martedì 3 febbraio 2009

Sri Lanka: guerra al capitolo finale

Si sta scrivendo in queste ore l'ultimo e sanguinoso capitolo di una guerra iniziata 25 anni fa.
Infatti sembra sia cominciato oggi l'assalto finale dell'esercito regolare dello Sri Lanka contro un ultimo squadrone delle Tigri Tamil nel nord dell'isola.

Secondo quanto annunciato dal ministero della Difesa, i militari si sono impadroniti del bunker del capo delle Tigri Tami Velupillai Prabhakaran, che pero' non si trovava all'interno della struttura sotterranea, situata nel dipartimento di Mullaittivu.

Forse e' veramente arrivato l'epilogo di una guerra costata finora piu' di 70.000 morti.

Sri Lanka, la guerra dimenticata

di Paolo Salom - Il Corriere della Sera - 3 febbraio 2009

Il tempo è finito. I giorni delle Tigri Tamil, a meno di un miracolo, si contano sulle dita di una mano. Titoli di coda sulla guerra dimenticata, la più lunga e sanguinosa dell'Asia meridionale? L'offensiva finale contro l'ultima sacca di resistenza dei ribelli indipendentisti è questione di ore: l'esercito attende solo il via libera, mentre il governo di Colombo ribadisce il suo «no» a qualunque compromesso. «Siamo determinati a non concedere alcun cessate il fuoco e soprattutto siamo decisi a sradicare il terrorismo dallo Sri Lanka», ha dichiarato nei giorni scorsi Mahinda Samarasinghe, ministro per i Diritti umani e i Disastri naturali.

L'«isola splendente», questo il significato della parola sanscrita lanka, paradiso ormai perduto dei vacanzieri, è ancora una volta devastata da una violenza senza freni che si abbatte soprattutto sui non combattenti. Secondo i dati della Croce Rossa Internazionale, sarebbero 250 mila i civili intrappolati nell'ultimo lembo di territorio controllato dalle Tigri, 300 chilometri quadrati di giungla e miseri villaggi nel Nordest del Paese. Il ministro Samarasinghe contesta i dati della Cri e parla di 120 mila civili: «Continueremo a liberare le aree ancora occupate e poi i residenti potranno andare dove vogliono», assicura, sottolineando come «noi non prendiamo di mira i civili né lo faremo in futuro».

In realtà, quest'ultimo, sanguinoso capitolo di un conflitto che — tra alti e bassi — va avanti da 25 anni, mostra una situazione ben differente, sul campo. L'avanzata delle truppe speciali, le granate dell'artiglieria e le bombe dei jet militari non hanno risparmiato neppure gli ospedali. Non è soltanto la Croce Rossa a parlare di «massacri». Anche le Nazioni Unite hanno denunciato numerose violazioni dei diritti umani: sarebbero almeno trecento i non combattenti (compresi donne e bambini) uccisi negli scontri di quest'ultima settimana, molti dei quali deceduti in maniera orribile, dissanguati per la strada perché la zona di guerra è totalmente sigillata (off limits per le ambulanze come per i reporter), mentre Ong e agenzie internazionali sono state espulse senza tanti complimenti.

Già: il governo del presidente singalese Mahinda Rajapakse non tollera «ingerenze». Da falco, il capo dello Stato ha voluto chiudere i conti una volta per tutte con le Tigri per la liberazione del Tamil Eelam (Ltte) — come si chiama ufficialmente il gruppo, iscritto nell'elenco delle organizzazioni terroristiche di Stati Uniti ed Europa — e per questo non si è preoccupato nemmeno di minacciare gli ambasciatori di Svizzera e Germania, accusandoli di essere «troppo condiscendenti » e di «agire in maniera irresponsabile » per i loro tentativi di convincere le istituzioni internazionali a sponsorizzare una tregua umanitaria. Il ministro della Difesa, Gotabaya Rajapakse, fratello del presidente, ha messo in guardia diplomatici, giornalisti stranieri e organizzazioni non governative, affermando che «saranno tutti espulsi se tentano di dare una seconda opportunità ai terroristi delle Ltte, proprio mentre le forze di sicurezza stanno infliggendo loro il colpo mortale».

Era un anno che i capi militari e politici singalesi attendevano questo momento. Esattamente dal 2 gennaio 2008, quando il governo aveva denunciato unilateralmente la tregua concordata alla fine del 2001 che, molto faticosamente, aveva retto nonostante le frequenti violazioni da parte delle Tigri e le immediate rappresaglie dell'esercito regolare.

Da allora è stato un crescendo. Avanzando su tre fronti lungo l'A9, la statale che corre da sud a nord lungo la dorsale centrale dello Sri Lanka, l'esercito ha prima riconquistato l'est dell'isola che un tempo, sotto la dominazione inglese, si chiamava Ceylon ed esportava tè in tutto il mondo. Poi è toccato al nord: Kilinochchi, Mullaitivu, Malavi, Elephant Pass: a una a una sono cadute tutte le roccaforti controllate dalle Tigri Tamil, vero Stato nello Stato con tanto di esazione di tasse e controllo del territorio da parte di una polizia «autonoma».

Nel corso della campagna di guerra, l'esercito ha condotto operazioni di contro-guerriglia utilizzando le stesse tattiche del nemico. Ma i metodi spietati utilizzati dalle truppe speciali, i bombardamenti indiscriminati, il sacrificio di tante vite innocenti hanno avuto anche un contraccolpo tra la maggioranza della popolazione, singalesi di fede buddhista (i tamil sono induisti).

Quattordici giornalisti sono stati uccisi da killer che in nessun caso sono stati identificati e portati in giudizio. L'ultimo episodio, il più eclatante, è quello di Lasantha Wikramatunga, il direttore del settimanale Sunday Leader, uno dei più influenti periodici in lingua inglese della capitale Colombo: freddato con due colpi alla testa mentre andava a lavorare, all'inizio di gennaio. La sua colpa? Quella di aver criticato la politica del governo e, soprattutto, quella di non aver nascosto al presidente Rajapakse, suo intimo amico, che la «guerra, così condotta, sarà anche vinta. Ma lascerà un retaggio di odio e ingiustizia che sarà difficile guarire». Il giornalista, in un editoriale intitolato «E poi sono venuti per me», poco prima di morire scrive: «Quando alla fine sarò ucciso, sarò assassinato dal governo».

Una deriva, questa, inedita per lo Sri Lanka, isola-Stato uscita dal colonialismo britannico nel 1948 senza sparare un colpo di fucile ma già con i semi della futura instabilità etnica. I tamil (18 per cento della popolazione), percependo una crescente discriminazione, hanno cominciato da subito a spingere verso l'autonomia delle province nordorientali da loro abitate. Per i singalesi, si trattava di una «giusta conseguenza» rispetto al periodo coloniale, quando i britannici, a loro dire, avevano favorito i tamil, incentivando persino l'immigrazione dalla vicina India. Lo stallo nella soluzione delle controversie e le ingiustizie, vere o percepite, patite dalla minoranza, hanno spinto i tamil a insorgere con le armi.

Le Tigri sono nate nel 1972 per volere di un capo guerrigliero che sarebbe diventato leggendario per la sua ferocia: Velupillai Prabhakaran. Il suo gruppo rivendica sin dall'inizio attentati e attacchi, alcuni dei quali indiscriminati, suscitando forte emozione in tutto il mondo. La guerra civile vera e propria scoppia però nel 1983, quando le Tigri riescono di fatto a impadronirsi di gran parte delle province del Nordest, a partire da quella di Jaffna. La loro azione porterà Colombo a chiedere aiuto al gigante vicino, l'India, che tra il 1987 e il 1990 sarà presente sull'isola con un corpo di spedizione di centomila uomini.

Decisione, tra l'altro, che avrà come conseguenza l'assassinio di Rajiv Gandhi da parte di una kamikaze che si farà esplodere nel 1991, durante un suo comizio nello Stato indiano del Tamil-Nadu. La storia degli anni seguenti è una sequela di agguati, spedizioni punitive, attentati e azioni suicide che hanno provocato, nel complesso, la morte di 70 mila persone. Cui bisogna aggiungere i 30 mila uccisi per lo tsunami del 26 dicembre 2004: tragedia nella tragedia. La guerra, ora, sembrerebbe vicina al suo epilogo. Ma non la stagione dell'odio.


Sri Lanka, bombe sull'ospedale tamil

di Enrico Piovesana - Peacereporter - 2 Febbraio 2009

Ieri sera tre colpi d'artiglieria sono caduti sull'ospedale di Puthukkudiriruppu, l'ultima struttura sanitaria funzionante nel territorio delle Tigri tamil, dove sono ricoverati in condizioni estreme oltre cinquecento civili feriti nei bombardamenti governativi degli ultimi giorni. Il bilancio provvisorio delle vittime, fornito dal portavoce delle Nazioni Unite in Sri Lanka, Gordon Weiss, è di almeno 13 morti e decine di feriti. "Questa - ha detto Weiss - è una grave violazione delle leggi umanitarie internazionali".

Opera dell'artiglieria governativa. Sophie Romanens, portavoce della Croce Rossa Internazionale (Icrc), riferisce da Colombo che le bombe hanno centrato la corsia delle donne e dei bambini, la cappella e la cucina dell'ospedale.
"Siamo scioccati", ha commentato Paul Castella, direttore dell'Icrc in Sri Lanka.
Secondo il dottor Thurairajah Varatharajah, responsabile sanitario governativo del distretto di Mullaitivu, il bombardamento è opera dell'esercito. Ma i comandi militari di Colombo negano, e puntano il dito contro l'artiglieria dei ribelli tamil. "L'Ltte sta disperatamente sparando alla cieca", ha detto il brigadier Udaya Nanayakkara, portavoce delle forze armate governative.
Morven Murchison-Lochrie, coordinatrice medica dell'Icrc presso l'ospedale bombardato, è riuscita a parlare con l'agenzia stampa France Press: "Il personale è sotto forte stress, circondato dal rumore continuo dei combattimenti e dall'incessante afflusso di nuovi pazienti che arrivano qui a bordo di ambulanze ma anche di auto private, trattori, carri e perfino motorini".

Il governo: "Fuori chi ci critica". Secondo il sito Internet filo-ribelle TamilNet, altri trenta civili erano già morti sotto i bombardamenti governativi sulla 'zona di sicurezza', ripresi sabato sera dopo lo scadere dell'ultimatum lanciato giovedì dal presidente nazionalista Mahinda Rakapaksa, che dava all'Ltte 48 ore per far uscire tutti i civili dalla zona di conflitto.
L'Onu e la Croce Rossa chiedono da giorni a entrambe le parti, governo e ribelli, di tutelare la sicurezza dei 250 mila civili intrappolati nella zona dei combattimenti.
Ma il governo del presidente nazionalista Mahinda Rakapaksa, secondo cui i civili non superano i 120 mila, ha respinto con durezza di essere messo sullo stesso piano dei ribelli, accusando l'Ltte di trattenere i civili come 'scudi umani' e minacciando l'espulsione immediata di tutti i diplomatici, gli operatori umanitari e giornalisti stranieri che esprimono "pregiudizi favorevoli ai ribelli". Nella lista nera sono già finite Bbc, Cnn, Al-Jazeera e perfino l'ambasciatore tedesco a Colombo, Jurgen Weerth.


Sri Lanka, guerra di propaganda

di Enrico Piovesana - Peacereporter - 30 Gennaio 2009

In Sri Lanka è ormai guerra di propaganda, oltre che di bombe, tra esercito singalese e ribelli tamil.

L'ultimatum di Rajapakse. Il presidente nazionalista Mahinda Rajapakse, accusando le Tigri tamil di tenere in ostaggio la popolazione civile usandola come 'scudo umano' e di sparare con l'artiglieria pesante dall'interno della 'zona di sicurezza' ha ordinato ai ribelli dell'Ltte di lasciar uscire dal loro territorio tutti i civili entro sabato sera, garantendo che verranno portati in un "ambiente sicuro".
Il governo di Colombo sostiene che l'Ltte ha finora impedito la fuga dei civili, uccidendo e torturando chi ci ha provato. Secondo il sito del ministero della Difesa, il 20 gennaio i guerriglieri dell'Ltte avrebbero sparato su una folla di 75 mila civili che si erano messi in marcia per uscire dal territorio controllato delle Tigri. Dieci persone sarebbero rimaste uccise, altre sarebbero state torturate dai ribelli ed esposte in pubblico come monito.

La paura dei 'welfare center'. Menzogne e propaganda secondo le Tigri tamil, che negano fermamente di impedire ai civili di fuggire, sostenendo che sono gli stessi civili a non volersene andare per timore di finire nei 'welfare center' governativi: centri di raccolta profughi circondati da filo spinato, sorvegliati da guardie armate che impediscono agli 'ospiti' di uscire. Dei Cpt, delle prigioni a cielo aperto dove avvengono interrogatori e spesso - secondo le associazioni tamil - anche gravi abusi. Per le autorità, infatti, tutti i civili che risiedevano nel territorio controllato dall'Ltte sono potenziali sostenitori delle Tigri, e come tale vengono trattati.
Il fatto che la popolazione civile tamil, di fronte all'avanzata dell'esercito singalese, abbia sempre preferito fuggire all'interno delle zone ribelli, in zone di guerra, piuttosto che in territorio governativo è un dato di fatto che PeaceReporter ha potuto direttamente recentemente constatare in loco, e di cui ha avuto conferma dal personale delle Nazioni Unite che fino a poche settimane fa lavorava regolarmente all'interno del territorio dell'Ltte.

L'esercito: "Nessun civile ucciso". Oggi il portavoce dell'esercito singalese, il brigadier Udaya Nanayakkara, ha dichiarato che nessun civile tamil è stato ucciso nei bombardamenti degli ultimi giorni: "Non escludiamo però - ha concesso Nanayakkara- che qualche civile costretto a costruire fortificazioni dai ribelli possa essere rimasto ferito".
Nazioni Unite e Croce Rossa Internazionale hanno denunciato nei giorni scorsi un elevato numero ("decine", "centinaia") di civili uccisi nei bombardamenti governativi sulla 'zona di sicurezza'.
Ieri il dottor Thurairajah Varatharajah, responsabile sanitario governativo del distretto di Mullaitivu, aveva dichiarato che i civili tamil uccisi nell'ultima settimana erano tra i 250 e i 300, e i feriti 1.140.
Secondo il sito filo-ribelle TamiNet, solo nelle ultime 24 ore 44 civili sono morti e 178 sono rimati feriti sotto i bombardamenti nella 'safety zone'.


Scheda del conflitto a cura di Peacereporter

PARTI IN CONFLITTO
1983-OGGI: guerriglieri separatisti tamil delle Tigri per la Liberazione della Patria Tamil (Ltte) contro governo controllato dalla maggioranza nazioanlista singalese.

VITTIME
Il bilancio ufficiale (e non verificabile) delle vittime del conflitto fornito dal governo è di circa 85 mila morti dal 1983 ad oggi.

FORNITURE ARMAMENTI
Il governo riceve armi da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Russia, Cina, Pakistan, India, Ucraina, Israele, Repubblica Ceca; le Tigri tamil da Cambogia, Thailandia, Singapore, ex Jugoslavia e Zimbabwe, ma usano soprattutto armi sottratte all'esercito.

SITUAZIONE ATTUALE
Il nuovo governo ultranazionalista singalese di Mahinda Rajapaksa ha deciso la ripresa delle ostilità alla fine del 2005, dando il via a una drammatica escalation costata finora più di 20 mila morti e da sempre più sanguinosi attacchi suicidi condotti delle Tigri nere in tutto il paese.
L'esercito singalese ha sferrato una serie di massicce offensive militari che hanno portano alla riconquista dei distretti nord-occidentali nel 2006 e, nel 2007, di tutta la fascia costiera orientale.
Nel 2008 è iniziata la violentissima offensiva governativa sul fronte nord, sfociata con la presa, nel gennaio 2009, di Kilinochchi, la 'capitale' dei separatisti tamil, e di Mullaitivu, principale base militare dell'Ltte.
I superstiti guerriglieri tamil si sono quindi rifugiati nella giungla (in un triangolo di 300 chilometri quadrati) del nord-est, circondati e pesantemente bombardati dall'esercito.

STORIA DEL CONFLITTO
La guerra civile in Sri Lanka, iniziata nel 1983 e costata finora circa 72 mila morti, per metà civili, affonda le sue radici in una vecchia disputa storiografica che sconfina nella mitologia.
Lo Sri Lanka, ‘terra splendente' in sanscrito, è abitato da due popoli.
La maggioranza dominante singalese, di religione buddista e origine indoeuropea, sostiene di essere l'unica e originaria popolazione di quest'isola. Secondo questa versione - comunemente ritenuta veritiera - la minoranza tamil, di religione induista e origine dravidica, migrò nel corso dei secoli dall'India meridionale stanziandosi nella parte settentrionale dell'isola.
Dal canto loro, i tamil rivendicano di essere autoctoni dello Sri Lanka fin dalla notte dei tempi, quando l'isola era collegata al sud dell'India tramite l'istmo di terra noto come il ‘Ponte di Adamo', oggi sommerso dal mare. Essi presentano il regno tamil di Jaffna, effettivamente esistito nel nord dell'isola tra l'XI e il XVI secolo d.C., come base storica delle loro rivendicazioni indipendentiste. C'è poi addirittura chi è convinto che i tamil siano non solo gli unici abitanti originari dell'isola ma anche la razza umana più antica del pianeta, in quanto discendenti della mitica civiltà scomparsa di Lemuria, Kumari Kandam nella mitologia tamil.

In realtà, al di là di queste teorie giustificative dei rispettivi nazionalismi, la vere cause del conflitto in Sri Lanka sono assai più recenti e prosaiche.
Come per quasi tutte le guerre contemporanee, anche questa è la triste eredità della dominazione coloniale. Per meglio controllare le colonie, i britannici - e non solo loro - ricorrevano all'antico principio del divide et impera sfruttando e accentuando le divisioni e i contrasti all'interno delle popolazioni assoggettate per impedire che esse si unissero contro di loro. In Sri Lanka, che a quell'epoca si chiamava Ceylon, i coloni di Sua Maestà decisero di emarginare la maggioranza singalese privilegiando la minoranza tamil. Ad essi fu data un'istruzione di matrice occidentale nelle scuole e università costruite nelle zone tamil del nord. Tutti i funzionari locali dell'amministrazione coloniale erano tamil e tutti i migliori posti di lavoro pubblici - medici, insegnanti, poliziotti, soldati - erano destinati ai tamil. Perfino il lavoro nelle piantagioni di tè degli altipiani interni venne riservato a loro: non ai locali, ma alle centinaia di migliaia di tamil che in quel periodo furono fatti appositamente venire dal sud dell'India - e che successivamente, a differenza dei tamil 'autoctoni', si integrarono con i singalesi.

Con la conquista dell'indipendenza, nel 1948, la maggioranza singalese si prese la rivincita e iniziò a estromettere i tamil da tutti i settori. L'insofferenza della minoranza tamil crebbe progressivamente con l'aumentare delle politiche discriminatorie adottate del governo di Colombo, dominato dai singalesi. Fino alla nascita, negli anni ‘70, di movimenti e partiti nazionalisti tamil che iniziarono a rivendicare l'indipendenza delle loro regioni. Dopo la sanguinosa repressione delle proteste tamil del 1977 - centinaia di manifestanti vennero uccisi dall'esercito - gli indipendentisti tamil entrarono in clandestinità e scelsero la strada della lotta armata. Questa ebbe inizio sei anni più tardi, dopo i sanguinosi pogrom anti-tamil del ‘luglio nero' del 1983. A guidarla fu fin da subito il movimento delle Tigri per la liberazione della patria tamil (Liberation Tigers of Tamil Eelam, Ltte), fondato da Velupillai Prabhakaran, ancora oggi comandante della guerriglia. L'esercito governativo rispose scatenando una guerra totale nelle regioni settentrionali e orientali dell'isola. Una guerra che da allora è continuata quasi ininterrottamente, con tentativi negoziali regolarmente naufragati e tregue mai rispettate.

Negli anni, l'Ltte - finanziato dalla diaspora tamil sparsa in tutto il mondo - ha assunto il pieno controllo delle province settentrionali e orientali dello Sri Lanka, istaurando un'amministrazione parallela con tanto di governo, parlamento, moneta, banca, poste, ospedali e scuole proprie. E ha potenziato la propria struttura militare sviluppando una propria marina da combattimento, una propria aviazione e una brigata di kamikaze, le famigerate Tigri nere.
L'ultima tregua nei combattimenti, raggiunta nel febbraio 2002, sembrava reggere nonostante le migliaia di violazioni di entrambe le parti. La tragedia dello tsunami del dicembre 2004, che unì gli uomini di fronte alla natura, pareva aver messo la parola ‘fine' alla guerra. Ma l'illusione è durata poco.

Elezioni in Iraq: affluenza in forte calo

Il 31 Gennaio scorso si sono tenute in Iraq le elezioni provinciali, contraddistinte da un forte calo dei votanti (ma i sunniti questa volta sono andati a votare), da pochi e non rilevanti episodi di violenza e da un probabile successo del premier Al Maliki.

Ma per conoscere i risultati ufficiali bisognera' aspettare altre tre settimane circa.
Comunque nel Nord del Paese non si e' votato e resta ancora da risolvere la spinosa questione del futuro status di Kirkuk.


Iraq, Affluenza in forte calo alle elezioni provinciali, mentre si profila una vittoria di Maliki (e dei nazionalisti)

di Ornella Sangiovanni - www.osservatorioiraq.it - 2 Febbraio 2009

Complessivamente molti meno iracheni sono andati a votare rispetto al 2005. E’ questo il dato che emerge dalle cifre iniziali fornite dalla Commissione elettorale indipendente (IHEC), il giorno successivo alle elezioni che si sono tenute il 31 gennaio in 14 delle 18 province dell’Iraq.

Dunque, un forte calo dell’affluenza, che è stata del 51% a livello nazionale, in una giornata descritta unanimemente come tranquilla (le misure di sicurezza messe in atto da un capo all’altro del Paese erano rigidissime): calo rispetto alle precedenti elezioni provinciali del gennaio 2005 (che si erano svolte in contemporanea con le prime elezioni nazionali del dopo-Saddam), e alle elezioni nazionali del dicembre 2005, ma anche rispetto ad alcune previsioni della vigilia, per non parlare degli auspici espressi dal premier Nuri al Maliki, che si augurava una forte partecipazione da parte degli iracheni.

E invece così non è stato. Secondo i dati forniti ieri dai funzionari della IHEC, nel corso di una conferenza stampa a Baghdad, sono andati a votare in 7 milioni e 500mila (su un totale di 14 milioni e 900mila aventi diritto): il 51% appunto, contro il 55,7 % delle precedenti elezioni provinciali del gennaio 2005, e il 76% delle elezioni nazionali del dicembre dello stesso anno.

Un sondaggio governativo condotto su un campione di 4.750 iracheni poco prima del voto aveva previsto una affluenza del 73%, mentre il premier Maliki si era spinto ad auspicare fino all’80 per cento.

Aumentano i votanti nelle zone sunnite

Tuttavia c’è un altro dato senza il quale quello nazionale non significa molto: sono molti, molti di più gli iracheni che questa volta sono andati a votare nelle zone a maggioranza sunnita: proprio quelle dove invece c’era stato un boicottaggio di massa nel gennaio 2005.

Qui si va dal 40% di al Anbar - il dato più basso fra tutte le 14 province in cui si votava, ma che va confrontato con il fatto che, nell’ex roccaforte della resistenza armata contro l’occupazione Usa, nel gennaio 2005 aveva votato meno dell’1% degli elettori - al 65 % di Salahuddin, l’affluenza più alta a livello nazionale, nella provincia che ha per capitale Tikrit, città di cui era originario Saddam Hussein.

A Ninive, nel nord (capitale Mosul), dove 4 anni fa aveva votato solo il 14%, questa volta l’affluenza è stata del 60 per cento.

Per quanto riguarda le province a maggioranza sciita – quelle del sud – la percentuale più alta dei votanti, secondo i dati della IHEC, è stata a Muthanna, con il 61%; la più bassa – il 46% - a Maysan, un tempo roccaforte dei seguaci di Muqtada al Sadr. Basso anche il dato di Bassora – il 48 per cento.

Le cifre finali per Baghdad non sono ancora disponibili, ma, secondo la IHEC, le prime informazioni darebbero l’affluenza attorno al 40 per cento: un dato che, se dovesse essere confermato, sarebbe inferiore – e non di poco – alla media nazionale.

Le elezioni che si sono tenute due giorni fa in 14 dei 18 governatorati in cui è diviso l’Iraq sono per il rinnovo dei consigli provinciali, che con la nuova legge, approvata nel febbraio 2008, e che entrerà in vigore proprio dopo questo voto, avranno molti poteri.

Migliaia non hanno potuto votare

Erano escluse dal voto le tre province di Dohuk, Irbil, e Sulamaniya, che costituiscono la regione autonoma kurda del nord, e la provincia di Ta’amim, che ha per capitale la contesissima Kirkuk, dove non ci saranno elezioni almeno fino a marzo (se va bene), perché le tre comunità principali – arabi, kurdi, e turcomanni – non sono riuscite a trovare un accordo sulla ripartizione del potere.

Anche in queste quattro province, tuttavia, erano stati allestiti seggi: per gli sfollati interni - persone che sono state costrette a fuggire dai luoghi in cui vivevano, ma che, registrandosi, potevano votare (una possibilità, invece, negata, agli oltre 2 milioni di rifugiati che si trovano fuori dall'Iraq).

Tutto si è svolto in modo sostanzialmente pacifico, senza nessun attacco di rilievo: un forte contrasto con il clima di paura generalizzato del gennaio 2005, nonostante anche allora fossero state adottare rigide misure di sicurezza.

A guastare la festa ci sono stati però problemi di altro genere: migliaia di iracheni non hanno potuto votare, perché – inspiegabilmente - non hanno trovato il proprio nome sugli elenchi elettorali, e in diverse zone per questo ci sono state anche proteste di strada.

Niente di tutto ciò comunque è sembrato turbare i funzionari della IHEC, che si sono dichiarati soddisfatti, e tanto meno Staffan de Mistura, il Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’Onu, nonché responsabile della Missione di assistenza all’Iraq delle Nazioni Unite (UNAMI), che, in una conferenza stampa a Baghdad, a urne chiuse, si è congratulato con i funzionari elettorali iracheni, e ha definito il voto di due giorni fa “probabilmente una delle elezioni più osservate degli ultimi anni”.

Secondo quanto riferito da diverse fonti, all’ultimo momento sarebbero infatti arrivati in Iraq circa 800 osservatori internazionali (oltre ai quasi 60.000 osservatori locali addestrati dall’UNAMI e dai suoi partner nella cosiddetta International Electoral Assistance Team): 805 per la precisione, secondo la IHEC, inviati, fra gli altri, da Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Europea, e dalla Lega Araba. Anche se la questione non è affatto chiara.

Quello che invece è chiaro è che per i risultati definitivi bisognerà aspettare – e non poco.

Fino a tre settimane per i risultati definitivi

I funzionari della IHEC sono stati espliciti: per i dati preliminari ci vorrà la fine di questa settimana (se va bene), mentre per quelli definitivi – “certificati” dalla Commissione elettorale – potrebbero occorrere fino a tre settimane. “Si spera”, ha detto ai giornalisti Qasim Abud, il Chief Electoral Officer - che, invitando gli iracheni a essere “pazienti”, ci ha tenuto a ricordare che “solo la IHEC ha l’autorità di annunciare i risultati” .

Nel frattempo, prevedibilmente, impazzano i dati parziali e non confermati. Secondo i quali la coalizione guidata dal partito del premier Maliki – al Da’wa – sarebbe in testa nella maggior parte delle province del sud a maggioranza sciita (se non in tutte), inclusa Bassora, e anche a Baghdad, in particolare a Sadr City – considerata una roccaforte del movimento di Muqtada al Sadr.

Il tutto, a spese del partito sciita rivale (nonché attuale partner di governo): il Consiglio Supremo islamico iracheno (ex SCIRI), che controllava 7 delle 9 province del sud, oltre a Baghdad, e che sembrerebbe aver preso una batosta, che potrebbe metterne a rischio il risultato persino in una delle sue tradizionali roccaforti come la provincia di Najaf. E che potrebbe perdere la capitale.

Ad al Anbar, provincia a stragrande maggioranza sunnita - pur nella delusione data dalla scarsa affluenza (che sarebbe stata particolarmente bassa nella città di Falluja, dove sarebbe andato a votare solo il 25% degli aventi diritto) – la situazione non è chiara.

Secondo alcune informazioni l’Iraqi Islamic Party (IIP), che attualmente controlla il consiglio provinciale, sarebbe destinato a ottenere un gran numero di seggi anche questa volta; secondo altre invece sarebbe in testa una delle alleanze tribali nate dai cosiddetti “Consigli del Risveglio” (che non sono riusciti a formare una coalizione unica): l’“Alleanza Nazionale dei [consigli] del Risveglio iracheni” guidata da Ahmed Abu Risha. Che ritiene che l’IIP stia manipolando i numeri (secondo lui, ad al Anbar l’affluenza sarebbe stata inferiore al 40% annunciato dalla IHEC), e non usa toni rassicuranti.

“Se vincerà l’Islamic Party, sarà un altro Darfur”, dice al New York Times.

Nazionalisti arabi sfondano a Ninive?

Non ci sarebbero invece, sempre secondo le prime informazioni che arrivano, problemi di questo tipo a Ninive, che era considerata un’altra delle province “chiave”, e dove al Hadba - la coalizione araba sunnita, e nazionalista –- sarebbe largamente in testa: nella città di Mosul (la capitale provinciale) addirittura con il 90% delle preferenze, secondo la TV privata irachena al Sharqiya.

Il suo leader, Athil al Nujaifi, ha detto alla Reuters che prevede una vittoria con il 70% , sottolineando che non ci sono state violazioni o irregolarità importanti, nonostante i timori della vigilia (a Ninive si giocava una partita molto importante fra arabi e kurdi, dato che nella provincia si trovano alcuni dei cosiddetti “territori contesi”, che i kurdi vorrebbero annettere alla loro regione autonoma nel nord, e che il consiglio provinciale uscente era dominato dalla coalizione che raggruppa i principali partiti kurdi – un effetto dei boicottaggio di massa da parte dei sunniti alle precedenti elezioni provinciali del gennaio 2005).

La Kurdistan Alliance (la coalizione kurda) adesso dovrà prendere atto dei fatti che la nuova situazione comporta, ha detto Nujaifi all’agenzia di stampa irachena indipendente Aswat al Iraq.

Anche secondo “un alto funzionario Usa” , tutto farebbe pensare che a Ninive al Hadba abbia preso circa i 2/3 dei voti: voti che sono andati a quella che, va sottolineato, è una alleanza di varie forze arabe – nazionaliste e tribali – il cui comune denominatore non è solo l’opposizione all’espansionismo (e al separatismo) kurdo, ma anche l’opposizione alla presenza militare Usa in Iraq.

Quello che unisce sostanzialmente anche le forze – sciite, ma non (più) confessionali – che fanno parte della coalizione messa in piedi dal premier Nuri al Maliki: il nome - “Alleanza per lo Stato di diritto” – è tutto un programma.

Smessi i panni del leader di un partito religioso (e confessionale) sciita – al Da’wa – Maliki sembra (definitivamente?) incamminato verso la sua consacrazione come nuovo “uomo forte” dell’Iraq – sostenitore di un forte governo centrale e capace di mantenere unito il Paese, contro le mire separatiste dei kurdi ma anche dei rivali del Consiglio Supremo, che vorrebbe una mega-regione sciita composta dalle 9 province del sud.

Il tutto, dopo essere riuscito a negoziare con gli Stati Uniti un accordo che prevede che le loro truppe se ne vadano entro fine 2011 – senza lasciare un solo soldato in Iraq.

E avere “sistemato” con alcune campagne militari “ad hoc” – a Bassora, Sadr City, e nella provincia di Mysan – i sadristi, o meglio la loro ala combattente, il cosiddetto “Esercito del Mahdi”.

Se i primi dati dovessero essere confermati, gli elettori iracheni lo hanno premiato: assieme ad altre forze che affermano l’identità nazionale (araba) e l’unità del Paese.

Che siano sunnite o sciite non fa differenza.

Fonti: Agence France Presse, Reuters, Associated Press, Aswat al Iraq, McClatchy Newspapers, New York Times, TIME

I dati sull'affluenza disaggregati per provincia

lunedì 2 febbraio 2009

Italia: l'avanguardia dell'osceno

Qui di seguito un'intervista rilasciata dallo scrittore Giuseppe Genna ad Affaritaliani.it in cui ben analizza il degrado culturale italiano, tema su cui e' incentrato il suo ultimo libro "Italia De Profundis" (Ed. Minimum Fax).

"L’Italia in questo momento è un paese di avanguardia, una frontiera dell’osceno dove stanno arrivando a maturazione processi disgregativi e trasformazioni dell’umano che sono la china su cui discenderà tutto l’Occidente[…]Le ragioni della degenerazione? Stanno nella spettacolarizzazione dell'immaginario, iniziata negli anni ’80 con la nascita delle tv private[…]Una via di uscita al declino? Solo lo schock della poverta' ci puo' salvare".



L'intervista a Giuseppe Genna
www.affaritaliani.it - 3o Gennaio 2009

Perché nel suo ultimo libro parla dell’Italia come del luogo che ha "disimparato ad amare"?
“L’Italia ha avuto una mutazione antropologica e sociale negli ultimi 30 anni, da noi l’oscenità si sta manifestando in modo più potente che in altri luoghi. Si è inverata la profezia pasoliniana dell’involgarimento di massa, della spettacolarizzazione, del discorso unico che sostituisce il dialogo… E se da un lato c’è un imbarbarimento del luogo Italia, dall’altro io stesso sono connesso, con ossa, nervi e muscoli, a questo processo di anestesia emotiva e disamore. Io, che ho disimparato ad amare e ad amarmi, sono questo luogo…”.

E fuori dall’Italia le cose stanno diversamente?
“Sì, senza dubbio. Penso che l’Italia sia in questo momento un paese di avanguardia, dove stanno arrivando a maturazione processi disgregativi e trasformazioni dell’umano che sono la china su cui discenderà tutto l’Occidente… Altri popoli sono più indietro lungo questa forma di evoluzione, la metastasi lì è rallentata, c’è ancora qualcosa che frena la metamorfosi dell’umano in insetto. Ad esempio, recentemente a Copenaghen ho avvertito una maggiore pietà per l’altro, una percezione che l’altro sia parte di sé, che da noi, attorno a me e dentro me, è come evaporata”.

E perché, a suo avviso, in Italia questa disumanizzazione è più accentuata che altrove?
“In primo luogo perché noi non siamo un popolo, non abbiamo mai elaborato una cultura nazionale… al più abbiamo una cultura statale e parastatale. E la storia del paese, dalla 2a guerra mondiale agli anni ‘70 è continuamente messa in discussione da revisionismi devastanti. Lo Stato è da sempre un'entità distante dai cittadini. A questo si aggiungano i misteri di Stato mai chiariti e le ferite mai sanate, in primis quella del terrorismo in rapporto quale si pretende un pentimento carcerario, una reclusione sine die e non il recupero della persona. E sopra tutta questa disgregazione noi ci abbiamo steso lo spettacolo”.

In che modo?
“E’ un processo che inizia negli anni ’80 con la nascita delle emittenti televisive private, che si fanno veicolo di un immaginario fragile e distorto. Non c’è nazione in cui l’immaginario è stato contaminato dallo spettacolo come in Italia. Basti pensare alle masse di ragazzini, correva l’anno ’84, che urlavano parole senza senso come “Ass Fidanken”… La memoria del paese è spettacolare, è una berlusconizzazione… di cui lo stesso Berlusconi è un sintomo, non la causa. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini che è in tv, durante la diretta da Vermicino, mentre un bambino muore in un pozzo, e l’anno successivo è al Nou Camp di Madrid, mentre l’Italia sta per vincere la finale dei mondiali calcio, e dice “Non ci prendono più…”. Ma si rende conto Pertini di essere dentro uno spettacolo, che segna una linea di discrimine nella nostra storia? O Antonio Ricci che dice che “Striscia la notizia” è servizio pubblico, quando non è altro che un veicolo di un trauma dell’immaginario. Tutto questo espropria l’umano dell’umano, del linguaggio e di ogni idea o possibilità di cambiare la realtà”.

Ma questo fenomeno non riguarda un po’ tutto l’Occidente?
“Sì, ma in Italia si è manifestato in modo più vistoso, anche rispetto agli Stati Uniti, dove, grazie alla struttura federale e al fatto che la tv pubblica, la Pbs, non era sotto controllo politico come la Rai, la disgregazione culturale è stata meno drammatica. Ricordo che nel ’69, quando venne fermato dalla polizia l’anarchico Pietro Valpreda, a pochi giorni dalla morte di Giuseppe Pinelli, c’era un giornalista che intervistava il questore di Milano e dava per certo, usando un tono quasi autoritario, che fosse stato preso il colpevole. Il giornalista veicolava una falsità, spacciandola per verità, in relazione a un fatto intricato e complicatissimo… Bene, quel giornalista era Bruno Vespa, che oggi continua a fare le stesse cose. Questa è l’Italia. Si veicolano falsità e spettacolo come se fossero verità… La realtà viene spogliata della sua verità, in modo pop…e poiché, salvo poche, luminose eccezioni non ci sono intellettuali in grado di opporsi, il paese è in balia di un unico linguaggio, di un unico discorso”.

Quali sono le luminose eccezioni?
“Beh, l’Italia è un’avanguardia per quanto riguarda l’espropriazione dell’umano, ma lo è anche nella produzione dell’umano. La nostra è la lingua letteraria più antica tra quelle moderne. Alcuni scrittori italiani stanno producendo cose che a livello planetario non si fanno. Nessun americano o inglese è all'altezza del poeta Andrea Zanzotto… pochissimi agiscono politicamente e linguisticamente dentro il testo come Tommaso Pincio, i Wuming, Valerio Evangelisti o Walter Siti, probabilmente il più grande scrittore vivente in Italia. Si tratta di minoranze esigue… ma molto costanti nel tempo e avanzatissime. Seamus Heaney o Derek Walcott, gli ultimi Nobel anglosassoni, sono fermi a quello che Giusuè Carducci faceva nelle sue “Odi Barbare”. In Italia siamo oltre la morte della lingua… lo ha detto Carmelo Bene, e negli ultimi anni non si è visto un altro come lui… Ma se si guarda al campo della pubblica attenzione la figura dell’intellettuale viene attaccata, ignorata oppure spettacolarizzata, come è successo a Roberto Saviano, che è stato trasformato in un’icona che non corrisponde a quello che Saviano sente e vuole provocare nel lettore”.

In “Italia De Profundis” esprime un giudizio critico sullo stile della poesia italiana di oggi…
“La poesia italiana non parla più… salvo pochissime eccezioni, come l’ultimo libro di Mario Benedetti, “Pitture nere su carta”, edito da Mondadori o Milo De Angelis e lo stesso Andrea Zanzotto. Questi poeti rappresentano un’avanguardia mondiale. Tutti gli altri fanno piccole cose, nel solco della nostra tradizione lirica, quasi a prolungare una sorta di deriva neopetrarchista… non entrano nell’immaginario e nemmeno nello scavo di sé… è ovvio che se non scavano dentro di loro non possono parlare agli altri”.

Le cose vanno così male anche per il cinema?
“Qui c’è un problema di industria culturale, non si ha la voglia e la capacità di rischiare, di uscire fuori da alcuni schemi rigidi e prestabiliti. E, sia chiaro, non si rischia producendo “Gomorra”, che pure è un film molto interessante, o “Il Divo” con Servillo… Nella mia esperienza di giurato alla Mostra del Cinema di Venezia (2006, ndr), grazie allo sguardo panoptico sulla cinematografia mondiale regalatomi da quella occasione, mi sono reso conto di quanto sia povero, debole e morto il cinema italiano… Anche l’ultimo dei cinesi ha un impatto estetico, etico, politico, emotivo di una forza a cui nessuna opera del nostro cinema attuale può arrivare”.

E non c’è soluzione a un simile degrado culturale?
“L’Italia per diventare paese deve subire uno shock forte, passare per una fase dura di depauperamento determinata da varie ragioni, dalla crisi climatica alle ondate migratorie provenienti dalle aree più povere. Questo shock sociale diventerà un grande evento politico per il nostro paese. Gli italiani, da poveri, probabilmente recupereranno la loro umanità… forse mi sbaglio, ma io vedo solo questa possibilità di cambiamento. Chi spende il 18% del suo stipendio per il telefonino e non se ne rende conto non è più umano...”.

Non le sembra di avere un approccio un po’ pessimista, di legare la sua analisi a dei presupposti radicalmente negativi?
“Davvero restituisco questa impressione? Non è una cosa in cui mi riconosco, certo rispetto allo stato di cose che ci circondano denuncio una negatività. Ma se non avessi dentro di me l’idea di una positività non parlerei in questo modo”.

Davos: le solite ricette fallimentari

Si e' concluso il consueto e inutile World Economic Forum di Davos, con i soliti oratori e i loro ancor piu' ridicoli bla bla bla alla luce della pesante crisi economica in pieno corso, i cui responsabili erano appunto in larga parte presenti a Davos a promuovere le vecchie e fallimentari ricette economiche.

Incredibile!!


Davos, il raduno dei coglioni

di Giulietto Chiesa - Megachip - 1 Febbraio 2009

Vi faccio una domanda. Come giudichereste se, per ricostruire le dighe crollate di New Orleans venissero chiamati gl'ingegneri che le fecero?

Oppure se, per portare giustizia in Sicilia, il governo italiano creasse una commissione di esperti mafiosi? Oppure se, per fornire i nostri ragazzi di una adeguata educazione civica, si formasse un corpo di docenti costituito di provati ladri e scassinatori? Oppure se, per fare fronte a una epidemia, si chiamassero medici abusivi, senza titolo e laurea? Oppure se, per spegnere un incendio si facesse ricorso all'albo dei piromani?

Queste domande mi sono venute alla mente guardando in tv i reportage dal Forum di Davos, I cui partecipanti, quasi tutti, in diversa misura, erano gli equivalenti degl'ingegneri pasticcioni, dei mafiosi collaudati, degli scassinatori di banche, dei medici abusivi, dei piromani inveterati.

Una galleria di facce toste a prova di bomba che, invece di spiegarci perché incendiavano i boschi della finanza mondiale e prendevano per questo laute prebende, ci davano nuove prognosi circa la profondità della crisi, la sua durata.

Ma, se hanno sbagliato tutte le previsioni (e infatti, nonostante la superficie bronzea dei loro visi, risultava loro difficile non mostrare un certo grado di sconcerto) perché adesso dovrebbero azzeccarle?
E come si spiega l'assoluto livello di imbecillità, professionale e intellettuale, dei commentatori che, invece di trattare piromani e farabutti vari per quello che erano e sono, mostrano di credere alle loro parole come fossero di oro colato?

I più divertenti, tra tutti, mi sono parsi gli economisti. Mai come oggi la disciplina che coltivano è meritevole dell'appellativo di “scienza sciocca”: l'unico che la descrive compiutamente. Ma lorsignori hanno continuato, a Davos, a raccontare la favola dell'uva, come se nulla fosse.
Ce ne fosse stato uno capace di fare l'unico gesto decente (oltre a quello di non andare a Davos per farsi ridere dietro dal resto del mondo): appendere la laurea sciocca al chiodo e dedicarsi a qualche attività più intelligente, o meno dannosa.

Un raduno illustre di coglioni, ma di coglioni pericolosi.


Gli "economisti", vergogna della "scienza"
di Gianfranco La Grassa - 31 Gennaio 2009

“Se l’America paga i suoi eccessi, gli antichi vizi possono invece essere la salvezza dell’Italia, in condizione di cogliere già quest’anno la ripresa grazie ai propri difetti strutturali: carenza di grandi aziende, sistema bancario tradizionalista e lavoro nero. «L’Italia sta attraversando la tempesta finanziaria mondiale senza subire colpi irreparabili. Il sistema tiene», ha spiegato ieri il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, nel corso della presentazione del Rapporto Italia 2009. Merito del tessuto di piccole e medie imprese, sei milioni in tutto. Sopperiscono all’assenza delle mega-corporation, muovendosi in ambito manifatturiero, più che in quello dei servizi.

Poi ci sono le banche, ancora legate al territorio, la cui solidità deriva dall’essersi mantenute lontane dalla finanza creativa [bugiardi sfrontati; tutti noi abbiamo dovuto fare slalom per evitare pressioni indebite in tal senso. E a parte la finanza creativa, sono messi nel dimenticatoio gli imbrogli sui bond argentini, Cirio e Parmalat, la Banca 121 del Salento, ecc.?; ndr]. E a un Pil che supera i 1.500 miliardi, va aggiunta anche un’economia sommersa che vale in base alle stime Eurispes circa 540 miliardi. Insomma, un Pil carsico, di cui si deve per forza tener conto nell’analizzare l’apparente paradosso-Italia. Che ricorda un po’ quello del calabrone: è troppo pesante rispetto alle ali, eppure vola. L’Italia sfida le leggi dell’economia.”


Negli ultimi tempi, tutti penso abbiano letto non so quante notizie e rapporti di organismi internazionali (europei e mondiali) – buon ultimo, pochissimi giorni fa, quello del Fmi – che davano soprattutto per Eurolandia, ma in modo del tutto particolare per l’Italia, dati di crescita negativa sia per il 2009 che per il 2010. Adesso, dalla dichiarazione appena sopra riportata e tratta dai giornali di oggi, siamo tornati alle virtù italiche del “piccolo è bello”. Si ricorderà che tali virtù erano cantate soprattutto negli anni ’80 e ’90 (molti “economisti” sono andati in cattedra scrivendo di queste idiozie).

Poi, finalmente, sembrava tornato un minimo di buon senso, si è cominciata a mettere in luce la grave carenza dell’imprenditoria italiana in merito alle troppo basse dimensioni delle unità aziendali, ecc. Infine, c’è stato un ultimo sussulto di “comicità” (cioè, sembrava l’ultimo) con la “trovata di genio” del precedente Presidente di Confindustria, che – oltre ad essere ossessionato dal “fare sistema” – aveva scoperto nella media impresa la reale forza del “Bel Paese”. Scoppia la crisi, e tornano le virtù italiche delle minime dimensioni imprenditoriali; e del Pil sommerso, che prima era condannato come puro sinonimo di evasione fiscale, da cui l’enorme debito pubblico, l’eccessivo rapporto deficit/Pil, ecc.: tutti pesi che ci rendevano particolarmente deboli in Europa.

Impossibile descrivere il ribrezzo e l’insofferenza che provo quando vedo la faccia di uno di questi che si passa per esperto e spara cazzate senza il benché minimo pudore; e senza alcun timore perché ormai il pubblico accetta di tutto, dopo gli immondi spettacoli che la TV ci offre. Riporto un breve pezzettino scritto da Geronimo oggi sul Giornale, che esprime solo all’uno per cento lo sdegno e l’ira che simili osceni personaggi dovrebbero suscitare in tutti noi: “chi sta perdendo il proprio posto di lavoro o stenta sempre più a vivere una vita dignitosa poco apprezza che professori ed esperti che pontificano un giorno sì e l'altro pure e che molto spesso sono consulenti strapagati di banche d'affari si riuniscono in una località amena [Davos; ndr] che appare sempre più come una kermesse mondana piuttosto che un'occasione irripetibile per offrire alle popolazioni che soffrono un ventaglio di soluzioni”.

Tutto giusto, salvo che per il fatto che questi sedicenti economisti non sono mai, per nessun motivo, in grado di offrire a chicchessia una qualsiasi soluzione; sono solo sciocchi, vuoti, vanesi, pavoni, clown di pessima levatura. E’ necessario arrivare ai pogrom contro di essi; bisogna inseguirli con i forconi, metterli alla gogna, sputare loro addosso appena osano dire “bah”. Bisogna farli guaire a suon di calci in culo, costringerli a far la fila davanti ai Conventi dei Frati con la gavetta in mano, toglier loro ogni e qualsiasi proprietà di beni mobili e immobili, distribuendo i soldi della loro vendita a chi ha subito lo strazio di ascoltarli.

Questi sono momenti storici in cui crearsi il “nemico”, e scagliarsi contro di lui con odio veemente, ha un significato catartico; non risolve alcuna crisi ma infonde una certa capacità di reazione, che aiuta sempre. Promoviamo i pogrom contro gli economisti, indichiamoli al ludibrio delle genti, cominciamo a far scorta di uova marce e pomodori fracidi. Ci vorrebbe anche un pizzico di escrementi, ma non complichiamoci troppo la vita. Facciamo l’essenziale. Intanto, iniziamo dalle pernacchie a volontà e da cori di risate appena proferiscono verbo; e anche il vecchio “sceeeeemi” può ancora andare bene come misura del tutto provvisoria.