giovedì 28 maggio 2009

Il duro lavoro di un premier

Ai posteri l'ardua sentenza...


L'harem di Berlusconi
di Peter Gomez e Marco Lillo - L'espresso - 28 Maggio 2009

Jet privati, gioielli in regalo, gettone di presenza e shopping offerto. Così 50 ragazze sono state radunate per il Capodanno di Villa Certosa. Dove il Cavaliere le ha intrattenute tra politica, canti e balli

Prima la visita guidata alle meraviglie segrete della tenuta: l'anfiteatro dei cactus, le migliaia di hibiscus, il lago delle palme, le 85 diverse erbe officinali dell'orto della Salute. Poi il pranzo in pizzeria, quella interna al parco, s'intende, allietato dalla chitarra di Apicella. Dopo il pranzo ecco il "corso di politica", in attesa di potersi sfogare con lo shopping, a spese del padrone di casa, nei centri commerciali della costa. Quindi, a chiudere, tradizionale cenone con tanto di fuochi di artificio.

ASCOLTA: L'intercettazione della telefonata Berlusconi- Evelina Manna

Quando, la mattina del 31 dicembre 2007, Silvio Berlusconi in persona aveva illustrato alle sue ospiti, arrivate da Roma e Milano con voli privati, quello che sarebbe stato il programma della giornata, tra le 50 ragazze presenti è partito l'applauso. Come in un sogno alla "pretty woman" l'uomo più potente e ricco d'Italia stava invitando quell'eterogeneo gruppo di veline, attricette, ragazze immagine e hostess, ad abbeverarsi alla sua scienza, a mangiare alla sua tavola e a far compere attingendo direttamente dal suo portafoglio. Cose da Mille e una notte. O se preferite da Sultano. Ecco, se si vuole davvero capire perché Veronica Lario, annunciando il suo divorzio, parlasse di "divertimento dell'imperatore", di "vergini che si offrono al drago" e di un paese che "per una strana alchimia" permette tutto al suo capo, si può partire da qui. Dai racconti sull'ultimo dell'anno 2007 a villa La Certosa, registrati da "L'espresso" dietro garanzia di anonimato, e da quelli sulla corte di giovani donne di cui si circonda il Cavaliere.

Ragazze tra i venti e i trent'anni, in mezzo alle quali - è accaduto, cinque mesi fa, per il Capodanno 2009 - si ritrovano a volte anche minorenni, come la pupilla del premier Noemi Letizia e la sua amica del cuore, Roberta. Con loro Berlusconi dà il meglio di sé. Fa battute, si spreca in gentilezze e galanterie. A ognuna consegna un kit di doni: due braccialetti in onice a forma di tartaruga (simbolo di villa Certosa) per caviglie e braccia; un anello d'argento; il ciondolo a forma di farfalla, segno ormai nemmeno troppo segreto delle amiche del premier; un anello e un sottile braccialetto d'oro. Tutti monili estratti da un sacchetto che il Cavaliere fa tintinnare.

Lo spirito è a metà tra il goliardico e la riunione da villaggio vacanze. Le ragazze ridono e si divertono. Per parecchie di loro è un lavoro.
Tra le 50 ospiti di villa La Certosa, almeno una ventina hanno garantita una sorta di diaria da 1.500 euro al giorno. Per tutte poi, prima della notte di Capodanno, è stata organizzata una visita agli shopping center della zona dove gli uomini della sicurezza del leader del Pdl coprono le spese delle ospiti fino a 2 mila euro. Infine, una volta rientrate a Punta Lada, le ragazze si dividono a gruppi di cinque nelle varie dépendance, mentre le ospiti più vicine al premier sono alloggiate nella tenuta di Paolo Berlusconi, in quei giorni assente. Nei racconti raccolti da "L'espresso" più che i particolari sulla festa, con i bagni nella piscina riscaldata, i balli e l'ovvio trenino finale, colpisce comunque la descrizione delle ore precedenti.

Nel pomeriggio infatti, come in un'anticipazione dei corsi tenuti a Palazzo Grazioli per selezionare le candidature alle europee, Berlusconi ha illustrato per due ore alle sue ospiti i segreti della politica. Eravamo quasi alla vigilia della caduta del governo Prodi. Il Cavaliere, però, ricorda una testimone, se l'è presa anche con l'allora leader di An, Gianfranco Fini. Ma da chi era composta in quei giorni la corte del premier? Le fonti sono concordi nell'indicare tra i presenti il cantante Mariano Apicella, il produttore di fiction Guido De Angelis, l'attrice Camilla Ferranti, le gemelle Ferrera, già meteorine del tg di Emilio Fede, la numero uno del reality trash "Un, due, tre... stalla" Imma Di Ninni, una ex del "Grande Fratello" e due vincitrici del concorso di miss Albania in Italia.

A ben vedere nulla di sorprendente se si pensa che Berlusconi, prima di scendere in campo, è stato un tycoon del piccolo schermo abituato a festeggiare il Capodanno in ampia compagnia, comprese le maggiorate del "Drive In", programma cult degli anni '80. Solo che oggi il Cavaliere non è più un impresario tv. È un capo di governo e il fatto d'ospitare per giorni belle ventenni per allietare le sue ore da ultrasettantenne, di invitarle a cena o di frequentarle a Roma, diventa un problema politico. Di sicurezza. E organizzativo. Per accorgersene basta poco. Basta rileggere le intercettazioni del caso Saccà che raccontano come la corte del premier sia impegnata a sistemare le sue ragazze e a impedire che la cosa si sappia in giro.

Il 4 novembre 2007 il leader del Pdl affida a Guido De Angelis il compito di trovare una parte per cinque attrici a lui care. Due giorni dopo Berlusconi accompagna l'amico produttore da suo figlio Piersilvio, chiedendo di farlo lavorare con Mediaset. Piersilvio però non la prende bene. Tanto che non appena il padre e De Angelis se ne vanno, si lamenta con Valentino Valentini, deputato e segretario personale del premier. È proprio Valentini a raccontarlo a De Angelis: "L'operazione non è stata indolore, Piersilvio ha capito tutto, ovviamente. Tu sei la punta di un iceberg di una situazione molto delicata. Io gli ho spiegato: Guido è una persona giusta e corretta anche per gestire delle situazioni delicate. E per voi è in outsourcing. Ma lui (Piersilvio, ndr) ha accettato a malincuore". Subito dopo De Angelis ne parla a Rosanna Mani, condirettore di "Sorrisi e Canzoni", da trent'anni al fianco del Cavaliere. E lei commenta: "Valentino dice che Piersilvio è geloso perché sa che lui (Silvio, ndr) ti chiede i favori. Ma è meglio che li chiede a te, così si limitano i danni. Piuttosto che le vada a chiedere a destra e a manca facendo la figura del cretino".

Per far numero alle feste non bastano però le aspiranti starlette della tv. A volte bisogna ricorrere alle ragazze immagine, quelle che ballano a pagamento nelle discoteche. Per il Capodanno 2008 alcune delle ospiti di Berlusconi, stando alle testimonianze, vengono contattate da Sabina Began, una bellissima modella slavo-tedesca soprannominata "l'Ape regina" nelle cronache mondane della capitale. La Began, che si è rifiutata di rispondere alle domande de "L'espresso", è molto legata al Cavaliere.

Le pagine di un giornale vicino al centrodestra come "il Tempo" raccontano che in occasione della vittoria elettorale alle politiche 2008, la modella era tra gli ospiti di Palazzo Grazioli e che Berlusconi la teneva sulle ginocchia cantando "Malafemmina" e scherzando diceva: "Se qualcuno mi facesse ora una foto, varrebbe 100 mila euro». Un anno dopo ancora "il Tempo" scrive: "Sabina Began sfoggia un nuovo tatuaggio sulla caviglia. Una farfalla circondata dalla frase: "L'incontro che ha cambiato la mia vita: S. B.". Che sono le sue iniziali, ma non solo». Anche Sabina fa in qualche modo parte della scuderia di De Angelis.

La Guardia di finanza durante una perquisizione negli uffici del produttore ha trovato il suo nome in un elenco di cinque attrici, tra cui le amiche del premier Elena Russo, Evelina Manna e Camilla Ferranti, segnalate a De Angelis da Mediaset. E lei, dopo aver ottenuto una parte nel film tv "Il falco e la colomba", prodotto da De Angelis, oggi lavora con continuità. Sono lontani i tempi in cui la bella modella era costretta a vivere nella stanza di un affittacamere nei pressi di Montecitorio. Una casa dove allora abitava anche Elvira Savino, 32 anni, amica della Began e oggi neodeputata del Pdl, dopo essere stata inserita nelle liste elettorali del 2008 su indicazione diretta del Cavaliere che è stato anche suo testimone di nozze. "Non è però stata Sabina a presentarmi Berlusconi. Il fatto che vivessimo entrambe lì è solo un caso", assicura l'onorevole Savino.

Il via vai di belle ragazze per Palazzo Grazioli e villa Certosa, comunque non è una novità: sono del 2002 le foto di Berlusconi che passeggia in Sardegna mano nella mano con la sua assistente Francesca Impiglia e di Pasqua 2008 quelle con le giovani amiche tenute per mano o sedute sulle sue ginocchia. I problemi veri sono invece quelli legati alla sicurezza. In gran parte dovuti alle pretese (economiche e di lavoro) spesso avanzate da chi è entrato in contatto con il premier: la minaccia, più o meno velata, è infatti quella di far esplodere uno scandalo. E a dirlo non sono le indiscrezioni, ma le carte processuali. "L'espresso" ha già pubblicato la telefonata intercettata dalla Procura di Napoli nel 2007 in cui Berlusconi chide con ansia al direttore di Raifiction Agostino Saccà di far lavorare l'attrice Antonella Troise perché "sta diventando pericolosa".

E agli atti dell'indagine archiviata su Berlusconi (abuso d'ufficio) per il caso di Virginia Sanjust, una bellissima presentatrice tv legata al Cavaliere e sposata con l'agente del Sisde Federico Armati, c'è un'altra registrazione significativa. Lo 007 e la moglie discutono animatamente. Lui è stato appena espulso dai servizi segreti ed è convinto (a torto secondo i giudici) che dietro al suo licenziamento ci sia stato l'intervento di Virginia e del premier. Così le dice a brutto muso: "Racconterò tutti i fatti: (l'invito a) Palazzo Chigi, il pranzo, il braccialetto (che ti ha regalato)? come lo scartavi... Io c'ho tutte le scatole e i certificati di garanzia dei gioielli". E poi chiede alla moglie di andare da Berlusconi e avvertirlo che, se non fosse stato reintegrato, lui avrebbe "rovinato" il Cavaliere.

Siamo alla vigilia delle elezioni del 2006, dopo pochi giorni, fatto rarissimo, Armati è ripreso nei servizi. Mentre Virginia Sanjust, tra i tanti regali ricevuti dal Cavaliere, annovera anche un bonifico di 50 mila euro, effettuato a titolo di "prestito infruttifero", direttamente da un conto corrente del premier. Ma non basta. Perché anche il caso delle ragazze segnalate da Berlusconi al direttore di Raifiction, Agostino Saccà, può essere letto sotto la luce della possibile ricattabilità del premier. E a dirlo è proprio il procuratore aggiunto di Napoli, Paolo Mancuso che, nella lettera con cui nel luglio del 2008 ha trasmesso a Roma per competenza le carte dell'inchiesta, scrive: "Da alcune conversazioni intercettate sull'utenza di Manna Carmela (detta Evelina, ndr) sembrano emergere (e andranno valutate dalla Signoria Vostra quali) condotte riconducibili alla previsione degli articoli 110 e 629 del codice penale (concorso in estorsione, ndr) poste in essere ai danni del predetto onorevole Berlusconi e apparentemente consumate nella città di Roma".

Mancuso cita quattro telefonate che avrebbero potuto configurare un ricatto ai danni del Cavaliere. In quei colloqui, ora tutti distrutti perché invece ritenuti irrilevanti dai giudici della capitale, l'attrice diceva infatti a Berlusconi che avrebbe fatto una piazzata sotto palazzo Grazioli. Salvo poi placarsi quando lui le garantisce un aiuto sul lavoro. Ma per i magistrati romani quello è soltanto uno sfogo, più che una minaccia. E nella loro richiesta di archiviazione, poi accolta, sostengono che non c'è reato perché le parole e i comportamenti della Manna non erano mai stati in grado di intimorire realmente un uomo come Silvio Berlusconi. L'attrice, contattata da "L'espresso", di questa vicenda non vuole parlare.

Il 19 febbraio del 2008, del resto, anche davanti ai pm era stata piuttosto evasiva. "Conosco Berlusconi da circa un paio d'anni", ha detto, "e gli sono legata da un rapporto di affetto e di amicizia. Per ragioni personali preferisco non indicare modalità e circostanze della mia conoscenza con lui". Da allora Evelina Manna si è messa in stand by e dal suo nuovo appartamento di via Giulia a Roma, con vista sui tetti del centro, valuta contratti e proposte. Evelina lo ha acquistato il 24 aprile di un anno fa, dopo aver versato, qualche settimana prima, una caparra da 10 mila euro alla vecchia proprietaria.

Tutto il resto, 950 mila euro, è arrivato invece con assegni circolari appoggiati su un conto corrente della Banca Roma, filiale di Santi Apostoli. Ma se le si chiede come abbia fatto a mettere da parte quel tesoro, taglia corto: "Ora basta. Berlusconi non c'entra niente. Anch'io ho la mia vita privata".


Noemi, quattro cose ovvie
di Beppe Severgnini - Il Corriere della Sera - 28 Maggio 2009

Un pesce rosso convinto d'essere un cardinale, gli economisti che ammettono di non averci capito niente, la politica fuori dalla nomine Rai, José Mourinho che lavora gratis. Sono molte le notizie surreali che avrebbero potuto colorare questa torrida primavera, ma è toccato a una ragazzina e ai suoi bizzarri rapporti col presidente del Consiglio.
Bizzari: ecco la parola. Potete essere di destra o di sinistra, atei e cattolici, giovani o meno giovani, ma sarete d'accordo: se uno sceneggiatore avesse scritto un film con quella trama, gli avrebbero detto "Ragazzo, hai bevuto?". Invece è accaduto. Noemi, le feste, il papi, i genitori, le smentite, i fidanzati che compaiono e scompaiono. I marziani guardano giù dicendo: "E quelli strani saremmo noi?".

Quattro punti ovvii, per ridurre i litigi e provare a ragionare. Il primo: la frequentazione tra un settantenne e una diciassettenne - al di là del ruolo di lui - è insolita. La famiglia Letizia non sembra stupita, decine di milioni d'italiani sì. Una spiegazione plausibile ancora non l'hanno avuta. Se tanti lavorano di fantasia, a Palazzo Chigi non possono stupirsi.
Ovvietà numero due. Alcune affermazioni del protagonista sono state smentite. "L'ho sempre vista coi genitori": poi Noemi - ma cosa s'è fatta? era così carina! - salta fuori alla festa del Milan, sbuca al galà della moda, compare in Sardegna. Per cose del genere, nelle altre democrazie, i potenti saltano come tappi di spumante. Noi siamo più elastici - succubi, rassegnati, distratti, disinformati: scegliete voi l'aggettivo - ma un leader politico, perfino qui, dev'essere credibile.

Ovvietà numero tre. Le abitudini e le frequentazioni di Silvio B. riguardano solo Veronica L. (che peraltro s'è già espressa con vigore sul tema)? Be', fino a un certo punto. Il Presidente del Consiglio guida una coalizione di governo che organizza il Family Day, mica il Toga Party o il concorso Miss Maglietta Bagnata. Michele Brambilla - vicedirettore del "Giornale", bravo collega e uomo perbene - spiega che, per il mondo cattolico, contano le azioni politiche, non i comportamenti coerenti. Io dico: mah!

Ovvietà numero quattro. L'opposizione, in tutte le democrazie, cerca i punti deboli dell'avversario, soprattutto alla vigilia delle elezioni. Dov'è lo scandalo, qual è la novità? Se Piersilvio s'indigna, non ha idea di cosa avrebbe passato suo padre in America, in Germania o in Gran Bretagna (dov'è inconcepibile che i capi di governo possiedano televisioni). Non solo in questi giorni: negli ultimi quindici anni.

Bene: quattro cose ovvie, in attesa di sviluppi. Intanto s'è insediato quietamente il governo Letta. Qualcuno che coordini ci vuole. C'è da lavorare, e il Capo è altrove.

mercoledì 27 maggio 2009

Corea del Nord: dalla carestia alla bomba atomica

Oggi Pyongyang ha effettuato un nuovo lancio di missile a corto raggio, all'indomani del lancio di altri due. E ha minacciato una forte risposta militare alla Corea del Sud dopo la decisione di Seul di aderire alla Proliferation Security Initiative (Psi, lanciata nel 2003 da George W. Bush per interdire il trasferimento di tecnologie e armi di distruzione di massa).

La Corea del Nord ha infatti diramato una nota per avvertire che risponderà "immediatamente e con forti misure militari" ad una eventuale decisione della Corea del Sud di fermare e ispezionare navi nordcoreane, dichiarando inoltre di non sentirsi più legata all'armistizio del 1953, siglato alla fine della guerra di Corea.

Il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo, citando una fonte anonima del governo di Seul, ha riferito inoltre che un satellite spia statunitense ha rilevato vapore uscire da un impianto nucleare a Yongbyon, generato dalla struttura di lavorazione del plutonio che si trova a 80 chilometri da Pyongyang. La Corea del Nord aveva comunque già annunciato di aver riavviato le operazioni di ritrattamento del combustibile atomico a Yongbyon, in segno di protesta verso la condanna dell'ONU per il lancio del missile-satellite effettuato il 5 Aprile scorso, che secondo i servizi USA e sudcoereani era però il test di un nuovo missile nucleare.

Ma in questo classico balletto di accuse e controaccuse, per la prima volta Cina e Russia hanno condannato duramente la Corea del Nord. Anzi la Russia, che si e' detta pronta ad appoggiare nuove e dure sanzioni ONU contro Pyongyang, ha deciso di adottare "le necessarie misure preventive", inclusa una possibile risposta militare anche se per ora "non e' previsto lo spostamento di truppe".

Gli USA, dopo le parole di Obama sulle "conseguenze inevitabili" delle azioni di Kim Jong-il e "sull'impegno inequivocabile" degli Stati Uniti alla difesa della Corea del Sud, hanno reso noto che sono allo studio nuove sanzioni. Ma il gruppo di lavoro dell'ONU incaricato di formulare una nuova risoluzione ha già annunciato ieri sera che "occorre ancora del tempo" per arrivare a un pronunciamento definitivo.

Resta comunque la domanda di fondo: chi ha fornito la necessaria tecnologia ad un Paese che nel 1995 ha subito una spaventosa carestia con migliaia di morti per fame?



L'atomica della Corea del Nord: pagata dal governo americano
di Paul Joseph Watson - Infowars - 25 Maggio 2009

Tra la cacofonia delle condanne provenienti da ogni parte del mondo in seguito al secondo test nucleare della Corea del Nord, non c’è stato alcun accenno al modo in cui il reticente paese stalinista abbia ottenuto all’inizio le sue armi. Sono state armi pagate dal governo degli Stati Uniti.

Sia l’amministrazione Clinton che l’amministrazione Bush hanno avuto un ruolo fondamentale nell’aiutare Kim Jong-Il a sviluppare le capacità nucleari della Corea del Nord a partire dalla metà degli anni Novanta.

L’ipocrisia che viene sprigionata da ogni fronte come reazione alla notizia di oggi che la Corea del Nord ha testato un dispositivo nucleare sotterraneo della potenza pari a 10 volte quella del primo test condotto nell’ottobre 2006 è simile a quando gli Stati Uniti denunciarono il possesso da parte dell’Iraq di armi chimiche e batteriologiche come motivo per invadere il paese nel 2003, avendo ovviamente prima controllato le ricevute, dato che fu Donald Rumsfeld all’inizio a fare da intermediario sull’accordo di fornitura di quelle armi a Saddam.

Rumsfeld fu anche colui che si occupò del contratto da 200 milioni di dollari per inviare attrezzature e servizi per la costruzione di due reattori ad acqua leggera in Corea del Nord nel gennaio 2000 quando era un direttore esecutivo della ABB (Asea Brown Boveri). Wolfram Eberhardt, un portavoce della ABB, ha confermato che Rumsfeld partecipò a quasi tutte le riunioni del consiglio di amministrazione durante il suo incarico presso l’azienda.

Rumsfeld stava solamente raccogliendo il testimone dell’amministrazione Clinton, che nel 1994 acconsentì nel rimpiazzare i reattori nucleari nordcoreani fabbricati in patria con reattori ad acqua leggera. I cosiddetti “esperti” pagati dal governo sostennero che i reattori ad acqua leggera non potevano essere utilizzati per costruire bombe atomiche. Non è di quest’avviso Henry Sokolski, responsabile del Non-Proliferation Policy Education Centre di Washington, il quale ha dichiarato che “i reattori ad acqua leggera potevano essere utilizzati per produrre decine di bombe al plutonio sia in Corea del Nord che in Iran. Questo vale per tutti i reattori ad acqua leggera. E’ un fatto deprimente che la politica americana ha cercato di nascondere.”

“Questi reattori sono come tutti gli altri, hanno il potenziale per fabbricare delle armi. Quindi si potrebbe smetterla di rifornire il peggior trasgressore di accordi sul nucleare con i mezzi per acquisire le stesse armi di cui stiamo cercando di impedirne l’acquisizione,” ha detto Sokolski.

Il Dipartimento di Stato americano ha sostenuto che i reattori ad acqua leggera non potevano essere utilizzati per produrre materiale adatto per una bomba ma nel 2002 aveva incalzato la Russia per terminare la sua collaborazione nucleare con l’Iran perché non si voleva che l’Iran avesse armi di distruzione di massa. A quell’epoca la Russia stava costruendo reattori ad acqua leggera in Iran. Secondo il Dipartimento di Stato, i reattori ad acqua leggera in Iran potevano produrre materiale nucleare ma per qualche motivo questa regola non si applica alla Corea del Nord.

Nell’aprile 2002 l’amministrazione Bush annunciò che avrebbe stanziato 95 milioni di dollari dei contribuenti americani per iniziare la costruzione degli “innocui” reattori ad acqua leggera in Corea del Nord. Bush sosteneva che foraggiare di armi il dittatore megalomane Kim Jong-Il con il potenziale per produrre un centinaio di testate atomiche all’anno era “vitale per gli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti.” Bush elargì altre somme di denaro nel gennaio 2003, come venne riportato da Bloomberg News.

Bush stanziò i fondi malgrado la notizia allarmante, riportata dai quotidiani sudcoreani, che era stata ritrovata la testata di un missile nordcoreano in Alaska.

La costruzione dei reattori era stata infine sospesa, ma la Corea del Nord aveva una fonte alternativa attraverso la quale poter ottenere i segreti nucleari vitali per costruire un arsenale atomico - il patrimonio della CIA e contrabbandiere internazionale di armi AQ Khan.

Nel 2004, il Dr. Abdul Qadeer Khan, il padre della bomba atomica del Pakistan, ha ammesso la condivisione della tecnologia nucleare attraverso una rete mondiale di contrabbando che comprendeva strutture in Malesia che fabbricavano le principali parti per le centrifughe.

Il collaboratore di Khan B.S.A. Tahir aveva una società di facciata a Dubai che spediva componenti per la centrifuga alla Corea del Nord.

Nonostante le autorità olandesi fossero profondamente sospette per le attività di Khan fin dal lontano 1975, la CIA ha impedito loro di arrestarlo in due occasioni.

"L'uomo è stato seguito per quasi dieci anni e, ovviamente, era un problema serio. Ma anche in questo caso mi è stato detto che i servizi segreti potevano gestirlo in modo più efficace", ha detto l'ex primo ministro olandese Ruud Lubbers. "L'Aia non aveva l'ultima parola in materia. Washington sì".

Lubbers ha affermato che a Khan è stato consentito di sgattaiolare dentro e fuori i Paesi Bassi con la benedizione della CIA, consentendogli infine di diventare il "principale venditore di una vasta rete internazionale per la proliferazione della tecnologia nucleare e di know-how", secondo lo stesso George W. Bush, e di vendere i segreti nucleari che hanno permesso alla Corea del Nord di costruire le bombe atomiche.

"Lubbers sospetta che Washington ha consentito le attività di Khan perchè il Pakistan era stato un alleato chiave nella lotta contro i sovietici," riporta CFP. "A quel tempo, il governo statunitense aveva finanziato e armato i Mujahideen come Osama bin Laden. Questi erano stati addestrati dall'intelligence pakistano per la lotta contro le truppe sovietiche in Afghanistan. Anwar Iqbal, corrispondente a Washington per il quotidiano pakistano Dawn, ha detto a ISN Security Watch che le affermazioni di Lubbers possono essere corrette. "Questa è stata parte di una stupida strategia a lungo termine. Gli Stati Uniti sapevano che il Pakistan stava sviluppando armi nucleari, ma non gliene poteva importare di meno, perché non sarebbe stata usata contro di loro. Era un deterrente contro l'India ed eventualmente i sovietici ".

Nel settembre 2005 è emerso che il tribunale di Amsterdam che ha condannato Khan a quattro anni di reclusione nel 1983 aveva perso i documenti legali relativi al caso. Il vice-presidente della corte, il giudice Anita Leeser, ha accusato la CIA di aver rubato i documenti. "Qualcosa non quadra, non perdiamo cose di questo genere," ha detto al programma olandese di news NOVA. "Trovo sconcertante che persone perdano documenti per un obiettivo politico, soprattutto se è su richiesta della CIA. E 'inaudito. "

Nel 2005, il Presidente pakistano Pervez Musharaf aveva riconosciuto che Khan aveva fornito le centrifughe e i loro disegni alla Corea del Nord.

Con in mente questa storia, lo schock, l'indignazione e la condanna espressa dal governo degli Stati Uniti in risposta al secondo test nucleare della Corea del Nord sono uniti all' ipocrisia, per usare un eufemismo. Attraverso le loro politiche di aiuto alla Corea del Nord per la costruzione di reattori ad acqua leggera, e tramite il patrimonio della CIA AQ Khan, che era protetto in ogni passo mentre aiutava la Corea del Nord a fornirsi dei mezzi per costruire un arsenale nucleare, il governo americano stesso è direttamente complice nell'aver fornito al dittatore nord-coreano Kim Jong-Il le armi nucleari di cui ora condanna il test.

La Corea del Nord è controllata da una dittatura ereditaria stalinista che sta affamando due milioni di abitanti in favore della costruzione di un esercito di un milione di soldati. Alcuni hanno aumentato questa cifra a quattro milioni, un quarto della popolazione totale. Nella parte settentrionale del paese esiste un sistema di campi di lavoro in cui coloro che hanno “espresso il minimo parere politico” vengono, insieme alle loro famiglie, torturati, violentati e giustiziati. Vengono compiuti dei terribili esperimenti biochimici su un gran numero di persone. I bambini vengono messi al mondo e pestati a sangue dalle guardie del campo. Se una madre si mette a gridare mentre le guardie prendono a calci il bambino, questa viene immediatamente giustiziata da un plotone d’esecuzione. Le guardie vengono ricompensate con gratifiche e promozioni per strappare gli occhi ai prigionieri.

Il popolo nordcoreano è assoggettato ad un governo da che sta utilizzando il cibo come un’arma. Forse è per questo che l’Unione Europea e gli Stati Uniti, attraverso il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, hanno ripreso ad inviare centinaia di migliaia di tonnellate di aiuti alimentari alla fine del febbraio 2003. Questi aiuti vanno direttamente alla dittatura al potere, che poi decide chi li dovrà ricevere in base al livello di fedeltà allo stato. Gli aiuti alimentari accrescono solamente il potere di Kim Jong-Il ma tutto questo viene tenuto nascosto dalle Nazioni Unite con una retorica umanitaria strappalacrime. Il denaro serve a consentire alla leadership nordcoreana di vivere nel grembo del lusso occidentale con casinò e auto nuove fiammanti.

Il Presidente Bush ha dichiarato pubblicamente di disprezzare Kim Jong-Il ma la sua amministrazione, come già fece Bill Clinton prima di lui, ha armato fino ai denti la Corea del Nord con oltre 200 testate nucleari.

Ora il sistema mediatico, insieme ad Obama, alle Nazioni Unite, ad Israele e tutti gli altri, stanno manifestando la loro solenne condanna del fatto che la Corea del Nord stia testando la medesima tecnologia di armamento nucleare che all’inizio le era stata finanziata dallo stesso governo degli Stati Uniti. Sono già in arrivo delle sanzioni e ci sono voci che addirittura parlano di braccio di ferro militare, che alla fine potrebbe portare ad un conflitto con la Cina, l’alleato e confinante più stretto della Corea del Nord.

martedì 26 maggio 2009

In Europa col Blackberry

Qui di seguito il ritratto di una parlamentare del Pdl, candidata alle prossime elezioni europee e fulgido esemplare di quella ventata di professionalità e giovanile freschezza così tanto rivendicata dal Papi quale bussola per la scelta dei suoi candidati.

E se non verrà eletta al Parlamento europeo potrà sempre consolarsi col nuovo modello di Blackberry in prossima uscita.


Laura Ravetto e la Politica Blackberry
di Andrea Scanzi -
www.micromega.blogautore.espresso.repubblica.it - 26 Maggio 2009

L’abbiamo attesa a lungo, per anni e per decenni. Cercavamo un’alba, un’eroina, una condottiera. Ed eccola, alfine: Laura Ravetto.

La sua definitiva consacrazione si è avuta due giorni fa a Ballarò. Nulla sarà più lo stesso. Così come esiste una datazione avanti e dopo Cristo, d’ora in poi dovremo parlare di un’era pre-Ravetto e un’era post-Ravetto. Prima di Lei era solo tempesta e nebulosità. Ora la nebbia è fugata, il cuore sgombro e la mente aperta.

Vamos.

Laura Ravetto si è manifestata trillando e vibrando. Letteralmente. Durante gli interventi di Maurizio Gasparri (scusate) e Nichi Vendola, tra un Tabacci e un vaffanculo, si sentivano le tipiche scariche dei cellulari quando non sono stati spenti durante una diretta. Una, due, tre volte.

A vibrare, d’ardimento e passione, era proprio il telefono di Laura Ravetto, L’opposizione, guevarista e totalitarista, ha sostenuto che la biondocrinita pasionaria pidiellina tenesse acceso il cellulare per ricevere suggerimenti da qualche talpa azzurra. Insinuazione di esorbitante gravità. La Ravetto sapeva benissimo cosa dire. Non le si insegna nulla. Figurarsi: mica è comunista.

Quando Giovanni Floris le ha chiesto genericamente di “spegnere il telefonino”, si presume per una discutibile forma di par condicio elettromagnetica, Laura Ravetto ha risposto con erculea fierezza: “Non è un telefonino, è un Blackberry“.

Risposta meravigliosa, ne converrete. Diremmo anzi epocale. Sarebbe come dire: “Non è una macchina, è una Golf”. Oppure: “Non è un musicista, è un chitarrista”. Meglio ancora: “Non è un politico, è Cesare Salvi” (e questa già andrebbe bene).

Così profferendo, la Ravetto ha giustamente sottolineato con nettezza il suo status sociale. Suo e della sua classe (va be’) politica (va be’): lei non ha un semplice telefonino. Lei ha lo smartphone. Lei ha - addirittura - il blackberry. Mica è grigia e vecchia come quelli di sinistra.

A una prima analisi, Laura Ravetto sembrerebbe ricordare la parodia (audio, non video) della Miss Italia “acculturata” del programma 610 di Lillo e Greg. E’ però solo una sensazione anarchica, dettata dal vostro pregiudizio complottistico, calunnioso e criminoso. Vergognatevi.

La timbrica ravettiana, per quanto soave, è lievemente increspata, a metà strada tra l’afonia di un muezzin con la raucedine e un topinambur incastrato nelle adenoidi. La gestualità è guerreggiante, lo sguardo denota austero cipiglio. Tutto in lei ha un che di definitivo, di inesorabile: di ineluttabile, come una t-shirt di Calderoli. Non di rado suole increspare le labbra, come se mortalmente offesa dalla pochezza che la circonda (è solo un caso che a Ballarò avesse accanto Gasparri).

Impegniamoci ora in una anamnesi certosina dei suoi interventi. La storia ce ne renderà merito.

Reperto Ravettiano Uno: “Se non avessimo il Lodo Alfano, adesso probabilmente avremmo un Presidente del Consiglioooooo che senza probabilmente (lo vogliamo dire un’altra volta, “probabilmente”?) motivazioni realiiiii, sarebbe impegnato nelle aule giudiziarie invece di essere potuto (sic) ehmmh ggghuh (ogni tanto la Ravetto gargarizza: le serve per rifiatare) impegnare, come ha fatto, (qui comincia a elencare con la mano) 1) nella soluzione dei problemi dell’Abruzzo, 2) nella soluzione dei problemi di ‘apoli, 3) nella soluzione di questo sistema economico e nel sostegno aaai nooostri… (qui non le veniva la parola, si presume difficile)… cittadini (no, non era una parola difficile)”.

Traduzione. I processi sono dei sequestri (nota a margine: la Ravetto è avvocato). Berlusconi è un martire che lavora per noi. Berlusconi in pochi mesi ha risolto tutto. La Ravetto conosce una città chiamata ‘Apoli. La Ravetto gargarizza con sagacia. La Ravetto ha un uso disinvolto della lingua (in senso grammaticale, non fraintendete).

Reperto Ravettiano Due: (Alza con cipiglio la mano sinistra, sdegnata dal consesso). “Registro che sono circondata da garantisti… (lunga pausa di sgomento)… una sentenza verso un soggetto in primo grado… registro qui (indica teatralmente e con viva repulsione la misera plebe)… che siamo-circondati-da-garantis… (detto senza prendere fiato, troncando il finale e tradendo fretta improvvisa: forse la batteria del Blackberry si stava scaricando). E vengono attribuite delle questioni relative al Presidente del Consiglio Berlusconi che non è neanche coinvolto in questa situazione. (eh?) E scusate (di nulla, anzi è un piacere)… prendo atto che siete tuuuuuuttiiii (si noti l’insistito allungamento di vocali, à la Ivano Fossati ne La pianta del tè) al corrente di atti processuali… e prendo atto…”. Qui non prende atto e, di colpo, si ferma. Come se stanca di se stessa (e se fosse così, avrebbe il nostro plauso).

Traduzione. L’opposizione è garantista solo quando le conviene. Berlusconi non è implicato nel processo Mills. La Ravetto forse ascolta Fossati (ma di nascosto, ché è comunista pure lui). La Ravetto ritiene che tutti siano al corrente di atti processuali (magari più di lei). La Ravetto è una che prende atto. A differenza di voi (che siete comunisti).

Reperto Ravettiano Tre: “No ma ‘eamente (crasi ravettiana della parola “veramente”, NdA)… cioè… (inizio rutilante, ma il meglio deve arrivare). Allora… Parliamo di evidenti… che si portano avanti da anni…tentativi struuuuumentaaaali di processare il Presidente del Consiglio… fatti… ipotetici… non dimostrati…di quindici anni fa e oggi sento dirmi queste cose perlopiù-scusate-andiamo-sul-giuridico (sì, il Blackberry si stava scaricando). “Non ci sarà il processo”… si tratta di processi eventualmente congelati in frigorifero. Il Presidente del Consiglio quando non sarà più Presidente del Consiglio (ma una virgola?) verrà per l’ennesima volta sottratto alla sua vita dalla magistratura che tenterà in tutti i modi ancora di dimostrare cose (ma una virgola?) che non ha mai verificato e che si sono sempre ehmggeeggh (gargarizzazione) rivelate inveritiere (sic) punto” (ma niente virgole).

Traduzione (qui improba). I magistrati fanno i dispetti a Berlusconi. L’eventuale processo a Berlusconi è solo congelato (falso: grazie al Lodo Alfano il processo andrà avanti solo per Mills; quando Berlusconi non sarà più Presidente del Consiglio - mai - non potrà avere più la stessa corte e si dovrà ripartire da capo. Ovvero prescrizione assicurata).

Concludendo. La Ravetto è una che non ama le virgole. La Ravetto ha bisogno di una nuova batteria per il Blackberry. La Ravetto è una che ama allungare le vocali. La Ravetto è una che ama abbreviare la democrazia.

E ora scusate, vado a chiedere a Laura Ravetto l’amicizia su Facebook.

USA-Israele-Iran-Pakistan: situazione "fluida"

Nei giorni scorsi si sono tenuti due vertici, i cui esiti hanno reso l'idea di quanto sia "fluida" la situazione in Medio Oriente e Asia Centrale.
Gli incontri cioè tra il presidente USA Obama e il premier israeliano Netanyahu e quello tra i presidenti di Iran, Pakistan e Afghanistan.

Il primo si è concluso sostanzialmente con un nulla di fatto. Obama ha ripetutamente citato la necessità di arrivare alla creazione di due stati per due popoli e Netanyahu ha fatto finta di non sentire, ammettendo al massimo di poter garantire ai Palestinesi ampia autonomia.
Obama ha chiesto di fermare la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania e contemporaneamente il consiglio regionale della Valle del Giordano, l'autorità israeliana che sovrintende alla gestione del territorio, confermava che erano stati pubblicati i bandi delle gare d'appalto per la realizzazione delle infrastrutture di un nuovo insediamento di coloni a Maskyvot, nell'Alta Valle del Giordano. Si tratta del primo insediamento nell'area (la parte orientale della West Bank) dopo 26 anni.

In conclusione, Obama e Netanyahu si sono trovati d'accordo sul non essere d'accordo.

Inoltre, a rimarcare le vere intenzioni israeliane, il ministro per gli Affari Strategici Moshe Yaalon, secondo quanto riporta il sito web di Haaretz, ha dichiarato che "Gli insediamenti non sono la ragione del fallimento del processo di pace, non sono mai stati un ostacolo e la loro costruzione non sarà fermata".
Obama è servito.

La questione Iran rimane, come sempre, complessa. Obama sta cercando di aprire un dialogo con l'Iran e, a ulteriore riprova di ciò, ha anche ammonito gli israeliani a non mettere in pratica iniziative militari unilaterali contro l'Iran. Quantomeno fino alla fine dell'anno, alla luce anche delle prossime elezioni presidenziali iraniane del 12 Giugno.

In Iran infatti la campagna elettorale prosegue e il presidente Ahmadinejad ha annunciato ieri che non accoglierà la proposta di congelamento del processo di arricchimento dell'uranio avanzata dall'Occidente e che non intende neanche avviare un negoziato con il "5+1", il gruppo composto dai Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania.

Ahmadinejad ha detto chiaramente che "I negoziati al di fuori dell'Aiea non devono riguardare il nucleare, ma solo le altre questioni internazionali e la pace nel mondo. Non parleremo di nucleare se non con l'Aiea", ma si è dichiarato pronto ad avere un faccia a faccia con Obama "per risolvere i problemi del mondo e gestire le questioni di sicurezza che affliggono l'umanità".
Sempre se verrà rieletto, visto che secondo quanto riferisce il sito d'informazione Ayandehnews, 17 noti ayatollah della città santa iraniana di Qom hanno annunciato che non lo sosterranno.

Ahmadinejad dovrà vedersela con l'ex comandante dei Pasdaran Mohsen Rezaei, l'ex primo ministro Mir Hossein Mousavi e l'ex presidente del parlamento Mahdi Karroubi. Gli ultimi due sono catalogabili tra i riformisti ma godono simpatie anche in ambienti conservatori. Si tratta comunque di elezioni dall'esito molto imprevedibile.

Intanto è passata piuttosto inosservata dai mainstream media la notizia annunciata dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, e cioè che pochi giorni fa è stato firmato un accordo tra Iran e Pakistan per la costruzione di un gasdotto che porterà gas iraniano in Pakistan. Questo nuovo gasdotto dovrebbe essere completato in 4 anni e mezzo e consentirebbe all'Iran un export di 21,5 milioni di metri cubi di gas. Inoltre potrebbe essere esteso anche all'India.

Insomma la situazione nell'area è veramente "fluida".



Iran e Israele: di chi avere paura?

di Massimo Fini - www.ilribelle.com - 10 Maggio 2009

È più grave la posizione dell'Iran, che ha firmato il Trattato per la non proliferazione delle armi nucleari, ma che viene sospettato di voler costruirsi la Bomba, o quella di Israele che questo Trattato non l'ha firmato e l'atomica ce l'ha già? Sono più pericolose per Israele le dichiarazioni di Ahmadinejad per cui lo «Stato sionista scomparirà dalle mappe geografiche o sono più pericolosi per l'Iran i missili atomici israeliani puntati su Teheran?».

Sono più inquietanti le farneticazioni del presidente iraniano sull'Olocausto o i piani militari di Israele per attaccare l'Iran, la cui esistenza è nota da tempo ma di cui ora il Times rivela i dettagli (F-115 e F-116, assistiti da aerei radar Awacs, aerei cisterna, elicotteri, sono pronti a volare, violando lo spazio aereo di altri Paesi, fino a 1400 chilometri di distanza, per colpire, anche con atomiche "tattiche", Natanz, Isfahan, Arak, i siti dove gli iraniani stanno arricchendo l'uranio, a loro dire per usi civili)? È più preoccupante per il mondo che l'Iran abbia mandato in orbita un satellite per le comunicazioni, come li hanno moltissimi Paesi, L'Italia compresa, o che Bibi Netanyau faccia capire, un giorno sì e uno no, di voler attaccare l'Iran?

Su questa faccenda del satellite i giornali occidentali hanno titolato: "Allarme in tutto il mondo. In orbita satellite iraniano" e Washington ha fatto conoscere la propria "grave preoccupazione" perché "potrebbe far presagire lo sviluppo di un missile a lungo raggio da abbinare alla realizzazione di un ordigno atomico. Gli Stati Uniti sono pronti ad usare tutti gli strumenti della propria potenza nazionale per indurre l'Iran a essere un membro responsabile della comunità internazionale". Un doppio processo alle intenzioni, perché, al momento, c'è solo il satellite e nessun missile a lunga gittata né, tantomeno, c'è un ordigno atomico. Che, dall'altra parte, dalla parte di Israele, l'ordigno atomico ci sia e i missili a lunga gittata pure, non deve invece destare alcuna preoccupazione. L'intera "questione iraniana" corre sul filo della più pura illogicità e prepotenza.

Quando Teheran aprì i suoi siti per l'arricchimento dell'uranio gli Stati Uniti pretesero e ottennero dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che all'Iran fossero imposte della sanzioni. L'unica cosa che il Consiglio di Sicurezza poteva e doveva chiedere all'Iran, e solo in quanto firmatario del Trattato di non proliferazione, era la garanzia che l'arricchimento dell'uranio fosse adibito ad usi civili, cioè energetici, e non militari, per costruirsi l'atomica, e che quindi accettasse le ispezioni dell'Aiea, l'Agenzia dell'Onu per l'energia nucleare. Ma l'Iran fu sanzionato "a prescindere" nonostante questi siti fossero stati aperti proprio alla presenza degli ispettori dell'Aiea.

E queste ispezioni sono continuate, con la piena collaborazione di Teheran, tanto che un mese fa l'Aiea ha inviato all'Onu un rapporto in cui dichiara che, al momento, l'arricchimento dell'uranio iraniano non è tale da poter permettere la costruzione dell'atomica. Ma tutti i giornali occidentali, o quasi, gocando su quel "al momento", hanno titolato: "L'Iran si sta costruendo la Bomba". Uno degli argomenti utilizzati dagli occidentali per giustificare il loro niet al nucleare civile iraniano è questo: ma che bisogno ha l'Iran di altre fonti energetiche quando ha già il petrolio? Ma a parte il fatto che la British Petroleum, che se ne intende, ha calcolato che nel 2049 non ci sarà più petrolio nel sottosuolo, un Paese avrà o no il diritto di diversificare le proprie fonti di energia senza dover chiedere il permesso agli americani? È come se noi italiani volessimo riaprire Caorso e qualcuno pretendesse di impedircelo perché, in teoria, da lì potremmo arrivare alla Bomba.

Questo "doppiopesismo", che fa infuriare non solo Teheran, che si vede lesa in un suo legittimo diritto, ma anche buona parte dei Paesi musulmani, e avvilisce chi in Europa cerca di avere una visione non totalmente autoreferenziale perché capisce che anche gli altri popoli possono avere verso di noi le stesse paure che noi abbiamo verso di loro, si basa sulla convinzione che esistono degli Stati "buoni", perchè democratici, e quindi "membri responsabili della comunità internazionale" che mai si sognerebbero di usare l'atomica, e Stati "cattivi", anzi "Stati canaglia" (definizione che fa il paio con quella di "Stato totalmente razzista" affibbiata da Ahmadinejad ad Israele alla recente Conferenza Onu di Ginevra), perché non democratici e quindi capaci di ogni avventurismo, anche di sganciare l'atomica.

Beh, il solo Stato che attualmente ha precisi piani di attacco atomico ad un altro Paese è il democratico Israele e sarà bene ricordare che gli unici nella Storia che hanno usato la Bomba sono stati i campioni dei campioni della democrazia, gli Stati Uniti d'America. Ottantamila morti in un colpo solo, a guerra finita, e milioni di focomelici semplicemente per far sapere al nemico di turno, l'Unione Sovietica, che si era in possesso di quest'arma micidiale.



Netanyahu vs. Obama. Chi ha vinto?
di Simone Santini - www.clarissa.it - 25 Maggio 2009

L'incontro al vertice tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ed il presidente americano Barack Obama era molto atteso dagli osservatori. Da anni i rapporti tra Israele e Stati Uniti non apparivano così tesi, e distanti le rispettive visioni strategiche sul Medio Oriente, in un momento, tra l'altro, decisivo e delicatissimo.

I risultati del summit sono sembrati apparentemente interlocutori, in realtà una più attenta analisi delle dichiarazioni dimostra che un vincitore vero c'è stato: Bibi Netanyahu.
Sulla Palestina la posizione americana è incentrata sulla Road Map rivisitata dalla conferenza di Annapolis: ovvero acquisizione del riconoscimento di uno Stato per i palestinesi, instaurazione di un processo negoziale che definisca nel dettaglio lo status di questa entità nazionale; per gli israeliani è l'approccio opposto: nessun riconoscimento preventivo, solo al termine di un processo negoziale si potrà arrivare alla definizione di una forma di "autogoverno" per i palestinesi.

Il vertice non sembra aver intaccato né avvicinato le posizioni. Obama ha ribadito che gli Stati Uniti vogliono la posizione "due popoli, due stati", di converso Netanyahu ha dichiarato che "Israele è disposto a riprendere immediatamente i negoziati di pace, ma i progressi saranno condizionati dal riconoscimento palestinese del diritto di Israele ad esistere in quanto stato ebraico". Solo allora, e alla fine dei negoziati successivi, i palestinesi potranno ottenere di "governare se stessi e non essere governati da Israele", saranno i colloqui di pace a definire cosa significhi questo auto-governo, se uno stato o altro: "la terminologia verrà da sé" sostiene Netanyahu.

È chiaro che sotto questo aspetto sono gli americani ad aver bisogno degli israeliani, non viceversa. A Tel Aviv il prolungarsi dello status quo porta solo vantaggi. Anzi, Israele può continuare in sordina la politica degli insediamenti, consolidare l'accerchiamento dei Territori in cui le condizioni di vita dei palestinesi si fanno ogni giorno che passa più insostenibili, nonché decidere quale condizione riservare agli arabi con passaporto israeliano (il tema demografico, trovarsi nel futuro minoranza nel paese, è l'unico vero allarme per Israele).

Gli Stati Uniti possono sbloccare la situazione non con annunci di principio ma solo con una azione diplomatica forte: pressioni e minaccia reale di sanzioni. Ma questa decisione a Washington non sembrano averla. Obama ha dichiarato, anzi, che la "relazione speciale" tra i due paesi è viva e vegeta.

Due quotidiani israeliani, Yedihot Aharanot e Ma'ariv, hanno pubblicato indiscrezioni su un piano Obama per la Palestina che il presidente americano dovrebbe rendere pubblico durante il discorso alle nazioni arabe che terrà a Il Cairo ai primi di giugno. Tra i punti che porterebbero alla creazione di uno stato palestinese, nel termine di quattro anni, almeno due appaiono destinati a far nascere già morto questo futuro stato: la nazione sarà priva di esercito e non avrà facoltà di stringere alleanze militari con paesi arabi; i palestinesi dovranno cedere territori a Israele, quindi i confini non saranno quelli precedenti al 1967.

Insomma, lo stato di Palestina dipenderebbe in tutto e per tutto da Israele in termini di sicurezza; per la geografia economica e la gestione delle risorse (energia, acqua) si ridurrebbe ad essere una semplice propaggine di Israele. La Palestina sarebbe niente più che una mera espressione geografica. Alcuni rappresentanti palestinesi hanno già dichiarato (oltre la problematicità di altre questioni come Gerusalemme capitale ed il diritto al ritorno dei profughi) che il piano così inteso sarebbe inaccettabile. Obama si sta forse preparando per l'ennesima grande esposizione mediatica allo scopo di farsi dire un no dai palestinesi?

Intanto Israele sembra aver gettato sul tavolo un'altra variabile. Non si potrà arrivare ad uno stato palestinese finché sul paese penderà la minaccia iraniana. La prospettiva di una crisi mentre in Cisgiordania c'è un governo palestinese, magari controllato da Hamas, sarebbe come "avere una base delle Guardie Rivoluzionarie iraniane a un tiro di Qassam dall'aeroporto di Tel Aviv" (Jerusalem Post, 19 maggio).

Questo porta dritto al secondo problema. I rapporti tra occidente e Teheran.

Sulla questione iraniana Israele è pronta a giocarsi il tutto per tutto. Sul tema il paese è unito come non mai. Tzipi Livni, ex ministro degli esteri e leader dell'opposizione interna, davanti all'assemblea del suo partito Kadima ha ribadito che "per quanto riguarda la questione palestinese le divergenze col governo sono profonde, ma per quanto riguarda l'Iran non c'è maggioranza e non c'è opposizione".

A rincarare la dose il ministro della difesa Ehud Barak, leader del partito laburista, ideologicamente distante da Netanyahu, ma che proprio sui temi della sicurezza ha trovato l'accordo per entrare nell'esecutivo: "L'Iran non abbandonerà certo le sue ambizioni nucleari se il governo israeliano sostiene la soluzione a due stati. Israele non esclude alcuna opzione rispetto alla minaccia nucleare iraniana".

Dal canto suo Obama, fautore di una apertura negoziale con l'Iran, al termine dei colloqui con Netanyahu ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di porre "limitazioni temporali" alle trattative, e tuttavia di aspettarsi sostanziali progressi nel breve termine, entro la fine dell'anno: "Non andremo avanti coi colloqui all'infinito".

Netanyahu ha riferito che "sia gli Stati Uniti che Israele sono consapevoli dell'urgenza di impedire all'Iran di acquisire armi nucleari e di fare qualcosa in tal senso. [...l'Iran...] Potrebbe offrire un ombrello nucleare a organizzazioni terroristiche o, peggio, potrebbe dare direttamente armi nucleari ai terroristi mettendoci tutti in grave pericolo" ed in ogni caso "Israele si riserva il diritto di difendersi dall'Iran".

In questo caso è Israele ad aver bisogno degli Stati Uniti, pur rivendicando la possibilità di una azione unilaterale come ultima ratio che però potrebbe anche risultare disastrosa. Tuttavia anche in questo caso il tempo gioca tutto a favore di Tel Aviv. Sei mesi di tempo (fino alla fine dell'anno) saranno sufficienti per portare avanti un percorso di pace lungo sentieri sottilissimi e durante i quali non pochi soggetti (interni anche alla stessa Amministrazione americana) saranno pronti a remare contro? Scaduto questo tempo, cosa potrà accadere?

Nei giorni scorsi il leader spirituale della Repubblica Islamica dell'Iran, l'ayatollah Alì Khamenei, in vista delle elezioni presidenziali ha invitato il popolo a non votare per candidati che "vogliono arrendersi al nemico... per coloro che cercano di ingraziarsi i governi occidentali". Nessun cedimento dunque.

Se da un lato all'altro della scacchiera sono queste le dinamiche che si fronteggiano, l'augurio di pace per il Medio Oriente rischia di essere una petizione di speranza senza alcun aggancio con la realtà dei fatti.


La strategia americana in Pakistan: il Baluchistan è il premio finale?
di Pepe Escobar - Asia Times - 9 Maggio 2009

E’ un classico caso di quiete prima della tempesta. La sezione “AfPak” (Afghanistan-Pakistan) della nuova OCO (”Overseas Contingency Operations”) americana, già GWOT (”global war on terror”), non implica solo l’invio di rinforzi nelle Federally Administered Tribal Areas (FATA) a maggioranza pashtun. Un aumento di truppe in Baluchistan potrebbe essere anch’esso virtualmente inevitabile.

Il Baluchistan è completamente invisibile ai radar del sistema mediatico occidentale. Ma non a quelli del Pentagono. Un immenso deserto che comprende quasi il 48% della regione pachistana, ricco di uranio e di rame, potenzialmente ricco di petrolio, e che produce più di un terzo del gas naturale pakistano, esso contribuisce a meno del 4% dei 173 milioni di cittadini pachistani. I baluchi sono la maggioranza, seguiti dai pashtun. Quetta, il capoluogo della provincia, è considerata una centrale talebana dal Pentagono che, con tutta la sua stregoneria high-tech, misteriosamente non è stato in grado di localizzare “l’Ombra” – il Mullah Omar, lo storico emiro talebano residente a Quetta.

Strategicamente, il Baluchistan fa venire l’acquolina in bocca: a est dell’Iran, a sud dell’Afghanistan, vanta tre porti che si affacciano sul Mare Arabico, incluso Gwadar, praticamente all’imboccatura dello Stretto di Hormuz.

Gwadar – un porto costruito dalla Cina – è la chiave di tutto. E’ il nodo essenziale nella cruciale ed ancora potenziale guerra del “Pipelineistan” (il virtuale Paese delle pipeline), fra IPI e TAPI. L’IPI è la pipeline Iran-Pakistan-India, anche nota come il “gasdotto della pace”, che dovrebbe passare dal Baluchistan iraniano a quello pakistano – un anatema per Washington. Il TAPI è l’eternamente problematico gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India, sponsorizzato dagli USA, che dovrebbe attraversare l’Afghanistan occidentale, via Herat, e prolungarsi fino a Kandahar e Gwadar.

Il sogno di Washington è fare di Gwadar una nuova Dubai – mentre la Cina avrebbe invece bisogno di Gwadar come porto, ed anche come base per pompare il gas attraverso un lungo gasdotto verso il territorio cinese. In un modo o nell’altro, tutto dipenderà da quanto verranno prese sul serio le rivendicazioni locali. Islamabad paga una miseria ai baluchi per assicurarsi i diritti di sfruttamento, e gli aiuti allo sviluppo sono trascurabili; il Baluchistan è trattato come una regione di seconda classe. Il sogno di trasformare Gwadar in una nuova Dubai non significa necessariamente che i baluchi della regione beneficerebbero del boom; in molti casi essi potrebbero essere addirittura privati della loro terra.

Come se nono bastasse, vi è il fatto che, nel Nuovo Grande Gioco in Eurasia, il Pakistan è un elemento chiave sia per la NATO che per la Shanghai Cooperation Organization (SCO), della quale il Pakistan è un paese osservatore. Perciò, chiunque si aggiudicherà il Baluchistan incorporerà il Pakistan come corridoio chiave di transito, o per il gas iraniano proveniente dal gigantesco campo “South Pars” (giacimento offshore di gas naturale situato al confine tra Iran e Qatar, è considerato uno dei più importanti del mondo (N.d.T.) ) o per gran parte della ricchezza caspica proveniente dalla “Repubblica del Gas”, il Turkmenistan.

Arriva la cavalleria

Ora immaginiamo migliaia di soldati americani – appoggiati dall’aviazione e dall’artiglieria – che si riversano in questo deserto lungo lo sterminato e disabitato confine tra Afghanistan e Baluchistan, che si estende per 800 chilometri. Sono i rinforzi di Obama che dovrebbero in teoria distruggere i raccolti di oppio nella provincia di Helmand in Afhganistan. Essi cercheranno anche di stabilire una presenza significativa nella remotissima provincia di Nimruz, regione a maggioranza baluchi nel sudovest dell’Afghanistan. Basterà un nonnulla perché essi, nella loro caccia alle bande talebane, prendano di mira il Baluchistan pachistano. E questo sarebbe certamente il preludio per una invasione americana di fatto del Baluchistan.

Cosa farebbero i baluchi? Si tratta di un interrogativo molto complesso.

Il Baluchistan è senza dubbio una regione tribale – proprio come le FATA. I capi tribali locali possono essere tanto arretrati quanto Islamabad è negligente nei loro confronti (ed essi non sono neanche esattamente un esempio di rispetto dei diritti umani). Si potrebbe dunque tracciare un parallelo con la valle di Swat (il distretto nella North-West Frontier Province (NWFP) che attualmente è oggetto di un’offensiva dell’esercito pachistano contro i Talebani – offensiva che è all’origine della grave crisi umanitaria di questi giorni (N.d.T.) ).

La gran parte delle tribù baluchi sono sottomesse all’autorità di Islamabad – eccetto, in primo luogo, i Bugti. Poi vi è l’Esercito di Liberazione del Baluchistan (Baluchistan Liberation Army, BLA), che sia Washington che Londra definiscono gruppo terroristico. Il suo leader è Brahamdagh Bugti, che opera intorno a Kandahar (a sole due ore da Quetta). In una recente intervista rilasciata ad una emittente pachistana, egli non avrebbe potuto essere più settario, sottolineando che il BLA si sta preparando ad attaccare i non baluchi. I baluchi sono inclini a considerare il BLA come un gruppo di resistenza. Ma Islamabad lo nega, affermando che il supporto di cui esso gode non supera il 10% della popolazione della provincia.

Il fatto che Islamabad tenda non soltanto ad essere negligente, ma anche ad avere la mano pesante con i baluchi, certamente non aiuta; nell’agosto del 2006, le truppe di Musharraf uccisero il leader locale, estremamente rispettato, Nawab Akbar Bugti, un ex governatore provinciale.

Vi sono discussioni molto controverse sul fatto che il BLA stia diventando ostaggio o meno di servizi segreti stranieri – dalla CIA al britannico MI6, al Mossad israeliano. In occasione di un mio viaggio in Iran, mi fu impedito di andare nel Sistan-Baluchistan nell’Iran sud-orientale poiché, secondo la versione di Teheran, agenti infiltrati della CIA provenienti dal Baluchistan pakistano erano implicati in attacchi transfrontalieri sotto copertura . E non è un segreto per nessuno, nella regione, che a partire dell’11 settembre gli USA virtualmente controllano le basi aeree baluchi di Dalbandin e Panjgur.

Nel 2001 ebbi occasione di incontrare alcuni simpatizzanti del BLA. Citando il drammatico tasso di alfabetizzazione, pari ad appena il 16% (“è la politica del governo mantenere il Baluchistan arretrato”), essi lamentavano il fatto che la maggior parte della gente nella regione ancora non disponeva di acqua potabile. Essi sostenevano di godere dell’appoggio di almeno il 70% della popolazione. Affermavano anche di essere uniti, e di coordinarsi con i baluchi iraniani. Ed insistevano che “il Pakistan ha trasformato il Baluchistan in un acquartieramento USA, cosa che ha gravemente danneggiato i rapporti tra gli afghani e i baluchi”.

Nel complesso, non solo i simpatizzanti del BLA, ma i baluchi in generale sono categorici: sebbene siano pronti a rimanere entro una confederazione pachistana, vogliono molta più autonomia.

Il gioco ha inizio

Quanto sia cruciale il Baluchistan per Washington lo si può dedurre dallo studio “Baloch Nationalism and the Politics of Energy Resources: the Changing Context of Separatism in Pakistan” di Robert Wirsing, del think-tank “Strategic Studies Institute” dell’esercito americano. Prevedibilmente, tutto ruota attorno al “Pipelineistan”.

La Cina – che ha costruito Gwadar, e che ha bisogno del gas proveniente dall’Iran – deve essere emarginata con qualsiasi mezzo. L’ulteriore elemento paranoico del Pentagono è che la Cina potrebbe trasformare Gwadar in una base navale ed in questo modo “minacciare” il Mare Arabico e l’Oceano Indiano.

L’unico scenario accettabile per il Pentagono sarebbe che gli USA si impadroniscano di Gwadar. Ancora una volta, questa sarebbe una fondamentale confluenza tra il Pipelineistan e l’impero americano delle basi militari.

Il controllo di Gwadar non solo permetterebbe di bloccare il gasdotto IPI a vantaggio del TAPI, ma aprirebbe anche l’appetitosa opportunità di una lunga via di terra che dal Baluchistan porta a Helmand, Nimruz o Kandahar, o – meglio ancora – a tutte e tre queste province dell’Afghanistan sud-occidentale. Dal punto di vista del Pentagono (e della NATO), dopo la “perdita” del Passo Khyber, questa sarebbe la via di rifornimento ideale per le truppe occidentali nell’eterna (ed ora rinominata) GWOT (”global war on terror”).

Durante il governo di Asif Ali Zardari ad Islamabad, il BLA – sebbene già dotato di un’ala politica e di un’ala militare – si sta riorganizzando e riarmando, mentre l’attuale primo ministro del Baluchistan, Nawab Raisani, è sospettato di avere legami con la CIA (ma non vi sono prove decisive a questo proposito). A Islamabad vi è il timore che il governo abbia distolto gli occhi dalla questione del Baluchistan, e che il BLA possa realmente essere utilizzato dagli USA per obiettivi di balcanizzazione. Islamabad ancora non sembra aver prestato ascolto alla rivendicazione chiave dei baluchi: vogliamo trarre vantaggio dalle nostre ricchezze naturali, e vogliamo l’autonomia.

Dunque, quale sarà il futuro di Gwadar, la nuova “Dubai” del Baluchistan? L’IPI o il TAPI? Invisibile ai radar dello show mediatico rappresentato dal recente incontro Obama-Karzai-Zardari a Washington, tutto è ancora da giocare su questo fronte di importanza cruciale nel Nuovo Grande Gioco dell’Eurasia.



USA ed Emirati Arabi contro l'Iran
di Alessandro Iacuelli - Altrenotizie - 22 Maggio 2009

Il presidente americano Barack Obama ha dato il suo personale via libera ad un accordo nucleare tra Usa ed Emirati Arabi Uniti. L'intesa potrebbe fruttare miliardi di dollari alle industrie Usa. L'accordo infatti, autorizza gli Emirati ad acquistare dagli Usa materiale nucleare a fini energetici, con la garanzia che tale materiale non sarà riprocessato. "Sono giunto alla conclusione che questo accordo aumenterà, e non metterà a repentaglio, la sicurezza del nostro paese", ha detto Obama in conferenza stampa. "Lo scopo", si legge in un comunicato della Casa Bianca, "è di provvedere al crescente bisogno di energia elettrica di quel Paese del Golfo". Obama ha firmato mercoledì l'accordo, che era stato progettato durante la presidenza Bush, sostenendo che esso "promuoverà la difesa e la sicurezza comuni e non sarà, al contrario, un rischio".

Secondo il giornale di Dubai in lingua inglese The National, il via libera dato da Obama all'accordo, noto come Accordo 123, è stato accolto bene dal mondo degli affari americano: saranno infatti società degli USA a competere per la realizzazione delle strutture previste dall'accordo, il cui valore si aggira intorno ai 40 miliardi di dollari. In base alle clausole dell'accordo, gli Emirati Arabi non saranno, come sono attualmente, esportatori di energia, ma importeranno carburante che servirà ad alimentare i reattori nucleari.

Lo Stato del Golfo si è anche impegnato a non procedere autonomamente all'arricchimento dell'uranio e a non riutilizzare il carburante nucleare già usato. L'accordo in questione sarà sottoposto formalmente dal Segretario di Stato Hillary Clinton al Congresso americano e, se approvato, entrerà in vigore 90 giorni dopo la presentazione. Secondo il giornale di Dubai, gli Emirati sceglieranno entro quest'anno le compagnie alle quali affidare i lavori per la realizzazione del reattore. Si ritiene, tuttavia, aggiunge la fonte, che a competere potrebbero, oltre alle aziende americane, anche società giapponesi, francesi e russe.

Così si è arrivati al caso, storicamente più unico che raro, di vendere energia ad un Paese produttore ed esportatore di petrolio: gli Emirati Arabi Uniti importeranno combustibile, mentre contemporaneamente sono tra i maggiori produttori al mondo di combustibile fossile. Secondo molti analisti, di conseguenza, dietro non c'è solo un motivo economico. Infatti, se da un lato è vero che gli Emirati Arabi guadagnano dal petrolio tanti di quei soldi da non sapere più come spenderli, è anche vero che un accordo del genere, in pieno scacchiere mediorientale, appare come un tentativo di dare un esempio "virtuoso" al vicino Iran, accusato di voler fabbricare armi nucleari solo perché ha scelto di arricchire in proprio l'uranio, senza diventare dipendente da Paesi esteri.

Il combustibile nucleare americano dovrebbe andare ad alimentare una centrale di costruzione francese, provvista di due reattori nucleari EPR di terza generazione da 1.600 megawatt ciascuno, per la cui costruzione si sono accordati un anno fa il presidente francese Nicolas Sarkozy ed il ministro della difesa degli Emirati ed emiro del Dubai Mohammed Bin Rached al Maktoum. In cambio Parigi avrà anche una base militare da realizzare nel Golfo Persico, proprio di fronte alle coste iraniane, che gli permetterà di controllare altri due flussi energetici importanti: quelli di gas e petrolio.

Contemporaneamente, c'è da ricordare che gli Emirati hanno delle vecchie dispute territoriali non completamente risolte con Teheran, per cui i dissapori sono ancora vivi e vegeti. Con quest’accordo gli Emirati si pongono direttamente in un'ottica di contrapposizione con l'Iran e contribuiscono a rafforzare il dispositivo militare anti-iraniano. Proprio mentre il Segretario di Stato americano Hillary Clinton richiede all’Iran di "abbandonare ogni ambizione nucleare nell’interesse della propria sicurezza".

Dopo l’ennesimo lancio di un missile a lunga gittata da parte del regime di Teheran, che è costato anche l’annullamento della visita del nostro ministro degli esteri Franco Frattini, intervenendo, al sotto-comitato del Senato Usa per la supervisione dei fondi statali, la Clinton ha detto che "il nostro obiettivo è quello di persuadere il regime iraniano che perderà per quel che riguarda la sua sicurezza se proseguirà il suo programma di armamento nucleare. Un Iran nucleare armato di un sistema d'armamento disponibile rischierà di provocare una corsa agli armamenti in Medio Oriente e più ampiamente nella regione. Questo non sarà nell’interesse della sicurezza iraniana". Queste parole chiariscono molto di più delle analisi economiche il vero senso politico dell'accordo USA-EAU.

Accordo che, assieme a quello tra Emirati e Francia, contribuisce ad alzare la tensione, ad aumentare il rischio atomico e mette a portata di missile iraniano (è appena sulla sponda opposta del Golfo Persico) un nuovo bersaglio nucleare. Ma c'è anche da ricordare che la signora Clinton commette un'imprecisione quando dice che l'Iran rischia di provocare una nuova corsa agli armamenti: la corsa agli armamenti nel Golfo non è mai finita, continua dai tempi della guerra Iran-Iraq, è riccamente finanziata da americani, francesi e italiani, e russi. L’Iran è solo l’ultimo arrivato.

In questo quadro, la posizione degli Emirati Arabi è spesso stata quella di "correre da soli". Ne è un esempio il loro ritiro dal di unione monetaria dei paesi del Golfo. In tale occasione, l'agenzia di stampa nazionale ha precisato che la valuta degli Emirati resterà ancorata al dollaro USA e la politica monetaria non subirà variazioni. Gli Emirati avevano lanciato con altri quattro paesi del Golfo il progetto di una moneta unica e erano candidati ad ospitare la Banca centrale del Golfo che ha scelto, invece, come proprio quartiere generale l'Arabia Saudita.