mercoledì 3 novembre 2010

Un governo a puttane

Ritorniamo ancora sulle ultime penose vicende di un cosiddetto premier e di uno pseudo-governo ormai definitivamente andati a puttane....


Polvere di stalle
di Giorgio Barbacetto - www.ilfattoquotidiano.it - 2 Novembre 2010

Un'altra Ruby racconta: "Droga a Villa Certosa". L'escort Nadia ha parlato di incontri sessuali a pagamento col premier e con Brunetta

Ora nei festini del presidente del Consiglio fa la sua comparsa anche la droga. Hashish e marijuana che le giovani ragazze invitate da Silvio Berlusconi trovavano sul comodino, nelle camere di villa Certosa in Sardegna e che potevano utilizzare prima dei party.

Questo almeno secondo il racconto di una ragazza, Nadia Macrì, che fa la cubista a Milano e che è stata sentita dai magistrati di Palermo impegnati da tempo in un’indagine su un traffico di droga. Ma c’è altro.

Due incontri sessuali a pagamento, pagati cinquemila euro l’uno. Ora le dichiarazioni della ragazza, videoregistrate, saranno mandate alla Procura di Milano, dove confluiranno nell’inchiesta su Ruby, la ragazza che racconta di aver partecipato ad alcune feste di Berlusconi ad Arcore.

I racconti delle due giovani – la cubista sentita a Palermo e Ruby, che ieri ha compiuto diciott’anni – si confermano in molti punti. Entrambe descrivono le cene, i riti sessuali, i tuffi in piscina. In più, la cubista aggiunge il particolare delle droghe leggere che giravano tra le ragazze.

Un particolare inedito, che contraddice altre dichiarazioni di ragazze presenti alle feste, le quali descrivono invece ai giornalisti un Berlusconi molto attento a non far entrare droghe nelle sue residenze.

Adesso toccherà a Ilda Boccassini, procuratore aggiunto a Milano, gestire insieme al pm Antonio Sangermano anche i materiali investigativi arrivati dalla Sicilia. L’indagine milanese era decollata l’estate scorsa, dopo alcuni mesi di un’inchiesta sottotraccia su un giro di prostituzione d’alto bordo.

Gli investigatori si erano già imbattuti in una certa Karima El Mahroug (il vero nome di Ruby) e stavano cercando di decifrare il ruolo di Lele Mora e di Nicole Minetti, la ballerina di “Colorado Cafè” che si è rapidamente trasformata in igienista dentale del presidente del Consiglio e ancor più rapidamente in consigliera regionale della Lombardia.

Nel luglio 2010, gli investigatori si concentrano su un fatto successo due mesi prima, quando Ruby era stata fermata con un’accusa di furto e portata in questura a Milano. È la ormai famosa notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, quando la ragazza viene affidata – dopo due telefonate di Berlusconi e contro la disposizione del magistrato dei minori – proprio a Nicole Minetti e alla escort brasiliana Michelle, che ospita Ruby nel suo appartamento milanese sui Navigli.

Michelle ha dichiarato al Corriere della sera di essere stata lei ad avvertire Berlusconi del fermo di Ruby, sostenendo di aver avuto da anni in agenda il numero privato del presidente del Consiglio, da usare in caso di “emergenze”.

Poi Ruby, minorenne, è stata più volte sentita dal procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno. Intanto, Berlusconi veniva informato in diretta delle mosse della procura di Milano e faceva avviare le contromosse per tentare di disinnescare le indagini.

Il caso ha voluto che dall’altro capo d’Italia, in Sicilia, i magistrati palermitani Teresa Principato, Geri Ferrara e Marcello Viola s’imbattessero in un traffico di droga in cui era coinvolta una trentenne di Parma, Perla Genovesi, attivista di Forza Italia e assistente parlamentare di un senatore Pdl della Lombardia, Enrico Pianetta.

Perla è in contatto con un boss di Cosa nostra della provincia di Trapani, Paolo Messina, considerato uno di coloro che proteggono la latitanza del superboss Matteo Messina Denaro. La donna ha rapporti anche con Vito Faugiana, di Castelvetrano, militante del Nuovo Psi. Messina commercia droga. Faugiana si occupa di gestire la clientela che acquista la coca.

Perla fa il corriere: trasporta droga dalla Spagna all’Italia e la distribuisce in Sicilia, in Emilia-Romagna, in Lombardia. Alle elezioni regionali del 2005, con Vito Faugiana tenta l’avventura politica, presentando il Nuovo Psi in Emilia e finanziando la campagna elettorale con i soldi del traffico di droga. Dalle urne esce un flop, ma Perla diventa assistente del senatore Pianetta.

È in contatto con il deputato Ignazio La Russa, con la coordinatrice Pdl dell’Emilia-Romagna Isabella Bertolini, con Sandro Bondi. Chiama anche villa San Martino, la residenza di Arcore di Silvio Berlusconi.

Nel 2007 cominciano i guai. Viene fermata a un posto di blocco in compagnia di Faugiana e gli agenti le trovano della cocaina in macchina. Evita l’arresto soltanto perché è incinta. Non lo eviterà però tre anni dopo, quando nel luglio 2010 viene condotta in carcere. A questo punto decide di parlare.

E racconta, oltre a quel che sa dei traffici di droga, anche dei festini targati Pdl. Un giro di “banchetti orgiastici” a base di sesso e droga, organizzati da Paolo Messina nelle ville di esponenti del Popolo della libertà nella Sicilia occidentale. Ma accenna anche a feste simili che avvengono al Nord.

Dice di aver presentato Nadia Macrì, sua amica, una cubista ventottenne, a Renato Brunetta, parlamentare Pdl che in seguito diventa ministro della Funzione pubblica. Perla riferisce che la ragazza le ha poi raccontato di essersi inserita nel giro grande, quello delle feste di Berlusconi, di aver partecipato a party notturni nelle sue residenze a Roma, a Milano e in Costa Smeralda. “Sono entrata nel giro delle feste del presidente”, le avrebbe confidato la ragazza.

I racconti di Nadia sono stati resi ai pm palermitani ai primi di ottobre, confermando le dichiarazioni di Genovese. Ma ha anche aggiunto dettagli sulle feste col premier, particolari che combaciano con quelli di Ruby e, in più, ha aggiunto la presenza della droga leggera a disposizione delle ospiti, per prepararsi alla gran serata.

Macrì ha riferito di aver incontrato “due o tre volte” Silvio Berlusconi tra il 2009 e il 2010. In due occasioni avrebbe avuto con lui rapporti sessuali a pagamento, pagati ogni volta con cinque mila euro contenuti in una busta. Gli incontri erotici sono entrambi avvenuti dopo alcune feste a cui avrebbero partecipato decine di persone, “tra politici, avvocati, notai…”.

In questo “giro delle feste del presidente” Macrì ci è entrata dopo avere conosciuto Renato Brunetta nel 2006. Lunedì il ministro della Funzione pubblica, raggiunto al telefono dal Fatto quotidiano, spiegava di aver visto la ragazza una volta sola, durante un convegno a Roma, e di averle fornito consigli legali. “Mi è stata presentata da Perla Genovese e, disperata, mi ha chiesto consigli perché aveva paura che le togliessero il figlio. Le ho suggerito i nomi di alcuni avvocati che potevano aiutarla e poi non ho rivisto più né lei né la Genovese”.

Eppure la ragazza ha lanciato pesanti accuse anche nei confronti di Brunetta. In cambio di rapporti sessuali pagati con 300 euro e alcuni gioielli, il politico la segnalò all’avvocato Carlo Taormina affinché la assistesse nella causa civile.

Taormina però non seguì mai personalmente la causa e per questo Macrì si è detta delusa. In serata il ministro Brunetta ha ribadito di aver incontrato la ragazza in una sola occasione “, priva di qualsiasi altro risvolto, tantomeno volgare o squallido”, aggiungendo che “per i suoi problemi gli indicai l’avvocato Taormina. Non l’ho più rivista nè sentita e non so a quali risultati sia o meno approdata l’assistenza del legale”.

L’escort ha riferito di aver conosciuto Lele Mora in discoteca, e tramite lui sarebbe arrivata a Fede. Ha raccontato di essere andata a trovare il giornalista al Tg4, che poi l’ha introdotta a Berlusconi. La ricostruzione di questi passaggi è sembrata lacunosa ai magistrati.
L’escort ha anche parlato di un secondo tramite col premier, un politico emiliano conosciuto come cliente, “un pezzo grosso” a cui chiese se poteva presentarla al presidente del Consiglio.

Dopo qualche tempo la giovane donna avrebbe ricevuto una telefonata di Berlusconi. Ma c’è anche un ‘public relation‘ milanese, di cui la ragazza non ha fornito dettagli. Ha solo parlato di una persona incontrata per la strada, che l’avrebbe notata e invitata a partecipare alle feste.

Il sospetto dei pm palermitani è che la testimone voglia coprire qualcuno. Ricostruendo i party ai quali avrebbe partecipato, Macrì ha parlato di venti ragazze per volta aggiungendo che si sarebbe consumata “erba”.

La donna si è spinta nelle sue rivelazioni sostenendo che al termine delle feste, Berlusconi si sarebbe appartato con le ragazze, e in qualche caso con più di una per ciascuna sera.

Adesso le dichiarazioni di Perla e quelle ancor più scottanti, di Nadia arriveranno sul tavolo di Ilda Boccassini, ad appesantire i fascicoli che coinvolgono Lele Mora, già in passato descritto come manager con un entourage non privo di relazioni pericolose con ambienti della criminalità organizzata. La diciottenne Ruby, nei primi giorni della sua maggiore età, ne vedrà delle belle.



Caso Ruby, decisive le intercettazioni. E adesso B. le vuole cancellare definitivamente
di Davide Milosa - www.ilfattoquotidiano.it - 2 Novembre 2010

Le telefonate non potranno essere usate come prova mé dall'accusa né dalla difesa. Questo il progetto del Cavaliere per arginare la frana che sta travolgendo il suo governo

Lui proprio non le sopporta. Vorrebbe cancellarle. Il chiodo è fisso da anni ormai. Nessun segreto. In fondo, Silvio Berlusconi vive le intercettazioni come il peggiore dei mali possibili. Oggi più di ieri.

Con il caso Ruby Rubacuori che pesa come un macigno sul su governo. Ma non solo. Anche sulla propria immagine personale ormai al tracollo tra bunga bunga e festini hard conditi con qualche bustina di droga.

E allora, eccolo, ospite all’inaugurazione della fiera milanese sul Ciclo e Motociclo, sciorinare un proposito dopo l’altro. Via libera a brogliacci e tabulati telefonici solo per terrorismo, criminalità organizzata, pedofilia e omicidio. Niente droga, naturalmente. E naturalmente, nisba prostituzione.

Ci mancherebbe. Un caso? Mica tanto. Sono proprio le intercettazioni il piatto forte dell’ultimo pasticcio che dalla Questura rimbalza in procura, dove l’affaire Ruby s’impasta con una corposa inchiesta su un giro di escort.

Inchiesta vecchia maniera, si dice. Che parte da informatori, scende in strada con servizi di appostamento e trova conferma in sala d’ascolto. I telefoni subito scottano. Nessuno pensa a essere intercettato.

E quindi si parla. Si commenta. Una frase dopo l’altra, una battuta dopo l’altra. Il quadro si compone. Gli investigatori annotano. Compilano informative. Inviano carte in procura. Ecco come si forma il reato. Che da giorni suona così: favoreggiamento alla prostituzione.

Sul registro degli indagati ci finiscono Lele Mora, Emilio Fede, e la consigliera regionale Nicole Minetti. Tutti fedelissimi di B. Che ora inizia ad aver paura. Lui, per adesso, resta fuori da ipotesi d’accusa. Ma poco importa. Altre, e forse molto più gravi, sono le sue responsabilità

Imprudenze smascherate proprio dalle intercettazioni. Quegli stessi brogliacci che hanno dato vita alle ultime inchieste su mafia e corruzione in Italia e in Lombardia. E che rimbobamo da tempo sui giornali.

Già, perché, da sempre, si inizia a intercettare non per il reato di associazione mafiosa, ma magari, appunto, per traffico di droga o guarda caso per prostituzione o ancora più banalmente per reati finanziari come fatturazioni false e simili.

Ma il Cavaliere non si ferma. Indossa la maschera più seria che conosce e inzia a menar colpi. Sotto ancora con le intercettazioni. Che, dice B., non potranno essere usate come prova né dall’accusa né dalla difesa.

Allora perché intercettare? Giusto. Ma con una nota a margine. Per il premier le intercettazioni possono valere ma solo se preventive. Arte in cui sono maestri i servizi segreti. Gli stessi che in ultimo devono rendere conto a chi? Ma sì proprio a lui, Silvio Berlusconi.

Controllo totale, dunque. E bavaglio collettivo. All’indice, manco a farlo apposto, i giornalisti. Per i quali, il Cavaliere immagina un fermo da 3 a 30 giorni da parte del loro quotidiano se solo si azzardano a rendere noto ai cittadini il contenuto delle telefonate.

Se fosse così, tutti i pazienti passati per le mani del macellaio Pier Paolo Brega Massone, chirugo della clinica Santa Rita, mai avrebbero saputo il perché di quelle operazioni folli e improvvise, di quei tumori che nascevano senza preavviso, di quei malanni che nonostante la sala operatoria proseguivano.

Nel frattempo lui raccontava: “Io pescavo dappertutto, da Lodi, dove tiravo fuori le mammelle, poi ho cominciato a pescare anche i polmoni… dall’Oltre Po pavese, da Pavia, da Milano”. Parole che incastrano e derubricano il tutto a una condanna per 15 anni. Eppure, il Cavaliere palleggia parole in serenità. Dice e conclude: “I giornali vi imbrogliano”.


“Stupidità”, “abuso di potere”, “casini”. Da Libero e il Giornale rasoiate e ironia su B.
di Simone Ceriotti - www.ilfattoquotidiano.it - 2 Novembre 2010

“Stupidità sconcertante”, “abuso di potere”, “casini autoprocurati e non complotti”. Insomma, “il Cavaliere si dia una calmata”. Firmato Belpietro, Veneziani, Facci, Feltri. L’emorragia di consensi e la solitudine sempre più marcata di Silvio Berlusconi è tutta qui, nelle parole scritte oggi da giornalisti e opinionisti storicamente pronti a difendere il Capo e a contrattaccare con tutte le armi.

Oggi, invece, non è andata così: è tutto un susseguirsi di critiche. E le prime pagine di oggi di Libero e Il Giornale spiegano addirittura meglio delle inchieste giornalistiche e giudiziarie il guaio politico in cui si è cacciato il premier.

Gli schiaffi più forti arrivano da Libero, con Filippo Facci che, nella sua rubrica in prima pagina, non usa giri di parole: “Non si può campare pensando sempre che gli altri sono peggio, che i giudici sono comunisti e che Fini è un traditore: anche se ci fosse del vero in tutto quanto. Non si può passar la vita a difendere il privato di Berlusconi se poi Berlusconi non fa niente per difendere dal suo privato noi”.

L’opinionista di Libero non si limita a prendere le distanze dal premier sull’ormai famosa notte del 27 maggio (“Se di notte il premier non telefona a Obama ma a Nicole Minetti, e se la liberazione di una cubista marocchina è divenuta la missione più rilevante della nostra politica estera, la colpa non è mia”), ma tira in ballo con un’ironia velenosa anche l’assenza di dirigenti di peso nel Pdl: “Se dietro Berlusconi non c’è un partito ma c’è solo lui, oltre a una serie di soldatini imbarazzanti, la colpa forse è addirittura sua”.

Stupisce anche il tono tutt’altro che accomodante con cui il direttore Maurizio Belpietro tenta la difesa d’ufficio del premier, sostenendo la tesi che “il reato di abuso di ufficio non esiste nel codice penale del nostro Paese”, quindi Berlusconi non è perseguibile (“Esisteva fino a qualche anno fa l’abuso d’ufficio”, continua Belpietro, “ma per fare un piacere a Prodi è stato modificato”).

La sostanza politica dell’articolo è, però, ben chiara. E durissima nelle parole scelte: “La stupidità sconcertante – scrive Belpietro – con cui, la sera del 27 maggio, il presidente del Consiglio si è infilato nel pasticcio di Ruby, è una questione che peserà sulla sua immagine e sul suo consenso”.

Non è abbastanza chiaro? Ecco un passaggio ancora più diretto: “Per come la vediamo noi, a differenza delle volte scorse, il Cavaliere è messo male e rischia davvero di lasciarci le penne”.

Se Libero usa parole pesanti, allineandosi nell’analisi ai tanto odiati quotidiani “di sinistra”, il Giornale di via Negri non è da meno. E affronta il problema, pur sempre in chiave difensiva, ma senza risparmiare critiche.

Sotto al titolo “Un’altra escort, che barba”, il foglio diretto da Alessandro Sallusti pubblica un doppio editoriale: “Le mi perplessità sul premier” di Marcello Veneziani e “Le mie perplessità sugli altri” di Vittorio Feltri. Nel primo, l’intelletturale di destra si interroga: “Ma si può far cadere un governo sul bunga bunga?”

La risposta è sostanzialmente no, ma il commento sulla condotta di Berlusconi è comunque durissimo: “E’ brutto che un presidente del Consiglio frequenti una ragazza di 17 anni e che la frequenti magari negli stessi luoghi in cui incontra leader politici e uomini di Stato”.

Non è tutto, perché Veneziani attacca il premier proprio sulle parole usate nell’autodifesa: “Non si può chiamare aiuto umanitario il sostegno a un’escort alle prese con la polizia. Questo è anche un abuso di potere”.

E ancora: “Avremmo voluto un profilo più rigoroso, uno stile di vita più sobrio ed un senso dello Stato, della Nazione e una sensibilità storica e culturale che non vediamo”. Di tutt’altro tenore l’articolo di Vittorio Feltri, che se la prende con i perbenisti e con gli “argomenti da Inquisizione” usati dall’opposizione, ma chiude con un avvertimento: “D’accordo che la sinistra specula. D’accordo che vi è un palese accanimento giudiziario contro di lui, ma il Cavaliere si dia una calmata. Non si può andare avanti così, che barba”.

Ancora più esplicita la chiusura di Feltri: “Berlusconi si persuada: le idee correnti sono pericolose perché vengono dal popolo, e lui è solo al popolo che deve i voti. In politica occorre adattarsi al sentimento comune, anche se non lo si condivide”.

Previsioni catastrofiche per il governo anche da parte de Il Tempo, quotidiano romano che esprime posizioni vicinissime alla maggioranza. Il direttore Mario Sechi sceglie il titolo “Sta per arrivare il botto”.

E traccia una road map in sette punti che parte con “Silvio Berlusconi che sarà indagato alla procura di Milano per la vicenda della telefonata in questura” e, passando per Fli e la Lega che spingono verso la crisi, arriva a Napolitano che apre un giro di consultazioni con tutte le forze politiche. “Ordinate i popcorn e state incollati alla poltrona, nel Palazzo sta per saltare tutto”.


Prova su marciapiede
di Marco Travaglio - www.ilfattoquotidiano.it - 2 Novembre 2010

Il capo del governo chiama la questura, ordina di violare la legge e fornisce le menzogne necessarie per farlo. La questura obbedisce, ma c’è un problema: il magistrato.

Niente paura: si racconta qualche menzogna anche a lui e alla fine gli ordini del capo del governo diventano legge. Anche se la legge dice il contrario. Anche se i poliziotti dovrebbero essere i “tutori della legge”.

È la prova di laboratorio della “riforma della giustizia” berlusconiana, quella sperimentata la sera del 27 maggio sulla linea telefonica tra Palazzo Grazioli e la Questura di Milano.

In ciò che è accaduto quella notte intorno a “Ruby” c’è tutta la democrazia ad personam che B. tenta da 16 anni di trasferire nella Costituzione e, nell’attesa, ha trasformato in prassi consolidata.

In passato non c’era bisogno di tanta fatica: bastava corrompere politici, finanzieri, magistrati, testimoni e il gioco era fatto. Ma che fare se il poliziotto e il magistrato non si fanno comprare o non c’è tempo per corromperli?

Si racconta che Ruby è la nipote di Mubarak (falso; ma, anche se fosse vero, la ragazza non avrebbe diritto ad alcun trattamento particolare), insomma si rischia l’incidente diplomatico con l’Egitto (falso); e che l’igienista dentale-consigliera regionale Nicole Minetti la prenderà con sé (falso, la scaricherà in casa di una escort brasiliana).

Questo però non basta al pm dei minori, che raccomanda di tenere la ragazza in questura fino all’avvenuta identificazione o, in alternativa, di affidarla a una comunità protetta: allora si racconta al magistrato che è stata identificata (falso) e che non c’è posto in nessuna comunità protetta (falso, ce n’erano ben quattro disponibili, ma nessuna è stata chiamata, così come non è stato interpellato l’apposito ufficio comunale).

Ce ne sarebbe abbastanza per far saltare il questore e il capo di gabinetto, ma il ministro Maroni ripete a pappagallo che “è stata seguita la normale procedura” (falso) ed è “tutto regolare” (falso).

Per coprire le menzogne del premier e della questura
, deve mentire pure il ministro dell’Interno, subito coperto dal suo leader Bossi, che è pure ministro (Riforme istituzionali) e se ne esce con un incredibile: “Berlusconi non doveva telefonare in questura: doveva chiamare Maroni o me”.

Sintesi spettacolare della concezione proprietaria della democrazia che accomuna il governo della “sicurezza” e della “tolleranza zero” contro l’immigrazione e la criminalità: caro Silvio, se devi salvare un’amica minorenne fermata per furto dalle grinfie di polizia e magistratura (che notoriamente accolgono le minorenni fermate per furto col rituale del bunga bunga), non sporcarti le mani, ci pensiamo io e Maroni che a Milano facciamo il bello e il cattivo tempo. Una pennellata di federalismo sulla Casta del privilegio: la devolution dell’impunità.

Chi ancora sobbalza o inorridisce dinanzi a simili spettacoli conservi un po’ di sdegno per il futuro. Ciò che è avvenuto in quella calda notte di fine maggio è quanto ci riserva il futuro se chi può – Napolitano o Fini o tutti e due (tralasciamo volutamente Schifani, la carica dello Stato rimasta, perché ci vien da ridere) – non si affretta a liberarci dal nano. E se dunque la controriforma della giustizia entrerà nella Costituzione.

Secondo il progetto Alfano (cioè Berlusconi), il pm non potrà più disporre della polizia giudiziaria, che risponderà in esclusiva al governo; le procure dovranno attendere pazientemente che gli agenti portino sul loro tavolo questa o quella notizia di reato, opportunamente filtrata dal governo stesso, si capisce; ogni anno sarà il Guardasigilli, cioè il governo, a indicare le “priorità” dei reati da perseguire (quelli dei nemici del governo) e da tralasciare (quelli dei membri e degli amici del governo).

Dunque, non capiterà più che un poliziotto zelante segnali alla Procura di Milano quel che è avvenuto quella notte in Questura. Vi piace il presepe? È il futuro che ci riserva questo governo. Il caso Ruby ne è la prova su strada. Anzi, su marciapiede.


Una repubblica da peep-show
di Andrea Pomella - www.ilfattoquotidiano.it - 2 Novembre 2010

Succede come in un’orgia per iniziati. A un certo punto della notte gli ospiti, senza darlo a vedere, si accostano alle uscite, nascondono le mani sporche di peccato, indossano frettolosamente i lunghi cappotti sui corpi ancora nudi, si lanciano occhiate d’intesa. Qualcuno ha avuto la soffiata: la polizia sta per arrivare.

Eppure, apparentemente, tutto continua come se niente fosse, il padrone di casa, accecato della lussuria, corre di stanza in stanza, di copula in copula, il suo desiderio sfrenato ormai gli impedisce ogni idea razionale.

Ma la casa comincia a svuotarsi, qualcuno si addolcisce la bocca con un cioccolatino prima di eclissarsi nella notte, perfino i camerieri si tengono pronti a sfilarsi la divisa, a mollare sul primo tavolo i vassoi ricolmi di bicchieri e di bottiglie di champagne, a rinunciare alla paga della sera pur di non avere grane.

È più o meno questa l’aria che si respira in casa Pdl, adesso che anche i giornali del padrone, i suoi inservienti, i suoi garzoni, i suoi lacchè mandano segnali di insofferenza, rompono il muro di cemento che ha difeso il forte da ogni attacco.

Non so ancora se siamo di fronte all’ultimo atto di una commedia tragica (o di una tragedia comica, fate voi), quella che negli ultimi vent’anni ha polverizzato ogni residuo di serietà in questo paese.

So che, presto o tardi che sia, ci troveremo a dover fronteggiare lo spettacolo desolante delle macerie, il lezzo degli avanzi, la casa in cui gli ori della menzogna al crepuscolo rilucevano come in un sogno, e che invece, con la luce sinistra del sole mattutino, dopo l’orgia, dopo la verità, apparirà in tutta la sua miseria e in tutto il suo squallore.

È il sesso, ancora una volta, il punto di caduta del cavaliere. E stavolta non per una banale questione di reati contro la moralità pubblica e il buon costume, ma perché la mercificazione dei corpi attuata dal potere, dal suo potere – prima quello mediatico poi quello simbolico del super-uomo di razza italica – attraverso decenni di contraffazione culturale, ha trasformato il sesso in un’illecita presa di distanza dall’umanità, e l’Italia intera in quel luogo di confine dove si può consumare sesso voyeuristico a basso costo, in parole povere in una repubblica da peep-show.

Lo aveva capito Pasolini (di cui proprio in questi giorni ricorrono i trentacinque anni dalla morte) che nella sua opera più controversa, Salò o le 120 giornate di Sodoma, fa pronunciare al Duca una frase che non stonerebbe in bocca all’inquilino di Palazzo Grazioli mentre passa in rassegna le sue reginette di bellezza: Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo voi siete già morte!”.

Niente di più terribile, niente di più vero.


La fine di B., lo stracotto

di Giulietto Chiesa - Megachip - 2 Novembre 2010

Silvio Berlusconi è finito. Lo si capisce ormai da molti segnali, tutti infausti per lui.

L'ultima faccenduola, di Ruby, la minorenne, ha fatto tracimare il vaso. Famiglia Cristiana ha lanciato uno sferzante anatema. Cioè il mondo cattolico di base (anche se non ancora le gerarchie) lo ha scaricato.

La signora Marcegaglia ha chiesto il ritorno alla "dignità delle istituzioni". Il che significa che anche il sindacato dei padroni ne ha piene le scatole di questa situazione incresciosa.

Gianfranco Fini si è lasciato scappare addirittura la parola "ostruzionismo". E se un presidente di una Camera diventa sostenitore del filibustering vuol dire che il "dolo" (pardon il "lodo") proprio non glielo regalerà.

Perfino Galli della Loggia scrive parole di fuoco sul Corriere della Sera contro Berlusconi in persona

Sappiamo già che Washington non lo ama e non l'ha mai amato, salvo che ai tempi di Bush Junior. Dell'Europa non ne parliamo. Gli restano solo Putin e Bossi, ma non gli basteranno.

Dunque, Berlusconi è stracotto. Può solo bruciare, appunto come lo stracotto rimasto troppo a lungo nel forno. Tuttavia non si dimetterà. Quindi produrrà ancora guai, nel senso di un degrado istituzionale, fino allo sfascio. E forse peggio, in modi che sarà difficile prevedere, comunque pericolosi per la democrazia, oltre che per la decenza.

Il problema è il dopo. Che non lascia sperare quasi nulla di buono. Perchè la macelleria sociale, che Berlusconi non ha voluto portare a fondo (per demagogia, e incapacità, ma anche perchè il consenso popolare è già franato), sarà compito dei successori.

E chi sono i successori? Quello che si delinea "dopo", voto anticipato o non anticipato, è un governo centrista, imperniato su Gianfranco Fini, con la partecipazione del PD di Bersani e dell'UDC di Casini. Bella compagnia non c'è che dire.

L'unica cosa decente è che si tornerà alla decenza (in senso stretto) e al rispetto delle regole formali della vita democratica.

il resto sarà, in politica interna ed economico-sociale, l'indecenza della ripetizione ossessiva del mantra della "crescita" del PIL, delle ricette marchiate Marchionne.

E, in politica estera, la fedeltà alla Nato, e la prosecuzione della guerra in Afghanistan. Cioè la totale subalternità alle scelte di Washington.


P.S. Con questa frase sui gay, Berlusconi ha già mandato il primo messaggio ai suoi elettori...

martedì 2 novembre 2010

Brasile: vince Dilma. In bocca al lupo!

Alcuni articoli sulla vittoria di Dilma Rousseff alle elezioni presidenziali brasiliane.

La prima donna nella storia del Brasile a ricoprire il ruolo di Presidente.

In bocca al lupo.


Brasile, tocca a Dilma Rousseff
di Fabrizio Casari - Altrenotizie - 2 Novembre 2010

Con il 56% dei voti, Dilma Rousseff, candidata del PT e, prima ancora, candidata di Lula alla guida del Paese, è stata eletta Presidente del Brasile. E’ la prima volta, in oltre 120 anni di Repubblica, che il gigante carioca sceglie una donna per la presidenza.

Un successo che si annunciava già dai sondaggi che si accavallavano in campagna elettorale; i due mandati del suo predecessore e mentore, Ignacio Lula da Silva, erano stati segnati da un tale successo che il proseguimento del Partito dei Lavoratori al potere era sembrato inevitabile.

Il fatto che lo stesso ex-presidente uscente avesse deciso, in totale autonomia, di candidare l’ex-guerrigliera, ha avuto l’effetto di calamitare il voto anche di chi della Roussef conosceva poco.

L’elezione di Dilma, infatti, per molti brasiliani è stata anche un modo di rendere tributo agli anni di presidenza Lula, considerati universalmente come i migliori della storia moderna brasiliana. L’aver dovuto ricorrere al secondo turno, pare semmai essere, al momento, la tassa di successione che l’economista esponente del PT abbia pagato per gestire il patrimonio lasciatole da Lula.

Lo stesso Partito dei Lavoratori risentirà positivamente del successo ottenuto dalla Roussef, giacché è indiscutibile che la sua candidatura, proprio perché priva del carisma autosufficiente del predecessore, ha espresso un voto favorevole anche al partito nel quale ha sempre militato, che non si è risparmiato nella campagna elettorale.

E seppure la popolarità di Lula (l’83% dei brasiliani giudicano “ottima” o “molto buona” la sua presidenza ndr) é stata certamente determinante per il successo della nuova Presidente, Dilma Rousseff non può essere considerata esclusivamente il prodotto di una scelta di continuità. Da guerrigliera a Ministro della Repubblica, questa donna di 62 anni ha dedicato la sua vita al Brasile.

Che la sua popolarità sia passata dai verbali della polizia politica della dittatura militare brasiliana, (che in esecuzione del Plan Condor era impegnata nel perseguire agli oppositori) a quella dei quartieri del ceto medio e delle favelas brasiliane, è merito proprio di un carattere e di una abilità politica di Dilma che non vanno sottovalutate.

E se il voto brasiliano si è espresso nel segno della continuità con gli anni della presidenza Lula, scegliendo la continuità, la nuova inquilina del Planalto si troverà a dover gestire una fase politica di grande prospettiva.

Gli anni di presidenza Lula hanno visto ridursi di venti milioni il numero dei poveri, una crescita economica impetuosa, con un Pil che è volato su livelli cinesi ed un ruolo internazionale del Paese che è enormemente cresciuto.

Il Brasile che Lula lascia in eredità alla Rousseff ha avuto una prepotente crescita economica e sociale. Sul piano sociale è stata straordinaria la campagna “fame zero”, che ha destinato risorse economiche alla popolazione più emarginata, che solo con la Presidenza Lula si è vista trasformare da problema di ordine pubblico in oggetto di politiche sociali.

L’economia brasiliana è oggi l’ottava al mondo e le politiche keynesiane sviluppatesi nei sette anni appena scorsi (che pure non hanno subìto un aumento dell’inflazione, come i suoi detrattori vaticinano ogni volta che la finanza viene subordinata alla crescita economica generale) hanno permesso la crescita del mercato interno, che ha avuto a che vedere in buona parte con l’accesso al credito di circa 40 milioni di brasiliani, che hanno potuto lasciare il proletariato per divenire classe media.

Il Brasile che lascia Lula, non poi è solo un esempio di buongoverno, ma anche di leadership internazionale. Il gigante carioca, infatti, oltre ad essere impegnato nell’avanzamento della sua crescita economica, è stato parte fondamentale della gestione politica della nuova democrazia latinoamericana.

Brasilia, infatti, è stata ed è tuttora alla testa dei processi che, a livello continentale, disegnano il nuovo profilo delle democrazie latinoamericane. Compito che Lula ha svolto con grande abilità; con toni certamente diversi da quelli di Chavez, ma con nettezza non certo minore, la cancelleria brasiliana ha svolto un ruolo decisivo nella riduzione del peso statunitense nel continente.

Il sostegno a Venezuela, Bolivia, Argentina e Cuba, il suo ruolo attivo nella difesa della vita dell’ex-presidente hondureno Zelaya, in sfida ai golpisti honduregni e ai loro sponsor Usa, è stato condotto in simultanea con il progressivo miglioramento dei rapporti bilaterali con i paesi vicini, rendendo il Brasile interlocutore ineliminabile per le controversie regionali e per i piani di crescita economica, tanto a livello continentale che internazionale.

Il Brasile ha decisamente modificato il suo status, cessando di essere solo una potenza regionale per divenire un attore globale, il cui peso incide negli equilibri internazionali.

La sua stessa candidatura al seggio permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu è rapidamente diventata una battaglia di quasi tutti i paesi sudamericani, che nel gigante carioca vedono il loro rappresentante destinato a bilanciare per il Sud - almeno parzialmente - lo squilibrio del peso politico del Nord in seno alla comunità internazionale.

Mantenere questo livello di prestigio nei diversi fori internazionali - dal G-20 al FMI, all’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) - sarà uno dei compiti principali della nuova Presidenza Rousseff.

Nelle sue prime dichiarazioni successive alla vittoria, la Rousseff si é riferita alla “immensa forza che sorge dal popolo” quale arma decisiva per affrontare le sfide maggiori della sua presidenza. Ma la popolazione brasiliana, comei governi democratici latinoamericani, hanno tirato un sospiro di sollievo.

L’onda lunga, cominciata negli anni ’90 con la nascita del Foro di Sao Paulo e concretizzatasi poi nella sinistra al governo nella maggior parte dei paesi latinoamericani, é ancora forte. Le pretese di riconquista Usa sul continente, sembrano ancora destinate al magazzino delle nostalgie irripetibili.


Buon lavoro, Dilma

di Mario Agostinelli - www.ilfattoquotidiano.it - 2 Novembre 2010

Dilma Rousseff, vicina a Lula, vince il ballottaggio per le presidenziali in Brasile. Ma quel che conta è la qualità della vittoria, sostenuta dall’appoggio degli strati popolari (stravittoria negli Stati poveri del Nordest e nel Nord amazzonico) e dal protagonismo di due donne eccezionali: Dilma, attenta all’emancipazione dei poveri e del mondo del lavoro, e Marina Silva, appassionata sostenitrice dei diritti ambientali, convinta che solo un governo socialista, progressista e ecologista possa dar futuro al Brasile.

Marina si è complimentata subito con Dilma, al contrario del candidato delle destre, l’ex “socialdemocratico” Serra che ha aspettato tre ore e ha fatto un discorso aggressivo parlando di “inizio di una lotta durissima e di un’opposizione che deve mettersi in trincea”.

Questo, dopo che la nuova presidentessa aveva dichiarato che cercherà la collaborazione di tutti. Si cerca, nella grande stampa brasiliana, di far passare l’idea che Lula e Dilma non sono democratici perché “mettono su” i poveri, dividono il paese, criticano il fatto che i mass-media siano controllati da una decina di famiglie.

Sarà dura per Dilma, perché è venuto il tempo delle riforme vere. Lula ha aperto la strada con politiche sociali sostanzialmente compensative ma non definitivamente strutturali. Ma è bastata questa prima svolta per suscitare un’avversione di classe a livello viscerale.

Adesso viene il momento di affrontare gli interessi consolidati che sono responsabili delle grandi disuguaglianze nel Paese e di mettere le mani nei problemi drammatici che restano ancora irrisolti:

- 38.000 persone assassinate ogni anno, con un mercato di 16 milioni di armi da fuoco;
- il 50% delle abitazioni senza fognature;
- l’11% dei giovani nelle università (contro il 15% in Bolivia e il 32% in Argentina);
- un sistema sanitario privato che prosciuga il 70% delle risorse;
- un sistema fiscale regressivo (27% tetto massimo sul reddito delle persone anche se guadagnano 1, 10, 100 milioni di euro l’anno);
- 190 milioni di bovini allevati a fronte di milioni di bambini che non possono accedere a latte e carne;
- la concentrazione della terra in mano di pochi: metà del territorio raggruppato in proprietà di più di mille ettari.

Affrontare questi problemi non sarà facile.

Buon lavoro, Dilma, buon lavoro Brasile! Grazie per questa vostra voglia di cambiamento, di tensione sociale positiva. Nella speranza che questo vento di novità soffi anche da questa parte dell’Atlantico.


"Mai più miseria in Brasile"
di Dilma Rousseff - La Stampa - 2 Novembre 2010

Il primo discorso della presidente Dilma Rousseff: più spazio alle donne nella società

Ho ricevuto da milioni di brasiliani la missione più importante della mia vita. La dimostrazione del progresso democratico del Paese perché, al di là della mia persona, per la prima volta una donna è Presidente del Brasile.

E qui arriva la mia prima promessa post voto: onorare le donne brasiliane affinché questo fatto si trasformi in un qualcosa di naturale, che si ripeta anche nelle aziende e in tutti i settori della società. L’uguaglianza di opportunità tra uomini e donne è un principio fondante di ogni democrazia.

Mi piacerebbe che i papà e le mamme del Brasile guardassero negli occhi le loro bambine e dicessero: sì, le donne possono. Valorizzerò la democrazia in ogni sua forma, dal diritto di opinione e di espressione ai diritti fondamentali all’alimentazione, al lavoro, al reddito, ad una casa degna e alla pace sociale.

Mi batterò per la totale libertà di stampa, di religione e per l’osservazione continua e totale dei diritti umani così ben consacrati dalla nostra Costituzione che garantirò come è dovere supremo di ogni Presidente. Ripeto il mio impegno fondamentale della campagna elettorale, ossia lo sradicamento della miseria e la creazione di opportunità per tutti.

Quest’obiettivo ambizioso non sarà realizzato solo con la volontà del Governo ma è un appello alla Nazione, agli imprenditori, alle chiese, alle università, alla società civile, alla stampa, agli amministratori pubblici e a tutte le persone perbene.

Non avremo pace né riposo sino a quando ci saranno brasiliani affamati, famiglie che vivono in strada e bambini poveri abbandonati al proprio destino.

Lo sradicamento della miseria nei prossimi anni è un obiettivo di cui mi faccio carico ma per centrarlo chiedo umilmente l’appoggio di chiunque possa aiutare il Paese a superare quest’abisso che ancora ci impedisce di poterci definire uno Stato sviluppato.

Continueremo a difendere la più ampia apertura delle relazioni commerciali e la fine del protezionismo dei paesi ricchi, che impedisce alle nazioni povere la realizzazione piena delle loro aspirazioni.

Avremo grandi responsabilità in un mondo che sta ancora affrontando gli effetti di una crisi finanziaria di grandi proporzioni e che per uscirne usa strumenti non sempre adeguati.

Sul piano multilaterale si devono stabilire regole più chiare per la ripresa dei mercati finanziari, controllando la speculazione senza limiti che aumenta la volatilità, di capitali e monete. Ci muoveremo in questa direzione in modo fermo nei vari consessi internazionali.

Avremo cura della nostra economia con grande responsabilità. Il popolo brasiliano non ammette più l'inflazione come soluzione irresponsabile per eventuali disequilibri né che il governo spenda più del necessario. Rifiuteremo lo spreco effimero che scarica sulle generazioni future solo debiti e disperazione.

In campagna elettorale ho promesso che i più bisognosi, i bambini, i giovani, i diversamente abili, i disoccupati, le persone anziane avrebbero avuto la mia attenzione. Confermo qui l’impegno. Quando mi insedierò sarò la presidente di tutti e rispetterò ogni differenza. Ringrazio molto il Presidente Lula.

Avere avuto l’onore del suo appoggio, il privilegio della sua presenza, aver imparato dalla sua immensa saggezza sono cose che restano dentro per tutta la vita. Averlo seguito in questi anni mi ha dato l’esatta dimensione del governante giusto e del leader, appassionato del suo paese e della sua gente.

La gioia che provo per la mia vittoria si mescola con l’emozione del suo addio ma so che un leader come Lula non starà mai lontano dal suo popolo e da ognuno di noi.

USA: elezioni di midterm con Obama ai minimi

Una serie di articoli sulle elezioni di midterm che si tengono oggi negli Usa.

Secondo i sondaggi il partito democratico di Obama è spacciato e destinato a perdere la maggioranza alla Camera e forse anche al Senato.

Lo stesso Obama è ai minimi storici in quanto a consenso personale e tra qualche mese si apre la campagna per le presidenziali del 2012. Non gli sarà affatto facile farsi rieleggere.


Midterm, oggi l’America al voto. Prova decisiva per il futuro di Obama
di Roberto Festa - www.ilfattoquotidiano.it - 2 Novembre 2010

Si chiude una campagna elettorale difficile per i democratici che secondo i sondaggi perderanno la maggioranza alla Camera. I repubblicani supportati dal populismo e dalle conseguenze della crisi cavalcano l'onda: "E' un referendum sul presidente"
E’ finita una tra le campagne elettorali più cattive degli ultimi decenni. Oggi 90 milioni di americani sono attesi alle urne. Si vota per eleggere 37 senatori, tutti i 435 deputati, 37 governatori.

Le ultime ore hanno visto un succedersi frenetico di rally e incontri. Soprattutto i democratici, sfavoriti nei sondaggi, hanno mobilitato la macchina del partito. Michelle Obama è volata in Nevada per difendere il seggio senatoriale di Harry Reid. Bill Clinton ha battuto senza sosta West Virginia e Stati del Sud.

Barack Obama
, dopo aver fatto campagna in 14 Stati, è rimasto alla Casa Bianca a dare interviste radiofoniche (tra i programmi prescelti, “On Air With Ryan Seacrest”, l’idolo delle ragazzine).

Nonostante la mobilitazione, le prospettive per il partito del Presidente sono pessime. Se la battaglia per il controllo del Senato resta aperta, alla Camera circa 100 seggi potrebbero passare ai repubblicani.

Quella di quest’anno è stata una campagna elettorale che si è ben presto trasformata in un referendum su Barack Obama. “Questo voto riguarda soltanto lui e la sua maggioranza al Congresso”, ha detto John Boehner, capogruppo repubblicano alla Camera.

Con un tasso di disoccupazione vicino al 10% e il cancro dei pignoramenti che si allarga (un proprietario su 86 a Chicago si è visto requisire la casa), i repubblicani hanno avuto buon gioco a mettere sotto processo la Casa Bianca. Obama e i democratici si sono mostrati timidi, sulla difensiva. Nell’ultimo appello elettorale, il presidente ha chiesto di “tornare allo spirito del 2008”.

Sarebbe stata più efficace qualche iniziativa concreta (per esempio, bloccare i pignoramenti dopo la scoperta di migliaia di irregolarità da parte delle banche). Ma Obama non ha avuto né la forza, né il coraggio per farlo (come invece fece uno dei suoi modelli, Franklyn D. Roosevelt, quando nel 1935 sponsorizzò il Frazier-Lemke Act che proibiva alle banche di impossessarsi delle fattorie).

Il risultato è che lo spirito, e la coalizione, del 2008, sono irrimediabilmente perduti. Donne, giovani, indipendenti, neri, ispanici, classi popolari, quest’anno non guardano ai democratici.

E’ stata anche una campagna che ha visto l’emergere di una classe politica repubblicana fondamentalista, millenarista, misto di anarchismo anti-Stato e conservatorismo sui valori, espressione del Tea Party o che ha trovato nel Tea Party un comodo alleato: gente come le teocratiche Sharron Angle e Christine O’Donnell, che si sentono chiamate da Dio a cancellare la riforma sanitaria di Obama; come Rand Paul, che vorrebbe permettere ai businessman di discriminare sulla base di razza, etnia o sesso; come Joe Miller, per il quale il salario minimo è una “misura socialista”.

Con questi nuovi repubblicani, sarà difficile promuovere iniziative legislative bipartisan al Congresso. “Sino ad ora l’atmosfera è stata ostile. Tra un po’sarà ostile alla nitroglicerina”, ha spiegato Ron Bonjean, uno stratega repubblicano.

Ma è stata soprattutto la campagna che ha segnato la saldatura più perfetta tra grande capitale e vecchia nomenclatura repubblicana, tesi a sfruttare gli umori populisti e cattivi d’America. 75 milioni di dollari sono stati fatti affluire nelle casse dei repubblicani dalle grandi banche e multinazionali – Goldman Sachs, Dow Chemical, Chevron Texaco, Aegon, Prudential Financial, Chamber of Commerce.

I think-tank più conservatori, il Competitive Enterprise Institute, la Olin Foundation, la Smith Richardson Foundation, la We The People Foundation, hanno gestito la sostanza ideologica di questa virata a destra.

In più di un’occasione è parso di rivivere l’attacco al New Deal del mondo degli affari e della grande industria, negli anni Trenta. I finanziamenti a pioggia ai repubblicani, il blocco degli investimenti sono un chiaro segnale che il capitale americano manda ai due anni che restano della presidenza Obama.

Infine, è stata una campagna elettorale che ha di nuovo mostrato la divisione del Paese. Metà America non riconosce questo presidente, come metà America non riconosceva quello precedente.

Tra meno di due mesi, a gennaio, si apre una nuova campagna elettorale, quella per le presidenziali 2012. Ci sarà altro tempo per sbranarsi, nuove possibilità di versare centinaia di milioni nella politica, infinite occasioni per bloccare il sistema America in un gioco di veti e interessi particolari.

Ma prima viene il risultato di oggi, la prova di quanto a destra vanno gli Stati Uniti.


Obama si prepara allo tsunami dei conservatori
di Maurizio Molinari - La Stampa - 2 Novembre 2010

Sondaggi impietosi: democratici sotto di 15 punti. Il Presidente pensa alle strategie per il dopo voto

Gli elettori americani si recano oggi alle urne per rinnovare il Congresso di Washington ed eleggere 37 governatori in una consultazione che i repubblicani affrontano convinti di poter infliggere ai democratici una sconfitta talmente netta da trasformare Barack Obama in un presidente dimezzato.

Il sondaggio con cui Gallup-UsaToday tasta il polso all’elettorato prima del voto descrive un possibile tsunami repubblicano in arrivo perché la differenza di 15 punti nelle preferenze - 55 a 40 per i repubblicani - è senza precedenti dal 1946, quanto tali rilevazioni d’opinione ebbero inizio.

I repubblicani sono convinti che l’onda favorevole nasca dalla somma fra lo scontento per la crisi economica e il calo della popolarità di Obama - è scesa al 42 per cento - e per rafforzare tale tendenza nelle ore prima dell’apertura dei seggi i leader del partito martellano la Casa Bianca.

«Gli elettori devono pensare che sulle schede c’è scritto il nome di Obama e poi votare contro di lui» afferma Haley Barbour, presidente dell’Associazione dei governatori repubblicani, mentre John Boehner, capo dei deputati, sbarca a Cincinnati, Ohio, per accusare il presidente di «aver adoperato il termine "nemici" per descrivere gli avversari» dimostrando di «avere un’idea dell’America molto diversa da quella di Ronald Reagan, George Bush, Bill Clinton e George W. Bush».

Il riferimento a Clinton non è casuale: negli Stati dove i seggi del Senato sono ancora il bilico - Nevada, Washington, Pennsylvania, Illinois, West Virginia e Colorado - i repubblicani puntano a mietere consensi fra gli indipendenti e anche fra i centristi democratici che considerano troppo di sinistra le politiche economiche di Obama.

Anche Mitch McConnell, capo dei senatori, concentra gli attacchi sull’inquilino della Casa Bianca: «Sappiamo tutti che punta ad essere riconfermato nel 2012 ma con il voto di Midterm gli americani possono già fargli capire che non la pensano allo stesso modo».

Conti alla mano i repubblicani sono sicuri di poter conquistare i 39 seggi necessari a controllare la Camera - alcuni sondaggi gliene assegnano oltre 60 - mentre la partita del Senato, dove avrebbero bisogno di 10 seggi in più, resta aperta.

Nel tentativo di difendere il Senato si muove la First Lady Michelle facendo tappa in Nevada e Pennsylvania per tentare di sostenere i traballanti candidati Harry Reid e Joe Sestak.

Obama invece durante l’intera giornata della vigilia non si è fatto vedere in pubblico, dedicandosi a registrate interviste che saranno trasmesse oggi e a partecipare a riunioni fiume con i collaboratori per pianificare il dopo-voto.

I repubblicani da parte loro hanno un’agenda d’attacco già pronta. Barbour promette: «Renderemo irriconoscibile la riforma finanziaria» bloccandone tutti i maggiori programmi. Eric Cantor, destinato a guidare la nuova maggioranza alla Camera, assicura che «taglieremo le tasse per aiutare cittadini e imprese».

Il primo braccio di ferro sarà sul rinnovo dei tagli fiscali varati da George W. Bush nel 2001 e 2003 ma, più in generale, avere una Camera contro significherà per Obama dover contrattare ogni singolo capitolo del bilancio federale.

Come se non bastasse il vento conservatore che spazza l’America porta con sé il ritorno sotto i riflettori di Karl Rove, l’ex guru di George W. Bush nei confronti del quale Obama ha usato il termine «nemico».

Negli ultimi due anni è stato Rove il commentatore tv più aspro con la Casa Bianca ed è sempre stato lui - con Ed Gillespie, ex capo di gabinetto di Bush - a coordinare la raccolta fondi attraverso gruppi indipendenti che ha portato valanghe di dollari ai candidati. Se i repubblicani vinceranno ci sarà, una volta ancora, il suo zampino.


La notte in cui Obama fa i conti con l'America
di Vittorio Zucconi - La Repubblica - 2 Novembre 2010

In un clima da grande depressione per il partito di Obama e di grande euforia per i suoi avversari repubblicani, i risultati elettorali che questa notte conteremo saranno letti come una sentenza di morte civile per il Presidente.

Dopo appena venti mesi di governo il solo dubbio che accompagna le elezioni politiche per la Camera e il Senato americani riguarda le dimensioni della debacle Democratica, letta come un "referendum" su Obama: sarà una sconfitta o una catastrofe epocale che farà di lui un ostaggio nella Casa Bianca e lo condannerà a non essere rieletto fra due anni?

Ogni elezione di metà mandato presidenziale è sempre vissuta e letta come un giudizio di Dio sul governo, che negli Stati Uniti non dipende, come in Italia, dalla fiducia del Parlamento, ma che ha bisogno del voto del Congresso per realizzare il proprio programma, approvare trattati internazionali e, soprattutto, scegliere i giudici federali e i membri della Corte Suprema.

Un Presidente che debba governare contro il Parlamento è, se non un'anatra arrostita, un'anatra molto azzoppata. E tanto più ampia e militante sarà l'opposizione emersa dal voto, tanto più difficile sarà il volo per il tempo che gli rimane.

Eppure questa di doversi misurare con un'opposizione divenuta maggioranza a metà del volo è la condizione frequente, se non normale, che quasi tutti i Presidenti americani dell'età moderna hanno dovuto affrontare.

Il "ribaltone all'americana" sembra altrimenti inspiegabile, o difficilmente credibile, se viene letto con i dati delle presidenziali del 2008 e con l'andamento dell'economia che, lontana da una ripresa robusta, è comunque ben al di sopra dell'abisso nel quale Obama la trovò dopo otto anni di Bush.

Al momento della sua vittoria, a fine novembre 2008, il principale indice di Borsa, il Dow Jones, galleggiava a stento sotto la quota 8.000. Ieri, vigilia delle elezioni, ha chiuso sopra quota 11 mila, il 37% in più, e la domanda retorica posta dal presidente non suona soltanto propagandistica: "Siete sicuri di voler ridare le chiavi della macchina a coloro che l'hanno portata nel burrone?".

Nella disfatta del suo partito c'è dunque molto più della frenetica rivolta del cosiddetto "Partito del Tè" anti-statalista, anti-tasse, anti-obamiano, "anti-tutto", o della delusione degli "obamaniac", dei suoi fan in una sinistra, sempre e ovunque autocondannata alle delusioni dalla enormità delle proprie illusioni.

C'è l'azione feroce di quel meccanismo riequilibratore del potere che la Costituzione, e la forma elettorale bipartitica e federale, ha costruito e che puntualmente scatta quando gli istinti profondi della nazione avvertono, o temono, che la grande nave America sbandi troppo.

La disfatta dei democratici è il rovescio della loro troppo grande vittoria e maggioranza parlamentare di due anni or sono. È la figlia del timore, forse del terrore, che un Presidente così diverso, con forti programmi innovativi, primo fra tutti il piano per una riforma sanitaria nazionale, appoggiato da un Parlamento con maggioranza schiacciante, potesse rivoluzionare la natura stessa dell'America.

Per rimettersi in linea di galleggiamento, la grande nave America rischia di sbandare sul bordo opposto, mettendo in difficoltà il comandante, anche a costo di ignorare completamente, come ora, il resto del mondo e le questioni internazionali, guerre e terrorismo inclusi, assenti dalla campagna elettorale.

Persino Franklyn Delano Roosevelt, in piena Guerra Mondiale, vide, nel 1942, la disfatta dei suoi democratici al Congresso, che lasciarono agli avversari 54 seggi, quanti ne dovrebbero perdere, sui 435 in palio, quest'oggi. L'amatissimo Ronald Reagan, idolo del repubblicani, perse due elezioni di mezzo mandato, nell'82 e nell'86, costretto a governare sempre contro il Parlamento.

E altrettanto dovette fare Bill Clinton, che nel 1994 subì una tremenda mazzata, lasciando anche lui 54 deputati e ben 8 senatori agli avversari. Bush scampò alla legge del riequilibrio soltanto grazie alla spinta emotiva iniziale della sfida terroristica e della guerra.

La lezione popolare al capo di governo in carica, la puntura al pallone del proprio mandato provvidenziale, che questa sera l'"Orfeo Nero" del 2008 subirà, è dunque segno di salute, non di malattia del sistema, fisiologia non patologia.

La candidature e le campagne elettorali possono rasentare il teatro dell'assurdo e del costoso (mai furono tanto dispendiose). Ma, dietro le grida esultanti dei vincitori domattina e le meste promesse di "fare meglio" degli sconfitti, la prodonda, cinica razionalità del sistema America si sarà riconfermata.

Nessuno deve mai avere troppo potere, deve sentirsi investito dalla Provvidenza. Un po' di "gridlock", di ingorgo stradale fra esecutivo e legislativo, fra Casa Bianca e Congresso, non dispiace affatto, né alla gente né al mondo del business, perché limita i danni di legislazioni troppo zelanti o ideologiche.

I voti delle elezioni mid-term sono il "memento mori", e il "sic transit gloria mundi" sussurrati all'orecchio del pontefice laico della religione America, da quella minoranza di cittadini (mai più del 37% degli elettori) che si prendono la briga di dirglielo.

Tra due anni, si vedrà. Truman, Reagan, Clinton, mazziati a metà del loro mandato furono poi rieletti. Il volo di Barack Obama non finirà necessariamente questa sera.


Come va l'America ? Malissimo per questo Obama perderà
di Federico Rampini - La repubblica - 1 Novembre 2010

Dall'ultima edizione del grande sondaggio sullo stato degli Usa redatto dal Brookings Institution emerge un clima di forte pessimismo sul futuro della nazione, e dati concreti di forte crisi economica e sociale. "Questo paese che sembrava convinto di riuscire in ogni sfida oggi sembra convinto che non ce la farà"

Lasciate stare i sondaggi dell'ultima ora, le proiezioni seggio per seggio, Camera e Senato, sulle perdite previste dei democratici. Per capire il terremoto politico preannunciato per domani in America è fuori dalla politica che bisogna andare.

La più completa rassegna dello stato reale della nazione è contenuta in un indice. "How We Are Doing Index": è il misuratore del "come stiamo andando". Lo ha messo a punto la Brookings Institution, autorevole think tank vicino al governo, ed è giunto alla sesta edizione. Ieri è uscito l'ultimo verdetto.

Un ritratto angosciante: se l'America ha cessato di essere la terra dell'ottimismo ha le sue buone ragioni, radicate nello stato reale delle cose. Sono 14 statistiche ben selezionate, che misurano il polso della situazione economica e sociale. Debolissima la crescita del Pil, appena il 2%, un'anomalia storica rispetto agli altri periodi post-recessione.

Ancora più significativo è lo stato del mercato del lavoro: il vero tasso di disoccupazione raggiunge il 16,8%, se si sommano i disoccupati ufficiali e quelli che hanno smesso di cercar lavoro per la disperazione, o sono rassegnati a part-time e lavoretti precari mentre vorrebbero un'attività vera.

Ben 23 Stati Usa, quasi la metà del totale, continuano ad avere un aumento della disoccupazione. Le case, principale deposito del risparmio familiare, hanno perduto il 33% del loro valore.

Lo stato d'animo dei consumatori, misurato da Reuters e University of Michigan, è ridisceso al livello dell'autunno 2009, cioè quando ci si sentiva ancora in piena crisi. Idem per il barometro di ottimismo-pessimismo dei piccoli imprenditori, di nuovo in discesa rispetto a quest'estate.

I dati conclusivi riguardano la percezione generale degli americani, e la loro visione del futuro. È qui che si misura un cambiamento eccezionale: la nazione che per generazioni stupì il mondo intero per la sua capacità di "pensare positivo", di nutrire un'illimitata fiducia nelle proprie capacità, è irriconoscibile.

Solo il 20% dei cittadini è soddisfatto di quel che l'America è oggi. E appena il 39% "sente che le cose si stanno evolvendo nella direzione giusta".

I tre ricercatori che hanno diretto l'indagine della Brookings Institution, Karen Dynan, Ted Gayer e Darrell West, sintetizzano così i sentimenti degli elettori che domani vanno alle urne: "Domina l'incertezza sull'economia, la fiducia dei consumatori frana, le prospettive di una ripresa sono grigie. Non c'è chiarezza sul futuro delle tasse.

Non c'è un piano per ridurre deficit e debito pubblico nel lungo termine. Nessuno sa se e come affronteremo problemi strutturali come la dipendenza energetica, l'ambiente, l'immigrazione". Inevitabile che una simile sindrome si traduca nella voglia di castigare chi governa. Il livello di consensi verso Barack Obama è sceso dal 54% di un anno fa al 45% oggi.

Non gli viene riconosciuto neppure il merito di avere arrestato la recessione, al contrario. "Meno di un terzo degli elettori - spiegano i ricercatori della Brookings - pensa che sia servita a qualcosa la sua manovra di spesa pubblica anti-crisi. Il 68% è convinto che quei soldi sono stati buttati via".

Il Washington Post, un giornale tutt'altro che ostile all'Amministrazione Obama, riassume così l'atmosfera dominante in questa vigilia di legislative: "Anzitutto siamo in guerra, e sconfiggere i nostri nemici richiederà un impegno di lungo termine in Afghanistan, Pakistan, Iraq, al quale il presidente non ha preparato abbastanza gli americani. Poi ci stiamo avvitando pericolosamente nel debito pubblico, che deprimerà il nostro tenore di vita e indebolirà la leadership degli Stati Uniti nel mondo. Infine ci sono problemi come la povertà cronica tra i neri sotto-istruiti, un'alta disoccupazione che forse non è solo ciclica, la decadenza delle nostre infrastrutture, gli insufficienti investimenti nella scuola, il cambiamento climatico".

Un elenco drammatico, più che sufficiente per giustificare lo stato depressivo - in senso clinico - dell'umore nazionale.

Il magazine Time sceglie di dedicare la copertina all'ottimismo della ragione. Il titolo è "Come ricostruire il Sogno Americano". Ma la speranza si esaurisce nel titolo. Già l'immagine che gli fa da sfondo lancia il messaggio contrario: è la foto di una casa circondata da erbacce e una cinta di paletti in disfacimento, il simbolo dei milioni di abitazioni abbandonate, per la crisi dei mutui e i pignoramenti giudiziari dei debitori insolventi.

L'apertura del reportage su Time è affidata all'editorialista più prestigioso, Fareed Zakaria, una grande firma del giornalismo americano ma di origine indiana. Ed ecco cosa scrive Zakaria: "Quando viaggio dall'America all'India in questi giorni mi sembra che il mondo si sia capovolto. Sono gli indiani a brillare di speranza e fiducia nel loro futuro. Il 63% degli americani invece è convinto che non riuscirà a mantenere il proprio tenore di vita attuale. Ma quel che è ancora più inquietante, è che gli americani sono diventati terribilmente fatalisti sulle loro prospettive future. Questa nazione che sembrava convinta di poter sempre riuscire in ogni sfida, ora è convinta che non ce la farà". Fatalismo? Non era un termine che associavamo al Dna degli Stati Uniti d'America.

È il rovesciamento brutale del più celebre slogan lanciato da Obama nella sua trionfale campagna del 2008: "Yes We Can". Quella descritta dalla Brookings Institution, dal Washington Post e da Time è l'America del "No, We Can't", una nazione stravolta in un solo biennio. Di fronte a un cambiamento di atmosfera così profondo e radicale, il processo a Obama è inevitabile e infatti è già iniziato.

Le accuse sono diametralmente opposte, inconciliabili. Da sinistra gli rimproverano i troppi compromessi, che avrebbero tradito gli ideali di cambiamento: riforma sanitaria, nuove regole per Wall Street, Afghanistan, altrettante delusioni.

La destra lo descrive come un ideologo radicale dell'intervento pubblico, che ha dissipato risorse, ingigantito la burocrazia federale, ipotecando il futuro del paese sotto una montagna di debiti. Sentiremo ripetere questi argomenti nei prossimi giorni, fino alla nausea. Ma il processo agli ultimi due anni non è necessariamente il modo migliore per capire i prossimi due.

Mercoledì mattina, appena chiariti i risultati delle elezioni di mid-term, sarà di fatto il primo giorno della campagna elettorale per le presidenziali del 2012. Una battaglia dove ancora una volta tutto si giocherà sull'economia.

Il premio Pulitzer David Broder la riassume così: "Se Obama non riesce a rilanciare la crescita prima del 2012, non sarà rieletto. La stessa recessione che ebbe un ruolo determinante per portarlo alla Casa Bianca nel 2008, ha lasciato un'eredità che può costargli la riconferma tra due anni. Il guaio è che nessun governo ha il potere di controllare il ciclo economico. L'economia non si lascia comandare dalla politica. Su questo terreno, anche se Obama sembra molto superiore ai suoi potenziali avversari di ambedue i partiti, non ha dei vantaggi: può analizzare correttamente le forze d'inerzia dell'economia, non può dominarle".

Ma gli stessi repubblicani devono guardarsi dal sopravvalutare la vittoria di domani. L'indagine della Brookings è chiara: gli americani "sfiduciano" l'intero Congresso (destra e sinistra) ancor più del presidente: solo il 19% dà un giudizio positivo dei parlamentari nel loro insieme.

E dopodomani? "Gridlock" ovvero "paralisi di governo" è lo scenario prevalente per il prossimo biennio: una partita di veti incrociati tra democratici e repubblicani sempre più polarizzati verso le ali estreme. Non una ricetta ideale per il paese che ha perso la fede nel suo futuro.

lunedì 1 novembre 2010

Update italiota

Il consueto appuntamento con gli ultimi aggiornamenti italioti...


Il Pdl, il governo e la paralisi. Il coraggio della verità
di Ernesto Galli della Loggia - Il Corriere della Sera - 1 Novembre 2010

Che cos’altro deve succedere perché il Pdl si ricordi di essere, sia pur allo stato fantasmatico, un’entità che dice di essere un «partito»?

Che cos’altro deve succedere perché i suoi deputati e senatori si accorgano che continuando così almeno la metà di loro non rivedrà mai più il Parlamento, e può considerare chiusa la propria carriera politica?

Eppure, che la situazione della maggioranza sia sull’orlo del collasso è evidente a tutti, così come è altrettanto evidente che di questo passo rischia di subire un danno irreparabile l’immagine stessa del Paese e quel poco o tanto che resta del suo rango internazionale.

Non si tratta dell’avventurosa vita notturna del presidente del Consiglio, della quale egli mostra troppo spesso di sottovalutare i rischi. Fin dall’inizio ci siamo volenterosamente sforzati di dire che in fondo (e sia pure entro certi limiti) tutto questo riguardava la sua vita privata: convinti tra l’altro, come i fatti hanno finora dimostrato, che non sarebbe stato certo agitando tali argomenti che l’opposizione sarebbe mai riuscita ad avere la meglio.

Né si tratta della ben nota disinvoltura istituzionale del premier: disinvoltura che spetterà al magistrato appurare se nell’ultima vicenda della ragazza marocchina abbia superato o no il confine della legge.

No, non si tratta di tutto questo, o non solo di questo. E neppure tanto della paralisi dell’azione di governo, che pure è un dato reale.

Si tratta del fatto che negli ultimi mesi è venuta meno nell’esecutivo qualunque capacità di direzione e di coordinazione, qualunque consapevolezza della quantità e della gravità dei problemi sul tappeto se non al livello della pura emergenza.

Palazzo Chigi ha perduto la pur minima capacità di ascoltare e di rappresentare il Paese. L’Italia è — ed ancor più si sente — una nazione allo sbando. Chi ha la responsabilità di essere stato eletto dal popolo lo capisce? Ha gli occhi per vederlo?

È dunque inconcepibile che in una situazione del genere non si apra nel Pdl una discussione approfondita e senza riguardi per nessuno su quello che sta accadendo. Ripetere, come fanno un po’ tutti i suoi esponenti, che questo sarebbe il momento di «resistere », di «tener duro», di «restare uniti», è un vano esercizio retorico da assedio di Forte Alamo.

Nella sostanza è puro nullismo politico. Per giunta all’insegna dell’ipocrisia, dal momento che è noto a tutti come, tra l’altro, proprio i «resistenti» più esagitati siano assai spesso quelli che, nei capannelli e dietro le quinte, vanno poi dicendo le cose peggiori sul conto del presidente del Consiglio, rivelando e stigmatizzando, quasi con sudicio compiacimento, le sue défaillance di ogni genere.

Non è più il tempo dei camerieri zelanti e bugiardi. È giunto il tempo della verità.

Se vuole avere ancora un qualche futuro politico, se non vuole ripetere in un registro grottesco la tragedia del Partito socialista nel 1992-1993, il Pdl deve dimostrare oggi— oggi o mai più — di volere, e di potere — essere un organismo politico reale.

Fermandosi a considerare la propria storia e affrontando quei nodi che fin qui non ha mai voluto affrontare. C’è bisogno di ricordarli?

Il ruolo, certamente decisivo ma a dir poco ingombrante del suo fondatore e capo, di Berlusconi; il modo di reclutamento e la qualità del suo personale politico, sempre cooptato e quasi sempre improbabile e raccogliticcio, quasi sempre privo di vera esperienza e di legami con l’elettorato (e in più di un caso anche di dubbia o accertata pessima origine); l’assenza patologica al suo interno di discussione e di decisioni collettive; l’ottuso compiacimento plebiscitario, il disprezzo plebeo per la costruzione di qualunque consenso che non sia quello da comizio.

E infine il carattere e lo scopo del proprio programma, del proprio ruolo politico generale. Non si può campare in eterno sull’abolizione dell’Ici o sull’opposizione virulenta alla sinistra e alle procure della Repubblica.

L’Italia ha bisogno di qualcos’altro. Di molto altro. Per tutto ciò è inevitabile dispiacere al Cavaliere? Certamente. Ma il destino di un’ormai lunga e importante avventura politica oggi si decide su questo e solo su questo: sulla verità e sul coraggio di dirla.


L'abuso di potere /4
di Giuseppe D'Avanzo - La Repubblica - 1 Novembre 2010

È ancora possibile, a volte, distinguere tra ciò che accade e ciò che la politica narra. Detto in altro modo, separare i fatti dalle fabbricazioni spettacolari e pubblicitarie del potere che ci trasformano in passivi consumatori di favole.

Il "caso di Ruby" è una di queste occasioni. Nel calderone si avvistano gli ingredienti primi del sistema (o regime) berlusconiano: l'abuso di potere e la menzogna. Li troviamo in coppia, intrecciati - abuso di potere e menzogna - in tutti i capitoli di questa storia.

Primo capitolo. Berlusconi al telefono. Ruby, da oggi maggiorenne, è una sua giovanissima amica. Frequenta Villa san Martino ad Arcore. Anima le serate del Cavaliere. È esuberante, instabile, incapace di tenersi fuori dai guai. Quando finisce in questura e Ruby lo chiama (o fa chiamare), il presidente del Consiglio è scosso da un'inquietudine che, all'esterno, appare irragionevole.

Se non fosse il premier, i motivi della frenesia sarebbero fatti suoi. Governa e il suo stato d'animo turbato diventa interesse pubblico. A maggior ragione quando, abusando del suo potere, chiama ripetutamente il capo di gabinetto della questura di Milano per esigere che la ragazza sia affidata a "un'incaricata della presidenza del consiglio dei Ministri", Nicole Minetti, invocando con una menzogna la ragion di Stato: quella ragazza è la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak.

Secondo capitolo. I trucchi in questura. Messa sotto pressione, intimidita, la burocrazia adotta il codice che patisce: abuso di potere e menzogna. È un abuso deformare le prassi consolidate per venire incontro alle pretese del capo del governo. Ruby è un soggetto fragile. È una minore, senza famiglia, senza documenti, senza casa, senza fonti di reddito accertate, imprigionata in un ambiente arrischiato.

Il pubblico ministero chiede che la polizia rintracci una comunità protetta dove possa essere sempre reperibile. Se non c'è posto, non lasci la questura: la ragazza deve essere custodita in sicurezza.

L'arrivo di Nicole Minetti, "incaricata della presidenza del consiglio dei Ministri", non appare una ragione per cambiare idea: una volta identificata, Ruby dovrà andare in comunità. Ecco allora che, per rimuovere l'ostacolo della disposizione del magistrato - che è poi l'ostacolo della legge, è la legalità - burocrati di rango mentono.

Riferiscono al magistrato la menzogna del premier (è la nipote di Mubarak), poi mentono in proprio. Inventano che il magistrato sia d'accordo ad affidare Ruby a Nicole Minetti. È una falsità che scrivono nei loro rapporti interni e nelle relazioni che inviano al capo della polizia e al ministro dell'Interno.

Terzo capitolo. Gli interrogatori di Ghedini. Abuso di potere e menzogna si intravedono anche nell'attività dell'avvocato del premier Niccolò Ghedini. L'entourage di Berlusconi - quello "notturno": Lele Mora, per fare un nome - sa che Ruby è stata più volte interrogata dalla procura di Milano in luglio e ancora in agosto.

Che cosa ha detto? Ci si può fidare di quel che racconta quella scapestrata ragazza a Lele Mora e a sua figlia Diana? E se non dicesse tutto, dopo aver detto troppo o tutto là dentro, in procura?

Il premier, molto agitato, affida a Niccolò Ghedini il contrattacco cautelativo. Una segretaria di Palazzo Chigi convoca le giovani ospiti del premier nello studio legale Vassalli in via Visconti di Modrone a Milano per affrontare la questione delle "serate del presidente".

Quel che Ghedini ha dunque l'incarico di proteggere sono "le serate" di Silvio Berlusconi. Deve raccogliere da quelle giovani donne dichiarazioni giurate che confermino quel che il Cavaliere va dicendo: si rilassa a volte, come è giusto che sia, ma in cerimonie che non hanno nulla di scandaloso o perverso.

Sono "testimonianze" necessarie per evitare al premier altro discredito. La procura di Milano indaga per favoreggiamento della prostituzione Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti.

Berlusconi teme che la prostituzione, ipoteticamente favorita dai suoi tre amici, abbia il teatro proprio a Villa San Martino nelle "serate rilassanti" che il Cavaliere organizza. Non si rintraccia alcun reato per il capo del governo.

Anche nell'ipotesi peggiore, egli sarebbe l'"utilizzatore finale", come direbbe Ghedini. Anche se si scoprisse che le sue ospiti sono minorenni, nessun problema penale: l'utilizzatore non è tenuto a conoscere l'età della sua ospite.

È fuori di dubbio, però, che se si dimostrasse che la villa del capo del governo è stato il palcoscenico della prostituzione predisposta dagli indagati l'onore, la dignità, il decoro del padrone di casa (e utilizzatore finale) riceverebbero una severa mazzata.

Ecco allora la missione di Ghedini. Interrogare le ragazze, raccogliere i loro ricordi e lasciarle dire con buon anticipo dell'innocenza di quelle occasioni. Ghedini può farlo. La sua iniziativa è ineccepibile perché l'art. 391-nonies del codice di procedura penale regola "l'attività investigativa preventiva" del difensore "che ha ricevuto apposito mandato per l'eventualità che si instauri un procedimento penale".

Nell'eventualità che Berlusconi sia indagato, Ghedini già prepara le prove non solo dell'estraneità del Cavaliere, ma dell'insussistenza del "fatto".

Fin qui, la forma è rispettata, ma la sostanza della storia può essere ragionevolmente raccontata alla luce del binomio abuso di potere/menzogna. Occorre un pizzico di senso comune. Decine di ragazzine, ragazze, giovani donne, che hanno partecipato ai "bunga bunga" presidenziali, sono convocate - ora addirittura a Villa San Martino - e trovano Ghedini.

L'avvocato chiede: mi racconta che cosa accade alle serate del presidente? Sono appuntamenti innocenti o peccaminosi? Si fa sesso? Lei ha fatto sesso con il presidente?

Quelle poverette non hanno né arte né parte. Hanno una sola ambizione: fare televisione, apparirvi. Sono addirittura in casa del grande tycoon. Come dire, a un metro dal cielo. Arrivate a quel punto, potrebbero mai dire una parola storta contro o sul conto del presidente del Consiglio?

In questi interrogatori "preventivi", nella figura di chi li ottiene, nel luogo stesso in cui si raccolgono, si può avvertire una violenza, s'avvista un abuso di potere.

È concreto il rischio che possa essere soffocata la libertà morale delle interrogate, la loro libertà di determinarsi "spontaneamente e liberamente". Come è ragionevole credere che i loro racconti potrebbero diventare tasselli della Grande Menzogna che dovrebbe tirar fuori Berlusconi dal pozzo nero in cui ha voluto cacciarsi. Abuso di potere e menzogna, come sempre.


Perchè Berlusconi odia le donne
di Beatrice Borromeo - www.ilfattoquotidiano.it - 29 Ottobre 2010

Direte che Silvio Berlusconi ama le donne. E non serviva che ce lo ripetesse, ancora una volta, lui stesso. Basta andare in un bar qualunque, sentire i discorsi della gente, porre la questione delle abitudini sessuali del presidente del Consiglio per ricevere sempre la stessa risposta: “Almeno gli piacciono le gnocche!”.

E poi: “Beato lui!”. Il must: “Meglio le escort che i transessuali”. Berlusconi è “orgoglioso dei suoi comportamenti”.

A proposito di Ruby, la diciassettenne marocchina che ha fatto rilasciare dalla questura di Milano perché, spiega, ha un grande cuore, il premier dichiara: “Se ogni tanto sento il bisogno di una serata distensiva come terapia mentale per pulire il cervello da tutte le preoccupazioni, nessuno alla mia età mi farà cambiare stile di vita, del quale vado orgoglioso. Sono un ospite unico, direi irripetibile, gioioso e pieno di vita: amo la vita e le donne”.

Sono tre gli scandali sessuali che hanno coinvolto Berlusconi durante l’ultimo anno e che raccontano del suo mondo privato: oltre al caso Ruby, il Casoria-gate e i racconti di Patrizia D’Addario.

Tre donne che lo frequentavano e che al premier piacevano. Io ne ho conosciute due, e ho visto l’effetto che l’”amore” del settantaquattrenne ha avuto su di loro. Partiamo da Noemi: sono andata a Milano alla sua festa di compleanno per cercare di capire, e raccontare, cosa succede a un’adolescente travolta dall’attenzione mediatica di un Paese intero.

Ho visto sulla sua faccia, e sul suo corpo, le conseguenze della frequentazione con il premier. Aveva il volto di plastica, un mini abitino di piume che le stringeva il busto facendo fuoriuscire il seno rifatto, saltava su un tavolo alla ricerca dei flash e baciava in bocca un’amica mentre il vocalist ripeteva “Papi girl”.

Nulla a che vedere con la ragazzina di un anno prima: era la deformazione del prototipo di donna berlusconiana propinato dalle televisioni del presidente. Non c’era nulla di folkloristico alla festa, avevano tutti l’aria più triste che divertita, Noemi per prima. Ed è difficile immaginare un qualunque futuro, ora, per lei.

Poi la D’Addario. Ho intervistato Patrizia qualche mese fa, e mi ha raccontato scene orgiastiche da “bunga bunga” che, a suo dire, caratterizzavano le “serate distensive” del premier. Oggi fa fatica a lavorare, è piuttosto misterioso come faccia a mantenersi.

E’ una donna che ha paura
, che è stata aggredita più volte, e non solo dalla stampa. Ha venduto il residence per cui il padre si era suicidato e ha mandato la figlia in collegio per proteggerla. Anche in questo caso, la storia ha un finale triste e squallido.

Ma è proprio grazie alla D’Addario che sappiamo un po’ di più sui gusti di B.: le vuole tutte giovani, con poco trucco, vestite di nero, omologate, zitte, accondiscendenti. Vuole che cantino con lui e che guardino i filmini che lo celebrano.

Gli piace ballare davanti alle guardie del corpo, mostrando senza inibizioni che lui è “l’imperatore”, come lo definì Veronica Lario quando chiese il divorzio.

C’è un filo rosso che lega tra loro queste ragazze: hanno bisogno di lui.

La D’Addario voleva risolvere le sue questioni edilizie, Noemi desiderava scappare dalla provincia e trasferirsi a Milano in cerca di fama, a Ruby manca persino la cittadinanza.

Sono convinta che fossero tutte ben felici di frequentare il presidente, che lo facessero senza soffrirne. Per loro non era un uomo, ma un’enorme entrata principale per accedere a una vita più facile.

Donne ciniche, che hanno solo il loro corpo e lo usano più che possono, a volte ammiccando e a volte “offrendosi al drago per rincorrere successo, notorietà e crescita economica” (copyright Veronica Lario).

E poco conta che Berlusconi ora dica “in casa mia entrano solo persone perbene, e soprattutto che si comportano perbene”, perché i fatti raccontano un’altra storia.

Tutto questo rende evidente un aspetto: Berlusconi odia le donne. Le teme. Le accetta solo se sono un corpo che non s’interroga, che non lo minaccia né annoia col pensiero, sempre pronto a svolgere un compito basico e chiaro.

John Fitzgerald Kennedy sedusse Marlene Dietrich quando lei aveva 61 anni, alla Casa Bianca. Era un playboy, era curioso. Berlusconi no: non vuole scoprire nulla nelle ragazze che frequenta. Le cerca tutte identiche, le vuole addirittura vestite uguali, con addosso il suo marchio a forma di farfalla.

Non insegue la conquista, non c’è alcuna sfida nel suo rapporto col sesso: per questo vuole l’amante che ha bisogno di lui, che conosce i giochi, con cui non ci sarà mai alcun confronto. Solo uno scambio di concessioni. Sarà pure ossessionato dal sesso, ma amare le donne è un’altra cosa.



Non ci posso credere
di Aldo Giannuli - www.aldogiannuli.it - 31 Ottobre 2010

Quando un amico festante mi ha telefonato per anticiparmi la novella della minorenne marocchina e del Cavaliere, la mia reazione è stata: “Non ci posso credere!”

Insomma: dopo la vicenda Noemi, dopo la separazione con la moglie che gli ha detto in faccia che frequentava minorenni, dopo la storia della D’Addario e dei festini di Villa Certosa, e mentre cerca in tutti i modi di far passare un provvedimento che lo sottragga vita natural durante alla giustizia penale, il Cavaliere si fa beccare per l’ennesima volta con le mani nella marmellata e per di più:

a- con una minorenne
b- immigrata forse irregolare (comunque priva di documenti al momento dell’arresto)
c- alla quale ammette di aver fatto regali per 150.000 euro
d-telefona personalmente (o fa telefonare da altri a nome della Presidenza del Consiglio: è lo stesso) per fare pressioni sulla Questura e farla rilasciare
e- invia a prenderla all’uscita la sua igienista orale personale –che nel frattempo ha fatto eleggere al Consiglio Regionale della Lombardia-
f- ciliegina sulla torta: dice o fa dire, che si tratta della nipote del Presidente Egiziano Mubarak, quindi mettendo le premesse per un incidente diplomatico.

E neanche si può pensare ad una montatura di chissà quale servizio segreto, sia perchè qui ci sono verbali, testimoni, ammissioni dei diretti interessati che non ci sono margini di dubbio, sia perchè le bestialità più stratosferiche le ha fatte lui e nessun servizio segreto del mondo poteva prevedere quella telefonata in Questura e quell’incredibile panzana sulla nipote di Mubarak.

Non c’è al Mondo un servizio segreto capace di prevedere una cosa così e metterla in moto.

E’ un così enorme castello di fesserie, che la spiegazione non può che essere una: quest’uomo è ormai completamente fuori di testa.

E la cosa è così palese che persino l’alleato Bossi ed i suoi fedelissimi cortigiani ne sono terrorizzati e non sanno come uscirne.

Comunque, è uno di quegli episodi che cambiano radicalmente il corso delle cose.

Ad esempio è evidente che la prospettiva delle elezioni anticipate si allontana. Prima di marzo non è possibile votare, nel frattempo è evidente che il PdL sarà in caduta libera di consensi.

E’ evidente che c’è qualche milione di voti che si sposta verso la Lega, Fini, l’Udc e, soprattutto, l’astensione. Per bene che vada, si tratta di 50-80 deputati e 35-70 senatori in meno degli attuali gruppi parlamentari del PdL.

Ovviamente questo è chiaro alla gran parte dei parlamentari berlusconiani che sa di avere una possibilità su due di restare fuori e che, quindi, si stanno attrezzando al salto della quaglia o quantomeno, a cercare di durare per quanto possibile. Pisanu, Biondi, Pizza, Caldoro, Giovanardi stanno già sulla soglia di casa ed hanno già messo sciarpa e cappotto e non è affatto improbabile la formazione di nuovi gruppi parlamentari.

La prospettiva del “governo tecnico” (o “di Garanzia” o “di Tregua” o di “Unità Nazionale” o “di Convergenza ed emergenza” o come diavolo vi pare) fa passi da gigante e diventa la più probabile.

La soluzione più indolore sarebbe quella di convincere il Cavaliere ad accettare in fretta e furia il primo incarico internazionale disponibile (vice governatore della Banca Mondiale con delega ai rapporti con il Buthan, presidente della commissione dell’Onu per la lotta alla zanzara Tigre, primo cameriere di grazia e merito di Sala di Sua Santità…) dopo di che, lo si convince a stabilire la sua sede operativa ad Antigua, attorniato da 700 vergini che cambiano ogni settimana.

Può anche darsi che ci si riesca, ma l’uomo non è facile da convincere. Poco probabile un aperto voto di sfiducia degli altri dirigenti del PdL. La via più probabile resta lo sbriciolamento del partito ed una grande rimescolata di carte.

D’altra parte, è vero che la notizia è solo di qualche giorno fa, ma è possibilissimo che essa fosse risaputa già in anticipo nelle stanze del potere ed, in effetti, nelle ultime settimane si sono manifestati segni di questo tipo: passaggi di amministratori locali dal PdL a Fli (guarda caso, in particolare a Milano, dove è incardinata l’inchiesta sul caso in questione), poi voci di uscita di altre tre deputati, poi ancora la “rimpatriata” fra vecchi socialisti per discutere di che fare, le sortite di Casini sul governo tecnico “possibile già oggi, perchè anche molti del PdL lo voterebbero”, i segnali di panico della Lega, l’improvviso ripensamento del Cavaliere che torna a parlare di elezioni anticipate…

Insomma, in una situazione così è difficile pensare che il Parlamento consenta di arrivare subito alle elezioni, a meno che, il caos non diventi assolutamente ingovernabile ed allora le elezioni finirebbero per imporsi come una sorta di automatismo.

Non siamo al fulmine o allo tsunami che avevo invocato una settimana fa, ma come non pensare al versetto biblico che avverte “Deus dementat quos vult perdere “ (“Dio fa impazzire coloro che vuol perdere”).

Il mio solido ateismo inizia ad esserne scosso. Insomma, magari non scalzi e con il cilicio, ma se il Cavaliere si toglie davanti prima di Natale, una processione di ringraziamento occorrerà organizzarla. Vi pare?


Io rubo, tu Ruby, egli copre
di Marco Travaglio - www.ilfattoquotidiano.it - 31 Ottobre 2010

L’altra sera al Tg La7 lo zio Tibia Sallusti spiegava che la Repubblica del Bunga Bunga vanta illustri precedenti: tutti i grandi della storia, da Napoleone a Mitterrand, da Kennedy a Clinton, amavano le donne. Invano Padellaro tentava di spiegargli che qui le donne c’entrano come i cavoli a merenda.

Ieri Belpietro ripeteva a pappagallo su Libero che “la storia è piena di capi di Stato puttanieri. Il più noto è Kennedy” e poi Mitterrand, Clinton e tutti gli altri: “Se Kennedy fosse ancora vivo, le sue abitudini sessuali indurrebbero Bersani a chiederne le dimissioni?”.

Tutt’intorno, titoli inneggianti all’“elisir di bunga vita” (battutona), a B. che “la sa più bunga dei suoi avversari tetri e bigotti” (ri-battutona), all’“orgoglio etero di Silvio” (mica come i culattoni della sinistra), al suo “stile di vita liberale ma poco borghese” (tipo Einaudi, per dire).

Sotto, la lingua vellutata di Mario Giordano, la vocina del padrone, informava che “la gnocca fa bene, è ufficiale”, “è bastato un po’ di bunga bunga e via: eccolo lì di nuovo in pista, cazzuto e grintoso come da qualche settimana non si vedeva”, e via con una serie di eleganti metafore sul ritrovato vigore del Cavaliere di Hardcore: “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare… Più lo attaccano con la gnocca, più lui si galvanizza”, “in Europa ottiene un risultato storico”, a Napoli “annuncia l’accordo coi sindaci”, senza dimenticare “le parole quantomai equilibrate e misurate sulla giustizia”, ergo “se tanto mi dà tanto, un’altra lenzuolata di D’Avanzo e riprende slancio la riforma dell’Università, un paio di articoli di Travaglio e riusciremo ad accelerare l’avvio del nucleare… la riduzione delle imposte e il quoziente familiare”, “gli insulti a base di gnocca, lungi dal prostrarlo, provocano a B. la stessa reazione delle arachidi a Superpippo: lo riattizzano. Più cercano di tirarlo giù, più lo tirano su. Sia detto senza allusioni, ma a lui il bunga bunga fa quell’effetto lì”.

Il Giornale, sempre spiritoso, ne deduce che “adesso Fini deve dimettersi” e intervista un ascaro di complemento, Antonio Polito. Non bastando i problemi che ha in casa (anche ieri nessun lettore si è precipitato in edicola ad acquistare il Riformatorio), Polito el Drito denuncia il vero scandalo: “La strana e grave fuga di notizie” (come se si potesse nascondere per sei mesi una telefonata del premier alla Questura di Milano per far rilasciare una ragazza fermata per furto senza documenti né fissa dimora).

La vicenda invece è “una storia di cui non si conoscono i contorni precisi” e comunque gli scandali “rafforzano negli italiani la convinzione che il premier è perseguitato” (dev’essere per questo che precipita nei sondaggi).

Parole dure anche nell’editoriale del Pompiere, affidato alle manine esperte dell’estintore capo Massimo Franco, che si spinge a criticare “l’estetica a dir poco discutibile del potere attuale”, poi crolla esausto per l’immane sforzo compiuto.

Manca solo un intervento di monsignor Fisichella che inviti a “contestualizzare” il bunga bunga. Ci dev’essere una centrale operativa, un trust di cervelli che, appena il Caim-ano ne combina una delle sue, compulsano la Treccani a caccia di precedenti storici e sfornano vassoi di alibi prêt-à-porter a beneficio di house organ e ospiti dei talk-show.

L’Ufficio Toppe
lancia la velina e i cani da riporto si precipitano a raccoglierla. Vita grama, la loro. Se ne stanno a colazione con gli amici o in piscina o sul campo da tennis, quando arriva implacabile la convocazione all’Ufficio Toppe: “Ragazzi, l’han beccato mentre apriva l’impermeabile in un giardino d’infanzia con un cetriolo in mano. Prendete nota: pare che Numa Pompilio avesse una particolare inclinazione per le pecore.

Al confronto degli antichi romani, siamo fortunati. Massima diffusione. Il Papa raccomanda di non mercificare il corpo femminile: rammentare al compagno Ratzinger che Alessandro VI era solito giacere con la figlia, quindi pensasse ai fattacci suoi. Dunque Fini deve dimettersi”.


Dimenticati all’Asinara
di Luca Telese - www.ilfattoquotidiano.it - 31 Ottobre 2010

Ci sono quattro offerte per lo stabilimento Vinyls. Ma sull'isola dei Cassintegrati sta arrivando l'inverno e dopo 246 giorni di protesta, gli operai sardi si sentono sempre più abbandonati dal governo

Ci sono quattro buste appena aperte, ma adesso arriva il freddo. Forse non gliene frega nulla a nessuno, in questo paese, perché gli operai della Vinyls di Porto Torres, volontariamente autoreclusi nell’isola dell’Asinara, non praticano il Bunga Bunga, ma casomai lo subiscono, per il gioco delle trattative e delle beffe realizzato sulla loro pelle.

Adesso arriva il freddo, l’inverno, che si abbatte gelido sulle colline brulle dell’Asinara e la protesta dopo 246 giorni di stenti può diventare persino drammatica, ed è appesa al filo di un’asta che si chiude questa settimana.

Oggi si toccano 246 giorni di occupazione delle celle della diramazione carceraria di Formelli. In questa lunga stagione di stenti sull’isola si sono celebrati compleanni di bambini, un primo maggio di musica e di festa, svariate dirette televisive.

Si sono visti succedere, nella terra vista dall’isola – cioè l’Italia – tre presunti ministri dello Sviluppo economico. Tutti sanno che Claudio Scajola si è dimesso travolto dallo scandalo della casa “a sua insaputa”, non tutti ricordano che quella mattina aveva un appuntamento al ministero in cui avrebbe dovuto “risolvere” la vertenza e favorire l’acquisto da parte di una ditta araba, la Ramco, l’unica che fino a quel momento avesse fatto un’offerta di acquisto seria.

Ma quel giorno Scajola non prese mai parte a quell’incontro, l’Eni tenne alto il prezzo delle sue materie prime (che sono il punto decisivo di questa trattativa), la Ramco fece un passo indietro e scomparve.

Poi è stata la volta del ministro ad interim, Silvio Berlusconi. Mesi di limbo in cui nulla è accaduto e nulla è stato fatto. Adesso tocca a Paolo Romani, che non ha ancora ritenuto opportuno fare passi ufficiali su questa vicenda.

La Sardegna è sempre più il luogo simbolo della rabbia: pastori in rivolta, industrie dimesse e poi loro, l’Isola dei Cassintegrati, raggiunti nei giorni scorsi persino da una delegazione che è partita in barca dall’Australia per conoscere la loro esperienza.

Adesso però ci sono quattro buste sul tavolo negoziale: i commissari straordinari che hanno il compito di gestire l’azienda nel periodo di crisi le hanno aperte lunedì scorso.

Quattro offerte che, come in un gioco di scatole cinesi, potrebbero rappresentare altrettanti offerenti. C’è un ditta svizzera dietro cui – come scrive sul sito degli operai della Vinyls Michele Azzu – “potrebbe celarsi la stessa Ramco”.

Delle quattro, questa è l’unica che si propone di acquistare tutti gli impianti, sia quelli di Porto Torres che quelli di Porto Marghera e di Ravenna. Poi c’è una ditta di Varese che vuole acquisire solo quelli di Ravenna e poi c’è una società croata con una pessima fama, la Dioki, che ambisce solo a quelli del Veneto.

In ballo, nei tre stabilimenti ci sono 370 operai. E secondo i sindacalisti che hanno seguito la trattativa persino dietro la società di Varese potrebbe nascondersi un altro protagonista industriale di primo piano, i francesi della “Arkema”.

Non è un retroscena da poco, se fosse vero, perché quest’anno le quotazioni di mercato del Pvc sono salite e le quote di produzione abbandonate dall’Italia sono state coperte da Francia, Spagna e Germania.

Forse questa trattativa nasconde un “Risiko” più complesso di quanto appaia in superficie e una strana forma di “desistenza” industriale che verrebbe meno se la chimica italiana riaprisse i battenti.

Sta di fatto che adesso arriva il freddo gelido dell’inverno sardo, nuvole nere cariche di pioggia si affacciano sul mare. E mantenere l’occupazione della Torre Aragonese (che dura da dieci mesi) e il presidio nell’isola (da otto) può diventare persino rischioso per l’incolumità degli operai.

C’è chi, come Andrea Spanu, si è fatto crescere la barba lunga, chi ogni tanto torna a terra come Tino Tellini. Tra i cassintegrati si sono persino create dinamiche da reality, sono usciti due diversi libri (quello di Tino Tellini e quello di Silvia Sanna) ci sono state lezioni magistrali all’università, litigi e amori.

C’è di nuovo che questa volta l’Eni, per bocca di Leonardo Bellodi, l’amministratore delegato della Syndial (la società del gruppo che segue la trattativa) ha espresso la volontà di “venire incontro al compratore”.

Come? Praticando prezzi di favore sul dicloroetano, materia fondamentale per il ciclo del Pvc sviluppato dalla Vinyls. Pietro Marongiu, il “tiranno dell’isola”, decano degli operai sardi, ripete: “Anche se arrivasse la glaciazione resteremo nell’isola. Qualcuno ha detto che siamo in vacanza e non vede l’ora che ce ne andiamo, ma noi abbiamo una sola certezza: ce ne andremo solo quando la trattativa sarà, in un modo o nell’altro risolta”.

Ci sono quattro buste, arriva il freddo, e altri sette giorni di attesa da passare. Al contrario dei reality televisivi, qui il dramma è vero.


Milano, truffa derivati. La Moratti informata già a inizio 2008
da www.ilfattoquotidiano.it - 29 Ottobre 2010

Lo scoop del Sole 24 Ore: un rapporto riservato dello studio legale Pavia e Ansaldo del febbraio 2008 avvertì il sindaco delle criticità dei contratti. Ieri ilfattoquotidiano.it ha rintracciato la parte fondamentale del documento

Sospettando una truffa ai suoi danni nella sottoscrizione di contratti derivati, il Comune di Milano ha intentato un’azione legale contro le banche responsabili dell’operazione nel gennaio 2009.

Ma le criticità contrattuali al centro dell’esposto, e tuttora oggetto del processo penale a carico degli istituti, erano state rese note al sindaco Letizia Moratti già nel febbraio 2008, ovvero quasi un anno prima.

Lo prova un documento “riservato e confidenziale” redatto dallo studio legale Pavia e Ansaldo (cui il Comune aveva chiesto una consulenza sui derivati) e successivamente consegnato a mano (non direttamente dai consulenti) allo stesso primo cittadino.

Nel testo, mai protocollato tra gli atti comunali, i legali giudicano “non corretta” la valutazione effettuata dalle banche sull’effettiva convenienza dell’operazione ipotizzando per questo possibili “responsabilità sotto il profilo amministrativo e civilistico”.

A rivelare la notizia è stato ieri Il Sole 24 Ore – Lombardia, in un articolo a firma Sara Monaci. Ilfattoquotidiano.it ha indagato sulla vicenda riuscendo successivamente a prendere visione del documento.

Al centro della questione c’è ovviamente la maxi emissione obbligazionaria da 1,68 miliardi realizzata nel 2005 dalla giunta presieduta dall’allora sindaco Gabriele Albertini.

Secondo il Pm Alfredo Robledo, i contratti derivati sottoscritti a copertura dell’operazione, e rinegoziati in seguito proprio dall’amministrazione Moratti sempre con l’obiettivo di garantire un risparmio all’ente pubblico, avrebbero consentito alle banche di guadagnare 100 milioni di euro “spogliando dolosamente” il comune.

Nel marzo del 2010, con l’accusa di truffa aggravata, sono state rinviate a giudizio quattro banche e 13 persone: i dipendenti di Deutsche Bank Tommaso Zibordi e Carlo Arosio, i loro colleghi di Ubs Gaetano Bassolino (figlio dell’ex governatore campano Antonio), Matteo Stassano e Alessandro Foti, gli operatori di JP Morgan Antonia Creanza, Fulvio Molvetti, Francesco Rossi Ferrini e Simone Rondelli, quelli di Depfa Bank Marco Santarcangelo e Francis William Marrone, l’ex direttore generale del Comune milanese Giorgio Porta e il consulente di Palazzo Marino Mauro Mauri. Nel processo, tuttora alle fasi iniziali, gli imputati hanno respinto ogni accusa.

Sotto la lente di Pavia e Ansaldo era finita in primo luogo la presunta correttezza dell’operazione finanziaria condotta dal Comune insieme agli istituti: costituzione di un contratto swap e inglobamento di un derivato già esistente, sottoscritto con Unicredit, che aveva generato perdite per Palazzo Marino.

Secondo i consulenti non sarebbero stati presi in considerazione «né l’effettivo costo delle passività degli swap in essere né l’eventuale costo relativo alla rimodulazione o estinzione delle coperture in essere».

Tradotto: nel rinegoziare i derivati già sottoscritti il Comune avrebbe rischiato di sostenere dei costi ma tale eventualità non era stata presa in considerazione nella valutazione sulla convenienza dell’operazione.

Un giudizio, quest’ultimo, di fondamentale importanza visto che secondo l’accusa le banche avrebbero costruito la loro truffa proprio sull’omissione di informazioni chiave.

A lasciare perplessi i consulenti legali anche la sottoscrizione di un credit default swap a protezione dell’eventuale caduta in disgrazia delle obbligazioni detenute dall’ente. Ma qui, se non altro, si parla di “rischio contenuto”.

Il terzo capitolo del documento è dedicato alla sottoscrizione degli interest rate swaps, i derivati che avrebbero dovuto proteggere il Comune dal rischio di un’impennata dei tassi e dalle conseguenti ricadute negative sullo stato del proprio debito. L’accordo prevede uno scambio periodico di denaro sottoforma di interessi su un capitale predefinito (in questo caso gli 1,68 miliardi dei bond emessi nel 2005).

Ad ogni scadenza le banche versano un tasso fisso del 4,019%, mentre il comune eroga agli istituti un interesse variabile calcolato su quello generale di riferimento, l’Euribor, e che, da contratto, non può in ogni caso essere superiore al 6,19% né inferiore al 3,48%.

Entrambe le parti, dunque sono protette da quelle che per loro sono le rispettive peggiori eventualità (crollo ed impennata dei tassi) ma ad ogni scadenza, inevitabilmente, c’è chi vince e chi perde.

Se il tasso di riferimento scende sotto il 4%, va da sé, il Comune si avvantaggia (perché il rimborso della banca supera le spese), se il variabile eccede il fisso, al contrario, l’istituto ottiene una plusvalenza.

Il problema, rileva però l’analisi di Pavia e Ansaldo, è che il Comune «si avvantaggia modestamente della possibilità che il tasso variabile sia inferiore al tasso fisso dovuto al prestito obbligazionario (poco più di mezzo punto % – ndr), mentre si espone in maniera più rilevante ad un’eventuale oscillazione dei tassi in cui il variabile sia superiore al fisso (Milano si fa carico di un’oscillazione a rialzo fino a 2,14 punti % – ndr)».

Esperti finanziari, rileva il documento, dovrebbero quindi stabilire se il valore della protezione offerta dalle due parti sia effettivamente equivalente. Una condizione fondamentale per la legittimità del contratto e che, si sospetta, in questo caso mancherebbe.

Il famoso gruppo di esperti (composto dai consulenti Nicolino Cavalluzzo, Paolo Chiaia e Cesare Conti) si è formato solo nel luglio 2008. Dal suo lavoro sono emerse le prime valutazioni sulle perdite derivanti dai costi impliciti dell’operazione (80 milioni, oggi la cifra è salita a quota 100).

La denuncia alla magistratura è avvenuta nel gennaio 2009 mentre il processo penale, nel suo genere il primo al mondo, ha preso il via nel maggio 2010. Il nome di Letizia Moratti, insieme a quelli dei suoi predecessori Gabriele Albertini e Gianpiero Borghini (quest’ultimo dirigente dell’Amministrazione milanese), compare nell’elenco dei testimoni che saranno ascoltati in aula dal giudice della quarta sezione penale di Milano Oscar Magi.

Scarica il documento dello studio Pavia e Ansaldo



Via D'Amelio, la mano del Sisde?
di Mariavittoria Orsolato - Altrenotizie - 28 Ottobre 2010

Torna alla ribalta l’inchiesta che mira a far luce una volta per tutte sulla strage di via D’Amelio e tornano i sospetti sul fatto che non sia stata tutta farina del sacco di Cosa Nostra. Nell’ennesimo interrogatorio cui è stato sottoposto, il pentito di mafia Gaspare Spatuzza avrebbe infatti indicato lo 007 Lorenzo Narracci, ex funzionario del Sisde ed attualmente in forza all’Aisi (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna), come l’uomo esterno a Cosa Nostra presente nel garage in cui venne imbottita di tritolo la Fiat 126 destinata ad esplodere dinanzi la casa della madre del compianto Borsellino.

Il riconoscimento sarebbe avvenuto in due fasi: una prima in cui il pentito avrebbe individuato Narracci in foto ed una seconda in un confronto all’americana avvenuto all’interno della Dia di Caltanissetta. Nonostante il condizionale sia d'obbligo, il nome di Narracci non è nuovo alla Procura di Caltanissetta.

L'ex funzionario del Sisde, braccio destro di Bruno Contrada (ex dirigente generale di pubblica sicurezza della Polizia di Stato condannato con sentenza definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa ed allora numero tre del Servizio Civile con delega all'antimafia), fu infatti iscritto nel registro degli indagati all'interno dell'inchiesta sui "mandanti esterni" delle stragi del 1992, inchiesta poi archiviata nel 2002.

Ora però i riflettori tornano su di lui, non solo grazie alle rivelazioni di u' Tignuso - nomignolo mutuato dall'incipiente calvizie del picciotto di Brancaccio - ma anche alle sibilline conferme di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco colluso di Palermo.

A detta del rampollo di don Vito, Narracci avrebbe recato visita al padre in due occasioni: la prima in un hotel di Palermo assieme al misterioso "signor Franco" - l'uomo che Ciancimino jr indica come l'anello di congiunzione tra Stato e Mafia - e la seconda direttamente nell'abitazione dell'ex sindaco.

Sebbene di nuovo indagato a Caltanissetta, Narracci al momento non è colpevole di nulla: il rischio che, 18 anni dopo, la memoria dei testimoni sia confusa è forte e più che fondato. Ma, se il doppio riconoscimento trovasse conferma, sarebbe il tassello mancante di un mosaico di “coincidenze” che lascia senza fiato, confermando di fatto l'esiziale alleanza tra Mafia e Stato.

In quel terribile 19 luglio del 92, l'agente del Sisde Narracci si trovava infatti su una barca, a largo di Palermo, assieme a Contrada, ad un comandante dei carabinieri e a Gianni Valentino, un commerciante di abiti da sposa in contatto con il boss Raffaele Ganci (condannato in via definita all’ergastolo per le stragi del '92).

In uno dei verbali del processo che ha portato alla condanna di Contrada, l'imputato dichiarò che quel giorno, poco dopo pranzo, Valentino ricevette una telefonata dalla figlia in cui lo avvisava che a Palermo c'era stato un attentato.

Contrada aggiunse che immediatamente dopo la notizia, Narracci chiamò l'ufficio palermitano del Sisde per avere ulteriori informazioni ed ebbe conferma che una bomba aveva sventrato via D'Amelio, indirizzo di residenza della madre del giudice Borsellino.

In questa deposizione nulla sembrerebbe pendere a scapito dei due uomini dello Stato, ma le ricostruzioni sui tabulati telefonici elaborate del super consulente Gioacchino Genchi smentiscono clamorosamente le dichiarazioni di Contrada, aggravando sia la sua posizione che quella di Narracci.

Secondo i dati riportati dall'Osservatorio geosismico, il momento esatto della deflagrazione che ha disarticolato Borsellino e i cinque uomini della sua scorta è da fissarsi alle 16, 58 minuti e 20 secondi.

Alle 17 in punto, 100 secondi dopo l’esplosione, Narracci chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Roma. Ma, fra lo scoppio e la chiamata, c’è almeno un’altra telefonata: quella che ha avvertito Gianni Valentino dell’esplosione.

Insomma in poco più di un minuto e mezzo accade praticamente di tutto: esplode la Fiat 126, la figlia di Valentino chiama il padre in barca, il commerciante informa i convitati alla gita in barca, Narracci telefona all'ufficio del Sisde che, per quanto sia domenica, si ritrova ad essere aperto e stranamente gremito di agenti informatissimi sull'accaduto appena accaduto.

Come accennato sopra, il condizionale è d'obbligo ma alcune domande sorgono spontanee: come facevano la figlia di Valentino e gli uomini del Sisde a sapere, a pochi istanti dallo scoppio, di quello che Contrada riferisce come "attentato"? Le prime volanti arrivarono sul luogo della strage solo un quarto d'ora dopo l'esplosione e le prime notizie cominciarono a circolare alle 17.30, esattamente 32 minuti dopo, e parlavano di un generico scoppio in zona Fiera.

A voler pensar male si potrebbe dire che i natanti a largo delle coste palermitane siano stati informati in presa diretta perché direttamente interessati e perché in contatto con chi da Castel Utveggio (ufficio occulto del Sisde, certificato dagli incroci telefonici di Genchi) aveva una visuale privilegiata su via D'Amelio. Se così fosse, l'innocua gita in barca cui partecipò anche lo 007 Narracci, assumerebbe tutta un'altra prospettiva.

Ahinoi, la misteriosa telefonata della figlia di Valentino proveniva da un telefono fisso (in quanto tale non rintracciabile dai tabulati di Genchi) e in questi 18 anni il commerciante di abiti da sposa amico del boss Ganci è passato a miglior vita, impedendo un incidente probatorio che potrebbe spazzar via tutti i se e i ma che Spatuzza e Ciancimino jr. si portano dietro a causa della loro storia personale.

Se le connivenze di Contrada sono state accettate e ratificate da ben due sentenze in appello, per Narracci le accuse sono ancora tutte da verificare. A suo sfavore pende però il giudizio negativo del Copasir ( Comitato per la Sicurezza Interna della Repubblica) che, riunito in seduta lo scorso 13 ottobre, ha interrogato il direttore dell'Aisi, Giorgio Piccirillo, sollecitando la rimozione di Narracci dall'incarico.

Una rimozione sui cui si premeva già precedentemente, quando a inizio luglio il comitato affrontò il caso di fronte al direttore del Dipartimento di Sicurezza Interna, Gianni De Gennaro.

Da Caltanissetta però si richiama alla prudenza. Il procuratore capo Sergio Lari tiene a sottolineare come Spatuzza abbia si riconosciuto Narracci in foto ma abbia anche espresso dubbi sul fatto che fosse la stessa persona “estranea a Cosa Nostra” presente nel garage mentre veniva preparata la Fiat 126 utilizzata per la strage di via D’Amelio.

Secondo Lari, le notizie circolate in serata perciò “non sono esatte” ma, dato il segreto istruttorio, non ha potuto aggiungere altro.

In attesa che il filo di questa pantagruelica matassa si dipani, il dubbio che lo Stato e i suoi occulti colletti bianchi siano implicati in una delle pagine pagine più buie della nostra Repubblica, resta e si rafforza.