lunedì 4 maggio 2009

Afghanistan: "danni collaterali" made in Italy

Doveva succedere prima o poi ed è puntualmente accaduto.
Ieri, secondo la ricostruzione del comandante del contingente italiano in Afghanistan, il generale Rosario Castellano, una pattuglia italiana composta da tre mezzi ha incrociato una Toyota Corolla bianca che procedeva in senso opposto, 4 Km a sud di Camp Arena, la base dove ha sede il comando regionale della zona ovest dell'Afghanistan. La pattuglia italiana ha quindi adottato le procedure previste: avvertimento con la mano, con un grido, lampeggiando con gli abbaglianti, infine sparando colpi in aria.

Ma la vettura ha continuato a procedere a forte velocità verso la pattuglia italiana. Giunta a meno di dieci metri dal convoglio italiano, il mitragliere ha fatto fuoco prima sul terreno poi sul cofano della vettura, mentre proseguiva il percorso. Solo in seguito si è avuta conoscenza della morte di una bambina di 13 anni e del ferimento degli altri tre occupanti la macchina: il padre e la madre della bambina e una terza donna.
Questa è la ricostruzione del generale Castellano.

Sono in corso le indagini degli organi di polizia militare del comando Rcw (Regional command west) per chiarire la dinamica precisa dell'incidente e per stabilire le cause del decesso della bambina. Anche la procura di Roma ha aperto un'inchiesta per chiarire le circostanze della vicenda. Gli accertamenti sono coordinati dal pm Pietro Saviotti.

Il generale Castellano ha comunque promesso che incontrerà i familiari della bambina e il Governatore di Herat.
Parole di sgomento e dolore sono state ovviamente pronunciate da Frattini e La Russa, a cui si spera però facciano seguito veloci indagini e conclusioni certe su come sono andati veramente i fatti.
Chi ha sbagliato deve pagare!



Le bugie hanno le gambe corte
di Carlo Bertani - carlobertani.blogspot.com - 3 Maggio 2009

Secondo il gen. Rosario Castellano – comandante del contingente italiano in Afghanistan – tutte le procedure e le regole d’ingaggio sono state rispettate. Ed è morta una bambina afgana.

Ascoltiamolo(1), in una dichiarazione che ha rilasciato ad una commissione parlamentare italiana appena giunta, per una coincidenza, in quel Paese:“I militari italiani coinvolti hanno attuato correttamente tutte le procedure previste e solo quando la vettura era arrivata a meno di dieci metri dal convoglio, i militari hanno fatto fuoco sul vano motore”.
Questo è il testo apparso sulle edizioni del mattino dei giornali.
Sono queste le procedure? Se così si sono svolti i fatti, dobbiamo concludere che gli afgani hanno la curiosa abitudine di trasportare le loro bambine nei vani motore delle autovetture.
Un colpo di rimbalzo?
E’ ben difficile che, alla distanza di dieci metri, un colpo di mitragliatore, anziché forare la lamiera del cofano (meno di 1 mm di spessore), rimbalzi.
Ci sembra anche molto improbabile che giunga a “rimbalzare” fino a distruggere il lunotto posteriore. Se ancora i nostri dubbi sono insufficienti, richiamiamo l’attenzione sul foro d’entrata di un altro proiettile, che è stato certamente sparato quando l’autovettura aveva già oltrepassato il blindato italiano, colpendo la parte posteriore della Toyota.
Ecco, allora, che nelle edizioni del pomeriggio il generale si corregge:“Giunta a meno di dieci metri dal blindato italiano, il mitragliere ha fatto fuoco prima sul terreno poi contro la vettura.”
Ah, adesso iniziamo a capire: passava una Toyota con a bordo una famiglia che andava ad un matrimonio e pioveva a dirotto.
Quali sono le procedure previste per avvertire? Sentiamo nuovamente il generale:“La pattuglia italiana ha adottato le procedure previste: avvertimento con la mano, con un grido, lampeggiando con gli abbaglianti, infine sparando colpi in aria.”
Più che delle procedure – se il generale ci consente – ci sembrano un condensato di buone intenzioni: “avvertire con un gesto della mano?!?”, “con un grido?!?”, “con i lampeggianti”?
Ma, dove credeva mai che si trovasse quel blindato – l’alto ufficiale – sulla tangenziale di Bologna?
Il generale è mai stato – per caso, sia chiaro – sul ciglio di una strada mentre passa un convoglio di blindati?
Dopo quella del “cofano”, sarebbe capace di far intendere che si riesce ad ascoltare il cinguettio degli uccellini.
Proviamo ad immaginare cos’è una strada afgana dopo decenni di guerra: una pista o poco più, che quando piove si trasforma in un tratturo di fango.
E, quando passa una colonna corazzata, s’aggiunge un frastuono dell’accidente.
Poteva, il povero padre afgano – nel volgere di pochi secondi! – vedere il cenno con la mano – Uagliò, spostatevi… – oppure capire il grido (in italiano, ovviamente) – e fermati! – ed interpretare correttamente (tutti gli afgani hanno frequentato un corso sulle procedure d’ingaggio) il lampeggiare dei fari?
Sui “colpi in aria” sorvoliamo, che è meglio.
Possiamo suggerire all’alto ufficiale che esistono dei pannelli a forte luminescenza intermittente, delle luci stroboscopie e quant’altro, che possono essere facilmente installati sul primo automezzo della colonna?
Vuole qualche indirizzo per comprarlo su E-bay?
Personalmente, preferiremmo che le nostre truppe lasciassero quel Paese – perché non si capisce proprio che cosa ci stanno a fare – vorremmo però ricordare, de minimis, che sarebbe meglio installare sul primo automezzo un pannello con (possibilmente, se non è di troppo disturbo) una scritta lampeggiante nella loro lingua.
O è chiedere troppo?
Con la lauta indennità di missione che percepisce, caro generale, potrebbe anche cacciare i soldi di tasca sua.
Vediamo allora com’è andata.
I militari italiani non avevano nessuna intenzione d’uccidere quella bambina, chiariamolo subito: la colpa è di chi li comanda.
Siccome le procedure d’ingaggio sono “riviste” sempre al peggio – ossia, libertà di fare fuoco, degli afgani chi se ne frega – nessuno dei tanti papaveri pluri-stellati ha pensato ad una cosa ovvia come un semplice pannello d’avvertimento ben visibile, con qualsiasi tempo.
A quel punto, il mitragliere avrà pure fatto fuoco sul cofano, ma – suvvia, generale, non facciamo ridere i polli – come si può pensare che, in quelle condizioni (pioggia, due veicoli in movimento, paura), il mitragliere potesse tirare come se fosse stato al poligono?
Difatti, non ha smesso di sparare nemmeno quando l’auto aveva superato il suo mezzo, altrimenti non avrebbe colpito la parte posteriore della Toyota.
E’ rimasto – come usa dire – con il dito “incollato” al grilletto.
Sa qual è stata la “negligenza” di quei poveri afgani? Quella d’essere dei semplici cittadini e non dei guerriglieri, perché quelli – se vogliono – vi fanno a pezzi, da lontano e con un semplice razzo RPG.
Hanno fatto fuori, con gli stessi mezzi, i Merkawa israeliani in Libano: vuole che ci mettano tanto? Ragioni, generale, invece di “spararle” sulle agenzie.
Adesso – caro il mio generale – per colpa della sua negligenza e della spocchia che avete nel sangue (cosa ci facevano, le palmette dell’Afrika Korp germanico, sulle nostre jeep in Afghanistan?), ci tocca contare pure il cadavere di una bambina di tredici anni.
E le dico “ci” tocca perché lei ha cucita sulla divisa una bandiera, la nostra bandiera, quella dell’Italia che all’art. 11 della sua Costituzione “rifiuta la guerra”.
Che è la bandiera di tutti noi, non solo di chi è in missione “di pace”.
Perciò, generale, si vergogni perché ha gettato discredito e vergogna non tanto su di lei – francamente, ce ne potesse fregare di meno – quanto sulla nostra bandiera, che tutti ci rappresenta.
Lo rammenti: tutti.
E, soprattutto, non cerchi di mascherare la vergogna con dei mezzucci perché – ricordi – si pecca in pensieri, parole, opere ma anche in omissioni.

(1) Fonte: Repubblica, 3 Maggio 2009, http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/esteri/afghanistan-13/italiani-bambina/italiani-bambina.html

domenica 3 maggio 2009

Sri Lanka: guerra totale

Continua senza sosta la guerra tra esercito dello Sri Lanka e i guerriglieri delle Tigri Tamil. La missione dei ministri degli Esteri di Francia e Inghilterra dei giorni scorsi è infatti fallita totalmente.

Si è saputo oggi che l'esercito ha bombardato una zona abitata da soli civili, in cui si trova un ospedale da campo.
Novantuno le persone morte. La notizia e' stata data alla Bbc da due medici dell'ospedale, i quali hanno precisato che il bombardamento a Mullivaikal e' avvenuto in due giornate consecutive: sabato sono morte 64 persone, pazienti, familiari e personale sanitario. Ottantasette persone sono rimaste ferite.

Altre 27 persone sono state uccise dai bombardamenti del giorno precedente. L'esercito smentisce di aver colpito l'ospedale e fa ovviamente ricadere la colpa sulle Tigri Tamil, che avrebbero compiuto attacchi suicida.

Una guerra fratricida a 360 gradi senza fine.


Sri Lanka, guerra senza tregua
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 30 aprile 2009

La missione diplomatica in Sri Lanka dei ministri degli Esteri britannico e francese, David Miliband e Bernard Kouchner, non è riuscita a convincere il presidente Mahinda Rajapakse a concedere una tregua umanitaria alle Tigri tamil per consentire l'evacuazione dei 50 mila civili ancora intrappolati nella zona di conflitto.

Il presidente: occidentali ipocriti e ingenui. "Non ci sarà nessun cessate-il-fuoco", ha dichiarato Rajapakse dopo la partenza dei due diplomatici. "Gli occidentali cercano di fare pressione su di noi usando l'argomento dei civili: ma perché non vanno a vedere cosa hanno fatto e stanno facendo loro in Iraq e Afghanistan? Se io ho detto che non stiamo usando armi pesanti e bombardamenti per non mettere a rischio i civili, significa che è così. Ma questi inviati stranieri sono pronti a credere alla propaganda di un'organizzazione terroristica".

Ma le immagini e le notizie che giungono dalla zona dei combattimenti dimostrano che le forze armate di Colombo - che domenica avevano annunciato che non avrebbero più usato ‘armi pesanti' - stanno continuando a bombardare dal cielo, dal mare e dalla terra i cinque chilometri di spiaggia a nord di Mullaitivu rimasti in mano ai guerriglieri dell'Ltte.

I bombardamenti non si fermano. Un video diffuso dalle Tigri tamil mostra i caccia governativi che lunedì 27 aprile sganciavano bombe sulla cosiddetta ‘Safe Zone'. Alle 6 di pomeriggio, sempre secondo le Tigri tamil, sono iniziati i bombardamenti di artiglieria, proseguiti senza sosta tutta la notte, fino alle 11 del mattino seguente: in diciassette ore almeno 2.600 razzi, 2 mila proiettili di mortaio e mille cannonate, sparate anche dalle navi della marina militare, sono piovute sulle tendopoli tra le palme, uccidendo 272 civili e ferendone altre centinaia.

Impossibile confermare queste notizie, vista l'assenza in loco di giornalisti e osservatori indipendenti. Anche se le immagini delle esplosioni sulla spiaggia confermano il bombardamento sugli sfollati.
Ieri mattina, mercoledì, i guerriglieri avrebbero raccolto altri 160 cadaveri di civili. E nel pomeriggio, attorno alle 16, i bombardamenti, da terra e dal mare, sarebbero ricominciati, uccidendo altri 150 civili e colpendo anche l'unico ospedale da campo rimasto: il bilancio fornito ieri sera dall'Ltte parla di almeno nove pazienti uccisi e quindici feriti.

Uccisi 6.432 civili, 150 mila profughi maltrattati. Le Nazioni Unite, non le Tigri tamil, hanno contato 6.432 civili tamil uccisi tra il 20 gennaio e il 20 aprile, ovvero più di settanta ogni giorno. Ora che la densità di sfollati è aumentata (50 mila ammassati in otto chilometri quadrati), le cifre fornite quotidianamente dall'Ltte potrebbero anche essere verosimili.

Non se la passano meglio i 150 mila civili tamil scappati nelle ultime settimane dalla zona di conflitto e finiti nei ventiquattro campi d’accoglienza allestiti e gestiti dall’esercito, dove, secondo il sito filo-ribelle TamilNet, i profughi vengono trattati “come i prigionieri dei campi di concentramento nazisti”: “Le condizioni igieniche – denuncia il sito – sono disumane, il cibo viene lanciato ai profughi come ai cani, e la gente è costretta a correre. Nel campo di Menik, a Vavuniya, due bambini sono morti schiacciati nella calca. Sessanta profughi sono già morti per malattie. E almeno trecento giovani sono stati forzosamente arruolati nell’esercito”. Precedentemente erano già stati denunciati maltrattamenti, torture e sparizioni. Nesso può uscire dai campi, salvo gli ultrasessantenni che hanno parenti in zona.

sabato 2 maggio 2009

Gli interrogativi intorno al viaggio di Ratzinger in Israele

Tra poco più di 10 giorni inizierà il viaggio di Ratzinger in Israele. Ma il 26 Aprile scorso i servizi segreti israeliani hanno avvertito che un momento critico per la sua sicurezza potrebbe verificarsi durante la tappa di Nazareth, il 14 maggio.

Secondo il quotidiano Haaretz, i servizi israeliani considerano insufficiente la vettura che dovrebbe usare Ratzinger, la "papamobile" scoperta. Per lo Shin Bet nelle ultime settimane in ambienti musulmani radicali è stata espressa ostilità alla presenza del Papa e inoltre in quel giorno i palestinesi ricorderanno la Giornata della Nakba, la "Catastrofe", cioè la costituzione di Israele nel 1948.

Nelle settimane scorse il Movimento islamico in Israele (Frazione settentrionale, dello sceicco Raed Sallah) aveva pubblicato un documento in cui affermava che il Papa non è il benvenuto per via del suo discorso di Ratisbona nel 2006.

Ma il Movimento islamico aveva anche chiarito che si limiterà ad ignorare la visita senza contrastarla, a differenza invece del Mufti di Gerusalemme, massimo dirigente islamico dei palestinesi, che riceverà Ratzinger nella Spianata delle Moschee di Gerusalemme.

Qui di seguito si avanzano delle ipotesi relative però alla visita che Ratzinger farà a Betlemme il 13 Maggio e alla simbologia legata a questa data.


Un possibile attentato al Papa?

di Solange Manfredi - paolofranceschetti.blogspot.com - 1 Maggio 2009

Stiamo vivendo un periodo storico molto delicato, in cui si stanno giocando partite importanti per i c.d. “equilibri occulti”.

Queste partite, come ci insegna la storia, vengono giocate dai centri del potere senza esclusione di colpi (collusioni criminali, formazione di apparati segreti, operazioni terroristiche, ecc..).

Il terribile gioco prevede anche, e sempre, l'eliminazione di personaggi scomodi, pericolosi o, semplicemente, strumentali per la realizzazione del progetto.

Fatta questa premessa, ciò che in questi giorni mi domando è: La partita che oggi si sta giocando prevede un nuovo attentato al Papa da compiersi il 13 maggio a Betlemme?

La mia domanda nasce dall'analisi di alcuni fatti, e dalla constatazione di alcune coincidenze.

Vediamo quali.

Dal giorno della sua elezione al soglio Pontificio tre sono stati i problemi che, maggiormente, hanno coinvolto la figura di Benedetto XVI:

1. Nazismo: Le ombre sulla adesione di Benedetto XVI al nazismo;

2. Ratisbona: Il discorso tenuto dal Santo Padre, nel settembre del 2006 a Ratisbona. Discorso che provocò un vero e proprio incidente diplomatico con la comunità mussulmana.

3. Lefebvriani: La revoca della scomunica ai vescovi scismastici ‘lefebvriani’ Bernard Fellah, Alfonso de Gallareta, Tissier de Mallerais e Richard Williamson. Proprio quest'ultimo vescovo, infatti, ha fatto parlare molto di sé nell'ultimo anno. Prima per l'intervista rilasciata al settimanale cattolico britannico Catholic Herald, in cui aveva difeso l'esistenza dei cosiddetti ''Protocolli dei Savi di Sion'. Successivamente per aver negato, in una intervista TV, la realtà dell'Olocausto. In ultimo P. Franz Schmidberge, superiore per la Germania della Fraternita' Sacerdotale San Pio X, il gruppo fondato da mons. Lefebvre, in una lettera circolare inviata a Natale, ha scritto: ''gli ebrei di oggi partecipano della colpa di deicidio, fino a quando non prenderanno le distanze dai loro predecessori credendo nella divinità' di Gesù' Cristo''.

Questi “incidenti” (se provocati o meno non si sa) hanno rischiato di danneggiare pesantemente il Santo Padre, regalandone un'immagine che ben si è prestata ad attacchi, polemiche e giudizi non troppo lusinghieri.

Ma Ratisbona, Lefebvriani e Nazismo (oltre, naturalmente, alla data del 13 maggio, data di grande importanza simbolica), compaiono anche negli attentati subiti da Papa Giovanni Paolo II.

Vediamo dove:

13 MAGGIO

13 maggio 1981, in Piazza San Pietro, il killer turco Ali Agka ferisce gravemente Papa Giovanni Paolo II.

Il 13 maggio 1982, durante il pellegrinaggio di ringraziamento a Fatima, un attimo prima che riesca a colpire il Santo Padre con una baionetta lunga 37 centimetri che nasconde sotto la tonaca, viene fermato il prete spagnolo Juan Fernández Krohn.

In entrambe i casi il giorno scelto per l'attentato è il 13 maggio, perché?

Il 13 maggio è la ricorrenza della prima apparizione della Madonna, a Fatima, nel 1917.

Secondo alcuni storici (P. Montero e Ildebrando Santangelo) le apparizioni della Madonna a Fatima avvennero principalmente contro la massoneria, vista la violenta, antica e radicale ostilità dell'associazione esoterica contro la Chiesa nella rivendicazione cattolica delle apparizioni di Fatima

“...sotto la presidenza di Theophilo Braga, andava realizzando una politica accentuatamente anticattolica. Molti gesuiti furono espulsi dal paese, i conventi chiusi e confiscati i loro beni. Fu abolito l’insegnamento della religione; e approvata la separazione della Chiesa cattolica dallo Stato....I pastorelli vennero sequestrati, vi furono profanazioni, saccheggi, processioni parodistiche, misure politiche dirette a ostacolare i pellegrinaggi. Nella notte del 6 marzo 1922, a Fatima i massoni fecero saltare con la dinamite la piccola cappella eretta sul luogo delle apparizioni"(1).

FATIMA. Miracolo cattolico o mussulmano?

Se per noi occidentali non vi sono dubbi circa la matrice cattolica delle apparizioni di Fatima in Portogallo, è anche vero che l’Islam ha, da tempo e pubblicamente, rivendicato il miracolo come un fatto religioso musulmano. Fatima, infatti, non è un nome cristiano, il paese adottò questo nome durante la dominazione araba del XII secolo.

Secondo i mussulmani, dunque, sarebbe stata Fatima, la figlia del profeta dell'Islam Muhammaa, ad apparire ai pastorelli, non la Madonna.

GLI ATTENTATORI

Ali Agca.

Il Killer Turco Agca, estremista di destra (scriveva poesie che esaltavano Hitler e il nazismo), mussulmano, fanatico, con una sorella di nome Fatima, disse di aver agito per volere “superiore”.

Sulla base di riscontri svolti a livelli bancari, il killer turco appariva collegato con i vertici della massoneria.

Nello specifico:
“....nelle indagini svolte dalla magistratura di Trento nel 1983 furono indicate le banche sulle quali doveva avvenire il pagamento dei tre milioni di marchi promessi ad Ali Agka per l’attentato al Papa... In questo diverso e più ampio quadro di lettura, sarà bene ricordare quanto risultava descritto in alcuni atti di quel processo, dove, attraverso un’analisi sugli istituti di credito relativa al commissionamento dell’attentato ad Ali Agka, si evidenziava il ruolo di uno dei più potenti oligarchi tedeschi, e precisamente il principe Johannes von Thurn und Taxis, ostile al Papa e alto esponente della massoneria di rito scozzese (33° grado), come tradizionalmente lo era stata la sua famiglia nel secolo scorso"(2).

In ultimo, la famiglia dell’ex casa reale portoghese, i Braganza, era imparentata proprio con quella dei Thurn und Taxis di Regensburg (Ratisbona).

Juan Fernández Krohn

Krohn, il cittadino spagnolo trentaduenne che il 13 maggio 1982 attentò alla vita di Papa Giovanni Paolo II a Fatima, fu ordinato sacerdote da monsignor Lefebvre nel 1978.

Krohn, dopo aver lasciato l’area legata al vescovo Lefebvre, era entrato a far parte del gruppo religioso cultista «Tradizione, Famiglia, e Proprietà» (Tfp),

I riferimenti che nell’attentato al Papa del 1981 riconducono alla famiglia del massone von Thurn und Taxis, si ritrovano anche in ordine al secondo attentato, avvenuto lo stesso giorno dell’anno seguente, il 13 maggio 1982 a Fatima da parte del prete ultrà spagnolo Juan Fernández Krohn – questi infatti, prima dell'attentato - avrebbe trascorso un periodo di tempo nel monastero di Ratisbona, controllato e gestito dall’allora ottuagenario padre Emmeran, membro della famiglia dei Thurn und Taxis"(3).

NAZISMO.

Alcuni membri della famiglia Thurn und Taxis li troviamo nella organizzazione segreta denominata società Thule, fondata nel 1918 dal barone von Sebottendorf, che contribuì alla creazione del partito nazista.

La società Thule è una organizzazione: “a carattere cospirativo che si estende in tutto il mondo e che opera in contatto con altri gruppi estremisti, come l’Armata blu di Fatima e quella più fanatica denominata Tradizione, Famiglia e Proprietà (Tfp)”(4).

Secondo questa organizzazione il territorio del mondo intero deve essere suddiviso tra i discendenti delle vecchie oligarchie, con una organizzazione di tipo feudale, ben diversa da quella degli Stati nazionali contemporanei.

ANGELI E DEMONI.

In ultimo, è il caso di segnalare come l'atteso film “Angeli e Demoni”, tratto dal romanzo di Dan Brown, uscirà in anteprima mondiale in Italia proprio il 13 maggio, mentre nel resto del mondo l'uscita è prevista per il 15 maggio.

Il romanzo, come è noto, è ambientato in Vaticano durante la preparazione, a seguito della morte del Papa, del conclave.

CONCLUSIONE

Dunque, abbiamo visto come Ratisbona, Portogallo, massoneria, nazismo e Lefreviani compaiano nell'organizzazione del complotto che ha portato agli attentati a Papa Giovanni Paolo II.

Per il giudice Carlo Palermo, che sull'argomento ha scritto un libro “Il Papa nel mirino”, l'organizzazione dell'attentato: "….sarebbe stata però diretta, aiutata, assistita, da una pluralità di soggetti interessati – anche se talora tradizionalmente contrapposti –, «uniti», nell’occasione, dal comune obiettivo della eliminazione del Papa, e facilitati, nel raggiungimento delle convergenze, dalla rete occulta della massoneria, e cioè di quella organizzazione segreta trasversale garantita dalla massima segretezza e omertà, che tutela la sua stessa sicurezza e libertà d’azione, non consentendo nemmeno ai propri associati – a livello orizzontale –, di conoscersi direttamente (5).

Proprio per questo raccordo operato dalla massoneria, per il giudice Carlo Palermo:

"I particolari «significati» e le numerose «simbologie»..... non possono, in questa prospettiva, essere trascurati (6).

La domanda è: se, come affermato dal giudice Carlo Palermo, significati e simboli non possono essere trascurati nell'indagine di un complotto reso possibile dalla rete occulta della massoneria, possono essere trascurate le coincidenze su descritte tra gli attentati a Papa Giovanni Paolo II e i problemi occorsi, nel corso del suo pontificato, a Benedetto XVI?

E' un caso che l'importante incidente diplomatico con il mondo mussulmano (cui gli strascichi sono ancora presenti) sia avvenuto a Ratisbona?

E' un caso che, appena tolta la scomunica ai vescovi lefvriani, questi abbiano rilasciato dichiarazioni così imbarazzanti proprio contro gli ebrei e l'olocausto?

E' un caso che, subito dopo la sua elezione al soglio pontificio, Benedetto XVI sia stato accusato di aver aderito al partito nazista?

E' un caso che la visita alla Grotta della natività a Betlemme sia il 13 maggio, ricorrenza della prima apparizione a Fatima, apparizione rivendicata dal mondo mussulmano?

E' un caso che il film “Angeli e Demoni” esca, in prima mondiale in Italia, proprio il 13 maggio?

Nei giorni scorsi servizi segreti israeliani hanno lanciato l'allarme: “L'incolumità del Papa, durante il viaggio in Terra Santa, è a rischio”.

Ciò non deve destare sorpresa se si pensa quali e quante simbologie, per fanatici ed esaltati, potrebbe avere un attentato a Benedetto XVI il 13 maggio a Betlemme.

Le domande da porsi in questo scenario, però, sono due:

1. Visto che le organizzazioni esoteriche comunicano con i simboli, è possibile che i problemi occorsi a Benedetto XVI, nel corso del suo pontificato, siano stati organizzati ad hoc e avessero chiari significati per chi li poteva capire? E se si, quali?

2. In un eventuale attentato a Benedetto XVI, siamo sicuri che i mandanti e gli esecutori sarebbero gruppi terroristici esaltati? O dietro, come successo per l'attentato a Papa Giovanni Paolo II e come scritto dal giudice Rosario Priore nella sentenza sui mandanti, potrebbero esserci, anche in questo caso, “entità statuali"?(7)


Note:

(1) Carlo Palermo, Il Papa nel mirino, Ed. Riuniti

(2) Carlo Palermo, Il Papa nel mirino, Ed. Riuniti: “Il principe Johannes, all’epoca dell’attentato del 1981, era presente nel consiglio di amministrazione della Banca di Monaco, Bayerischer Vereinsbank, e ne controllava il 15% del pacchetto azionario. Sia questa che la filiale londinese, laUnion Bank of Bavaria, erano state segnalate nell’inchiesta trentina relativamente al deposito di tre milioni di marchi da parte del mafioso turco Bekir Celenk, i tre milioni promessi ad Ali Agka per l’attentato al Papa.
La Bayerischer Vereinsbank rappresentava la più stretta connessione bancaria con la Bulgarian Foreign Trade Bank, considerata il polmone finanziario di diverse operazioni sporche.
Significativo, in particolare, appariva il fatto che una sua filiale fosse la Litex Bank (con sede in Beirut), azionista della Biblos Bank, cui apparteneva il potente esponente della falange Camille Chamoun, già presidente della repubblica libanese.
A detta delle fonti, la Biblos e la Litex rappresentavano una importante connessione tra l’est e l’ovest per il riciclaggio di denaro sporco proveniente dai traffici di droga libanesi e per i contatti con gli esponenti politici della Falange e dei Servizi segreti orientali".


(3) Carlo Palermo, Il Papa nel mirino, Ed. Riuniti

(4) Carlo Palermo, Il Papa nel mirino, Ed. Riuniti

(5) Carlo Palermo, Il Papa nel mirino, Ed. Riuniti

(6) Carlo Palermo, Il Papa nel mirino, Ed. Riuniti

(7) Sentenza Rosario Priore: "...…tale delitto fu il risultato di un complotto di alto livello, e cioè che a monte dell’esecuzione, anzi degli esecutori materiali vi furono organizzatori ed entità con ogni probabilità statuali… tutti i Servizi, non solo quelli dei grandi Stati, si siano occupati di un fatto così grave e unico nella storia degli ultimi secoli…tutti, però, con l’obiettivo di impedire, una volta consumatosi il delitto, l’accertamento della verità, e così agendo.... quelle entità sono comunque riuscite a distruggere prove vere, fabbricarne di false, e a chiudere la bocca a tanti che sapevano la verità….”

venerdì 1 maggio 2009

Le relazioni pericolose tra NATO e Russia













È durata un giorno la ritrovata intesa NATO-Russia dopo otto mesi di relazioni sospese in seguito al conflitto russo-georgiano dello scorso agosto.
Il giorno dopo la prima riunione del consiglio NATO-Russia a livello di ambasciatori, l'Alleanza atlantica ha infatti espulso due diplomatici russi come rappresaglia dopo la condanna in Estonia - dodici anni e mezzo per spionaggio - di Herman Simm, ex capo del Dipartimeno Sicurezza del ministero della Difesa estone.

Secondo il tribunale dell'Estonia, Simm avrebbe trasmesso a Mosca tra il 1995 e il 2008 più di 2 mila documenti segreti sulla politica di difesa, le relazioni militari esterne e il sistema di informazione dell'Estonia.
Mentre entrambi gli espulsi, che facevano parte della missione russa presso la NATO, avrebbero lavorato come agenti di Mosca nell'UE, anche se non sarebbero implicati nel caso di spionaggio estone.

Ovviamente l'ambasciatore russo presso la NATO, Dimtry Rogozin, ha subito dichiarato "È una provocazione. La decisione è stata presa da chi vuole interrompere il desiderio dei presidenti di Usa e Russia di stabilire buone relazioni". Secondo Rogozin l'accusa di spionaggio nei confronti di due diplomatici russi espulsi "è semplicemente assurda".

I due espulsi sono Victor Kochukov, in servizio alla missione russa presso la NATO dal 2003, e Vasili Chizhov, figlio del rappresentante russo presso la UE a Bruxelles.

Ma le tensioni diplomatiche tra NATO e Russia non si limitano solo a questo.
Il portavoce della NATO, James Appathurai, ha affermato che gli accordi di difesa militare delle frontiere delle repubbliche di Ossezia del Sud e Abkhazia, firmati giovedì dalla Russia, "violano chiaramente" il cessate il fuoco con la Georgia mediato dall’UE.

Mosca infatti da ieri ha assunto il controllo formale dei confini tra la Georgia e le due repubbliche separatiste, con il presidente russo Medvedev che ha tracciato personalmente i confini.

Questa nuova polemica tra NATO e Mosca arriva una settimana prima dell'inizio delle esercitazioni che la NATO terrà in Georgia dal prossimo mercoledì fino al primo giugno e a cui parteciperanno circa 400 soldati.
Medvedev ha definito ieri queste esercitazioni una "provocazione e un incoraggiamento a Tbilisi perchè si riarmi", aggiungendo che "non è Mosca ma la Nato a violare i sei principi della tregua", siglata il 12 agosto e l'8 settembre del 2008.
Appathurai gli ha replicato dicendo che "La retorica russa non ha legami con la realtà".

Ma organizzare un'esercitazione NATO in quella zona senza provocare una risentita reazione russa non significa ugualmente avere ben pochi legami con la realtà?



L'Occidente intrappola la Russia nel cortile di casa
di M.K. Bhadrakumar - Asia Times - 25 Aprile 2009
Traduzione di Manuela Vittorelli per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica.

Normalmente non dovrebbe essere difficile premere il bottone di reset. Però sono trascorsi due mesi da quando il vice presidente degli Stati Uniti ha proposto di fare esattamente questo.

Nel suo discorso di febbraio alla conferenza di Monaco, Biden aveva proposto di premere il bottone per resettare le relazioni USA-Russia. Tuttavia, nonostante i molti segnali positivi e un complessivo abbassamento dei toni retorici, i gesti sono stati finora soprattutto simbolici.
In Eurasia tutto fa pensare al contrario. Il Grande Gioco sta riprendendo slancio. Il crollo dei prezzi del petrolio ha complicato la ripresa economica russa, e questo a sua volta può turbare le dinamiche del processo di integrazione – politico, militare ed economico – condotto da Mosca nello spazio post-sovietico.

I diplomatici statunitensi stanno perlustrando la regione alla ricerca di occasioni per causare screzi tra Mosca e le capitali regionali. Il Tagikistan, uno degli alleati più fedeli della Russia, è decisamente diventato più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. L'Uzbekistan sta ancora una volta nicchiando, il che suggerisce che è aperto al maggior offerente. Ma il Turkmenistan potrebbe essere il gioiello della corona della diplomazia statunitense nella regione.

Gli sforzi diplomatici concertati degli Stati Uniti hanno cominciato ad allontanare Ašgabat dalla sfera di influenza russa e dunque a incrinare le speranze dei russi di realizzare nuovi gasdotti per il mercato europeo. Al contempo c'è anche il chiaro proposito di sviluppare una rotta di rifornimento settentrionale verso l'Afghanistan attraverso il Caucaso e il Caspio escludendo il suolo russo. Benché la cooperazione russa sia gradita, gli Stati Uniti non permetteranno che la loro vulnerabilità in Afghanistan venga sfruttata per assecondare gli interessi russi in Europa.

Ora come ora, Mosca mantiene la calma. Innervosendosi farebbe il gioco dei fautori della linea dura a Washington. Mosca ha tenuto i nervi saldi agli inizi di aprile di fronte al tentativo di orchestrare una “rivoluzione colorata” in Moldova per deporre il governo democraticamente eletto amico di Mosca. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ammonito che gli Stati Uniti e la Russia non dovrebbero “costringere” le ex repubbliche sovietiche a scegliere tra l'alleanza con Washington o con Mosca, né dovrebbero esserci “fini nascosti” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. “È inammissibile metterle [le ex repubbliche sovietiche] di fronte a una falsa scelta, con noi o contro di noi. Questo porterebbe a una lotta ancor più grande per le sfere di influenza”, ha osservato Lavrov.

L'attenzione al momento si appunta su Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer, l'esercitazione militare che l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) intende effettuare dal 6 maggio al 1° giugno in Georgia. L'esercitazione è mirata al miglioramento dell'“interoperabilità” tra la NATO e i paesi alleati. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno orchestrato l'iniziativa per farla apparire come una reiterazione degli impegni sicuritari dell'Occidente nei confronti del regime georgiano. In questo caso gli Stati Uniti hanno faticato a convincere gli alleati della NATO a partecipare. La Germania e la Francia, contrarie a provocare inutilmente la Russia, hanno declinato l'invito.

Un'esercitazione militare NATO nel clima incandescente del Caucaso è effettivamente una scelta discutibile. La Russia la vede come un furtivo tentativo di Washington di coinvolgere la NATO nella sicurezza della Georgia e come una strisciante espansione dell'alleanza nel Caucaso. Di fatto devono ancora essere assimiliate le conseguenze geopolitiche del conflitto dello scorso agosto.

Mosca ha reagito annullando l'incontro tra i capi di stato maggiore della Russia e della NATO programmato per il 7 maggio. Questa reazione piuttosto blanda ha deluso i fautori della linea dura a Washington. Gli analisti russi hanno sottolineato che l'esercitazione militare costituisce un tentativo consapevole di viziare l'atmosfera in vista della visita a Mosca del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, programmata per il mese di giugno.

Il Presidente Dmitrij Medvedev ha espresso in forma pacata il proprio disappunto. Ha detto: “È una decisione sbagliata e pericolosa... [che] crea il rischio che sorga ogni genere di complicazioni... perché questo tipo di azioni ha a che fare con prove di forza e con il rafforzamento militare, e questa decisione appare miope considerato quanto è tesa la situazione nel Caucaso... Seguiremo attentamente gli sviluppi e se necessario prenderemo delle decisioni”.

Mosca dunque preferisce mantenere la questione strettamente a livello di relazioni Russia-NATO. Non si sa ancora se Lavrov sceglierà di discuterne con la sua controparte statunitense Hillary Clinton quando il 7 maggio si incontreranno per preparare il programma della visita di Obama a Mosca.

Nel frattempo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha dichiarato pubblicamente che la reazione di Mosca non influirà sul transito sul suolo russo dei rifornimenti per le truppe NATO in Afghanistan. “Non ritengo che rientrerà tra le possibili ritorsioni. Non abbiamo mai messo in dubbio l'importanza dei transiti di [merci NATO], neanche durante la guerra [nel Caucaso lo scorso agosto]. È una questione di interessi strategici in cui abbiamo un nemico in comune”, ha detto Rogozin.

La posizione di Mosca è attenta a far sì che Washington non abbia scuse per lamentarsi della cooperazione russa sull'Afghanistan. E questo mentre gli Stati Uniti perseguono il consolidamento di una rotta di transito verso l'Afghanistan dal Mar Nero attraverso la Georgia e l'Azerbaigian e il Turkmenistan: una rotta che esclude la Russia. La merce giunta in Turkmenistan può attraversare il confine con l'Afghanistan occidentale o passare per l'Uzbekistan e il Tagikistan, anch'essi confinanti con l'Afghanistan. Dunque la diplomazia statunitense si è concentrata sui tre paesi centroasiatici – Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan – accessibili dal Mar Nero, aggirando completamente la Russia.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di transito con il Tagikistan. Un accordo simile è stato firmato lo scorso mese con l'Uzbekistan e sono in corso consultazioni con il Turkmenistan. L'assistente Segretario di Stato americano Richard Boucher ha discusso la possibilità di di sorvolo e di transito terrestre durante un incontro con il Presidente turkmeno Gurbanguli Berdymukhamedov ad Ašgabat il 15 aprile scorso.
Questi sviluppi prendono forma sullo sfondo di un complessivo indebolimento della posizione russa in Asia Centrale. Il crollo dei prezzi del petrolio e la generale crisi economica in Russia evidentemente ostacolano la capacità della Russia di affermare la propria leadership nella regione.

La diplomazia statunitense è riuscita in qualche misura ad allentare i legami della Russia con l'Uzbekistan e il Tagikistan. L'Uzbekistan non ha preso parte a due incontri regionali importanti per i processi di integrazione della Russia: il vertice dei ministri degli esteri della CSTO, l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della scorsa settimana a Erevan e la conferenza sull'Afghanistan della SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, svoltasi lo scorso mese a Mosca.

La “defezione” di Taškent sarebbe davvero un bel successo per Washington e resusciterebbe la strategia della “Grande Asia Centrale” mirata a ridurre l'influenza russa (e cinese) nella regione.

Al momento, tuttavia, la diplomazia statunitense appunta grandi speranze sul Turkmenistan. Washington intravede una finestra di opportunità nella misura in cui la cooperazione energetico russo-turkmena, che costituisce la spina dorsale dei rapporti tra i due paesi, è entrata in difficoltà. Essenzialmente gli Stati Uniti sperano di spezzare il controllo della Russia sulle esportazioni di gas turkmeno e di disturbare i piani russi di alimentare con il gas turkmeno il progettato gasdotto South Stream. Gli Stati Uniti stanno cercando di circuire Ašgabat per farla entrare nel progetto rivale del gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia e contribuirà alla diversificazione delle forniture energetiche europee.

Che la leadership turkmena decida effettivamente di cedere alle lusinghe americane è però un'altra storia. I turkmeni hanno fiuto per il commercio, e devono molto gradire la crescente rivalità tra USA e Russia che non mancheranno di sfruttare per strappare alla Russia (e alla Cina) le condizioni più favorevoli. Sia come sia, l'instancabile martellamento statunitense sta erodendo la posizione della Russia.

Solo un anno fa la Russia proponeva di pagare prezzi europei ai paesi produttori di petrolio dell'Asia Centrale. Oggi Gazprom non può più permettersi questi contratti d'acquisto per tutta una serie di fattori, come la diminuzione della domanda europea di energia a causa della recessione economica e il crollo dei prezzi dell'energia.

Gazprom si trova in una situazione difficile. Con il crollo della domanda in Europa l'importazione del gas turkmeno comincia a non avere senso. Ma la Russia non può neanche interrompere le forniture turkmene. Quando la domanda ricomincerà ad aumentare – e prima o poi succederà – la Russia avrà nuovamente un gran bisogno del gas turkmeno. Il quotidiano Kommersant' ha commentato: “Nel medio termine Ašgabat non ha un'alternativa a Gazprom per l'acquisto o il trasporto del gas... Ovviamente si raggiungerà qualche tipo di compromesso per cercare una via d'uscita. Ma indipendentemente dall'esito le relazioni Mosca-Ašgabat non saranno più le stesse”.

I diplomatici statunitensi stanno facendo il possibile per far capire ai produttori di energia dell'Asia Centrale che non è saggio confidare nella Russia e che la cosa giusta da fare sarebbe acquisire l'accesso diretto al mercato internazionale senza la mediazione russa. Queste argomentazioni sembrano assumere un peso sempre maggiore ad Ašgabat. La firma di un memorandum di intesa, il 16 aprile, tra il Turkmenistan e la compagnia energetica tedesca Rheinisch-Westfaelische Elektrizitaetswerk (RWE) per il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa e i diritti di esplorazione nel Caspio segnala una nuova direzione nella mentalità turkmena.

La RWE è il maggiore produttore e fornitore di energia e il secondo fornitore di gas della Germania. Fa parte del consorzio internazionale che spera di costruire il gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia trasportando il gas dall'Azerbaigian all'Europa attraverso la Turchia. L'accordo con la RWE è il primo del Turkmenistan con una grande compagnia energetica occidentale. In base a quell'accordo la RWE fornirà la propria consulenza per individuare le opzioni di esportazione del gas turkmeno verso la Germania e l'Europa. Inoltre la RWE esplorerà e svilupperà i giacimenti di gas sulla piattaforma continentale del Turkmenistan nel Mar Caspio.

Dal punto di vista occidentale, l'accordo RWE-Turkmenistan non sarebbe potuto giungere in un momento migliore. La decisione turkmena senza dubbio ridà slancio a Nabucco, liquidato dalla Russia come un sogno a occhi aperti. Si prevede che al vertice dell'Unione Europea del 7 maggio a Praga verrà raggiunta la decisione definitiva sull'attuazione del progetto Nabucco. Con la possibilità di assicurarsi le forniture di gas turkmeno per il Nabucco, se il vertice dell'UE formalizzerà il progetto, l'Europa avrà compiuto un grande passo verso la diversificazione delle sue fonti di energia e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Dunque il Nabucco è profondamente rilevante per il futuro delle relazioni tra la Russia e l'Occidente.

Ci si attende che il vertice del 7 maggio dell'Unione Europea trasformi la geopolitica eurasiatica anche in altre direzioni. Il summit lancerà la nuova politica di “Partenariato orientale” dell'UE, che coinvolgerà sei ex repubbliche sovietiche – Ucraina, Bielorussia, Moldova, Georgia, Azerbaigian e Armenia – con la malcelata intenzione di accrescere l'influenza di Bruxelles in questi paesi a scapito di Mosca. L'Unione Europea non intende offrire l'ingresso nel proprio assetto alle ex repubbliche sovietiche, ma nello stesso tempo vorrebbe prenderle politicamente sotto la propria ala.

Il “Partenariato orientale” è concepito molto ingegnosamente per fare in modo che attraverso scambi commerciali, viaggi e aiuti economici l'Unione Europea garantisca una maggiore integrazione delle ex repubbliche sovietiche senza essere costretta ad accettarle come membri a tutti gli effetti.

L'UE continua a contare sul fatto che le ex repubbliche sovietiche trovino le offerte di Bruxelles molto più allettanti dei processi di integrazione concepiti a Mosca. In termini strategici, la ragion d'essere del “Partenariato orientale” dell'Unione Europea è contrastare l'influenza della Russia nella propria sfera di influenza, il cosiddetto “estero vicino”: per questo lavora efficacemente in tandem con l'allargamento a est della NATO.