giovedì 25 settembre 2008

Lo "statista" italo-israeliano

Qualche giorno fa lo “statista” italiano per eccellenza, parlando all'associazione ebraica Keren Hayesod di Parigi che gli ha conferito il premio Personalità dell'anno (sic), se n'e' uscito con una delle sue solite frasi buttate li' a casaccio ma che riflette bene il pensiero del suo inconscio.

Parole che hanno subito provocato la dura risposta del presidente iraniano Ahmadinejad, a cui si era riferito Berlusconi nella sua dichiarazione.

Lo "statista" aveva infatti affermato “Credo che dovremo avere tutti la massima e assoluta attenzione nei confronti delle follie di chi addirittura arriva a dire, magari soltanto per ragioni politiche interne, che bisognerebbe cancellare Israele dalla carta geografica. Queste sono cose a cui noi dobbiamo dare il senso che hanno e non crediamo siano reali. Però già una volta c'era un tal signore che all'inizio sembrava un democratico e che poi ha fatto quel che ha fatto e voi purtroppo sapete a chi mi riferisco”.

Si e' quasi sfiorato l'incidente diplomatico, ma evidentemente a Teheran sanno bene che il nostro "statista” molto spesso preferisce dare fiato alla bocca piuttosto che al suo posteriore.

Infatti Berlusconi ha chiosato il suo discorso davanti alla platea di ebrei con “Sono sempre stato naturalmente amico di Israele. Ho avuto nella mia infanzia compagni ebrei che ho amato, riamato, che mi hanno raccontato ciò che le loro famiglie avevano subito. Ho visitato il campo di sterminio di Auschwitz e da quel momento mi sono sentito anch'io israeliano. In tutto quel che ho fatto da privato cittadino e da capo di governo ho sempre capito l'importanza di essere dalla parte di Israele e dei suoi abitanti”.

Ma si sa, il nostro “statista” sarebbe anche in grado di dire davanti ad una platea di juventini di essere sempre stato tifoso della Juventus fin da piccolo....

Tanti piccoli Hitler
di Alessandro Robecchi – Il Manifesto – 25 Settembre 2008

La frase è di quelle che fanno fare un salto sulla sedia: «Già una volta c'è stato un tal signore che all'inizio sembrava un democratico e che poi ha fatto quello che ha fatto». Parole (e musica) di Silvio Berlusconi, che stabilisce un altro record: è il primo leader mondiale nel dopoguerra ad attribuire una patente di democrazia nientemeno che a Hitler, forse punta al Guinness dei primati. Avendo decine di portavoce, giannizzeri e camerieri, Silvio Berlusconi è stato subito protetto da una fitta cortina di parole. Voleva solo polemizzare con il presidente iraniano, non l'ha fatto apposta, non è cattivo, lo disegnano così, e tutte le scemenze che si sentono in contorno alle pittoresche esibizioni del capo del governo.

Ma le parole restano, e anche se pure i sassi sanno che Hitler non è stato democratico nemmeno all'asilo, nemmeno in un attimo di distrazione, nemmeno per un nanosecondo e meno che mai «all'inizio», l'ultima esternazione porta il suo piccolo mattoncino alla costruzione della Storia riveduta e corretta. Direte: ci vuol altro per fare il revisionismo storico! E infatti c'è molto altro.

Appena una settimana fa, per dire, lo stesso Berlusconi, raggiunto dalla domanda «Lei è antifascista?», aveva risposto con un secco «Io penso a lavorare», una frase che dice molto. C'è il ministro della difesa che inneggia alle scelte dei repubblichini di Salò. C'è la serena analisi storica del sindaco di Roma, per cui il fascismo non era niente male prima di distrarsi un attimo e varare le leggi razziali (ops! gli sono scappate).

Insomma, ad Alemanno non dispiaceva per niente, il Puzzone, almeno«all'inizio». Esattamente quel che dice Berlusconi del Führer, quel famoso democratico (all'inizio). Siamo garantisti, non siamo di quelli che pensano che tre indizi fanno una prova, ma non vorremmo arrivare al punto che cinquanta indizi fanno un campo di sterminio. E i segnali sono davvero tanti, troppi, per non allarmare qualunque democratico italiano.

Le incredibili esternazioni di Dell'Utri sui libri di storia nelle scuole, che vanno riscritti perché c'è troppa Resistenza. I manifesti a Roma con scritto «me ne frego». Il crociato Borghezio in versione neo-nazi a Colonia. La signora Santanché che implora di entrare in Forza Italia dopo aver inneggiato al Ventennio. I numerosi deputati apertamente fascisti eletti con le liste del PdL. Potrei continuare a lungo. Non c'è giorno che la cronaca non offra le gesta di qualche ardito che porta il suo mattoncino al cantiere del revisionismo.

Manuela Clerici, di An, presidente di Viareggio Versilia Congressi Spa, vuole levare dal palazzo la lapide commemorativa della strage di Sant'Anna di Stazzema, ci ha provato anche con le sue mani, dopo che i dipendenti si erano rifiutati. Altra cronaca: il 20 settembre si celebra la breccia di Porta Pia, bene, uno pensa: ditemi qualcosa di laico. E invece ci si ritrova al cospetto di un commosso ricordo dei soldati papalini che eroicamente difendevano lo Stato Pontificio.

E allora, quanti indizi servono per fare una prova? È abbastanza evidente che nella sua sostanza ideologica l'area culturale in cui naviga e prospera la destra italiana vive con fastidio certe evidenze storiche. Pensa - e lo dice - che quel trucido periodo di ferocia e ingiustizia che fu il fascismo non era proprio tutto da buttare.

Perché tanto astio? A parte la voglia di rivincita degli sconfitti, vien da pensare, c'è una certa urgenza di rivalutare quei metodi: uomo forte, decisionismo, il duce ha sempre ragione, saluto al duce (e il grembiulino, l'alzabandiera, a quando i littoriali? E l'Impero?), un fascino irresistibile. Insomma, uno mediatico simile a quello che si vede ogni sera nei telegiornali Mediaset e nella propaganda governativa, una voglia sfrenata di «uomo della provvidenza», la tentazione di vedere nel bilanciamento dei poteri di una democrazia non una conquista, ma un fastidioso ostacolo. Non è antifascista, ma pensa a lavorare. Bravo! Tanto se i treni non arrivano in orario, per tacere degli aerei, è colpa dei sindacati. Nostalgia canaglia.

martedì 23 settembre 2008

Iraq: la farsa della ricostruzione

Si parla ormai da anni di ricostruzione dell'Iraq, ma si e' sempre rivelata una totale menzogna e rapina ai danni degli iracheni. Denaro sparito e utilizzato per altri scopi, tra cui anche alimentare la fantomatica Al Qaeda.

Almeno 13 miliardi di dollari scomparsi nel nulla o utilizzati per tutt'altri motivi.
Qualcuno prima o poi dovra' renderne conto davanti ad una Corte Internazionale per crimini di guerra.


Iraq, il buco nero della ricostruzione
di Luca Galassi - Peacereporter - 23 Settembre 2008

Tredici miliardi di dollari destinati alla ricostruzione rubati o spariti nel nulla. L'entità delle frodi all'interno del governo iracheno, che avrebbe stornato o sottratto l'ingente somma con un complesso sistema di corruzione, è stata svelata da Salam Adhoob, ex capo investigatore della Commissione per l'integrità pubblica, durante un'audizione alla Commissione politica del Partito democratico Usa. "Molti progetti non erano necessari, molti altri non sono stati realizzati. Miliardi di dollari versati nelle casse dei ministeri sono spariti", ha detto Adhoop, dopo aver lasciato il Paese per motivi di sicurezza. Trentadue suoi colleghi sono stati assassinati.

"Corruzione diffusa". Il funzionario della Commissione per l'integrità pubblica racconta di aver riportato la notizia delle frodi all'Ispettorato generale Usa per la ricostruzione in Iraq. La portavoce dell'Ispettorato, Kristine Belisle ha dichiarato che 'il lavoro di Adhoob viene seguito attivamente'. Adhoob è uno dei tre funzionari iracheni ad aver testimoniato ieri di fronte alla Commissione democratica. Anche Abbas S. Mehdi, ex dirigente dell'Agenzia per gli investimenti, ha parlato di 'diffusa corruzione', mentre un altro iracheno, che ha testimoniato in video con voce modificata per motivi di sicurezza, ha raccontato di legami tra funzionari governativi e membri di al-Qaeda per rubare petrolio dalla raffineria di Baiji, a sud-ovest di Kirkuk, e rivenderlo al mercato nero.

Forniture difettose. Adhoob ha lavorato tre anni alla Commissione, ascoltando le testimonianze di 200 persone, ed è stato costretto a lasciare il Paese a cause delle ripetute minacce di morte. Il sistema messo in piedi dai funzionari corrotti - secondo il suo racconto - si basava principalmente su due società di facciata create dal ministero della Difesa. Le società avrebbero dovuto comprare aerei, blindati, armi e altre attrezzature con fondi americani per 1,7 miliardi di dollari. Le società vennero pagate, ma in alcuni casi consegnarono solo 'una piccola quantità' dei materiali e, in un caso, recapitarono una partita di giubbotti antiproiettile difettosi che non vennero mai usati.

Legami con al-Qaeda. Le società applicarono sovrapprezzi a elicotteri militari e cercarono di vendere apparecchi con più di 25 anni di servizio. Invece di chiedere la restituzione dei pagamenti, sempre secondo Adhoob, il ministero della Difesa rinegoziò i contratti con le due società, accordandosi per la vendita di bagni chimici e cucine che non vennero mai consegnati. Alcune delle indagini dell'agenzia conducono alla scoperta di 'progetti fantasma' mai realizzati, o casi di lavori eseguiti ben al di sotto degli standard di qualità richiesti. In un altro caso, 24,4 milioni di dollari furono spesi per una centrale elettrica nella provincia di Niniveh che non fu mai costruita. Infine, alcuni dei fondi sarebbero stati stornati dal ministero della Difesa ad al-Qaeda e depositati in conti correnti in Giordania e altrove.

lunedì 22 settembre 2008

Il Pakistan sotto scacco

In Pakistan, come era facilmente prevedibile, il dopo Musharraf e’ cominciato all’insegna del caos e di una eclatante dimostrazione di forza dei gruppi fondamentalisti che, sostenuti anche da una parte di servizi segreti (sia interni che esterni), due giorni fa stavano quasi per riuscire a decapitare i vertici dello Stato.

Infatti sia il neo presidente Asif Ali Zardari che il premier Yousuf Raza Gilani, dopo il discorso d'insediamento di Zardari davanti al Parlamento poche ore prima dell'esplosione al Marriott, avrebbero dovuto partecipare a una cena di gala nell'albergo insieme ai vertici delle forze armate. Solo all'ultimo minuto era stato deciso che il banchetto si sarebbe tenuto nella residenza del primo ministro.
E chissa’ chi ha lanciato l’allarme…

Nel discorso d'insediamento Zardari aveva parlato della necessità di "sradicare il terrorismo e l'estremismo, ovunque rialzino al testa", ma aveva anche affermato che il Pakistan "non tollererà violazioni della sovranità e dell'integrità pachistana da parte di ogni potenza in nome della lotta al terrorismo". Un chiaro monito agli USA.

Nel frattempo pero' nelle zone di confine con l’Afghanistan la situazione continua a peggiorare costantemente. Questa mattina l'esercito pakistano ha aperto il fuoco contro alcuni elicotteri americani che avevano superato il confine con l'Afghanistan, nel nordovest del Paese.
Secondo quanto hanno riportato due funzionari dell'intelligence locale a sparare sono stati soldati ed esponenti delle tribù del nordovest.

Gli ultimi raid targati USA nelle aree tribali del nordovest hanno provocato notevoli perdite tra i civili e un ovvio coro di proteste in Pakistan, a cominciare proprio dal premier e dal neo presidente.

Evidentemente, con l’attentato al Marriott, e' stato recapitato dall'esterno un chiaro messaggio ai vertici dello stato pakistano in risposta al discorso d'insediamento del neo presidente.


Gli errori dell'Occidente nella "guerra" sul fronte pakistano
di Guido Rampoldi – La Repubblica – 22 Settembre 2008

A due passi dai palazzi del potere pakistano, l'hotel Marriott di Islamabad è, o più esattamente era, l'albergo dell'establishment, della stampa occidentale e delle delegazioni straniere; e per tutto questo lo proteggevano straordinarie misure di sicurezza. Ma nugoli di poliziotti, sbarramenti e paratie mobili ieri non sono riusciti a evitare che un camion caricato di dinamite lo colpisse con la violenza di una bomba sganciata da un aereo e sterminasse decine tra gli ospiti che cenavano al piano terra, come ogni sabato sera.

Con questa spaventosa dimostrazione di efficienza la vasta area dell'ultrafondamentalismo armato ha risposto al discorso pronunciato poco prima, nel vicino parlamento, dal nuovo presidente della Repubblica, Zardari. Il vedovo di Benazir Bhutto aveva ripetuto che il Pakistan avrà ragione dei Taliban pachistani, di Al Qaeda e delle altre bande terroriste che ormai minacciano la stessa esistenza della nazione. Ma la veemenza delle sue parole risultava meno convincente, davanti al rogo in cui ieri sera spariva il miglior albergo della capitale. Quell'incendio furioso pareva quasi rischiarare una realtà che l'Occidente evita ostinatamente di guardare.

Stiamo perdendo il Pakistan. Stiamo perdendo la seconda nazione musulmana per popolazione e forse oggi la prima per importanza strategica, perché ha la Bomba e perché è il retrovia del campo di battaglia afgano. Negli ultimi mesi una crisi economica che proietta l'ombra della morte per fame su milioni di pachistani si è aggiunta a mali ormai cronici: fragilissimo il sistema politico, molto dubbio il controllo dell'esecutivo sugli apparati di sicurezza, perlomeno incerta la lealtà di importanti settori militari.

Eppure il Pakistan non è un caso disperato. Il primo tra i motivi per sperare è l'ostilità con cui la grande maggioranza dei pachistani ormai guarda al terrorismo islamico. Ma senza un aiuto internazionale il Paese ha alte probabilità di implodere in un'anarchia militare congeniale unicamente ai Taliban e ad Al Qaeda.

Malgrado questo ormai sia chiaro, l'unico messaggio che l'Occidente sta inviando a Islamabad proviene dal Pentagono e non è né utile né amichevole. Da mesi l'aviazione americana si prende la libertà di bombardare i villaggi pachistani al confine con l'Afghanistan in cui ritiene si nascondano capi Taliban e dignitari di Al Qaeda.

L'insofferenza del Pentagono per l'inazione d'esercito pachistano è comprensibile. Meno comprensibile è l'insistere su bombardamenti che troppo spesso si concludono con stragi di civili, mettono il governo in difficoltà davanti all'opinione pubblica, irritano lo stato maggiore e costringono politici e generali a minacciare una reazione che prima o poi potrebbe seguire.

E poiché la guerra che la Nato sta combattendo in Afghanistan si vince o si perde soprattutto in Pakistan, sarebbe ora che gli europei trovassero il coraggio di tutelare i loro soldati e i loro interessi. Se l'amministrazione Bush vuole combinare un altro disastro, faccia pure: ma si scelga un'altra parte del mondo. In Afghanistan, e dunque anche in Pakistan, Washington è vincolata ad un'alleanza: se non si ritiene tale lo metta in chiaro, e gli europei decidano se ad essi è congeniale una missione sulla quale non hanno pieno controllo.

Inoltre il fatto che il Pakistan sia il retrovia fondamentale della guerra afgana, obbliga americani ed europei a dotarsi di una strategia regionale. Finora non si è vista questa coerenza.
Nell'immediato occorre chiedersi se l'economia pachistana non abbia bisogno di una ciambella di salvataggio. È vero che nei sette anni precedenti gli americani hanno finanziato Musharraf con miliardi di dollari avendone in cambio poco di quello che era stato loro promesso.

Ma lasciare affondare il Pakistan per ripicca sarebbe, nelle circostanze attuali, un far danno non solo alla Nato e alla missione in Afghanistan, ma anche alla stabilità della pace in una larga parte del mondo: nel caso il Paese collassi, forse gli americani riuscirebbero a trovare per tempo la dozzina di bombe atomiche di cui oggi dispone Islamabad e a metterle in salvo tutte, ma difficilmente in seguito potrebbero evitare che quei progetti nucleari siano riattivati per conto di nuovi committenti.

Infine sarebbe saggio affrontare le ossessioni dello stato maggiore pachistano. Pare convinto che l'India si stia impadronendo dell'Afghanistan e la patria rischi di essere stretta a sandwich dal nemico storico. Che si tratti di un alibi per intervenire in Afghanistan o di un sospetto non del tutto campato in aria, non lo si può ignorare.

Soprattutto se fosse vero che i servizi segreti indiani sono molto attivi su tutto il confine afgano-pachistano. Anche se non si vedono i presupposti per una conferenza internazionale che riunisca tutti i Paesi dell'area, qualcosa va fatto per ripristinare un minimo di fiducia tra Islamabad e Delhi, prima che le due caste militari riprendano a montare le loro guerre per procura.
Né il Pakistan né l'Afghanistan sono cause perse. Però occorre uno sforzo di intelligenza e di determinazione. Purtroppo queste non sono le doti precipue dei gruppi dirigenti occidentali.

domenica 21 settembre 2008

Un Paese a puttane...

Qui di seguito alcuni articoli sulla costruzione del consenso e sulla comunicazione messe in atto da Berlusconi mentre la sinistra e' del tutto incapace di porvi un argine.

“Presidente, io da lei mi lascerei toccare”
di Laura Lucchini - da El Pais - 20 Settembre 2008

In queste poche righe da "El Pais", un caso esemplare di come si costruisce il consenso all'epoca della transpolitica. Il dramma è che quello che leggiamo con una punta di commiserazione sulla stampa estera, per le nostre televisioni fa parte di un flusso incessante d'intrattenimento che ha già cambiato il Paese in profondità.

Silvio Berlusconi aveva annunciato la sua presenza al celebre programma di Rai1 Porta a porta, condotto dall'amico Bruno Vespa, per parlare delle trattative per salvare Alitalia, una crisi che può costare il posto di lavoro a 20.000 impiegati. Al suo fianco, al posto di un sindacalista o di un rappresentante del settore, era seduta la nuova miss Italia, Miriam Leone.

Per la sorpresa di chi aspettava di sentire il Presidente del Consiglio parlare di attualità, è stata miss Italia a prendere la parola in difesa della riforma scolastica del Governo Berlusconi, che prevede il maestro unico alle elementari, come 20 anni fa. “Io, mio padre e noi tutti siamo cresciuti con il maestro unico”, ha detto Miriam Leone. “Ci imponeva più disciplina, era un po' brutto, ma gli volevamo bene”.

E c'è dell'altro. Con un colpo di scena è comparsa nello studio del programma la campionessa di scherma Valentina Vezzali, fresca vincitrice di una medaglia alle Olimpiadi. La Vezzali ha offerto un fioretto a Berlusconi sfidandolo. Ma il Cavaliere ha rifiutato: “Non la potrei toccare neanche con un fiore”, si è scusato. “Presidente, io da lei mi lascerei toccare”. Ed è sceso il silenzio nello studio, rotto solamente dall'annuncio di Berlusconi che si comprerà un'altra casa sul Lago Maggiore: “Per evitare che caschi in mani straniere”. Il circo di Berlusconi gli ha regalato il 60% di popolarità, cinque punti in più di luglio.


La fabbrica del consenso
di Peter Gomez - voglio scendere - 19 Settembre 2008

Il consenso di Silvio Berlusconi continua a salire. Dopo aver perso 12 punti in dieci giorni a luglio, in occasione dell'approvazione del Lodo Alfano e le polemiche intorno alle norme blocca-processi, i sondaggi segnalano che l'operato del premier viene oggi apprezzato dal 60 per cento degli italiani. Il Cavaliere insomma ha recuperato il terreno perduto e ne ha conquistato di nuovo. È difficile dare torto agli elettori.

Le opinioni si formano sulla base di quello che le persone sanno. E ciò che comunemente si conosce dell'azione di governo basta e avanza per promuoverla: i rifiuti di Napoli sono spariti, la cordata italiana per Alitalia c'è e non ha ancora spiccato il volo solo perché quei "cattivoni" dei sindacati si sono messi di traverso, sulla sicurezza si è intervenuti annunciando che l'immigrazione clandestina diverrà reato così come la prostituzione in strada.

Gli italiani sono insomma stati raggiunti da messaggi semplici, immediatamente comprensibili, che apparentemente testimoniano un'inversione di tendenza rispetto al passato quando ogni governo era squassato da lotte intestine e sconcertanti prese di posizione di ogni partito facente parte delle varie coalizioni. Il fatto poi che l'opposizione (il Pd) continui a ripetere che è disposto al dialogo su tutto, sempre che le proposte del governo siano sensate, finisce per ammantare l'esecutivo di un'ulteriore aura di serietà.

In realtà di serio in questo governo ha ben poco. Anche a volerlo guardare con gli occhi di un elettore del centro-destra, finora agli annunci non sono seguiti provvedimenti concreti. Il reato di immigrazione clandestina, come è noto ai frequentatori di questo blog, non esiste: è stato semplicemente introdotto il reato d'ingresso illegale nel nostro paese che permetterà di mandare nelle già sovraffollate galere poche decine d'immigrati sorpresi in flagranza mentre stanno entrando in Italia.

Idem per la prostituzione in strada. Chi è davvero convinto che le peripatetiche e i loro clienti vadano puniti con il carcere può solo restare deluso dallo scoprire come per loro sia previsto l'arresto per 15 giorni. Chi, non senza ragione, sottolinea il disastroso ruolo svolto dai sindacati (assieme ai partiti) nella malagestio di Alitalia, resterebbe a bocca aperta se sapesse che, sfumata l'opportunità di Air France, il salvataggio della compagnia di bandiera costerà un miliardo di euro alla collettività (cioè in tasse, o in tagli in altri settori, a partire dalla scuola pubblica) e biglietti aerei molto più cari di oggi (fino al 40 per cento).

Per quanto riguarda i rifiuti, infine, c'è da chiedersi che cosa accadrebbe se i tg riprendessero le notizie di "Libero" (non de "Il Manifesto") secondo le quali buona parte della monnezza napoletana finisce adesso nelle discariche lombarde. O se qualcuno si degnasse di ricordare che il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, coordinatore regionale di Forza Italia, vanta una parentela acquisita con il boss del clan dei casalesi Giuseppe Russo, detto Peppe O' Padrino. E che quindi la passeggiata di Berlusconi sottobraccio a Cosentino per le strade di Napoli, fatta in occasione dell'ultima visita del premier nel capoluogo parteneopeo, ha rischiato di essere quantomeno equivocata dalla camorra.

Visto l'attuale panorama dei media è velleitario pensare che tv e giornali queste cose le dicano spontaneamente. È l'opposizione invece che dovrebbe ricordarle. E dovrebbe farlo ogni giorno, con costanza, utilizzando sempre le stesse parole. I concetti, anzi le informazioni, dovrebbero essere ripetuti mille volte, in ogni occasione possibile. Dovrebbero diventare una sorta di tormentone mediatico in grado di suscitare polemiche e dure prese di posizione. Perché nello scontro Berlusconi perde (vedi i sondaggi di luglio), col dialogo vince. Sempre.


Le troie trionfali di Silvio Berlusconi
di Miguel Martinez - Kelebek - 18 Settembre 2008

Avevo promesso un post per rispondere a un commento di Rosalux, e adesso mi tocca farne due. Perché Rosalux ha scritto di nuovo qualcosa di molto interessante e che condivido totalmente:
"Una comunicazione può essere efficace e al tempo stesso infondata o fondata su presupporsi falsi. Berlusconi ha convinto il 60% degli italiani di star facendo un ottimo lavoro. Ha fatto tagli alla scuola, e ha fatto credere di essere tornato alla buona vecchia scuola di una volta, ha tagliato fondi alla polizia, ma la gente è rasserenata dai soldatini. Ha la capacità di strutturare unità minime di pensiero ad elevatissimo grado di contagiosità."

Ci sono mille motivi, alcuni tipicamente italiani, per cui Berlusconi riesce a farsi amare. Voglio parlare solo di uno di questi, che non è la chiave di tutto. Il commento di Rosalux mi ha fatto venire in mente, infatti, la faccenda delle Signore/signorine Bella Presenza di cui Berlusconi si circonda, adesso che ha una maggioranza sufficiente per non dover riempire il governo di politicanti sempre pronti a fargli lo sgambetto.

Il caso più clamoroso è la Carfagna, ma ormai anche quando va in televisione - il rito più solenne per lui - Berlusconi si circonda di giovinette che incarnano in qualche modo la figura della Jeune-Fille. Ad esempio in un ammiccante incontro a Porta a Porta con la campionessa olimpica Valentina Vezzali e con Miriam Leone, meglio nota come Miss Italia. Questa scelta ha portato alle solite bordate di insinuazioni sulla vita privata di Berlusconi. Insinuazioni - a prescindere dalla loro insignificante fondatezza o meno - non solo volgari, ma anche stupide, che svelano a mio avviso l'intrinseca imbecillità dell'antiberlusconismo. Anzi, probabilmente quelle insinuazioni piacciono molto allo stesso Berlusconi.

L'insinuazione di fondo, tolti gli elementi di mero maschilismo o moralismo, è che Berlusconi sia un cretino che regala ministeri a giovani donne in cambio di favori personali. In un Paese Serio queste cose non succedono - il Paese Serio, una sorta di tecnocrazia capitalista dove tutti fanno le cose in orario e nessuno dice barzellette o parcheggia in doppia fila - è più o meno il mito della Sinistra Reale attuale.

Ora, Silvio Berlusconi non ha distrutto l'Italia e non ha creato una dittatura; però non ha fatto nemmeno praticamente nulla di buono. Eppure è il politico del dopoguerra che ha governato più a lungo, e ha più consensi che mai. Da cui possiamo dedurre che è lui a essere intelligente e i suoi avversari a essere cretini.

In questo paese di interminabili e feroci trame, Berlusconi - che avrà pure montagne di soldi, ma è un outsider rispetto ai poteri storici - non è un sentimentale. Se alle sue (ipotetiche) amanti regala ministeri e non collane di diamanti, come fanno i poligami normali, un motivo ci sarà.Attorno a sé, Berlusconi crea un'oggettiva atmosfera di bellezza e giovinezza. Ma non può essere una bellezza virile, adatta ai tempi storici delle grandi mobilitazioni e del culto del sacrificio, tipico di tutto il Novecento.

Siamo nell'epoca dell'intimità televisiva e del coccolamento narcisista. La tremenda immagine del femminile imposta e rispecchiata dal dominio maschile la conosciamo tutti: le donne sono giovani e belle o non sono. Ancheggianti, inaffidabili, portatrici di astiosi pettegolezzi, vittimiste, indisciplinate, lagnose, simpatiche e briose, rifiutano lo sforzo fisico perché ci si possono rompere le unghie, bugiarde, sensation seeker, incapaci di concentrarsi, se ne fregano dei grandi temi ma si legano al dito ogni piccolo torto personale, per uscire da ogni problema sbattono le palpebre al primo uomo che passa, insieme asservite e manipolatrici, ombelicali, alla perenne ricerca di frivolezze e piccoli piaceri. Prive di profondo essere, sono dunque pura immagine.

Il femminismo ha fatto un lavoro straordinario e benemerito di critica a questa costellazione. Ma il capitalismo post-borghese, che bada ai fatti e non alle riflessioni, ha semplicemente rovesciato i ruoli: bene, clienti di tutto il pianeta - qualunque sia il vostro genere anagrafico - liberate la puttana che c'è in voi!In questo senso - ma l'antiberlusconiano medio non potrebbe mai arrivarci - Silvio Berlusconi rinnega più profondamente il fascismo di chiunque altro, perché il mondo delle Jeune-Fille ha in orrore le musiche marziali. E non ama nemmeno maschi solenni e incravattati che parlano di astrazioni: il mondo borghese è ormai alle spalle, ne resta tutt'al più qualche frammento nella sinistra. E su questo tema troviamo una magmatica convegenza rosso-azzurra, un luogo in cui il berlusconismo "antitotalitario" si ritrova con un certo mondo libertario sessantottino.E infatti il complesso della Jeune-Fille lo troviamo incarnato anche nell'organo dell'Antiberlusconismo Assoluto, Repubblica. Perché non è questione di questa o di quella parte politica, ma di questa epoca. Come dimostra il penoso tentativo, compiuto qualche anno fa, di Clemente Mastella di fare il jeune-fille a torte in faccia.

E se pure Mastella ci prova...Berlusconi dai media passa allo stato. E in questo c'è un paradosso: perché i media demoliscono necessariamente lo stato. Ricevono le informazioni prima dei suoi servizi segreti; riempiono le menti di un circo di immagini tali da far abbandonare la scuola a qualunque Pinocchio; fanno scendere gli uomini di stato dai loro remoti balconi e palchi e permettono di vederne i nei; esaltano e condannano davanti a tutta la nazione, mentre i tribunali ci mettono anni. In fondo, l'antiberlusconismo di massa (non quello serio e noioso alla Travaglio) si nutre tutto di questa demolizione mediatica dello stato: avete visto le foto di Berlusconi che fa le corna? Usciranno le intercettazioni?Berlusconi ha saputo dare qualche mese di più di vita allo stato, trasformandolo in una funzione dei media, in un personaggio particolarmente simpatico del salotto di Bruno Vespa: salotto significativamente affollato da sempre da troiette.