martedì 1 aprile 2014

Italia update

Torniamo dopo qualche mese di pausa per rinfrescarci un po' la memoria su cio' che attende il Belpaese nei prossimi mesi e anni...

P.S. Intanto ieri l'Eurogruppo ha ribadito per l'ennesima volta che non ci saranno sconti all'Italia: "Ho fiducia che l’Italia rispetterà gli impegni e farà le riforme per favorire l’occupazione, rispettando allo stesso tempo i vincoli di bilancio europei", ha detto il commissario agli affari monetari Olli Rehn.

E mentre il tasso di disoccupazione nazionale vola al 13%, con quella giovanile (persone tra i 15 e i 24 anni) che raggiunge il picco del 42,3%, Renzi corona il suo sogno di varcare la porta di Downing Street 10. Contento lui...


Ma Renzi lo conosce il Fiscal Compact?
di Thomas Fazi - Sbilanciamoci.info - 1 Aprile 2014 


Il nuovo patto di stabilità elimina anche quell’esiguo margine di manovra fiscale previsto dal Trattato di Maastricht. Lo stesso margine a cui il Presidente del consiglio sostiene (ingenuamente?) di voler ricorrere. Secondo alcuni studi, i nuovi obiettivi equivarranno per l'Italia a oneri per 50 miliardi di euro l’anno


Qualche giorno fa, durante il Consiglio Europeo, Matteo Renzi ha ribadito che “l’Italia rispetterà gli impegni europei”, a partire dal tetto del 3% sul rapporto deficit/Pil, pur definendolo “anacronistico”. 

Allo stesso tempo, avrà probabilmente ripetuto quello che aveva detto pochi giorni prima alla Merkel, ossia che intende sfruttare il più possibile i “margini” che secondo lui offrirebbe il Fiscal Compact (incassando l’approvazione della cancelliera tedesca a quanto pare). 

La logica renziana è quanto segue: poiché si prevede che nel 2014 l’Italia registrerà un rapporto deficit/Pil del 2.6% – dunque al di sotto della soglia del 3% – l’Italia avrebbe “un margine ulteriore di 6 miliardi di euro” (0.4% del Pil) che potrebbe coprire una buona parte dell’annunciato taglio di 10 miliardi del cuneo fiscale. 

La posizione di Renzi sarebbe senz’altro apprezzabile, se non fosse che essa si basa su una lettura molto semplicistica (e fondamentalmente sbagliata) del Fiscal Compact, come pare che la Merkel – pur facendo qualche piccola concessione nel breve termine – gli abbia ricordato. 

Non sappiamo se nella sua immaginazione lo abbia messo dietro una lavagna con finte orecchie da asino, però Merkel ci ha tenuto a precisare che quello che bisogna rispettare non è più tanto Maastricht, ma il nuovo Patto di stabilità, il Fiscal Compact che entra in vigore quest’anno e le cui regole sono state stabilite con i pacchetti di regolamenti two-pack e six-pack, approvati dal Parlamento Europeo. Non sappiamo se Renzi stia facendo il finto tonto oppure effettivamente non conosca bene le norme del Fiscal Compact. 

A sentire Renzi, infatti, sembrerebbe che il problema del rispetto del Fiscal Compact riguardi unicamente il rispetto del vincolo del 3%. Il premier, però, ignora – o fa finta di ignorare – che il Fiscal Compact impone dei vincoli di bilancio molto più stringenti del 3%, già previsto dal Trattato di Maastricht (e successivamente rafforzato dal Patto di stabilità e crescita del 1999).

Come ho spiegato più approfonditamente in un recente articolo, il Fiscal Compact non guarda tanto al deficit nominale (fermo restando l’inviolabilità assoluta del limite del 3%) quanto al cosiddetto “deficit strutturale”.

Ma cosa si intende esattamente per bilancio o deficit strutturale? Quest’ultimo viene calcolato dalla Commissione in base a dei parametri del tutto arbitrari e fortemente ideologici (e fortemente contestati), e ufficialmente serve a stabilire quale sarebbe il deficit di uno stato membro se la sua economia stesse operando al “massimo potenziale”. 

Si tratta in sostanza di un indicatore che dovrebbe permettere alla Commissione di giudicare se il deficit di un paese sia dovuto alla congiuntura economica, nel qual caso potrebbe essere eliminato per mezzo della crescita; o se invece sia “strutturale”, ossia continuerebbe a sussisterebbe anche se il paese riprendesse a crescere e arrivasse ad operare al massimo potenziale. 

La premessa è che in condizioni “normali” un paese dovrebbe avere un bilancio nominale sostanzialmente in pareggio. Facendola semplice, il bilancio strutturale viene calcolato sottraendo al deficit nominale una percentuale imputabile, secondo la Commissione, alla congiuntura economica. Questa differenza viene chiamata “output gap”.

Il Fiscal Compact stabilisce che tutti i paesi devono convergere rapidamente verso il “pareggio di bilancio strutturale”, che varia da paese a paese (in base al loro rapporto debito/Pil e ad altri parametri) secondo una forchetta che va dal -1% del Pil al pareggio o avanzo di bilancio (sempre inteso in senso strutturale, non nominale). Nel caso dell’Italia l’obiettivo è un avanzo strutturale dello 0.2%, da raggiungere entro il 2016.

L’introduzione del concetto di bilancio strutturale nella normativa europea rappresenta molto più di un semplice dettaglio tecnico (peraltro poco compreso); esso stravolge radicalmente le regole di bilancio in vigore finora nell’Ue. 

La Commissione può infatti stabilire, in base a dei parametri del tutto arbitrari, che un paese ha un deficit strutturale – e deve dunque implementare ulteriori misure di austerità – anche se registra un deficit nominale (entrate meno uscite, al lordo degli interessi sul debito pubblico) inferiore al 3%, e dunque in linea con i parametri di Maastricht. 

In questo senso, non è esagerato affermare che il Fiscal Compact elimina definitivamente anche quell’esiguo margine di manovra fiscale previsto dal Trattato di Maastricht e dal Patto di stabilità e crescita. Precisamente quel “margine” a cui Renzi sostiene (ingenuamente?) di voler ricorrere.

Il caso dell’Italia è illuminante. Come si può vedere nella seguente tabella, la Commissione prevede che nel 2014 il deficit nominale del paese scenderà dal 3 al 2.6%, portandoci ampiamente all’interno dei margini previsti da Maastricht.

Previsioni della Commissione Europea per l’Italia, febbraio 2014

Allo stesso tempo, però, la Commissione stima che l’Italia quest’anno registrerà un deficit strutturale dello 0.6% – quindi significativamente superiore all’obiettivo del +0.2% che l’Italia, in base al Fiscal Compact, dovrebbe centrare entro il 2016. 

Da cui si comprende perché la Commissione chiede all’Italia – le previsioni della Commissione vanno sempre intese più come indicazioni politiche che come semplici stime – di ridurre ulteriormente il suo deficit, portandolo al 2.2%, entro il 2015, facendo crescere il suo saldo primario (già uno dei più alti al mondo) dal 2.7 al 3.1% del Pil, per mezzo di un’ulteriore manovra di circa 5 miliardi. Altro che “margine”.

E questo sarebbe solo l’inizio. In base a uno studio realizzato da Giorgio Gattei e Antonino Iero, infatti, gli obiettivi di riduzione del debito previsti dal Fiscal Compact costringerebbero l’Italia a mantenere (per quasi vent’anni!) un avanzo primario non inferiore al 4.5% (pari all’incirca a 50 miliardi di euro l’anno).[1] 

Che è esattamente l’obiettivo di medio termine che Bruxelles si aspetta dall’Italia, secondo fonti interne alla Commissione. E questo ipotizzando delle condizioni economiche future (tasso di crescita, inflazione, ecc.) “al meglio”. Una strada insostenibile non solo da un punto di vista sociale ma anche economico. Come ha scritto Carlo Bastasin sul Sole 24 Ore:

Se si considera il moltiplicatore fiscale si può dire che per effetto di una tale manovra il Pil scenderà di un altro punto percentuale e che quindi nemmeno la manovra aggiuntiva metterà i conti italiani in ordine. I cittadini saranno estenuati dalla dimensione della manovra e indignati per la sua inefficacia. 

A quel punto l'azione del governo sarà politicamente insostenibile. In conclusione: o si cambia strategia nei confronti dell'Italia (Marshall Plan, deroghe su debito e spesa per investimenti, intervento della troika) o l'architettura del Fiscal Compact dovrà essere modificata.[2]

Alla luce di ciò, non si capisce bene quale sia il “margine” a cui fa riferimento Renzi. Il fatto stesso di porre il problema in termini di rispetto o meno del vincolo del 3% non ha senso, poiché nell’epoca del Fiscal Compact la questione non riguarda più lo sforamento o meno del tetto del 3% (che comunque il Patto vieta categoricamente), ma piuttosto il fatto che ormai è stato cancellato anche l’esiguo spazio di manovra previsto dal Trattato di Maastricht

Perché Renzi non lo dice? E anzi continua a parlare come se continuassimo a vivere nell’era pre-Patto? Dobbiamo veramente credere che egli non capisca come funziona il Fiscal Compact? 

O piuttosto le sue dichiarazioni vanno intese come facenti parte di una strategia intesa a rivedere il Fiscal Compact in sede europea, magari contando su una maggioranza socialdemocratica nel Parlamento dopo le elezioni di maggio (per apportare modifiche al two-pack e al six-pack basta il Parlamento europeo).

Se fosse veramente così – e ovviamente ce lo auguriamo – Renzi però dovrebbe dirlo apertamente, coinvolgendo attivamente la società civile italiana ed europea e facendosi promotore di una campagna europea per la ridiscussione del Patto nel suo complesso. Ma questo significherebbe innanzitutto dire agli italiani la verità sul Fiscal Compact. L’esatto opposto di quello che Renzi ha fatto finora.

[1] Giorgio Gattei e Antonino Iero, “L’insostenibile rimborso del debito”, Economia e Politica, 10 marzo 2014.
[2] Carlo Bastasin, “L’Europa cambi linea”, Il Sole 24 Ore, 20 novembre 2013

Meccanismo Europeo di Stabilità: tutto quello che non vi dicono e che dovreste sapere - 1
di Paolo Becchi - Il Fatto Quotidiano - 1 Aprile 2014

In molti si rincorrono oggi a criticare un Trattato internazionale, il cosiddetto Fiscal compact, che avrà i suoi effetti dirompenti e drammatici per il nostro paese dal prossimo anno. A chiedere la rinegoziazione di un accordo che prevede per il nostro paese l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio per Costituzione, quello del non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del Pil e una significativa riduzione del debito pubblico al ritmo di un ventesimo (5%) all’anno, fino al rapporto del 60% sul Pil nell’arco di un ventennio, sono, in modo sorprendente e tragicomico, anche quei partiti che l’hanno ratificato in Parlamento nel luglio del 2012 dietro le direttive dell’allora premier Mario Monti.
 
La campagna elettorale per le elezioni europee di maggio, del resto, è iniziata e il regime del partito unico che governa il paese dall’ex Commissario dell’Unione Europea, Monti, a Renzi, passando per Letta, continua nella sua opera di mistificazione verso una popolazione, della quale non interessa nemmeno più il voto.

Troppo poco, a torto, si sa di un altro Trattato internazionale, quello istitutivo il Meccanismo europeo di stabilità (MES), che, in modo complementare al Fiscal Compact, ha istituito una nuova governance europea per la gestione della crisi.

Il MES ha già prodotto risultati pratici tangibili e enormi. L’Italia, considerando anche il vecchio Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) di cui il Mes è stato l’erede, ha già versato 46 miliardi di euro dei 125 miliardi previsti fino al 2017. Soldi che chiaramente potevano essere utilizzati per rilanciare la nostra economia attraverso quei progetti eternamente sospesi per la mancanza di coperture. Al contrario, il MES ha permesso alle banche del Nord Europa di riprendere i crediti contratti nei paesi del Sud, in default a causa delle asimmettrie economiche insostenibili prodotte dalla moneta unica e emerse in maniera drammatica nel 2010. Il tutto è stato venduto all’opinione pubblica come un Fondo salva Stati. Ma è proprio così? 

Il MES: la natura del Trattato. 
Il meccanismo europeo di stabilità – European Stability Mechanism o ESM – è un Trattato intergovernativo, che, in modo complementare al Fiscal Compact, ha di fatto istituito una nuova governance europea di gestione della crisi, parallela a quella costituita dai Trattati istitutivi dell’Unione Europea.

La creazione del MES è stata decisa nel Consiglio europeo del 16-17 dicembre 2010. In quell’occasione si è raggiunto l’accordo per avviare la procedura di revisione semplificata (ai sensi dell’art. 48 del Trattato dell’Unione Europea) riguardo all’art. 136 del Trattato funzionamento dell’Unione europea (TFUE) e si è potuto introdurre il nuovo paragrafo 3, con il quale si riconosce in modo esplicito il potere degli Stati membri la cui moneta è l’euro di dar vita ad un’istituzione finanziaria permanente, il MES appunto, con sede a Lussemburgo, non previsto originariamente dai trattati.

Dato che per creare il MES si è modificato appunto il Trattato, bisognava anche consultare il Parlamento, il quale, ahinoi, con una risoluzione tra l’altro velocissima, ha dato il 23 marzo 2011 parere positivo pur sollevando diverse obiezioni. 

Senza tener modo in alcun modo delle critiche del Parlamento europeo e recependo solo alcune modifiche introdotte dal Consiglio, il Trattato è entrato in vigore il 27 settembre 2012, con l’avvenuto deposito da parte di un certo numero di Stati firmatari degli strumenti di ratifica. 

Il MES ha istituito un’organizzazione internazionale permanente con un capitale sociale pari a 700 miliardi di euro, di cui solo 500 prestabili, rinnovabile all’infinito attraverso una decisione dell’istituzione stessa. Decisione della quale, a parte la Germania che l’ha escluso attraverso la sentenza del 12 settembre del 2012 della sua Corte costituzionale, i Parlamenti nazionali non potranno più avere voce in capitolo.

Perché si è deciso di costituire il MES?Per far fronte alla crisi della zona euro che nel 2010 stava portando al collasso della moneta unica, si è deciso di ricorrere ad un accordo di diritto internazionale, con regole proprie che fuoriescono dal sistema normativo comunitario, e creare un ente finanziario che ha come obiettivo quello di correggere gli squilibri finanziari maturati nell’ambito della zona euro. 

La finalità del MES non consiste quindi nel “salvataggio” degli Stati, ma, come ha spiegato molto bene Lidia Undiemi, in una conferenza organizzata alla Camera e come dimostrerà in un suo libro di prossima pubblicazione, nella creazione di una governance politica intergovernativa attraverso la quale potere intervenire tutte le volte che l’instabilità – a monte generata da una crisi della “bilancia dei pagamenti” – mette in discussione la sopravvivenza della moneta unica. Cosa prevede il MES?
 

Sono cinque i punti più importanti del Trattato che devono essere compresi meglio:

– Il MES si baserà su un capitale garantito dagli Stati membri che utilizzerà sui mercati, dai quali attingerà poi le risorse richieste. (art.3 del Trattato istitutivo del MES)


- Il MES “avrà piena personalità giuridica e capacità giuridica”, potrà quindi acquistare e alienare beni immobiliari e mobili o stipulare dei contratti. Tutti i suoi beni, fondi e averi godranno dell’immunità totale da qualunque procedimento giudiziario e saranno esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie. (art. 32)


- Per aver accesso all’assistenza del MES, gli Stati dovranno rispettare le regole relative al Patto di stabilità e di crescita, i criteri di convergenza e i Memorandum d’intesa. Prima di ogni erogazione d’aiuti viene fatto firmare un Memorandum. Si tratta di un legame fondamentale e troppo spesso sottovalutato con il cosiddetto Fiscal Compact, che rende i due trattati un unicum politico nella creazione di quella nuova governance europea. (Punto 5 del Preambolo)


- È stata, infine, introdotta una deroga alla regola dell’unanimità e le decisioni più urgenti saranno prese a maggioranza qualificata. (art. 4)


Si tratta di un meccanismo democratico? 
Vista l’importanza che il MES ha assunto e assumerà nella gestione della politica interna dei vari Paesi che hanno chiesto e chiederanno il suo aiuto è anzitutto importante osservare che il MES è costruito con soldi pubblici, ma viene gestito senza mai passare attraverso un organo democraticamente eletto. 

La governance e l’istituzione è infatti tripartita tra il Consiglio dei governatori formato dai ministri delle finanze della zona euro, un Consiglio d’Amministrazione (nominato dal Consiglio dei governatori) e da un Direttore generale, che è responsabile dell’intera organizzazione, nominato a maggioranza qualificata dal Consiglio dei Governatori. 

Il diritto di voto di ogni stato membro non ha eguale valore ma varia al variare della quota versata. È dunque evidente che il MES è saldamente nelle mani dei governi nazionali e poiché la Germania è il maggior contribuente è anche il paese che ha il maggior peso nelle decisioni.

Tre sono i punti che devono essere messi maggiormente sotto i riflettori.

Primo. L’istituzione intergovernativa ed i membri dell’organizzazione – compresi quelli dello staff – sono per Trattato immuni da procedimenti legali in relazione ad atti da essi compiuti nell’esercizio delle loro funzioni (art. 32, punto 1). Gli atti scritti e i documenti ufficiali redatti sono inviolabili: non è previsto alcun meccanismo d’accesso. Persino i locali e gli archivi del MES sono inviolabili. Il direttore generale del MES può revocare l’immunità di qualsiasi membro del personale del MES eccetto se stesso (art. 35). Insomma è intoccabile.

Secondo. L’esperienza dei Paesi dove ha operato effettivamente il MES. I casi di Grecia, Spagna, Portogallo e Cipro ci forniscono già quattro indizi che fanno più di una prova: attraverso il MES, i creditori internazionali della Troika si sostituiscono di fatto nella gestione della “politica economica” del paese debitore. 

Lo Stato che chiede un prestito deve, infatti, sottostare ad una “rigorosa condizionalità” nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico e di progressivo rientro del suo debito pubblico. 

Tali condizioni possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite. Il Paese in difficoltà che ha bisogno del prestito deve in poche parole cedere la propria sovranità nella definizione delle scelte di politica economica. Imporre ad una nazione in difficoltà un’agenda economica per soddisfare le richieste di un’istituzione finanziaria, perlopiù deresponsabilizzata grazie all’immunità, è qualcosa che va aldilà di ogni regola democratica.

Terzo. Il MES è infine un’organizzazione che opera concretamente come tutti gli enti finanziari e quindi eroga prestiti, rivolgendosi al mercato con l’obiettivo ultimo di un profitto. I privati – tra cui rientrano finanziatori come Nomura, Goldman Sachs, Merril Lynch e praticamente tutti i principali istituti di investimento mondiali – sono poi ammessi (punto 12 del Preambolo), in qualità di osservatori, a partecipare alle riunioni che hanno ad oggetto la valutazione della concessione del credito al paese richiedente, nonché la definizione delle rigorose prescrizioni da imporre alla nazione “minacciata”. 

Questa ingerenza si traduce nel serio rischio che a dettare le disposizioni di politica economica da applicare nel territorio dello Stato debitore siano coloro che concedono i soldi al fondo. 

La sovranità dei singoli Stati membri rischia quindi di essere sostituita da una governance economica privata in grado di imporsi facilmente sugli organi sovrani dei vari Paesi membri.

sabato 23 novembre 2013

Bye bye Italia...


Mentre si continua a cianciare di stabilità, seconda rata Imu, decadenza, primarie e altre "amenità" del genere, forse è il caso di cominciare a guardare in faccia il futuro e prepararsi...

 

 

Allarme della London School of Economics: “Non rimarrà nulla dell'Italia”

Affari Italiani - 17 Ottobre 2013

Nel giro di 10 anni del nostro Paese non rimarrà più nulla. O quasi. E' la conclusione catastrofica cui giunge nella sua analisi il professore Roberto Orsi della London School of Economics and Political Science (LSE). 

Che cosa ci sta portando alla dissoluzione e all'irrilevanza economica? Una classe politica miope che non sa fare altro che aumentare le tasse in nome della stabilità. Monti ha fatto così. 

E Letta sta seguendo l'esempio. Il tutto unito a una "terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa".


L'ANALISI DI ORSI

“Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. 

Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà.
 
Il governo sa perfettamente che la situazione è insostenibile, ma per il momento è in grado soltanto di ricorrere ad un aumento estremamente miope dell’IVA (un incredibile 22%!), che deprime ulteriormente i consumi, e a vacui proclami circa la necessità di spostare il carico fiscale dal lavoro e dalle imprese alle rendite finanziarie. Le probabilità che questo accada sono essenzialmente trascurabili. 

Per tutta l’estate, i leader politici italiani e la stampa mainstream hanno martellato la popolazione con messaggi di una ripresa imminente. In effetti, non è impossibile per un’economia che ha perso circa l’8 % del suo PIL avere uno o più trimestri in territorio positivo.  

Chiamare un (forse) +0,3% di aumento annuo “ripresa” è una distorsione semantica, considerando il disastro economico degli ultimi cinque anni. Più corretto sarebbe parlare di una transizione da una grave recessione a una sorta di stagnazione.

Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. 

Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione. L’Italia non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori.

La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. 

Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. 

Di conseguenza , l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione certa.
 
L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese. 

Non solo verso destinazioni che offrono lavoratori a basso costo, come in Oriente o in Asia meridionale: un grande flusso di aziende italiane si riversa nella vicina Svizzera e in Austria dove, nonostante i costi relativamente elevati di lavoro, le aziende troveranno un vero e proprio Stato a collaborare con loro, anziché a sabotarli. 

A un recente evento organizzato dalla città svizzera di Chiasso per illustrare le opportunità di investimento nel Canton Ticino hanno partecipato ben 250 imprenditori italiani.

La scomparsa dell’Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia orientale. 

Coloro che producono valore, insieme alla maggior parte delle persone istruite è in partenza, pensa di andar via, o vorrebbe emigrare. L’Italia è diventato un luogo di saccheggio demografico per gli altri Paesi più organizzati che hanno l’opportunità di attrarre facilmente lavoratori altamente, addestrati a spese dello Stato italiano, offrendo loro prospettive economiche ragionevoli che non potranno mai avere in Italia.

L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi – collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale. 

Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio del Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. 

Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica, che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano. 

L’interventismo del Presidente è particolarmente evidente nella creazione del governo Monti e del governo Letta, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale.
L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi.  

L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. 

Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia.

In conclusione, la rapidità del declino è davvero mozzafiato. Continuando su questa strada, in meno di una generazione non rimarrà nulla dell’Italia nazione industriale moderna. Entro un altro decennio, o giù di lì, intere regioni, come la Sardegna o Liguria, saranno così demograficamente compromesse che non potranno mai più recuperare.

I fondatori dello Stato italiano 152 anni fa avevano combattuto, addirittura fino alla morte, per portare l’Italia a quella posizione centrale di potenza culturale ed economica all’interno del mondo occidentale, che il Paese aveva occupato solo nel tardo Medio Evo e nel Rinascimento. 

Quel progetto ora è fallito, insieme con l’idea di avere una qualche ambizione politica significativa e il messianico (inutile) intento universalista di salvare il mondo, anche a spese della propria comunità. A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia.”

martedì 12 novembre 2013

Mal comune rovina comune

"Mal comune mezzo gaudio", "Mors tua vita mea"....adagi secolari usati per consolarci quando ci succede qualcosa di negativo, nel momento in cui sta capitando anche ad altri.

Espressione del livello infimo in cui si trova il nostro sentirci parte di una collettivita', di un'identita' collettiva di popolo. Del popolo italiano.

E' nel nostro dna da secoli e secoli. Il popolo italiano come collettivita' identitaria non e' mai esisitito e nel 2013 questo fattore non e' ormai piu' sostenibile.

Cos'e' l'Italia?

sabato 26 ottobre 2013

Porca Italia

In un Paese bloccato e senza futuro c'è chi "giustamente" decide di andare indietro nel tempo.

Ma d'altronde l'unica cosa che rimane da fare a chi non ha più futuro è proprio scappare dal presente per ritornare al passato...

 

 Forza Italia, quando Berlusconi (e gli altri) difendevano il Pdl: “Non si torna indietro”

di Diego Pretini - Il Fatto Quotidiano - 26 Ottobre 2013

Era il partito "del popolo italiano", il "sogno" che avrebbe "sconvolto la vecchia politica: una rivoluzione". La storia del Popolo delle Libertà è finita con il ritorno al vecchio nome del 1994 che già era stata definita dal Cavaliere "insostituibile". Solo tre mesi prima del predellino... Ma ora "quell'acronimo non commuove"

Doveva essere il partito “del popolo italiano”, la realizzazione di un “sogno” (l’unione dei “moderati”) che doveva “sconvolgere la vecchia politica”. Di più: “un fatto epocale, un vero cambiamento, quasi una rivoluzione”.

E il senso di tutto, la bellezza di questa quasi rivoluzione, stava proprio nel nome: “Sono molto felice di sostituire la parola ‘partito‘ con la parola ‘popolo’: è indicativo del fatto che sono i cittadini, gli elettori, gli italiani che hanno in mano il movimento stesso”.  

Se di rivoluzione doveva trattarsi, però, si è conclusa con la restaurazione e il ritorno all’antico regime si è fondato proprio sulla bellezza di alcuni nomi e la bruttezza degli altri. E così, per colpa di un nome (Pdl) improvvisamente il sogno è finito in frantumi, il nome scelto dagli stessi elettori “non commuove, non comunica e non emoziona”.

Ieri, quando ha ufficialmente soppresso il Pdl (fregandosene di Alfano) e con capacità taumaturgiche ha ridato la vita a Forza Italia, l’ha ripetuto: “Quel nome non emozionava. Non mi piaceva per niente l’indicazione che facevano di noi come ‘pidiellino’ o ‘la pidiellina’ o ‘la Pdl’. E poi non c’era più quell’entusiasmo necessario”. E quindi l’alternativa – dopo tanto cercare – si è materializzata nell’illuminazione di riproporre i santi vecchi.

Che Silvio Berlusconi sia capace di dire tutto e poi con la stessa convinzione sostenere il suo contrario non è notizia. Merita attenzione, tuttavia, il fatto che sia riuscito a cambiare idea più volte anche sul nome dei movimenti che ha fondato e guidato, spiazzando via via sia i suoi elettori sia i dirigenti dei partiti, tutti comunque pronti a seguire i cambi repentini di rotta.

Così i partiti presieduti dal Cavaliere sono due e due restano visto che da Forza Italia si è passati al Popolo della Libertà e dal Popolo della Libertà si è di nuovo sgommato in retromarcia sulla DeLorean per ritrovarsi – “più belli di vent’anni fa” – in Forza Italia. Così insieme alla resurrezione del partito dagli scantinati escono di nuovo gli scatoloni con bandiere e gadget che ormai appariva consegnato al settore vintage.

Il predellino delle libertà

Quanto entusiasmo, invece, 6 anni fa. Tutto nacque – ormai è storia – sul predellino di una Mercedes a piazza San Babila, a Milano. E’ il 18 novembre 2007: il centrodestra è all’opposizione ed è pure in difficoltà perché la sconfitta elettorale dell’anno prima ha trasformato la coalizione in un cortile di comari e questo permette al governo di centrosinistra di restare in piedi nonostante la maggioranza basculante di 13 partiti, molti di questi minuscoli.

Allora Berlusconi, che da sempre si lamenta della noia di dover rendere conto a qualche alleato, fa di testa sua: annuncia la fine di Forza Italia fondata 13 anni prima e la nascita del Pdl. “Oggi nasce ufficialmente un nuovo grande partito del popolo delle libertà: il partito del popolo italiano”.

La causa scatenante? Cinque ore prima Fabrizio Cicchitto era stato fischiato a un convegno della corrente di An di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, che pure già allora erano gli ex missini più vicini al Cavaliere. All’annuncio di B. lo stato maggiore di An si irrigidisce: “Prendiamo atto dell’iniziativa lanciata da Berlusconi – risponde Gianni Alemanno – ma An va avanti per la sua strada”.

Aveva giurato: “Forza Italia è insostituibile”

Una settimana dopo, a fine novembre, Berlusconi spiegherà: “Mi è venuto istintivo di dire che è venuto il momento di consolidare quel progetto del grande partito dei liberali e dei moderati sul quale abbiamo lavorato per due anni”.

E effettivamente soltanto tre mesi prima cos’aveva detto? Durante le sue consuete vacanze in Sardegna aveva definito Forza Italia un “baluardo della libertà e della democrazia nel nostro paese”, pertanto “insostituibile” (19 agosto 2007).

Il cambio di nome e la nascita di un nuovo partito quel giorno, nel vocabolario berlusconiano, erano andate sotto la voce “sfrenate fantasie“. Certo, nel giro di tre giorni si scoprirà che le “sfrenate fantasie” attribuite alla ricostruzione della Stampa in realtà non erano altro che verità granitiche. Il 20 agosto l’Ansa racconta che Berlusconi intende registrare (da un notaio) nome e logo del “Partito delle libertà” che dovrebbe raggruppare tutte le forze del centrodestra. Il 21 tutto viene confermato dallo stesso ex presidente del Consiglio.

“Sono felice della parola popolo: è una scelta dal basso”
 

Alleanza Nazionale, Udc e Lega si voltano dall’altra parte: di partiti unici non vogliono sentir parlare nemmeno da lontano. Ma Berlusconi accelera fino all’annuncio dall’alto di uno sportello fabbricato in Germania e, meno di due settimane dopo, alle primarie in fretta e furia per scegliere il nome della nuova forza politica.

Ai gazebo si presenteranno – secondo le cifre date allora da Forza Italia – circa 3 milioni di persone, il 63% dei quali sceglieranno definitivamente “Popolo della Libertà”. L’alternativa sarebbe stata “Partito della Libertà”. “Metterò una firma su tutti e due i nomi perché sono belli tutti e due” gigioneggia il Cavaliere.

Continua a invitare gli alleati a unirsi alla festa, come hanno già fatto per esempio Alessandra Mussolini con Azione Sociale e Gianfranco Rotondi con la nuova Democrazia Cristiana, e l’entusiasmo lo porta a comunicare con trasporto che perfino il “Partito dei Pensionati ha già dato la sua adesione”.

“Sono molto felice – chiosa B. – di sostituire la parola ‘partito’ con la parola ‘popolo’: è indicativo del fatto che sono i cittadini, gli elettori, gli italiani che hanno in mano il movimento stesso. Credo perché la gente ha capito che questa nuova forza che nasce dal basso può sconvolgere la vecchia politica: nulla è più imposto dall’alto dalle segreterie dei partiti, tutto potrà venire deciso dalla gente attraverso questo nuovo strumento di democrazia diretta che è la consultazione popolare e che è il referendum popolare”.  

Alemanno nel frattempo gli rinnova gli auguri, ma – coerente, duro, arcigno - gli ricorda, giura e spergiura che An non entrerà nel Pdl.

I forzisti entusiasti: “Il popolo delle libertà è il nome più bello”

Ma tutto intorno a Berlusconi si stappano bottiglie di spumante. Il presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan non si pronuncia perché non gli piaceva neanche Forza Italia e invece vinsero le elezioni. Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni è più deciso: “Il popolo delle libertà è il nome più bello. Questo nome rende protagoniste le persone riunite in comunità”.  

Gianfranco Rotondi è della partita “purché nell’uso corrente ci chiamiamo popolari”. Non avverrà mai, invece, forse perché certe vicende con la cultura popolare europea c’entrano come il cavolo a merenda. Il segretario del Pd Walter Veltroni legge l’archiviazione di Forza Italia come “il riconoscimento di una sconfitta e il riconoscimento che si è conclusa una stagione politica”.

Certo, per arrivare alla fusione ufficiale ne passerà di tempo. Clemente Mastella e Lamberto Dini nel 2008 abbattono Romano Prodi, al Senato l’ex missino Nino Strano si ingozza di mortadella come se fosse in un bordello e il centrosinistra poco più tardi finisce in briciole anche dentro le urne.

Il Pdl non ancora nato si presenta alle elezioni del 2008 e “asfalta” – lui sì – il Partito Democratico. Il nome piace talmente tanto che prima che inizi il congresso fondativo del marzo 2009 sul sito di Forza Italia ci si fa prendere dall’entusiasmo. Pure troppo: “Avanti popolo… della Libertà”. Berlusconi in quel congresso quasi si commuove, addirittura rilegge il suo primo discorso del 1994, un classico numero da repertorio che regala uno dei tanti déjà vu.

La difesa d’ufficio: “Il nome Pdl non si tocca”

Berlusconi difenderà per diverso tempo quel nome, Popolo delle Libertà. A un elettore che gli scrive su forzasilvio.it, nella primavera del 2010, risponde che il Pdl è un movimento popolare, fondato dagli elettori.

“E’ la stessa gente – afferma – che si è recata nei gazebo in tutte le piazze d’Italia per decidere il nome del nostro movimento e ha scelto invece che il nome Partito della Libertà quello di Popolo della Libertà”. Un nome solo, ribadisce, vuol dire unità.

Pochi mesi dopo: “Ho già in mente il nuovo nome”

Passano pochi mesi e tutte le certezze sono già finite in macerie. A Matrix - a inizio autunno del 2010 – annuncia di aver già in mente il nuovo nome del Popolo della Libertà e al diavolo i 3 milioni di elettori, la scelta “dal basso”, il governo “del popolo del centrodestra” e via andando. Sarà un nome “cortissimo, probabilmente una parola sola”.

Già spunta il ragionamento sul nome che non commuove (da capire perché il nome di un partito dovrebbe commuovere): “Da un lato l’acronimo non commuove e non emoziona, Forza Italia era Forza Italia, ma non vogliamo né possiamo tornare indietro perché Forza Italia è alle nostre spalle mentre il Pdl è stato voluto dalla gente più che da noi quindi andremo avanti”.

E però “il Pdl non ha mai avuto quell’appeal che aveva invece caratterizzato Forza Italia: un nome e uno slogan d’impatto e di presa immediata che fanno difetto al Popolo della libertà”. Ma no: Forza Italia no, no, no e ancora no. “Ho letto sui giornali articoli che mi attribuivano l’intenzione di ritornare al nome Forza Italia – interviene piccato il 23 dicembre 2010 – Non si va mai indietro”.

“Il Pdl non commuove”

Passano gli anni e nulla cambia. 28 ottobre 2011 ripete la nenia: “Il nome Popolo della libertà è stato scelto dai cittadini nei gazebo del 2008 e contiene due parole bellissime: popolo e libertà. Ma nel parlare diventa un acronimo, Pdl, che non commuove, non comunica e non emoziona. Vi posso però anticipare che il nuovo nome non sarà Forza Silvio”.

16 luglio 2012: “Nell’intervista apparsa sul giornale Bild, l’idea del cambio di nome dal Popolo delle Libertà a Forza Italia è stata equivocata trattandosi, com’è logico ed evidente non già di una decisione assunta, ma solo di un’idea, di una proposta, da discutere e da verificare nelle sedi proprie”. E infatti dopo un anno esatto (11 luglio di quest’anno) conferma: “Il nome Forza Italia emoziona di più del Pdl”.

Il valzer dei déjà vu 4 anni dopo

Si arriva all’annuncio finale: si torna a Forza Italia e per sottolineare la portata di un evento che riporta 19 anni indietro Berlusconi fa un video che a molti, di primo acchito, sembra esattamente quello del 1994 – uguale uguale. Invece è nuovo. Ma non è l’unico déjà vu perché è solo l’inizio di un valzer di frasi già sentite.

Galan – non più presidente – non sta nella pelle: “Temi concreti, proposte realizzabili,oltre all’entusiasmo una forte consapevolezza. Forza Italia torna in campo nel migliore dei modi, con un intervento forte, un discorso profondo”.  

Formigoni – non più presidente – pare meno eccitato, ma ammette: “Il Pdl con il senno di poi è stato un errore. Ma ora il nome c’è, Forza Italia, il leader c’è, Silvio Berlusconi, ma sotto c’è bisogno di costruire tutto”.  

D’Alema – incredibilmente non più parlamentare – si sostituisce a Veltroni: “Il fatto che Berlusconi annunci la nascita di Forza Italia dovrebbe essere preceduto da un video in cui annuncia il fallimento del Pdl”.  

Gianni Alemanno – non più sindaco di Roma dopo esserlo diventato grazie al Pdl – giura e spergiura che non ne vuole sapere: “E’ urgente creare un soggetto politico che raccolga l’eredità di Alleanza Nazionale impedendo la scomparsa della destra politica in Italia”.

Ma d’altra parte la chiave di tutto la dà Marcello Dell’Utri. E’ il 21 agosto 2007, Berlusconi per la prima volta ha parlato del nuovo nome da dare al partito (ora diventato vecchio). E il senatore da sempre braccio destro del Cavaliere preconizza: “E’ impossibile far finire Forza Italia, ma Berlusconi può fare tutto, da Forza Italia a Forza Enotria: i voti sono suoi”.