giovedì 4 dicembre 2008

Nessun conflitto tra lui e i suoi interessi

Qui di seguito un paio di articoli sull'ennesimo lampante esempio del macroscopico conflitto d'interessi personificato in Berlusconi.

Ma in Italia del conflitto d'interessi non importa alla quasi totalita' dei mainstream media e della popolazione.


La parabola del Cavaliere
di Mariavittoria Orsolato - Altrenotizie - 4 Dicembre 2008

“Io Sky la capisco, ha avuto un privilegio, ma non capisco i giornali che invece di chiedersi come mai c'era un rapporto privilegiato nei confronti di Sky attaccano me, che vergogna! Direttori e politici dovrebbero tutti cambiare mestiere, andarsene a casa. Politici e direttori di questi giornali, come La Stampa e il Corriere dovrebbero cambiare mestiere”. Se la prende con la “stampa bolscevica” Silvo Berlusconi: dopo l’annuncio dell’innalzamento delle aliquote Iva al 20% per le pay tv e il progressivo calo di consensi sul suo governo, il cavaliere la mette sul personale e rimprovera velatamente Mieli, Anselmi e colleghi di dimenticare che Murdoch è un birbantello conflittuale almeno tanto quanto lui. Ma il cavaliere mascarato ha timore degli spot di Murdoch; nessuno più di lui, che ha dato inizio alla sua discesa in campo utilizzando personaggi tv sulle sue reti, sa quanto lo schermo sia portatore di voti, oltre che d’interessi. E che il suo mezzo preferito nell’occasione gli si rivolti contro, non lo fa stare tranquillo.

Quello che Berlusconi non cita, è la legge del 1991 che il ministro socialista del governo Andreotti VI, Rino Formica, emanò in favore della nascente Telepiù: in base alla finanziaria di quell’anno, infatti, l’Iva fissata sopra i proventi delle pay-tv sarebbe stata agevolata e posta al 4%; venne poi alzata al 10% nel 1995 durante il governo Dini e da allora era stata lasciata intatta. Gomez e Lillo dalle pagine de L’Espresso, quasi in risposta alle lamentele del primo ministro, ci ricordano che Telepiù era una creazione speculativa del gruppo Fininvest nata “per essere ceduta prima a una cordata di imprenditori amici, poi ai francesi di Canal Plus e infine, nel 2002, a Murdoch, che la denominerà con il nome del suo gruppo: Sky”; e che sulle agevolazioni di Formica furono anche aperti dei fascicoli giudiziari contro Berlusconi. Cosa dovremmo capire allora, se non che il presidente del consiglio sta praticamente mettendo la pezza su una legge fatta in suo favore che gli si è poi ritorta contro?

E’ la solita questione del conflitto d’interessi che emerge ogniqualvolta in Italia si parli di televisione: per quanto riguarda la "pay per view", le uniche due vere realtà nel mercato della nostra penisola sono rappresentate dal digitale terrestre Mediaset e dalla piattaforma satellitare Sky. La loro é una storia di corteggiamenti e sgambetti che dura da almeno 6 anni e che pare destinata ad inasprirsi se effettivamente, dal 1° gennaio 2009, gli abbonamenti a Sky cominceranno a lievitare. Si calcola infatti che le perdite per il gruppo del magnate di Adelaide non saranno inferiori ai 200 milioni di euro, mentre per Mediaset il provvedimento inciderà solo per 3 milioni di euro. L’ennesima gabbata dell’amico Silvio all’amico Rupert, dopo la manbassa dei diritti calcistici della stagione corrente e soprattutto dopo l’operazione “digitale terrestre” con cui vennero decisi aiuti di Stato da 150 euro a chiunque comprasse i decoder digitali Amstrad (già stravecchi rispetto alla tecnologia della banda larga o della fibra ottica) distribuiti in Italia dalla “Solari.com” - ad oggi in liquidazione - azienda a cui fa capo Paolo Berlusconi, il fratello che solitamente si becca il costo della famiglia.

Il provvedimento nacque dalla ormai famosa legge Gasparri del 2004 che imponeva, entro il 2006, il cosiddetto “switch-off”, ovvero il passaggio definitivo dalla televisione analogica a quella digitale, e che di fatto aumentava la concentrazione duopolistica Rai-Mediaset (o meglio Mediaset-Rai) svantaggiando palesemente le emittenti locali a causa dell’oneroso obbligo di conversione tecnologica. Chiunque si accorgerebbe che in questo quadro il governo Berlusconi ha aggravato le imposte al suo unico vero concorrente; ma il premier, fedele da sempre alla linea del vittimismo politico, si ostina a controbattere che questo aumento deciso dal ministero del Tesoro è qualcosa che tange non poco anche il Biscione digitale, dato che il 27 novembre, proprio su Sky, è nata Mediaset plus, la rete satellitare in cui potremo vedere il meglio del peggio delle tre reti nazionalpopolari.

I conti però non tornano. E’ vero che il megagruppo di Murdoch ha ricavi in Europa per più di 11 miliardi di euro mentre la “povera” Mediaset fattura appena 4 miliardi; ma se al capitale di Mediaset aggiungiamo gli utili di 7 miliardi di Finivest ci rendiamo conto che l’aumento della tassazione ha un effetto decisamente maggiore per Sky. Ma non è tutto: mentre Sky deve pagare profumatamente i costi di esercizio del satellite con cui trasmette, Mediaset inonda le nostre case via etere ad un costo pari all’1% del suo fatturato. Se allora proprio bisognava batter cassa - perché è così che l’aumento ci è stato presentato dal ministro Tremonti - come mai non si sono ritoccate in eccesso le tariffe di affitto del “bene pubblico-etere”? Un centro commerciale qualunque, in qualunque posto d'Italia, paga più di affitto di quanto Mediaset paghi l'etere - bene limitato - allo Stato. La risposta potrà sembrare noiosa e ridondante, ma anche al più agguerrito fan del cavaliere balzerebbe alla mente lo spauracchio del conflitto d’interesse.

Per tutti quelli che invece rimangono ancora scettici sul problema che attanaglia la politica italiana da 14 anni, basteranno le parole dello stesso Berlusconi. Il 12 aprile 2008, appena un giorno prima delle elezioni, il nostro si reca in visita a La7 e, alla trasmissione “Otto e mezzo” pronuncia le seguenti parole: “C'è un quarto soggetto che è più importante di Rai e Mediaset messi insieme. Perché è un gigante mondiale e in più ha dei vantaggi enormi - le ricordo che Sky l'ho inventata io con Telepiù, e quindi la conosco molto bene - perché non solo raccoglie gli abbonamenti per una cifra che ormai sta diventando superiore al fatturato di Rai e di Mediaset, ma può raccogliere anche la pubblicità senza limiti... Sky è la televisione che sta, con la ricchezza di proposte che può portare ai telespettatori, consumando l'ascolto di Mediaset e di Rai giorno dopo giorno e arriverà ad essere sicuramente la più ricca televisione italiana in poco tempo”.

A voler essere maliziosi, si potrebbe dire che questo è stato l’ennesimo degli editti, ma se si guardano gli esposti presentati all’Unione Europea, se ne troverà uno del 2007 a firma Mediaset, in cui si denuncia la disparità di trattamento tra l’azienda made in Arcore e la piattaforma Sky e si pone come motivazione principale proprio l’agevolamento fiscale di cui gode quest’ultima. Da Bruxelles rispondono che, ovviamente, non è plausibile che per lo stesso servizio si paghino aliquote così diverse e che è necessario un adeguamento in orizzontale, non importa che le imposte siano al 10% al 20% o al 50%.

Insomma: il proprietario di Mediaset, nelle vesti di capo del governo, emana leggi che colpiscono duramente la concorrente della sua azienda. L’altra concorrente, la Rai, viene sistemata rendendola ingovernabile, piazzando le sue ex-segretarie nei ruoli apicali e i Villari nella Commissione parlamentare di vigilanza. Al resto pensa la sua Pubblitalia, in totale abuso di posizione dominante; risultato é che la Rai, pur avendo uno share di 4 punti superiore a Mediaset, percepisce - grazie al tetto, che Berlusconi si guarda bene dal rimuovere - introiti pubblicitari quattro volte inferiori. Del resto, è anche ovvio che le aziende inserzioniste preferiscano risultare clienti, quindi interlocutori, di quelle del capo del governo che, da Palazzo Chigi, dispensa aiuti e sanzioni. E, come si vede, aumenta le imposte ai suoi concorrenti. Meglio andarci d’accordo, no? Berlusconi ha risolto così il conflitto d’interessi: nessun conflitto tra lui e i suoi interessi.

Facilissimo fare orecchie da mercante, anche per l’opposizione che, dopo aver sprecato sette anni di governo senza riuscire ad emanare una legge che lo regolamentasse, preferisce oggi spendersi in elogi sperticati della tv satellitare. Memoria corta, visto che in tutta questa vicenda la cosiddetta opposizione pare essersi dimenticata che dietro Sky c’è pur sempre Rupert Murdoch: uno che, per quanto riguarda conflitti d’interesse e monopoli dell’informazione, non ha nulla da invidiare al nostro Silvio. Che poi quest’ultimo, oltre che ad essere un a magnate monopolista sia anche il leader di una nazione beh, è solo un problema nostro. I popoli hanno i re che si meritano.



Il vero conflitto di interessi
di Marco Ferri - Megachip - 3 Dicembre 2008

Fatto salvo il diritto di critica a una misura adottata dal governo, diritto esercitato da Sky, diretta parte in causa, ma anche giustamente esercitato dai giornali italiani, la polemica attorno al conflitto di interessi è un modo tipicamente italiano di affrontare la realtà.

Qualcuno ha giustamente detto che in Italia gli scandali non sono fatti, ma semplici opinioni. Il che di per se è proprio uno scandalo. Le parole logorano gli avvenimenti, i commenti esagerano il racconto dei fatti, il dibattito va sopra le righe, i toni si accendono, la polemica infuria. Dopo di che tutto si spegne, alla maniera del detto popolare che recita “passata la festa, gabbato lo santo”.

Il fatto è che il conflitto di interessi c’è. Il fatto è che la legge Frattini contro il conflitto di interessi non è mai stata efficace. Il fatto è che il precedente governo Prodi non ha modificato quella legge inefficace. Il fatto è che l’attuale governo nega l’esistenza del fatto che il conflitto di interessi ci sia. Dopo di che ognuno può legittimamente esprimere il suo punto di vista in merito. Ma le opinioni passano, i fatti restano. Questo modo di ragionare fa molto male alla comprensione della realtà, proprio in un momento cruciale della nostra economia, che perde colpi, sotto la pressione dei mercati globali, ma subisce i colpi di una visione per niente lucida della gravità della situazione.

Un lampante conflitto di interessi si sta sviluppando, ancora una volta tra i fatti e le opinioni. Telecom Italia annuncia altri 4mila esuberi, che si aggiungono ai 5mila già dichiarati. Fiat annuncia un massiccio ricorso alla cassa integrazione. Motorola ha chiuso a Torino. Panasonic ha chiuso a Pisticci, in Lucania. Anche la chimica del Nord Sardegna sta per lasciare a casa 14mila lavoratori.

Non basta. La CGIL parla di 450mila precari che perderanno il posto di lavoro. I sindacati di base parlano dell’allontanamento di oltre 500mila precari dalla scuola e dal pubblico impiego. La CISL prevede una perdita del posto di lavoro pari a 980mila unità. La vicenda Alitalia ha messo nell’incertezza migliaia di dipendenti. E’ un fatto assodato che i consumi stiano crollando. E’ un fatto assodato la crisi finanziaria stia avendo un impatto feroce sull’economia reale. Si possono avere opinioni diverse sull’efficacia delle misure anti-crisi adottate dall’attuale governo. Ma non si può negare la gravità di una situazione che giorno per giorno si sta allargando a tutti i comparti della nostra economia: dalla manifattura ai servizi, dal commercio ai trasporti, dalla grande alla piccola e media azienda, dal lavoro dipendente a quello autonomo, dai media alla pubblicità.

Il vero conflitto di interessi del Paese è negare i fatti, a favore di una professione di ottimismo che non ha solide basi, se non quelle di un atteggiamento fondamentalista circa le capacità automatiche del mercato di rigenerare se stesso.

La consapevolezza della gravità della situazione aiuta la ricerca di soluzioni credibili ed efficaci. Al contrario, diffondere vaghi appelli all’ottimismo e alla fiducia fa perdere tempo alle decisioni, confonde le idee, disperde energie altrimenti meglio utilizzabili. Non è più il tempo in cui l’emozione possa prendere il posto della ragione. Se guardiamo in faccia la crisi, siamo già nella condizione di superarla. Se ne neghiamo la portata, ne diventiamo gregari, ci trasformiamo in portatori sani di una delle peggiori malattie economiche mai viste.

E’ bene allora che l’informazione dica le cose come le cose stanno. E’bene che lo facciano i giornali, che lo faccia la tv. Sarebbe un sollievo se lo facesse la politica. E’ bene che lo capisca anche la pubblicità: basta emozioni, intenti aspirazionali, ragionamenti con “la pancia”. E’ il momento dell’intelligenza, dell’arguzia, della sobrietà, dell’irriverenza verso il convenzionale e il conformismo. Sia nella creazione di nuove idee, sia nel metodo e negli strumenti. Solo così le marche non entrano in conflitto di interessi con il sentire comune dei consumatori. Beh, buona giornata.

mercoledì 3 dicembre 2008

Afghanistan: e l’Italia che fa?

In Afghanistan, ormai ritornato quasi interamente sotto il controllo dei talebani, il numero dei soldati USA crescera’ in maniera sostanziale non appena Obama si sara’ insediato alla Casa Bianca.
Ma, mentre l’Italia sta per mandare quattro Tornado che verranno sicuramente impegnati nei bombardamenti dei villaggi, il ministro della Difesa La Russa continua a ribadire che "Il numero dei soldati italiani schierati in Afghanistan non crescera’", aggiungendo poi "se Obama ce lo chiedesse risponderemo che riteniamo giusto immaginare un rafforzamento delle truppe in Afghanistan ma che l'Italia e' tra i Paesi piu' impegnati".

Bonta’ sua, La Russa si e' detto certo che gli USA non chiederanno all'Italia modifiche delle regole di ingaggio.
Mah, qualche settimana ancora e vedremo se La Russa e il governo italiano si piegheranno o meno alle volonta’ americane.

Ma intanto gia’ con l’utilizzo dei Tornado, le regole d’ingaggio sono cambiate. E non di poco.


Mentre l'Italia sta per inviare in Afghanistan quattro Tornado…
di Massimo Fini – 29 Novembre 2008

Mentre l'Italia sta per inviare in Afghanistan quattro Tornado, che non sono esattamente degli aerei da ricognizione (erano quelli su cui volavano Bellini e Cocciolone nella prima guerra del Golfo), il presidente Hamid Karzai (nella foto) ha convocato gli ambasciatori dei Paesi della missione Nato-Isaf e ha posto le seguenti condizioni:1) Che sia definito subito un calendario del ritiro delle truppe straniere dall'Afghanistan . 2) Che cessino immediatamente le loro operazioni militari, specialmente quelle aeree, nelle zone civili. Se queste condizioni non verranno accettate, Karzai ha minacciato di avviare subito negoziati diretti con i Talebani del Mullah Omar. E ha aggiunto: «Se non ci sono calendari chiari nella lotta della coalizione internazionale contro i Talebani, noi abbiamo il diritto di cercare un'altra soluzione per la pace e la sicurezza del nostro Paese, il che significa negoziati col Mullah Omar».

Ora, Karzai è il presidente dell'Afghanistan perché è stato eletto con consultazioni "democratiche" e "libere". In realtà, quelle elezioni non furono nè democratiche nè libere perché non possono essere tali consultazioni che si tengono con la minacciosa presenza, sul territorio, di 70mila soldati stranieri. Karzai, che è stato per anni consulente della statunitense Unoca, è stato semplicemente imposto dagli americani; che ne hanno fatto il loro Quisling, un presidente fantoccio alle dirette dipendenze dell'amministrazione Usa. Ma, passando sopra queste quisquilie, gli occidentali hanno sempre proclamato che Karzai è il legittimo presidente dell'Afghanistan (e che, di conseguenza, illegittima, anzi "terrorista", era la guerriglia). E adesso si trovano impantanati nelle proprie menzogne. Se il legittimo presidente dell'Afghanistan chiede il ritiro delle truppe straniere e queste non se ne vanno, quella dell'Afghanistan diventa anche ufficialmente un'occupazione o una sorta di mostruosa ipocrisia come l'"aiuto" ai "Paesi fratelli" di sovietica memoria.

Questo per la forma. Ma la cosa più interessante è la sostanza. Come mai Karzai, che dipende in tutto e per tutto da Washington, ha osato una mossa del genere pur sapendo benissimo che il volere del governo americano non è solo quello di rimanere in Afghanistan ma addirittura, come ha dichiarato Obama, di potenziarvi la propria presenza militare inviando altri 20mila soldati e portando così gli effettivi a 52mila? Perché, evidentemente, teme ormai più i Talebani degli americani. I Talebani controllano quasi tutto il Paese, la loro influenza sulla popolazione aumenta giorno dopo giorno e va di pari passo con l'aumento dell'odio per gli occupanti a causa delle ripetute stragi di civili perpetrate dai bombardieri e anche dalle truppe di terra. Karzai sa benissimo che, se non prende rapidamente le distanze dagli occupanti, per lui è la fine. Il Mullah Omar su queste cose va per le spicce. Quando nel 1996, dopo aver sconfitto i cosiddetti "signori della guerra", entrò a Kabul, la prima misura che prese fu di far impiccare l'ex presidente Naïbullah, che a suo tempo era stato il Quisling dei sovietici, e i comunisti che avevano collaborato con quel governo.

Karzai più che il potere vuol salvare la pelle. E infatti nell'incontro che c'è stato ai primi di ottobre alla Mecca, sotto il patrocinio del re dell'Arabia Saudita, Abdullah, fra emissari del Mullah e uomini di Karzai la proposta di Omar è stata: prima via gli stranieri, poi trattiamo, per Karzai e i suoi ci sarà comunque un salvacondotto. E Dio o Allah o chi per lui voglia che, cacciati finalmente, in un modo o nell'altro, gli occupanti, gli afghani, Talebani, Pashtun, Tagiki, Hazara, abbiano il buon senso di non immergersi in altri anni di guerra fratricida per trovare un nuovo equilibrio di potere come invece fecero dopo la cacciata dei sovietici. La cosa è possibile perché il Mullah Omar non è nè un criminale nè un pazzo. È, a modo suo, un pragmatico. Una pacificazione fra afghani fatta dagli afghani, senza le pelose supervisioni di occidentali che non hanno nulla a che vedere con questo popolo straordinario, orgoglioso, fiero, con la sua storia, con la sua cultura, con le sue tradizioni, sarebbe la soluzione migliore e più giusta. Ma intanto noi mandiamo i Tornado.


Afghanistan, talebani al potere
di Enrico Piovesana – Peacereporter – 24 Novembre 2008

Fuori dalle città governano loro, anche alle porte di Kabul

I talebani sono tornati al potere in Afghanistan. Non nella capitale e nelle principali città del Paese - dove la presenza delle guarnigioni Nato garantisce ancora la sopravvivenza dell'autorità del governo Karzai - ma in quasi tutte le zone rurali, comprese quelle immediatamente fuori dalla capitale. Qui i talebani hanno nominato i loro governatori locali, i loro sindaci, i loro giudici, i loro esattori delle tasse, i loro comandanti di polizia, i loro responsabili per l'istruzione.

Il fallimento del potere centrale. Se da tempo tutte le aree extraurbane delle province meridionali (Kandahar, Helmand, Nimruz, Farah, Uruzgan, Zabul) e orientali (Paktika, Khost, Paktia, nangarhar, Kunar, Nuristan) sono tornate sotto l'autorità dei talebani, da alcuni mesi è così anche nelle province centrali vicine a Kabul come Ghazni, Wardak e Logar, dove i barbuti governano rispettivamente 13 distretti su 18, 6 su 8 e 4 su 7.
Secondo l'analista politico Waheed Muzhda "i talebani stanno avanzando da sud verso Kabul esattamente come fecero dodici anni fa, quando andarono al potere la prima volta, ovvero guadagnandosi il sostegno popolare grazie alla loro capacità di garantire legge e ordine".
"I talebani - spiega Seth Jones, della Rand Corporation - stanno operando uno 'state-bulding' alternativo a quello del governo e della Nato, tutto centrato sulla sicurezza".
Esasperati dall'anarchia, dall'insicurezza, della paura e dalla corruzione che hanno regnato sovrane negli ultimi anni, gli afgani rurali (che costituiscono il 90 percento della popolazione) sono ben felici di barattare la radio e la televisione in cambio della sicurezza e dell'ordine che i talebani sanno bene come garantire.
La corrotta polizia afgana, impegnata a taglieggiare i commercianti e a derubare la gente ai posti di blocco, non ha mai saputo proteggere la popolazione dalle scorribande di ladri e predoni, con i quali spesso è anzi in combutta. L'inefficiente giustizia governativa non è mai stata minimamente in grado di amministrare i problemi quotidiani della gente.
I talebani, con i loro modi sbrigativi, sono molto più efficaci.

Il successo del contropotere talebano. comandano i talebani, la sicurezza è garantita dalle pattuglie della 'polizia talebana' che a bordo di pick-up sorveglia di giorno e di notte strade e villaggi, tenendo lontani banditi e polizia.
La giustizia è amministrata dalle corti talebane composte da due giudici per distretto nominati da un mullah che, applicando la sharìa, risolvono 'per direttissima' dispute sulla proprietà dei terreni, sui diritti di pascolo, su casi di divorzio e assegnazione di eredità.
L'istruzione è sotto il controllo degli 'emiri dell'educazione e della cultura', i quali vagliano i programmi d'insegnamento di ogni singola scuola assicurandosi che essi prevedano lezioni di Corano e sharìa. Se così non è, o se la scuola è mista o addirittura femminile, scatta la chiusura forzata. Nove scuole su dieci fanno questa fine.
"Per lungo tempo i villaggi di questa zona - racconta al Christian Sinece Monitor un abitante della provincia di Logar - venivano terrorizzati da una banda di ladri. Siamo andati decine di volte alla polizia per chiedergli di arrestarli, dicendogli anche dove si nascondevano. Ma non hanno mai fatto nulla. Alla fine ci siamo stancati e ci siamo rivolti ai talebani. Loro sono andati a prenderli, li hanno processati, hanno cosparso i loro visi di catrame e li hanno fatti sfilare così per le strade, minacciando di tagliar loro le mani se fossero stati beccati ancora a rubare. Da allora i ladri non si sono più fatti vedere".
"Con i talebani non abbiamo più la tv, non possiamo più ascoltare musica e non possiamo più ballare alle feste, è vero - ammette Abdul Halim, della provincia di Ghazni - ma almeno abbiamo sicurezza e giustizia".


L’Italia vola in guerra
di Enrico Piovesana – Peacereporter – 19 Novembre 2008

Afghanistan, i nostri Tornado vanno a combattere

I quattro cacciabombardieri italiani Tornado del 6° stormo 'Diavoli Rossi' di Ghedi partiranno per l'Afghanistan "nei prossimi giorni". Lo ha confermato ieri il generale Vincenzo Camporini, Capo di stato maggiore della Difesa.

Missione di guerra. Secondo i 'caveat' imposti dal governo italiano, la missione di questi aerei da guerra - che ci costerà oltre quattro milioni di euro al mese - non sarà quella di sganciare missili e bombe. Ma ciò non vuol dire che non parteciperanno alla guerra.
I quattro Tornado - che non saranno sotto comando italiano, bensì a disposizione del comandante statunitense David D. McKiernan - verranno impiegati su tutto lo spazio aereo afgano in operazioni di sorveglianza del territorio ma anche in operazioni di intelligence e ricognizione, ovvero di 'acquisizione obiettivi'. Vale a dire che individueranno gli obiettivi che poi verranno bombardati da altri caccia alleati o attaccati dalle truppe di terra della Nato.
Affermare che i Tornado non parteciperanno alla guerra è come dire che non lo fa l'ufficiale di puntamento addetto a un pezzo d'artiglieria che dà le coordinate di tiro all'artigliere, o che non lo facevano i soldati che venivano spediti in perlustrazione fuori dalle trincee prima di un attacco.

Lo dicono anche i militari. "Le missioni aeree di ricognizione non hanno finalità ricreative e umanitarie", ha ironizzato il generale Fabio Mini, ex comandante della missione Kfor in Kosovo. "Sono missioni da combattimento vero e proprio in quanto preludono all'attacco con bombe a grappolo, incendiari ed esplosivi ad alto potenziale".
La stessa ovvietà fu evidenziata nel marzo 2007 dall'associazione pacifista di ufficiali tedeschi 'Darmstaedter-Signal' alla vigilia dell'invio dei sei Tornado della Luftwaffe che ora i nostri quattro vanno a sostituire con gli stessi compiti. "Non si può dire che il loro impiego sarà 'non-combat' perché i risultati dei loro voli di ricognizione guideranno gli attacchi condotti da altri aerei o da truppe di terra".

E magari anche bombe. Al di là di questo, rimane il dubbio che i Tornado alla fine possano venire segretamente usati anche per bombardare. "Gli aerei sotto controllo americano non hanno limiti operativi e i nostri cacciabombardieri saranno chiamati a 'cacciabombardare'", ha dichiarato il generale Mini.
D'altronde, osservano molti, per fare perlustrazione e osservazione delle postazioni nemiche non bastano gli aerei spia telecomandati come i 'Predator', che sono fatti apposta?
Anche durante la guerra del Kosovo del 1999 i Tornado italiani, ufficialmente, svolgevano solo missioni di ricognizione e supporto aereo. Poi si scoprì che sganciarono tonnellate di bombe su Belgrado.

martedì 2 dicembre 2008

Il cambiamento secondo Obama…

Nel giorno in cui Barack Obama ha ufficializzato la sua nuova squadra per gestire la sicurezza degli Stati Uniti, il presidente eletto ha colto l'occasione per lanciare il classico trito e ritrito messaggio americano al mondo “Per l'America è tempo di un nuovo inizio per affrontare le sfide globali del mondo. Rafforzeremo la nostra capacità di sconfiggere i nostri nemici e portare aiuto ai nostri amici. Rinnoveremo le nostre alleanze e rafforzeremo le nostre partnership. Dimostreremo ancora una volta al mondo intero che l'America è capace di difendere senza esitazione il suo popolo. Il terrorismo è una minaccia globale che richiede una risposta globale. Il nostro destino è condiviso e correlato con il destino del mondo”.

Obama ha poi detto che le persone che ha scelto nel team di sicurezza nazionale condividono il suo “pragmatismo sull'uso dei poteri” e il suo obiettivo di “un ruolo dell'America come leader nel mondo”.

Ma tu guarda che grandi novita’…che proseguono poi durante il resto della conferenza stampa di ieri a Chicago “Siamo determinati a perseguire i responsabili degli attentati di terrorismo ovunque nel mondo. Non possiamo tollerare che innocenti vengano uccisi da terroristi in nome di ideologie basate sull'odio”.

Si’ certo, e’ Obama che parla...non Bush.

Obama ha poi annunciato che assegnerà al confermato segretario alla Difesa, Robert Gates, “una nuova missione” per mettere fine alla guerra in Iraq e cedere il controllo della sicurezza agli iracheni, “Darò a Gates e alle nostre forze armate una nuova missione appena mi insedierò, mettere fine responsabilmente alla guerra in Iraq attraverso una efficace transizione verso un controllo iracheno”.

Beh ovvio, le truppe vanno spostate al piu’ presto dall’Iraq al confine afghano-pakistano…

E infatti Obama ha ribadito che assicurerà che vi siano “le strategie e le risorse per battere Al Qaeda e i talebani. Come Bob (Gates) ha detto non molto tempo fa, l'Afghanistan è il posto in cui la guerra al terrore ha avuto inizio ed è quello in cui si deve concludere. Saranno fatti gli investimenti necessari per rafforzare le forze armate e aumentare le truppe di terra per battere le minacce del XXI secolo. Davanti alla sicurezza della nazione e del nostro popolo non siamo nè democratici nè repubblicani: siamo americani”.
Ma era chiaro gia’ da tempo che con Obama il cambiamento e’ solo nel prossimo target da colpire.

E tanto per essere ancora piu’ chiari sul futuro che ci aspetta, il prossimo segretario di Stato Hillary Clinton, parlando a Chicago a fianco di Obama, ha promesso che l'America “tornerà di nuovo a collaborare con il resto del mondo nell'affrontare le crisi planetarie. L'America non può risolvere le crisi senza il mondo, e il mondo non può risolverle senza l'America”.

Evviva il cambiamento…


Obama: l’India ha il diritto di difendersi
di Enrico Piovesana – Peacereporter – 2 Dicembre 2008

Il rischio di una reazione militare indiana contro il Pakistan a seguito dell'attacco a Mumbai si fa sempre più concreta.
La stampa indiana riporta con gran rilievo le dichiarazioni del presidente eletto statunitense, Barack Obama, che ieri ha sostanzialmente affermato il diritto dell'India di attaccare le basi dei terroristi in Pakistan - come stanno facendo ormai da tre mesi gli Stati Uniti.

Semaforo verde da Obama. Nel corso di una conferenza stampa è stato chiesto a Obama se anche per l'India fosse valida la politica di bombardare i campi terroristici pachistani in caso di evidente inazione del governo di Islamabad. La risposta del neopresidente Usa è stata musica per le orecchie di Nuova Delhi: "Le nazioni sovrane hanno il diritto di difendersi". Un implicito semaforo verde, concesso solo a due condizioni: "Prima - ha aggiunto Obama - le indagini sulla carneficina di Mumbai devono raggiungere delle conclusioni definitive e poi bisogna vedere se il Pakistan darà seguito al suo impegno di eliminare il terrorismo". Insomma: se alla fine la pista pachistana verrà confermata (e questo è scontato) e se Islamabad non farà qualche passo concreto contro i terroristi (quale?), allora l'India avrà tutto il diritto di agire.

I rischi di un'escalation. Un'eventualità, questa, dai risvolti drammatici. Non solo in caso di un reale attacco indiano (che rischierebbe di scatenare un conflitto nucleare tra India e Pakistan), ma anche solo in caso di minaccia concreta.
Se l'India alzasse la tensione militare con il Pakistan, le potenti gerarchie militari di Islamabad, già innervosite dai sempre più frequenti attacchi missilistici Usa nelle Aree Tribali (ultimamente alcuni generali hanno minacciato di rispondere abbattendo i droni Usa) e dalla politica di dialogo con l'India sul Kashmir avviata dal presidente Asif Ali Zardari (letta come un grave tradimento dello spirito nazionalista pachistano), si ribellerebbero al debole governo civile di Islamabad e ai diktat di Washington sull'impegno militare pachistano contro i talebani nelle Aree Tribali (dove attualmente stanno svogliatamente combattendo 100 mila soldati pachistani).

Primi segni di nervosismo. "Se verremo minacciai dall'India non lasceremo là nemmeno un soldato", ha dichiarato al quotidiano bitannico Guardian un anonimo ufficiale militare pachistano, riferendosi al fatto che tutte le truppe verrebbero schierate al confine con l'India.
I primi segnali di 'ribellione' da parte dei militari pachistani ci sono già. Il governo di Islamabad aveva annunciato una storica missione in India del direttore dei servizi segreti pachistani (Isi), il generale Ahmed Shuja Pasha, per aiutare i servizi indiani nelle indagini. Ma i generali pachistani si sono opposti e la missione è saltata.



Nucleare: le conseguenze dell’accordo tra USA e India
di Marco Montemurro – Altrenotizie – 5 Novembre 2008

L’accordo di cooperazione nucleare stipulato tra Stati Uniti e India è stato definitivamente approvato. Una delle ultime mosse dell’amministrazione Bush è stata condotta a termine il 10 ottobre quando il ministro degli affari esteri indiano, Pranab Mukherjee, ha firmato ufficialmente il trattato con la presenza del Segretario di Stato statunitense Condoleezza Rice. E’ un evento che sicuramente avrà ripercussioni in futuro nel settore dell’energia nucleare in tutto il mondo. Il trattato tra Usa e India rischia di aprire la strada verso accordi bilaterali tra singoli paesi riguardo la compravendita di materiale nucleare. E’ un precedente che è destinato a porre limiti all’influenza degli organismi sopranazionali. Il nuovo legame mette in discussione i principi di universalità contenuti nel Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Lo storico accordo, stipulato nel 1968 per regolare e sorvegliare il possesso di materiale nucleare, si basa infatti proprio sul presupposto che sia necessario porre limiti a tali tecnologie agendo sul piano internazionale e tramite la vigilanza di enti sovranazionali.

La situazione indiana è particolare sia perché è uno di quei pochi paesi che non aderiscono al Trattato di Non Proliferazione (assieme al Pakistan, Israele e la Corea del Nord), sia perché per oltre 30 anni vi è stato un isolamento sul piano internazionale nel settore nucleare. Nel 1974 l’India condusse esperimenti per realizzare la sua prima bomba atomica e da allora vige una sorta di embargo nei confronti del paese riguardo alle tecnologie atomiche. Dal 2006 però l’amministrazione Bush si è mostrata interessata a rimuovere tale divieto e ha cominciato ad avviare trattative per cooperare con il gigante asiatico anche in questo ambito.

L’accordo con gli Stati Uniti sulla cooperazione nucleare, benché ufficialmente si limiti al settore civile, ha suscitato in India forti polemiche. Quando è stato messo ai voti in Parlamento il 22 luglio scorso l’opposizione è stata accesa e il piano è passato con soli 19 voti di scarto (275 a favore, 256 contrari e 10 astenuti). Il trattato è stato approvato, ma ha causato nella coalizione di governo del primo ministro Manmohan Singh, la perdita dell’appoggio del partito comunista indiano, da tempo fortemente critico nei confronti del nuovo vincolo con gli Usa.

Gli Stati Uniti non vogliono perdere la possibilità di fare affari nel settore energetico indiano e il progetto è di vasta portata poiché il paese è deficitario dal punto di vista delle fonti di energia. Attualmente l’India importa il 75% del petrolio utilizzato e il 69% dell'elettricità è fornita dal carbone, risorsa con riserve limitate. In futuro il fabbisogno è destinato a crescere e si stima che il consumo pro-capite di energia elettrica in India triplicherà entro il 2020, con una crescita annuale del 6,3%. Sicuramente il mercato energetico indiano è molto appetibile per gli Stati Uniti, una grande opportunità per le compagnie General Electric, Westinghouse e Bechtel. Il piano inoltre s’inquadra in strategie molto più ampie; è una mossa sia per controbilanciare l’influenza cinese nell’area, sia per limitare il rafforzamento delle relazione estere di Tehran. Nella regione infatti, il governo americano non gradisce il progetto per la costruzione di un gasdotto che colleghi l’Iran con l’India.

Gli Stati Uniti non sono il solo paese a mostrarsi interessato a trarre profitto dal settore energetico nel subcontinente. Subito dopo il recente accordo di cooperazione firmato a Washington, il governo francese ha annunciato la realizzazione di un contratto per la fornitura di tecnologia nucleare civile in India e almeno due reattori saranno costruiti dalla compagnia Areva. Inoltre ultimamente anche la Russia si è dichiarata interessata a stipulare accordi con l’India nel settore energia nucleare.

Preoccupato dal recente trattato tra Usa e India è invece il vicino Pakistan, storico paese rivale. A seguito della ratifica, il governo guidato dal presidente Zardari infatti si è dichiarato interessato a stipulare un accordo di cooperazione nucleare con la Cina. Questa scelta è rilevante poiché sia il Pakistan che la Cina tra i loro armamenti dispongono di ordigni atomici.

L’accordo condotto dall’amministrazione Bush sembra pertanto mostrare una pericolosa situazione, che potrebbe generare la fine delle politiche comuni a livello internazionale riguardo lo sviluppo della tecnologia nucleare e l’avvio di iniziative condotte da singoli paesi. La perdita d’influenza delle Nazioni Unite e l’emergere di un mondo multipolare, sono fattori portatori di cambiamenti anche riguardo a tale settore. Il 1968, anno del Trattato di Non Proliferazione, si mostra ormai lontano. Sembra adesso che sia stato accantonato l’obiettivo di limitare la produzione di tecnologia nucleare, che siano abbandonate le linee guida universali. Si segue ora la strada degli accordi bilaterali nella quale ogni singolo paese si sceglie l’alleato a lui più conveniente, anche nel settore dell’energia nucleare.

lunedì 1 dicembre 2008

Dopo Mumbai sale la tensione tra India e Pakistan


Sta salendo vertiginosamente la tensione tra India e Pakistan in seguito agli attentati di Mumbai che, secondo New Delhi, ha visto coinvolte persone provenienti dal Pakistan.

L'India infatti sta valutando l'ipotesi di sospendere il processo di pace avviato nel 2004 con il Pakistan.


Nel frattempo un alto esponente dell'esercito pakistano ha minacciato un possibile spostamento delle truppe dal confine con l'Afghanistan a quello indiano se New Delhi continuerà a “incolpare il Pakistan” per gli attacchi a Mumbai e a rafforzare la presenza militare al confine pakistano.

Un comunicato del ministero degli Esteri pakistano rende noto che il governo sta avendo contatti con Paesi amici per spiegare la posizione pakistana. “Il Pakistan è stato uno dei primi Paesi che ha condannato con forza gli attacchi e ha offerto assistenza. Il Pakistan è tra le vittime del terrorismo”, si legge nel comunicato.


Ma la minaccia da parte del governo pakistano di una diminuzione dei controlli sui talebani e combattenti vari che trovano rifugio nella zone tribali pashtun al confine Pakistan-Afghanistan, starebbero spingendo gli Stati Uniti a cercare di dissuadere l'India da un'eventuale risposta militare al Pakistan.


Infatti sia dall'amministrazione Bush che dalla squadra di Obama sono arrivati appelli alla moderazione al premier indiano Singh, pressato da chi vorrebbe un'azione militare in Kashmir contro i campi di addestramento di Lashkar-e-Toiba, considerato dall’India responsabile degli attacchi a Mumbai, ma che si trovano nel territorio controllato dal Pakistan.


Qui di seguito si cerca di riflettere su chi abbia compiuto veramente quegli attacchi a Mumbai.



Mumbai, il Pakistan nel mirino

di Enrico Piovesana – Peacereporter – 28 Novembre 2008


Per rilanciare la guerra Usa al terrorismo?


I servizi segreti indiani non hanno più dubbi: gli attacchi di Mumbai sono opera del Lashkar-e-Toiba, gruppo jihadista pachistano legato ad Al Qaeda e ai servizi di Islamabad (Isi). E il loro obiettivo erano gli stranieri di nazionalità statunitense e britannica.
Questa lettura, rilanciata dai media indiani e occidentali con continui riferimenti all'11 settembre e alla guerra internazionale al terrorismo, sarebbe frutto delle dichiarazioni di tre terroristi catturati ieri a Mumbai. Questi, tutti pachistani, avrebbero confessato di essere feddayn del Lashkar-e-Toiba.


Una versione poco convincente. I dati di fatto, però, finora sono tutti contrastanti con questa versione.
La dichiarazione pubblica del Lashkar-e-Toiba, che ha seccamente smentito ogni coinvolgimento.
La rivendicazione da parte dei Mujaheddin Indiani (o del Deccan), subito scartata come falsa dai servizi segreti indiani, nonostante lo stesso gruppo a settembre avesse annunciato un attacco a Mumbai.
Poi la dinamica dell'attacco, assolutamente estranea alle tattiche di Al Qaeda e affini basate su kamikaze e tritolo, non su prese di ostaggi da parte di commando armati di fucili e bombe a mano.
Non ultimo il fatto che delle oltre centocinquanta vittime di questo attacco, solo una è britannica e cinque statunitensi, il che non dimostra un particolare accanimento contro gli anglo-americani.


Ma molto utile alla nuova strategia Usa. Perché allora questa ostinazione nel presentare all'opinione pubblica mondiale la tragedia di Mumbai come 'l'11 settembre indiano' rilanciando la minaccia di Al Qaeda e associandola al Pakistan?
Perché questo non accadde l'11 luglio 2006, quando oltre duecento persone morirono negli attentati contro le stazioni della metropolitana di Mumbai?
Forse perché a quell'epoca la Guerra globale al terrorismo degli Stati Uniti era ancora concentrata sull'Iraq, mentre adesso il mirino si sta spostando sul Pakistan? Gli Usa stanno bombardando il Pakistan già da tre mesi: un'escalation dell'intervento, tutt'altro che improbabile, avrebbe bisogno di un ampio consenso internazionale.
"L'attacco a Mumbai "è una nuova terrificante pietra miliare della jihad globale", ha dichiarato al Washington Post l'ex agente della Cia Bruce Reidel, oggi consigliere di Obama per il Pakistan.
Il mantra ipnotico recitato ai telegionali e sui giornali è già iniziato: "Al Qaeda", "Pakistan", "11 Settembre", "Pakistan", "Osama Bin Laden", "Pakistan", "Guerra al terrorismo", "Pakistan"....




Chi c’e’ dietro gli attachi di Mumbai?

di Enrico Piovesana – Peacereporter – 27 Novembre 2008


Chi sono i terroristi che hanno attaccato Mumbai?


La pista pachistana. I servizi segreti di Nuova Delhi puntano il dito contro il Lashkar-e-Toiba (Esercito dei Puri), il principale gruppo armato indipendentista kashmiro, sostenuti dai servizi segreti pachistani e legati ad Al Qaeda e al Movimento della Jihad Islamica (Huji).
L'attacco, secondo loro, sarebbe diretto contro la ripresa dei negoziati tra India e Pakistan per una soluzione del conflitto in Kashmir: proprio oggi a Nuova Delhi i ministri degli Esteri dei due Paesi si incontravano per riannodare le fila del dialogo.
L'ipotesi dei servizi indiani si baserebbe sulle confessioni di un terrorista catturato nella notte a Mumbai, un pachistano, che avrebbe raccontato di essere un membro del Lashkar-e-Toiba e di essere arrivato in città assieme ai suoi compagni via mare, a bordo di motoscafi, dalla città pachistana di Karachi.
Gli 007 indiani scartano quindi la pista del jihadismo domestico. Secondo loro l'email di rivendicazione dei Mujaheddin del Deccan (o Mujaheddin Indiani) - a loro dire inviata da un indirizzo IP russo - sarebbe falsa: un depistaggio orchestrato dai servizi segreti di Islamabad per coprire la reale matrice pachistana degli attacchi.


I dubbi degli esperti. A parte il fatto che lo stesso Lashkar-e-Toiba ha seccamente smentito ogni coinvolgimento nell'attacco, molti esperti di terrorismo islamico però non condividono affatto la pista kashmiro-pachistana-quedista dell'intellegence indiana.
"Gli indiani hanno tutto l'interesse ad accusare il Pakistan e Al Qaeda, ha presentare questi attacchi come l'11 settembre indiano, ma questa in realtà è una faccenda tutta interna", ha dichiarato Chrtistine Fair, nota studiosa di terrorismo sud-asiatico alla Rand Corporation. "Gli attacchi a Mumbai non hanno nulla delle tipiche azioni del Lashkar-e-Toiba o di Al Qaeda, basate sugli attacchi suicidi, non sulla presa di ostaggi e su attacchi con fucili e bombe a mano".
La pensa così anche Bruce Hoffman, esperto di terrorismo della Georgetown University e autore del libro 'Dentro il terrorismo': "In questi attacchi non c'è traccia del modus operandi di Al Qaeda".


La pista domestica. A sostegno della pista interna - quella dei Mujaheddin Indiani (o del Deccan) - ci sarebbe un messaggio dello scorso 13 settembre, in cui il gruppo rivendica i precedenti attentati di Nuva Delhi, Ahmedabad, Bangalore e Jaipur e avverte che il prossimo obiettivo di un "mortale atatcco" sarà Mumbai e minaccia direttamente l'antiterrorismo indiano - il cui direttore è stato ucciso negli attacchi della notte scorsa. Il messaggio afferma la volontà di vendicare le crescenti persecuzioni contro i musulmani indiani, i violenti raid della polizia condotti nei mesi scorsi nelle periferie di Mumbai.
Secondo la già citata Chrtistine Fair, la radice degli attacchi di Mumbai è ancora più profonda: "I musulmani indiani si sono radicalizzati dopo i tragici eventi del 2002 in Gujarat. Il governo indiano rifiuta di riconoscere questa realtà, ma è così".
Duemila musulmani indiani furono massacrati sei anni fa in Gujarat durante i pogrom anti-islamici scatenati da un attacco di estremisti musulmani contro un treno di pellegrini indù. Altri seicento indiani musulmani erano stati uccisi nel corso delle violenze religiose che sconvolsero proprio la città di Mumbai all'inizio degli anni '90 in seguito alla demolizione dell'antica moschea di Babri: la vendetta dei musulmani islamici arrivò con gli attentati di Mumbai del 12 marzo '93, costati la vita a 257 persone. Dietro quelle bombe c'era il potente mafioso terrorista indiano Dawood Ibrahim, che oggi vive a Karachi sotto protezione dei servizi segreti pachistani.



Il massacro di Mumbai e’ opera di estremisti hindu?

Pakistan Daily – 29 Novembre 2008

Tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO


E' strano che nessuno dei media, televisione o stampa, abbia ripreso questa storia. O l'hanno deliberatamente nascosta? Guardate la foto di uno dei terroristi qui in basso.

Notate sulla sua mano destra la banda/filo arancione.

Legarsi un filo o una corda arancione attorno al polso è una pratica Hindu ed è improbabile che un musulmano, specialmente così politicizzato da compiere un attacco come questo, avrebbe osservato tale pratica. Penso che ciò fornisca ulteriori prove che questa è stata una operazione false flag o quanto meno un attacco da parte di un gruppo non islamico*. Per ulteriori informazioni sul significato del laccio rosso vedete wikipedia.

Inoltre è stato riferito che i terroristi all'interno del Nariman House Building avevano accumulato rifornimenti la sera di mercoledì, comprando, tra le altre cose, non solo cibo ma anche liquori da un negozio locale. Ancora una volta è fortemente improbabile che un musulmano, per non parlare di un ‘Mujahid’, specialmente uno così politicizzato da compiere un tale attacco, consumerebbe alcool nella vita di tutti i giorni, figuriamoci ore prima del suo inevitabile 'martirio'.

Non lasciate che tutto ciò venga ignorato. Fate circolare ciò a quante più persone potete, dato che crediamo fortemente che non sarebbe stato ignorato se i terroristi avessero portato con loro una copia del Corano o un taveez [ciondolo, probabilmente si intende in questo caso un ciondolo con versi del corano N.d.r.].



Il dramma di Mumbai
Pakistan Daily – 27 Novembre 2008
Tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO


Il mio amico e collega Zaid Hamid dice una cosa molto interessante qui [vedi scritto più in basso n.d.t.]. Come pakistano, anche io trovo curioso che solo pochi giorni fa, per la prima volta, la portata e l'influenza dei gruppi terroristici interni indiani veniva registrata per la prima volta, con l'arresto di due ufficiali anziani in servizio dell'esercito indiano con legami a gruppi terroristici Hindu coinvolti in grossi atti di terrorismo; atti di cui erano stati accusati i musulmani. E ora improvvisamente abbiamo uno spettacolare incidente, troppo sofisticato perché possa essere eseguito da un qualunque straniero senza una massiccia agevolazione e una base di appoggio, in cui presunti terroristi islamici hanno lasciato dietro di sé una carta d'identità e un telefono cellulare con una carta SIM proveniente da un paese 'confinante'.

Una cosa davvero conveniente. Avrebbero dovuto controllare meglio perché avrebbero potuto anche trovare un tesserino ISI [sigla dei servizi segreti pachistani. N.d.t.] su uno dei terroristi morti. Ci sono quasi 100 gruppi in India, di ogni tipo, che combattono contro lo Stato e il popolo indiano, e tra essi anche gruppi terroristici Hindu.

L'India dovrebbe mettere ordine in casa propria prima di accusare i vicini. Provenendo queste accuse da un paese in cui quasi 600 cristiani sono stati uccisi appena due mesi fa da gruppi Hindu, e 2500 musulmani indiani sono stati bruciati vivi nel primo caso di genocidio del ventunesimo secolo, nel 2002, e dove le donne Kashmire, Dalit, e di altre minoranze vengono violentate ogni giorno come parte dell'oppressione religiosa Hindu. Per piacere leggete l'analisi di Zaid Hamid qui sotto e il resoconto che espone l'estremismo dell'India.
Ahmed Quraishi

Durante molte delle scorse settimane, la maggiore notizia in India era il coinvolgimento di ufficiali dell'intelligence militare indiana in atti di terrorismo contro i musulmani allo scopo di creare una situazione di scontro tra Hindu e musulmani così come per creare la giustificazione per una guerra contro il Pakistan. Molti ufficiali dell'esercito indiano sono stati catturati e la polizia indiana è stata costretta a lavorare più a fondo per trovare altri terroristi del BJP, Bajrang Dal e del RSS tra gli organici dell'esercito o dell'intelligence indiani.

Questa storia aveva creato un serio panico tra i militari indiani e i loro sostenitori, i sionisti Hindu. Qualcosa doveva essere fatto per spostare l'attenzione del mondo e dell'opinione pubblica indiana dagli atti di terrorismo degli estremisti Hindu..... Poi è arrivato il massacro di Mumbai.

Persino mentre le sparatorie stavano ancora avvenendo all'interno degli hotel, i media indiani e l'esercito accusavano il Pakistan per gli attacchi. Il gioco è chiaro e sinistro. L'Intelligence indiana ha spostato l'attenzione globale verso un'altra questione grazie a cui potranno accusare il Pakistan di questo massacro e usare la dottrina di Barack Obama sugli attacchi al Pakistan per accerchiare il Pakistan da entrambi i lati. E' veramente una vergogna che i media pachistani non stiano sottolineando questa questione e stiano solo ripetendo ciò che gli indiani vogliono che il mondo veda e sappia.

Non esiste in India un gruppo dal nome Daccan Mujahideen.

Nei prossimi giorni il Pakistan dovrebbe prepararsi a rispondere a pericolose minacce mentre gli indiani faranno qualunque cosa per aprire un altro fronte contro il Pakistan e spostare l'attenzione locale e mondiale dagli elementi interni fascisti tra l'intelligence militare e i sionisti Hindu. Il documento che accludo [l'allegato manca nella versione inglese, vedi link in basso, evidentemente è relativo solo all'edizione pachistana del quotidiano Paikistan Daily N.d.t.] è un documento della BT [la sigla si riferisce probabilmente alla British Telecom n.d.t.] che spiega gli attuali sinistri giochi che i fascisti Hindu stanno cercando di nascondere.




I promotori internazionali degli attacchi a Mumbai
di Les Blough - Axis of Logic – 26 Novembre 2008
Traduzione a cura di Freebooter


La Reuters afferma che almeno 80 persone sono uccise e che "Un'organizzazione che si chiama Deccan Mujahideen ha rivendicato di essere dietro gli attentati". La televisione CNN già dichiara come un fatto che gli attacchi di Mumbai sono stati finanziati ed appoggiati da fonti straniere, coinvolgendo il Pakistan dove il presidente eletto Obama ha promesso di portare la cosiddetta "guerra al terrorismo" quando assumerà in gennaio la carica. Gli attacchi, che in questo momento sono in corso, come Obama ha promesso preparano le condizioni per un nuovo spiegamento delle truppe USA dall'Iraq al Pakistan. George W. Bush è stato rapido a condannare gli attacchi e la CNN trasmette la cronaca 24 ore su 24, reminiscente della cronaca dei media corporativi sugli attacchi dell'11/9 negli Stati Uniti.

Collegare Pakistan, al Qaeda, musulmani e terrorismo

La CNN, la Reuters e gli altri media corporativi hanno chiamato immediatamente questi attacchi con bombe, armi automatiche e granate "attacchi terroristici" provenienti dal Pakistan con radici in "al Qaeda" e "Terroristi islamisti". La TV CNN afferma pure che questi attacchi hanno come bersaglio "uomini d'affari occidentali e ed agiati turisti occidentali" che alloggiano negli hotel di lusso di Mumbai. Il Deccan Herald specifica che il Deccan Mujahideen ha rivendicato la responsabilità tramite un comodo messaggio e-mail ricevuto dal Deccan Herald (DC). Il DC afferma,

"Il termine stesso (Deccan Mujahideen) non è molto specifico e, secondo la CNN, potrebbe essere soltanto un termine generico per i radicali nella regione. Il 'Deccan' è una zona dell'India e 'Mujahideen' è la forma plurale di un termine che si riferisce ad un musulmano partecipante in una jihad".

La Associated Press ha descritto gli attaccanti,

"Mercoledì notte squadre di terroristi armati pesantemente si sono precipitate in alberghi di lusso, in un popolare ristorante ed in una affollata stazione ferroviaria con attacchi coordinati da una parte all'altra della capitale finanziaria dell'India, uccidendo almeno 78 persone e prendendo degli ostaggi occidentali, ha dichiarato la polizia. Un gruppo di sospetti militanti musulmani ha rivendicato la responsabilità".

La Reuters li descrive, "Il precedentemente sconosciuto o poco noto gruppo ha inviato una email alle organizzazioni di notizie rivendicando la responsabilità". Questa è un'attribuzione consueta per "attacchi terroristici" che, poiché l'organizzazione è sconosciuta, nessuno può provare altrimenti. La TV CNN afferma enfaticamente, "Questo è certamente un attacco internazionale utilizzando terroristi domestici". Non abbiamo nessun dubbio che l'ultima dichiarazione sia vera ma la domanda è "Chi sono quei sostenitori internazionali di questi attacchi"?

Appoggio e sostegno internazionale

Le moderne indagini criminali si basano ancora sui 3 ugualmente importanti fattori causali di Aristotele: Mezzi, Metodo e Movente.

Analisi fattoriale - Mezzi, Metodo e Movente: Le potenti organizzazioni di mezzi d'informazione occidentali rafforzano le loro opinioni con la ripetizione, collegando assalti come questi con precedenti "attacchi islamisti" ed un altro "attacco terroristico". La loro analisi logica e fattoriale utilizzano (1) le armi utilizzate, (2) la somiglianza con passati attacchi di "al Qaeda" e (3) il movente. Ma naturalmente non considerano mai la possibilità, fondata sulla stessa analisi fattoriale, che gli artefici possano essere la CIA e/o il Mossad.

Mezzi: Che la più potente macchina militare al mondo abbia i mezzi per armare dei gruppi come quello che sta eseguendo gli attacchi di Mumbai non richiede nessuna scusa o difesa.

Metodo: La storia abbonda di esempi dell'utilizzo da parte di USA/israeliani di un sostituto per attaccare i loro nemici. William John Fox ha messo questo in evidenza nella sua esemplare analisi, Liberaci dal caos: dieci comandamenti politici. Nel 1953 hanno utilizzato il terrorismo interno per rovesciare Mohammad Mosaddeq, ex primo ministro dell'Iran. Hanno utilizzato i mujahideen afgani per attaccare la Russia nello stesso anno della loro resistenza. La CIA e l'ambasciatore USA hanno segretamente progettato la "Rivoluzione delle rose" in Georgia nel 2003 e "gli USA hanno incoraggiato l'esercito georgiano addestrato da israeliani ad invadere la disputata enclave dell'Ossezia del Sud cinque anni più tardi".

Movente: L'unica differenza tra i fattori utilizzati dai media capitalisti ed i nostri è il movente. Riguardo al movente, la CNN afferma che "Loro (Deccan Mujahideen) vogliono produrre quanto danno ed attenzione possibili su loro stessi". La CIA/Mossad sono maestri nella distruzione, ma l'ultima cosa che vogliono è attirare l'attenzione su se stessi. Per gli USA il movente di portare la loro guerra in Pakistan concorda perfettamente con questi attacchi. Effettivamente, Barack Obama e Joe Biden hanno già dichiarato la loro intenzione di portare la guerra in Pakistan e hanno dichiarato con certezza che "la tempra di Obama sarebbe stata messa alla prova" da un importante "incidente" internazionale in un prossimo futuro. Se gli esecutori vogliono attirare l'attenzione su loro stessi, il loro metodo (per esempio uccidere civili), semplicemente non ha senso, almeno che si beva la semplicità affettata basata sulla religione del regime Bush che siano semplicemente il "male". La lotta militante per delle cause come l'indipendenza o la sovranità nazionale vogliono meno di tutto l'attenzione negativa internazionale o l'odio popolare. L'unica cosa che manca dalla spiegazione dei media corporativi è la stupida pretesa di George W. Bush che "i terroristi sono gelosi delle nostre libertà". Applicando questo alla metodologia dei media corporativi è interamente ragionevole ed esattamente semplice implicare la CIA ed il Mossad.

Terrorismo

Dobbiamo anche ricordare dove proprio il termine "terrorismo" è nato nel 1947 e chi lo attuava? - Israele. Il termine è stato internazionalizzato e popolarizzato da allora dai media corporativi, raramente se mai indicandone le origini. Oggi, "terrorismo" è diventato un termine comune, associato solamente con i musulmani in tutto il mondo ed è stato usato come base per una guerra senza fine. L'assalto militare a Mumbai è un altro mini-11/9 nel senso che fornisce una piattaforma per aggiungere succo ed allargare la "guerra antiterrore" sotto una nuova amministrazione Obama che senza dubbio sarà appoggiata da altri governi occidentali.

Indagine criminale

La CNN ci racconta che l'FBI si è offerto di collaborare ad investigare il crimine. La questione è se il suo interesse è una vera indagine oppure il controllo dei danni. Se l'FBI utilizza questa logora formula potrebbe finire molto facilmente che le prove indichino il suo governo. Se l'FBI dovesse "scoprire" il coinvolgimento della CIA o del Mossad può qualunque persona sana di mente aspettarsi che riveli le sue scoperte al pubblico? Utilizzando l'analisi "mezzi, metodo e movente", la nostra "indagine criminale" porta alla CIA ed al Mossad come esecutori di questo evento.