giovedì 15 gennaio 2009

Gli israeliani, terroristi a 360 gradi

Oggi e' stata una delle giornate più violente dall'inizio del massacro. Soldati israeliani, appoggiati da elicotteri, carri armati e artiglieria pesante, sono entrati già dalla mattinata nei quartieri densamente popolati di Gaza City. E violenti scontri con i miliziani palestinesi sono tuttora in corso.

Migliaia di civili palestinesi sono fuggiti dalle loro case, chi ancora in pigiama chi spingendo anziani su sedie a rotelle. Ma i terroristi israeliani hanno sparato pure sui civili in fuga, nonostante sventolassero la bandiera bianca. Lo riporta la Bbc online che ha ricevuto la testimonianza insieme all'organizzazione israeliana per i diritti umani B’tselem in particolare di una donna con una bandiera bianca che sarebbe stata colpita alla testa.
Una famiglia palestinese ha inoltre denunciato di essere stata colpita dagli spari durante le tre ore di tregua umanitaria quotidiana mentre stava riempiendo taniche d'acqua.

Gli israeliani oggi hanno pure colpito per due volte la sede dell'UNRWA (l'agenzia ONU che si occupa dei profughi palestinesi), e tre dipendenti sono rimasti feriti.
Hanno attaccato anche l'edificio che ospita numerosi giornalisti di testate arabe e internazionali, e due cameramen sono rimasti feriti. Il grattacielo si trova nel centro di Gaza City e ospita anche l'agenzia Reuters e le emittenti Fox, Sky e Al Arabi.
Non basta. Secondo quanto riferisce Al Jazeera nei raid israeliano sarebbe stata colpita anche una sede della Croce Rossa.

La notte scorsa poi quattro unità della Marina israeliana hanno intercettato a un centinaio di miglia a nord di Gaza la "Spirit of Humanity", la nave dell'organizzazione pacifista Free Gaza con a bordo 21 persone tra cui medici, giornalisti, politici e 200 casse di aiuti. Fonti dell'ong hanno riferito che dopo che le unità israeliane hanno minacciato di far fuoco, l'imbarcazione, che batte bandiera greca, ha fatto rotta verso Cipro.

Il bilancio delle vittime palestinesi ha ormai superato quota mille, ma i terroristi israeliani continuano la loro mattanza a tempo indeterminato.


Distrutta ma non sconfitta, cosi' Hamas riuscira' a vincere di Uri Avnery - Gulf News - 11 gennaio 2009

Guerra delle menzogne, calcoli sbagliati e la «follia morale» di Ehud Barak


Quasi settant'anni fa, nel corso della seconda guerra mondiale, nella città di Leningrado fu commesso un crimine efferato. Per più di 70 giorni, una banda di estremisti chiamata «Armata rossa» tenne in ostaggio milioni di abitanti di quella città e, così facendo, provocò la rappresaglia della Wehrmacht tedesca dall'interno. I tedeschi non ebbero altra alternativa, se non bombardare la popolazione e imporre un blocco totale causando la morte di centinaia di migliaia di persone. Un po' di tempo prima, un crimine simile era stato commesso in Inghilterra. La banda di Churchill si era nascosta tra la popolazione londinese, sfruttando milioni di cittadini come scudi umani. I tedeschi furono costretti a inviare la Luftwaffe e, sebbene con riluttanza, a ridurre la città in rovine. Lo chiamarono il Blitz.

Questa è la descrizione che apparirebbe oggi nei libri di storia - se i tedeschi avessero vinto la guerra. Assurdo? Non più delle quotidiane descrizioni nei nostri media, che si ripetono fino alla nausea: i terroristi di Hamas usano gli abitanti di Gaza come «ostaggi» e sfruttano le donne e i bambini come «scudi umani». Non ci lasciano altra alternativa se non i bombardamenti massicci nei quali, con nostro profondo dolore, migliaia di donne, bambini e uomini disarmati vengono uccisi o feriti.

In questa guerra, come in qualunque guerra moderna, la propaganda gioca un ruolo fondamentale. La disparità tra le forze, tra l'esercito israeliano - con i suoi caccia, elicotteri da combattimento, aerei teleguidati, navi da guerra, artiglieria e tank - e le poche migliaia di combattenti di Hamas dotati di armi leggere, è di uno su mille, forse uno su un milione. Nell'arena politica il gap tra loro è ancora più ampio. Ma nella guerra di propaganda, il gap è quasi infinito. Quasi tutti i media occidentali inizialmente ripetevano la versione ufficiale della propaganda israeliana. Essi ignoravano quasi del tutto le ragioni dei palestinesi, per non parlare delle dimostrazioni quotidiane del campo della pace israeliano. La logica del governo israeliano («Lo stato deve difendere i suoi cittadini contro i razzi Qassam») è stata accettata come se quella fosse tutta la verità.

L'altro punto di vista, per cui i Qassam sono una rappresaglia per l'assedio che affama il milione e mezzo di abitanti della Striscia di Gaza, non è stato riportato affatto. Solo quando le scene orribili provenienti da Gaza hanno cominciato ad apparire sui teleschermi occidentali, l'opinione pubblica mondiale ha gradualmente iniziato a cambiare.
È vero, i canali televisivi occidentali e israeliani hanno mostrato solo una piccolissima frazione dei terribili eventi che appaiono 24 ore su 24 sul canale arabo al Jazeera, ma una sola immagine di un bimbo morto nelle braccia del padre terrorizzato è più potente di mille frasi elegantemente costruite dal portavoce dell'esercito israeliano. E alla fine, è decisiva.

La guerra - ogni guerra - è il regno delle menzogne. Che si chiami propaganda o guerra psicologica, tutti accettano l'idea che sia giusto mentire per un paese. Chiunque dica la verità rischia di essere bollato come traditore. Il problema è che la propaganda è convincente per lo stesso propagandista. E dopo che ci si è convinti che una bugia è verità, e la falsificazione realtà, non si riesce più a prendere decisioni razionali.

Un esempio di questo fenomeno riguarda quella che finora è stata la atrocità più scioccante di questa guerra: il bombardamento della scuola dell'Onu Fakhura, nel campo profughi di Jabaliya. Immediatamente dopo che esso era stato conosciuto in tutto il mondo, l'esercito ha «rivelato» che i combattenti di Hamas avevano sparato con i mortai da un punto vicino l'ingresso della scuola. Poco tempo dopo, il militare che aveva mentito ha dovuto ammettere che la foto aveva più di un anno. In breve: una falsificazione. In seguito l'ufficiale bugiardo ha affermato che avevano «sparato ai nostri soldati da dentro la scuola». Dopo appena un giorno, l'esercito ha dovuto ammettere dinanzi al personale Onu che anche quella era una menzogna. Nessuno aveva sparato da dentro la scuola; nella scuola non c'erano combattenti di Hamas: era piena di profughi terrorizzati. Ma l'ammissione ormai non faceva quasi più differenza. A quel punto, il pubblico israeliano era totalmente convinto che avessero «sparato da dentro la scuola», e gli annunciatori tv lo hanno affermato come un semplice fatto.

Lo stesso è accaduto con le altre atrocità. Nell'atto della morte, ogni bambino si trasformava in un terrorista di Hamas. Ogni moschea bombardata diventava istantaneamente una base di Hamas, ogni palazzina un deposito di armi, ogni scuola una postazione terroristica, ogni edificio dell'amministrazione pubblica un «simbolo del potere di Hamas». Così l'esercito israeliano manteneva la sua purezza di «esercito più morale del mondo».

La verità è che le atrocità sono un risultato diretto del piano di guerra. Questo riflette la personalità di Ehud Barak - un uomo il cui modo di pensare e le cui azioni sono una chiara esemplificazione di quella che viene chiamata «follia morale», un disturbo sociopatico. Il vero scopo (a parte quello di farsi eleggere alle prossime elezioni) è porre fine al governo di Hamas nella Striscia di Gaza. Nell'immaginazione di chi ha pianificato la guerra, Hamas è un invasore che ha ottenuto il controllo di un paese straniero.

Naturalmente la realtà è completamente diversa. Il movimento di Hamas ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle elezioni democratiche che si sono svolte in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza. Ha vinto perché i palestinesi erano giunti alla conclusione che l'atteggiamento pacifico di Fatah non avesse ottenuto nulla da Israele - né un congelamento degli insediamenti, né il rilascio dei prigionieri, né un qualunque passo significativo verso la fine dell'occupazione e la creazione dello stato palestinese.

Hamas è profondamente radicato nella popolazione - non solo come movimento di resistenza che combatte l'occupante, come l'Irgun e il Gruppo Stern in passato - ma anche come organismo politico e religioso che fornisce servizi sociali, scuola e sanità. Dal punto di vista della popolazione, i combattenti di Hamas non sono un organismo straniero, ma figli di ogni famiglia della Striscia e delle altre regioni palestinesi. Essi non si «nascondono dietro la popolazione»: la popolazione li vede come i suoi unici difensori. Perciò, l'intera operazione si basa su presupposti errati. Trasformare la vita in un inferno sulla terra non fa insorgere la popolazione contro Hamas ma, al contrario, essa si stringe dietro Hamas e rafforza la propria determinazione a non arrendersi. La popolazione di Leningrado non si sollevò contro Stalin, più di quanto i londinesi non si sollevarono contro Churchill.

Chi dà l'ordine di una simile guerra, con tali metodi, in un'area densamente popolata, sa che causerà il massacro di civili. A quanto pare, ciò non lo ha toccato. O forse credeva che loro avrebbero «cambiato modo» e la guerra avrebbe «marchiato a fuoco la loro coscienza», per cui in futuro non oseranno resistere a Israele. Una delle principali priorità per chi ha pianificato la guerra era l'esigenza di ridurre al minimo le vittime tra i soldati, sapendo che lo stato d'animo di una larga parte dell'opinione pubblica, favorevole ad essa, sarebbe cambiato se fossero giunte notizie di questo genere. È quanto è avvenuto nella prima e nella seconda guerra del Libano.

Questa considerazione ha giocato un ruolo particolarmente importante perché l'intera guerra è parte della campagna elettorale. Ehud Barak, che nei primi giorni di guerra è salito nei sondaggi, sapeva che il suo gradimento sarebbe crollato se gli schermi televisivi si fossero riempiti di immagini di soldati morti. Perciò, si è fatto ricorso a una nuova dottrina: evitare perdite tra i nostri soldati mediante la distruzione totale di tutto ciò che incontrano sulla loro strada. Per salvare un soldato israeliano si era disposti a uccidere non solo 80 palestinesi, ma anche 800. Evitare perdite dalla nostra parte è il comandamento principale, che sta causando un numero record di vittime civili dall'altra. Questo significa la scelta consapevole di un tipo di guerra particolarmente crudele - e questo è il suo tallone di Achille.

Una persona senza immaginazione, come Barak (il suo slogan elettorale: «Non un bravo ragazzo, ma un leader») non riesce a immaginare come le persone per bene, in tutto il mondo, possano reagire ad azioni come l'uccisione di intere famiglie, la distruzione di case sulla testa dei loro abitanti, le file di bambini e bambine in sudari bianchi pronti per la sepoltura, le notizie di persone lasciate a morire dissanguate per giorni perché non si consentiva alle ambulanze di raggiungerle, l'uccisione di dottori e medici impegnati a salvare vite umane, l'uccisione di autisti dell'Onu che trasportavano cibo. Le immagini degli ospedali, con i morti, le persone in fin di vita, i feriti stesi tutti insieme sul pavimento per mancanza di spazio hanno scioccato il mondo.

I pianificatori pensavano di poter impedire al mondo di vedere queste immagini vietando con la forza la presenza dei media. I giornalisti israeliani - fatto riprovevole - si sono accontentati dei rapporti e delle foto forniti dal portavoce dell'esercito, come se fossero notizie autentiche, mentre loro stessi se ne restavano a miglia di distanza dai fatti. Anche ai giornalisti stranieri non è stato permesso di entrare, finché non hanno protestato e sono stati portati a fare rapidi tour in gruppi selezionati e controllati. Ma in una guerra moderna, uno sguardo così sterile e preconfezionato non può escludere completamente tutti gli altri - le videocamere sono dentro la Striscia, in mezzo all'inferno, e non possono essere controllate. Aljazeera trasmette le immagini a tutte le ore, e arriva in tutte le case.

La battaglia per il teleschermo è una delle battaglie decisive della guerra. Centinaia di milioni di arabi dalla Mauritania all'Iraq, più di un miliardo di musulmani dalla Nigeria all'Indonesia vedono le immagini e sono orripilati. Questo ha un impatto forte sulla guerra. Molti spettatori vedono i governanti dell'Egitto, della Giordania, dell'Autorità palestinese come collaboratori di Israele nell'attuazione di queste atrocità ai danni dei loro fratelli palestinesi. I servizi di sicurezza dei regimi arabi stanno registrando un fermento pericoloso tra le popolazioni. Hosny Mubarak, il leader arabo più esposto per aver chiuso il valico di Rafah in faccia ai profughi terrorizzati, ha cominciato a premere sui decisori di Washington, che fino ad allora avevano bloccato tutti gli inviti a cessare il fuoco. Questi hanno cominciato a capire che i vitali interessi americani nel mondo arabo erano minacciati e improvvisamente hanno cambiato atteggiamento - nella costernazione dei compiacenti diplomatici israeliani.

Le persone affette da follia morale non riescono a capire le motivazioni delle persone normali, e devono indovinare le loro reazioni. «Quante divisioni ha il papa?» se la rideva Stalin. «Quante divisioni hanno le persone con una coscienza?» potrebbe chiedersi oggi Ehud Barak. Ma, come stiamo vedendo, ne hanno qualcuna. Non tante. Non molto veloci a reagire. Non molto forti e organizzate. Ma a un certo momento, quando le atrocità dilagano e masse di persone si uniscono per protestare, questo può decidere di una guerra.

L'incapacità di cogliere la natura di Hamas ha causato l'incapacità di capire i prevedibili risultati. Non solo Israele non è in grado di vincere la guerra: Hamas non può perderla. Anche se l'esercito israeliano dovesse riuscire a uccidere ogni combattente di Hamas fino all'ultimo uomo, anche allora Hamas vincerebbe. I combattenti di Hamas sarebbero visti come i modelli della nazione araba, gli eroi del popolo palestinese, i modelli da emulare per ogni giovane del mondo arabo. La Cisgiordania cadrebbe nelle mani di Hamas come un frutto maturo, Fatah affogherebbe in un mare di disprezzo, i regimi arabi rischierebbero di crollare.

Se la guerra dovesse finire con Hamas ancora in piedi, sanguinante ma non sconfitto, a fronte della possente macchina militare israeliana, ciò apparirebbe come una vittoria fantastica, una vittoria della mente sulla materia. Nella coscienza del mondo, resterà impressa a fuoco l'immagine di Israele come un mostro lordo di sangue, pronto in qualunque momento a commettere crimini di guerra e non intenzionato a rispettare alcun freno morale. Questo avrà gravi conseguenze a lungo termine per il nostro futuro, per la nostra posizione nel mondo, per la nostra chance di raggiungere la pace e la tranquillità.
In fondo, questa guerra è anche un crimine contro noi stessi, un crimine contro lo stato di Israele.


Israele: un Paese narcotizzato?
di Mario Braconi - Altrenotizie - 14 gennaio 2009

I cittadini dellla cosiddetta unica democrazia del Medio Oriente sembrano insensibili all’enormità dei danni che l’operazione “Cast Lead” sta procurando a migliaia di innocenti. Il professor Asher Arian, esperto di sondaggi israeliano, sostiene che le operazioni militari di Gaza sono un esempio perfetto di “guerra fortemente sostenuta dalla popolazione”: in effetti, il quotidiano Haaretz ha commissionato una ricerca su un campione di 452 israeliani, per capire che cosa pensassero delle operazioni nella Striscia di Gaza. Ebbene, oltre il 70% degli intervistati ad essa è favorevole (il 52% ai soli attacchi aerei, circa il 20% anche alle operazioni di terra; passaggio, questo, particolarmente delicato in un paese dove praticamente tutti i giovani prestano servizio nell’esercito, rendendo altamente probabile il fatto di avere un parente o un amico tra i soldati al fronte). Il 20% del campione auspica invece una tregua immediata, mentre il 9% non ha risposto o ha detto di non sapere cosa rispondere.

Quadro sconfortante, confermato dalla scarsissima affluenza alla manifestazione organizzata dal movimento pacifista Peace Now lo scorso 10 gennaio: all’appuntamento davanti al Ministero della difesa a Tel Aviv si sono viste poche centinaia di dimostranti; sembra che molti dei pacifisti israeliani abbiano finito per abdicare ai propri principi a causa della montante preoccupazione per la sicurezza.

Questo clima di sfiducia è un humus fecondo ad una strategia politica ansiosa di spacciare la guerra come ineluttabile, argomento utile in un altro agone, quello politico, dove pure non manca il cinismo, in vista del fatto che in Israele si vota il 10 di febbraio. Come suggerisce alla BBC la psicologa Leah Cohen: “Hanno fatto la guerra prima delle elezioni perché vogliono guadagnare consensi”. Infatti, dopo l’uscita di scena di Olmert, azzoppato da una brutta storia di scandali, il timone del partito politico centrista, Kadima, è passato a Tzipi Livni, attuale Ministro degli Esteri dello Stato ebraico, nota per le sue dichiarazioni distensive e piene di un caldo senso di umanità quali “nessuno stop all'offensiva, non c'è emergenza umanitaria”, oppure “l'offensiva contro Hamas nella Striscia di Gaza è anche nell'interesse dei palestinesi.”

Ora, se si considera che la signora rappresenta il centro politico di Israele, mentre la sfrenata offensiva sulla Striscia porta la firma di un ministro di sinistra, il laburista Ehud Barak, anche ai più fantasiosi resta difficile immaginare che cosa - di peggio - possa arrivare a pensare e fare la destra di Israele. Una cosa è certa, comunque: sulla pelle dei bambini palestinesi si sta organizzando un bel gioco dal nome: “Qual è il partito con la maggior concentrazione di testosterone”?

A proposito di cinismo, è utile ricordare che Barak Obama assumerà ufficialmente l’incarico di Presidente degli Stati Uniti solo il 20 gennaio: non occorre essere dei geni politici per capire che l’attacco è stato sferrato qualche settimana prima del suo insediamento, in modo tale da non metterlo troppo in imbarazzo. Qualora egli ritenga che la pace in Medio Oriente sia la priorità immediata del suo mandato, cosa di cui è lecito dubitare, si troverà comunque di fronte a qualcosa di già avvenuto; non gli si potrà mai rimproverare di non aver impedito il massacro che si sta perpetrando in questi giorni.

Gideon Levy, è una delle poche voci pacifiste: dalle colonne di Haaretz, con stile abrasivo, tenta di risvegliare le coscienze dei suoi concittadini, anestetizzate dalla paura del terrorismo di Hamas quanto dalle abili strumentalizzazioni dei politici dello Stato ebraico. Una delle sue argomentazioni più forti è quella dell’inutilità della guerra, in particolare di questa: “Dobbiamo sempre ricordare”, scrive Levy, “che stiamo scatenando un conflitto contro una popolazione di figli di rifugiati che hanno patito terribili sofferenze: per due anni e mezzo essi sono rimasti imprigionati ed ostracizzati […]. La linea di pensiero secondo la quale grazie alla guerra, Israele si farà alleati nella Striscia, l’idea che violenze ed abusi sui popolazione renderanno queste persone più ragionevoli e che le operazioni militari riusciranno a rovesciare un regime ormai in trincea e a rimpiazzarlo con un altro a noi meno ostile è pura follia”. "Quello che fa pensare - prosegue Levy - è l’apparente incapacità di Israele di far tesoro degli insegnamenti della storia: difficilmente Hamas verrà ridimensionata dai bombardamenti, esattamente come la Seconda Guerra del Libano (2006) non è riuscita ad indebolire Hezbollah. L’epilogo sarà comunque un cessate il fuoco, che si poteva ottenere fin dall’inizio, risparmiandoci questa guerra superflua.”

Nel frattempo, però, 900 persone sono morte, di cui circa 260 bambini e 50 donne. E’ difficile comprendere come questo dato, così agghiacciante, non riesca a smuovere l’opinione pubblica israeliana. Come è possibile che le pur legittime istanze di sicurezza riescano a scalzare ogni altra forma di buon senso? Quante altre immagini di bambini ammazzati dovranno passare in televisione prima che si manifesti una qualche reazione? Se lo chiede anche Levy: “L’aggressione scatenata e la brutalità sono giustificate con il pretesto della ‘cautela’. Lo spaventoso bilancio di morte - circa 100 Palestinesi morti per ogni Israeliano ucciso - non riesce a stimolare nessuna domanda, quasi che si fosse deciso che il ‘loro’ sangue vale un centesimo del nostro, cosa che fa di noi dei razzisti”.

A dispetto della narcosi generale, qualcosa si sta muovendo a livello di organizzazioni non governative: “B'Tselem”, infatti, una delle più note ONG israeliane nel campo dei diritti umani, ha richiesto formalmente a Meni Mazuz, Attorney General del Ministero degli Esteri d’Israele, di indagare sulla legittimità del metodo seguito dall’esercito per selezionare i suoi obiettivi (sotto accusa ad esempio gli attacchi ai poliziotti). Sarit Michaeli di B'Tselem sostiene che, “secondo i criteri umanitari, molti degli obiettivi scelti non sarebbero legali”. Human Rights Watch, invece, ha chiesto alle Nazioni Unite l’istituzione di una Commissione d’indagine sui presunti crimini di guerra perpetrati dall’esercito israeliano; si tratta ovviamente di una misura più che altro simbolica, dato che, anche se l’organizzazione internazionale avrebbe teoricamente il potere di ordinare un’inchiesta e perfino di allestire un tribunale internazionale, simili misure verrebbero bloccate dal veto USA e, forse, anche da quello britannico.

Amnesty International, dal canto suo, attraverso una dei suoi investigatori sul campo in Israele, Donatella Rovera, ha sollevato la questione dell’uso di artiglieria pesante in zone densamente abitate, e la pratica dell’esercito israeliano di requisire abitazioni, confinare un’intera famiglia al piano terra, ed usare la costruzione come piattaforma per cecchini. Un caso di scuola nell’utilizzo di scudi umani da parte della cosiddetta unica democrazia del Medio Oriente.



L'assedio israeliano a Washington – Obama davanti ai fatti compiuti
di
Rami G. Khouri - Daily Star, Beirut - 15 Gennaio 2009
Traduzione di Gianluca Bifolchi per
achtungbanditen.splinder.com

Se l'attacco israeliano a Gaza iniziato 18 giorni fa aveva in parte lo scopo di mandare un messaggio al prossimo presidente degli USA Barack Obama, il Congresso USA nell'ultima settimana sembra essersi unito allo sforzo di mettere i cappi al nuovo presidente e ipotecare per lui la futura legislazione, ancora prima che entri in carica. Obama ha cercato di mantenere le distanze e rimanere fuori dalla battaglia politica su Gaza astenendosi dal fare dichiarazioni impegnative. Israele e i suoi molti sostenitori a Washington hanno per lui piani diversi. Lui è rimasto fuori dalla guerra, ma loro l'hanno combattuta per lui -- facendogli ingoiare come prima lezione pre-incarico come i presidenti americani si comportano quando Israele rende noti i suoi desideri, se vogliono rimanere al potere.

La Camera dei Rappresentanti ha votato lo scorso venerdì con 390 voti a favore e 5 contro una risoluzione che appoggia completamente Israele nel suo attacco a Gaza, proclamando specificamente "il diritto di Israele a difendere se stesso dagli attacchi di Gaza". Il giorno prima, il Senato sosteneva a spada tratta Israele e il suo diritto di difendersi contro il terrorismo.
Una simile straordinaria unilateralità dell'appoggio a Israele da parte degli Stati Uniti rispecchia la stessa posizione dell'amministrazione. Sia il Presidente George W. Bush che il Segretario di Stato Condoleeza Rice hanno detto durante incontri con la stampa che Hamas era da biasimare per la guerra attuale e per le sofferenze dei palestinesi di Gaza, e che ogni cessate il fuoco doveva assicurare che Hamas non avrebbe più attaccato Israele. Sembravano incomprensibilmente ciechi alla combinazione dello strangolamento e dell'aggressione su Gaza da parte di Israele. (E per quanto ne sa la stampa, ecco la storia delle vanterie del Primo Ministro Ehud Olmert che avrebbe costretto George Bush e Condi Rice ad astenersi nel voto per una richiesta delle Nazioni Unite di un cessate il fuoco che pure la Rice aveva aiutato a scrivere).

Questo sostegno quasi irrazionale per Israele sia nel potere esecutivo che nel potere legislativo del governo USA ha luogo mentre un coro di condanna internazionale per l'uso sproporzionato della forza include inviti di alcuni funzionari delle Nazioni Unite e rispettabili organizzazioni non- governative a indagare se Israele ha commesso "crimini di guerra".
Israele sta facendo uso dei due arsenali con cui si sente più a suo agio -- la forza militare per uccidere, ferire, terrorizzare e costringere alla fuga migliaia di civili palestinesi, e l'equivalente scempio politico di manganellare l'establishment politico americano fino alla totale sottomissione.
Dopo sei decenni di tentativi, Israele non è riuscito a trasformare i palestinesi in vassalli e schiavi ossequiosi -- ma ha avuto successo nel trasformare un sistema politico, altrimenti impressionante, in un gregge di bestiame castrato che si accuccia di fronte alle minaccia che i boia e i pistoleri d'Israele tengono sospesi su di esso.

Gaza avrà presto il suo cessate il fuoco, ma Washington troverà mai sollievo dall'asfissiante stretta politica dei tagliagole di Israele?
Questi voti del Congresso negli ultimi giorni non sono un evento insolito, purtroppo, ma una riaffermazione di routine della stretta asfissiante che Israele mantiene sui rappresentanti eletti di un'altrimenti sana democrazia. Ad esempio, due anni fa, quando Israele attaccò il Libano con un simile ferocia, la Camera dei Rappresentanti USA votò per 410 a 8 il suo appoggio all'aggressione israeliana, e per condannare Hamas e Hezbollah per "gli attacchi non provocati e riprovevoli contro Israele".

Due anni prima, nel 2004, la Camera votò per 407 a 9 il suo appoggio alla posizione del Presidente Bush secondo cui era "irrealistico" che Israele tornasse completamente alle sue frontiere del giugno 1967.
Su nessun'altra questione di politica estera il Congresso USA mette collettivamente la testa sotto la sabbia, spegne la sua capacità di giudizio indipendente, e dimentica l'impatto delle sue decisioni sull'immagine degli USA nel resto del mondo. Riguardo a nessun'altra parte del mondo il Congresso USA vota secondo gli interessi di un paese straniero e non secondo l'interesse nazionale USA. Questo cieco e irriflesso tuffo nel fanatismo e nel tifo filoisraeliano riflette precisamente la forza della lobby filo-israeliana, e la debolezza delle voci ragionevoli, dell'equilibrio della giustizia come guide della politica estera americana.

Questa è la distorta realtà che Obama erediterà la prossima settimana, e che brutta eredità è. Cattura il peggio di molti mondi e lo fonde in un unico mondo -- la perversione, la forza isterica della lobby pro-Israele negli Stati Uniti che compra e atterrisce politici con la stessa facilità con cui si compra un sacchetto di noccioline al circo; i governi arabi, anemici, sconsiderati, senza spina dorsale, che rimangono nudi davanti a Israele e agli USA, e svergognati davanti alla loro gente; e il sistema politico americano, che su questa questione, con l'eccezione di poche persone decenti e coraggiose, si comporta in modo assai poco americano di fronte alle onniscienti forze filoisraeliane che decidono della vita e della morte politica di ognuno.

Qui non c'è niente di nuovo. Mi stupisce solo che gli Americani si aspettino da noi che li prendiamo sul serio e che non ci mettiamo a ridere -- o a vomitare -- quando ci tengono lezioni sull'esportazione della democrazia.



Capire la catastrofe di Gaza
di Richard Falk - www.huffingtonpost.com - 14 Gennaio 2009
Traduzione di Andrea Carancini

Per 18 mesi l’intera popolazione di un milione e mezzo di persone di Gaza aveva sperimentato un blocco punitivo imposto da Israele, e una serie di sfide che erano state traumatizzanti per la normalità della vita quotidiana. Un barlume di speranza era emerso circa sei mesi fa, quando una tregua concordata con l’Egitto aveva prodotto un effettivo cessate-il-fuoco che aveva ridotto a zero le vittime israeliane, nonostante i periodici lanci alla frontiera di razzi fatti in casa che cadevano senza danni sul territorio israeliano circostante, e che provocavano indubbiamente insicurezza nella città di confine di Sderot.

Durante il cessate-il-fuoco, la leadership di Hamas a Gaza aveva ripetutamente offerto di prolungare la tregua, proponendo anche un periodo di dieci anni, e dichiarando la propria disponibilità a una soluzione politica basata sull’accettazione dei confini israeliani del 1967. Israele ha ignorato queste iniziative diplomatiche e non ha tenuto fede alla propria parte di impegni previsti dal cessate-il-fuoco, che prevedevano alcuni allentamenti del blocco, che aveva imposto a Gaza l’ingresso con il contagocce del cibo, delle medicine, e del carburante.

Israele aveva anche impedito i permessi di uscita agli studenti con borse di studio all’estero, nonché ai giornalisti di Gaza e ad autorevoli rappresentanti di organizzazioni non governative. Nello stesso tempo aveva reso l’ingresso ai giornalisti sempre più difficile, e io stesso sono stato espulso da Israele un paio di settimane fa, quando ho cercato di entrare per eseguire, per conto delle Nazioni Unite, il mio lavoro di monitoraggio del rispetto dei diritti umani nella Palestina occupata, e cioè in Cisgiordania, nella zona est di Gerusalemme, e a Gaza.

Chiaramente, prima della crisi attuale, Israele aveva impiegato la propria autorità per impedire agli osservatori di fornire resoconti esatti e veritieri della spaventosa situazione umanitaria, di cui erano già stati documentati gli effetti nefasti sulla salute fisica e mentale della popolazione di Gaza: in particolare la denutrizione tra i bambini e l’assenza di strutture di trattamento per coloro che soffrono di una serie di malattie. Gli attacchi israeliani sono diretti contro una società già in gravi condizioni dopo un blocco mantenuto nei 18 mesi precedenti.

E sempre in relazione al conflitto di fondo, alcuni fatti in relazione con quest’ultima crisi sono oscuri e controversi, sebbene l’opinione pubblica, in particolare quella americana, riceva il 99% delle proprie informazioni filtrato da lenti mediatiche pesantemente filo-israeliane. Ad Hamas viene imputata la rottura della tregua, per la sua presunta indisponibilità a rinnovarla, e per il presunto aumento degli attacchi con i razzi. Ma la realtà è più sfumata. Non c’è stato nessun vero lancio di razzi da Gaza durante il cessate-il-fuoco fino a quando, lo scorso 4 Novembre, Israele non ha lanciato un attacco diretto contro presunti militanti palestinesi, attacco che ha ucciso numerose persone.

E’ stato a questo punto che il lancio di razzi da Gaza è stato intensificato. Inoltre è stata Hamas che aveva chiesto in numerosi incontri pubblici di prolungare la tregua, e le sue richieste non sono mai state prese in considerazione – né da un punto di vista formale né, tanto meno, sostanziale – dalla burocrazia israeliana. Oltre a ciò, non è credibile neppure attribuire tutti i razzi a Hamas. A Gaza operano una varietà di gruppi militari indipendenti e alcuni, come la Brigata dei Martiri di al-Aqsa sostenuta da Fatah, sono anti-Hamas, e possono aver lanciato missili per provocare o per giustificare una rappresaglia israeliana. E’ risaputo che quando Fatah, sostenuta dagli Stati Uniti, controllava la struttura di governo di Gaza, non è riuscita a fermare gli attacchi con i razzi, nonostante gli sforzi al riguardo.

Ciò che questo retroterra suggerisce decisamente è che Israele ha intrapreso i propri attacchi devastanti, iniziati il 27 Dicembre scorso, non semplicemente per fermare i razzi, o per rappresaglia, ma anche per una serie di ragioni sottaciute. Era evidente da diverse settimane, prima degli attacchi israeliani, che i leader politici e militari israeliani stavano preparando l’opinione pubblica a operazioni militari su vasta scala contro Hamas. La tempistica degli attacchi sembrava suggerita da una serie di considerazioni: soprattutto dall'interesse dei contendenti politici - il Ministro della Difesa Ehud Barak e il Ministro degli Esteri Tzipi Livni - a dimostrare la propria durezza prima delle elezioni nazionali fissate per Febbraio, ma ora probabilmente rinviate fino alla fine delle operazioni militari.

Queste dimostrazioni di forza sono state una caratteristica delle passate campagne elettorali israeliane e, soprattutto in questa occasione, il governo in carica è stato efficacemente sfidato, per i propri presunti fallimenti nel difendere la sicurezza, da un politico notoriamente militarista come Benjamin Netanyahu. A rafforzare queste motivazioni elettorali c’è stata la malcelata pressione da parte dei capi militari israeliani per cogliere l’opportunità, con Gaza, di cancellare i ricordi del proprio fallimento contro Hezbollah nella devastante guerra del Libano del 2006, che aveva macchiato la reputazione di Israele quale potenza militare, e che aveva portato ad una vasta condanna internazionale di Israele per i pesanti bombardamenti degli indifesi villaggi del Libano, per l’uso sproporzionato della forza, e per l’utilizzo estensivo di bombe a grappolo contro zone densamente popolate.

Alcuni rispettati commentatori israeliani di orientamento conservatore vanno oltre. Ad esempio, l’eminente storico Benny Morris, scrivendo sul New York Times pochi giorni fa, ha messo in relazione la campagna di Gaza con una più profonda serie di premonizioni all’interno di Israele, che egli paragona al fosco stato d’animo dell’opinione pubblica che precedette la guerra del 1967, quando Israele si sentiva profondamente minacciata dalle manovre degli arabi presso i propri confini. Morris rimarca che nonostante la recente prosperità israeliana degli ultimi anni, e la relativa sicurezza, diversi fattori hanno spinto Israele ad agire sfacciatamente a Gaza: la percezione del continuo rifiuto del mondo arabo ad accettare l’esistenza di Israele come una realtà irrevocabile, le minacce incendiarie espresse da Mahmoud Ahmadinejad, insieme alla presunta iniziativa dell’Iran di acquistare armi nucleari, la memoria declinante dell’Olocausto unita alla crescente simpatia in Occidente per i guai dei palestinesi, e la radicalizzazione dei movimenti politici ai confini di Israele sotto forma di Hezbollah e di Hamas. In effetti, Morris sostiene che Israele sta cercando, con l’annientamento di Hamas a Gaza, di mandare a tutta la regione il più vasto messaggio che essa non si fermerà davanti a niente pur di difendere le proprie rivendicazioni di sovranità e di sicurezza.

Sono due le conclusioni che emergono: la popolazione di Gaza viene punita duramente per ragioni molto diverse dai razzi e dalle preoccupazioni riguardanti la sicurezza dei confini, ma a quanto pare per migliorare le prospettive elettorali dei leader in carica, che stanno rischiando la sconfitta, e per avvertire gli altri attori della regione che Israele userà una forza devastante ogni volta che saranno in gioco i propri interessi.

Che una tale catastrofe umanitaria possa accadere con interferenze esterne ai minimi termini mostra anche la debolezza del diritto internazionale e delle Nazioni Unite, come pure le priorità geopolitiche degli attori che contano. Il sostegno passivo del governo degli Stati Uniti verso tutto quello che Israele fa è ancora una volta il fattore cruciale, come fu nel 2006 quando lanciò la propria guerra di aggressione contro il Libano. Quello che è meno evidente è che i principali vicini arabi, l’Egitto, la Giordania, e l’Arabia Saudita, con la loro ostilità estrema verso Hamas, che viene vista come se fosse sostenuta dall’Iran, il loro principale rivale della regione, erano anch’essi desiderosi di farsi da parte mentre Gaza veniva attaccata così brutalmente, addirittura con qualche diplomatico arabo che ha dato la colpa degli attacchi alla mancanza di unità dei palestinesi e al rifiuto di Hamas di accettare la leadership di Mahmoud Abbas, il Presidente dell’Autorità Palestinese.

La popolazione di Gaza è vittima della geopolitica più disumana, che ha prodotto quella che lo stesso Israele chiama una “guerra totale” contro una società essenzialmente indifesa, che manca di qualsiasi risorsa militare ed è completamente vulnerabile agli attacchi israeliani lanciati dai bombardieri F-16 e dagli elicotteri Apache.

Questo significa anche che la violazione flagrante del diritto internazionale umanitario, per come è stato fissato dalla Convenzione di Ginevra, viene tranquillamente ignorata, mentre il massacro continua e i corpi si accumulano. Questo significa anche che le Nazioni Unite si sono rivelate ancora una volta impotenti quando i suoi membri principali la privano della volontà politica di proteggere un popolo sottoposto all’uso illegale della forza su vasta scala. Infine, questo significa che la gente può urlare e marciare in tutto il mondo, ma le uccisioni proseguiranno come se niente fosse.

Il quadro che emerge da Gaza giorno dopo giorno supplica per un rinnovato impegno in favore del diritto internazionale e dell’autorità della Carta delle Nazioni Unite, a cominciare da qui, negli Stati Uniti, con una nuova leadership che ha promesso un cambiamento ai propri cittadini, incluso un approccio meno militaristico alla leadership diplomatica.

Richard Falk, Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi



Le Dodici Regole infallibili per raccontare il Vicino Oriente sui media
di anonimo -
www.sinpermiso.info - 14 Gennaio 2009
Traduzione di Pino Cabras

1 – Nel Vicino Oriente, sono sempre gli arabi ad attaccare per primi, ed è sempre Israele a doversi difendere. Questa difesa si chiama “rappresaglia”.

2 - Né gli arabi, né i palestinesi, né i libanesi hanno il diritto di uccidere i civili. Questo si chiama “terrorismo”.

3 - Israele ha diritto di uccidere i civili. Questa si chiama “legittima difesa”.

4 - Quando Israele uccide dei civili in massa, le potenze occidentali le chiedono che lo faccia con più contegno. Questa si chiama “reazione della comunità internazionale”.

5 - Né i palestinesi né i libanesi hanno il diritto di catturare dei soldati israeliani all’interno di installazioni militari con sentinelle e postazioni di combattimento. Questo lo si deve chiamare “rapimento di persone indifese”.

6 - Israele ha il diritto di rapire sempre e ovunque tutti i palestinesi o libanesi che gli pare. Le cifre attuali si aggirano sui 10mila prigionieri, di cui 300 bambini e mille donne. Non serve alcuna prova della loro colpevolezza. Israele ha il diritto di tenere in carcere questi prigionieri sequestrati a tempo indeterminato, anche se sono autorità democraticamente elette dai palestinesi. Questa si chiama “incarcerazione di terroristi”.

7 - Quando viene menzionata la parola “Hezbollah”, è obbligatorio aggiungere, nella stessa frase, “sostenuti e finanziati dalla Siria e dall’Iran”.

8 - Quando viene menzionata “Israele” è tassativamente proibito aggiungere “sostenuta e finanziata dagli USA”. Questo potrebbe dare l’impressione che il conflitto sia disuguale e che l’esistenza di Israele non sia a rischio.

9 – Nelle notizie su Israele si deve sempre evitare che compaiano le seguenti frasi: “Territori occupati”, “Risoluzioni dell’Onu”, “Violazioni dei Diritti Umani” o “Convenzione di Ginevra”.

10 - I palestinesi, similmente ai libanesi, sono sempre “vigliacchi” che si nascondono in mezzo alla popolazione civile, che “non li vuole”. Se dormono a casa con i propri familiari, questa cosa ha un nome: “vigliaccheria”. Israele ha il diritto di distruggere con bombe e missili i quartieri dove dormono. Questa si chiama “azione chirurgica, di alta precisione”.

11 - Gli israeliani parlano inglese, francese, spagnolo o portoghese [o italiano] meglio degli arabi. Pertanto meritano di essere intervistati più spesso, e di avere migliori opportunità di tradurre al gran pubblico le anzidette regole di redazione, dalla uno alla dieci. Questa si chiama “neutralità giornalistica”.

12 – Tutti coloro che non siano d’accordo con le suddette Regole sono, e lo si deve certificare, “terroristi antisemiti di elevata pericolosità”.



Parla Hamas
di Christian Elia - Peacereporter - 14 Gennaio 2009

Ayman H. Daraghmeh, deputato di Hamas, è stato appena eletto portavoce del movimento islamico in Cisgiordania. La nomina ha poco a che fare con la sua carriera di parlamentare del Consiglio Legislativo palestinese. Daraghmeh è uno dei pochi deputati di Hamas rimasti in libertà, visto che il suo predecessore è stato arrestato dalla polizia israeliana, nel silenzio di Fatah, il giorno prima. Lo stesso Daraghmeh, da un giorno all'altro, potrebbe seguire i suoi compagni di partito.

Se le venisse offerta una possibilità, in due parole, come spiegherebbe il movimento di Hamas?
Hamas è un movimento di resistenza, che lotta per ottenere la libertà nell'ambito della legge internazionale. La legge internazionale che vuole per lo stato indipendente di Palestina i confini del 1967, Gerusalemme capitale, il rilascio dei prigionieri politici e il ritorno dei profughi. Storicamente la Palestina è dei palestinesi, ma noi a queste condizioni accettiamo un compromesso con la politica.
Riconoscere l'esistenza di Israele? Lo decideranno i palestinesi, ma già da tempo i leader di Hamas si sono detti pronti a rivedere le posizioni del passato se i diritti dei palestinesi verranno rispettati.

Dovremmo parlare di politica e di democrazia, ma è difficile in queste condizioni. Ancora un parlamentare palestinese arrestato, sono 45 i deputati in carcere.
Noi abbiamo cominciato il nostro processo democratico nel 2006, nell'ambito di elezioni che tutta la comunità internazionale ha valutato valide. L'ex presidente statunitense Carter le ha definite una delle migliori tornate elettorali nel mondo, in quanto a trasparenza. Solo Israele non ha gradito il risultato, boicottando il risultato delle urne e dando il via alla violazione del rispetto della sovranità popolare palestinese. Perché a loro non piacciamo, perché il risultato non era buono per Olmert o per Condolezza Rice. Allora cos'è questa democrazia? I palestinesi hanno eletto i loro deputati, nessuno può ritenere che questi non vadano bene. Eppure nessuno ha imposto a Israele di rispettare le nostre elezioni. Nessuno. Come nessuno chiede a Israele di rispettare le risoluzioni dell'Onu, i confini del 1967 o lo status di Gerusalemme. Nessuno. Israele viola apertamente il diritto internazionale e pretende di parlare di processo di pace mentre manipola la situazione sul terreno, cambiando le carte in tavola a suo favore. Le faccio un esempio: dopo gli accordi di Oslo del 1993, da tanti salutati come un passo verso la pace, Israele ha permesso l'insediamento di mezzo milione di coloni in Cisgiordania. Questa non è pace. Non è pace costruire un muro. Loro dicono che è per la loro sicurezza, ma lo costruiscono sulla nostra terra. Lo stesso accade per le risorse naturali, l'acqua in particolare. Il popolo palestinese è tenuto in carcere. Si, in queste condizioni si fa fatica a parlare di democrazia. Soprattutto ora, considerando il massacro di Gaza, dove civili innocenti vengono uccisi senza colpa. E la comunità internazionale non muove un dito. Com'è accaduto sempre, anche durante la Seconda Intifada. Israele non vuole la pace. Tutto qui. Perché Israele non è una democrazia.

In questi giorni, raccogliendo le testimonianze di tanti palestinesi, non si capisce però, vista la situazione internazionali, per quale motivo lanciando i razzi verso le cittadine israeliane voi continuate a offrire un pretesto per operazioni come quella di Gaza.
La questione ruota attorno all'accordo della Mecca. Con il sostegno popolare abbiamo accettato una tregua, per permettere alla popolazione civile di Gaza di migliorare le loro condizioni di vita. L'accordo prevedeva, in cambio della sospensione degli attacchi contro Israele, l'apertura effettiva dei valichi di Gaza, perché potessero entrare generi di prima necessità per i civili. In cambio di queste garanzie avremmo sospeso il lancio dei razzi. Il governo israeliano ha violato questo accordo, tenendo sigillata la Striscia di Gaza, portando la popolazione civile allo stremo. E continuando anche gli attacchi contro i civili. Lo stesso in Cisgiordania. Non usiamo i razzi perché siamo costretti a farlo per combattere l'assedio e l'occupazione. Bush, quando è stato eletto, aveva promesso che non avrebbe lasciato la Casa Bianca senza portare la pace in questa regione. Fosse stato vero, fosse nato lo stato di Palestina, non avremmo bisogno di nessun razzo, mi creda. Avremmo offerto a Bush la presidenza onoraria della Palestina! Se hanno tutta questa propensione alla pace, e si lamentano dei nostri razzi, non si capisce perché hanno riempito di armi le forze di sicurezza palestinesi, quelle vicine a Fatah, armi che sono state usate contro di Hamas in Cisgiordania. Questa è pace? No, questo è un accordo con la parte dei palestinesi che fa comodo a Israele, ma che non rappresenta la popolazione civile palestinese. Io credo che sia sempre più evidente il progetto che spesso è trapelato dalla diplomazia israeliana: la Striscia di Gaza annessa all'Egitto e la Cisgiordania annessa al reame di Amman. Noi ci opponiamo a questo disegno.

Quali sono adesso le relazioni tra Hamas e Fatah?
La realtà la conoscono tutti, anche se in tanti tentano di mistificarla. Hamas ha subito un colpo di Stato da parte di Fatah. L'amministrazione Bush e Israele sono responsabili di quello che è accaduto. Ci sono le prove del sostegno dato a Fatah per rovesciare il risultato delle urne a nostro danno. In un altro contesto si dovrebbe andare in tribunale perché i responsabili vengano puniti. Invece il colpo di Stato è avvenuto, dividendo la popolazione e stringendo l'assedio a Gaza. Adesso la situazione è quella che conosciamo tutti e i contatti sono quotidiani. Non è facile, perché le pressioni internazionali non agevolano un accordo, ma almeno a Gaza si è ripreso il dialogo tra noi e Fatah, visto che non sono pochi i combattenti di Fatah che si sono uniti alla resistenza. Le divisioni politiche vanno messe in secondo piano, perché la nostra gente ci chiede di fermare questo massacro. Non condividerò mai la visione politica di Abbas, tutta appiattita sulla linea egiziana, quindi più interessata alle priorità occidentali che a quelle palestinesi, ma serve una tregua per la popolazione civile. Adesso questa è la priorità e Fatah e Hamas lo sanno.

Crede che senza il controllo capillare esercitato in questi giorni da Fatah in Cisgiordania ci sarebbe stata una sollevazione generale? Sarebbe cominciata la Terza Intifada?
Non lo so, perché alla gente in Cisgiordania è stato negato il diritto di dimostrare liberamente. Solo poche persone, molto controllate. Tanti sono stati arrestati e minacciati, addirittura sono stati utilizzati gas lacrimogeni contro le manifestazioni di solidarietà alla popolazione civile di Gaza. Ma non potrà durare a lungo. Se continua questo massacro, la popolazione si solleverà. Anche contro Fatah.

Cosa pensa delle dichiarazioni di alcuni leader del suo partito rispetto al mandato presidenziale di Abbas? E' ancora il suo presidente, o ritiene esaurito il mandato?
Come ho detto fino a questo momento non è questo il punto della questione. Il suo mandato è scaduto, ma lui si ostina a rimanere. Penso però che abbiamo cose più urgenti delle quali occuparci ora.

Cosa accadrà adesso? La Striscia di Gaza è a pezzi, mille morti e migliaia di feriti. Cosa pensate di fare a Gaza e in Cisgiordania?
La situazione è drammatica. La popolazione palestinese continua a vivere in una condizione disumana, come un popolo prigioniero, la cui esistenza è scandita dai check - point israeliani.
Credo che, prima o poi, si arriverà a una nuova tregua. Il presidente Abbas lavora per questo, per sospendere gli attacchi e per alleviare le condizioni della popolazione. Ma nel lungo periodo non ho grandi aspettative, perché non condivido l'entusiasmo di molti per l'elezione di Obama negli Stati Uniti. Potrà cambiare qualcosa in Iraq, ma in Palestina l'atteggiamento Usa resterà lo stesso. Un giorno, ne sono certo, anche se non so quando, avremo l'indipendenza, e allora nessuno parlerà più di razzi.