venerdì 8 maggio 2009

Il fil rouge tra Pakistan e Afghanistan

Mentre il presidente afghano Karzai era a Washington per un vertice alla Casa Bianca con Obama e il presidente del Pakistan Zardari, continuavano a piovere bombe USA e NATO su entrambi i Paesi con conseguenti stragi di civili.

Tra lunedì e martedì, secondo quanto riferito dal portavoce della Croce Rossa Jessica Barry e confermato dalla stessa polizia afghana e dalle autorità di governo, ci sono stati oltre cento morti e un intero villaggio distrutto nella provincia di Farah, in Afghanistan. Tra le macerie, la stragrande maggioranza dei corpi appartiene a donne e bambini. E Karzai ha dovuto ordinare un’inchiesta su questi bombardamenti aerei.

Nel frattempo, in Pakistan , si è aperto un vero e proprio fronte di guerra nella regione di Swat. L'esercito pakistano ha infatti avviato due operazioni militari per sottrarre la valle al dominio militare dei taleban. Secondo quanto riferito da fonti militari, negli scontri sarebbero rimasti uccisi 64 guerriglieri, mentre dai villaggi è cominciata la fuga di migliaia di civili.

Almeno 40.000 persone hanno infatti lasciato l'area intorno a Mingora, la più importante città della regione. Il governo pakistano si aspetta un esodo di 800.000 persone e ha già allestito delle tendopoli per ospitarli.

Qui di seguito si cerca di capire cosa sta effettivamente avvenendo in quella zona, aldilà delle quasi quotidiane stragi di civili innocenti commesse con le bombe dall'alto, con l'artiglieria ma anche con i coltelli.


Pakistan, pietre più preziose dei civili

di Enrico Piovesana - Peacereporter - 6 Maggio 2009

Ieri pomeriggio è scattato l'attacco dell'esercito pachistano contro Mingora, il capoluogo del distretto di Swat, da mesi sotto controllo dei talebani. Una pioggia di cannonate e missili che ha gettato nel panico la popolazione locale, precipitosamente fuggita a bordo di auto, furgoni, bus e carri. Almeno 40 mila persone sono scappate nelle ultime ventiquattro ore, andandosi ad aggiungere agli altri 35 mila sfollati fuggiti nei giorni scorsi dagli distretti in cui si combatte.

"Là è guerra totale, i razzi cadono senza tregua. Siamo scappati solo con i vestiti che avevano addosso e con la fede in Dio", ha raccontato ai giornalisti Laiq Zada, 33 anni, appena arrivato in uno dei campi profughi allestiti dal governo.

La battaglia di Mingora. Dopo una nottata di bombardamenti e furiosi combattimenti, costati la vita ad almeno quarantacinque talebani, trentacinque civili e due soldati, le truppe governative hanno dichiarato che i ribelli si sono ritirati e che l'esercito ha ripreso il controllo della città e soprattutto della famosa miniera di smeraldi di Mingora - tra le maggiori dell'Asia meridionale - che da febbraio era controllata e sfruttata dai talebani: secondo il governo pachistano, il ricavato della vendita delle pietre preziose sul mercato nero è stata una fonte di finanziamento fondamentale per la guerriglia. Attorno alla miniera si sono avuti gli scontri più violenti e il maggior numero di vittime civili: fonti talebane hanno parlato addirittura di oltre cento civili uccisi.

Nonostante gli annunci dei comandi militari, però, i combattimenti continuano anche dentro la città, dove rimangono ancora decine di migliaia di civili terrorizzati. Come gli ottanta bambini e i venti dipendenti di un orfanotrofio, intrappolati negli scontri.

Guerra per procura. L'operazione militare governativa ‘Balck Thunder' (Tuono Nero), ordinata dagli Stati Uniti per spazzare via i talebani dalla regione a nord di Islamabad, prosegue anche nel vicino distretto di Buner, dove altri 27 talebani sono stati uccisi nei combattimenti di oggi. Il bilancio dell'offensiva militare pachistana, iniziata lo scorso 26 aprile nel distretto di Dir, ha già causato almeno quattrocento morti tra talebani, civili e soldati.

Negli ultimi giorni, le forze governative stanno intensificando le operazioni militari anche nelle Aree Tribali a nord di Peshawar, in particolare nel distretto di Mohmand, dove almeno quindici talebani e due soldati sono morti nei combattimenti delle ultime ventiquattro ore.
La tregua tra talebani e governo pachistano, duramente osteggiata da Washington, è definitivamente rotta: la guerra ‘per procura' tra Stati Uniti e talebani in Pakistan, che negli ultimi cinque anni ha causato almeno 12 mila morti, è ripresa a piena ritmo.


Nella trincea del Pakistan assediata dai Taliban
di Guido Rampoldi - La Repubblica - 8 Maggio 2009

PESHAWAR - Interpellare la Rivoluzione che avanza non è difficile, basta comporre il numero di un cellulare e ascoltare l'inglese fluente di Muslim Khan, portavoce di un'insurrezione che ha portato i Taliban a 100 chilometri dalla capitale. Più complicato è capire se da qui a qualche settimana quel barbuto sessantenne appassionato di decapitazioni sarà prigioniero, cadavere, fuggiasco; o invece celebrerà con i confratelli di al-Qaeda un successo, o perlomeno uno stallo, che li rafforzerebbe nella convinzione di essere vicini al traguardo, la nascita dell'Emirato atomico del Pakistan. Sulla carta nulla giustifica le risate omeriche che Muslim Khan mi offre mentre i suoi seimila Taliban (in realtà un migliaio, i rimanenti sono gangster e giovani reclute) si barricano nel capoluogo e nei villaggi dello Swat, la Val Gardena del Pakistan.

Intorno alle loro postazioni la fuga degli abitanti presto farà il vuoto; perso quello scudo, come potranno reggere all'attacco del settimo esercito più poderoso della Terra? Eppure le cose non sono così semplici, altrimenti oggi i Taliban non scorrazzerebbero sul 12% del territorio pachistano. E Muslim Khan non sarebbe così ilare quando mi racconta di generali e ministri a suo dire stipendiati da Washington, servi e ipocriti per i quali sarebbe scoccata l'ora della verità. "Noi vogliamo che questo Paese diventi quello che non è ma voleva essere dalla sua nascita, un sistema islamico", dice. "Ora l'esercito deve decidere se combatte per l'islam o per i nemici dell'islam. Nel secondo caso, non lo lasceremo scappare dallo Swat".

Stando ai quotidiani pachistani, l'esercito ha deciso. Sulle prime pagine ammazza Taliban ad una media di quaranta-cinquanta al giorno dall'inizio della settimana. Però quei cadaveri finora nessuno li ha visti, e gli americani non si fidano. Da tre giorni i loro aerei senza pilota sono per la prima volta nei cieli dello Swat, forse per capire se sul terreno l'esercito faccia davvero quel che racconta ai giornali. Ci sono state scaramucce, ma lo stato maggiore esita a lanciare l'attacco nei centri abitati, per ragioni comprensibili.

Combattere dentro Mingora, 600mila abitanti intrappolati in città dalle mine che i Taliban hanno disseminato per le strade, significa provocare stragi di civili, ben più dei 40 rimasti uccisi mercoledì. E un'offensiva quasi imposta da Washington che comportasse la morte di tanti cittadini sarebbe disastrosa per le Forze armate. Inoltre molti quadri militari recalcitrano alla prospettiva di togliere di mezzo i Taliban. Fino a ieri anche i generali rifiutavano di cacciarli a fucilate dallo Swat. E non è detto che li abbiano convinto i 400 milioni di dollari in aiuti militari promessi in settimana dall'amministrazione Obama.

Retrovia di questa sfida e ormai assediata su tre lati dal Talibanistan pachistano, Peshawar è una città depressa e confusa. I poliziotti che devono difenderla da nemici ben equipaggiati comprano di tasca propria perfino le mostrine ("Quelle che ci danno sono ridicole"). E anche se nel commissariato dell'università lo negano, i Taliban ormai sono dentro le mura.

Una campagna sistematica di lettere minatorie, inviate per posta o affisse sull'uscio di casa, ha preso di mira le docenti universitarie (le donne non devono insegnare), i barbieri (gli uomini non devono radersi), i sarti (le femmine non devono essere femminili), i venditori di cd (i ragazzi non devono farsi stregare da musica e cinema occidentali), i giornalisti (i media non devono criticare i Taliban) e i guaritori, qua e là ammazzati in tutto il Pakistan affinché la loro morte sia d'ammonimento a tutti.

Nel campus incontro studentesse inferocite. Odiano i Taliban con una sana intensità. Gira voce, raccontano, che "quella gente schifosa" si prepari a mandare i loro kamikaze all'università, per massacrarvi le ragazze che osano studiare e aspirare ad un lavoro. Non poche, impaurite, ormai disertano i corsi ("Non noi. Noi siamo la rivoluzione, e la rivoluzione non si ferma", mi dice una studentessa del Waziristan, la regione più talibanizzata del Pakistan).

I kamikaze per adesso non si dedicano alle ragazze ma al loro bersaglio tradizionale, i poliziotti e i passanti. Martedì un uomo - bomba ha fatto strage di agenti e civili ad un posto di blocco in periferia. I commenti raccolti in quelle ore dalle tv rendevano l'immagine di una società smarrita, in cui pare ormai normale sentir dire che questi attentati li allestisce il governo per spillare soldi agli americani.

Sia i giornali sia l'uomo della strada ormai leggono il marasma pachistano nei termini di cospirazioni interne o trame internazionali, insomma congiura di "misteriose forze che controllano la scena restando dietro le quinte" (così un editoriale di The News). Questa percezione ha un fondamento reale: sul confine afgano da tempo si intravede un affollamento di spionaggi, un moltiplicarsi di operazioni segrete.

Migliaia di guerrieri pashtun sono sul mercato, ed è lecito domandarsi, per esempio, se a pagare ai Taliban dello Swat stipendi, vitto e munizioni (per un totale, grossomodo, di almeno 200mila euro al mese) bastino le "attività di autofinanziamento" come rapine e sequestri di persona. Ma siamo ben al di là di un ragionevole sospettare quando un editoriale del Frontier Post, il quotidiano in lingua inglese di Peshawar, può scrivere: "L'intelligence indiana agisce su istruzione dei suoi padroni ebrei e italiani, uniti nel progetto di distruggere tanto l'India quanto il Pakistan" (finalmente qualcuno che ci prende sul serio: purtroppo un imbecille).

Spettacolari e pericolose, queste frequenti derive paranoiche segnalano la fatica del Pakistan a trovare il senso della propria storia. Fino a ieri una larga maggioranza considerava i Taliban confratelli un po' stralunati cui era giusto accordare indulgenza perché combattevano per l'islam. Oggi perfino il conservatorismo musulmano si è in parte ricreduto, e finalmente il Paese può affrontare le questioni in cui si è smarrito da molto tempo. Il problema è che la società arriva a ridiscutere la propria identità proprio nel mezzo di una crisi che ormai allinea tutti gli elementi di un caos pre-rivoluzionario.

Vuote le casse dello Stato. Screditate le istituzioni. Debole il governo. Al collasso lo Stato di diritto, con il 60% dei magistrati che per ammissione dei vertici giudiziari vendono le sentenze. In crescita i nazionalismi etnici. E sottotraccia, un grandioso lavorio di servizi segreti. Al punto in cui è arrivato, il Pakistan può solo rimbalzare o cominciare a sgretolarsi. Nel secondo caso, Muslim Khan ha ottime probabilità di essere nella partita.

Interessante personaggio, il portavoce. Proviene dai ranghi della sinistra pachistana, era un seguace del "socialismo islamico". Deluso dal Ppp dei Bhutto, emigrò in Kuwait. Tornato nello Swat si legò ad un barcarolo di fiume noto come mullah Fazlullah. Questo Fazlullah nel 2001 condusse in Afghanistan un migliaio di ragazzi dello Swat, per combattere gli americani. Non spararono un colpo: la metà fu sterminata dall'aviazione, gli altri tornarono indietro. I genitori degli uccisi cercarono a lungo Fazlullah, per ucciderlo. Lo salvò la galera. Quando i pachistani lo scarcerarono, i Taliban dello Swat gli affidarono un programma nella loro emittente. Fazlullah diventò "mullah Radio", il predicatore in modulazione di frequenza; e l'emittente, lo strumento di una strategia del tutto inusuale, una miscela bolscevica di terrore e di consenso cui non è estraneo Muslim Khan.

Il consenso arrivò ai Taliban non dalle concioni sull'islam, ma dalla "lotta di classe": la radio prese di petto i proprietari terrieri e li costrinse a scappare dallo Swat. Le loro terre furono distribuite dai Taliban ai contadini che avevano arruolato.

Medici considerati arroganti ricevettero "lettere di avvertimento" che li invitavano a comportarsi meglio: obbedirono. Malgrado avessero vietato alle bambine di frequentare la scuola dopo i nove anni, nello Swat i Taliban divennero popolari. "Erano riusciti a infilarsi nel vuoto tra la gente e amministrazioni corrotte", mi dice Rashid Iqbal, direttore del Chand, il quotidiano dello Swat pubblicato a Peshawar. "Se non avessero lanciato quella campagna di omicidi, il loro consenso non sarebbe crollato al 10-15% attuale".

A partire dal 2007 i Taliban dello Swat hanno assassinato avversari politici, poliziotti, funzionari pubblici. Gli omicidi erano preannunciati dalla radio: chi non scappava l'indomani veniva ucciso, quasi sempre sgozzato con il coltello. Sovente il cadavere era decapitato ed esposto in un luogo pubblico (l'ultima decapitazione, due giorni fa). La paura istillata da questi metodi è tale che perfino a Peshawar i giornalisti sono reticenti quando chiedo di Muslim Khan. "Un uomo pericolosissimo", si schermisce uno. Un altro mi racconta di un suo collega dello Swat, Moussa, ammazzato di recente perché parlava male dei Taliban. Un terzo ha un tono deferente e intimidito quando chiama Muslim Khan al telefono e gli domanda se intende parlare con il giornalista italiano.

Muslim Khan è il tipo di islamista che regala titoli ad effetto alla stampa occidentale. "Nostro fratello Osama". "Colpiremo i governanti del Pakistan nelle loro città". "Le organizzazioni non governative vogliono togliere il velo alle nostre donne, vogliono allontanarci dall'islam". E' schietto. Quando gli contesto la "crudeltà" dei Taliban, conferma: "E' vero, i Taliban sono crudeli" ("Con quelli che lo meritano"). Diventa elusivo solo quando gli domando della Rivoluzione. La Rivoluzione islamica e sociale che appare in controluce, per la prima volta, dietro questo confuso agitarsi di guerrieri. "Deciderà la gente", dice.

Eppure gli eventi di questi mesi sembrano rispondere ad un piano predefinito. All'inizio dell'anno l'inazione dell'esercito obbligò il governo regionale a negoziare la pace con una delegazione guidata da Islam Khan. Si arrivò ad un accordo che impegnava i Taliban a deporre le armi, e in cambio affidava a corti islamiche l'amministrazione della giustizia nel Malakand, la regione di cui fa parte lo Swat. I Taliban incassarono la vittoria politica, e vi aggiunsero una vittoria militare: invece di deporre le armi, entrarono in massa nella valle del Buner, avvicinandosi alla capitale. A quel punto le reazioni internazionali costrinsero l'esercito ad intervenire, al fianco della polizia. E adesso?

Se le menti politiche che finora hanno guidato con successo i Taliban dello Swat hanno un progetto rivoluzionario, come tutto lascia credere, questo necessariamente prevede un estendersi dell'insurrezione alle piane del Punjab meridionale, lì dove un altro fondamentalismo armato figliato dalla setta Deobandi, la stessa dei Taliban, sta imponendo la sua legge su vasti territori.

Sono zone rurali dove qualsiasi estremismo islamico e in armi oggi riuscirebbe a costruire una miscela rivoluzionaria agganciando gli interessi di masse contadine e bissando la "lotta di classe" dello Swat contro l'aristocrazia terriera. Sarà un caso, però nei più recenti raduni di quel fondamentalismo Umme Hassan, la vedova di un predicatore ucciso dall'esercito, va eccitando folle immense ripetendo quel che tanti vogliono sentire, e probabilmente Muslim Khan progetta: "In tre mesi vi porteremo la rivoluzione islamica".


Il governo Obama chiede poteri militari straordinari per il Pakistan
di Bill Van Auken -
Wsws - 2 Maggio 2009
Traduzione di Rolando M. per Uruknet

L’amministrazione Obama sta sempre piu’ trattando il suo crescente intervento militare in Pakistan come una guerra anti-insurrezionale separata, per la quale essa chiede lo stesso genere di poteri militari straordinari che il governo Bush ottenne per l’Afghanistan e per l’Irak.

E’ questo il messaggio principale che i funzionari del Pentagono hanno trasmesso in questi ultimi giorni a Capitol Hill insieme a sempre piu’ drammatici avvertimenti annunzianti che in mancanza di un immediato e incondizionato stanziamento di fondi militari americani destinati al Pakistan il governo di quest’ultimo potrebbe cadere.

Il Segretario alla Difesa Robert Gates ha avvertito Giovedi’ scorso il Congresso che se esso non approva rapidamente l’assegnazione di circa 400 milioni di dollari richiesti dal Pentagono come Nuovo Fondo Base Anti-insurrezionale l’esercito pakistano restera’ entro poche settimane senza disponibilita’ finanziarie per le sue operazioni contro gli insorti nella Provincia Confinaria del Nordovest (NWFP) e in altre zone del Pakistan occidentale.

Durante il suo intervento Gates ha altresi’ rivelato che anche dopo la progettata chiusura del centro carcerario di Guantanamo il governo americano puo’ tuttora tenere in carcere fino a 100 delle persone che trovansi cola’ detenute senza accuse ne’ processi. Il governo Obama ha chiesto al Congresso 50 milioni di dollari per costruire negli Stati Uniti delle carceri per i detenuti che considera pericolosi ma che non possono venire processati, principalmente perche’ le presunte prove contro di loro vennero ottenute con la tortura.

I 400 milioni di dollari programmati per l’aiuto militare al Pakistan fanno parte di un decreto per lo stanziamento supplementare di 83 miliardi e mezzo di dollari richiesto da Obama, destinati per la maggior parte a pagare il proseguimento delle guerre in Irak e in Afghanistan.

Rivolgendosi allo Appropriation Commettee del Senato, Gates ha detto che il Pentagono chiedeva che il controllo totale degli aiuti militari venisse assegnato al Generale David Petraeus, capo del Comando Militare Centrale degli Stati Uniti. Gates sosteneva che il Pentagono abbisognava di "questa unica autorita’ per le uniche ed urgenti necessita’ che affrontiamo in Pakistan in una sfida richiedente delle capacita’ che sono allo stesso tempo di guerra e di pace".

Alcuni membri del Congresso si sono opposti a questa richiesta, che ricorda le grossolane tattiche usate dall’amministrazione Bush per richiedere la immediata approvazione dei fondi militari per l’Irak e per l’Afghanistan senza fornire particolari.

Come ha fatto notare Venerdi’ il Washington Post, "I legislatori della Camera e del Senato hanno manifestato preoccupazioni per la creazione di questo nuovo flusso di fondi militari per il Pakistan che dovrebbe passare attraverso il Pentagono. Per tradizione, infatti, i fondi per aiuti militari passano per il Dipartimento di Stato e sono assoggettati alle restrizioni imposte dal Foreign Assistance Act".

I suddetti 400 milioni di dollari fanno parte di un quinquennale pacchetto di aiuti di 3 miliardi di dollari che vedrebbe destinati al Pakistan altri 700 milioni di aiuti militari entro l’anno fiscale 2010.

Il programma di aiuti militari contempla un forte incremento dell’addestramento delle forze di sicurezza pakistane, oltre alle truppe americane 70 destinate ad operazioni speciali alle quali Islamabad ha consentito senza fare obiezioni di addestrare elementi delle unita’ speciali e del Corpo di Frontiera pakistani. Gli ufficiali pakistani ed i soldati a cio’ destinati verrebbero addestrati fuori del paese. Inoltre, Washington fornirebbe importanti quantita’ di materiale militare nuovo comprendente elicotteri, occhiali per visione notturna, e armi portatili.

Secondo le leggi americane il Dipartimento di Stato dovrebbe sovrintendere ai programmi di aiuti militari ed assicurarsi che essi vengano eseguiti in accordo con la politica estera degli Stati Uniti e restino compresi entro i limiti legali assegnati a questo tipo di aiuti. Tuttocio’ sempreche’ gli Stati Uniti non si trovino in stato di guerra, ed questa la base della quale si e’ avvalsa l’amministrazione Bush per eludere il controllo delle autorita’ civili nell’incrementare simili programmi di aiuti militari in Irak e in Afghanistan.

Il giornale Post ha riferito che il portavoce del Pentagono Geoff Morrell ha detto che l’adozione di simili espedienti per il Pakistan comporterebbe il "muoversi su un sentiero molto difficile, perche’ il Pakistan" – ha continuato – "non e’ zona di guerra per l’esercito americano. Ma data l’urgenza della situazione noi abbiamo bisogno di tali autorita’ per aiutare il Pakistan nell’addestrare ed equipaggiare i suoi soldati per le operazioni anti-insurrezionali ASAP".

Il Generale Petraeus ha sostenuto la stessa cosa – in modo anche piu’ energico – in una lettera diretta allo Armed Service Commitee della Camera nella quale egli metteva in guardia contro una possibile caduta del governo pakistano.

Egli sosteneva che i "progressi" ottenuti dagli Stati Uniti in Irak e in Afghanistan si dovevano al fatto che "tali fondi sono immediatamente disponibili ed i comandanti hanno potuto uniformarsi rapidamente al mutare delle condizioni sul terreno". Aggiungeva inoltre che occorreva che l’esercito avesse la stessa liberta’ nel Pakistan, "dove uno stato insurrezionale in aumento minaccia la stessa esistenza del paese ed ha inoltre un’impatto diretto e micidiale sulle forze armate americane e su quelle della coalizione che operano in Afghanistan".

Si afferma pure che Petraeus abbia detto in privato ad alcuni membri del Congresso e dell’amministrazione che se l’esercito pakistano non dovesse riuscire a sopprimere l’insurrezione entro due settimane il governo di quel paese potrebbe cadere.

Citando delle fonti di informazione anonime da esso ritenute "al corrente delle discussioni in corso", il giornale Fox News riferisce dal canto suo che Petraeus ha fatto presente che l’esercito americano stava valutando la campagna che il Pakistan ha in corso contro i combattenti nel settore nordovest del paese "prima di stabilire la prossima linea d’azione degli Stati Uniti".

Nel suo servizio il Fox News aggiunge che Petraeus aveva espresso il parere che l’esercito pakistano potrebbe sopravvivere alla caduta del governo del Presidente Ali Zardari, e che l’esercito, che dipende dal Capo di Stato Maggiore Generale Ashraf Kayani, e’ "superiore" al governo civile.

Tale dichiarazione fa eco all’atteggiamento manifestato dal Presidente Obama lo scorso Mercoledi’ 29 Aprile durante una conferenza stampa pomeridiana tenuta nel centesimo giorno della sua nomina. Egli ha detto di confidare che l’arsenale nucleare pakistano resti in mani sicure "anzitutto e in primo luogo perche’ ritengo che l’esercito pakistano riconosca il rischio che armi del genere finiscano in mano a chi non deve averle, ed inoltre perche’ esiste un forte rapporto di consultazione e collaborazione fra le nostre rispettive forze armate".

In contrasto con quanto sopra, il Presidente americano ha descritto il governo Zardari come "molto fragile" e "mancante della possibilita’ di provvedere ai servizi di base" nonche’ di quella di "guadagnarsi il sostegno e la fedelta’ del suo popolo".

Circa il Pakistan Obama ha concluso dicendo: "Noi intendiamo rispettare la sua sovranita’, ma ci rendiamo anche conto di avere un interesse vitale sia strategico che nazionale nel fatto che la situazione del Pakistan sia stabile e non dovere un giorno finire col trovarci di fronte uno stato militante munito di armi nucleari".

Quando un cronista ha provato a domandargli se cio’ significava che l’esercito americano potesse eventualmente intervenire per mettere in luogo sicuro tali armi nucleari, Obama ha rifiutato di "esprimersi su cose ipotetiche".

Le osservazioni di Obama e del generale Petraeus fanno seriamente pensare che Washington faccia assegnamento in primo luogo e soprattutto sui rapporti del Pentagono con le forze armate pakistane, e che nella eventualita’ di un aggravarsi della crisi attuale pakistana Washington possa appoggiare un ritorno alla dittatura militare. Non sono trascorsi neanche nove mesi da quando l’ultimo uomo forte dell’esercito pakistano, il Generale Pervez Musharraf, consegno’ il potere ad un governo civile dopo un decennio di governo militare.

Quanto sopra potrebbe anche spiegare - almeno in parte - la decisione del Pentagono, della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato di far si’ che il flusso degli aiuti militari passi per le vie militari e non per i canali normali del Dipartimento di Stato, che devono attenersi al Foreign Assistance Act. Fra le restrizioni imposte da questa legge vi e’ infatti anche un divieto di "fornire aiuti militari ad un paese il cui capo del governo regolarmente eletto sia stato deposto per decreto o in seguito ad un colpo di stato militare".

Risulta quindi implicito che la dichiarazione di Obama sul Pakistan "intendiamo rispettare la sua sovranita’, pero’…" contiene una minaccia di intervento militare degli Stati Uniti.

Sta diventando sempre piu’ evidente che Obama - che deve la sua elezione, e in non piccola parte, all’opposizione di larghi strati della popolazione degli Stati Uniti alla politica militarista dell’amministrazione Bush - non soltanto sta continuando entrambe le guerre iniziate da Bush, ma ne sta preparando una terza.

In un articolo dal titolo "Adesso gli Stati Uniti considerano il Pakistan come una faccenda distinta dall’Afghanistan" il New York Times di Venerdi’ 24 Aprile faceva rilevare che la strategia del governo Obama era in origine quella di eseguire operazioni militari nella zona confinaria del Pakistan per impedire che gli insorti si rifugiassero in quel paese, ed inoltre di effettuare in Afghanistan un ulteriore "aumento" di truppe tale da raddoppiare entro i prossimi mesi il numero di soldati americani.

Tale strategia pero’ - osservava il New York Times - era stata completamente scardinata dalla offensiva talebana nel Pakistan occidentale. Adesso l’obiettivo principale di Washington e’ diventato quello di "impedire che prenda ulteriormente piede nel Pakistan un’insurrezione combattente islamica che ha pretese su un territorio situato a sole 60 miglia dalla capitale Islamabad".

In un articolo del 16 Aprile sul New York Times, Jane Perlez e Pir Zubair Shah hanno fornito un quadro delle intense tensioni di classe che hanno alimentato cola’ l’insurrezione. Dei gruppi armati definiti come Talebani – hanno scritto - erano riusciti ad assicurarsi il controllo della Vallata Swat in seguito ad una "rivolta di classe" originata da "profonde fratture prodottesi fra un piccolo gruppo di proprietari terrieri ed i loro affittuarii senza terra".

Secondo tale rapporto i militanti islamici hanno organizzato ed armato i contadini senza terra per una campagna mirante a scacciare dalla regione i ricchi proprietari terrieri, che erano anche dei funzionari governativi nonche’ capi dei locali partiti politici. Oltre ad imporre la legge islamica sulla Vallata Swat – una regione di un milione e 300 mila abitanti – i militanti islamici vi hanno effettuato numerose "redistribuzioni economiche".

Il New York Times riferisce che un non specificato anziano funzionario pakistano aveva detto: "Nella zona Swat vi e’ stata una rivoluzione cruenta. Non sarei sorpreso se essa giungesse a spazzar via in tutto il Pakistan l’ordine esistente".

L’amministrazione Obama si sta attualmente dando da fare per puntellare proprio quell’ "ordine esistente" costituito da rapporti terrieri di tipo feudale, da estese ineguaglianze sociali, e dalla prevalenza dei militari sul governo. Cio’ richiedera’ l’eliminazione non solo di un pugno di cosiddetti "terroristi", ma quella di una insurrezione che ha un vasto sostegno popolare, sostegno alimentato in gran parte dagli attacchi contro la popolazione civile che l’esercito degli Stati Uniti va effettuando su entrambi i lati del confine fra l’Afghanistan e il Pakistan.

Intervenuto in Afghanistan nel 2001 ed in Irak nel 2003 per affermare l’egemonia americana sulle regioni strategicamente vitali e ricche di petrolio dell’Asia Centrale e del Golfo Persico, l’imperialismo americano e’ riuscito soltanto a diffondervi l’instabilita’ ed a crearvi le condizioni per nuove ed ancor piu’ sanguinose guerre.

Afghanistan: Croce Rossa Internazionale conferma strage di civili in raid Usa

di Enrico Piovesana - Peacereporter - 6 Maggio 2009

La Croce Rossa Internazionale conferma le accuse dei talebani, secondo cui i raid aerei statunitensi degli ultimi due giorni avrebbero causato decine di vittime civili, in maggioranza donne e bambini.

C'è chi parla di cento morti. La conferma giunge dopo che una squadra della Croce Rossa Internazionale è riuscita a raggiungere la zona di Bala Baluk, nella provincia occidentale di Farah, teatro nei giorni scorsi di combattimenti tra forze afghane e Usa contro gruppi di talebani. Secondo i primi rapporti, il bilancio della battaglia era stato di 25 talebani e tre agenti uccisi. Secondo fonti locali, al termine dell'offensiva una folla di civili del villaggio di Gerani ha raggiunto la capitale provinciale con un convoglio di mezzi, per mostrare alle autorità i corpi delle vittime dei bombardamenti Usa.

A quanto pare, gli abitanti del villaggio avevano invitato donne e bambini a rifugiarsi per sicurezza in alcuni edifici, al di fuori della zona coinvolta dalla battaglia, che poco dopo erano stati bombardati. Fonti del consiglio provinciale di Farah riferiscono di avere visto almeno 30 corpi, pesantemente mutilati, tra cui anche quelli di donne e bambini.
Altre fonti civili hanno riferito invece che i cadaveri sarebbero tra 70 e 100. Oggi un portavoce della Croce Rossa Internazionale, Jessica Barry, ha dichiarato che il team di osservatori ha documentato la distruzione dei rifugi in questione, e ha potuto vedere "dozzine di cadaveri, tra cui donne e bambini".

Nella zona c’è la base italiana ‘Tobruk’. “Una squadra di investigatori americani e afgani si sta recando a Farah, sul luogo del bombardamento aereo statunitense, per verificare la notizia di decine di vittime civili”, spiega a PeaceReporter da Kabul il capitano Elisabeth Mathias, portavoce delle forze Usa in Afghanistan. “Il fatto che questa denuncia sia stata confermata dalla Croce Rossa Internazionale è rilevante, perché di solito le cifre fornite dalla popolazione locale o dagli stessi talebani non sono attendibili. Nella zona di Bala Buluk, dove è avvenuto il raid aereo, sono attive le forze armate italiane – dice il capitano Mathias – ma non sappiamo se sono state coinvolte in questa operazione. L’unica cosa certa è che le forze di sicurezza afgane che hanno chiesto supporto aereo dopo essere state imboscate dai talebani erano accompagnate da militari della Coalizione”.

A Bala Bukuk le truppe italiane hanno inaugurato tre mesi fa un avamposto, la base operativa avanzata ‘Tobruk’ che ospita gli alpini del secondo reggimento genio guastatori di Trento, appartenenti alla Brigata ‘Julia’, e i bersaglieri del Battle Group comandato dal Tenente Colonnello Salvatore Paolo Radizza, che opereranno localmente a supporto delle forze di sicurezza nazionali afgane.

I militari Usa incolpano i talebani. Mentre il governo Usa si dice "dispiaciuto" per le almeno cento vittime civile dei raid aerei condotti sui due villaggi afgani di Ganjabad e Gerani nel distretto di Bala Buluk, in provincia di Farah, i comandi militari statunitensi dicono che sono stati i talebani a uccidere i civili.

Ieri sera il segretario di Stato Usa, Hillay Clinton, si era detta "molto, moto dispiaciuta" per le vittime civili del bombardamento di Farah, e subito dopo il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, aveva ribadito che gli Stati Uniti "sono spiacenti per ogni perdita di vite umane di civili" in Afghanistan o altrove. Barack Obama, durante il suo incontro a Washingotn con i presidenti afgano e pachistano, ha detto che gli Usa "faranno tutto il possibile" per evitare vittime civili nei due Paesi (gli Usa bombardano regolarmente le Aree Tribali pachistane da otto mesi).

Ma il generale statunitense David McKiernan, comandante delle truppe Usa e Nato in Afghanistan, ha messo in dubbio che sia stato il bombardamento aereo a causare dei civili: "Le informazioni in suo possesso - ha detto il generale - conducono a conclusioni significativamente diverse sulla causa delle vittime civili". Non ha aggiunto altro. Ma poi una fonte del Pentagono ha dichiarato alla stampa che i civili sarebbero stati uccisi da granate deliberatamente lanciate contro di loro dai talebani, i quali poi avrebbero caricato i cadaveri su un camion portandoli in giro per i villaggi della zona e dicendo che erano stati uccisi da un bombardamento aereo Usa.

Intanto a Farah città, questa mattina la polizia ha aperto il fuoco contro una manifestazione di protesta contro le stragi di civili commesse dalle forze d'occupazione straniere: diverse persone sono rimaste ferite.


Afghanistan: più di 100 morti nella provincia di Farah
di Ferdinando Calda - Rinascita - 7 Maggio 2009

Durante il giorno avevano sentito i combattimenti tra le milizie talibane e l’esercito afgano-americano e avevano deciso di raccogliere donne, bambini e anziani in complessi residenziali lontano dalla battaglia in corso. Quando è arrivato il buio, gli scontri erano cessati e gli abitanti dei villaggi della provincia di Farah, nell’Afghanistan occidentale, credevano di aver scampato il pericolo. In realtà li aspettava una carneficina. “C’erano i Talibani nella zona, e durante il giorno ci sono stati violenti scontri, ma sono finiti quando si è fatto buio. La gente pensava che i combattimenti fossero finiti, quando sono cominciati i bombardamenti”, ha raccontato alla Reuters Sayed Azam, il cui vicino ha perso decine di parenti nel raid messo s segno tra lunedì e martedì.

Quella notte, infatti, i villaggi nella zona di Bala Baluk sono stati rasi al suolo dai bombardamenti dell’aviazione statunitense e decine di persone sono rimaste uccise in quello che sembra essere il più grave episodio di guerra ai danni dei civili dall’inizio dell’invasione dell’Afghanistan. “Centinaia di bambini, donne e anziani si erano rifugiati nel villaggio di Gerani, per proteggersi dai combattimenti. Ma l’aviazione statunitense ha colpito gli edifici in cui si trovavano i civili, uccidendo la maggior parte di loro”, hanno raccontato al Washington Post alcuni abitanti della zona.

L’episodio era già stato denunciato martedì dalla popolazione locale, che aveva portato due camion con una trentina di cadaveri davanti alla sede del governatore provinciale, per dimostrare cosa fosse accaduto. Ma solo ieri è arrivata la conferma della Croce Rossa Internazionale (Cicr), che ha fatto un primo tragico bilancio del bombardamento.

Sarebbero più di un centinaio le vittime, tra cui donne, bambini e un volontario afghano dell’organizzazione, deceduto assieme ai 13 membri della sua famiglia. Ci sarebbero però ancora molti corpi sotto le macerie. Quella della Cicr è la prima conferma internazionale di un “incidente” simile a numerosi altri episodi che in genere vengono smentiti dalle fonti ufficiali o liquidati come propaganda dei talibani.

Sulle vittime civili è stata aperta un’indagine congiunta afgano-americana e una delegazione composta da rappresentanti dell’Onu, dell’esercito statunitense e del ministero dell’Interno di Kabul si è recata nell’area dei raid. Tuttavia, come riportava ieri il New York Times, lo stesso governatore della provincia ha fatto sapere che chiederà ai capi tribù di andare nella zona a raccogliere le segnalazioni degli abitanti della zona, visto l’area è nelle mani dei ribelli ed è difficile per i funzionari del governo recarvisi di persona.

Un esempio di come il governo fantoccio del presidente Karzai non abbia alcun controllo sull’Afghanistan, tranne che nella capitale e nelle principali città del Paese, difese dalle guarnigioni statunitensi.



Il mito del Talibanistan

di Pepe Escobar -
Asia Times - 1 Maggio 2009
Traduzione di Manuela Vittorelli per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica.

Apocalypse Now. Si salvi chi può. Arrivano i turbanti. È questo oggi lo stato del Pakistan, a dare ascolto all'isteria diffusa dall'amministrazione Barack Obama e dai media statunitensi, dal Segretario di Stato Hillary Clinton al New York Times. Perfino il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che il Talibanistan pakistano è una minaccia alla sicurezza della Gran Bretagna.
Ma diversamente da San Pietroburgo nel 1917 o Teheran alla fine del 1978, Islamabad non cadrà domani stesso in mano a una rivoluzione in turbante.

Il Pakistan non è un'ingovernabile Somalia. I numeri dicono tutto. Almeno il 55% dei 170 milioni di abitanti del Pakistan è costituito da punjabi. Non ci sono indicazioni che stiano per abbracciare il Talibanistan; sono essenzialmente sciiti, sufi o un misto di entrambi. Circa 50 milioni sono sindhi, fedeli seguaci della defunta Benazir Bhutto e di suo marito, l'attuale Presidente Asif Ali Zardari del centrista e laicissimo Partito del Popolo Pakistano. I fanatici del Talibanistan in queste due province – che raccolgono l'85% della popolazione pakistana, con una pesante concentrazione della classe media urbana – sono una minoranza infinitesimale.

I taliban che fanno base in Pakistan – suddivisi approssimativamente in tre grandi gruppi e costituiti da meno di 10.000 combattenti privi di un'aviazione, di drone Predator, di carri armati e di veicoli pesanti da combattimento – si concentrano nelle aree tribali pashtun, in alcuni distretti della Provincia della Frontiera di Nord Ovest (NWFP), e in alcune piccole zone del Punjab.

Credere che quest'armata Brancaleone possa sconfiggere i 550.000 soldati dell'esercito pakistano, ben equipaggiati e molto professionali, cioè il sesto esercito più grande del mondo già scontratosi in battaglia con il colosso indiano, è un'idea ridicola.

Inoltre non c'è alcuna indicazione che i taliban, in Afghanistan e in Pakistan, abbiano la capacità di colpire un bersaglio al di fuori di “Af-Pak”(Afghanistan e Pakistan). Quello è il mitico territorio privilegiato di al-Qaeda. Per quanto riguarda l'isteria nucleare secondo cui i taliban sarebbero capaci di violare i codici dell'arsenale nucleare pakistano (la maggioranza dei taliban, tra l'altro, è semianalfabeta), ricordiamo che perfino Obama, durante il discorso dei suoi primi cento giorni, ha sottolineato che l'arsenale nucleare è sicuro.

Naturalmente ci sono alcuni ufficiali pashtun, e anche sezioni significative dei potenti servizi segreti pakistani, che simpatizzano con i taliban. Ma l'istituzione militare è spalleggiata niente meno che dall'esercito americano – al quale è strettamente legata fin dagli anni Settanta. Zardari sarebbe uno sciocco a scatenare un'uccisione di massa di pashtun pakistani; anzi, i pashtun possono risultare molto utili ai piani di Islamabad.

Questa settimana il governo di Zardari ha dovuto inviare l'aviazione e le truppe di terra a occuparsi del problema di Buner, nel distretto di Malakand della Provincia della Frontiera di Nord Ovest, che confina con la provincia di Kunar in Afghanistan ed è dunque relativamente vicina alle truppe degli Stati Uniti e della NATO. Hanno a che fare con meno di 500 membri del Tehrik-e Taliban-e Pakistan (TTP). Ma per l'esercito pakistano la possibilità che l'area si unisca al Talibanistan è un gran dono, perché questo fa salire alle stelle il controllo del Pakistan sull'Afghanistan meridionale pashtun, sempre secondo l'eterna dottrina della “profondità strategica” che prevale a Islamabad.

Portatemi la testa di Baitullah Mehsud
Dunque se Islamabad non è destinata a bruciare domani stesso, qual è il motivo di questa isteria? I motivi sono vari. Per cominciare, quello che Washington – con la nuova strategia “Af-Pak” di Obama – non riesce a digerire è una democrazia autentica e un vero governo civile a Islamabad; rappresenterebbero una minaccia per gli “interessi statunitensi” ben più dei taliban, con i quali l'amministrazione Bill Clinton andava d'amore e d'accordo alla fine degli anni Novanta.

Quello che potrebbe invece piacere a Washington è un altro colpo di stato militare – e delle fonti hanno raccontato ad Asia Times Online che dietro questa isteria c'è l'ex dittatore Generale Pervez Musharraf (Busharraf, come era derisoriamente chiamato).

È fondamentale ricordare che ogni colpo di stato militare in Pakistan è stato condotto dal capo di stato maggiore dell'esercito. Dunque l'uomo del momento – e dei prossimi momenti, giorni e mesi – è il discreto Generale Ashfaq Kiani, l'ex capo dell'esercito di Benazir. È in ottimi rapporti con il capo dell'esercito statunitense Ammiraglio Mike Mullen, e decisamente non va pazzo per i taliban.

Inoltre certi anfratti della burocrazia militare e della sicurezza pakistana sarebbero ben felici di ottenere altri dollari da Washington per combattere i neo-taliban pashtun che nel frattempo stanno armando perché combattano gli americani e la NATO. Sta funzionando. Washington è ora in preda a una smania contro-insurrezionale, con il Pentagono che non vede l'ora di insegnare queste tattiche a qualsiasi ufficiale pakistano in circolazione.

Quello a cui i media statunitensi non accennano mai sono i tremendi problemi sociali che il Pakistan deve gestire a causa del pasticcio nelle aree tribali. Islamabad ritiene che tra le Aree Tribali ad Amministrazione Federale (Federally Administered Tribal Areas, FATA) e la Provincia della Frontiera del Nord Ovest siano almeno un milione gli sfollati (oltretutto disperatamente bisognosi di cibo). La popolazione delle FATA è di circa 3,5 milioni di persone, soprattutto poveri contadini pashtun. E ovviamente la guerra nelle FATA si traduce in insicurezza e paranoia nella leggendaria capitale della Provincia della Frontiera del Nord Ovest, Peshawar.

Il mito del Talibanistan, comunque, è solo un diversivo, una rotella nel grande lento ingranaggio regionale che a sua volta fa parte del nuovo grande gioco in Eurasia.

Durante una prima fase – chiamiamola branding del male – i think-tank e i media di Washington hanno martellato incessantemente sulla “minaccia di al-Qaeda” per il Pakistan e gli Stati Uniti. Le aree tribali sono state etichettate come la base dei terroristi, il luogo più pericoloso del mondo dove “i terroristi” e un esercito di attentatori suicidi venivano addestrati per poi essere riversati in Afghanistan a uccidere i “liberatori” di USA/NATO.

Nella seconda fase la nuova amministrazione Obama ha accelerato la guerra dei drone “inferno dall'alto” Predator sui contadini pashtun. Adesso arriva la fase in cui i soldati degli Stati Uniti e della NATO, che presto saranno più di 100.000, vengono dipinti come i veri liberatori della povera gente dell'Af-Pak (loro, e non i “cattivi” taliban) – un espediente essenziale nella nuova versione dei fatti che serve a legittimare il surge di Obama nell'Af-Pak.

Perché tutti i pezzi vadano al loro posto serve un super-spauracchio. Ed è il leader del Tehrik-e Taliban-e Pakistan Baitullah Mehsud, che curiosamente non è mai stato colpito neanche da un finto drone americano finché non ha ufficializzato, agli inizi di marzo, la propria lealtà al leader storico dei taliban Mullah Omar, “L'Ombra” in persona, che si dice viva indisturbato nei dintorni di Quetta, nel Belucistan pakistano.

Adesso c'è una taglia di 5 milioni di dollari sulla testa di Baitullah. I Predator hanno diligentemente colpito le basi della famiglia Mehsud nel Waziristan meridionale. Ma – e la storia si fa sempre più strana – non una ma due volte i servizi segreti pakistani hanno inoltrato al loro cugino, la CIA, un particolareggiato dossier sul luogo in cui si trova Baitullah. Eppure i Predator non hanno colpito.

E forse non lo faranno mai, soprattutto adesso che un disorientato governo Zardari sta cominciando a pensare che il precedente super-spauracchio, un certo Osama bin Laden, non sia altro che un fantasma. I drone possono incenerire un matrimonio pashtun dopo l'altro. Ma gli spauracchi internazionali del mistero – Osama, Baitullah, il Mullah Omar – protagonisti d'eccezione delle nuove OCO (Overseas Contingency Operations, operazioni d'emergenza d'oltremare), già note come GWOT (“Global War on Terror”, guerra globale al terrore), naturalmente meritano un trattamento a cinque stelle.

Talebani occasionali

di Fetrat Zerak - Iwpr - 30 Aprile 2009

Traduzione di Laura Passetti per Peacereporter

Abdullah Jan e Abdul Khaleg vengono dal distretto Pushtrod, nella provincia occidentale di Farah. Entrambi sono giovani, disoccupati, quando trovano un lavoro a giornata, guadagnano circa 200 afgani, Abdul Khaleg scavando fossati, intonacando case o con altri lavori manuali, Abdullah Jan colpendo i posti di blocco della polizia. E' un talebano a tempo determinato.

"In famiglia siamo otto e sono il solo che porta i soldi a casa" dice Andullah Jan, che ha 22 anni e viene da un piccolo villaggio. "Sono andato in Iran tre volte per cercare lavoro, ma sono stato espulso. La mia famiglia era piena di debiti e mio padre mi ha detto di andare in città. Ho cercato lavoro per tre settimane, poi mio fratello si è ammalato e aveva bisogno di medicine. E' morto poco dopo. Due amici mi hanno suggerito di andare dai talebani."

Mia madre era contraria e ha cercato di dissuadermi. Mio padre invece non ha detto niente. Il mio primo lavoro è stato attaccare un posto di blocco nel distretto Guakhan" ricorda Abdullah Jan. "Abbiamo ucciso quattro poliziotti e abbiamo perso due dei nostri. Un altro è stato ferito. Lo scontro a fuoco è durato due ore, mentre i veri talebani ci incoraggiavano nascosti e dicevano ‘Su, ancora, muoviti muoviti.' Quando tutto è finito, il loro capo mi ha pagato 400 afgani e mi ha detto che se avessi fatto meglio la prossima volta mi avrebbe pagato di più. Da allora ho fatto altri cinque assalti e ho guadagnato mille afgani alla settimana."

Con questo particolare tipo di ‘contratto a termine', Abdullah Jan è un talebano solo per poche ora a settimana. Per il resto vive la sua vita come un qualunque altro cittadino. Non possiede armi o altro tipo di attrezzatura che possa qualificarlo come ribelle e non si considera tale.
"Combatto soltanto per i soldi" dice "se trovo un altro lavoro, lascio subito questo."

Secondo alcune stime, circa il 70 percento dei talebani sono giovani disoccupati che cercano un modo per sopravvivere. Nelle province di Farah, Helmand, Uruzgan, Zabul e nelle province del sud la maggior parte dei ribelli combattono per denaro non per ideologia. Ma si ritrovano incastrati in un circolo vizioso: fino a quando le loro province sono nell'instabilità è difficile che si possa investire per creare opportunità di lavoro. Il lavoro continua a non esserci, allora si alleano con i ribelli, la violenza si protrae e questo garantisce che sicurezza e sviluppo rimangano un sogno distante.

Mohammad Omar Rassouli, capo della polizia del distretto di Pushtrod, ha confermato la storia di Abdullah Jan, sostenendo che la disoccupazione è la motivazione principale per cui compaiono questi talebani occasionali.
"Farah è dominata dalla disoccupazione e da condizioni di vita molto povere," ha detto, "per questo i giovani decidono di unirsi all'opposizione. Il numero degli assalti ai posti di blocco è aumentato negli ultimi tempi e penso che sia perché i giovani si alleano con i ribelli per un po' di soldi. I talebani diventano più forti e noi non possiamo fare niente. Questi giovani sono armati solo quando combattono, altrimenti sono normali cittadini, per cui è molto difficile identificarli."

Questo lavoro però non è senza rischi, a quanto dice Abdullah Jan.
"Avevo un caro amico, si chiamava Rahmatullah ed era molto coraggioso" racconta "Ma è stato ucciso quando abbiamo attaccato il posto di blocco Karez Shekha, due settimane fa. Da allora non mi interessa più fare questo lavoro e spero di trovare qualcos'altro presto. Non voglio morire, sono l'unico che porta i soldi alla mia famiglia."

Abdul Khaleg intanto fa lavoretti nella città di Farah, la capitale. Guadagna circa 200 afghani al giorno quando c'è lavoro. E non vuole rischiare la sua vita.
"Mio cugino ed io eravamo entrambi disoccupati", dice, "i talebani ci hanno chiesto varie volte di unirci a loro. Ma non abbiamo accettato. Non ho un lavoro ma preferisco così piuttosto che essere ucciso."
Abdullah Jan non è d'accordo. "Devo lavorare per i talebani" insiste "non c'è altro lavoro a parte rubare o prendere ostaggi. Penso che sia meglio che rubare. Se ci uccidono noi diventiamo martiri. Questo ce lo dicono i mullah. Ci dicono che facciamo una guerra santa".

Il mullah Sadeq, capo talebano dei distretti Pushtrod e Khak Safed ha detto all'Institute for War and Peace Reporting (Iwpr) che è giustificato reclutare i giovani senza lavoro: "Tutti i giovani uomini dovrebbero partecipare alla guerra santa e difendere il proprio paese. Useremo qualunque modo e strumento per combattere contro il governo e l'esercito straniero."
Secondo il mullah Sadeq c'è un sistema di retribuzione per i guerriglieri talebani ma non ha voluto entrare nei particolari. "I soldi che diamo a questi giovani sono soltanto pochi spiccioli", ha detto parlando dei lavoratori a giornata.

Le autorità di Pushtrod e Khak Safed stimano che più di cinquecento giovani stiano lavorando per i Talebani.
Un anziano, che non vuole dare il suo nome, ha spiegato che le giovani reclute come Abdullah Jan vengono usati soprattutto per offensive minori: "I Talebani non vogliono perdere i loro migliori soldati in queste schermaglie."
I giovani vengono portati lontano dai loro villaggi o distretti perché non siano riconosciuti da quelli contro cui devono combattere o che debbano ritrovarsi ad attaccare amici o parenti. Piantare bombe o bruciare scuole sono operazioni più delicate e di solito vengono fatte dai ‘veri' talebani.

Alcuni esperti afgani si sono detti preoccupati del fatto che i Talebani reclutino guerriglieri part-time perché dimostra quanto sia per loro facile attirare normali cittadini afgani nei loro ranghi.
"E' una strategia che va studiata", ha detto un analista politico che non ha voluto rivelare il suo nome. "Così portano sempre più persone a contatto con la violenza e aumentano la loro influenza nella società".

giovedì 7 maggio 2009

Georgia stretta tra NATO e Russia

Tra presunti tentati golpi e reali esercitazioni NATO iniziate ieri, qui di seguito si aggiorna la delicata situazione georgiana.

Allarme in Georgia e problemi per la Nato

di Carlo Benedetti - Altrenotizie - 6 Maggio 2009

Alta tensione nel rapporto Est-Ovest a poche ore dall’inizio delle prime manovre militari della Nato in Georgia. Si parla di un tentativo di golpe armato russo a Tbilisi. La manovra sarebbe stata sventata in tempo dalle forze di sicurezza georgiane mentre alcuni alti ufficiali del ministero della Difesa sarebbero stati arrestati perché coinvolti nel piano e in contatto con i servizi speciali di Mosca. C’è confusione e c’è allarme in tutto il Caucaso e si dice inoltre che l’obiettivo del “golpe” doveva essere quello di creare gravi problemi nel corso delle esercitazioni della Nato annunciate per queste ore. Mosca, comunque, nega tutto e respinge al mittente le accuse definendole come "il delirio e l’agonia del regime di Saakashivili".

La situazione, intanto, non accenna a migliorare. Si parla di un battaglione georgiano ammutinato. Sarebbe quello dislocato nella base di Mukhrovani. E in merito c’è una testimonianza. Quella del ministro della Difesa, David Sikharulidze, che in una dichiarazione alla rete televisiva Rustavi-2, ha reso noto che "il battaglione ha annunciato di voler disobbedire agli ordini". Secondo le prime informazioni insieme ai militari ammutinati ci sarebbero anche dei civili. "L’ammutinamento sta continuando. I ribelli sono stati avvertiti di interromperlo" ha aggiunto Sikharulidze spiegando che ci sono contatti con gli ammutinati ma "non c’è stata ancora nessuna richiesta concreta".

E su queste notizie cala la vicenda che va in scena a Bruxelles dove si fanno sempre più tesi i rapporti tra Russia e Alleanza Atlantica. Nel quartier generale della Nato si definisce in queste ore il nuovo piano strategico per il futuro della stessa alleanza. Il piano in esame consiste nel tener conto dei mutamenti avvenuti negli ultimi tempi, con una Russia che alza i toni del confronto e un Occidente europeo che fa trapelare sempre più una certa autonomia di giudizio.

E così la Nato - riunita nella sua sede per il vertice dei capi di Stato Maggiore - lancia un appello per superare quelle concezioni strategiche che, datate 1950, erano dedicate esclusivamente alla difesa del Nord Atlantico, poi più o meno ribadite dai tanti vertici successivi, sino al 1999. Ora – dicono i padroni americani che dominano l’Alleanza - c’è impellente l’esigenza di adattare i piani ad un mondo che si evolve. Di qui la riunione attuale. Che vede seduti al tavolo comune 40 capi di Stato maggiore della difesa compresi quelli di Ucraina e Georgia come osservatori, mentre quelli di Albania e Croazia partecipano per la prima volta nel loro status di paesi membri della Nato.

Sono presenti anche il capo della Difesa e il vice ministro degli Interni e capo della polizia afgani e il presidente del Comitato militare dell'Unione europea. Tutti insieme per definire le strategie immediate delle tante operazioni in atto e/o previste. In particolare all’ordine del giorno figura la missione della International Security Assistance Force (ISAF) che è oggi la punta di diamante dell’Alleanza in un’operazione che viene presentata come “missione internazionale per il mantenimento della pace in Afghanistan”, ma che nella realtà dei fatti è una vera e propria operazione di guerra che impiega circa 52.900 militari provenienti da una quarantina di nazioni.

L’ISAF, costituita su mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 20 dicembre 2001 con il compito di “sorvegliare” Kabul e la base aerea di Bagram opponendosi alle forze dei Talebani e al movimento di Al Qaeda, è una vera e propria forza di occupazione che tra i tanti compiti ha quello di proteggere il governo guidato da Hamid Karzai mantenendolo al potere. Al tavolo di Bruxelles figura anche l’altro punto dolente dell’Alleanza. Quello che si riferisce alla KFOR, la Kosovo Force, che è la forza militare internazionale, guidata dalla Nato (e che conta oltre 16mila uomini) che dovrebbe avere come funzione quella di “ristabilire l'ordine e la pace” dopo l’aggressione organizzata dalla Nato stessa e dal mondo occidentale.

Molte quindi le questioni sul tappeto e l’ammiraglio Giampaolo Di Paola - capo di stato maggiore della Difesa dal 10 marzo 2004 - si trova a dover svolgere il difficile ruolo di mediatore tra le tante componenti della Nato. Ma la questione più “delicata” è soprattutto quella relativa al rapporto della Nato con le Nazioni Unite, in particolare per quanto riguarda le eventuali autorizzazioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU per nuove operazioni militari. Al vertice di Bruxelles, inoltre, c’é il problema relativo a tutti quegli obsoleti riferimenti all’identità di sicurezza e di difesa europea e all'Unione dell’Europa occidentale.

Ma ora gli eventi del Caucaso fanno aumentare la tensione. I militari riuniti al vertice della Nato sanno bene che si sta muovendo “qualcosa” che potrebbe mettere a rischio non solo le manovre militari annunciate nelle montagne georgiane, ma tutto il complesso del rapporto geopolitico tra l’Ovest e l’Est. A questo punto la questione non potrebbe restare isolata nell’ambito della Nato. La Russia potrebbe ancora alzare il tiro ricordando - come ha già fatto nei giorni scorsi con il suo ministro degli Esteri Lavrov - che la miccia accesa in Caucaso è a lenta combustione, ma sta già per arrivare al punto dell’esplosione.



Con la Nato anche l'Italia sbarca in Georgia
di Carlo Benedetti - Altrenotizie - 4 Maggio 2009

La Nato non cede. Approfitta ancora della presenza in Georgia del “Quisling” Saakasvili e si prepara alle manovre nella regione caucasica con 1300 soldati di 19 paesi. L’operazione - che scatta il 6 maggio e si protrarrà fino al 1 giugno - è giustificata sotto la copertura del programma “Associazione per la pace”, ma in realtà è una vera e propria azione di forza per mostrare i muscoli dell’Alleanza in un’area sempre più a rischio e dove la Russia concentra la sua attenzione ritenendola come zona di suo interesse. Ad arrivare nella regione dominata da Tbilisi ci saranno anche truppe italiane. Altri paesi si sono chiamati fuori, tra questi sembrano esserci Germania, Francia, Moldavia, Ucraina, Kasachstan e paesi baltici. Tutti in fibrillazione temendo il risveglio di un gigante che, per ora, sembra in sonno. E che si chiama Caucaso.

Intanto l’operazione georgiana va avanti nonostante i moniti lanciati da Mosca, dove il presidente Medvedev ha ribadito che le “manovre di maggio” sono “sbagliate e pericolose” e che potrebbero avere come conseguenza uno strappo tra Russia e Nato. Ma oltre al contenzioso diretto tra l’Alleanza e Mosca molti osservatori individuano oggi in questa nuova situazione geopolitica un certo cambiamento di rotta in seno alla stessa dirigenza americana o, per lo meno, nel campo d’alcune forze. Tanto che si può affermare che l’esercitazione Nato in Georgia potrebbe stare ad indicare che c’è una battaglia in corso all'interno di Washington evidenziata, per ora, solo dalla punta dell’iceberg.

Una battaglia geomilitare, quindi, che andrebbe ad opporsi direttamente a quei segnali di miglioramento nei rapporti tra Russia e Stati Uniti che si sono notati nei primi cento giorni d’Obama. Intanto a Mosca si tornano a rileggere - negli ambienti della diplomazia più vicini a Medvedev - quei “messaggi” lanciati a suo tempo dall’ex consigliere di politica estera di Carter, Zbigniew Brzezinskj. Il quale, due mesi prima dell’inizio del conflitto tra Georgia e Russia per l’Ossezia del Sud e l’Abkazia, avanzò, appunto, alcune previsioni geostrategiche sostenendo che gli Stati Uniti “prevedevano” casi di possibili minacce da parte della Russia, direttamente sulla Georgia, con l'intenzione di prendere il controllo degli oleodotti di Baku-Ceyhan nel sud del Caucaso. In questo modo - sostenne l’americano - la Russia tenderebbe ad isolare la regione dell'Asia centrale dall'accesso diretto dell'economia mondiale, specialmente per le forniture d’energia. E di conseguenza il governo della Georgia destabilizzato, porterebbe a limitare l'accesso occidentale a Baku nel Mar Caspio che in seguito sarebbe limitato.

Sempre secondo Brzezinski sarebbe stato assurdo pensare che la Russia, dopo essere uscita da due inutili guerre in Cecenia e in Afghanistan e dopo anni di povertà e disordini sociali, seguiti alla dissoluzione dell'Unione Sovietica, avrebbe scelto di intraprendere una guerra sull'energia. In pratica Brzezinski aveva già riproposto le tesi e i temi di quel Great Game sostenendo, in pratica, che la chiave del controllo della regione caucasica - al limite dell’Eurasia - consiste in una vasta operazione capace di mettere sotto controllo (americano) l’intera regione. Ora vediamo che con le nuove posizioni della Nato molte delle previsioni passate vanno sempre più rivelandosi come vere. Basti pensare, ad esempio, al problema - profondamente sentito in certi ambienti atlantici - della cosiddetta missione liberatrice dell’America nel mondo intero…

Ed oggi è il Caucaso (non solo quello georgiano…) ad essere nel mirino di certi inquilini del Pentagono e della Casa Bianca. La situazione è molto più drammatica di quanto si può pensare. Proprio perché la Georgia - tanto per restare sul posto - non è in grado di sviluppare (almeno sino a che durerà il suo presidente Saakasvili) nessuna politica estera di grande respiro. Resterà in pratica vittima di quel muro che la separa dall’Est e dall’Ovest. Vittima, è ovvio, della logica dei blocchi militari. E quella unità europea, che fino a ieri poteva essere il mezzo per assicurare a Tbilissi una proiezione internazionale, resta un sogno.

Tanto che molti nell’intero Est (e nel Caucaso in particolare) sostengono che la Georgiasi trova oggi a un bivio: tra la permanenza nella Nato e l’ipotesi più difficile, più nebulosa, ma fors’anche più feconda, di perseguire un neutralismo politicamente rigoroso. Una linea, questa, che porterebbe a spiazzare americani e russi. Con la costruzione, tra l’altro, di un efficiente esercito convenzionale con scopi esclusivamente difensivi e lontano dall’ombrello degli israeliani (come avviene invece oggi). Soltanto una grande politica come questa – hanno scritto di recente alcuni quotidiani di Mosca, come le Izvestija, potrebbe forse garantire la possibilità di una riappacificazione caucasica con Ossezia del Sud e Abkazia. Solo con un processo del genere, forse, si potrebbe decifrare con maggiore facilità il futuro d’oggi, sospeso appunto fra partecipazione alla Nato e ipotesi neutralista.



Georgia, tentato golpe?
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 5 Maggio 2009

E' durato poche ore l'ammutinamento di un battaglione dell'esercito georgiano, iniziato questa mattina nella base militare Mukhrovani, a soli trenta chilometri dalla capitale Tbilisi. Dopo che colonne di carri arami e camion carichi di soldati si sono mossi verso la caserma ribelle, i soldati ribelli si sono arresi.

Tbilisi accusa Mosca. L'ammutinamento di Mukhrovani era scattato dopo che la notte scorsa la polizia aveva arrestato alcuni ex ufficiali dell'esercito accusati di pianificare, con il sostegno dei servizi segreti russi, un golpe militare volto a rovesciare il governo filoccidentale di Mikheil Saakashvili e a bloccare le esercitazioni militari Nato previste per domani. Tra gli arrestati ci sarebbero l'ex comandante delle forze speciali, Gia Gvaladze, e l'ex ministro della Difesa, Georgi Karkarashvili. Secondo la polizia, i golpisti avevano previsto l'assassinio di diversi membri del governo e il successivo intervento di almeno 5 mila soldati russi basati in Ossezia del Sud.

Il Cremlino ha definito "deliranti" le accuse del governo georgiano, pur ribadendo il proprio giudizio negativo sull'esercitazione Nato (che durerà quasi un mese e coinvolgerà 1.300 soldati di diciannove paesi), giudicata inopportuna in quanto si tiene in un paese dove si è appena combattuta una guerra (quella dello scorso agosto tra Georgia e Russia, scatenata dall'invasione georgiana dell'Ossezia del Sud).

'Misha'sotto pressione. Che la Russia miri a rovesciare l'odiato regime di 'Misha' Saakashvili non è una novità, anche se sembra poco logico che lo volesse fare proprio in coincidenza con l'esercitazioni militari della Nato.

Non è una novità nemmeno il fatto che il presidente georgiano tiri fuori "la minaccia esterna" ogni volta che cresce l'opposizione interna al suo potere. Da settimane i georgiani affollano le piazze di Tbilisi chiedendo le dimissioni di Saakashvili, accusato di tradito gli ideali democratici e patriottici della rivoluzione del 2003, di aver instaurato un regime autoritario e corrotto, di aver truccato le ultime elezioni e soprattutto di avere fallito nell'obiettivo di riunificare la nazione.

Dire che dietro all'ammutinamento di Mukhrovani, certamente legato al crescete scontento popolare contro il governo, c'è la Russia serve a Saakashvili per delegittimare i suoi oppositori e per mostrare alla Nato - questa volta sì, alla vigilia delle esercitazioni - che la Georgia deve entrare al più presto nell'alleanza atlantica per difendersi dalle mire espansionistiche del Cremlino.

Washington, però, non sembra voler accelerare i tempi: per ora preferisce continuare a pagare il riarmo militare georgiano. Obama ha appena stanziato altri 242 milioni di dollari per il 2010.


Georgia, il tramonto di Misha
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 10 Aprile 2009

La 'rivoluzione delle rose' georgiana sta facendo la stessa fine della 'rivoluzione arancione' ucraina, dilaniata dalla lotta per il potere tra i principali leader rivoluzionari. Ma mentre a Kiev il braccio di ferro tra il presidente Viktor Yushenko e la sua premier Yulia Tymoshenko si è sempre giocato all'interno dei palazzi e delle aule parlamentari, a Tbilisi lo scontro tra il presidente Mikheil Saakashvili e l'opposizione guidata dal 're del vino' Levan Gachechiladze va in scena nelle piazze e rischia quindi di prendere una piega violenta - come è già accaduto nel novembre del 2007, quando Saakashvili rispose alle proteste con una violenta repressione e con lo stato d'emergenza)

Le colpe di Misha. Gachechiladze, il candidato presidenziale dell'opposizione battuto alle elezioni di un anno fa, Irakli Alasania, ex diplomatico a capo del principale partito d'opposizione, e la signora Nino Burjanadze, ex presidente del parlamento, hanno portato in piazza 60 mila persone ieri per chiedere le dimissioni di 'Misha' Saakashvili, accusato di tradito gli ideali democratici e patriottici della rivoluzione del 2003, di aver instaurato un regime autoritario e corrotto, di aver truccato le ultime elezioni e soprattutto di avere fallito nell'obiettivo di riunificare la nazione, trascinando il Paese in una disastrosa guerra e perdendo definitivamente le regioni separatiste di Ossezia del Sud e Abkhazia.

Scontento e sfiducia. Per portare in piazza la gente, i leader dell'opposizione fanno leva soprattutto sul diffuso scontento per le mancate promesse di sviluppo economico e benessere che Saakashvili fece nel 2003, mentre oggi l'economia georgiana versa in condizioni peggiori di prima, con tassi di povertà e disoccupazione più alti che nell'epoca in cui era presidente Eduard Shevarnadze. Ciononostante, stando a recenti sondaggi, solo il 28 percento dei georgiani ritengono che rimuovere Saakashvili dal potere sia la soluzione di questi problemi. Per questo le manifestazioni di questi giorni non sono così partecipate come Gachechiladze e compagni si aspettavano.
Forse i georgiani hanno capito che dei politici c'è poco da fidarsi.

Ma Saakashvili non molla. L'opposizione aveva detto che se Saakashvili non si fosse dimesso entro le 15 di venerdì, le proteste sarebbero proseguite a oltranza.
Il presidente, pur dicendosi pronto al dialogo, ha chiarito di voler rimanere al suo posto fino alla scadenza del mandato presidenziale nel 2013.
Le forze antigovernative hanno quindi annunciato azioni di disobbedienza civile in tutto il Paese e picchettaggi permanenti davanti al parlamento, al palazzo presidenziale e alla tv di Stato.
Il braccio di ferro è appena cominciato.

mercoledì 6 maggio 2009

Lo specchio perde pezzi?

Ieri sera è andata in onda l'ennesima vomitevole puntata di Porta a Porta in cui si è assistito ad un indegno monologo di autodifesa da parte di Berlusconi sulle noti vicende personali. Ma stendiamo un altro velo pietoso su questa spazzatura.

Resta però la questione di fondo: un premier con grossi problemi da cura psichiatrica e che, si sa, vuole piacere a tutti per raccattarne i voti. Riuscendovi bene finora.

Ma questa volta è obbligato a scegliere: inseguire il voto del classico cattolico ipocrita con annesso sostegno delle gerarchie vaticane o quello del piccolo-medio borghese italiota che al bar o davanti alla televisione quasi invidioso strizza l'occhio a un premier che cornifica la moglie con ragazze più giovani delle sue stesse figlie? O quell'altro ancora di tutte quelle donne - dalla tipica casalinga ignorante e rincoglionita dalla tv, alla rampante di qualsivoglia carriera - che estasiate stravedono per lui anche se magari portano fior di corna in testa, "regalo" del maschio italiota di cui sopra?

Fino ad oggi Berlusconi è sempre riuscito a raccattare voti da tutti questi esemplari di italioti, grazie al fatto che lui rispecchia perfettamente l'anima di un Paese ipocrita, pecoreccio e peracottaro.

Ma non è affatto detto che ci riuscirà ancora in futuro. Qualcuno magari la prossima volta andrà al mare piuttosto che ai seggi, o cambierà canale.


Sottili equilibri
di Massimo Franco - Il Corriere della Sera - 6 Maggio 2009

Si avverte una misce­la di disagio e re­alpolitik nelle rea­zioni delle gerar­chie cattoliche alla saga fa­miliare dei coniugi Berlu­sconi. Disagio non tanto per l’annuncio del divor­zio, ma per il modo spetta­colare, per usare un eufe­mismo, con il quale è stato comunicato. Quanto alla realpolitik si scorge dietro l’assoluto silenzio vaticano e nelle parole sobrie con le quali il presidente dei ve­scovi italiani, Angelo Ba­gnasco, ha commentato e avallato a posteriori la pre­sa di posizione del quoti­diano Avvenire, vicino alla Cei: un articolo forse più dovuto che voluto, perché intervenire su questioni di vita privata declassate di fatto a pettegolezzo crea un imbarazzo evidente.

Tanto più perché i prota­gonisti della vicenda sono un presidente del Consi­glio considerato l’interlo­cutore principale del Vati­cano, e sua moglie. E qua­lunque parola di troppo ri­schia di alimentare una spi­rale di pettegolezzi in bili­co fra politica, etica, mora­lismo e soldi. L’apparente distacco dalla lite fra Silvio Berlusconi e Veronica La­rio nasconde la speranza impossibile di vedere il ca­so archiviato al più presto; e la realtà di un disappun­to e di una richiesta di tene­re atteggiamenti più re­sponsabili, rivolta tacita­mente ad entrambi.

A que­sto si aggiunge il timore di un uso politico della vicen­da in un momento delica­to della vita del Paese. Ber­lusconi sembra consapevo­le di dovere affrontare una situazione scivolosa. La ri­vendicazione di rapporti ottimi con la Santa Sede, ri­petuta ieri sera in tv, riflet­te un dato di fatto ma forse va completata. Assume un significato diverso se vie­ne letta insieme alla sua certezza di non perdere «la simpatia» del mondo catto­lico a causa delle tensioni con la moglie: parole che in realtà tradiscono l’oscu­ro timore di essere danneg­giato politicamente ed elet­toralmente da quello che si ostina a considerare in modo un po’ troppo sbriga­tivo un gigantesco malinte­so. Ma si tratta di un peri­colo che in realtà non ri­guarda solo quell’univer­so. L’opinione pubblica sembra sconcertata e divi­sa senza distinzioni.

Non significa automati­camente che si prepari ad abbandonare il centrode­stra. Anzi, le polemiche che alcuni esponenti del­l’opposizione stanno facen­do contro gerarchie accusa­te di essere «governative», potrebbero rivelarsi a dop­pio taglio. Invece di far ri­saltare una sorta di incom­patibilità morale prima an­cora che politica fra valori cattolici e berlusconismo, rischiano di accentuare la distanza fra centrosinistra e Vaticano. Sarebbe un ri­sultato paradossale, nel momento forse più diffici­le del premier da quando ha vinto le elezioni nel 2008. Eppure, quanto è ac­caduto e può succedere nelle prossime settimane suona come un monito per Berlusconi.

Dovrebbe fargli capire che non bastano i limiti po­litici degli avversari a scon­giurare le critiche, i malin­tesi e alla fine un logora­mento, alimentati in buo­na misura anche da certi suoi comportamenti. Di colpo, potrebbe ritrovarsi appesantito da una zavor­ra di voci che finora hanno contribuito in modo discu­tibile ad alimentare i suoi successi.



Lo specchio infranto
di Curzio Maltese - La Repubblica - 6 Maggio 2009

Ma che effetto avrà fatto agli italiani vedere in mondovisione il presidente del Consiglio costretto a discolparsi di non andare con le minorenni? Dice proprio così, "Non è vero che frequento le minorenni". Come sostiene non un passante, un avversario politico senza scrupoli, un giornalaccio scandalistico, un sito di gossip, ma la madre dei suoi figli. Eccolo, il premier più popolare del mondo, secondo i suoi stessi sondaggi amato dal 75 per cento degli italiani, ma compatito, con punte di disgusto, dalla donna che gli sta accanto da trent'anni. Perché, sostiene Veronica, "è una persona che non sta bene".

Eccolo, il re nudo, con i suoi settantadue anni e i capelli nuovi, il cameraman di fiducia, nel salotto amico, mentre spiega che figurarsi se lui frequenta le ragazzine, come sostiene Veronica. Figurarsi se voleva candidare le veline all'europarlamento. Figurarsi se Veronica, che gli sta accanto da trent'anni, conosce la verità. Figurarsi, d'altra parte, se lui candida qualcuno per altri meriti che l'impegno negli studi, la competenza, l'idealismo, come del resto "nel caso di Gelmini, Carfagna, Brambilla...". Ma si capisce, certo.

Nella sempre spettacolare parabola di Silvio Berlusconi questo rimarrà il vertice. Ma stavolta non è stato lui a scegliersi la scena e neppure la parte. Lo ha costretto la moglie. L'unica persona vicina a infrangere lo specchio e a rompere il muro dell'omertà, retto per tanti anni da centinaia di schiene di cortigiani politici, giornalisti, avvocati, amici, disposti a chiudere un occhio, due, tre in tutti questi anni sullo scempio di legalità e moralità. E lui ha dovuto andare in televisione, in mondovisione, a raccontare che sua moglie è male informata sul marito, vittima di un complotto della sinistra, dei giornali di sinistra, di Repubblica. "Non a caso Repubblica". Vero. Da chi doveva andare Veronica, in un paese classificato nella libertà di stampa dietro al Benin, dove il marito controlla gran parte dell'informazione? Non c'era molta scelta. Neppure Berlusconi ha fatto una scelta originale, andando da Vespa per riparare i danni dell'attacco dei vescovi. Dove, sennò?

La claque lo sostiene, lo applaude a ogni passaggio della difficile arrampicata di sesto grado sugli specchi, sullo specchio del volto gigantesco di Veronica alle sue spalle. Sembra una scena di un film di Fellini, la Donna stupenda e immensa, e l'omino laggiù, una formica, che si dibatte in alibi puerili, strepita innocenza, sputa minacce. Gli spettatori italiani, dopo tanti anni di teleserva, non faranno più caso all'atteggiamento di Bruno Vespa, accondiscende fin dal titolo. Il più surreale mai escogitato da Vespa: "Adesso parlo io". Adesso parla Berlusconi? Perché, gli altri giorni degli ultimi quindici anni? Tuttavia, tanto per dare un'idea vaga di giornalismo, bisognerebbe ricordare il genere delle questioni poste a Bill Clinton dal suo intervistatore per il caso di Monica Lewinski (peraltro abbondantemente maggiorenne).

Queste: quando, dove e come vi siete conosciuti? Quante volte vi siete visti in seguito? I genitori erano al corrente del vostro rapporto e in quali termini? E' venuta a trovarla a Washington (a Roma)? E' andato a trovarla a casa di lei? Dove dormivate? Avete avuto rapporti sessuali? Di che tipo? Quante volte? Quante volte completi? E Bill Clinton ha risposto a tutte le domande, senza citare neppure alla lontana una teoria del complotto. Alla fine è andato a scusarsi da sua moglie, nel salotto di casa, non nel salotto televisivo del ciambellano. Ha chiesto perdono a sua moglie, che aveva offeso. Si è ripresentato all'opinione pubblica quando lo ha ottenuto, dopo aver ammesso nel dettaglio più intimo e vergognoso le proprie colpe. Così accade in un paese democratico e civile.

Forse a Silvio Berlusconi sarà bastato passare una sera dall'amico Vespa, nel calore della claque, per ricominciare da domani come nulla fosse. Magari bisognerà pure rassegnarsi, con realismo, a capire che in questa storia l'unica che non potrà più liberamente andare in giro per le strade di questo paese è la vittima, Veronica Lario. Già inseguita dalla muta dei cani che hanno appena cominciato a delegittimarla in tutti i modi.



Il contrattacco per trasformare la crisi in successo
di Aldo Grasso - Il Corriere della Sera - 6 Maggio 2009

Con lucido cinismo, Giulio Andreotti ha sempre sostenuto che una smentita è una notizia data due volte. Forse non era il caso di andare a «Porta a porta» a lavare i panni sporchi di famiglia. Ma Berlusconi è fatto così: prova fastidio per i consigli ed è sicuro di saper volgere a suo favore anche le situazioni più sfavorevoli. Lo hanno dato spacciato mille volte e lui se l’è sempre cavata, rafforzando la sua immagine di invincibile.

Com’è successo con il terremoto d’Abruzzo: invece di piangersi addosso e di imprecare contro la malasorte che perseguita i suoi governi ha trasformato una tragedia in trionfo personale. Ma ecco che, nel momento in cui il suo consenso è alle stelle, arriva un altro terremoto, quello della crisi familiare. Nello studio deserto di Vespa campeggia una scritta: «Adesso parlo io» e il monologo non si è fatto attendere; come gli applausi in studio. Nonostante negli sventati anni della contestazione si predicasse a gran voce che «il privato è pubblico», i fatti hanno sempre smentito questa equiparazione, specie in termini di comunicazione.

Invece di gridare alle menzogne della stampa, Berlusconi dovrebbe considerarsi fortunato di vivere in un Paese non così bigotto come l’America dove i comportamenti privati non sfuggono al giudizio. Però l’Avvenire, che è il giornale dei vescovi, questa volta non gli ha fatto sconti ed è andato giù duro. Per la parte di trasmissione che riguardava la sua vicenda personale, Berlusconi ha sostenuto con forza che sua moglie è stata vittima di due menzogne alimentate dalla stampa di sinistra. Ora proprio questa confusione di piani (Veronica strumento inconsapevole di un complotto politico) è un’offesa per una moglie. Che gli ha solo chiesto ragione di cose che riguardano loro due, la loro vita di coppia. Forse non avrebbe dovuto chiedergliele a mezzo stampa.

A un certo punto, Berlusconi ha detto: «Mi spiace che tutto sia andato in pasto ai giornali o alle tv». Veramente alle tv, che in un modo o nell’altro sono sue, il pasto ieri sera l’ha servito lui. E se «Porta a porta» alimenterà altre trasmissioni, altri «Ballarò», altre parodie la colpa sarà difficilmente attribuibile alla sinistra. Insomma, di fronte a due cataclismi ha applicato la stessa logica: ribaltare il momento negativo in uno positivo. Con l’Abruzzo ci è riuscito, col ciclone Veronica non si sa.



Le vite degli altri
di Marco Travaglio - L'Unità - 6 Maggio 2009

Certi editoriali del Corriere contengono un interrogativo incorporato: ma dove vivono gli editorialisti? In camere iperbariche isolate dai rumori esterni? Ieri Pigi Battista, da anni barricato in un igloo dell’Alaska con la radio rotta, spiegava al Pd come perdere qualche altro voto (abbandonando il presunto antiberlusconismo), poi intimava il silenzio sul noto divorzio: «sono vicende private».

Ora, se nel suo eremo glaciale fosse trapelata qualche notizia sull’Italia degli ultimi 15 anni, l’editorialista findus saprebbe che: 1) colui che invoca il silenzio stampa sulla propria vita privata possiede (abusivamente) vari giornali di gossip che ingrassano sulla vita privata (spesso inventata) altrui; 2) le sue tv (abusive) mandano in onda la vita privata di derelitti esposti alle telecamere «h 24», anche al cesso; 3) il suo Giornale pubblicò (giustamente) le foto, potenzialmente ricattatorie, del portavoce di Prodi con un trans); 4) il suo Panorama sbatté in copertina («Lo scroccone») Di Pietro accanto a una commessa della Standa, fotogramma isolato e tagliato da una festa con 50 persone; 5) il suo Giornale, che ora invoca la privacy per il padrone, un anno fa sbatté in prima pagina («L’Italia dei calori») un bacio di saluto fra Di Pietro e un’amica dopo una cena con una decina di persone; 6) il noto divorzio nasce dalle liste elettorali per le europee, che prima della cura Veronica erano peggio di un harem e dopo la cura un po’ meno.

Tutto questo è politica, non gossip: un giorno, con un po’ d’impegno, magari riuscirà a capirlo persino Battista. Sempreché lo scongelino.



Va in onda lo statista pop
di Massimo Gramellini - La Stampa - 6 Maggio 2009

Ormai siamo berlusconizzati a tutto. Perciò, quando lo abbiamo visto affacciarsi alla Nazione dai divani di «Porta a porta» per parlare di un fatto privato come il suo divorzio, sapevamo già che nulla avrebbe potuto stupirci. Nemmeno un tentativo disperato di riconciliazione affidato alla chitarra del maestro Apicella o, al contrario, la firma in diretta di un mandato fiduciario alla sua divorzista Ippolita Ghedini, sorella del Niccolò che lo difende nelle cause penali (quell’uomo è così metodico che ha addestrato un Ghedini per ogni rogna). Invece il Presidente Addolorato, come da sua ultima raffigurazione, ci ha spiazzati ancora una volta, recitando semplicemente se stesso e cioè il primo statista pop che abbia mai calcato il palcoscenico della Storia.

Persino quel simpatico mangiatore di arachidi di Bill Clinton, quando dovette andare in tv a parlare dei fattacci propri, indossò una faccia contrita e atteggiamenti d’eccezione, cercando frasi memorabili che per sua fortuna non trovò. Berlusconi riesce a parlare del terremoto, della moglie e del Milan allo stesso modo, nella stessa sera e a volte nella stessa frase, come se tutto fosse la stessa cosa, perché per lui lo è. Come lo è per milioni di italiani che anche quando non lo amano, lo capiscono, dal momento che Berlusconi, tranne che per il reddito, è identico a loro.

Gli stranieri, basta vedere la Cnn, non riescono a comprendere la nostra mancanza di indignazione. Ma uno può indignarsi dello specchio? Questo è il Paese dove un qualsiasi piccolo imprenditore conclude un affare di miliardi con una mail e intanto scambia via sms una barzelletta sconcia con un amico, mentre al telefono ordina un mazzo di fiori per il compleanno dell’amante. Alto e basso, serietà e cazzeggio, cinismo e lacrima. In contemporanea. Questa è la bassa grandezza d’Italia e chi la vorrebbe diversa rischia di ritrovarsi all’opposizione di se stesso.

In tv Berlusconi si è dipinto per l’italiano medio che è. Un padre troppo impegnato sul lavoro, ma che non si è mai dimenticato delle feste di compleanno dei figli, anzi, le ha «sostenute finanziariamente». Un marito distratto, ma capace di romanticismi occasionali e altamente spettacolari, come quando si travestì da nobile berbero per consegnare un gioiello alla «signora».

La quale ora non vuole più saperne di lui solo perché si è fidata dei giornali di sinistra, i quali lo hanno dipinto come un depravato seduttore di minorenni, quando invece le cose sono andate così: Silvio era al Salone del Mobile di Milano, ma è dovuto scappare in anticipo per l’imbarazzo che gli procuravano i cori «Grande grande grande» dei fan.

Atterrato a Napoli un’ora prima del previsto, ha ingannato l’attesa andando a farsi scattare quattro foto alla festa di compleanno della figlia di un amico. Se adesso la moglie non gli chiede scusa per aver dubitato della sua probità, lui cosa può farci, se non continuare a volerle «un mare di bene»?

In un mondo così meraviglioso e rassicurante c’è poco spazio per l’autocritica. E quando, nel passaggio più rivelatore della serata, Ferruccio De Bortoli, a nome della borghesia lombarda che fu, gli fa notare che un capo del governo non dovrebbe andare a feste di nozze e compleanni, il Premier del Popolo risponde: «Se non andassi ai matrimoni, rinuncerei a essere me stesso. Io parlo con i camerieri, i tassisti, i commessi. Ho un grandissimo rispetto per le persone umili». Applausi in sala e chissà quanti a casa. Questo divorzio minaccia di essere un altro terremoto: nel senso che, invece di togliergli voti, gliene porterà.

martedì 5 maggio 2009

Cose italiote

Qui di seguito un update di alcune tipiche situazioni italiote.

Stato di Mediaset

di Eugenio Orso - www.ariannaeditrice.it - 4 Maggio 2009

Fra le tante piacevolezze che ci ha regalato la mondializzazione, oltre alla comunicazione globale e la proliferazione dell’immondizia finanziaria c’è la riduzione di molte cose, fra le quali gli organismi aziendali, ad uno stato che qualcuno ha definito “stato di network”.

Organizzazione reticolare, outsourcing, smaterializzazione dell’economia, deterritorializzazione e deresponsabilizzazione nei confronti dell’alveo di origine, con conseguente depauperamento e riflessi sociali negativi dominano questo primo scorcio del terzo millennio.

Persino l’organizzazione terroristica per antonomasia negli spazi globali, al-qā‘ida, con le sue numerose propaggini ha assunto uno “stato di network”, in forma reticolare e servendosi delle nuove tecnologie della comunicazione offerte dall’età del silicio, per combattere su terreni più favorevoli il conflitto asimmetrico con la lonely superpower americana.

Se a livello planetario un “salto di qualità” delle strategie del marketing di massa ordite dalle grandi aziende multinazionali ha contribuito a generare il mercato globale, ad indebolire gli stati nazionali e adattare le culture locali al prodotto, in alcuni casi distruggendole, nella periferica Italia del berlusconismo e del fallimento delle due sinistre abbiamo potuto assistere all’affermarsi di una forma originale di degenerazione della cultura, della politica e, di riflesso, della così detta società nazionale, che potremmo definire come “stato di fiction” o meglio – data la provenienza e gli interessi del leader-ologramma dietro la cui immagine si nasconde questo particolare sistema di potere – stato di Mediaset.

Quella che è stata definita “l’anomalia italiana” rientra pur sempre nello spazio globalizzato del presente, dalle cui regole e modelli non si può prescindere, e il marketing dell’industria della comunicazione in parte significativa nelle mani di un imprenditore-leader politico – a partire dai media tradizionali rappresentati da televisioni e giornali – ha cercato semplicemente di adattare la società italiana al suo prodotto, non senza qualche successo decisivo, come tutti abbiamo modo di constatare.

Imprenditore della comunicazione e prima ancora costruttore, televisivo e palazzinaro, Berlusconi è stato celebrato e lo è tutt’ora, non certo come un fine teorico di quella particolare branca della moderna economia rappresentata dal marketing, ma come un praticone, uno con il fiuto per gli affari, volto al successo nell’approccio ai mercati – non ultimo quello al quale è stata ridotta la politica – un’autentica calamita per attrarre consensi elettorali.

Il marketing politico spinto alle estreme conseguenze, in corrispondenza al progressivo degrado dello zōon politikon italiano – trasformato in consumatore vorace e tifoso del Milan, spettatore delle peggiori kermesse proposte dalla televisione spazzatura e vittima di modelli di comportamento socialmente distruttivi, in molti casi non più capace di esprimere una propria visione del mondo con gli strumenti critici e culturali a disposizione – ne hanno determinato l’alto gradimento nei sondaggi, mentre l’interazione fra impoverimento progressivo della maggioranza della popolazione e la paura del futuro che si diffonde nella società sembra corroborare, anziché pregiudicare, il successo di Berlusconi.

Dietro a lui si agitano ancora gli spiriti inquieti di una certa “cupola” e ricompare la sostanza del Piano di rinascita democratica della disciolta Propaganda 2, ma neppure questi legittimi sospetti paiono incidere significativamente sull’esito dei sondaggi.

Scrive Oscar Marchisio nella prefazione a Il programma di Licio Gelli. Una profezia avverata? di Antonella Beccaria: «Vince chi plasma lo share, chi traduce le forme arcaiche di “tifoseria” in audience politica, chi usa la “telecrazia”, in forma gramsciana, come “egemonia” sociale, passando dalle icone della “pubblicità” per il consumo a quelle della politica senza soluzione di continuità. Questa in sintesi l’innovazione del fratello 1816 [Berlusconi, n.d.s.] che ha svolto bene il tema introdotto dal Piano di rinascita democratica. Uno spostamento d’asse che svuota le istituzioni della rappresentanza, o meglio le tiene in vita ma plasmate dall’audience invece che dal sistema politico-partitico.»

Persino le numerose gaffe stigmatizzate dalla stampa internazionale e dai media mainstream di mezzo mondo hanno avuto, principalmente e con il senno di poi, la funzione di distogliere l’attenzione della “opinione pubblica” dalle cose importanti e, con la semi-complicità di un’opposizione sistemica debole e inutilmente starnazzante, fuorviata nel lanciare attacchi al cavaliere per la sua palese inadeguatezza sulla scena internazionale, di consentire non di rado lo spostamento del dibattito da questioni cruciali per il futuro assetto del paese – quali il precariato, il sedicente federalismo fiscale d’impronta leghista, l’immigrazione e i diritti dei lavoratori – a queste risibili ed estemporanee faccende.

Scivolare totalmente in uno “stato di fiction”, o con maggiore espressività e malcelata ironia in uno stato di Mediaset, significa non riuscire neppure ad accorgersi, ad esempio, che i criteri di composizione delle liste elettorali per le prossime elezione europee tendono ad approssimare al meglio le logiche sottilmente perverse della politica-spettacolo, subordinano le candidature proposte al successo mediatico e televisivo degli aspiranti candidati e soprattutto, in alcuni noti casi, delle aspiranti candidate.

Una robusta quota di giovanette, belle e fotogeniche, bilanciata da una quota di belli per far soddisfare anche le attese dell’elettorato femminile, come se si trattasse di attori o comprimari scritturati per una fiction, sembrano gli ingredienti più adatti per una rappresentanza politica nazionale in un’assemblea sopranazionale dai pochi poteri effettivi, lontana dall’interesse e dai problemi degli elettori non solo italiani, come quella che si divide fra Bruxelles e Strasburgo.

Questi comportamenti non riguardano esclusivamente il cartello elettorale dell’attuale premier, ma anche gli altri, l’opposizione parlamentare che gioca sempre di più “di rimessa” e sembra adattarsi abbastanza agevolmente allo stato di Mediaset.

Infatti, oltre ai soliti trombati alle politiche e ai dinosauri sopravvissuti alla messa in liquidazione dei partiti di massa e della prima repubblica come Cirino Pomicino, Ciriaco De Mita e Clemente Mastella – ai quali sembra che sia necessario trovare un posto ben retribuito, in quanto specie protetta e possessori di pacchetti di voti, referenti di clientele locali – fra gli aspiranti sono comparsi nomi del calibro di Vittorio Sgarbi, noto donnaiolo, protagonista della televisione spazzatura e dei dibattiti-rissa e quello del giovane, fotogenico rampollo di casa Savoia, i cui “meriti” sono tutti da verificare.

L’esclusione dalle liste di Cirino Pomicino e l’inclusione di Clemente Mastella, in casa PdL e affiliati, non ci riporta idealmente all’alternativa fra Gesù e Barabba, ma a quella fra Barabba 1 e un altro Barabba, Barabba 2, volendo fare un po’ d’ironia.

Se le durissime dichiarazioni della consorte in seconde nozze di Berlusconi in odor di divorzio, Miriam Bartolini in arte Veronica Lario – solitamente molto riservata, come fa notare certa stampa – hanno contribuito a mettere in luce la sostanza delle liste elettorali che il PdL aveva in caldo per le europee e a provocare una decisa marcia indietro, con la “dolorosa” esclusione di molte bellezze da vignetta e attricette, fra le quali l’importante Angela Sozio, per fare un solo nome e non scivolare completamente nel gossip, che ha costruito le sue fortune partecipando al Grande Fratello, del grande “harem” rimangono in pista Barbara Matera, Lara Comi e Licia Ronzulli, con il cavaliere che le sponsorizza fino alla fine: «Farò campagna elettorale con le cosiddette veline che parleranno insieme a me. Io le presenterò con i loro titoli di studi, racconterò quello che hanno fatto e poi gli darò la parola.»

Evidente l’intenzione di “svecchiare” la rappresentanza parlamentare italiana, a partire da quella di Strasburgo, sostituendo progressivamente i vecchi “quadri” con giovani e giovanette – belli, fotogenici ed eleganti, non certo malvestiti e maleodoranti – ma soprattutto meno pericolosi per la stabilità e continuità del suo potere, cresciuti alla sua corte e quindi più adatti a “fare immagine” e sostenere l’audience, ad attrarre consensi senza disturbare il manovratore.

Sul versante dell’opposizione parlamentare più consistente, è da segnalare che il Pd provvisoriamente in consegna a Franceschini, nell'attesa di “passare la nottata” rappresentata dal prossimo congresso, oltre a proporre la candidatura di vecchi ordigni quali Sergio Cofferati per garantirgli una futura collocazione, punta ancora “sui giovani”, meglio se con le faccine pulite, acqua e sapone, senza preoccuparsi della loro inconsistenza politica, come è il caso di una certa Debora Serracchiani – in lista alle europee per il collegio di Nordest assieme a Luigi Berlinguer – che in un suo recente intervento assembleare ha redarguito “con semplicità” i vertici del partito, non dicendo nulla di particolarmente illuminante, sprecandosi in luoghi comuni e considerazioni da pianerottolo condominiale, usando espressioni politichesi vuote quali “linea politica di sintesi”, che sarebbe venuta a mancare nel partito.

Si tratta chiaramente di forme di “berlusconismo secondario”, le quali riportano ancora una volta allo “stato di fiction” in cui è scivolata inesorabilmente anche la debole e confusa opposizione interna al sistema.

Il cambiamento, rispetto ai passati confronti elettorali e di piazza ideologizzati fra i vecchi e stramorti partiti di massa, quando ci poteva scappare anche il morto, è quanto meno epocale e volendo spingersi oltre addirittura antropologico.

La progressiva scomparsa delle ideologie novecentesche non ha dunque lasciato il campo ad una partecipazione consapevole, critica e libera, che dovrebbe concretarsi nel tanto celebrato “voto di opinione” e nella diffusione della democrazia diretta, ma, al contrario, ha preparato il terreno – partendo dal dato sociale e culturale – a nuove forme di manipolazione, ben più invasive e debilitanti nel corpo della società.

I candidati non provengono dalla tanto decantata “società civile” e non la rappresentano: l’origine della loro popolarità e delle loro fortune è sempre più spesso mediatica e virtuale, segnando una distanza incolmabile fra questa democrazia delle apparenze, caratterizzata dall’uso distorto del meccanismo della delega e delle assemblee rappresentative, e la realtà in cui tutti noi viviamo.

Ad essere un po’ spicci e superficiali si può azzardare che non è più la politica a controllare la televisione, ma è la televisione, secondo le sue regole dettate dall’audience, dallo share, dal gradimento di un pubblico indistinto che non può sfuggire al condizionamento, a “selezionare” i candidati per le assemblee elettive, i quali, a loro volta, devono preliminarmente immergersi in un’atmosfera di fiction, partecipare a squallidi reality in fattorie, case o isole, fare i tronisti o le veline, presenziare a dibattiti televisivi pilotati e politicamente corretti o ad autentiche risse sullo schermo, entrando inevitabilmente nello stato di Mediaset, apoteosi della politica-spettacolo o ancor meglio dello spettacolo-politica, data la preminenza e la rinnovata potenza dello schermo su contenuti politico-sociali sempre più spesso frammentari o pressoché assenti.

Una simile “selezione inversa”, operata al di fuori dello spazio politico tradizionale, può avere effetti ben peggiori, a lungo termine, dell’occupazione di tale spazio da parte di “nani e ballerine”, come è accaduto nell’epoca craxiana della Milano da bere, della dazione ambientale e dell’ottimismo della volontà, la quale, semmai, ha contribuito a preparare il terreno alle successive metamorfosi del potere.

Essere prigionieri di questo stato significa dire, ripetendo le parole dello stesso Berlusconi dopo la bagarre mediatica suscitata dalla proposta di candidatura per le europee di almeno una ventina fra belle e giovani arrampicatrici sociali, veline, miss regionali, annunciatrici e starlet televisive in cerca di scorciatoie per facili carriere: «Noi vogliamo rinnovare la nostra classe politica con persone che siano colte, preparate e che garantiscano la loro presenza a tutte le votazioni».

Non possiamo escludere una certa dose di sincerità, in questa dichiarazione che di primo acchito ci pare grottesca.

In effetti, come ha scritto Alexandre Zinoviev, «Il manipolatore dei media è il primo ad esserne manipolato, perché il macchinario veicola la propria visione del mondo», e se si osserva attentamente il comportamento dell’ologramma Berlusconi sullo schermo, si nota come lo stesso in ogni circostanza si adatta, da esperto animale da palcoscenico quale è, al mezzo mediatico, riconoscendone implicitamente la potenza e quindi riconoscendo in lui l’origine delle sue “fortune” politiche.

Si potrebbe azzardare, alla luce della precedente considerazione, che persino un demiurgo di provincia dall’ego sconfinato – come nel caso del nostro, il quale non troppo segretamente ambisce al controllo totale dell’informazione e a semplificare una società complessa secondo i personali desideri – alla fine propone modelli e veicola una visione del mondo non propriamente suoi.

L’inizio della rottura del monopolio dell’emittente pubblica risale all’esordio degli anni ottanta dello scorso secolo, in occasione dei diritti televisivi per la diretta di una manifestazione calcistica, ma dopo il periodo pionieristico e di “transizione” del Drive-in, trasmesso da Italia 1 fra il 1983 e il 1988 – prima della caduta del muro di Berlino e l’avvento prepotente e distruttore del neoliberismo, è bene rammentarlo – e il successo dei telegiornali Mediaset un nuovo modo di fare televisione, intrattenimento e informazione si è definitivamente imposto, di pari passo con un nuovo modo di fare politica.

Il successo del nuovo modo di fare televisione, oltre i vecchi e ormai usurati schemi di un’emittente pubblica non più sola, ha certo favorito e reso possibili le successive mutazioni su un terreno politico e sociale: venditori e testimonials in luogo di militanti, gadgets e club liberali che poco hanno a che vedere con le comunità e il territorio, partito-azienda e potere senza governo, esaltazione retorica di una libertà che non c’è, disinteresse di fondo per la realtà sociale.

Non sempre le novità a lungo andare si rivelano positive e volendo fare una battuta, i simpatici Ezio Greggio e Gianfranco D’Angelo, con la prorompente Tinì Cansino, dovranno prima o poi pubblicamente assumersi, volenti o nolenti, una certa responsabilità storica …

Anche se «Televisione, radio e giornali diventano sempre più obsoleti» e la rete li sta sostituendo, trasformandoli ogni giorno che passa sempre di più in vecchi media – come giustamente scrivono coloro che hanno creato con gran successo il blog di Beppe Grillo e dato un impulso decisivo alla inane “rivolta virtuale” innescata e confinata nell’etere, quelli della Casaleggio Associati, in Focus: La Blogosfera e i Media del febbraio del 2006 – la potenza mediatica del cavaliere, fondata sui media tradizionali e non sulla rete, non sembra ancora compromessa, in un paese che da sempre è un passo indietro rispetto all’Europa che conta.

Nella società italiana i vecchi media hanno, ancor oggi, un peso più rilevante di quanto possono avere in Francia o in Germania e fenomeni come l’analfabetismo “di ritorno”, la scarsa propensione alla cultura e all’apprendimento di ampie fasce di popolazione – funzionali ovviamente al consolidamento e all’espansione di questo particolare sistema di potere mediatico-politico – fanno sì che per interi strati popolari l’unica fonte di informazioni sia la televisione generalista, pubblica o privata, integrata, se va bene, dai titoli e dalla prima pagina dei quotidiani.

Lo stato di Mediaset non implica certo l’abbandono delle vecchie istituzioni, che restano in piedi e si invocano con accenti retorici alla bisogna, ma, semmai, il loro snaturamento progressivo attraverso le riforme – quella costituzionale in prospettiva futura, la separazione delle carriere in magistratura, e via dicendo – operandone lo svuotamento dei contenuti.

Inutile cercare paralleli strumentalmente, come fa certa sinistra stando comodamente all’interno di questo sistema, con il Fascismo-regime del ventennio, o accostare l’ologramma di Berlusconi alla figura di Benito Mussolini, confondendo il cavaliere con un neoduce, in quanto si tratta di un sistema di potere nuovo, di un'italica mutazione della democrazia rappresentativa di matrice liberale dal volto apparentemente benevolo – quello di Berlusconi che sorride, che saluta immaginarie folle plaudenti o che abbraccia, contrito, i terremotati d’Abruzzo – dietro il quale si nasconde comunque un apparato repressivo pronto per essere attivato.

Se dalle prossime elezioni, che rimangono un rito imprescindibile al fine di consacrare il potere e dare l’investitura al leader anche in questo “stato di fiction”, emergerà un forte astensionismo politico, con percentuali superiori al quaranta per cento, vorrà dire che qualcosa non ha funzionato e che i necessari livelli di audience, per poter procedere sulla strada della rinascita democratica e della definitiva trasformazione della società italiana, rischieranno di non poter essere mantenuti in futuro.

Ecco che allora al sorriso subentrerà un’espressione accigliata, la preoccupazione si diffonderà in coloro che stanno al vertice o comunque beneficiano di questo sistema – non esclusa la ridicola sponda dell’opposizione parlamentare, rappresentata dall’indefinibile Pd e da qualche nanetto del sottobosco politico – e lo spettro della repressione potrà materializzarsi più chiaramente.

Il compromesso raggiunto dopo Mani pulite con i grandi interessi sopranazionali, quelli di cui sono portatori i Signori della mondializzazione, rischierebbe di saltare e le estese “burocrazie politiche” indigene potrebbero perdere le loro posizioni di privilegio.

Con o senza Berlusconi e il suo apparato di televisioni, giornali, club e illusioni per tutti l’ordine dovrà essere mantenuto.

Non ci si limiterà, come accade ora, a perseguire l’immigrazione clandestina, escogitando soluzioni quali i centri di identificazione ed espulsione o cercando di indurre i medici a denunciare gli irregolari, non basterà istituire registri per schedare i senza casa, in larga parte innocui oltre che invisibili, e l’attacco al dissenso, ad un’opposizione politica e sociale che rinasce sarà diretto.

Ma ciò alla fine potrà rivelarsi un boomerang, segnando una distanza incolmabile fra le vecchie istituzioni nelle mani del potere mediatico-politico – fino a rendere inefficace questo stato di Mediaset che imprigiona il paese rimodellandolo – e una popolazione bruscamente risvegliatasi da un lungo sonno, popolato di spot elettorali, ciarpame pubblicitario e sogni distopici.


Cronache dal Regno d'Italia: la politica torna a corte

di Aramcheck - http://aramcheck.splinder.com - 5 Maggio 2009

Definitivamente l'Italia è monarchica, dopo poco più di 60 non sempre gloriosi anni, salutiamo con un pizzico di malinconia la Repubblica. L'Italia torna monarchica, culturalmente monarchica più di quanto non lo fosse stata dopo il Risorgimento. Né costituzionale né statutaria, il modello è autenticamente medioevale. Il corpo fisico del sovrano occupa ormai lo spazio pubblico, la politica esce dal polveroso e inefficiente parlamento e torna finalmente a corte.

Nella monarchia non c'è opposizione al sovrano, TUTTI sono sudditi. Lo scontro politico, l'aperta conflittualità dialettica si svolge al di sotto della figura regia, tra frange aristocratiche rivali che possono conrapporsi al re soltanto per interposta persona. Contrariamente che in democrazia la vita privata del re appartiene allo spazio pubblico, viene data in pasto al popolino. La figura del sovrano, ricompare nell'attenzione cortigiana che si dedica alla vita privata e al corpo fisico di sua Maestà, ai suoi vizi e ai suoi vezzi, distogliendo in parte l'attenzione del popolino dall'effettiva liceità e trasparenza del suo agire.

L'immagine del Re è un'estensione della sua camera da letto, le sue gonadi suscitano scandalo e apprezzamento, la sua nomea di uomo vigoroso, se non di vero e proprio satiro, inorgoglisce velatamente la nazione. Gli incontri di Stato con gli altri sovrani, sono feste di palazzo la cui riuscita non si misura in decisioni politiche, ma nella capacità del sire di rubare la scena pur comportandosi da un buon ospite. Il sovrano deve mostrarsi in buoni rapporti coi suoi pari, soprattutto quelli più potenti, per dimostrare di non essere da meno di nessuno, portando lustro al regno.

La rivoluzione forse non sarà un pranzo di gala, ma il G8 sì.

La politica al contrario si svolge all'ambito privato, decisa nelle segrete stanze, poiché vige l'Arcana Imperi e la decisione del sovrano non è sindacabile, né deve essere spiegata al volgo, non esiste l'Opinione Pubblica sulle vicende politiche. Ci sono ministri utili ma scomodi che, pur da sudditi e da consiglieri, osano manifestare critiche alla regia volontà, mostrano una propria linea politica e si ritagliano un proprio spazio sempre al fianco del Re, ma non alla sua ombra. Gianfranco Fini si è calato splendidamente nella parte, roba da Oscar: fa l'aristocratico fedele alla corona ma un poco indipendente, con la sicurezza dell'attore navigato.

Il PD non essendo un partito, ha accettato il ruolo della frangia aristocratica invisa al Re, organica al sistema monarchico e integrata nell'oligarchia, ma incapace per protocollo e convenienza di opporsi in maniera diretta alla volontà regia. In Italia non c'è opposizione politica, abbiamo i boiardi. Avversi alla frangia aristocratica rivale evitano lo scontro aperto col Re, esclusi dalla corte vi cercano alleati all'interno. Chi meglio della Regina, cioè colei verso cui il Re deve mostrare, almeno ufficialmente, devoto rispetto? Perfetto nel ruolo di boiardo Adinolfi, che interpretazione magnifica! Oggi ha dichiarato, sciogliendo ufficialmente le riserve e accettando il ruolo: "Il divorzio di Berlusconi è una questione politica. Mi auguro un'offensiva del Pd che chieda al paese già in occasione di queste europee di togliere fiducia a Berlusconi. E' un'occasione per il Pd".

In monarchia non c'è il parlamento, non ci sono elezioni, non ci sono programmi politici: la politica la decide il Re, è sua prerogativa in nome di tutti. Il Re può essere indebolito nella sua immagine, non sconfitto politicamente. Gli si può rendere la vita difficile nell'unico spazio esposto pubblicamente, quello cioè della vita privata affinché si persuada ad un compromesso o faccia una concessione, non gli si può sottrarre lo scettro: il potere gli spetta per diritto di sangue e per volontà divina Straordinario Adinolfi, dicevamo, ma tutta la classe dirigente del PD merita un applauso per come ha introiettato il ruolo entrando perfettamente nella psicologia piccolo-aristocratica.

Riconosco il metodo Stanislavskij quando lo vedo.

Dopo aver taciuto e accettato per anni la commistione tra le sostanze del sovrano e gli affari del Regno, la palese corruzione di certi funzionari regi e le amicizie indebite con i briganti del Protettorato di Sicilia di certi bracci destri del sovrano, per ottenere qualcosa adesso i boiardi si nascondono sotto le gonne della Regina. Alcuni ultimamente raccontano che a Roma la sera, passeggiando nei pressi della Piramide Cestia, dalle mura del cimitero acattolico si possono udire urla disperate provenire dalla tomba di Gramsci.

Non mancano gli altri ruoli, fino alle comparse il cast è praticamente completo. Di Pietro è un perfetto tribuno della plebe, incazzoso e casareccio, accolto a corte per urlare qualche lamentela prima di essere redarguito, deriso e cacciato a pedate. Coi modi da reuccio anche lui, seppur con le pezze al culo, burbero e amato dalla plebaglia. Pittori raffigurano l'essenza conoscibile del sovrano, cioè la sua effige esteriore, per donare l'immortalità alle sue glorie e ai suoi vizietti. Di Araldi e adulatori ne sono piene le redazioni, valletti (e soprattutto vallette) scorrazzano ovunque per la penisola. Buffoni e Giullari a bizzeffe, c'è perfino un menestrello napoletano che canta le canzoni scritte dal Re. Concubine non ne parliamo, c'è addirittura la fila.

Certo con le casse personali di cui dispone , sua Maestà poteva permettersi a corte un poeta migliore di Bondi (il ministro scrive davvero pessime poesie ermetiche e le pubblica pure), ma il Re non deve avere buon gusto: il gusto del Re è il gusto del Regno.

Infine quando il gioco si fa veramente grottesco, Sgarbi comincia a giocare. Malgrado i suoi trascorsi libertini è stato recentemente accolto dall'UDC, la casata dei nobili Guelfi e papisti usciti dalle grazie del monarca, e fa la morale al Re in difesa del sacramento del matrimonio e della regola famigliare. Quale ruolo assegnare al celebre critico? Quello del Vescovo ipocrita sembra il più adatto.

L'Italia è culturalmente monarchica, le elezioni saranno un formale plebiscito e tutta l'attenzione sarà puntata sugli appetiti reagli, sulla solidarietà o meno da offrire alla Regina e sul difficile momento che attraversa la Corona. Per le vie dei borghi è tutto un eccitato sussurrar pettegolezzi e mentre la fastosa commedia continua , ognuno pian piano trova posto a palazzo e indossa la propria maschera di scena.

Compreso il popolo bue.


Un caso destinato a rinfocolare l'antiberlusconismo

di Massimo Franco - Il Corriere della Sera - 5 Maggio 2009

Definirla una questione privata, ormai, è impossibile. Il problema è per quanto tempo rimarrà un caso politico; e se in prospettiva possa assumere altri risvolti. Sebbene deprimente, la lite coniugale fra il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e la seconda moglie, Veronica Lario, rappresenta la nuova frontiera dello scontro fra governo e opposizione. E vede, forse per la prima volta, un premier preoccupato dai contraccolpi della vicenda. Il sottosegretario a Palazzo Chigi, Gianni Letta, cita Niccolò Machiavelli per sostenere che in politica bisognerebbe evitare «disprezzo e odio». Ma i veleni lievitano.

Il dopoterremoto in Abruzzo, sul quale Berlusconi ha scommesso parte della propria credibilità, viene oscurato dalle cronache del suo matrimonio pubblicamente in pezzi. Le parole imbarazzanti della moglie sulla frequentazione di ragazze minorenni sono diventate materia di interrogazioni parlamentari. Nel Pd si parla di «perversioni morali» che sarebbero riflesse dalla cultura berlusconiana.

Cade nel vuoto l’appello di esponenti come Umberto Ranieri, a non colpire «nella sfera privata »: anche perché il Cavaliere insiste sul «complotto mediatico » orchestrato dalla sinistra. E dopo l’autodifesa iniziale sembra oscillare fra strategia del silenzio e controffensiva dura. Gli avversari hanno capito che la storia potrebbe durare a lungo; e che offre una forte tentazione di rivincita sugli ultimi successi berlusconiani. La sensazione è che il centrosinistra si renda conto di avere trovato un punto debole del premier.

E adesso addita e mescola pubblico e privato di Berlusconi, usando la sponda offerta dalla moglie. Si tratta di un filone scivoloso: anche se lui continua a ripetere che la sua popolarità non è intaccata dalle disavventure familiari. Ma rimane l’incognita, adombrata da Idv e Pd, dei contraccolpi extrapolitici delle allusioni della consorte alle frequentazioni con minorenni: un argomento imbarazzante, che può oscurare l’attività di governo.

Alla tesi del «complotto della sinistra», accreditata dal premier, il segretario del Pd, Dario Franceschini, replica definendola assurda. Come minimo, appare riduttiva. Ma anche sentir dire ai legali della signora Berlusconi che la pratica di divorzio «non è materia che va gestita sui giornali» fa un po’ sorridere: soprattutto dopo che ogni mossa è sembrata mirata a dare la massima eco ad una lite di famiglia, scaricandola inopinatamente sul Paese.