lunedì 13 febbraio 2012

Grecia? Kaputt

Ieri il Parlamento greco ha approvato la manovra di ulteriori lacrime e sangue richiesta dalla troika (UE, BCE e FMI) con 199 sì e 74 no, mentre all'esterno del palazzo imperversavano gli scontri tra polizia e persone contrarie all'ennesima devastante macelleria sociale decisa fuori dai confini greci.

Addirittura i due partiti - Nuova Democrazia e Pasok, avversari da sempre fino a 3 mesi fa - che sostengono il governo guidato dal tecnocrate Lucas Papademos hanno anche espulso oltre 40 deputati che avevano deciso invece di votare no.

Chissà se anche Bersani e Alfano (leggi B.) farebbero lo stesso...



La Grecia e gli avvoltoi
di Beppe Grillo - www.beppegrillo.it - 12 Febbraio 2012

C'è qualcosa che mi sfugge. Perché la BCE ha prestato alle banche europee 498 miliardi di euro a tasso 1% per tre anni (soldi nostri, non manna caduta dal cielo) e non alla Grecia? Per salvarla ne era sufficiente una parte.

Perché i governi europei, incluso il nostro, non hanno destinato alla Grecia, per solidarietà, parte delle proprie spese militari (l'Italia spenderà 15 miliardi di euro per i cacciabombardieri americani F35)?

Perché l'Europa non aiuta la Grecia, ma la pone di fronte alla scelta tra default e schiavitù economica? Perché non c'è umanità, ma solo spocchia usuraia verso uno Stato fratello?



Cosa ci ha guadagnato la Grecia?
di Maurizio Blondet - www.rischiocalcolato.it - 13 Febbraio 2012

“Non cambiamo posizione, i responsabili greci lo sappiano”, ha detto la Merkel. E’ la sua ultima parola. Se il governo greco non fa’ gli ultimi tagli – e non può farli, perchè ha tagliato la carne dei greci fino all’osso, e la rivolta travolge il governo stesso – la Grecia non avrà l’ultimo pacchetto di “salvataggio” europeo-Fmi, i 130 miliardi in sospeso.

Ciò significa che il 20 marzo la Grecia farà bancarotta, non potendo rinnovare i 14,5 miliardi di Buoni del Tesoro in scadenza.

La durezza inflessibile della Merkel ha un motivo: il fallimento greco non è più una minaccia per la zona euro. I tre anni di negoziati e austerità devastanti che il governo greco ha concesso ai suoi creditori, nel vano tentativo di restare nell’euro, ha regalato ai banchieri il tempo per liberarsi dei titoli del debito greco, e divincolarsi dalla stretta del debitore: le banche straniere, si calcola, hanno ridotto la loro esposizione del 60 per cento. Per il resto, hanno già raggiunto un accordo di ristrutturazione tutto sommato a loro favorevole.

Lo ha spiegato al Telegraph William Buiter, capo-economista di Citigroup: “Ai primi di settembre ritenevamo che il costo dell’uscita della Grecia sarebbe stato molto alto per il resto del mondo; oggi pensiamo che il rischio sia molto minore perchè il contagio può essere contenuto”.

Anzi, per “il resto del mondo”, è diventato più alto il rischio nel salvare la Grecia: secondo il FMI, il paese avrebbe bisogno di iniezioni di 250 miliardi di dollari per i prossimi 10 anni. E tutto questo, per un paese che rappresenta solo il 2,5% dell’economia dell’area euro. Vale la pena? No, per i banchieri globali.

Ciò significa che i governanti greci si sono privati da sè dell’unica arma (di ricatto) che avevano, ossia di trascinare con sè nella rovina gli altri membri dell’euro-zona.

E per nulla: la bancarotta era già nei fatti da tre anni. Basti dire che l’ultimo pacchetto di salvataggio offerto dai poteri forti, quei 130 miliardi, rappresentano il 56% del Pil greco, un Pil che sta collassando. Quando mai quei 130 miliardi (un prestito, mica un regalo) avrebbero potuto essere restituiti?

Adesso la Grecia viene comunque abbandonata a sè stessa e alla bancarotta in catastrofe. E ci arriva, tagli dopo tagli alla spesa pubblica, rigore dopo rigore, con un’economia distrutta, una produzione industriale che è collassata, una popolazione ridotta alla miseria e senza paracadute sociali, una disoccupazione passata dal 18,2 per cento ad ottobre al 20,9 a novembre (un aumento del 14 per cento in un solo mese), capitali fuggiti all’estero per 60 miliardi (il 20% del Pil), le sue banche svuotate dai depositi, un’esazione fiscale atroce che però non riesce più a crescere perchè non c’è più niente da tosare, una gioventù che fugge all’estero perchè il paese è senza prospettive, il caos sociale insieme al caos finanziario.

Conclusione: la Grecia avrebbe fatto meglio a fallire prima. Tre anni fa. Dare un calcio alla “Troika” e alle sue interessate terapie di “risanamento”, rifiutare gli “aiuti” a caro interesse, e cessare i pagamenti alle banche tedesche e francesi – subito, quando ancora aveva un po’ di carne attaccata alle ossa.

Avrebbe affrontato la bancarotta, e il ritorno alla dracma, con qualche energia in più da spendere nella stretta di cinghia che avrebbe preparato il rilancio.

Rilancio che sarebbe avvenuto sicuramente, dopo due o tre semestri, con la riacquistata competitività: basti pensare che il turismo, che conta per il 16% del Pil, avrebbe avuto una ripresa tumultuosa grazie alla dracma debole. E così i noli navali, l’altro cespite nazionale.

La lezione dovrebbe servire anche per l’Italia, come per Spagna, Portogallo e Irlanda. E’ inutile accettare rigori e austerità per continuare a servire un debito impagabile. Il debito impagabile non va’ pagato.

Meglio accettare l’austerità auto-imposta dal default sovrano, ugualmente trragica, ma che prepara al rilancio e alla crescita, che insistere con tagli, svendita (privatizzazioni) e austerità che non danno prospettive, e pagare il prezzo della perdita di sovranità a vantaggio di un comitato di creditori e agenti pignoratori sovrannazionali.

Nel tenebroso caos che la Grecia deve adesso affrontare da sola, c’è un solo raggio di luce, ancorchè paradossale: ed è che la polizia greca sta facendo causa comune con i rivoltosi, la cui protesta è stata mandata a stroncare nella strade.

Il maggior sindacato di polizia ha emesso il seguente comunicato: “Rifiutiamo di metterci contro i nostri genitori, fratelli , figli, contro i cittadini che chiedono un cambiamento”.

Questo sì può cambiare le cose. Il popolo tosato e dissanguato, da solo, non ha potere di cambiare le cose. Per un semplice fatto: non ha armi, ha abbandonato le armi allo stato che ha il monopolio della violenza, ed è capace di organizzarla contro i cittadini.

Ma pensate se la nostra polizia, pensate se i carabinieri rifiutassero di fare da scorta ai nostri politicanti avidissimi, i colpevoli del nostro immane debito pubblico, a questi parassiti che ci hanno portato alla rovina, e poi hanno ceduto la sovranità che gli avevamo delegato ai “tecnici”, ossia ai maestri della tosatura e del salasso per conto dei banchieri e della Kommissione.

Pensateci: chi ha le armi per cacciar via questi parassiti miliardari dal governo e dal sottogoverno, per allontanarli dai posti dove continuano ad intascarsi il maltolto e a succhiarci il sangue? C’è da sognare.

La Grecia sta cominciando a diventare un esempio per noi, proprio adesso.



La troika ricatta la Grecia
di Mike Whitney - www.counterpunch.org - 10 Febbraio 2012
Traduzione per
www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

“Nessun esborso prima dell’implementazione” (Niente aiuti senza tagli al bilancio)

"Ci viene chiesto di prendere dosi sempre più forti di una medicina che abbiamo capito che è mortale e intraprendere qualcosa che non risolve il problema, ma che solamente posticipa la morte annunciata della nostra economia."

- Geronimo II, capo della Chiesa Ortodossa di Grecia.

Mentre le banche dell’UE hanno preso in prestito a tre anni più di 600 miliardi di dollari a tassi infimi (1 per cento) senza garanzie, i ministri delle finanze dell’eurozona stanno minacciando di spingere la Grecia in default per la miseria di 325 milioni di euro.

Una coalizione guidata dai tedeschi all'interno dell'Eurogruppo ha messo una scadenza di sei giorni perché la Grecia accetti ulteriori tagli al bilancio, altrimenti al paese verranno negati 130 miliardi di euro in prestiti.

In assenza del bailout, alla fine di marzo il governo greco esaurirà il tempo a disposizione e farà default. Sembra essere quello in molti sperano in segreto a Berlino.

A parte di 325 milioni di euro di tagli, i dirigenti della coalizione di governo della Grecia saranno costretti a firmare un impegno scritto in base al quale le condizioni dell'accordo verranno eseguite indipendentemente dalle elezioni.

La troika (Commissione Europea, FMI e BCE) vuole essere sicura di essere rimborsata indipendentemente dai cambi al governo.

Naturalmente, questi sviluppi hanno reso furibondi i greci. Non è insolito vedere le bandiere tedesche che vengono incendiate alle manifestazioni ad Atene o la Merkel in uniforme da nazista.

Quest’ultima umiliazione si aggiungerà al risentimento sempre più forte che dà forza agli scioperi generali e alla sporadica violenza nelle strade del paese. Georgios Karatzaferis, dirigente del partito LAOS (che si è già detto contrario ai tagli supplementari) ha sollecitato gli altri paesi nell'Unione europea a sfidare quello che lui descrive come il dominio della Germania dell'unione.

"Possiamo uscirne senza le prepotenze dei tedeschi", ha detto Karatzaferis in una conferenza stampa dopo l'annuncio: "Come tutti i greci, sono molto irritato […] per questa umiliazione. Hanno rubato il nostro orgoglio. Non lo posso tollerare. Non lo posso permettere, dovessi morire di fame." ("Greek coalition party to oppose austerity measures)

La Grecia ha già resistito a cinque anni consecutivi di contrazione economica senza segnali di miglioramento. La disoccupazione è al nuovo massimo del 20,9 per cento, il rapporto tra debito e PIL aumenta e i capitali continuano a fuggire dal paese.

Tutti i cosiddetti “salvataggi" della troika sono andati a vuoto. Il paese rimane in una crisi semi-permanente provocata dalle misure di austerità. La Grecia è al centro di una depressione causata dalla politica.

Giovedì i tre leader greci della coalizione di governo hanno acconsentito ad accettare tagli ancora più netti alla spesa pubblica per ottenere l’approvazione per i 130 miliardi di salvataggio. Le nuove misure di austerità sono un attacco diretto ai lavoratori e ai pensionati.

Come riportato da Athens News, è "la svalutazione più violenta degli stipendi in tempo di pace." Le disposizioni prevedono "un taglio del 22 per cento al salario minimo, nuove limitazioni alla contrattazione collettiva, forti tagli all’assicurazione sociale ed una riduzione del 22-40 per cento del salario e dei bonus reali.

Inoltre, verranno licenziati 150.000 lavoratori pubblici e ci saranno 400 milioni di euro di tagli nella spesa pubblica. La rete di sicurezza sociale è distrutta, mentre le banche stanno rastrellando miliardi con il carry trade, l’acquisto di titoli ad alto rendimento con soldi che presi a prestito dalla BCE.

Questo mentre ai lavoratori e ai pensionati viene chiesto di farsi carico di un peso sproporzionato per la crisi provocata dalle élite finanziarie e dai lacchè della politica.

La Troika vuole che la Grecia riduca il salario minimo a 600 euro al mese (il livello di povertà) e che abolisca le ferie. Stanno anche chiedendo che le seconde pensioni vengano tagliate del 35 per cento.

La stessa guerra ai lavoratori viene intrapresa in ogni paese colpito dalla crisi. Gli agenti della grande finanza hanno sostituito i dirigenti democraticamente eletti in Grecia e Italia, e hanno lanciato un assalto in piena regola al lavoro organizzato.

Ecco è un estratto da un articolo di Peter Schwarz intitolato "Il saccheggio della classe operaia greca":

I propositi dell'aristocrazia finanziaria nei confronti della Grecia sono quelli che si propongono anche per l'intera Europa. Si sta realizzando una controrivoluzione sociale che solo alcuni anni addietro era inconcepibile. Larghe fette della popolazione sono condannate alla povertà, alla disoccupazione, alla malattia e alla morte per garantire il profitto richiesto dall'aristocrazia finanziaria internazionale." ("The looting of the Greek working class", World Socialist Web Site)

Alla Grecia viene inoltre chiesto di cedere la propria sovranità consentendo a un commissario dell’UE di sorvegliare la spesa pubblica. Il nuovo commissario farà in modo che le nuove entrate fiscali verranno destinate a rimborsare innanzitutto gli investitori stranieri prima di destinare fondi per i servizi sociali di base.

In caso di emergenza nazionale, i prestatori e gli obbligazionisti verranno pagati prima che vengano elargiti i fondi stanziati per aiutare le vittime del disastro. Questa è la "grande integrazione dell’eurozona".

Le grandi riforme strutturali e le privatizzazioni della Grecia dovrebbero "aumentare la competitività e la crescita" e "portare il deficit fiscale in una posizione sostenibile", ma, chiaramente, è solo un’albagia.

L'economia greca è ora in condizione peggiori rispetto a due anni fa quando sono iniziati i salvataggi. E, come nota Der Speigel, l'ultimo pacchetto di salvataggio non "salverà il paese, posticiperà solamente l’insolvenza greca, e servirà solamente a creare nuovi problemi alla popolazione".

Ancora dallo stesso articolo:

"Se il paese vuole ridurre a lungo termine l’ammontare del debito e, a un certo punto, poter prendere ancora a prestito sui mercati del capitale, ha bisogno di un haircut sostanziale. […]

Naturalmente le cose non si fermano qui. Gli stati dell’eurozona dovrebbero costruire anche una struttura di contenimento più forte per i paesi in crisi, allo scopo di prevenire il contagio. Dovrebbero aiutare le banche che hanno problemi in conseguenza della riduzione del debito. E dovrebbero offrire alla Grecia una vera opportunità per restare in piedi e iniziare a rescere da sola: in altre parole, una sorta di Piano Marshall." ("It’s Time To End the Greek Rescue Farce", Spiegel Online)

Ma i politici dell’UE e i banchieri centrali non vogliono "un forte haircut sul debito", perché hanno paura che le scommesse speculative delle istituzioni finanziarie (CDS e titoli sovrani) possano provocare perdite tali da far crollare il sistema bancario.

Per questo, hanno collocato i propri rappresentanti nelle posizioni di potere per rastrellare la massima ricchezza possibile dai lavoratori senza dover arrivare a un default. Fa tutto parte del calcolo.

Venticinque dei ventisette paesi dell'UE hanno anche accettato un provvedimento di bilancio che limiterà le possibilità per i parlamenti nazionali di elaborare politiche fiscali anti-cicliche o di ridurre l’elevata disoccupazione aumentando il deficit.

I cosiddetti "freni al debito" – fortemente sostenuti dalla cancelliera tedesca Angela Merkel – porteranno a ulteriori tagli alla spesa sociale e al welfare e, allo stesso tempo, spianeranno la strada per recessioni più profonde e prolungate.

Nel frattempo, le banche godono di uno standard completamente differente rispetto ai membri dell’eurozona. Alle banche che non sono in grado di procurarsi i fondi sui mercati del capitale (perché nessuno ha la minima fiducia per i loro bilanci) vengono affidati prestiti "illimitati" su collaterali che non verrebbero accettati neppure al mercato delle pulci.

Quando le banche si sono fiondate nelle tasche della BCE per prendersi 489 miliardi di euro alla fine di dicembre, non gli è stato chiesto di ridurre il personale, di tagliare l’assistenza sanitaria o le pensioni, o di nominare uno zar al bilancio per controllare come vengano spesi i soldi.

Gli è stata data carta bianca, anche se i soldi che hanno preso in prestito non sono stati impiegati per concedere crediti ai consumatori e alle aziende (come era stato ipotizzato) e anche se i prestiti sono solo serviti a nascondere le enormi perdite delle loro obbligazioni tossiche.

Questo è il modo in cui la BCE perpetua l'illusione della "solvibilità" nell'eurozona. È una frode.

Quindi, perché la Grecia deve prostrarsi per un prestito da 130 miliardi di dollari quando le banche possono schioccare le dita e ottenere soldi a volontà? E perché il FMI ha una politica per l’Europa e un'altra per la Cina? Un estratto dal Wall Street Journal:

“La Cina dovrebbe essere preparata a incentivare in modo sostenuto l’economia se la crescita europea dovesse precipitare più del previsto”, ha detto il FMI, aggiungendo alle proprie aspettative che Pechino dovrebbe iniziare a spendere se le condizioni dovessero peggiorare in modo significativo.

Nel suo report sulle prospettive della Cina pubblicato lunedì, il FMI ha esortato la Cina a realizzare un deficit del 2% del PIL invece di ridurre il passivo come pianificato in precedenza, vista l'incertezza nell'economia globale.

Se i problemi dell'Europa dovessero essere peggiori di quanto prospettato, la Cina dovrebbe premere sull’acceleratore fiscale. In quel caso, “la Cina potrebbe rispondere con un significativo pacchetto fiscale di circa il 3% del PIL”, ha detto il FMI.

Comunque, il FMI ha avvisato che Pechino dovrebbe introdurre uno stimolo fresco attraverso il suo bilancio e non tramite il sistema bancario. Nel 2008 la Cina utilizzò un pacchetto di stimolo pari a quattro trilioni di yuan (circa 635 miliardi di dollari) per alleggerire l'impatto della crisi finanziaria, in gran parte tramite i prestiti bancari." ("IMF Urges Beijing to Prepare Stimulus", Wall Street Journal)

Quindi, sangue, sudore e lacrime per Grecia, Portogallo, Spagna, Italia e Irlanda, ma si propongono generosi stimoli fiscali per la Cina? Perché? E notate COME il FMI ha stabilito che debba realizzarsi lo stimolo della Cina – NON attraverso il sistema bancario" (lo stimolo monetario alla Helicopter Ben), ma alla vecchia maniera; uno stimolo fiscale keynesiano iniettato dalla pompa sanguigna del bilancio.

Ma tutto questo non dimostra che i decisori della Troika sanno che tutte queste patacche dell’austerità solo sono cose assurde?



Le sofferenze dei greci in nome delle banche
di Marco Onado - Il Fatto Quotidiano - 12 Febbraio 2012

La Grecia è in ginocchio: dopo tre anni di terapia intensiva per curare l’eccesso di debito pubblico, il reddito nazionale è crollato del 12 per cento, la disoccupazione ha superato il 20, la protesta dilaga e il governo di coalizione è in pezzi. Eppure, l’Europa non è soddisfatta e chiede ulteriore rigore.

I tempi stringono: i 130 miliardi della rata di prestito concesso dal Fondo monetario e dalle istituzioni europee sono indispensabili per le necessità correnti e soprattutto per pagare gli interessi in scadenza la settimana prossima (15 miliardi).

Il Parlamento greco dovrebbe votare questa sera le nuove misure imposte dai creditori. E’ probabile che alla fine Papademos ottenga i voti necessari, ma non per questo la situazione sarà risolta.

Il fatto è che il problema fondamentale, quello dell’insolvenza dello Stato greco, continua ad essere affrontato in modo improprio e questo soprattutto per proteggere gli interessi delle banche internazionali e delle stesse banche centrali, Bce in testa.

Il debito greco, che ha superato il 170 per cento del Pil (era il 106 cinque anni fa), non può essere ragionevolmente rimborsato e dunque i creditori devono accettare un taglio. Ma per compiere questo apparentemente ragionevole passo si sono costruiti non uno, ma tre pasticci.

Primo: la misura del taglio, quindi delle perdite sopportate dai creditori. Per non far troppo male alle banche, si sono concordate riduzioni nettamente inferiori a quanto la realtà avrebbe dovuto imporre: un micragnoso 21 per cento a luglio, 50 per cento a novembre e ovviamente nessuna di quelle proposte è andata in porto. Oggi si discute se arrivare al 70 per cento, ma l’accordo non arriva.

Secondo pasticcio: per non creare problemi alla Bce e agli altri organismi pubblici che detengono titoli greci, l’accordo deve riguardare solo il settore privato, cioè le banche.

Terzo pasticcio: sempre per evitare ulteriori problemi alle banche, il taglio viene spacciato come un accordo volontario, che non fa scattare l’assicurazione sul rischio di credito sottoscritto attraverso derivati chiamati credit default swap.

Un capolavoro di ipocrisia, dietro cui si celano tutti i problemi della finanza di oggi e che è motivato dal fatto che il mercato dei Cds è cresciuto, sotto l’occhio sonnacchioso dei regolatori, al di fuori di ogni controllo, tanto che nessuno è in grado di sapere chi dovrebbe pagare quanto a chi nel caso la Grecia cadesse in un default conclamato.

Nel dubbio, si preferisce non far scattare la protezione assicurativa e così le banche che hanno venduto l’assicurazione, cioè hanno incassato il premio, si tengono i soldi mentre quelle che l’hanno comprata possono utilizzare il contratto per l’uso che tutti immaginano. Chi ha avuto, ha avuto e amici come prima.

Meglio così, del resto, che mettere in moto una reazione a catena forse inarrestabile, tanto più che le banche hanno svalutato in bilancio i loro crediti verso la Grecia e dunque l’operazione etichettata come “volontaria” non comporta ulteriori salassi per il bilancio.

Nel frattempo, le banche centrali, e la Bce in particolare, stanno inondando di liquidità il mercato e dunque consentono alle banche facili profitti: chi osa mettere in discussione gli interessi della gallina dalle uova d’oro?

Ma chi ha comprato Cds, se solo avesse interesse a porsi al di fuori del sistema, avrebbe tutte le ragioni per considerarsi come quello che ha perso nell’incendio due terzi della casa e si sentisse dire che l’assicurazione non copre i danni perché la definizione che dà delle macerie fumanti non è esattamente quella dell’incendio.

Nessuno si sogna di dire che quanto sta succedendo è la dimostrazione lampante del fatto che il mercato dei Cds, come molti altri settori dei derivati, non solo è inefficiente, opaco e al di fuori di ogni controllo, ma soprattutto che è la dimostrazione di come le soluzioni della crisi dipendano sempre più non da considerazioni reali sull’economia dei Paesi e sulla loro capacità effettiva di sopportare i costi dell’aggiustamento, ma dalle esigenze del mondo della finanza.

Tutte queste considerazioni non fanno parte della real politik che guida le scelte del Fondo monetario e delle istituzioni europee nei confronti della Grecia. Spetta a Papademos che – guarda caso – fino a ieri sedeva nel consiglio direttivo della Bce, assicurare il consenso interno.

Ma come dimostrano le cronache di questi giorni, non è detto che questa nuova tornata di sacrifici, ammesso che ottenga i voti in Parlamento, venga accettata da una popolazione sempre più esasperata.

Se così fosse, si apriranno due scenari molto inquietanti, che sono stati finora accuratamente nascosti sotto il tappeto. O un default conclamato che coinvolga tutti i creditori e non solo quelli privati, oppure una soluzione ancora più traumatica che associ il default all’uscita della Grecia dall’euro e forse anche dall’Unione europea.

Scenari apocalittici, ma che diventeranno di drammatica attualità nei prossimi giorni.


La Germania vuole imporre alla Grecia una pace cartaginese
di Ambrose Evans-Pritchard - www.telegraph.co.uk - 12 Febbraio 2012
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

L’ultima volta che Germania necessitò di un salvataggio da parte dei creditori mondiali, riuscì ad assicurarsi condizioni migliori di quelle che hanno devastato la Grecia nella scorsa settimana

Nel 1953 Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia, Grecia e gli altri firmatari del London Debt Agreement garantirono al Cancelliere Konrad Adenauer una riduzione del 50% su tutto il debito tedesco, che corrispondeva al 70% di alleggerimento per le scadenze lontane. Ci fu una moratoria quinquennale per i pagamenti degli interessi.

Lo scopo evidente era quello di fornirle ossigeno per ricostruire l’economia, e aiutarla a tenere la posizione contro l’avanzata sovietica. Questo forte condono del debito provocò un bruciore di stomaco agli inglesi, allora in condizioni finanziarie pessime, costringendoli ad andare a Washington col berretto in mano per chiedere un prestito. I greci avrebbero dovuto fare a meno delle riparazioni di guerra.

Ancora una volta prevalse la saggezza politica. I ministri delle finanze decisero di trascurare le origini morali di quel debito e l'azzardo morale di una "ricompensa" concessa a un paese che aveva tanto disturbato l'ordine europeo.

Il Wirtschaftswunder portò il peso del debito tedesco a livelli modesti nell’arco di un decennio. La Germania diventò una vibrante democrazia e un pilastro del sistema di sicurezza occidentale.

La Grecia ha una minore importanza strategica, e deve quindi accettare condizioni più severe.

L’accordo dell’UE dovrebbe in limitare il debito pubblico greco al 120% del PIL nel 2020 dopo otto anni di politiche rigoriste e depressione, se tutto andrà per il verso giusto.

Siccome nulla è andato secondo i piani da quando, diciotto mesi fa, le politiche di austerity dell'Europa hanno iniziato a somministrare una terapia shock, anche questa convinta promessa sembra troppo piena di speranza.

In base al piano originale della Troika UE-FMI l'economia greca si sarebbe dovuta contrarre del 3% nel 2011. Invece è calata del 6% e ora sta entrando in quella che il FMI teme essere "una spirale di austerità fiscale, calo dei redditi disponibili, e sentimento depresso.”

La produzione manifatturiera è calata del 15,5% a dicembre. L'aggregato monetario M3 è crollato al ritmo del 15,9%. A novembre la disoccupazione è salita al 20,9% dal 18,2 del mese precedente, ed già è sopra la previsione peggiore ipotizzata dalla Troika.

Dall’estate sono fallite circa 60.000 piccole imprese e aziende familiari, la ragione principale perché cui le entrate dell’IVA sono scese del 18,7% a gennaio. La violenza della crisi sta schiacciando gli effetti del taglio alle spese. Un enorme sforzo di Sisifo per un risultato così piccolo.

Si può argomentare che la Grecia abbia tergiversato con le richieste dell’UE-FMI, anche se il FMI ha usato una certa attenzione nel dirlo, alternando critiche a elogi nell’ultimo rapporto.

Ma, come ha detto il professore Vanis Varoufakis dell'Università di Atene: "Se avessimo meglio implementato le misure, le cose andrebbero anche peggio: l'economia sarebbe comatosa e il rapporto tra debito e PIL ancora più esplosivo."

Quindi, come la Germania che nel 1919 accettò le condizioni della Pace cartaginese con una pistola alla tempia, la Grecia ha firmato "un'approvazione non sincera di condizioni impossibili" – prendendo in prestito da Keynes - sperando che il buon senso prevalga col passare del tempo.

In base all’ultimo accordo, la Grecia dovrà tagliare 150.000 posti di lavoro nel pubblico impiego e la politica fiscale dovrà prelevare un altro 1,5% del PIL in aggiunta alla stretta fiscale già in opera.

Ci sono in bilico altri 50.00 negozi e piccole imprese che potrebbero sparire nei prossimi sei mesi", ha detto il professor Varoufakis.

Il Primo Ministro Lucas Papademos ha fatto appello all’unità nazionale nella fine settimana. "Ci manca pochissimo per arrivare alla catastrofe. Un default disordinato porterebbe il paese in una situazione disastrosa. Il tenore di vita subirà un crollo e provocherà prima o poi un'uscita dall'euro."

Bene, ma forse anche rimanere nell’UEM è un'avventura disastrosa, e il tenore di vita crollerà sicuramente, e questo è il motivo per cui non fa alcuna differenza se il parlamento greco appoggerà o meno l'ultimo accordo (scrivo prima di sapere l’esito del voto di domenica).

La politica non può stare al di sopra del consenso democratico troppo a lungo. Il PASOK, una volta dominante, è crollato all’8% nei sondaggi. I favori stanno andando all’estrema sinistra e all’estrema destra, proprio come nella Germania di Weimar sotto la deflazione di Bruning.

Il prossimo parlamento greco sarà pieno di mangiatori di fuoco "anti-Memorandum", e un qualsiasi tentativo per impedire le elezioni da parte delle élite greche porterà le proteste di strada verso la rivoluzione.

Un segno dei tempi è arrivato dalla federazione greca dei sindacati di polizia, che ha richiesto l'arresto dei funzionari della Troika per gli attacchi “alla democrazia e alla sovranità nazionale".

È chiaro che il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble voglia espellere la Grecia dall'euro, ritenendo che ora Euroland sia abbastanza forte per resistere al contagio e che il “bazooka di Draghi” della Banca Centrale Europea abbia eliminato il rischio di un collasso finanziario.

"Non possiamo continuare a versare miliardi in un buco senza fondo", ha detto venerdì.

Poco prima era stato ripreso da una telecamera mentre parlava col collega portoghese, dicendogli che Lisbona potrà attendersi condizioni più morbide per il pacchetto di salvataggio solo dopo che l'Europa avrà trattato con durezza la Grecia per soddisfare l’opinione pubblica tedesca.

Un qualsiasi ritardo della Grecia verrà preso come pretesto per ritirare i prestiti dell’UE.

Si può dire con certezza che la Grecia non ha alcuna speranza di rivitalizzarsi all'interno di unione monetaria e per questo dovrebbe tornare alla Dracma.

Mentre l'Irlanda ha realizzato una "svalutazione interna" all’interno dell’UEM sgonfiando i salari, ha un'economia aperta, un’alta frequenza degli scambi e un'eccedenza nelle partite correnti, la Grecia ha un deficit del 9,4% del PIL dopo quattro anni di discesa. Il "tasso reale di cambio” è sopravvalutato del 33% in base ai dati del FMI.

Ma di questo il signor Schäuble non fa parola. Da cardinale della "household fallacy" – la falsa equazione di macroeconomia col bilancio di una Schwabian Hausfrau -, pensa che la Grecia sia nei guai perché spende troppo, non perché è intrappolata in una deflazione del debito con una valuta sopravvalutata.

Da qui arriva un errore ulteriore, pensando che Portogallo, Spagna e Italia possano riuscire a riprendersi grazie ai tagli, ai tagli, e ancora ai tagli.

Se il Portogallo dovesse fare la fine della Grecia quando ancora una volta l’austerità mostrerà i denti – fallendo obiettivo dopo obiettivo - è probabile che il signor Schäuble si rivolga al Portogallo con una furia analoga, perché è così che vede il mondo.

Ogni fallimento viene attribuito all’assenza di fibra morale, non alle mancanze dei un progetto valutario che lui stesso ha contribuito a creare e ad affibbiare ai tedeschi contro la loro volontà.

L’ipotesi che le ricadute dell’UEM dovute all’uscita greca - o "Grexit" nel gergo di mercato – potranno essere contenute da strutture di contenimento e da una maggiore austerità fiscale considerando che la Grecia sia un caso speciale, ci porta solo più vicino alla depravazione.

Se pensate, come penso io, che la Grecia ha davvero commesso una sfilza di peccati, ma che è anche la prima vittima di un esperimento ideologico che ha mischiato economie con differenti tassi di crescita, sistemi di contrattazione salariale, modelli di produttività, sensibilità per i tassi di interesse e inclinazioni verso l’inflazione – in assenza di trasferimenti fiscali o di una sufficiente mobilità del lavoro per ammorbidire gli effetti - e che questo disastro è stato provocato dalla riduzione degli stipendi in Germania, il tutto combinato a una forte stretta monetaria e una contrazione fiscale applicate al momento sbagliato negli stati più a rischio, allora vi aspettavate crisi indipendentemente da quello che succede in Grecia.

La fine della partita dell’UEM sta tormentando la Grecia, ma sarà orribile anche per la Germania. Berlino ha accumulato passività rovinose senza risolvere niente, e sta rapidamente dissipando sessant’anni di buon governo diligente.

Con la richiesta di un viceré per il bilancio in Grecia, e ora di un conto di garanzia per intercettare le entrate fiscali greche alla fonte, il governo di Merkel-Schäuble ha attraversato la linea della diplomazia e ha brutalizzato la politica dell’UE. "Memorandum Macht Frei", come suggerito da un giornale greco.

Konrad Adenauer avrebbero mai fatto una simile castroneria?



Ma se tu fossi greco cosa faresti?
di Marcello Foa - http://blog.ilgiornale.it - 12 Febbraio 2012

Non posso sapere, stando in Italia, da chi è composta la folla che ha preso d’assalto il centro di Atene. Avendo seguito tanti avvenimenti internazionali, ho imparato a non fidarmi delle versioni ufficiali, perlomeno non senza aver verificato e indagato.

Sono davvero black bloc i giovani che sfidano la polizia, come titolano la maggior parte dei siti italiani? Non lo so, però la folla è troppo grande per essere composta solo da teppisti.

Quella di queste ore non è la rivolta di un gruppo di estremisti, ma la ribellione condivisa, con il cuore e con la mente, dalla maggior parte dei greci. Di destra, di sinistra, apolitici.

In queste ore sta esplodendo l’esasperazione di un popolo che vede di fronte a sè un abisso di povertà senza nessuna prospettiva di rinascita. Per pagare i debiti dovranno vivere in povertà per decenni.

Non si fidano dell’Europa, del Fondo monetario internazionale, della Bce, della Banca Mondiale. I greci hanno dovuto subire per secoli l’occupazione ottomana e ora sono consapevoli che li attende un’altra occupazione che, sebbene non militare, è altrettanto cruenta e usurpatrice.

Ho l’impressione che a scendere in piazza non siano pochi giovani fanatici, ma un popolo intero, che per sua natura non è violento ma non vuole cedere ad altri il proprio destino. Il segnale è forte, per molti versi preoccupante anche se non sorprendente.

Mi chiedo, anzi, vi chiedo: se foste greci voi cosa fareste?

E poi: Toccherà anche all’Italia?



L'Italia non è la Grecia
di Franci Berardi "Bifo" - Facebook - 12 Febbraio 2012

Non posso dire quel che penso del Presidente della repubblica italiana perché a causa di una legge idiota e liberticida finirei in galera. Chi volesse capire questo vecchio stalinista convertito al totalitarismo della finanza può leggere il libro di Ermanno Rea Mistero Napolitano in cui si racconta il suicidio di una donna comunista e libertaria di nome Francesca Spada.

Quello che non potevo prevedere è che questo signore, al quale è sembrato del tutto normale firmare le leggi di mafia che hanno distrutto il sistema comunicativo e il sistema scolastico italiano, adottasse il linguaggio e la forma mentis del razzismo italiota.

Spezzeremo le reni alla Grecia promise un tizio cui nel 1922 un re d’Italia aveva consegnato le chiavi del potere assoluto. Napolitano più modestamente si limita a far notare che l’Italia non è la Grecia. Grazie presidente, era quello che volevamo sentirci dire.

Che l’Italia non sia la Grecia comincio a sospettarlo anche io. Il popolo greco ha il coraggio di rispondere con il fuoco alla violenza finanziaria mentre il popolo italiano per il momento sembra completamente rimbecillito dalla sensazione che il governo Monti sia diverso e migliore di quello che l’ha preceduto mentre ne è solo la continuazione più efficiente e criminale.

La società greca è stata sottoposta alla cura della banca europea a partire dalla primavera del 2010. Nell’arco di un anno e mezzo il prodotto interno lordo è crollato del 7,2%.

A quel punto la dittatura finanziaria ha ritenuto di dover mandare all’inferno il presidente eletto dai greci, Papandreou, perché si era permesso di proporre un referendum per restituire al popolo il diritto di decidere sul proprio destino.

La democrazia è stata così cancellata nel paese in cui duemilacinquecento anni fa era stata dapprima concepita. Così la cura europea è proseguita e ora l’economia è definitivamente collassata, ma i criminali della banca centrale non smettono di chiedere sangue: centocinquantamila licenziamenti nel settore pubblico (come se non bastassero quelli che già sono stati eseguiti) e riduzione del venti per cento dei salari e delle pensioni.

I lavoratori e gli studenti greci questa volta sembrano determinati a fermare il massacro. Forse stanno imparando dai rivoltosi egiziani e siriani che se proprio bisogna morire allora è meglio farlo con la testa alta.

In Italia la cura greca è soltanto ai suoi inizi. Adesso il consulente della Goldmann Sachs va in giro per il mondo promettendo ai suoi padroni che nei prossimi mesi i diritti del lavoro saranno definitivamente cancellati.

Siamo già molto avanti su questa strada, e fra qualche mese la cura greca farà i suoi effetti anche in Italia. Il crollo ormai annunciato della produzione e del consumo renderà necessari nuovi tagli e così via all’infinito, fin quando rimarrà qualcosa da rapinare.

La Grecia è in fiamme. Perché in Italia non sperimentiamo una nuova forma di azione, che magari consista nell’inazione, nel rifiuto di partecipare di collaborare di contribuire? Perché non proviamo a organizzare il Do Nothing Day che una ragazza greca, Alexandra Odette Kypriotaki (*), ha proposto dopo aver constatato che il popolo greco con l’azione e la mobilitazione non è riuscito a difendere nulla?


*Oltre dieci scioperi generali in Grecia non hanno ottenuto alcun risultato. Alexandra Odette Kypriotaki ha partecipato alle mobilitazioni del 2008 poi se ne è andata a Londra con questa domanda nella testa. Nel mio paese non si trova più lavoro neppure come cameriera, mi ha raccontato, quando l' ho incontrata al convegno internazionale KAFCA di Barcellona.

Il suo intervento mi è sembrato provocatorio e suggestivo. “né lottare né scontrarsi ma disertare. Non rivendicare non chiedere ma dispiegare qui e ora nel mondo ciò che vogliamo vivere. Non agire non mobilitarsi ma lasciarsi andare all’abbandono di ogni aspettativa. Trasformare in forza la nostra debolezza.

Il capitalismo ci chiede una disponibilità continua al desiderio, al contatto alla produzione. Un tempo permanentemente occupato, sotto pressione alla ricerca di risultati che si fanno sempre più difficili da ottenere.

L’obbligo di essere contenti ottimisti e positivi. Dobbiamo proiettare l’immagine di quello che sappiamo che tutto va bene che teniamo tutto sotto controllo siamo forti. Ma l’attivismo politico non rischia di chiederci spesso la stessa cosa?

Lotte risultati la risposta pronta fuori i timidi e i dubbiosi. Perché non formare un esercito di deboli, torpidi ignoranti?

La consegna: siamo depressi, e allora? Il programma: non so. Lo sciopero è il non fare nulla di nulla, Do nothing day, un mercoledì poi anche il giovedi e cosi via. Come canta Nacho Vegas il 15M spagnolo ha cambiato il significato di alcuni verbi come il verbo: sfruttare.

Un amico mi ha spiegato qualche tempo fa che la cosa forte delle piazze occupate era la scoperta collettiva del fatto che il lusso vero non ha a che fare con il consumo ma con un altro modo di vivere il tempo, con l’esperienza di fare molto con molto poco, l’incontro con altri coi quali non ti saresti mai incontrato, le nuove amicizie.

La ricchezza autentica è quella che ci diamo l’un l’altro quella che circola e non si possiede.


Amici greci, sono solo fantasmi
di Paolo Barnard - www.paolobarnard.info - 12 Febbraio 2012

Lo dico da anni. La fine del ventesimo secolo ha visto la nascita di un modo osceno di dominare le masse, si chiama ‘la politica della paura’. Cioè, le masse vengono costantemente distratte dall’impegno nella lotta per i loro diritti da fantasmi tanto terrifici quanto inesistenti e/o inconsistenti: il pericolo rosso (gli USA di Nixon sapevano benissimo che l’URSS era alla bancarotta sia finanziaria che militare); l’Islam radicale, la Sars, la mucca pazza, l’Aviaria, il debito pubblico, il deficit, l’inflazione. E le masse ci cascano, ci caschiamo, perché siamo noi le masse.

La ‘politica della paura’ in queste ore sta costringendo un intero popolo, i greci, a regredire al medioevo, nei redditi, nei diritti, nella dignità.

Eppure, credetemi fratelli di Grecia, basterebbe che vi rendeste conto che sono solo fantasmi, lo sono la UE, il FMI, la BCE, i cori di quei porci che di mestiere fanno i giornalisti del Sistema. Sono solo fantasmi, e non dovete fare altro che aprire gli occhi e scacciarli con la mano.

Infatti, come ha mirabilmente scritto l’economista Marshall Auerback qui Greece and the Rape by the Rentiers, tutto quello che serve a voi ellenici è di “ritrovare una dose di rispetto per voi stessi, dire alla Troika (UE, FMI, BCE) di levarsi dai piedi, e uscire dall’Eurozona”.

E veramente è tutto qui, veramente non è più complicato né più drammatico di così. Incredibile eh? Eppure vi hanno convinti che siete sull’orlo del baratro che porta all’inferno.

Non è vero, fate quello che vi suggerisce Auerback, adottate la Modern Money Theory (MMT) come politica economica di piena occupazione e pieno Stato sociale e studiatevi il caso argentino. Loro, gli argentini, alla fine hanno costretto l’altro mostro, gli USA, a scoprire le carte.

E sapete cosa c’era in quelle carte? Un fantasma, una bolla di borotalco che faceva solo Buuuuuuuuhhhh! L’Argentina “ha ritrovato una dose di rispetto per se stessa, ha detto agli USA di levarsi dai piedi, e se n’è uscita dall’unione monetaria col dollaro”.

Poi ha adottato la MMT al governo. Puff, e il fantasma se n’è andato. Dopo tre anni dal default, l’Argentina preoccupava la Cina per la sua crescita economica sorprendente. A voi accadrebbe la stessa cosa, e sarebbe la Germania a preoccuparsi per la vostra crescita.

Se qualcuno di voi, greci, mi sta leggendo, vi dico questo: poche chiacchiere, Barnard non le spara grosse, venite al Summit MMT in Italia il 24-26 di Febbraio a chiedere ad Auerback e ai suoi colleghi accademici se tutto questo è vero (http://www.democraziammt.info/).

Vi prego fatelo, perché a causa di un fantasma che vi dice che siete sull’orlo del baratro che porta all’inferno, voi rischiate di arrivarci davvero all’inferno. E tutto per un fantasma.

venerdì 10 febbraio 2012

Siria - update

Alcuni articoli sugli ultimi sviluppi della guerra civile in Siria.

Intanto anche oggi si sono registrate tre esplosioni ad Aleppo, nei pressi del quartier generale della polizia, con 11 morti finora accertati. Il caos siriano prosegue nella sua escalation...



Siria, bugie e sanzioni
di Michele Paris - Altrenotizie - 10 Febbraio 2012

Dopo il veto congiunto di Russia e Cina al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla questione siriana, Mosca e, in misura minore, Pechino, continuano ad essere oggetto di pesanti critiche e pressioni da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Il governo russo, da parte sua, difende la scelta fatta a favore dell’alleato Assad e, dopo la visita di martedì scorso a Damasco del ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, annuncia di voler promuovere un qualche dialogo tra il regime e le opposizioni.

Nonostante il tentativo di risolvere pacificamente la crisi in Siria, è comunque improbabile che a questo punto l’Occidente e le monarchie del Golfo possano accettare una soluzione diversa dalla sostituzione di Assad con un governo meglio disposto verso i loro interessi nella regione.

La bocciatura della risoluzione di condanna del governo siriano al Consiglio di Sicurezza è stata seguita sui media di mezzo mondo da una nuova ondata di rapporti che hanno ampiamente descritto una rinnovata offensiva delle forze di sicurezza del regime in molte località del paese.

Secondo la versione sposata in maniera pressoché uniforme dai giornali occidentali, il doppio veto all’ONU avrebbe rinvigorito Assad che, incassato il sostegno dell’alleato russo, starebbe ora intensificando la repressione.

I resoconti della presunta nuova esplosione di violenze in Siria, attribuite quasi del tutto al regime, provengono tuttavia esclusivamente dalle varie organizzazioni con sede all’estero che sostengono le opposizioni, mentre risulta impossibile qualsiasi conferma da parte di fonti indipendenti.

Il punto di riferimento preferito dai media è in particolare l’Osservatorio per i Diritti Umani in Siria, di stanza a Londra e legato a quei Fratelli Musulmani che fanno parte dell’opposizione armata al regime, nonché, secondo alcuni, finanziato da Qatar e Arabia Saudita.

Da Washington, Londra e Parigi, ma anche dalla Turchia e dalle monarchie del Golfo, sono così partite nuove iniziative per mettere all’angolo Assad e trovare una soluzione alla crisi al di fuori delle Nazioni Unite.

Per cominciare, negli ultimi giorni molti paesi arabi ed europei hanno ritirato i propri rappresentanti diplomatici da Damasco in seguito alla chiusura dell’ambasciata americana in Siria.

Nuove sanzioni vengono poi minacciate quotidianamente, mentre rappresentanti del governo statunitense sostengono ormai apertamente di voler fornire armi e finanziamenti ai ribelli. Già da tempo, peraltro, pare siano operativi voli NATO che trasportano armi verso basi militari turche al confine con la Turchia dove trovano rifugio i disertori siriani, così come i membri dell’Esercito Libero della Siria ricevono addestramento dai servizi segreti occidentali.

Anche se recentemente è stato ipotizzato un possibile prossimo intervento diretto da parte americana o della NATO, questa eventualità appare ancora lontana, quanto meno perché estremamente impopolare sia tra l’opinione pubblica occidentale che tra la maggior parte degli oppositori di Assad.

Più probabile è invece la creazione, verosimilmente da parte delle forze armate turche, di zone cuscinetto entro i confini della Siria, così da permettere ai combattenti dell’opposizione di organizzarsi e, con il sostegno dell’Occidente, dei paesi del Golfo e della stessa Turchia, sferrare attacchi più incisivi contro il regime. Questa ipotesi richiama alla mente la vicenda libica, con i ribelli che avevano stabilito la loro roccaforte a Bengasi.

Il rapido approssimarsi di un simile scenario contrasta fortemente con quanto annunciato dal ministro degli Esteri russo Lavrov dopo aver incontrato il presidente Assad a Damasco.

Per il primo diplomatico russo, il governo siriano avrebbe confermato la disponibilità a lanciare una serie di riforme, tra cui una nuova Costituzione, elezioni multipartitiche e la fine del predominio del partito Baath nel panorama politico del paese.

Qualsiasi promessa di Assad, in ogni caso, non soddisferà né le opposizioni né i loro sponsor in Occidente e nel Golfo, ben decisi ormai ad andare fino in fondo e rimuovere il regime alauita, così da infliggere un colpo mortale all’obiettivo ultimo della loro campagna di aggressione, l’Iran.

Nella strategia occidentale vero la Siria, così come accadde per la Libia, la Lega Araba ricopre un ruolo fondamentale per fornire una parvenza di legittimità alle iniziative che si prospettano nel prossimo futuro.

La risoluzione bocciata la settimana scorsa all’ONU, ad esempio, era basata sulle conclusioni del summit della Lega Araba seguito all’esame del rapporto stilato dagli osservatori inviati in Siria a dicembre.

Quello che i governi e la gran parte dei media occidentali hanno mancato di dire, tuttavia, è che questo stesso rapporto è stato praticamente calpestato, in particolare dalle autocrazie del Golfo che sono in prima linea nel puntare il dito contro il regime siriano.

Apparso integralmente di recente sul web in lingua inglese, il rapporto degli osservatori, guidati dal generale sudanese Muhammad Ahmad Mustafa al-Dabi, aveva infatti sottolineato il miglioramento della situazione in Siria dopo l’inizio della missione.

Gli episodi di violenza erano diminuiti e il governo di Damasco stava conformandosi a poco a poco alle richieste della Lega Araba. Soprattutto, per la prima volta dall’inizio della rivolta in Siria, un organo internazionale aveva riconosciuto l’esistenza nel paese di un’opposizione armata, anch’essa responsabile di azioni sanguinose contro le forze di sicurezza del regime.

Per tutta risposta, i due principali alleati degli USA nel mondo arabo - Qatar e Arabia Saudita - avevano comunque deciso di ritirare i propri osservatori impegnati nella missione, definendola inutile e gettando così le basi per la sua definitiva sospensione pochi giorni più tardi.

Nel rapporto così distorto si legge, tra l’altro, che da molte parti sono giunti “rapporti falsi di esplosioni o violenze in varie località. Quando gli osservatori si sono recati in queste località, essi hanno riscontrato che i rapporti erano infondati.

La Missione ha anche notato che i media hanno ingigantito la natura degli incidenti e il numero di persone uccise durante le proteste in alcune città”. Inoltre, le dimostrazioni pacifiche, sia di sostenitori del governo che degli oppositori, in molte località non sono mai state impedite, nonostante qualche scontro trascurabile.

Un altro punto della road map approvata dalla Lega Araba per risolvere la crisi era la liberazione dei detenuti politici. Secondo i gruppi di opposizione attivi al di fuori del paese, gli oppositori fatti prigionieri dall’inizio delle proteste sono tra i 12 e i 16 mila.

Per gli osservatori questi numeri non sono però affidabili, poiché le informazioni al riguardo risultano “inaccurate e spesso i nomi dei detenuti sono ripetuti”. Ancora, il rapporto sostiene chiaramente che tutti “i mezzi militari, i carri armati e le armi pesanti sono stati ritirati dalle città e dalle aree residenziali”.

Contro la missione della Lega Araba, inoltre, è stata quasi subito orchestrata una campagna di discredito che viene descritta dagli stessi osservatori. “Fin dall’inizio del proprio incarico”, si legge nel rapporto, “la Missione è stata presa di mira da una campagna mediatica diffamatoria. Alcuni osservatori sono venuti meno ai loro doveri, hanno preso contatti con esponenti dei loro governi ai quali hanno fornito resoconti ingigantiti degli eventi sul campo. Questi governi hanno di conseguenza dipinto un quadro più cupo e senza fondamento della situazione”.

Grazie soprattutto a questa deliberata falsificazione della realtà siriana, gli Stati Uniti e i loro alleati si stanno ora muovendo per aggirare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e giungere ad un esito a loro favorevole della crisi.

Molto attiva in questo senso è la Turchia che l’altro giorno ha annunciato la volontà di organizzare un summit internazionale per coordinare le prossime mosse.

La proposta fa seguito a quella americana di creare un gruppo di “amici della Siria democratica”, sull’esempio del gruppo di contatto per la Libia che ha portato all’assassinio di Gheddafi e alla spartizione delle ricchezze energetiche del paese nordafricano.

La Turchia, va ricordato, fino a pochi mesi fa vantava una stretta partnership, soprattutto economica, con il vicino meridionale, mentre ora è tra i critici più accesi del regime di Assad. Inoltre, Ankara ospita entro i propri confini i rappresentanti del Libero Esercito della Siria e del Consiglio Nazionale Siriano.

L’inversione di rotta del governo Erdogan - che ha gettato alle ortiche la tanto propagandata politica di “zero problemi con i paesi vicini”, appiattendosi invece sulla linea di Washington - si spiega forse proprio con i fatti di Libia dello scorso anno.

La Turchia, infatti, non abbracciò da subito l’aggressione militare contro Gheddafi, rischiando di rimanere emarginata dal nuovo regime libico. Un errore che ora Ankara non vuole ripetere con la Siria, un paese di gran lunga più importante per i propri interessi.

Alle Nazioni Unite, infine, dopo l’intervento del Segretario Generale, Ban Ki-moon, che ha definito “disastroso” il fallimento del Consiglio di Sicurezza sulla risoluzione anti-Assad, si sta valutando la possibilità di inviare una nuova missione congiunta in Siria composta da osservatori ONU e della Lega Araba.

Una missione, quest’ultima, che sarebbe inevitabilmente sottoposta alle stesse pressioni di quella da poco interrotta e che con ogni probabilità servirebbe soltanto a mettere il sigillo delle Nazioni Uniti sulle accuse e gli ultimatum che i nuovi osservatori sarebbero chiamati a lanciare contro Damasco.



La conta dei morti: chi dà le notizie e chi le verifica?
di Marinella Correggia - Il Manifesto - 5 Febbraio 2012

Si susseguono le denunce contro il regime di Assad per le stragi di civili diffuse senza batter ciglio dai media e sempre provenienti dall'opposizione siriana.

Le ultime, quelle del londinese Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr), dei Comitati di coordinamento locale, del Cns (Consiglio nazionale siriano) e dei Fratelli musulmani, parlano di un «massacro di civili» a Homs venerdì sera, con oltre 200 morti, vittime dei bombardamenti dell'esercito.

L'agenzia siriana Sana nega i bombardamenti e afferma che i video di corpi sono di gente uccisa dalle squadre armate, le stesse che compiono rapimenti di civili e attentati.

Il fatto certo sono gli scontri fra armati dell'opposizione e l'esercito. Un contesto di guerriglia urbana dove la popolazione è esposta. Ma c'è un aspetto interessante di cui non si parla ed è la lotta intestina nel principale informatore dei media occidentali e arabi in materia di morti in Siria: il già citato Sohr di Londra.

Un'inchiesta pubblicata sulla versione inglese del giornale Al Akhbar rivela l'inattendibilità di quella che è la fonte regina dei media. Il Sohr infatti ha due teste ora apertamente in lotta fra loro e due siti con notizie divergenti.

I due siti sono www.syriahr.org e www. syriahr.net (o anche syriahr.com ). Il primo si definisce «sito ufficiale dell'Osservatorio». Il secondo ... anche, precisando di essere «l'unico sito ufficiale».

Su www.syriahr.org è in bella evidenza dal 17 gennaio una lettera collettiva firmata da siriani dell'opposizione che «sconfessa» Rami Abdul Rahman (alias Osama Ali Suleiman), «direttore» dell'Osservatorio stesso con accuse pesanti.

Scusandosi con i lettori per la «confusione», i firmatari affermano di aver chiesto allo stesso «direttore» di lasciare perché egli scriveva anche di vittime fra le forze di sicurezza nazionali e altre notizie «non verificabili» oltre a non dare i nomi dei morti. Poi hanno aperto un loro sito, il syriahr.org .

Dietro la rottura c'è il fatto che Suleiman è vicino all'opposizione del Ncb ( National Coordination Body for Democratic Change in Syria) di al-Manna che vuole una soluzione interna e negoziata della crisi e condanna la lotta armata, mentre gli altri sono del Cns di Gharioun, filo-occidente, finanziati dai paesi del Golfo e collaboratori del cosiddetto «Esercito libero siriano» che conta parecchi arruolati da altri paesi.

Ovvio che media e governi occidentali e arabi diano più eco al Cns. Suleiman ha denunciato le pressioni da parte dei membri pro-Cns i quali gli hanno intimato di schierarsi per un intervento Nato e di non parlare dei morti fra i soldati siriani.

Le notizie più efficaci propagate dalle due teste del Sohr sono quelle sui «martiri bambini» e sulle famiglie massacrate. Madre Agnès-Mariam de la Croix, superiora palestinese del monastero siriano di San Giacomo, che sta diffondendo dal canto suo liste di vittime delle bande armate, ha fatto ricerche su un caso recente che ha fatto il giro del mondo: la mattanza nel quartiere Nasihine di Homs di 12 membri della famiglia Bahadour fra cui vari bambini.

Secondo la versione ripresa da Le Monde e Cnn , gli assassini sono «7 uomini in divisa, lealisti del regime». La suora si è messa allora in contatto con la famiglia che le ha dato una versione opposta: «Abdel Ghani Bahader, fratello di una delle vittime, ci ha detto testualmente: "Siamo una famiglia sunnita che lavora per lo stato. Vogliamo essere neutri. Ma gli insorti ci hanno attaccati più volte tanto che mio fratello voleva spostarsi altrove dopo aver rifiutato l'invito a unirsi all'Esercito siriano libero. Ma non ha fatto in tempo"».


Il cinismo attorno alla Siria
di Vijay Prashad - www.counterpunch.org - 3 Febbraio 2012
Traduzione per
www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE


Nell'ultimo giorno di gennaio l’aria stagnante del Consiglio di Sicurezza dell'ONU è stata riempita da una serie di dichiarazioni già ben rodate. Nabil el-Araby della Lega Araba ha plaudito il Consiglio per aver adottato un abbozzo di risoluzione sulla Siria fornita dalla delegazione marocchina alle Nazioni Unite.

La risoluzione marocchina si basa su un rapporto dalla missione per la difesa dei diritti umani della Lega araba in Siria. Questa bozza chiede la cessazione immediata della violenza e un dialogo nazionale. "Stiamo tentando di evitare un intervento straniero", ha detto el-Araby al Consiglio, “soprattutto un intervento militare".


La missione di monitoraggio dei diritti umani della Lega ha presentato un resoconto, che è stato proposto al Consiglio ma che poi non è stato discusso (un'omissione menzionata ripetutamente dall'ambasciatore siriano Bashar Ja'afari).

La lettura del rapporto della Lega araba è inquietante. Menziona i pesanti attacchi del governo siriano sui manifestanti, ma solleva domande sulle reali intenzioni di questi ultimi.

Il rapporto parla di "bombardamenti di edifici, di treni per il trasporto di combustibile, di veicoli che trasportano il diesel e ordigni diretti contro la polizia" condotti da gruppi affiliati all'Esercito della Siria Libera dei ribelli.

Dice che questa “entità armata" ha attaccato "le forze di sicurezza e i cittadini siriani, facendo sì che il governo rispondesse con una violenza ancora maggiore".

Il rapporto è leggero nelle critiche al governo, un aspetto curioso visto il carattere delle informazioni diffuse ovunque dai media.

Il rapporto della Lega nota che alcuni membri della sua missione (i sauditi e i giordani) "hanno rotto il giuramento preso" e avevano fornito un “racconto esagerato degli eventi" ai funzionari di altri paesi.

Il direttore della missione della Lega araba è il generale Mohamed Ahmad al-Dabi, un accanito sostenitore del presidente sudanese Umar al-Bashir.

Va ancora chiarito il ruolo del generale al-Dabi nella soppressione della rivolta di Dar Massalit nel febbraio del 1999. Perché è stato scelto al-Dabi per guidare la missione?

È noto agli osservatori del Golfo che, mentre al-Dabi era ambasciatore del Sudan a Qatar (1999 -2004), divenne un sodale della famiglia al governo.

I qatarioti si stanno esercitando la propria pressione nella regione e hanno pensato che al-Dabi poteva fare al caso loro. Ha poi consegnato un rapporto a loro non gradito.

I qatarioti hanno tenuto comunque una posizione ostile nella Lega araba. Nel maggio scorso la Lega araba rifiutò Abdelrahman Hamad al-Attiya del Qatar in favore di el-Araby per la direzione.

Si era trattato di un rifiuto espresso da molti paesi per il ruolo tenuto dai qatarioti assieme alla NATO nel Consiglio della Sicurezza dell'ONU per la questione libica.

Il 31 gennaio, nel posto a fianco di el-Araby al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, c’era il ministro degli Affari Esteri del Qatar, Jassim Jabr al-Thani, che era furioso per quella che lui ha considerato la timidezza dimostrata dalla Lega. "Gli sforzi della Lega sono stati inutili", ha detto, suggerendo che fosse già arrivato il tempo per qualche genere di "intervento".

I giordani hanno abbandonato la missione per i diritti umani, e il membro saudita del Consiglio della Shura Saudita, il dottor Ibrahim Suleiman, ha affermato che "non è corretto essere falsi testimoni di quello che sta accadendo in Siria". Gli arabi del Golfo non hanno voluto discutere il rapporto di al-Dabi.

I qatarioti sono ansiosi di insediare al potere della regione i loro alleati della Fratellanza Musulmana. Hanno finanziato largamente la Fratellanza dalla Tunisia all’Egitto. Vorrebbero quindi portare la loro influenza nel Mashriq per indirizzarla contro il loro nemico principale: l’Iran.

Qui gli eventi sono più complessi di quanto possano ammettere. Sono stati tutti d’accordo nell’estromettere Gheddafi, che era odiato allo stesso modo dal G7, dalla Nato e dagli arabi del Golfo. È molto più duro contrastare un paese al confine con Israele.

La Guardia di Confine israeliana

El-Araby della Lega araba non aveva da preoccuparsi per un intervento sanzionatorio del Consiglio di Sicurezza. Non era nei piani. I russi, scottati dall'esempio della risoluzione 1973 per la Libia, non hanno alcuna volontà di dare carta bianca al Consiglio.

Sembrano essere arrivati a comprendere che una qualsiasi concessione data al Consiglio per una sua iniziativa porti necessariamente a un‘azione militare della NATO. Non ci sono poteri che abbiano la capacità militare di opporsi alla forza dimostrata dalla NATO.

L'ambasciatore russo all’ONU Vitaly Churkin ha approvato la missione della Lega araba come meccanismo per mettere pressione al regime al fine di intavolare un dialogo politico con l'opposizione. Nel mezzo di tutta questa violenza, ha sottolineato Churkin, parlare di riforme istituzionali in Siria è una "conversazione teorica".

La Russia si sta frenando dal condannare la Siria al Consiglio della Sicurezza dell'ONU come i media della NATO suggeriscono? Churkin ha riferito ai media moscoviti che la risoluzione marocchina “aveva tralasciato la cosa più importante: una clausola chiara che escluda la possibilità che questa risoluzione possa essere usata per giustificare un intervento militare dall’esterno negli affari siriani".

In assenza di una simile clausola, "non permetteremo che venga approvata". Per questo siamo giunti all’ipotesi di un veto della Russia a un’iniziativa internazionale (principalmente, della NATO) in Siria.

Ma se i russi rimangono fermi su questo principio, perché gli Stati Uniti non sono più aggressivi riguardo la Siria? Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha detto che "la Siria è una situazione unica che richiede un particolare approccio, ritagliato alle specifiche circostanze che avvengono in questo paese. Ed è esattamente ciò che ha proposto la Lega araba, un percorso per una transizione politica che possa preservare l'unità della Siria e le sue istituzioni".

Il 28 febbraio 2011 la Clinton si recò al Consiglio dei Diritti Umani dell'ONU per presentare la posizione degli Stati Uniti riguardo la Libia: "Abbiamo visto le forze di sicurezza del Colonnello Gheddafi aprire il fuoco sui manifestanti pacifici. Hanno usato armamenti pesanti su civili disarmati. Ai mercenari e ai teppisti è stato permesso di attaccare i dimostranti. A causa delle loro azioni, loro hanno perso la legittimità per governare. E ora il popolo libico ha le idee chiare: è tempo che Gheddafi se ne vada, subito, senza ulteriore violenza o ritardo".

Perché la Clinton non sostituisce semplicemente il Colonnello Gheddafi con al-Assad e la Libia con la Siria? La Clinton ritiene che il caso siriano sia molto più complesso. Perché la Siria è più "particolare" della Libia?

A Beirut il mese scorso ho rivolto a Fawwaz Trabulsi (autore nel 2007 di A History of Modern Lebanon) una semplice domanda. Trabulsi, che ha lanciato un nuovo quotidiano, chiamato Bidayat, è stato in contatto con le varie correnti dentro e fuori la Siria. Mi ha detto che il problema per la Siria è la sua ubicazione.

La Primavera Araba ha trasformato gli accordi di sicurezza attentamente costruiti da Israele (con la supervisione degli Stati Uniti). La caduta di Mubarak in Egitto ha messo in dubbio il trattato di pace del 1979, e così ha sollevato la questione dei confini sud-occidentali di Israele.

Una nuova energia nel movimento palestinese minaccia la stabilità della West Bank e, nonostante la iniziative di pacificazione attraverso gli accordi e i muri, è probabile che le frizioni politiche vengano scoperchiate da un momento all’altro.

Libano e Israele rimangono in una posizione scomoda, col confine pattugliato da una timida forza delle Nazioni Unite di ONU (la United Nations Interim Force in Libano che, schierata nel 1978, non dovrebbe oramai più avere uno status ad interim).

Questo lascia libera la Siria, dove il regime di Bashar al-Assad ha operato da protettore fedele del confine di Israele. Israele non è disposta a vedere un cambio violento di regime in Siria. Non c'è semplicemente un’alternativa credibile o affidabile ad al-Assad.

Per questo, né Israele né gli Stati Uniti hanno cercato di rimuovere aggressivamente al-Assad dal potere. Quest'energia è riservata per il rullo di tamburi contro l'Iran.

Sul giornale israeliano Haaretz, Zvi Bar'el ha scritto che Washington e Tel Aviv non si augurano una partenza precipitosa di al-Assad: "Lui è considerato una valvola di sicurezza contro un attacco violento di Hezbollah diretto a Israele o contro la presa di controllo israeliana in Libano. Ha anche reso noto il suo disaccordo con l’Iran dopo la visita controversa di Ahmadinejad in Libano [nel 2010]."

Un membro del governo israeliano ha riferito al Washington Post: "Noi conosciamo Assad. Abbiamo conosciuto suo padre. Ovviamente, vorremmo una Siria democratica come nostro vicino di casa. Ma penso che accadrà? No."

Al momento gli Stati Uniti e Israele si stanno nascondendo dietro ai russi (e in una qualche misura dietro ai cinesi) nel Consiglio della Sicurezza dell'ONU. Non hanno alcun interesse per la rimozione di al-Assad dal potere.

Secondo loro, la Siria non dovrebbe avere una soluzione libica, ma una yemenita: la violenza sbollirà lentamente, l'opposizione si stancherà, poi ad al-Assad sarà permesso di crearsi un successore nominale per lasciare intatti i lineamenti del regime, offrendo però un volto nuovo della Siria.

Visto che al "nuovo" Yemen non può essere consentito di costituire una minaccia per l’Arabia Saudita, alla "nuova" Siria non potrà essere permesso di mandare all’aria la costruzione israeliana.



Siria: Ue e USA divisi sulla guerra. Ma Qatar e G. Bretagna già combattono

da www.contropiano.org - 9 Febbraio 2012

Bruxelles e Washington divisi sulla guerra. Ma truppe speciali di Londra - insieme a quelle dell'onnipresente Qatar - starebbero già combattendo ad Homs contro l'esercito siriano.

E’ netta la diversità di vedute su come intervenire sulla crisi siriana con gli Stati Uniti che parlano apertamente di intervento militare diretto mentre le diplomazie europee lo escludono categoricamente.

La novità delle ultime ore viene da Washington dove l’amministrazione Obama ha alla fine gettato la maschera.

A rendere noto ciò che tutti i più attenti analisti sapevano da mesi è stata ieri la Cnn. Scrive NenaNews:

“Gli Stati Uniti avevano parlato di invio di aiuti umanitari alla popolazione siriana e invece fanno sapere di «aver preso in esame» l’ipotesi di un intervento militare contro la Siria escluso sino ad oggi. Lo hanno detto a Barbara Starr, corrispondente della Cnn al Pentagono, due alti funzionari dell’Amministrazione Obama, confermando l’irritazione della Casa Bianca nei confronti del veto opposto dalla Cina e dalla Russia la scorsa settimana alla risoluzione dell’Onu contro Damasco. I due funzionari hanno precisato che l’America è comunque concentrata ad ampliare la pressione diplomatica ed economica pur di isolare la Siria e che al momento si tratta solo di piani operativi, che hanno solo l’obiettivo di essere pronti nel caso in cui la Casa Bianca dovesse chiedere di passare all’azione. (...) Washington in ogni caso non tiene in alcun conto l’esito dell’incontro, ieri a Damasco, tra il ministro degli esteri russo Lavrov e Bashar Assad, al termine del quale il presidente siriano ha affermato che coopererà con qualunque sforzo per risolvere la crisi. Lavrov, accolto a Damasco da decine di migliaia di siriani, ha affermato che è stato recepito «il segnale» mandato da Mosca di «andare avanti in modo più attivo su tutte le linee». Il presidente siriano, ha aggiunto il ministro degli esteri russo, si è impegnato ad aprire un dialogo con tutte le forze politiche in campo e a scrivere in tempi brevi una nuova costituzione da approvare con un referendum popolare, oltre ad accettare un’estensione e un ampliamento della missione della delegazione di osservatori della Lega Araba. Assicurazioni che non scuotono le monarchie del Golfo, storiche avversarie di Damasco che ieri hanno espulso i rappresentanti diplomatici siriani mentre Italia, Francia, Spagna, Olanda e Tunisia hanno richiamato i loro ambasciatori per consultazioni”.

Oggi il governo tedesco ha deciso l’espulsione di altri 4 diplomatici siriani mentre le cancellerie dell’Unione Europea continuano a ribadire che nessun tipo di intervento militare contro la Siria è in discussione, neanche sotto forma di una ‘No Fly Zone’.

La Siria non è la Libia, è il refrain ripetuto in queste ore. La Libia era isolata quando Francia e Gran Bretagna decisero di attaccare bruciando gli USA sul tempo.

Inoltre l’Unione Europea non ha nulla da guadagnare nella destabilizzazione violenta e incontrollata di una regione che potrebbe deflagrare se le pressioni militari indirette finora adottate dall’occidente – e dalle petromonarchie arabe – dovessero trasformarsi in guerra aperta.

Inoltre, dopo il veto di Russia e Cina all’Onu e l’impegno diretto del governo di Mosca nel tentativo di mediazione tra Assad e le opposizioni, un sostegno europeo alla guerra potrebbe incrinare assai rapporti economici e commerciali vitali.

Ma le notizie su un intervento sul campo di truppe straniere si moltiplicano e rafforzano. Scrive il Sole 24 ore sul suo sito questa mattina, con una sincerità invidiabile:

“Secondo Debka File, il sito web israeliano di intelligence, unità delle forze speciali di Gran Bretagna e Qatar si sono infiltrate a Homs e pur non partecipando direttamente ai combattimenti stanno fornendo assistenza tecnica e militare ai ribelli.

La notizia è accreditata da altri servizi occidentali, anche se in casi come questi è arduo individuare il confine tra informazione e disinformazione.

La credibilità di queste affermazioni, se non la fondatezza, è però avvalorata dal contesto: la Turchia ospita ai suoi confini il Free Syrian Army (l’Esercito Siriano Libero) e a Iskenderum, nella provincia di Hatay, si è insediato da diversi mesi un comando multinazionale ristretto composto da ufficiali americani, inglesi, francesi, canadesi e arabi degli Emirati, del Qatar e dell'Arabia Saudita.

C'erano già dunque le premesse per operazioni coperte in territorio siriano con il coinvolgimento della Turchia che punterebbe in futuro a creare delle zone cuscinetto ai confini con la Siria, in particolare nell'area curda ritenuta da Ankara assai sensibile”.

La provincia di Hatay - Antiochia - nel sud della Turchia ospita una consistente comunità di origine siriana, eredità dei tempi dell'Impero Ottomano, e costituisce il retroterra migliore per un possibile intervento contro Damasco.

Intanto i leader politici turchi cercano di evitare che la crisi precipiti in una guerra aperta, nel qual caso le possibilità per Ankara di mettere le mani sul paese confinante diventerebbero assai remote.

Ieri Erdogan ha lanciato intanto l'idea di una conferenza internazionale sulla Siria per cercare di far valere la propria crescente influenza sulla regione e per intercettare il tentativo di mediazione russo piegandolo ai suoi interessi egemonici all’interno di uno scenario che comunque vedrebbe l’uscita di scena di Bashar Assad ma non necessariamente del suo partito e dei suoi più stretti collaboratori.



Notizie dalla Siria
di Piotr - Megachip - 9 Febbraio 2012

Leggo sul giornale filoamericano e supporter della democrazia sospesa, «La Repubblica», un titolo a quattro colonne: “Quattrocento bambini uccisi in Siria. La denuncia dell’Unicef. La Cnn rivela: gli Usa valutano l’opzione militare”.

Leggo ogni riga, per capire la drammatica situazione. L’Unicef è un organismo potente. Dovrebbe avere buoni mezzi per scavare nelle informazioni. Quali sono questi potenti mezzi? Non si sa, non si dice.

Però ad un certo punto si riporta che l’Unicef afferma di avere “notizie” di “minorenni arrestati arbitrariamente, torturati, abusati sessualmente”.

Notizie? Questi sono i mezzi di intelligence dell’ONU? E notizie da parte di chi? Ovviamente da parte della “resistenza”. «La Repubblica» non lo dice, così come sembra non dirlo l’Unicef. Ma qui e là salta fuori.

Notizie. Talmente poco che anche l’articolista deve ammettere «In queste cifre c’è necessariamente un elemento di congettura. Come in ogni guerra la manipolazione dei dati è evidente».

Ovviamente per i redattori di «Repubblica» le congetture comode sono verità assolute. E così si spara il titolo.

Notizie. Quella contro la Siria sarà quindi l’ennesima guerra basata su notizie non verificate.

La memoria corre subito ai soldati di Gheddafi «rimpinzati di Viagra» (perché mai rimpinzare di Viagra giovani maschi abili al servizio militare?) per poter violentare donne e bambini.

E allora si torna indietro alla «esecuzione di Bin Laden»: anche nel suo cosiddetto rifugio si ritrovarono pillole di Viagra sul comodino, assieme a film pornografici. Però non si trovò nessuno strumento per la dialisi di cui aveva assoluto bisogno per sopravvivere. Potenza del sesso!

Ma poi la memoria ritorna in Libia, alla psichiatra di Bengasi Siham Sergewa che aveva affermato di aver distribuito per posta (sotto i bombardamenti) 70mila dossier ad altrettante donne e di avere ricevuto 60mila risposte (sempre sotto le bombe) da cui si evinceva che 259 donne, con cui era rimasta in contatto, avevano subito violenza sessuale da parte dei soldati governativi.

Peccato che quando Diana Eltahawy, inviata della filoccidentale Amnesty International, le avesse chiesto di poter incontrare alcune di quelle donne, la Sergewa le avesse risposto che non era più in contatto con nessuna di esse.

E peccato che quando le fu chiesto di vedere i famosi 60mila questionari compilati, la Sergewa avesse detto che non li trovava più.

Non contenta di essere stata sbugiardata anche da agenzie amiche, qualche mese dopo tornò alla carica con la storia delle “amazzoni” di Gheddafi stuprate da padre e figli. Un’altra storia strombazzata con grandi titoli dai nostri media, più sputtanati ancora dalla psichiatra libica mendace.

Così bombarderemo la Siria sulla base di notizie e di congetture che vantano una lunga tradizione di falsità.

Ben inteso, quando dico “noi” intendo proprio “noi”, la nostra coscienza che fu già piallata in modo discontinuo dalle bugie su Saddam, collaudata con la “rivoluzione verde” in Iran, rettificata con precisione dalle falsità sulla Libia ed ora è un ponte di lancio senza un difetto per bombardieri.

Gli aggressori, invece, sanno benissimo perché bombarderanno la Siria, grazie alla nostra ignavia o complicità.

Basta leggere per bene la conclusione dell’articolo in oggetto, che in realtà ha come target militare il tentativo di mediazione del Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov: «Se l’Occidente promuove la democrazia, il Cremlino vede una questione di geopolitica».

Ci sarebbe da ridere per non piangere. La tabella di marcia ricevuta su un appunto al Pentagono dal generale Wesley Clark era tutto tranne che una strategia per difendere la democrazia (termine che negli studi degli strateghi USA non compare mai se non come occasionale arma propagandistica di guerra).

Una tabella che diceva “Afghanistan, Iraq, Libia, Libano, Siria, Somalia, Yemen e Iran”. Una tabella di marcia stilata nel 2001. Ben prima della “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein, ben prima dei “brogli elettorali” di Ahmadinejad, ben prima degli “stupri al Viagra” dei soldati di Gheddafi, ben prima dei “quattrocento bambini ammazzati da Assad”. Ben prima di tutto.

E gli Stati Uniti, per Giove, sono di parola.

E hanno fretta. In maggio sono programmate in Siria elezioni democratiche pluripartitiche, sotto lo scrutinio di osservatori internazionali. Magari tra gli osservatori ci sarà anche quel rompiballe di Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti, che osò affermare che le elezioni vinte da Hamas erano state le più democratiche di tutto il Medio Oriente.

Non sia mai!

Gli USA sanno benissimo che le elezioni saranno inevitabilmente e ignominiosamente perse dagli “oppositori” da loro foraggiati con armi e soldi tramite Arabia Saudita e Qatar e con gli uffici a Londra.

Gli esportatori di democrazia devono quindi fermare a tutti i costi quelle elezioni. Perché, come si sa, le elezioni sono democratiche solo quando vince chi vuole il padrone.

venerdì 3 febbraio 2012

Mario Monti e tutto il resto è noia...

Una serie di articoli sull'ultima sparata di Mario Monti fatta qualche giorno fa durante il programma televisivo Matrix.

Che noia...


Monti in TV, che monotonia
di Marco Cedolin - Il Corrosivo - 2 Febbraio 2012

L’usuraio al timone dell'Italia deve considerarsi particolarmente telegenico, a giudicare dalla quantità di comparsate sul piccolo schermo delle quali si rende regolarmente protagonista.

Comparsate che se in Italia esistessero ancora un governo ed un’opposizione (sia pur di facciata) avrebbero provocato un profluvio di polemiche, laddove invece le lezioni in TV del professor Monti vengono accolte con acquiescente bonomia.

Nel corso dell’ultimo show televisivo, in quel di Matrix su Canale 5, il banchiere filosofo ha pensato bene d’iniziare a preparare la strada per lo smantellamento del mondo del lavoro (o meglio di quello che ne resta) prossimo venturo, scagliandosi in una filippica contro il posto fisso, come già avevano fatto in molti (con qualche eccellente eccezione) prima di lui negli anni passati.

“I giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E' bello cambiare e accettare delle sfide”. Sono state le parole con le quali ha sintetizzato il concetto che la precarietà dovrebbe essere accettata di buon grado dai giovani (i meno giovani ormai sono caduti in un oblio senza fondo come se a 40 anni l’unica prospettiva praticabile fosse quella del suicidio), in qualità di sfida elettrizzante, dispensatrice di adrenalina e gioia di vivere…..

Si potrebbe filosofeggiare a lungo sul concetto di monotonia, dal momento che la sensazione ha carattere largamente soggettivo, però prendendo per buono lo spunto del professore al servizio dell’usura, non si può evitare di sottolineare come tutte le società che hanno attraversato il corso della storia siano sempre state fondate sui pilastri del posto fisso e della monotonia, così come lo è altrettanto quella neoliberista, di cui egli si manifesta fra i massimi estimatori.

Alla base di una “monotonia” di fondo allignano i bisogni primari dell’essere umano, che suo malgrado possiede una dimensione corporea , che noiosamente lo costringere a mangiare due volte al dì, a trovare un riparo dove proteggersi dalle intemperie, a ricoprirsi di “stracci” per non morire congelato e via discorrendo.

Se nelle società primordiali, basate sull’autoproduzione, la caccia, la pesca e l’agricoltura su scala estremamente ridotta, la “monotonia” imposta dal rincorrersi delle stagioni e dalle leggi della fisica poteva essere talvolta stemperata da un certo grado di autonomia del singolo nell’ambito della comunità, progredendo, l’esistenza dell’essere umano si è fatta man mano più monotona e noiosa, sempre all’insegna della necessità di sopravvivere e rispondere ai bisogni imposti dalla materialità del corpo.

ln completa monotonia il contadino si spaccava la schiena per coltivare la terra prima del nonno e poi del padre, il maniscalco a ferrare i cavalli come imparato dal genitore, e così il fabbro, il commerciante, il tessitore e via discorrendo.

E la situazione peggiorò ulteriormente con la rivoluzione industriale, quando larga parte dei lavoratori persero qualsiasi forma di autonomia, trasformandosi in automi al servizio di una fabbrica, dove noiosamente compiere meccanicamente gesti ripetitivi per 12 ore di fila.

Oggi il “progresso” ha mutato radicalmente il nostro modo di vivere e trascorriamo i nostri giorni sommersi da una quantità inusitata di nuovi bisogni fittizi, ma i bisogni di base sono sempre lì, monotoni e noiosi come non mai, tanto quanto quel posto fisso agognato dai più perché indispensabile per soddisfarli.

Continua ad essere estremamente monotona la necessità d’imbastire il desco due volte al dì e quanta noia nel pagare tutti i mesi la rata del mutuo o l’affitto, regolarmente le bollette per l’elettricità e il riscaldamento, la retta dell’asilo, il pieno dal benzinaio, le spese di condominio, l’assicurazione dell’auto e le altre cento monotone incombenze finanziarie che hanno tutte un comune denominatore: la regolarità.

Non esiste dubbio sul fatto che un lavoro regolare comporti un certo grado di monotonia (il lavoro in sé lo è quando compiuto per necessità e non per piacere), ma si da il caso che nella società neoliberista nella quale viviamo il lavoro regolare rappresenti la prerogativa imprescindibile per la sopravvivenza.

Provate a non pagare il mutuo per qualche mese e verrà Equitalia a portarvi via la casa. Provate a non pagare le bollette e congelerete al freddo e al buio. Provate a fare la spesa nel mese in cui non lavorate e il desco somiglierà ad una natura morta.

Provate a non pagare l’assicurazione dell’auto e ve la sequestreranno. Provate a chiedere un prestito in banca o alla finanziaria e non vi daranno un euro senza che presentiate prova di quel posto fisso monotono e desueto.

Saremmo in molti ad apprezzare una società più effervescente, in sostituzione di quella fondata sulla monotonia, ma se davvero Monti e le banche da lui rappresentate, da filantropi quali sono, hanno a cuore le sorti progressive dell’umanità ed ambiscono a sradicare l’oppressione costituita dalla noia, inizino a dare il buon esempio.

Basta scadenze regolari alle quali dovere far fronte, basta garanzie per ottenere credito, basta gabelle, ticket e prelievi forzosi di ogni genere.

Paghi quando puoi e se non puoi pagherai il prossimo mese o quello dopo, ecco le parole necessarie per spezzare la monotonia del posto fisso. Tutto il resto è solo una monotona lagna, esperita da un noioso banchiere, che usa impropriamente la TV per diffondere il verbo dei suoi padroni.


La monotonia del governo Monti
di Fabrizio Casari - Altrenotizie - 3 Febbraio 2012

Quella dell’abolizione dell’articolo 18 è ormai l’ossessione dei professori. Il tavolo di concertazione (o di solo reciproco ascolto, par di capire) tra il governo e le parti sociali, continua ad avvitarsi sul mantra del ministro Fornero.

Una litanìa, ormai un vero e proprio tormentone dei ministri e di Confindustria, al quale si allinea il codazzo della pubblicistica devota, dice che è che l’articolo 18 “non dev’essere un tabù”. Magari un tabù no, ma una fissazione sì, par di capire.

Eppure i dati che indicano la disoccupazione al suo record storico, con un giovane su tre senza lavoro e le previsioni per l’anno in corso, che parlano di ulteriori 800.000 o un milione di posti di lavoro in meno, letti con puro senso logico e scevri da ogni impostazione ideologica, direbbero che l’emergenza nazionale è la disoccupazione.

Una disoccupazione che ha raggiunto dimensioni spaventose anche in quanto figlia della mancata crescita e delle politiche recessive e che è parente strettissima della giungla contrattuale che ha permesso di concepire un mercato del lavoro a bassissimo tasso di occupazione e di legalità.

I sindacati fanno giustamente rilevare che se l’occupazione e la conseguente crescita interna sono i due pilastri drammaticamente colpiti dalla crisi economica e dalle politiche recessive genialmente studiate per affrontarla (un caso di suicidio assistito, insomma), proprio non c’è nessun bisogno di aiutare ulteriormente le imprese nel favorire l’esodo incontrollato e arbitrario dei lavoratori.

Non occorre essere dei professori, infatti, per capire che non si può invocare maggiore occupazione mentre si eliminano gli strumenti residui per difenderla. Occorre aver studiato da professori per non capire come il progressivo aumento delle disuguaglianze sociali sia nocivo per lo stato dell’economia e di un paese ben più dello spread sui titoli?

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, giova ricordarlo, non impedisce infatti alle aziende con oltre 15 dipendenti di licenziare, ma impone l’esistenza di una “giusta causa” per farlo. L’elemento fondamentale della norma risiede nella necessità di tutelare i lavoratori dai licenziamenti indiscriminati, arbitrari e vessatori che le aziende italiane - Fiat in primo luogo - hanno storicamente privilegiato per ridurre al silenzio la sindacalizzazione interna.

Per rimanere al caso Fiat, va ricordato che da Valletta a Romiti e ora a Marchionne, infatti, l’organizzazione sindacale interna alla Fiat è stata oggetto di numerosissimi licenziamenti politici come rappresaglia per le battaglie sindacali interne sostenute dai lavoratori.

In Italia si licenzia con estrema facilità e i circa 46 tipi di contrattualizzazione diversa sono lo strumento per disporre a piacimento della giungla contrattualistica e, non da ultimo, la sede di un pezzo significativo dell’evasione fiscale perpetrata a danno del Paese.

Gli argomenti che la ministro Fornero e il codazzo propongono sono sostanzialmente due: che l’esistenza dell’articolo 18 nei fatti crea due diversi regimi di tutela per i lavoratori (aziende con meno o con più di 15 dipendenti) e che, a cascata, l’erogazione degli ammortizzatori sociali produce un’ulteriore disparità.

Infine, si sostiene che l’esistenza dei vincoli sanciti dall’articolo 18 rappresenta un freno alle possibilità di assumere da parte delle aziende e, dunque, contribuisce indirettamente proprio a quella ridotta occupazione che si vuole combattere.

Ebbene, se si vuole davvero la parità delle tutele per tutti, è sufficiente allargare l’applicazione dell’articolo 18 anche alle imprese con meno di 15 dipendenti. Perché non lo si fa? E se si ritiene che chi è fuori dal mercato del lavoro e non usufruisce della cassa integrazione sia penalizzato (e lo è certamente), si può ampliare il sostegno sociale attraverso il reddito di cittadinanza, erogabile insieme alla formazione professionale utile alla ricollocazione futura.

Ma la questione ancora più odiosa, perché volutamente truffaldina, è quella che imputa all’articolo 18 un freno alle assunzioni, perché queste risulterebbero troppo rigide. Ma se così fosse, se cioè fosse il solo articolo 18 a frenare le assunzioni, come mai le aziende con meno di quindici dipendenti (dove quindi la norma non trova applicazione) non assumono? Sarà perché l’articolo 18 niente, assolutamente niente, c’entra con la capacità di produrre lavoro da parte del mercato?

Ma perché dunque questo attacco continuo all’articolo 18? Perché si vuole una sconfitta ed un arretramento dei sindacati e della sinistra di tipo epocale. Il messaggio, soprattutto indirizzato alle nuove generazioni, è che solo rinunciando ai diritti conquistati dai loro padri e dai loro nonni, solo la rinuncia ad essere rappresentati da sindacati e organismi di rappresentanza, potrà aprire il futuro a nuove opportunità di lavoro e progresso.

Il modello che si propone è quello delle “zone franche”, prevale l’ideologia delle maquilladoras più che un’idea di riforma del mercato del lavoro. Ma nessun modello economico e sociale accettabile é mai stato edificato sulle fondamenta della schiavitù e si diventa soggetti di diritti proprio quando si smette di essere oggetto di elemosine.

Sul mercato del lavoro, come sulle liberalizzazioni, il governo Monti mente e sa di farlo: non ha nessuna ricetta che non sia l’ossequio alle banche e alla speculazione finanziaria e non ha nessuna idea di come ricostruire il tessuto sociale ed economico del paese.

Esaurito il capitolo delle liberalizzazioni, con il quale ha tentato di spiegare che acquistare un’aspirina al supermercato e avere qualche taxi in più siano gli snodi dello sviluppo del Paese (ma guardandosi bene dal toccare banche ed assicurazioni, mercato energetico e telecomunicazioni) oggi tenta di convincerci che per lavorare di più bisogna farsi licenziare di più.

Nel disegnare la sua politica, inoltre, il governo ultimamente ha imboccato con decisione la strada dello sberleffo. Dapprima il rampollo inutile che definisce “sfigati” tutti coloro che, diversamente da lui, sono stati costretti a studiare per tentare una professione, non avendo padri e amici del padre in grado di allocarlo a piacere con i soldi pubblici.

Successivamente è stato lo stesso Monti, ospite in casa Mediaset, a dire che il lavoro fisso è una chimera e per fortuna, dal momento che il lavoro fisso è “monotono”.

Eppure il professor Monti, che detesta la monotonia, si è fatto nominare senatore a vita, non proprio un ruolo a tempo determinato ed una attività adrenalinica. Profumatamente pagato con i soldi nostri, pare ormai voler dismettere gradualmente la supposta sobrietà per calarsi nei panni di un uomo vanitoso e supponente.

Oggi sono le sue parole ad essere monotone. Impari una lezione, professore: la sobrietà non è dimostrata dall’apparenza mesta e grigia e dal tono di voce monocorde, ma dal saper farsi carico con serietà e rispetto dei destini delle persone in carne e ossa. Anche di quelle che non siedono nei consigli d’amministrazione.



La monotonia dei professori
di Michele Carugi - Il Fatto Quotidiano - 3 Febbraio 2012

Una delle cose che più mi infastidiscono di Monti, a parte le modalità della riforma delle pensioni, è il suo modo paternalistico di porsi. Non c’è volta che, nel comunicare o annunciare all’orizzonte i sacrifici e le rinunce alle quali i cittadini verranno sottoposti (alcuni di loro, per la verità) non perda occasione per dirci come quei sacrifici li faremo per il nostro bene e come dovremmo essere grati a chi ce li organizza.

È successo con la riforma delle pensioni che ha il grande pregio di portare alle casse dello Stato i bei soldini freschi dell’avanzo dell’INPS dal fondo dei lavoratori dipendenti ma non che non viene spiegata con questa (ovvia) motivazione, visto che qualcuno potrebbe dire: perché proprio da li?

Ha anche il pregio, come dichiarato dal Ministro Fornero, di essere stata la parte accolta più favorevolmente dall’Europa che chiedeva tangibili sacrifici, ma non viene spiegata neppure con questa motivazione, dato che ammettere che si dia all’Europa (si scrive Europa e si legge Germania) il diritto di ingerire nel come si voglia risanare l’Italia non sarebbe troppo ben digerito.

No, viene soprattutto spiegata con il riequilibrio generazionaleraccontando di come è bello che i padri si preoccupino di figli e nipoti e di quanto cattivi sono quelli che contestano le modalità della riforma; ovviamente è perché non vogliono pensare ai propri figli e nipoti. Che poi questo riequilibrio avvenga appiattendosi sul peggio del peggio, ora e per sempre, è secondario.

Ora, in procinto di addentare la pagnotta (forse un po’ difficile da masticare) del mercato del lavoro (mercato, brutta parola trattandosi di esseri umani, ma così si chiama) il Nonno Monti (copyright: Lisa) ha messo le mani avanti e, nello spiegare che secondo lui il famigerato articolo 18 sarebbe meglio abolirlo, non ha detto che così vorrebbe Confindustria, a patto che non si chiedano indennità di licenziamento troppo alte oppure che l’Europa (si legge Merkel) gradirebbe tanto che in Italia si diventasse più flessibili di quanto non lo siano in Germania o in Francia; no, ha buttato lì con nonchalance che c’è “una terribile apartheid nel mercato del lavoro tra chi è già dentro e chi, giovane, fa fatica ad entrare” (sulla qual cosa potrebbe anche avere alcune ragioni) e che “i giovani devono abituarsi all’idea di non avere più il posto fisso a vita: che monotonia. E’ bello cambiare e accettare delle sfide”.

Escluderei che fosse un battuta, perché in tal caso ci sarebbe da dire parecchio sul senso dello spirito, perciò penso che fosse un tentativo di indorare la pillola (molto amara) riuscito male.

Infatti Monti sembra ignorare che solo in pochi casi è dato ai lavoratori di cambiare lavoro per libera scelta, migliorando oppure per togliersi dalla monotona routine; di solito escono dalle aziende prima della pensione perché vengono licenziati oppure usufruendo di ammortizzatori sociali e sarei sicuro che preferirebbero tenersi l’odiata monotonia.

Monti parlava dalle comode poltrone di Matrix; gli proporrei di andare a tenere una “lectio magistralis” sulla bellezza del posto precario che immunizza dalla monotonia a, per esempio, un’assemblea di cassaintegrati ai quali la cassa terminerà il mese seguente e la cui azienda non li riprenderà e di spiegare a loro la sua “teoria della monotonia”.

Direi che Monti forza un po’ troppo la mano con i suoi messaggi tendenti a mimetizzare, se non avessi invece il dubbio fondato che Monti, la Ministra Fornero, e altri nel Governo, semplicemente provengono da una cerchia sociale nella quale è stato perso il contatto con la realtà delle problematiche delle persone; secondo me non si rendono conto di cosa vuol dire per un disoccupato non poter accedere alla pensione o per un nato nel Gennaio 1952 vedersi rimandata la pensione di 4 anni e per uno nato nel 1953, di 6 anni di colpo, o di quale sia il reale rapporto tra i lavoratori delle mansioni più basse e il mondo del lavoro.

Probabilmente provengono da un limbo nel quale la pensione è una materia di studio e non una prospettiva di vita e gli stabilimenti assets da acquisire da parte di una investment bank e non un luogo di lavoro.

E allora mi domando se non sarebbe meglio che a governarci fossero persone innanzitutto delegate a farlo tramite elezioni e secondariamente un po’ più in contatto, per loro estrazione, con la realtà della vita.


L'Apartheid di Mario Monti
di Anna Lami - Megachip - 3 Febbraio 2012

«I giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E' bello cambiare e accettare delle sfide». A parlare è il Presidente del Consiglio Mario Monti intervenendo in un dibattito televisivo sui temi del lavoro e dei giovani.

«La riforma sulla quale il ministro Elsa Fornero e tutto il governo adesso è impegnato - ha spiegato- ha la finalità principale di ridurre il terribile apartheid che esiste nel mercato del lavoro tra chi per caso o per età è già dentro e chi giovane fa una terribile fatica ad entrare o entra in condizioni precarie».

In poche battute troviamo condensato tutto il pensiero, figlio delle peggiori teorie liberiste, che ispira Mario Monti.

“Che monotonia il posto fisso”: è vero, deve esser stata di una noia incredibile passare tanti anni nella stessa azienda, crescere professionalmente, man mano aumentare il proprio know how, e sulle basi di questa monotona sicurezza progettare un futuro, una casa, dei viaggi, farsi una famiglia.

Ma Mario Monti ci tiene al divertimento degli italiani, giammai si impigriscano, quindi vuole renderci la vita ancor più avventurosa e flessibile di quanto già lo sia nella superprecaria Italia del 2012, che anche secondo l’Ocse è già il paese più flessibile del mondo, tanto che in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca è molto più difficile licenziare che da noi.

Del resto, che gusto si può trovare nello svegliarsi la mattina per recarsi nella stessa azienda avendo la sera la certezza di poter pagare le bollette, e magari garantire una vita dignitosa ai propri figli?

Molto meglio fare una giornata di volantinaggio pubblicitario fuori dalle Metro, il giorno dopo provare l’inebriante esperienza di lavorare in un call-center, e alla fine del mese con il contratto scaduto e non rinnovato girare per negozi non per fare shopping ma per portare il proprio curriculum vitae nella speranza che qualcuno cerchi una commessa extra almeno per il sabato pomeriggio.

È infatti questa la vita che vivono i “fortunelli” di venti-trent’anni che, magari dopo una laurea ed un paio di master, entrano dalle finestre del mondo del lavoro.

Ci si diverte come pazzi a cambiare occupazione cinque o sei volte l’anno, lo si capisce ascoltando ordinarie conversazioni tra i distributori dei quotidiani gratuiti nei pressi delle stazioni delle grandi città.

Eh si, perché il posto fisso potrebbe anche essere monotono, se l’alternativa fosse che un giorno si fa l’amministratore delegato di una società ed il giorno dopo il marketing manager di un’azienda ben quotata in borsa, non senza essersi fatti mancare una settimana da medico chirurgo. Invece, purtroppo per noi, eccessiva precarizzazione fa rima con lavori dequalificati (e sottopagati).

Hai una laurea in economia e commercio? Non solo è probabilmente inutile, in quanto solo nel 15% dei casi secondo una recente inchiesta di Unioncamere-Excelsior viene richiesta dalle (poche) aziende che assumono, ma può addirittura essere controproducente: tra le critiche - le più gettonate - che vengono rivolte ai neolaureati, c’è quella di “essere troppo pretenziosi”.

Voglio dire, c’è ancora in giro chi crede di aver diritto ad aspirare a qualcosa che rientri nell’ambito dei propri studi. Del resto siamo nella stessa logica di pensiero del premier: così come è noioso il posto fisso, è triste pensare di insegnare quando si è laureati in Storia. Molto più all’altezza dei tempi provare a sentire se la nuova società ferroviaria di Montezemolo si affida a qualche cooperativa che assume ancora.

Monti invita i giovani ad accettare le sfide della flessibilità: è almeno dai tempi della Legge Biagi e del Pacchetto Treu che queste parole vengono spese, e non ci risulta ci siano ragazzi che vergognosamente si sottraggano a tali avvincenti sfide.

In questa categoria infatti non solo si è ulteriormente contratto il flusso di ingresso nell’occupazione, ma è andata scemando la possibilità di transitare verso una condizione di maggiore stabilità lavorativa. Di quanto ci avvisa il premier, quindi, siamo già al corrente.

Era diverso tempo che un esponente istituzionale di primo piano non ripescava lo slogan “precario è bello”. Negli ultimi anni ci eravamo abituati a Tremonti, che populisticamente riconosceva come negativa l’eccessiva precarizzazione, anche se poi continuava ad incentivarla nelle politiche ministeriali.

Ma il tecnico dell’anno non ha un elettorato di riferimento, a lui basta rispondere ai diktat della BCE, quindi può permettersi un’ironia che sconfina nell’insulto.

E l’insulto è rivolto soprattutto ai giovani, quelli a cui il Presidente Napolitano, padre morale dell’esecutivo, spera non “venga lasciato il debito in eredità”: conviene di più farglielo pagare adesso, avranno pensato, questo debito di cui ancora non si conoscono bene i creditori.

Quindi, bisogna ridurre il “terribile apartheid” tra chi è già entrato nel mondo del lavoro con qualche diritto residuo e chi invece non ha più alcun diritto.

Come ridurre l’apartheid? Estendendo a tutti garanzie e tutele sociali? Macchè, troppo banale … meglio offrire a tutti l’avventura della precarizzazione totale. Così si contrastano le odiose discriminazioni socioeconomiche.

Perchè ammettere lavoratori di serie A e lavoratori di serie B? Trasformiamoli tutti in lavoratori di serie C, cosicchè se in una coppia lui aveva il “privilegio” di un contratto da operaio a tempo indeterminato e lei da insegnante ultraprecaria, finalmente non si sentiranno più in competizione e potranno vivere affamati e contenti.

Per fortuna c’è Mario Monti, a salvare noi giovani da una vita monotona.



La noia del posto di lavoro
di Beppe Grillo - www.beppegrillo.it - 2 Febbraio 2012

"L'idea di un posto fisso per tutta la vita? Che monotonia! I giovani dovranno abituarsi all'idea che non l'avranno". Così parlava ieri Monti. Tranquillo Rigor Montis! I giovani non si annoiano. Si sono portati avanti da tempo. Non solo non credono più al posto fisso, ma neppure a quello variabile.

E a furia di non credere, o forse per non annoiarsi troppo, in questi anni sono fuggiti all'estero. L'Italia è il secondo Paese europeo per emigranti dopo la Romania.

I ragazzi che hanno salutato il Bel Paese per ragioni di forza maggiore, mancanza di lavoro disponibile, né la speranza di averlo, paghe da fame e nessuna sicurezza, sono in prevalenza laureati e diplomati.

Hanno studiato nelle nostre Università con sacrifici spesso inimmaginabili da parte dei loro genitori per diventare emigranti. La maggior parte di loro non tornerà, semplicemente non può tornare, per vivere con lavori a progetto a 600 euro al mese o sulle spalle della famiglia.

Se questa emorragia di sangue continua, questa abdicazione al futuro (i giovani sono il futuro!), non è un'emergenza, allora cosa lo è?

La disoccupazione giovanile è alimentata dalle scelte sciagurate di questo governo e di quelli che lo hanno preceduto. Gli altri Stati investono in innovazione, noi in cemento e in cacciabombardieri.

Il tunnel inutile della Tav in Val di Susa costerà 22 miliardi, gli F13 15 miliardi. Con queste cifre colossali si potrebbero creare distretti per l'innovazione, per lo sviluppo tecnologico.

Far ripartire l'Italia, trattenere tecnici, ingegneri, informatici. Olivetti, Telettra, Telespazio, Italtel, l'intera informatica nazionale sono state sostituite dall'industria del cemento.

Ma dove vogliamo andare?

In Europa la disoccupazione giovanile sta aumentando, anche in questo caso a due velocità. Noi siamo, come ovvio, nel gruppone che tira la volata con il 31% (*) ma la classifica non tiene conto dei ragazzi emigrati.

La media dell'eurozona è del 21,3%, dieci punti in meno. Che noia, che monotonia. Un Paese che non riesce a dare un futuro alle nuove generazioni è un Paese in estinzione.

(*) fonte Eurostat



Posto fisso ? Imitare Monti lui se ne intende
di Marcello Foa - http://blog.ilgiornale.it - 3 Febbraio 2012

Ma perchè Monti è così noioso? Forse perché ha sempre avuto il posto fisso? Il nostro presidente del Consiglio, che dà sapienti lezioni ai giovani sulle virtù dell’instabilità occupazionale, non è propriamente un modello di coerenza.

Già perchè se scorri il suo curriculum scopri che di rischi, lui, non ne ha mai corsi. Notevole carriera, la sua. Non proprio trasparente ma bellissima. E soprattutto percorsa sapendo che sotto la passerella su cui camminava c’era sempre una rete di salvataggio; talvolta addirittura due.

Dal suo curriculum scopriamo che dal 1970 al 1985 ha insegnato economia all’Università di Torino. Esperienza traumatizzante e piena di incognite. Nel 1985 è passato alla Bocconi, dove è rimasto per ben 26 anni ricoprendo le cariche di professore, rettore e poi presidente. Nel frattempo (immagino beneficiando dell’aspettativa) anche commissario europeo e consigliere di Coca Cola, Moody’s, Goldman Sachs.

E ha intrapreso attività pericolosissime e trasparenti assumendo la presidenza della Trilaterale, diventando membro del comitato direttivo di Bilderberg, uno dei presidenti del “Business and Economics Advisors Group” dell’Atlantic Council e fondando il think tank Breugel.

Un percorso esemplare, di un uomo che ha sempre saputo affrontare i rischi, soprattutto imprenditoriali, e che ora orgogliosamente può affermare: mi sono fatto da me. Ragazzi, accettate i suoi sermoncini e imitatelo. Se ne intende…



Mr Goldman Sachs: obiettivo distruggere la sicurezza del lavoro
di Federico Dal Cortivo - http://europeanphoenix.com - 3 Febbraio 2012

Mario Monti, meglio conosciuto come Mr Goldman Sachs cameriere dell’alta finanza anglosassone, prosegue nell’incarico affidatogli dai suoi padroni: la distruzione completa di ogni sicurezza sociale e lavorativa in Italia.

Intervistato dalle solite testate embedded come il Tg5 e nella trasmissione Matrix, Mr Monti si è profuso in una serie di teoremi sul posto fisso di lavoro, già cari da qualche tempo a Confindustria e alla sua “pasionaria” Marcegaglia, inneggiando alla mobilità in uscita, che tradotto in parole povere significa licenziamenti più facili e totale deregolamentazione delle attuali normative contenute nell’Art 18 della Legge 300 del 1970.

A Monti non par vero di poter parlare a tutto campo senza mai essere contestato dai sedicenti partiti politici che occupano le poltrone di un Parlamento oramai ridotto a dependance della BCE, nel quale si agitano privilegiati e parvenu d’ogni risma, e così straparla con frasi a effetto: “Sulla terribile noia che è rimanere tutta la vita ancorati al medesimo posto di lavoro”, oppure “di come è bello cambiare e accettare delle sfide…”, e del “terribile apartheid nel mercato del lavoro tra chi è già dentro e chi giovane fa fatica a entrare” e via con altre amenità del genere.

La disgustosa salsa Monti è una sola: Giovani e meno giovani scordatevi il posto fisso, io vi porterò tanta precarietà, tanta insicurezza, tanta miseria e vi ridurrò a semplice merce di scambio come una qualsiasi materia prima, pacchi pronti da usare e poi gettare all’occorrenza, secondo i bisogni del padrone e del grande capitale internazionale.

L’obiettivo si era capito da tempo e non solo con questo ultimo governo tecnico impostoci; già i precedenti esecutivi si erano prodigati anno dopo anno a distruggere le sicurezze sul lavoro, a depotenziare gli organi ispettivi, a tagliare la spesa nel campo sociale, a precarizzare le assunzioni con le varie Leggi Treu e Biagi, a bloccare i salari, a stravolgere la valenza dei Contratti Collettivi Nazionali a favore di trattative di secondo livello dove con la complicità dei maggiori sindacati si possono ora introdurre anche norme peggiorative rispetto ai CCNL ecc.

La finezza, se finezza la possiamo chiamare di Mr Monti, sta nel voler creare un conflitto generazionale tra i giovani che devono entrare nel lavoro e chi già vi è da tempo dentro, ingenerando tra i primi il sospetto che siano i secondi già tutelati dalle leggi ancora vigenti e determinati a mantenere le posizioni giustamente acquisite, a impedire quel cambiamento… che favorirebbe un maggiore flessibilità e quindi, sempre secondo i teoremi di Mr Goldman Sachs, facilità di assunzioni.

Sottile manovra da guerra psicologica tesa a mettere gli uni contro gli altri, come se i padri fossero responsabili della disoccupazione dei propri figli.

E di quali sfide i giovani dovrebbero farsi carico, parla poi spocchiosamente il capo del governo? Forse quelle di chiedere al ribasso un posto di lavoro mal pagato, insicuro, flessibile negli orari? Sono queste le illuminanti battaglie che i giovani italiani dovrebbero accettare per il futuro?

Poi perché mai ci si dovrebbe abituare all’idea di non avere un posto di lavoro fisso, quindi sicuro e pertanto un valore stabile per la vita propria e famigliare?

Ci dovrebbero dimostrate Monti, la Fornero e mettiamoci pure Napolitano, e tutta la razza padrona filo bancaria che siede indegnamente al governo, che con tanta sicumere si atteggia a salvatrice della Patria, dove questi cambiamenti hanno portato un maggior benessere civile ed economico, se per benessere probabilmente s’intende la ricchezza e i profitti per pochi e la miseria per tanti.

Gli “sciacalli” portino dati alla mano le prove che il liberismo selvaggio da loro invocato nel mondo del lavoro ha avuto benefiche ricadute sulle persone, sugli Stati, sulle famiglie, sulla sicurezza sociale, sulla minor criminalità, sulla salute ecc. Ci dicano dove tutti questi miracoli sono avvenuti e dove il tanto osannato “mercato” ha risolto i problemi dell’uomo proiettandolo in un’epoca di civiltà. Siamo ancora in attesa…

Oppure dietro tutto ciò si nasconde solo il degrado della figura del lavoratore, della sua dignità di uomo, messo in subordine del profitto ad ogni costo, ridotto a semplice ingranaggio di una macchina economica che invece di soddisfare i reali bisogni, deve inventarne di nuovi per poter produrre e consumare in un gioco perverso apparentemente senza fine, perché nulla può crescere all’infinito.

Ma per fare ciò questo meccanismo ha la necessità di tanti schiavi, docili, sottomessi, che accentano di vivere consumando e consumano per vivere, l’“Homo economicus”per dirla alla Julius Evola.

Sul fronte che dovrebbe essere contrapposto, già da tempo sventola bandiera bianca. La risposta che fino ad oggi è arrivata dalle Confederazioni sindacali è stata flebile, balbettante, timorosa, quasi a non voler disturbare il “manovratore” e del resto sono proprio i maggiori sindacati italiani, complici con il nemico, i corresponsabili di questa situazione avendo accettato e sottoscritto negli ultimi anni contratti di lavoro sempre peggiorativi dei precedenti e aderendo a tutte le richieste dei governi liberal che si sono succeduti, sia di centro destra sia di centro sinistra. Gli unici a scendere in piazza e gridare la rabbia di tanti italiani sono stati i Sindacati di Base, debitamente oscurati dai mezzi d’informazione nazionali.

Già “l’uomo di Londra” vorrebbe far ripartire la crescita economica italiana e chiede a gran voce sessanta giorni di tempo per dare “una svolta” al Paese (così lo chiama chi non ha il senso della Nazione), perché lo spread lo impone e lo chiedono i suoi burattinai della City e di Wall Street che hanno fretta di chiudere la partita Italia, dopo aver commissariato la Grecia, per poi passare alla Spagna e così farci pagare a noi i conti della crisi statunitense.

La “banda” che sta portando l’Italia verso il baratro sociale ci chiede di accettare le solite ricette che il FMI e la Banca Mondiale propinano da anni al Terzo Mondo; il Secondo Mondo, leggasi America Latina, si è svegliato da tempo e non accetta più ricatti e imposizioni esterne.

Loro la chiamano “crescita”, in nome della quale sono pronti anche a svendere il patrimonio pubblico nazionale, privatizzare i servizi essenziali, cedere quel poco che ci resto di sovranità economica. Noi la chiamiamo “inciviltà del Lavoro” da contrapporre a quella “Civiltà del Lavoro” che aveva contraddistinto proprio l’Italia a partire dagli anni ‘30, e poi proseguita per un trentennio nel secondo dopoguerra, dove la certezza del posto di lavoro era sinonimo di miglior qualità della vita, di famiglia, di figli, di casa, di tutto ciò che da stabilità a una comunità nazionale e la rende partecipe alla vita e al funzionamento dello Stato, quello stesso Stato che allora controllava i settori strategici dell’economia e che oggi si vorrebbe espellere del tutto per far posto agli speculatori internazionali, ben rappresentati da questo “governo ombra”.




Monti: con la sua riforma del lavoro droga il dato sulla disoccupazione con finti occupati
di Uriel Fanelli - Wolfstep - 3 Febbraio 2012

Leggo una certa polemica circa il fatto che il lavoro a posto fisso sarebbe monotono. Cosi', per prima cosa, e' meglio siate informati di un fatto: in matematica, una funzione e' monotona quando , se A e' maggiore di B, ne deriva che f(A) sia maggiore di f(B).

Cio' non significa nulla , ma come sapete il momento piu' difficile di un post e' l'incipit, e se almeno una donna la puoi invitare a bere qualcosa, Blogger rifiuta di uscire con me, quindi posso rompere il ghiaccio solo cosi'. Comunque, ci sono due cosette che volevo dire a riguardo.

La prima e' che la cosa era ampiamente prevedibile. Come ho scritto qualche mese fa, Monti sta cercando di seguire le stesse ricette dei tecnocrati di Franco, col risultato che ha in mente di stabilizzare i prezzi alla produzione. Non potendo farli scendere per via delle necessita' fiscali, quello che sta facendo e' di renderli facilmente pianificabili. Mi spiego meglio.

Nella pianificazione di un'azienda, si parte dalle spese fisse. Contrariamente a quanto pensano in molti, le spese fisse non sono spese costanti nel tempo, o spese "sicure", ma sono semplicemente le spese che non cambiano se la produzione aumenta o diminuisce.

Il classico esempio e' un affitto del capannone: se un mese producete la meta' della capacita' produttiva o producete al 100%, pagate lo stesso affitto.

Anche l'abitudine disastrosa degli imprenditori italiani di usare il bilancio aziendale per le spese personali pesa sulle spese fisse: se un imprenditore prende una multa ed usa il conto aziendale per pagarla, essa diventa una spesa fissa, dal momento che non cresce col crescere della produzione ne' vi contribuisce.

Sono spese variabili quelle che crescono al crescere della produzione, contribuendovi. Ho scritto "contribuendovi" perche' altrimenti si crea un equivoco: se voi da imprenditori pensate di spendere di piu' in troie (1) quando producete di piu', non e' che la vostra decisione di farvi piu' troie se producete di piu' rende la troia una spesa variabile.

Al contrario, se volete fabbricare il doppio delle camicie, allora vi servira' il doppio della stoffa , il doppio dei bottoni, il doppio del filo, e cosi' via. Queste sono un classico esempio.

Allora, adesso torniamo indietro: abbiamo detto che Monti vuole stabilizzare i costi variabili e sterilizzare quelli fissi.

Innanzitutto, dobbiamo chiederci quale sia il posto da dare agli stipendi in tutto il processo. Se assumiamo il personale e lo paghiamo allo stesso modo che si produca o meno, possiamo considerarlo tra i costi fissi.

E' interessante notare, pero', che in un modello simile a quello dei braccianti meridionali, ove io assumo giorno per giorno la gente che mi serve, le cose non stanno cosi': se produco il doppio assumero' il doppio del personale, quando produco la meta' assumo meta' del personale.

Cosi', innanzitutto la flessibilita' ha il vantaggio di spostare una spesa da un capitolo all'altro. Nel momento che assumete il personale solo in ragione di quanto producete, il risultato e' che diventa una spesa variabile.

Questo pero' non migliora cosi' tanto la situazione. E' vero che avendo spese fisse inferiori adesso avete bisogno di fatturare meno per coprirle., ma d'altro canto avete solo mosso la spesa verso le spese variabili.

Vediamo di fare un esempio stupido.

Le mie spese fisse sono a 20 di cui 10 manodopera.
Io produco una unita' di qualcosa spendendo altri 80 per produrre e vendendo a 100.

Con una unita' venduta riesco a coprire i costi fissi.

Secondo esempio:

Le mie spese fisse sono a 10 perche' ho spostato la manodopera.
Io produco una unita' di qualcosa spendendo altri 90 per produrre, e vendendo a 100.

Ancora una volta devo vendere una sola unita' per coprire i costi fissi.

Allora qual'e' il vantaggio, oltre a quello di spostare sul lavoratore il rischio d'impresa? Il vantaggio e' -apparentemente- di poter passare da piena produzione a produzione nulla avendo spese fisse per 10 anziche' per 20.

Insomma, si tratta di un provvedimento che aiuta un'industria asfittica e mal pianificata, a spese dei dipendenti.

State aiutando, cioe', l'imprenditore a superare meglio la sua carenza di pianificazione. Un imprenditore che usi una logica di tipo ERP dovrebbe sapere che ha tot risorse, e conoscendo la capacita' produttiva dovrebbe fare pressioni sul marketing per saturarla, dicendo loro "abbiamo ancora capacita' per un 10% della produzione, ditemi come allargarmi su nuovi mercati".

Al contrario, quello che fanno e' di permettere all'imprenditore di vivere senza pianificazione, alla giornata, semplicemente dicendo "ho il 10% di capacita' libera? Bene. Rinnovate solo il 10% dei dipendenti".

Qual'e' la differenza in termini di impatto? Che l'imprenditore non si pone piu' il problema di vendere abbastanza da pagare l'azienda, ma di pagare l'azienda per quello che -destino cinico e baro permettendo- riesce a vendere.

Nel breve termine questa strategia sembra dare sollievo alle aziende, che possono licenziare o non rinnovare fino a coprire la capacita' produttiva inutilizzata. Ma nel lungo termine, tutto cio' che otterremo con un calo delle vendite non sara' la segnalazione di un problema, bensi' una reazione automatica.

Nessun imprenditore si mettera' ad analizzare le cause del calo delle vendite, perche' sino a quando non fatica a pagare le spese fisse la risposta e' "non rinnovate i contratti ai lavoratori". Solo allora -quando non riusciranno a pagare nemmeno le spese fisse- noteranno il problema, ma sara' troppo tardi.

In ogni caso, torniamo a Monti. Il suo problema e' di sterilizzare i costi fissi (e lo fara', in questo modo, spostando i dipendenti a costi variabili) e di rendere predicibili i costi variabili. A spese dei lavoratori. Questa e' un'operazione che e' molto piu' complessa, ed e' questo il punto debole della strategia.

Non e' una novita: questo genere di logica fu introdotta da Clinton negli USA diverso tempo fa, ed ebbe il piccolo problemino che dopo il primo "boost" nel quale tutti sembravano essere al lavoro, si inizio' a scoprire che il turnover parcellizzava molto il tempo dei lavoratori. Il risultato era che il lavoratore lavorare 8 mesi l'anno, oppure un anno ogni tre, e il risultato era che nel frattempo usava la carta di credito per vivere.

Questo diede il via ad un boom speculativo di indebitamento privato e crescita degli immobili , la quale poi e' sfociata nel Credit Crunch.

Quello che successe agli USA con questa riforma del lavoro fu:

• Apparentemente rientra il dato sulla disoccupazione.
• I redditi si comprimono, compensati dall'indebitamento dei singoli (e in italia c'e' spazio, visto che i debiti per fortuna sono pochi).
• I singoli fanno debiti per vivere, dando in garanzia implicita o meno degli immobili.
• La domanda di immobili cresce. Crescono i prezzi. Crescono le garanzie , e quindi i consumi.
• L'indebitamento dei privati raggiunge il massimo, insieme ai prezzi degli immobili.
• Si satura il mercato immobiliare.
• Si arriva al credit crunch non appena l'aumento dei prezzi delle case cresce meno dell'aumento di costo del denaro.
• Arriva una crisi come quella del 2008.

In Italia invece tutto si fermera' molto prima. Inizialmente rientrera' il dato sulla disoccupazione, perche' piu' persone lavoreranno meno, ma lavoreranno tutti. Il dato globale verra' drogato. I redditi si comprimeranno, anche se ormai siamo al lumicino e c'e' poco da comprimere.

L'indebitamento sara' l'unica soluzione, ma siamo gia' in un credit crunch, le banche sono gia' a corto di liquidi, c'e' Basilea, il nostro immobiliare e' gia' esausto.

Non si inneschera' la spirale che ha tenuto in piedi gli USA (ma anche Spagna, Inghilterra, Portogallo) per circa 10-15 anni. Il fenomeno finira' tra 3-4 anni, con una forte disoccupazione di persone anziane , donne con figli e personale poco qualificato. Parte si trasferira' sul sistema pensionistico, parte sul welfare.

Monti vi sta vendendo fuffa, aria fritta. Quello che sta facendo con la sua riforma del lavoro non e' altro che drogare il dato sulla disoccupazione con dei finti occupati a breve termine.

Ovviamente, anche Monti si e' scontrato con le sue lobbies. Avrete notato che le nuove regole valgano solo per i nuovi arrivati. Molti di voi sono abituati ad attribuire questo ai sindacati, ma non e' vero: ad opporre resistenza sono le banche.

Supponete che ci siano , in italia, tot mutui casa. Le banche li hanno dati ad un certo prezzo a chiunque avesse un lavoro fisso, per la semplice ragione che il lavoro fisso aveva un tasso di rischio basso. Ora, se qualcuno rendesse precari quei lavoratori, tutti i loro debiti diverrebbero subprime, e le banche si troverebbero letteralmente intossicate da crediti di bassa qualita'.

Cosi', essendo Monti un uomo della finanza italiana (basti notare il blog della finanza italiana, detto anche Corriere della Sera, ovvero l'atteggiamento che ha detto blog verso Monti) , non puo' pestare i piedi ai banchieri, specialmente a quei banchieri che guarda caso sono anche immobiliaristi.

Cosi', quello che Monti fara' sara' di applicare la misura contro l' art. 18 ai nuovi entrati. Se considerate che la carriera lavorativa dura 35 anni , anche permettendo alla gente di andare in pensione si avrebbe un ricambio del 3% annuo.

In piu' non sono tanti i lavoratori che beneficiano dell'articolo 18 oggi, quindi possiamo anche scendere, dal momento che la percentuale di "privilegiati" sul totale e' ancora piu' bassa, molto piu' bassa rispetto agli entranti.

Poiche' coloro che entrano nel mercato del lavoro non possono accendere mutui mentre quelli che ne escono li hanno gia' spenti, il risultato sara' un calo del 3% annuo della massa debitoria dei privati, almeno di quella massa debitoria che viene accordata se c'e' un lavoro fisso.

La sfiga e' molto semplicemente che questo coincidera' con un calo dei consumi relativo a tutte quelle spese normalmente finanziate mediante questo genere di finanziamenti: case, automobili, vacanze, mobili a rate, e cosi' via.

Cosi', tutto quello che otterra' Monti , in sequenza e':

• Un iniziale crollo dell'indice della disoccupazione.
• Una compressione dei redditi ed un aumento di costi del welfare.
• Un calo di domanda di immobili.
• Un calo di credito al consumo.
• Un calo di indebitamento delle famiglie.
• Un calo di consumi.
• Un calo di occupati.
D'altro canto, sul fronte aziendale, otterra':

• Un iniziale miglioramento dello stato patrimoniale.
• Una compressione degli investimenti strutturali.
• Una compressione degli investimenti in R&D
• Una riduzione dei mercati per le aziende italiane.
• Una compressione del mercato interno e degli ordinativi.
• Un'ondata di fallimenti di PMI.
Sul fronte bancario otterra':

• Una lenta decadenza dell'indebitamento delle famiglie.
• Uno spostamento del credito al consumo sulle carte di credito.
• Una lenta diminuzione dell'erogazione di mutui casa.
• Una lenta diminuzione dell'esposizione al rischio per i mutui.


Avrete notato che ho colorato diversamente i diversi risultati. Sul piano politico, la legenda la potrei scrivere cosi':

• In rosso dei risultati "Just for The Show" , che arrivano subito e vanno a gloria di Mario Monti.
• In blu il disastro che pero' arrivera' tra 3-4 anni (e quindi a Mario Frega zero perche' sara' colpa del successore).
• In verde cio' che il "suo" mondo vuole da lui, ovvero le sue reali intenzioni materiali.

Quindi, se me ne fregasse ancora qualcosa dei contratti di lavoro italiani, il mio consiglio sarebbe questo: appoggiate i sindacati se protestano. I sindacati sono quel che sono, ma sono l'unica forza che puo' fermare questa merda.

Monti sta tentando di brillare per un anno a scopo di arricchire, probabilmente, il suo curricula (essendo un accademico la cosa non mi stupisce piu' di tanto: venderebbero la madre per questo) , e di soddisfare i suoi amici banchieri. Cosa che evidentemente sta avvenendo tantevvero che il blog di questi banchieri, detto anche Corriere della Sera ne e' entusiasta.

Ma se continua con la sua opera, dopo l'euforia per i primi risultati vi troverete con un paese letteralmente spolpato.

Cosi', se del vostro paese ve ne frega ancora qualcosa, e' ora di muovere il culo. Perche' forse con Francia o Spagna purche' si magna, ma a quanto vedo con la Germania non si magnera' tanto, tra poco.

Monti vi sta dando uno o due anni di apparente ripresa in cambio di un conto che sara' ancora piu' salato di quello attuale. Lo sta facendo raschiando un barile (il fatto che le famiglie siano poco indebitate) che e' proprio ed esattamente il vostro.

In pratica, stavolta non c'e' in gioco un bene pubblico, sono proprio cazzi vostri. Nel vostro giardino di casa.


(1) Questo presume che lo facciate dal conto aziendale. Se vi assegnate uno stipendio come boss quello diventa una spesa fissa, e come lo spendete sono cavoli vostri.