mercoledì 7 aprile 2010

Grecia: macelleria sociale in vista

Qualche articolo sulla gravissima crisi economica che sta attraversando la Grecia e su cui negli ultimi tempi è stata messa la sordina dai media mainstream italioti.

Per ovvi motivi...


Il senso della crisi greca
di Pascal Franchet* - www.mondialisation.ca - 26 Marzo 2010
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Carlo Pappalardo

In queste ultime settimane si sono dette molte cose sulla crisi greca, dalle più disgustose [1] alle più confuse. Il risultato è una serie di argomenti buoni per ogni occasione. I media si sono fatti eco della versione ufficiale, riassumibile in cinque punti:

1) la Grecia ha imbrogliato per nascondere un debito pubblico "insostenibile",

2) come altri paesi della zona euro, la Grecia sta per sospendere i pagamenti,

3) l'Unione europea si rende conto della situazione, ma non può fare altro che incoraggiare il ricorso a misure rigorose e chiedere che il paese venga messo sotto tutela,

4) la Grecia deve adottare misure d'austerità che le permettano di ridurre il debito pubblico,

5) per i paesi sviluppati, uscire dalla crisi significa adottare piani d'austerità comuni.

È opportuno decodificare il messaggio, destinato in effetti a tutti i paesi nordeuropei

1) la Grecia ha imbrogliato per nascondere un debito pubblico "insostenibile"

È vero, ed è una prova che lo Stato è pervaso dalla corruzione e dall'abitudine ai piccoli arrangiamenti tra amici. Sembra accertato che, grazie a complessi meccanismi finanziari (swap e cambi) e a un prestito mascherato, la banca statunitense Goldman Sachs abbia permesso al governo greco di ridurre fittiziamente di oltre 2 miliardi di euro il proprio debito pubblico [2] e di entrare così nella zona euro.

Ed è chiaro che i governi al potere dopo il 2001 hanno chiuso gli occhi su questa falsificazione dei conti. Ma la Grecia non è sola, e altri paesi della zona euro hanno spregiudicatamente manipolato i conti.

Nel 1996 l'Italia ha ridotto artificialmente il suo deficit grazie a swap con la banca J.P.Morgan, e in seguito Berlusconi ha ceduto a una società finanziari i diritti di entrata ai musei nazionali in cambio di 10 miliardi di euro, rimborsando 1,5 miliardi all'anno per 10 anni. Dal suo canto, nel 2000 la Francia ha lanciato vari prestiti, inserendo in bilancio il rimborso degl'interessi alla fine dei 14 anni di durata.

Nel 2004, Goldman Sachs e Deutsche Bank hanno realizzato per conto della Germania un montaggio finanziario (Aries Vermoegensverwaltungs), grazie al quale il paese ha raccolto prestiti a un tasso nettamente superiore a quelli di mercato evitando di far apparire il debito nei conti pubblici [3].

Relativizzare il "pozzo senza fine" della Grecia

La Grecia avrebbe in effetti un deficit del 12,7% e non del 6%, come aveva annunciato il precedente governo, e un debito pubblico pari al 115%. Se facciamo il confronto con altri paesi non è il caso di strapparsi i capelli.

Nel 1993 il costo del debito rappresentava il 14% del PIL, oggigiorno solo il 6%! I conti dello stato greco sono ben lungi dall'equilibrio, ma sono meno degradati rispetto ad altri paesi nordeuropei. (Tabella 1 )

Commissione europea, Eurostat e agenzie di rating non possono dare lezioni alla Grecia!

Già nel 2001 la Commissione europea non poteva ignorare la scarsa affidabilità dei conti presentati dalla Grecia; sarebbe bastato gettare uno sguardo ai conti delle amministrazioni centrali del paese per conoscere con buona approssimazione il deficit permanente dello stato, osservare il moltiplicarsi degli acquisti di armi e il costo dei Giochi olimpici 2004 e confrontarne il costo alle disponibilità di bilancio e alle riserve della banca centrale greca per capire che il debito ufficiale (manipolato per poter entrare nella zona euro) non era certo quello dichiarato.

La Commissione non poteva ignorare la situazione reale, ma in effetti non voleva denunciarla; per motivi politici e geostrategici aveva bisogno d'integrare il paese nella zona euro.

Nel 2001, i più accesi sostenitori della Grecia sono stati la Francia (secondo fornitore di armi in ordine d'importanza) e la Germania; le banche dei due paesi possiedono oggi l'80% del debito ellenico.

Nemmeno Eurostat ha il diritto di dare lezioni!

Secondo Bloomberg, Eurostat era perfettamente al corrente dell'operazione. In nome di regole contabili molto "comode, l'istituto statistico dell'UE non tiene conto nel calcolo del debito pubblico i miliardi di euro offerti alle banche senza garanzie, nel quadro dei piani di salvataggio (decisione SEC del giugno 2009), e le sottoscrizioni lanciate dagli stati ("grandi prestiti" francesi, prestiti greci e portoghesi).

Ma i contribuenti (quelli che non possono profittare delle riduzioni fiscali accordate alle classi ricche) saranno obbligati a coprire, in un modo o nell'altro, le somme erogate.

Fino a che punto fidarsi delle agenzie di rating?

C'è poco da fidarsi di istituzioni che davano il massimo punteggio a Lehman Brothers tre giorni prima che fallisse e una triplice A ai subprime! Eppure queste agenzie "cosi preveggenti" fanno il bello e il cattivo tempo nei mercati finanziari, anche in quelli non regolamentati (gli OTC, Over The Counter: ad esempio i mercati dei CDS, i Credits Default Swaps) e sono strettamente legate alle banche anglosassoni (in particolare Goldman Sachs e Citibank).

Le agenzie non usano sfere di cristallo ma dati forniti da chi emette il prestito analizzato o da chi lo distribuisce sui mercati. Nel caso di cui ci occupiamo, hanno abbassato la notazione dei prestiti dello stato greco solo dopo che il nuovo governo aveva loro fornito dati aggiornati.

2) Come altri paesi della zona euro, la Grecia sta per sospendere i pagamenti

Il messaggio ha soprattutto uno scopo: far aumentare i tassi d'interesse (premio di rischio), e dunque i profitti, dei prestatori (tra cui Goldman Sachs e gli hedge fund). Il prestito greco è stato così negoziato a 6,40%, il doppio di quello che un prestatore avrebbe potuto sperare.

E si noti che al momento dell'asta le richieste sono state il triplo di quanto previsto inizialmente [4] . Una bella smentita per un paese considerato "sul punto di sospendere i pagamenti".

L'ideologia dominante tende a confrontare la situazione del bilancio statale con quello di una famiglia o di un'azienda, il che non ha alcun senso. uno stato, a differenza di una famiglia o di un'azienda, può sempre aumentare le entrate grazie a nuove tasse.

Si tratta di una differenza fondamentale che rende assurdo un paragone del genere. Lo stato americano esiste da 221 anni, e sta aumentando il suo debito dal 1837, cioè da 173 anni di seguito [5].

Il secondo obiettivo del ragionamento è quello di preparare l'opinione pubblica ad accettare una cura a base di regressione sociale e austerità. Il governo ellenico ha efficaci strumenti per procedere a una radicale riforma della fiscalità, abolire i regali fiscali e sociali fatti alle classi ricche e alle società, imporre tasse sui capitali e i redditi; in poche parole, per aumentare le sue entrate e ripianare il deficit di bilancio.

Si tratta di una scelta squisitamente politica che il PASOK (il partito socialista locale) preferisce non fare perché è fondamentalmente d'accordo con i principi del neoliberalismo: il mondo greco è e deve restare un'economia di mercato neoliberale!

Le politiche pubbliche adottate da oramai molti anni dai successivi governi ellenici hanno aumentato il deficit pubblico e la massa del debito pubblico. L'ingresso nella zona euro (2001) non ha fatto che ampliare il fenomeno (cfr. tabelle 2, 3 e 4 ).

3) L'Unione europea si rende conto della situazione, ma non può fare altro che incoraggiare il ricorso a misure rigorose e chiedere che il paese venga messo sotto tutela

La Banca centrale europea (BCE) non ha il diritto di concedere prestiti agli Stati membri!

Nel 2008/2009, la Banca centrale europea ha concesso prestiti massicci alle banche private per salvarle dal fallimento, ma non è autorizzata a intervenire a favore dei poteri pubblici degli Stati membri. È il colmo!

L'articolo 123 del Trattato di Lisbona interdice alla BCE e alle banche centrali degli Stati membri la concessione "di scoperti di conto o di altre facilitazioni creditizie a ...amministrazioni statali, altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri così come l'acquisto diretto di titoli di debito... ".

Dunque, nessuna acquisizione "diretta" (non aiuti di stato) , ma prestiti preferenziali alle banche, che concedono in garanzia... titoli obbligazionari degli Stati (tra cui la Grecia).

Che bel meccanismo ipocrita, quello previsto dal Trattato di Lisbona!

Nemmeno la Banca europea per gl'investimenti, il cui comportamento immorale verso i paesi in via di sviluppo è ben noto [6], può finanziare il deficit greco. In teoria è così, ma in realtà finanzia investimenti molto discutibili che approfondiscono il deficit e aumentano il debito pubblico, come ad esempio i Giochi olimpici 2004, il cui costo totale è ancora ignoto (lo si stima tra i 20 e i 30 miliardi di euro).

4) La Grecia deve adottare misure d'austerità che le permettano di ridurre il debito pubblico

Ecco dove vogliono arrivare i responsabili del capitalismo economico e finanziario! Prendendo come scusa un debito pubblico considerato "insostenibile", il governo impone alla popolazione, in nome del risanamento finanziario, una cura di austerità senza precedenti: niente misure di rilancio, congelamento dei salari dei funzionari nel 2010, riduzione del 10% dei premi e del 30% delle ore supplementari nella funzione pubblica, del 10% delle spese pubbliche (tra l'altro 100 milioni di euro per l'insegnamento), riduzione delle spese sanitarie, prolungamento di 2 anni dell'età di pensionamento che arriva così a 63 anni), blocco delle assunzioni, riduzione dei CTD nella funzione pubblica, aumento delle tasse sui carburanti, il tabacco e i gsm, aumento di 2 punti dell'IVA...

E l'UE chiede di più, ed esige riforme strutturali che toccano l'insieme delle amministrazioni, la liberalizzazione del mercato interno, la flessibilità lavorativa, la riforma radicale delle pensioni e del sistema sanitario...

Per dirla tutta, secondo le previsioni della Deutsche Bank il popolo greco deve attendersi a beve termine un tasso di disoccupazione di almeno il 15% e una riduzione del PIL del 7,5%.

Eppure esistono alternative di bilancio interne!

Il risparmio che si spera di ottenere con il piano d'austerità ammonta a circa 5 miliardi di euro. Ma esistono varie alternative! Ad esempio, con 9.642 miliardi di dollari (nel 2006) [7] la percentuale del PIL destinata alle spese militari è la più alta tra i paesi dell'UE.

Nel 2008 il paese era al primo posto in Europa, con il 2,8% del PIL destinato all'acquisto di armi (e la cifra non include tutte le spese militari [8]); si tratta di un peso considerevole per il bilancio statale che va ad esclusivo vantaggio delle industrie belliche statunitensi ed europee.

Inoltre la flotta commerciale greca, al primo posto al mondo con oltre 4000 navi, sottrae ogni anno allo stato circa 6 miliardi d'euro in IVA, grazie a una serie di vantaggiosi meccanismi finanziari.

La maggioranza delle grandi società ha trasferito gli attivi in società off-shore cipriote (dove il tasso d'imposizione fiscale è del 10%). La chiesa greco ortodossa è esentata dal pagamento delle imposte, anche se è tra i maggiori proprietari immobiliari del paese.

Le banche hanno ricevuto 28 miliardi di euro di fondi pubblici nel quadro del piano di salvataggio, senza alcuna contropartita, e adesso speculano impunemente contro il debito pubblico.

Esistono dunque i mezzi per agire in modo diverso, mezzi che richiederebbero una riforma totale del sistema fiscale; il governo PASOK, al servizio dei capitalisti, ha però scelto di lasciare le cose come sono e far pagare ai poveri per restare nella zona euro, peraltro fonte di deregolamentazione e perdita di sovranità nazionale, in nome della "concorrenza libera e non falsata".

5) Per i paesi sviluppati, uscire dalla crisi significa adottare piani d'austerità comuni.

In tutti i paesi sviluppati governo e media ripetono lo stesso messaggio: in Portogallo, dove il governo ha lanciato un vasto programma di privatizzazione dei servizi pubblici, in Spagna, invischiata nella crisi immobiliare e con un tasso di disoccupazione che sfiora il 20%, in Irlanda, il cui deficit di bilancio si avvicina a quello greco, in Italia, che un debito pubblico pari al 127% del PIL vanta il primato in Europa, o ancora nel Regno Unito, il cui deficit supera oramai il 14,5%.

E anche gli altri paesi devono aspettarsi di subire la stessa sorte. I progetti di riforma dei regimi pensionistici, dei sistemi sanitari e dei regimi di protezione sociale sono già all'opera un poco dappertutto.

Una cosa è sicura: i fondi pubblici, che le grandi banche hanno ottenuto a tassi esigui dalla Banca centrale europea, non andranno alle famiglie o alle imprese; nel 2009, i crediti sono crollati dappertutto in Europa.

I soldi vanno e continueranno ad andare alla speculazione del "rischio sovrano", il debito pubblico. Oggi la Grecia; domani il Portogallo, la Spagna, l'Italia, l'Irlanda; dopodomani il Belgio e la Francia... La zona euro è a pezzi e mostra il suo vero volto: un sistema costruito per le economie più ricche a spesa di quelle più povere.

Conclusioni provvisorie e sei proposte

L’Unione europea ha fallito sul piano politico: con una moneta comune ma una concorrenza fiscale e sociale tra gli Stati membri, con un mercato comune senza meccanismi di trasferimento delle risorse dai ricchi verso i poveri, con un dogma neoliberalista che schiaccia i popoli, è incapace di dare una risposta alla crisi che imperversa.

La gente comincia invece a organizzare una risposta e si mobilita. I due massicci scioperi generali e ravvicinati in Grecia, le manifestazioni oceaniche nella maggior parte delle grandi città, il rifiuto (al 93%) degl'irlandesi di pagare i debiti privati previsti dalla legge Icesave [9], le impressionanti manifestazioni in Portogallo, e quelle del 23 marzo in Francia che marcano l'inizio di un 3° giro sociale: l'opposizione alza la testa in Europa e diffonde il rifiuto dei salariati, dei pensionati e dei poveri di pagare il conto della crisi.

Quel che manca, oltre al superamento della compartimentazione delle manifestazioni, è una proposta che leghi la risposta sociale e quelle politica. I movimenti sociali hanno bisogno di proporre elementi di programma alternativi per rispondere alla crisi del sistema, difendendo e allargando i diritti collettivi contro la logica della valorizzazione del capitale.

Il punto centrale sottolineato da queste "crisi-pretesto" sul debito pubblico al Nord concerne una diversa ripartizione delle ricchezze, e a tal fine bisogno agire su due fronti: aumentare i salari con prelievi sui dividendi e operare una riforma fiscale di grande portata.
Un aumento dei salari ridurrebbe l'indebitamento delle famiglie e aprirebbe nuovi sbocchi alla produzione di beni e servizi.

Bisogna anche ridurre radicalmente i tempi di lavoro a parità di salario, e procedere a reclutamenti supplementari. In tal modo si rimedierebbe al problema della disoccupazione, a quello del finanziamento dell'assistenza sociale e alla scarsità di attività ludiche per chi lavora.

Una riforma fiscale armonizzata a livello europeo permetterebbe di annullare i numerosi rifugi fiscali, ristabilire una fiscalità progressiva per tutti i redditi (imposte sui redditi e sulle società), di ridurre o sopprimere le imposte indirette, che colpiscono soprattutto i più poveri (IVA e tasse sui prodotti petroliferi), di creare un'imposta eccezionale sui redditi finanziari e sui patrimoni dei creditori, senza dimenticare la tassazione degli altri redditi da capitale e immobiliari.

Una politica di bilancio sana dovrebbe anche annullare le numerose esenzioni al pagamento degli oneri sociali concesse alle aziende e aumentare i contributi dei datori di lavoro, garantendo in questo modo lo sviluppo della protezione sociale per tutti e un corretto livello delle pensioni.

Per finire, il sistema finanziario ha ben dimostrato la sua nocività sociale. Bisogna espropriare le banche e gli altri organismi finanziari, trasferirli nell'area pubblica e farle controllare dai cittadini, procedendo anche a un audit del debito pubblico per valutarne la legittimità (cosa è stato finanziato?).

Cominciamo un dibattito sulle proposte per stabilire una lista di rivendicazioni.


*Pascal Franchet - vicepresidente del CADTM (Francia)

Note:

[1] Buone parole cariche di razzismo, come il titolo di Le Monde del 6 febbraio 2010: "La cattiva Grecia" mette l'euro sotto tensione o l'acronimo, inventato da The Economist, PIGS (maiali, in inglese) per riferirsi a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna.
[2] "Con la complicità di Godman Sachs, ha abbellito la presentazione dei conti, ed è questo che le si rimprovera. Eppure si tratta di una manovra marginale. Le transazioni del 2001 incriminate avrebbero ridotto il debito greco di 2.367 miliardi di euro, facendolo passare da 105,3% al 103,7% del PIL" http://www.irefeurope.org/content/le-masque-grec
[3] http://www.lexpansion.com/Services/imprimer.asp?idc=226849&pg=0
[4] Comunicato dell'AFP del 4 marzo 2010
[5] "Smettiamolo di paragonare il bilancio del governo con quello delle famiglie", di Randall Wray, http://contreinfo.info/article.php3?id_article=2976
[6] Sul sito Amici della terra: http://www.amisdelaterre.org/-Banque-europeenne-d-investissement.html
[7] Spese militari globali: www.julg7.com
[8] Fonte NATO: http://www.nato.int/docu/pr/2009/p09-009.pdf
[9] Cfr. Olivier Bonfond, Jérôme Duval, Damien Millet « Ouf ! les Islandais ont dit massivement ‘non’ » http://www.cadtm.org/Ouf-les-Islandais-ont-dit


La Grecia potrebbe essere buttata fuori dall'Unione Europea?

Annie Lowrey - www.foreignpolicy.com - 23 Marzo 2010
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Sophie Bloom

Sventurata Grecia. Quest’anno dovrà raccogliere 67 miliardi di dollari per ripagare i creditori e poi dovrà pure gestire una disastrosa montagna di debito pubblico e governativo. Il Paese ellenico affronta la bancarotta e l’Unione Europea, guidata da Francia e Germania, ha cominciato a negoziare un piano di salvataggio.

Ma certe proteste dei greci contro le misure di austerity hanno fatto sì che alcuni giornalisti proponessero soluzioni più creative, come una “euro-holiday” durante la quale la Grecia svaluterebbe la sua moneta e, di conseguenza, stimolerebbe le sue esportazioni; un’uscita dall’Unione Europea economica e monetaria; o una ancora più inverosimile espulsione dall’Unione Europea. Ma l’Europa può davvero buttare fuori la Grecia?

In una parola: no. I trattati comunitari non offrono alcun meccanismo per espellere uno Stato membro. Infatti, le norme dell’Ue sono, nella loro essenza, integrative e uniformanti, “concilianti” piuttosto che “punitive”. Perciò esse non offrono, letteralmente, nessuna opzione per espellere un Paese, a prescindere da quanto lo desiderino altri Stati membri.

Anche se la Grecia invadesse la Francia – e ci vorrebbe un evento del genere perché Bruxelles contemplasse la possibilità dell’espulsione – , la Commissione Europea, l’organismo composto da ministri che promuove nuove misure comunitarie, dovrebbe elaborare una nuova legislazione per consentirla.

Detto questo, la Grecia potrebbe scegliere di ritirarsi dall’Unione Europea. Prima della ratifica del Trattato di Lisbona, che è entrato in vigore il 1 dicembre 2009, non c’era nessun chiaro percorso per l’uscita di uno Stato membro.

Ma la revisione dell’ articolo 50 , o “clausola di ritiro volontario”, stabilisce che, per lasciare l’Ue, la Grecia dovrebbe informare il Consiglio Europeo che ha intenzione di ritirarsi, spiegando perché essa non è più in grado di rispettare i suoi obblighi, ottenere l’approvazione di una maggioranza qualificata dei membri del Consiglio Europeo e negoziare l’accordo di ritiro con il consenso del Parlamento Europeo.

Il processo sembra lineare, ma con tutta probabilità sarebbe tutt’altro che semplice. Poniamo che la Grecia scelga di procedere all’uscita per riassumere il controllo della sua politica monetaria e facilitare la crisi finanziaria.

Gli altri Stati membri, per esempio la Germania, obbietterebbero sicuramente con diverse ragioni e si rivolgerebbero alle corti europee per risolvere le loro preoccupazioni (tra le quali spiccherebbe l’impatto dell’uscita della Grecia sulla stabilità dell’euro). Risolvere tali dispute costerebbe milioni di dollari in spese legali e mesi, se non anni. Inoltre non è chiaro che cosa accadrebbe se la maggioranza dei Paesi rifiutasse la richiesta di uscita della Grecia.

Per quanto riguarda la proposta dell’“euro-holiday” o dell’uscita dall’Unione Europea Economica e Monetaria, ovvero dall’area dell’euro, non esiste un modo per la Grecia di sbarazzarsi dell’euro senza sbarazzarsi anche dell’adesione all’Ue, secondo il trattato ratificato.

Se la Grecia dovesse decidere di lasciare l’Ue e fosse in grado di ottenere il consenso di Bruxelles, i Greci potrebbero ipoteticamente continuare ad usare l’euro, naturalmente, nello stesso modo in cui un turista può pagare in dollari o in euro a Baghdad o in Cina. Ma il Paese dovrebbe interrompere i legami con la BCE e istituire la sua moneta.


I trucchi di Wall Street
di Martin Khor* - www.rebelion.org - 27 Marzo 2010
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Marisa Cruzca

L’uso di mezzi finanziari cosidetti “innovativi” volti a nascondere la precaria situazione finanziaria di una impresa o Paese sono stati evidenziati di recente, illustrando come la manipolazione delle contabilità abbia contribuito alla crisi finanziaria globale.

La scorsa settimana un rapporto commissionato dal governo degli Stati Uniti, sul crollo della banca Lehman Brothers, ha rivelato l’uso fatto da questa società di uno strumento, chiamato Repo 105, per nascondere circa 50.000 milioni di dollari di attivi in liquidi. Fu così che, pochi mesi prima del suo fallimento, la banca “truccò” la sua situazione finanziaria, facendola passare come sana.

La caduta della Lehman nel Settembre 2008 quasi innescò un effetto domino di fallimenti bancari che avrebbe provocato un collasso finanziario globale. Ciò fu evitato col disperato intervento delle autorità statunitensi che fecero si che il Congresso degli Usa approvasse piani di salvataggio, su vasta scala nazionale.

Quindici giorni fa si è scoperto che la banca di investimenti Godman Sachs ha fatto uso di un altro mezzo, derivato dal noto Swap (scambio di monete), per assistere il governo della Grecia nel nascondere il suo disavanzo fiscale, che era salito sopra il livello consentito dalla disciplina dell’Unione Europea per restare nella zona euro.

La Grecia affronta ora una grave crisi economica che minaccia lo stato dell’euro, e in questi momenti, alte cariche europee stanno lavorando per poterla riscattare. Goldman Sachs fu già criticata dal cancelliere tedesco Angela Merkel per il suo ruolo nella tragedia greca. Anche gli Stati Uniti, da parte sua, hanno aperto una investigazione sul caso.

Questi due ultimi casi mostrano come i giganti finanziari di Wall Street hanno avuto piena libertà di inventare e utilizzare strumenti finanziari eufemisticamente descritti come “innovativi”, ma in realtà quello che fanno è speculare, ricavando utili abnormi per le imprese coinvolte, o comunque manipolando e nascondendo situazioni fallimentari.

Tentativi dei democratici statunitensi di approvare una legge restrittiva nella regolamentazione di queste attività finanziarie ha trovato una forte ed ostacolante resistenza da parte dei repubblicani.

Nel frattempo, i leader politici della Francia e della Germania, cercano ancora una volta di ottenere che il Gruppo dei 20 disciplini la speculazione finanziaria tramite controlli sulle istituzioni quali gli hedge fund, i derivati e i CDS (coperture del tasso di interesse a credito con rischio).

Tuttavia trovano una forte opposizione negli Stati Uniti e nel Regno Unito che sono i centri dei fondi hedge e delle attività speculative.

Il rapporto di 2000 pagine su Lehman, fornito dal avvocato Anton Valukas, commissionato da un tribunale fallimentare degli Stati Uniti, apporta prove contro il principale dirigente e manager finanziario della banca, per violazione di doveri fiduciari, e contro la società di revisioni Ernst & Young per esercizio abusivo.

La banca aveva adoperato transazioni “Repo 105” (vendita di utili con patto di riacquisto entro un termine), operazione qualificata “trucco contabile” per mantenere attivi 50.000 milioni fuori bilancio e quindi ridisegnare una immagine fuorviante in tempi di resoconti e pubblicazioni finanziarie trimestrali, durante il culmine della crisi del 2008.

Il Financial Times spiegò che in una transazione normale di “repo”, una banca trasferisce beni utili a una controparte come garanzia reale al posto dei contanti. La banca si impegna a restituire il bene utile più gli interessi e torna a prendere la garanzia dopo un certo periodo di tempo più o meno determinato. Il bene utile rimane nel saldo attivo o bilancio della banca e questa si assume la responsabilità per il denaro in contanti da restituire.

Il Repo 105 che è stato utilizzato per ridurre l’incentivo presentato dalla banca è una operazione molto simile ad un repo normale, tranne che per il fatto che la banca si è impegnata per utili pari al 105% del denaro ricevuto dalla controparte.

L’ operazione viene descritta anche come una “vendita” e gli utili sono fuori bilancio, mentre il ricavo ricevuto è utilizzato per regolare le passività, riducendo così l’effetto leva nei momenti critici, come quando soffia vento di resoconti finanziari.

La relazione conclude che Lehman si avvalse di Repo 105 al fine di manipolare l’equilibrio e dare un specchio per le allodole.

Le rivelazioni causarono astio persino a Wall Street, secondo quanto dichiarato dal Financial Times, concludendo che la relazione in oggetto mette in “cattiva luce” anche l’interno della stessa Wall Street o quanto meno alcuni in seno ad essa, che hanno raccolto per sé consistenti guadagni e occultamento delle perdite, durante il boom che precedette la crisi.

Per quel che riguarda l’affaire Goldman-Grecia, il New York Times del 24 Febbraio scrive che la Federal Reserve degli Stati Uniti esaminava le manovre finanziarie messe a punto da Goldman Sachs e di altre grandi banche per aiutare la Grecia a mascherare il suo crescente indebitamento nell’ ultimo decennio.

Come spiegato dal New York Times, nel 2001 Goldman Sachs aiutò il governo ellenico a prendere in prestito, in maniera del tutto discreta, miliardi di dollari sotto forma di swap (cambio di valute) che sostanzialmente trasformò un prestito in un commercio di valuta che, secondo le regole europee, non ha bisogno di essere reso pubblico.

Nel 2005 Goldman vendette lo swap alla Banca Nazionale della Grecia, prima di riorganizzarlo in un soggetto giuridico britannico chiamato Titlos, nel 2008.

Queste transazioni, comprese operazioni finanziarie simili utilizzate da altri paesi europei, hanno provocato un gran tumulto nel continente, cosi come dure critiche espresse dalla Merkel e altri leader.

Ciò nonostante Goldman difende lo scambio di monete della Grecia. Gerald Corrigan, presidente della Goldman Sachs Bank USA, ha dichiarato che è del tutto compatibile con le norme vigenti al momento.

Il ministro greco delle Finanze, George Papapconstantinou ha insistito, la scorsa settimana, sul fatto che il suo Paese non era l’unico che aveva usato nel 2001 le disposizioni finanziarie previste. Egli ha aggiunto che, poiché sono diventate illegali, la Grecia non le ha più messe in atto.


*Martin Khor, fondatore del “Third World Network”, è direttore esecutivo di South Centre, un’organizzazione dei Paesi in via di sviluppo con sede a Ginevra.


Grecia: il letto di procuste
C'è un’alternativa alla cura da cavallo: la nazionalizzazione del default

di Moreno Pasquinelli - http://sollevazione.blogspot.com - 23 Febbraio 2010

Diceva Noam Chomsky che ove un albero cadesse nella foresta ma non venisse ripreso dalle TV, è come se non fosse caduto. Ha dell’incredibile l’eccesso di zelo delle televisioni italiane (quelle che davvero plasmano il senso comune) verso Berlusconi e la sua direttiva dell’ottimismo coatto.

Esse stanno operando una vera e propria censura sugli sviluppi della situazione in Grecia. Questo paese è sull’orlo di un collasso che rischia di scatenare un effetto domino su tutta Eurolandia e di trascinare nel vortice l’Italia anzitutto. Per di più la Grecia è attraversata dal più potente movimento di scioperi degli ultimi decenni.

Meglio non parlarne affatto, non solo per non spaventare chi c’ha i quattrini e rischia di perdere tutto, ma per evitare che quelli che già ora non hanno più quasi niente si mettano in testa la strana idea di seguire l’esempio dei loro omologhi greci.

Vedremo se questa congiura del silenzio reggerà alla prova del fuoco di domani, 24 febbraio, quando il paese sarà completamente paralizzato da quello che sarà senz’altro il più potente sciopero generale dalla caduta dei Colonnelli.


Un complotto ai danni della Grecia?

Che negli ultimi anni la grande speculazione finanziaria abbia messo sotto attacco la Grecia e speculato vendendo e ricomprando i suoi titoli di stato, non pare ci sia alcun dubbio. Per smascherare “il complotto” ne stanno addirittura occupando i servizi segreti greci, spagnoli e anche francesi.

Scopriranno l’acqua calda, quello che anche un broker-mezza-tacca sa bene. Sul banco degli imputati anzitutto quattro fondi d’investimento: tre americani e un inglese (Moore Capital, Fidelity International, Paulson & Co e Brevan Howard (il maggior gestore di hedge funds d’Europa).

Un primo report degli 007 greci afferma: «I quattro fondi hanno assunto posizioni corte sul debito greco vendendo massicciamente e quotidianamente i nostri bond a dicembre per poi ricomprarli una volta scese le quotazioni. Approfittando del clima sfavorevole all’economia del nostro paese e di rapporti che mettevano in dubbio la capacità di Atene di far fronte ai suoi debiti, questi fondi hanno incassato elevati utili.» (Dal quotidiano greco To Vima del 19 febbraio).

Anche il ministro dell’economia francese, Christine Lagarde conferma: “Ci sono difficoltà nella zona euro perché la Grecia è sott’attacco” (Le Monde del 20 febbraio).
Anche barbe finte spagnole, il CNI (che avrebbe addirittura costituito un dipartimento ad hoc), sta indagando sulla “cospiracion”.

Si cerca di capire chi si sia arricchito quando le voci della insolvenza spagnola hanno fatto schizzare i prezzi dei Cds dagli 83 dollari del primo dicembre ai 166 dollari attuali. (El Pais del 20 febbraio).

Non è escluso che a speculare sul rischio di default della Spagna essi peschino, non solo i soliti vampiri anglosassoni, ma pure qualche porcellino iberico. Gli affari, si sa, sono affari.
La Bibbia del capitalismo transnazionale, il Wall Street Journal ha risposto per le rime a queste notizie di indagine: “Parlare di una cospirazione... spaventa gli investitori più di qualsiasi editoriale critico”.

Da parte nostra non possiamo che aggiungere una banalità: che il capitalismo si fonda sulla caccia al massimo profitto, e che per ottenere il massimo bottino non si fa scrupoli di sorta. Si può ben affondare un paese se questo fa fare quattrini, tanti, maledetti e subito.

La deregulation dei mercati finanziari (globalizzazione) avviata con gli anni ‘80-’90, ha trasformato la vecchia caccia al massimo profitto in un vero e proprio aggiotaggio, in un risico criminale legalizzato, ove ai grandi possessori di denaro è stato consentito di agire come una vera e propria delinquenza organizzata.

Chi possiede il debito pubblico greco ?

Avevamo già segnalato, ma vale la pena tornarci su, che sono due gli indici che la grande finanza considera come primi comandamenti per giudicare lo stato di salute delle casse e delle sorti di un paese: lo Spread e i Cds. Il differenziale (Spread) tra i titoli di Stato greci e quelli tedeschi (Bund) è diventato enorme.

É passato dal 5% di fine novembre al 6,5% di questi giorni. Mentre i Credit default swap quinquennali, (le assicurazioni sui titoli di stato che coprono il rischio di insolvenza), sono praticamente raddoppiati in tutti i paesi.

I Cds sul rischio di default della Grecia sono praticamente i più alti dell’Occidente (3,7% sull’ammontare del debito detenuto dall’investitore contro, ad esempio, lo 0,5% della Germania).

Questi due indici sono in verità alias o “indici ombra”, agganciati, almeno in teoria, ai loro fondamentali: il rapporto deficit-Pil (la differenza calcolata nell’arco di un anno d’esercizio tra i costi della amministrazione statale e le entrate derivanti dalle imposte dirette e indirette versate da imprese e singoli cittadini), e l’ammontare del debito pubblico —ancora una volta rispetto al Pil— che si dimostra così il bronzeo paradigma del turbo-capitalismo. Diciamo in teoria poiché l’alta finanza c’ha figli e figliastri e non considera tutti allo stesso modo.

Il Regno Unito (che ha un rapporto deficit-Pil pari quasi a quello greco) e il Giappone (che ha il debito pubblico di gran lunga più alto del mondo) non sono messi sul banco degli accusati e non sono fatto oggetto di attacchi speculativi devastanti.

Sospettiamo che la vera ragione non attenga solo ai “fondamentali” della macchina produttiva (che il Regno Unito infatti non possiede), quanto piuttosto al fatto che questi due paesi sono veri-stati-nazione, forti di una loro sovranità politica e monetaria e dunque in grado di proteggere le loro economie.

Tornando alla Grecia. Com’è noto, questo paese ha il debito più alto d’Europa (124,9% sul Pil) nonché il rapporto deficit -Pil più alto (12,7%). Di qui l’allarme sul rischio di default della Grecia.
Preoccupati sono anzitutto i creditori della Grecia, ovvero coloro che possiedono i suoi titoli di Stato.

Se infatti questo paese dichiarasse l’insolvenza o annullasse il debito, non sarebbero i cittadini greci a lasciarci le penne, ma i creditori stranieri. Un dato è eclatante: il debito pubblico greco è per il 73% in mano a creditori stranieri.

E vediamoli dunque chi sono questi creditori. Anzitutto francesi e tedeschi, soprattutto fondi pensione. Ecco spiegato l’arcano per cui Parigi e Berlino sono in prima fila nel fare pressioni sulla Bce e su Papandreu. «Nello scenario peggiore possono scegliere se far cadere la Grecia (e quindi condannare a pagare il debito i loro concittadini nati subito dopo la seconda guerra, oppure salvarla, trasferendo i costi del salvataggio sulle loro generazioni future.» (La Stampa del 21 febbraio).

E’ evidente che Francia e Germania vogliono evitare come la peste sia la prima che la seconda strada. Preferiscono la terza: che i greci si tirino fuori dagli impicci da soli, che il governo applichi la cura da cavallo e reprima con fermezza la eventuale rivolta popolare.

Ma c’è un rischio nel caso il governo Papandreu cada e le masse popolari abbiano la meglio: l’effetto domino, non solo sugli altri PIGS, ma sulle grandi banche e fondi d’investimento francesi e tedeschi e a catena su tutta Eurolandia. Così in questi giorni, si fa un gran parlare di un piano da 25 miliardi di Euro per soccorrere la Grecia.

E’ un fatto che un piano simile violerebbe i trattati europei e richiede che la Bce chiuda, non un occhio soltanto, ma entrambi. Staremo a vedere. Va da sé che l’eventuale piano da 25 miliardi sarebbe condizionato, appunto, all’inasprimento delle misure draconiane già adottate da Atene, ovvero a sacrifici inauditi per il popolo greco

Un’altra via d’uscita: la nazionalizzazione del default

Se un’azienda debitrice fallisce ci rimette quella creditrice che ha prestato denaro, fatta salva la facoltà di quest’ultima di fare rivalsa pignorando i suoi beni. Ma come fare rivalsa contro uno stato nazionale sovrano?

Fare rivalsa sulla Grecia, ormai espropriata in larga parte della sua sovranità nazionale, politica e monetaria, sarebbe in effetti un gioco da ragazzi.

Ma che accadrebbe se la Grecia decidesse d’un botto d’uscire dall’Euro e dall’Unione? Se decidesse unilateralmente di nazionalizzare e pilotare il default, ripristinando la sua moneta e svalutandola decisamente? O addirittura annullando il debito?

Accadrebbe che i creditori sarebbero gabbati, che l’economia greca, pur restando nel quadro del capitalismo, riprenderebbe a camminare e ad esportare, attirerebbe non solo una gran massa di turisti, probabilmente anche di investimenti stranieri a causa del vantaggio rappresentato dal differenziale di cambio e dai bassi costi di produzione. Accadrebbe, questo è quel che più conta per milioni di greci, che eviterebbero la cura da cavallo.

Alternativa che non sta né in cielo né in terra? Via d’uscita giacobina? Sentiamo cosa dice Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 18 febbraio:
«Se l’economia non riprende, per stabilizzare il debito serve una correzione dei conti pubblici enorme: circa 14 punti di Pil, al di là di ciò che qualunque governo possa fare.
Se invece la Grecia crescesse al 3% l’aggiustamento necessario sarebbe severo, ma non impossibile: circa 6 punti. Ma come fa la Grecia a ricominciare a crescere?
Un modo c’è: uscire dall’Euro, svalutare del 50% e diventare il luogo più a buon mercato in cui andare in vacanza nel mediterraneo. Certo, la svalutazione raddoppierebbe il debito, che è tutto in Euro, ma sarebbe giocoforza non ripagarlo. E’ ciò che ha fatto l’Argentina, con risultati non disprezzabili».

lunedì 5 aprile 2010

Un PD da estrema unzione













Un paio di gustosi articoli sull'ennesimo disastro elettorale del PD che, senza alcuna effettiva autocritica nè volontà di fare tabula rasa dei propri dirigenti per cambiare politica a 360 gradi, persevera nella sua folle corsa verso il muro contro cui si è già schiantato di continuo negli ultimi due anni.

Evidentemente non vuole più scindere il proprio nome dal vecchio adagio "errare è umano, ma Perseverare è Diabolico".....PD....


Morti e contenti
di Gianluca Freda - http://blogghete.blog.dada.net/ - 3 Aprile 2010

Io adoro il Partito Democratico. Mi fa sentire sicuro. In un mondo in cui tutto si trasforma alla velocità della luce, in cui i parametri di riferimento di ieri mattina risultano obsoleti a mezzogiorno di oggi, è bello sapere che esistono cose che rimangono stabili nel tempo. Ad esempio le mazzate sonore che il PD busca ad ogni tornata elettorale.

Ci sono momenti nella vita in cui si sente il bisogno di puntare il sestante verso una stella fissa mentre si è trascinati dai marosi dell’esistenza. E i dirigenti del PD, questo meraviglioso enigma del creato, sono sempre lì, con le loro ossa rotte, i loro occhi pesti, le loro fratture multiple scomposte dopo ogni consultazione nazionale, provinciale o regionale per rassicurarti, per garantirti che nel mondo tutto cambia, tranne ciò che dovrebbe cambiare.

Anche quando l’impresa sembra impossibile, non ti deludono mai. Prendete le elezioni regionali della scorsa settimana. Avevo detto tristemente a me stesso: stavolta devo rassegnarmi. La loro rimonta è inevitabile. Neanche un merluzzo salato e bollito riuscirebbe a perdere le elezioni contro un centrodestra così disunito, sgangherato, sfilacciato, screditato, preagonico. Mettiamoci l’animo in pace e arrendiamoci al fatto che anche il peggio può modificarsi in peggio.

Invece, anche stavolta sono riusciti a compiere la loro magia. Hanno tirato fuori candidati anonimi e insulsi, pescati a caso nel loro ampio database di prodotti vegetali, per assicurarsi che anche gli elettori più citrulli provassero disagio nell’avvicinarsi alle urne. Nel Lazio, dove per ottenere una batosta contro un centrodestra incapace perfino di presentare le liste elettorali occorreva un deterrente più forte della mera insussistenza politica, hanno intelligentemente schierato Emma Bonino, l’orrenda virago pannelliana, filosionista, antipalestinese ed ansiosa di annettere ad Israele anche l’Unione Europea insieme alle alture del Golan. Roba che neanche Barbablù e Darth Vader, facendosi coraggio a vicenda, sarebbero riusciti ad avvicinarsi al seggio.

In Piemonte, dove Mercedes Bresso aveva già svolto cinque anni di ottimo lavoro per rendere evidente al mondo il disprezzo degli intrallazzieri del PD per i cittadini, facendo malmenare a più riprese i manifestanti che si opponevano al mostruoso progetto della TAV, non c’è stato bisogno di cambiare cavallo.

E’ bastato suggerire all’attempata manganellatrice di sbeffeggiare ed insultare un gruppo di suoi ex elettori venuti a chiederle ragione del tradimento ed il miracolo è stato compiuto. Con grande modestia, i dirigenti del PD hanno poi attribuito a Beppe Grillo il merito della trombatura, rafforzando ulteriormente quella sensazione di immutabilità e sicurezza che il PD dona generosamente a chi lo ama.

Se infatti è sufficiente un Beppe Grillo a levarci di torno uno dei più coriacei e blindati candidati del PD alla presidenza regionale, allora anche la speranza in un mondo senza Errani non è del tutto perduta.

E la cosa più bella è che i vulcanici intellettuali del PD sono incessantemente al lavoro: non hanno ancora finito di mandar giù con lo sciacquone i trombati alle regionali che già lavorano con alacrità alla catastrofe successiva. L’altro giorno ho sentito Lucia Annunziata annunziare ad Annozero che le cause della randellata presa dal PD sono da ricercarsi nello spavento che le posizioni del partito hanno suscitato negli elettori moderati. Non si può darle torto.

Ricordo benissimo che, nel corso della campagna elettorale, Bersani è comparso una volta in TV ricoperto, come sempre, di colla di pesce, gel fissante e gesso a presa rapida per apparire il più imbalsamato possibile; ma ha mosso inavvertitamente un sopracciglio, suscitando con tale inconsulta alterazione della fisiognomica il panico e lo sconcerto più assoluto negli elettori moderati, i quali si sono precipitati a votare per la Lega.

In vista delle comunali del 2012, Bersani verrà esposto in video solo dopo essere stato sottoposto ad un meticoloso intervento di mummificazione, eseguita con tecniche egizie: gli verrà estratto il cervello dalle narici con un ferro ad uncino appositamente forgiato per agganciare piccoli oggetti, verrà deposto per tre settimane in una vasca di natron, ricoperto di resine profumate ed infine issato dai facchini dinanzi alle telecamere di Annozero. Ciò dovrebbe rassicurare l’elettorato moderato, fatta salva l’eventualità di contrazioni nervose che spingano la salma ad allargare improvvisamente le braccia.

Deliziosamente rassicurante è anche il tradizionale rito dell’autocritica, con cui i giullari del PD, dopo ogni passata di bianco, interpellano aruspici, vati, sibille e pitonesse riguardo i motivi della sconfitta, traendone conclusioni così imbecilli da scoraggiare qualunque bookmaker che intenda risollevare le loro quotazioni per l’appuntamento elettorale successivo.

Ad esempio, dalla consueta analisi del volo delle rondini e del fegato di pecora seguita alla batosta regionale, alcuni maggiorenti del partito hanno desunto, come fanno dopo ogni mazziata, la necessità di “aprirsi al confronto” con il centrodestra, di “mettersi in gioco”, di “avviare una riflessione politica seria”, di “abbassare i toni”.

Una minoranza eretica dei loro elettori si è chiesta allibita in quale gioco costoro non si siano ancora infilati con tutti e due i piedi, quale tono possa essere più basso del silenzio cimiteriale e soprattutto quale nuova zona della loro già devastata anatomia dovranno ancora aprire al “confronto” con le verghe della maggioranza.

Ciò non è chiaro. Ma D’Alema si è premurato di fornire alcune illuminanti indicazioni, del tipo: “Dobbiamo riflettere sul presidenzialismo, perché un partito come il nostro non può non avere una proposta per la riforma dello Stato”.

Che tradotto significa: queste elezioni siamo riusciti a perderle, ma difficilmente riusciremo a far vomitare gli elettori più di così. Se vogliamo perdere anche le prossime, dobbiamo assolutamente diventare meri pappagalli del centrodestra e limitarci a ripetere le frasi che essi pronunciano, da “proposta per la riforma” a “Loreto mangia biscotto”.

Gli ha fatto eco Walter Veltroni, dichiarando: “Non si possono dire solo dei no al presidenzialismo”. Veltroni è un esemplare raro, attualmente sottoposto allo studio di un’equipe di biologi e naturalisti, con l’intento di dimostrare che perfino i pappagalli possiedono i loro pappagalli.

Esistono in natura alcune rocce basaltiche, come ad esempio la tholeiite e la basanite, in grado di elaborare con una certa compiutezza il concetto in base al quale se si desidera essere dei basalti occorre differenziarsi in qualche maniera da altri reperti minerali, ad esempio dalle andesiti.

Alcuni ortaggi comuni, come la bietola rossa e la patata quarantina, possiedono consapevolezza sufficiente per comprendere che se si desidera essere coltivati e graditi dai commensali, occorre essere gustosi e che non basta accusare la zucca di Castellazzo di essere molto più insipida.

I platelminti, animali vermiformi appartenenti alla classe dei Turbellari, hanno coscienza del fatto che aprirsi al confronto con gli antiparassitari non è il sistema migliore per garantire la sopravvivenza della propria specie e rassicurare i membri della propria colonia.

Ora, io detesto gli insulti gratuiti e non mi permetterei mai di sostenere che l’intelligenza di D’Alema o quella di Veltroni sia inferiore a quella di un platelminta. Penso anzi che le loro intelligenze e quella di un animale vermiforme siano perfettamente compatibili (almeno a livello di elaborazione logica, ché sul piano della strategia e dell’organizzazione politica, i platelminti bisogna lasciarli stare).

Ma allora chiediamoci: è davvero possibile che i dirigenti del PD non si rendano conto di ciò che un qualunque esponente del regno minerale, vegetale o animale in 16 anni di vita politica italiana sarebbe stato in grado di capire?

E cioè che continuare a fondare schizofrenicamente la propria strategia sulla demonizzazione del nemico in campagna elettorale e poi, cinque minuti dopo la chiusura delle urne, sull’avallo servile alle sue richieste è il modo più sicuro per perdere credibilità ed elezioni?

Che non possedere un proprio progetto di governo, limitandosi a boicottare o sostenere quello dell’avversario a seconda della convenienza, li rende indistinguibili da lui sul piano politico e molto più vili, agli occhi dell’elettorato, sul piano morale?

Risposta: no, non è possibile che non sappiano questo. L’unica spiegazione possibile del loro autolesionismo ormai quasi ventennale è che in realtà di guadagnare voti e vincere le elezioni non gliene freghi assolutamente niente e che essi vedano anzi questa eventualità come una iattura. Se si adotta questo punto di vista si iniziano a capire molte cose della situazione politica dal 1993 ad oggi.

L’obiettivo che il PD e partitucoli di varia estrazione al seguito perseguono con pervicacia non è quello di governare il paese. Non hanno la più pallida idea di come si faccia, non gli interessano i problemi del paese, non hanno la minima intenzione di rimediare al declino dell’Italia e se anche lo volessero non distinguerebbero l’Italia dalla tapezzeria del proprio salone delle feste.

Ciò che gli interessa è amministrare il potere, lucrare sugli appalti pubblici, favorire i potentati finanziari e industriali nazionali e internazionali che garantiscono le loro rendite, assicurare a se stessi e ai propri referenti clientelari il completo dominio su ogni aspetto della vita italiana.

Tutto questo si può fare comodamente standosene alla cosiddetta opposizione, senza il fastidio di troppi riflettori, con accordi politici che garantiscano la spartizione dei poteri locali con la maggioranza, la quale tiene per se stessa ricca parte del bottino, prendendosi però anche le inutili maledizioni e gli impotenti improperi dei cittadini che sentono ogni giorno mancar loro il terreno sotto i piedi.

Un accordo tra bande in piena regola, che garantisce ad entrambe le cosche la permanenza al potere, attraverso un sistema di sostegni reciproci occasionalmente mascherato da diafane conflittualità, recitate nelle vigilie elettorali con poco interesse e sempre minore professionalità.

Si potrà obiettare che questo potrebbe essere per il PD un gioco rischioso. Le due cosche infatti, seppur alleate, non sono certo amiche e l’eccessivo indebolimento dell’una potrebbe portare ad una sua prematura eliminazione dai traffici del racket da parte della cosca vincente. In realtà questo rischio non esiste ed è essenziale che gli elettori capiscano il perché.

Le due cosche sono in realtà piccole ramificazioni locali di una cosca molto più grande, che è quella del potere finanziario e industriale internazionale. Le loro sorti non dipendono che infinitesimalmente dal voto dei cittadini. Dipendono soprattutto dall’ottemperanza alle direttive fornite loro dalle banche e dagli organismi finanziari e industriali internazionali.

Se un settore pubblico (ad es. l’acqua o la raccolta dei rifiuti) è lucrativo, esso va ridotto in frammenti e svenduto a chi fornisce alle cosche il supporto necessario per restare in sella.

Se un altro settore (ad es. l’istruzione), non è lucrativo, ma può essere utile a perseguire certe finalità complementari (ad es. la formazione dei salariati e dei quadri dirigenti che dovranno servire a tenere in piedi l’apparato confindustrial-finanziario) lo si riduce all’osso e lo si destina agli scopi strettamente rispondenti alle necessità dei dominanti.

In cambio di questi servigi, le cosche locali ricevono ciò di cui hanno bisogno per preservare il proprio potere e continuare a prestare la propria opera: organi d’informazione addomesticati che consentano loro di monopolizzare l’attenzione, togliendo ogni spazio ai problemi reali e alla nascita di eventuali altre formazioni; sostegno e riconoscimento da parte dei dominanti e delle cosche locali di altre nazioni; possibilità di carriera nell’organigramma predisposto all’uopo dagli ideatori del sistema; last but not least, sostegno militare da utilizzarsi nella remota eventualità che masse ragguardevoli di cittadini dovessero prendere coscienza del meccanismo e provare a contrastarlo.

Tutto questo sistema, per poter funzionare con tranquillità, ha bisogno della passività dei cittadini, che può essere di due tipi: imposta (ad esempio tramite un governo assolutista creato all’uopo) o indotta (che è il sistema più efficace e più utilizzato).

La passività indotta richiede che i cittadini non si sentano schiavi, ma abbiano l’illusione di poter scegliere tra diverse proposte di governo. Occorre che si sentano attivi, che continuino a discutere e scontrarsi tra loro per la supremazia di formazioni politiche che differiscono tra loro solo per sfumature, oppure per i solenni princìpi esposti nei rispettivi statuti, benché puntualmente contraddetti alla prova dei fatti.

E’ lo stesso principio elaborato negli anni ’20 dal Tavistock Center per la manipolazione delle masse attraverso i media: le vittime del lavaggio del cervello di massa non devono rendersi conto di trovarsi in un ambiente controllato; occorre dunque predisporre un ampio numero di scelte, i cui messaggi dovranno essere leggermente diversi, così da mascherare la sensazione di un controllo dall’esterno. Applicato alla politica, questo stratagemma viene comunemente definito democrazia.

E’ per questo che il PD non teme la propria estinzione, non si preoccupa minimamente di venire incontro alle aspettative dei suoi elettori (che non eleggono e non controllano niente, anche se non lo sanno).

I suoi referenti gli hanno assegnato – nell’ormai lontana stagione di “mani pulite” - il compito fondamentale di tenere ben oliato il sistema bipolare, che garantisce l’apparenza di pluralismo e i lucrosi affari di chi realmente decide, dall’esterno, l’assetto economico e politico da impartire al paese.

Il PD è una delle due pile che fanno funzionare questo orrendo giocattolo e non può essere eliminata senza essere sostituita da una batteria nuova. Deve solo occuparsi di equilibrare il sistema, evitando l’eccessivo rafforzamento altrui, ma anche il proprio; il che si ottiene efficacemente indicando nell’avversario il male assoluto (fase d’offesa) e poi, subito dopo, sconcertando i propri sostenitori con l’appoggio alle politiche degli stessi individui additati alla pubblica esecrazione pochi istanti prima (fase di difesa).

I suoi avversari seguono ovviamente lo stesso copione, ma con alcune differenze su cui non starò a dilungarmi: essenzialmente consistono nel fatto di essere la parte “controllata” del sistema, non quella che controlla; e nel contare tra le proprie fila un personaggio (Berlusconi) che persegue i propri esclusivi interessi personali, spesso anche a scapito dei dominanti, il che crea la necessità di approntare un sistema dissuasivo (attuato di solito attraverso la magistratura e gli attacchi mediatici) per tenerlo sotto controllo.

Gli unici crucci del PD, in questa granitica struttura che sembra garantire la sua sopravvivenza ad aeternum, attengono alla possibilità di un’alterazione irreversibile del meccanismo, che potrebbe essere prodotta da vari fattori. Ad esempio la nascita di una nuova e più affidabile forza politica che si ponga a guardia del sistema, sostituendo i vecchi controllori.

Tale eventualità è assai remota e potrebbe verificarsi solo se il nuovo soggetto di controllo fosse ideato e finanziato dagli stessi progettisti del sistema. Altra iattura sarebbe la trasfigurazione dei rapporti di forza internazionali, ad esempio provocata dalla genesi (già in corso) di un contesto globale multipolare che sostituisca il vecchio assetto monocentrico dominato dalla finanza e dall’economicismo statunitense.

Tale prospettiva è realistica, perfino relativamente prossima, e richiederebbe che il PD, per poter sopravvivere, acquisisse la capacità di adeguare i propri compiti e le proprie strutture al nuovo corso di potere, cosa che al momento non sembra minimamente in grado di realizzare. Proprio per questo non se ne preoccupa granché.

Si sa che a tutto c’è rimedio tranne alla morte, alla quale, finché si vive, è preferibile non pensare. Infine, l’evento più paventato ed esorcizzato, poiché prevedibile entro tempi umani e non storici, è la fine politica o biologica di Silvio Berlusconi, vero baricentro che garantisce stabilità a tutto il leviatanico marchingegno di gestione della pubblica passività.

E’ noto che più basso è il baricentro, maggiore risulta la stabilità di un corpo. E un baricentro più basso del Silvio nazionale (in senso morale, più che fisico) sarà difficilmente reperibile in tempi brevi.

La sua sfacciata strafottenza verso qualunque cosa non gli garantisca un immediato profitto personale, la sua rozzezza umana, la sua palpabile impreparazione politica, il fastidio che la sua prepotenza suscita in chiunque sia stato educato ai valori solidaristici, lo hanno reso una nemesi perfetta, il male che ogni catechista insegna ai suoi discepoli a contrapporre al bene, l’ideale secondo polo dell’apparato di rimbecillimento e passivazione delle masse predisposto con cura dagli ingegneri della democrazia.

La sua dipartita rappresenterebbe per il PD una catastrofe difficilmente rimediabile: non perché sia complicato reperire personaggi di levatura così infima (nel PD e nei partiti ad esso affiliati ce ne sono in quantità industriali), ma perché non è facile che la bassezza morale in un individuo risulti così spontanea, naturale, immediatamente percepibile tanto dai sostenitori quanto dai detrattori. Un “cattivo” così appariscente non lo si trova neanche a crearlo a tavolino.

L’unica speranza dei dirigenti democratici, dinanzi all’implacabalità dell’impermanenza politica e biologica degli esseri umani, è affidata alla fisica del karma o ai progressi della clonazione. Che il nume dei miserabili perdenti li aiuti in questo difficile momento.


E' tutta colpa di Grillo (ma anche no)
di Andrea Scanzi - http://scanzi-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/ - 30 Marzo 2010

Che spettacolo. Che spettacolo. Che spettacolo. Queste elezioni mi hanno caricato come una molla dopata (?). Il Pd ha toccato nuovi abissi di inutilità colpevole. L’Unità ha detto che è colpa di Grillo (e Luttazzi è uguale a Berlusconi). Bersani ha detto che il vento è cambiato (ma non si sa in che senso).

E la Finocchiaro ha detto che nel Lazio tutto sommato è andata bene, perché ha comunque vinto una donna.
A me queste cose mi caricano, agli italiani gli caricano (cit).
Altre considerazioni.

7 a 6 (ma ha vinto chi giocava in trasferta). Cinque anni fa (nel mezzo è passata un’era geologica) finì 11 a 2. Un 8 a 4 sarebbe stato il minimo sindacale per la sinistra (ahahahahahah). Invece è stata mattanza, 7 a 6 risibile. Tutte le regioni in bilico a Berlusconi. L’ennesimo disastro del peggiore centrosinistra d’Europa, che ha coerentemente (almeno in questo) generato il peggior centrodestra d’Europa.

“Berlusconi è in crisi”. Il mantra di molti, troppi ottimisti. Che evidentemente vivono su Plutone. Oppure leggono solo Repubblica (per cui le elezioni del 2008 dovevano finire in parità). “Berlusconi è in crisi” non è una elaborazione politica: è una speranza. Gli italiani (la loro maggioranza) amano l’uomo forte, furbo, che si è fatto da sé (e Gaber sapeva bene di cosa fosse fatto). Berlusconi rappresenta al meglio il peggio degli italiani (cit). Berlusconi finirà solo con la sua dipartita terrena (sempre che non sia immortale). O – nel caso migliore – con il processo Mills, su cui però pesa il rischio (certezza) della prescrizione. Continuerà comunque il berlusconismo. Per sempre. Montanelli parlava di vaccino. Io parlerei, piuttosto, di Ebola.

Pd, acronimo di una bestemmia sprecata. Il Partito Disastro ha realizzato ieri l’ennesimo capolavoro. Ha vinto dove non poteva non vincere e l’unico miracolo (Vendola) è accaduto malgrado il Pd (fosse stato per il Dalailema, addio). Opinionisti e tromboni si interrogano da anni sui motivi della crisi del Pd. Sbagliando alla radice. E’ il Pd stesso la crisi.

E’ colpa di Grillo. Il grande capolavoro di questa tornata elettorale. I polli di allevamento piddini, con tanto di editoriali tronfi e parole buttate là a casaccio, ha individuato nei 70mila voti del Movimento 5 Stelle in Piemonte la causa della crisi.

Lo ha scritto perfino Concita De Gregorio, in quel giornale così aperto e notoriamente libero che è L’Unità. Questa analisi, la cui miopia dimostra da sola quanto il Pd sia irrecuperabile (oltre che correo), è meravigliosa. Al di là del fatto che in Piemonte ci sono stati un milione di astenuti, che numericamente valgono un po’ più dei voti grillisti, il punto è lo sbarazzino rovesciamento della realtà fatto dal Pd.

Non è che loro debbano conquistarsi la fiducia. No: il voto gli spetta per diritto regio. Lo esigono. In nome del meno peggio, si presume. Mercedes Bresso, pasionaria di sinistra à la Aznar, ha detto (più o meno) che quelli che hanno dato il voto a Grillo sono dei cialtroni che hanno consegnato il Piemonte a una destra razzista. Certo: come quelli che, quando perdono, scaricano la colpa sull’arbitro (e non mi risulta che in Piemonte si fosse candidato Ovrebo).

Riassumiamo: la Bresso ha detto cose allucinanti (o quantomeno poco condivisibili) su Tav, nucleare e quant’altro. Ha cercato di convincere i moderati ricalcando pedissequamente modi e mosse (programmi) berlusconiani (Sveltroni non ha insegnato nulla).

Ha trattato, come tutto il centrosinistra “che conta”, Grillo e i grillini come paria, denigrandoli e sottovalutandoli. Poi, dopo aver perso, non poco stupita dal loro exploit (non avendo minimamente il polso del reale: altrimenti non sarebbe del piddì), si è ricordata che esistevano e ha gli ha dato la colpa. Idolo.

Sarebbe come se io, dopo avere insultato e dileggiato una donna per anni, la offendessi perché lei poi non me l’ha data. Lady Mercedes, come i suoi esegeti, si metta bene in testa una piccola cosa: ha perso perché ha governato male. Perché il Pd è una sciagura. Perché non se ne può più di questa unica motivazione del turarsi il naso. Chi è causa del suo male pianga se stesso (cit). E magari dica addio alla politica.

Sì, ma aritmeticamente la colpa è di Grillo. No, anche aritmeticamente è colpa di chi non si è messo nella situazione di farsi votare. Il Pd perde perché l’indulto, perché il conflitto d’interessi, perché il Dalailema, perché Bassolino, perché Bersani, eccetera eccetera. Il Pd è la polizza sulla vita (eterna) di Berlusconi.

Silvio è Federer e il Pd sono la pletora di vassalli che si accontentano di perdere in finale (quando va bene) 7-5 al quinto. Fossi uno del centrodestra, vorrei sempre gareggiare contro Loiero (su cui Lombroso avrebbe scritto più di un trattato) e Penati. Per poco non perdevano pure la Liguria.

Il Pd non dice solo no (troppo facile essere disfattisti). Più che altro, non dice mai no. Si dirà: eh, ma loro pensano a governare. Vero: infatti l’exploit di De Luca in Campania è la dimostrazione del loro genio.

La tivù è stata decisiva. Vero e non vero. Nell’ultima settimana Berlusconi è stato ovunque, facendo passare il messaggio della “sinistra che sa solo odiare” e attivando quelli che intendevano astenersi. Tale meticolosa campagna mediatica è stata effettivamente decisiva. Dall’altra parte c’è però il fenomeno Grillo. Il suo Movimento non è mai andato in tivù, stava sugli zebedei a tutti e subiva lo zimbellamento preventivo di grandi e piccini.

Ebbene, al Nord è andato sempre oltre il 3 percento e in Emilia Romagna ha superato il sette (il sette!). E’ il vero dato nuovo: una moltitudine di giovani, attiva e informata, non crede più nei vecchi sistemi di comunicazione, ha bypassato la censura e dimostrato quanto il centrosinistra sia vecchio, superato e totalmente avulso dalla realtà. Per molti è un rischio democratico. Per me è solo un virus insinuato in un sistema marcio e schifoso.

Sì, ma tu sei amico di Luttazzi e Grillo. Vero. Ma sono anche amico di Costanzo e non per questo parlo bene del Cangurotto.

La fotografia dell’Italia. L’ha data Mario Monicelli, semper fidelis, giovedì scorso a Raiperunanotte. Riascoltatelo: è la carta d’identità di un paese che nessuno potrà mai salvare da se stesso. Ah: Monicelli e Gillo Dorfles, che ha parlato subito dopo, insieme fanno quasi duecento anni. E hanno ancora tanto da insegnarci.

Il caso Luttazzi. Emblematico anche quello. Uno dei massimi momenti televisivi degli ultimi dieci anni. Quindici minuti di monologo, semplicemente, perfetto. Qualsiasi politico e politologo, con un minimo di intelligenza e libertà di pensiero, avrebbe capito – dagli applausi scroscianti – che era quella l’aria che tirava nell’opposizione.

Che c’era bisogno di qualcuno che cavalcasse la protesta, l’indignazione, il dolore per sedici anni di berlusconismo che stanno minando dalle fondamenta il paese (consegnandolo alla famosa e inedita “guerra civile fredda”).

Qual è stata invece la reazione dell’intellighenzia, del micheleserrismo e dell’eugenioscalfarismo? La scomunica, l’ennesima. Da una parte si è accentuata la portata volgare della metafora dell’inculata (dimenticandosi che “buco del culo” lo diceva anche De André) e dall’altra si è deliberatamente frainteso (come sempre si è fatto pure con Grillo, vedi i due V-Day) il significato del monologo.

Ripensate all’intervento di Luttazzi: qual è stato il momento che più ha ricevuto applausi? Quello della seconda fase anale, laddove (?) Luttazzi stigmatizzava l’assenza di opposizione.

Una dura critica al Pd, accolta con il boato del Paladozza (e di chi guardava il programma). Tale messaggio “eversivo” non poteva passare. Ecco quindi, puntuale, la mitraglia degli opinionisti veltronisti e bersanisti.

Lidia Ravera ha straparlato di femminismo, Francesco Piccolo (che sarebbe anche bravo) ha accomunato Luttazzi a Berlusconi (certo, e io sono Galeazzo Ciano). C’è stato perfino chi ha parlato di “elogio dello stupro” (??) e “inneggiamento all’odio” (???). Sì, buonanotte. Badate bene: non sono piccoli segnali.

La volgarità luttazziana è un pretesto così scontato che ci sono arrivati perfino Facci e Gasparri. E’ un altro il dato saliente: la puntuale mitraglia, in difesa del fortino piddino, della sempiterna intellighenzia salottiera, che continua a volerci spiegare cosa pensiamo dall’alto di una miopia connivente e interessata. Con questi leader non vinceremo mai. Ma neanche con questi “intellettuali”.

Però Luttazzi è volgare. Luttazzi è volgare per chi ha così tanto guardato Zelig e Dandini da arrivare a credere che la satira sia quella di Checco Zalone e Neri Marcorè. Ecco: Neri Marcorè è il comico perfetto per il Pd. Così bravo che, quando lo guardi, te lo dimentichi subito.

Zaia RuleZ. Credevo che Carlotto fosse esagerato nei suoi libri. In realtà era solo realista. Zaia fa politica come una volta: stando sul territorio, coi banchetti, mostrandosi vicino e promettendo l’impossibile. Non esiste ristoratore, imprenditore, operaio (?) veneto che non lo incensi. Il voto di protesta è cosa della Lega (elettorato più vecchio), Di Pietro e Grillo (elettorato più giovane e internauta).

Se a Bersani, il Dalailema, Ferrero e Mussi parrà cosa elettrizzante che la sinistra “vera” abbia del tutto smarrito il gusto di essere incazzati (cit), lasciandolo ad altri che di sinistra non sono (e rendendo orfani milioni di elettori), ne prendiamo atto. Certificando una volta di più la loro devastante inappropriatezza.

Renzo Bossi RuleZ. La sua vittoria è la chiara dimostrazione che il suffragio universale ha troppi bug.

Minzolini RuleZ. Ieri era ospite di se stesso da Giorgino. L’Istituto Luce a colori. Vamos.

Concludendo
. Berlusconi vive e lotta in mezzo a loro. La Russa glorifica, Formigoni divelge, Bondi tiranneggia. La Lega domina. Fini non fa breccia a Porta Pia. Casini è decisivo solo nei suoi sogni. La sinistra alternativa è ben rappresentata da Sansonetti. Di Pietro tiene, Grillo stupisce, il Piddì perisce: a stazioni, al rallentatore, con sublime quanto ingiustificata arroganza. Era meglio morire da piccoli. O anche solo senza aver davanti queste brutte facce.

domenica 4 aprile 2010

Il rebus thailandese e le sue incognite


In Thailandia la tensione politica in corso da circa 5 anni, soprattutto dopo il golpe incruento del settembre 2006 che ha estromesso dal potere l’allora premier Thaksin Shinawatra, ha raggiunto ormai un livello borderline, al limite della guerra civile.


Da quasi un mese a Bangkok si susseguono e s’intensificano le manifestazioni delle cosiddette camicie rosse, i sostenitori di Thaksin che col passar del tempo continuano ad alzare la posta sfidando il governo e l’esercito.


E anche se nei giorni scorsi si sono tenuti alcuni incontri tra il premier Abhisit Vejjajiva e i leader dei rossi, tra cui pure un parlamentare del Puea Thai (il partito politico legato a Thaksin), nessun passo concreto in avanti è stato compiuto.


Ognuna delle due parti è rimasta infatti ancorata alle proprie posizioni, nonostante il governo abbia concesso qualcosa.

I “rossi” fermi nella richiesta di dimissioni immediate del premier, scioglimento del Parlamento entro 15 giorni e convocazione di nuove elezioni mentre il premier Abhisit si è appunto limitato a concedere lo scioglimento del Parlamento entro la fine dell’anno, subito dopo però lo svolgimento di un referendum su alcune riforme costituzionali, e la convocazione di nuove elezioni per l’inizio del 2011.


Ma le camicie rosse hanno ritenuto queste proposte del governo solo strumentali per continuare a governare fino alla scadenza naturale della legislatura (dicembre 2011), e per tutta risposta si sono ritirati dal tavolo negoziale indicendo la nuova serie di manifestazioni di massa che in questi giorni sta paralizzando anche il centro commerciale e turistico di Bangkok.


Queste posizioni inconciliabili delle due parti sono tuttavia spiegabili soprattutto con l’esigenza del governo di approvare la legge finanziaria, con tutte le conseguenze a cascata in termini di regalie clientelari, e di nominare il nuovo capo dell’esercito. L’attuale generale in carica, artefice della nascita dell’attuale governo, andrà infatti in pensione a settembre.


Mentre i rossi, insieme al Puea Thai, hanno assolutamente fretta di andare a nuove elezioni sicuri di vincerle, ottenendo così il potere di approvare la legge finanziaria del 2010 e di nominare un nuovo capo dell’esercito a loro più gradito.


E in queste ore i rossi si stanno giocando il tutto per tutto paralizzando il centro commerciale della capitale, rifiutando il primo ultimatum posto dal governo per sgombrare l’area e sfidandolo a imporre lo stato d’emergenza, il passo successivo dopo l’emanazione della legge interna di sicurezza già in vigore a Bangkok e in altre province limitrofe per dare pieni poteri all’esercito sulla gestione dell’ordine pubblico. La tensione in queste ore è quindi altissima e il rischio di scontri sanguinosi sempre più all’orizzonte.


Già nei giorni scorsi si sono avute parecchie avvisaglie in tal senso: bombe piazzate qua e là a Bangkok e in altre parti del Paese ma che fortunatamente hanno provocato solo leggeri danni materiali e granate lanciate contro alcune caserme dell’esercito, tra cui quella in cui nel mese scorso si è riunito il governo impossibilitato a varcare la soglia della Government House circondata dai rossi e occupata da reparti speciali dell’esercito in funzione difensiva, tanto da far nascere il sospetto nei rossi e non solo che il governo fosse ormai già ostaggio dell’esercito, uno dei principali suoi “sponsor” fin dalla nascita nel dicembre 2008.


Aumenta infatti giorno per giorno la possibilità che la situazione vada fuori controllo, dando così la giustificazione all’esercito per intervenire e prendere le redini del potere.


Ma neanche questo scenario è lineare nella Thailandia di oggi. S’aggiunge infatti l’incognita di un esercito diviso e non compatto nella difesa dell’attuale governo, con l’eventualità quindi di uno scontro interno tra le sue diverse fazioni, un fatto peraltro già evidente nella polizia.


Si tratta perciò di una situazione veramente complicata, con l’aggiunta inoltre in questi ultimi giorni di un altro colore nel panorama delle camicie politicamente colorate.


Infatti dopo i rossi e i gialli - gli ultrà monarchici anti-Thaksin che avevano manifestato per anni fino ad occupare anche i due aeroporti di Bangkok nel dicembre del 2008 dando il là alla nascita dell’attuale esecutivo unitamente alla decisione della Corte Suprema di sciogliere il PPP (People’s Power Party), il partito di Thaksin vincitore delle elezioni del dicembre 2007 nato dalle ceneri del Thai Rak Thai messo al bando dalla Corte Suprema nel maggio 2007 -, nei giorni scorsi hanno manifestato anche i cosiddetti “rosa”, dal colore di buon auspicio per la salute dell’anziano Re Bhumibol.


Un insieme di imprenditori, operatori turistici, accademici, intellettuali e “gialli” con maglietta rosa, che chiede invece al governo di non cedere alle richieste dei “rossi” e di continuare a governare fermando le manifestazioni di protesta che, secondo loro, stanno provocando grosse perdite economiche, in particolare nel settore turistico.


I rosa, autodenominatisi “Il potere silenzioso” che si è stufato di queste continue proteste, predicano la pace sociale invitando i rossi e il governo a incontrarsi nuovamente, anche se però sono stati segnalati episodi di violenza commessi da loro nei confronti di alcuni manifestanti rossi.


Comunque, dietro questa situazione ingarbugliata, pericolosa e al limite di una potenziale guerra civile si nota anche una delle caratteristiche del popolo thai, e cioè quell’assoluta volontà di non perdere la faccia riscontrabile in tante sfumature della quotidianità thailandese e che in questo caso specifico impedisce una soluzione di compromesso attraverso un effettivo negoziato.


Un compromesso che così come sembra impossibile tra i rossi e il governo, lo è anche tra le autorità centrali e il Sud musulmano di etnia malay, dove ogni giorno si contano i morti nella guerra a bassa intensità in corso da anni tra militanti islamici e Bangkok.


E lo stesso dicasi per l’impossibile compromesso tra il Nord, la zona rurale e più povera del Paese legata a Thaksin, e il resto della Thailandia - in particolare Bangkok dove dominano l’elite alto-borghese e la cerchia che ruota intorno al palazzo reale, i due centri di potere che s’oppongono a qualsiasi cambiamento di quello status quo combattuto invece dai rossi.


Ma a questo quadro, già così complicato e fosco, va unita infine la vera questione cruciale per la coesione sociale e decisiva per il futuro della Thailandia e l’unità del Paese: la successione del Re Bhumibol.


Un argomento tabù che può facilmente costare anche l’arresto per lesa maestà, ma che per il bene della Thailandia andrebbe affrontato per tempo con la dovuta preparazione onde evitare conseguenze imprevedibili a dir poco spiacevoli.

giovedì 1 aprile 2010

Russia: strategia della tensione?

Qui di seguito un paio di articoli sui recenti attentati nella metropolitana di Mosca che hanno provocato 39 morti e circa 100 feriti.

Sia il presidente russo Medvedev che il premier Putin hanno subito puntato il dito contro i militanti indipendentisti ceceni, ma i dubbi sulla loro effettiva responsabilità crescono di ora in ora.

Infatti l'ombra dei servizi segreti russi dell'Fsb, quali veri esecutori degli attentati, si fa sempre più minacciosa e ci sono già alcuni precedenti a riguardo, come riportato pure dai seguenti articoli.

Curioso poi anche quanto scrive oggi l'agenzia di stampa Interfax, secondo cui il capo dell'Fsb Aleksandr Bortnikov ha dichiarato che "i servizi segreti russi conoscono l'identità degli organizzatori degli attentati alla metropolitana di Mosca e a Kislyar", - avvenuto ieri in Daghestan, con un bilancio finale di 11 morti. Mentre oggi sempre in Daghestan ce n'è stato un altro con due morti, ndr.

Insomma, quasi un lapsus freudiano...


Attentati di Mosca, l'ombra dei servizi
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 1 Aprile 2010

Gli oppositori di Putin sospettano che dietro le bombe vi sia una strategia della tensione volta a contrastare la crescente mobilitazione antigovernativa

All'indomani degli attentati nella metropolitana di Mosca che hanno causato la morte di 39 persone, Garry Kasparov, l'ex campione mondiale di scacchi, oggi leader dell'opposizione più radicale al regime putiniano, ha puntato il dito contro i servizi segreti russi avanzando dubbi sulla matrice caucasica e dicendosi preoccupato che questa tragedia venga sfruttata dal premier Vladimir Putin per "azioni energiche" contro il crescente malcontento, il moltiplicarsi delle proteste e la stessa opposizione. "Il prossimo passo che possiamo attenderci - ha dichiarato Kasparov - potrebbe essere l'accusa all'opposizione di tenere rapporti con la clandestinità armata cecena".

Come nel 1999? Molti in Russia non hanno dimenticato la vicenda del coinvolgimento dei servizi segreti russi (Fsb) negli attentati ai condomini di Mosca, Volgodonsk e Buinaksk che nel settembre del 1999 uccisero oltre 300 persone.

I vertici dell'Fsb incolparono subito i separatisti ceceni, scatenando un'ondata di nazionalismo che spianò la strada del Cremlino all'ex capo dell'Fsb, Vladimir Putin (in carica fino al mese prima) e garantì un ampio sostegno popolare alla seconda guerra in Cecenia.

Terroristi dell'Fsb. Una settimana dopo le stragi, nella città di Ryazan due terroristi vennero arrestati dalla polizia dopo aver piazzato in un altro condominio detonatori ed esplosivo dello stesso tipo di quello usato negli altri attentati.

I due uomini, dopo aver mostrato il tesserino dell'Fsb, vennero immediatamente rilasciati su ordine di Mosca. Nikolai Patrushev, direttore dei servizi segreti, si giustificò dicendo che si trattava di un'esercitazione per testare le capacità di reazione della polizia e l'inchiesta venne secretata.

Nei mesi successivi, emerse che la sostanza esplosiva usata negli attentati, l'hexogen, proveniva da un deposito governativo e che le cantine di tutti i palazzi nei quali le bombe erano piazzate erano stati affittate poco prima degli attacchi da Vladimir Romanovich, ex agente dell'Fsb.

Litvinenko & Co. Il ruolo dei servizi segreti russi negli attentati fu pubblicamente sostenuto dal vicepresidente della Commissione d'inchiesta governativa sugli attentati, Sergei Yushenkov (che verrà assassinato da ignoti nel 2003), suffragato dalle rivelazioni pubblicate in un libro dall'ex agente segreto Alexander Litvinenko (che sarà mortalmente avvelenato nel 2006) e dimostrato dalle inchieste indipendenti svolte dai giornalisti della Novaya Gazeta (il giornale della Politkovskaya).

Successive rivelazioni a sostegno della 'pista interna' provocarono altri misteriosi decessi, minacce di morte e arresti per 'violazione di segreti di Stato'. La possente macchina di propaganda mediatica e politica del Cremlino fece il resto.

Putin in difficoltà. Nel settembre del 1999 Putin aveva bisogno di creare le premesse per il suo avvento al potere.

Nel febbraio del 2004 quando altri attentati attribuiti ai ceceni colpirono la metropolitana di Mosca uccidendo 41 persone, Putin era in piena campagna elettorale per ottenere il secondo mandato presidenziale.

Oggi l'ex dirigente dell'Fsb fronteggia una crescente opposizione popolare al suo governo, dovuta alle sempre più gravi difficoltà economiche di gran parte della popolazione. Nelle scorse settimane in Russia ci sono state le più grandi manifestazioni antigovernative degli ultimi anni, con centinaia di migliaia di persone scese in piazza per chiedere le dimissioni del premier.

Sabato scorso, due giorni prima degli attentati di Mosca, le opposizioni avevano proclamato una 'giornata della rabbia' organizzando manifestazioni in cinquanta diverse città e preannunciando una primavera di crescente mobilitazione. Ma ora, dopo le bombe e il terrore, le cose sono cambiate.


Attentato alla metro di Mosca: un'altra opera del Fsb?
di Paul Joseph Watson - www.prisonplanet.com - 29 Marzo 2010
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Alcenero

E' solo una coincidenza che attentati sanguinosi avvengano subito dopo il “giorno dell'ira”, che ha visto cittadini russi protestare contro il carovita, e contro il governo, in oltre 50 città?

Precedenti attacchi terroristici in Russia erano opera dello sporco lavoro dei servizi di sicurezza.

Due distinte esplosioni hanno squarciato dei treni nella metro di Mosca, uccidendo almeno 34 persone durante le ore di punta del lunedì mattina, e sono stati imputati ad attentatrici suicide, anche se precedenti casi di terrorismo in Russia sono stati dimostrati essere opera del servizio di sicurezza stesso, lo FSB.

“La prima esplosione è avvenuta in un treno dopo che si era fermato alla stazione della Lubyanka al centro di Mosca, vicina ai quartieri generali del servizio di sicurezza FSB” ha riferito un portavoce russo per le emergenze alla AFP.

“La prima esplosione alla Lubyanka ha ucciso 22 persone e ne ha ferite 12. La seconda alla stazione di Park Kulturi ha fatto 12 morti e 7 feriti”, ha riferito AFP.

Il capo del Servizio di Sicurezza Federale Russo Alexander Bortnikov ha già accusato i ribelli ceceni per l'attentato, una spiegazione accettata passivamente dai media occidentali quali la BBC che stanno già pubblicando commenti sulla storia del terrorismo in Russia, evitando completamente di nominare il ruolo diretto del FSB in quasi tutti i maggiori attentati avvenuti negli ultimi 10 anni.

Dal momento che la spiegazione riguardante la responsabilità di due attentatrici suicide con esplosivi legati al corpo proviene direttamente dal FSB, la storia passata implica che possiamo solo prendere con estremo sospetto la storia ufficiale.

Il famigerato FSB ha una documentata storia di attentati “false flag” compiuti allo scopo di portare avanti obiettivi politici.

Vladimir Putin ottenne il potere a seguito di un regno del terrore orchestrato dal FSB nell'autunno del 1999, comprendente l'esplosione di interi palazzi in tutta la Russia e l'accusa degli attentati rivolta ai separatisti ceceni, permettendo così a Putin di iniziare una nuova guerra e di assicurarsi le elezioni presidenziali.

Gli agenti del FSB furono colti sul fatto mentre piazzavano esplosivi all'Hexogen sotto un palazzo a Ryazan. Le registrazioni indicano che la prima chiamata fatta dai “terroristi” dopo avere piazzato la bomba era diretta ai quartieri generali del FSB, mentre ai colpevoli veniva permesso dalle autorità di lasciare il paese.

Il FSB ammise di avere piazzato sacche di esplosivi, ma affermò successivamente che contenevano zucchero e venivano usate come parte di una esercitazione per testare le procedure di sicurezza. Le autorità prima affermarono che un attacco terroristico era stato sventato e che le sacche contenevano davvero Hexogen, sino a che il coinvolgimento del FSB venne scoperto. A quel punto la storia venne cambiata.

Alexei Kartofelnikov, il primo testimone a vedere gli esplosivi e a chiamare la polizia disse che la sostanza non era chiaramente zucchero, descrivendo il materiale come qualcosa dall'aspetto del riso ma di colore giallo - una chiara somiglianza alla descrizione dell' Hexogen.

Il FSB piazzò veri esplosivi e venne colto sul fatto mentre inscenava un attentato terroristico “false flag”, venendo così costretto a elaborare una complicata storia di copertura mentre bloccava le indagini e metteva a tacere gli informatori.

Questo fatto, e molto altro, è documentato nell'eccellente documentario “The Assassination of Russia” che potete vedere da Google Video [Vedere la pagina originale dell'articolo su Prison Planet. N.d.r.].

Alexander Litvinenko, l'ex agente FSB che morì nel Novembre 2006 a Londra dopo essere stato avvelenato con polonio-210 radioattivo, aveva mostrato come il FSB era coinvolto nel terrorismo, nei rapimenti e negli omicidi su commissione nel suo libro del 2002 “Blowing Up Russia: Terror From Within”, scritto assieme a Yuri Felshtinsky.

La crisi degli ostaggi del settembre 2004 a Beslan, che portò alla morte di più di 300 persone tra cui molti bambini, un altro evento di cui vennero accusati terroristi ceceni, era anch'esso avvolto nelle contraddizioni e negli indizi che suggerivano un coinvolgimento dall'interno.

Un video che venne infine rilasciato nel 2007 mostrava le forze di sicurezza russe come probabili responsabili della prima esplosione durante l'evento.

Riferisce la Associated Press:

Un video che rimase segreto per quasi tre anni dopo l'orribile crisi di Beslan, ha gettato nuovi dubbi sulle conclusioni ufficiali su ciò che ha portato alla morte di 334 persone, più della metà delle quali bambini, durante uno dei peggiori attacchi terroristici in Russia.

Il filmato non è affatto definitivo, ma sembra portare credito alla teoria secondo cui le forze di sicurezza hanno almeno parte della responsabilità per l'alto costo in vite umane.

Le riprese mostrano che le esplosioni avvengono fuori degli edifici della scuola e contraddicono la spiegazione ufficiale che afferma che i militanti erano responsabili delle prime esplosioni, confermando così i resoconti fatti dai sopravvissuti su quanto avvenuto.

Come confermarono le nostre indagini al tempo, molti aspetti dell'assedio di Beslan forniscono incredibili contraddizioni alla storia ufficiale e indicano chiaramente che le forze russe hanno avuto un ruolo nell'inscenare o quanto meno nel provocare il massacro.

- L'indagine del Comitato Parlamentare scoprì il fatto che militari russi di alto grado erano coinvolti nel complotto e agirono da complici dei terroristi. Questi individui vennero qualificati dal Comitato come “con un grado più alto di maggiore e colonnello”.

- Un ex poliziotto venne anche scoperto far parte del complotto. Un ulteriore coinvolgimento della polizia venne successivamente confermato.

- La Commissione Parlamentare trovò anche prove del coinvolgimento di “un'agenzia di intelligence straniera” nel coordinamento del massacro.

- Giornalisti che riferirono dell'assedio di Beslan e scoprirono prove di un coinvolgimento interno vennero in seguito drogati e detenuti dalle autorità russe mentre l'insabbiamento procedeva a passi da gigante.

- Durante l'assedio le autorità russe si rifiutarono di rivelare quali fossero le richieste dei terroristi, bloccando tutte le comunicazioni telefoniche e affermando che i nastri contenenti le richieste dei terroristi erano vuoti.

- I presunti terroristi ceceni non parlavano nemmeno ceceno e ricevevano ordini dall'estero, secondo i resoconti.

Il massacro di Beslan avvenne nel mezzo di un'ondata di attacchi terroristici in Russia, poco tempo dopo la caduta di due aerei di linea Tupolev, di cui le autorità incolparono i terroristi ceceni. Però, citando il fatto che i resti degli aerei vennero trovati sparsi su vaste aree, i media indipendenti russi accusarono Vladimir Putin di avere ordinato l'abbattimendo degli aerei in un grezzo piano “false flag” per assicurarsi una vittoria elettorale per il presidente ceceno pro-Cremlino Alu Alkhanov due giorni dopo.

Il leader separatista ceceno Aslan Maskhadov negò ogni coinvolgimento nell'abbattimento degli aerei e per l'assedio alla scuola, citando come responsabile del massacro “una terza forza che ha portato al potere il presidente Vladimir Putin”.

La palesemente dimostrabile storia del coinvolgimento di funzionari del FSB russo nell'esecuzione di attacchi terroristici, per i quali vennero poi accusati nemici politici, illustra il fatto che sarebbe folle accettare immediatamente la versione del governo per i mortali attentati di oggi a Mosca, almeno sino a che maggiori dettagli non siano confermati da fonti indipendenti.