mercoledì 4 agosto 2010

Iran sotto crescente pressione

Crescono di giorno in giorno le pressioni della comunità internazionale nei confronti del regime iraniano.

E una serie di eventi lo rende evidente: dapprima le sanzioni Onu, USA e UE, poi l'attentato del 16 Luglio avvenuto nella Grande Moschea di Zahedan, capitale della provincia di Sistan-Baluchestan al confine col Pakistan, con 21 morti e almeno un centinaio di feriti. Attentato rivendicato dal gruppo ribelle sunnita Jundullah, già autore in passato di altri attentati sanguinosi.

Sta aumentando inoltre la presenza di navi da guerra occidentali e israeliane nel Golfo Persico. E oggi infine ci sarebbe stato un attentato fallito nei confronti dello stesso presidente Ahmadinejad.

Si parla di feriti, ma il governo iraniano nega che l'attentato sia avvenuto.
E Ahmadinejad non ne ha fatto cenno durante il discorso che ha poi tenuto nello stadio di Hamadan, mentre nei giorni scorsi aveva invece parlato di un piano israeliano per ucciderlo.

Insomma, una lenta ma inesorabile pressione economica-militare-mediatica è in pieno atto contro il regime iraniano che poche settimane fa ha firmato un importante accordo con il Pakistan per la costruzione di un gasdotto tra i due Paesi.

Pressioni che "casualmente" negli ultimi giorni stanno iniziando a montare anche contro il Pakistan...


Iran: chi sanziona chi?
di Michele Paris - Altrenotizie - 30 Luglio 2010

Con l’approvazione di un pacchetto di sanzioni unilaterali nei confronti dell’Iran, l’Unione Europea qualche giorno fa ha scelto, come previsto, di assecondare la strategia intimidatoria degli Stati Uniti verso Teheran.

Se le nuove misure restrittive in nessun modo favoriranno un esito pacifico della questione del nucleare iraniano, è probabile piuttosto che potranno finire per danneggiare la politica energetica di quegli stessi paesi europei che ne sono stati i promotori.

Le sanzioni decise da Bruxelles hanno fatto seguito a quelle imposte dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU lo scorso dieci giugno e, soprattutto, a quelle decisamente più pesanti licenziate subito dopo dal Congresso americano su richiesta della Casa Bianca.

Come queste ultime, le risoluzioni UE intendono colpire le compagnie aeree commerciali e navali iraniane, il settore bancario e quelli assicurativo e finanziario. Inoltre, saranno congelati i visti d’ingresso dei leader dei Guardiani della Rivoluzione nei paesi dell’Unione e i loro beni.

Ancora più importante è poi il giro di vite al settore energetico. Ogni tipo di investimento europeo in questo ambito viene messo fuori legge, così come qualsiasi progetto di assistenza tecnica. Restrizioni molto pesanti per un blocco di paesi che rappresenta il principale partner commerciale della Repubblica Islamica, la quale esporta verso l’Europa poco meno di un terzo del proprio greggio e una buona fetta delle sue imponenti risorse di gas naturale.

L’esaurirsi degli investimenti esteri - quanto meno europei ed americani - potrebbe creare grossi problemi all’Iran, che continua ad avere gravi carenze per quanto riguarda la capacità di raffinare il petrolio che estrae.

Per far fronte a tale ritardo, tuttavia, il vice-ministro del petrolio, Alireza Zeighami, ha rivelato recentemente alla televisione di stato Press TV che il suo governo intende stanziare 46 miliardi di dollari per costruire una serie di nuove raffinerie e garantire all’Iran l’autosufficienza nel prossimo futuro.

Il problema dell’eventuale mancanza d’investimenti esteri, secondo il vice-ministro, verrebbe risolto tramite il finanziamento dei progetti da parte di consorzi di banche indipendenti.

A sentire ancor di più le ripercussioni delle sanzioni potrebbe essere il settore del gas naturale, del quale l’Iran possiede le quantità più ingenti su scala planetaria, dopo la Russia. Lo sfruttamento dei giacimenti di gas iraniani risulta però al di sotto delle reali potenzialità, tanto da necessitare di qualcosa come 8 miliardi di dollari di investimenti in nuovi progetti estrattivi.

A detta degli stessi esponenti del governo di Teheran, i due terzi delle riserve del paese rimangono tuttora da esplorare, soprattutto nel gigantesco giacimento di South Pars nel Golfo Persico che l’Iran condivide con il finora più intraprendente emirato del Qatar.

Gli ostacoli causati dalle sanzioni di Bruxelles al comparto energetico iraniano difficilmente mancheranno di scatenare ritorsioni nei confronti dei paesi europei, andando a minare in primo luogo la loro sicurezza energetica.

Il rischio concreto è che le forniture di petrolio e, soprattutto, gas naturale, possano subire una battuta d’arresto proprio mentre in Europa ci s’interroga sui rischi della dipendenza dal gas russo e si cerca disperatamente di diversificare le fonti di approvvigionamento.

Per l’UE, insomma, si tratta di dover pagare anche le conseguenze della battaglia combattuta al fianco di Washington; ufficialmente per tentare di fermare un programma nucleare che, pur senza prove concrete, si continua a definire finalizzato alla costruzione di armi atomiche, ma in realtà per far cadere l’attuale regime iraniano e installare un governo più accomodante verso l’Occidente.

Effetti indesiderati che gli Stati Uniti, almeno in quest’ambito, non sentiranno, in quanto non importano direttamente gas o petrolio dall’Iran, né con questo paese intrattengono relazioni commerciali significative.

Come ha spiegato chiaramente un anonimo docente di scienze politiche della Teheran University alla testata Asia Times, “l’UE ha seguito ciecamente le orme degli Stati Uniti, i quali non hanno particolari interessi economici in Iran. Ciò avrà implicazioni geo-economiche negative per l’Unione Europea”.

In sostanza, appare assurdo che da Bruxelles si possa dire all’Iran: “Vogliamo continuare a mettere le mani sul vostro petrolio o sul vostro gas, ma allo stesso tempo faremo di tutto per soffocare il vostro settore energetico”.

A conferma di possibili rappresaglie, per le transazioni di petrolio e gas, Teheran ha già minacciato di passare dall’Euro ad altre valute, tra le quali la moneta degli Emirati Arabi, il dirham. Una mossa che potrebbe provocare un nuovo sensibile indebolimento dell’euro.

In risposta alle sanzioni, è facilmente ipotizzabile che l’Iran finirà anche per intensificare i legami sul fronte energetico con le potenze asiatiche. Cina, India e Giappone, che rappresentano già un mercato importante per le esportazioni iraniane di greggio e gas naturale, non sembrano infatti disposte a mettere a repentaglio la propria sicurezza energetica per assecondare Washington.

In pericolo, dunque, ci sono molti progetti in fase di studio o già avviati tra l’Europa (e le sue compagnie energetiche) e l’Iran, a cominciare dal cosiddetto “Gasdotto Persiano” che dovrebbe collegare il già citato giacimento di South Pars con il mercato europeo, passando per la Turchia.

Una Turchia che ha duramente criticato le sanzioni europee, giunte tra l’altro a pochi giorni dall’accordo tra Ankara e Teheran per la costruzione di un altro gasdotto da 1,3 miliardi di dollari che collegherà i due paesi diplomaticamente sempre più vicini.

Un’impasse, quella tra Iran e UE, che coinvolge anche l’ENI, costretto a disimpegnarsi dai progetti in corso da tempo nella Repubblica Islamica. Già lo scorso mese di aprile, l’ad Paolo Scaroni, in una conferenza stampa seguita all’assemblea degli azionisti, aveva annunciato che l’ENI “non perseguirà altri progetti in Iran finché la situazione internazionale e geopolitica non lo consentirà”.

Attivo principalmente nel giacimento di South Pars e, da ultimo, solo in quello on-shore di Darquain, l’ENI ha recentemente proceduto alla “consegna degli impianti” relativi proprio a quest’ultimo, ma non prenderà parte per il momento a nessun nuovo progetto nel paese.


L’Unione Europea e le sanzioni all’Iran
di Pamela Schirru - www.eurasia-rivista.org - 1 Agosto 2010

In principio è stata l’amministrazione americana – con il sostegno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – a mettere a punto un pacchetto di sanzioni contro l’Iran e il suo programma nucleare. Lo scorso 9 giugno per la sesta volta dodici membri del Consiglio di Sicurezza hanno espresso il loro voto a favore delle misure restrittive da applicare all’Iran, accusato di essere restìo a ridimensionare la portata del suo programma nucleare.

A più di un mese di distanza dalla presa di posizione americana e degli altri quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ora è arrivato il turno dell’Unione Europea. E proprio le sanzioni UE si annunciano più “dure” rispetto a quelle approvate a New York nel mese di giugno. Riuniti a Bruxelles, i 27 ministri degli Esteri della Ue hanno varato una lunga serie di sanzioni senza precedenti contro l’Iran.

Se il pacchetto Usa mirava a colpire un parte consistente dell’apparato militare, ossia i Guardiani della Rivoluzione, le banche operanti all’estero sulle quali grava il sospetto di connessioni con il programma nucleare perseguito dal Presidente Mahmud Ahmadi-Nejad, e punta soprattutto ad imporre controlli serrati ed ispezioni a bordo delle navi cargo che effettuano attività di import ed export di prodotti all’interno e fuori dei confini nazionali iraniani, il blocco di sanzioni votato dall’Unione Europea a carico del governo iraniano, accusato di non rispettare il “Trattato di non proliferazione” da lui stesso ratificato, mira invece a colpire e indebolire il settore delle industrie del gas e del petrolio, attraverso l’introduzione di un divieto di nuovi investimenti in questi campi e di un divieto di assistenza tecnica e di trasferimento di tecnologie.

Limiti e restrizioni i cui effetti si riflettono non solo entro i confini nazionali iraniani, bensì anche nel bacino degli innumerevoli rapporti commerciali con i principali partners economici: Russia, Cina, Arabia Saudita e perfino con l’Europa stessa.

A tal proposito, occorre tenere in considerazione numeri e cifre nel settore iraniano della produzione di petrolio, gas ed energia: l’economia persiana è dominata dalle industrie petrolifere, gestite a livello statale dalla National Iranian Oil Company che opera sui mercati internazionali attraverso l’esportazione di ingenti quantità di greggio.

Calcolato in percentuali, l’Iran esporta circa due milioni e settecentomila barili di petrolio al giorno. Di questi, il 30% è destinato ai paesi europei (circa il 13% solo all’Italia), la restante percentuale è spartita tra i mercati asiatici e quello russo. Il principale acquirente di petrolio iraniano è senza dubbio la Cina, grande consumatrice di energia.

In questo quadro, l’Iran si colloca al secondo posto – stavolta dopo la Russia – per quanto concerne il possesso di riserve di gas naturale, calcolato in 26 milioni di metri cubi corrispondente a circa il 18% delle riserve mondiali. Anche la preziosa riserva di gas è ovviamente un prodotto da esportazione verso i mercati esteri. Principale cliente ancora una volta la Cina. A cui fanno poi seguito il Giappone e l’India.

Un’intricata ragnatela di molteplici rapporti commerciali con Asia ed Europa che potrebbe risentire del pesante pacchetto di sanzioni inviato da Bruxelles. 34 le società sottoposte alle misure restrittive decise e approvate dalla diplomazia europea, pronte a colpire duramente i maggiori istituti bancari iraniani per sospetta attività di finanziamento al programma nucleare iraniano.

Le restrizioni cingono la vita della grande banca Melli, con filiali sparse in tutta Europa (Amburgo, Londra, Parigi) e già inserita nella lista Usa di istituti che sostengono (indirettamente) il progetto nucleare iraniano. Nel mirino delle misure Ue compaiono anche numerose personalità.

Anche su di loro grava il sospetto di coinvolgimenti in attività legate al nucleare o di finanziamenti sottobanco per la realizzazione di missili balistici. Tra le persone sanzionate figurano: Ali Davandari, capo della banca Mellat; Mohammad Mokhber, Presidente del fondo d’investimento collegato alla Guida Suprema Alì Khamenei, nonché membro del CDA della Banca Sina.

Colpiti dalle restrizioni anche numerosi membri dei Guardiani della Rivoluzione. Frenate anche le operazioni di scambio attuate dalla principale società di navigazione nazionale – la IRISL – comprese le sue succursali dislocate in Asia, Medio Oriente ed Europa: Corea del Sud, canale di Suez, Alessandria in Egitto, Porto Said; ma anche Qatar, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, passando per la Germania, la Russia e il Kazakhstan.

Le limitazioni sancite dall’Unione Europea a Bruxelles e varate a carico dell’Iran e del suo prolifico settore economico se per un verso mirano a mettere sotto stretta sorveglianza l’azione politica iraniana, legata a doppio filo al suo programma nucleare, dall’altro possono rivelarsi pericolose per l’Europa medesima dal momento che vanno a colpire il cuore dei rapporti commerciali dei principali partners europei: Roma, Berlino, Parigi per citare i più importanti hanno, nel complesso, un interscambio commerciale con l’Iran calcolato in 15 miliardi di euro, circa il 60% di tutti i rapporti commerciali dell’Iran con l’Unione Europea. A seguire, l’Olanda, la Spagna e la Grecia che insieme costituiscono il 25% dei rapporti commerciali fra Tehran e UE.

A sancire questo patto tra il Vecchio Continente e il Vicino Oriente ha contribuito pure la scelta del presidente iraniano di fissare i prezzi in euro per la vendita o l’acquisto di petrolio. Una decisione presa nell’ottobre del 2007, che ha favorito i partners europei e ha invece creato non pochi problemi al dollaro statunitense.

L’Europa si fregia di una posizione migliore sulla bilancia commerciale internazionale. Ma proprio per tale ragione, non si può non soppesare la portata di una decisione così drastica presa a Bruxelles: sanzionare l’economia iraniana significa – per alcuni versi – limitare il mercato di casa propria.

Non si può escludere che l’Unione Europea, prima di varare il suo pacchetto di sanzioni, non abbia riflettuto in anticipo sugli effetti e le conseguenze che, una simile presa di posizione avrebbe potuto scatenare sul piano economico.

Tra le società e gli organismi attivi nel controllo degli scambi strette nella morsa delle sanzioni figurano: Hanseatic Trade Trust e Shipping con sede ad Amburgo (Germania), Irinvestship Ltd con sede nel Regno Unito, la quale si occupa di prestiti e servizi legali, finanziari, assicurativi nonché di servizi di commercializzazione, noleggio e gestione dell’equipaggio.

IRISL Ltd (Barking, Felixstowe) sempre dislocata in Inghilterra di proprietà al 50% della Irinvestship e al 50% della British Company Johnson Stevens Agencies, la quale fornisce coperture del carico e del servizio container fra l’Europa e il Medio Oriente, come pure due servizi distinti tra Medio Oriente e l’Estremo Oriente. IRISL Europe Gmhb, sempre con sede ad Amburgo in Germania.

Appare chiaro quanta potenziale influenza detenga l’Islamic Republic of Iran Shipping Lines (ovvero, la società di navigazione nazionale iraniana) su territori strategici del Vecchio Continente: Germania e Regno Unito.

Gli effetti delle restrizioni entro i confini nazionali iraniani sono piuttosto evidenti: in primo luogo la mancanza di rifornimenti. L’Iran, non solo è il principale fornitore di petrolio sul mercato internazionale, ma è anche il maggiore acquirente di carburanti dall’estero. Il divieto di transito e di attracco di navi cargo nei porti iraniani comporta una perdita non indifferente di greggio e denaro.

In secondo luogo, il divieto di attività imposto alle banche determina un’ingente perdita in termini di investimenti di capitali. Nessun istituto della Repubblica Islamica può aprire filiali in Europa, quindi nessuna potenza potrà investire o commerciare traendone delle garanzie o dei vantaggi.

Alla mancanza di investimenti di capitali provenienti dall’estero potrebbe fare seguito l’indebolimento delle raffinerie e industrie iraniane, prive della tecnologia necessaria per produrre una quantità di energia tale da soddisfare il consumo dell’intera popolazione, per questo costretta ad importare il 40% del fabbisogno di carburanti.

Europa e Iran, un continente e una Repubblica in bilico tra interessi commerciali da tutelare e timori da spazzare via. Il governo iraniano non rinuncia al suo programma nucleare e, quindi non intende abbandonare la strada dell’arricchimento dell’uranio, pur avendo sottoscritto nei mesi passati accordi mediati da potenze altre.

La diplomazia europea risponde a suon di sanzioni al fine di riportare l’Iran sulla “retta via dei negoziati”. Intanto, non tutti plaudono alla decisione di Bruxelles. Assai critica verso il pacchetto di sanzioni è apparsa subito la Russia.

Difatti, Mosca ha immediatamente criticato la decisione presa dai 27 Ministri degli Esteri dell’euro-zona di approvare un nuovo pacchetto di misure restrittive ai danni dell’Iran, definendo la scelta “inaccettabile e soprattutto fuori dal quadro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”.

La presa di posizione russa arriva in una fase delicata dei suoi rapporti con Tehran. Rapporti ad alta tensione alimentati dalla decisione di Mosca di aderire al pacchetto di sanzioni varato il 9 giugno scorso dalla comunità internazionale.

Ma l’Iran non sembra intimorita dalle minacce attuate dall’Unione Europea (messe nero su bianco nel documento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 26 luglio 2010) e ha così replicato: “Il popolo iraniano non rinuncerà al suo diritto di produzione di energia tramite il nucleare e soprattutto non dimenticherà chi ha colpito e infastidito negli anni in cui percorreva l’irto sentiero del progresso scientifico e tecnologico”.


Pakistan e Iran a tutto gas

di Michele Paris - Altrenotizie - 19 Luglio 2010

Qualche settimana fa Iran e Pakistan hanno siglato un importante accordo per la fornitura di gas naturale che dovrebbe provvedere al fabbisogno energetico pakistano. L’intesa per la costruzione di un gasdotto da quasi 8 miliardi di dollari, che diventerà operativo a partire dal 2014, è giunta nonostante l’opposizione degli Stati Uniti, impegnati ad isolare Teheran attraverso le sanzioni economiche appena approvate dal Congresso, ma costretti a non esercitare troppe pressioni su un alleato fondamentale nella strategia di stabilizzazione del vicino Afghanistan.

L’impianto in questione partirà dal sito del più grande giacimento di gas naturale conosciuto del pianeta, quello di South Pars, nell’Iran meridionale, e una volta a regime fornirà 21,5 milioni di metri cubi di gas al giorno al Pakistan. Prima dell’inizio dei lavori, però, Islamabad entro il 2011 dovrà svolgere uno studio circa la fattibilità della porzione di gasdotto che sorgerà sul proprio territorio.

L’annuncio del lancio del progetto è arrivato più o meno in concomitanza con la firma di Obama sul pacchetto di sanzioni unilaterali contro l’Iran (Comprehensive Iran Sanctions, Accountability, and Divestment Act), votate dagli USA dopo i provvedimenti adottati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La nuova legislazione americana prevede ritorsioni nei confronti di quelle compagnie straniere che fanno affari con la Repubblica Islamica, in particolare nel delicato settore energetico.

La contrarietà di Washington all’accordo sul gasdotto era stata ribadita di recente dall’inviato speciale del presidente Obama in Afghanistan e Pakistan, Richard Holbrooke. A queste pressioni, tuttavia, Islamabad non ha finora ceduto, malgrado le promesse di forniture alternative di gas proveniente dal Tagikistan attraverso l’Afghanistan. Le insistenze americane avevano convinto invece l’India ad uscire dall’iniziativa che inizialmente prevedeva il coinvolgimento anche di Nuova Delhi.

La determinazione del governo pakistano rischia ora di mettere nuovamente in imbarazzo la diplomazia statunitense. L’esclusione dal mercato americano delle compagnie straniere che contravvengono alle sanzioni contro l’Iran, non avviene in ogni caso in maniera automatica ed è probabile che alla fine da Washington si finirà per chiudere un occhio.

Il Pakistan si trova d’altra parte in una situazione di estrema scarsità di energia elettrica - tanto da aver perso circa il 2 per cento del proprio PIL nell’ultimo biennio - così che azioni punitive da parte degli USA comporterebbero un nuovo grave motivo di tensione all’interno di una relazione bilaterale già sufficientemente agitata.

Come noto, per gli Stati Uniti il Pakistan rappresenta a partire dall’autunno del 2001 un partner potenzialmente decisivo nell’azione di contrasto alla guerriglia islamica che rende precaria l’occupazione dell’Afghanistan. Le sollecitazioni americane verso Islamabad per azioni sempre più incisive nei confronti dei gruppi talebani e legati ad Al-Qaeda operanti entro i propri confini si sono moltiplicate negli ultimi anni.

A fronte delle rassicurazioni ufficiali e delle operazioni militari, però, i vertici delle forze armate pakistane (e ancor più i servizi segreti) continuano a mantenere un rapporto molto stretto con molte di queste cellule jihadiste attive oltre frontiera, considerate un prezioso valore aggiunto per influenzare un futuro Afghanistan pacificato, da cui escludere il più possibile l’arcirivale indiano.

Allo stesso tempo, l’equilibrismo diplomatico del Pakistan è complicato dalla necessità di evitare screzi con Washington, da cui provengono ingenti aiuti economici e militari. Un contributo che, in ogni caso, non ha reso meno ostile l’opinione pubblica pakistana nei riguardi degli Stati Uniti e di un governo locale considerato troppo arrendevole ai diktat del potente alleato.

La prova di forza sulla questione del gasdotto iraniano ha fornito così l’occasione al primo ministro Raza Gilani e all’impopolare presidente Zardari di dimostrare di saper resistere in qualche misura alle pressioni americane.

La strategia energetica di Islamabad ha finito poi per far emergere un altro fronte di contrasto con gli USA, in questo caso intorno alla questione del nucleare e dell’espansione dell’influenza cinese in Asia centrale.

Il Pakistan, pur possedendo armi atomiche, non è firmatario del Trattato di Non-Proliferazione (TNP) e non potrebbe perciò accedere, almeno in linea teorica, al mercato della tecnologia nucleare per scopi pacifici.

Dal momento che all’India, anch’essa fuori dal Trattato, negli ultimi mesi dell’amministrazione Bush era stato concesso in via eccezionale di stipulare un accordo con Washington per ottenere assistenza nella creazione di una rete di centrali nucleari, il Pakistan ha richiesto agli USA il medesimo trattamento riservato all’odiato vicino orientale.

Incassato il rifiuto americano di siglare un simile trattato, il Pakistan si è rivolto alla Cina. Anche se a Pechino non sarebbe consentito di fornire tecnologia nucleare a paesi non firmatari del TNP, un progetto per la costruzione di due reattori nella provincia pakistana del Punjab è stato recentemente suggellato, senza alcuna reazione ufficiale da parte di Washington.

La presenza cinese in Pakistan è già ben consolidata e rappresenta precisamente un altro fronte della crescente rivalità con gli USA in un’area strategicamente molto importante e ricca di risorse naturali.

In cambio degli investimenti promessi da Pechino, il governo pakistano ha ad esempio concesso lo sfruttamento del porto di Gwadar, situato sulla costa sud-occidentale della provincia del Belucistan che si affaccia sul Mare Arabico.

Una mossa quella cinese che rientra in una strategia più ampia, dettata dalla necessità di assicurare alle forniture di materia prima provenienti dal Medio Oriente rotte alternative a quella che passa attraverso lo Stretto di Malacca, soggetto al controllo navale statunitense.

Per l’identico motivo, la Cina ha da poco concluso un accordo con la giunta militare del Myanmar per la costruzione di un oleodotto che dovrebbe collegare i due paesi e pare stia valutando di estendere il gasdotto tra Iran e Pakistan fino al proprio territorio.

Oltre a turbare gli Stati Uniti, l’ascendente cinese sul Pakistan inquieta ovviamente anche l’India, la quale ha a sua volta un rapporto tormentato con Pechino. Come contrappeso, da almeno un decennio l’India si è avvicinata agli Stati Uniti, i cui rapporti sempre più stretti con il Pakistan hanno però suscitato i timori di Nuova Delhi.

L’irruzione della Cina nello scacchiere centro-asiatico per tutelare i propri interessi geo-strategici, così, non fa altro che aumentare le tensioni in un’area del globo dall’equilibrio già estremamente precario.


Navi israeliane nel Golfo Persico

di Manlio Dinucci - Il Manifesto - 23 Luglio 2010

Il passaggio di una flotta USA-israeliana attraverso il Canale di Suez non si deve interpretare come un segnale contro l’Iran, bensì come una minaccia diretta contro il Pakistan. E’ vero che avviene poco dopo il voto sulle sanzioni contro l’Iran al Consiglio di Sicurezza, però si tratta innanzitutto di una risposta contro l’accordo sul gas firmato fra Teheran e Islamabad.

Israele schiera sottomarini armati di missili nucleari al largo delle coste iraniane: così titolava ieri il giornale israeliano Ha’aretz, riprendendo un’inchiesta del britannico Sunday Times. Secondo quanto dichiarato da un ufficiale israeliano, uno dei quattro sottomarini «Dolphin», forniti dalla Germania, si trova già nel Golfo e, con i suoi missili da crociera a testata nucleare (1.500 km di gittata), può colpire qualsiasi obiettivo in Iran.

Alla fine della settimana scorsa, una dozzina di navi da guerra statunitensi e almeno un’unità lanciamissili israeliana avevano attraversato il Canale di Suez, dirette nel Golfo persico, per accrescere la pressione su Teheran.

La ragione non è solo quella dichiarata: impedire che la Repubblica islamica si doti di armi nucleari. Ve n’è un’altra, più pressante: agli inizi della settimana scorsa Teheran ha firmato con Islamabad l’accordo, del valore di 7 miliardi di dollari, che dà il via alla costruzione di un gasdotto dall’Iran al Pakistan. Un progetto che risale a 17 anni fa, finora bloccato dagli Stati uniti.

Nonostante ciò, l’Iran ha già realizzato 900 dei 1.500 km di gasdotto dal giacimento di South Pars al confine col Pakistan, che ne costruirà altri 700. Un corridoio energetico che, dal 2014, farebbe arrivare in Pakistan dall’Iran, ogni giorno, 22 milioni di metri cubi di gas. Il progetto iniziale prevedeva che un ramo del gasdotto arrivasse in India, ma New Delhi si è ritirata temendo che il Pakistan possa bloccare la fornitura.

C’è però sempre la Cina, disponibile a importare gas iraniano: la "China national petroleum corporation" ha firmato con l’Iran un accordo da 5 miliardi di dollari per lo sviluppo del giacimento di South Pars, subentrando alla francese Total cui Teheran non ha rinnovato il contratto (mentre l’italiana Eni continua a operare nei giacimenti di South Pars e Darquain).

Per l’Iran si tratta di un progetto d’importanza strategica: Teheran infatti possiede le maggiori riserve di gas naturale dopo quelle russe, ancora in massima parte da sfruttare, e attraverso il corridoio energetico verso est può sfidare le sanzioni volute dagli Stati uniti.

Ha però un punto debole: il suo maggiore giacimento, quello di South Pars, è offshore, situato nel Golfo Persico e quindi esposto a un blocco navale, come quello che gli Stati uniti possono esercitare facendo leva sulle sanzioni approvate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu (che la settimana scorsa ha dato via libera al quarto pacchetto di misure punitive contro la Repubblica islamica).

A Washington brucia che il Pakistan, suo alleato, abbia firmato l’accordo con l’Iran pochi giorni dopo le sanzioni Onu. Da qui la mossa militare, in accordo con gli alleati europei, in particolare la Francia.

La portaerei Harry Truman, che guida il gruppo navale diretto nel Golfo Persico, ha fatto scalo a Marsiglia, effettuando il 4-7 giugno nel Mediterraneo, con i suoi 80 caccia, un’esercitazione di interoperabilità con l’aviazione imbarcata sulla portaerei francese «De Gaulle». E mentre era in navigazione verso Suez, il 14 giugno, ha ricevuto la visita del ministro della difesa tedesco, accompagnato dal capo di stato maggiore della marina.


La morte di Neda a Teheran

di Aldo Vincent - www.giornalismi.info - 3 Agosto 2010

Girano alcuni pazzi per il Web. Alcuni si ostinano a parlare di signoraggio, altri avanzano dubbi sul jet che ha colpito il Pentagono, qualcuno sostiene che il primo viaggio sulla Luna è fasullo, altri che il crollo della seconda Twin Tower fu provocato...

Tutti pazzi. Gli internauti scrivono, guarda che sei pazzo, ma loro imperterriti sfornano documenti, foto e filmati...
Ehehehehe

Uno di questi pazzi da ricovero sono io.

Avanzai nel giugno scorso alcuni dubbi sulla morte di Neda, la martire iraniana diventata un’icona del Web e mi presi la mia bella dose di fankuli da non credere. Non devo continuamente ripeterlo ma io ho un passato da professionista come fotoreporter, fotografo di scena, operatore video e producer, quindi quando guarda un video o un documento fotografico ho sempre quella distorsione professionale che me lo fa guardare con occhi differenti dai vostri.

Per iniziare notai una cosa, qui:
Neda è con il padre (con la maglia a righe azzurre alla sua destra ma poi si scoprì essere l’insegnante di piano) si gira un attimo prima dell’incidente per verificare se la telecamera la segue... www.youtube.com/watch?v=pLSt-ic7RJM

In questo della CNN si vede meglio: www.youtube.com/watch?v=NSDmd6TRs3A&feature=related

Questo è il video di protesta messo on line da Freedom e Democracy on Iran il 23 Giugno 2009 con le foto di Neda.

Questo è il video su cui scrissi e manifestai i miei dubbi. Io ho visto la ragazza a terra e nella mano sinistra tiene qualcosa, poi con lo sguardo si accerta che la telecamera si avvicini quindi si passa la mano sinistra sul volto e compare il sangue. Quando appare “morta” la mano sinistra stringe ancora quella che potrebbe essere una boccetta. www.youtube.com/watch?v=3HC4cxxEzCM&feature=related

difficile combattere contro i mulini a vento, peggio è resistere alla tempesta d’insulti che vengono dal Web che ha deciso di fare di Neda un’icona della resistenza iraniana.
Però qualche eccezione vi fu.

GIORNALETTISMO

fece notare le prime incongruenze, una tizia dichiarò: “Lì con mio padre potevo esserci io e non mia sorella ...” ma poi si scoperse che chi accompagnava Neda con il suo medico era il maestro di piano e non il padre... Neda Soltan(i): viva, morta o X?

Gianluca Freda scrisse un post particolareggiato per contestare la “morte” di Neda

Oliviero Beha ripostò il mio post titolandolo E SE VINCENT AVESSE RAGIONE ?

Oggi, dopo qualche avvisaglia avutasi durante l’anno circa lo scambio di fotografie dal passaporto di Neda ad una presunta sosia, esce un articolo di Repubblica che sembra mettere a posto tutto. www.repubblica.it/


P.S. Io ho vissuto a Teheran, non sono depositario di nessuna verità rivelata, ma una che riesce a fuggire da lì deve avere appoggi indescrivibili. Che sia passata in Grecia e poi a Francoforte la dice lunga su alcuni sospetti che avevo sull’ambasciata greca di cui ero ospite e su cui scrissi.
Quando muore una persona il rito funebre complicatissimo dura tre giorni. Per Neda nulla. Dicono che era proibito, ma un regime teocratico secondo me si guarderebbe bene da contrastare un rito funebre. Ma è un’opinione.
Durante la mia permanenza a Teheran ho visto porcherie fare dagli americani, che al confronto questa di Neda è una passeggiata a Disneyland
E con questo chiudo
Per il momento...


Fu scambiata per la ragazza uccisa. La falsa Neda fugge dal suo Paese

di Vanna Vannuccini - La Repubblica - 2 Agosto 2010

Zahara Soltani, 33 anni, sosia di Neda e oggi profuga in Germania. "Il regime mi perseguitava, voleva che mi sostituissi alla sua vittima"

La morte di Neda Agha-Soltan ha sconvolto milioni di persone in tutto il mondo. Poco più di un anno fa la studentessa iraniana fu uccisa dalle milizie di Ahmadinejad in una strada di Teheran.

Su un video che fu fatto girare in rete, milioni di persone videro gli ultimi momenti della giovane donna colpita a morte da un proiettile della polizia, riversa a terra con gli occhi ancora aperti e fiotti di sangue che uscivano dal naso e dalla bocca, mentre alcune persone cercavano inutilmente di soccorrerla e un uomo vicino gridava il suo nome: "Neda!".

Quell'immagine fu la prova schiacciante della brutale repressione del regime iraniano contro i milioni che protestavano contro la truffa elettorale che riportò al potere Ahmadinejad. Neda diventò l'icona del movimento di opposizione.

Tra chi vide quell'immagine sconvolgente c'era un'altra giovane iraniana. Aveva un cognome simile a quello della ragazza uccisa, Soltani, e anche lei frequentava la stessa università Azad, anche se - di quattro anni più vecchia di Neda Soltan - ormai come insegnante; e anche lei veniva chiamata familiarmente Neda, sebbene il suo nome vero fosse Zahra: è molto comune oggi in Iran che donne che hanno ricevuto nomi tipicamente islamici come Zahra o Fatemeh, preferiscano farsi chiamare con nomi che non appartengono alla tradizione islamica.

Non appena il video della morte di Neda venne diffuso su internet la stampa internazionale cercò di capire chi fosse quella ragazza. Dalla rete emerse così una foto di Neda Soltani, 33 anni, molto somigliante alla vittima, almeno per quanto permetteva di vedere il foulard che le copriva la testa. La sua foto fu pubblicata su internet come quella della ragazza uccisa e mostrata in diversi reportage televisivi.

Un errore che "ha cambiato la mia vita", racconta oggi Neda (Zahra) Soltani, ormai al sicuro in Germania dove ha ottenuto asilo politico. La sua tranquilla esistenza tra casa e insegnamento a Teheran ebbe infatti immediatamente fine.

Lei ricorda ancora la sorpresa di trovare decine di messaggi sulla sua mail, e lo shock di quando scoprì di essere data per morta. Lei naturalmente smentì, rivelò il caso di omonimia, e altrettanto fece la famiglia dell'altra Neda, pubblicando in rete le vere foto della ragazza uccisa.

Ma le autorità iraniane, che cercavano disperatamente di contrastare il video che rivelava le dimensioni della violenza usata contro manifestanti inermi, pensarono di aver trovato il modo per beffare il mondo.

Il 24 giugno, il giorno dopo la pubblicazione delle foto sul web, la polizia segreta era già sulle sue tracce. Impaurita, Neda Soltani cercò di mettersi in contatto con i media internazionali per spiegare l'errore e con Amnesty International per chiedere aiuto.

L'intelligence la prelevò per un primo interrogatorio tre giorni dopo. "Volevano convincermi a presentarmi alla televisione iraniana per affermare che Neda era viva e che il video era solo una montatura, volevano che dicessi che la mia foto era stata data ai media occidentali dall'ambasciata greca".

Poi passarono alle minacce e le misero di fronte il tabulato delle chiamate che aveva fatto a Amnesty International, dicendo che non aveva scelta: o faceva come loro dicevano o sarebbe stata accusata di spionaggio. Il giorno dopo Neda Soltani lasciò l'Iran. "Tutto quello che avevo era uno zaino, il mio laptop e una borsetta", racconta al New York Times. Rimase in Turchia per nove giorni, poi passò in Grecia e di lì in Germania.

Ora Neda Soltani vive nelle vicinanze di Francoforte, non ha un lavoro, e si sente sperduta. "Ho nostalgia di casa. La mia vita è stata sconvolta dai media occidentali e dalla polizia segreta iraniana. Spero che almeno i media si rendano conto di quello che hanno fatto".

lunedì 2 agosto 2010

Dalla "Nuova Alba" irachena all'Eterno Tramonto afghano

Oggi il presidente USA Obama ha lanciato l'operazione "Nuova Alba" per annunciare in modo ufficiale le tappe del ritiro delle truppe americane dall'Iraq, da qui alla fine del 2011, rilanciando contemporaneamente la guerra in Afghanistan dove, secondo lui, si stanno facendo "progressi". Quali poi? Mistero...

Ma tutti sanno che la guerra in Afghanistan, come del resto già quella in Iraq, è irrimediabilmente persa e non basterà certo a risollevarne le sorti la decisione del Pentagono di aumentare gli attacchi con artiglieria e aerei contro i covi dei talebani.

E, a conferma dei "progressi" vaneggiati da Obama, l'Olanda ha ufficialmente concluso ieri la sua missione in Afghanistan annunciando il ritiro delle truppe, mentre l'anno prossimo se ne andranno anche i canadesi.

E l'Italia? Beh, ormai "noi" in quel Paese abbiamo una stabile colonia di emigranti armati...


La guerra "giusta" di Obama ormai perduta
di Lucio Caracciolo - www.repubblica.it - 29 Luglio 2010

La posta rimasta in gioco è una sola: a chi attribuire la responsabilità della sconfitta? I file di WikiLeaks dimostrano la frustrazione di chi sta al fronte senza coperture.

La guerra in Afghanistan è persa da tempo. Eppure continua. Non perché sia possibile vincerla, ma perché chi l'ha persa non trova il coraggio di ammetterlo.

E di assumersene la responsabilità. Sicché sul fronte afgano-pachistano si uccide e si muore come mai in questi nove anni di un conflitto apparentemente interminabile.

Ieri è toccato a due nostri soldati, impegnati in una missione che il nostro governo non trova il coraggio di chiamare con il proprio nome: guerra. Peggio, una guerra di cui non sappiamo chiarire l'obiettivo, se non slittando in una retorica che suona ormai peggio che falsa, offensiva per i nostri caduti e per la nostra democrazia.

Se vogliamo dare un senso al sacrificio dei nostri militari dobbiamo capire perché oggi stiamo molto peggio che all'inizio di questa campagna. E stabilire come uscire da un meccanismo infernale che non siamo in grado di controllare.

Noi italiani in Afghanistan ci stiamo per l'America. Ma l'America non è più sicura delle ragioni per cui pensava di doverci stare. Se prima potevamo fare l'economia di un nostro punto di vista, oggi non più. I nostri alleati l'hanno capito e stanno definendo una posizione propria, visto che quella americana è piuttosto nebulosa.

Lo hanno fatto prima canadesi e olandesi, poi tedeschi e financo inglesi, tutti alla ricerca di una via e di una data di uscita dalla trappola afgana. Quanto a noi, restiamo a rimorchio di un convoglio impazzito, con diversi vagoni già deragliati.

Perché la novità degli ultimi mesi è che i militari americani cominciano a non poterne più, a non credere nella propaganda che d'ufficio sono costretti a disseminare. I leader politici lo sanno bene, ma si dividono su come affrontare l'emergenza di un conflitto invincibile.

Oltre alla guerra calda, contro gli insorti, è in corso una guerra fredda fra capi militari e politici. Sul terreno questo si traduce nel caos operativo, fatto di ordini e contrordini, di scelte proclamate e subito rivedute, di rivalità personali e di corpo.

Prima il caso McChrystal, poi, in stretta sequenza, i 91.731 documenti più o meno segreti trapelati attraverso le larghe maglie dell'intelligence Usa, rivelano la frustrazione di chi sta al fronte senza sentirsi le spalle coperte. Anzi, teme di finire vittima delle faide di Washington. E dunque vorrebbe andarsene al più presto.

Questo clima può contribuire a spiegare una tale fuga di notizie riservate: un modo scelto da alcuni militari per alimentare lo scetticismo dell'elettore americano, per sbattere in faccia ai decisori i fatti e non le pietose bugie che amano ripetere, ad esempio riguardo all'"alleato" pachistano.

Difficile bere la favola della talpa ventiduenne incistata in una base a nord di Bagdad, che avrebbe trasmesso quella miniera di informazioni classificate all'attivista australiano Julian Assange, sulfureo capo di WikiLeaks.

Le dimissioni dell'ex comandante del fronte afgano scelto da Obama e le rivelazioni del sito pirata sono le punte emerse della furibonda battaglia intestina che sta scuotendo l'intera Amministrazione, nei suoi centri nervosi militari e politici.

I rapporti pubblicati da WikiLeaks non cambiano il quadro afgano-pachistano già noto al pubblico più accorto, ne accentuano solo le tinte fosche. Ma hanno un notevole impatto politico-mediatico. Perché illustrando con inediti dettagli il fallimento afgano, demoliscono il teatrino che Obama stava allestendo per fingere di vincere la guerra persa.

Il "cambio di strategia" partorito a fine 2009 dopo mesi di scontri fra le diverse branche dell'amministrazione e fra i troppi Napoleoni che si affrontano negli alti comandi delle Forze armate Usa, aveva infatti un solo obiettivo: "oscurare" l'Afghanistan prima dell'inizio della campagna presidenziale del 2012.

Il cuore della famosa controinsurrezione - la bibbia strategica di Petraeus e McChrystal - consiste infatti nell'imporre la propria "narrativa", ossia la propria propaganda, come vera. Una paradossale controinformazione ufficiale.

Obiettivo: trasformare qualche successo tattico in Vittoria, fingere di aver allestito uno Stato non indecente a Kabul, e ritirare il grosso delle truppe prima del voto. Non molto diversamente da quanto Bush aveva immaginato di fare appena presa Bagdad.

L'ironia della storia vuole che oggi Bush possa apparire come colui che ha raddrizzato in extremis la disastrosa guerra mesopotamica - la "guerra sbagliata" secondo Obama - mentre l'attuale inquilino della Casa Bianca è additato come responsabile di un disastro maturato sotto il suo predecessore, come martellano le rivelazioni di WikiLeaks.

Percezione accentuata dal fatto che Obama ha subito fatto sua la "giusta" guerra afgana, quando già appariva perduta, mentre criticava la campagna irachena, anche quando a Baghdad l'orizzonte pareva schiarirsi (o meglio, la controinformazione ufficiale ne offriva con successo, e con qualche fondamento, una fotografia rassicurante).

Obama sperava di potersene andare avendo salvato la faccia con qualche successo modesto ma ben rivenduto. Come ad esempio la troppe volte annunciata e poi rinunciata presa di Kandahar, eretta a Berlino talibana. Il guaio è che il trucco non funziona. Il teatrino non è credibile.

La ribellione di McChrystal e le rivelazioni affidate a WikiLeaks dimostrano che la posta in gioco non è più la sconfitta o la vittoria, ma la responsabilità della sconfitta. Il cerino è acceso e sta girando di mano in mano, tra Casa Bianca, Pentagono, Dipartimento di Stato e dintorni.

Su questo sfondo, suona sempre più patetica la tesi per cui la nostra presenza in Afghanistan serva a impedire che vi si installino i terroristi. Come confermano in abbondanza i documenti dell'intelligence Usa, non solo la campagna ha rafforzato i Taliban, ma ha contribuito a destabilizzare il Pakistan.

Più che nelle caverne o nelle gole afgane, è nel vespaio pachistano che bisognerà scavare, se davvero intendiamo limitare il rischio, mai sradicabile, di un nuovo 11 settembre. Rischio aumentato, non diminuito, dalla guerra in corso.

Un giorno, temiamo non vicino, ce ne andremo. Non perché avremo compiuto la missione (quale?). Per esaurimento. Con questa inerzia, dall'Afghanistan non ci ritireremo: lo evacueremo.



L'Olanda si ritira dal conflitto afghano e i talebani esultano
di Guido Olimpio - Il Corriere della Sera - 2 Agosto 2010

Ieri il passaggio di consegne con gli americani. L`Olanda si ritira dal conflitto afghano e i talebani esultano. L'anno prossimo toccherà ai canadesi. Un ritiro annunciato, previsto, ma comunque un passo significativo.

Il contingente olandese in Afghanistan -1.950 soldati - ha concluso ieri la sua missione nel settore di Uruzgand e torna a casa. Un disimpegno - assicurano i portavoce Nato - che avrà un impatto minimo sulle operazioni, un segnale però della difficoltà per gli alleati europei di continuare a morire per Kabul. Infatti, la Nato aveva chiesto all'Olanda di mantenere la presenza ma ciò ha prodotto in febbraio il collasso della maggioranza di governo in Olanda.

Il comandante, il generale Peter van Uhm, nel passare le consegne ad americani e australiani, ha affermato che. la situazio- ne nella regione controllata dai suoi uomini è migliorata «anche se resta molto da fare».

Una missione costata la vita a 24 soldati, compreso il figlio di van Uhm, dilaniato da un ordigno rudimentale nell`aprile 2008. Il contingente si è conquistato onore e prestigio con una strategia efficace, molto simile a quella adottata dai reparti italiani.

Il rientro a casa degli olandesi è l`inizio di un conto alla rovescia che vedrà il ritiro del Canada entro il prossimo anno, quello polacco nel 2012 e britannico tra il 2014 e il 2015. Gli americani, da parte loro, hanno annunciato una riduzione del contingente dal prossimo anno, ma come ha precisato ieri il segretario alla Difesa Robert Gates sarà una riduzione molto ridotta nei numeri. Non è un mistero che il nuovo comandante del contingente David Petraeus è contrario a ridurre le forze a disposizione.

1 145 mila soldati alleati in Afghanistan (120 mila inquadrati nella missione Isaf, più i soldati americani che operano nel quadro della missione Enduring Freedom) i restanti servono tutti, anzi non bastano. Gli stessi olandesi lasceranno fino a gennaio la loro componente aerea, composta da 4 caccia F16 e sette elicotteri.

Se è vero che sul piano strettamente militare la partenza dell`Olanda può essere assorbita, nessuno nasconde il valore simbolico e propagandistico. Contro un avversario che gioca sulle divisioni bisogna mostrarsi compatti.

Altrimenti ogni cedimento è visto come un incentivo a colpire di più. Ieri, insieme alla congratulazioni della Nato, sono arrivate, per opposte ragioni, quelle dei talebani che si sono «felicitati» con governo e popolazione olandesi per la scelta.

Gli insorti, del resto, continuano a essere letali visto che luglio, con oltre 6o vittime, è stato il mese peggiore per la coalizione.

E il comando alleato è alla continua ricerca di strategie che possano limitare i danni di un conflitto impossibile da vincere.

Non è disfattismo ma sano realismo.



Come e perchè siamo in guerra
di Maso Notarianni - Peacereporter - 29 Luglio 2010

Ieri altri due italiani sono morti in Afghanistan. Saltati in aria mentre cercavano di disinnescare un ordigno esplosivo collocato ai bordi di una strada. Due giorni prima Wikileaks ha pubblicato un corposo dossier in cui, tra le altre cose, si dice (fonte Esercito degli Stati Uniti) che gran parte degli ordigni esplosivi usati dai talebani sono costruiti utilizzando delle mine anticarro di produzione italiana riadattate.

Nessuno ci dirà mai se questi due ragazzi morti in Afghanistan (e gli altri uccisi negli anni scorsi) siano stati colpiti dal made in Italy. Da quanto si legge, almeno uno dei nostri Lince è stato colpito con mine italiane.

Tra qualche giorno, il 2 o il 3 agosto, il Senato della Repubblica italiana approverà (ne siamo certi) il rifinanziamento della missione militare in quel Paese. Una missione che da quasi dieci anni tutte le forze politiche hanno contribuito a sostenere, salvo i ripensamenti di quest'ultima ora. Andremo a spendere, nei prossimi sei mesi, circa 65 milioni di euro al mese. Dal 2004 gli italiani uccisi sono 29. In totale i miitari stranieri uccisi sono quasi 2000.

Cosa si possa fare, in Italia o anche in Afghanistan, con 65 milioni di euro, è facile immaginarlo. Scuole, pensioni, stipendi, asili da noi o laggiù sarebbero certamente più utili a farci vivere più tranquilli, visto che qui siamo messi male grazie alla crisi e laggiù - oramai lo dicono anche i militari - è più utile una scuola o una fabbrica o un ospedale per combattere un "terrorismo" che si nutre della disperazione e della miseria.

E a proposito di ospedali, oggi riapre l'ospedale di Emergency a Lashkar-gah. Sempre nei dossier di Wikileaks si parlava di una ong italiana che ha un ospedale e che è diventata insufferable, insopportabile, (GUARDA) al governo degli Stati Uniti. Il cablo è del 2007. E l'Ong italiana è decisamente Emergency. Che per l'ospedale spende meno di un milione e mezzo di euro all'anno.

E' una buona notizia. Sia ovviamente per i feriti di questa guerra (che siano civili, militari afgani o talebani poco importa) che potranno di nuovo essere curati gratuitamente e in un ottimo ospedale, sia per noi che siamo qui, che potremmo ricominciare a sapere una minima parte degli effetti di questa devastante guerra. Emergency potrà ricominciare ad essere insopportabile.

Sarebbe bello che dossier come quelli di Wikileaks ma anche gli articoli di PeaceReporter fossero più conosciuti. Questa mattina ho sentito su Rai1 una serie di "inviatoni" di grandi testate sostenere che le notizie date da Wikileaks erano ampiamente state raccontate da loro, dalle loro televisioni e dai loro giornali. Si chiama "disinformatia": quei documenti sono talmente esplosivi che adesso tutti si devono concentrare in una difficile opera di demolizione.

Ma noi sappiamo che non è vero: di quelle cose pochissimi hanno parlato. E tra quei pochissimi PeaceReporter e Emergency, che per questo è diventata insufferable. Perché se si raccontasse quel che succede, magari gli italiani comincerebbero a chiedersi - a chiedere soprattutto - perché dobbiamo spendere vite umane e soldi in una guerra inutile. Inutile come tutte le guerre, ma questa volta a dirlo sono i militari.


Dei soldati morti in Afghanistan non frega niente a nessuno

di Mazzetta - www.agoravox.it - 30 Luglio 2010

Le due ultime vittime italiane del conflitto afgano ci hanno consegnato la certezza che della sorte dei nostri soldati impegnati in quella missione non importa più niente a nessuno, esclusi naturalmente gli amici i parenti e i commilitoni.

La guerra in Afghanistan ha stancato tutti,compresi gli entusiasti della prima ora, quelli del sempiterno "armiamoci e partite" e pure quelli timorosi dell’invasione islamica, che dopo essersela presa anche con i rom e i romeni seguendo le indicazioni di chi sul razzismo ha costruito le sue fortune politiche adesso sono un po’ stanchi, privi di indicazioni dall’alto su chi riversare il proprio malessere e pure piegati dalle difficoltà poste dalla crisi economica.

La loro morte è stata sbrigata dai media con il format ormai consueto al quale l’opinione pubblica ha risposto con l’assoluta indifferenza.

Dopo nove anni dall’undici settembre 2001 non c’è traccia dei presunti piani d’invasione islamica dell’Occidente, così come non c’è traccia di attentati "islamici", che nel nostro paese si sono materializzati solo sotto forma dell’attacco di un singolo squilibrato a una caserma milanese, tanto temibilie che l’unico a soffrirne le conseguenze è stato proprio l’attentatore.

La stanca propaganda governativa sostiene che sia proprio grazie agli interventi in Afghanistan e Iraq (che nulla aveva a che spartire con il terrorismo islamico o con la famigerata al Qaeda), ma ora più che mai è evidente a chiunque che si tratta di una delle tante balle partorite al fine di spingere il paese a partecipare ai due massacri.

Massacri, perché a fronte di un paio di migliaia di soldati di soldati occidentali se ne sono andati quasi un milione di iracheni e qualche centinaio di migliaia di afgani, per non parlare dei feriti che sono un multiplo di quei numeri e dei profughi, che solo in Iraq sono più di quattro milioni, una parte rilevante della popolazione.

I motivi che hanno spinto a queste avventure si sono rivelati falsi, non che non si sapesse anche prima, ma a distanza di anni è diventata di pubblico dominio la loro falsificazione, così come sono diventati di pubblico dominio il ricorso da parte dei "portatori della democrazia" alla tortura, ai crimini di guerra, alle prese d’ostaggi e alle rappresaglie sulla popolazione civile, all’uso di armi chimiche e a ogni genere di gioco sporco.

Azioni per le quali i nostri contingenti e il nostro governo portano gravi responsabilità, a partire dalla servile complicità che ha permesso di sostenere ogni nefandezza perpetrata dagli alleati con il silenzio omertoso e con una propaganda degna di miglior causa.

Il motivo per il quale ci siamo impantanati in questi due conflitti è ormai evidente a tutti ed è la necessità personale di Silvio Berlusconi di acquisire e mantenere lo status di alleato benemerito degli Stati Uniti ad ogni costo.

Status che gli è servito a vestirsi dei panni dell’utile sostenitore di queste avventure e a guadagnare il sostegno americano a prescindere dall’essere un buffone impresentabile, impegnato in numerose truffe in patria e in bassi commerci con alcuni tra i peggiori autocrati del pianeta all’estero, gli unici che non hanno timore di mostrarsi in sua compagnia.

Per portare il paese a una guerra illegale secondo la nostra Costituzione, Berlusconi si è giovato del suo personale apparato di propaganda politica e delle centinaia di giornalisti ed opinionisti che mantiene a libro paga da anni, ma ha goduto anche dell’appoggio dei filoamericani "a prescindere".

Lo "spione" Renato Farina (condannato e poi retribuito con un seggio parlamentare) è solo l’esempio più evidente, ma basta scorrere le cronache dal 2001 al 2003 per compilare una robusta lista di personaggi simili, pronti a mentire sapendo di mentire pur di assecondare le smanie berlusconiane o la volontà dell’amministrazione Bush, definendo "missioni di pace" le due guerre.

Non uno di questi ha mai pensato di chiedere scusa ai propri lettori quando la verità è stata certificata dagli eventi (vedi l’inesistenza delle "armi di distruzione di massa") o da fonti statunitensi e occidentali, nessun giornale o telegiornale tra quelli che hanno spinto il paese alla guerra ha neppure organizzato un dibattito per chiedersi come sia stato possibile un tale stravolgimento della verità e di chi fossero le responsabilità.

Non stupisce, solo nell’ultimo anno abbiamo visto che buona parte dei professionisti dell’informazione è capace di omettere le notizie più importanti o d’inventare ogni genere di calunnia senza fare una piega, da noi non c’è spazio per quelle abitudini civili che hanno spinto autorevoli quotidiani come il New York Times o il Washington Post (di tendenza opposta) a chiedere perdono ai lettori e poi ad investigare quanto successo. Per il nostro paese è fantascienza.

Ancora di più considerando che le guerre hanno avuto il consenso bipartisan e quasi assoluto delle forze politiche, nonostante milioni di cittadini avessero espresso con veemenza la loro opposizione e nonostante il dettato costituzionale contrario.

Il sostegno di Washington nel nostro paese è ancora inseguito come ai tempi del Piano Marshall, quando il futuro del paese era appeso agli aiuti americani e i governi di Roma avevano bisogno del placet di Washington come quelli oltre cortina avevano bisogno del gradimento di Mosca.

Servilismo infondato e fuori temo massimo si direbbe, eppure ci sono stati governi europei che hanno costruito la loro fortuna proprio rifiutando l’avventura irachena, che tra le due era sicuramente la più folle e priva di fondamenti condivisibili.

Oggi il gioco continua come prima per gli stessi motivi. Berlusconi non può permettersi di alienarsi anche Washington visto che in Europa lo trattano come un paria e al ministero della dfesa c’è il povero La Russa, che da ex-fascistello è ben lieto di spandere retorica guerresca sui cadaveri che rientrano a Roma e di dare del disfattista a chi ancora sostiene l’inutilità e l’illegalità del nostro impegno in Afghanistan.

A La Russa piace da matti fare il comandante in capo e poco importa se sotto la sua guida e l’amministrazione di Tremonti i militari sono stati taglieggiati come gli altri cittadini e addirittura buttati in mezzo a una strada svendendo le abitazioni assegnate loro per ragioni di servizio.

Molto meglio spendere qualche miliardo di euro per più di cento aerei americani e per la loro manutenzione, aerei assolutamente inutili che insieme ai caccia "europei" doteranno il nostro paese di quasi trecento aeromobili per i quali non si vede altro impiego che in altre possibili guerre illegali, stante il nostro paese associato alla NATO e stante l’inesistenza di qualsiasi minaccia militare almeno per i decenni a venire, non è che le superpotenze nascano inosservate dalla sera alla mattina e l’unica esistente è, e sarà a lungo, quella americana.

Quando anche dovessero decadere gli USA, la stessa Europa è militarmente in posizione di plateale vantaggio sul resto del mondo, sono gli altri che devono aver paura di noi, semmai.

Affari da basso impero dunque; coperti da retorica patriottica da quattro soldi; e non c’è da stupirsi che alla lunga abbiano ceduto anche i protagonisti del fronte contrario alle avventure militari. È più la fatica che il gusto scendere in piazza per vedere comunque la Costituzione violata e ceffi sbraitanti che ti danno del traditore (quando va bene) da ogni televisione e da quasi tutti i giornali per anni.

Così siamo giunti ad oggi e al punto in cui non frega niente a nessuno dei nostri soldati che muoiono, nemmeno a chi ha sostenuto l’utilità del mandarli a morire, e ancora meno frega a qualcuno dei miliardi di euro buttati in guerre perse in partenza o in spese militari ancora più assurde perché deliberate in tempi di crisi nera.

Perché in fondo, diggiamolo, gli italiani non sono mai stati troppo attenti agli sprechi e ai numeri e, per quasi tutti, le cifre espresse in miliardi di euro sono grandezze metafisiche che sfuggono alla comprensione, molto meno rilevanti di qualche euro in più o in meno in busta paga, anche se poi i soldi per queste sanguinose pagliacciate vengono proprio da lì, dalle tasche di ciascun cittadino e in particolare da quelle della maggioranza che vive di stipendi.

Maggioranza che oggi, quando muore un soldato italiano in missione all’estero, non prova alcuna pietà ed è più incline a discutere (con invidia malriposta) della sua busta paga da "professionista" che dell’opportunità d’impegnare il paese in una guerra senza senso e, per ammissione degli stessi americani, già persa .


L'Afghanistan si ribella
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 2 Agosto 2010

Monta la rabbia della popolazione afgana contro le truppe d'occupazione straniere dopo le ultime stragi di civili

Domenica il centro di Kabul ha assistito alla prima manifestazione popolare di protesta organizzata contro le forze Nato (video).

Centinaia di dimostranti, uomini, anziani e donne col burqa, sono arrivati nella capitale dalla provincia meridionale di Helmand, ma anche dai sobborghi della città, per urlare la loro rabbia contro il crescente numero di civili uccisi dalla Nato e per chiedere il ritiro degli eserciti stranieri dal paese.

Sorvegliati da centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa, i manifestanti hanno sfilato per le strade del centro di Kabul urlando 'Morte all'America!', mostrando cartelli con le foto di bambini vittime dei bombardamenti americani e striscioni che chiedono giustizia per i crimini di guerra commessi dalle forze Nato e la fine dall'occupazione straniera.

La maggior parte dei dimostranti sono arrivati dal profondo sud del paese, dal distretto di Sangin, in provincia di Helmand, dove lo scorso 23 luglio 52 civili sono stati uccisi da un missile sparato da un elicottero americano contro una casa del villaggio di Regey, nella quale decine di donne e bambini si erano riparati dai combattimenti che infuriavano poco lontano.

Sopravvissuti e residenti della zona sono venuti a Kabul per denunciare l'ennesima strage di civili che rischia di venire insabbiata: i comandi alleati continuano infatti a negare questa versione dei fatti, confermata dallo stesso governo Karzai.

Ma la manifestazione di domenica era anche una reazione all'incidente di venerdì scorso, quando due Suv blindati dell'ambasciata americana - guidati da contractors della DynCorp - hanno investito a folle velocità un'auto su cui viaggiavano quattro civili, uccidendoli sul colpo.
''Questi incidenti avvengono di continuo - protestava da dietro la retina del burqa Samìa, 26 anni - perché per loro non c'è differenza tra afgani o animali''.

''Dopo l'incidente - diceva ai giornalisti presenti Rabìa, una donna anziana - la gente era inferocita contro gli americani: se non fosse intervenuta la polizia li avrebbero fatti a pezzi. E se avessi potuto, lo avrei fatto anch'io''.

''Le truppe straniere se ne devono andare dall'Afghanistan - aggiunge Samìa - perché non riusciranno mai a fare nei prossimi anni quello che non sono riusciti a fare negli ultimi dieci. Rimanendo qui non faranno altro che provocare altri morti innocenti''.

Gli afgani accusano le truppe straniere non solo per le vittime civili causate direttamente dalle loro armi, ma anche per quelle causate indirettamente dalla loro presenza; che si tratti di persone uccise in un bombardamento dell'aviazione Usa o in un attentato talebano contro un convoglio Nato, per loro la causa di queste morti è sempre e solo una: l'occupazione straniera del paese.

Secondo le stime ufficiali dell'Onu, le vittime civili della guerra in Afghanistan dal 2001 a oggi sono state almeno 14mila. Molte di più secondo altre fonti indipendenti.


Iraq, Luglio il mese più violento da oltre due anni.
di Ornella Sangiovanni - www.osservatorioiraq.it - 2 Agosto 2010

In Iraq è guerra di cifre fra il governo di Baghdad e gli americani. Le cifre sono quelle sulla violenza, ovvero sulle sue vittime: quelle del mese di luglio, per essere precisi, che gli iracheni definiscono il peggiore – il più sanguinoso – da oltre due anni a questa parte, mentre le forze armate Usa non sono d’accordo.

La differenza non è piccola – è più del doppio.

Secondo i dati diffusi ieri dalle autorità irachene, i morti di luglio a causa della violenza sarebbero 535. No, sono solo 222, si sono affrettati a ribattere dai comandi militari statunitensi.

Anche sui feriti le cifre divergono, e non di poco: oltre 1.000 secondo Baghdad, solo 782 a detta degli americani .

Nessuna spiegazione sul perché ci sia un divario così forte da parte delle forze armate Usa, che si limitano a dire, in un comunicato, che “l’affermazione secondo cui luglio 2010 è stato il mese più letale in Iraq dal maggio 2008 non è corretta". E a dare i loro numeri – che sarebbero quelli giusti.

Quelli iracheni vengono dai ministeri della Difesa, degli Interni, e della Sanità – e formano un quadro preoccupante, mentre si avvicina la fine di agosto, quando gli americani ritireranno tutte le loro truppe “da combattimento” (ma 50.000 uomini resteranno comunque in Iraq fino al dicembre 2011).

Instabilità

Ritiro che avviene in una situazione di grande instabilità. Politica innanzitutto: a quasi 5 mesi dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento del 7 marzo scorso, a Baghdad ancora non c’è un governo – né lo si vede all’orizzonte.

Non che gli americani potrebbero fare granché. Ma di instabilità comunque si tratta.
Dunque, meglio smorzare le preoccupazioni. E dire che le cifre degli iracheni sono esagerate.

Il dato che arriva dalle autorità di Baghdad - 532 iracheni morti in luglio a causa della violenza – è il più alto dal maggio 2008, quando di morti se ne contarono 563, e mostra che il vuoto politico si sta ripercuotendo, in modo assai negativo, sulla situazione della sicurezza nel Paese.

Che gli attacchi siano opera di “al Qaeda in Iraq” o di altri (questo è impossibile saperlo con certezza), resta il fatto che le cose non vanno bene.

E’ la prima volta che fra le autorità irachene e gli americani c’è un contrasto così forte riguardo ai dati sulle vittime della violenza (che Baghdad comunica ogni mese).

“Facciamo del nostro meglio per essere vigili in modo da garantire che i numeri che riferiamo siano il più accurati possibile”, dice il tenente colonnello Bob Owen, un portavoce delle forze armate Usa. Dunque: le nostre cifre sono quelle giuste.

Civili vittime della violenza

Per quanto riguarda i dati degli iracheni, la maggioranza dei morti di luglio sono civili: 396. Tra le forze di sicurezza, il bilancio è di 89 vittime fra la polizia e 50 soldati.

Civili anche la maggioranza dei feriti: 680 dei 1.043 totali. Tra i feriti, secondo i dati dei ministeri iracheni, anche 198 poliziotti e 165 soldati.

Cifre inesatte, sostengono gli americani. Che insistono: la situazione è migliorata.

domenica 1 agosto 2010

Il trentennale della strage di Bologna e la vigliaccheria cialtrona del governo

E così dopo dopo l'assenza del ministro della Giustizia Alfano a Palermo, per le commemorazioni della strage di via D’Amelio, anche domani in occasione del trentennale della strage di Bologna non ci sarà un ministro o un sottosegretario in veste ufficiale a rappresentare il governo. Ma solo il Prefetto.

Ancora una volta l'indifferenza, ma soprattutto la vigliaccheria, del governo evidenziano quanto l'attuale esecutivo sia formato da una banda di cialtroni senza alcun senso dello Stato, preoccupati solo a presenziare a feste pecorecce di compleanno, a partite di calcio.

E a farsi i cazzi propri.


La fuga dei ministri dalla piazza di Bologna
di Michele Serra - La Repubblica - 30 Luglio 2010

Nel trentennale del gesto politico più sanguinario della storia repubblicana, Bologna per la prima volta ricorda i suoi morti senza il governo e (quasi) senza lo Stato. La presenza onorevole e simbolica del prefetto non basterà a coprire la voragine di un'assenza oggettivamente gravissima, perché sancisce ufficialmente la mancanza di una memoria condivisa.

E dopo trent'anni, riconsegna il lutto alla comunità bolognese come fosse «cosa sua». I precedenti sono noti. La sentenza definitiva sulla strage, che ne attribuisce l'esecuzione ai terroristi neri (strage fascista, dunque, non è una forzatura ideologica) viene defalcata a «verità politica» da buona parte della destra italiana, così che anche la sola strage terroristica che abbia avuto una lettura giudiziaria pienamente conclusa viene risospinta nel limbo insopportabile delle mezze verità e dei misteri inafferrabili.

Questa lesione, più recente, è andata a sommarsi al radicato astio che una piazza così orribilmente offesa già nutriva per il potere politico del tempo, accusato di depistaggi, coperture, silenzi: in due parole, di alto tradimento.

Di qui la radicata pratica dei fischi rabbiosi che accolgono ogni anno governanti anche incolpevoli, ma giudicati responsabili della continuità omertosa dello Stato, simboli di un potere inaffidabile, ipocrita e distante.

Non interessa, qui, valutare ragioni e torti di questa frattura che in trent'anni, piuttosto che ridursi, si è radicalizzata. Interessa misurarla, la frattura, in tutta la sua incurabile profondità: un lutto nazionale tra i più dolorosi e significativi viene infine giudicato non gestibile, politicamente incontrollabile, dal governo centrale, che lo rimbalza alle autorità locali (con macabro sarcasmo, si potrebbe dire che anche questo è federalismo...).

Si noti che il ministro incaricato non avrebbe dovuto parlare in piazza ma in Comune, per tutelarlo dalle contestazioni e per tentare di interrompere il rituale aspro dei fischi. Tanto non è bastato al governo per decidere di essere a Bologna questo 2 agosto.

La fuga di Roma da Bologna colpisce anche perché si aggiunge a un quadro di separazione progressiva e tumultuosa dei cittadini dalla politica, e della politica dai cittadini. Paiono vite parallele, dunque mai convergenti, anche quando l'occasione riguardi tanto la società quanto le istituzioni, vedi le commemorazioni palermitane di Falcone e Borsellino che sono state quasi «privatizzate» dai cittadini per evitare contiguità indesiderate.

Probabile che anche a Bologna molte voci commentino con sollievo la latitanza del governo, «stiano pure a casa loro». Ma un Paese nel quale la politica teme il popolo (a meno di incontrarlo in festose adunate di consenzienti, o di farne comparsa per tripudi di massa) e il popolo disprezza la politica, è un paese schizofrenico, sdoppiato, e in ultima analisi paralizzato fino a che accada qualcosa che sblocchi questo impotente ringhiarsi, evitarsi, detestarsi.

Se nell'agenda del governo, alla data del 2 agosto, non è segnata con l'evidenziatore la parola «Bologna», significa che il prezzo di quattro fischi non vale il dovere di rappresentare lo Stato, nemmeno nel chiuso di un Palazzo comunale.

Sia viltà politica, sia pura sottovalutazione, sia il calcolato sgarbo a una città ex-rossa e oggi commissariata (e quasi felice di esserlo: altro scacco alla politica), è una prova di sconsolante debolezza.



Bologna, 2 agosto 1980, il capitolo più atroce dello stragismo.Trent'anni di bugie
di Andrea Colombo - Giovanni Fasanella - www.glialtrionline.it - 1 Agosto 2010

Fin'ora una sentenza sbagliata e nessuna verità. Perchè?

Ottancinque morti, centinaia di vite spezzate, una città pugnalata al petto un paese sconvolto. Dalla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna sono passati tre decenni e la verità è ancora ignota. Non è la sola strage rimasta avvolta nel mistero, però è la sola per cui chi sarebbe delegato almeno a cercare la verità ha smesso di tentare.

I magistrati della procura di Bologna e la stessa Associazione dei parenti delle vittime della strage hanno preferito accontentarsi di una verità di comodo, confezionata senza nemmeno troppa cura dai servizi segreti per impedire, in nome della ragion di Stato, che venissero alla luce gli intrighi internazionali che fecero da cornice alla strage.

Gli allora ragazzini dei Nar erano il capro espiatorio perfetto. Erano fascisti e addossargli la responsabilità del misfatto avrebbe soddisfatto tutti quelli che da anni ripetevano che le stragi erano fasciste. Erano terroristi, e chi avrebbe mai fatto caso a un ergastolo in più o in meno tra i tanti. Erano privi di ogni potente copertura, e quindi si poteva stare sicuri che nessuno si sarebbe formalizzato a fronte di un impianto processuale che era tutto un'unica, gigantesca falla.

Il gioco è riuscito solo a metà e ogni anno che passa riesce sempre meno. Perché non la destra, ma la miglior sinistra di questo paese, a partire dal Manifesto di Rossana Rossanda, non ha accettato il ricatto antifascista e ha gridato forte e chiaro che quella sentenza era sbagliata.

Perché prima i dubbi, poi la certezza dell'errore giudiziario si sono fatti sempre più strada tra chiunque abbia avuto a che fare con quella vicenda: giornalisti, storici, magistrati. Perché la verità che a Bologna nessuno cerca continuano a cercarla, da soli, quegli stessi giornalisti, storici e magistrati o ex magistrati. E pazientemente, tassello per tassello, la ricostruiscono.

Per la procura di Bologna e per il presidente dell'Associazione parenti delle vittime sono tutti traditori, revisionisti, complici dei fascisti, nemici, da colpire e mettere all'indice. Lo hanno fatto per anni, continueranno a farlo e ce ne dispiace. Ma a quei parenti delle vittime vorremmo lo stesso dire che sbagliano, che chi insegue la verità nascosta da una sentenza che la verità occulta è oggi il loro miglior amico.

Perché i condannati sono innocenti

Sono passati trent'anni dall'inferno di quel 2 agosto 1980, quando gli orologi della stazione di Bologna si fermarono e 85 vita furono spazzate via dalla più deflagrante e assassina fra le troppe esplosioni che avevano costellato il decennio precedente. È la strage più sanguinosa e feroce. È quasi l'unica di cui non si possa dire, "una strage senza colpevoli", tre persone essendo state condannate in via definitiva per quel misfatto.

Ma è anche quella sulla cui matrice regnano più dubbi, e sulla colpevolezza di quei colpevoli ormai giurerebbero in pochi. Ad avanzare quei dubbi non sono stati gli amici degli imputati, non è stata la destra da cui provenivano. I Gasparri che oggi strepitano sono rimasti per anni, anzi decenni, in silenzio, troppo impauriti e troppo calcolatori per prendere una posizione aperta quando non erano in tanti a farlo.

A sollevare quei sospetti sulla colpevolezza di Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Francesco Ciavardini è stata per prima la sinistra, sono, stati una testata e una intellettuale militante certo non sospetti di simpatia per i fascisti di qualsivoglia millennio: il manifesto e Rossana Rossanda. Ed è nata dalla sinistra la più importante associazione innocentista, "E se fossero innocenti".

Certo, gli imputati erano stati terroristi d'estrema destra, e tuttavia troppe erano le ombre che oscuravano la verità dell'unico teste che inchiodava gli ex militanti dei Nar, Massimo Sparti, malavitoso e nazista. I parenti che smentivano in coro la sua ricostruzione. Le contraddizioni su quei documenti che, Fioravanti gli avrebbe chiesto per Francesca Mambro subito dopo la mattanza.

L'assurdità di quella confessione che Fioravanti avrebbe deposto nelle sue infide mani, «Hai sentito che botto? Noi c'eravamo vestiti da tirolesi». Tanto per passare inosservati. La scarcerazione per gravissimi motivi di salute, un cancro allo stato terminale, retroceduto poi, anzi scomparso miracolosamente. La rimozione del direttore del centro clinico che si rifiutava di confermare l'inesistente malattia mortale. L'incendio in cui andarono distrutte le cartelle cliniche incriminate proprio pochi giorni prima che venissero ricontrollate.

Le versioni che cambiavano di processo in processo, in una vertiginosa girandola di bugie. Non c'era bisogno di essere fascisti per avvertire l'olezzo dell'intrigo, della manovra torbida nemmeno tanto ben allestita, della costruzione a freddo di un capro espiatorio.

Non c'era solo Sparti del resto. Troppo ambigui, per dire poco, gli altri testimoni. Quella Raffaella Furiozzi che all'epoca della strage era una bimba e che disse di essere stata informata di ogni cosa da un fidanzato, nel frattempo deceduto, che a sua volta aveva saputo tutto da una terzafónte. In gergo si dice "de relato de relato" e di solito conta ben poco.

Oppure Angelo Izzo, quel galantuomo che nell'80 stava in galera già da sei anni, non per terrorismo ma per stupro e omicidio, e che uscito di galera ha ucciso altre due donne. Fu lui a fornire l'elemento mancante all'impianto accusatorio: il movente. Fioravanti aveva ammazzato Piersanti Mattarella per conto di Licio Geli. Aveva eliminato Mino Pecorelli su ordine del venerando. Aveva messo la bomba per conto della loggia.

Era il killer della P2 e dunque non c'era più da chiedersi perché, senza mai aver giocato prima col tritolo in vita sua, si fosse risolto a un così efferato crimine. Gli incappucciati ordinavano. Lui eseguiva. Giovanni Falcone, un tipo serio, ascoltò Izzo, poi lo incriminò per falso. Per quei due omicidi, Fioravanti è stato assolto, e anzi in un caso neppure è arrivato al rinvio a giudizio. Gelli non lo ha mai visto in vita sua. Il movente approntato grazie a Izzo, sempre il galantuomo, è caduto.

La strage è rimasta "appesa nel vuoto". Senza movente. Senza ragione.

Ce n'era più che a sufficienza per dare vita a una campagna innocentisia, e se, all'inizio la sinistra storse parecchio il naso, con gli anni sono stati sempre di più i politici, gli intellettuali, i militanti che dell'innocenza di quei colpevoli si sono convinti. E lo sono anche molti, moltissimi magistrati, anche se devono stare bene attenti a dirlo.

Negli anni '90 Guido Salvini, nel quadro dell'ultima inchiesta su piazza Fontana, quella che ha portato all'accertamento delle responsabilità di Freda e Ventura, trovò elementi che scagionavano i Nar e indicavano una pista alternativa.

La procura di Bologna lo ha denunciato al Csm, lo ha accusato di "invasione di campo", gli ha dannato la vita e l'esistenza professionale per anni e anni. Sempre in nome della verità e dell'antifascismo, per carità. All'epoca non era facile indicare la direzione in cui avrebbero dovuto indirizzarsi le indagini se non fossero state "impistate" verso i Nar.

Negli anni, però di elementi nuovi ne sono emersi eccome. Carlos, il terrorista internazionale, ha trovato modo di raccontare che alla stazione quel giorno e in quell'ora, c'era un suo uomo Thomas Kram. Non che sia stato lui a mettere la bomba, per carità, tutta una manovra israeliana per incastrarlo, giura Carlos; uno che conosce solo le maniere oblique.

Sta di fatto che senza la sua ammissione della presenza di Kram a Bologna non si saprebbe niente, e nemmeno si saprebbe che per le autorità italiane non era affatto un nome ignoto. La sua presenza, anzi, era stata segnalata col massimo di urgenza.

Anche Francesco Pazienza, metà agente dei servizi, metà uomo di Gelli, uno di quelli condannati per il cosiddetto "depistaggio", ha detto infine la sua: «Il depistaggio è stato fatto dal Sismi per non far emergere la reale verità della bomba di Bologna. Secondo l'allora procuratore Domenico Sica c'era di mezzo la Libia, e coinvolgerla in quel momento avrebbe voluto dire tragedia per la Fiat e l'Eni».

La ricerca "innocentista", ormai, ha ceduto il passo a quella sulla verità, e il libro di Rosario Priore, il magistrato che indagò su Ustica, e Giovanni Fasanella è un passo importante in quella direzione. Solo da Bologna, purtroppo, nessun dubbio viene accolto, e chi sostiene l'innocenza dei condannati, chi insiste sulla necessità di cercare altrove per non lasciare quel crimine impunito viene trattato da traditore, da "revisionista".

Perché per la sinistra la strage di Bologna è stata in effetti uno spartiacque, e lo è ancora. Separa quelli che pensano che difendere l'innocenza degli ex Nar sia politicamente dannoso, o che ritengono, come mi hanno detto in molti, «Sono innocenti, però non sta a noi difenderli. Ognuno si difende i suoi», da quelli per cui le ragioni della verità vengono prima di quelle della convenienza di fazione o dell'antifascismo. Sono due sinistre diverse. Opposte.

...

Quella falsa verità data in pasto al PCI

Giovanni Fasanella - Andrea Colombo*

Come si fa a parlare dello stragismo italiano, delle bombe, degli anni di piombo, continuando a ignorare tutto quello che c'era intorno, il contesto internazionale, gli interessi delle varie potenze, incluse quelle di "medio calibro" che erano in gioco in quegli anni?

Da questa domanda e da questo presupposto sono partiti, per scrivere il loro libro, Intrigo internazionale, Rosario Priore, magistrato di lungo corso, già titolare dell'inchiesta su Ustica, e Giovanni Fasanella, uno dei giornalisti italiani che più metodicamente si è occupato di quella fase storica.

Fasanella, come sempre quando si rimette in discussione la verità giudiziaria sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, la reazione dell'Associazione dei parenti delle vittime e dei magistrati bolognesi è stata molto dura...

Sia il magistrato titolare dell'inchiesta che il presidente dell'Associazione ritengono che la verità giudiziaria sia un dogma inattaccabile. Chiunque osi sollevare un dubbio viene immediatamente tacciato di essere un traditore del popolo, senza rispetto per la verità giudiziaria. Un eretico da mettere al rogo. Il problema, però, è che molte cose sono cambiate dall'anno della sentenza definitiva.

Disponiamo di molti elementi in più. Molti archivi sono stati aperti. Molti personaggi hanno raccontato il loro frammento di verità. Pur dando per scontato che le sentenze vanno rispettate, gli elementi che abbiamo oggi in mano ci inducono a pensare che tutta quella chiave di lettura, al di là delle responsabilità dei singoli individui, è stata in qualche modo un teorema.

E quali sono le falle di quel teorema?

Non tiene conto del contesto internazionale. Si adagia su uno schemino che i sevizi, interessati a non far capire il quadro reale, hanno dato in pasto come un osso all'opposizione, confermando tutto quel che i comunisti avevano detto sulle stragi da piazza Fontana in poi. Gli hanno dato in pasto questo osso, e il Pci si è adagiato.

Ma questa verità appare oggi molto fragile e viene messa in discussione da più parti, non solo dalla destra ma da chiunque ragioni con la propria testa. Nessuno chiede la riapertura delle indagini, anche se alcune indagini sono pur state riaperte, ma abbiamo il dovere, l'obbligo morale di approfondire, di cercare la verità. Non una verità che accontenti qualcuno ma la verità.

Puoi specificare meglio a quale contesto internazionale fate riferimento?

Quello internazionale è appunto il contesto che è sempre stato escluso dalle ricostruzioni sia storiche che giudiziarie che giornalistiche.. Che la violenza politica e il terrorismo, sia di destra che di sinistra, abbiano. una radice interna profonda è incontestabile. Però col solo contesto interno non si spiega tutto.

Il quadro è estremamente complesso: la realtà interna ha interagito con un contesto internazionale nel quale c'erano più giocatori, ciascuno con un proprio specifico interesse a soffiare sul fuoco delle nostre tensioni interne.

Questo contesto abbiamo ricostruito in intrigo internazionale, con particolare attenzione al ruolo delle piccole e medie potenze, come la Francia, l'Inghilterra, la Rdt, la Cecoslovacchia. Ciascuna di queste piccole o medie potenze perseguiva un proprio interesse.

E la strage come si colloca in questo contesto internazionale conflittuale?

Direi che si colloca nel quadro del conflitto mediterraneo tra l'Italia da un lato, la Francia e l'Inghilterra dall'altro. Ma tocca anche il conflitto ìsraelo-palestinese. L'Italia aveva fatto con i palestinesi un patto inconfessabile, il lodo Moro, che lasciava ai palestinesi ampia libertà operativa nel nostro paese purché non compissero attentati in Italia.

Dopo l'assassinio del protagonista di questo patto, molte cose cambiano; molti equilibri saltano. E tentano di far fuori Gheddafi, perché Ustica questo è: un tentativo di uccidere Gheddafi, e Bologna si collega in qualche modo a Ustica.

Sono però due contesti diversi, uno riguarda il confitto tra potenze europee, a la tentata uccisione di Gheddafi e Ustica, l'altro riguarda invece il conflitto israelo-palestinese e il e patto tra Moro e Olp. In quale delle due cornici va a inquadrata la strage di Bologna?

Io e Priore abbiamo pareri diversi. Io ritengo che Bologna sia una ritorsione per aver salvato Gheddafi. Priore pensa invece all'ala più radicale dei palestinesi, il che non esclude l'appoggio di manovalanza italiana. In entrambi i casi, comunque, il contesto è quello dei conflitti nell'area mediterranea.

Le condanne ai danni dei vertici dei servizi per il depistaggio su Bologna, sono state considerate sempre un indizio della responsabilità diretta degli stessi servizi nella strage. Il che smentirebbe il quadro internazionale...

I depistaggi non comportano necessariamente una responsabilità diretta. Il depistaggio viene messo in atto per coprire verità che non si possono dire. Per quanto riguarda Bologna non si poteva confessare quell'accordo particolare con ì palestinesi e per Ustica non potevamo certo dire di aver spifferato a Gheddafi quali erano i corridoi aerei privi della copertura radar Nato. Gli avevano detto che poteva adoperare quei corridoi perché lì i radar non arrivavano.

E cosa avremmo fatto se i magistrati avessero accertato che erano stati i francesi, un paese amico, ad abbattere il DC9? Come avremmo potuto non reagire? La mia sensazione è che per questo sia stata costruita una verità giudiziaria che accontentava tutti: confermava le tesi del Pci sulla matrice fascista dello stragismo e allo stesso tempo copriva una verità non rivelabile.

Da Bologna, l'ex pm Claudio Nunziata nega però ogni valore a queste ipotesi...

Quando vedo magistrati come Armando Spataro, che scrivono libri di 600 pagine per dire non c'è più niente da sapere, mi chiedo: "ma allora che scrivono a fare?". E quando Nunziata accusa Priore di affermare la stessa verità di Valerio Fioravanti, non posso non pensare che anche i magistrati dovrebbero avere la stessa onestà intellettuale e umiltà di Priore. Priore che parte dal riconoscere i limiti delle verità giudiziarie, incluse quelle raggiunte da lui.

Dice: "Siamo arrivati solo sino a certo punto", e prova a spiegare perché non si è mai arrivati oltre. E risponde che è stato perché le inchieste erano condizionate da teoremi e chiavi di lettura ideologiche, oppure perché le ragioni della verità erano in contrasto con la ragion di stato. In Italia esiste da sempre questo eterno confitto eterno tra le ragioni della giustizia e della legalità e quelle dell'interesse di Stato.

*di Andrea Colombo, Storia nera. Bologna la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti (Cairo Editore, 2007)


2 agosto 1980, "Io non dimentico"
di Stefano Benni - La Repubblica - 1 Agosto 2010

Mi sembra di avere scritto su questo ricordo, ma non so quando. Dieci, venti anni fa. Ma quando ricordo è adesso. Sento la notizia da Brunella, che compra il giornale la mattina presto a Santa Maria di Leuca.

Non occorre parlare o mettersi d'accordo. Partiamo, con una vecchia Citroen, e guidiamo alternandoci per ore e ore. Quando arriviamo, siamo ancora nel pieno dei soccorsi, ancora scavano.

Trent'anni fa Bologna era diversa. Era stata colpita perché era diversa, perché era una speranza. Ora è una città come tante del Nord Italia, né brutta né bella. Ma tante persone ricordano quella data. E non certo per nostalgia del dolore. Per la speranza che combatté quel dolore. Perché qualcosa di quella speranza è rimasta. Ci sono state altre stragi, altro sangue, altro dolore inutile.

L'ultima strage, quella della legalità, si consuma non con la violenza delle bombe, ma non l'astuzia della propaganda e della potenza economica. Possiamo disquisire se le persone sono le stesse, o altre, o nuove, o migliori o peggiori.

Quello che è successo a Duisburg in nome del cosiddetto show, è una strage. Possiamo distinguere dicendo che non è stata pianificata, che tutti sono pentiti. Ma per chi ha perso delle persone care, è difficile distinguere, fare una scala del dolore, trovare qualche consolazione.

Quello che mi è facile invece, è ricordare chi ha ancora speranza. Pensare a quelli che scavavano, a quelli che scavano ancora. Quelli che sperano non ci sia il nome di una persona cara di un elenco di vittime.

Quelli che si sentono responsabili, e cercano di evitare stragi future. Quelli che vogliono la verità. So che sono ancora tanti, anche a Bologna. Forse non sono più rappresentati, forse la loro speranza è stata ferita e irrisa, forse qualche volta pensano: perché scavare quando tutto crolla?

Ma io so che queste persone ci saranno sempre, e mi conforta. Ogni volta che torno a Bologna, vedo i nomi sulla lapide della stazione. Qualcuno si ferma e si interroga, qualcuno nemmeno sa cosa significano quei nomi. Qualcuno neanche li guarda.

Ma qualche anno fa, vidi una donna straniera entrare, e mettere dei fiori sotto la lapide. Le parlai: non era una parente, era una donna che faceva solo un gesto di ricordo, di rispetto, non davanti alle autorità, ma davanti ai suoi sentimenti.

Al di là di ogni retorica e cerimonia, c'è sempre la forza di queste persone che sperano. E io spero che Bologna le ascolti molto di più, che sappia ritrovare il rapporto con la sua energia passata, che non ne faccia una statua in un museo.

Anche io, nel mio piccolo sforzo, scavo ancora, anche se dovrei e vorrei farlo di più. E scavando ho ritrovato il ricordo di quegli anni e posso dirlo forte: non dimentico e non voglio dirlo solo il due agosto.