sabato 23 novembre 2013

Bye bye Italia...


Mentre si continua a cianciare di stabilità, seconda rata Imu, decadenza, primarie e altre "amenità" del genere, forse è il caso di cominciare a guardare in faccia il futuro e prepararsi...

 

 

Allarme della London School of Economics: “Non rimarrà nulla dell'Italia”

Affari Italiani - 17 Ottobre 2013

Nel giro di 10 anni del nostro Paese non rimarrà più nulla. O quasi. E' la conclusione catastrofica cui giunge nella sua analisi il professore Roberto Orsi della London School of Economics and Political Science (LSE). 

Che cosa ci sta portando alla dissoluzione e all'irrilevanza economica? Una classe politica miope che non sa fare altro che aumentare le tasse in nome della stabilità. Monti ha fatto così. 

E Letta sta seguendo l'esempio. Il tutto unito a una "terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa".


L'ANALISI DI ORSI

“Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. 

Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà.
 
Il governo sa perfettamente che la situazione è insostenibile, ma per il momento è in grado soltanto di ricorrere ad un aumento estremamente miope dell’IVA (un incredibile 22%!), che deprime ulteriormente i consumi, e a vacui proclami circa la necessità di spostare il carico fiscale dal lavoro e dalle imprese alle rendite finanziarie. Le probabilità che questo accada sono essenzialmente trascurabili. 

Per tutta l’estate, i leader politici italiani e la stampa mainstream hanno martellato la popolazione con messaggi di una ripresa imminente. In effetti, non è impossibile per un’economia che ha perso circa l’8 % del suo PIL avere uno o più trimestri in territorio positivo.  

Chiamare un (forse) +0,3% di aumento annuo “ripresa” è una distorsione semantica, considerando il disastro economico degli ultimi cinque anni. Più corretto sarebbe parlare di una transizione da una grave recessione a una sorta di stagnazione.

Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. 

Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione. L’Italia non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori.

La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. 

Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. 

Di conseguenza , l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione certa.
 
L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese. 

Non solo verso destinazioni che offrono lavoratori a basso costo, come in Oriente o in Asia meridionale: un grande flusso di aziende italiane si riversa nella vicina Svizzera e in Austria dove, nonostante i costi relativamente elevati di lavoro, le aziende troveranno un vero e proprio Stato a collaborare con loro, anziché a sabotarli. 

A un recente evento organizzato dalla città svizzera di Chiasso per illustrare le opportunità di investimento nel Canton Ticino hanno partecipato ben 250 imprenditori italiani.

La scomparsa dell’Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia orientale. 

Coloro che producono valore, insieme alla maggior parte delle persone istruite è in partenza, pensa di andar via, o vorrebbe emigrare. L’Italia è diventato un luogo di saccheggio demografico per gli altri Paesi più organizzati che hanno l’opportunità di attrarre facilmente lavoratori altamente, addestrati a spese dello Stato italiano, offrendo loro prospettive economiche ragionevoli che non potranno mai avere in Italia.

L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi – collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale. 

Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio del Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. 

Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica, che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano. 

L’interventismo del Presidente è particolarmente evidente nella creazione del governo Monti e del governo Letta, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale.
L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi.  

L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. 

Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia.

In conclusione, la rapidità del declino è davvero mozzafiato. Continuando su questa strada, in meno di una generazione non rimarrà nulla dell’Italia nazione industriale moderna. Entro un altro decennio, o giù di lì, intere regioni, come la Sardegna o Liguria, saranno così demograficamente compromesse che non potranno mai più recuperare.

I fondatori dello Stato italiano 152 anni fa avevano combattuto, addirittura fino alla morte, per portare l’Italia a quella posizione centrale di potenza culturale ed economica all’interno del mondo occidentale, che il Paese aveva occupato solo nel tardo Medio Evo e nel Rinascimento. 

Quel progetto ora è fallito, insieme con l’idea di avere una qualche ambizione politica significativa e il messianico (inutile) intento universalista di salvare il mondo, anche a spese della propria comunità. A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia.”

martedì 12 novembre 2013

Mal comune rovina comune

"Mal comune mezzo gaudio", "Mors tua vita mea"....adagi secolari usati per consolarci quando ci succede qualcosa di negativo, nel momento in cui sta capitando anche ad altri.

Espressione del livello infimo in cui si trova il nostro sentirci parte di una collettivita', di un'identita' collettiva di popolo. Del popolo italiano.

E' nel nostro dna da secoli e secoli. Il popolo italiano come collettivita' identitaria non e' mai esisitito e nel 2013 questo fattore non e' ormai piu' sostenibile.

Cos'e' l'Italia?

sabato 26 ottobre 2013

Porca Italia

In un Paese bloccato e senza futuro c'è chi "giustamente" decide di andare indietro nel tempo.

Ma d'altronde l'unica cosa che rimane da fare a chi non ha più futuro è proprio scappare dal presente per ritornare al passato...

 

 Forza Italia, quando Berlusconi (e gli altri) difendevano il Pdl: “Non si torna indietro”

di Diego Pretini - Il Fatto Quotidiano - 26 Ottobre 2013

Era il partito "del popolo italiano", il "sogno" che avrebbe "sconvolto la vecchia politica: una rivoluzione". La storia del Popolo delle Libertà è finita con il ritorno al vecchio nome del 1994 che già era stata definita dal Cavaliere "insostituibile". Solo tre mesi prima del predellino... Ma ora "quell'acronimo non commuove"

Doveva essere il partito “del popolo italiano”, la realizzazione di un “sogno” (l’unione dei “moderati”) che doveva “sconvolgere la vecchia politica”. Di più: “un fatto epocale, un vero cambiamento, quasi una rivoluzione”.

E il senso di tutto, la bellezza di questa quasi rivoluzione, stava proprio nel nome: “Sono molto felice di sostituire la parola ‘partito‘ con la parola ‘popolo’: è indicativo del fatto che sono i cittadini, gli elettori, gli italiani che hanno in mano il movimento stesso”.  

Se di rivoluzione doveva trattarsi, però, si è conclusa con la restaurazione e il ritorno all’antico regime si è fondato proprio sulla bellezza di alcuni nomi e la bruttezza degli altri. E così, per colpa di un nome (Pdl) improvvisamente il sogno è finito in frantumi, il nome scelto dagli stessi elettori “non commuove, non comunica e non emoziona”.

Ieri, quando ha ufficialmente soppresso il Pdl (fregandosene di Alfano) e con capacità taumaturgiche ha ridato la vita a Forza Italia, l’ha ripetuto: “Quel nome non emozionava. Non mi piaceva per niente l’indicazione che facevano di noi come ‘pidiellino’ o ‘la pidiellina’ o ‘la Pdl’. E poi non c’era più quell’entusiasmo necessario”. E quindi l’alternativa – dopo tanto cercare – si è materializzata nell’illuminazione di riproporre i santi vecchi.

Che Silvio Berlusconi sia capace di dire tutto e poi con la stessa convinzione sostenere il suo contrario non è notizia. Merita attenzione, tuttavia, il fatto che sia riuscito a cambiare idea più volte anche sul nome dei movimenti che ha fondato e guidato, spiazzando via via sia i suoi elettori sia i dirigenti dei partiti, tutti comunque pronti a seguire i cambi repentini di rotta.

Così i partiti presieduti dal Cavaliere sono due e due restano visto che da Forza Italia si è passati al Popolo della Libertà e dal Popolo della Libertà si è di nuovo sgommato in retromarcia sulla DeLorean per ritrovarsi – “più belli di vent’anni fa” – in Forza Italia. Così insieme alla resurrezione del partito dagli scantinati escono di nuovo gli scatoloni con bandiere e gadget che ormai appariva consegnato al settore vintage.

Il predellino delle libertà

Quanto entusiasmo, invece, 6 anni fa. Tutto nacque – ormai è storia – sul predellino di una Mercedes a piazza San Babila, a Milano. E’ il 18 novembre 2007: il centrodestra è all’opposizione ed è pure in difficoltà perché la sconfitta elettorale dell’anno prima ha trasformato la coalizione in un cortile di comari e questo permette al governo di centrosinistra di restare in piedi nonostante la maggioranza basculante di 13 partiti, molti di questi minuscoli.

Allora Berlusconi, che da sempre si lamenta della noia di dover rendere conto a qualche alleato, fa di testa sua: annuncia la fine di Forza Italia fondata 13 anni prima e la nascita del Pdl. “Oggi nasce ufficialmente un nuovo grande partito del popolo delle libertà: il partito del popolo italiano”.

La causa scatenante? Cinque ore prima Fabrizio Cicchitto era stato fischiato a un convegno della corrente di An di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, che pure già allora erano gli ex missini più vicini al Cavaliere. All’annuncio di B. lo stato maggiore di An si irrigidisce: “Prendiamo atto dell’iniziativa lanciata da Berlusconi – risponde Gianni Alemanno – ma An va avanti per la sua strada”.

Aveva giurato: “Forza Italia è insostituibile”

Una settimana dopo, a fine novembre, Berlusconi spiegherà: “Mi è venuto istintivo di dire che è venuto il momento di consolidare quel progetto del grande partito dei liberali e dei moderati sul quale abbiamo lavorato per due anni”.

E effettivamente soltanto tre mesi prima cos’aveva detto? Durante le sue consuete vacanze in Sardegna aveva definito Forza Italia un “baluardo della libertà e della democrazia nel nostro paese”, pertanto “insostituibile” (19 agosto 2007).

Il cambio di nome e la nascita di un nuovo partito quel giorno, nel vocabolario berlusconiano, erano andate sotto la voce “sfrenate fantasie“. Certo, nel giro di tre giorni si scoprirà che le “sfrenate fantasie” attribuite alla ricostruzione della Stampa in realtà non erano altro che verità granitiche. Il 20 agosto l’Ansa racconta che Berlusconi intende registrare (da un notaio) nome e logo del “Partito delle libertà” che dovrebbe raggruppare tutte le forze del centrodestra. Il 21 tutto viene confermato dallo stesso ex presidente del Consiglio.

“Sono felice della parola popolo: è una scelta dal basso”
 

Alleanza Nazionale, Udc e Lega si voltano dall’altra parte: di partiti unici non vogliono sentir parlare nemmeno da lontano. Ma Berlusconi accelera fino all’annuncio dall’alto di uno sportello fabbricato in Germania e, meno di due settimane dopo, alle primarie in fretta e furia per scegliere il nome della nuova forza politica.

Ai gazebo si presenteranno – secondo le cifre date allora da Forza Italia – circa 3 milioni di persone, il 63% dei quali sceglieranno definitivamente “Popolo della Libertà”. L’alternativa sarebbe stata “Partito della Libertà”. “Metterò una firma su tutti e due i nomi perché sono belli tutti e due” gigioneggia il Cavaliere.

Continua a invitare gli alleati a unirsi alla festa, come hanno già fatto per esempio Alessandra Mussolini con Azione Sociale e Gianfranco Rotondi con la nuova Democrazia Cristiana, e l’entusiasmo lo porta a comunicare con trasporto che perfino il “Partito dei Pensionati ha già dato la sua adesione”.

“Sono molto felice – chiosa B. – di sostituire la parola ‘partito’ con la parola ‘popolo’: è indicativo del fatto che sono i cittadini, gli elettori, gli italiani che hanno in mano il movimento stesso. Credo perché la gente ha capito che questa nuova forza che nasce dal basso può sconvolgere la vecchia politica: nulla è più imposto dall’alto dalle segreterie dei partiti, tutto potrà venire deciso dalla gente attraverso questo nuovo strumento di democrazia diretta che è la consultazione popolare e che è il referendum popolare”.  

Alemanno nel frattempo gli rinnova gli auguri, ma – coerente, duro, arcigno - gli ricorda, giura e spergiura che An non entrerà nel Pdl.

I forzisti entusiasti: “Il popolo delle libertà è il nome più bello”

Ma tutto intorno a Berlusconi si stappano bottiglie di spumante. Il presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan non si pronuncia perché non gli piaceva neanche Forza Italia e invece vinsero le elezioni. Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni è più deciso: “Il popolo delle libertà è il nome più bello. Questo nome rende protagoniste le persone riunite in comunità”.  

Gianfranco Rotondi è della partita “purché nell’uso corrente ci chiamiamo popolari”. Non avverrà mai, invece, forse perché certe vicende con la cultura popolare europea c’entrano come il cavolo a merenda. Il segretario del Pd Walter Veltroni legge l’archiviazione di Forza Italia come “il riconoscimento di una sconfitta e il riconoscimento che si è conclusa una stagione politica”.

Certo, per arrivare alla fusione ufficiale ne passerà di tempo. Clemente Mastella e Lamberto Dini nel 2008 abbattono Romano Prodi, al Senato l’ex missino Nino Strano si ingozza di mortadella come se fosse in un bordello e il centrosinistra poco più tardi finisce in briciole anche dentro le urne.

Il Pdl non ancora nato si presenta alle elezioni del 2008 e “asfalta” – lui sì – il Partito Democratico. Il nome piace talmente tanto che prima che inizi il congresso fondativo del marzo 2009 sul sito di Forza Italia ci si fa prendere dall’entusiasmo. Pure troppo: “Avanti popolo… della Libertà”. Berlusconi in quel congresso quasi si commuove, addirittura rilegge il suo primo discorso del 1994, un classico numero da repertorio che regala uno dei tanti déjà vu.

La difesa d’ufficio: “Il nome Pdl non si tocca”

Berlusconi difenderà per diverso tempo quel nome, Popolo delle Libertà. A un elettore che gli scrive su forzasilvio.it, nella primavera del 2010, risponde che il Pdl è un movimento popolare, fondato dagli elettori.

“E’ la stessa gente – afferma – che si è recata nei gazebo in tutte le piazze d’Italia per decidere il nome del nostro movimento e ha scelto invece che il nome Partito della Libertà quello di Popolo della Libertà”. Un nome solo, ribadisce, vuol dire unità.

Pochi mesi dopo: “Ho già in mente il nuovo nome”

Passano pochi mesi e tutte le certezze sono già finite in macerie. A Matrix - a inizio autunno del 2010 – annuncia di aver già in mente il nuovo nome del Popolo della Libertà e al diavolo i 3 milioni di elettori, la scelta “dal basso”, il governo “del popolo del centrodestra” e via andando. Sarà un nome “cortissimo, probabilmente una parola sola”.

Già spunta il ragionamento sul nome che non commuove (da capire perché il nome di un partito dovrebbe commuovere): “Da un lato l’acronimo non commuove e non emoziona, Forza Italia era Forza Italia, ma non vogliamo né possiamo tornare indietro perché Forza Italia è alle nostre spalle mentre il Pdl è stato voluto dalla gente più che da noi quindi andremo avanti”.

E però “il Pdl non ha mai avuto quell’appeal che aveva invece caratterizzato Forza Italia: un nome e uno slogan d’impatto e di presa immediata che fanno difetto al Popolo della libertà”. Ma no: Forza Italia no, no, no e ancora no. “Ho letto sui giornali articoli che mi attribuivano l’intenzione di ritornare al nome Forza Italia – interviene piccato il 23 dicembre 2010 – Non si va mai indietro”.

“Il Pdl non commuove”

Passano gli anni e nulla cambia. 28 ottobre 2011 ripete la nenia: “Il nome Popolo della libertà è stato scelto dai cittadini nei gazebo del 2008 e contiene due parole bellissime: popolo e libertà. Ma nel parlare diventa un acronimo, Pdl, che non commuove, non comunica e non emoziona. Vi posso però anticipare che il nuovo nome non sarà Forza Silvio”.

16 luglio 2012: “Nell’intervista apparsa sul giornale Bild, l’idea del cambio di nome dal Popolo delle Libertà a Forza Italia è stata equivocata trattandosi, com’è logico ed evidente non già di una decisione assunta, ma solo di un’idea, di una proposta, da discutere e da verificare nelle sedi proprie”. E infatti dopo un anno esatto (11 luglio di quest’anno) conferma: “Il nome Forza Italia emoziona di più del Pdl”.

Il valzer dei déjà vu 4 anni dopo

Si arriva all’annuncio finale: si torna a Forza Italia e per sottolineare la portata di un evento che riporta 19 anni indietro Berlusconi fa un video che a molti, di primo acchito, sembra esattamente quello del 1994 – uguale uguale. Invece è nuovo. Ma non è l’unico déjà vu perché è solo l’inizio di un valzer di frasi già sentite.

Galan – non più presidente – non sta nella pelle: “Temi concreti, proposte realizzabili,oltre all’entusiasmo una forte consapevolezza. Forza Italia torna in campo nel migliore dei modi, con un intervento forte, un discorso profondo”.  

Formigoni – non più presidente – pare meno eccitato, ma ammette: “Il Pdl con il senno di poi è stato un errore. Ma ora il nome c’è, Forza Italia, il leader c’è, Silvio Berlusconi, ma sotto c’è bisogno di costruire tutto”.  

D’Alema – incredibilmente non più parlamentare – si sostituisce a Veltroni: “Il fatto che Berlusconi annunci la nascita di Forza Italia dovrebbe essere preceduto da un video in cui annuncia il fallimento del Pdl”.  

Gianni Alemanno – non più sindaco di Roma dopo esserlo diventato grazie al Pdl – giura e spergiura che non ne vuole sapere: “E’ urgente creare un soggetto politico che raccolga l’eredità di Alleanza Nazionale impedendo la scomparsa della destra politica in Italia”.

Ma d’altra parte la chiave di tutto la dà Marcello Dell’Utri. E’ il 21 agosto 2007, Berlusconi per la prima volta ha parlato del nuovo nome da dare al partito (ora diventato vecchio). E il senatore da sempre braccio destro del Cavaliere preconizza: “E’ impossibile far finire Forza Italia, ma Berlusconi può fare tutto, da Forza Italia a Forza Enotria: i voti sono suoi”.

 

giovedì 15 agosto 2013