Ieri si è spento improvvisamente per un infarto l'ex presidente argentino Néstor Kirchner, che da qualche tempo ricopriva il ruolo di segretario generale dell'Unasur - l'Unione delle nazioni sudamericane.
Qui di seguito una serie di articoli in omaggio ad un leader politico che ha risollevato un Paese economicamente in ginocchio per via delle scellerate politiche neoliberiste applicate alla lettera negli anni '80 e '90, in particolare durante la presidenza Menem.
Un uomo che ha soprattutto ridato dignità e speranza a un popolo annichilito e mortificato da una sanguinosa dittatura militare prima e dai diktat del Fondo Monetario Internazionale poi.
Kirchner, un presidente di Fabrizio Casari - Altrenotizie - 27 Ottobre 2010
Nestor Kirchner, morto ieri per un infarto all’età di sessant’anni, non è stato un presidente qualsiasi in un paese qualsiasi. L’attuale Segretario del Partito Giustizialista (peronista) arrivò alla Casa Rosada nel 2003 con il ritiro anzitempo di Menem, l’uomo che aveva ridotto il granaio dell’America Latina alla fame.
Kirchner aveva ereditato la tragedia economica del paese latinoamericano, dovuta alle politiche economiche ultramonetariste volute dal ministro dell’Economia Domingo Cavallo, che sotto dettatura dei Chicago boys di Milton Friedman, aveva ridotto il paese sul lastrico.
L’Argentina fu infatti il laboratorio privilegiato del monetarismo, la finestra sulla follia della parità monetaria tra moneta locale e divisa e, nella decade successiva alla caduta della dittatura, divenne il luogo privilegiato per le scorribande dei capitali speculativi esteri - in particolare dei fondi pensione statunitensi - che volarono sui cieli di Buenos Aires comprando a pochi pesos per poi fuggire rivendendo a tanti dollari.
La vendita dell’Argentina a prezzi di saldo alle multinazionali statunitensi aveva posto il Paese sull’orlo dell’abisso. Entrato in scena dopo il fallimento politico di Alfonsin e la vergognosa pagina di Menem, Kirchner salì sul ponte di comando gaucho con l’impegno di scrivere presente e futuro di una grande nazione, prima violentata da una dittatura militare fascista che ridusse l’Argentina a un cimitero a cielo aperto, poi piegata dalla follia economica monetarista.
Mise sul ponte di comando i due elementi dispersi: la sovranità politica ed economica del paese unita alla sua decisione di scavare nella sua storia senza sconti e senza indulgenze.
Sul piano economico Kirchner impose alle banche internazionali e agli speculatori dei tango bond un piano semplice quanto indiscutibile: l’Argentina avrebbe pagato solo quello che riteneva di dover pagare e nei modi e nei tempi che avrebbe potuto e voluto.
Nessun indennizzo per i capitali speculativi veniva previsto, nessun rientro per i debiti contratti illecitamente era più possibile.
Gli organismi monetari e i loro piani di aggiustamento strutturale vennero fermamente ricacciati indietro; la politica nazionale e i bisogni del Paese tornavano sul ponte di comando.
Andava ricostruita l’economia vera, il suo ciclo vitale di produzione, distribuzione e consumo. Non c’era nessuna intenzione di continuare a rappresentare il bingo della speculazione finanziaria del nord.
Le ricette del Fondo Monetario per salvare l’Argentina somigliavano molto alle misure che il becchino prende ai pazienti in coma. Vi si prevedevano misure solo per rimborsare il debito con le banche e non gli argentini per ciò che gli era stato sottratto. Austerità verso l’interno, generosità verso l’estero.
Una vecchia ricetta: il bastone per le vittime, la carota per gli speculatori. Ma Kirchner si rifiutò di baciare il bastone con il quale si voleva colpire l’Argentina e non volle pagare il debito alle condizioni impossibili imposte dai creditori, statunitensi in prima fila.
Niente aggiustamenti strutturali, niente politiche deflattive, nessuna garanzia per gli investitori esteri, nessuna abolizione di dazi doganali per le importazioni e quant’altro prodotto dal ricettario del medico che aveva schiantato il malato con le sue amorevoli cure.
Kirchner, per la prima volta nella storia, rifiutò minacce e suggerimenti (così simili tra loro), ignorò le ricette monetariste e fece tutto il contrario di quanto proposto dal Fmi.
La crisi economica del paese venne superata grazie alle politiche economiche di tipo keynesiano ed all’apertura al mercato regionale oltre che al Mercosur. Ignorando i creditori, diede vita ad una politica economica che favorì il consumo interno, impose dazi alti per le importazioni e le transazioni finanziarie; vennero prese misure per l’occupazione e, in soli due anni, vennero creati due milioni di posti di lavoro.
I conti tornarono in attivo, il Pil riprese a salire e l’Argentina denudò il re: nessuna fuga di capitali, come minacciavano i banchieri, bensì ingresso di capitali nuovi. In tre anni, furono molto maggiori i capitali che entrarono o rientrarono di quelli che uscirono.
Ma Kirchner non fu soltanto l’artefice della nuova politica economica argentina. Essa, infatti, venne sempre ispirata da scelte di politica generale che lo collocano nel solco del peronismo di sinistra, così difficile da differenziare, se non si vuol fare accademia, dal socialismo atipico sudamericano.
E così come dovette fare i conti con il passato sul piano del default finanziario, allo stesso modo decise di farlo sistemando una volta per tutte la pagina nera della dittatura militare. Dovendo superare in corsa l’inefficacia della transizione di Alfonsin e il riallineamento politico di Menem con l’ideologia padronale, Kirchner scelse da subito di sistemare i conti all’interno.
La debolezza politica dei governi che avviarono la transizione come quello di Alfonsin, e la malcelata nostalgia per la dittatura di quello presieduto da Menem, avevano infatti promulgato due obbrobri giuridici: Ley de la obediencia debida (Legge dell’obbedienza dovuta) e Ley delpunto final (Legge del punto finale).
Il principio ispiratore delle due amnistie mascherate da leggi era l'assoluta non colpevolezza e non responsabilità dei militari e dei poliziotti argentini per i crimini commessi, in quanto soggetti ad "ordini superiori".
In pratica due gigantesche operazioni di amnistia per i militari autori della morte di trentamila persone, con l’assunto giuridico della non responsabilità oggettiva per chi obbedisce a ordini e delinque nell’esercizio del suo dovere.
Erano insomma leggi che avevano assegnato il perdono d’ufficio ai torturatori del Paese, miserabili funzionari dell’orrore nella dittatura militare voluta da Washington e benedetta dal Vaticano.
I criminali diventavano quindi non giudicabili e non perseguibili: un tentativo vergognoso di sbianchettare una tragedia immensa. Vennero azzerate. Il perdono per legge impediva la legge del perdono.
Questo volle il Presidente Kirchner: azzerarle e rimettere la verità seduta al fianco della giustizia. Nessun perdono, nessun oblìo di Stato per i carnefici, che furono invece perseguiti e condannati dai tribunali. I burocrati della dittatura uscirono di scena. Le madri e le nonne di Plaza de Mayo divennero le star del nuovo film che commuoveva l’Argentina.
Anche sul piano dei rapporti internazionali Kirchner seppe dare una svolta impensabile fino ad allora: alla vigilia del suo insediamento, dopo aver annunciato il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con Cuba, mandò a dire agli Stati Uniti che i rapporto auspicabile tra Washington e Buenos Aires era un rapporto di vicinanza, ma non di complicità. “Vogliamo avere un rapporto, ma non carnale” disse con una battuta esemplificativa l'allora neo presidente argentino.
Che non si limitò a ristabilire la giusta distanza tra le due capitali, ma coinvolse l’Argentina nel processo d’integrazione regionale economica e politica con il blocco democratico latinoamericano. Schierò l’Argentina con il Gruppo dei 22 che al vertice di Cancun misero con le spalle al muro le pretese coloniali europee.
Si battè contro l’Alca e contribuì alla nascita dell’Unasur (Unione delle Nazioni Sudamericane) della quale fino a ieri era, non a caso, Segretario Generale.
E proprio disobbedendo ai diktat del FMI e della Casa Bianca per obbedire alle necessità dell’Argentina, Nestor Kirchner tracciò una rotta successivamente seguita da sua moglie, Cristina Fernandez, attuale presidente, anzi Presidenta.
Si vociferava di un suo possibile ritorno alla Casa Rosada, rilevando Cristina nel 2011, nonostante la pareja presidencial avesse smentito a più riprese l’ipotesi della staffetta familiare. Aveva lasciato la presidenza nel 2007.
Legato fortemente alle altre democrazie progressiste del continente, Kirchner é stato protagonista assoluto della riscossa latinoamericana. Ecuador, Bolivia, Uruguay, Cile e Paraguay hanno già annunciato la presenza dei rispettivi presidenti alle esequie di Stato e Brasile e Venezuela hanno proclamato tre giorni di lutto nazionale.
Il Cono sud ha perso uno dei suoi attori principali e la sovranità argentina ha perso l’uomo che l’aveva inaugurata. Questo fu Nestor Kirchner: un grande Presidente per un grande Paese.
Alfredo Somoza:" Nestor Kirchner, il peronista di sinistra"
da www.peacereporter.net - 27 Ottobre 2010
Era un uomo nuovo nel panorama politico argentino
"Innanzitutto è stato una rivelazione perché era un personaggio estraneo alla politica nazionale. Kirchner era governatore di uno stato della Patagonia, Santa Cruz, e si è trovato a gestire un Paese che usciva dalla tremenda crisi del 2001" racconta dall'ufficio di presidenza dell'Icei, Alfredo Luis Somoza.
"Kirchner era un po' un uomo uscito dal nulla quando fu eletto alla presidenza. Ottenne un misero 26 percento al primo turno elettorale e vinse perché l'altro candidato Menem si ritirò dal ballottaggio e consegno di fatto all'Argentina un presidente che aveva solo il 26 percento dei voti, un po' poco.
Ma Kirchner è stato un presidente importante. In qualche modo per la prima volta l'Argentina aveva un presidente che esprimeva l'essenza dell'ala di sinistra del peronismo.
E nonostante se ne dicano tante sui suoi modi, penso ad esempio alle polemiche sul poco rispetto per la libertà di stampa o i metodi bruschi da classico peronista verrà ricordato per tre cose. La prima è la più importante.
Quando è diventato presidente ha trovato un Paese devastato. Lui è riuscito a farlo ripartire riattivando l'industria e restituendo un ruolo allo Stato argentino.
La seconda è la sua scommessa vinta sull'unione sudamericana. E' stato uno dei protagonisti insieme e Lula, Chavez e Morales di quello che è stato costruito in questi anni.
E per sottolineare questo impegno di integrazione proprio quest'anno era stato nominato segretario generale di Unasur. La terza è quella che non è mai riuscito a fare: il partito peronista unito.
Nel paese infatti ci sono ancora due movimenti che si definiscono peronisti: quello più spostato a destra. Che si è scontrato con lui durante le ultime elezioni, e quello più orientato a sinistra, più vicino a Kirchner e alla moglie che attualmente è la presidente del " dice Somoza.
Ora però la politica nazionale resta nelle mani della moglie, Cristina Fernandez. "L'anno prossimo ci saranno le elezioni e il dubbio era sulla candidatura. Si sarebbe ricandidata Cristina o lui avrebbe voluto riprovare a riprendere la strada interrotta?
A questo punto il dubbio si scioglie e come sempre avviene in questi casi ci sarà un effetto positivo per Cristina, se confermerà la sua ricandidatura.
Ora le viene a mancare un figura fondamentale nel panorama politico. Il suo compito sarà quello di trovare nuove alleanze nuovi equilibri. Per me però, l'evento negativo avrà effetti positivi sulla politica della Fernandez" conclude il presidente Icei
L'eredità di Néstor Kirchner sull'America Latina del XXI secolo di Gennaro Carotenuto - www.gennarocarotenuto.it - 27 Ottobre 2010
Chi poteva immaginare Nestor Kirchner, il ragazzo della Gioventù Peronista divenuto presidente della Nazione in uno dei momenti più difficili della storia mai facile dell’Argentina, come un cardiopatico morto a sessant’anni appena compiuti?
Chi poteva immaginare, ricordando l’immensa vitalità con la quale saltava da un capo all’altro della Patria grande latinoamericana, che in questo inizio di XXI secolo aveva contribuito a disegnare nella sua ineludibile integrazione, che il suo cuore potesse non reggere più?
Anche quando nelle ultime settimane erano giunte notizie allarmanti su ricoveri e interventi chirurgici, si collocava Don Néstor ancora nella sfera dei giovani cavalli di razza della politica continentale.
E lo si vedeva alla vigilia di lanciarsi in una nuova e più appassionante sfida politica, quella di succedere a sua moglie Cristina e tornare alla Casa Rosada per dare continuità al progetto kirchnerista di Argentina. È quel progetto che aveva plasmato la speranza dell’Argentina nei giorni bui dell’uscita dalla notte neoliberale che aveva portato il paese al crollo di fine 2001.
Ancora pochi giorni fa svolgeva un ruolo attivissimo nella soluzione del colpo di Stato in Ecuador contro il governo amico di Rafael Correa, lui segretario generale di quella UNASUR, l’Unione delle Nazioni Sudamericane che in poco tempo si è imposto come il principale consesso regionale sulla base del fatto che il contributo degli Stati Uniti (da sempre egemoni nell’OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani) è in genere il problema e quasi mai la soluzione alle crisi regionali.
Il primo straordinario contributo di don Néstor fu evitare il far ripiombare il paese nel passato obbligando il suo rivale Carlos Menem a rinunciare al ballottaggio al quale erano giunti insieme nella corsa alla prima elezione presidenziale post-crollo del dicembre 2001.
Menem era l’uomo simbolo delle peggiori tragedie neoliberali, della distruttiva parità col dollaro che in 13 anni aveva completamente deindustrializzato il paese, della chiusura delle mense costringendo migliaia di bambini a morire di fame, dell’abbandono delle scuole e degli ospedali pubblici, del disastro culturale prodotto dalle televisioni commerciali, dell’impunità per le violazioni dei diritti umani e delle “relazioni carnali” con gli Stati Uniti.
Semplicemente sconfiggendo la prospettiva dell’eterno ritorno di un governo coloniale a Buenos Aires, Néstor Kirchner aprì una pagina nuova nella storia del grande paese australe. Per voltare pagina, in un modello sociale, quello kirchnerista, non certo radicale, ricostituì la sovranità nazionale stuprata dalla dittatura del Fondo Monetario Internazionale.
Con l’aiuto politico ed economico del brasiliano Lula da Silva e del venezuelano Hugo Chávez, chiuse la pagina più nera della storia argentina saldando il debito con l’FMI e recuperando la capacità del paese di scegliere le proprie priorità.
Inaugurò così una stagione nella quale rifecero capolino le nazionalizzazioni, un vero tabù in un paese completamente privatizzato, e fu uno dei baluardi, di nuovo con Lula e Chávez, nell’impedire il progetto dell’ALCA.
L’Area di Libero Commercio delle America doveva essere la risposta di George Bush alla Cina: l’intera America latina doveva essere un’immensa maquiladora dove in condizioni di lavoro semischiaviste, omologhe a quelle cinesi, gli Stati Uniti potevano combattere la battaglia per l’egemonia mondiale con il paese asiatico organizzando l’intera economia latinoamericana in nome di tale supremo interesse.
Fu un battaglia che gli USA persero in quei giorni di Mar del Plata nel 2005 quando Kirchner sfilava con al fianco Diego Armando Maradona e gridava insieme a tutto un continente il proprio NO al modello neocoloniale rappresentato da Bush.
Se è ragionevole sostenere che il neoliberismo non è mai tramontato in America latina, anche nei paesi integrazionisti, è altrettanto vero che la rottura della teoria della dipendenza operata in questo decennio da uomini come Néstor Kirchner è la premessa fondamentale alla costruzione di un modello sociale meno ingiusto.
Proprio con Lula e Chávez, don Néstor inaugurerà quel “concerto latinoamericano”, consultazioni quotidiane e incontri continui, che hanno portato a quello straordinario fiorire delle relazioni economiche (più che triplicate) e politico sociali nella regione, fino a ieri impedite dal modello neocoloniale di sviluppo.
Ma il contributo del ragazzo della Gioventù Peronista non si ferma alla politica economica e internazionale. In un momento nel quale il paese doveva ricostituire la propria dignità, capì che questa non potesse sedimentarsi senza giustizia.
Così Kirchner si caricò del peso e del rischio politico di abrogare le leggi dell’impunità volute in epoca neoliberale per i militari violatori dei diritti umani responsabili dei 30.000 desaparecidos.
Se oggi migliaia di processi per violazioni dei diritti umani sono in corso e l’Argentina è in grado di puntare il dito contro paesi come la Spagna incapace di fare giustizia per i crimini del franchismo, ciò è merito di quella generazione testarda di militanti di sinistra e peronisti della quale Kirchner faceva parte e che con l’abrogazione delle leggi d’impunità, Punto Finale e Obbedienza Dovuta, qualcosa di impensabile nell’Argentina neoliberale, ha saldato un impegno morale con i compagni sterminati per imporre il modello economico che ha distrutto il paese.
Oggi che finisce la corsa di Néstor Kirchner si aprono grandi interrogativi. Il kirchnerismo, il presidente, Cristina Fernández, hanno davanti a loro ancora un anno di governo per superare l’assenza del candidato naturale alla presidenza della Repubblica nelle elezioni del prossimo anno.
La nuova America latina deve superare la prima scomparsa di un suo leader storico. La continuità dei processi popolari non è assicurata, ma le premesse, anche per l’azione di personaggi come Néstor Kirchner, ci sono tutte.
I mercati e la stampa neoliberali plaudono alla morte di Néstor Kirchner e sognano Josè Serra in Brasile di Gennaro Carotenuto - www.gennarocarotenuto.it - 28 Ottobre 2010
Alla notizia della morte di Néstor Kirchner i mercati schizzano verso l’alto. Per il “Wall Street Journal” la morte è positiva perché apre la prospettiva ad un governo “market friendly”, che vuol dire “people unfriendly”.
Testuale: “la morte di Kirchner è un’opportunità”. Per il momento dovranno farsi una ragione del fatto che alla Casa Rosada c’è Cristina Fernández de Kirchner, alla quale in queste ore sta arrivando la solidarietà di tutti i democratici d’America (nell’immagine la bella copertina di Página12 di oggi, disegnata da Daniel Paz).
Intanto il “Financial times” endorsa (invita i brasiliani a votare) per José Serra nell’imminente ballottaggio contro Dilma Rousseff. Con un linguaggio insolitamente aggressivo e maschilista il quotidiano londinese liquida Dilma come “una protégée” di Lula.
Nel succo il motivo dell’endorsement è che Serra può allontanare il ritorno della minaccia Lula nel 2014. Il governo brasiliano ha risposto ufficialmente che il tempo del colonialismo è passato da un pezzo.
Sia il “Wall Street Journal” che il “Financial Times” sono ossessionati dall’integrazione latinoamericana, che ovviamente vedono come il fumo negli occhi, e dall’amicizia dell’Argentina di Néstor e Cristina e del Brasile di Lula e Dilma con il Venezuela e con Cuba e dalla capacità soprattutto brasiliana di giocare da attore globale per esempio per evitare una guerra con l’Iran.
Continuano a vedere il mondo con il solo paraocchi del loro tornaconto, indifferenti alla vita e alla morte delle persone (le loro intere collezioni testimoniano il plauso all’Argentina neoliberale per le misure economiche che mandavano a morte per fame migliaia di bambini) fino ad applaudire alla morte di un politico democratico perché questa morte farà loro guadagnare soldi.
Nel loro delirio razzista, non riescono neanche a pensare una politica internazionale policentrica e nella quale un paese del sud del mondo, il Brasile (figuriamoci l’Argentina o il Venezuela) non debba chiedere il permesso a loro.
Al mondo, per fortuna, le voci ciniche di sciacalli mediatici come il “Wall Street Journal” o il “Financial Times” o l’ “Economist” sono sempre più flebili. E se milioni stanno piangendo don Néstor, nessuno verserebbe una lacrima per tali sciacalli mediatici.
Qualche altro articolo su Wikileaks da una prospettiva però completamente diversa rispetto ai post pubblicati precedentemente sullo stesso tema. Intanto Wikileaks ha annunciato ieri che presto rivelerà documenti riguardanti Russia e Cina...
Infine si parla di quello che forse tra qualche anno costituirà la base per i prossimi "scoop" di Wikileaks.
P.S. Ieri il portavoce del Pentagono Dave Lapan ha dichiarato che Wikileaks ha altri documenti segreti da pubblicare, "Abbiamo ragioni per credere che hanno altri file"...e se lo dice il Pentagono....
La paura di Mr. Wikileaks, "La mia vita è in pericolo" di Joseba Elola - El Pais - 27 Ottobre 2010 Traduzione di Fabio Galimberti per www.repubblica.it
"Sfido il Pentagono e le banche in nome della battaglia per la verità. Il peggior nemico per me è probabilmente l'esercito Usa. E poi la finanza, diversi Paesi e anche gruppi religiosi"
LONDRA - Julian Assange vive in un universo di segreti, e dunque non poteva non essere segreto anche l'incontro con l'uomo che è diventato un grande nemico del potentissimo Pentagono. L'uomo che ha fondato un sito web nel dicembre del 2006 è anche l'incubo di grandi banche, multinazionali e governi.
Ho letto un titolo che le metteva in bocca questa frase: "Sono un giornalista militante". È vero? "Io sono un editore. E in quanto editore sono anche il direttore e il portavoce della mia, della nostra, pubblicazione. Ho a che fare con il giornalismo da quando avevo 25 anni, quando partecipai alla stesura del libro Underground, e attualmente, considerando lo stato di impotenza del giornalismo, mi sembrerebbe offensivo essere chiamato giornalista".
Perché? "Per gli abusi del giornalismo".
A che abusi si riferisce? "L'abuso più grande è la guerra raccontata dai giornalisti. Giornalisti che si rendono corresponsabili della guerra non facendo domande, abdicando alla propria integrità e appiattendosi vigliaccamente sulle fonti governative".
Qual è in questo momento il suo peggior nemico? "Dal punto di vista delle risorse impegnate per starci addosso, l'esercito degli Stati Uniti".
Quali altri nemici ha? "Le banche. La maggior parte degli attacchi legali che abbiamo ricevuto viene dalle banche. Siamo stati attaccati anche dalla Cina, quando avevamo diffuso del materiale che criticava certe attività del Governo di Pechino. Siamo stati attaccati anche da culti, sette che commettono abusi, come la Chiesa di Scientology, i mormoni...".
Questi suoi nemici la inducono a temere per la sua vita? "Qualcuno, come Daniel Ellsberg, l'uomo che nel 1971 svelò i documenti del Pentagono sulla guerra del Vietnam, sostiene che la mia vita è in pericolo".
E lei che cosa pensa? "Credo che un rischio ci sia, piccolo ma non insignificante. C'è un rischio serio che venga processato e arrestato. Stanno cercando di montare un caso di spionaggio contro di me e altri membri dell'organizzazione".
La sua decisione di pubblicare i nomi degli informatori afgani, quando ha reso pubblici i documenti sull'Afghanistan, ha sollevato un polverone... Pensa di aver commesso un errore? "Pubblicando 76.000 documenti riservati sui 90.000 di cui siamo in possesso, ci sono molte cose di cui parlare. Quei documenti hanno rivelato ora, data, luogo e circostanze della morte di circa 20.000 persone. Punto e basta. Nei due mesi trascorsi da quando è stato pubblicato quel materiale, per quanto ne sappiamo nessun civile afgano è stato danneggiato dalla pubblicazione dei documenti".
Alan Rusbridger, il direttore del Guardian, dice che i media tradizionali hanno abbandonato il giornalismo di inchiesta perché costa molto ed è poco sexy. È d'accordo? "Sì, lo hanno abbandonato quasi completamente, questo è sicuro. Il prezzo che paghi è caro: ti crea dei nemici, ti obbliga a sostenere dei costi per prevenire attacchi giudiziari. Io credo che ci sia domanda di giornalismo d'inchiesta da parte dei lettori, ma il costo a parola in rapporto ad altre forme di giornalismo è alto, specialmente per il giornalismo sovvenzionato da interessi particolari".
Le cose cambieranno? La rivoluzione digitale e iniziative come WikiLeaks produrranno giornalismo indipendente? "Possiamo andare nelle due direzioni. Forse arriveremo a un sistema con un maggior controllo giudiziario e accordi internazionali per reprimere la libertà di stampa, o forse andremo verso un nuovo standard in cui la gente si aspetta e pretende un'informazione più aggressiva rispetto al potere; e un contesto commerciale che renda redditizie inchieste di questo genere; e un contesto legale che le protegga".
È ottimista a questo proposito? "Siamo a un bivio fra questi due scenari futuri. Per questo è così importante e così interessante far parte di questo progetto. Con le nostre azioni di oggi stiamo determinando il destino del contesto mediatico internazionale dei prossimi anni".
Il contesto degli acchiappasegreti di Pino Cabras - Megachip - 23 Ottobre 2010
Le notizie scomode che oggi sgocciolano e trapelano dal mondo dei segreti e del potere, quelle di Wikileaks, sono un giornalismo nuovo? Un nuovo modo di concepire la democrazia?
La stagione delle rivelazioni è un ritorno dello scoop, dopo che per trent’anni il «Washington Post» ha campato di rendita sul vecchio scandalo del Watergate e il «New York Times» sui “Pentagon Papers” che avevano messo a nudo la guerra del Vietnam.
I nuovi spifferatori sono eroi della verità che lottano contro strutture menzognere e violente? O c’è dell’altro? Per saperlo dobbiamo capire le circostanze che rendono possibile l’uso delle rivelazioni.
Esplode la notizia, erompe con essa una grande libertà, e il potere non sa controllarla. I cattivi passano qualche guaio.
Così piace credere, quando vediamo la crudeltà delle guerre che buca il velo bugiardo della propaganda e si mostra nel suo orrore, e da qui poi vediamo il Pentagono intrallazzare per chiudere Wikileaks. La censura vecchio stile perde terreno.
Sappiamo che a spifferare i documenti sono funzionari, avvocati, ufficiali, impiegati, o perfino semplici cittadini che hanno in mano informazioni sensibili da far conoscere.
Sono un misto fra “confidenti”, “obiettori di coscienza” e “attivisti politici”. Wikileaks li rende anonimi codificando i dati. La comunità del sito, centinaia di persone, fa i controlli incrociati, o fa perfino alleanze nuove con i vecchi giornali, come il «New York Times».
Julian Assange di Wikileaks diventa così un nuovo eroe mediatico: perché va bene il formicaio della comunità, ma il sistema vuole vedere invece la formica regina e fabbricare i suoi eroi di carta. La chioma bianca di Assange va così sulle copertine dei grandi media.
Ma non dimenticate il contesto. I servizi segreti sono anche servizi di informazione, e immettono nel circuito dei media enormi flussi di notizie che possono creare studiate conseguenze. Cordate di agenti segreti in lotta fra loro – anche all’interno di ogni servizio - possono violare esse stesse i segreti e vedere di nascosto l’effetto che fa.
L’idea comunemente accettata del Watergate, ad esempio, è che il libero giornalismo anglosassone, “cane da guardia del potere”, abbia smascherato Nixon.
Invece lo scandalo fu pilotato da “gole profonde” interne all'establishment USA e ai suoi giochi di potere, abilissime nel mettere in mezzo il presidente di allora, fino a farlo dimettere.
Il giornalista Russ Baker nel 2009 ha pubblicato un libro, “Family of Secrets”, in cui dimostra l’ambiguo ruolo di George Bush padre, da sempre legato alla CIA, nell’incastrare Nixon e usare per i suoi scopi lo slancio dei giornalisti “eroi” come Bob Woodward, ben scelti dall’élite.
Un’icona del giornalismo USA, Dan Rather, dopo aver letto il libro ha ammesso: «mi ha costretto a ripensare persino gli eventi che ho visto con i miei occhi».
Wikileaks è vulnerabile come può esserlo la polizia quando raccoglie la soffiata ben pilotata con cui una banda fa sgominare un clan rivale. Chi agguanta il timone di Wikileaks, come fa Assange, sconta la difficoltà estrema di tenere insieme un sistema contradditorio che è anarchico ma bisognoso d’ordine, pronto a distruggere i segreti ma obbligato a blindare l’identità delle fonti: cioè costretto, che impensabile paradosso, a produrre nuovi segreti.
È una missione impossibile, condotta in mezzo ai professionisti del segreto e delle operazioni coperte. Infatti l’organizzazione perde pezzi. Il vaso di Pandora non può che essere un luogo instabile.
Questa è la distanza critica, persino la diffidenza, con cui occorre osservare il fenomeno Wikileaks. Tuttavia è pur sempre un porto franco dell'informazione, su cui transitano documenti in sé veri e verificati, che preoccupano chi pianifica le guerre.
Il loro valore è sostanziale, se presi uno per uno. Ma poi occorre inserirli in un contesto che li interpreti. Altrimenti c’è chi li contestualizza per i suoi fini. Magari per nuove guerre.
Wikileaks: un altro po' di mangime per polli di Gordon Duff - www.veteranstoday.com - 24 Ottobre 2010 Traduzione a cura di Gianluca Fredaper http://blogghete.blog.dada.net
Secondo il nuovo scoop di Wikileaks, gli Stati Uniti avrebbero sottostimato di 15.000 unità il numero di civili uccisi in Iraq. Poiché le cifre fornite dai militari equivalgono al 10% o anche meno delle vittime effettive, far salire un po’ le stime è davvero uno scherzo.
Ancora notizie di torture e omicidi, cioè gli irakeni che torturano e gli USA che “guardano dall’altra parte”? Ancora idiozie.
Sapendo che gli Stati Uniti spediscono individui “sospetti” in tutto il mondo con i voli delle “extraordinary renditions”, che li nascondono in prigioni segrete e – come risulta ovvio a chiunque possieda un cervello – in fosse improvvisate, si può ben capire come questo scoop di Wikileaks non sia altro che l’ennesimo diversivo, solo un altro po’ di “mangime per polli”.
Tutto è già andato in rovina in Iraq. Perché lasciar filtrare queste notizie proprio adesso? I normali resoconti quotidiani si spingono ben oltre queste “rivelazioni”. Non ci vuole un fisico nucleare per capire quale sia l’obiettivo di questi scoop, un obiettivo che non ha assolutamente nulla a che fare con il fornire consapevolezza al mondo.
Che prove ci forniscono tutti questi documenti? Una cosa, di sicuro, possiamo notarla. Tutto ciò che è filtrato è stato accuratamente controllato per accertarsi che non vi fosse nulla di reale valore.
Non viene spesa neanche una parola sul Mossad che si aggira per Mosul, che opera vicino Erbil, che rifornisce ed addestra i terroristi del PKK. Si parla invece di poveri iraniani che nuotano lungo l’Eufrate con esplosivi attaccati al petto. Ma siamo seri!
Migliaia di tonnellate di esplosivi sono andate “smarrite” in Iraq. Gli USA non sono riusciti a tenere sotto controllo i depositi di armi di Saddam, che sono stati saccheggiati. Si trattava di arsenali enormi.
L’idea che qualcuno abbia bisogno di portare armi in Iraq di nascosto è semplicemente folle, un altro espediente israeliano per preparare la scena ad un attacco contro l’Iran. Qualunque stupido lo capisce in pochi secondi.
In realtà, in Iraq ci sono più armi d’assalto che persone.
Mentre tenta di dare la colpa all’Iran, Wikileaks sta per caso dicendoci qualcosa sulle centinaia di migliaia di armi acquistate dagli Stati Uniti che sono semplicemente scomparse in Iraq? In Iraq è più facile acquistare un fucile d’assalto o un RPG che un sacchetto di patatine.
Questo bisogno di incolpare l’Iran, l’idea che misteriosi “agenti segreti” stiano contrabbandando armamenti in un paese che già straripa di esplosivi, è pura follia. Chi potrebbe bersela? Forse un’informazione controllata da idioti?
Cosa possiamo capire esaminando le storie emerse fin qui? In che direzione la stampa ha ricevuto ordine di indirizzare lo sguardo del pubblico?
Bloomberg e il Guardian mettono la palla in campo. Immaginatevi l’Iraq, un paese con la terza milizia più grande del mondo, che ha bisogno di “addestramento” da parte dell’Iran. L’Iraq, con la sua Guardia Repubblicana e un esercito che conta un milione di unità possiede più uomini forniti di addestramento militare dell’Inghilterra, un fatto che il Guardian sembra ignorare.
Un minuto prima, l’Iraq sta costruendo armi nucleari e minaccia l’intera regione con i suoi missili SCUD, un attimo dopo deve rivolgersi a “esperti iraniani” per costruire dei petardi. E’ mai accaduto prima d’ora che una nazione subisse un fenomeno così eclatante di amnesia collettiva nel campo della tecnologia degli armamenti?
Col passare dei giorni, potremo aspettarci un numero sempre maggiore di fantasiosi resoconti su spie, addestratori, sequestratori e terroristi iraniani, ogni storia più sensazionale e fasulla della precedente.
Wikileaks presenta un aspetto ancora più insidioso. Presentandosi come un sito “antimilitarista” e “al servizio del pubblico”, porta avanti in realtà un progetto globalista, promuovendo guerre e conflitti, tutti incidentalmente connessi con la “lista dei bersagli” preparata da Israele, la quale annovera le nazioni che Israele chiede apertamente ad altri di distruggere.
Si potrebbe tranquillamente descrivere Wikileaks come una PsyOp del Mossad.
In tal modo, Wikileaks risulta molto efficace nel fuorviare ogni autentico dibattito e ogni dissenso significativo.
Il procuratore generale Gonzales ha detto che la tortura ci è utile.
Gli americani hanno dimostrato già da molto tempo di essere immuni a qualunque senso di colpa relativo a torture e omicidi. In effetti, i sondaggi evidenziano che quanto più un americano è religioso, tanto più è disposto ad accettare la brutalità, e pochi paesi sono “religiosi” quanto l’America.
Nessun altro paese al mondo, in tempi recenti, ha ucciso tante persone come l’America, facendo impallidire le pulizie etniche in Bosnia e Ruanda o la “situazione” in Israele.
Per quanto riguarda le passate “rivelazioni”, Wikileaks ha dimostrato la capacità di scrutinare centinaia di migliaia di pagine di documenti, eliminando meticolosamente ogni informazione sul mercato nero, sul traffico di droga o, nel caso dell’Iraq, sulla corruzione massiccia e sul furto di petrolio.
Ci sono dozzine di argomenti che sembrano essere stati accuratamente sottratti da Wikileaks ad ogni divulgazione. Perfino il Dipartimento della Difesa, senza farne troppo segreto, ringrazia Wikileaks per aver tenuto nascoste le informazioni davvero imbarazzanti. “Trattenere” queste informazioni rappresenta, ovviamente, una forma di ricatto. Ma chi è realmente Wikileaks?
Wikileaks è Israele?
Solo Israele possiede la presenza capillare nel Dipartimento della Difesa che potrebbe consentire questo tipo di spionaggio. E non solo è in grado di attuarlo, ma possiede così tante spie nella catena di comando americana che potrebbe anche impedirlo con facilità. Chi possiede gli strumenti logistici per raccogliere e filtrare una quantità così massiccia di dati? E chi potrebbe volerlo?
Perché Wikileaks non ci ha fornito documenti su quella che è la più importante vicenda irakena, cioè le falsificazioni dei servizi segreti sulle “armi di distruzione di massa”?
Sappiamo che i militari avevano ordine di cercare di falsificare i documenti, fingendo di aver trovato impianti pienamente operativi per la fabbricazione di armi nucleari, biologiche e chimiche.
Sarebbe stata un’utile lettura, insieme alle migliaia di pagine di rapporti relativi al modo in cui queste storie sono state inventate. Neanche la “stampa controllata” osa toccare questi documenti, benché essi siano ancora tutti là fuori.
Le bugie
Svelare il vero scandalo irakeno sarebbe stato molto utile, tranne per un piccolo particolare: gli amici di Israele che lavorano al Pentagono sono i veri artefici di questo programma.
E’ per questo che Wikileaks evita accuratamente gli argomenti scottanti? Forse perché la traccia di buona parte di ciò che è avvenuto in Iraq conduce direttamente a Tel Aviv?
Del resto, a chi importa qualcosa dell’Iraq dopo così tanti anni?
Guardate i rapporti “annacquati” riguardanti il sostegno offerto dagli americani ad Al Qaeda. Gli Stati Uniti vengono accusati di avere accidentalmente aiutato Al Qaeda organizzando le milizie dei Figli dell’Iraq.
In realtà, gli Stati Uniti hanno riorganizzato i baathisti, cioè qualcosa di infinitamente peggiore dell’immaginaria entità nota come “Al Qaeda”. Su questo argomento, neanche una parola.
Una delle più grandi truffe dell’”esperienza” irakena è stata la sottrazione di risorse petrolifere. Assai facile da verificare è il furto di petrolio dai giacimenti di Kirkuk attraverso l’oleodotto Kirkuk/Ceyhan, che arriva al Mediterraneo passando per la Turchia.
I localizzatori hanno rilevato che alcune navi che caricavano petrolio erano di proprietà di compagnie assicurative e perfino della Guardia Costiera americana. Conosciamo il loro tonnellaggio, il loro numero, il periodo in cui sono state operative.
Facendo un po’ di conti e confrontando le quantità di petrolio che sono state caricate con il prezzo che è stato pagato, si può notare che mancano all’appello miliardi e miliardi di dollari di greggio.
Oggi che gli americani pagano la benzina 4$ al gallone, quanti sono a conoscenza del fatto che il greggio per fabbricare quella benzina era completamente gratuito per le compagnie petrolifere?
Chi ha gestito tutto questo? Chi è stato pagato? Quanto petrolio è stato rubato attraverso Basra? Sono coinvolti anche gli inglesi?
E poi c’è Fallujah. Ci è stato detto che l’America ha “bombardato a tappeto” dei civili e ha poi compiuto una “pulizia etnica” nella zona, il tutto senza alcuna ragione, come oggi sappiamo. La versione dei fatti fornita dall’esercito è stata sbugiardata insieme ai resoconti fasulli della stampa “embedded”. Anche su questo, Wikileaks tace.
Laggiù è anche possibile rilevare alti livelli di radiazioni e una crisi sanitaria che può solo essere definita agghiacciante. Dov’è Wikileaks quando si tratta di parlare di una vicenda REALE?
Non vi sono molti dubbi che Wikileaks sia in realtà un “diversivo” gestito da un’agenzia di intelligence con dozzine di operatori presenti all’interno del Dipartimento della Difesa. Solo Israele possiede questa capacità, avendo ormai infiltrato a tal punto la Difesa da poterla gestire come cosa propria.
Qual è il programma di Wikileaks? Quello di rivelare la verità? Se è così, allora perché la verità è stata censurata e annacquata fino al punto di diventare una “non-notizia”, come lo erano state del resto le rivelazioni precedenti? In effetti, molti commenti su queste rivelazioni sono pure speculazioni e molte delle stesse “rivelazioni” sono in realtà poco più che “cibo per polli”.
L’ultima volta, le rivelazioni dovevano servire a demonizzare il Pakistan. Wikileaks aveva cercato di suggerire che fosse il Pakistan ad addestrare i talebani in Afghanistan. Tuttavia i talebani sono Pashtun e non si curano molto del Pakistan, essendo suoi “nemici di sangue”.
Grazie a queste rivelazioni, Israele e India sono riusciti a trovare utili alleati contro il Pakistan, che è l’unica potenza islamica con capacità nucleari. I talebani hanno ricevuto aiuti di ogni genere dal Mossad e dal RAW [Research and Analysis Wing, altra agenzia d’intelligence israeliana, NdT], circostanza che Wikileaks ha fatto di tutto per tenere nascosta.
In alcune vere rivelazioni, l’ex traduttore dell’FBI Sibel Edmonds aveva dimostrato l’esistenza di documenti che evidenziavano come i voli delle “extraordinary renditions” fossero in realtà utilizzati per dare passaggi ai terroristi e trasportare tonnellate di droga e di denaro contante. Ogni giorno intere casse di denaro escono dall’Afghanistan. Come mai non una sola pagina, non una sola parola relativa a questi argomenti, che sappiamo bene essere presenti nei dati americani, hanno raggiunto Wikileaks?
Perché Wikileaks dedica più tempo a tentare di nascondere i fatti che a renderli noti? Quando anche questo scoop si affievolirà, le accuse di stupro contro Julian Assange verranno forse nuovamente tirate fuori dal cassetto per tenerlo vivo ancora un po’?
L’altra volta sono stati un po’ schizofrenici: prima c’erano le accuse, poi non c’erano più, poi c’erano di nuovo. Era come una telenovela mal sceneggiata.
Ci è appena giunta una notizia secondo la quale Julian Assange sarebbe riuscito a sfuggire agli squadroni della morte del Pentagono.
Ci dicono che egli è virtualmente scomparso dalla faccia del pianeta. Ma abbiamo anche un programma di apparizioni pubbliche e di interviste che Assange dovrà rilasciare, rimaterializzandosi misteriosamente ogni volta che ve ne sia bisogno. Ah, se avessimo un potere come questo.
E queste nuove “rivelazioni”?
Esse sono probabilmente dirette contro l’Iran
Chiunque rimanga sorpreso o sconvolto nello scoprire che le forze di sicurezza irakene uccidevano e torturavano i prigionieri, vive evidentemente su un proprio pianeta personale. Erano gli assassini e i torturatori di Saddam. Poi sono diventati i nostri. Cos’altro dovrebbero fare dei torturatori e degli assassini?
C’era un motivo preciso per l’invasione dell’Iraq, al di là di tutte le menzogne, di tutti gli omicidi, di tutta la corruzione. Israele voleva l’Iraq distrutto. Riuscirà mai Wikileaks a parlarci di qualcosa di concreto?
La crisi sistemica globale - Primavera di austerità e gravi inceppamenti da Megachip - 26 Ottobre 2010
Il blog Informazione Scorretta (curato da Felice Capretta) ha pubblicato una parziale traduzione del Rapporto 47 del GEAB, il gruppo di analisti economici eterodossi che cerca di trarre previsioni dall'osservazione della Grande Crisi in atto. La volontà di stabilire date precise li espone a ovvie smentite (anche se sembrano spesso soltanto date rimandate).
Tuttavia spesso colgono in anticipo importanti tendenze. Anche non cedendo al fascino divinatorio di un testo che ci dica a che punto saremo fra un mese o un anno, sono interessanti i rimandi a dati economici reali e verificabili. Buona lettura.
1 - La crisi sistemica globale - Primavera 2011:Benvenuti negli Stati Uniti dell'austerità / Verso una gravissima avaria del sistema economico e finanziario mondiale.
Come anticipato dal LEAP/E2020 lo scorso Febbraio nel GEAB N. 42, (gli affezionati lettori ricorderanno le tre onde anomale convergenti) la seconda metà del 2010 sarà fondamentalmente caratterizzata da un improvviso peggioramento della crisi, evidenziato sia dalla fine dell'illusoria ripresa pubblicizzata dai leader occidentali [1]e sia dalle migliaia di miliardi inghiottiti dalle banche e dai piani, di breve respiro, di «stimolo» economico.
I mesi a venire riveleranno una semplice, anche se dolorosa, realtà: l'economia occidentale, in particolare quella USA [2], non è davvero mai uscita dalla recessione[3].
Gli impressionanti dati statistici registrati dall'estate 2009 sono stati solo la conseguenza di breve durata delle massicce iniezioni di liquidità nel sistema che era divenuto essenzialmente insolvente proprio come i consumatori USA[4].
Posti al cuore della crisi sistemica globale fin dalla sua nascita, gli Stati Uniti dimostreranno nei prossimi mesi che stanno conducendo l'economia e la finanzia globale nel «cuore dell'oscurità»[5] proprio perché non riescono a venir fuori dalla loro «Molto Grande Depressione»[6].
Quindi, mentre viene fuori degli sconvolgimenti politici delle elezioni USA il prossimo Novembre, con una crescita di nuovo negativa, il mondo dovrà fronteggiare una «Gravissima Avaria» del sitema economico e finanziario globale fondato oltre 60 anni fa sulla assoluta necessità per l'economia USA di non rimanere mai a lungo in recessione.
Ora la prima metà del 2011 imporrà che l'economia USA subisca una dose di rigore finanziario senza precedenti facendo piombare il pianeta in un nuovo caos finanziario, monetario, economico e sociale[7].
In questo numero del GEAB, il nostro gruppo quindi anticiperà per i prossimi mesi, differenti aspetti di questo nuovo sviluppo della crisi, in particolare la natura del meccanismo di austerità imposta che colpirà gli Stati Uniti, gli sviluppi del maledetto dibattito su «inflazione/deflazione», l'effettivo incremento del PIL USA, la strategia delle banche centrali e le dirette conseguenze per l'Asia e l'Europa.
Come facciamo ogni mese, illustreremo le nostre raccomandazioni strategiche e operative.
Inoltre, in via particolare, questo numero del GEAB offre un estratto dal nuovo libro di Frank Biancheri «The Global Crisis: The Path to the World After - France, Europe and World in the Decade 2010-2020» (La Crisi Globale: il cammino verso il mondo dopo[-crisi] - Francia, Europa e il mondo nella decade 2010-2020)[8]
Andamento comparato del Grownth Index del CMI (rosso) e del PIL USA (verde) (2005 - 2010) - Fonte: Dshort, 08/26/2010.
I trimestri a venire saranno particolamente pericolosi per il sistema finanziario ed economico.
Il Chairman delle FED Ben Bernanke ha lanciato il seguente messaggio, nel modo più diplomatico possibile, alla recente riunione dei banchieri centrali a Jackson Hole nel Wyomimng: anche se le politiche per ravvivare l'economia USA sono fallite, o il resto del mondo continua a finanziare il deficit USA in perdita, sperando che ad un certo punto nel futuro la scommessa paghi ed evitando il collasso del sistema globale, oppure gli Stati Uniti continueranno a monetizzare il loro debito e convertiranno tutti i dollari e i titoli del tesoro in mano al resto del mondo in banconote del monopoli.
Come ogni potere messo nell'angolo, gli Stati Uniti sono ora obbligati ad introdurre la minaccia di pressione per ottenere ciò che vogliono.
Meno di un anno fa i leader del resto del mondo e gli ufficiali finanziari si erano offerti volontariamente di «rimettere a galla la nave USA».
Comunque, oggi, le cose sono cambiate drasticamente dato che le nobile rassicurazioni di Washington (da parte della FED come da parte dell'amministrazione Obama) si sono dimostrate essere pura arroganza basata sulla pretesa di aver compreso la natura della crisi e sull'illusione di possedere i mezzi per controllarla.
Comunque, la crescita USA evapora trimestre dopo trimestre[8] e ridiventa negativa dalla fine del 2010.
Il tasso di disoccupazione non ha smesso di crescere e si porrà tra la stabilità mostrata nelle statistiche ufficiali e la perdita, nei prossimi sei mesi, per più di due milioni di americani del posto di lavoro (LEAP/E2020 crede che il reale tasso di disoccupazione si attesti ora oltre il 20%[9); il mercato USA delle case rimane depresso ai minimi storici e riprenderà la sua caduta a partire dall'ultimo trimestre 2010; infine, ma non meno importante, come si può ben immaginare date le circostanze, i consumatori USA sono e rimarranno assenti stabilmente dato che il loro stato di insolvenza continua e addirittura peggiora[10]per quegli americani, uno su cinque, che non hanno un lavoro.
Dietro questi fattori statistici si nascondono tre realtà che cambieranno radicalmente il paesaggio politico, economico e sociale degli USA e del resto del mondo nei prossimi trimestri non appena questi arriveranno all'opinione pubblica.
«Stati Uniti - la doppia mazzata: niente capitale, niente lavoro» - Correlazione tra la caduta dei prezzi delle case e l'andamento della disoccupazione stato per stato (2006-2009) - Fonte: FMI / OIT / OsloConference, 07/2010
La rabbia popolare paralizzerà Washington a partire da Novembre 2010
In primo luogo, c'è una realtà diffusa e molto deprimente, un vero viaggio «al cuore dell'oscurità», che consiste in milioni di americani (quasi sessanta milioni di loro adesso dipendono dai Food stamps per vivere [sussidi per i più poveri, ndt]) che non hanno più un lavoro, una casa o del denaro da parte e che si stanno chiedendo come faranno a sopravvivere negli anni a venire[11].
Questi sono giovani[12], pensionati, afro-americani, lavoratori, impiegati nei servizi[13], ... e costituiscono quella massa di cittadini arrabbiati che si faranno sentire con violenza il prossimo novembre e trascinando Washington in una tragico vicolo cieco politico.
I sostenitori dei movimenti «Tea Party[14]» e «nuovi secessionisti[15]» ... vogliono «spezzare la Macchina di Washington» (e per estensione quella di Wall Street) senza avere proposte credibili per risolvere la miriade di problemi del paese[16].
Le elezioni di Novembre 2010 saranno la prima opportunità per questa «America sofferente» di esprimersi sulla crisi e sulle sue conseguenze. E questi voti, riguadagnati dai repubblicani o persino dagli estremisti, contribuiranno a paralizzare ancora di più l'amministrazione Obama e il Congresso (che probabilmente ritornerà ad essere a maggioranza repubblicana), col solo effetto di spingere il paese in un tragico ingorgo proprio quando tutte la luci stanno ridiventando di nuovo rosse.
Inoltre, questa espressione di rabbia diffusa si scontrerà, da dicembre in avanti, con l'uscita del rapporto della Commisione per il deficit creata dal presidente Obama, e questo porterà il problema del deficit al cuore del dibattito pubblico all'inizio del 2011[17].
Per esempio, stamo già vedendo un'espressione molto particolare di questa rabbia diffusa contro Wall Street nel fatto che gli americani stanno abbandonando il mercato azionario[18]: ogni mese un crescente numero di «piccoli investitori» lasciano Wall Street e i mercati finanziari[19], al punto che oggi più del 70% delle transazioni sono nelle mani delle principali istituzioni e altri «high frequency trader».
Se si tiene a mente l'immagine tradizionale che vede le borse oggi come i templi del capitalismo moderno, allora stiamo assistendo ad un fenomeno di perdita di fiducia simile alla disaffezione della gente, testimoniata da dimostrazioni ufficiali, sperimentata dal sistema comunista prima della su caduta.
Il grosso dell'economia USA ora è dipendente dai fondi pubblici
C'è anche una drammatica realtà economica: la maggior parte dell'economia USA è ora direttamente dipendente dal governo federale e/o dalla Federal Reserve.
Immobiliare, auto, difesa (e tramite questa una grande parte delle industrie dell'alta tecnologia), agricoltura,... sono settori che ora possono solo sopravvivere (e anche così per alcuni solo cono grande difficoltà) perché sono supportati dagli aiuti federali e/o dalle politiche di supporto della Fed.
Inoltre, la gran parte degli stati e delle grandi città in tutto il paese non possono rimanere in attivo con le loro forze e dipendono da Washington per riuscirci[20].
Quindi, se un domani queste spese del governo federale e della Fed non potessero essere mantenute, o persino se non potessero essere aumentate, dato che il primo ha un già un deficit abissale e la seconda ha già un enorme numero di attivi fantasma in bilancio[21], la maggior parte dell'economia e del sistema sociale del paese crollerebbero come un castello di carte[22].
In termini di attivi fantasma, i due grafici sotto illustrano perfettamente il trasferimento dei debiti dalle banche private alla Fed, che ha solo reso ai contribuenti USA responsabile dei debiti delle maggiori banche USA... un abuso che alimenta parecchio la «frustrazione» di molti concittadini americani.
Qui, Barack Obama aveva ragione a dire ai banchieri USA nel marzo 2009 «la mia amministrazione è la sola cosa che si para tra voi e i forconi».
Tra le altre cose, questo è ciò che lo rende così impopolare nel suo paese.
Ma se la prospettiva di una economia USA come un «castello di carte» era già stata chiaramente considerata dal nostro gruppo col GEAB Nr.2 nel febbraio 2006, è solo di recente che i «pricipali» media stanno cominciando a riconoscere questo fatto.
Come sempre nel caso di profonde crisi, questa consapevolezza è un segno di vicino cambiamanto per il peggio perché presagisce un busco cambiamento nel comportamento di molti attori globali[24], in particolare riguardo alla famosa «fuga dal rischio» che tradizionalmente porta questi a favorire i beni del governo USA ... e che, crediamo, comincerà a invertirsi dall'inizio del 2011.
La FED adesso sa di essere impotente
Finalmente esiste un effetto finanziario e monetario particolarmente tragico in quanto i giocatori sono diventati consapevoli della situazione senza uscita: la FED adesso sa di essere impotente.
Nonostante gli sforzi straordinari (interessi a tasso zero, quantitave easing, supporto enorme al mercato dei mutui immobiliari, eguale supporto alle banche, triplicazione del suo stato patrimoniale, …) in atto dal settembre del 2008, l'economia americana non riparte. I leader della FED hanno scoperto di essere solo una parte del sistema, in questo caso il sistema finanziario USA, progettato dal 1945 per essere il cuore solvente del sistema finanziario globale.
Tuttavia il consumatore americano è diventato insolvente, il consumatore che, negli ultimi trent'anni, e' diventato in modo graduale il giocatore economico centrale di questo cuore finanziario (con più del 70% dipendente dalla spesa famigliare).
E' questa insolvenza delle famiglie USA che ha vanificato gli sforzi della FED.
Avvezzi ad essere virtuosi e per questo ad avere la possibilità di manipolare i processi e le dinamiche degli eventi, i banchieri centrali USA credevano di poter «imbrogliare» le famiglie, dandogli un'altra volta l'illusione di ricchezza e quindi spingendole a ripristinare il consumo e con questo far rivivere la macchina economica e finanziaria dell'intero paese.
Fino all'estate del 2010 non hanno creduto nella natura sistemica della crisi oppure non hanno capito che quello che stava causando i problemi era fuori portata degli strumenti della banca centrale, per quanto possa essere potente.
Solo nelle recenti settimane hanno trovato due verità: le loro politiche hanno fallito e non hanno armi ne' munizioni.
Da qui il tono molto depresso nelle discussioni delle banche centrali ai meeting di Jackson Hole, nonché la mancanza del consenso per le azioni future e quindi gli infiniti dibattiti sulla natura dei rischi che vanno affrontati nei prossimi mesi (per esempio inflazione o deflazione, sapendo che gli strumenti interni del sistema che misuravano le conseguenze di questi trend non sono neanche più rilevanti come analizziamo in questa edizione), ma anche gli scontri sempre più violenti tra i promotori della crescita rinnovata attraverso il debito ed i sostenitori della riduzione del deficit... nonché il discorso di Ben Bernake pieno di minacce velate ai suoi colleghi delle banche centrali: in termini ambigui ha fatto passare il seguente messaggio:
«Proveremo di tutto per evitare il collasso economico e finanziario e voi continuerete a finanziare tutto, proprio tutto»
oppure sguinzaglieremo l'inflazione e con essa il dollaro deprezzerà e i bond del tesoro USA non varranno più molto.
Quando un banchiere centrale si esprime come un esattore c'è una situazione pericolosa in casa.
La risposta delle banche centrali più grandi del mondo verrà rivelata nei prossimi due quadrimestri. La ECB ha già fatto capire in modo chiaro che la nuova politica di stimolo all'innalzamento del deficit statunitense sarebbe un suicidio per gli USA.
La Cina, pur dicendo di non voler accelerare le cose, passa già il suo tempo a vendere gli asset USA per comprare quelli Giapponesi (cosa che viene riflessa nel valore storico del rapporto di cambio tra dollaro e Yen).
Per quanto riguarda il Giappone, in questo momento e' forzato ad essere allineato sia con Washington sia con Pechino... e probabilmente cancellerà tutte le proprie politiche finanziarie e monetarie.
Nei futuri quadrimestri, la FED come anche il governo federale, scopriranno che nel momento in cui gli USA non saranno più considerati un succoso sinonimo del profitto e/o del potere distribuito, vedranno la propria abilità nel convincere i loro partner declinare velocemente e pesantemente, in special modo quando il secondo mette in discussione l'importanza delle politiche scelte.
Le conseguenze di queste tre realtà, che gradualmente fanno sentire la loro presenza nella coscienza globale, nonché in quella degli USA, faranno si, secondo il team LEAP/E2020, che gli USA entrino nel 2011 in un era di austerità mai vista da quando il paese e' diventato il cuore del sistema globale economico e finanziario.
Il blocco della politica federale nel contesto dell'elettorato ammalato e stanco di Washington e Wall Street, la massiccia dipendenza sui fondi federali da parte dell'intera economia USA e l'impotenza della FED, incapace di evitare una situazione di crescente riluttanza nel finanziare il deficit USA, verranno combinate per spingere il paese nell'austerità.
Un'austerità che sta già affliggendo almeno il 20% della popolazione e che direttamente affligge un americano su due preoccupati di andare ad aggiungersi ai senza tetto, a quelli senza lavoro ed ai disoccupati a lungo termine. Per queste decine di milioni di americani l'austerità e' qui e si chiama impoverimento duraturo.
Quello che succederà entro la primavera del 2011 e', quindi, un cambiamento nei discorsi ufficiali, nelle politiche budgetarie e nella consapevolezza internazionale dell'idea che gli USA non sono più «il paese della cuccagna», ma «la terra di pochi».
Oltre alle scelte politiche nazionali, c'è anche la scoperta di una nuova limitazione per il paese: gli USA non si possono permettere un nuovo stimolo. Piuttosto che un collasso multi decennale, come la situazione Giapponese, molti decision makers saranno tentati dalla terapia shock... la stessa terapia che, con il FMI, gli USA raccomandano all'America latina, ai paesi asiatici e all'Europa dell'est.
NOTE [1]. A questo riguardo, nel prossimo numero di Ottobre, il nostro gruppo preparerà, come ogni anno, il suo elenco con le previsioni economiche e il rischio paese per il 2011. Quello che è già chiaro ai nostri ricercatori è che la fine del 2010 sarà segnata da una drastica revisione al ribasso di tutte le previsioni attuali (incluse le previsioni per gli USA già riviste in peggio). Fonte: Reuters, 09/09/2010. [2]^ Fonti: Bloomberg, 07/20/2010; Oftwominds, 07/15/2010; New York Times, 08/09/2010; CNBC, 08/12/2010. [3]^ Il grafico sotto mostra come la crescita stia già collassando. L'indice di crescita del CMI è stato uno degli indicatori più affidabili nell'anticipare i cambiamenti del PIL USA. E il 92% degli americani crede che il paese sia ancora in recessione. Fonte: GlobalEconomicAnalysisBlogspot, 09/09/2010. [4]^ Come sottolineato del nostro gruppo dal GEAB N. 9 del Novembre 2006 in avanti. [5]^ Prendendo a prestito l'evocativo titolo del racconto di Joseph Conrad che ispirò fortemente Francis Ford Coppola nel suo film Apocalipse Now. [6]^ Come LEAP/E2020 ha chiamato la crisi economica americana fin dall'Aprile 2007 nel GEAB N. 14. [7]^ Inoltre, anche senza includere queste previsioni nella loro analisi, anche gli esperti dell'OCSE fanno presente che la crescita globale subirà un rallentamento tra ora e la fine del 2010. Fonte: Marketwatch, 09/09/2010. [8]^ La versione francese sarà pubblicata il 7 October a cura delle Editions Anticipolis. [8]^ L'indice Wells Fargo/Gallup delle PMI continua a scendere mese dopo mese. Fonte: Source: Gallup, 08/02/2010. [9]^ Anche Wall Street continua a pianificare licenziamenti collettivi nei prossimi mesi. Fonte: Bloomberg, 09/07/2010. [10]^ Perfino i percettori di redditi alti ora sono coinvolti col problema dei fallimenti. USAToday, 07/29/2010. [11]^ Per chiarire questa allarmante situazione sociale merita di essere letto il rapporto congiunto FMI/ILO iniziato dal governo norvegese sui «Le sfide per la crescita, l'occupazione e la coesione sociale» nel contesto della crisi corrente. Fonte: OsloConference, 07/22/2010. [12]^ Un indicatore particolarmente efficace che mostra il prezzo che i giovani americani stanno pagando per colpa della crisi. Il numero di posti di lavoro estivi, una tradizionale tratto di indipendenza per i giocani americani per l'anno successivo, sono scesi al livello più basso dal 1948. Fonte: USAToday, 09/03/2010. [13]^ Queste immagini di tagli drastici nel numero di agenti a Auckland sono emblematiche di quello che sta succedendo nelle zone rurali in termini di servizi pubblici. Fonte: DailyMotion. [14]^ Su questo argomento nel USAToday del 08/16/2010 c'è un ritratto veramente interessante dei sostenitori dei movimenti «Tea Party». [15]^ Vedi GEAB Nr. 45. [16]^ Il successo dei raduni dei sostenitori dei «Tea Party» a Washington il 08/28/2010, organizzato dal Glenn Beck, ne è un ovvio esempio. Fonte: Washington Post, 08/29/2010. [17]^ Fonte: New York Times, 08/31/2010 [18]^ I mercati azionari sono rimasti stabilie o in declino per diversi trimestri nonostante i continui tentativi da parte delle autorità finanziarie per cercare di ridare loro lo smalto perduto ... e ancora una volta si avvicinano ad un violento spasmo legato al «Hindeburg Omen» o alle aspettative sulle condizioni finanziare ed economiche globali. Fonte: Telegraph, 08/27/2010. [19]^ Fonte: New York Times, 08/22/2010 [20]^ Washington si troverà a fronteggiare in dura realtà nei mesi a venire: città e stati che rapidamente collasseranno nell'austerità e che non potranno ripagare i loro debiti. Le città minacciano di licenziare 500.000 impiegati nei prossimi mesi. Fonte: ZeroHedge, 09/07/2010, CNNMoney, 07/28/2010. [21]^ Vedi GEAB Nr. 24, Aprile 2008. [22]^ Ovvero articoli come il seguante erano semplicemnte inimmaginabili solo un anno fa: Le Figaro/Journal des Finances of 09/10/2010 ha scritto che la BCE stava analizzando lo scenario peggiore, che non è altro che una fuga degli investitori dai beni USA; Reuters nel 08/25/2010 era preoccupato per la prossima fase della crisi e ha chiaramente dettagliato la bolla del debito USA; il Telegraph del 07/30/2010 che ha descritto le raccomdazioni FMI per nuove spese di stimolo per l'economia negli Stati Uniti come una pazzia; Bloomberg nel 08/11/2010 ha denunciato lo stato di bancarotta degli Stati Uniti; il capo dell'esercito USA ha parlato del deficit come di una minaccia alla sicurezza nazionale nel ExecutiveGov of 08/27/2010; e per completare questa lista puramente indicativa, nel New York Times del 09/02/2010, un suggerimento (che ha poche possibiltà di essere ascoltato e che disprezza il nascente nuovo mondo) da parte di Robert Reich, l'ex segretario del lavoro sotto Bill Clinton, si intitola «Come terminare la Grande Recessione». Il titolo comincia ad avvicinarsi alla «Molto Grande Depressione» di cui LEAP/E2020 ha parlato per quasi 4 anni. [23]^ Fonte: Politico, 04/03/2009. [24]^ Un vistoso esempio micro-economico dell'improvviso combiamento nei comportamenti cuasato dalla crisi è dato dalla drastica riduzione nell'uso delle carte di credito da parte dei consumatori USA (il 56% di loro hanno usato una carta di credito nel 2009 contro l'87% del 2007) che si ritiene siano completamente dipendenti dalle carte di credito. Questo sviluppo naturalmente ha importanti conseguenze macro-economiche per il sistema fianziario e le imprese USA. Fonte: USAToday, 09/11/2010.
I 60 miliardi di dollari di armi che l'Arabia Saudita acquisterà dagli Usa serviranno alla guerra contro l'Iran di Dov Zakheim - www.globalresearch.ca - 23 Ottobre 2010 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Stefania Micucci
Sembra ormai certa la notizia che la colossale vendita di armi all'Arabia Saudita, da parte degli Stati Uniti, sarà destinata alla guerra contro l'Iran. E il bello è che Israele non ha fatto nessuna opposizione.
Secondo le parole di un analista, riportate dall'agenzia stampa cinese Xinhua News Agency, proprio Gerusalemme sembra aver abbracciato l'antico principio: “Il nemico del mio nemico, è mio amico”.
Molto probabilmente, l'accordo, riguardante la fornitura di 84 nuovi F-15, la modernizzazione di 70 F-15 della flotta aerea di Riyadh, e un migliaio di bombe “bunker buster” (bombe sfonda-bunker ) , è finalizzato ad aumentare l’effetto deterrente dei Sauditi contro l’Iran.
Ma ciò presuppone che l'Iran continuerà a lavorare per portare a termine il suo programma nucleare entro il 2015, anno in cui il primo dei nuovi F-15 verrà consegnato all'Arabia Saudita.
Se entro quella data l'Iran dovesse essere già in possesso delle armi nucleari e dei sistemi di puntamento, sarà impossibile per i Sauditi evitare un eventuale attacco di Teheran. Dall'altra parte, se l'Iran rinunciasse al suo programma nucleare, come risposta alle pressioni internazionali o a scompigli interni, l’acquisto di armi dei Sauditi si rivelerebbe eccessivo.
Guardando al resto dell'accordo, sembrerebbe che Riyadh abbia altre preoccupazioni. I Sauditi hanno acquistato 190 elicotteri, tra cui 70 Apache Longbows, una versione aggiornata del migliore elicottero da attacco dell'esercito statunitense, dotato di vari tipi di armi, come potentissimi cannoncini da 30 mm e missili anticarro.
Inoltre, sono stati comprati 36 AH-6i, degli elicotteri leggeri conosciuti come "Little Bird", usati spesso dalle Forze Speciali, e 72 UH-60 Blackhawks, utili per gli spostamenti delle truppe all'interno e all'esterno delle zone di combattimento.
L'acquisto di questi elicotteri ha senso in un'ottica di prevenzione degli attacchi dello Yemen o di supporto alle operazioni del governo di Sana'a contro le tribù ribelli, come gli Houthis (che sono Zaidi, un sottogruppo degli Sciiti). Se gli Houthis o altri ribelli dovessero operare all'interno di nascondigli sotterranei, verrebbero impiegate le “bunker buster”.
La modernizzazione della flotta navale saudita ha lo scopo di evitare la pirateria nel Mar Rosso, nonché gli assalti alle piattaforme petrolifere della Provincia Orientale e come anche da deterrente per eventuali attacchi della flotta iraniana o delle forze navali delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane.
Perché Israele non si è opposta all'acquisto di sistemi di attacco da parte dei Sauditi, che teoricamente potrebbero essere utilizzati contro lo stato ebraico? In parte perché gli Israeliani non si aspettano un attacco del genere; in parte perché riceveranno i più moderni F-35 nello stesso anno in cui i Sauditi avranno gli F-15; in parte perché gli Israeliani hanno già, e quindi conoscono bene, non solo gli F-15, ma anche gran parte dei sistemi che i Sauditi hanno acquistato.
Presumibilmente, le Forze Armate israeliane hanno escogitato un'azione di difesa che prevede la guerra elettronica o mezzi cinetici. Inoltre, è negli interessi di Israele che il regime conservatore saudita eviti la presa di potere di radicali come gli Houthis, che con le loro azioni hanno terrorizzato l'antica comunità ebraica dello Yemen, al punto da costringere gran parte di essa a emigrare
Inoltre, anche se non pensano che gli F-15 possano essere determinanti nella lotta al programma nucleare dell'Iran, Israele crede che Teheran non abbia bisogno di cinque anni per creare la bomba, e sono consapevoli dell'impatto psicologico che il loro tacito supporto ai Sauditi potrebbe avere sugli Ayatollah.
Agli Israeliani non dispiacerebbe se, di fronte alla loro passività, i paranoici leader iraniani deducessero che Israele e Riyadh sono in combutta contro di loro, e che Israele ha in serbo un piano segreto per sorvolare lo spazio aereo saudita e attaccare gli impianti nucleari iraniani.
C'è un'ulteriore ragione per il silenzio di Israele di fronte all'accordo: per oltre venti anni, da quando il primo ministro Yitzhak Shamir nel 1988 annullò l’opposizione degli ebrei americani alla vendita degli F-18 al Kuwait, Israele non si è mai immischiata nella vendita di armamenti agli stati arabi del Golfo.
All'epoca, Shamir disse che la la vendita non rappresentava una minaccia per Israele, e un suo diplomatico a Washington consigliò a vari oppositori del Congresso di conservare le polemiche per altre questioni. Da allora, l'idea di Israele a riguardo non è cambiata, mentre il desiderio di vittoria sugli stati del Golfo si è intensificato.
Israele vuole instaurare rapporti decenti, se non ufficiali, con i regimi del sud del Golfo, non solo per dar vita a un fronte unito contro l'Iran, ma anche per incoraggiarli a svolgere un ruolo positivo nel processo di pace e ad aumentare il loro supporto finanziario all'autorità palestinese.
Mentre Israele ha avuto dei rapporti economici a intermittenza con vari stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l'Arabia Saudita non ne ha mai fatto parte. Riyadh è il primo premio, e gli Israeliani sono disposti a tutto per vincerlo, anche ad acconsentire a un enorme acquisto di armi dall'America.
Le probabilità di una guerra con la Cina stanno aumentando di Mike Whitney - www.globalresearch.ca - 22 Ottobre 2010 Tradotto per www.comedonchisciotte.org da E.T.
Gli Stati Uniti conducono la loro politica monetaria allo stesso modo in cui conducono la politica estera: in modo unilaterale. Quando la scorsa settimana il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha annunciato di voler rilanciare il programma di acquisto di bond (quantitative easing), non si è consultato con gli alleati del FMI, col G-20 o col WTO. Ha semplicemente emesso il suo editto, e questo è quanto.
Il fatto che la politica della Fed causi l’invasione sui mercati emergenti di capitali a basso costo, spingendo verso l'alto il valore del dollaro e l'inflazione, non crea alcuna preoccupazione a Bernanke.
Egli opera sulla stessa linea dell’ex segretario al Tesoro John Connally, che scherzando allegramente con un gruppo di ministri delle finanze dell'euro, ha detto "Il dollaro è la nostra moneta, ma è il vostro problema."
La relazione del 15 ottobre di Bernanke avrebbe potuto essere ridotta a nove parole: L'inflazione è troppo bassa e la disoccupazione è troppo alta. Detto questo, Bernanke non ha mostrato alcuna intenzione di starsene lì buono e zitto fino a che il congresso abbia capito che l'economia ha bisogno di maggiore sostegno.
È in procinto spingere al ribasso il dollaro per far salire l'inflazione fino al traguardo del 2% al fine di aumentare le prospettive di un calo della disoccupazione, di una riduzione del disavanzo delle partite correnti e di una ripresa più veloce.
L'economista Edward Hugh lo riassume così:
"La disoccupazione negli Stati Uniti (che è attualmente al 9,6%, e può raggiungere il 10% entro la fine dell'anno), sta causando enormi problemi all'amministrazione Obama. Il mercato del lavoro statunitense e il sistema del welfare non sono assolutamente concepiti per funzionare a lungo con questi livelli di disoccupazione.
In Giappone il tasso di disoccupazione è del 5,1%, e in Germania è sotto l'8%. Perciò quelli di Washington, si chiedono non a torto perché gli USA dovrebbero tollerare così tanta maggiore disoccupazione e un così elevato deficit di bilancio solo per tenere in piedi il sistema di Bretton Woods e il rango di valuta di riserva del dollaro americano.
La mia sensazione è che l'amministrazione americana abbia deciso di ridurre il tasso di disoccupazione e diminuire il disavanzo delle partite correnti, e che l'unico modo per raggiungere questo obiettivo è quello di forzare il valore del dollaro verso il basso. In questo modo saranno le industrie degli Stati Uniti, piuttosto che quelle tedesche o giapponesi, a canticchiare al suono dei nuovi ordini che arriveranno dalla fiorente domanda del nuovo mercato emergente."
Bernanke ha tratto le stesse conclusioni di Hugh, ma questo non significa che la sua strategia non infligga danni notevoli agli alleati degli Stati Uniti. E questo succederà. Il suo programma da coinquilino pezzente di rilancio del quantitative easing costringerà i partner commerciali a implementare i controlli sui capitali ed ad attuare altre misure protezionistiche per mantenere la stabilità dei prezzi.
E poiché le maggiori economie mondiali sono in guerra per ottenere una maggiore quota del mercato dell’esportazione, il quantitative easing porterà anche a ulteriori svalutazioni competitive.
Lo scontro imminente potrebbe portare al dissolvimento del regime commerciale attuale e una brusca inversione dei 30 anni di globalizzazione.
Ma il maggior problema di Bernanke è la Cina. La Cina era la prediletta dell’America quando si caricava di titoli del Tesoro alimentando la storica baldoria dei consumi che ha riempito le casse di Wall Street.
Ma ora che l'acquisto del debito degli Stati Uniti sta impedendo alla Fed di attuare la propria politica monetaria, Bernanke pretende un cambiamento. Purtroppo, la Cina non sta collaborando.
Sta invece accumulando riserve di valuta estera a ritmi record per mantenere il valore di cambio del dollaro, il che sta allargando il disavanzo delle partite correnti a livelli di pre-crisi.
Lo squilibrio commerciale sta spingendo il mondo verso una nuova crisi, e questo è il motivo per cui Bernanke e soci sono determinati a convincere la Cina a lasciare apprezzare la sua moneta per ridurre il divario. (Le riserve cinesi in valuta estera sono salite a $ 2.65 trilioni nel 3° trimestre).
Linee guida: la Fed non può far ripartire l'economia nazionale se il deficit commerciale continua a crescere. E' impossibile. Lo stimolo viene semplicemente buttato nello scarico del lavandino.
La Cina sta facendo la parte del leone nella domanda globale con un’offerta a prezzi inferiori a quelli degli Stati Uniti e il tutto alla luce del sole. Questo è l'effetto reale di un dollaro bloccato; la Cina ha un vantaggio ingiusto rispetto ai suoi concorrenti.
Una moneta che fluttua liberamente contribuisce a tenere livellato il campo di gioco (anche se il costo del lavoro degli Stati Uniti è in competizione con alcuni dei lavoratori peggio pagati al mondo) e l'annuncio di Bernanke venerdì scorso è solo il primo colpo sparato contro la prua di Pechino. Ma ce ne saranno altri in futuro.
La riunione di questo fine settimana del G-20 fornisce al segretario al Tesoro Timothy Geithner l'occasione ideale per puntare i riflettori sulla Cina e far smettere le manipolazioni sulla valuta. Molti si aspettano che faccia una forte dichiarazione che esiga modifiche al sistema.
Un aggiornamento della Reuters di Mercoledì conferma la posizione degli Stati Uniti. Eccone un sunto:
"Mercoledì, un alto funzionario del Dipartimento del Tesoro Usa ha detto che gli Stati Uniti vogliono che il gruppo dei 20 capi responsabili delle finanze si impegni a consentire al mercato di impostare i tassi di cambio delle valute e che se ne discuterà fissando dei traguardi al commercio per misurarne l’andamento.
In anticipo sulla riunione del G20 di fine settimana a Gyeongju, in Corea del Sud, il funzionario americano ha precisato che Washington vuole che i tassi di cambio delle valute rappresentino un punto focale degli incontri e che guarda ai surplus delle partite correnti e ai deficit come parte vitale della discussione…
Il funzionario ha poi aggiunto che dal nostro punto di vista crediamo che questi problemi siano fondamentalmente e intrinsecamente collegati e che è importante che il G20 sia in grado di intraprendere un'azione comune per rendere più facile una correzione ordinata degli squilibri, garantendo inoltre un adeguamento più efficace dei tassi di cambio in linea con i fondamentali economici”. (“Gli Stati Uniti vogliono l'impegno del G20 a consentire un aumento delle loro valute", Reuters)
Né l'amministrazione Obama né la Fed vogliono una vera e propria guerra commerciale contro la Cina. Preferiscono vedere che la Cina "assuma la sua posizione nel sistema globale". (Come dichiarano i diplomatici degli Stati Uniti).
Ma questo vuol dire che la Cina dovrebbe scendere a compromessi, cosa che essa ritiene essere un fatto che riguarda la sovranità nazionale.
Ed è qui il problema. La Cina è una nazione orgogliosa e non vuole sentirsi dire cosa fare. Ma non è così che funziona il sistema. Dietro la facciata del libero mercato e delle istituzioni internazionali, c’è un sistema imperiale governato da Washington.
Questo lascia a Pechino due possibilità: o piegarsi alle pressioni degli Stati Uniti e cedere dai propri principi o ignorare le richieste di Washington e continuare sulla stessa strada. Se scelgono di resistere, le relazioni con gli Stati Uniti diverranno più aspre e le probabilità di un conflitto aumenteranno.
Qualche articolo sullo stato dell'arte della crisi economica, in particolare negli Usa, e su ciò che li/ci aspetta all'orizzonte...
La finanza rapace: la nuova modalità di guerra globale di Michael Hudson - www.globalresearch.ca - 12 Ottobre 2010 Traduzione a cura di Jjules per www.comedonchisciotte.org
“Gli eventi che stanno per manifestarsi proiettano anticipatamente la loro ombra” – Goethe
Cosa succederebbe se impedissimo alle banche americane e ai loro clienti di creare 1.000 miliardi, 10.000 miliardi o addirittura 50.000 miliardi di dollari sulla tastiere dei loro computer per comprare tutte le obbligazioni e le azioni del mondo, oltre a tutte le proprietà terriere e agli altri asset in vendita, nella speranza di realizzare guadagni in conto capitale e intascare gli spread sull’arbitraggio con una leva sul debito di meno dell’1% del costo dell’interesse? E’ questo il gioco a cui si sta giocando oggi.
L’afflusso di credito in dollari nei mercati stranieri perseguendo questa strategia ha fatto salire i prezzi degli asset e delle valute straniere, consentendo agli speculatori di ripagare le propria presenza negli Stati Uniti con dollari più convenienti, tenendosi per sé il passaggio di valuta oltre al margine del tasso di interesse dell’arbitraggio.
La finanza è diventata una nuova modalità di guerra – senza l’aggravio delle spese militari e l’occupazione forzata di un altro paese. E’ una sfida nella creazione del credito per comprare proprietà immobiliari e risorse naturali in tutto il mondo, infrastrutture e la proprietà di obbligazioni e azioni aziendali.
Chi ha bisogno di un esercito quando si può ottenere la ricchezza monetaria e l’appropriazione di beni semplicemente con strumenti finanziari? La vittoria si può prevedere che andrà all’economia il cui sistema bancario potrà creare la maggior parte del credito, utilizzando un esercito di tastiere di computer per appropriarsi delle risorse del mondo.
L’ostacolo principale di fronte a questa Lebensraum finanziaria è che essa richiede che le banche centrali delle economie prese di miro accettino il credito elettronico in dollari in via di deprezzamento come mezzo di pagamento per gli asset nazionali.
I funzionari americani demonizzano i paesi che subiscono di questi afflussi di dollari come aggressivi “manipolatori di valuta”, per quella che il Segretario al Tesoro Tim Geithner definisce “una mancata rivalutazione competitiva”, nella quale i paesi bloccano l’aumento di valore delle loro valute”.
Oscar Wilde si sarebbe dovuto impegnare molto per trovare un termine più contorto per quei paesi che si proteggono dai predatori che cercano di far aumentare le loro valute per guadagnare enormi fortune. “Mancata rivalutazione competitiva“ suona come “mancato suicidio cospiratorio”.
Questi paesi stanno semplicemente cercando di proteggere le proprie valute dagli arbitraggisti e dagli speculatori che stanno inondando i loro mercati finanziari di dollari, sballottando le loro valute per ricavare miliardi di dollari dalle loro banche centrali.
Queste banche centrali sono state costrette a scegliere se permettere passivamente che questi afflussi spingano verso l’alto i loro tassi di cambio – in tal modo non riuscendo più ad esportare nei mercati stranieri a causa dei prezzi troppo alti – o riciclando questi afflussi in Buoni del Tesoro americano che hanno come rendimento un 1% con un valore di scambio in discesa (le obbligazioni a lungo termine rischiano una diminuzione del prezzo se i tassi di interesse degli Stati Uniti dovessero aumentare).
L’eufemismo utilizzato per inondare le economie di credito è l’alleggerimento quantitativo, il cosiddetto “quantitative easing”. La Federal Reserve sta pompando un’ondata di liquidità e di riserve nel sistema finanziario per ridurre i tassi di interesse, apparentemente per consentire alle banche di “uscire” dall’equity negativo che è risultato dai prestiti deteriorati concessi nel corso della bolla dell’immobiliare.
La liquidità si sta riversando sulle economie straniere, aumentando i loro tassi di cambio. Joseph Stiglitz ha recentemente ammesso che anziché aiutare la ripresa globale, l’inondazione di liquidità da parte della Fed e della Banca Centrale Europea sta creando il “caos” nei mercati valutari stranieri.
“La cosa ironica è che la Fed sta creando tutta questa liquidità nella speranza che possa far ripartire l’economia americana... invece non sta facendo nulla per l’economia americana, ma sta portando il caos nel resto del mondo”.
Quello che sta ottenendo il quantitative easing americano è spingere al rialzo il dollaro e al ribasso le altre valute, con la piena approvazione degli speculatori monetari che si stanno godendo dei rapidi e facili guadagni.
Tuttavia, è per difendere questo sistema che i diplomatici e i lobbisti bancari americani stanno minacciando di mandare il rovina il sistema finanziario internazionale e far cadere il commercio mondiale nell’anarchia se gli altri paesi non sono d’accordo in una riproposizione dell’Accordo del Plaza del 1985 come “una possibile struttura per pianificare una diminuzione controllata del dollaro ed evitare flussi commerciali potenzialmente destabilizzanti”.
L’Accordo del Plaza fece deragliare l’economia del Giappone aumentando il suo tasso di cambio e abbassandone nel contempo i tassi di interesse, con un’inondazione dell’economia che gonfiò una bolla immobiliare.
Il direttore del FMI Dominique Strauss-Kahn è stato più realista. “Non sono sicuro che sia il momento giusto per avere un nuovo accordo del Plaza o del Louvre”. “Ora ci troviamo in un periodo diverso”.
Ammettendo la necessità dell’”applicazione di un qualche elemento per il controllo dei capitali”, egli ha anche aggiunto che in vista dell’insistenza americana su mercati dei capitali aperti e non protetti, “l’idea che in un mondo globalizzato ci sia una necessità assoluta di lavorare insieme potrebbe perdere forza”.
E’ in discussione il fatto di quanto tempo dovranno soggiacere le nazioni all’eccesso speculativo di dollari. Il mondo è stato costretto a scegliere tra la subordinazione al nazionalismo economico americano o il periodo transitorio dell’anarchia finanziaria.
Le nazioni stanno rispondendo cercando di creare un sistema finanziario alternativo, rischiando un periodo di transizione anarchico allo scopo di creare un’economia mondiale più equa.
Rigonfiare la bolla finanziaria anziché svalutare i debiti
Il sistema finanziario globale ha già visto un lungo e inutile esperimento di quantitative easing con il carry trade del Giappone. Dopo lo scoppio della bolla finanziaria nel 1990, la Banca del Giappone ha cercato di permettere alle sue banche di “uscire dall’equity negativo” fornendo loro credito a basso tasso di interessere da poter prestare all’esterno.
La recessione giapponese ha lasciato una scarsa domanda nazionale, e quindi le banche hanno sviluppato il carry trade: prestiti a tassi bassi di interesse ad arbitraggisti per acquistare titoli ad alto rendimento. L’Islanda, ad esempio, stava pagando il 15%.
Quindi venivano presi a prestito yen per essere convertiti in dollari, euro, corone islandesi e renminbi cinesi per poter poi acquistare obbligazioni governative, obbligazioni private, azioni, opzioni valutarie ed altri intermediazioni finanziarie.
Di questi soldi, solamente una piccola parte è stata utilizzata per finanziare la formazione di nuovo capitale. E’ stata una caratterizzazione puramente finanziaria – estrattiva, e non produttiva.
Nel 2006 gli Stati Uniti e l’Europa stavano subendo una bolla finanziaria e immobiliare. E dopo il suo scoppio nel 2008, si comportarono come le banche giapponesi dopo il 1990. Nel tentativo di aiutare le banche americane ad uscire dall’equity negativo, la Federal Reserve ha inondato l’economia di credito.
L’obiettivo era quello di garantire altra liquidità, nella speranza che le banche potessero prestare più soldi ai mutuatari nazionali. L’economia “avrebbe preso a prestito la propria via d’uscita dal debito”, rigonfiando i prezzi degli asset per il settore immobiliare, le azioni e le obbligazioni in modo da dissuadere i pignoramenti e la conseguente cancellazione del collaterale sui bilanci delle banche.
Il quantitative easing sovvenziona il flusso di capitali americani, facendo aumentare i tassi di cambio delle valute straniere
Il quantitative easing potrebbe non essere stato istituito per sconvolgere il sistema commerciale e finanziario globale o iniziare un circolo di speculazione monetaria, ma si tratta del risultato della decisione presa dalla Fed nel 2008 di impedire che i debiti astronomici fossero insolventi rigonfiando l’immobiliare e i mercati finanziari americani.
L’obiettivo è quello di rimuovere l’equity negativo dalla proprietà delle abitazioni, tirando in salvo i bilanci delle banche e risparmiando quindi al governo la concessione di un TARP II, che appare politicamente irrealizzabile considerato l’umore di buona parte degli americani.
L’obiettivo annunciato non si sta concretizzando. Anziché aumentare i loro prestiti all’immobiliare, ai consumatori e alle aziende americane, le banche stanno ancora riducendo la propria esposizione. E’ questo il motivo per cui il livello dei risparmi negli Stati Uniti sta schizzando in alto.
Il “risparmio” di cui si ha notizia (dallo zero al 3% del PIL) sta prendendo la forma del pagamento dei debiti contratti in passato, e non la costituzione di fondi liquidi. Come l’accaparramento impedisce alle entrate di essere spese in beni e servizi, allo stesso modo il ripagamento dei debiti riduce le entrate spendibili.
Allora perché le banche dovrebbero prestare di più nella situazione in cui un terzo delle abitazioni degli Stati Uniti sono già in equity negativo e l’economia si sta contraendo come risultato di una deflazione del debito?
Bernanke propone di risolvere il problema iniettando altri 1.000 miliardi di dollari di liquidità nel corso del prossimo anno, oltre ai 2.000 miliardi di dollari di nuovo credito che la Federal Reserve ha creato nel biennio 2009-2010.
Questo quantitative easing è stato inviato all’estero, principalmente ai paesi del BRIC – Brasile, Russia, India e Cina. “Le ultime ricerche del Fondo Monetario Internazionale hanno mostrato alla fine che l’alleggerimento monetario del G4 si è trasferito in passato quasi del tutto nelle economie emergenti... a partire dal 1995, la posizione della politica monetaria in Asia è stata quasi del tutto determinata dalla posizione monetaria del G4 – vale a dire gli Stati Uniti, l’Eurozona, Giappone e Cina – guidato dalla Fed”.
Secondo il FMI, “i prezzi dell’equity in Asia e America Latina in genere aumentano quando una liquidità in eccesso viene trasferita dal G4 alle economie emergenti”. Questo è ciò che ha portato il rialzo del prezzo dell’oro e gli investitori ad abbandonare il dollaro dall’inizio di settembre, suggerendo alle altre nazioni di proteggere le proprie economie.
Il credito speculativo dalle banche americane, giapponesi e britanniche per acquistare obbligazioni, azioni e valuta nei paesi del BRIC e del Terzo Mondo è un’espansione autoalimentante, che spinge al rialzo le loro valute oltre al prezzo dei loro asset.
Le loro banche centrali finiscono con questi dollari, il cui valore diminuisce in rapporto alle loro valute nazionali. I funzionari americani sostengono che questo fa tutto parte del mercato libero.
“Per risolvere questo problema più ampio non è bello che il mondo... si appoggi sulle spalle degli Stati Uniti”, ha insistito mercoledì il Segretario al Tesoro Tim Geithner, come se l’eccesso di quantitative easing americano e deregolamentazione non fosse per favorire l’eccesso speculativo di dollari.
Quindi gli altri paesi sono costretti a risolvere il problema da soli. Il Giappone sta tenendo basso il proprio tasso di cambio vendendo yen e comprando Buoni del Tesoro americani nonostante il suo carry trade sia in via di annullamento perché gli arbitraggisti restituiscono gli yen che avevano preso a prestito in precedenza per comprare debito sovrano a maggior rendimento ma potenzialmente rischioso da paesi come la Grecia.
Queste restituzioni hanno fatto aumentare il tasso di cambio dello yen del 12% nei confronti del dollaro nel corso del 2010, portando il governatore della Banca del Giappone Masaaki Shirakawa a dichiarare martedì 5 ottobre che il Giappone “non aveva altra scelta” se non quella di “spendere 5.000 miliardi di yen (60 miliardi di dollari) per acquistare obbligazioni governative, cambiali aziendali, fondi fiduciari immobiliari e ETF – gli ultimi due rappresentano una novità dalle consuetudini del passato”.
La “sterilizzazione” di afflussi indesiderati è il motivo delle critiche degli Stati Uniti alla Cina. La Cina ha tentato metodi più ortodossi per riciclare la sua eccedenza commerciale, cercando attentamente aziende americane da acquistare.
Ma il Congresso alcuni anni fa non aveva permesso che la CNOOC acquisisse la capacità produttiva delle raffinerie di petrolio americane e ci sono ora pressioni sul governo canadese per bloccare il tentativo cinese di acquistare le sue risorse di idrossido di potassio.
Un simile protezionismo lascia poche possibilità alla Cina e agli altri paesi se non quella di mantenere stabili le proprie valute acquistando obbligazioni governative americane ed europee.
Il problema per tutti i paesi oggi è che, per come è attualmente strutturato, il sistema finanziario globale ricompensa la speculazione e rende difficile alle banche centrali mantenere la stabilità senza riciclare gli afflussi di dollari provenienti dal governo americano, che gode di un monopolio quasi totale nel fornire riserve alle banche centrali mondiali avendo un deficit nel bilancio e nella bilancia dei pagamenti.
Come fatto notare in precedenza, gli arbitraggisti ottengono un duplice guadagno: il margine tra il rendimento di quasi il 12% sulle obbligazioni governative a lungo termine brasiliane e il costo del credito americano (1%), oltre al guadagno risultante sul foreign exchange che deriva dal fatto che la fuga dal dollaro al real ha spinto al rialzo il tasso di cambio del real di circa il 30% - da 2,50 real all’inizio del 2009 a 1,75 real la settimana scorsa.
Considerando la possibilità di alzare una leva di 1 milione di dollare sul proprio investimento di equity per acquistare titoli stranieri da 100 milioni di dollari, da gennaio 2009 i profitti sono del 3000%.
Il Brasile è stato più una vittima che un beneficiario di quello che eufemisticamente è stato definito “afflusso di capitali”. L’afflusso di denaro dall’estero ha fatto aumentare il real del 4% in appena un mese (dal 1° settembre all’inizio di ottobre), e la fase preparatoria dello scorso anno ha eroso la competitività delle esportazioni brasiliane.
Per impedire l’aumento della valuta, il 4 ottobre il governo ha imposto una tassa del 4% sugli acquisti dall’estero delle proprie obbligazioni. “Non è solamente una guerra monetaria”, ha spiegato il Ministro delle Finanze Guido Mantega. “Tende a diventare una guerra commerciale e questa è la nostra preoccupazione”.
Il direttore della banca centrale thailandese Wongwatoo Potirat ha dichiarato che il suo paese stava prendendo in considerazione un’imposta analoga e anche restrizioni valutarie sulle attività commerciali per contrastare l’aumento del baht. Subir Gokarn, vicegovernatore della Reserve Bank indiana, ha annunciato che il suo paese sta anch’esso valutando delle difese contro la “minaccia potenziale” di afflussi di capitale.
Simili afflussi non forniscono capitale per investimenti tangibili. Sono rapaci e provocano fluttuazioni nelle valute che scompigliano gli schemi commerciali creando nel contempo enormi profitti per i grandi istituti finanziari e i loro clienti.
Eppure la maggior parte delle discussioni considerano la bilancia dei pagamenti e i tassi di cambio come se fossero determinati unicamente dal commercio delle materie prime e dalla “parità del potere d’acquisto”, e non da flussi finanziari e spese militari che in realtà dominano la bilancia dei pagamenti.
La realtà è che il l’interregno finanziario odierno – “liberi” mercati anarchici davanti a paesi che rapidamente stanno allestendo le loro difese monetarie – fornisce l’opportunità arbitraggista del secolo. E’ questo su cui stanno facendo pressioni i lobbisti bancari ed ha poco a che vedere con il benessere dei lavoratori nei loro paesi. Il premio speculativo potenzialmente più importante si prevede che sia una rivalutazione del renminbi cinese.
La Commissione Finanze e Previdenza sta chiedendo che la Cina aumenti il suo tasso di cambio del 20%, come stanno suggerendo il Tesoro e la Federal Reserve. Una rivalutazione di tale portata consentirebbe agli speculatori di abbattere l’1% di equity – diciamo, 1 milione di dollari per prendere a prestito 99 milioni di dollari – e comprare renminbi cinesi a termine.
La rivalutazione che viene chiesta produrrebbe un utile del 2000% equivalente a 20 milioni di dollari trasformando la scommessa di 100 milioni di dollari (e con appena 1 milione di dollari di “denaro serio”) in 120 milioni di dollari. Le banche possono negoziare su margini molto più alti e con una leva pressoché infinita, quasi come sottoscrivere CDO e altri giocattoli derivati.
Questo genere di denaro è stato ottenuto speculando sui titoli brasiliani, indiani e cinesi e su quelli degli altri paesi i cui tassi di cambio sono stati aumentati dalla fuga di crediti in dollari, diminuiti del 7% nei confronti di un paniere di valute dall’inizio di settembre quando la Federal Reserve aveva fatto balenare l’idea di un quantitative easing.
Nel corso della settimana che ha portato alle riunioni del FMI a Washington, il bath thailandese e la rupia indiana sono aumentate sospettando che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avrebbe bloccato qualsiasi tentativo da parte dei paesi stranieri di cambiare il sistema finanziario e mettere un freno al dirompente gioco speculativo sulle valute.
Questa fuga di capitali dagli Stati Uniti ha sicuramente aiutato le banche nazionali a ricostruire i propri bilanci, come aveva inteso la Fed. Ma nel processo il sistema finanziario internazionale è stato vittimizzato come danno collaterale.
Questo ha suggerito ai funzionari cinesi di opporsi ai tentativi americani di far ricadere sulla Cina la colpa di avere di avere un’eccedenza commerciale ribattendo che l’aggressione finanziaria degli Stati Uniti “ha rischiato di portare una distruzione reciproca nelle due grandi potenze economiche”.
Dal gold standard allo standard della banconota del Tesoro all’anarchia del “libero credito”
Sicuramente, la situazione di stallo tra Stati Uniti e gli altri paesi alle riunioni del FMI a Washigton di questo fine settimana minaccia di provocare la spaccatura più grave dalla Conferenza Monetaria di Londra del 1933.
Il sistema finanziario globale minacia ancora una volta di voler rompere tutto, sconvolgendo il commercio mondiale e i rapporti di investimento – o di prendere una nuova forma che terrà isolati gli Stati Uniti a fronte del loro deficit strutturale a lungo termine sulla bilancia dei pagamenti.
Questa crisi fornisce un’opportunità – per la verità, una necessità – per fare un passo indietro e valutare la longue durée dell’evoluzione finanziaria interazionale per vedere dove ci stanno portando le tendenze del passato e quali percorsi debbano essere ridisegnati.
Per molti secoli, prima del 1971, le nazioni saldavano la propria bilancia dei pagamenti in oro o argento. Questo “denaro del mondo”, come Sir James Steuart definiva l’oro nel 1767, formò la base inoltre della valuta nazionale.
Fino al 1971 ogni banconota della Federal Reserve degli Stati Uniti era garantita al 25% da oro, valutato 35 dollari l’oncia. I paesi dovevano procurarsi oro con un surplus nelle attività commerciali e nella bilancia dei pagamenti allo scopo di incrementare la loro offerta monetaria per facilitare l’espansione economica generale.
E quando andavano in deficit o intraprendevano delle campagne militari, le banche centrali riducevano l’offerta di credito nazionale per aumentare i tassi di interesse e attirare afflussi finanziari dall’estero.
Finché persisteva questa condizione, il sistema finanziario internazionale operava senza grosse difficoltà con “controlli e contrappesi”, sebbene con politiche di “stop & go” [politiche di breve termine mirate a tenere in equilibrio obiettivi spesso contrastanti tra loro, NdT] quando le espansioni delle attività commerciali portavano a deficit commerciali e nella bilancia dei pagamenti.
I paesi con simili deficit aumentavano i loro tassi di interesse per attirare capitale straniero, mentre tagliavano le spese governative, aumentavano le imposte sui consumatori e rallentavano l’economia nazionale in modo da ridurre l’acquisto di importazioni.
Ciò che destabilizzò il sistema furono le spese di guerra. Le transazioni belliche che si estesero tra la prima e la seconda guerra mondiale consentirono nel 1950 agli Stati Uniti di accumulare all’incirca l’80% dell’oro monetario del mondo. Questo rese il dollaro un rappresentante virtuale per l’oro.
Ma dopo lo scoppio della guerra di Corea, le spese militari all’estero degli Stati Uniti incisero sull’intera bilancia dei pagamenti nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta e inizio anni Settanta, mentre il commercio e gli investimenti del settore privato erano perfettamente in equilibrio.
Nell’agosto 1971, le spese belliche in Vietnam e negli altri paesi obbligarono gli Stati Uniti a sospendere la convertibilità del dollaro in oro attraverso con vendite realizzate tramite il London Gold Pool.
Ma, soprattutto per inerzia, le banche centrali continuarono a saldare le loro bilance dei pagamenti in titoli del tesoro americano. Dopotutto, non c’era una quantità sufficiente di altri asset per formare la base per le riserve monetarie della banca centrale.
Ma la sostituzione dell’oro – un asset puro – con un debito del Tesoro americano espresso in dollari ha trasformato il sistema finanziario globale, basato ora sul debito e non sugli asset. E dal punto di vista geopolitico, lo standard della banconota del Tesoro ha reso immuni gli Stati Uniti dai tradizionali vincoli finanziari e della bilancia dei pagamenti, consentendo ai suoi mercati dei capitali di diventare sempre più fortemente indebitati e “innovativi”.
Ha inoltre consentito al governo degli Stati Uniti di intraprendere campagne politiche e militari all’estero senza doversi preoccupare troppo della bilancia dei pagamenti.
Il problema è che l’offerta di credito in dollari è diventata potenzialmente infinita. “L’eccesso di dollari” è aumentato in proporzione al deficit americano sulla bilancia dei pagamenti. La crescita delle riserve della banca centrale e dei fondi sovrani ha preso la forma del riciclaggio dell’afflusso di dollari in nuovi titoli del Tesoro americano – in tal modo rendendo responsabili le banche centrali (e i contribuenti) stranieri del finanziamento della maggior parte del deficit federale di bilancio degli Stati Uniti.
Il fatto che questo deficit sia costituito in larga parte da spese di natura militare – per scopi verso cui la maggior parte degli elettori si opporrebbe – rende questa convenzione particolarmente fastidiosa. Dunque, non c’è da stupirsi che i paesi stranieri stiano cercando un’alternativa.
Contrariamente all’atteggiamento di buona parte dei media pubblici, il saldo negativo sulla bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti – e quindi, i saldi attivi sulla bilancia dei pagamenti degli altri paesi – non è principalmente un deficit commerciale.
Le spese militari all’estero sono accelerate nonostante la fine della Guerra Fredda con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991. Ancor più importante è stato l’aumento delle fughe di capitali dagli Stati Uniti.
Le banche hanno prestato ai governi stranieri, dai paesi del Terzo Mondo ad altri paesi in deficit, per coprire i loro deficit nazionali sulla bilancia dei pagamenti, ai mutuatari privati per acquistare infrastrutture all’estero che venivano privatizzate o per acquistare azioni e obbligazioni straniere, e agli arbitraggisti che prendevano soldi a prestito con un basso tasso di interesse per acquistare titoli ad alto rendimento all’estero.
Il corollario è che i saldi attivi sulla bilancia dei pagamenti degli altri paesi non hanno origine principalmente dai rapporti commerciali ma dalla speculazione finanziaria e da un eccesso delle spese militari degli Stati Uniti.
In queste condizioni gli stratagemmi per ottenere rapidamente dei profitti da parte delle banche e dei loro clienti arbitraggisti sta distorcendo i tassi di cambio del commercio internazionale.
Il “quantitative easing” americano sta iniziando ad essere percepito come un eufemismo per un attacco finanziario rapace al resto del mondo. Le attività commerciali e la stabilità della valuta fanno parte del “danno collaterale” causato dall’inondazione di liquidità da parte della Federal reserve e del Tesoro per rigonfiare i prezzi degli asset degli Stati Uniti.
Di fronte a questo quantitative easing che sta inondando l’economia di riserve per “salvare le banche” da un equity negativo, tutti i paesi sono costretti a comportarsi come “manipolatori di valuta”. Si guadagnano così tanti soldi per pura speculazione finanziaria che le economie “reali” vengono distrutte.
Il futuro controllo dei capitali
Il sistema finanziario globale è stato smembrato quando i funzionatori monetari americani hanno cambiato le regole che avevano stabilito mezzo secolo fa. Prima che gli Stati Uniti abbandonassero l’oro nel 1971, nessuno si sarebbe sognato che l’economia potesse creare credito illimitato sulla tastiera di un computer e non vedesse precipitare la propria valuta. Ma questo è quello che succede nello standard globale della banconota del Tesoro.
I paesi stranieri possono impedire il rialzo delle loro valute nei confronti del dollaro (che mette fuori prezzo le loro esportazioni e la loro manodopera nei mercati stranieri) solamente (1) riciclando gli afflussi di dollari in titoli del Tesoro americano (2) imponendo controlli sui capitali oppure (3) evitando di utilizzare il dollaro o altre valute adoperate dagli speculatori finanziari nelle economie che favoriscono il “quantitative easing”.
La Malaysia ha usato il controllo dei capitali nel corso della crisi asiatica del 1997 per impedire ai venditori allo scoperto di coprire le loro scommesse. Gli speculatori si sono trovati di fronte ad un drastico giro di vite che ha fatto perdere a George Soros un sacco di soldi nel tentativo di incursione.
Altri paesi stanno ora valutando come imporre il controllo dei capitali per proteggersi dallo tsunami di credito che sta affluendo nelle loro valute e che sta comprando i loro asset – insieme all’oro e alle altre materie prime che si stanno trasformando in altri strumenti speculativi anziché essere di reale utilizzo produttivo.
Il Brasile ha intrapreso un timido passo in questa direzione utilizzando una politica fiscale anziché controlli sui capitali immediati quando la settimana scorsa ha tassato gli acquirenti stranieri che compravano obbligazioni governative.
Se anche altre nazioni dovessero intraprendere questa strada, si invertirà la politica dei mercati dei capitali aperti e non protetti adottata dopo la seconda guerra mondiale. Questa tendenza minaccia di portare al genere di procedura monetaria internazionale che si è vista dagli anni Trenta fino agli anni Cinquanta – vale a dire un duplice tasso di cambio, uno per i movimenti finanziari e un altro per il commercio. E questo probabilmente significherebbe la sostituzione del FMI, della Banca Mondiale e del WTO con un nuovo insieme di istituzioni, isolando le posizioni di Stati Uniti, Regno Unito e dell’Eurozona.
Per difendersi, il FMI ha intenzione di comportarsi come una “banca centrale” creando quella che alla fine degli anni Sessanta veniva definita “carta dorata”– credito artificiale sotto forma di Diritti Speciali di Prelievo (in inglese, Special Drawing Rights). Tuttavia, altri paesi si sono già lamentati del fatto che il controllo delle votazioni rimane dominato dai principali sostenitori della speculazione dell’arbitraggio – Stati Uniti, Gran Bretagna e l’Eurozona.
E gli articoli dello statuto del FMI impediscono ai paesi di proteggersi, definendo tutto questo come una “interferenza” con i “mercati dei capitali aperti”. Quindi lo stallo a cui si è arrivati nel fine settimana sembra essere permanente. Una nota ha così riassunto la vicenda: “C’è solo un ostacolo, che è l’accordo tra i membri”, ha detto un frustrato Strauss-Kahn. Aggiungendo: “La lingua non ha alcun effetto”.
Paul Martin, l’ex primo ministro canadese che ha contribuito alla creazione del G20 dopo la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998, ha fatto notare che “i poteri forti sono stati perlopiù immuni dal venire tirati in ballo o incolpati”.
E in un’intervista rilasciata al Financial Times, Mohamed El-Erian, un ex alto funzionario del FMI e ora amministratore delegato di Pimco, ha dichiarato: “Avete un tubo nel muro che perde e l’acqua sta uscendo. Dovete riparare il tubo e non coprire solamente le macchie sul muro”.
I paesi del BRIC stanno semplicemente creando il proprio sistema parallelo. A settembre, la Cina ha appoggiato una proposta russa di iniziare le attività commerciali dirette tra lo yuan e il rublo. Un accordo simile è stato sottoscritto con il Brasile.
E alla vigilia delle riunioni del FMI a Washington di venerdì 8 ottobre, il premier Wen ha fatto sosta ad Istanbul per raggiungere un accordo con il primo ministro turco Erdogan per utilizzare le proprie valute nazionali per triplicare le attività commerciali Turchia-Cina fino a 50 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, con questo escludendo di fatto il dollaro americano. “Stiamo formando una partnership strategica economica... in tutte le nostre relazioni, abbiamo convenuto ad utilizzare la lira e lo yuan”, ha detto Erdogan.
Andando più in profondità sul piano economico, l’attuale dissesto finanziario globale fa parte del prezzo da pagare per la Federal Reserve e il Tesoro americano che si rifiutano di accettare il primo assioma del sistema bancario: i debiti che non possono essere ripagati, non lo saranno mai. Hanno tentato di “salvare” il sistema bancario dalla svalutazione dei debiti nel 2008 lasciando il peso del debito mentre si rigonfiavano i prezzi degli asset.
Di fronte all’onere del ripagamento dei debiti che sta contraendo l’economia americana, l’idea della Fed per aiutare le banche ad “uscire dal loro equity negativo” è quella di fornire delle opportunità alla finanza rapace, portando ad un’indondazione di speculazione finanziaria.
Le economie prese di mira dagli speculatori globali stanno comprensibilmente cercando delle alternative. Non sembra che queste possano essere raggiunte attraverso il FMI o altre tribune internazionali con modalità che gli strateghi finanziari americani saranno disposti ad accettare.
NOTE:
[1] Sewell Chan, “Currency Rift With China Exposes Shifting Clout,” The New York Times, October 11, 2010. [2] Walter Brandimarte, “Fed, ECB throwing world into chaos: Stiglitz,” Reuters, Oct. 5, 2010, reporting on a talk by Prof. Stiglitz at Columbia University, http://www.reuters.com/article/idUSTRE6944M920101005. Dirk Bezemer and Geoffrey Gardiner, “Quantitative Easing is Pushing on a String” (paper prepared for the Boeckler Conference, Berlin, October 29-30, 2010), make clear that “QE provides bank customers, not banks, with loanable funds. Central Banks can supply commercial banks with liquidity that facilitates interbank payments and payments by customers and banks to the government, but what banks lend is their own debt, not that of the central bank. Whether the funds are lent for useful purposes will depend, not on the adequacy of the supply of fund, but on whether the environment is encouraging to real investment.” (p.c., G. Gardiner) [3] Tom Lauricella, “Dollar's Fall Roils World: As Global Leaders Meet, Strains Rise Among Nations Competing to Save Exports,” Wall Street Journal, October 8, 2010, quoting Edwin Truman, a former U.S. Treasury official now a senior fellow at the Peterson Institute for International Economics. [4] Alan Beattie, Chris Giles and Michiyo Nakamoto, “Currency war fears dominate IMF talks,” Financial Times, Oct. 9, 2010, and Alex Frangos, “Easy Money Churns Emerging Markets,” Wall Street Journal, Oct. 8, 2010. [5] Gavyn Davies, “The global implications of QE2,” Financial Times, October 5, 2010. [6] Alan Beattie, “Global economy: Going head to head,” Financial Times, October 8, 2010. [7] Megumi Fujikawa and David Wessel, “Central Banks Open Spigot,” Wall Street Journal, October 6, 2010. [8] Jonathan Wheatley, “Investors calm over Brazil tax rise,” Financial Times, October 6, 2010. [9] Alan Beattie, Joshua Chaffin and Kevin Brown, “Wen warns against renminbi pressure,” Financial Times, October 7, 2010. [10] Alan Beattie, “Global economy: Going head to head,” Financial Times, October 8, 2010. [11] Chris Giles and Alan Beattie, “Leaders pledge cooperation on currencies,” Financial Times, October 9, 2010. [12] Chris Giles and Alan Beattie, “Global clash over economy,” Financial Times, October 10, 2010. [13] Alan Beattie and Chris Giles, “IMF meeting dashes hopes for co-operation,” Financial Times, October 10, 2010. [14] Joe Parkinson, “Turkey, China Shun the Dollar in Conducting Trade,” Wall Street Journal, October 8, 2010.
Krugman frustrato di Rick Wolff - http://mrzine.monthlyreview.org - 3 Ottobre 2010 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Francesco Scurci
Povero Paul Krugman, intrappolato nella vecchia routine keynesiana in mezzo agli accecati. La recessione sarebbe finita, egli afferma, se solo il governo fosse ricorso all’aumento del deficit per fornire la necessaria spinta fiscale.
Se solo Obama e la sua gente e quei pazzi Repubblicani fossero stati meno preoccupati da quest’audace manovra, meno confusi dall’ideologia e meno ignoranti in economia. Krugman continua ad avvertire che il 2010 sostituirà il 1937 e farà di nuovo crollare l’economia.
Persino i più conservatori nella politica fiscale, i Repubblicani e i ricchi (gruppi d’interesse che d‘ora in poi chiameremo FCRR) preferiscono che Washington prenda in prestito i soldi piuttosto che essere tassati. In un certo senso essi sostengono il Keynesiano deficit di spesa.
Inoltre vedono che non tutto il male viene per nuocere poiché saranno coloro i quali presteranno il denaro e di conseguenza traggono interesse dall’azione del governo.
Così quando le recessioni sono potenti e minacciano depressioni economiche, l’FCRR a malincuore sostiene il ricorso a politiche keynesiane (come fecero nel tardo 2008 e a inizio 2009). Le vogliono però limitate sia nel tempo sia nella portata. Paragonano Krugman a Chicken Little …..
Di cosa stanno discutendo così animatamente? All’FCRR non piacciono debiti grandi e di lunga durata a causa dei rischi che comportano. Per prima cosa temono che Washington, gonfio di capitali presi a prestito, sia tentato (o politicamente pressato) ad assumere i disoccupati per produrre beni o servizi e competere così direttamente con i privati.
Seconda cosa, l’FCRR teme che le imprese dello Stato possano operare diversamente da quelle private ovvero in maniera più democratica e con maggiore partecipazione dei lavoratori nei processi decisionali, portando i lavoratori impiegati nel settore privato a richiedere simili condizioni.
Terzo l’FCRR, in qualità di finanziatore della spesa a deficit, ha paura che il crescente peso fiscale del debito nel budget della spesa pubblica provocherà una richiesta dell’opinione pubblica di diminuire, tagliare o addirittura eliminare tale fiscalità.
Quarto, essi ritengono che il prendere a prestito una grande quantità di denaro da parte dello Stato taglierà fuori i privati che vogliono accedere al credito o imporrà su di loro tassi di interesse più elevati. Quinto e ultimo, l’FCRR dubita che il debito di oggi sarà ridotto dagli utili futuri.
Ma soprattutto l’FCRR non gradisce il deficit di spesa keynesiano poiché esso rinvia nel tempo gli aggiustamenti strutturali necessari per porre fine alla recessione e rigenerare la crescita economica, l’occupazione e i ricavi.
Essi affermano che il deficit di spesa, riducendo la disoccupazione, rallenti o fermi la caduta dei salari necessaria a ravvivare la produttività e i profitti che da soli bastano per garantire gli investimenti e la crescita. Allo stesso modo, rallentando la riduzione dell’offerta, il deficit di spesa impedisce il crollo del prezzi delle materie prime necessario a rinverdire i profitti.
Per farla breve, l’FCRR ritiene che la spesa a deficit, aldilà di una rapida e modica iniezione di capitali per fronteggiare una congiuntura estremamente sfavorevole, sia una inefficace misura di autodifesa per resuscitare il capitalismo in crisi.
Essa rischia di esasperare e quindi di peggiorare le fasi del capitalismo piuttosto che consentire loro di effettuare la cosiddetta “distruzione creativa” eliminando ciò che l’FCRR vede come inefficienze.
Tutte le precedenti questioni emergono logicamente dalla teoria neoclassica di come funziona il capitalismo. I keynesiani hanno un differente punto di vista e principalmente vanno in un'altra direzione. Per loro la “distruzione creativa” può provocare un movimento sociale che sfidi il capitalismo stesso e reclami un radicale cambiamento.
Questo acceso dibattito ricalca la classica contesa tra centrodestra e centrosinistra su come i governi dovrebbero interagire con i cicli economici del capitalismo. Il loro obiettivo condiviso è sempre stato quello di mettere al sicuro il capitalismo e ridare slancio all’economia prima della successiva crisi.
Certamente ognuna delle due parti rinvia all’altra accusandola che “le sue politiche minacciano il capitalismo fingendo di ridargli slancio”.
Le discussioni infinite fra le fazioni sono spettacoli di “distrazione di massa”. Il teatrino politico di “come superare la crisi”. Bush ha fatto relativamente poco nel 2007 e nel 2008; i suoi consiglieri erano devoti nel permettere la “distruzione creativa”.
Quando la crisi si è approfondita, espansa ed ha minacciato di andare fuori controllo molti di quegli stessi consiglieri sono diventati keynesiani interventisti.
Obama li ha tenuti per fare più di questo. Krugman era speranzoso. Una volta che la ripresa sembrava essersi messa in moto nel 2009 e ad inizio 2010, le forze politiche di nuovo sono tornate verso il pensiero dell’FCRR, l’impegno keynesiano di Obama si è affievolito e Krugman ha cominciato ad entrare nel panico.
Nel contempo, sotto la superficie di questi dibattiti, l’attuale economia procede seguendo i suoi cicli con le classiche caratteristiche del capitalismo. Il perdurante alto tasso di disoccupazione, i pignoramenti delle case e la produzione stagnante hanno spinto giù il livello dei salari, dei benefit e dei costi materiali nel settore privato (il crollo dei prezzi delle attrezzature, degli affitti etc.).
Alla fine questi crolleranno abbastanza da far risultare sufficientemente appetibili i profitti e persuadere i capitalisti ad effettuare nuovi investimenti. Dopo di che potrà avere luogo la solita ripresa.
Comunque in questo lasso di tempo di criticità e di sofferenza per l’economia si potrebbero generare tensioni sociali e movimenti che necessitano di essere contenuti. Tutto ciò richiederà nuovi interventi di matrice keynesiana.
Le prospettive dell’FCRR riprenderanno il loro status di leale opposizione e i gruppi di interesse aspetteranno la ripresa economica per ricompattare le forze e ritornare al potere.
Nessuna delle due operazioni metterà al sicuro la struttura del capitalismo dalle sue congenite instabilità. Piuttosto è l’oscillazione della politica pubblica fra le due vision che meglio può perseguire l’obiettivo.
Allo stesso modo né i Repubblicani né i Democratici sono in grado di proteggere meglio il sistema dalla subordinazione del governo all’organizzazione capitalistica dell’economia. L’obiettivo è meglio raggiunto soprattutto attraverso l’oscillazione fra le due politiche rendendone una l’antidoto per i fallimenti dell’altra.
Argomentazioni che il capitalismo rappresenti il problema e un sistema economico alternativo la soluzione si sentono raramente. I media, i politici, l’FCRR e Paul Krugman sono allineati nel mantenere il silenzio.
In questo strano balletto, l’alternativa del socialismo è spuntata fuori di nuovo. I tipi del Tea Party, specialisti nella tendenza americana di incolpare dei problemi economici prima e soprattutto il governo, criticano Obama e le sue politiche “socialiste”.
Siccome i nemici di Obama hanno reintrodotto il termine, i suoi numerosi sostenitori rimasti, specialmente i giovani, hanno cominciato ad interrogarsi su questo “socialismo”. Esso è un genuino interesse (piuttosto che colpevolezza) corporativo.
In innumerevoli sedi, affrontiamo ora amichevolmente domande sul socialismo e sulle soluzioni che potrebbe fornire al capitalismo in crisi. Gli Stati Uniti oggi hanno una reale opportunità storica.
di Attilio Folliero e Cecilia Laya - www.ariannaeditrice.it - 25 Ottobre 2010
Passato, presente e futuro del debito pubblico di un paese destinato al default
1) Il passato ed il presente del debito pubblico USA
Il debito pubblico degli Stati Uniti, al 30 settembre scorso, giorno di chiusura dell’anno fiscale, ha raggiunto i 13.561,62 miliardi di dollari. Al 19 di ottobre è già salito a 13.676,11 (1).
Il debito USA ha superato per la prima volta i 13.000 miliardi lo scroso primo giugno. Se consideriamo il tempo necessario per accrescersi di mille miliardi di dollari (Tabella n. 1), ci rendiamo conto che il debito USA ha subito una forte accellerazione negli ultimi anni.
Tabella n. 1
Resoconto della crescita del debito pubblico USA ogni 1.000 miliardi
(a partire dai 5.000 miliardi)
Debito USA (Miliardi di dollari)
Raggiunto in data
Giorni Necessari
Media Giornaliera (miliardi di dollari)
5.000
23/02/1996
-
-
6.000
26/02/2002
2.195
0,46
7.000
15/01/2004
688
1,45
8.000
18/10/2005
642
1,56
9.000
31/08/2007
682
1,47
10.000
30/09/2008
396
2,53
11.000
16/03/2009
167
5,99
12.000
16/11/2009
245
4,08
13.000
01/06/2010
197
5,08
Fonte: elaborazione Attilio Folliero su dati del Dipartimento del Tesoro USA
Come si evince dalla Tabella n. 1,il debito USA è arrivato a 5.000 miliardi di dollari il 23/02/1996; per crescere di mille miliardi e quindi arrivare a 6.000 sono stati necessari 2.195 giorni; infatti, ha toccato i 6.000 miliardi il 26/02/2002. In questo periodo il debito è mediamente cresciuto di circa mezzo miliardo di dollari al giorno.
Successivamente, per crescere di altri mille miliardi ed arrivare a 7.000 sono stati necessari 688 giorni; per arrivare a 8.000 miliardi sono stati necessari 642 giorni e per arrivare a 9.000 miliardi, altri 682 giorni.
Quindi constatiamo la forte accellerata nella crescita del debito ed infatti siamo nel periodo della presidenza di Bush, sotto il quale si sviluppa una política di invasioni militari che appunto si riflettono nella crescita del debito.
Fra il 2002 ed il 2007 il debito cresce mediamente di circa 1,5 miliardi di dollari al giorno. Nell’ultimo anno della presidenza di Bush la crescita arriva a 2,5 miliardi al giorno. Il debito tocca i 10.000 miliardi di dollari il 30 settembre del 2008 e per passare da 9.000 a 10.000 impiega 396 giorni.
Con l’avvento di Barack Obama, la situazione letteralmente precipita e sembra diventare incontrollabile. Il debito Usa passa da 10.000 a 11.000 miliardi in soli 167 giorni, ossia si accresce di quasi 6 miliardi al giorno nel periodo degli ultimi 3 mesi di presidenza Bush ed i prmi 3 dell’era Obama.
Obama prosegue la política intrapresa da Bush, dei forti aiuti di stato alle imprese in crisi; ma rispetto a Bush, il presidente Obama aumenta fortemente le spese militari. Per la cronaca, il bilancio di quest’anno 2010, relativo solamente al ministero della difesa prevede oltre 700 miliardi di dollari.
In questo primo periodo di presidenza, Barack Obama ha fortemente incrementato la presenza militare statunitense in America centro-meridionale, con nuove basi in Colombia e nella triplice frontiera Brasile, Argentina e Paraguay; nell’America centrale e caraibica, nelle Antille Olandesi, in Costa Rica, Haiti, Panama, Honduras e prossimamente probabilmente anche a Trinidad; sta estendendo le guerre iniziate dal suo predecessore in Asia ed incombe la minaccia di un possibile attacco all’Iran ed al Pakistan; anche nelle acque della Corea del Sud e del Giappone è fortemente aumentata la presenza militare statunitense in questi ultimi mesi; Yemen, Sudan e Corno d’Africa sono altri luoghi del mondo dove si sta intensificando la presenza statunitense. Ovviamente tutto questo dispiegamento di forze ha avuto un notevole riflesso nel bilancio del Ministero della Difesa e nell’incremento del debito pubblico.
Durante i 637 giorni di presidenza di Obama, dal 20 gennaio 2009 al 19 ottobre 2010, il debito pubblico USA dopo aver toccato gli 11.000 miliardi il 16 marzo del 2009, arriva a 12.000 miliardi il 16 novembre del 2009, quindi a 13.000 miliardi il primo giugno e ad oggi, 19 ottobre è a quota 13.676,11 miliardi di dollari.
Sotto la presidenza Obama, il debito pubblico statunitense si accresce di 4,8 miliardi al giorno e complessivamente di 3.049,23 miliardi. Il suo predecessore Bush, nei suoi otto anni di presidenza, per l’esattezza 2.922 giorni, ha fatto crescere il debito pubblico degli Stati Uniti di 4.899,10, somma che sembrava stratosferica.
Il premio Nobel per la pace Barack Obama, in soli 637 giorni è stato capace di accumulare un deficit pari al 62,24% di quello accumulato da Bush nei suoi otto anni!
Stimiamo che a Barack Obama, grazie alle sue folli spese nel settore militare ed al trasferimento incontrollato di denaro pubblico alle imprese in crisi, saranno necessari circa 1.000 giorni di presidenza (più o meno verso la fine di ottobre o inizio novembre del 2011) per accumulare gli stessi debiti lasciati in eredità da Bush al termine dei suoi otto anni di presidenza.
Obama vanta anche un altro record, sempre in relazione al debito pubblico: durante la sua breve gestione si sono avute le giornate con il maggior aumento del debito pubblico USA (Tabella 2).
Infatti, se consideriamo i dieci giorni in cui il debito pubblico statunitense è cresciuto di più, ai primi tre posti troviamo tre giorni della presidenza di Obama; il 30/06/2009 è in assoluto il giorno in cui gli USA hanno accumulato il maggior debito pubblico in una sola giornata, ben 186,87 miliardi di dollari.
Tabella n. 2
I dieci giorni con la più alta crescita del debbito pubblico USA
(Variazione assoluta e percentuale)
N
Data
Debito Pubblico USA in Miliardi
Variazione rispetto al giorno precedente (miliardi dollari)
Variazione % giornaliera
Presidente
1
30/06/2009
11.545,28
186,87
1,65%
Barack Obama
2
31/12/2009
12.311,35
166,46
1,37%
Barack Obama
3
30/06/2010
13.203,47
165,93
1,27%
Barack Obama
4
31/12/2008
10.699,80
146,79
1,39%
George W. Bush
5
30/09/2009
11.909,83
133,72
1,14%
Barack Obama
6
20/10/2008
10.464,89
130,68
1,26%
George W. Bush
7
30/06/2008
9.492,01
128,20
1,37%
George W. Bush
8
31/12/2007
9.229,17
108,62
1,19%
George W. Bush
9
28/06/2002
6.126,47
107,72
1,79%
George W. Bush
10
30/11/2009
12.113,05
104,40
0,87%
Barack Obama
Fonte: elaborazione Attilio Folliero su dati US Treasury
Nei suoi 637 giorni di presidenza Obama, 442 giorni erano lavorativi, quindi utili per accumulare o ridurre debiti. Nel 40% dei casi, ossia in 176 giorni, si è avuta una diminuzione del debito rispetto alla giornata precedente, mentre nel restante 60% dei casi, cioè 266 giorni, il debito è cresciuto; in 162 giorni si è avuto un nuovo massimo storico del debito pubblico statunitense.
2) Il futuro del debito pubblico statunitense a breve e medio termine
Il debito degli Stati Uniti è destinato ad aumentare nei prossimi mesi. Innanzitutto la Legge 111-139 dello scorso 12/02/2010 (2), in conformità con l’articolo 31 del Codice degli Stati Uniti (3) ha portato il limite del debito pubblico statunitense a 14.294 miliardi di dollari, rispetto al precedente limite di 12.394 miliardi, ossia il Congresso degli USA in sostanza ha autorizzato il governo ad accumulare per l’anno corrente un deficit di bilancio di 1.900 miliardi.
Al di là del deficit di bilancio previsto dalla legge, anche altre considerazioni fanno pensare che il debito continuerà a crescere. E’ da sottolineare che anche quest’anno (e ricordiamo che l’anno fiscale in USA chiude il 30 settembre) ed è il terzo anno consecutivo che gli USA hanno un deficit di bilancio superiore al 10%. A titolo di confronto, evidenziamo che la Unione Europea prevede per i propri stati membri un deficit annuale non superiore al 3%.
Mensilmente, l’Ufficio del debito pubblico, ascritto al Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti presenta un bilancio riguardante la situazione del debito pubblico. L’ultimo bilancio mensile è relativo al mese di settembre (4).
Dall’analisi di detto bilancio, rileviamo che il debito pubblico USA alla fine di settembre è di 13.561,62 miliardi, contro i 13.449,65 miliardi di dollari di agosto. Di questi, 8.498,32 sono debiti negoziabili e 5.063,30 non sono negoziabili e nella maggior parte dei casi rimborsabili su richiesta.
Dall’analisi di quest’ultimo bilancio mensile risulta che nei prossimi sei mesi (fra ottobre 2010 e marzo 2011) scadono debiti negoziabili per un ammontare di 1.980,38 miliardi.
Time Magazine: la prospettiva di una guerra civile negli Usa "non sembra così inverosimile" di Paul Joseph Watson - www.prisonplanet.com - 20 Ottobre 2010 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Micaela Marri
Persino il portavoce dell’establishment considera la nozione dell’agitazione civile di massa come una conseguenza del crollo economico
Mentre i manifestanti in Francia entrano nel settimo giorno di sciopero e di dimostrazioni contro le misure draconiane di austerity, molti osservatori politici negli USA si domandano quanto tempo passerà prima che simili scene si svolgano sulle strade d’America, e persino il Time Magazine ammette che adesso la prospettiva di una guerra civile negli Stati Uniti ‘non sembra così inverosimile’.
Per essere chiari, l’articolo di Stephen Gandel intitolato “La Federal Reserve provocherà la guerra civile? “ esclude ampiamente la possibilità che la prossima riunione della Federal Reserve del 3 novembre, durante la quale Ben Bernanke dovrebbe annunciare un altro round di stampa di banconote, innescherà l’agitazione nazionale, ma non ridimensiona per l’appunto neanche la nozione della dislocazione sociale nel più lungo termine come conseguenza della sgretolazione dell’economia, come prevedono in molti.
Come abbiamo evidenziato ieri in un articolo che è stato poi ripreso dal Drudge Report , è solo una questione di tempo prima che gli Americani siano colpiti da misure di austerity quasi identiche a quelle che hanno spinto i Francesi al blocco della fornitura carburante, alle battaglie con la polizia anti sommossa, a bloccare il trasporto aereo e ferroviario e a paralizzare effettivamente del tutto alcune zone del paese.
La domanda che rimane è la seguente – come reagiranno gli Americani se l’amministrazione Obama andrà avanti con il suo piano di impadronirsi di tutte le pensioni private 401(k) , che saranno inghiottite dalla Social Security Administration secondo il programma dei Guaranteed Retirement Account (G.R.A.) obbligatori?
Come reagiranno gli Americani all’imminente annuncio che la Federal Reserve indebolirà ulteriormente il valore del dollaro con l’acquisto di asset spazzatura dai colossi bancari a prezzi esorbitanti con denaro stampato dal niente?
Il Time Magazine, che da guardiano dell’establishment ci aspetteremmo che sminuisse il potenziale della disobbedienza civile di massa, in effetti mette in luce tale nozione con un riferimento ad un articolo di Zero Hedge che parafrasava lo specialista di previsioni sull’economia David Rosenberg, che avverte che il piano della Fed di un allentamento più quantitativo, “mette la società americana ad un passo dalla guerra civile, se non peggio”.
L’articolo contiene inoltre una citazione da un articolo del Washington Blog che avvisa che le politiche della Fed potrebbero portare alla distruzione stessa della repubblica.
“In senso molto reale, Bernanke sta spingendo le nonne e i nonni giù dalle scale – e di proposito. Sta letteralmente minacciando gli appartenenti agli strati economici più bassi, oltre a chi è in pensione, con l’estrema povertà e la morte, e in una nazione giusta dove la legge controllava invece gli abusi dei cleptocrati, sarebbe accusato di cospirazione sediziosa, dato che le sue politiche porteranno inevitabilmente alla distruzione della nostra repubblica”.
Appoggiando tale nozione, Gandel scrive “con l’aumento dei seguaci del Tea Party, l’idea della guerra civile per questioni economiche non sembra così inverosimile di questi tempi”.
Sì, avete letto bene. Adesso persino il Time Magazine ammette che l’attuale andamento economico della nazione potrebbe portare dritto alla guerra civile e alla rivoluzione.
Gandel conclude l’articolo lasciando la prospettiva di un diffuso disordine civile come una domanda aperta.
“Quindi sembra chiaro quello che la Fed potrebbe fare,” scrive. “Il modo in cui l’economia, l’esercito e il resto di noi reagiremo sarà saltando in aria. Il conto alla rovescia è già iniziato. Mancano 15 giorni al Fedarmageddon. Ci si vede, speriamo”.
Certo, persone come Gerald Celente ed un gran numero di altri esperti di previsioni sull’economia hanno predetto agitazione civile, risse per il cibo e ribellioni per il fisco per gli ultimi due anni, ma il fatto che il Time Magazine consideri seriamente la nozione della guerra civile negli Stati Uniti ci ricorda in modo scioccante quanto siamo vicini al precipizio adesso.
Numerosi esperti di previsioni, governi, agenzie di spionaggio ed enti internazionali stanno prevedendo sommosse di massa e disordini in risposta al peggioramento del quadro economico.
Il rapporto avvisava che l’esercito doveva essere pronto per una “violenta, strategica dislocazione all’interno degli Stati Uniti”, che avrebbe potuto essere provocata da un “crollo economico imprevisto”, da una “decisa resistenza nazionale”, “diffuse emergenze della salute pubblica” o dalla “perdita dell’ordine legale e politico funzionante”.
La “diffusa violenza civile”, come è scritto nel documento, “costringerebbe la difesa a riorientare le priorità in extremis per difendere l’ordine nazionale basilare e la sicurezza umana”>
Una relazione del Ministero della Difesa britannico ha toccato un simile tasto quando ha previsto che entro 30 anni, il crescente divario tra i super ricchi e la classe media, insieme ad una sottoclasse urbana minacciante l’ordine sociale avrebbe comportato che, “le classi medie di tutto il mondo potrebbero unirsi, usando l’accesso alla conoscenza, alle risorse e alle competenze per plasmare i processi transnazionali nell’interesse della propria classe”, e che “i ceti medi potrebbero diventare una classe rivoluzionaria”.
Il modo in cui gli Americani reagiranno a ciò che in molti vedono come il punto di svolta dell’economia americana, ossia l’annuncio della Fed del 3 novembre prossimo dipende in gran parte dalla misura in cui essi comprendono che il loro futuro finanziario e quello dei loro figli è ora sul filo del rasoio come non lo è mai stato prima.
Come indica l’Economic Collapse Blog , il QE2 rappresenta la più grande rapina bancaria della storia, e altro non è che un altro enorme trasferimento di ricchezza dai contribuenti americani alle grandi banche.
I soldi che Bernanke stampa dal nulla, che svaluteranno ulteriormente la valuta ed ogni dollaro guadagnato o risparmiato dai cittadini americani, saranno usati per comprare grandi quantità di “asset tossici” dalle banche americane ad un prezzo ben al di sopra di quello di mercato. Le piccole banche verranno lasciate avvizzire e morire, mentre gli enormi megaliti raccoglieranno montagne di denaro gratis alle spese dei lavoratori americani.
L’impatto nel lungo termine dell’acquisto da parte della Fed di questi asset spazzatura tossici con denaro stampato dal nulla sarà un olocausto inflazionario che non farà nulla per salvare l’economia americana, e che al contrario farà tutto per svalutare gli stessi patrimoni immobiliari dei contribuenti americani.
Siamo già sulla strada di una seria inflazione e la Federal Reserve non ha ancora nemmeno sparato fuori i soldi. Allora che succederà dopo che avrà pompato trilioni di dollari in più nell’economia?
Stampare soldi per darli alle banche non risolverà i nostri problemi economici. Li aggraverà solamente.
Ma sfortunatamente, gli elettori americani non potranno esprimere un parere contrario a tutto ciò. La nostra politica monetaria nazionale è in mano ad una banca centrale non eletta che fa pressappoco tutto quello che vuole.
Se altrettanti Americani fossero a conoscenza di ciò che la Federal Reserve sta per fare con il loro futuro finanziario come quanti sono informati sugli intrighi di Dancing with the Stars, allora la “guerra civile”, che persino il Time Magazine presenta adesso come una risposta giustificabile alla crisi, sarebbe una prospettiva molto plausibile.
Per come stanno le cose, secondo la maggioranza dei votanti del nostro sondaggio su Prison Planet.com, gli Americani reagiranno alla situazione non organizzando blocchi del rifornimento di carburante, marciando per le strade e paralizzando il paese, ma grattandosi il didietro e accendendo la TV.
Guardate la spiegazione di Matt Taibbi su quello che la Fed sta per fare con i vostri soldi.
La crisi farà entrare la rivoluzione anche nelle teste di legno di Eugenio Orso - http://pauperclass.myblog.it - 25 Ottobre 2010
Società e Movimento
La nostra è già, irreversibilmente, una società di mercato prodotta dalle dinamiche neoliberiste e dai processi di globalizzazione, oppure la transizione dai vecchi assetti sociali ai nuovi è ancora in corso e il periodo che stiamo vivendo è un tormentato e in incerto interregno, in cui l’affermazione del nuovo ordine può ancora essere messa seriamente in discussione, attraverso la resistenza propositiva della classe povera del terzo millennio?
Per quanto non sia facile rispondere a questa domanda, chi scrive propende con decisione per la seconda ipotesi, ed infatti le resistenze, gli scioperi contro la rischiavizzazione del lavoro, i blocchi nei rifornimenti energetici, le conseguenti repressioni, si estendono dalla Grecia alla Francia, dalla Spagna all’Italia, con un’estensione delle proteste fino in Nuova Zelanda.
E’ ancora d’attualità ciò che disse, a suo tempo, Karl Marx, e cioè che «la crisi farà entrare la rivoluzione anche nelle teste di legno», perché esistono dei limiti fisici e psicologici alla compressione in termini materiali dei subordinati e alla loro manipolazione, delle soglie invalicabili di esproprio che neppure questo capitalismo, il quale sta raggiungendo l’apice della propria potenza e il culmine della propria trasformazione storica, potrà superare restando indenne.
Ed è di una certa attualità, particolarmente per quando riguarda il caso italiano, ciò che scrisse nel 1922 su Ordine Nuovo Amedeo Bordiga: «Quando si dimostrerà che anche l'esperienza di un governo di sinistra della macchina statale borghese non fa fare un passo alla soluzione di quei problemi vitali per i lavoratori, allora l'azione di grandi masse sulla rete di lavoro e di organizzazione da noi tracciata, si svolgerà efficacemente sulle vie rivoluzionarie [...]»
Se ad Atene si occupa l’Acropoli, simbolo remoto di tutta la civiltà occidentale, nella Francia di Sarközy si bloccano i rifornimenti di carburante, minacciando di lasciare l’intero paese all’asciutto, mentre in Italia la vera opposizione politica e sociale inizia a radunarsi sotto le bandiere di un sindacato, la Fiom, ed elementi insurrezionali si insinuano nella protesta di popolo, alle pendici del Vesuvio e nei paesi prossimi al parco naturale, contro le discariche di rifiuti brutalmente imposte alle comunità.
Elementi insurrezionali si manifestano in contemporanea con tentativi di organizzazione della protesta anticapitalista e di costituzione del Nuovo Movimento, ed una tendenza dissolutrice, che non lascia spazio ad alcun progetto futuro, convive con il senso di responsabilità di quanti si impegnano a creare il nuovo, partendo da quel tanto di strutture e gruppi antagonisti che ancora sopravvive.
E’ sintomatico di una situazione sociale che tende ovunque a diventare intollerabile che il giorno 16 di ottobre c’è stata in Italia la pacifica ed oceanica manifestazione di Roma indetta dalla Fiom, politica nel senso più proprio del termine e non puramente sindacale, il 19 ottobre la Francia si è fermata per lo sciopero generale contro la riforma delle pensioni, e nella stessa settimana sono scesi in campo quindicimila lavoratori neozelandesi, a molte migliaia di chilometri di distanza.
Le ostilità si sono aperte a partire dai vecchi stati nazionali, dall’Europa mediterranea fino agli angoli più remoti del cosiddetto mondo occidentale, ma per ora non c’è un coordinamento della protesta che riesce a superarne i confini e a “sincronizzare” le azioni di lotta.
Su questo punto cruciale, con riferimento al vecchio continente, sappiamo bene che l'Unione Europea non è uno spazio politico autentico, accessibile a tutti noi, ma una creatura globalista, mascherata e neppure troppo bene da unione di popoli consenzienti, la cui funzione è di imporre certe politiche agli stati nazionali e garantire, nel contempo, l’allineamento dell’Europa con i centri di potere nordamericani.
Ma sappiamo altrettanto bene che nei singoli paesi vi sono ragioni comuni di lotta antiliberista ed antiglobalista che la crisi rende sempre più evidenti, ed esiste, o esiterà in futuro, quando circostanze più drammatiche lo imporranno, una possibilità di aggregazione sopranazionale.
Il problema può essere posto nel modo seguente, partendo dal presupposto che «il nostro mondo può essere considerato come una struttura in uno spazio a infinite dimensioni, uno spazio dentro il quale noi e le nostre menti ci muoviamo come pesci nell’acqua» [Rudolf von Bitter Rucker, La quarta dimensione].
Se le soggettività antagoniste dimorano in uno spazio bidimensionale, e quindi nel piano, che rappresenta metaforicamente i singoli paesi in cui si muovono e manifestano i subordinati, ancora divisi dai confini e talora da rivalità nazionali, il Nemico si muove agilmente in uno spazio tridimensionale, e così in effetti fanno la UE, la UEM, la BCE, gli altri organi della mondializzazione come il FMI o il WTO, ma soprattutto quella classe globale che ne determina le politiche e i diktat in base ai suoi interessi “privati”.
Il Nemico ci osserva dall’alto, tiene sotto controllo gli stati nazionali e le masse di subalterni come se fossero suoi strumenti, ha capacità di intervento nello spazio inferiore, ma non lo si vede chiaramente, e quindi non si riesce a combatterlo con efficacia.
Il Nemico si muove in una dimensione superiore a quella dei resistenti-antagonisti, e sappiamo bene che uno spazio con una dimensione in più non può essere visto da chi dimora nella dimensione inferiore, ma solo descritto con l’uso di algoritmi, attraverso le formule matematiche.
E’ proprio nella dimensione superiore che hanno preso forma le politiche globalizzatrici, ed è in questo empireo che sono stati pensati e generati gli strumenti di espropriazione finanziaria.
Per tale motivo c’è una generale difficoltà nell’individuare il Nemico Principale, nel dargli un volto riconoscibile, nel tracciarne un preciso identikit, e questo a differenza di quanto accadeva nello scorso millennio, in cui il despota contro il quale si sollevava il popolo era riconoscibile e dimorava nel castello [si sapeva, in linea di massima, “dove andarlo a prendere”], mentre il capitalista-proprietario aveva un nome, un cognome e un indirizzo.
Il despota contro il quale si sollevava il popolo e il capitalista-proprietario che estorceva il classico plusvalore si muovevano anche loro sul piano a due dimensioni, essendo interni all’organizzazione statuale e legando a questa le loro fortune e il loro potere.
Superare l'angusto piano, caratterizzato dalle due dimensioni rappresentate dallo stato nazionale e dalla classe antagonista interna allo stato, vorrebbe dire accedere alla terza dimensione, definita da tre coordinate: gli organi sopranazionali della mondializzazione che dettano le politiche e le strategie per conto della nuova classe dominante, gli stati nazionali che le trasmettono al loro interno, quale catena di trasmissione finale, e la classe antagonista [europea o planetaria] che le subisce.
Se nelle due dimensioni ci si può muovere soltanto avanti/ indietro e a destra/ a sinistra, il Nemico che popola la terza dimensione ha “una marcia in più”, perché può spostarsi anche dall’alto verso il basso e viceversa, surclassando i subordinati senza che questi se ne accorgano.
Accedere alla dimensione superiore – cioè aggregare la protesta a livello europeo o addirittura planetario – significherebbe poter vedere in piena luce il vero Nemico principale ed epocale, che a quel punto avrebbe grandi difficoltà a nascondersi, come ha fatto abilmente finora suscitando nemici immaginari o secondari, e vorrebbe dire combatterlo con qualche possibilità di successo nella sua stessa dimensione.
In altre parole bisogna affrontare il Nemico nel suo spazio “superiore”, invadendolo.
La metafora dimensionale potrà sembrare a qualcuno un po’ bizzarra, e così anche il riferimento ad un matematico, musicista e scrittore di fantascienza come Rudy Rucker, ma è un tentativo di chiarire con semplicità i motivi perché sino ad ora le lotte contro la de-emancipazione neoliberista, rinchiuse entro gli angusti spazi nazionali, si sono rivelate generalmente inefficaci, non riuscendo a fermare il processo di sussunzione capitalistica di intere società e di intere aree economico-culturali nel mondo.
Per la verità, c’è stato il movimento antiglobalista che ha dato l’impressione del superamento dei confini da parte della protesta, e dell’unificazione delle sue componenti sociali, culturali e nazionali, ma tale movimento si è rivelato effimero e scarsamente efficace, più simile ad un’occasionale “onda moltitudinaria” non riconducibile ad un’unica volontà politica che ad una vera sintesi planetaria dell’antagonismo sociale.
Alla fine del primo decennio di globalizzazione spinta, con crisi economico-finanziaria incorporata, le cose sembrano essere cambiate, pur non potendo ancora osservare la tanto attesa “internazionalizzazione della protesta”.
Per ora, si procede in ordine sparso, restando all’interno dei singoli paesi e in modo del tutto indipendente dagli altri gruppi e movimenti che altrove organizzano la lotta.
In Francia un intero popolo, a partire dai lavoratori dipendenti, mostra di resistere davanti al rullo compressore della riforma delle pensioni, che altro non è se non l’ennesimo duro colpo inferto in Europa al welfare, ma lo fa in modo del tutto indipendente dall’Italia, in cui si consuma l’attacco generalizzato ai diritti dei lavoratori, e dalla Grecia soggetta alla dittatura finanziaria e monetaria degli organi sopranazionali.
Eppure esistono centrali sindacali europee e mondiali, ed esiste un’evidente convergenza di interessi non soltanto fra gli operai italiani, quelli serbi e quelli polacchi vessati dal globalista Marchionne, ma fra questi e la “parte buona” del ceto medio declassato, e addirittura fra questi ed elementi della vecchia borghesia proprietaria, il cui mondo culturale e le cui prospettive future sono state distrutte dalla globalizzazione.
Dal professore universitario precarizzato che rivendica i suoi diritti all’operaio della grande industria manifatturiera ridotto a “fattore della produzione”, dal pensionato di Terzigno, in Campania, costretto a manifestare contro le discariche di “monnezza”, al marginale che partecipa ai sommovimenti popolari in Atene, sembra di udire una sola voce che si leva contro questo capitalismo, una voce che si leva da soggettività in passato forse contrapposte, sul piano sociale come su quello politico, ma oggi tutte impegnate nella resistenza alle dinamiche ultraliberiste.
Vittime sacrificali della classe globale trionfante, abbandonati a sé stessi dai cartelli elettorali che hanno sostituito gli storici partici, dai moderni sindacati “riformisti” che li usano come merce di scambio e dalle cosiddette istituzioni, nessuno di questi gruppi ha una vera rappresentanza politica all’interno del sistema, cosa che possiamo facilmente osservare in Italia, paese in cui l’astensionismo elettorale, per decenni di dimensioni modeste, avanza ad ampie falcate fino a raggiungere [e forse a superare] i livelli storicamente riscontrati nelle democrazie anglosassoni.
Con riferimento al nostro paese, in cui il dilemma “Società e Movimento” antagonista presentato nel titolo è sembrato negli ultimi vent’anni irresolubile, in presenza di una progressiva disgregazione della società e in assenza di un Nuovo Movimento di opposizione sistemica, la data del 16 ottobre 2010, che è quella della manifestazione Fiom a Roma, assume già fin d’ora un alto valore simbolico, anzitutto in termini di aggregazione e partecipazione.
Il 16 ottobre 2010 potrà segnare per moltissimi il momento del passaggio da una situazione di passività ad una nuova situazione di reattività organizzata, e potrà rappresentare il discrimine fra la rassegnata accettazione dei modelli neoliberisti e l’insorgenza concreta della protesta nel nostro universi cives.
La Fiom diventa nella società italiana contemporanea il catalizzatore di una protesta che esce dagli steccati dell’attività sindacale, per aggredire finalmente la dimensione politica.
Aggredire la dimensione politica, per ora a livello puramente nazionale, significa porre le questioni della rappresentanza di milioni di persone marginalizzate, della loro partecipazione al processo decisionale su materie che le riguardano, nonché delle alternative ai modelli politici, sociali ed economici vigenti.
I Nemici sono il Mercato globale e la sua società, il paradigma da rifiutare è quello della creazione del valore finanziaria, azionaria e borsistica, e sul piano sociale l’avversario è la nuova classe dominante, composita e stratificata, che possiamo unificare con l’espressione di Global Class.
Sullo sfondo c’è la formazione della nuova classe povera antagonista [Pauper Class], destinata a subire i rigori del capitalismo transgenico finanziarizzato del terzo millennio.
Questa classe è costituita non soltanto da operai [New Workers, il Nuovo Lavoro Operaio], ma da altre componenti significative, come i ceti medi novecenteschi ri-plebeizzati [Midlle Class Proletariat, che esprime il lavoro intellettuale dipendente nel pubblico e nel privato], dalla “parte buona” dei cosiddetti marginali [Under Class], non collusa con la delinquenza e le attività criminali, e addirittura da rappresentanze della vecchia borghesia proprietaria, a sua volta espropriata dai globalisti.
La precarizzazione si estende dal lavoro manuale al cosiddetto ceto medio ed è sintomatica, nella formazione del “nuovo mondo” e nell’affermazione di un nuovo modo di produzione sociale, l’espropriazione della stessa borghesia, un tempo dominante e oggi “cannibalizzata” dai globalisti.
Nel contempo, il lavoro operaio oscilla fra la minaccia dell’esclusione dal processo produttivo, con o senza l’anticamera della cassa integrazione, e la crescente invisibilità in termini di istanze e rivendicazione di diritti.
Se grattiamo lo strato superficiale delle appartenenze e dei simboli, che in apparenza hanno caratterizzato e colorato la grande manifestazione di Roma del 16 di ottobre, affiorano queste nuove appartenenze e con loro un’inedita strutturazione sociale.
Sotto le sigle ed i colori di numerosi soggetti e micro-soggetti politici extraparlamentari che si definiscono comunisti, ecologisti, anti-globalisti, decriscisti, si può certo nascondere un certo nostalgismo, ma questo sempre più spesso convive con la consapevolezza che è necessario costruire, e in fretta, un nuovo soggetto politico allargato, per non mancare il possibile appuntamento con la storia.
Non si tratta, perciò, della “battaglia di retroguardia” di chi vorrebbe un ritorno al passato, né della protesta di gruppi di “estremisti” del tutto minoritari nel corpo sociale, secondo le accuse strumentali lanciate dal governo, dalla Confindustria e dai sindacati gialli, e tanto meno di un sostegno indiretto ai “morti viventi” della principale opposizione parlamentare, l’informe cartello elettorale del Pd, che aderisce alla visione neoliberista e, perciò, si è ben guardato dal partecipare alla manifestazione di Roma.
Nuova strutturazione di classe, interessi convergenti fra il lavoro operaio e quello dei ceti medi ri-plebeizzati hanno mosso, in quella circostanza, la partecipazione.
Il movente economico e ridistributivo ha avuto una grande importanza, nella decisione di aderire alla manifestazione di Roma, ma non è certo l’unico, perché il disagio è ben più ampio e profondo.
L’altro movente fondamentale è la ricerca di una rappresentanza politica, così come è posto bene in rilievo in un articolo, dal titolo Se la Fiom coinvolge il ceto medio, comparso in rete proprio in questi giorni: «Oggi non esiste un'opposizione politica, ma non perché manchi lo spazio sociale per un'opposizione; al contrario: non viene permessa l'esistenza di un'opposizione proprio perché questa, altrimenti, avrebbe a disposizione uno spazio sociale storicamente senza precedenti per vastità.» [http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=381]
Una vera opposizione politica, in grado di esprimere alternative radicali in relazione alle politiche sociali, a quelle industriali, monetarie e finanziarie, non può esistere in una liberaldemocrazia dominata dal Partito Unico della Riproduzione Capitalistica e caratterizzata dalla politica come consumo, marketing, illusione mediatica.
E’ per questo che il Nuovo Movimento d’opposizione, nella società italiana agli albori del millennio, si costituisce fuori dei circuiti della politica liberaldemocratica, la quale lo nega e lo blandisce con ogni mezzo, applicando le tecniche del silenziamento e quelle della disinformazione mediatica, quando non si possono nascondere gli eventi, le proteste popolari, le manifestazioni di disagio diffuso.
Data la situazione con la quale dobbiamo fare i conti, in base all’analisi concreta della situazione concreta, con un piglio dal vago sapore leninista, appare chiaro che il Movimento non può che costituirsi intorno all’unico sindacato antagonista e combattivo del paese, caratterizzato da una storica militanza, mai venuta meno, e da strutture diffuse sul territorio.
Quello che per Lenin è stato il partito dei rivoluzionari di professione, quale avanguardia della Rivoluzione, catalizzatore della protesta e guida per i subalterni, nel nostro tempo potrebbe essere il Sindacato-Movimento, in cui le rivendicazioni salariali, per un’equa distribuzione del prodotto e per invertire la rotta dopo due decenni di espropriazione mercatista, si fondono con la richiesta di partecipazione al processo decisionale strategico-politico, in cui le istanze operaie si armonizzano con quelle dei ceti medi declassati, ed in generale con quelle delle altre componenti della classe povera del futuro.
Un sindacato immarcescibile quello degli operai e degli impiegati metallurgici – classe 1901 e perciò ultra-centenario –, da sempre in prima linea nel difendere i lavoratori ed il diritto alla partecipazione e al lavoro, ed oggi vero catalizzatore della protesta in tutti i suoi aspetti.
Se il gioco dei potentati locali – dalla maggioranza di governo all’opposizione formale del Pd, dagli industriali affamati di denaro pubblico alla centrale sindacale gialla della CISL – è quello di isolare la Fiom per ridurla a più miti consigli, sappiano, questi ascari della classe globale, che saranno loro ad essere isolati dal nuovo che emerge nella società italiana, rischiando di portare con sé, nella caduta, le stesse istituzioni statuali che hanno occupato e screditato.
Il Nuovo Movimento è forse l’unica speranza che ci rimane, per non sprofondare definitivamente, a milioni, nelle bassure e negli inferi della postmodernità capitalistica, in quel buco nero pronto ad inghiottirci che è la “globalizzazione senza veli”.