sabato 25 aprile 2009

Il "divide et impera" in pieno atto in Iran


L'ondata destabilizzatrice all'interno dell'Iran sta proseguendo il suo corso.

Almeno 10 agenti delle forze di sicurezza iraniane sono rimasti uccisi in uno scontro a fuoco avvenuto la scorsa notte con miliziani armati in una provincia occidentale del Paese, lungo il confine con l'Iraq, abitata da popolazioni curde.


Lo riferisce l'agenzia iraniana Isna, aggiungendo anche che dieci ''banditi armati'' sono rimasti uccisi.

Secondo l'iraniana Press Tv uomini armati, membri del separatista Partito per un Vita Libera del Kurdistan (PJAK), hanno attaccato una stazione di polizia nella città di Ravansar, nella provincia di Kermanshah.


In un altro scontro a fuoco avvenuto invece stamattina, uomini armati hanno attaccato un’altra stazione di polizia nei sobborghi di Sanandaj, nella provincia di Kordestan, uccidendo un poliziotto e ferendone altri 4.


Intato oggi l'ayatollah Ali Khamenei ha accusato gli Stati Uniti di essere coinvolti nei due attentati suicidi avvenuti in Iraq giovedì e venerdì, in cui sono rimasti uccisi decine di pellegrini iraniani che si recavano ai luoghi santi sciiti.


In seguito a ciò Teheran ha annunciato oggi la chiusura di uno dei valichi di confine con l'Iraq, quello di Khosravi, a nord-est di Baghdad, considerato insicuro per i pellegrini iraniani.


A pochi mesi dalle elezioni presidenziali iraniane si prevede un'escalation di questi "misteriosi" scontri a fuoco miranti a destabilizzare il regime degli ayatollah.




Terrorismo e destabilizzazione in Iran: quello che i media non dicono

di Alessandro Iacobellis – Arianna Editrice – 24 Aprile 2009


La notizia è arrivata sottovoce in Italia, oscurata dal consueto terrorismo mediatico sui progressi del progetto nucleare persiano. Eppure, come vedremo, ha una sua rilevanza, soprattutto se inquadrata nel contesto generale della situazione interna iraniana.


In data 10 aprile è avvenuta l’esecuzione tramite impiccagione dei tre responsabili accusati dell’attentato dinamitardo avvenuto il 12 aprile dello scorso anno in una moschea della città meridionale di Shiraz (capoluogo della provincia di Fars e sesta città dell’Iran per popolazione). I morti nell’attentato terroristico furono 12 e i feriti oltre 200.


La matrice, al solito, nebulosa: in un primo momento i portavoce delle forze di sicurezza parlarono di un incidente, avvenuto in seguito alla deflagrazione di munizioni esposte per una mostra commemorativa della guerra Iran-Iraq. Successivamente, accertata la natura dolosa dell’atto, furono accusati gli estremisti islamici sunniti (la moschea era ovviamente sciita, branca dell’Islam predominante in Iran), in particolare quelli legati alla setta wahabita. L’unica rivendicazione ufficiale di cui si è avuta notizia ci rimanda però a tutt’altro campo: un oscuro e misconosciuto gruppo di nostalgici della monarchia e dello Scià, i Soldati della Monarchia dell’Iran (in lingua farsi gli “Anjoman-e Padeshahi-e Iran”).


E’ però singolare il fatto che nel mese di maggio, nelle settimane immediatamente successive all’attentato, il Ministro degli Interni Pour-Mohammadi parlò di responsabili dell’attacco arrestati prima di sferrare altri assalti a Qom (città santa per gli sciiti, e strategica per gli equilibri politici interni della Repubblica islamica) e contro il Consolato russo a Rasht. Particolari che, se autentici, confermerebbero una chiara visione geopolitica quale ispiratrice di questi misteriosi attentatori: attaccare proprio un Consolato russo, con l’intento di minare la partnership tra la Russia e l’Iran, accordo di rilevanza strategica nei progetti di Teheran per il nucleare civile. A ciò seguirono accuse circostanziate di un altro ministro, stavolta quello dell’Intelligence, Gholam Hossein Mohseni-Ejehei, che incolpò apertamente statunitensi e britanniche di complicità con i bombaroli.


(1) L’attentato di Shiraz, con i suoi misteri, le sue ombre, le sue connivenze inconfessabili, ben si ricollega più in generale ad un tema di cui noi, nel “libero” Occidente, sappiamo ben poco: la piaga del terrorismo in Iran. Presentatoci continuamente a tinte fosche come sponsor di terrorismo, nessuno ci dice, infatti, che l’Iran è sconvolto da anni al suo interno da questo fenomeno, sia prima sia dopo i fatti di Shiraz. Fra il giugno 2005 e il marzo 2006, ad esempio, Ahvaz e i suoi sobborghi furono scossi da una serie di attentati dinamitardi, che costarono la vita complessivamente a 28 persone e il ferimento di circa 225. Attacchi anche in questo caso dal valore politico e strategico.


Si consideri in primo luogo che la provincia di cui si sta parlando è il Khuzestan, nell’ovest del Paese, confinante con l’Iraq, che gli Iraniani considerano storicamente quale luogo d’origine della loro nazione e della stirpe persiana già in epoca pre-islamica, terra di frontiera con i vicini e rivali Arabi, che più volte hanno loro conteso, nel corso dei secoli, il controllo della regione.


L’ultimo tentativo fu di Saddam Hussein che, durante il conflitto del 1980-’88, invase la provincia, riuscendo ad impadronirsene per una buona metà, con l’occupazione (cui seguì la vittoriosa liberazione da parte iraniana) della città di Khorramshahr. Conclusivo, “piccolo” particolare è il valore strategico ed economico della regione, ricca di petrolio ed importante polo industriale.


Ebbene, anche in questo caso, la matrice politica non è mai stata chiarita: si parlava della frastagliata galassia dei gruppi separatisti arabi attivi nell’area che spesso, però, dopo una prima rivendicazione negavano il tutto; anche in questo caso, il governo iraniano non perdeva tempo nell’addossare la colpa alle forze occupanti del vicino Iraq, soprattutto ai Britannici stanziati nel Sud. Ma non finisce qui.


Il mosaico si arricchisce di un altro drammatico tassello, che risale al 14 febbraio 2007. Ne è teatro la città di Zahedan, nella provincia del Sistan-Belucistan, regione storicamente turbolenta situata ai confini con Pakistan e Afghanistan. Di primo mattino, una potente autobomba colpisce in pieno un bus carico di militanti Pasdaran. Il bilancio è pesantissimo: 18 morti (11 secondo altre fonti) e 31 feriti, tutti esponenti della Guardia Rivoluzionaria.


Seguiranno, nei giorni immediatamente successivi, ripetuti rastrellamenti alla ricerca dei colpevoli, fuggiti poco prima dell’esplosione, con l’arresto di diversi sospetti, alcuni dei quali verranno riconosciuti colpevoli dell’attacco e condannati a morte. Almeno in questo caso i responsabili parrebbero avere un nome e un’agenda politica conosciuta: il gruppo terroristico Jundallah, che combatte per il separatismo dei Beluci, minoranza di origine pakistana di confessione sunnita, apertamente nemica del governo degli ayatollah.


Un particolare da non omettere è che la regione è utilizzata come corridoio per le considerevoli quantità di oppiacei provenienti dal vicino Afghanistan, attraverso cui si inonda il mercato interno iraniano e che causa una vera e propria emergenza sociale, con un’incidenza elevatissima di tossicodipendenza fra i giovani iraniani.


Anche in questo caso le autorità iraniane volgeranno il loro sguardo anche all’estero, accusando di complicità tanto gli Usa quanto il vicino Pakistan. In effetti, Jundallah ha sempre avuto rapporti ambigui con gli statunitensi, tanto che lo stesso Seymour Hersh ha parlato di un vero e proprio addestramento ricevuto dai guerriglieri, il cui leader riconosciuto è Abdolmalek Rigi.


(2) Il gruppo è tuttora probabilmente il più pericoloso fra tutti quelli attivi nella Repubblica islamica: l’ultima azione di una certa eco risale solamente al 25 gennaio di quest’anno, quando 12 poliziotti, la cui unica colpa era di rappresentare l’autorità del governo centrale in Belucistan, sono stati rapiti ed uccisi dai terroristi.

A questo punto, inizia a delinearsi meglio lo scenario: applicare la tattica del “divide et impera” in Iran, per colpirlo dall’interno, fomentandone le minoranze etniche, eccitando separatismi, rivalità religiose e sentimenti indipendentisti.


In un Paese tradizionalmente multietnico, accendere i separatismi di Arabi, Beluci, Azeri e Armeni (principali minoranze), oltre ai Curdi, immancabili quando si tratta di destabilizzare una nazione mediorientale. Nel Kurdistan iraniano agisce infatti il PJAK (Partito per una Vita Libera in Kurdistan), gemello del PKK di Ocalan, a noi noto per una rocambolesca parentesi italiana di qualche anno fa. Anche nel caso di quest’organizzazione, il supporto logistico americano (e, si dice, anche israeliano) è più di un sospetto, tanto che nell’agosto 2007 il leader del gruppo, Haji Ahmadi, ha visitato Washington, stabilendo contatti di basso livello con rappresentanti governativi.


(3) I militanti, inoltre, conducono le loro operazioni partendo da basi sicure nel nord dell’Iraq sotto tutela statunitense… tanto che le forze armate iraniane non hanno esitato in più di un’occasione a colpire con l’artiglieria le zone oltre confine (come la Turchia, del resto). A questo complesso quadro si aggiunge un altro elemento, storico punto di riferimento per l’opposizione iraniana: i MEK (Mujaheddin del Popolo dell’Iran), con il loro braccio politico, il Consiglio nazionale della Resistenza iraniana.


Già oppositori del regime dello Scià, i MEK furono rapidamente liquidati dopo la Rivoluzione del ’79, e da allora si sono legati a tutti i nemici degli ayatollah, compreso l’Iraq di Saddam, che per le loro azioni sotto copertura assegnò loro come quartier generale Campo Ashraf, presso Baquba, il cui destino è a tutt’oggi punto di controversia tra Iraq, Iran e Stati Uniti. I MEK, ribattezzati polemicamente in patria “munafiqun” (più o meno, “ipocriti”) rinunciarono formalmente alla lotta armata nel 2001.


Grazie a questa mossa, questo gruppo (la cui ideologia è più o meno riconducibile ad un islamo-marxismo) è riuscito a guadagnare credito sia presso l’Unione Europea che presso il governo statunitense. La sedicente presidentessa della Resistenza iraniana, Maryam Rajavi (moglie di Massoud, fondatore dei MEK, a dimostrazione di un familismo quantomeno anomalo dell’organizzazione…) è per questo spesso ospite dei salotti buoni di Bruxelles e della politica occidentale.


(4) Al di là delle controversie sul programma nucleare, delle tensioni relative all’influenza politica in Iraq e del possibile ruolo di stabilizzazione in Afghanistan, i rapporti tra Iran e Usa si giocheranno inevitabilmente anche sui rapporti tra Washington e i gruppi armati che operano entro i confini iraniani. La strategia “del bastone e della carota” inaugurata da Obama con il messaggio di auguri in occasione del Nowruz, il Capodanno persiano, non potrà prescindere da una presa di posizione anche in questo senso. E senza dubbio le risposte di Teheran non potranno non tenere conto della strada che deciderà di intraprendere il neo-presidente americano anche su questi temi.


Note:


(1) Vedi articolo apparso su Russia Today il 14 maggio 2008. http://www.russiatoday.ru/news/news/24751.


(2) Hersh ha scritto diversi articoli sul New Yorker relativi alla questione dei gruppi armati in Iran e del supporto fornito loro da Washington. Secondo sue fonti, l’amministrazione Bush avrebbe addirittura investito circa 400 milioni di dollari in operazioni coperte dentro i confini iraniani, spesso destinati ad organizzazioni terroristiche per minare dall’interno il governo iraniano. Si consultino a tal proposito l’articolo del 7 luglio 2008 “Preparing the Battlefield” (“Preparare il campo di battaglia”), http://www.newyorker.com/reporting/2008/07/07/080707fa_fact_hersh?printable=true, e l’intervista del celebre giornalista investigativo visionabile all’indirizzo http://www.npr.org/templates/player/mediaPlayer.html?action=1&t=1&islist=false&id=92025860&m=92028303.


(3) Vedi articolo del Washington Times del 4 agosto 2007.


(4) I MEK sono stati inseriti dal Congresso Usa nella lista delle organizzazioni terroriste nel 1997, probabilmente come gesto di buona volontà nei confronti dell’allora Presidente dell’Iran Khatami, esponente dell’ala riformista. Nonostante tre appelli e le proteste di diversi politici (soprattutto repubblicani) il loro status non è stato cambiato, anche se i rapporti restano ambigui, soprattutto per quanto concerne la base di Ashraf in Iraq, e per avere presumibilmente fornito a Washington rapporti segreti sullo sviluppo del programma nucleare di Teheran. Per quanto riguarda l’Unione Europea, invece, il 29 gennaio 2009 il Consiglio dei Ministri dell’UE ha deciso di rimuovere dopo sette anni i MEK dalla lista dei gruppi terroristi.

Il 25 Aprile: la sua intrinseca, eterna polemica


Qui di seguito alcuni articoli controcorrente sul 25 Aprile.



Una mitologia da rivedere

di Luciano Fuschini – Movimentozero – 25 Aprile 2009


Ormai la tiritera sulla Resistenza e i suoi prodotti, la Repubblica Democratica e la Costituzione, è sempre più stanca e rituale. Questa ricorrenza potrebbe essere utilizzata più proficuamente riflettendo sui miti fondanti.


Un mito è un racconto di eventi straordinari, con un fondamento di verità storica ma amplificato e distorto, a differenza della leggenda che è solo costruzione fantastica. Il mito è fondante quando in esso si concentrano ideali in cui si riconosce una comunità. I miti fondanti nascono da forti emozioni collettive che segnano nel profondo il sentire comune. Quando un mito fondante perde il suo vigore, ne consegue un vuoto che deve essere colmato al più presto, pena la decadenza.


Il mito che fondò l’Italia unita fu il Risorgimento: un popolo in armi, dietro ai suoi Martiri e ai suoi Eroi, per riscattare l’Italia dall’oppressione straniera. Come in tutti i miti, c’era un fondamento di verità con un sovrappiù di retorica e di forzature propagandistiche. La realtà fu quella di una minoranza cittadina egemonizzata dalla Massoneria, che unificò l’Italia col contributo decisivo degli eserciti piemontese e francese, nonché della diplomazia franco-britannica, fra l’indifferenza o l’ostilità delle moltitudini contadine, l’80% della popolazione, più sensibili ai richiami della Chiesa che delle logge massoniche. Fu comunque un mito che funzionò per molti decenni e formò generazioni di italiani.


Dopo lo sconquasso della Grande Guerra e la crisi dello stato liberale, la nuova Italia fascista sovrappose al Risorgimento il suo mito fondante, quello della Marcia su Roma: l’Italia degli Arditi e del Piave spazzava via il vecchiume del ceto politico parolaio e inconcludente, e marciava verso la gloria di un rinnovato Impero di Roma. Per 20 anni questo mito eroico e guerriero ha coperto la realtà di una Padania piccolo-borghese che sognava la Balilla e le vacanze e di un’Italia meridionale e insulare che restava “uno sfasciume pendulo sul mare”. La seconda guerra mondiale svelò la retorica del mito.


L’Italia repubblicana aveva bisogno del suo mito fondante, che fu la Resistenza: il nuovo Risorgimento, il popolo compatto in armi contro l’invasore tedesco e i fantocci collaborazionisti fascisti, sadici aguzzini senza seguito. Come sempre c’era qualcosa di vero e molto di falso. L’esercito di Salò contava 300.000 effettivi. Se aggiungiamo a quei combattenti i loro familiari e i simpatizzanti, erano alcuni milioni di persone schierate col Duce.


Altrettanti erano i combattenti e i fiancheggiatori della Resistenza, con un seguito popolare molto più vasto di quello dei fascisti. Insomma, un’Italia lacerata, spaccata in due, con la maggioranza del popolo occupata a sopravvivere in qualche modo, a barcamenarsi più che a schierarsi, come ovunque, come sempre. In una parola, una guerra civile, feroce e crudele come tutte le guerre civili.


Fascisti e partigiani erano pedine manovrate dalle forze di occupazione, non dimentichiamolo. Non un esercito di invasori e uno di liberatori, ma entrambi eserciti invasori. Se avessero vinto le brigate nere, che non erano solo aguzzini torturatori ma anche giovani mossi da ideali di Onore e Fedeltà, l’Italia sarebbe diventata una provincia del Reich. Hanno vinto i partigiani, con i loro generosi ideali di Patria, Libertà, Socialismo, e l’Italia è diventata una provincia dell’Impero anglo-americano. Si potrà dire che è stato meglio così ma c’è poco da festeggiare, poco da celebrare.


Quello della Resistenza era un mito fondante piuttosto debole, perché alimentato quasi solo da una parte politica, la sinistra, e perché ad esso si sovrappose un mito d’importazione, quello americano, col suo pionierismo, il suo individualismo, i suoi modelli di consumo e di vita, vincenti anche attraverso la forza del cinema hollywoodiano, delle mode e della musica popolare.


Il Sessantotto non fu un mito fondante per la semplice ragione che non creò alcuna nuova realtà politica nella direzione del Paese. Fu però una tappa fondamentale nel processo di smantellamento di ciò che restava dei valori e delle istituzioni tradizionali.


La crisi della prima Repubblica si accompagnava al tramonto del mito resistenziale, ormai pallido ricordo di vecchi sopravvissuti. Occorreva un nuovo mito fondante. Si credette di trovarlo in Mani Pulite: un gruppo di magistrati coraggiosi che si facevano interpreti dello sdegno popolare contro la corruzione, per un’ Italia onesta e virtuosa. Durò lo spazio di un mattino.


La cosiddetta seconda Repubblica, inesistente proprio perché priva di un mito fondante, lo cercò nell’europeismo, ma un mito fondante scaturisce da emozioni profonde che si incidono nelle coscienze e si tramandano con le memorie. L’Europa delle quote-latte non poteva esserlo. Ecco che nel vuoto di un vero mito fondante, le sfibrate passioni politiche si alimentano di berlusconismo e antiberlusconismo, speculari nel rimandarsi la vacuità del loro nulla.


Così ci aggiriamo disorientati in una crisi che è sociale, economica, ma soprattutto morale e spirituale. Abbiamo bisogno di un altro mito fondante. Abbiamo bisogno di nuovi simboli, di nuove bandiere, di nuovi inganni forse, per vivere ancora. In una parola, c’è bisogno vitale di una Rivoluzione. Noi vorremmo che non scaturisse più dalle illusioni del progressismo.



Basta con l'archeologia dei morti

di Alessio Mannino – Movimentozero – 25 Aprile 2009


Diciamolo subito a scanso di equivoci: chi vomita l’accusa di “fascista” addosso al mal capitato che osi mettere in dubbio la santificazione del 25 aprile è lui, un fascista. Perché è vero, c’è ancora qualche reduce di Salò che a ottant’anni suonati difende la memoria sua e dei suoi camerati che volevano darci in pasto ai nazisti. C’è sì la spocchia degli ex missini La Russa, Gasparri e colonnelli vari, pervasi dalla voglia di rivincita sugli anni di segregazione imposta loro dal ghetto dell’arco costituzionale.


Esiste pure un revival del Duce buonanima, delle opere del Regime e della minimizzazione di errori e orrori del Ventennio (basta andare in edicola e fra allegati ai giornali di destra e calendari col Capoccione a volte pare di essere a Predappio). E il revisionismo storico, per altro sacrosanto e foriero di polemiche grottesche (la storiografia in quanto tale deve essere revisionista), è certo diventato una moda editoriale su cui i Pansa e i Battista fanno fior di quattrini. Ma detto questo, l’intoccabilità talmudica con cui questa ricorrenza viene ammantata è fuori dalla Storia.


Non tanto, o non solo, perché la Resistenza si macchiò di episodi più delinquenziali che resistenziali: in guerra, e a maggior ragione in una guerra civile come fu quella combattuta nel ’43-45, il sangue innocente viene versato da entrambi i lati. E fatto salvo l’onore di quei fascisti che combatterono in buona fede per un’idea distorta di Patria, non c’è dubbio che il lato giusto era quello di chi si rifugiava sulle montagne contro l’invasore tedesco - monarchici, cattolici, comunisti o azionisti che fossero.


Il vero difetto della necrofilia venticinqueaprilesca è un altro, e attiene alle conseguenze di quella fatidica data. Questo: perpetuare il mito fondante di una Repubblica che andrebbe smitizzata per intero e, ridotta com’è ad una gigantesca presa in giro degli stessi valori sui quali proclama di fondarsi, scardinata. A partire dalle fondamenta.


Generalmente si dice che la Liberazione nata dalla lotta partigiana ha portato la democrazia. Per cominciare, le truppe hitleriane sono state sconfitte soprattutto dagli Angloamericani. L’apporto dei resistenti italiani fu importante, ma militarmente nient’affatto decisivo. Cruciale fu invece la forza di rigenerazione politica e civile che i partiti riuniti nel Cln riuscirono a creare grazie al campo di battaglia. Campo successivamente insanguinato da vendette e rappresaglie di cui la macelleria messicana di Piazzale Loreto rappresentò il lugubre viatico, e che tuttavia conserva intatto il suo valore di riscossa popolare.


Nonostante ciò, la Costituzione del ’48 frutto del compromesso fra democristiani, comunisti e liberali azionisti produsse un regime che democratico lo era, e lo è rimasto, soltanto sulla Carta. Perché fin da subito, causa la mancata alternanza al governo dovuta alla minaccia di un Partito Comunista a metà fra una chiesa e una caserma agli ordini di Mosca, l’Italia fu presa in ostaggio dai partiti. Che come un tumore hanno moltiplicato il proprio potere abusandone al punto da svuotare la magna charta sostituendo la democrazia con la partitocrazia.


La sovranità non apparteneva e non appartiene al popolo: è cosa loro, delle camarille partitiche legate a doppio filo coi grandi e piccoli interessi economici, che fanno e disfanno parlamenti nominati da loro e blaterano di problemi che riguardano solo loro – tutto, pur di restare al potere. La legge non è uguale per tutti: per alcuni, soprattutto per chi ha soldi, tessere, televisioni e giornali, lo è di più.


Il lavoro non è fondante di niente e gli ostacoli affinchè l’uguaglianza sostanziale sia effettiva è una chimera: non si hanno ricordi di un Paese che solleva i poveracci dalle ingiustizie del dio mercato, se non coi metodi assistenziali e clientelari dello cosche di partito. E si potrebbe continuare a lungo, magari andando a scavare nel verminaio occulto dei veri padroni del vapore di ieri, di oggi, di sempre: le banche e le Borse. Caduto il muro di Berlino, sarebbe ora di abbattere quello di Wall Street e degli istituti centrali.


Sono cadute le ideologie, ma la sostanza rimane la stessa: viviamo sotto il tallone di oligarchie politiche, industriali, finanziarie e criminali che sanno ben mascherare i propri privilegi grazie ad un’informazione scimmiesca. La democrazia figlia della Resistenza non è mai esistita.


Siamo passati da una dittatura nuda e cruda, quella di Mussolini, ad una dittatura morbida, che ci dà l’illusione di contare qualcosa lasciandoci infilare una scheda nell’urna e rincitrullendoci col biberon del benessere. E ci fa rabbia gridarlo, proprio per il rispetto che portiamo ai morti che caddero sperando per davvero nella Libertà.


Ecco il motivo per cui non festeggiamo nessun giorno sacro a questa Repubblica vissuta nella menzogna: teniamo troppo alla parola “democrazia”, per farlo. E se ha un senso essere antifascisti, oggi, è perché il nuovo fascismo è quello che già descriveva Pasolini quarant’anni fa: l’idiozia consumistica di massa, che ci fa credere cittadini quando non siamo che sudditi.


E’ con questo pericolo dobbiamo fare i conti, non col fantasma strumentalmente agitato dal destrismo e dal sinistrismo di regime per imbambolare il popolo bue. Basta giocare a partigiani contro repubblichini, per dio. Facendoci sorbire, come sovrattassa, la bolsa retorica per quel reperto archeologico che è il 25 aprile.



No alla retorica della 25 Aprile

di Massimo Fini – www.massimofini.it – 25 Aprile 2009


Si celebra domani il 25 aprile, la giornata della Liberazione. Per la prima volta vi parteciperà anche l’attuale presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che l’aveva finora snobbata. Temo però che questa adesione prestigiosa, e peraltro doverosa, non farà che rafforzare un voluto equivoco su cui gli italiani hanno vissuto per decenni e ancora vivono, e che è stato foriero di gravi guasti per la vita nazionale. Questo equivoco si chiama Resistenza.


Come fatto militare la Resistenza fu del tutto marginale all’interno di quel grandioso e tragico evento che è stato il secondo conflitto mondiale. Servì come riscatto morale per quelle poche decine di migliaia di uomini e di donne coraggiosi che vi presero parte.


Dico poche perché nel dopoguerra si è assistito non solo al miracolo gaudioso per cui, da un giorno all’altro, il 25 aprile appunto, gli italiani divennero tutti antifascisti da fascisti che erano stati, ma perché non c’è stato quasi italiano adulto che non si sia appuntato sul petto fasulle medaglie partigiane. E anche non adulto. Non c’era chi, all’epoca ragazzino o addirittura bambino, non dichiarasse di essere stato, come minimo, una "staffetta partigiana" (a dar retta a questi racconti i partigiani più che combattere avrebbero fatto altro che scambiarsi messaggi).


La Resistenza è stata invece interpretata come un fatto che riguardava tutti gli italiani per cui, nell’immaginario collettivo, è nata la comoda convinzione che l’Italia si sia "liberata" da sola e non grazie alle truppe angloamericane e che avesse quasi vinto una guerra che invece aveva perso nel più vergognoso dei modi. Con i nazisti non ci si doveva alleare, ma una volta alleati è stato troppo facile, comodo e vile pugnalarli alle spalle in una lotta per la vita o per la morte nel momento in cui si profilava la sconfitta.


Per cui l’8 settembre dovrebbe essere ricordato come la giornata della vergogna e non celebrata come il suo contrario. E i ragazzi che andarono a morire per Salò lo fecero a loro volta per un riscatto morale, per altri valori che allora contavano qualcosa e che noi oggi, nella finta libertà democratica, abbiamo perduto, l’onore e la lealtà, e meritano il rispetto che si deve a tutti i vinti che si sono battuti in buona fede.


Rispetto che non va a Mussolini che dopo tanta retorica sulla "bella morte", in nome della quale si sacrificarono tanti giovani fascisti, fugge travestito da soldato tedesco. Che è poi l’eterna e disgustosa storia dell’"armiamoci e partite" che segna la classe dirigente italiana, da Caporetto, al Re, a Badoglio che, con i loro bauli, fuggono da Roma lasciandola in balia dei tedeschi, a Toni Negri, a Moro, che dalla sua prigione scrive le lettere che scrive, a Bettino Craxi, classe dirigente che, al momento del dunque, trova sempre qualche autogiustificazione per non pagar dazio e per violare quelle regole e quei codici morali che aveva chiesto agli altri di rispettare.


La Resistenza non fu quindi il riscatto dell’Italia né degli italiani, la stragrande maggioranza dei quali stette alla finestra aspettando di vedere chi fosse il vincitore per poi accodarsi a lui o addirittura prenderne la guida. Ma aver fatto credere il contrario ha avuto come conseguenza che gli italiani, a differenza dei tedeschi e dei giapponesi che la guerra la condussero fino in fondo e la persero fino in fondo, non hanno mai fatto veramente i conti con sè stessi e con il proprio passato.


È dalla retorica della Resistenza (non, sia ben chiaro, dai veri partigiani che meritano il nostro rispetto, la nostra ammirazione, il nostro omaggio) che è nato il fenomeno del terrorismo rosso che insanguinò il nostro Paese per una decina d’anni e che ancor oggi, di quando in quando, continua ad insanguinarlo.


Io credo che il 25 aprile potrà essere una giornata di memoria condivisa solo quando cesserà di essere la celebrazione retorica di un’epoca che riguardò i pochi e diventerà invece un momento di riflessione autentica sulla nostra storia, sui nostri errori, sulle nostre responsabilità.

Pakistan: I talebani fanno il bello e il cattivo tempo

Era già chiaro da mesi che i talebani, oltre a controllare gran parte dell'Afghanistan, si stavano espandendo anche nel nord ovest del Pakistan.

E infatti qualche giorni fa hanno assunto il controllo anche del distretto di Buner, di grande importanza strategica, situato a circa 100 km dalla capitale Islamabad, mentre il governo centrale sembra incapace di fare fronte alla situazione.

I talebani sono entrati nel distretto di Buner dalla vicina valle di Swat - sotto il loro controllo dal 2007 - senza incontrare resistenza. I poliziotti sono infatti rimasti nelle caserme mentre i combattenti islamici pattugliavano le vie del distretto armati di fucili e lanciarazzi, stabilendo anche posti di blocco e occupando gli edifici governativi. L’avanzata dei talebani è stata naturalmente supportata anche da funzionari dell’amministrazione locale, nominati dietro raccomandazione degli stessi talebani.

Il governo centrale aveva comunque annunciato l'invio di truppe paramilitari nel tentativo di fronteggiare l'avanzata dei talebani, ma il convoglio è stato attaccato dai combattenti e un soldato è rimasto ucciso.

Da tempo i talebani controllano la valle di Swat, dove è stata introdotta la Sharia in seguito a un accordo con il governo per il cessate il fuoco nella regione. Questa concessione ha ovviamente rafforzato i talebani che però, avendo riscontrato ritardi nella sua applicazione dovuti alle pressioni USA verso il governo centrale pakistano, puntano ora a espandere il loro controllo anche alle regioni vicine.

ONU e Stati Uniti appena avuta la notizia sono rimasti "leggermente" preoccupati, con Hillary Clinton che ha dichiarato davanti alla Commissione esteri della Camera che "il governo pakistano sta abdicando a favore dei talebani".

Fatto sta che il governo pakistano, scendendo nuovamente a patti con i talebani, è riuscito ad ottenerne il ritiro dal distretto di Buner, cercando così di salvarsi la faccia.

Ma sembra ormai chiaro che i talebani sono in grado di farvi ritorno quando e come vogliono.


Pakistan, i talebani si ritirano

di Enrico Piovesana - Peacereporter - 24 Aprile 2009

Alla fine il governo pachistano è riuscito a convincere i talebani a ritirarsi dal distretto di Buner, evitando così una nuova offensiva militare. L’incontrastata avanzata degli integralisti verso la capitale Islamabad aveva allarmato gli Stati Uniti, che ieri avevano ordinato al Pakistan di reagire subito, minacciando altrimenti ripercussioni sulle relazioni tra i due paesi.

Ha vinto la trattativa. Questa mattina, proprio mentre le prime truppe governative – mobilitate dal governo su pressione Usa – stavano prendendo posizione a Dagar, capoluogo del distretto di Buner, il governatore della regione di Malakand, Syed Mohammed Javed, e altri esponenti del governo si incontravano severamente con i rappresentanti dei due principali movimenti integralisti armati pachistani: il Movimento per l'applicazione della legge di Maometto (Tnsm) e il Movimento dei talebani del Pakistan (Ttp).

Gli emissari di Islamabad hanno spiegato ai talebani che se non si ritiravano dal distretto di Buner, il governo sarebbe stato costretto da Washington a cacciarli con la forza, facendo riesplodere un conflitto che il Pakistan vuole evitare in tutti i modi. E che invece gli Stati Uniti vogliono che venga combattuto e vinto.

L’irritazione degli Usa. Ieri sera da Washington erano arrivati segnali molto chiari.
Il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, aveva detto che le relazioni tra i due paesi sono messe a rischio dall'avanzata talebana e dall'inazione del governo di Islamabad. "La stabilità del Pakistan è centrale per gli sforzi della Coalizione in Afghanistan e anche per le nostre future relazioni con il governo pachistano".

Sempre ieri, il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, aveva dichiarato che "il governo pachistano sta abdicando di fronte ai talebani" e che questo "rappresenta un pericolo mortale per gli Stati Uniti e per il mondo intero".

E il capo di Stato Maggiore delle forze Usa, ammiraglio Mike Mullen: “In Pakistan ci stiamo avvicinando al punto in cui gli estremisti potrebbero conquistare il paese”.
Per concludere la giornata, il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, aveva fatto sapere che il presidente Barak Obama è "molto disturbato ed estremamente preoccupato" per le notizie che giungono dal Pakistan.

A 100 chilometri dalla capitale. I talebani hanno resistito per cinque anni alle offensive dell'esercito pachistano, costringendo alla fine il presidente Asif Ali Zardari a conceder loro l'amministrazione della giustizia secondo i principi della sharìa in sette distretti: Swat, Shangla, Chitral, Dir, Buner, Malakand e Kohistan. Un territorio esteso quanto Lombardia e Veneto messi insieme e abitato da oltre tre milioni di persone. In cambio avevano promesso di deporre le armi e di non contrapporsi alle autorità governative, limitandosi a istituire e gestire le corti islamiche.

Ma a causa dei ritardi nell'attuazione di questo piano da parte del governo pachistano - frenato dalla pressioni dell'amministrazione Usa che ha accusato Islamabad di aver abdicato di fronte alle minacce dei terroristi - i talebani si sono rifiutati di deporre le armi e si sono lanciati alla conquista di altri distretti al dì fuori di Swat, che ormai controllano totalmente da mesi. Il primo obiettivo è stato quello di Buner, il più meridionale dei sette, il più vicino alla capitale Islamabad: non più di cento chilometri.


I talebani avanzano verso Islamabad, Pakistan nel caos

di Michele Paris - Altrenotizie - 24 Aprile 2009

La notizia, è stata diffusa in anteprima dal quotidiano locale in lingua inglese DAWN ed è stata confermata da tutti gli organi di stampa internazionali e dagli stessi residenti: i Talebani hanno conquistato un’area strategicamente fondamentale del Pakistan. L’avanzata degli estremisti islamici nel distretto di Buner - porta d’accesso ad alcune grandi città pakistane, come la capitale Islamabad - arriva a poco più di due mesi dal controverso cessate il fuoco stipulato dal presidente Asif Ali Zardari con le milizie ribelli nella confinante “Swat Valley”, accordo risoltosi con l’introduzione della legge islamica (Sharia) e con l’abdicazione di fatto del governo centrale.

La drammatica evoluzione degli eventi in un paese di oltre 160 milioni di abitanti dotato di armamenti nucleari rischia di sconvolgere gli equilibri dell’intera regione e di mettere sempre più in difficoltà un’amministrazione americana impegnata a combattere la resistenza talebana e gli affiliati alla rete terroristica di Al Qaeda nelle aree tribali del nord-ovest al confine con l’Afghanistan.

Senza praticamente incontrare resistenza, i Talebani hanno assunto il controllo della regione a nord-ovest di Islamabad, ordinando l’evacuazione immediata delle organizzazioni non-governative e costringendo il personale di polizia all’interno delle proprie caserme. L’irruzione nel distretto di Buner pare essere stata facilitata da fiancheggiatori locali dei ribelli e addirittura dall’amministrazione locale, i cui membri sono stati nominati dietro suggerimento degli stessi leader talebani.

Una situazione quest’ultima che contribuisce a chiarire il livello di potere ormai raggiunto dai militanti islamici in un paese che dovrebbe rappresentare al contrario - quanto meno nell’ottica di Washington - uno degli snodi fondamentali nella lotta al terrorismo jihadista. Le resistenze della popolazione nella regione di Buner sono state inoltre stroncate sul nascere anche dall’esempio stesso della Swat Valley - ex paradiso turistico che ospitava numerosi resort sciistici - dove il governo aveva aperto la strada ai ribelli nel tentativo di pacificare l’intera area, una volta constatata l’impossibilità di prevalere militarmente.

Questa ulteriore erosione dei poteri del governo di Islamabad lancia nuovi preoccupanti segnali agli Stati Uniti e al presidente Obama, il quale fin dai primi giorni del suo insediamento alla Casa Bianca aveva fatto della pacificazione di Afghanistan e Pakistan sotto la guida di governi moderati uno dei punti centrali della propria politica estera. La notizia dell’espansione talebana verso il sud del paese coincide con l’ennesima visita negli ultimi mesi di un alto ufficiale americano a Islamabad - il capo di Stato Maggior, ammiraglio Mike Mullen - a conferma dell’apprensione che si sta vivendo a causa della questione pakistana dall’altra parte dell’oceano. Mullen dovrebbe manifestare tutti i timori di Washington in una serie d’incontri con i vertici militari e dell’intelligence pakistana (ISI), quest’ultima peraltro spesso accusata di connivenza con i gruppi islamici operanti a nord-ovest del paese.

L’occupazione di Buner rivela inoltre aspetti inquietanti circa l’autorità e la forza raggiunte dai Talebani in Pakistan, dal momento che non più tardi dello scorso anno i residenti locali di quest’area si erano organizzati efficacemente in piccole brigate di resistenza per contrastare l’avanzata dei jihadisti nel loro territorio. La possibilità di ricostruire il proprio esercito, di reclutare ed addestrare forze nuove grazie alla tregua stipulata nella regione di Swat ha permesso infatti ai Talebani di entrare indisturbati in un distretto che si trova a poco più di 100 km di distanza dalla capitale. Proprio la vicinanza a quel che rimane dei centri di potere pakistani ha suscitato il panico tra i vertici delle forze armate locali. Il controllo della regione collinosa di Buner darebbe infatti un comodo accesso alle pianure del distretto di Swabi e da qui alla rete stradale che collega Peshawar - la capitale della Provincia di Frontiera del Nord-Ovest - con Islamabad.

L’arrivo dei Talebani nella regione di Buner - dove l’autorità del governo centrale era affidata alle sole forze di polizia, mentre l’esercito era completamente assente - ha portato con sé i consueti provvedimenti dettati dalla più rigida interpretazione della legge islamica. Come già era accaduto a Swat, alle donne è stato immediatamente proibito di muoversi liberamente per le strade e per i bazaar. Una volta stabilizzata la situazione, seguiranno come di consueto anche i divieti per le donne di frequentare le scuole e il sistema giudiziario pakistano relativamente laico verrà rimpiazzato da tribunali islamici. Le residue e flebili speranze per il governo pakistano di non cedere definitivamente terreno ai militanti nel distretto di Buner sono affidate ora ad alcune unità paramilitari - composte complessivamente da poche centinaia di uomini - che, secondo lo stesso quotidiano DAWN, sarebbero state inviate nella regione.

Dopo aver più o meno apertamente criticato l’accordo stipulato dal presidente pakistano Zardari con i Talebani nella Swat Valley, l’amministrazione Obama negli ultimi giorni ha inasprito i toni nei confronti di un governo inefficace, che dal 2001 incassa annualmente svariati miliardi di dollari in aiuti statunitensi per combattere gruppi terroristici che stanno ora assumendo il controllo di aree sempre più ampie del paese.

L’ultimo atto d’accusa in ordine di tempo è stato quello del Segretario di Stato Hillary Clinton, la quale in un intervento di fronte alla Commissione Affari Esteri del Congresso ha avvertito come il governo pakistano stia “sostanzialmente abdicando nei confronti dei Talebani e degli estremisti”. La ex first lady ha poi sollecitato Islamabad a migliorare il proprio sistema giudiziario e i servizi da garantire ai cittadini, quello cioè che ci si attenderebbe da un governo che beneficia di miliardi di dollari in assistenza versati regolarmente da Washington. L’audizione di Hillary si inserisce appunto nel processo legislativo che dovrebbe autorizzare lo stanziamento nei prossimi cinque anni di 7,5 miliardi di dollari per lo sviluppo economico del Pakistan e di 3 miliardi in forniture militari. Per la prima volta da sette anni a questa parte - da quando cioè l’amministrazione Bush garantiva finanziamenti in maniera incondizionata all’allora presidente Musharraf –- il governo pakistano dovrà dimostrare il raggiungimento di una serie di condizioni minime di progresso della propria situazione interna per accedere ai fondi erogati dagli Stati Uniti.

Nell’ultimo periodo tuttavia le notizie provenienti dal Pakistan continuano ad essere tutt’altro che incoraggianti e l’atteggiamento delle massime autorità del paese indica un clima di crescente incomprensione con Washington. Come dimostra la risposta alle dichiarazioni di Hillary Clinton dell’ambasciatore pakistano negli USA, Husain Haqqani, il quale ha ammesso la minaccia che incombe sul proprio paese, pur negando fermamente che il governo sia sul punto di cadere nelle mani dei Talebani.

Fin dall’indomani dell’invasione dell’Afghanistan, le truppe americane avevano iniziato ad ingaggiare furiosi combattimenti con la resistenza talebana ricostituitasi nelle aree tribali di frontiera del Pakistan. Facendo affidamento, soprattutto negli ultimi mesi, su ripetute incursioni oltre confine con l’impiego di velivoli senza pilota (droni, o UAV) - spesso guidati da agenti della C.I.A. dagli USA - per colpire le basi talebane, gli Stati Uniti si sono scontrati con un clima di crescente ostilità a causa delle numerose vittime civili di questi bombardamenti. Le operazioni dei militanti islamici sia in Afghanistan che in Pakistan, nonostante gli sforzi di Washington, si sono così moltiplicate, finendo per galvanizzare un movimento insurrezionale che minaccia ora seriamente il governo di Islamabad e gli stessi piani dell’amministrazione Obama.

Il neo-presidente ha già promesso l’invio di almeno 17.000 soldati in Afghanistan entro l’anno, di cui circa 4.000 che, tra poche settimane, verranno impiegati nell’addestramento dell’esercito locale. Le forze promesse da Obama dovrebbero così portare il totale delle truppe americane a quasi 60.000 unità nei prossimi mesi. Il deteriorasi della situazione in entrambi i paesi tuttavia ha già determinato un ridimensionamento degli obiettivi statunitensi nella regione.

Rispetto alla dichiarata volontà della precedente amministrazione di voler portare la democrazia in un paese come l’Afghanistan, le previsioni più ottimistiche di Obama prevedono ora invece un contenimento delle attività terroristiche degli uomini di Al Qaeda, obiettivo da raggiungere anche tramite il dialogo con quella parte di ribelli disposti a dialogare con gli USA e il governo di Kabul, sul modello della strategia che ha (relativamente) pacificato l’Iraq negli ultimi due anni. Il dilagare dei talebani in Pakistan di fronte ad un governo centrale sempre più debole, assieme allo sfacelo e alla corruzione endemica in Afghanistan, rischia però di far sembrare un miraggio anche l’obiettivo minimo proclamato da Washington per risolvere una delle crisi più delicate dell’intero pianeta.

venerdì 24 aprile 2009

Iraq: la guerra continua

Continua l'ondata crescente di violenza in Iraq.
Oggi a Baghdad almeno 60 persone sono morte in un duplice attentato suicida vicino alla tomba dell'imam Mousa al-Kazim, uno dei più importanti santuari sciiti della città nel quartiere di Al-Kadhmiya, e oltre 100 sono i feriti.
L'esplosione di un'autobomba ha invece causato un morto e tre feriti - tutti militari iracheni - nella provincia di Diyala, nel villaggio di al-Shaikhi a circa 80 km a nord-est di Baghdad.

Ieri invece c'erano state 96 vittime. A Muqdadiya, un'ottantina di chilometri da Baghdad, un kamikaze si era fatto esplodere in un ristorante con centinaia di pellegrini iraniani diretti ai luoghi santi sciiti di Najaf e Kerbala. Decine i feriti.
Mentre poco prima c'era stato un altro attentato suicida a Baghdad, dove sembra che una donna si fosse fatta espodere nel centro della città tra un gruppo di poliziotti che distribuiva aiuti umanitari a famiglie di sfollati.

Il 20 Aprile un attentatore suicida, con indosso un'uniforme da poliziotto, si era fatto esplodere a un posto di blocco nella città di Baquba, a nord di Baghdad, uccidendo almeno quattro soldati USA, sette poliziotti iracheni e tre civili.
Nello stesso giorno, a Falluja, una bomba era stata fatta espodere nei pressi dell'abitazione di un capitano dell'esercito mentre si recava al lavoro. L'uomo era rimasto illeso ma nell'esplosione avevano perso la vita due bambini.

Mentre solo 4 giorni prima un altro attentatore suicida, sempre con un'uniforme da poliziotto, si era fatto esplodere in una base militare dell'esercito iracheno nel distrezzo di Al Habbaniya (provincia di Al Anbar) durante i festeggiamenti delle reclute per la fine del corso di addestramento. Bilancio: 19 morti e 50 feriti.

Sembra quindi di nuovo rinsaldata l'unione tra tutti i gruppi sunniti - Stato islamico iracheno, Ansar al-Sunna, milizie dei Consigli del Risveglio, appoggiati anche dai gruppi armati provenienti dall'ex partito Baath- contro il governo di al-Maliki e le truppe americane.
Va sottolineato che il governo iracheno avrebbe dovuto riassorbire le milizie del Risveglio nelle forze armate nazionali, ma non ha mantenuto la promessa. Inoltre le stesse milizie da almeno due mesi non ricevevano più gli stipendi.

Un'impennata di violenza a soli due mesi dal preannunciato ritiro delle truppe USA dalle principali città irachene che con ogni probabilità verrà posposto.

E la guerra continua.



Iraq, gli attacchi probabilmente aumenteranno, dice il Pentagono

di www.osservatorioiraq.it - 23 Aprile 2009

Gli attacchi degli insorti in Iraq probabilmente aumenteranno con l'inizio del ritiro delle forze Usa, ma non ci sono piani per rinviare questo ritiro.

Lo ha detto ieri il più alto funzionario del Pentagono con competenza per il Medio Oriente. In una intervista con la Associated Press nel suo ufficio, Colin Kahl, il vice assistente Segretario alla Difesa, ha spiegato che la situazione viene monitorata, e continuerà a esserlo, in vista del calendario per il ritiro stabilito dal presidente Barack Obama.

Per quanto riguarda la sicurezza, nonostante gli attentati che negli ultimi tempi hanno ripreso a insanguinare l'Iraq (oggi ci sono stati almeno 76 morti in due attacchi suicidi, a Baghdad e a Ba'aquba, capitale della provincia di Diyala), Kahl sostiene che la situazione è "migliorata in modo impressionante" negli ultimi due anni, e la violenza confessionale che faceva temere lo scoppio di una guerra civile è improbabile che riemerga.

Ad ogni modo, il funzionario statunitense ha sottolineato che qualunque decisione finale su un eventuale rinvio del ritiro delle truppe Usa verrà presa dal governo di Baghdad – che dovrà farne richiesta specifica. Le stesse affermazioni fatte di recente dal generale Raymond Odierno, comandante supremo delle truppe Usa in Iraq, che aveva detto che a decidere sarà il premier Nuri al Maliki.

In base al cosiddetto "accordo di sicurezza" firmato a fine 2008 da Maliki e dall'allora presidente Usa George W. Bush, dopo mesi di difficili negoziati, i militari americani dovrebbero ritirarsi da tutte le città e i centri abitati dell'Iraq entro il 30 giugno, e lasciare completamente il Paese entro fine 2011.

A fine febbraio, il presidente Obama aveva annunciato che il grosso delle truppe da combattimento se ne andrà entro agosto 2010, lasciando una "forza residua" di 35.000-50.000 uomini.

Kahl, che prima di arrivare al Pentagono, è stato uno dei più ascoltati consulenti per la politica estera della campagna presidenziale di Obama, ieri ha detto che l'amministrazione Usa sta monitorando la situazione della sicurezza in Iraq per valutare l'eventuale necessità di modificare la consistenza numerica delle truppe, nel caso in cui la violenza dovesse aumentare in modo notevole nel corso dei prossimi due anni.

I militari americani in Iraq sono attualmente circa 140.000. Il loro numero dovrebbe scendere a circa 128.000 entro settembre. Per quest'anno non si prevedono ulteriori riduzioni, perché incombono le elezioni politiche, che dovrebbero tenersi in dicembre o ai primi del 2010 – una scadenza considerata particolarmente delicata

Per il momento, fra i comandanti militari Usa si parla con una certa insistenza di riconsiderare la data del ritiro del 30 giugno almeno in due città: Mosul e Ba'aquba, capitali rispettivamente delle province di Ninive e Diyala – zone dove la situazione non è assolutamente sotto controllo, e i livelli di violenza rimangono elevati.


Nessuna fine in vista
di Salah Hemeid Al Ahram Weekly - 9/15 aprile 2009
Traduzione a cura di Medarabnews

Lo scorso 9 aprile ha segnato il sesto anniversario dell’inizio dell’occupazione americana dell’Iraq. I giorni che hanno immediatamente preceduto questo anniversario sono stati caratterizzati da brutali episodi di violenza nel Paese. Tali episodi hanno messo in evidenza come l’Iraq sia un Paese tutt’altro che pacificato, che rischia di scivolare nuovamente nella spirale della violenza e della guerra civile non appena la riduzione delle truppe americane in Iraq si farà consistente – afferma il giornalista Salah Hemeid.

Fino a poche settimane fa, gli iracheni speravano ancora che il sesto anniversario della fine del regime di Saddam Hussein avrebbe portato delle buone notizie per la loro nazione assediata, soprattutto in termini di riconciliazione nazionale, pace, e stabilità. Purtroppo i suoni e le immagini di un Iraq in guerra sono, come sempre, in evidenza.

Bombe, imboscate, e rapimenti sono ferocemente tornati a Baghdad e in altre città irachene, dopo che si era assistito a un calo negli ultimi mesi, mettendo in discussione ciò che viene sostenuto dal Primo Ministro Nuri al-Maliki, spalleggiato dai responsabili americani, e cioè che l’Iraq sarebbe finalmente tornato alla normalità.

Questa settimana centinaia di persone sono state uccise e ferite in una serie di attentati che hanno colpito mercati e altri affollati luoghi di incontro, avvenimenti – questi – che contraddicono il quadro roseo che sia Baghdad che Washington tentano di dipingere. L’Iraq resta un Paese in preda alla violenza settaria.

Oggi in tutto il Paese gli iracheni hanno festeggiato l’anniversario in modo molto modesto, anche se forse con un po’ di quello “shock e timore” (in inglese “shock and awe”, il nome attribuito dalle forze armate americane all’operazione di invasione dell’Iraq nel 2003 (N.d.T.) ) che l’ex presidente Bush ha così brutalmente cercato di inculcare nella popolazione quando sei anni fa ha dichiarato guerra. In effetti, la guerra è stata uno shock per le coscienze, e una fonte di amarezza e indignazione collettiva nel momento in cui la nazione si ritrova ad osservare quanto è cambiata dopo sei anni di invasione americana, uccisioni settarie, e paura.

Preceduto dalla dichiarazione del presidente americano Barak Obama relativamente al ritiro delle truppe americane entro il prossimo anno, l’anniversario di quest’anno giunge in un momento decisivo per il futuro dell’Iraq. La relazione esistente tra questa dichiarazione e l’aumento della violenza appare molto chiara. Già ci si aspettava che il ritiro delle truppe americane dall’Iraq facesse aumentare la tensione nel Paese, creando un vuoto di sicurezza che i gruppi in lotta cercheranno di colmare.

Nelle ultime settimane i Consigli del Risveglio – i gruppi armati sunniti istituiti dagli americani – si sono disgregati, e alcuni dei loro membri sono tornati tra le file dei ribelli. E’ proprio questo processo di frammentazione che si pensa stia dietro gli attentati che hanno colpito i quartieri sciiti di Baghdad questa settimana. Mentre i gruppi affermano che il governo ha omesso di pagarli e ha tardato a inserirli nelle forze di sicurezza, il governo sostiene che nei consigli si sono infiltrati ba'athisti e membri di al-Qaeda che pianificano di destabilizzare il Paese.

Indipendentemente dalle ragioni che stanno dietro la nuova escalation, i recenti combattimenti sottolineano il fatto che i profitti della tanto decantata sicurezza erano inconsistenti e che la situazione politica rimane instabile. E diventerà ancora più complicata quando gli americani inizieranno a mettere in atto quelle misure che consentiranno una riduzione del numero di truppe di stanza in Iraq.

Le fazioni rivali del Paese devono ancora risolvere il conflitto per il potere e per la spartizione della ricchezza, e ogni sforzo di riconciliazione dovrà superare una serie di esigenze e obiettivi contrastanti.

Un problema fondamentale è che la riconciliazione nazionale continua a essere ostacolata dal perseguimento di programmi etnico-settari, locali, e regionali. Gli ultimi sei anni dimostrano chiaramente che la politica e la violenza sono le due facce della stessa medaglia. Per risolvere una delle due si deve risolvere l’altra. L’escalation di violenza a cui si è recentemente assistito rappresenta una chiara manifestazione dei punti di contrasto che continuano a esistere in Iraq tra gruppi religiosi ed etnici che competono per il potere, l’influenza, e le risorse.

Una delle dispute chiave riguarda le elezioni parlamentari previste per la fine dell’anno. Ci si aspetta che siano oggetto di una feroce contesa non solo tra gruppi diversi ma anche all’interno di determinate comunità.

La situazione diventa ancora più cupa considerato il modo in cui i vicini dell’Iraq competono per poter esercitare la loro influenza. L’Iraq confina con l’Arabia Saudita, l’Iran, la Giordania, il Kuwait, e la Turchia, e molti di questi Paesi stanno manovrando per poter avere voce in capitolo sui futuri orientamenti del Paese. Il loro appoggio alle varie fazioni interne in Iraq continua a rappresentare una sfida importante per le prospettive di stabilità e indipendenza politica del Paese. Alcuni dei Paesi confinanti con l’Iraq ospitano, preparano, finanziano, armano, e guidano gruppi in opposizione al governo iracheno. Con l’avvicinarsi del ritiro americano, ci si aspetta che i vicini dell’Iraq cercheranno di aumentare la loro influenza.

Poiché la situazione di stallo politico continua, appare inevitabile che altro sangue verrà versato, sebbene l’amministrazione Obama sembri determinata a tacere a proposito del percorso sanguinoso verso cui l’Iraq sta scivolando. Per l’attuale Amministrazione, l’anniversario della caduta di Saddam – acclamata dal suo predecessore come ciò che ha liberato gli iracheni da una brutale dittatura – non è da festeggiarsi. Il presidente Obama e la sua Amministrazione hanno ignorato l’occasione persino quando le esplosioni laceravano la capitale uccidendo decine di persone. Questa settimana, la breve visita di Obama a Baghdad è stata motivata più dalla volontà di far mostra della propria celebrità e di evidenziare l’accoglienza che avrebbe ricevuto dai soldati americani, che non dalla volontà di tentare seriamente di affrontare i problemi dell’Iraq. Gli Stati Uniti non hanno un ambasciatore in Iraq da quando Ryan Crocker lasciò Baghdad il 13 febbraio, un chiaro segno che Washington non avverte alcuna urgenza di risolvere la situazione in via di deterioramento.

L’anniversario potrebbe servire a ricordare agli iracheni la necessità di porre fine al dramma politico della loro nazione e – cosa altrettanto importante – che la soluzione alla loro crisi nazionale è nelle loro mani. Gli iracheni devono agire in modo responsabile e velocemente per scacciare l’impressione che stiano perdendo un’altra opportunità per giungere alla riconciliazione nazionale. Se qualcosa di positivo la carneficina di questa settimana ha portato, potrebbe essere il fatto che il senso di paura a cui molti iracheni hanno dato voce colpirà i politici, i quali finalmente realizzeranno la portata dei pericoli a cui l’Iraq deve far fronte.

Salah Hemeid
è corrispondente dall’Iraq per il settimanale egiziano al-Ahram Weekly


Kirkuk, una proposta per sperare

di Naoki Tomasini - Peacereporter - 23 Aprile 2009

Oggi l'inviato delle Nazioni Unite a Baghdad, Staffan De Mistura, ha presentato al presidente iracheno Talabani e al premier Al Maliki un piano Onu per agevolare la soluzione della contesa sulla città petrolifera di Kirkuk, nel nord del Paese.

Kirkuk si trova ai confini della regione del Kurdistan iracheno ed è abitata in maggioranza da curdi, ma anche da arabi e turcomanni. La provincia di Kirkuk, sotto la quale giacciono immense riserve di petrolio non sfruttate, è contesa da decenni dai diversi gruppi che vi risiedono, un conflitto che ha rischiato di esplodere dopo la caduta di Saddam. Tra il 2003 e il 2006 la città è stata teatro di scontri e attentati, ma poi la situazione si è normalizzata quando il governo di Baghdad è riuscito a fare sedere attorno al tavolo del Consiglio Provinciale tutte le parti in causa. Lo scorso gennaio, per evitare l'esplosione di pericolose tensioni, il governo di Baghdad ha deciso di non tenere le elezioni amministrative nella provincia, il cui statuto resta appeso a un accordo politico che ancora non c'è, e a un futuro referendum che solo i curdi sembrano volere.

Il piano Onu è un progetto non vincolante, che suggerisce ai governanti di Baghdad e del Kurdistan iracheno quattro scenari per risolvere la contesa sulla città. Nel dettaglio, le proposte non sono state rese pubbliche. Si sa però che Kirkuk viene sempre considerata come un'unica e indivisibile provincia, e che potrebbe avere uno statuto speciale che riconosca il diritto di supervisione sia al governo centrale che a quello regionale curdo. La proposta Onu giunge proprio mentre gli Stati Uniti si preparano a ritirare le truppe dal Paese, truppe che nella provincia erano state raddoppiate dall'inizio del 2009. La scorsa settimana un attentato contro le installazioni petrolifere della città ha causato la morte di 11 agenti del ministero del Petrolio, mentre, lo scorso dicembre, un attentatore suicida aveva ucciso 55 persone in un ristorante della città.

Fonti delle Nazioni Unite riferiscono che le reazioni del presidente Talabani e del premier Al Maliki sono state “generalmente positive”. Se verrà applicato con successo - aggiungono - potrebbe diventare un modello per risolvere anche le altre contese territoriali, come quelle nelle provincie di Mosul e Dyala.




La lunga attesa per il petrolio di Baghdad
di Ornella Sangiovanni - Osservatorio Iraq - 23 Aprile 2009

Il ministro delle Risorse naturali del Governo regionale del Kurdistan (KRG), Ashti Hawrami, va all’attacco del suo omologo iracheno, Hussein al Sharistani, e delle autorità di Baghdad, criticandone la politica petrolifera, dopo le informazioni secondo cui il primo round di gare d’appalto, che si sarebbe dovuto concludere entro giugno, potrebbe subire un ritardo.

In un comunicato dai toni decisamente poco diplomatici diffuso ieri, Hawrami ha accusato il governo centrale di agire “in modo incostituzionale e illegale” nella gestione delle risorse di petrolio e gas del Paese.

Secondo il ministro kurdo, Shahristani e i funzionari del ministero del Petrolio di Baghdad dovrebbero essere chiamati a rispondere in Parlamento delle scelte fatte fin qui, per diversi motivi, che elenca.

Innanzitutto, in assenza di una nuova legge sul petrolio e sul gas, il governo centrale – si legge nel comunicato - sta utilizzando ancora le leggi in vigore all’epoca di Saddam Hussein, che vìolano la nuova Costituzione irachena, e quindi – a detta di Hawrami - non fornirebbero alcuna protezione ai contratti che le compagnie dovessero firmare con il ministero iracheno del Petrolio.

In secondo luogo, anche se il ricorso alle leggi dei tempi di Saddam fosse giustificato, i contratti offerti dal ministero non sarebbero tuttavia validi senza una ratifica del Parlamento, come previsto dalla legge no. 97 del 1967.

In terzo luogo, qualsiasi negoziato o round di gare d’appalto gestito dalle autorità di Baghdad è incostituzionale, dato che vìola l’articolo 112 della Costituzione, che richiederebbe, secondo il ministro kurdo, la partecipazione attiva dei governatorati produttori di petrolio interessati e del KRG.

Non basta? Due dei giacimenti compresi in uno dei due round di gare d’appalto annunciati finora dal governo centrale si trovano nei cosiddetti “territori contesi” – zone che il KRG rivendica come proprie, anche se attualmente sono al di fuori della zona autonoma kurda – e quindi il ministero del Petrolio non può assegnare legalmente i contratti, perché, secondo Hawrami, questo vìolerebbe la legge sul petrolio e sul gas approvata dalla regione del Kurdistan nell’agosto 2007.

Nel concludere, il ministro kurdo non usa mezzi termini: dopo 3 anni sprecati, il ministero del Petrolio di Baghdad rinunci “a questi tentativi improduttivi e incerti”, smetta di deludere gli iracheni con le sue politiche “fuorvianti e fallimentari”. Quello che invece deve fare, dice Hawrami, è “sedersi con tutte le parti interessate per preparare la legge adeguata appropriate e adottare modelli di contratto moderni per massimizzare le entrate per il Paese in conformità con la Costituzione”.

Modelli di contratto moderni - vale a dire i Production Sharing Agreement. Quelli che il KRG ha già firmato con una ventina di compagnie straniere, dopo aver approvato una propria legge regionale sul petrolio e sul gas, e che il ministro Sharistani ha ripetutamente definito "illegali", minacciando di inserire le compagnie che li hanno conclusi in una "lista nera", in modo che non possano più lavorare nel resto dell'Iraq.

Slitta il primo round di gare d’appalto?

All’origine delle ultime critiche dei kurdi nei confronti delle autorità di Baghdad c’è la notizia, riportata dall’agenzia di stampa Dow Jones, secondo la quale la conclusione del primo round di gare d’appalto per l’assegnazione di 8 giacimenti, sei di petrolio e due di gas – in origine giugno 2009 – slitterebbe a causa un ritardo nella messa a punto del modello di contratto finale.

A detta di alcuni esperti petroliferi internazionali, lo slittamento sarebbe ormai inevitabile, dato che è saltata la scadenza originaria di marzo-aprile entro la quale le compagnie interessate avrebbero dovuto presentare le loro offerte. Ora si parla di un nuovo termine, in giugno, ma questo rende pressoché impossibile rispettare i tempi previsti inizialmente per l’assegnazione dei contratti, sostengono gli esperti.

Il ministero del Petrolio aveva inviato l’ultima versione del modello di contratto alle compagnie perché potessero fare le loro osservazioni nella seconda metà di marzo; l’intenzione era di definire il testo finale fra il 15 e il 17 aprile. Evidentemente così non è stato.

Non si conoscono i motivi del ritardo. Almeno, non ufficialmente.

Secondo fonti – anonime – interne al ministero del Petrolio citate dalla Dow Jones, all’origine ci sarebbe il rinvio di un incontro tra i funzionari del Direttorato che si occupa dei contratti e delle licenze e la Gaffney, Cline & Associates Ltd. - la società internazionale di consulenza che sta non solo “assistendo” il governo di Baghdad nella messa a punto dei modelli di contratto ma gestisce in effetti il primo round di gare.

L’incontro sarebbe stato spostato dagli iracheni dagli inizi di aprile al 18 del mese, da cui lo stravolgimento del calendario previsto.

Pur senza precisare se adesso ci sia una nuova scadenza per inviare il modello di contratto definitivo alle compagnie, le fonti hanno fatto capire che è improbabile che questo avvenga prima di fine aprile.

Ma se qualcuno avesse fretta, questo qualcuno non sembrano essere le autorità di Baghdad.




Shell in trattative con compagnie cinesi per il petrolio di Kirkuk
di Osservatorio Iraq - 22 Aprile 2009

La Royal Dutch-Shell sarebbe in trattative avanzate con due società petrolifere cinesi per lavorare insieme allo sfruttamento di giacimenti petroliferi in Iraq.

La notizia, riportata in un primo tempo dalla stampa senza citare la fonte, è stata confermata in seguito, anche se in modo indiretto, da Jeroen van der Veer, amministratore delegato uscente della compagnia anglo-olandese.

“In effetti abbiamo avuto discussioni sulle gare d’appalto”, ha detto van der Veer alla Reuters da Pechino, “sicuramente le compagnie cinesi sono parte della partnership per la presentazione delle offerte”.

I partner cinesi – CNPC e Sinopec – sono due delle maggiori compagnie petrolifere di Stato.

La Sinopec, assieme alla China National Offshore Oil Corp, fa parte della trentina di società preselezionate dal ministero iracheno del Petrolio per partecipare ai round di gare d’appalto annunciati finora – due, che dovrebbero concludersi entro il 2009, con l’assegnazione dei contratti per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas.

La CNPC opera già in Iraq, avendo avuto confermato dal governo di Baghdad un contratto firmato nel 1997, ai tempi di Saddam Hussein, per il giacimento di Ahdab, nel sud.

Altri particolari sul possibile accordo dalla Shell non ne arrivano: le discussioni con i potenziali partner sono in una fase assai preliminare, si dice. In Cina, la compagnia anglo-olandese ha una joint venture con la Sinopec per la commercializzazione del carburante. Inoltre, opera il giacimento di gas di Changbei, nel nord ovest del Paese, assieme alla CNPC.

Secondo le fonti di stampa che per prime hanno parlato di un possibile accordo fra Shell e cinesi per l’Iraq, il giacimento su cui si è appuntato l’interesse sarebbe quello di Kirkuk, nel nord.





ENI, Repsol, e Nippon Oil presentano le nuove offerte per il petrolio di Nassiriya
di Osservatorio Iraq - 23 Aprile 2009

L'Eni, la giapponese Nippon Oil e la spagnola Repsol hanno presentato le nuove offerte tecniche e commerciali per lo sviluppo del giacimento petrolifero di Nassiriya, nel sud dell’Iraq.

Lo riferisce l’agenzia di stampa Dow Jones, citando come fonte Abdul Mahdi al-Amidi, vice direttore generale del Dipartimento del ministero iracheno del Petrolio che si occupa dei contratti e delle licenze.

Era stato proprio il ministero del Petrolio a chiedere alle tre compagnie petrolifere di riformulare le loro precedenti offerte, in base a "nuove richieste" avanzate dal Governo di Baghdad.

Amidi ha spiegato che ENI, Nippon Oil, e Repsol hanno "già presentato le nuove offerte, e stiamo attualmente studiando le offerte tecniche, per poi passare all'esame di quelle commerciali".

Verrà selezionata una delle tre società, e a quel punto partiranno i negoziati, in vista della firma di un accordo. Amidi non ha precisato quanto tempo ci vorrà per completare tutto il processo, prima che venga assegnato il contratto per lo sviluppo del giacimento.



Iraq, uniti nella resistenza
di Hassan Juma'a -
The Guardian - 18 Aprile 2009
Traduzione di Ornella Sangiovanni per www.osservatorioiraq.it

Gli occupanti di Bassora se ne vanno sconfitti. Il nostro messaggio ai leader britannici che hanno fatto la guerra? Che liberazione!

Sei anni dopo l’ingresso a Bassora dei carri armati statunitensi e britannici, la scena è di devastazione, con il sangue degli innocenti sparso per tutta la città e la terra martoriata dell’Iraq. Non sono stati risparmiati nemmeno scuole e ospedali. Prendendo a pretesto menzogne, il più grande impero della storia ha lanciato la guerra del 2003 per occupare la Mesopotamia, infliggendo danni incalcolabili alla culla della civiltà. Si è trattato di una aggressione, istigata da una piccola minoranza di guerrafondai.

E’ mia ferma convinzione che a causare le condizioni caotiche che durano ancora oggi sono state le potenze occupanti, che hanno polverizzato gli innocenti con bombe da mezza tonnellata, uranio impoverito, e fosforo bianco. L’intervento guidato dagli Stati Uniti si è esteso al processo politico, gravando l’Iraq con leggi tese a seminare discordia varate dal governante nominato, Paul Bremer.

Nonostante la propaganda che sostiene il contrario, le forze americane e britanniche non hanno fatto nulla di positivo. A parte bombardare la gente, hanno reso possibile il saccheggio delle risorse irachene, il furto dei beni delle persone mascherato da operazioni di perquisizione, il radicamento della corruzione, la distruzione di musei e biblioteche, e la rimessa in vigore dei decreti anti-sindacali di Saddam. Ecco perché gli abitanti di Bassora e tutti gli iracheni considereranno la partenza degli invasori sconfitti la loro più grande ricorrenza. Festeggeranno consapevoli che la loro forza di volontà è più forte delle forze armate più potenti al mondo, e che le nostre strade e i nostri vicoli non sono fatti per lanciare fiori agli invasori e ai criminali di guerra.

In mezzo al dolore e alla sofferenza, c’è anche il ricordo indelebile di quei valorosi che resistettero agli aggressori a Umm Qasr, la porta meridionale di Bassora e dell’Iraq. Nonostante disponessero solo di armi assai leggere, sfidarono una potenza di fuoco schiacciante per sette giorni. Furono i nuovi martiri di una città che di martiri fra i suoi figli e le sue figlie ne aveva avuto legioni durante la tirannia di Saddam.

La loro resistenza fu il segnale inequivocabile del fatto che il popolo iracheno non avrebbe accettato supinamente l’occupazione. Ricordò agli aggressori di "colpisci e terrorizza" che l’Iraq non era la passeggiata che avevano sognato. Fu del tutto naturale per gli iracheni, che avevano combattuto a lungo contro l’oppressione di Saddam, emulare la resistenza degli abitanti di Bassora – una resistenza che ha costretto le forze britanniche ad abbandonare Bassora città e cercare riparo nelle loro basi.

La guerra contro l’Iraq è stata persa perché ha tentato l’impossibile: controllare e soffocare il desiderio di libertà di un popolo. Ha fallito totalmente – nonostante la sua potenza di fuoco e il fatto di avere alimentato il terrorismo – per seminare divisione e distruggere l’unità dell’Iraq. I progetti dell’occupazione tesi a seminare discordia sono stati ostacolati da radici più profonde di unità.

Sono convinto che cacciare gli occupanti sia il desiderio della gente – a prescindere dalla religione, dalla confessione, o dall’etnia. Che gli Stati Uniti e i loro alleati non abbiano dubbi sul fatto che gli iracheni rifiuteranno l’ingiustizia e chiameranno a render conto coloro che hanno distrutto il loro Paese e l’hanno derubato delle sue risorse. I progetti imperiali falliranno in ogni caso. Gli odiati invasori devono lasciare il nostro Paese. Siamo totalmente capaci di ricostruirlo e di farlo sviluppare.

La storia non guarderà in modo benevolo al governo britannico per avere appoggiato la guerra Usa contro l’Iraq, e tuttavia gli Stati Uniti tratteranno con disprezzo il loro alleato subalterno – il padrone cercherà senza dubbio di avere il controllo esclusivo dell’Iraq e delle sue risorse.

Chiedo a coloro che sostengono la libertà in tutto il mondo di appoggiare il popolo iracheno. E al movimento britannico contro la guerra dico grazie, ma questo è il mio messaggio finale ai guerrafondai britannici: "Che liberazione!". La maledizione delle vostre vittime irachene vi accompagnerà sempre, perché avete ucciso gente innocente e torturato prigionieri. Andate nella pattumiera della storia, e non dimenticate mai l’eroica Bassora e la grande lotta del popolo iracheno.

Hassan Juma'a è presidente della Federazione dei lavoratori del petrolio iracheni, che ha sede a Bassora.