martedì 5 gennaio 2010

Afghanistan: un 2010 peggiore del 2009

Qualche aggiornamento dal fronte afghano, dove le prospettive per il 2010 sono anche peggiori rispetto all'anno appena trascorso. Combattimenti, raid aerei, imboscate e rapimenti continuano più di prima.

E anche i soldati italiani hanno avuto il loro "ben daffare" durante i giorni di Natale a Bala Morghab, con combattimenti durati per 3 giorni interi.

E' di oggi poi l'incredibile nota di agenzia secondo cui - in base alle solite fonti di intelligence citate questa volta dal network Msnbc - il cosiddetto kamikaze che mercoledi scorso ha ucciso 7 agenti della CIA nell'avamposto di Khost sarebbe un medico giordano che faceva il doppio gioco per la fantomatica al Qaeda, tale Human Khalil Abu Milal al-Balawi di 36 anni, arrestato dall'intelligence di Amman oltre un anno fa.

La nota prosegue dicendo che "I giordani credevano di essere riusciti a riprogrammarlo tanto da cederlo agli Usa come agente da inviare in Afghanistan e Pakistan per farlo infiltrare in al Qaeda".
Incredibilmente ridicolo....

Insomma, l'ennesimo caso di disinformazia con cui ci si arrampica ancora una volta sugli specchi per giustificare l'esistenza di un'organizzazione fantasma, qual'è al Qaeda.

Comunque qui di seguito c'è anche un articolo che plausibilmente spiega come possono essere andate veramente le cose nell'azione militare che è costata la vita ai 7 agenti della CIA a Khost.


Niente di nuovo sul fronte afgano
di Stella Spinelli - Peacereporter - 4 Gennaio 2010

In Afghanistan, il nuovo anno si apre come si è chiuso il vecchio. Nessuna buona nuova, nessuna bella speranza. La guerra azzera tutto, e tutto distrugge. Morti, tanti tra i civili, qualcuno tra i militari; feriti, innumerevoli; e rapiti.

Gli ultimi della serie sono "due giornalisti francesi della Tv pubblica France 3, sequestrati mercoledì 30 dicembre assieme al loro autista da elementi anti-governativi", per usare le parole dello scarno comunicato con cui le autorità afgane hanno dato la notizia.

Una collega dei due giornalisti che hanno trascorso alcune settimane fra le truppe francesi per fare un reportage, ha spiegato che il rapimento è avvenuto sulla strada fra i villaggi di Tagab e Nijrab, nell'instabile provincia di Kapisa, dove si trova la base del contingente francese. La piccola provincia, a nord-ovest di Kabul, è contesa fra le milizie dell'ex signore della guerra ricercato dagli Usa Gulbuddin Hekmatyar e i talebani, di cui Hekmatyar è stato occasionale alleato.

Gli ultimi a morire, invece, sono stati quattro marines Usa, saltati questa mattina (lunedì 4 gennaio) su una mina artigianale mentre viaggiavano sul loro mezzo blindato, e un soldato britannico, morto invece ieri nella provincia meridionale di Helmand.

Cinque caduti che fanno salire a 1569 le perdite della Coalizione internazionale dall'inizio dell'invasione, nel novembre 2001. Di questi, 949 sono statunitensi e 246 britannici.

Questi i primi giorni del 2010. E sempre tragicamente si era chiuso il 2009, che verrà ricordato come l'anno con il più alto numero di morti fra le truppe straniere dall'inizio della guerra. Il 30 dicembre, quattro soldati e una giornalista, tutti canadesi, sono morti quando il veicolo su cui viaggiavano è saltato in aria nella provincia sud-est di Kandahar.

La donna, Michelle Lang, 34 anni, del Calgary Herald, era appena arrivata per il suo primo servizio dall'Afghanistan. I suoi connazionali le stavano mostrando, a bordo di un mezzo, i progetti di ricostruzione a cui sopraintendevano, quando il veicolo su cui viaggiavano è saltato in aria, mettendo a segno il peggiore incidente mortale degli ultimi due anni in cui vengano coinvolti dei canadesi. Ma non solo.

Il 30 dicembre, otto agenti della Cia e un afgano sono rimasti uccisi in un attentato suicida orchestrato dai talebani nella base militare Chapman, nella provincia orientale di Khost, roccaforte talebana.

Il bilancio dell'esplosione, nei pressi dei locali adibiti a palestra della base militare, è il più grave subito dagli 007 Usa da quando sono in Afghanistan. A farsi esplodere, un kamikaze che indossava una divisa dell'esercito afgano.

Ancora da chiarire, dunque, se si trattasse di un militare in servizio passato dalla parte dei talebani, anche se le tv americane lo hanno ribadito, dicendo che si è trattato proprio di un invitato dai talebani nella installazione militare fortificata come un possibile informatore. E che, nonostante le feree regole, non era stato perquisito, ma solo scortato fino alla palestra, dove ha azionato il corpetto esplosivo che indossava.

Ma il bilancio non si esaurisce qui, perché il medesimo giorno è avvenuto l'episodio più grave, che ha coinvolto esclusivamente dei civili. Un bombardamento Nato ha sterminato un gruppo di contadini che stava lavorando nei campi di Babaji, nei pressi di Lashkar-gah, in uno dei tanti villaggi della maledetta provincia di Helmand.

Otto i morti ufficiali, ossia quelli ammessi dagli Alleati, restii da sempre ad ammettere le "scomode" stragi di civili, che altro non sono se non gli "effetti collaterali" di una "guerra giusta". Ma i numeri lasciano il tempo che trovano, l'unica certezza è che non erano talebani, non erano insorti, non erano signori della guerra. Erano semplici lavoratori rurali intenti a irrigare la terra.

E se a questo triste bollettino di guerra, si aggiungono misteriosi episodi che vedono sofisticatissimi droni made in Usa, inviati per spiare e catturare importanti informazioni sul nemico, precipitare in zone delicatissime, il quadro è presto fatto. La guerra in Afghanistan sta vivendo una veloce escalation, la più grave dal 2001, dove i talebani stanno mettendo a segno una serie di successi che fanno traballare le forze alleate, nonostante la nuova strategia Obama.

Nel nono anno di una guerra iniziata con duemila uomini Usa, la Casa Bianca ha deciso di coinvolgere altri 30mila soldati che dovranno unirsi ai 7 mila uomini Nato. Ma l'intento di Washington pare andare oltre, dato che il dispiegamento dei soldati Usa potrebbe persino arrivare a centomila uomini nel tentativo di riprendere il controllo del paese.

Un fine che sembra sempre più complicato, anche per i loschi intrecci e giochi di potere interni all'amministrazione afgana. Il presidente Hamid Karzai ha infatti appena dovuto sostituire con un decreto il sindaco di Kabul, Mir Abdul Ahad Sahibi, condannato in primo grado a quattro anni di carcere per malversazione di fondi. Al suo posto è stato insediato Mohammed Yunus Noandesc, ex vice ministro dell'Acqua e dell'Energia. Ma Karzai ha ormai sempre meno forza.

Il Parlamento ha appena bocciato la lista dei ministri presentata dal presidente, sentenziando per il capo di stato afgano una sono una sconfitta politica. "Ciò prolunga una situazione nella quale non c'è un governo in grado di funzionare, una situazione che va avanti dalla scorsa estate.

E ciò è particolarmente preoccupante in un Paese in guerra - ha commentato il rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan, Kai Eide - dove ci sono moltissime sfide da affrontare e urgenti riforme da effettuare. In un momento in cui l'Afghanistan ha bisogno di un governo forte, ritengo che la maggior parte dei ministri bocciati non siano stati ritenuti in grado di rappresentare lo Stato con la necessaria decisione".

La situazione politica in Afghanistan è diventata sempre più precaria dal 20 agosto scorso, quando si votò per le elezioni presidenziali, vinte dal capo di stato uscente Hamid Karzai in un contesto di brogli conclamati. Tant'è che la sua vittoria fu ufficialmente proclamata solo all'inizio di novembre.

Un terreno, questo, sul quale i talebani non fanno che prosperare. "Più soldati Usa verranno, più ne moriranno", ha dichiarato un talebano non meglio identificato all'autorevole Bbc. Niente di nuovo, dunque, sul fronte afgano. La guerra continua e la fine non fa nemmeno capolino.


Afghanistan, uccisi otto agenti Cia. Rapiti due militari francesi. Raid Nato: vittime civili
da www.ariannaeditrice.it - 31 Dicembre 2009
Tratto da www.corriere.it

Otto agenti Cia sono rimasti uccisi in Afghanistan a seguito di un attacco suicida. L'attentatore si è fatto esplodere all'ingresso di un avamposto nella provincia di Khost. Fonti afghane hanno detto che un kamikaze con un giubbotto imbottito di esplosivo è entrato nell'installazione e si è fatto saltare in aria. L'attentato alla base americana è stato rivendicato dai talebani.

Lo riferisce l'agenzia di stampa Pajhwok. «L'attacco mortale è stato condotto da un valoroso membro dell'esercito quando gli agenti erano occupati a raccogliere informazioni sui mujaheddin», ha affermato il portavoce Zabiullah Mujahid che ha dato il nome del militare, Samiullah. Questo spiegherebbe anche come l'attentatore sia potuto penetrare nella palestra della base superprotetta. Il ministero della Difesa afghano ha però smentito che il kamikaze fosse un ufficiale dell'esercito.

KANDAHAR - Nelle stesse ore l'esplosione di una bomba a Kandahar, rivendicata dai talebani, ha provocato la morte di quattro soldati canadesi e di una giornalista al seguito. A darne notizia è stato il ministero della Difesa di Ottawa, secondo cui nella stessa esplosione che ha investito un mezzo blindato a quattro chilometri a sud dalla città nel sud dell'Afghanistan sono rimasti feriti altri quattro militari e un civile.

La giornalista canadese rimasta uccisa è Michelle Lang, 34 anni: per conto del «Calgary Herald» era arrivata nel Paese a metà dicembre e avrebbe dovuto fermarsi per sei settimane. I talebani hanno decapitato sei presunte spie nella provincia dell'Oruzgan.

RAID NATO - Un bombardamento della Nato nella provincia di Helmand, nel sud dell'Afghanistan, ha invece causato diverse vittime civili. A denunciarlo è un portavoce del governatore provinciale. Il raid aereo era stato ordinato in risposta a un attacco contro una pattuglia dell'Isaf alle porte del capoluogo Lashkar Gah. Non è stato precisato quanti siano i morti e la Nato non ha voluto commentare la notizia.

RAPITI DUE FRANCESI E DUE INTERPRETI - Nella provincia di Kapisa sono stati rapiti due francesi (probabilmente soldati, secondo una fonte della polizia afghana) e due interpreti locali. Il rapimento è avvenuto nella tarda serata di mercoledì nel distretto di Tagab, non lontano da una base militare francese, nella zona di Imar Khel. La fonte si è detta convinta che dietro il rapimento ci siano i Talebani. Per ora non ci sono conferme da parte dell'Isaf, la forza Nato di cui fa parte anche il contingente francese.



Afghanistan, la battaglia censurata a metà
di Gianluca Di Feo - L'espresso - 4 Gennaio 2010

Sulla guerra affrontata dal contingente italiano in Afghanistan occidentale c'è una cortina di notizie frammentarie. Ma le battaglie dei giorni di Natale a Bala Morghab, dove c'è la base della brigata Sassari, rivelano che non c'è più distinzione tra la missione offensiva Usa e l'operazione di pace della Nato. Italiani e marines combattono insieme. Ma ciò che accade in Afghanistan viene taciuto al Parlamento e ai cittadini.

I disegni dei bambini di Bala Morghab sono identici a quelli che i loro padri facevano trent'anni fa: un cielo pieno di elicotteri da battaglia. Ma mentre i loro genitori ritraevano le sagome delle cannoniere volanti sovietiche, loro oggi tracciano con maestria il profilo dei Mangusta italiani armati di mitragliere.

E la familiarità dei bimbi con la presenza dei nostri elicotteri da combattimento è indicativa di quanto sia dura la guerra affrontata dal contingente italiano nell'Afghanistan occidentale.

Un conflitto su cui viene stesa una cortina di silenzio e di notizie frammentarie. Il 2 gennaio, per esempio, è stata diffusa una nota su un'offensiva dei guerriglieri contro la base della brigata Sassari a Bala Morghab.

L'attacco sarebbe stato lanciato in risposta a un'operazione scatenata dai fanti sardi il 27 dicembre. Le postazioni italiane avrebbero risposto con tutte le armi - inclusi i mortai pesanti da 120 millimetri - e ci sarebbero stati raid dei Mangusta e dei caccia americani. C'è però chi descrive un'operazione più lunga e devastante, cominciata il 21 dicembre.

E non si tratta di notizie ufficiose ma dell'unica fonte ufficiale: il bollettino dell'Us Air Force Central Comand che quotidianamente elenca le azioni dell'aviazione americana in Afghanistan (disponibile su www.centaf.af.mil).

Per loro Bala Morghab diventa "calda" già il 21 dicembre, quando descrivono una triplice manovra condotta da italiani, statunitensi ed esercito nazionale afgano: almeno due convogli che si muovono sotto la scorta aerea dei cacciabombardieri F15E.

I guerriglieri - talebani alleati spesso con criminali locali - ne bloccano uno con un ordigno, poi assaltano un check point dell'esercito afgano. Gli aerei americani intervengono spargendo razzi illuminanti, sufficienti a mettere in fuga gli assalitori.

Forse però quell'imboscata è solo un diversivo perché poco dopo scatta un terzo attacco, contro "un convoglio amico" verosimilmente italiano. Gli insurgents sparano con molte armi. E questa volta gli F15E sganciano bombe, "diverse bombe", che cancellano il "fuoco nemico".

Nessuna notizia sul numero di caduti. Ma l'Us Air Force ci informa che anche il 22 dicembre i caccia vengono chiamati a Bala Murghab per proteggere un altro "convoglio amico", probabilmente italiano. Il 23 sempre nella stessa località vengono attaccati i soldati dell'esercito afgano ma all'arrivo degli aerei gli aggressori fuggono.

Il giorno di Natale invece la battaglia si fa seria. Intervengono i B1 Lancer, i più grandi bombardieri americani, che compiono diversi raid con ordigni di precisione contro le postazioni da cui sparano i talebani. E' evidente che in zona c'è qualche grossa formazione di guerriglieri, organizzati e capaci di compiere azioni coordinate.

E hanno anche uomini infiltrati nei battaglioni governativi, come testimonia la sparatoria ingaggiata nelle stesse ore da un militare afgano che ha ucciso un americano e ferito due italiani.

Contro questo nucleo di "insurgents" il 27 dicembre si muove la Sassari, accolta - secondo il bollettino dell'Air Force - da un fitto tiro di mitragliatrici e razzi Rpg. I grandi B1 sganciano numerose bombe, aprendo la strada ai "dimonios" - il soprannome dei fanti sardi - verso i rifugi degli "insorti". Il giorno dopo la situazione diventa ancora più cruenta, a causa della reazione talebana.

Due squadriglie americane si danno il cambio nel cielo di Bala Morghab, alternando razzi innocui per spaventare i talebani a bombe micidiali per spazzarli via, in un carosello di raid che prosegue fino a sera.

La lunga battaglia di Natale chiude un anno di fuoco, mentre per il 2010 si prepara una nuova stagione di guerra. Con un elemento dominante: ormai le truppe italiane agiscono sempre insieme a quelle americane, le basi avanzate sono presidiate insieme e insieme i reparti vanno alla caccia dei talebani.

Non c'è più quella distinzione tra la missione offensiva statunitense di Enduring Freedom e l'operazione di pace della Nato: italiani e marines combattono insieme. Ma quello che accade nell'Afghanistan occidentale viene taciuto al Parlamento e ai cittadini.



La guerra segreta tra Obama e la CIA
di Gianluca Freda - http://blogghete.blog.dada.net - 3 Gennaio 2010

L’americana ABC News ha riferito ieri della morte di sette agenti della CIA dislocati in Afghanistan in quello che viene definito come uno dei più gravi attacchi suicidi mai compiuti contro l’agenzia di intelligence americana. “La Central Intelligence Agency”, scrive il sito della ABC, “piange la perdita di sette suoi funzionari in un attacco suicida in Afghanistan, uno dei colpi più duri mai subiti da un’agenzia che è sempre stata in prima linea nelle guerre americane”.

Con una certa enfasi retorica, la ABC prosegue: “La CIA ha abbassato a mezz’asta le bandiere nel suo Quartier Generale di Washington, ma non ha reso pubblici i nomi delle vittime, che sono morte avvolte dallo stesso anonimato in cui erano vissute”.

L’episodio, al di là della consueta retorica dei mezzi d’informazione di regime, sembra celare una realtà ben più agghiacciante e pare rappresentare una tappa ulteriore di una vera e propria “guerra segreta” in corso tra l’amministrazione americana e la Central Intelligence Agency, divenuta ormai un’entità così potente da governare in proprio i destini della nazione e deciderne, attraverso operazioni mirate compiute in ogni parte del mondo, la politica interna ed internazionale.

Pochi giorni fa, il presidente afghano Hamid Karzai aveva inoltrato una formale protesta contro gli Stati Uniti per l’uccisione di 10 civili, otto dei quali erano bambini in età scolare, avvenuta sabato 26 dicembre nella provincia afgana di Kunar, vicino al confine col Pakistan.

Si tratta di una zona in cui prevale l’etnia pashtun e nella quale – per usare le parole di Webster G. Tarpley - le attività della CIA sono da tempo incentrate su uno “sforzo deliberato teso a perseguitare, attaccare ripetutamente, antagonizzare, assaltare, reprimere ed uccidere i pashtun”, allo scopo di indirizzare la loro rabbia contro il governo del Pakistan, che gli USA stanno tentando di destabilizzare, non potendo permettersi di attaccarlo direttamente, con l’obiettivo di “far sprofondare quel paese nel caos della guerra civile, nella balcanizzazione, nella frammentazione e nella confusione totale”.

Questa volta sembra però che gli operativi della CIA abbiano davvero esagerato nelle loro sanguinose operazioni di “provocazione”. Anche se Karzai, nella sua protesta rivolta agli USA, aveva parlato in modo piuttosto generico di vittime provocate da “operazioni delle forze internazionali”, le uccisioni in questo caso non sono state causate dal solito bombardamento indiscriminato contro fantomatiche forze talebane.

Secondo le testimonianze, alcuni individui definiti come “stranieri” sono penetrati la sera del 26 dicembre in una casa di due stanze della provincia di Kunar, hanno trascinato fuori 10 persone del tutto disarmate, tra cui 8 bambini, e le hanno uccise con colpi d’arma da fuoco alla testa.

In giro sul web potete trovare le foto delle vittime, che qui evito accuratamente di pubblicare. La NATO si è difesa, sostenendo che gli autori della strage erano americani non appartenenti alle forze militari che avevano sparato per autodifesa dopo essere stati presi di mira dagli abitanti del villaggio.

Ma in seguito alle proteste di Karzai e del Consiglio Nazionale di Sicurezza dell’Afghanistan – che hanno a loro volta fatto seguito ad una manifestazione di 1.500 persone che protestavano contro la strage e accusavano Karzai di complicità con gli USA – l’amministrazione americana, che non può permettersi in questo momento di indebolire ulteriormente il suo già debolissimo e detestato quisling afghano, è stata costretta a prendere severi provvedimenti.

Secondo il sito Whatdoesitmean, che cita fonti militari russe, il presidente Obama, in un atto senza precedenti, avrebbe firmato un ordine per l’“immediata” esecuzione degli agenti della CIA responsabili del massacro.

Truppe speciali americane avrebbero circondato l’installazione della CIA sita a Khowst, nella provincia di Paktia, prendendo in custodia e poi giustiziando i mercenari responsabili degli omicidi. Si sarebbe poi inventata la copertura dell’attacco suicida per fornire una raffazzonata spiegazione al pubblico occidentale. In effetti non è facile spiegare in che modo un attentatore suicida, imbottito di esplosivo, potrebbe mai superare i controlli per entrare in un centro della CIA e farsi saltare in aria “in una palestra” interna all’installazione.

Nella spiegazione fornita da funzionari dell’intelligence si afferma che l’attentatore sarebbe stato un “possibile informatore” portato all’interno del centro per essere interrogato e per questo motivo non sottoposto agli screening ordinari, ma si tratta di una delucidazione che suona altamente contraddittoria ed improbabile.

Se davvero l’ordine di giustiziare uomini della CIA fosse partito dal presidente americano, è ovvio che ci troveremmo di fronte ad una fase drammatica nell’escalation del confronto che contrappone da mesi l’agenzia d’intelligence e l’amministrazione USA.

Le tensioni erano già state rese evidenti dal prolungato braccio di ferro tenutosi nei mesi scorsi tra il direttore della CIA, Leon Panetta, e il direttore dell’Intelligence Nazionale, Dennis C. Blair, vicino ad Obama, che aveva apertamente criticato i metodi utilizzati dalla CIA nel gestire le operazioni segrete, particolarmente in territorio afghano.

A fine agosto la Casa Bianca aveva annunciato l’istituzione di un nuovo corpo antiterrorismo, che si sarebbe occupato degli interrogatori dei sospetti per riferirne direttamente all’amministrazione americana.

La creazione di questa unità operativa doveva servire a strappare le attività di raccolta informazioni alle mani brutali e imbarazzanti della CIA, dopo i numerosi scandali scoppiati a causa di violenze perpetrate contro i prigionieri, da Abu Ghraib in poi.

Di fronte a questa sfida, Panetta aveva minacciato di rassegnare le dimissioni. Alla fine, il tentativo di indebolire Panetta era fallito e Obama aveva dovuto rinunciare alla prospettiva di conferire a Blair un maggior controllo sulle attività di intelligence, attraverso un’ordinanza riservata con cui veniva ribadito il ruolo dominante della CIA nella gestione operativa, anche se si sottolineava “l’obbligo dell’agenzia di lavorare in stretto contatto con Blair nelle operazioni più importanti”.

A fine 2009 si è verificato un altro incidente significativo: il 28 dicembre (proprio nel periodo in cui Obama si sarebbe deciso a firmare l’“ordine di esecuzione” per i mercenari della CIA di Khowst) il presidente era stato costretto ad abbandonare in fretta e furia una partita di golf nella sua tenuta di vacanza di Kailua, alle Hawaii. Le agenzie di stampa hanno riportato in seguito che la fuga concitata sarebbe stata dovuta ad un improvviso malore del figlio di un amico di Obama.

Tuttavia, il sito Whatdoesitmean sostiene che le misure di sicurezza sarebbero scattate dopo che un aereo AWACS di sorveglianza aveva segnalato che un jet privato, di proprietà della Hunt Oil Company, era entrato nello spazio aereo di sicurezza riservato alla protezione della località in cui Obama si trovava in vacanza. Temendo un attacco terroristico, Obama sarebbe stato frettolosamente accompagnato in un luogo più sicuro.

La Hunt Oil Company è una compagnia petrolifera legata alla CIA. Nel 1984 aveva scoperto un vasto giacimento petrolifero nello Yemen, inaugurando poi nel 1986 una raffineria nella città di Maarib alla presenza dell’allora vice-presidente George H. W. Bush.

Secondo il sito Sourcewatch “tra il 27 e il 28 novembre del 2006, un aereo civile intestato alla Hunt Consolidated, Inc., compì due visite presso Camp Peary, campo di addestramento della CIA.

Prima di arrivare a Camp Peary aveva compiuto una sosta notturna all’aeroporto Dulles di Washington. Fece anche una breve fermata all’aeroporto Dulles dopo la sua visita a Camp Peary. Il numero di registrazione del velivolo era N46F”.

N46F è lo stesso numero di registrazione dell’aereo della Hunt che avrebbe violato lo spazio aereo di Kailua il 28 dicembre. Inoltre, riporta ancora Sourcewatch, “non è questa l’unica connessione della compagnia con le attività di spionaggio: il suo amministratore delegato, Ray L. Hunt, è un [ormai ex] membro del Comitato di Consulenza sull’Intelligence Straniera del Presidente”, nominato da George W. Bush nell’ottobre 2001.

Il fatto che l’aereo di una compagnia petrolifera, legata alla CIA e con interessi petroliferi nello Yemen, compaia nello spazio aereo presidenziale nel momento in cui tanto l’operato della CIA quanto lo Yemen si trovano nelle priorità immediate dell’amministrazione USA, non può non rappresentare un segnale inquietante, che ha il sapore di un avvertimento o di un’aperta minaccia.

Se i rapporti tra la principale agenzia d’intelligence americana e l’amministrazione USA si ricomporranno in seguito a questi minacciosi segnali o sfoceranno in guerra aperta è qualcosa che non tarderemo molto a sapere. Fin dall’epoca di Kennedy, la CIA non ha mai perdonato i presidenti americani che hanno provato ad indebolirla.

domenica 3 gennaio 2010

Crisi economica: un 2010 peggiore del 2009?

Ci siamo lasciati alle spalle un 2009 molto difficile dal punto di vista economico, ma le prospettive per il 2010 non sono affatto rosee.

L'anno scorso infatti gli Stati si sono barcamenati alla meno peggio nella tempesta finanziaria globale con provvedimenti eccezionali di espansione del debito pubblico e i conseguenti salvataggi di banche e aziende. Misure ora impossibili da ripetere.

Sarà quindi durante quest'anno che si vedranno effettivamente le conseguenze a lungo termine della crisi, soprattutto sul fronte occupazionale.

Solo pochi giorni fa l'Istat ha comunicato che a ottobre l'occupazione nelle grandi imprese, al netto della cassa integrazione, è calata del 1,9% rispetto a un anno prima.

Mentre nell'industria è calata del 3,7% su base annua (il dato peggiore dal 2002). E' invece aumentato l'utilizzo della cassa integrazione (+54,3 ore per ogni mille nelle grandi imprese dell'industria).

Buon 2010....


2010. Si pagheranno care le scellerate politiche economiche del governo
di Alfiero Grandi - www.dazebao.org - 1 Gennaio 2009

Anche se non è facile scegliere gli emblemi di un anno, si può dire che il 2009 ha avuto certamente due punti di grande rilievo economico e sociale: la forte crescita della disoccupazione e la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro (con conseguente caduta del reddito complessivo dei lavoratori) e lo scudo fiscale, in altre parole il condono tombale regalato dal Governo agli evasori fiscali, per di più a prezzi talmente bassi da essere introvabili nel resto del mondo.

Lo scudo fiscale merita un approfondimento.

Da come il Ministro Tremonti ha presentato i risultati dello scudo fiscale - con l’amplificazione di una grancassa mediatica fin troppo compiacente - sembra che ora l’economia italiana avrà a disposizione quasi 100 miliardi di euro, ma è una balla perché in realtà lo Stato incasserà il 5%, quindi meno di 5 miliardi di euro, in altre parole un decimo dei 50 miliardi che avrebbe dovuto incassare. La differenza se la terranno gli evasori con un enorme guadagno personale rispetto ai cittadini che hanno regolarmente pagato le tasse.

Gli evasori fiscali non possono che essere grati al Governo per questo incredibile regalo, mentre lo Stato avrà quasi 50 miliardi di entrate in meno.
Per di più gran parte di questo denaro resterà all’estero o verrà impiegato in attività speculative e quindi darà ben poco aiuto alla ripresa economica. Il resto è propaganda.
Se il Ministro Tremonti è veramente sicuro dell’efficacia dei risultati del contrasto all’evasione perché ha rinunciato ad incassare di più ? Perché ha preferito fare questo scellerato favore agli evasori fiscali, che è un autentico schiaffo a chi ha sempre compiuto il suo dovere fiscale?

Il 2010 vedrà proseguire - purtroppo .- la perdita di posti di lavoro, perché gli effetti della crisi economica si fanno sentire con ritardo sull’occupazione e nel 2010 si esauriranno gradualmente i cosiddetti ammortizzatori sociali.

Quando si afferma con grande leggerezza che la crisi è alle spalle si dimentica di dire che la crisi non ha colpito tutti allo stesso modo e che non basta la ripresa delle borse per mettere la parola fine alla crisi. Ne hanno subito i colpi anzitutto le aree sociali più deboli, i tanti precari che hanno perso per primi il lavoro, i lavoratori che hanno già perso il lavoro e che vedono esaurirsi la protezione - pur parziale - degli ammortizzatori sociali.

L’Italia che uscirà dalla crisi avrà una base produttiva più ristretta e avrà meno occupazione, lascerà fuori dal mercato del lavoro la nuova generazione, senza dimenticare che sta crescendo l’area del lavoro nero, e quindi anche la ripartizione del reddito sarà ancora più ingiusta di quella pre-crisi. In altre parole l’Italia farà un balzo all’indietro di almeno 15 anni.

Questa Italia più piccola, più ingiusta socialmente, più chiusa per timore vedrà crescere l’area della società sempre più relegata ai margini e continuamente alle prese con il problema della sopravvivenza.

Le classi dominanti che hanno la responsabilità della crisi sono ben determinate a restare al loro posto e a perpetuare l’attuale ingiustizia sociale.

Per di più la crisi lascia un conto finanziario pesante per lo Stato. In pratica è come se l’Italia fosse tornata in rapporto al PIL al debito che aveva all’inizio anni 90, come se le politiche di risanamento di oltre 15 anni fossero state spazzate via e tutti i sacrifici relativi vanificati. Stiamo tornando al 120 % di debito pubblico, esattamente come all’inizio degli anni 90.
Chi pagherà nei prossimi anni il buco aperto nel bilancio dello Stato dalla crisi finanziaria prima e da quella economica dopo?

La previsione non è poi difficile. Se chi comandava prima resterà in sella anche dopo la crisi si può scommettere che la soluzione verrà trovata in una miscela di tagli massicci alla spesa pubblica (soprattutto pensioni, sanità e Enti locali) e di nuove tasse, magari nascoste spostando il prelievo fiscale sui consumi, quindi dalle classi sociali più deboli.

La somma da trovare è enorme: 80/90 miliardi di euro in pochi anni per riprendere il sentiero del risanamento finanziario. Si profila un rovesciamento sociale di proporzioni enormi, a cui va aggiunto il pericolo inflazione che è già iniziata malgrado la crisi dovrebbe avere l’effetto contrario, senza che il Governo abbia fatto nulla, probabilmente perché ha fatto un pensierino sull’uso dell’inflazione come uno dei mezzi per fare pagare la crisi al reddito fisso.

Siamo almeno al riparo da nuove crisi finanziarie? No perché in sostanza non è cambiato quasi nulla nelle regole e nei controlli sulla finanza, sulle speculazioni. In Italia nulla e anche in Europa è tutto da decidere. Malgrado le grida manzoniane contro speculatori e banche lanciate nel momento più acuto della crisi, la realtà dei controlli e dei divieti nei mercati finanziari è sostanzialmente quella precedente.

Anche le banche sperano di cavarsela con un poco di autoregolamentazione come Patti Chiari. I prodotti finanziari che possono circolare sono gli stessi di prima, la speculazione è di nuovo all’attacco ed è tra le ragioni dell’aumento del prezzo dei prodotti petroliferi. I risparmiatori sono serviti.

C’è bisogno di un progetto paese, ovviamente in un quadro europeo, in grado di mettere in campo un’alternativa alle soluzioni alla crisi che propongono i ceti dominanti.
E’ curioso che proprio mentre anche Governi conservatori hanno proposto di introdurre la Tobin tax per controllare e regolare la speculazione finanziaria non ci sia stata un’iniziativa ancora più forte e determinata delle sinistre politiche e sociali.

Quando anche le classi dominanti sono attraversate da dubbi e contraddizioni dovrebbe essere in campo un’alternativa di proposte, capaci anche di cogliere le opportunità messe in campo da altri per diverse ragioni. Purtroppo non è stato così e il rischio concreto che dopo la crisi tutto torni come prima, cioè nelle mani degli stessi che l’hanno prodotta è molto serio.

E’ un errore pensare che le alternative si confronteranno una volta superata la crisi. Superata la crisi, tornate in sella le classi dominanti, passato lo spavento di pochi mesi fa, lo spazio per un’alternativa politica, economica e sociale sarà ridotto al lumicino e i soliti noti nel frattempo saranno chiamati a sopportare non solo il costo della crisi ma anche il suo superamento.

Dopo il danno la beffa. Un’alternativa è possibile ma occorre avere il coraggio di fare delle scelte e di chiamare a pagare la crisi –ad esempio - anche quelli dello scudo fiscale.


Il 2010 sarà peggiore
di Monty Pelerin - www.americanthinker.com - 2 Gennaio 2010
Traduzione a cura di Antonio Pagliarone

Il 2010 sarà probabilmente l'anno di svolta in cui esperti smetteranno di riferirsi alla recessione e cominciano a parlare apertamente di depressione. Il problema economico è piuttosto semplice da descrivere: c'è troppo debito rispetto al reddito e / o alla ricchezza prodotta.

Di seguito è riportato il grafico che rappresenta la situazione dell’ economia americana, nel quale viene mostrato il debito complessivo degli Stati Uniti come percentuale del PIL dal 1870 in avanti.

I dati sul debito comprendono tutti i debiti pubblici e privati, non comprende gli oneri legati al mandato del governo come la Social Security e la Sanità che non vengono finanziate. (Nota: Secondo i depositari di questi fondi fondazione negli Stati Uniti il valore attuale delle passività sarebbe di circa 106 mila miliardi di dollari, che se venissero incluse farebbero aumentare il rapporto Debito/PIL fino al 1.000%).


L'ammontare percentuale del debito in rapporto al PIL dal punto di vista storico è veramente sconcertante. Vale la pena di fare alcune considerazioni sul grafico:

* Sul lungo periodo la "norma" del rapporto sembra essere di circa il 150% e le linee rosse delimitano la "norma" compresa tra il 130% e 170% rispettivamente.

* Il rapporto non è mai superato la fascia superiore eccetto due periodi di impennata: nel 1920 e nel 1980.

* Ogni intersezione delle linee ha comportato un enorme boom nel settore del credito. Il primo si concluse con la Grande Depressione. Il secondo produrrà una catastrofe simile se non peggiore. (siamo solo agli inizi).

* L'espansione del credito che ha portato alla Grande Depressione non è stata così rilevante come quella attuale.

* Il picco del credito si è verificato dopo che la depressione era cominciata. L’andamento della spesa pubblica e la contrazione del PIL hanno continuato a condizionare il rapporto fino all'inizio della Grande Depressione.

* Dopo la pubblicazione di questo grafico, il rapporto è cresciuto ed attualmente ha raggiunto quasi il 380%, quasi il doppio del livello raggiunto dagli Stati Uniti all’inizio della depressione.

* Mentre sembra che i prestiti privati abbiano raggiunto attualmente il picco, l’enorme finanziamento del disavanzo pubblico continua a far innalzare il rapporto , così come la contrazione del PIL.

Nessuna teoria economica riesce a razionalizzare una vera e propria "norma", ma intuitivamente, sappiamo che un tale valore limite esiste. Il debito non deve superare una certa percentuale di reddito, altrimenti non vi può essere un prestito.

Per oltre un secolo il settore bancario ha utilizzato il concetto dei rapporti equivalenti come criterio per l’erogazione di prestiti ai singoli e alle imprese. Per varie ragioni, nel corso degli ultimi due decenni le banche hanno trascurato queste linee guida contribuendo notevolmente alla bolla del credito.

Il governo ha deciso che la cura per l'eccessivo indebitamento consiste nel fare più debito. Questa soluzione non può funzionare, soprattutto quando il credito è già così sovraesposto. I redditi e la ricchezza prodotta non possono sostenere gli attuali livelli di indebitamento..Il credito tornerà ai livelli medi, indipendentemente dagli intenti del governo, che questo avvenga attraverso il pagamento ordinato o l’insolvenza, la riduzione del debito sarà inevitabile.

Ludwig von Mises ha affrontato i limiti del credito nella Teoria della moneta e del credito, originariamente pubblicato nel 1912. In lavori successivi così si esprimeva sulla questione:

Non vi è alcuna possibilità di evitare il collasso finale derivante dal boom dall’espansione del credito [debito]. Una alternativa vi è solo se la crisi dovesse arrivare prima, come il risultato di un abbandono volontario di ulteriore espansione del credito [debito], o più tardi come una catastrofe finale e totale del sistema monetario in questione.

Nel 2009, non è stato possibile finanziare le richieste di capitale negli Stati Uniti attraverso i mercati tradizionali. Il governo è stato in grado di finanziare il suo deficit del 2009 solo attraverso Quantitative Easing [1] esplicite (e occulte) della Fed. In Discutendo del 2009, Zerohedge ha dichiarato:

Vi è stato un credito enorme e una crisi di liquidità, e poi c'era il Quantitative Easing, questo'ultimo equivale per la Fed al band-aiding [2] di uno zombie e di un organismo infettato dagli schemi di Ponzi, meglio conosciuto come “l'economia americana”. Ha funzionato per un po', ma ora la zombie è in procinto di tornare in crisi, seguito da uno stato comatoso e, infine, ridotto in condizioni di non morte (e con una riduzione della linea 401 k)[3] .

Zerohedge ha stimato che negli USA, per poter finanziare le esigenze di capitale nel 2010, la domanda (il finanziamento) di titoli a rendita fissa dovrebbe aumentare di undici volte. Intanto continua a declinare la partecipazione straniera nei titoli a rendita fissa sui mercati finanziari americani che contribuirà a rendere impossibile tale finanziamento.

Per quanto riguarda le esigenze di finanziamento del 2010 esitono solo tre possibilità:

- La Fed continuerà il suo Quantitative Easing oltre la loro cessazione prevista nel marzo 2010.

- La Fed alza i tassi di interesse a livelli che potrebbero attirare i capitali necessari per finanziare le operazioni di governo attraverso i mercati del credito tradizionale.

- La Fed non prende alcuna iniziativa e allora si avrebbe un insolvenza del governo su alcune sue obbligazioni.

Nessuna di queste alternative è attraente. Le scelte sgradevoli derivano dalle politiche adottate precedentemente dalla Fed e dal Governo. Per evitare la recessione, il governo nel corso degli ultimi cinquant'anni ha abusato e poi alla fine ha esaurito tutte le opzioni ragionevoli.

Dopo anni di cattiva gestione, il governo è in imbarazzo di fronte a quello che deve fare e non può sfuggire. Tutte le alternative saranno molto dolorose, e nessuna è in grado di garantire la possibilità di una ripresa di tipo tradizionale.

Non importa quale alternativa si scelga, il paese non può evitare una depressione. A questo punto la politica dovrebbe preoccuparsi di "non nuocere ulteriormente". Delle tre alternative, ciò che è meglio economicamente è peggiore politicamente.

Questo conflitto naturale tra buona economia e una buona politica non è insolito.Il paese subirebbe un grave danno economico se si attuasse la alternativa n 2.. Da un punto di vista politico, le alternative 2 e 3 sono probabilmente inaccettabili. Pertanto, è probabile che venga tentata (ancora!) la 1° alternativa. Ma è stato proprio il continuo abuso di questa alternativa, che ha portato a questo stato penoso.

Alternativa 1 non può funzionare, non riuscirà ad evitare una depressione, anzi peggio ancora, porterà probabilmente all'iperinflazione. Così, finiremo probabilmente con l’avere una situazione peggiore, infatti con l’iperinflazione, il denaro cesserà di essere un mezzo di scambio, i mercati cesseranno le loro attività, se non basandosi sul baratto, verrà spazzata via la classe media i cui risparmi perderanno valore come il dollaro. Alla fine si verificherà ciò che Mises ha previsto molti anni fa.

In una qualsiasi delle alternative si corre il rischio di perdere la nostra forma di governo, cosa che porterà a disordini ed alle lotte. Tutto ciò risulterebbe possibile se si adottasse l’alternativa 1 per gli effetti corrosivi provocati da inflazione elevata unita ad una depressione.

Attenzione al calendario. Le cose si stanno facendo sempre più interessanti e probabilmente molto presto.

NOTE

1 - Il termine anglosassone Quantitative Easing si traduce in italiano con alleggerimento quantitativo ed indica la creazione di moneta da parte della banca centrale e la sua iniezione, con operazioni di mercato aperto, nel sistema finanziario ed economico

2 - “band-aiding” significa aiutare a mantenere entro i limiti massimi le fluttuazioni dei tassi di cambio del dollaro rispetto ad un'altra valuta

3 - Il tipo di pensionamento 401k è stato progettato in modo tale che esso incoraggi i dipendenti a risparmiare una notevole somma di denaro per il periodo post-pensionamento.


Ecco il prezzzo della crisi che pagheremo nel 2010
di Mauro Bottarelli - www.ilsussidiario.net - 31 Dicembre 2009

Se esiste qualcosa di peggiore dei bilanci di fine anno, queste sono le previsioni per l’anno in arrivo. Cosa dobbiamo quindi aspettarci dal 2010: la famosa ripresa annunciata da almeno un anno e mezzo da politici e banchieri di varia foggia oppure un’altra crisi?

Tre sono le certezze. La prima, tutti gli analisti seri concordano con il fatto che il tasso globale di disoccupazione continuerà a salire almeno per tutta la prima metà del prossimo anno. Certo, gi interventi dei vari governi potranno cercare di rendere meno drammatica la situazione, ma il dato tendenziale è incontrovertibile.

Secondo, chiunque punti su un particolare titolo sta lanciando freccette a caso. Il 2010 sarà l’anno, ancora una volta, delle commodities: petrolio, minerali, oro ma anche zucchero e cacao.

Chi vuole speculare, sa dove gettarsi: d’altronde, fino a quando non verrà imposto l’obbligo di consegna - ad esempio - per il petrolio comprato attraverso i futures nelle dark pools grazie a squeezes e corners speculativi, la gente continuerà a speculare. E fa bene, visto che se i regolatori non regolano, non sta certo a chi investe l’obbligo di “autocastrazione”.

Terzo, il comparto bancario non sarà più lo stesso. Fallirà più di un istituto in Europa, la Germania e l’Austria pagheranno un prezzo pesantissimo alla loro spavalda esposizione verso l’Est europeo. Negli Usa, ieri, è stata diffusa la notizia che lo Stato garantirà altri tre miliardi e mezzo di dollari a Gmac per non crollare sotto le nuove perdite legate ai mutui: stiamo parlando del 30 dicembre e di un istituto che dal dicembre dello scorso anno ha già ottenuto dallo Stato qualcosa come 13 miliardi di dollari in aiuti. La dimensione della catastrofe è questa.

Ora il tappo sta per saltare anche in Europa: in Inghilterra gli analisti scommettono sul crollo della sterlina entro le elezioni di maggio, una scommessa di cross monetario che potrebbe far la gioia dei forex e un po’ meno quella del governo britannico.

Il quale viene dato sì per spacciato, ma con la quasi certezza di un hung parliament, ovvero l’assenza di una maggioranza in grado di governare all’atto di chiusura delle urne: a quel punto, toccherà mettere in piedi una sorta di governo di salute pubblica visto che almeno un paio di banche stanno per annunciare perdite record e svendendo gli assets più pregiati. Il debito pubblico inglese, però, non consente altri salvataggi pena la perdita del rating AAA per il paese e quindi costi ulteriori per ripagare il debito contratto.

C'è poi l'incognita cinese. Come si muoverà Pechino è difficile poterlo dire con certezza, sicuramente si muoverà e non con la delicatezza di una libellula. Lo shopping di assets strategici è già partito e ieri è stata registrata la terza seduta consecutiva in rialzo per le Borse del Dragone, dopo la notizia che il Consiglio di Stato avrebbe approvato i contratti future sugli indici azionari, attesi da molto tempo, notizia che non è stata però ancora confermata.

Lo Shanghai Composite Index ha guadagnato l'1,58%, a quota 3.262,6, il Shenzhen Component Index ha chiuso in rialzo dell'1,04%, a 13.644,47: scambi complessivi in crescita a 254,09 mld di yuan (37,2 mld di dollari), da 194,38 mld di yuan nella seduta precedente.

La Cina, inoltre, potrebbe sfruttare le rinnovate tensioni geopolitiche tra Usa e Russia, non tanto a livello di muso duro rispetto a scudo spaziale e nuovi armamenti, quanto sul fronte energetico: il fluttuare allegro dei cds sul rischio di default sul debito e il fatto che il nodo della questione gas - che rischia di lasciare al freddo o almeno sotto ricatto l'Europa - passi da lì, mette pesantemente nel mirino di azioni speculative l'Ucraina, Stato di fatto al collasso tecnico ma che è anche controparte di molti prestiti elargiti senza troppo raziocinio dai paesi europei.

Farla saltare potrebbe voler dire rimettere in moto il risiko energetico e piazzare un colpo devastante ad almeno tre Stati, ovvero Germania, Austria e Repubblica Ceca. Pensare che certe cose succedano solo nei film rende la vita meno amara ma il mese di febbraio potrebbe rivelarsi determinante, anche perché operazioni di questo genere lasciano poche tracce ma inviano segnali molto chiari quando sono in fase di attuazione.

È la geofinanza di cui abbiamo già parlato molte volte in passato: basta guardare alle cronache di questi giorni. Il fallito attentato che riaccende la lotta al terrorismo e la volontà Usa di un attacco contro le basi di Al Qaeda nella penisola araba, le tensioni di piazza in Iran, gli scontri in Nigeria scatenati dalla setta islamica Kata Kalo, la tensione tra Cina e Gran Bretagna: tutte aree caldissime ma soprattutto strategiche.

Infrastrutture energetiche, materie prime, petrolio, riserve: tutto può salire o scendere se una guerra scoppia oppure no, se un missile parte oppure no, se un aereo esplode oppure no. Certo non si scatenano le guerre all'ultimo piano della sede di una grande banca d'affari, ma certamente si guarda con molta attenzione al loro evolvere: la gente che muore può far fare molti soldi, è la faccia pulita e in grisaglia delle guerra a bassa intensità.

Per Natale l'America ha regalato a Pechino un nuovo aumento dei dazi anti-dumping sull'acciaio, certamente non un gesto di disgelo: come reagirà la Cina è tutto da vedere, certamente non potrà scaricare di colpo il debito Usa che detiene.

Potrà però continuare a diversificare le riserve monetarie, mandando in altalena le valute e magari continuando in questo modo a tenere basso il valore dello yuan: l'anno che ci aspetta, più di quello che stiamo per lasciare, passerà alla storia per i veri cambiamenti epocali.

Quest'anno abbiamo pagato e vissuto la crisi, da domani ne pagheremo le conseguenze. E non solo per mutui e posti di lavoro. Nel frattempo, non fasciamoci la testa. A volte i cambiamenti, anche drastici, non portano solo cose negative. Buon anno a tutti i lettori.


La nuova crisi europea del 2010
di Mauro Bottarelli - www.ilsussidiario.net - 30 Dicembre 2009

La guerra, ora, è quella contro il debito. E se da un lato il 2010 sarà l'annus horribilis del corporate debt, ovvero aziende che subiranno ristrutturazioni feroci tali da cambiare la loro fisionomia e che già nella City vengono appellate come “zombie firms”, saranno gli Stati a mettere in campo le mosse principali da qui al prossimo mese di aprile, quando in molti temono che i ricaschi sociali della crisi economica toccheranno un po' dappertutto il punto più critico.

Nel silenzio generale, dovuto anche alla nuova emergenza terrorismo negli Usa che ha silenziato ogni altra decisione, il Senato statunitense ha rialzato di altri 290 miliardi di dollari il tetto di indebitamento del governo, portandolo a 12.394 miliardi di dollari: hanno votato a favore di tale mossa 60 senatori e contro in 39.

Cosa significhi questo è presto detto: l'iniziativa consentirà infatti al governo di emettere altre obbligazioni sul debito e avere due ulteriori mesi di operatività. Siamo, cioè, all'emergenza bella e buona. Segnale che negli Usa, a differenza che in Europa, la politica sta guardando in faccia la realtà e non sta nascondendosi dietro il dito del “ormai si vede la luce in fondo al tunnel”: ricordatevi, infatti, che con ogni probabilità quelle luci sono di un treno in arrivo.

Di più. Sempre nel silenzio la Federal Reserve ha messo in campo una mossa strategica nella lotta a quello che sarà il potenziale nemico del domani, ovvero l'inflazione, creando il “term deposit facility”, un meccanismo con il quale si è in grado di prelevare denaro dal sistema bancario in caso la politica decida per una rafforzamento della politica monetaria.

Attraverso questo, le banche potranno guadagnare interessi sui prestiti basati su maturities lunghe e si vedranno accordato un interesse anche sulle riserve overnight. Insomma, le riserve bancarie, la liquidità degli istituti diviene un nuovo strumento per la Fed al fine di supportare un'implementazione effettiva della politica monetaria. Ovviamente, le somme prestate alla Banca Centrale non possono essere ritirate dagli istituti se non sui tempi voluti dallo schema.

Insomma, se Francoforte dorme il sonno degli incoscienti, Washington lavora e si prepara alla ripresa evitando che l'ormai prossimo rialzo dei tassi d'interesse si trasformi in una trappola iper-inflattiva ingestibile in una tale situazione di debolezza e instabilità dell'economia.

Questo, inoltre, pone rimedio al problema delle riserve in eccesso, una sorta di bolla creata negli anni che ha portato a un esubero di credito verso il sistema bancario di 2,2 trilioni di dollari: come trasformare un problema, in una soluzione.

E l'Italia, costretta a muoversi tra le tenaglie dell'Ue e la cronica mancanza di fondi per intervenire, si lancia ancora sul mercato. È infatti italiana l'ultima emissione di titoli pubblici del 2009 nella zona euro.

L'asta di oggi dei titoli a medio lungo termine della Repubblica - il maggior emittente di Eurolandia - cade in un momento di nervosismo del mercato internazionale per la grave situazione finanziaria di un Paese ad alto debito come la Grecia, non certamente nostro gemello ma non molto dissimile se prendiamo il puro dato del rapporto di indebitamento, almeno quello percepito.

Peccato che la percezione, così come i giudizi delle agenzie di rating, spesso siano fallaci. Il nervosismo imperante nell'eurozona - come sottolineava l'altro giorno il Wall Street Journal - non si infatti è riversato sull'Italia anche perché quest'anno il deficit pubblico del Paese è stimato a circa il 5% del Pil contro l'oltre 12% previsto per la Grecia. L'asta italiana riguarderà i Btp e i Cct con gli ammontari indicativi e le caratteristiche dei titoli che saranno pubblicati nell'ultimo giorno lavorativo pieno dell'anno.

Ma l'asta non sarà - segnalava il quotidiano statunitense - pienamente indicativa di come i mercati accolgano il debito pubblico italiano a causa del probabile basso volume in emissione. Per i titoli pubblici ma anche per le obbligazioni societarie, intanto, gennaio si preannuncia come un mese di fuoco.

L'attenzione del mercato si concentra sulla Germania visto che il governo di Berlino ha programmato quattro aste per un totale di 22 miliardi di euro, oltre un decimo dell'ammontare in emissione per l'intero 2010 escludendo i titoli indicizzati all'inflazione.

E la Germania si candida a essere uno dei protagonisti del mercato, considerando che l'ammontare nominale complessivo delle emissioni programmate per il prossimo anno sarà superiore del 35% rispetto all'anno in corso a causa dell'esigenza di copertura del maxi-piano di spesa pubblica a sostegno dell'economia, prima che venga iniziata l'opera di rientro del deficit.

Insomma, Berlino tenta la carta della maxi-emissione perché sa che - come diciamo da mesi su ilsussidiario.net - o si dà vita entro marzo alla bad bank o il sistema bancario - con a cascata quello assicurativo - salterà come un tappo di spumante a Capodanno. Meno chiaro è se la Grecia tenterà di testare i mercati con nuove imminenti emissioni in asta.

Le previsioni infatti indicano il ricorso a consorzi di collocamento bancari senza, dunque, calendari prefissati: negli ultimi giorni i titoli della Repubblica ellenica sono stati sommersi dalle vendite dopo il doppio declassamento subito da Fitch lo scorso 8 dicembre a BBB-plus e successivamente da Standard & Poors. Mosse che, però, hanno fatto festeggiare la Borsa di Atene con un rialzo di quasi il 5%: miracoli del mercato e degli avvoltoi che già si aggirano sopra i cieli del Pireo.

In generale, per quest'anno le emissioni complessive di titoli pubblici di Eurolandia dovrebbero toccare il record di 920 miliardi di euro, 50 miliardi in più dell'anno scorso secondo le stime della banca tedesca WestLb.

Stime che prevedono comunque una buona accoglienza da parte del mercato anche grazie all'opera della Banca Centrale Europea che sta assicurando una sufficiente liquidità al mercato: speriamo, poiché WestLB è tecnicamente fallita e potrà salvarsi solo se parzialmente nazionalizzata - quindi i suoi giudizi potrebbero essere, diciamo così, un po' orientate ed eterodiretti da uno Stato che, come già detto, si prepara ad emissioni record per il 2010 - e la politica monetaria della Bce non appare sufficientemente strutturata per garantire un flusso sia costante che pienamente votato a una politica che cerchi di salvare tutti o quantomeno evitare sacrifici statali per salvare i figli e non i figliastri.

La lezione di interventismo della politica Usa e della Fed dovrebbe insegnarci qualcosa. Purtroppo, non lo farà.


Capitalismo, big crisi e piccola sinistra
di Joseph Halevi - www.ilmanifesto.it - 2 Gennaio 2010

In Italia la sinistra ufficiale ed i suoi frammenti a sinistra non hanno alcuna visione sistematica della crisi. Per ovvi motivi di compartecipazione al potere, quella ufficiale parla solo di regole, spesso credendo nel mercato - senza peraltro averne una teoria appropriata - molto di più della destra, come con originalità ha sottolineato Riccardo Bellofiore. Le sinistrate frange pur pensando che la crisi sia di sistema, hanno il cervello altrove, concentrato sulla mera sopravvivenza politica.

Il 2009 è stato l'anno del travaglio della crisi che continuerà anche nel 2010, basti pensare a tutte le imprese che nel mondo occidentale - dalla Finlandia alla Grecia ed al Portogallo, dall'Italia agli Stati uniti e travalicando l'Oceano Pacifico fino al Giappone - sono in fase di ristrutturazione o di chiusura definitiva, generando comunque disoccupazione e sottoccupazione.

Il 2009 è stato però anche l'anno in cui si è evitata la caduta in una nuova Grande Depressione, sebbene nel primo trimestre tutto andasse verso una vera e propria catastrofe economica.

Lo scorso giugno Barry Eichengreen dell'università di Berkeley in California aveva prodotto dei grafici, pubblicati anche su quotidiani europei, ove si mostrava che, per un periodo di tempo comparabile, l'ampiezza del crollo della produzione in Usa, Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna e Giappone superava l'implosione del 1929-30.

La catastrofe è stata evitata perchè c'è stato ciò che nel linguaggio corrente americano si chiama Big Government (governo di grande spesa) affiancato da una Big (grande) Bank (la Federal Reserve).

Ambedue hanno speso a più non posso seguiti dai paesi europei e dal Giappone. Infine la crescita cinese ha fatto risalire i prezzi delle materie prime ed i connessi mercati finanziari. La continuazione della crisi nel 2010 deve essere studiata a partire da questi fatti.

L'evidenza mostra che i meccanismi che hanno causato lo sfracello finanziario sono in piedi in forma accentuata. Nessun effetto a catena avrebbe potuto spiegare l'entità delle perdite se queste fossero state originate solo dal mercato del subprime.

La dimensione del collasso fu dovuto alla trasformazione di quel mercato nella punta dell'iceberg che caratterizza l'insieme del cosidetto «money manager capitalism» (il capitalismo dei manager dei fondi di investimento/pensione ecc, il termine è di Hyman Minsky).

L'essenza di questo tipo di capitalismo si coglie perfettamente guardando alle regole contabili che lo guidano, osservando che sono ancora operanti, solo vengono sospese di tanto in tanto secondo i vari casi. Le regole di contabilità finanziara fanno emergere i profitti delle banche e la stima del valore capitale delle stesse imprese produttive, da valori fittizi.

Ciò avviene contabilizzando oggi le entrate future, non quelle già dovute, ma quelle ancora lontane nel tempo la cui esistenza è puramente ipotetica. Il pagamento dei bonus, dei dividendi si effettuava e - con la ripresa di Wall Street e compagnia - si effettua tuttora, facendo i conti senza l'oste. E' evidente che un sistema simile non può che portare ad un indebitamento endemico che in gergo si chiama leverage.

Il biennio 2007-2008 ha messo il money manager capitalism in crisi ma le politiche economiche perseguite dal secondo trimestre del 2009 sono state dirette a rimetterne in piedi i perversi meccanismi. Escludo che l'azione delle autorità riesca a guarire il male profondo del money manager capitalism, può però mantenerlo in vita come in effetti sta accadendo sotto i nostri occhi.

Il meltdown bancario è stato evitato ma non è stato ridotto il rischio chiamato sistemico e ciò è connaturato al ruolo ormai subordinato assegnato all'investimento reale e quindi all'occupazione.

Le regole finanziarie riflettono molto bene l'economia politica del capitalismo emerso negli anni Ottanta negli Usa in conseguenza della stagnazione economica e del disorientamento degli anni Settanta. Fu un'operazione istituzionalmente diretta a privilegiare rendimenti finanziari e le valutazioni borsistiche.

Negli anni Novanta Washington trasferì tale preferenza sul piano internazionale. Gli Usa vollero ed ottennero che la valutazione delle imprese e delle attività riflettessero le condizioni di mercato così come emergevavano dagli andamenti borsistici.

Nel 2005 le regole afferenti alla finanza furono codificate nell'International Accounting Standards in cui nel trattamento del debito veniva omesso il costo dei prestiti ed il rischio di non pagamento, cioè il maggior fattore di rischio per le banche.

In questo modo venivano automaticamente inflazionati i profitti virtuali delle medesime incentivando la corsa al disastro.

Keynes osservò che la borsa svaluta e rivaluta molti tipi di investimento ogni istante. Quindi, aggiunse, farvi dipendere l'investimento è come se «un agricoltore avendo controllato il barometro a colazione, decidesse di rimuovere il capitale della sua fattoria tra le 10 e le 11 del mattino e valutare se reimmetterlo o meno più tardi o una settimana dopo» (Keynes, mia traduzione).

Proprio così sono andate le cose e l'investimento effettivo e quindi l'occupazione reale, non la mezza occupazione di semi disoccupati, ed il salario sono stati i principali perdenti.

Oggi per poter continuare come prima l'intera impalcatura economica abbisogna di ininterrotte erogazioni di soldi. Infatti il programma di salvataggio Tarp, varato dal segretario al Tesoro di Bush Hank Paulson, è stato prorogato per 2010 ed analogamente è successo in Gran Bretagna.

Si deve inoltre aggiungere che, avendo la crisi svuotato il credito alle famiglie, è scomparsa l'impulsione alla domanda di beni di consumo proveniente dal loro crescente indebitamento. L'investimento è pertanto destinato ad indebolirsi ulteriormente rispetto a considerazioni di ordine finanziario.

Non è possible ipotizzare la messa in cantiere di politiche keynesiane volte alla piena occupazione.

Semplicemente non vi sono le condizioni di classe e quindi economiche. Non ne esistono le condizioni internazionali che invece si caratterizzano per il permanere degli squilibri nelle bilance commerciali e dei pagamenti (Cina-Usa, Cina-resto del mondo e Germania-Europa) senza adeguati processi compensatori.

Pertanto la messa in cantiere di suddette politiche richiederebbe un complesso di strumenti ed istituzioni anche internazionali oggi inesistenti e molto simili a strutture di pianificazione soprattutto se vengono inserite considerazioni di ordine ambientale. Chimere, la realtà è quella della disoccupazione e dell'assenza di lotte dure.

sabato 2 gennaio 2010

2010: la nuova guerra degli USA nello Yemen

Il 2010 appena iniziato vedrà presto l'ennesimo intervento militare degli USA, con la scusa della solita fantomatica Al Qaeda.

E questa volta toccherà allo Yemen essere bombardato e forse anche invaso, con il placet del governo yemenita.

Lo ha confermato infatti lo stesso Barack Obama che, riferendosi al nigeriano con "la mutanda esplosiva", oggi ha dichiarato "Sappiamo che quest'uomo e' stato nello Yemen, un Paese che deve lottare contro una poverta' devastante e una guerriglia micidiale. Sembra che si sia unito a un gruppo legato ad al Qaeda, e che questo gruppo lo abbia addestrato all'uso degli esplosivi e mandato a colpire quell'aereo diretto in America".

Dopo l'aumento di truppe in Afghanistan e i continui bombardamenti in Pakistan, Obama sta veramente facendo di tutto per meritarsi il Nobel per la Pace...


Yemen: la guerra del Pentagono nella penisola araba
di Rick Rozoff - http://rickrozoff.wordpress.com - 15 Dicembre 2009
Traduzione a cura di Gianluca Freda

Nota del traduttore: Questo articolo è stato scritto dieci giorni prima che il fallito attentato di Umar Farouk Abdulmutallab contro il volo Delta 253 americano fornisse agli USA un felice pretesto per intervenire nella guerra civile in corso nello Yemen. L’autore aveva già capito quali fossero gli obiettivi e gli interessi in campo e li aveva illustrati con una certa accuratezza. Ci ha poi pensato la solita Al Qaeda, con il consueto petardo fatto esplodere in una locazione a caso, a creare la giustificazione per l’intervento. Al Qaeda è preziosa per la politica estera degli Stati Uniti: consente di giustificare qualsiasi invasione o aggressione, comparendo sempre nel luogo opportuno – quello in cui gli USA desiderano intervenire - al momento opportuno. Se non ci fosse bisognerebbe inventarla. E naturalmente è per questo che gli Stati Uniti l’hanno inventata. Qui sotto ho sottotitolato l’intervista rilasciata da Webster Tarpley a Russia Today, in cui vengono forniti alcuni retroscena del finto attentato (ringrazio Huey Freeman e ComeDonChisciotte che mi hanno segnalato il video).

Il 14 dicembre la BBC News ha riferito che 70 civili erano rimasti uccisi nel corso di un bombardamento aereo effettuato sul mercato del villaggio di Bani Maan, nel nord dello Yemen.

Le forze armate nazionali si sono assunte la responsabilità dell’attacco, ma un sito web dei ribelli Houthi, contro i quali l’attacco era presumibilmente diretto, ha affermato che “aerei sauditi hanno compiuto un massacro contro gli innocenti abitanti di Bani Maan”. [1]

Il regime saudita si è inserito, ai primi di novembre, nel conflitto armato tra i suddetti Houthi e il governo dello Yemen, a sostegno di quest’ultimo, e da allora è accusato di aver condotto attacchi all’interno dello Yemen con carri armati e aerei da guerra. Anche prima di quest’ultimo bombardamento, moltissimi yemeniti erano già stati uccisi e altre migliaia erano stati costretti alla fuga dai combattimenti.

L’Arabia Saudita è anche accusata di aver utilizzato bombe al fosforo. Inoltre, il gruppo ribelle noto come Giovani Credenti, con base nella comunità musulmana sciita dello Yemen che comprende il 30% dei 23 milioni di abitanti del paese, ha dichiarato il 14 dicembre che “jet da combattimento americani hanno attaccato la provincia di Sa’ada nello Yemen” e che “jet statunitensi hanno compiuto 28 attacchi contro la provincia nordoccidentale di Sa’ada”. [2]

L’edizione del britannico Daily Telegraph uscita il giorno precedente riferiva di colloqui con funzionari militari statunitensi, affermando: “Nel timore che lo Yemen non riesca a fronteggiare la situazione, l’America ha inviato un piccolo numero di gruppi di forze speciali per addestrare l’esercito yemenita contro questa minaccia”. Veniva citato un anonimo funzionario del Pentagono, il quale avrebbe affermato: “Lo Yemen sta diventando una base di riserva di Al Qaeda per le sue attività in Pakistan e Afghanistan”. [3]



L’evocazione del babau di Al Qaeda è comunque uno specchietto per le allodole. I ribelli del nord dello Yemen, infatti, sono sciiti e non sunniti, tantomeno sunniti wahabiti della varietà saudita, e pertanto non solo non possono essere ricollegati a nessun gruppo definibile come Al Qaeda, ma ne costituirebbero eventualmente un probabile bersaglio.

In ossequio ai progetti statunitensi sulla regione, la stampa americana e britannica ha di recente iniziato a parlare dello Yemen come della “patria ancestrale” di Osama Bin Laden. Certo, Bin Laden viene da una ben nota famiglia di miliardari dell’Arabia Saudita, ma poiché suo padre era nato più di un secolo fa in quella che è oggi la Repubblica dello Yemen, i media occidentali hanno iniziato a sfruttare questo irrilevante accidente storico per suggerire che Osama Bin Laden avrebbe un ruolo attivo all’interno della nazione e per creare un sottile legame tra le guerre in Afghanistan e Pakistan e l’intervento americano e saudita nella guerra civile dello Yemen.

Nel 2002 il Pentagono aveva inviato circa 100 soldati - secondo alcune fonti, forze speciali dei Berretti Verdi – nello Yemen, allo scopo di addestrare le forze militari del paese. In quell’occasione, verificatasi due anni dopo l’attacco suicida – attribuito ad Al Qaeda - contro la nave USS Cole di stanza nel porto di Aden, nello Yemen meridionale, e accompagnata da attacchi missilistici contro leader della stessa organizzazione, Washington giustificò le proprie azioni come ritorsione contro quell’incidente e contro gli attacchi a New York e Washington dell’anno precedente.

Il contesto attuale è assai diverso e una guerra antirivoluzionaria nello Yemen, sostenuta dagli USA, non avrebbe nulla a che fare con le presunte minacce di Al Qaeda, ma sarebbe parte integrante di una strategia per estendere la guerra afgana in cerchi concentrici sempre più vasti che comprendano l’Asia meridionale e centrale, il Caucaso e il Golfo Persico, il Sud-Est Asiatico e il Golfo di Aden, il Corno d’Africa e la Penisola Araba.

La tanto attesa dipartita del presidente George W. Bush avrà anche portato la fine della guerra al terrorismo ufficiale, ora definita “operazioni del contingente oltremare”, ma nulla è cambiato, a parte il nome.

Il 13 dicembre il Gen. David Petraeus, ufficiale supremo del Comando Centrale del Pentagono, a capo delle operazioni belliche in Afghanistan, Iraq e Pakistan, ha dichiarato alla TV Al –Arabiya che “gli Stati Uniti sostengono la sicurezza interna dello Yemen nell’ambito della cooperazione militare fornita dall’America ai suoi alleati nella regione” e ha sottolineato che “le navi americane che navigano nelle acque territoriali dello Yemen, [sono lì] non solo per svolgere funzioni di controllo, ma per impedire i rifornimenti di armi ai ribelli Houthi”. [4]

Ricordiamocelo la prossima volta che la panzana di Al Qaeda/Bin Laden verrà usata per giustificare l’estensione del coinvolgimento militare americano nella Penisola Araba.
Lo Yemen Post del 13 dicembre riferiva che l’ufficio centrale dei ribelli Houthi aveva “accusato gli Stati Uniti di partecipare alla guerra contro gli Houthi” e aveva rilasciato fotografie di aerei militari americani “impegnati in operazioni di bombardamento contro la provincia di Sa’ada, nel nord dello Yemen”. La fonte stimava che vi fossero stati almeno venti raid americani coordinati attraverso la sorveglianza satellitare. [5]

La stampa occidentale sta partendo di nuovo alla carica nel collegare gli Houthi, il cui background religioso di sciismo zaidita è molto diverso da quello iraniano, con le sinistre macchinazioni attribuite a Teheran. Nemmeno i funzionari del governo americano sono riusciti finora a raccogliere alcuna prova che l’Iran stia appoggiando, o addirittura armando, i ribelli dello Yemen.

Questo cambierà se la sceneggiatura andrà avanti secondo i canoni consueti, come indicato dal commento di Petraeus riportato più sopra, e se Washington farà conveniente eco ai proclami del governo yemenita, secondo il quale l’Iran starebbe rifornendo di armi i suoi confratelli sciiti dello Yemen, così com’è accusato di fare in Libano.

Lo Yemen diventerà il campo di battaglia di una guerra per interposta persona tra Stati Uniti e Arabia Saudita da una parte – le cui relazioni politiche sono tra le più forti e durevoli dell’epoca successiva alla II Guerra Mondiale – e l’Iran dall’altra.

In un editoriale di cinque giorni fa, il Tehran Times accusava tutti i soggetti in conflitto nello Yemen – il governo, i ribelli e l’Arabia Saudita – di avventatezza e lanciava un avvertimento: “La storia ci fornisce un buon esempio. L’Arabia Saudita ha finanziato i gruppi estremisti in Afghanistan e ancora oggi, due decenni dopo il ritiro dell’armata sovietica dal paese, le fiamme della guerra in Afghanistan stanno devastando gli alleati dell’Arabia Saudita. Uno scenario simile sta ora emergendo nello Yemen”. [6]

Il paragone tra lo Yemen e l’Afghanistan si riferiva soprattutto a Riyadh, nel secondo caso alleata di ferro degli Stati Uniti, e al suo tentativo di esportare il wahabismo di matrice saudita per espandere la propria influenza politica.

L’Arabia Saudita sta cercando di promuovere una propria versione dell’estremismo nello Yemen, come ha già fatto in Afghanistan e Pakistan e come sta attualmente facendo in Iraq. Senza che né gli Stati Uniti né i loro alleati occidentali esprimano la minima obiezione, i sauditi e le monarchie loro alleate del Golfo Persico si troveranno al centro, nei prossimi cinque anni, di un commercio di armamenti, stimato per un valore di circa 100 miliardi di dollari, dai paesi occidentali verso il Medio Oriente.

“Il fulcro di questo commercio di armamenti sarà senza dubbio il pacchetto di sistemi militari da 20 miliardi di dollari che gli Stati Uniti hanno offerto nei prossimi 10 anni ai sei stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar e Bahrain”. [7] L’Arabia Saudita dispone anche di aerei da guerra francesi e britannici di ultima generazione, nonché di sistemi di difesa antimissile forniti dagli americani.

L’avvertimento sulle “fiamme della guerra” in Afghanistan, contenuto nel commento iraniano citato più sopra, è stato confermato alla lettera nella Valutazione Iniziale del Comando del 30 agosto 2009, rilasciata dal Generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle forze americane e NATO in Afghanistan e pubblicato dal Washington Post il 21 settembre con le correzioni richieste dal Pentagono.

Questo documento di 66 pagine è servito da punto di riferimento per l’annuncio fatto il 1° dicembre dal presidente Barack Obama, con cui si destinavano all’Afghanistan altri 33.000 soldati americani. Nel suo rapporto McChrystal affermava: “I gruppi ribelli più rilevanti in relazione al rischio che rappresentano per la missione sono: i talebani Quetta Shura (05T), la rete di Haqqani (HQN) e lo Hezb-e Islami Gulbuddin (HiG).”

Gli ultimi due prendono il nome dai loro fondatori e attuali leader, Jalaluddin Haqqanni and Gulbuddin Hekmatyar, i mujaheddin coccolati dalla CIA americana negli anni ’80, quando il direttore dell’Agenzia (dal 1986 al 1989) era Robert Gates, oggi Segretario della Difesa USA, incaricato di proseguire la guerra in Afghanistan. E nello Yemen.

Nel suo libro del 1996, “From the Shadows”, Gates si vantava del fatto che “la CIA ha ottenuto importanti successi nelle covert actions. Forse la più efficace di tutte è stata quella in Afghanistan, dove la CIA, attraverso i suoi funzionari, ha destinato miliardi di dollari ai rifornimenti di materiale e di armi per i mujaheddin…”. [8]

Nel 2008, il New York Times rendeva noti i seguenti dettagli:
“Negli anni ’80, Jalaluddin Haqqani venne coltivato come un patrimonio “unilaterale” della CIA e ricevette decine di migliaia di dollari in contanti per il suo impegno nella lotta contro l’Esercito Sovietico in Afghanistan, stando a quanto riportato in “The Bin Ladens”, un recente libro di Steve Coll. A quel tempo, Haqqani aveva aiutato e protetto Osama Bin Laden, che stava mettendo insieme una propria milizia per combattere le forze sovietiche, scrive Coll. [9] Coll è anche autore del volume Ghost Wars: The Secret History of the CIA, Afghanistan, and Bin Laden, from the Soviet Invasion to September 10, 2001.

Hekmatyar, collega di Haqqani, “ricevette milioni di dollari dalla CIA, attraverso l’ISI [il Servizio d’Intelligence Pakistano]. Hezb-e-Islami Gulbuddin ricevette alcuni dei più sostanziosi aiuti da parte di Pakistan e Arabia Saudita e lavorò con migliaia di mujaheddin stranieri arrivati in Afghanistan”. [10]

Nel maggio scorso il (ferventemente) filo-americano presidente del Pakistan, Asif Ali Zardari, aveva detto alla NBC americana che “i talebani sono parte del nostro e del vostro passato, l’ISI e la CIA li hanno creati insieme. (I talebani) sono un mostro creato da tutti noi…” [11]

L’11 settembre 2001 c’erano solo tre nazioni del mondo che riconoscevano il governo dei talebani in Afghanistan: Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Subito dopo gli attacchi, il presidente George W. Bush identificò immediatamente sette dei cosiddetti “Stati fiancheggiatori del terrorismo” per potenziali ritorsioni: Cuba, Iran, Iraq, Libia, Corea del Nord, Sudan e Siria. Già il solo Sudan, che aveva espulso Osama Bin Laden nel 1996, aveva ogni possibile connessione col terrorismo.

Dei 19 dirottatori accusati di aver condotto gli attacchi dell’11 settembre, 15 erano dell’Arabia Saudita, 2 degli Emirati Arabi Uniti, uno dell’Egitto e uno del Libano. Pakistan e Arabia Saudita restano alleati politici e militari di grande valore per l’America e gli Emirati Arabi hanno truppe che servono in Afghanistan sotto il comando della NATO.

E’ forse impossibile stabilire il momento esatto in cui un sedicente combattente della guerra santa, appoggiato dagli USA, addestrato per compiere azioni di terrorismo urbano e per abbattere aerei civili, cessa di essere un combattente per la libertà e diventa un terrorista. Ma si può presumere con una certa sicurezza che ciò avviene quando egli non è più utile a Washington. Un terrorista che serve gli interessi americani è un combattente per la libertà; un combattente per la libertà che si rifiuta di farlo, è un terrorista.

Per decenni l’African National Congress di Nelson Mandela e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat sono stati in cima alla lista dei gruppi terroristici compilata dal Dipartimento di Stato. Ma la Guerra Fredda era appena finita che già tanto Mandela quanto Arafat (come pure Gerry Adams del Sinn Fein) venivano invitati alla Casa Bianca. Il primo ricevette il Nobel per la pace nel 1993, il secondo nel 1994.

Se negli anni ’80 un ipotetico militante jihadista fosse partito dall’Arabia Saudita o dall’Egitto per andare in Pakistan a combattere contro il governo dell’Afghanistan e i suoi alleati sovietici, agli occhi degli Stati Uniti egli sarebbe stato un combattente per la libertà. Se invece fosse andato in Libano, sarebbe stato un terrorista.

Se fosse arrivato in Bosnia nei primi anni ’90, sarebbe stato ancora un combattente per la libertà, ma se si fosse fatto vedere nella Striscia di Gaza o nella West Bank sarebbe stato un terrorista. Nel nord del Caucaso russo sarebbe rinato come combattente per la libertà, ma se fosse tornato in Afghanistan dopo il 2001 sarebbe stato un terrorista.

A seconda di come tira il vento dal Fondo Nebbioso, insomma, un separatista pakistano del Belucistan o un separatista indiano del Kashmir può diventare combattente per la libertà o terrorista.

E viceversa: nel 1998 l’inviato speciale degli USA nei Balcani, Robert Gelbard, descrisse l’Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA), che combatteva contro il governo jugoslavo, come un’organizzazione terroristica: “So riconoscere un terrorista quando ne vedo uno, e questi uomini sono terroristi”. [12]

Ma nel febbraio seguente, il Segretario di Stato americano Madeleine Albright portò cinque uomini del KLA, compreso il suo capo, Hashim Thaci, a Rambouillet, in Francia, per lanciare alla Jugoslavia un ultimatum che sapeva sarebbe stato rifiutato e avrebbe condotto alla guerra.

L’anno successivo fu la stessa Albright a scortare Thaci in un tour personale del QG delle Nazioni Unite e del Dipartimento di Stato, invitandolo poi come ospite alla convention per le nomine presidenziali del Partito Democratico, a Los Angeles.

Lo scorso 1° novembre, Thaci, adesso primo ministro di uno pseudo-stato riconosciuto solo da 63 delle 192 nazioni del mondo, ha ospitato l’ex presidente USA Bill Clinton per l’inaugurazione di un monumento eretto in onore dei crimini di quest’ultimo. E della sua vanità.

Washington ha sostenuto i separatisti armati dell’Eritrea dalla metà degli anni ’70 fino al 1991 nella loro guerra contro il governo dell’Etiopia.
Attualmente gli Stati Uniti forniscono armi alla Somalia e al Gibuti per la loro guerra contro l’Eritrea indipendente.

Il Pentagono possiede nel Gibuti la più importante delle sue basi militari permanenti, la quale ospita 2.000 soldati e dalla quale viene gestita la sorveglianza tramite aerei spia sulla Somalia. E sullo Yemen.

Per dirla con le parole di Vautrin, il personaggio di Balzac: “Non esistono i principi, ma solo gli eventi; non ci sono leggi, ci sono solo circostanze…”.Gli yemeniti sono gli ultimi ad apprendere la legge della giungla voluta dal Pentagono e dalla Casa Bianca.

Insieme a Iran e Afghanistan, che lo specialista di contro-insorgenza Stanley McChrystal ha usato per perfezionare le proprie tecniche, lo Yemen sta per unirsi ai ranghi di tutte quelle nazioni in cui l’esercito degli Stati Uniti è impegnato in varie tipologie di azioni di guerra, ricche di massacri di civili e di altre forme di cosiddetti “danni collaterali”: Colombia, Mali, Pakistan, Filippine, Somalia e Uganda.

Note:

1) BBC News, December 14, 2009
2) Press TV, December 14, 2009
3) Daily Telegraph, December 13, 2009
4) Yemen Post, December 13, 2009
5) Ibid.
6) Tehran Times, December 10, 2009
7) United Press International, August 25, 2009
8) BBC News, December 1, 2008
9) New York Times, September 9, 2008
10) Wikipedia
11) Press Trust of India, May 11, 2009
12) BBC News, June 28, 1998


I medicinali danneggiano la salute più delle mutande esplosive
di Mike Adams - www.naturalnews.com - 29 Dicembre 2009
Traduzione a cura di Gianluca Freda

Poiché l’intero Nord America sembra ormai assillato dalla questione dei terroristi che indossano mutande esplosive, vorrei dire qualche parola su questa ultima trovata del teatrino della sicurezza che sembra aver paralizzato la nazione. Le terribili immagini della “mutanda bomba” hanno ormai fatto capolino su internet. Potete vederle, ad esempio, sul sito di ABC News

Riporto con esattezza ciò che dice il testo nella pagina (non me lo sto inventando, è tutto drammaticamente vero): (Attenzione: una parte del contenuto che segue è piuttosto esplicito, proseguite nella lettura a vostro rischio…).
“La prima foto a sinistra mostra le mutande leggermente annerite e striate, con il pacco-bomba ancora al suo posto”.

Non so come voi la pensiate, ma io credo che se si ispezionasse la biancheria dei passeggeri che prendono l’aereo in questi giorni, si scoprirebbe che almeno metà di loro indossano mutande leggermente annerite e striate e con il “pacco bomba” ancora al suo posto.

La salute gastrointestinale della popolazione è spaventosa! E se a questo si aggiungono il cibo che si trova negli aeroporti e gli snack adulterati che vengono offerti durante il volo, potremmo dire che quasi ogni passeggero dell’aereo rischia di far esplodere un piccolo “pacco-bomba” prima di scendere dall’apparecchio (perché credete che si precipitino tutti verso l’uscita con tanta fretta?).

Il cibo adulterato ci ha reso tutti terroristi!

A dire il vero, non sono certo di quale sia la minaccia più grave alla salute pubblica: la pessima sicurezza aeroportuale o gli effetti della digestione dei pasti offerti durante il viaggio. Ma le due cose hanno un elemento in comune: la biancheria intima…

Come farvi scoppiare il culo senza far del male a nessuno

Il summenzionato articolo della ABC News prosegue affermando che le mutande di questo terrorista contenevano 80 grammi di un materiale esplosivo chiamato PETN, che i test eseguiti dal governo hanno rivelato essere in grado di aprire un (piccolo) buco sulla paratia di un aereo.

Una rivelazione brillante, non c’è che dire. Brillante davvero. L’idea che una mutanda esplosiva possa far saltare in aria un aereo è perfettamente logica, salvo per il piccolo particolare che ci sono di mezzo le chiappe del terrorista!

Se il pacco esplosivo fosse realmente detonato, vi dico esattamente cosa sarebbe successo: si sarebbe sentito un fragoroso botto, seguito dallo svolazzare di pezzi esplosi delle chiappe del terrorista all’interno dell’aereo.

Non sto facendo una battuta. Si tratta di una descrizione realistica del funzionamento di una bomba. Le bombe esplodono verso l’esterno, distruggendo prima di tutto ciò che si trova a loro più vicino. E questo tizio aveva la bomba infilata proprio tra le chiappe del culo. Una “bomba-strizzone”, se volete. Uno strizzone col botto.

Questa è una discussione seria. C’è stato, non molto tempo fa, il tentato omicidio di un principe del Medio Oriente. E’ stato riportato anche dalla stampa. L’assassino era riuscito in qualche modo a infilarsi l’esplosivo nell’ano – giuro che non me lo sto inventando – ed è riuscito a passare agevolmente attraverso i controlli di sicurezza. Poi si è diretto verso il suo bersaglio, ha azionato il detonatore e ha così fatto volare per tutta la stanza le proprie chiappe disintegrate… senza ferire nessun altro. Brillante, vero?

Pensateci. Nei film sulla II Guerra Mondiale non vedete sempre dei soldati valorosi che si gettano con il proprio corpo su una granata lanciata dal nemico per proteggere i propri compagni dalla deflagrazione? Questo sistema funziona davvero, perché chiunque si trovi sopra la granata assorbe l’esplosione. E’ fisica di base.

Nel caso del terrorista strizzone, costui sta seduto direttamente sopra l’esplosivo! Chi pensate che finirà per assorbire tutta la potenza dello scoppio? Sarà il tizio che ci sta seduto sopra.
Questa è pura fisica. Una piccola bomba inserita nelle mutande qualcuno, rappresenta una minaccia solo per l’idiota che ha le mutande indosso.
La prima regola del costruttore di bombe è di evitare di sedercisi sopra quando esplodono.

Siete pregati di togliervi scarpe e mutande…

Com’era prevedibile, le autorità statunitensi hanno trasformato questa faccenda in una spaventosa minaccia alla sicurezza. E prima o dopo, tutto questo ci porterà a dover subire ordinarie perquisizioni nelle mutande!

Già me lo immagino: una fila di passeggeri attende nervosamente al ponte d’imbarco, pronti a salire a bordo dell’aereo, quando all’improvviso arrivano gli uomini della TSA e chiedono a tutti di togliersi la biancheria intima per una rapida ricerca di “esplosivi”.

La cosa triste è che molti americani sono ormai così rintronati dalla propaganda sulla sicurezza che probabilmente acconsentirebbero! E allora perché non andare fino in fondo e varare nuove regole sulla sicurezza aeroportuale che chiedano ai passeggeri di imbarcarsi senza biancheria intima?

Il capitano parla al microfono e dice: “La visibilità è di 80 miglia, stiamo salendo a 29.000 piedi e ci aspettiamo una lieve brezza durante il volo…”.

Già, da adesso in poi dovremo toglierci gli slip quando saliamo su un aereo. Quando passate attraverso i controlli di sicurezza, potete mettere in un bidone le vostre bottigliette d’acqua, in un altro la biancheria e le mutandine, e il vostro rispetto per voi stessi in un altro ancora.

Alla fine, se questi controlli di sicurezza diventano ancora un po’ più personali, finiranno per farci spogliare dalla testa ai piedi e per costringerci a indossare camici ospedalieri, incatenati ai sedili come detenuti in un volo di trasporto prigionieri. Una volta atterrati, potremo chiedere la restituzione della biancheria e, se tutto va bene, di una parte della nostra dignità perduta.

Il vostro reggiseno potrebbe contenere una bomba…

Non è divertente come le compagnie aeree saltino fuori con sempre nuovi oggetti che dobbiamo gettare via perché potrebbero essere una bomba? Ricordate quando potevamo tranquillamente portarci le bottiglie d’acqua sugli aeroplani? Quelli erano i bei vecchi tempi. Poi un giorno proclamarono “la vostra acqua potrebbe essere una bomba” e ora milioni di passeggeri sono costretti a tirar fuori le loro bottigliette ai controlli di sicurezza e a gettarle nel cestino.

Poi se ne uscirono con l’idea che i terroristi potevano “mescolare liquidi binari” per creare bombe liquide nella toilette dell’aereo, e così misero al bando ogni tipo di sostanza liquida. Tanti saluti al dentifricio, alla soluzione per le lenti a contatto, alle tinture alle erbe e alle bevande nutritive. Getta tutto nel bidone se vuoi salire su questo aereo, amico!
Ora ce l’hanno con la nostra biancheria.

E non passerà molto tempo che saremo costretti a metterci come mamma ci ha fatto e a porgere le mutande ai funzionari dell’aeroporto per una “ispezione”… subito prima di passare attraverso l’apparecchio a raggi X che scruta ogni parte del nostro corpo e la riproduce su uno schermo come se fossimo a culo nudo.
Aspettiamo solo che una donna terrorista nasconda, un giorno o l’altro, dell’esplosivo nel reggiseno.

In seguito a ciò verranno varate nuove regole di sicurezza e i reggiseni saranno proibiti su tutti i voli. Niente mutande, niente reggiseno, niente acqua… ma che cavolo sta succedendo qui? Le compagnie aeree finiranno per raparci a zero e tatuarci codici a barre sull’avambraccio, nel timore di non capire più quale persona era ammanettata al sedile numero tot?

Sicurezza assurda

Tutto questo sta arrivando oltre il limite dell’assurdo. Se un terrorista vuole impacchettare una piccola quantità di esplosivo e mettersela nei pantaloni o infilarsela nel retto o impiantarsela chirurgicamente nell’addome, non c’è nulla che possiamo fare per impedirlo, tranne costringere ogni singolo passeggero a fare lo strip-tease.

E questa non è sicurezza: è solo un umiliante stato di polizia che tratta i suoi cittadini come criminali. Se siamo costretti a volare senza mutande e senza reggiseno, allora i terroristi hanno vinto!

Oltretutto, queste ridicole misure di sicurezza non hanno lo scopo di salvare vite! Se le autorità americane volessero salvare vite, vieterebbero l’aspartame, o la chemioterapia, o arresterebbero i farabutti delle compagnie farmaceutiche che assassinano più di centomila persone all’anno… un numero enormemente più grande delle vittime degli atti di terrorismo aereo (anche includendo l’11 settembre).

Se anche non esistesse nessun controllo aeroportuale, la probabilità di restare uccisi in un atto di terrorismo aereo sarebbe una frazione di quella di morire a causa dei farmaci in ogni anno che Dio manda in terra.

Allora perché le autorità americane sbavano dietro la sicurezza degli aeroporti mentre tanti americani muoiono ogni giorno a causa della tossicità dei farmaci? Dal punto di vista statistico, il numero di persone uccise da prescrizioni mediche inadeguate equivale a quelle che resterebbero uccise se un jumbo di linea cascasse dal cielo e si schiantasse al suolo ogni santo giorno!

Eppure questa minaccia per la salute resta del tutto priva di menzione. Priva di accertamenti. Priva di attenzione.
Quindi, mentre oltre 100.000 americani muoiono ogni anno per aver assunto medicinali a rischio, i media vorrebbero che noi ci concentrassimo su un paio di mutande esplosive? Ma mi prendete per il culo?

Questa faccenda è diventata un circo a tutti gli effetti. Le vere minacce alla vostra sicurezza vengono ignorate, mentre minacce microscopiche vengono ingigantite come se rappresentassero per chiunque una questione di vita o di morte.
E nonostante ciò, sorprendentemente, la maggior parte dei passeggeri delle compagnie aeree non osano fiatare!

Questo serve a dimostrare quanto sia facile controllare la popolazione attraverso la paura. Non avrei mai creduto che la foto di un paio di mutande con tracce di frenata riuscisse a spaventare cento milioni di individui adulti fino al punto di spingerli a rinunciare alle proprie libertà, eppure a quanto pare è proprio questo che è accaduto.

E se istituissimo voli a “sicurezza zero”?

Mi è venuta un’idea: le compagnie aeree dovrebbero offrire, opzionalmente, voli di linea a “sicurezza zero”. Su questi voli non ci sarebbe nessun tipo di controllo di sicurezza. Chiunque possieda un porto d’armi valido potrebbe portare a bordo ogni arma che desidera; anche il pilota e il co-pilota sarebbero armati.

Si potrebbero saltare i controlli di sicurezza, senza più raggi X, senza ispezioni, senza ritardi. Ci si limiterebbe a firmare una liberatoria e si potrebbe passare direttamente dal check-in al ponte d’imbarco, senza nessuna rottura di scatole. Io sarei ben lieto di viaggiare su questi voli a sicurezza zero.

Sapete perché? Perché il 99,99 % dei passeggeri di questi voli sarebbero poliziotti armati fino ai denti, ex militari armati fino ai denti, cittadini col porto d’armi armati fino ai denti. Qualsiasi terrorista abbastanza stupido da tentare un’azione su questi voli si troverebbe di fronte un esercito di passeggeri guardinghi.

I voli a sicurezza zero sarebbero gli aerei più sicuri del cielo, perché nessun terrorista, dirottatore o criminale oserebbe salire a bordo di uno di essi.
E in più, potremmo tenerci le mutande.