un fenomeno piu' rivoluzionario di Lotta Continua.
A quei tempi, siamo nel 300 dopo Cristo, la donna era una cosa di proprieta' del padre prima e del marito poi, e il matrimonio era una questione economica importantissima. Serviva per stringere alleanze, suggellare patti commerciali, fusioni politiche e incassare denaro contante.
Bambine venivano sposate a vecchi rugosi, bassi, calvi e con l’alito mefitico. E non avevano nessuna possibilita' di sottrarsi a un destino infame di botte e gravidanze a catena.

A meno che non scegliessero di fuggire e adattarsi a vivere in mezzo ai paria pochi anni di fame e sofferenze (i poveri morivan giovani oltretutto, le donne in particolare…).
Siamo ancora sotto l’Impero Romano e le donne contano quanto gli animali.
Quando alcune giovinette fuggono di casa e con l’appoggio di alcuni settori della chiesa creano delle comunita' monacali scoppia il finimondo. Gruppi di signorotti spalleggiati dai loro sgherri vanno a sfondare le porte dei monasteri e si portano a casa le figlie con la forza. Gran parte del clero si unisce a loro sostenendo che la donna e' indegna e incapace di dedicare la propria vita al Signore fuggendo cosi' dalla patria potesta'.
Esse compiono un peccato mortale non rispettando il padre e la madre e ribellandosi al loro potere!

Sant’Ambrogio interviene in difesa delle monache, arrivando a schierare i suoi uomini, armati, in difesa dei conventi e intraprendendo uno scontro a tutti i livelli per garantire la sopravvivenza di questa esperienza religiosa e sociale incredibile per quei tempi: comunita' composte solo da donne che si organizzavano in modo autonomo per gestire la propria vita.
E fu grazie a questa battaglia che alla fine i monasteri si imposero in Italia e in Europa.
Qualcuno dira' che la clausura non e' una grande alternativa al matrimonio coatto.
Credo che se provasse a passare una notte con un commerciante di pesce del Giambellino di 73 anni, basso, pelato e reazionario, e col diritto di usare la frusta, forse cambierebbe idea. Rapidamente.
La clausura e' meglio.
Molto meglio!

giovedì 23 luglio 2009

Honduras: la resa dei conti

Il presidente legittimo dell'Honduras Manuel Zelaya ha annunciato che oggi si trasferirà da Managua in due comuni sulla frontiera honduregna per tentare di rientrare in patria, dal momento che la mediazione voluta dagli USA e portata avanti da Oscar Arias in Costarica è fallita.

La proposta è stata accettata "da noi che volevamo essere tolleranti", dice Zelaya, "ma il gruppo golpista non ha accettato l'accordo, e questo riflette la bassissima qualità e superbia di chi ha preso il potere in Honduras [...] hanno assunto una posizione assurda in questa mediazione. Abbiamo ceduto solo noi, i golpisti non sono retrocessi di un centimetro e stanno insultando il mondo".

Zelaya ha infine sottolineato che "il diritto di rientrare in Honduras non me lo possono negare, la mia famiglia ha fretta di tornare a lavorare e inoltre ho un mandato popolare di cui nessuno mi può privare" e ha assicurato che nei prossimi giorni solleciterà gli organismi internazionali e i paesi del mondo, l'ONU e l'OSA a inasprire le misure contro l'Honduras di Micheletti.

Ma il tempo stringe e il muro contro muro è ormai irreversibile.


La Chiquita in America Latina
di Nikolas Kozloff - www.counterpunch.org - 17/19 Luglio 2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SEBADIMA

Quando i militari Honduregni hanno abbattuto il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya 2 settimane orsono, i vertici della multinazionale delle banane "Chiquita" hanno probabilmente tirato un sospiro di sollievo.

All'inizio di quest'anno la grande compagnia ortofrutticola si è unita alla "Dole" nel criticare il governo di Tegucigalpa quando quest'ultimo ha alzato la paga base del 60%. La Chiquita ha fatto presente che la nuova regolamentazione statale avrebbe drasticamente abbassato i loro profitti, imponendo alla ditta di sostenere costi maggiori di quelli ad esempio del Costarica: 0.20$ in piu` per gli ananas e 0.10$ per le banane, per ogni 15 Kg circa, tanto per essere precisi. Chiquita si è dunque lamentata della possibile perdita di milioni di dollari se fosse passata la riforma sindacale di Zelaya, considerando che la produzione complessiva si aggira sugli 8 milioni di quintali di ananas e sui 22 milioni di quintali di banane all'anno.

Quando il decreto sulla paga minima Ë stato approvato, la Chiquita ha cercato aiuto e si Ë appellata al "Honduras National Business Council" (COHEP in spagnolo) e il COHEP si è mostrato contrario tanto quanto la Chiquita.

Amilcar Bulnes, il presidente del gruppo ha argomentato che l'aumento della retribuzione base avrebbe comportato inevitabilmente la perdita di posti di lavoro e l'aumento della disoccupazione. COHEP riunisce in Honduras circa 60 associazioni di industriali e camere di commercio, con una vasta ramificazione in ogni settore dell'economia. Secondo lo stesso sito web della organizzazione la COHEP sarebbe il braccio tecnico e politico del settore privato in Honduras, favorirebbe gli accordi commerciali e fornirebbe "supporto critico" al sistema democratico locale.

Secondo la COHEP, la comunita' internazionale non dovrebbe imporre sanzioni economiche al governo golpista di Tegucigalpa, perchè questo peggiorerebbe i gravi problemi politici del paese. Nel suo "nuovo" ruolo di portavoce del ceto povero honduregno, la COHEP dichiara che l'Honduras ha gia' sofferto abbastanza per i terremoti, le piogge torrenziali e le crisi economica globale.

Prima di punire il nuovo regime, insomma, l' ONU e l'Organizzazione degli Stati Americani dovrebbero mandare osservatori in Honduras per quantificare il danno che le sanzioni porterebbero al 70% degli honduregni che vivono sotto la soglia di povertà. Bulnes nel frattempo ha espresso il suo supporto per il regime golpista di Roberto Micheletti e rileva come le condizioni politiche del paese non siano favorevoli ad un ritorno del presidente legittimo Zelaya.

Chiquita: Da Arbenz al "Bananagate"

Non è sorprendente che la Chiquita cerchi alleanze tra le le forze conservatrici dell'Honduras. Colsiba, il sindacato degli operai agricoli honduregni, afferma che la grande corporation americana non abbia nel passato adempiuto all'obbligo di fornire abbigliamento di sicurezza ai lavoratori e abbia puntato i piedi quando costretta a firmare accordi collettivi di lavoro in tutto il centro America.

Cosliba paragona le infernali condizioni di lavoro nelle piantagioni Chiquita a quelle dei campi di concentramento. Un paragone provocatorio che potrebbe contenere degli elementi di verit‡. Lavorando dalle 6.30 del mattino alle 7.00 di sera, le mani degli operai bruciano dentro i guanti di gomma. Alcuni di loro hanno solo 14 anni. Alcuni lavoratori hanno addirittura fatto causa per danni alla multinazionale americana per averli esposti agli effetti del DBCP, un pericoloso pesticida che puo' provocare sterilità, cancro e malformazioni fetali.

La Chiquita, gia' conosciuta come "United Fruit Company and United Brands" ha avuto una lunga e poco chiara storia politica nel centro America. Guidata da Sam "Banana Man" Zemurray, la United Fruit si è lanciata nel mercato della frutta tropicale all'inizio del XX secolo. Zemurray una volta ebbe a dire in una frase rimasta celebre: "In Honduras, un mulo costa più di un membro del parlamento." Nel 1920 la United Fruit controllava 650.000 acri della migliore terra dell'Honduras e quasi un quarto della terra arabile della nazione. Inoltre la compagnia controllava importanti strade e autostrade.

In Honduras le compagnie ortofrutticole emanano la loro influenza quasi in ogni settore della vita politica e militare e per la loro strategia "tentacolare" sono state definite delle autentiche "piovre". Coloro che non avevano un atteggiamento compiacente venivano a volte ritrovati a faccia in giù nei campi.

Nel 1904 l'umorista O.Henry coniò il termine "Repubblica delle Banane" proprio per sottolineare il comportamento della United Fruits in Honduras. Nel Guatemala la United Fruit supportò il golpe, spalleggiato dalla CIA, attuato ai danni del presidente Jacobo Arbenz, un riformatore che aveva osato portare avanti un pacchetto di riforme agrarie. La cacciata di Arbenz portò a un trentennio di guerra civile nel Guatemala. Nel 1961 la United Fruit inoltre prestò le proprie navi per il tentativo di sbarco della CIA nella Baia dei Porci a Cuba.

Nel 1972 la United Fruit (ormai United Brands) appoggiò l'ascesa al potere del generale honduregno Oswaldo Lòpez Arellano. Il dittatore comunque fu costretto alle dimissioni dopo il noto scandalo "Bananagate", che mise in luce i legami di corruzione tra la corporation e il presidente Arellano.

Una corte federale accusò la United brands di avere fornito illegalmente 1.25 milioni di dollari con la promessa di altri 1.25 milioni se fossero state abbassate le tasse sull'export di frutta. Durante il Bananagate il presidente della "United" cadde da un grattacielo di New York in quello che fu definito un "suicidio".

Gli Anni di Clinton e la Colombia

La United entrò in affari anche in Colombia e nel 1928 3.000 lavoratori iniziarono uno sciopero per chiedere migliori retribuzioni e condizioni di lavoro. All'inizio la compagnia si rifiutò di trattare e solo successivamente acconsentì ad alcune rivendicazioni minori, bollando le altre richieste come "illegali" o "impossibili". Quando gli scioperanti rifiutarono di disperdersi i militari spararono sugli operai provocando delle vittime.

Magari penserete che la compagnia abbia riconsiderato il suo atteggiamento sindacale dopo questi fatti, ma già nel 1990 la compagnia strinse delle alleanze con gruppi paramilitari della estrema destra. Chiquita si spinse a pagare più di un milione di dollari il personale, sostenendo di averlo fatto solo per ottenere servizi di protezione.

Nel 2007 Chiquita sborsò 25 milioni di dollari per regolare l'inchiesta del Dipartimento di Giustizia Americano su quei pagamenti. La Chiquita ha così avuto l'onore di essere la prima compagnia accusata di stringere accordi finanziari con una organizzazione terroristica.

In un processo intentato contro la Chiquita, le vittime della violenza paramilitare affermarono che l'azienda aveva fomentato reati gravissimi come il terrorismo, i crimini di guerra e i crimini contro l'umanità. Un avvocato della parte civile affermò che le relazioni della Chiquita con i paramilitari "coinvolgevano quasi ogni apetto della vendita e della distribuzione delle banane grazie ad un autentico regno del terrore".

Tornato a Wahington Charles Lindner, presidente della Chiquita, si interessò a migliorare i suoi rapporti con la Casa Bianca. Lindner era stato un importante sostenitore del Partito Repubblicano ma saltò dall'altra parte e cominciò a finanziare la campagna di Bill Clinton e dei Democratici. Clinton ripagò Lindner diventando un accanito sostenitore del governo di Andreas Pastrana, responsabile della proliferazione degli squadroni della morte di estrema destra. In quegli anni gli USA stavano seguendo una politica di libero commercio in America Latina, una strategia portata avanti dal un vecchio amico d'infanzia di Clinton, Thomas "Mack" McLarty. Nella Casa Bianca McLarty lavorarava come inviato speciale in America Latina: si tratta di un personaggio dal profilo interessante su cui torneremo a breve.

La Holder-Chiquita "Connection"

Considerando la politica di alleanze sottobanco della Chiquita in America Centrale e in Colombia, non appare sorprendente che la compagnia abbia in seguito cercato l'appoggio del COHEP in Honduras. In aggiunta al lavoro di lobbing locale, Chiquita non trascurò neppure di stringere forti relazioni con importanti uffici legali di Washington. Secondo il "Center for Responsive Politics", la Chiquita ha pagato oltre 70.000 dollari in finanziamenti alla Covington e Burling negli ultimi tre anni.

La Covington è una importante azienda che fornisce consulenza a svariate corporation multinazionali. Eric Holder, l'attuale procuratore generale, assistente per la campagna di Obama ed ex vice procuratore generale sotto Bill Clinton, ha difeso la Chiquita come capo dei consulenti nella causa intentatale dal Dipartimento di Giustizia. Dal suo ufficio nell'elegante quartier generale della Covington a Manhattan, Holder ascoltò Fernando Aguirre, presidente della Chiquita, per una colloquio di sessanta minuti sugli squadroni della morte colombiani.

Holder apprese che la compagnia era stata accusata di "collusione con una organizzazione considerata ufficialmente terroristica". L'avvocato che già percepiva un sostanzioso salario dalla Covington (oltre 2 milioni di dollari) negoziò una transazione bonaria in cui la Chiquita pagò soltanto 25 milioni di dollari in 5 anni. Scandalosamente nessuno dei 6 dirigenti della compagnia che avevano approvato i finanziamenti fu mai arrestato.

Il Curioso Caso della Covington

Guardando un poco più in profondità scoprirete che non solo la Covington rappresenta la Chiquita, ma si fa carico di spingere il governo verso una politica aspramente conservatrice in America Latina. Covington ha cercato e ottenuto una alleanza strategica con Kissinger (Chile, 1973) e con la "McLarty e Associati" (lo stesso "Mack" McLarty dell'era Clinton), affermato studio di consulenza strategica.

Dal 1974 al 1981 John Bolton lavorò come associato alla Covington. Come ambasciatore degli USA sotto George Bush, Bolton fu un duro avversario della sinistra in America Latina, in particolare di Hugo Chavez. Inoltre John Negroponte è da poco diventato vicepresidente della Covington. Negroponte Ë un ex Vice Segretario di Stato, direttore della "National Intelligence" ["N.I.S.", ndt] e rappresentante degli USA alle Nazioni Unite.

Come ambasciatore in Honduras dal 1981 al 1985, Negroponte ebbe un ruolo chiave nell'assistere i ribelli Contras, spalleggiati dagli USA, nel tentativo di abbattere il regime Sandinista in Nicaragua. Gruppi per la difesa dei diritti umani hanno duramente criticato Negroponte per avere ignorato le violazioni dei diritti umani compiute in Honduras dagli squadroni della morte, terroristi sostenuti e parzialmente addestrati dalla CIA. Inoltre quando Negroponte servì come ambasciatore nella capitale Tegucigalpa, il suo ufficio divenne uno dei centri nevralgici della CIA in America Latina, grazie ad un cospicuo aumento degli addetti.

Seppure non vi siano evidenti legami tra la Chiquita e il recente colpo di stato in Honduras, esiste un sospetta confluenza di personaggi ambigui e pezzi grossi della politica, tale da far sperare in nuove e più accurate indagini. Dalla COHEP alla Covington a Holder a Negroponte a McLarty, la Chiquita ha sempre cercato le sue amicizie nelle alte sfere, amicizie che non hanno alcuna simpatia per il progetto politico di Zelaya a Tegucigalpa.


Il prezzo della democrazia
di Giorgio Trucchi - Peacereporter - 22 Luglio 2009

Intervista al presidente eletto dell'Honduras, Manuel Zelaya


Dopo la conclusione della conferenza stampa con il presidente dell'Honduras, Manuel Zelaya Rosales, che si è svolta nell'ambasciata honduregna a Managua, salgo sulla macchina con cui si spostano il presidente ed il suo ministro della Presidenza, Enrique Flores Lanza, diretti ad un'intervista con un canale televisivo internazionale.
Mancano pochi giorni o forse poche ore all'atteso ritorno del presidente Zelaya in Honduras, e nell'oscurità dell'auto cominciamo questa intervista in esclusiva per il Sistema informativo della UITA.

In questi giorni ha annunciato la sua intenzione di ritornare in Honduras a qualunque costo. È una decisione definitiva?
Non si tratta di qualcosa che attenta contro la stabilità del paese, al contrario è la ricerca di una soluzione e della stabilità. Speriamo che alla fine sia il modo migliore per iniziare un dialogo interno per risolvere il conflitto e porre fine alla repressione contro il popolo honduregno.

Un dialogo con chi?
Con il popolo, perché in una democrazia è il popolo che comanda. I gruppi di potere che hanno imbracciato le armi sono gruppi repressivi e devono smettere di esercitare un mandato che la popolazione non ha dato loro.

Che cosa le ha fatto più male di questo colpo di stato contro la sua persona ed il suo gabinetto di governo?
Mi fa male che stiano distruggendo il paese, che la società stia soffrendo, che stiano cercando di distruggere con l'uso delle armi i progressi fatti e gli sforzi di tante generazioni.

Il governo de facto è completamente isolato a livello internazionale ed affronta una forte ed instancabile resistenza interna da parte dei movimenti popolari. Nonostante ciò, continua a mantenere un atteggiamento intransigente. Si è domandato se si tratta solamente di irresponsabilità o se conta sul sostegno di attori esterni?
Sono come le fiere della foresta che si afferrano al loro cibo. Considerano che l'Honduras sia una propria azienda, una proprietà da sfruttare e sono un gruppo di dieci famiglie che vogliono mantenere le loro prebende economiche ed i loro privilegi. È una paura infondata perché nessuno sta attentando contro di loro, tuttavia credono che lo sviluppo democratico li possa colpire e quindi non accettano la democrazia.

Durante la conferenza stampa ha detto che ci sono settori politici della destra nordamericana che hanno sostenuto il colpo di stato e che lo continuano a fare. È convinto del coinvolgimento di questi settori?
Ci sono state manifestazioni pubbliche di queste persone schierandosi a favore del golpe, e tra di esse ci sono senatori e congressisti nordamericani.
Il signor Otto Reich è un ex sottosegretario di Stato per l'emisfero occidentale ed ha dichiarato di essere a favore del colpo di stato e lo stesso hanno fatto molte altre persone di spicco negli Stati Uniti. Ci sono quindi le prove, le evidenze, che dietro al golpe ci sono i falchi dell'ex presidente George W. Bush.

Che importanza ha avuto il movimento popolare, sociale e sindacale nell'opposizione al processo di consolidazione del colpo di stato?
Sono i protagonisti della difesa della democrazia, perché considerano che la democrazia sia lo strumento per raggiungere le conquiste sociali. Stanno combattendo contro il golpe e non smetteranno di farlo fino a quando non vengano corretti gli effetti di questo oltraggio contro del popolo honduregno e contro la democrazia.
I golpisti stanno sfidando il mondo e bisogna fermarli, creando un precedente prima che sia troppo tardi.

La UITA ha seguito gli avvenimenti a fianco dei movimenti popolari, prima, durante e dopo il colpo di stato. Per queste organizzazioni ci sono due elementi che non possono essere negoziati: il rifiuto di un'amnistia per i golpisti e che si continui con il processo della IV urna e della creazione di un'Assemblea Costituente. Che cosa ne pensa di questi due punti?
Sarebbe ridicolo premiare i golpisti per ciò che hanno fatto. Credo che la posizione dei movimenti sociali punti a una soluzione del conflitto, ma che allo stesso tempo non ci siano premi o perdono per i delitti penali e comuni che si sono commessi. Credo anche che i sette punti proposti dal presidente Oscar Arias parlino di amnistia politica, ma non per i delitti comuni e penali. Per ciò che riguarda le riforme sociali, credo che il fatto di cercare una nuova strategia per continuare con queste riforme debba fare parte di un processo di ampia discussione all'interno della società honduregna. Non bisogna frenare le riforme sociali e neanche il diritto di partecipazione diretta della popolazione, perché sono diritti costituzionali. In questo senso, i punti di Oscar Arias non sono stati discussi come ci si aspettava e questo perché i golpisti non accettano la ricomposizione del sistema democratico, ma vogliono un regime de facto che non risponde alla legge. La cosa peggiore è che lo vogliono mantenere per mezzo della violenza e questo non lo possiamo accettare.

Si è detto che ci sono due elementi fondamentali nella ricerca di una soluzione al conflitto: la posizione degli Stati Uniti ed il ruolo Forze Armate. È d'accordo?
Oggi (22 luglio) abbiamo inviato una lettera al presidente Barack Obama chiedendogli rispettosamente di intensificare le misure non solo contro lo Stato repressivo, ma anche contro le persone che hanno cospirato ed eseguito il colpo di stato. Ora aspettiamo una risposta con l'obiettivo che queste misure aiutino a ristabilire veramente l'ordine ed il sistema di diritto. Se questo non accadesse resteremmo in uno stato di estrema precarietà, non solo io che sono stato vittima di un golpe per aver difeso i diritti della società, ma tutta la popolazione. Credo che il presidente Obama non abbia solo meccanismi diplomatici per creare pressione e spero che usi tutti i mezzi necessari, come hanno già fatto gli altri paesi dell'America Latina.
Rispetto al tema delle Forze Armate, se esse servissero solo per dare colpi di stato logicamente dovremmo valutarne il ruolo. Credo comunque che in questo caso sia stata solo una cupola ad ordinare il golpe. Sono sicuro che gli ufficiali e la nuova generazione di soldati che riceveranno una Forza Armata macchiata di sangue non saranno d'accordo con quanto successo.

Si avvicina il momento del suo ritorno in Honduras. Non ha paura di essere arrestato o peggio ancora, assassinato?
Io non ho nessuna paura, ma è logico che sia prudente e che prenda le dovute precauzioni. Quando la vita ha un senso bisogna darle il senso dello sforzo e della compensazione dello sforzo. A volte il sacrificio è necessario per ottenere conquiste sociali, e sono disposto a fare questo sforzo per la libertà, la democrazia e la pace del paese.

Ha chiesto agli organi di stampa di accompagnarlo nel tentativo di ritornare in Honduras. È una proposta reale?
Ho chiesto che mi accompagnino. Sto rischiando tutto ed il mondo sta rischiando con me sostenendo il mio ritorno. Ho già detto che se dovesse capitarmi qualcosa, il generale Romeo Vásquez Velásquez sarà il responsabile della mia morte.


Il vero ruolo degli Usa nel golpe a Tegucigalpa
di Alessia Lai - Rinascita - 16 Luglio 2009

Manuel Zelaya, ha lanciato un ultimatum ai golpisti. Lunedì, in una confernza stampa offerta a Managua, in Nicaragua, il legittimo presidente honduregno, destituito con la forza militare il 28 giugno scorso, ha cercato di imprimere una forte spinta al dialogo fra amministrazione golpista e esecutivo esautorato che si sta tenendo in Costa Rica con la mediazione del presidente del Paese e nobel per la pace Óscar Arias. Zelaya ha letto un comunicato nel quale afferma che il mancato rispetto delle risoluzioni Osa e Onu da parte del governo de facto “è un modo per prendere tempo e arrivare ad elezioni in condizioni di fatto”.

“L’unico obiettivo della dittatura è quello di usare Óscar Arias”, ha ancora affermato Zelaya dando ad intendere che la volontà golpista di prolungare all’infinito il dialogo serve a mantenere Micheletti e soci alla guida illegittima dell’Honduras.
“In virtù del mancato ripristino dell’ordine costituzionale, diamo tempo fino alla prossima riunione di mediazione (annunciata da Arias per il prossimo fine settimana, ndr) perché si compiano i mandati espressi dalle organizzazioni internazionali, altrimenti fallirà la mediazione e si procederà nel prendere altre misure”, ha affermato il mandatario legittimo che ha inoltre denunciato la repressione e la persecuzione contro il popolo honduregno, contro i politici e i rappresentati del suo governo.

“I membri del mio governo sono stati oggetto di persecuzione, cancellazione di conti bancari, è evidente che il regime si sostenta attraverso le armi. Inoltre perseguitano i giornalisti stranieri e entrano nelle case di persone che hanno rifiutato il golpe”, ha accusato Zelaya.

Lo stallo, però, è un dato di fatto. I golpisti tengono in mano il Paese usando il pugno di ferro. Tra gli oppositori dell’esecutivo Micheletti si contano già numerosi morti. Come affermato da fonti vicine ai golpisti, un solo gesto concreto di Washington avrebbe messo fine in un attimo al sopruso, ma gli Usa, a parte la condanna verbale del golpe non hanno mai ritirato il loro ambasciatore da Tegucigalpa.

Lo scorso 22 giugno, il quotidiano La Prensa aveva dato notizia di una riunione tra influenti politici dell’Honduras, alcuni capi militari e l’ambasciatore Llorens sotto l’apparente proposito di “cercare una via d’uscita alla crisi” riferendosi alla questione della consulta popolare promossa da Zelaya. Il New York Times confermava poco dopo che il segretario di Stato aggiunto per le questioni dell’emisfero occidentale, Thomas A. Shanon, così come l’ambasciatore statunitense nel Paese Hugo Llorens, nella quale si era discusso “come abbattere il presidente Zelaya, come arrestarlo e quale autorità lo avrebbe potuto fare”.

A questo si aggiunge la recente notizia che il governo di fatto guidato da Roberto Micheletti, si è avvalso di consiglieri statunitensi in occasione dei colloqui di mediazione in corso in Costa Rica.
Secondo il New York Times, le proposte presentate dalla delegazione del regime golpista nelle riunioni di conciliazione sono state redatte e approvate dallo statunitense Bennett Ratcliff, che presente al primo dialogo tra le autorità de facto e i rappresentanti di Zelaya.

Ratcliff è uno specialista in relazioni pubbliche che ha realizzato lavori per l’ex statunitense presidente Bill Clinton, marito dell’attuale segretario di Stato Hillary.

Secondo la giornalista del New York Times che ha scritto l’articolo, Ginger Thompson, Micheletti è impegnato in una offensiva mediatica che usufruisce dell’apporto di avvocati statunitensi di alto livello, con stretti vincoli nei circoli di potere degli Usa.
Tra i coinvolti Lanny Davis, conosciuto per essere stato l’avvocato personale di Clinton e membro della sua campagna politica.

mercoledì 22 luglio 2009

Le relazioni pericolose tra USA e Cina

E' ormai ben noto che nel corso del XXI secolo le relazioni tra USA e Cina costituiranno il perno intorno a cui ruoteranno l'economia e la geopolitica mondiale.

Ma è altrettanto chiaro che il cosiddetto G2 attraverserà fasi molto difficili e di forte contrasto, anche se a nessuno dei due attori converrà una schiacciante vittoria sull'altro.


Il gioco nascosto di Washington nei confronti della Cina
di William Engdahl - Global Research - 11 Luglio 2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Marco Orrù

Dopo i tragici eventi del 5 luglio nella regione autonoma cinese dello Xinjiang sarebbe opportuno vedere piú da vicino il ruolo strategico del National Endowment for Democracy (NED), una organizzazione non governativa finanziata dagli Stati Uniti. Ci sono ancora una volta forti indizi che riguardano le implicazioni del governo statunitense con la politica interna della Cina attraverso il NED.

L’ intervento USA negli affari del Xinjiang sembra avere poco a che fare con la violazione dei diritti umani da parte delle autoritá di Pechino nei confronti degli Uiguri. Piú che altro gli Stati Uniti sembrano preoccuparsi della posizione strategica della regione e della sua importanza nella futura cooperazione economica ed energetica della Cina con Russia, Kazakistan e altri stati dell’ Asia centrale facenti parte dell’ Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO).

Il World Uyghur Congress (WUC), con sede a Washington DC, è l’ organizzazione da cui arrivano le critiche piú forti, con l’ invito a protestare di fronte alle ambasciate cinesi di tutto il mondo.

Il WUC sostiene uno staff, un sito internet molto accurato ed ha stretti contatti con il NED, finanziato dal governo USA. Stando a quanto rivelano le fonti stesse del NED, il WUC riceve annualmente 215.000 dollari dal NED per la ricerca sulla violazione dei diritti umani e per il supporto di determinati progetti. Il presidente del WUC, Rebiya Kadeer, un’ esule Uiguri che usa descriversi come una lavandaia diventata miliardaria, è anche a capo del Uyghur American Association, un’ altra associazione umanitaria anch’ essa finanziata dal governo statunitense tramite il NED.

Il NED concede grosso supporto finanziario alle organizzazioni che stanno dietro alla ‘Rivoluzione Zafferano’ in Birmania e alle rivolte in Tibet del 2008 a Lhasa, nonché dietro praticamente ogni cambio di regime degli ultimi anni nell’ Europa orientale; dalla Serbia alla Georgia, all’ Ucraina, fino a Teheran durante le ultime elezioni.

Allen Weinstein, il quale ha contribuito alla stesura delle norme che regolano il NED, ha riferito tranquillamente in un’ intervista del 1991 che quest’ organizzazione compie oggi molti degli stessi atti che venticinque anni fa erano portati a termine segretamente dalla CIA.

Il NED dovrebbe essere un’ organizzazione privata e non a scopo di lucro, invece riceve annualmente fondi dal governo per il suo impegno sul fronte internazionale. Il denaro arriva attraverso 4 organizzazioni: il National Democratic Institute for International Affaire, legato al Partito Democratico a cui fa capo Obama, il International Republican Institute, legato ai repubblicani, il American Center for International Labor Solidarity, legato ai sindacati AFL-CIO e al dipartimento di stato, e infine il Center for International Private Enterprise, legato alla camera di commercio sempre statunitense.

Il problema è quello di stabilire in che modo le attivitá del NED preoccupano la regione del Xinjiang, e inoltre se il governo Obama approva o meno gli interventi del NED nella politica interna di quelli stati ritenuti ‘sensibili’. È importante trovare subito una risposta: un grosso passo avanti per capire la politica di Washington durante l’ attuale governo Obama consisterebbe nello stabilire in che modo il NED, il dipartimento di stato USA e le organizzazioni non governative legate al governo USA sono coinvolti nei disordini avvenuti nella regione cinese. È plausibile che la coincidenza tra lo scoppio dei disordini e il convegno del SCO avvenuto pochi giorni prima sia solo un caso?

Le organizzazioni degli esiliati Uiguri, la Cina e la geopolitica

Stando a quanto si apprende dal sito internet del WUC, il 18 maggio di quest’ anno il NED ha organizzato una conferenza sui diritti umani dal titolo ‘East Turkestan: 60 anni sotto il controllo della Cina comunista, insieme all’ organizzazione non governativa ‘Unrepresented Nations and People Organisation’ (UNPO).

Il presidente onorario di quest’ ultima è un tale Erkin Alptekin, un esule Uiguri che ha fondato l’ UNPO mentre lavorava per l’ agenzia di informazione ufficiale USA ‘Radio Free Europe/Radio Liberty’ come direttore della divisione Uiguri e come assistente alla direzione del Nationalities Services.

Egli ha anche creato il WUC nel 1991, mentre faceva parte dell’ Information Agency USA. Scopo del WUC era quello di ‘capire, informare ed influenzare le politiche di stati esteri nell’ interesse nazionale degli Stati Uniti’.
Non solo Alptekin è stato il primo presidente del WUC ma è anche amico intimo del Dalai Lama, stando a quanto dice il sito internet del WUC.

Ad un esame piú accurato l’ UNPO risulta essere un'organizzazione strategica molto importante per gli Stati Uniti. La sua creazione avviene nel 1991, periodo in cui ci fu il crollo dell’ Unione Sovietica e la situazione politica ed economica nelle terre eurasiatiche era nel caos. A partire dal 2002 il direttore generale dell’ UNPO è l’ arciduca Karl von Habsburg d’ Austria, il quale si descrive (pur non riconosciuto da Austria e Ungheria) come principe imperiale d’ Austria e principe reale d’ Ungheria.

La carta dell’ UNPO sancisce il diritto di autonomia per i 57 stati che, in base ad un oscuro processo mai reso pubblico, sono diventati membri ufficiali dell’ associazione, con 150 milioni di persone e quartiere generale a L’ Aia, nei Paesi Bassi.

Tra i paesi che ne fanno parte troviamo il Kosovo, che entró a far parte nel 1991, quando ancora faceva parte della Jugoslavia, gli aborigeni d’ Australia, ritenuti membri fondatori assieme al Kosovo, e include anche gli indiani nord canadesi del Buffalo Dene Nation.

Tra gli altri membri troviamo il Tibet (anch’ esso ritenuto membro fondatore), gruppi etnici provenienti da aree ‘calde’ come i tatari di Crimea, la minoranza greca in Romania, l’ Ichkeria nella Repubblica Cecena, il Movimento Democratico della Birmania, l’ enclave situata nel golfo confinante con l’ Angola e la Repubblica Democratica del Congo. L’ associazione possiede anche azioni del Chevron Oil, una delle multinazionali piú grandi del mondo. Altre zone calde che fanno parte dell’ UNPO includono territori dell’ Iran del nord, conosciuti come Azerbaigian del sud, e un territorio situato sempre in Iran che si autodefinisce provincia del Kurdistan.

Stando a quanto riferisce il sito internet dell’ UNPO, il governo USA ha sponsorizzato nel 2008 un seminario di formazione alla leadership insieme all’ UNPO per il World Uyghur Congress. A Berlino si sono riuniti piú di 50 Uiguri provenienti da tutto il mondo, insieme a rinomati accademici, rappresentanti governativi e membri della societá civile; l’ argomento era: ‘l'autonomia nell’ ambito del diritto internazionale’. Il discorso è stato tenuto da Rebiya Kadeer, ma non si è a conoscenza di cosa si sia discusso in privato.

La coincidenza con la rivolta in Xinjiang

I disordini a Urumqi, la capitale del Xinjiang nella parte nord orientale della Cina sono scoppiati il 5 luglio.

Stando sempre a quanto riferisce il sito del WUC, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una violenta aggressione nel Guangdong, provincia a sud della Cina, ad una fabbrica di giocattoli il 26 giugno. Il WUC sostiene che alcuni lavoratori di etnia Han hanno massacrato dei colleghi Uiguri, accusati di aver violentato, o comunque molestato, due donne Han che lavoravano nella fabbrica. Il 1° luglio c’è stato un appello da parte del WUC a protestare presso le ambasciate e consolati cinesi per l’ aggressione in Guangdong, pur non essendoci prove certe sulla consistenza dell’ incidente.

Secondo i comunicati stampa è a causa di quell’ aggressione che il WUC ha incitato il mondo intero alla protesta.

Il 5 luglio, di domenica nel Xinjiang, ma ancora 4 luglio, giorno dell’ indipendenza negli Stati Uniti, il WUC a Washington affermava che soldati dell’ armata cinese Han stavano imprigionando tutti gli Uiguri in circolazione. Nello stesso tempo la stampa ufficiale cinese riportava una situazione di aspre rivolte nelle strade di Urumchi con 140 morti nel giro di tre giorni.

L’ agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua ha riferito che la minoranza etnica Uiguri di religione musulmana ha aggredito passanti di etnia Han, bruciando veicoli e attaccando autobus con bastoni e pietre; ‘giravano armati di coltelli, spranghe, mattoni e pietre’, afferma un testimone oculare. L’ agenzia di stampa francese AFP ha riportato le parole del segretario generale del Uighur American Association a Washington, il quale afferma che la polizia ha aperto il fuoco indiscriminatamente sulla folla dei protestanti.

Due versioni differenti riguardanti il medesimo evento dunque. Il governo cinese e le immagini stesse dei disordini indicano che la rivolta è partita dagli Uiguri con l’ aggressione di cittadini Han mentre i comunicati ufficiali francesi danno la colpa alla polizia cinese che ha aperto il fuoco indiscriminatamente. È importante notare che l’ AFP si è basato sull’ Uyghur American Association di Rebiya Kadeer, finanziato dal NED, per la diffusione di questa notizia. Tocca al lettore giudicare se le dichiarazioni dell’ AFP siano o meno legate all’ agenda strategica statunitense: un gioco di interessi nascosto del governo Obama nei confronti del futuro economico della Cina.

Si puó considerare una coincidenza che le rivolte nel Xinjiang siano scoppiate pochi giorni dopo il convegno a Ekaterinburg in Russia, a cui hanno partecipato le nazioni del SCO insieme al presidente Ahmadinejad in veste di osservatore ufficiale?

Nel corso degli ultimi anni, in risposta alla sempre piú aggressiva politica estera degli USA, nazioni come Cina, Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan hanno cercato di intensificare la cooperazione economica e politica. In piú è stato concesso lo stato formale di osservatori internazionali a Iran, Pakistan, India e Mongolia da parte del SCO, i ministri della difesa del quale sono in continua consultazione per quanto riguarda i mezzi di difesa, dal momento che i militari NATO e quelli statunitensi continuano ad espandersi in quelle regioni senza il minimo contegno.

L’ importanza strategica del Xinjiang per le infrastrutture energetiche dell’ Eurasia

C’ è anche un’ altra ragione per cui i membri del SCO vogliono la pace con la regione cinese del Xinjiang: le rotte piú importanti di gas e petrolio passano proprio per quella regione. Accordi sull’ energia tra Cina e Kazakistan hanno una straordinaria importanza strategica per entrambe le nazioni e per la Cina in quanto le permetterebbero di essere piú indipendente riguardo le risorse di petrolio, il che potrebbe essere ostacolato dall’ intervento USA, nel momento in cui tale cooperazione dovesse deteriorarsi.

Il presidente kazako Nursultan Nazarbayev ha concesso una visita di stato a Pechino nell’ aprile di quest’ anno. Il programma comprendeva l’ impegno per una cooperazione economica piú stretta, soprattutto per quanto riguarda l’ energia, settore nel quale il Kazakistan detiene grosse riserve soprattutto in petrolio e, a quanto pare, anche di gas naturale. Dopo le trattative di Pechino i media cinesi hanno pubblicato diversi articoli riguardo la circolazione del petrolio Kazako in Cina.

Il condotto Atasu-Alashankou che verrá completato nel 2009 permetterá di far arrivare il gas in Cina attraverso il Xinjiang. Le compagnie energetiche cinesi stanno anche progettando la costruzione di un impianto per la lavorazione del gas, e una stazione idroelettrica in Kazakistan.



Secondo l’ agenzia per l’ informazione sull’ energia del governo statunitense, il giacimento petrolifero di Kashagan in Kazakistan è il piú grosso al di fuori del Medio Oriente, e il quinto nel mondo in termini di riserve; questo si trova al largo della costa nord del mar Caspio, nei pressi della cittá di Atyrau. La Cina ha creato un condotto lungo 613 miglia, da Atasu, nel nord est del Kazakistan, fino a Alashankou, ai confini del Xinjiang, che permette il trasporto di petrolio dal mar Caspio alla Cina. La ChinaOil ha l’ esclusiva sull’ acquisto del petrolio grezzo e il condotto nasce da una partnership tra il CNPC e il Kaztransoil del Kazakistan. Qualcosa come 85.000 barili al giorno di petrolio grezzo sono passati per il condotto nel 2007. Il CNPC è anche coinvolto in diversi progetti per le fonti energetiche insieme al Kazakistan e tutti questi piani comportano il passaggio attraverso la regione cinese del Xinjiang.

Nel 2007 il CNPC ha siglato un accordo di 2 miliardi di dollari per la costruzione di un condotto per il gas naturale dal Turkmenistan alla Cina, attraverso l’ Uzbekistan e il Kazakistan. Il condotto dovrebbe partire da Gedaim, al confine tra Turkmenistan e Uzbekistan e raggiungere le 1.100 miglia, passando attraverso l’ Uzbekistan e il Kazakistan, fino a Khorgos in Xinjiang. Il Turkmenistan e la Cina hanno firmato un trattato per la fornitura di gas attraverso il condotto per un arco di 30 anni. Il CNPC ha istituito due organi di controllo per l’ ambizioso progetto del Turkmenistan e la costruzione di un secondo condotto che dovrebbe attraversare la Cina attraverso la regione del Xinjiang e costare intorno ai 7 miliardi di dollari.




Cina e Russia stanno anche discutendo per l’attuazione di grossi condotti per il gas dalla Siberia orientale alla Cina, sempre attraverso il Xinjiang. È provato che i territori della Siberia orientale contengono riserve di gas per 135 mila miliardi di piedi cubici. Il giacimento del Kovykta potrebbe fornire la Cina di gas naturale nei prossimi dieci anni attraverso il nuovo condotto.

Durante questa crisi economica il Kazakistan ha ricevuto dalla Cina un prestito di dieci miliardi di dollari, metá dei quali sono riservati al settore del gas e del petrolio. Il condotto petrolifero Atasu-Alashankou e quello del gas China-Central Asia costituiscono un contatto strategico delle nazioni asiatiche con l’ economia della Cina. La coesione della Russia con la Cina attraverso i paesi dell’ Asia centrale rappresenta un pericolo per Washington. Anche se Washington non lo ammette, le sommosse nel Xinjiang rappresentano una grossa opportunitá per stroncare la sempre piú stretta coesione tra i paesi del SCO.


Ecco la città proibita di Urumqi dopo la cruenta repressione etnico-religiosa cinese
di Federico Rampini - La Repubblica - 21 Luglio 2009

A ogni crocevia i soldati cinesi sono disposti "a testuggine" come gli antichi romani. Quadrilateri di scudi per proteggersi da un attacco nemico che può arrivare da ogni lato, all'improvviso. Sono centurioni ad alta tecnologia: giubbe antiproiettile, scudi di plexiglas, fucili automatici puntati in faccia alla gente che passa. Due settimane dopo la rivolta degli uiguri che ha fatto duecento morti (bilancio ufficiale), la capitale dello Xinjiang vive sotto la morsa di un'occupazione militare. Accentuata da un impenetrabile black-out delle comunicazioni. Un test di accecamento elettronico che segna un nuovo progresso nelle tecniche di repressione.

Teatro della più cruenta protesta etnico-religiosa mai vista da quarant'anni nella Repubblica Popolare, oggi Urumqi è tagliata in due. Nella zona moderna dove gli immigrati cinesi (han) sono la schiacciante maggioranza, la vita è tornata quasi alla normalità: ingorghi di auto e supermercati pieni, un paesaggio di neon e pubblicità sfavillanti come in tutte le metropoli della Cina. Ma una trincea di paura separa il centro storico, il ghetto dove i musulmani sono in stato d'assedio. Le vie d'accesso alla città vecchia sono vuote di automobili. Sfilano regolari solo le colonne di autocarri dell'esercito: segnalano l'inizio della "no man's land" dove i cinesi han non si avventurano più. Negli edifici pubblici requisiti dalle forze armate si vedono marce e si sentono inni patriottici a tutte le ore. La presenza militare deve essere esibita, ben visibile giorno e notte.

Vaste macchie nere - le divise dei reparti speciali di polizia antisommossa - si alternano con chiazze verde-marrone - le tute mimetiche dei soldati - e colorano in modo sinistro il paesaggio urbano. Una volta attraversati i posti di blocco si penetra nella casbah islamica: diroccata, in disfacimento, con bambini che scorazzano a piedi nudi nella sporcizia, vicoli che puzzano di fogna e trasudano miseria, dove i grattacieli della città cinese sembrano appartenere a un mondo lontano. Anche lì è tornata una sorta di normalità, le bancarelle con ciambelle calde e pane "nan" schiacciato, spiedini di agnello alla griglia, profumi di spezie, donne velate, bazaar di sete, un pezzo di Medio Oriente finito a viva forza dentro la Repubblica Popolare. Quella che non ritorna, invece, è la finzione che le due città cinese e turcomanna possano convivere tranquillamente, sotto lo sguardo paterno delle autorità di Pechino.

La trincea armata che separa le due Urumqi, la zona libera e i territori occupati, evoca l'altro isolamento soffocante. Su tutto lo Xinjiang - un'area vasta cinque volte l'Italia - è calato un impressionante silenzio elettronico che blocca le comunicazioni con l'esterno. Non esiste più Internet; il manager olandese dello Sheraton a cinque stelle allarga le braccia sconsolato: da due settimane non arrivano né partono email.

E' impossibile telefonare all'estero, le linee internazionali sono mute, anche i cellulari sono limitati alle chiamate locali. Per sei lunghissimi giorni sono tagliato fuori dal mondo. L'implacabile macchina della censura cinese ha chiuso gli accessi, ha il controllo totale sull'informazione. Non escono notizie dall'interno dello Xinjiang. L'occupazione militare è la stessa che avevo visto un anno fa a Lhasa, dopo la rivolta del Tibet. E' nuovo il black-out tecnologico. E' un salto di efficienza che dà i risultati previsti. La tragedia degli uiguri è presto dimenticata, nonostante l'escalation nel bilancio delle vittime e degli arresti in massa dopo la strage del 5 luglio.

Questa operazione hi-tech porta la firma di Wang Lequan, 64 anni, numero uno del partito comunista nello Xinjiang e fedelissimo del presidente Hu Jintao. Preso alla sprovvista nelle prime 48 ore di guerriglia urbana, che costrinse Hu a disertare il G8 dell'Aquila per rientrare precipitosamente a Pechino, in seguito Wang si è rifatto una credibilità studiando il caso Tibet. Alle tradizionali tecniche anti-insurrezionali, basate sul dispiegamento di una schiacciante forza militare, il boss del partito comunista ha aggiunto lo spregiudicato blitz tecnologico per accecare le comunicazioni.

Il controllo sull'informazione consente al regime di lasciar filtrare una sola versione: il terrore del 5 luglio fu una fiammata di violenza a senso unico, gli uiguri si sono scatenati con una furia selvaggia contro gli han, mentre la polizia è intervenuta con misura. Può esserci una parte di verità in questa ricostruzione. Ma nessun osservatore indipendente ha avuto accesso agli ospedali e agli obitori. Nessuno ha potuto verificare il conteggio etnico che nella versione governativa assegna un numero preponderante di morti alla comunità han. I mass media di Stato alimentano una virulenta campagna nazionalista, con un'immensa eco in tutta la Cina. Due i bersagli: Rebiya Kadeer, la leader uigura in esilio accusata di avere istigato la rivolta a scopi secessionisti; la stampa estera bollata come faziosa, bugiarda, anti-cinese.

Il controllo capillare di Wang Lequan mi insegue anche nella tappa successiva del mio viaggio, a Kashgar: la roccaforte musulmana dove gli uiguri sono ancora maggioranza. La punta estrema dello Xinjiang nel cuore dell'Asia centrale. Non passano 15 minuti dalla mia registrazione all'hotel e già una voce ostile urla al telefono della mia camera, mi convoca nel salone d'ingresso. E' un commissario di polizia in borghese, mi fa capire il personale dell'hotel. Lui non si qualifica, non mi dirà mai il suo nome. Io in piedi, lui sprofondato in una poltrona della reception con l'aria minacciosa e onnipotente, mi fa un interrogatorio in piena regola. Non ci sono turisti occidentali in albergo.

Ad altri colleghi il visto da giornalista sul passaporto è valso un'espulsione immediata (e illegale). "Qui le interviste le organizzo io", mi avverte. Gli incontri con lui saranno frequenti, fino alla mia partenza. La sua presenza deve essere ben visibile ad altri, anche quando non lo vedo io: il pedinamento dei giornalisti da parte della polizia intimidisce gli uiguri, cuce le bocche dei testimoni. Davanti al mio albergo, nella Piazza del Popolo dominata dalla gigantesca statua in granito di Mao Zedong, un grande schermo proietta a ripetizione le immagini maledette del 5 luglio a Urumqi. E' un film horror offerto gratis a tutta la cittadinanza.

Sono riprese selezionate, appaiono solo cinesi han dai volti sfigurati di botte e coperti di sangue. In questa roccaforte musulmana le immagini potrebbero avere quasi un effetto di incitamento alla rivolta. Ma il messaggio è completato dal via vai incessante di camion militari. Procedono a gruppi di tre autocarri. I soldati hanno i mitra spianati, e sacchetti di sabbia anti-esplosivi. Dai camion i megafoni urlano alla cittadinanza appelli all'ordine. Nel venerdì di preghiera il piazzale davanti alla moschea grande (Idh Kah) si riempie di truppe.

La mia visita "turistica" dentro il luogo di culto avviene proprio in parallelo con un'ispezione di sicurezza. Mancano poche ore all'afflusso dei fedeli, un piccolo gruppo misto di ufficiali dell'esercito e funzionari di polizia perlustra l'interno della moschea. Li dirige un giovane in borghese molto curato, con i capelli cortissimi, giacca di lino e jeans chiari aderenti in foggia Armani. Un esemplare di tecnocrate che potrebbe lavorare in una merchant bank di Shanghai. A me riservano poche occhiate di sbieco, hanno ben altro da fare. Studiano con cura la disposizione dei luoghi, gesticolano per indicare le vie d'uscita. Poco dopo vedrò installare i metal detector all'ingresso della moschea. E al centro del piazzale un minaccioso camion bianco con antenna satellitare, più varie telecamere puntate sulla gente che entra.

Da Kashgar prendo la strada che porta ai confini con Pakistan, Tajikistan e Afghanistan. Sono luoghi maestosi, dove il deserto Taklimakan finisce alle falde dei monti Kunlun. Paesaggi solitari e magnifici, come il lago Karakul dominato dalla cima innevata del Monte di Giada, 7.600 metri di altitudine. Le montagne desertiche sono solcate dall'autostrada nuova fiammante a quattro corsie; spuntano miniere a cielo aperto, dove le scavatrici frugano questa terra ricca di risorse. Si spinge fino a queste alture semidesertiche la potenza economica cinese, segnalata dai Tir e dalle centrali fotovoltaiche. E' la porta d'accesso ai vicini dell'Asia centrale.

Ma i camionisti uiguri e kazakhi sono fermati regolarmente ai posti di blocco. Vedi i loro volti turcomanni incupirsi davanti ai poliziotti cinesi. Intuisci l'onta della loro sottomissione. Qui la potenza imperiale di Pechino lambisce il suo fronte caldo con l'Islam. Da qui la solidarietà con la causa degli uiguri viaggia verso l'Asia musulmana, provoca i raid dei talebani contro le imprese cinesi in Afghanistan, arriva fino a creare una crisi politica con il governo di Ankara.

Sono appena otto milioni gli uiguri dello Xinjiang, più quattro milioni di emigrati per cercare lavoro nel resto della Repubblica Popolare: come i due uiguri uccisi in una fabbrica di Canton, la scintilla dei moti del 5 luglio. Sono un'inezia, come le altre 56 minoranze etniche, soverchiati da oltre un miliardo di han.

Ma visti dalle frontiere dell'Asia centrale sono una spina nel fianco della Cina, un disturbo per la penetrazione economica in altre nazioni islamiche. In Occidente è ben più popolare la causa del popolo tibetano. Contro gli uiguri Pechino ha saputo usare l'argomento dell'anti-terrorismo, dopo che alcuni militanti sono stati catturati dagli americani in Afghanistan, e detenuti per anni a Guantanamo. L'Amministrazione Usa e i governi europei non vogliono schierarsi con movimenti secessionisti dello Xinjiang accusati di avere legami con al Qaeda. E' nel mondo islamico che la questione uigura assume un altro aspetto. Proietta l'immagine di una Cina efficiente e ricca ma spietata; un'impero multietnico che piega tutte le razze al ritmo della sua modernizzazione ma non le integra.

Nell'ondata nazionalista con cui il paese ha reagito alla rivolta di Urumqi, molti cinesi hanno gettato la maschera della "società armoniosa" esaltata da Hu Jintao. Nei commenti sui giornali, nei blog e nei forum online, si è scatenato un fiume di accuse contro gli uiguri. Ladri e mafiosi. Parassiti. Privilegiati dalle facilitazioni per le minoranze. Un lungo elenco di recriminazioni si è levato dal ventre della Cina profonda, contro le forme di "affirmative action" elargite per placare le etnìe non-han.

Sconvolti dalle immagini della tv di Stato sui linciaggi degli han a Urumqi, a Pechino Shanghai e Canton molti hanno ricordato che gli uiguri non sono sottoposti al controllo delle nascite, possono avere tutti i figli che vogliono. Ricevono "punti" supplementari nei concorsi di ammissione alle università. Facilitazioni che non hanno impedito un crescente divario socio-economico.

E non cancellano altre umiliazioni. Come quella che cerca di nascondermi pudicamente la mia guida, che chiamerò Mohammed, quando gli chiedo se è mai stato in pellegrinaggio alla Mecca. "Non ho fretta - mi risponde - prima devo sistemare i figli. Il Corano dice che ci sono altre priorità". Una penosa bugìa. Agli uiguri il viaggio alla Mecca è proibito dal 2001. In un paese dove la libertà di andare all'estero è ormai un diritto di massa, per gli uiguri è difficile ottenere il passaporto. Sono ridotti a sentirsi prigionieri, in una terra che consideravano tutta loro.

martedì 21 luglio 2009

Gli USA schiacciati dal debito

Ieri il consigliere economico del presidente americano Obama, Lawrence Summers, parlando della crisi economica ha affermato che "Non c'e' piu' la sensazione che l'economia sia in caduta libera, ma non abbiamo la crescita che vorremmo e serve altro tempo [...] Dall'inizio della crisi abbiamo fatto tanta strada e ora non c'e' piu' il rischio che l'economia arrivi al collasso".

L'ottimismo è quindi entrato ufficialmente anche alla Casa Bianca, ma i dati che emergono qui di seguito raccontano un'altra storia.


Il debito USA al massimo storico
di Tito Pulsinelli - selvasorg.blogspot.com - 20 Luglio 2009

Intervista ad Attilio Folliero (*)

Lo scorso 30 giugno, il debito pubblico USA, nel silenzio generale dei media ufficiali, ha raggiunto la cifra record di 11.545 miliardi di dollari, il suo massimo storico in termini assoluti. Per saperne di più e dissotterrare da sotto le cenere del silenzio questa questione scottante –per molti un autentico tabù- abbiamo intervistato l’internazionalista Attilio Folliero.

Tito Pulsinelli: Lo scorso 30 giuugno, secondo fonti ufficiali del Tesoro statunitense (1), il debito pubblico USA ha raggiunto la cifra record di 11.545 miliardi di dollari. In valore assoluto rappresenta il massimo storico. Quali considerazioni si possono fare?

Attilio Folliero: Il debito pubblico USA il 30 giugno ha raggiunto la cifra record di 11.545 miliardi di dollari. In realtà tale cifra è già stata superata! Infatti, al 16 luglio, ultimo dato disponibile, il debito pubblico USA è già salito a 11.579 miliardi di dollari. Al momento è questo il vero record. Per quanto le cifre in valore assoluto siano importanti, vanno considerati i valori percentuale rispetto al PIL, al fine di avere un punto di riferimento e valutare il reale andamento.

TP: Rispetto al Prodotto Interno Lordo, dunque, cosa rappresentano queste cifre?

AF:Al momento non è ancora stato diramato il dato del PIL relativo al secondo trimestre del 2009, al 30 giugno appunto; sarà diffuso alla fine di luglio. Sappiamo che alla fine del primo trimestre il PIL USA, su basi annuali, ammontava a 14.097 miliardi.
Nella più ottimistica delle ipotesi, se tale dato dovesse confermarsi, il debito pubblico USA sarebbe attorno all’82%; in realtà, anche per questo secondo trimestre del 2009, ci si aspetta una diminuzione, dell’ordine dell’1%, o dell’1,3%, il che porterebbe il debito pubblico al di sopra dell’82%. In ogni caso, il debito pubblico USA, al momento è assestato ad oltre l’80% del PIL.

TP: Che evoluzione ha avuto il debito pubblico statunitense nell’ultimo anno? E’ diminuito?

AF:Nell’ultimo anno (30 giugno 2008 – 30 giugno 2009) il debito pubblico USA è cresciuto di oltre 2.000 miliardi di dollari, per la precisione 2.053 miliardi, ossia di circa il 22%. Nel corso dei primi sei mesi del 2009 è cresciuto di 845 miliardi e nell’ultimo trimestre di 418 miliardi di dollari. E’ aumentatoto e continuerà così perchè è previsto dal piano economico presentato dal presidente Obama. Il suo piano economico prevede di stimolare l’economia attraverso l’inieziezione di ingenti quantità di denaro pubblico.

TP: Finora ha avuto riflessi positivi il piano di Obama?

AF: Francamente non mi pare! L’economia USA (e mondiale) continua in recessione ed il futuro (immediato) non sembra certo migliore del presente. Per l’autunno, autorevoli studi prevedono un peggioramento della situazione economica; il Laboratorio Europeo di Anticipazioni Politiche (LEAP/E2020), che collabora anche con la Università “Sorbona” di Parigi, prevede che gli USA (e la Gran Bretagna) non saranno più in grado di pagare i debiti e le conseguenze – riporta il LEAP - per l’economia mondiale saranno catastrofiche, a partire dalla sparizione del dollaro (2).

Il destino del dollaro è certamente segnato e chi ci conosce sa che ne abbiamo parlato spesso (3).
L’unico effetto certo sortito dagli interventi di Barack Obama, già iniziati dalla precedente amministrazione Bush, è di aver fatto creceré il debito pubblico. Continuando in questa direzione, tra 3 o 4 trimestri il debito pubblico USA sarà pari ad un anno di produzione: 100% del PIL.

TP: Parliamo del debito pubblico statunitense da un punto di vista storico. Sicuramente durante la crisi del 1929, con la ben nota politica del New Deal, dei massicci interventi statali il debito pubblico USA deve essere aumentato. E’ così?

AF:Nel decennio succesivo alla crisi del 1929, il debito pubblico USA aumenta, ma non raggiuge cifre come quelle attuali: nel 1929 era attorno al 17% ed ovviamente cresce negli anni successivi, proprio a causa delle politiche statali: arriva al 40% nel 1934 ed al 43% circa nel biennio 1938-1939. Cresce, dunque, ma senza mai raggiungere i livelli attuali.

TP: Quindi adesso il debito pubblico è al suo livello più alto, sia in valore assoluto che in valore percentuale?

AF: No, c’è stato un periodo in cui il debito pubblico USA è stato più alto rispetto ad oggi. Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1946, il debito pubblico USA arriva ad oltre il 120% del PIL. Il debito USA inizia a crescere enormemente per finanziare la seconda guerra mondiale e cresce ancora di più dopo la guerra, sia per finanziare la riconversione interna, sia per finanziare la ripresa dei paesi europei (Piano Marshall).
Nel 1941 il debito pubblico era al 38% del PIL, nel 1942 salta al 45%, nel 1943 a poco meno del 70%, nel 1944 al 90%, nel 1945 al 115% e nel 1946 raggiunge il massimo storico al 121%. Dopo di che inizia a scendere.

TP:Il periodo relativo alla seconda guerra mondiale è dunque l’unico momento in cui il debito USA risulta più alto rispetto ad oggi?

AF: Si, esatto. Solamente nei sette anni fra il 1944 ed il 1950 gli USA hanno avuto un debito pubblico più alto rispetto a quello odierno. In tutta la storia economica (4), dal 1790 in poi, a parte quel periodo, gli USA non hanno mai avuto un debito come quello odierno, anzi, possiamo affermare che a parte il periodo della seconda guerra mondiale ed i giorni nostri, gli USA non hanno mai avuto problemi di debito pubblico.

Il bilancio del 1790 riportava un debito pubblico pari al 39% del PIL; tale dato rimarrà il più alto nella storia economica USA, fino appunto al periodo della grande crisi del 1929 e della seconda guerra mondiale. Dopo il 1790 il debito scende costantemente fin quasi ad azzerarsi a metà degli anni trenta, del secolo XIX; praticamente per circa mezzo secolo gli USA non hanno debito pubblico, essendo attorno all’1/2%.

Durante il periodo della guerra di secessione il debito sale fino ad un valore massimo del 32% del PIL (1867-1869), appunto in virtù della necesità per Washington di finanziare le operazioni belliche. Successivamente alla guerra di secessione il debito scende progressivamente, fino ad attestarsi al di sotto del 10% verso la fine del secolo.

Per tutto il primo decennio del XX secolo e fino all’entrata in guerra, nella prima guerra mondiale, il debito pubblico USA è inferiore al 10%. Nel 1916 era al 7%, ma nel 1918 sale al 19% e nel 1919 è al 34%. Dopo aver raggiunto questo valore massimo, nuovamente torna a scendere. Come visto, alla vigilia della grande crisi il debito pubblico era attorno al 17%.

TP: Com’è l’andamento del debito in questi ultimi 60 anni?

AF:Dopo aver raggiunto il massimo assoluto nel 1946, ad oltre il 120%, scende velocemente. Negli anni 50 si attesta attorno al 60%; negli anni sessanta continua la sua corsa alla diminuzione e nel 1967 è nuovamente sotto il 40%. Durante gli anni settanta si stabilizza attorno al 33%.

Nel corso degli anni ottanta torna a crecere e velocemente: nel 1981 è al 31%; nel 1988 è già oltre il 50%; tre anni diopo, nel 1991 è oltre il 60%. Durante gli anni novanta si sabilizza attorno al 63/66%. Nel triennio 2000-2002 è al di sotto del 60%, sia pure di poco. Tutti conosciamo la storia recente: la cosiddetta guerra al terrosimo, l’invasione dell’Afghanistan, l’invasione dell’Iraq ed il debito pubblico ovviamente ne risente.

Alla fine dell’anno fiscale 2008 (al 30 settembre), il debito pubblico USA è al 69,55%. Con l’autunno, arriva anche la nuova grande crisi e il tentativo di stimolare l’economia con grandi iniezioni di capitali pubblici. Alla fine di dicembre il debito arriva al 75,35%; alla fine del primo trimestre del 2009 è al 78.93% ed al 30 giugno è sicuramente oltre l’80%, anzi attorno all’82%. Per il dato esatto bisogna aspettare il dato del PIL, alla fine di luglio.

TP: In conclusione, il debito pubblico statunitense può arrivare alla cifra toccata nel secondo dopo guerra? Quali sono le differenze del periodo attuale con il secondo dopo guerra? Gli USA potranno riprendersi velocemente come sucesso appunto negli anni cinquanta?

AF: Indubbiamente il debito continuerà a salire perchè è previsto dalla strategia messa a punto da Barack Obama e potrebbe arrivare a toccare e superare quello raggiunto nel 1946.
I due periodi (1944-1950 ed oggi) sono caratterizzati da un grande indebitamente pubblico, ma vi sono delle differenze sostanziali: nel dopo guerra gli USA erano una potenza in ascesa, dominavano i mercali mondiali, la produzione era al massimo, così come pure le entrate fiscali, per cui è stato possibile ripianare quel debito.

Oggi le cose sono notevolmente cambiate: il debito aumenta; le entrate fiscali diminuiscono; aumentano i disoccupati; crollano le esportazioni; le imprese USA -a parte quella bellica- non sono in grado di competere con le imprese dei nuovi paesi emergenti, dove i salari sono bassissimi ed a volte rasentano la schiavitù.

Gli USA sono in declino. Ovviamente dire che gli USA sono in declino, non significa che il capitale USA è in declino. Il capitale non ha mai conosciuto confini e quando il profitto non risponde più alle aspettative, semplicemente si trasferisce altrove, dove sono garantiti profitti più alti.
Gli USA e i paesi del capitalismo maturo sono in declino per la caduta del saggio di profitto e infatti in questi ultimi anni c’è stato un forte spostamento di capitali dagli USA e dai paesi del capitalismo maturo ai paesi in via di sviluppo. La crisi non è altro che una ristrutturazione del capitalismo.

TP: Gli USA si riprenderanno? Ci sarà la “seconda opportunita” che sogna Z.Brzezniski? O è un sogno ad occhi aperti?

AF: Gli USA sono al tramonto e probabilmente non si riprenderanno più, almeno nella misura in cui siamo abituati a considerarli. Gli USA e suoi alleati (Europa occidentale, Canada e Giappone, in sostanza il G7, cui aggiungo l’Australia) avranno un ruolo economico, a livello mondiale, sempre meno importante. Anzi, fin da adesso, possiamo dare per morto e seppellito il cosiddetto G7, almeno nella conformazione attuale.

Già si parla della necessità di un avvicendamento dell’Italia, del Canada e dell'Inghilterra, destinate a fuoriuscire da questo consesso, ma non saranno certo sostituite dalla Spagna - come si ipotizza - altro paese in forte crisi. Nuovi paesi, nuovi capitalisti stanno per irrompere sulla scena mondiale o avranno un ruolo decisamente maggiore: Cina, Russia, Brasile e India, primi fra tutti.
Ovviamente l’egemonia degli USA e paesi occidentali non scomparirà nel breve e medio tempo; continueranno ad avere un ruolo sulla scena mondiale, ma saranno fortemente ridimensionati. Per ora, c'è la perdita dell'egemonia assoluta ed il riallineamento a quella relativa. Basta vedere l'affollamento di Paesi e leader a L'Aquila -la ressa davanti ai fotografi- in quello che fino a poco fa era un esclusivo Club7, con un indiscusso potere reale maggiore.

TP: Possiamo comparare il debito pubblico dei vari Paesi? Quali sono gli Stati più indebitati?

AF: Gli Stati con il debito pubblico più alto al mondo sono lo Zimbabwe con oltre il 200% del PIL ed il Giappone con poco meno del 200%; l’Italia è attorno al sesto posto con circa il 105%; gli USA sono attorno al dodicesimo posto con l’82% circa.
Bisogna subito dire che c’è un problema di cifre, dovuto al fatto che gli organismi internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale FMI (5), riportano dati certi e recenti solo per i sette grandi.
La CIA (6) riporta i dati di quasi tutti i paesi del mondo, ma tali dati per molti stati non sono proprio recenti. In ogni caso, indipendentemente dalle graduatorie è certo che i paesi del capitalismo maturo hanno tutti un grandissimo livello di indebitamento.

TP: Com’è la situazione del debito pubblico nei paesi in ascesa come Russia, Cina, Brasile e India?

AF: Dei paesi citati, a parte l’India che ha un indebitamento pubblico del 78% ed il Brasile al 40%, comunque basso, gli altri hanno un grado di indebitamento bassissimo: l’Iran al 25%, il Venezuela al 17%, la Cina al 15% e la Russia al 6%.

TP: Oltre al debito pubblico, qual’è il grado di indebitamento dei privati nei vari paesi?

AF:Oltre al debito pubblico è importante considerare anche altri fattori, quali il debito delle famiglie, delle imprese e le riserve internazionali. Riguardo l’indebitamento privato (di famiglie ed imprese), la Gran Bretagna e gli USA hanno livelli altissimi ed infatti, il debito complessivo, debito pubblico, delle famiglie e delle imprese in questi due stati è attorno al 400% del PIL. Gli altri stati del capitalismo avanzato hanno livelli di indebitamento complessivo più basso; paesi come l’Italia ed il Giappone a fronte di debiti pubblici più alti, hanno debiti privati più bassi.

Analizzando le riserve internazionali, infine, ci rendíamo veramente conto di quanto sia grave la situazione negli Stati Uniti e nella Gran Bretagna. Uno Paese come il Giappone che ha un debito pubblico molto alto, il secondo al mondo, ha però debiti privati molto bassi e soprattutto riserve internazionali per oltre 1.000 miliardi di dollari, equivalenti a circa un quarto del proprio PIL. Il Giappone è il secondo paese al mondo per riserve internazionali, subito dopo la Cina.

Anche Italia, Germania e Francia che hanno buone riserve internazionali, dell’ordine del 10% del PIL stanno decisamente meglio degli USA. Le riserve della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, che ammontano a circa la metà di quelle italiane o tedesche rappresentano di fatto una goccia, nell’oceano sterminato dei suoi debiti. La situazione è particolarmente diffícile per gli USA che hanno un debito pubblico di oltre l’82% del PIL, debiti complessivi dell'ordine del 400% e riserve internazionali che coprono a malapena lo 0,7% del debito pubblico. In conclusione gli USA, molto presto cesseranno di essere la superpotenza economica cui siamo abituati dall'inizio del secolo scorso.

Intervista raccolta a Caracas il 17/07/2009

Note

(1) E’ possibile seguire l’aggiornamento giornaliero del debito pubblico USA nel sito ufficiale del Ministero del Tesoro USA, a questo indirizzo Web: http://www.treasurydirect.gov/NP/BPDLogin?application=np

(2) Il sito del Laboratorio Europeo di Anticipazioni Politiche è a questo indirizzo URL: http://www.europe2020.org/; il rapporto citato è leggibile in italiano al sito: http://informazionescorretta.blogspot.com/2009/06/tre-onde-anomale-convergenti-geab-36.html

(3) Sul dollaro vedasi “Il destino del dollaro”, URL: www.lapatriagrande.net/destino_dolar_pib_pil_gdp_angus_maddison.htm; vedasi anche “Segnali di una imminente fine del dollaro”, URL: www.lapatriagrande.net/nuove_monete_segnali_fine_dollaro.htm

(4) i dati storici del debito pubblico USA sono reperibili all’URL: http://www.folliero.it/08_dati_economici/dati_economici.htm

(5) il data base del Fondo Monetario Internazionale è consultabile a questo URL: http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2008/02/weodata/index.aspx

(6) I dati della CIA riguardanti il debito pubblico della maggior parte dei paesi del mondo sono a questo URL: https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2186rank.html

(*) Attilio Folliero è un politólogo italiano, nato a Lucera in provincia di Foggia, attualmente in Venezuela. Scrittore, poeta, autore di numerosi articoli, ripresi da media di varie parti del mondo, oltre a dirigere il sito de La Patria Grande ed il CESEIV; più volte invitato come opinionista in vari programmi radiofonici e televisivi.


Il costo del 'bailout' raggiunge la cifra impensabile di 24 trilioni di dollari - 80 mila per ogni americano
di Paul Joseph Watson - Prison Planet.com - 20 Luglio 2009
Traduzione a cura di Pino Cabras per Megachip

Secondo la sorveglianza che sovrintende al programma di salvataggio finanziario del governo federale, la piena esposizione a partire dal 2007 ammonta all’enorme cifra di 23,7 trilioni di dollari, ossia 80mila dollari per ogni cittadino americano.

L’ultima volta che siamo stati in grado di ottenere una misura del costo totale del salvataggio, era pari a circa 8,5 trilioni di dollari. Passati otto mesi da quella linea, la cifra è quasi triplicata.

La cifra di 23,7 trilioni di dollari ricomprende «circa 50 iniziative e programmi stabiliti dalle amministrazioni Bush e Obama, nonché dalla Federal Reserve», secondo l’Associated Press.

In un documento di asseverazione che sarà consegnato alla supervisione della Camera e al Comitato governativo di riforma domani [21 luglio 2009, Ndt], Neil Barofsky, l'ispettore generale per il programma TARP, dirà al Congresso che «il Dipartimento del Tesoro ha ripetutamente omesso di adottare raccomandazioni volte a rendere il programma TARP più responsabile e trasparente ».

Secondo Barofsky, i contribuenti sono al buio su chi ha ricevuto il denaro e su quel che ne fanno.

Come abbiamo più volte sottolineato, la destinazione di circa 2mila miliardi di fondi TARP è stata oggetto di un’azione legale presentata da Bloomberg alla fine dello scorso anno dopo che la Fed aveva rifiutato di rivelare i destinatari. La causa è ancora in corso, giacché Bloomberg tenta di scoprire i nomi delle istituzioni finanziarie private che hanno ricevuto il denaro.

Sarà il popolo americano in ultima analisi a doversi accollare tutto visto che il dollaro è svalutato poiché la Fed presta il denaro dal proprio bilancio o essenzialmente stampa solo più denaro, come ha spiegato un articolo della San Francisco Chronicle l'anno scorso.

I salari non terranno il passo dell'inflazione e, se si aggiunge all'equazione la serie di nuove tasse introdotte dall’amministrazione Obama, le conseguenze sono evidenti: un abbassamento del tenore di vita per milioni di appartenenti alla classe media americana.

Nel frattempo, Henry Paulson, uno dei principali architetti del “bailout” nonché l'uomo che ha perpetrato del terrorismo finanziario all’atto di minacciare il Congresso con scenari di legge marziale e rivolte alimentari, qualora non avessero approvato il primo pacchetto TARP, sfacciatamente s’intasca 200milioni in profitti Goldman Sachs esentasse mentre distribuisce miliardi in guadagni illeciti ai suoi compari banchieri, tutto questo dopo aver tirato un'esca e passare a cambiare l'intero centro del salvataggio dall’acquisto dei titoli di debito tossico fino a dare il denaro direttamente alle istituzioni finanziarie.

Abbiamo paura di pensare a quali saranno le cifre del salvataggio fra altri otto mesi. Triplicheranno ancora fino a 70 trilioni di dollari? Che ne dite di 100 trilioni di dollari?

L'unica cosa che può porre fine allo sfrenato saccheggio è il disegno di legge di Ron Paul volto all’auditing della Fed, che ha ricevuto un sostegno in Parlamento ma è stato bloccato da traditori occasionali prezzolati al Senato, che avrebbero invece dovuto vedere una continuazione del grande furto, anziché la responsabilità e la trasparenza.

lunedì 20 luglio 2009

Nuova influenza, vecchi deliri

Ormai in Inghilterra il panico e l'irrazionalità causati dalla cosiddetta Nuova influenza hanno raggiunto un livello preoccupante.

Infatti gli addetti al check-in di British Airways e Virgin Atlantic possono d'ora in poi rifiutarsi di far imbarcare i passeggeri che mostrano sintomi simili a quelli della Nuova influenza. Le due compagnie aeree hanno confermato al Sunday Times di aver ordinato ai propri dipendenti di rivolgersi a un medico prima di ammettere a bordo passeggeri che potrebbero essere malati.
Quindi da domani basta avere qualche normale linea di febbre e non si può più salire sugli aerei di British Airways e Virgin Atlantic.

Complimenti, misura geniale!!
Già a causa della crisi economica globale molte compagnie aeree sono sull'orlo della bancarotta (proprio la British Airways solo un mese fa aveva chiesto ai propri 40.000 dipendenti di rinunciare a un mese di stipendio), e ora questo delirante provvedimento darà la botta definitiva a bilanci e dipendenti.

Ma non solo in Europa cresce il panico da Nuova influenza.
In Thailandia e in Cina ad esempio, le autorità hanno già installato nei principali aeroporti degli scanner per il controllo della temperatura corporea per identificare i passeggeri con la febbre.

In Italia invece, dopo le polemiche legate all'annuncio di sabato da parte del viceministro alla Salute Ferruccio Fazio dell'ipotesi di un possibile rinvio dell'apertura delle scuole proprio a causa della Nuova influenza, è intervenuto il ministro Brunetta che si è detto convinto che "Assolutamente sì, le scuole italiane riapriranno normalmente dopo la pausa estiva" e ha più volte ripetuto di stare "Tranquilli tranquilli tranquilli. Che si viva tranquillo questo periodo, le vacanze, il periodo scolastico. Non c'è nulla per allarmarsi".

Per una volta tanto, Brunetta ha ragione da vendere.


Omicidio di massa?
di Barbara Minton - Natural News - 25 Giugno 2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Micaela Marri

Una giornalista accusa l’OMS e l’ONU di bioterrorismo e dell’intento di provocare un massacro

Con l’avvicinarsi della data prevista per la distribuzione del vaccino anti virus influenzale pandemico A/H1N1 della Baxter, una giornalista investigativa austriaca avvisa il mondo che sta per essere commesso il più grande crimine della storia dell’umanità. Jane Burgermeister ha recentemente sporto denuncia presso l’FBI contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le Nazioni Unite (ONU) e molti dei funzionari di più alto rango di governi e società in merito al bioterrorismo e ai tentativi di provocare massacri. Ha inoltre preparato un’ingiunzione contro l’obbligo di vaccinazione, che è stata presentata in America. Queste azioni seguono le accuse che ha lei stessa presentato lo scorso aprile contro la Baxter AG e l’austriaca Avir Green Hills Biotechnology per aver prodotto un vaccino contaminato contro l’influenza aviaria, sostenendo che sia stata un’azione intenzionale per causare una pandemia e trarne profitto.

Riassunto delle accuse e allegazioni presentate all’FBI in Austria il 10 giugno 2009

Nelle sue accuse la Burgermeister presenta prove di atti di bioterrorismo, ossia in violazione della legge degli USA, da parte di un gruppo operante all’interno degli USA secondo le direttive di banchieri internazionali che controllano la Federal Reserve, come pure l’OMS, l’ONU e la NATO. Tale bioterrorismo è finalizzato a provocare un genocidio di massa contro la popolazione statunitense mediante l’uso del virus della pandemia influenzale geneticamente ingegnerizzato con l’intento di causare la morte. Questo gruppo si è impossessato di alti uffici governativi negli USA. In modo specifico vengono portate le prove che gli imputati come Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, David Tabarro, coordinatore ONU per l’influenza umana e aviaria, Margaret Chan, direttore generale dell’OMS, Kathleen Sibelius, segretario alla salute e ai servizi sociali, Janet Napolitano, segretario del dipartimento di sicurezza nazionale, David de Rotschild, banchiere, David Rockefeller, banchiere, George Soros, banchiere, Werner Faymann, cancelliere austriaco, e Alois Stoger, ministro della sanità austriaco, ed altri fanno parte di questo gruppo criminale internazionale che ha sviluppato, prodotto, accumulato ed utilizzato armi biologiche per eliminare la popolazione degli USA e di altri paesi per motivi economici e politici.

I capi d’accusa sostengono che questi imputati abbiano cospirato tra loro e con altri per ideare e finanziare, nonché partecipare alla fase finale dell’attuazione di un programma internazionale segreto di armi biologiche, che avrebbe coinvolto le società farmaceutiche Baxter e Novartis. Hanno fatto questo bioingegnerizzando e poi distribuendo agenti biologici letali, specificamente il virus dell’influenza “aviaria” e il “virus dell’influenza suina” per avere il pretesto di attuare un programma di vaccinazione obbligatoria di massa che sarebbe stato il mezzo per poter somministrare un agente biologico tossico per provocare la morte e altre lesioni alla popolazione degli Stati Uniti. Quest’azione è in diretta violazione del Biological Weapons Anti-terrorism Act.

Le accuse mosse dalla Burgermeister comprendono le prove che la Baxter AG, la sussidiaria austriaca della Baxter International, ha deliberatamente fatto uscire 72 chili di virus vivo dell’influenza aviaria, fornito dall’OMS durante l’inverno del 2009 a 16 laboratori in quattro paesi. Sostiene che ciò offra una chiara prova che le società farmaceutiche e le stesse agenzie governative internazionali sono attivamente impegnate nella produzione, nello sviluppo, nella fabbricazione e nella distribuzione di agenti biologici classificati come le più letali armi biologiche sulla terra al fine di provocare una pandemia e causare una strage.

Nei capi d’accusa di aprile, ha notato che il laboratorio della Baxter in Austria, uno dei presunti laboratori di biosicurezza più sicuri al mondo, non ha rispettato le norme più basilari ed essenziali per la conservazione dei 72 chili della sostanza patogena classificata come arma biologica in modo sicuro separandola da tutte le altre sostanze secondo le rigorose regolamentazioni del livello di biosicurezza, ma ha lasciato che venisse mischiata con il virus dell’influenza comune e l’ha inviata dai suoi stabilimenti di Orth nel Donau.

A febbraio quando un membro dello staff al BioTest nella Repubblica Ceca ha testato su dei furetti il materiale destinato ai vaccini candidati, i furetti sono morti. Questo incidente non è stato seguito da alcuna investigazione da parte dell’OMS, né dell’UE o delle autorità sanitarie austriache. Non c’è stata alcuna indagine sul contenuto del materiale virale, e non vi è alcun dato sulla sequenza genetica del virus messo in circolazione.

In risposta alle domande del parlamento il 20 maggio Alois Stoger, ministro della sanità austriaco ha rivelato che l’incidente non era stato trattato come un errore di biosicurezza, come avrebbe dovuto essere, ma come un’infrazione del codice veterinario. È stato mandato un medico veterinario al laboratorio per una breve ispezione.

Il dossier della Burgermeister rivela che la messa in circolazione del virus sarebbe stata un passo essenziale per provocare una pandemia che avrebbe permesso all’OMS di dichiarare una pandemia di livello 6. Elenca le leggi e i decreti che avrebbero permesso all’ONU e all’OMS di prendere il controllo degli Stati Uniti nel caso di una pandemia. Sarebbero inoltre entrate in vigore leggi che richiedono di osservare l’obbligo di vaccinazione negli Stati Uniti in condizioni di pandemia dichiarata.

La Burgermeister sostiene che l’intera questione della pandemia di “influenza suina” si poggia su un’enorme menzogna e che non esista virus in natura che rappresenti una minaccia per la popolazione. Porta le prove che inducono a credere che sia l’influenza aviaria che l’influenza suina siano state in effetti bioingegnerizzate in laboratorio usando i finanziamenti forniti dall’OMS e da altre agenzie governative, insieme ad altri. Questa “influenza suina” è un ibrido in parte dell’influenza suina, in parte dell’influenza umana e in parte dell’influenza aviaria, una cosa che può solo venire da un laboratorio secondo molti esperti.

L’asserzione dell’OMS che l’“influenza suina” si sta diffondendo e che deve essere dichiarata la pandemia ignora le cause fondamentali. I virus che sono stati messi in circolazione sono stati creati e messi in circolazione con l’aiuto dell’OMS, e l’OMS è enormemente responsabile della pandemia in primis. In aggiunta i sintomi della presunta “influenza suina” sono indistinguibili da quelli della comune influenza e del raffreddore. L’“influenza suina” non provoca la morte più spesso di quanto faccia la comune influenza.

[La Burgermeister] nota che i dati relativi ai decessi registrati per l’“influenza suina” non sono coerenti e che non c’è chiarezza in merito a come è stato documentato il numero dei “decessi”.

Non c’è potenziale per una pandemia a meno che non vengano effettuate vaccinazioni in massa per usare l’influenza come un’arma con il pretesto di proteggere la popolazione. Esistono motivi ragionevoli per credere che i vaccini obbligatori saranno contaminati deliberatamente con malattie che sono progettate specificamente per provocare la morte.

Viene fatto riferimento ad un vaccino approvato della Novartis contro l’influenza aviaria che ha ucciso 21 persone senza tetto in Polonia durante l’estate del 2008 e che aveva come “misura primaria di outcome” un “tasso di eventi avverso”, rientrando pertanto nella definizione di arma biologica dello stesso governo statunitense (un agente biologico progettato per causare un tasso di eventi avversi, ossia morte o lesioni gravi) con un delivery system[1] (iniezione). [la Burgermeister] sostiene che il medesimo complesso di società farmaceutiche internazionali e di agenzie governative internazionali che hanno sviluppato e messo in circolazione il materiale della pandemia abbia tratto profitto dall’aver causato la pandemia mediante contratti per la fornitura dei vaccini. I media controllati dal gruppo che sta ingegnerizzando l’intero ordine del giorno dell’ “influenza suina” sta diffondendo notizie false per convincere la popolazione degli Stati Uniti a sottoporsi alle pericolose vaccinazioni.

I cittadini degli USA subiranno danni e lesioni sostanziali ed irreparabili se verranno obbligati a sottoporsi a questa vaccinazione [di efficacia] non provata senza il loro consenso secondo il Model State Emergency Health Powers Act, il Natonal Emergency Act, la National Security Presidential Directive/NSPD 51, la Homeland Security Presidential Directive/HSPD-20, e l’International Partnership on Avian and Pandemic Influenza.

La Burgermeister accusa coloro che sono menzionati nelle sue allegazioni di aver attuato e/o accelerato a partire dal 2008 negli USA l’implementazione di leggi e regolamentazioni ideate per togliere ai cittadini statunitensi i loro legittimi diritti costituzionali di rifiutare un’iniezione. Queste persone hanno creato disposizioni o hanno lasciato in essere disposizioni tali da rendere criminale il rifiuto di un’iniezione contro i virus pandemici.

Hanno imposto altre sanzioni eccessive e crudeli come l’imprigionamento e/o la quarantena nei campi FEMA impedendo al tempo stesso ai cittadini americani di presentare domanda di risarcimento per lesioni o morte causati dalle iniezioni forzate. Questo viola le leggi che disciplinano la corruzione federale e l’abuso di ufficio, come pure [quelle] della costituzione e della Bill of Rights. Attraverso queste azioni, gli accusati citati hanno gettato le basi di un genocidio di massa.

Usando l’ “influenza suina” come pretesto, gli accusati hanno prepianificato la strage della popolazione statunitense per mezzo della vaccinazione forzata. Hanno installato una rete estesa di campi di concentrazione FEMA nonché identificato siti per tumulazioni di massa, e sono stati coinvolti nell’ideazione e nell’attuazione di uno schema per consegnare il potere in tutta America ad un sindacato criminale internazionale che usa l’ONU e l’OMS come una facciata per coprire le attività criminali organizzate influenzate da un racket illegale, in violazione alle leggi che disciplinano il tradimento.

[La Burgermeister] accusa il complesso di società farmaceutiche di cui fanno parte la Baxter, la Novartis e la Sanofi Aventis di essere coinvolto in un programma di armi biologiche basato all’estero con un duplice scopo, finanziato dal predetto sindacato criminale e progettato per attuare stragi di massa e ridurre la popolazione mondiale di oltre 5 bilioni nei prossimi dieci anni. Il loro piano è di spargere il terrore per giustificare l’atto di obbligare la gente a rinunciare ai propri diritti, e per costringerla a quarantene di massa nei campi FEMA. Le case, le società e le fattorie, le terre di quelli che venissero uccisi saranno nelle mani di questo sindacato.

Eliminando la popolazione del Nordamerica, l’elite internazionale avrà accesso alle risorse naturali della regione quali l’acqua e le terre con giacimenti di petrolio non sviluppate. Ed eliminando gli USA e la loro costituzione democratica includendoli in un’unione nordamericana, il gruppo criminale internazionale avrà il controllo totale del Nordamerica.

I punti salienti del dossier completo

Il dossier completo dell’azione del 10 giugno è un documento di 69 pagine che porta le prove per corroborare tutte le accuse. Queste comprendono:

un insieme di fatti che delineano linee temporali e fatti che stabiliscono la “causa probabile”[2] , definizioni e ruoli dell’ONU e dell’OMS, e la storia e gli incidenti dal momento dello scoppio dell’ “influenza suina” nell’aprile del 2009.

Le prove che i vaccini per l’ “influenza suina” sono definiti come armi biologiche dalle agenzie governative e nelle regolamentazioni che classificano e limitano le vaccinazioni, e la paura dei paesi esteri che i vaccini contro l’ “influenza suina” saranno usati per la guerra biologica.

Le prove scientifiche che il virus dell’ “influenza suina” è stato bioingegnerizzao in modo da sembrare come il virus influenzale spagnolo del 1918, con citazioni tratte da Swine Flu 2009 is Weaponized 1918 Spanish Flu di A. True Ott, Ph.D., N.D., e da una relazione della rivista Science Magazine di Dr. Jeffrey Taubenberger et. Al.

La sequenza del genoma dell’ “influenza suina”.

Le prove della deliberata messa in circolazione del virus dell’ “influenza suina” in Messico.

Le prove del coinvolgimento del presidente Obama che descrivono il suo viaggio in Messico che ha coinciso con il recente scoppio dell’ “influenza suina” e con la morte di molti ufficiali che hanno partecipato al viaggio. Viene avanzata l’ipotesi che il presidente non sia mai stato sottoposto ai controlli per l’ “influenza suina” perché era già stato vaccinato.

Le prove in merito al ruolo della Baxter e dell’OMS nella produzione e messa in circolazione di materiale virale pandemico in Austria comprendono una dichiarazione di un funzionario della Baxter che asseriva che l’H5N1 distribuito per errore nella Repubblica Ceca è stato ricevuto da un centro di riferimento dell’OMS. Questo comprende la descrizione di prove e allegazioni dalle accuse della Burgermeister presentate in Austria ad aprile che sono al momento in corso di indagine.

Prove che la Baxter è un elemento di una rete segreta di armi biologiche.

Prove che la Baxter ha deliberatamente contaminato il materiale vaccinico.

Prove che la Novartis sta usando i vaccini come armi biologiche.

Prove del ruolo dell’OMS nel programma di armi biologiche.

Prove della manipolazione da parte dell’OMS dei dati della malattia per giustificare la dichiarazione della pandemia di livello 6 al fine di prendere il controllo degli USA.

Prove del ruolo della FDA [Food and Drug Administration] nella copertura del programma di armi biologiche.

Prove del ruolo del Canada’s National Microbiology Lab nel programma di armi biologiche. Prove del coinvolgimento di scienziati che lavorano per il NIBSC nel Regno Unito [National Institute for Biological Standards and Control]e per il CDC [Center for Disease Control] nella creazione dell’ “influenza suina”.

Prove che le vaccinazioni hanno provocato l’influenza letale spagnola del 1918, tra cui il parere del Dott. Jerry Tennant che l’uso diffuso dell’aspirina durante l’inverno che è seguito alla fine della prima guerra mondiale potrebbe essere stato un fattore chiave che avrebbe contribuito all’anticipo della pandemia sopprimendo il sistema immunitario ed abbassando la temperatura corporea, consentendo al virus influenzale di moltiplicarsi. Anche il Tamiflu e il Relenza abbassano la temperatura corporea, e ci si può pertanto aspettare che contribuiscano alla trasmissione della pandemia. Prove della manipolazione del contesto legale per consentire il genocidio con impunità.

Questioni costituzionali: la legalità o l’illegalità di mettere a rischio la vita, la salute e il bene collettivo con le vaccinazioni di massa.

La questione dell’immunità e del risarcimento come prova dell’intento di commettere un crimine.

Prove dell’esistenza di un sindacato criminale corporativo internazionale.

Prove dell’esistenza degli “Illuminati”.

Prove dell’ordine del giorno di riduzione della popolazione degli Illuminati/Bilderberg e del loro coinvolgimento nell’ingegnerizzazione e messa in circolazione del virus dell’ “influenza suina” artificiale.

Prove che l’uso dell’influenza come arma è stato discusso durante l’incontro del gruppo Bilderberg ad Atene dal 14 al 17 maggio 2009, come parte del loro ordine del giorno di genocidio, compreso un elenco dei partecipanti che, secondo una dichiarazione fatta una volta da Pierre Trudeau, si considerano geneticamente superiori al resto dell’umanità.

I media tengono gli Americani allo scuro sulla minaccia che incombe su di loro

Jane Burgermeister ha la doppia nazionalità irlandese/austriaca ed ha scritto per la rivista Nature, per il British Medical Journal, e per American Project. È corrispondente europea del sito web Renewable Energy World. Ha scritto molto sul cambiamento climatico, la biotecnologia e l’ecologia.

Oltre alle accuse contro la Baxter AG e la Avir Green Hills Biotechnology di aprile che sono attualmente sottoposte a indagine, ha sporto denuncia contro l’OMS e la Baxter insieme ad altri riguardo al caso delle fiale di “influenza suina” destinate ad un laboratorio di ricerca che sono esplose in un affollato treno intercity in Svizzera.

A suo parere il controllo dei media da parte dell’elite dominante ha consentito al sindacato criminale mondiale di portare avanti indisturbato il suo ordine del giorno, mentre il resto della gente rimane allo scuro su quello che succede realmente. Le sue denunce sono un tentativo di aggirare il controllo mediatico e di portare alla luce la verità.

La sua maggiore preoccupazione è che “nonostante il fatto che la Baxter sia stata colta in flagrante vicina al provocare una pandemia, stanno andando anche loro avanti, insieme alle loro società farmaceutiche alleate, con la fornitura del vaccino per le pandemie”. La Baxter si sta affrettando per far arrivare questo vaccino sul mercato a luglio.

Per ulteriori informazioni:
http://www.naturalnews.com/025760.html
http://www.birdflu666.wordpress.com/200...
http://in.news.yahoo.com/137/200906...
http://timesofindia.indiatimes.com/...

Barbara è una psicologa scolastica e autrice di libri di finanza personale, è guarita da un tumore al seno usando trattamenti “alternativi”, è un’esistenzialista nata, studia la natura in tutti i suoi aspetti.

NOTE:

[1] ndt via di somministrazione
[2] ndt ‘probable cause’ o sussistenza probabile della causa

domenica 19 luglio 2009

Capaci e via D'Amelio: altre due stragi di Stato?

Una serie di articoli sui ben noti intrecci tra mafia e politica, relativi in particolare agli ultimi sviluppi nella revisione delle inchieste sulle stragi di Capaci e via D'Amelio.


Una nuova pista nel rapporto Fininvest - Cosa Nostra?
di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella - http://www.antimafiaduemila.com - 14 Luglio 2009

Massimo Ciancimino fa ancora parlare di sé e questa volta l’argomento scottante non è la trattativa tra mafia e Stato intercorsa all’epoca delle stragi del 1992, per il quale presto sarà chiamato a rispondere in udienza pubblica.

Le sue dichiarazioni stanno irrimediabilmente sollevando un polverone attorno alla Palermo degli affari che negli anni Ottanta e Novanta ha basato il suo punto di forza sul patto economico stretto con la mafia di Riina e Provenzano.

Sono i magistrati Nino Di Matteo e Antonio Ingroia i depositari delle nuove rivelazioni del figlio di don Vito Ciancimino, condannato a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio, intestazione fittizia di beni e concorso in tentata estorsione, nell’ambito del processo sul tesoro occulto di suo padre. Rivelazioni che hanno già causato l’avvio di nuove indagini per corruzione aggravata a carico dei senatori Carlo Vizzini e Salvatore Cuffaro e degli onorevoli Romano e Cintola.

Tutti indagati a vario titolo per aver ricevuto compensi economici (ufficialmente non dovuti) pagati dalla famiglia Ciancimino per agevolare, nell’assunzione delle gare d’appalto, la Gas Spa (Gasdotti Azienda Siciliana). La società in quota al Gruppo Brancato – Lapis venduta il 13 gennaio 2004 alla multinazionale “Gas Natural” per 120 milioni di euro, di cui una percentuale era finita sul conto svizzero Mignon come pagamento spettante a don Vito, in qualità di socio “riservato”.

Proprio in seguito a questa vendita Massimo Ciancimino era stato accusato di aver incassato e reinvestito la percentuale destinata a suo padre (all’epoca deceduto). Da qui le manette, i domiciliari e poi il processo in abbreviato, tuttora in corso a Palermo in sede di Appello. Ed è in seguito a questi sviluppi giudiziari che Massimo Ciancimino ha iniziato a parlare: prima alludendo alle responsabilità della famiglia Brancato corresponsabile nella Gas della “gestione Ciancimino”, poi denunciando pubblicamente la sparizione di alcune intercettazioni ambientali che sarebbero dovute essere da tempo depositate agli atti del suo procedimento.

I magistrati hanno così aperto un nuovo filone investigativo che ha coinvolto anche l’erede del socio di Lapis, Monia Brancato, rimasta finora estranea ai fatti, secondo Massimo Ciancimino, a causa di uno “strabismo investigativo” che ha inevitabilmente finito per colpire una sola delle due compagini societarie riferibili all’azienda del Gas. Accuse chiaramente tutte da verificare (per questo è stata avviata un’indagine a Catania). Ciononostante le sue dichiarazioni lasciano spazio a dubbi e perplessità sulla conduzione delle prime indagini dopo il ritrovamento di un documento che era stato sequestrato dai carabinieri nel 2005, durante la perquisizione avvenuta nella sua casa prima del suo arresto.

Probabilmente ritenuto irrilevante dai pm che detenevano l’incartamento originale del primo grado, il foglio strappato nella sua parte iniziale (così verbalizzavano i carabinieri) è stato ritrovato in questi giorni da Ingroia e Di Matteo in mezzo ad altri 18 faldoni che i magistrati hanno trasmesso ai giudici del processo Ciancimino. Una scoperta di notevole importanza perché, come ha dichiarato il Pg del processo Dell’Utri Antonino Gatto, che ne ha chiesto l’acquisizione insieme all’audizione di Massimo Ciancimino (la Corte si è riservata di decidere il prossimo 17 settembre), il documento potrebbe “dimostrare la continuità dei rapporti intercorsi tra lo stesso Dell’Utri e Cosa Nostra siciliana”.

Il testo della missiva vergata a mano non è completo (Ciancimino dice che originariamente era intera), ciò che è possibile leggere è la parte finale di una richiesta minacciosa all’attuale Presidente del Consiglio: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.

Una frase enigmatica che richiama il rapporto Fininvest - Cosa Nostra di cui si trova traccia nelle sentenze sulle stragi del biennio ’92-’93 e nella sentenza di condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Dell’Utri.

La cosa più interessante è che la lettera, che era indirizzata proprio a Dell’Utri, è stata data a Massimo Ciancimino nella casa di Pino Lipari a San Vito Lo Capo alla presenza di Provenzano. Una volta nelle sue mani l’erede più piccolo di don Vito l’avrebbe portata a suo padre, all’epoca detenuto, il quale avrebbe poi espresso il proprio parere per farla avere a una terza persona non meglio precisata. In quanto al triste evento Massimo Ciancimino ha ricordato con precisione che si sarebbe trattato dell’omicidio del figlio di Berlusconi. Un fatto che, come emergerebbe dai verbali d’interrogatorio del 30 giugno e del 1 luglio, lo aveva molto impressionato.

I due documenti in ogni caso presentano diverse discrasie. Il testimone inizialmente non intendeva rispondere. Poi alle stringenti domande dei pubblici ministeri che lo hanno interrogato dopo il ritrovamento della lettera, ha risposto visibilmente provato: “Sono cose più grandi di me”. Anche perché le comunicazioni che la mafia avrebbe inoltrato a Berlusconi non si esauriscono qui. La richiesta di una televisione in cambio di un appoggio elettorale sarebbe solo l’ultima di tre lettere scritte tra il 1991 e il 1994. Il secondo messaggio Ciancimino junior ha riferito di averlo ricevuto in una busta chiusa da un giovane che nei primi anni Novanta faceva l’autista di Provenzano. In questo caso Vito Ciancimino avrebbe svolto il ruolo di consulente del capo mafia, mentre in un’altra occasione avrebbe fatto da mediatore consegnando copia della missiva a un tale di nome “Franco”.

Ciò che però qui conta sottolineare è che l’istanza sarebbe alla fine giunta a destinazione, rientrando così nella consueta e vecchia gestione dei contatti tra gli ambienti Fininvest e criminalità organizzata siciliana iniziati già negli anni Settanta. Periodo in cui l’Anonima Sequestri terrorizzava la Milano bene e quindi anche la famiglia del futuro premier.

Al quale era corso in aiuto l’amico Marcello Dell’Utri che per proteggerlo si era rivolto, attraverso Tanino Cinà (uomo d’onore posato della famiglia di Malaspina) al capo di Cosa Nostra Stefano Bontade. Sarebbe stato proprio il “Principe di Villagrazia” ad impegnarsi con il promettente imprenditore edile fornendogli una “garanzia” contro il pericolo dei rapimenti. Garanzia che rispondeva al nome di Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore implicato in varie inchieste tra cui la famosa “Pizza connection”, condotta da Giovanni Falcone.

L’incontro tra Berlusconi e Bontade era avvenuto negli uffici della Edilnord, a Milano, alla presenza di Marcello Dell’Utri, Tanino Cinà, Mimmo Teresi (boss di Santa Maria di Gesù) e Francesco Di Carlo (boss di Altofonte).

Ed è proprio Di Carlo - oggi collaboratore di giustizia, ritenuto perfettamente attendibile dai giudici che hanno condannato Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa – a raccontarlo perché testimone oculare. In quell’occasione, ha spiegato il pentito, era stato Dell’Utri a fare le presentazioni delle quali solo Cinà non aveva bisogno perché Berlusconi già lo conosceva.

Nel corso del colloquio con l’imprenditore, Bontade, tra le altre cose, gli chiedeva di “venire a costruire a Palermo, in Sicilia”. Cosa alla quale Berlusconi rispondeva con una battuta e “un sorriso sornione”: “Ma come debbo venire proprio in Sicilia? Con i meridionali e i siciliani ho già problemi qui!”. Bontade, però, lo rassicurava: “Ma lei è il padrone quando viene là, siamo a disposizione per qualsiasi cosa”. Prima di dirgli, in riferimento al problema dei sequestri: “Per qualsiasi cosa si rivolga a Marcello”, promettendogli quella garanzia che sarebbe poi stata rappresentata da Vittorio Mangano.

Dell’Utri, infatti, ricordava ancora Di Carlo era considerato una persona “fidata”. Tanto che in occasione del matrimonio londinese del trafficante di droga Jimmy Fauci, spiegava il pentito, fu Mimmo Teresi a dire allo stesso Di Carlo che Dell’Utri era “un bonu picciottu”. E a dichiarare: “Noi con Stefano abbiamo intenzione di combinarlo”.
La riunione negli uffici della Edilnord segna quindi l’inizio di un rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra siciliana basato su favori ed estorsioni: l’organizzazione criminale minacciava, chiedeva, offriva. Il Cavaliere rispondeva.

E così, dopo l’incontro, Mangano si era insediato nella sua villa di Arcore e dal 1974 l’imprenditore aveva iniziato a versare all’organizzazione il suo “contributo” annuale. Poi quando il boss-stalliere era stato costretto ad allontanarsi (un anno e mezzo più tardi), Berlusconi aveva subito il primo attentato nella sua villa di via Rovani. Era il 26 maggio del 1975, ma solo anni dopo si era scoperto che l’autore di quel gesto intimidatorio era stato proprio Mangano. In quello stesso periodo iniziava per Berlusconi una carriera tutta in salita: prima gettava le fondamenta del suo grande impero, dopo entrava nel business delle emittenti televisive. Ad aiutarlo nella grande impresa 113 miliardi di lire di provenienza sconosciuta che tra il 1975 e il 1983 sarebbero affluiti nelle 22 holding Fininvest, che diventeranno poi 37.

Nel frattempo anche la galassia di Cosa Nostra subiva una grossa trasformazione: i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano prendevano il sopravvento sulla mafia di Bontade, il quale veniva ucciso nella guerra di mafia degli anni Ottanta insieme a quasi tutti i suoi rappresentanti. Il nuovo vertice ereditava così il rapporto con l’imprenditore milanese che, dopo una serie di vicissitudini, per ordine di Riina sarebbe passato direttamente nelle mani di Tanino Cinà. Sarebbe stato lui a recarsi due volte all’anno a Milano per ritirare i contributi versati dall’imprenditore. Ma il 28 novembre 1986 la sede Fininvest di via Rovani 2 subiva un secondo attentato da parte della mafia catanese. Riina era pronto a cavalcare (nuovamente?...) l’onda.

L’intento dei mafiosi, spiegheranno i collaboratori di giustizia, è quello di “avvicinare” Cinà a Dell’Utri e Berlusconi perché il rapporto con l’imprenditore milanese non sarebbe dovuto essere solo di natura estorsiva, ma aveva anche e soprattutto una connotazione politica. Berlusconi rappresentava per la nuova Cosa Nostra l’aggancio per arrivare a Craxi, in un momento in cui lo storico rapporto con la Democrazia Cristiana di Andreotti stava tramontando. Per questo motivo, racconteranno i pentiti, (Antonino Galliano, Francesco Paolo Anzelmo) verranno rivolte al Cavaliere nuove minacce tramite lettera e telefono. E così Tanino Cinà, sempre secondo l’Anzelmo, veniva urgentemente convocato a Milano da Dell’Utri.

Ma le intimidazioni non sarebbero cessate. Infatti il 17 febbraio del 1988, nel corso di una conversazione intercettata, Berlusconi si era lamentato con l’amico immobiliarista Raniero della Valle di aver ricevuto una serie di intimidazioni e minacce di morte per il figlio Piersilvio.
Per quanto riguarda l’evoluzione di queste ritorsioni non si mai è riusciti a scoprire molto.
Ciò che pare invece certo è che gli attentati ai magazzini Standa di Catania, iniziati nel gennaio del 1990, sarebbero terminati solo grazie all’intermediazione di Marcello Dell’Utri, che avrebbe instaurato con i mafiosi locali una non meglio specificata trattativa.

Secondo la lettura delle dichiarazioni di alcuni collaboratori, tra cui Angelo Siino, anche quegli attentati sarebbero rientrati nella più ampia strategia di rinnovare le grandi alleanze strategiche e politiche. In un periodo in cui Cosa Nostra era alla disperata ricerca di nuovi referenti. Ricerca che sarebbe terminata con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e con la decisione di appoggiare il nascente partito Forza Italia.

Le missive di cui si parla oggi e in particolare il foglio strappato scoperto tra le carte sequestrate a Massimo Ciancimino potrebbero dimostrare dunque che, anche dopo l’elezione a Presidente del Consiglio di Silvio Berlusconi, la mafia siciliana avrebbe proseguito con la tattica di sempre: intimidire per ottenere favori. La domanda allora è semplice: di quali favori si trattava?
Ed è possibile ricollegare tali favori agli incontri tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri, risalenti alla fine del 1993 e dei quali parlano altri collaboratori di giustizia?

Questi incontri, si legge nella sentenza che ha condannato il senatore del Pdl, avevano “un connotato marcatamente politico, in quanto Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli per Cosa Nostra sul fronte della giustizia, in un periodo successivo, a gennaio del 1995 (‘modifica del 41bis, sbarramento per gli arresti relativi al 416bis’)”. E “infatti, vi era stato un primo tentativo a livello parlamentare che, però, non era riuscito a concretizzarsi. Inoltre, Dell’Utri aveva detto a Mangano che sarebbe stato opportuno stare calmi, cioè evitare azioni violente e clamorose, le quali non avrebbero potuto aiutare la riuscita dei progetti politici favorevoli all’organizzazione mafiosa”.

Ancora, dopo le elezioni del 1994, Mangano avrebbe assicurato di aver parlato con il Dell’Utri e che lo stesso avrebbe dato “buone speranze”.

È evidente che siamo di fronte a una questione di estrema rilevanza investigativa nell’ambito dei rapporti tra Dell’Utri e Cosa Nostra e tra il premier e la stessa mafia corleonese di cui Vito Ciancimino era portavoce e consigliere essendo come aveva detto Giuffrè “la mente grigia” di Provenzano. Sul piano della questione morale tutto ciò fa impallidire lo scandalo sui festini del Presidente del Consiglio. Per squallidi e disonorevoli che siano i suoi vizietti, sembra assurdo che le ragioni principali del suo declino elettorale da parte degli italiani possa essere dovuto a queste vicende e non ai suoi rapporti con Cosa Nostra. Questo forse è il più grande scandalo italiano.


Totò Riina: dietro le stragi i piani alti della politica

di Felice Cavallaro - Il Corriere della Sera - 19 Luglio 2009

È stato condannato a una sfilza di ergastoli per decine di omicidi e per le più sanguinarie stragi di mafia, a cominciare da quelle di Capaci e via D'Amelio. Sa che ogni sua parola può essere interpretata come un messaggio obliquo. Ma quando ieri mattina Totò Riina, il capo dei corleonesi, è uscito dalla cella a regime di carcere duro per incontrare in una saletta il suo avvocato, Luca Cianferoni, aveva bisogno di sfogarsi: «Ne so poco perché qui non mi passano nemmeno i giornali.

Ma questa storia della "trattativa", di un mio "patto" con lo Stato, di tutti gli impasti con carabinieri e servizi segreti legati al fatto di via D'Amelio non sta proprio in piedi. Io della strage non ne so parlare. Borsellino l'ammazzarono loro». Un boato così fragoroso e inquietante nemmeno il suo avvocato se l'aspettava, proprio nel diciassettesimo avversario del massacro.

Ovvia la domanda immediata: «Loro? Chi sono "loro"?». E arriva la risposta, a differenza di tante altre volte, dei silenzi ermetici di tante udienze dibattimentali: «Loro sono quelli che hanno fatto la trattativa, quelli che hanno scritto il "papello", come lo chiamano. Ma io della trattativa non posso saperne niente di niente. Perché io sono oggetto, non soggetto di trattativa. E la stessa cosa è per quel foglio con le richieste che qualcuno avrebbe presentato attraverso Vito Ciancimino. Mai scritto da me. Facciamo pure la perizia calligrafica appena viene fuori e scopriremo che io non ho niente a che fare con questa vicenda».

Evidente il richiamo al documento che il figlio di «don Vito», Massimo Ciancimino, sarebbe finalmente pronto a consegnare ai magistrati di Palermo e Caltanissetta, a loro volta impegnati in una revisione delle inchieste sulle stragi di Capaci e via D'Amelio. Fatti nuovi che per molti osservatori e anche per tanti familiari di vittime di mafia la stessa magistratura avrebbe potuto mettere a fuoco già alcuni anni fa, bloccata da omissioni e depistaggi denunciati negli ultimi giorni soprattutto dal fratello di Paolo Borsellino.

Ma stavolta a pensarla così, per un paradosso tutto da interpretare, è proprio Salvatore Riina nello sfogo destinato a intercettare gli spinosi argomenti del processo in corso al generale Mario Mori e al colonnello Giuseppe De Donno: «Sono stati i giudici a bloccare l'accertamento perché ho chiesto io a Firenze quattro anni fa di sentire Massimo Ciancimino, per chiedergli quello che sta tirando fuori solo adesso. Ci ho provato a parlare di Ciancimino padre come tenutario di una trattativa con i carabinieri. E volevo che li sentissero tutti in aula, a Firenze. Ma i giudici non hanno ammesso l'esame. Ora parlano tutti di misteri. Ma ci potevamo arrivare, come dicevo io, quattro anni fa a parlare di una trattativa che io ho subito come un oggetto, sulla mia testa». E insiste con l'avvocato Cianferoni ricordandogli tutti i dubbi che gli vengono in cella ripensando a storie e personaggi vicini a Ciancimino padre: «La trattativa questi signori l'hanno fatta sopra di me. Non l'ho fatta io, estraneo ai patti di cui si parla».

Il boss dei boss, indicato come lo stragista più sanguinario di Cosa Nostra e come l'uomo che voleva fare la guerra per fare la pace, ribalta così il quadro. Forse anticipando una difesa da proporre negli eventuali nuovi processi determinati dalla possibile revisione, ma blocca ogni interpretazione: «Per me credo che non cambierà nulla anche con le nuove dichiarazioni di questo pentito, Spatuzza. Non sto facendo calcoli. Ma si deve almeno sapere che io la trattativa non l'ho coltivata». Sarà un modo per rovesciare la responsabilità sull'altro grande capo, Bernardo Provenzano? Riflette un po' Riina perché sa che molti dietro il suo arresto vedono proprio la mano di «don Binnu». «Mai detto e mai pensato», assicura a Cianferoni che trasferisce la convinzione.

Aggiungendo l'ultima osservazione di Riina, pur esposta naturalmente a un basso tasso di credibilità: «Le dicerie su Provenzano sono false. Come la storia di Di Maggio. Trattativa, stragi e il mio arresto sono una faccenda molto più alta. Tocca i piani alti della politica. Bisogna capire che Borsellino è morto per mafia e appalti, non per i mafiosi». Politica? E qui riflette il legale di Riina che lo segue dal 1997, certo di interpretarne il pensiero: «Parla di politica intesa come "centri di interesse". E a quell'epoca erano tutti in fibrillazione. Insomma, per capire che cosa c'è dietro la morte di Borsellino bisogna risalire a Milano, non fermarsi a Palermo. E guardare al nesso fra Tangentopoli e le bombe della Sicilia. Quando volevano cambiare tutto».


Riina sul delitto Borsellino "L'hanno ammazzato loro"

di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano - La Repubblica - 19 Luglio 2009

Totò Riina, l'uomo delle stragi mafiose, per la prima volta parla delle stragi mafiose. Sull'uccisione di Paolo Borsellino dice: "L'ammazzarono loro". E poi - riferendosi agli uomini dello Stato - aggiunge: "Non guardate sempre e solo me, guardatevi dentro anche voi". Dopo diciassette anni di silenzio totale il capo dei capi di Cosa Nostra esce allo scoperto.

Riina lo fa ad appena due giorni dalla svolta delle indagini sui massacri siciliani - il patto fra cosche e servizi segreti che i magistrati della procura di Caltanissetta stanno esplorando. Ha incaricato il suo avvocato di far sapere all'esterno quale è il suo pensiero sugli attentati avvenuti in Sicilia nel 1992, su quelli avvenuti in Italia nel 1993. Una mossa a sorpresa del vecchio Padrino di Corleone che non aveva mai aperto bocca su niente e nessuno fin dal giorno della sua cattura, il 15 gennaio del 1993. Un'"uscita" clamorosa sull'affaire stragi, che da certi indizi non sembrano più solo di mafia ma anche di Stato.

Ecco quello che ci ha raccontato ieri sera l'avvocato Luca Cianferoni, fiorentino, da dodici anni legale di Totò Riina, da quando il più spietato mafioso della storia di Cosa Nostra è imputato non solo per Capaci e via Mariano D'Amelio, ma anche per le bombe di Firenze, Milano e Roma.

Avvocato, quali sono le esatte parole pronunciate da Totò Riina? Sono proprio queste: "L'ammazzarono loro"?
"Sì, sono andato a trovarlo al carcere di Opera questa mattina e l'ho trovato che stava leggendo alcuni giornali. Neanche ho fatto in tempo a salutarlo e lui, alludendo al caso Borsellino, mi ha detto quelle parole... L'ammazzarono loro...".

E poi, che altro ha le ha detto Totò Riina?
"Mi ha dato incarico di far sapere fuori, senza messaggi e senza segnali da decifrare, cosa pensa. Lui è stato molto chiaro. Mi ha detto: "Avvocato, dico questo senza chiedere niente, non rivendico niente, non voglio trovare mediazioni con nessuno, non voglio che si pensi ad altro". Insomma, il mio cliente sa che starà in carcere e non vuole niente. Ha solo manifestato il suo pensiero sulla vicenda stragi".

Ma Totò Riina è stato condannato in Cassazione per l'omicidio di Borsellino, per l'omicidio di Falcone, per le stragi in Continente e per decine di altri delitti: che interesse ha a dire soltanto adesso quello che ha detto?
"Io mi limito a riportare le sue parole come mi ha chiesto. Mi ha ripetuto più volte: avvocato parlo sapendo bene che la mia situazione processuale nell'inchiesta Borsellino non cambierà, fra l'altro adesso c'è anche Gaspare Spatuzza che sta collaborando con i magistrati quindi...".

Le ha raccontato altro?
"Abbiamo parlato della trattativa. Riina sostiene che è stato oggetto e non soggetto di quella trattativa di cui tanto si è discusso in questi anni. Lui sostiene che la trattativa è passata sopra di lui, che l'ha fatta Vito Ciancimino per conto suo e per i suoi affari e insieme ai carabinieri: e che lui, Totò Riina, era al di fuori. Non a caso io, come suo difensore, proprio al processo per le stragi di Firenze già quattro anni fa ho chiesto che venisse ascoltato Massimo Ciancimino in aula proprio sulla trattativa. Riina voleva che Ciancimino deponesse, purtroppo la Corte ha respinto la mia istanza".

E poi, che altro le ha detto Totò Riina nel carcere di Opera?
"E' tornato a parlare della vicenda Mancino, come aveva fatto nell'udienza del 24 gennaio 1998. Sempre al processo di Firenze, quel giorno Riina chiese alla Corte di chiedere a Mancino, ai tempi del suo arresto ministro dell'Interno, come fosse a conoscenza - una settimana prima - della sua cattura".

E questo cosa significa, avvocato?
"Significa che per lui sono invenzioni tutte quelle voci secondo le quali sarebbe stato venduto dall'altro boss di Corleone, Bernardo Provenzano. Come suo difensore, ho chiesto al processo di Firenze di sentire come testimone il senatore Mancino, ma la Corte ha respinto anche quest'altra istanza".

Le ha mai detto qualcosa, il suo cliente, sui servizi segreti?
"Spesso, molto spesso mi ha parlato della vicenda di quelli che stavano al castello Utvegio, su a Montepellegrino. Leggendo e rileggendo le carte processuali mi ha trasmesso le sue perplessità, mi ha detto che non ha mai capito perché, dopo l'esplosione dell'autobomba che ha ucciso il procuratore Borsellino, sia sparito tutto il traffico telefonico in entrata e in uscita da Castel Utvegio".

Insomma, Totò Riina in sostanza cosa pensa delle stragi?
"Pensa che la sua posizione rimarrà quella che è e che è sempre stata, non si sposterà di un millimetro. Ma questa mattina ha voluto dire anche il resto. E cioè: non guardate solo me, guardatevi dentro anche voi".


Mafia e servizi, ecco gli indizi nelle inchieste
di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano - La Repubblica - 18 Luglio 2009

C' è puzza di spie in ogni strage siciliana. Misteri di mafia e misteri di Stato. Chiamate fatte da boss e dirette a uffici dei servizi segreti, biglietti con numeri telefonici intestati a capi degli apparati di sicurezza trovati sulla scena del crimine, esperti in bonifica ambientale in contatto con sospetti attentatori. E ancora: agende sparite (quella rossa di Paolo Borsellino), depistaggi, pentiti fasulli o pilotati. Dalle indagini sui massacri avvenuti in Sicilia fra la fine degli anni ' 80 e l' inizio degli anni ' 90 stanno affiorando complicitàe patti, intrecci, una rete di «interessi convergenti».

I procuratori di Caltanissetta hanno riaperto tutte le inchieste sulle stragi ripescando vecchi fascicoli e interrogando nuovi testimoni, ripercorrendo piste frettolosamente abbandonate, scoprendo indizi che si orientano verso quelli che vengono chiamati «i mandanti occulti» o i «soggetti esterni» a Cosa Nostra.

Uno degli ultimi personaggi ascoltati dai magistrati è stato Gioacchino Genchi, uno dei protagonisti del "caso De Magistris" a Catanzaro, il consulente che 17 anni fa era con il questore Arnaldo La Barbera alla guida del "Gruppo Falcone Borsellino", il pool di investigatori che indagò fin dall' inizio sulle stragi. Gioacchino Genchi ha parlato per un giorno intero, il 16 aprile scorso. E alla fine ha indicato una traccia: «Dovete scoprire chi c' era il 19 luglio del 1992 a Villa Igiea perché lì dentro c' era la regia...». A Villa Igiea, lo splendido albergo voluto dai Florio sul mare di Palermo, quel pomeriggio c' era - secondo Genchi - un ospite speciale che avrebbe praticamente "guidato" le operazioni per l' uccisione di Borsellino.

Il consulente ha ricostruito il "movimento" telefonico nei minuti che hanno preceduto l' attentato. Ha accertato che dal cellulare clonato di un' ignara donna napoletana, A. N., sono partite prima alcune chiamate a mafiosi di Villagrazia di Carini (il luogo dove Borsellino quel pomeriggio è partito con la sua scorta), poi alcune chiamate a mafiosi di Palermo e infine - proprio quando l' autobomba è esplosa - l' ultima chiamata a Villa Igiea.

Chi c'era dentro il lussuoso hotel? Chi era l' ospite innominabile che probabilmente i procuratori di Caltanissetta stanno cercando? Un testimone che sarà interrogato nei prossimi giorni sarà il pentito Francesco Di Carlo, nei primi anni ' 90 rinchiuso in un carcere londinese dove ricevette una visita di quattro uomini. «Tre erano stranieri e uno italiano», ha risposto qualche anno fa al pubblico ministero Luca Tescaroli. Quattro 007.

Il pentito Di Carlo non ha mai voluto fare il nome dell' agente segreto, però ha raccontato che gli 007 gli chiesero una sorta di "consiglio" su come ammazzare Falcone e Borsellino che tanto stavano dando fastidio a Cosa Nostra e ai suoi traffici. Lo stesso Totò Riina, usò per proprio tornaconto in un' udienza queste rivelazioni di Francesco Di Carlo: «Io con le stragi del 1993 non c'entro niente, chiedetelo a Di Carlo: era lui in contatto con i servizi segreti non io». Mafia e servizi, ci sono impronte dappertutto. Di chi era quel numero di telefono trovato sul bigliettino di carta recuperato a qualche metro da dove Giovanni Brusca fece esplodere l' autostrada a Capaci?

Era di L. N., il capo del Sisde a Palermo. «Era un appunto sulla riparazione di un cellulare Nec P 300 che qualcuno dei miei uomini deve avere perso durante il sopralluogo», ha risposto L. N. Fine della deposizione e fine delle indagini. C' è solo un particolare da ricordare: cellulari di quel tipo - Nec P 300 - sono stati trovati qualche tempo dopo nel covo di via Ughetti, la casa dove si nascondevano i macellai di Capaci e parlavano - ascoltati dalle microspie - "dell' attentatuni" che avevano preparato.

A chi erano indirizzate le telefonate di Gaetano Scotto - mafioso dell' Acquasanta, imputato dell' inchiesta sull' uccisione del procuratore - poco prima della strage di via D' Amelio? Al castello Utvegio, una costruzione degli Anni Venti che domina Palermo da Montepellegrino. Lì erano acquartierati alcuni "irregolari" del Sisde,i superstiti di quel carrozzone sfasciato che era l' Alto Commissariato antimafia. Spie.

E che lavoro facevano quei due fratelli di Catania, indagati l' anno scorso per la strage Falcone insieme a un noto imprenditore palermitano, che avevano a che fare con telecomandi a media e a lunga distanza? Avevano l' appalto per bonificare alcune "case" dei servizi segreti. Coincidenze, tutte coincidenze che ora i procuratori di Caltanissetta stanno mettendo in fila e risistemando in un "quadro". Forse in passato ci sono state "carenze investigative". O forse c' è sempre stato qualcuno che non voleva spingersi oltre Totò Riina e i suoi Corleonesi.


Ciancimino jr, l'ultimo segreto Patto mafia-Stato, ecco la prova
di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano - La Repubblica - 14 Luglio 2009

Lo cercano da quando venne ucciso Paolo Borsellino, diciassette anni fa. Un foglio di carta, uno solo. Con la scrittura incerta di Totò Riina e, in fondo, la sua firma. È il famoso "papello", le richieste dei Corleonesi allo Stato per fermare le stragi in Sicilia e in Italia. «Ve lo consegno io nelle prossime ore», ha giurato qualche giorno fa Massimo Ciancimino, testimone eccellente ormai sotto scorta come un pentito.

È forse l' epilogo della più intricata vicenda siciliana di questi ultimi anni: la trattativa fra Stato e Mafia. Se il più piccolo dei cinque figli di quello che fu il sindaco mafioso di Palermo manterrà la sua promessa, fra qualche giorno - proprio alla vigilia dell' anniversario della morte di Borsellino, il 19 luglio - il famigerato documento del patto fra boss e misteriosi apparati di sicurezza finirà nelle mani dei magistrati di Palermo e poi quelli di Caltanissetta e Firenze, tutte le procure che indagano direttamente o indirettamente sugli attentati mafiosi fra il 1992 e il 1993. «Questa volta ve lo porterò davvero, questa volta non faccio bluff», ha assicurato Ciancimino junior nel suo ultimo interrogatorio dopo un tira e molla durato un anno.

La sua "collaborazione" è cominciata nel giugno del 2008. In decine di verbali ha raccontato la sua verità su incontri fra mafiosi e uomini dei servizi segreti, ha parlato dei fatti accaduti fra la strage di Capaci e le bombe dei Georgofili, ha ricordatoi faccia a faccia fra suo padre e l' allora vicecomandante dei Ros Mario Mori, ha svelato alcuni segreti che don Vito si era portato nella tomba. Come certi appuntamenti che l' ex sindaco agli arresti domiciliari aveva - sia a Palermo che a Roma - con "l' ingegnere Lo Verde", cioè Bernardo Provenzano. Ma fino ad ora "Massimuccio" non aveva mai voluto dire nulla sul "papello". Alle insistenze dei procuratori, la sua risposta è sempre stata una sola: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere». All' improvviso, la settimana scorsa e dopo un ultimatum della procura di Palermo, Massimo Ciancimino però ha ceduto: «Garantito: adesso il papello ve lo do».

Nessuno sa dove sia stato custodito in tutti questi anni, molti pensavano e ancora pensano in una cassetta di sicurezza di una banca da qualche parte in Europa. Un sospetto, un mese fa, aveva portato gli investigatori in Francia. Una mossa di Massimo Ciancimino e una contromossa degli inquirenti. Ma non quelli di Palermo, gli altri di Caltanissetta. Tutti erano e sono ancora a caccia del "papello". Massimo Ciancimino, a giugno - appena gli hanno revocato il divieto di espatrio - ha lasciato Bologna dove vive da qualche mese e con la sua auto ha raggiunto Parigi insieme alla moglie Carlotta. È stato pedinato. Al ritorno da Parigi, fermato al posto di frontiera e invitato a entrare in un ufficio di polizia, ha trovato un paio di magistrati della procura della repubblica di Caltanissetta e alcuni ufficiali di polizia giudiziaria. Erano sicuri di trovarlo con il "papello" addosso. Perquisito lui e perquisita anche la moglie, ma il "papello" non l' hanno trovato.

Interrogato al posto di frontiera, Ciancimino junior ha spiegato: «Mi ero accorto che mi seguivate, voi non vi fidate di me e io non mi fido di voi e non ho portato con me quel documento che non è a Parigi...». Messo alle strette dai procuratori di Palermo subito dopo ha promesso di far avere quel foglio di carta, quell' atto con il quale Totò