domenica 11 aprile 2010

Polonia: la decapitazione di uno Stato

Una serie di articoli sull'incidente aereo, avvenuto ieri a Smolensk in Russia, che ha in pratica decapitato la classe dirigente polacca.


Il destino di una nazione
di Lucio Caracciolo - La Repubblica - 11 Aprile 2010

"Il campo da gioco di Dio". Così Norman Davies volle titolare i due volumi oxfordiani della sua "Storia della Polonia", lo standard in materia. Qualcosa di davvero soprannaturale sembra segnare il destino della nazione polacca, almeno dall'avvento di papa Karol Wojtyla in avanti. La tragedia consumata ieri mattina in un bosco nebbioso presso l'aeroporto russo di Smolensk è talmente carica di simbolismi da scuotere gli animi più disincantati.

Quattro coincidenze fanno pensare. Cominciamo dalla più palese. A bordo del reattore presidenziale di fabbricazione sovietica - cui Kaczynski pare fosse molto affezionato, tanto da ritardare l'avvicendamento con un jet più moderno - i più alti rappresentanti della Polonia stavano recandosi a commemorare i settant'anni dal massacro di Katyn.

Qui, a pochi chilometri da Smolensk, oltre 4 mila ufficiali polacchi furono trucidati nell'aprile 1940 dalla polizia segreta (Nkvd) di Stalin, in base a un ordine firmato dal dittatore e dal politburo del Partito comunista.

Altri 17 mila fra funzionari, guardie di frontiera e ufficiali dell'esercito polacco catturati dall'Armata Rossa fecero in quei giorni la stessa fine. L'obiettivo era liquidare l'élite di quello Stato che Molotov, il braccio destro di Stalin, aveva sdegnosamente classificato come "misera creazione del Trattato di Versailles".

Crimine negato dai sovietici fino alla coraggiosa ammissione di Gorbaciov, nell'aprile 1990. Crimine sul quale le autorità russe - Putin in testa - stentano tuttora ad articolare parole chiare e nette. Sicché Katyn resta oggetto di recriminazioni, sospetti e manipolazioni che tuttora minano le peculiari relazioni russo-polacche.

Legata a questa, la seconda impronta del destino: Smolensk è stata scelta ufficialmente due anni fa come una delle due sedi (l'altra è Varsavia) delle Case della storia polacco-russa. Monumenti volenterosi quanto improbabili che, sull'impulso del lavoro di un gruppo di storici, giornalisti e politici dei due paesi, dovrebbero marcare la conciliazione fra due opposte letture del passato comune.

E siccome a est di Berlino, fra le nazioni strette da secoli nella morsa russo-tedesca, la storia è sempre contemporanea e quasi mai condivisa, persino questa tragedia, frutto di un banale errore umano, risveglia memorie lacerate. Già Lech Walesa parla di "secondo disastro di Katyn", tracciando una parabola impropria ma suggestiva fra il massacro staliniano e l'incidente aereo di ieri.

In terzo luogo, i cabalisti non mancheranno di osservare che il sacrificio del "gemello" Kaczynski coincide con l'avvio della costruzione dell'ardito gasdotto sottomarino Nord Stream, che connetterà Vyborg, presso Pietroburgo. a Greifswald, nel Meclemburgo, per pompare direttamente gas russo verso la Germania, scavalcando le repubbliche baltiche e la Polonia.

A Varsavia l'hanno ribattezzato "gasdotto Molotov-Ribbentrop", ad echeggiare il patto tra Unione Sovietica e Terzo Reich che precedette di pochi giorni la doppia invasione della Polonia, prima tedesca e poi sovietica, nel settembre 1939.

Quarta beffa: a bordo dell'aereo presidenziale viaggiava il novantunenne Ryszard Kaczorowski, ultimo presidente del governo in esilio a Parigi e poi a Londra, che durante la seconda guerra mondiale tenne accesa la fiaccola dell'indipendenza. Quel governo della Seconda Repubblica cui Stalin impedì nel 1945 il ritorno nella Varsavia "liberata", ma che per molti polacchi, nei decenni del comunismo, rimase l'unico esecutivo legittimo.

Tanto che dopo aver vinto le elezioni presidenziali nel 1990, Walesa rifiutò di ricevere le insegne del potere dal generale Jaruzelski, convocando in sua vece lo stesso Kaczorowski. Il quale dichiarava contemporaneamente disciolto il "governo di Londra", quasi che la Repubblica satellite di Mosca, quella dei Gomulka e dei Gierek, non fosse mai esistita.

Sullo sfondo di queste curiose combinazioni del destino, varrà ricordare che nessuno più di Lech Kaczynski ha incarnato la versione schiettamente reazionaria e profondamente russofoba del nazionalismo polacco. Una visione della Polonia e del mondo piuttosto influente nelle élite e nell'opinione pubblica del paese che seppe dare la spallata decisiva all'impero sovietico.

Nemmeno due anni fa, mentre fra Georgia e Russia tuonavano i cannoni d'agosto, Kaczynski capeggiò un non improvvisato "gruppo dei cinque" - con Ucraina, Lettonia, Estonia e Lituania - che smarcandosi dagli equilibrismi di Sarkozy e della Vecchia Europa si schierò a fianco di Saakashvili nella sua breve avventura contro la Russia "imperialista" e "revisionista".

Per l'occasione, il presidente polacco proclamò l'"inizio della lotta" contro Mosca, quasi si augurasse che l'incendio caucasico fosse il prodromo della resa dei conti finale con l'orso russo.

Negli ultimi tempi, i sempre tormentati rapporti polacco-russi hanno segnato qualche miglioramento, di atmosfera e di sostanza. Merito soprattutto del pragmatico premier Donald Tusk, che Kaczynski non poteva soffrire.

Quando fra poche settimane i polacchi sceglieranno il successore del presidente caduto nel rogo di Smolensk, sapremo se questo incidente senza precedenti - mai tanta parte dell'élite di un paese era scomparsa d'un colpo - marcherà non solo una devastante tragedia umana, ma anche il tramonto di una certa idea della Polonia.


I sospetti mai sopiti verso Mosca e il passato di una nazione-vittima
di Sergio Romano - Il Corriere della Sera - 11 Aprile 2010

L'idea della macchinazione è profondamente radicata. Chi crede ai complotti penserà al caso Sikorski

Il corpo del generale Wladyslaw Sikorski, primo ministro del governo polacco in esilio durante la Seconda guerra mondiale, riposa nella cattedrale di Cracovia. Ma il suo scheletro è stato riesumato un anno e mezzo fa nell’ambito di una ennesima indagine sulle cause della sua morte. Non sarei sorpreso se gli stessi dubbi e le stesse ipotesi accompagnassero le indagini sull’incidente aereo di Smolensk, la morte del presidente Lech Kaczynski, e la decapitazione dello Stato polacco.

Chi crede ai complotti troverà fra i due avvenimenti alcune interessanti analogie. Sikorski aveva avuto una parte considerevole nella politica polacca fra le due guerre: primo ministro e ministro della Difesa all’inizio degli anni Venti dopo la restaurazione della Polonia, rivale di Józef Pilsudski e esule a Parigi dopo il colpo di Stato del maresciallo nel 1926, nuovamente in campo verso la fine degli anni Trenta e capo del governo ombra che gli esuli polacchi avevano creato a Londra dopo la disfatta e la spartizione del Paese fra tedeschi e sovietici nel 1939.

Nei mesi che seguirono l’invasione hitleriana dell’Urss, Sikorski, in omaggio alla nuova alleanza fra la Russia e gli Alleati, aveva ricucito i rapporti diplomatici con Stalin. Ma nell’aprile del 1943, con una mossa che era stata motivo di fastidio e imbarazzo per il governo sovietico, aveva chiesto a Mosca di aprire una indagine sulla morte dei 22.000 ufficiali polacchi di cui i tedeschi, qualche mese prima, avevano rinvenuto i cadaveri fra gli alberi della foresta di Katyn nei pressi della città di Smolensk e non lontano dal luogo in cui l’aereo di Lech Kaczynski è precipitato nelle scorse ore.

Pochi mesi dopo, in luglio, Sikorski era a Gibilterra con sua figlia Zofia e un gruppo di ufficiali polacchi in attesa di un aereo che lo avrebbe riportato a Londra. Pilotato da un ufficiale ceco, il Liberator decollò il 4 luglio, ma rimase in cielo pochi secondi prima di inabissarsi nella baia della colonia britannica. Fra i cadaveri riemersi dalle acque non vi era, misteriosamente, quello di Zofia.

Esplose immediatamente la ridda dei sospetti. Un semplice incidente o una riuscita operazione di sabotaggio? Un omicidio mirato progettato dai sovietici, ansiosi di creare per la Polonia del dopoguerra un governo comunista? Un’operazione dei servizi britannici, desiderosi di eliminare l’uomo che stava guastando in quel momento le relazioni con Mosca?

Vi fu addirittura, molti anni dopo, una interpretazione ancora più fantasiosa e affascinante. Apparve quando un giornalista scoprì che il direttore della sezione dell’MI6 (l’intelligence del Regno Unito) nella zona di Gibilterra era Kim Philby, uno dei «Cambridge Five», i cinque brillanti intellettuali che negli anni Trenta erano passati al servizio dell’Nkvd, vale a dire dell’organizzazione responsabile dei 22.000 cadaveri rinvenuti nelle foreste di Katyn.

Con questi precedenti, non è difficile immaginare quali e quante ipotesi verranno formulate nei prossimi giorni sull’incidente dell’aereo di Kaczynski. Il Tupolev del presidente polacco era diretto a Smolensk per la celebrazione del settantesimo anniversario del massacro di Katyn.

Kaczynski era certamente poco amato a Mosca. Aveva sostenuto le rivoluzioni colorate e anti-russe dell’Ucraina e della Georgia. Aveva entusiasticamente accordato agli americani il permesso di costruire una base antimissilistica in territorio polacco. Era andato in Georgia per dare man forte al presidente Mickeil Saakashvili dopo la guerra con la Russia dell’estate 2008. Ed era con il presidente georgiano quando un aereo, durante la sua visita, aveva preso di mira il loro convoglio.

Chi scrive non crede ai complotti e alla loro importanza determinante nelle tragedie della storia. Ma non è necessario essere «complottisti» per riconoscere che questi sospetti sono profondamente radicati nella tradizione e nella memoria della nazione polacca e rappresentano quindi un problema politico.

Vista da Varsavia la storia del Paese, dal Settecento alla guerra fredda, è un lungo rosario di vessazioni e ingiustizie. Fu più volte aggredito e alla fine smembrato dai suoi potenti vicini, Austria, Prussia e Russia.

Gli esuli delle sue grandi rivolte cercarono rifugio nelle capitali delle democrazie europee e combatterono valorosamente nei loro eserciti, ma ottennero soltanto un sostegnomorale. Lo Stato rinato nel 1918 fu nuovamente smembrato da Russia e Germania nel 1939.

Quando la resistenza polacca insorse contro i tedeschi nel 1944, l’Armata Rossa attese sulle sponde della Vistola che la Wehrmacht completasse la «purga» della sua classe dirigente, così meticolosamente iniziata dall’Nkvd nella foresta di Katyn. Dopo l’avvento del comunismo i polacchi furono, con gli ungheresi, tra i primi a scendere in piazza per chiedere libertà. Lo fecero coraggiosamente nel 1953, nel 1956, nel 1980.

Il «cattivo», in questa rappresentazione della storia nazionale, è certamente la Russia, zarista o comunista. Ma ai polacchi non spiace ricordare che alla cordiale simpatia delle democrazie occidentali non ha corrisposto, se non occasionalmente, un aiuto concreto.

Quando il Paese fu aggredito, nel 1939, gli Alleati dichiararono guerra alla Germania ma non all’Urss. Quando l’Urss s’impadronì del Paese, stettero a guardare. Quando gli operai di Danzica dettero vita a un nuovo movimento politico, l’aiuto venne soprattutto dal Papa.

Qualcuno potrebbe osservare che la vittima può spesso compiacersi del proprio stato, cancellare la memoria dei propri trascorsi e dimenticare che nessun Paese è interamente innocente. Anche la Polonia è stata un impero e ha aggredito, conquistato, sottomesso. Quando i russi riconquistarono la loro libertà nel 1612, il nemico contro il quale dovettero prendere le armi era la Polonia, allora padrona di Mosca.

Quando la Russia bolscevica stava nascendo, il suo primo e più agguerrito nemico fu la Polonia, decisa a riconquistare le terre ucraine e bielorusse che avevano fatto parte del suo impero due secoli prima. Dopo il ritorno alla libertà, alla fine della guerra fredda, la sua politica ucraina e georgiana è stata spesso, agli occhi di Mosca, invasiva e imprudente.

Nella storia vi è quindi un’abbondante materia per reciproche accuse e recriminazioni. Se ne saranno consapevoli, i russi e i polacchi, nei prossimi giorni, eviteranno di ripetere gli errori del passato avanzando sospetti e assumendo posizioni che nuocerebbero, in definitiva, a entrambi.


La maledizione di Katyn

di Giuseppe Zaccagni - Altrenotizie - 10 Aprile 2010

Alle lacrime per i massacri di Katyn del 1940 si aggiunge ora la tragedia del Tu154 number one della presidenza di Varsavia che precipita - proprio nel giorno del ricordo della strage - nella terra di Smolensk, già bagnata dal sangue di quegli 11mila ufficiali polacchi uccisi dalla polizia segreta sovietica Nkvd. A bordo del "Tupolev" c'era l'intera delegazione ufficiale che doveva prendere parte alle cerimonie di Katyn.

Perché in questo disastro, che per la Polonia non ha precedenti, muoiono il Presidente Lech Kaczynski (e sua moglie Maria), il Governatore della Banca centrale, Slawomir Skrzypek, il Capo di Stato Maggiore, Franciszek Gagor, il capo dell'Istituto per la memoria nazionale, Janusz Kurtyka, il capo dell'Ufficio per la sicurezza nazionale Aleksandr Szczyglo, il capo della cancelleria presidenziale Wladyslaw Stasiak, il Segretario di Stato alla presidenza, Pawel Wypych e il Sottosegretario Mariusz Handzlik.

Tra le 95 vittime anche numerosi deputati del partito del presidente - Pis (Diritto e Giustizia, conservatore) - e varie personalità storiche, come l'ultimo presidente del governo polacco in esilio a Londra, Ryszard Kaczorowski. E' un’ecatombe: scompare gran parte della attuale classe dirigente polacca.

Mosca organizza intanto una commissione d’inchiesta guidata dal premier Putin. E si sa già che la zona di Smolensk - al momento del disastro - era avvolta da una fitta coltre di nebbia e che dalla torre di controllo erano partiti segnali di allarme proponendo ai piloti del TU154 di modificare la rotta andando ad atterrare a Minsk. Ma questo non è avvenuto.

Intanto il governo di Varsavia rende noto che dopo la morte del presidente verranno indette elezioni anticipate e che per il momento a svolgere le funzioni presidenziali sarà Bronislaw Komorowski, attuale portavoce della Camera Bassa del Parlamento.
E di conseguenza la Polonia si troverà a voltare pagina.

La tragedia attuale, come detto, si è svolta sullo scenario dei giorni scorsi quando Mosca e Varsavia avevano ritrovato significativi punti di contatto. Perchè, proprio sulla questione delle "Fosse di Katyn", la Russia - con una dura requisitoria geopolitica - aveva riconosciuto le sue colpe sulla strage operata nel 1940 dall'Armata Rossa durante la seconda guerra mondiale. Un crimine che Mosca aveva attribuito per decenni ai nazisti e che ora è tornato alla luce con tutta la realtà dei documenti e delle testimonianze. Con la Storia che si è ripresa la sua verità.

A siglare lo storico momento di riconciliazione è stato Putin il quale cercando una via d'uscita diplomatica e coesistenziale ha incontrato, appunto nei giorni scorsi, il collega polacco Donald Tusk.

In quell’occasione sono stati rievocati i terribili momenti di quei "fatti di Katyn". E cioé il massacro avvenuto in quella foresta durante la II Guerra mondiale, con l'esecuzione di massa, da parte dei sovietici, di soldati polacchi detenuti del campo di prigionia di Kozielsk vicino al villaggio di Gnezdovo, a breve distanza da Smolensk.

Era l'anno 1940 quando le truppe sovietiche arrestarono 18.000 ufficiali dell'esercito, 230.000 soldati e 12.000 ufficiali di polizia. Tutti i graduati vennero portati in campi di concentramento su espresso ordine di Stalin: 11.000 di loro vennero uccisi con un colpo alla nuca e seppelliti in fosse comuni nella foresta vicino a Katyn. I tedeschi scoprirono le fosse nell'aprile del 1943, ma i russi "risposero" accusando proprio i tedeschi. Per poi far scendere una cortina di silenzio su tutta la vicenda, sfumando a poco a poco le testimonianze storiche.

Solo nel 1990 Mosca ammise la sua responsabilità. Ed ora Putin a Katyn non ha nascosto gli orrori commessi dal regime staliniano ai danni dei polacchi, ma nello stesso tempo ha proposto a modello l'attuale collaborazione Russia–Germania che, pur conservando la memoria del passato, sa guardare in avanti. Un'occasione storica, quindi, un’azione di grande diplomazia per stabilire un clima di distensione nel mondo slavo.

Proprio nei giorni scorsi Putin ha dichiarato alla stampa polacca che è un dovere morale comune chinare la testa davanti ai caduti, davanti al coraggio e alla tenacia dei soldati di paesi diversi, che hanno combattuto e distrutto il nazismo. Poi, con una rivisitazione storica di significativo livello, ha parlato di pagine tragiche relative a storie comuni, ma ha anche avvertito che è quanto mai dannoso e irresponsabile speculare sulla memoria, sezionare la storia per cercarvi motivi per reciproche accuse e pretese. E ha denunciato colpe di politici e storici che hanno cercato di riscrivere la storia in funzione delle necessità dell'immediata congiuntura politica.

Quando sono stati posti sull'altare degli eroi i collaboratori dei nazisti e sono stati posti sullo stesso piano vittime e carnefici, liberatori e occupanti. L'affondo di Putin ha poi toccato Stalin, accusato di aver cancellato - grazie alla sua censura - nomi e fatti che non andavano a genio al Cremlino.

Putin ha anche affrontato la questione della "amoralità" del patto Molotov-Ribbentrop, ricordando però che proprio un anno prima Francia ed Inghilterra avevano sottoscritto a Monaco quel noto accordo con Hitler che aveva distrutto ogni speranza di formare un fronte comune di lotta contro il fascismo.

Ora la tragedia delle ultime ore riporta di grande attualità tutto il complesso stato delle relazioni tra Mosca e Varsavia. Ma é chiaro che da oggi i due paesi saranno più vicini, uniti in un lutto comune.

venerdì 9 aprile 2010

Scenari post-crisi: Medioevo o ritorno al futuro?

Qui di seguito un paio di articoli sulle conseguenze a lungo termine della crisi economica mondiale, tuttora in pieno atto.

E inoltre anche un pezzo firmato da Pier Paolo Pasolini, di un'attualità impressionante.


Il Medioevo che ci attende: la profezia di Jacques Attali
di Anais Ginori - La Repubblica - 9 Aprile 2010

Sono le classi dirigenti ad alimentare l´incertezza, ingrediente fondamentale per mantenere il potere. Nel suo ultimo libro l´economista francese fornisce alcune ricette contro la crisi. L´impossibilità dell´Occidente di mantenere questo tenore di vita senza indebitarsi Dovremo adattarci alla mancanza di solidarietà e alla necessità di cavarcela da soli. Intervista a Jacques Attali.

Dopo la crisi, le crisi. «Nel prossimo decennio il mondo attraverserà cambiamenti radicali, solo in parte collegati all´attuale situazione finanziaria. Ciascuno di noi sarà minacciato e dovrà trovare gli strumenti per salvarsi». Nel suo ultimo libro (Sopravvivere alle crisi, Fazi Editore), Jacques Attali profetizza un mondo sempre più precario e ostile, nel quale le classi dirigenti sono incapaci di pensare nel lungo periodo e anzi alimentano l´incertezza, ingrediente fondamentale per mantenere il potere.

«Dovremo abituarci a cavarcela da soli, come le avanguardie del passato» spiega l´economista, ex consigliere di François Mitterrand e primo presidente della Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo.

Attali è uno degli intellettuali francesi più eclettici, capace di pubblicare opere su Karl Marx o sull´amore, ed è uno scrittore seriale. Si vanta di avere decine di libri già pronti nel cassetto, firma rubriche su molti giornali, colleziona consulenze e si occupa di Planet Finance, una Ong specializzata in progetti di microcredito. Instancabile, sempre di corsa. Come il mondo che prefigura.

Quali altre crisi ci aspettano?

«La crisi finanziaria del 2008 non è affatto terminata, nonostante i proclami trionfanti di qualche politico e banchiere. Quelli che gli anglosassoni definiscono "germogli" di ripresa sono, a mio avviso, soltanto segnali passeggeri. Molte banche continuano a essere insolventi, i prodotti speculativi più rischiosi si accumulano come e più di prima, i disavanzi pubblici sono ormai fuori controllo, il livello della produzione e il valore dei patrimoni restano in grandissima parte inferiori a quelli precedenti la crisi. La causa più profonda di questa crisi è l´impossibilità per l´Occidente di mantenere il suo tenore di vita senza indebitarsi: su questo non è stata avviata un´adeguata riflessione».

Il peggio deve ancora venire?

«Nel 2020 la popolazione mondiale passerà da 7 a 8 miliardi e la classe media mondiale rappresenterà circa la metà degli individui che vorranno allinearsi al modello occidentale. Questo comporterà nuovi punti di criticità a livello ecologico. Nello stesso periodo assisteremo a progressi scientifici considerevoli, come le nanotecnologie, le neuroscienze, le biotecnologie. Ogni nuova scoperta scatenerà problemi etici e di possibili utilizzi secondari per scopi criminali o militari».

Tornando all´economia, dove finisce il tunnel?

«La congiuntura economica ci riserverà altre brutte sorprese. Personalmente, temo il ritorno dell´iperinflazione scatenata all´enorme liquidità creata dalle Banche centrali, la possibile esplosione della "bolla cinese" per colpa degli eccessivi crediti concessi e della sovraccapacità produttiva della Repubblica Popolare. Il sistema pubblico della sanità e dell´istruzione, per come l´abbiamo conosciuto finora, diventerà insostenibile per gli Stati. Il nostro stile di vita, sempre più precario e meno solidale. Chi vorrà sopravvivere dovrà accettare il fatto di non doversi più attendere nulla da nessuno. Andiamo verso un mondo che assomiglia al Medioevo».

Non le sembra esagerato parlare di un ritorno al passato remoto?

«Come nel Quattrocento, il potere sarà concentrato in alcune città e alcune corporazioni. Già oggi 40 città-regioni producono due terzi della ricchezza del mondo e sono il luogo dove si realizza il 90 per cento delle innovazioni. In mancanza di una vera organizzazione globale, si diffonderanno epidemie e catastrofi naturali climatiche ed ecologiche. Ci saranno sempre più zone "fuori controllo", dove imperverseranno organizzazioni criminali e bande armate. I ricchi dovranno rifugiarsi in moderne fortezze».

E tutto questo sarebbe dovuto anche all´incapacità delle classi dirigenti e al fallimento del sistema di governance mondiale?

«Di fronte a una crisi, qualunque essa sia, la maggioranza degli individui comincia con il negare la realtà. Purtroppo questo meccanismo si applica perfettamente anche alle imprese e alle nazioni. Finora i governi hanno adottato una strategia che fa finanziare dai futuri contribuenti gli errori dei banchieri di ieri e i bonus di quelli di oggi».

Lei ha presieduto la Commissione per la liberazione della crescita voluta dal governo Sarkozy, ma le riforme che aveva proposto sono state disattese. Anche nel caso della Francia manca il coraggio di preparare il futuro?

«Quello che più mi colpisce è che molti potenti vorrebbero tornare rapidamente al vecchio ordine, anche se è quello che ha scatenato la crisi finanziaria. Nell´attuale modello economico l´impresa è passata al servizio del capitale, a sua volta manipolato dalle leggi della Borsa. Le cose stanno così dal 1975, data dell´invenzione delle stock-options negli Stati Uniti».

Non è una visione troppo apocalittica?

«Non bisogna farsi prendere né dall´ottimismo né dal pessimismo. Negli ultimi 650 milioni di anni, la vita è praticamente scomparsa sette volte dalla superficie della Terra. Oggi rischiamo che succeda un´altra volta. Ma qualsiasi minaccia è anche un´opportunità. Quando si arriva a un punto di rottura siamo costretti a riconsiderare il nostro posto nel mondo e a cercare un´etica dei comportamenti completamente nuova. Sopravviverà di noi solo chi avrà fiducia in se stesso, chi non si rassegnerà. Ho affrontato parecchie crisi. E per questo ho pensato anche di raccogliere le mie lezioni di sopravvivenza».

Lei suggerisce il dono dell´ubiquità: cosa significa?

«I miei principi sono sette, da attuare nell´ordine. Innanzitutto bisogna partire dal rispetto di sé, e quindi prendere consapevolezza della propria persona, e dall´intensità, ovvero vivere pienamente sapendo proiettarsi nel lungo periodo. Ci sono poi l´empatia, indispensabile per capire gli altri, avversari o potenziali alleati, la resilienza che ci permette di costruire le nostre difese e la creatività per trasformare le minacce e gli attacchi in opportunità. Se questi cinque principi non funzionano bisogna cambiare radicalmente, coltivando l´ambiguità o persino l´ubiquità, imparando a essere mobili nella propria identità».

Ci lascia insomma un po´ di speranza…

«L´ultima lezione riguarda il pensiero rivoluzionario. In condizioni estreme, bisogna osare fino anche a violare le regole del gioco. Nessun organismo può sopravvivere senza operare una rivoluzione al suo interno. Ma tutto dovrà sempre partire dall´individuo. Come diceva Mahatma Gandhi: "Siate voi stessi il cambiamento che volete realizzare nel mondo"».

Ha appena pubblicato il primo "iperlibro", un volume cartaceo integrato da contributi audio e video. È questo il futuro della lettura?

«Non credo alla morte dei libri tradizionali. Ma è evidente che i giovani crescono imparando a leggere su uno schermo. Per loro sarà normale sfogliare una tavoletta elettronica come noi sfogliamo un libro. Anche quella dell´editoria è una crisi che si supera solo con il cambiamento».


L'economia della felicità
di Helena Norberg-Hodge* - www.countercurrents.org - 26 Febbraio 2010
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Elisa Nichelli

Trentatré anni fa osservavo come una cultura, che fino a quel momento era stata isolata dal resto del mondo, venisse improvvisamente spalancata allo sviluppo economico.

Vedere l'impatto del mondo moderno su una cultura antica mi ha illuminato su come la globalizzazione economica sia in grado di generare sensazioni di inadeguatezza e di inferiorità, specialmente nei giovani, e come queste pressioni psicologiche siano d'aiuto nella diffusione della cultura consumistica. Fin da allora ho continuato a promuovere la ricostruzione delle comunità e delle economie locali come fondamento dell'"Economia della Felicità".

Quando sono arrivata in Ladakh, una regione sull'altopiano tibetano detta anche "piccolo Tibet", questa era ancora in larga parte non alterata da colonialismo ed economia globale. Per ragioni politiche la regione era rimasta isolata per molti secoli, sia geograficamente che culturalmente.

Dopo svariati anni di convivenza con gli abitanti del Ladakh, avevo la sensazione che fossero il popolo più appagato e felice in cui mi fossi mai imbattuta. Il loro senso di autostima era profondo e solido, sorrisi e risate erano i loro compagni fedeli.

Poi, nel 1975, il governo indiano impose improvvisamente l'apertura da parte del Ladakh all'importazione di cibo e beni di consumo, al turismo e ai media globali, all'educaizone occidentale ed altri orpelli tipici del processo di "sviluppo".

I media hanno diffuso impressioni romanzate dell'occidente, mentre le pubblicità e gli incontri fugaci con i turisti hanno avuto un impatto immediato e profondo sugli abitanti della regione. Le immagini pulite e accattivanti della cultura consumistica hanno creato l'illusione che le persone al di fuori del Ladakh godessero di ricchezze e agi infiniti.

Per contrasto, lavorare nei campi e ricavarne ciò che è necessario per ciascuno sembrava antiquato e primitivo. Improvvisamente, qualunque cosa, a partire dal cibo, i vestiti, le case, fino alla lingua, sembrava inferiore. I giovani più di altri sono stati colpiti da questo cambiamento, cedendo rapidamente ad un senso di insicurezza e di rifiuto verso se stessi.

L'uso di una pericolosa crema per schiarire la pelle chiamata "Fair and Lovely" divenne estremamente diffuso, andando a simboleggiare il nuovo bisogno di imitare modelli lontani - occidentale, civilizzato, biondo - proposti dai media.

Nelle ultime tre decadi ho osservato questo processo in numerose culture sparse per il mondo e ho scoperto che siamo tutti vittime delle stesse pressioni psicologiche. Di fatto, in ogni paese industrializzato, inclusi Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Francia e Giappone, abbiamo quella che viene descritta come un'epidemia di depressione.

Si stima che in Giappone un milione di giovani si rifiuti di lasciare la propria camera da letto - a volte per decenni - in un fenomeno noto come "Hikikomori" [letteralmente "stare in disparte", "isolarsi", ndt].

Negli Stati Uniti, una frazione crescente di giovani ragazze sono così profondamente insicure del proprio aspetto che cadono nell'anorressia e nella bulimia, o ricorrono a costosi interventi di chirurgia estetica.

Perché succede tutto questo ? Troppo spesso questi segnali di crollo vengono visti come fossero "normali": diamo per scontato che la depressione sia una calamità universale, che i ragazzi siano per natura insicuri sul loro aspetto, che l'ingordigia, l'avidità e la competitività siano condizioni innate della natura umana.

Ciò che non prendiamo in considerazione sono i miliardi di dollari spesi dagli uomini d'affari con lo scopo di instillare, fin dall'età di due anni, la convinzione che il possesso di beni materiali possa assicurare alle persone l'amore e l'apprezzamento che bramano.

Mentre i media globali raggiungono le regioni più remote del pianeta, il messaggio che portano con sé è: "se vuoi essere guardato, ascoltato, apprezzato ed amato devi avere le scarpe da ginnastica giuste, i jeans più alla moda, i giochi e i gadget più recenti".

Ma la realtà è che il consumismo porta a competizioni e invidie sempre maggiori, rendendo i bambini più isolati, insicuri ed infelici, alimentando quindi un consumo ancora più frenetico in un vero e proprio circolo vizioso.

In questo modo la cultura del consumismo globale attinge alla necessità fondamentale dell'uomo, ovvero l'amore, e la trasforma in una bramosia insaziabile.

Oggi come oggi, un numero crescente di persone si sta rendendo conto del fatto che, a causa dei costi ambientali, un modello economico basato sul consumo senza fine è semplicemente insostenibile.

Ma siccome c'è molta meno consapevolezza dei costi sociali e psicologici della cultura dei consumi, la maggior parte delle persone credono che per ottenere i cambiamenti necessari a salvare l'ambiente occorrano grandi sacrifici.

Una volta capito che la crescita globale basata sul consumo di petrolio non è soltanto responsabile dei cambiamenti climatici o della crisi ambientale, ma comporta anche un aumento di stress, ansia e crollo sociale, allora diventa evidente che i passi necessari per curare il pianeta sono gli stessi che dobbiamo fare per curare noi stessi: in entrambi i casi si tratta di ridurre le dimensioni dell'economia - ovvero di localizzarne l'attività, piuttosto che continuare a globalizzarla.

La mia impressione, dopo aver intervistato persone provenienti da quattro continenti, è che la consapevolezza stia crescendo, e che abbia il potenziale per diffondersi a macchia d'olio.

La localizzazione dell'economia significa spostare le attività più vicino a casa, dando supporto alle realtà locali e alle piccole comunità anziché alle grandi corporazioni.

Invece di un'economia basata sullo sfruttamento del sud del mondo, su famiglie stressate e composte da almeno due lavoratori al nord, e su una manciata di miliardari sparsi qua e là, la localizzazione significa un divario inferiore tra ricchi e poveri, e rapporti più stretti tra produttori e consumatori.

Questo si traduce in una maggiore coesione sociale: uno studio recente ha dimostrato che chi acquista nei mercatini sostiene conversazioni dieci volte superiori a quelle delle persone che si recano nei supermercati.

La comunità è un ingrediente chiave per la felicità. Le ricerche confermano in modo pressoché universale che li sentimento di connessione con gli altri è un bisogno umano fondamentale. Le economie locali, basate sulla comunità, sono cruciali anche per il benessere dei nostri bambini, poiché forniscono loro modelli di vita e un senso di identità sano.

Studi recenti sull'infanzia rivelano l'importanza, nei primi anni di vita, di imparare il proprio ruolo in relazione ai genitori, ai fratelli e alla comunità in generale. Questi sono i veri modelli a cui rifarsi, non gli stereotipi artificiali che si possono rintracciare nei media.

Una profonda connessione con la natura è altrettanto fondamentale per il nostro benessere. Lo scrittore Richard Louv ha addirittura coniato l'espressione "nature deficit disorder" [letteralmente "disturbo da carenza di natura", ndt] per descrivere ciò che accade ai bambini privati del contatto con la natura.

I benefici terapeutici del contatto con il mondo naturale, nel frattempo, stanno diventando sempre più evidenti. Uno studio svolto di recente nel Regno Unito ha mostrato che il 90% delle persone che soffrono di depressione avvertono un aumento di autostima dopo una passeggiata in un parco.

In seguito ad una visita ad un centro commerciale, d'altro canto, il 44% delle persone percepisce una diminuzione di autostima, e il 22% si sente addirittura più depressa. Considerando che nell'ultimo anno sono state distribuite oltre 31 milioni di prescrizioni per antidepressivi, questo è un risultato cruciale.

Malgrado l'immensità della crisi che stiamo affrontando, convertirsi ad economie basate sulle comunità locali rappresenta una soluzione di grande potenza. Come ha affermato Kali Wendorf, direttore della rivista Kindred, "la via d'uscita è in realtà abbastanza semplice: spendere più tempo con gli altri, nella natura, in situazioni collettive, che ci diano un senso di comunità, come i mercatini ad esempio, o anche acquistare frutta e verdura nei negozi dietro l'angolo. Non significa tornare all'età della pietra. Vuol dire tornare alle fondamenta delle relazioni".

Gli sforzi verso economie localizzate stanno già prendendo piede nelle zone rurali di tutto il mondo, portando con sé una sensazione di benessere. Un giovane uomo che ha dato vita ad un giardino urbano a Detroit, una delle città statunitensi più appassite, ci ha detto "ho vissuto in questa comunità per oltre 35 anni, e da quando ho iniziato ad occuparmi di questo progetto sono venute a parlarmi persone che non avevo mai conosciuto prima. Questo ci ha rimesso in collegamento con le persone che ci sono vicine, rendendo la nostra comunità una realtà". Un altro giovane giardiniere di Detroit ha affermato: "Tutto sembra migliore quando c'è qualcosa che cresce".

Il riscaldamento globale e il prezzo del petrolio richiedono un cambiamento radicale delle nostre abitudini di vita. La decisione sta a noi.

Possiamo continuare lungo la strada della globalizzazione economica, che come minimo creerà ulteriore sofferenza umana e problemi ambientali, e come risvolto peggiore, minaccerà la nostra stessa sopravvivenza.

Oppure, grazie alla localizzazione, possiamo cominciare a ricostruire le nostre comunità ed economie locali, le basi per sostenibilità e felicità.


*Helena Norberg-Hodge è un'analista dell'impatto dell'economia globale sulle culture e sulle agricolture mondiali, nonché una pioniera del movimento di localizzazione.
Ha fondato e diretto l'International Society for Ecology and Culture (ISEC). Con base negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e sedi in Svezia, Germania, Australia e Ladakh, la missione dell'ISEC è di studiare le cause delle crisi sociali ed ambientali che stiamo attraversando, oltre a promuovere soluzioni più sostenibili ed eque sia al nord che al sud.
Le sue attività includono il progetto Ladakh, un programma a favore del cibo locale e quello per il passaggio da globale a locale. Helena è autrice di "Ancient Futures: Learning from Ladakh", testo basato sulla sua esperienza diretta sugli effetti dello sviluppo convenzionale in Ladakh.
"Ancient Futures" è stato definito dal London Times un "classico illuminante" e, oltre alla realizzazione di un film con lo stesso titolo, è stato tradotto in 42 lingue.
Una nuova edizione verrà pubblicata nel 2009 da Random House. È anche coautrice di "Bringing the Food Economy Home and From the Ground Up: Rethinking Industrial Agriculture".
Nel 1986 ha ricevuto il Right Livelihood Award [premio al corretto sostentamento, ndt], anche detto "premio Nobel alternativo", come riconoscimento per il suo lavoro in Ladakh.



P.P.P. Pasolini sulla cultura di massa
di Pier Paolo Pasolini - Il Corriere della Sera - 9 Dicembre 1973

Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro “cattivo” nelle periferie “buone” (viste come dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico.

Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche delle quali – appunto fino a pochi anni fa – era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere, addirittura miserabili.

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta.

Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole.

Oggi, al contrario, l’adesione a modelli imposti dal Centro è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta.

Si può dunque affermare che la “tolleranza” dell’ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore repressione della storia umana. Come si è potuta esercitare una tale repressione?

Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema di informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale.

Ma la rivoluzione del sistema di informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali.

Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma” ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli Italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo.

Non c’è niente infatti di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e s’intende che vanno ancora a messa la Domenica: in macchina).

Gli Italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stai d’animo collettivi.

Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la culturae non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso porò del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.

Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimsi).

Nello stesso tempo, il ragazzo piccolo borghese, nell’adeguarsi al modello televisivo – che, essendo la sua stessa classe a creare, gli è sostanzialmente naturale – diviene stranamente rozzo e infelice.

Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.

La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi.

È il luogo in cui si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore.

Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente nemmeno in grado di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di informazione e di comunicazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre.

giovedì 8 aprile 2010

Kirghizistan: dai tulipani alla Roza...

In Kirghizistan sembra essere ufficialmente finita l'era della cosiddetta "rivoluzione dei tulipani", sostituita al potere da...ex tulipani pentiti.

La nuova premier del governo ad interim nominato dall'opposizione kirghiza, Roza Otunbaieva, ha inoltre già annunciato che assumerà anche la carica di presidente.

Come chiamare come questa "nuova rivoluzione"? La rivoluzione Roza...?


Kirghizistan, rivoluzione ri-rivoluzione colorata
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 8 Aprile 2010

Le opposizioni prendono il potere instaurando un governo provvisorio guidato da Roza Otunbayeva, molto vicina agli Usa, che infatti sono stati subito rassicurati sulla permanenza della loro grande base militare nel paese

Chi di rivoluzione colorata ferisce, di rivoluzione colorata perisce.
Cinque anni dopo essere salito al potere con la 'rivoluzione dei tulipani', il presidente kirghiso Kurman Bakyiev è stato rovesciato nello stesso modo e dalle stesse forze che lo avevano portato in carica: quelle sostenute dagli Stati Uniti, delusi dai risultati del cambio di regime del 2005.

Roza rassicura Washington. Dopo un giorno e una notte di violenti scontri, costati decine di morti e centinaia di feriti, il presidente Akayev ha lasciato la capitale tornando nella sua città natale (Jalalabad, nel sud del paese) e le opposizioni hanno preso il controllo del paese e delle forze armate, installando a Bishkek un governo provvisorio con a capo la loro principale leader, Roza Otunbayeva, che nei giorni scorsi era rimasta nell'ombra in attesa di tornare in scena.

In una conferenza stampa, la Otunbayeva ha annunciato che sono già stati nominati nuovi ministri e che l'esecutivo transitorio rimarrà in carica fino a settembre per dare al paese una nuova Costituzione, più democratica, e preparare il terreno a nuove elezioni presideziali. Ha anche annunciato che la grande base militare Usa di Manas rimarrà aperta senza cambiamenti.

Dalle rose ai tulpani' made in Usa'. Ministro degli Esteri negli anni '90, quando era ancora al potere Askar Akayev, Roza Otunbayeva è stata la prima ambasciatrice del Kirghizistan negli Stati Uniti, in Canada e Gran Bretagna, dove ha vissuto fino al 2003, quando si è trasferita in Georgia per conto dell'Onu in coincidenza con la 'rivoluzione delle rose' di Tbilisi.

Lì la Otunbayeva ha 'studiato' da vicino la pratica delle 'rivoluzioni colorate' e ha stretto contatti con le fondazioni statunitensi che le finanziano e le sostengono per conto di Washington: in particolare la fondazione Open Society di George Soros, la Freedom House di William Taft IV, il National Endowment for Democracy del Dipartimento di Stato e le due potenti organizzazioni internazionali di democratici e repubblicani, ovvero il National Democratic Institute e l'International Republican Institute.

Cinque anni dietro le quinte. Nel 2004 è tornata in patria diventando subito una delle principali leader della 'rivoluzione dei tulipani' del marzo 2005. Lasciata fuori dal nuovo governo 'rivoluzionario' del presidente Bakiev, la Otunbayeva è subito diventata la sua principale critica per le scarse aperture alla democrazia e all'Occidente.

Nel novembre 2006 ha guidato le manifestazioni popolari contro il governo, per poi continuare a guidare l'opposizione da dentro il parlamento. Fino al suo clamoroso ritorno in scena di oggi.

USA-Russia: un vero nuovo Start?

Oggi verrà firmato a Praga dal presidente Usa Obama e dal suo omologo russo Medvedev il nuovo trattato Start che avrà una durata di 10 anni e limiterà a 1.550 le testate nucleari a disposizione delle due superpotenze e a 800 i vettori per lanciarle.

Se ne parla più approfonditamente qui di seguito.


Nuovo Start e vecchia politica di potenza
di Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci - Il Manifesto - 6 Aprile 2010

Con il nuovo trattato Start, che verrà firmato l'8 aprile a Praga, Stati uniti e Russia, le due maggiori potenze nucleari, lanciano «un chiaro messaggio»: vogliono «guidare» la lotta contro la proliferazione delle armi nucleari.

Lo ha detto il presidente Barack Obama che, dopo aver siglato l'accordo, interverrà il 12 aprile al summit del Consiglio di sicurezza dell'Onu sulla non-proliferazione e il disarmo nucleare. Qui, dice un portavoce della Casa bianca, Obama «potrà esibire fatti e non solo parole». Quali sono i fatti?

Per il Bulletin of the Atomic Scientists, gli Stati uniti posseggono 5.200 testate nucleari operative, ossia sempre utilizzabili; la Russia, 4.850. Oltre a queste, le due potenze posseggono complessivamente 12.350 testate non operative (ma non ancora smantellate).

Il nuovo Start non limita il numero delle testate nucleari operative contenute negli arsenali. Stabilisce solo un limite per le «testate nucleari dispiegate», ossia quelle pronte al lancio, installate su vettori strategici con gittata superiore ai 5.500 km: missili balistici intercontinentali con base a terra, missili balistici lanciati da sottomarini, bombardieri pesanti.

L'incredibile conta...

Ma, mentre le testate missilistiche sono contate singolarmente, ciascun bombardiere pesante viene contato come una singola testata anche se ne trasporta molte di più. Un B-52, ricordava ieri il New York Times - trasporta infatti 14 missili da crociera e sei bombe nucleari.

Così, in base a tale parziale conteggio, stima il Dipartimento di Stato, gli Usa hanno attualmente 1.762 testate nucleari dispiegate su 798 vettori; la Russia, 1.741 su 566 vettori. Ora il nuovo Start permette a ciascuna delle due parti di mantenere 1.550 testate nucleari dispiegate, ossia un numero di poco inferiore (il 10%) a quello attuale, e un numero di vettori sostanzialmente invariato: 800 per parte, di cui 700 pronti al lancio in ogni momento. Un potenziale distruttivo tale da cancellare la specie umana e le forme di vita dalla faccia della Terra.

Inoltre il nuovo trattato non stabilisce alcun limite effettivo al potenziamento qualitativo delle forze nucleari. Negli Stati uniti, i responsabili dei laboratori nucleari hanno già avvertito il Congresso che il programma federale per «estendere la vita dell'arsenale nucleare» è insufficiente a garantirne l'affidabilità nei prossimi decenni.

Premono quindi per creare una «costosa nuova generazione di testate nucleari» (The New York Times, 26 marzo) e il vice-presidente Joseph Biden ha promesso loro a tale scopo altri 5 miliardi di dollari.

Si stanno sviluppando allo stesso tempo nuovi vettori, come il «missile globale ipersonico» della Boeing che potrebbe divenire operativo tra meno di tre anni, permettendo al Pentagono di colpire nello spazio di un'ora qualsiasi obiettivo in qualsiasi parte della Terra.

Resta fuori dal trattato anche la questione delle armi nucleari «tattiche», che gli Usa continuano a mantenere in cinque paesi «non-nucleari» della Nato (Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia) e in altri, violando in tal modo il Trattato di non-proliferazione.

Lo Scudo senza freni...

Allo stesso tempo il nuovo Start non pone alcun limite al nuovo progetto di «scudo» antimissili, che gli Usa vogliono estendere all'Europa, a ridosso del territorio russo: un sistema non di difesa ma di offesa che, una volta messo a punto, permetterebbe loro di lanciare un first strike, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare gli effetti di una rappresaglia.

A Washington assicurano che lo «scudo» non è diretto contro la Russia, ma contro la minaccia dei missili iraniani. A Mosca lo considerano invece un tentativo di acquisire un decisivo vantaggio strategico sulla Russia.

Il generale russo Nikolai Makarov ha avvertito in questi giorni che, se gli Usa continueranno a sviluppare lo «scudo», ciò «porterà inevitabilmente a una nuova fase della corsa agli armamenti, minando l'essenza stessa del trattato sulla riduzione della armi nucleari».

Intanto Mosca non sta a guardare: in maggio sarà varato il nuovo sottomarino multiruolo Yasen a propulsione nucleare, armato di 24 missili da crociera a lungo raggio, anche a testata nucleare. Del resto era stato il premier Putin a fine dicembre 2009 a dettare l'agenda di Mosca: «La Russia - aveva dichiarato inugurando un terminale petrolifero presso Vladivostok - deve sviluppare armi offensive per far fronte allo scudo antimissile americano. E se vogliamo salvaguardare l'equilibrio, dobbiamo stabilire lo scambio di informazioni».

Sembra, come si confermerà a Praga l'8 aprile, un tacito, benevolo accordo, in realtà questo scambio d'informazioni rilancia la sfida russa, con l'instaurazione di quello che Putin chiama «nuova strategia offensiva» di Mosca «per mantenere l'equilibrio».

Fatto singolare, nell'occasione Putin osservava: «Con ua sorta di "ombrello", i nostri partner si sentiranno sicuri e faranno tutto ciò che vorranno, l'equilibrio sarà infranto e ci sarà una maggiore aggressività sia in politica che in economia».

La simbolica Praga

Che lo Scudo antimissile Usa ritorna con forza è testimoniato sia dalle parole di Robert Gates, il ministro della difesa (lo stesso di Bush) che ha raccomandato a Obama di scartare il piano Bush ma per sostituirlo con uno «più adatto», perché «stiamo rafforzando - ha dichiarato - non cancellando la difesa missilistica in Europa».

Con la prima fase, completata nel 2011, gli Usa dislocheranno in Europa missili intercettori Sm-3 a bordo di navi da guerra dislocate nel Mar Baltico e nella seconda, operativa nel 2015, installeranno una versione potenziata del missile, con base a terra, nell'Europa centrale - Romania e Bulgaria già sono coinvolte - e meridionale (in Italia?).

E nell'ottobre 2009 Joe Biden, il vicepresidente Usa, il democratico della lobby militare e fautore dell'allargamento della Nato a Est, è corso a Praga e a Varsavia - impegnate nel dislocamento di una megabase radar e di una batteria di missili intercettori - a rassicurare che «l'impegno per un sistema missilistico non era abbandonato».

Con questi fatti il presidente Barack Obama si presenterà l'8 aprile con il russo Medvedev nella simbolica Praga - quella della Primavera '68 - dove annunciò un anno fa la volontà di ridurre gli armamenti atomici.

E il 12 aprile sarà al Consiglio di sicurezza dell'Onu, esibendo il nuovo Start che conferisce alle due maggiori potenze nucleari, detentrici del 95% delle oltre 23mila armi nucleari esistenti al mondo, il diritto di «guidare» la lotta contro la proliferazione delle armi nucleari.

Il dito accusatorio - come in questi giorni con il rilancio delle sanzioni contro Tehran del vertice alla Casa bianca con Sarkozy - sarà puntato solo sull'Iran, accusato di voler fabbricare la bomba atomica.

Mentre sicuramente resterà in ombra il fatto che Israele possiede già un «indiscutibile» arsenale di centinaia di armi nucleari, puntate su altri paesi della regione.


Start-2, primavera di Praga

di Carlo Benedetti - Altrenotizie - 7 Aprile 2010

E' tensione tra Washington e Mosca per le invasioni di campo del Cremlino nel continente americano, ma è primavera sul piano generale in riferimento alla trattativa sulla riduzione delle armi offensive strategiche. La stagione distensiva - dopo un anno di negoziati tra le due parti - è alle porte.

La data è l'8 aprile, a Praga, dove il russo Medvedev e l'americano Obama siglano il nuovo trattato Start-2 che riflette l’equilibrio degli interessi di entrambi i Paesi riaffermando, nello stesso tempo, la leadership dell’America e della Russia in favore della sicurezza nucleare e della non proliferazione globale.

L'accordo nucleare di Praga - che dovrà essere ratificato dal Senato americano e dalla Duma russa - avrà una durata di dieci anni e potrà essere esteso successivamente per altri cinque anni.

Il nuovo Start prevede la riduzione, che dovrà avvenire entro i prossimi sette anni, delle testate montate su missili strategici a un numero inferiore a 1.550 per Paese. La riduzione prevista è equivalente al 30 per cento degli arsenali attualmente in funzione.

I missili, da terra e da sottomarino, così come i bombardieri, saranno ridotti della metà, da 1.600 a 800. Sarà inoltre introdotto un nuovo regime d’ispezioni, in sostituzione di quello scaduto insieme allo Start-1 lo scorso 5 dicembre.

Successo, quindi, per le diplomazie dei due paesi. Pur se la scelta della capitale mitteleuropea per la firma del trattato può essere considerata come una sconfitta tattica di Mosca che aveva proposto per questo scopo Kiev, nell’intento di conferire maggiore autorità al nuovo governo di Viktor Janukovich in Ucraina.

A sua volta Obama ha rilevato: “Lo Start è una pietra miliare. Abbiamo fatto un altro passo in avanti oltre il XX secolo; abbiamo garantito un futuro più sicuro per i nostri figli; abbiamo trasformato le parole in azione e abbiamo dimostrato l’importanza della leadership americana in fatto di sicurezza”.

Quanto ai dettagli della trattativa c'è da rilevare che ora, proprio nel momento in cui si avvia il vertice di Praga, si ha notizia che gli ispettori americani non saranno più basati in modo permanente presso l’impianto per la produzione di missili di Votkinsk, come era invece previsto dal precedente trattato, giudicato troppo invasivo da parte russa.

E' stato questo uno dei punti più difficili da negoziare insieme alla richiesta di Mosca di inserire nel testo un riferimento alle armi di difesa antimissile (lo scudo spaziale).

Sui lavori di Praga pesa comunque un documento relativo alla nuova strategia nucleare americana per i prossimi cinque-dieci anni che dovrebbe contenere delle limitazioni alle condizioni di impiego delle armi nucleari. Lo scrive il New York Times che alla vigilia della pubblicazione della “Nuclear Posture Review”, ha intervistato Obama nello studio Ovale della Casa Bianca.

Assicurando di voler "mantenere tutti gli strumenti necessari per garantire che il popolo americano sia salvo e sicuro", Obama ha detto che rappresenteranno un'eccezione per le nuove strategie Usa "gli stati fuori norma come l'Iran o la Corea del Nord" che hanno violato o rinunciato al Tnp, il trattato di non proliferazione nucleare.

Per la prima volta, sottolinea il quotidiano, gli Stati Uniti si impegnano esplicitamente a non usare armi nucleari contro paesi che non ne possiedono e che rispettano il Tnp, anche se attaccano gli Usa con armi biologiche o chimiche o lanciano dannosi cyberattacchi.

La presentazione della “Nuclear Posture Review” apre ora giorni intensi di "diplomazia nucleare" tesa a ridurre gli armamenti. Se tutto andrà come previsto, il nuovo patto anticiperà la conferenza sulla sicurezza nucleare, in programma a livello di capi di stato e di governo (Usa e Russia ovviamente compresi) a Washington il 12 e il 13 aprile.

All'incontro sarà presente anche il primo ministro indiano Manmohan Sing, che porterà al tavolo della conferenza le "preoccupazioni" di Delhi relative alla possibile acquisizione di ordigni nucleari e del relativo materiale da parte di gruppi terroristici. Dal 2002, infatti, l'India sta pilotando una risoluzione delle Nazioni Unite per impedire ai terroristi di acquisire armi di distruzione di massa.

Ora la parola passa al vertice di Washington il cui risultato è stato già negoziato nel corso degli ultimi sei mesi da "sherpa" provenienti da 44 paesi e rappresentanti dell'Unione europea e dell'AIEA. Inizia, forse, un periodo di meditata collaborazione alla ricerca di nuovi equilibri a livello mondiale.


I pericoli della guerra nucleare: l'accordo nucleare Usa-Russia non è una cura per la vera minaccia
di Wei Guoan - http://globaltimes.cn - 2 Aprile 2010
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di P.P.

Pechino, 2 Aprile –Dopo quasi un anno di negoziati i governi di Stati Uniti e Russia hanno finalmente raggiunto un accordo sulla successiva riduzione e limitazione delle armi nucleari.

L’accordo verrà firmato l’8 Aprile, limitando il numero totale di testate a meno di 1.550. Ad ogni modo è una buona cosa per la pace e la stabilità mondiale così come per la prevenzione della proliferazione nucleare, ma non dovremmo essere troppo ottimisti riguardo al trattato.

Le motivazioni che stanno dietro al trattato sono chiare. La Russia si oppone al sistema di difesa missilistico americano e al suo dispiegamento in Europa Orientale. Gli USA continuano ad espandere gli obiettivi del sistema di difesa missilistico, che costituisce un’effettiva minaccia per la Russia in Europa Orientale.

Con il 95% delle testate nucleari del mondo, gli USA e la Russia sono le due più grandi potenze nucleari del mondo. La Russia ha più di 14.000 missili e gli USA più di 9.000. Questa rimane una delle poche aree dove il vecchio potere nazionale degli USA rimane grande come sempre, quindi gli USA si sono attivati lavorando per un compromesso in questo campo.

Il trattato ha già i suoi problemi. Per gli accordi esistenti, il numero di testate nucleari era limitato tra 1.500 e 2.000. Questo nuovo accordo non ha nuovi spunti e non è andato incontro alle aspettative della comunità internazionale. Sei mesi fa venne proposto il limite di 1.500, ma alla fine è diventato 1.550, non un grande cambiamento.

Il problema fondamentale è che le disposizioni non eliminano le armi nucleari ma invece cambiano il loro livello di prontezza. Le armi nucleari hanno tre livelli di prontezza : totalmente equipaggiate e pronte a essere lanciate, pronte ma con testata e corpo separati, ed infine in condizione di immagazzinamento con la testata rimossa.

Il trattato riduce il numero di armi nucleari totalmente equipaggiate a meno di 1.550, ma i missili in eccesso non saranno distrutti, solo spostati ad un differente livello di prontezza. Potrebbero essere attivati e ri-armati in un tempo brevissimo.

Nonostante l’accordo gli USA continuano anche a lavorare sullo sviluppo di nuove armi nucleari. Mentre alcune sono state spostate dalle linee del fronte, armi più leggere ed accurate vengono sviluppate, così come le cosiddette ‘bunker-buster’ concepite per penetrare profondamente sotto terra.

L’accordo USA-Russia limita soltanto lo sviluppo bilaterale, ma la vera preoccupazione è la diffusione nel mondo. Gli USA stanno programmando di tenere un summit sulla sicurezza nucleare il 13 Aprile nel quale l’argomento principale sarà la non proliferazione nucleare.

Una volta che la tecnologia nucleare si sia diffusa, e specialmente se delle organizzazioni terroristiche dovessero mettere le mani su materiale nucleare, le conseguenze sarebbero imprevedibili, ed è nell’interesse di ogni paese prevenire ciò.

Gli standard USA sulla proliferazione nucleare sono anch’essi inesistenti. Dà una tacita approvazione al programma di armi nucleari di Israele, e non fa alcuno sforzo per scoraggiare il Giappone dall’accumulare materiale grezzo che potrebbe, in teoria, produrre migliaia di armi nucleari.

All'opposto gli USA sono stati particolarmente sensibili verso l’Iran e la Corea del Nord. L’Iran non ha testato armi nucleari, ma dichiara di star sviluppando strutture per il nucleare civile. Comunque gli USA hanno lavorato molto per sanzioni contro di esso in conseguenza di questo fatto e considerano anche azioni militari.

Al di fuori delle considerazioni politiche gli USA hanno adottato due standard completamente differenti sull’uso della tecnologia nucleare da parte di diverse nazioni.

Per creare una convincente possibilità per la non proliferazione gli USA dovrebbero applicare lo stesso standard a tutte le nazioni.