mercoledì 5 gennaio 2011

Il secolo del Dragone

Mentre in Occidente si sta registrando la più grave crisi economica di sistema di sempre, in Asia invece le cose vanno diversamente.

A partire da Cina e India che continuano a crescere, anche se prima o poi saranno costrette pure loro a sostanziali modifiche di rotta.

Ma in Cina si stanno già preparando...


Burattinai di imperi e monete

di Marco Della Luna - http://marcodellaluna.info - 3 Gennaio 2011

L’oro schizza oltre i 140 USD/oncia. E’ oramai ovvio che USA, Europa e Giappone (come altri) non saranno in grado di rimborsare il debito pubblico e forse nemmeno di pagarne gli interessi. Si prepara dunque una crisi globale monetaria, che i mercati presentono, e si buttano sull’oro.

L’unica superpotenza con grande forza monetaria e finanziaria è la Cina, che quindi potrà fornire la nuova moneta di riserva e di scambio internazionale per dare credibilità-accettazione al sistema monetario globale dopo la consumazione di quella crisi.

Preparata con decenni di false teorie macroeconomiche e deleterie politiche finanziarie in Occidente e Giappone, e di conseguente declino reddituale comparato, la suddetta crisi sarà il principale e finale strumento di sostituzione pacifica (per via monetaria anziché militare) degli USA con la Cina nella funzione di piattaforma tecno-economica della dominance sul mondo.

Non nella funzione di garante della democrazia, che gli USA svolgevano nell’immaginario popolare. L’immaginario popolare oggi invoca sicurezza e stabilità, non democrazia e diritti politici.

L’Aquila imperiale sta così trasferendosi da Washington a Pechino dopo aver risieduto a Londra, a Vienna, a Madrid, a Roma, a Persepoli, con transiti francesi e germanici.

Questo rapporto di forza e debolezza in favore della Cina e in danno dell’Occidente è stato costruito lasciando l’Occidente e il Giappone all’automatico processo dell’indebitamento progressivo e irreversibile generato dall’uso di monete-debito, ossia di un money supply interamente generato con un corrispondente indebitamento, soggetto a interesse composto, verso il sistema bancario privato; e facendo per contro adottare alla Cina una moneta sovrana, emessa senza indebitamento.

Grazie a tale moneta, il regime cinese può finanziare senza indebitarsi, a costo zero, lo sviluppo interno e l’acquisto, anzi l’incetta, all’esterno, di materie prime, terreni, impianti, industrie – ultimamente, anche quello del Pireo, in cambio del sostegno finanziario alla Grecia decotta e messa alle strette da Berlino. Inoltre ha comperato larghe quote di debiti sovrani.

La moneta sovrana consente così al regime cinese il take-over dei centri di potere economico, quindi politico, su scala globale: fondazione di un nuovo impero. Comperando l’esorbitante debito pubblico USA e sterilizzandolo col metterlo a riserva, la Cina puntella, per ora, il Dollaro, quindi il sistema valutario internazionale.

La Cina è stata messa in condizione di far tutto ciò dalla decisione di dotare il suo governo della sovranità monetaria e di una moneta libera da debito, diversamente dal resto del mondo (con minime eccezioni) – una decisione del cartello bancario internazionale.

Il lato debole dell’economia cinese rimane lo scarso sviluppo della domanda interna – ma se i consumi interni cinesi (e/o indiani) salissero a livello occidentale, avremmo un tracollo ecologico planetario.

Anche gli USA, in passato, grazie a Bretton Woods che istituì il Dollaro come moneta di riserva mondiale, avevano comperato mezzo mondo stampando carta, e sostituendo al momento giusto (ossia quando il Dollaro divenne troppo inflazionato) la copertura in oro con quella in petrolio (divieto di vendere il petrolio contro valute diverse dal Dollaro, pena l’anatema di stato-canaglia e l’invasione militare con stragi di civili).

Qualcosa di analogo, su scala minore, lo aveva fatto anche la City con il Pound, quando era questo la moneta di riserva internazionale.

Ora ospitare l’Aquila imperiale tocca alla Cina: una plurimillenaria cultura impregnata di etnicismo e doppia morale (“chi non è Han è inferiore”), storicamente esente da ideali e sensibilità democratici, liberali, umanitari, cristiani, rinascimentali, illuministi, garantisti, ecologici, bioetici, animalisti (solo ultimamente il governo ha fatto togliere il gatto dal menu dei ristoranti), in cui l’ultima grande rivoluzione ideologica prima dell’attuale capitalismo sviluppista imperiale, è stato il comunismo maoista, che ha eliminato settanta milioni di persone.

Per un mondo in competizione neodarwinista globale, in forte esplosione demografica, dove si lotta per conquistare i mercati e accaparrarsi le risorse in via di esaurimento, e i meno forti soccombono, e i più forti inviano eserciti non solo convenzionali, ma anche di contractors privati, i burattinai delle monete e degli imperi, dovendo trovare un adeguato sostituto degli USA nel ruolo di superpotenza regolatrice, non potevano fare una scelta più efficiente.


China über alles
di Giulietto Chiesa - Megachip - 3 Gennaio 2011

Molta è, in Occidente, la retorica sull’ascesa della Cina nel consesso mondiale. Ce ne siamo accorti tardi, noi, in Italia. Fino a una quindicina di anni fa quasi nessun media italiano aveva un corrispondente a Pechino. Adesso ne parliamo di più, anche perché sarebbe impossibile non farlo.

Eppure continuiamo, tetragoni a ogni barlume di ragione, a privilegiare le relazioni e le valutazioni che passano sopra l’Atlantico, come se il baricentro del mondo fosse ancora in questo nostro emisfero.

Cioè non vediamo ancora quasi niente di ciò che sta in realtà accadendo. In questo, mi pare, europei, russi e americani fanno combriccola, discutendo dei destini del mondo tra di loro, come se dipendessero ancora, essenzialmente, da loro.

Intendiamoci, in parte è ancora così e così continuerà ad essere per un certo periodo di tempo. Solo che questo periodo si va accorciando velocemente. Leggo analisi di commentatori politici europei, americani e russi, che sognano di “alleanze strategiche” interatlantiche, da Vancouver a Vladivostok, e penso alla inesorabile limitatezza di queste ritardatarie (e perfino pericolose) speranze.

Penso che, se non si capisce la Cina nella sua realtà, tutti i calcoli risulteranno sbagliati e, alla fine, l’Occidente si troverà più debole di quanto ancora potrebbe essere.

Dunque occorre capire fino in fondo, in primo luogo , cosa significa il fatto che la Cina si delinea come il vero colosso mondiale del XXI secolo.

Che non è già più e non potrà essere, un nuovo “secolo americano”.

I dirigenti cinesi sono stati, e restano, prudenti in merito. Tendono a evitare frasi clamorose, proclami; evitano l’enfasi con studiata ritrosia. Ma sanno ormai di essere decisivi in quasi tutti i campi che influiscono sugli equilibri mondiali. E hanno già dimostrato di sapere prendere decisioni anche da soli, senza aspettare il consenso dell’ex impero americano. Sono gli unici a poterlo fare e già lo fanno.

Ci troviamo nel momento sottile e delicato di una transizione, in cui la Cina – che è avvinghiata al destino americano (e lo sa) – sta cambiando pelle e colore e sta mutando da partner subordinato a partner dominante.

La leadership cinese sa anche un’altra cosa, decisiva per il proprio (e il nostro) futuro: che sarà molto difficile, molto improbabile, che i gruppi dirigenti americani ed europei accettino un tale passaggio di consegne senza tentare d’impedirlo.

Tutto induce a pensare che non solo le élites occidentali sono mille miglia lontane da questo realismo, ma che lo sia anche il popolo americano nel suo insieme e tutto il “miliardo d’oro” di cui noi siamo parte.

Dunque non è azzardato attendersi scintille nei prossimi decenni (nei prossimi due decenni, che saranno decisivi). Nel famoso documento del PNAC (Project for the New American Century), che fu scritto alla fine degli anni ’90, i neo-con, che presero il potere negli Stati Uniti nell’anno 2000, avevano delineato uno scenario in cui, nel 2017, la Cina sarebbe divenuta “la principale minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America”.

Se, per “minaccia” intendevano dire che la Cina avrebbe scelto la propria strada senza chiedere il permesso a nessuno, e, nel 2017, sarebbe stata nella condizione di fare rispettare le sue scelte, possiamo dire che i neo-con si sbagliarono per difetto: ci siamo già.

Ed è ora assai scomodo, per gli Stati Uniti, sentirsi minacciati da qualche cosa che è, appunto, avvinghiato a loro, così come loro sono avvinghiati ad esso in un intrico inestricabile, che potrebbe diventare drammatico. Perché, come “fermare” la Cina visto che fermarla equivarrebbe a subire una violenta frenata e imprevedibili contraccolpi? E come “non fermarla”, visto che non fermarla equivale ad arrendersi?

Qui l’analisi razionale, politically correct, s’interrompe per forza di cose. Ricordate l’aneddoto dello scorpione che chiede alla rana di traghettarlo dall’altra parte del fiume in piena? La rana chiede garanzie: “Non mi pungerai?” Lo scorpione risponde: “Come potrei essere così sciocco? Pungendoti morirei anch’io”.

La rana accetta e mal gliene incoglie, perché nel mezzo della corrente lo scorpione la pungerà. Prima di morire troverà appena il tempo di gridare: “Ma perché lo hai fatto?”. E lo scorpione, affogando anche lui, le risponde:”Scusami, ma non ho saputo resistere”.

La rana cinese si aspetta il morso e non traghetterà lo scorpione. Tra il 2015 e il 2018, con gli attuali tassi di crescita, la Cina supererà percentualmente gli Stati Uniti come principale importatore mondiale di petrolio.

Un calcolo elementare dice che, un modo per “pungerla” (cioè , se non per fermarla, per costringerla almeno a rallentare, a venire a patti), sarà quello di rendere più difficili i già difficili per tutti approvvigionamenti energetici. Lo si può fare in molti modi. Il più semplice dei quali è di far scoppiare una o più guerre che s’incaricheranno di tagliare comunicazioni, oleodotti e gasdotti.

Da qui la decisione, davvero strategica, del Governo cinese di varare un piano energetico di lunga durata, fino al 2050, che non è eccessivo definire “autarchico”. Se la sicurezza dipende dall’autonomia assoluta in materia energetica (ed è proprio così), Pechino sceglie senza mezzi termini la sicurezza, consapevole che la partita – Brzezinski direbbe sulla scacchiera mondiale – è per la sopravvivenza.

La Cina varerà, al prossimo Congresso del Popolo, nel marzo 2011, o addirittura alla fine del 2010, affidando la decisione al Comitato Permanente di 175 membri, un piano energetico generale che punta sul carbone.

La diversificazione prevede tutti i tipi di energia, con quella nucleare ai primissimi posti, ma il carbone sarà la Muraglia Cinese, poiché la Cina dispone della terza più vasta riserva di quel combustibile dopo Russia e America, e ce l’ha sul proprio territorio, non deve né trasportarla, né comprarla.

E’ una decisione che equivale a un gigantesco tsunami, le cui onde arriveranno sulle coste di tutti i continenti. E’ una decisione globale, ma che riduce l’interdipendenza della Cina con il resto del mondo. Essa avrà ripercussioni profonde su tutti i mercati energetici mondiali, in direzioni diverse e per ora imprevedibili.

Equivale, del resto, a una intensificazione, appunto strategica, della linea già assunta di fatto, in cui i quattro quinti dell’energia elettrica cinese sono prodotti da centrali a carbone, il cui numero si accresce al ritmo di una nuova centrale ogni settimana.

Ma una tale decisione avrà effetti soprattutto sulle future sorti mondiali del clima. La Cina non è ancora il principale emettitore di gas a effetto serra, essendo per il momento sopravanzata dagli Stati Uniti, ma lo diventerà rapidamente. Quali che siano gli sforzi profusi dalle autorità cinesi, sarà difficile evitare un peggioramento della situazione climatica a livello planetario.

Dunque si possono trarre alcune conclusioni preliminari.

La prima, forse la più importante tra queste, è che il mondo non può più crescere nella quantità, nelle forme, nei ritmi dettati dai paesi dell’Ocse, a causa dei limiti dello sviluppo ormai evidenti, e dello stato di sovrapproduzione dell’economia mondiale nel suo complesso.

In secondo luogo saranno proprio i paesi più industrializzati a dover affrontare il problema della contrazione della loro crescita, mentre, all’opposto, emergono nuovi giganti (non solo Cina, ma anche India e Brasile) che non possono non crescere e, soprattutto, ai quali non sarà possibile impedire di crescere (s’intende: non sarà possibile impedirglielo pacificamente).

Detto in altri termini, stiamo assistendo a un immenso trasferimento di risorse dal nord verso il sud e verso l’est. In assenza di una nuova architettura dei rapporti mondiali, i grandi giocatori giocheranno gli uni contro gli altri. La rotta di collisione tra Cina e Occidente è già nei fatti, sotto i nostri occhi. La decisione cinese non fa che sottolinearla e rivela il retropensiero dei dirigenti di Pechino. Il mainstream occidentale sta già disegnando l’immagine del nuovo “nemico”.

Ma è davvero il nemico? C’è di che dubitarne. Lo è, e lo sarà, solo per coloro che, in Occidente, non intendono rinunciare neppure ad una goccia del loro benessere e della supremazia della quale hanno goduto negli ultimi due secoli almeno.

Potrebbe non esserlo per alcuni miliardi di individui che hanno poco o nulla da perdere. La Cina, per fare solo un esempio, è già il primo produttore al mondo di turbine a vento e di pannelli solari.

La Cina ha avviato un programma di rimboschimento che non ha eguali sul pianeta. Ma non ce la farebbe, da sola, senza una cooperazione internazionale leale e tra eguali. Se non ce la facesse sarebbe un guaio per tutti.

La leadership cinese sembra essere perfino più consapevole di molti circoli occidentali dei problemi che gli uni e gli altri dovranno affrontare. Dipingerla come il futuro nemico non servirà a niente.


La crescita di Pechino è davvero sostenibile?
di Joseph Halevi - Il Manifesto - 5 Gennaio 2011

L'Australia rappresenta l'esempio più lampante di come la crescita cinese sostenga la bolla finanziaria sostenuta dall'erogazione, a costo zero, negli Usa, in Europa e in Giappone, di denaro pubblico al sistema bancario.

Quando la crisi precipitò nel 2008 sembrava che per l'Australia le cose dovessero andare malissimo. Con il crollo dei prezzi mondiali delle materie prime il dollaro australiano si svalutò fortemente toccando i 48 centesimi di euro. Oggi il dollaro australiano si situa sui 77 centesimi ed ha superato il dollaro statunitense.

Tutto grazie alla Cina, che ha generato un enorme boom minerario, superiore alla grande la corsa all'oro della seconda metà del diciannovesimo secolo che trasformò l'Australia nella regione col reddito pro capite più alto al mondo. I capitali stanno affluendo nel paese sia per investimenti nelle attività minerarie che per via la politica della banca centrale di alzare i tassi di interesse alfine di controllare l'inflazione.

Ciò ha rilanciato il credito ai mutui ipotecari con prestiti fondati su aspettative di un continuo rialzo dei valori immobiliari. La bolla cinese ha pienamente inglobato il paese: un modesto calo del tasso di crescita di Pechino creerebbe delle voragini nella posizione debitoria delle famiglie e nell'esposizione delle banche.

Se le aspettative di lucro del sistema finanziario mondiale si appuntano sulla Cina e i paesi al suo traino, la crescita di quest'ultima sta giungendo a un punto di svolta. Sul China Daily del 23 dicembre scorso è apparso un articolo di grande importanza a firma di Yu Yongding, già membro della commissione per la politica monetaria della Banca del Popolo (centrale). La sua analisi è severissima. Lo sviluppo cinese ha dei costi esorbitanti col 50% del reddito assorbito dagli investimenti, 1/4 dei quali è destinato all'edilizia.

Le autorità spingono a costruire per aumentare il Pil. Infatti l'esistenza di città nuovissime e disabitate è nota. In Cina, sottolinea Yongding, polveri e fumo stanno asfissiando le città, i maggiori fiumi sono gravemente inquinati e, malgrado i progressi realizzati, avanza la deforestazione e la desertificazione. Siccità, inondazioni e frane sono ormai fenomeni comuni, mentre l'incessante attività estrattiva esaurisce le risorse naturali.

Si impone, osserva l'articolo, un drastico mutamento di rotta, tuttavia l'industria cinese non riesce a superare il suo status di fabbrica di massa mondiale e trasformarsi in una forza di innovazione. Ne consegue che la dipendenza dalle esportazioni è strutturale: il cambiamento di rotta richiederebbe un aggiustamento molto doloroso.

A ciò si aggiunge il fatto che lo sviluppo cinese è stato fortemente orientato in favore degli strati più ricchi, mentre il governo ha fallito nel provvedere beni di utilità pubblica. Per l'autore dell'articolo, sebbene la crescita attuale non sia sostenibile, il paese è dominato da una ferrea alleanza tra burocrazia pubblica e strati capitalisti che hanno addirittura tratto beneficio dai tentativi di riforma.

La Cina, scrive Yongdin, «è il paese del capitalismo dei ricchi e dei potenti», questi difendono con ogni mezzo i loro interessi. In tale contesto la possibilità di usare in maniera socialmente razionale il surplus estero del paese sta scemando. L'analisi dell'autore mi risulta corretta e senza maschere nazionalistiche. Essa implica che in Cina il mutamento avverrà con una profonda crisi che coinvolgerà ampiamente il capitalismo americano, nipponico e anche europeo.



La Cina frena sul mattone
di Gabriele Battaglia - Peacereporter - 17 Dicembre 2010

Stop dei prestiti immobiliari a Shanghai. Una misura limitata per un'economia che corre troppo

La Cina mette un freno al surriscaldamento dell'economia prendendo di mira gli investimenti nel settore immobiliare. In base a una decisione presa dalle autorità locali, le banche che operano a Shanghai dovranno infatti interrompere con effetto immediato l'elargizione di crediti immobiliari da qui a fine anno.

Sono pochi giorni, è chiaro, così pochi da fare escludere un reale effetto sull'economia. Ma la misura è comunque un segnale.

Mentre il resto del mondo annaspa ancora nel credit crunch, in Cina si è infatti già ripresentato da mesi il problema contrario. Troppa liquidità in circolazione, sovente veicolata verso il cemento, per un boom delle costruzioni a cui non corrisponde - ma qui il punto è controverso - altrettanta domanda. C'è comunque il rischio che l'inflazione acceleri.

Già da inizio 2010, le autorità hanno posto un freno al credito, forti del controllo politico dell'economia che permette alla Cina di agire just in time. Le misure sono state sostanzialmente due: decretare l'obbligo per le banche di aumentare le proprie riserve obbligatorie e deviare d'ufficio parte dei crediti a settori diversi da quello immobiliare.

Tuttavia il mondo finanziario ha abilmente aggirato l'ostacolo, aumentando ulteriormente i volumi di denaro in circolazione, rischiando cioè di far impazzire ancor più l'inflazione.

Di fatto, i nuovi prestiti concessi dalle banche di Shanghai a novembre hanno raggiunto i 36 miliardi di yuan (quasi cinque milioni di euro), per un volume complessivo in Cina che si avvicina pericolosamente a settemilacinquecento miliardi, il tetto per il 2010 che Pechino ha stabilito proprio per non surriscaldare troppo l'economia. Ed ecco che scatta la frenata imposta dall'alto.

In realtà la politica economica cinese deve tener conto di valutazioni molteplici, spesso contrastanti: non si vuole far andare la macchina fuori giri, ma al tempo stesso non si intende rallentare una crescita sostenuta, promessa di benessere per un maggior numero di persone. E se invece questo boom fosse drogato e favorisse chi è già ricco, acuendo le disparità sociali?

Così le misure restrittive diventano mirate: Shanghai - capitale finanziaria e regno del capitalismo "secondo caratteristiche cinesi" - e il settore immobiliare, sempre sul punto di partire per la tangente.

Al tempo stesso però non possono essere troppo incisive, ci sono troppi interessi e gruppi di pressione in ballo: e così si spiegano i dieci giorni da qui al 2011, giusto per non sforare il tetto prestabilito dei crediti.


Cina, il contadino è in rete
di Gloria Riva - Peacereporter - 22 Dicembre 2010

Grazie a un servizio di sms i contadini ricevono e inviano dal cellulare informazioni e consigli sull'attività agricola. L'obiettivo è migliorare le condizioni di vita nelle aree rurali

Sono ventimilioni i contadini cinesi che masticano la materia del web 2.0. Con una mano arano il campo, con l'altra leggono l'sms del cellulare che li informa del periodo migliore della semina e il prezzo del maiale in Borsa.

Il duro mestiere del contadino, alle prese con la raccolta e la cura del bestiame, lascia poco spazio all'informazione, che tuttavia potrebbe rappresentare un importante elemento per migliorare l'attività e far lievitare un poco gli striminziti redditi di coltivatori e allevatori delle aree rurali della Cina, che sono in tutto settecento mila.

Da qui la nascita di un sistema di "mobile farming", avvenuta 4 anni fa: Attraverso un cellulare gli agricoltori sono in diretto contatto con il servizio Nongxinton China Mobile che fornisce in tempo reale informazioni sull'agricoltura, sui costi e sull'allevamento.

Nongxinton è una piattaforma cellulare e web e i suoi abbonati ricevono messaggi di testo o anche audio che contengo consigli, avvertimenti, apportunità di lavoro, potenziali acquirenti, venditori e prezzi di mercato calcolati su misura delle esigenze del singolo contadino e della sua specifica attività.

Le informazioni vengono dal dipartimento dell'agricoltura del Governo Cinese, da un centro di ricerca della Nongxinton ma anche dagli stessi abbonati che possono a loro volta diffondere messaggi e informazioni agli altri contadini del Paese. Una rete che permette a tutti gli agricoltori del Paese di comunicare, nonostante le enormi distanze.
Venti milioni di persone nella Cina dei campi si sono già iscritte al mobile farming.

Attualmente la società si sta espandendo a Ovest e nelle regioni del Sud Ovest: "Costruendo la rete mobile per consentire la copertura del segnale ci siamo resi conto che esisteva un solo segnale di rete. E nelle zone rurali questo non basta - dice Liu Jing, responsabile locale per il servizio China Mobile - E' come avere una strada, ma priva di automobili". Infatti, mentre la maggior parte delle famiglie agricole in Cina ha un telefono cellulare, ben pochi hanno internet.

Ad oggi la principale fonte di informazione è la televisione, anche se spesso gli agricoltori, dopo un'intera giornata di lavoro, hanno poca voglia di mettersi a guardare programmi impegnati e consultare listini prezzi e informazioni sull'andamento della semina.

China Mobile Nongxinton è stato creato per fornire informazioni e notizie brevi ed essenziali al produttore e al coltivatore attraverso il loro cellulari. A chi non può ancora permettersi un telefonino cellulare, la società ne offre uno gratuitamente purché la bolletta superi i 2 dollari mensili.

Il costo del servizio di base è di circa 6 euro l'anno e l'obiettivo è ridurre l'enorme divario tra l'informazione della città e quello delle aree rurali, che servirà anche a colmare il divario reddituale fra città e cammpagna.

Il principale azionistia di China Mobile, pur essendo una società quotata in Borsa, è lo Stato e puù avvalersi di un'enorme rete di quadri rurali del supporto del Governo che tuttavia in cambio, sfrutta la rete per inviare ai contadini annunci politici.

Le inofrmazioni relative all'andamento dell'agricoltura vengono elaborate dai dipartimenti dell'agricoltura cinesi, ma anche da agricoltori e lavoratori del settore che intendono contribuire al diffondersi dell'informazione.

Parallelamente in due altre regioni cinesi si sta sviluppando un network sociale che permetta ai contadini cinesi di accedere a fonti di microcredito per espandere le piccole imprese rurali. La piattaforma si chiama Wokai e ha richieste di credito da parte di molte contee cinesi e della Mongolia, mentre i creditori provengono da 47 Paesi che selezionano on line i progetti da supportare.

Per molti versi potrebbe essere paragonato a un Facebook per contadini. Casey Wilson, il cofondatore di Wokai dice che: "I contadini cinesi rappresentano la seconda più alta domanda di microcredito nel mondo, ma non c'è alcuna offerta per loro. E questo perché i contadini non hanno alcun sistema per accedere al sistema del microcredito. Internet è uno dei pochi mezzi che possono essere sfruttati per invertire questo sistema".

In due anni Wokai ha raccolto 370 mila dollari e finanziato 500 progetti, dall'allevamento di suini a chioschi per la vendita di noodles.

Wokai non lucra sugli interessi o sui soldi raccolti, ma guadagna attraverso le donazioni e le sponsorizzazioni per coprire i costi di gestione.

martedì 4 gennaio 2011

I botti di Alessandria d'Egitto

Una serie di articoli relativi all'attentato compiuto vicino alla cattedrale dei Santi, ad Alessandria d’Egitto, durante la messa di mezzanotte e che ha provocato 21 morti tra la comunità cristiana copta.

Il più grave attentato degli ultimi anni e il più sanguinoso contro la comunità cristiana in Egitto. I copti rappresentano circa il 10% della popolazione egiziana ma le tensioni con gli islamici radicali si sono fatte sempre più forti negli ultimi anni.

Anche questa volta si è subito attribuito la paternità dell'attentato alla fantomatica Al-Qaeda, ma ovviamente le cose sono più complesse e meno scontate...


Bombe d’Egitto
di Giuliano Luongo - Altrenotizie - 4 Gennaio 2011

La bomba fatta esplodere nei pressi della cattedrale di S. Marco ad Alessandria d’Egitto, durante la messa di mezzanotte, ha riportato l’attenzione sulla situazione dei cristiano copti in Egitto. La posizione dell’autoproclamatosi monarca Mubarak e la reazione dell’Occidente europeo, hanno partorito la rapida creazione di un “fronte per la difesa della cristianità”.

Sembra essere questo, infatti, il prossimo obiettivo in agenda dei conservatori europei, in particolare di quelli nostrani, mentre s’infiamma la polemica a distanza tra i più alti rappresentanti religiosi delle fazioni coinvolte.

I copti (termine di origine greca che significa semplicemente “egizi”) sono una minoranza cristiana presente in Egitto dal I secolo d.C., vicini al Papa di Roma, ma con molti punti di contatto con l’ortodossia cristiana orientale. Sebbene i numeri non siano né certi né aggiornati, si stima siano poco più del 10% della popolazione egiziana (il governo fissa la cifra all’8%).

La convivenza ha sempre oscillato tra alti e bassi, secondo l’estremismo dell’opposta fazione, sia in maniera violenta e diretta, sia in maniera più subdola: un tipico esempio è quello dei rapimenti di donne copte fatte convertire forzosamente all’Islam per poi finire in spose ad uomini islamici.

Nel ‘900, il punto di minimo tra le relazioni interreligiose si ebbe durante il periodo Sadat (’70-’81): proprio nel 1981, un gruppo di fondamentalisti islamici uccise 17 cristiani e ne ferì circa 100. Il presidente dimostrò di essere lievemente di parte, facendo arrestare il patriarca copto Shenouda III ed insabbiando l’accaduto.

L’attentato di capodanno non sembra essere stato un attacco del tutto imprevisto, dato che ben due settimane prima un’affermazione presente su di un noto sito web di estremisti islamici elencava una lista di venti siti copti da colpire, tra i quali figurava proprio la chiesa di S. Marco.

E’ stata, come da copione, paventata una connessione con Al Qaeda: “Lo Stato Islamico dell’Iraq”, organizzazione fondamentalista irachena, dichiarava il 1° novembre 2010 sul suo sito che quale tutti i cittadini cristiani del Medio Oriente sono da considerarsi “bersagli legittimi”, con il pretesto di supposte conversioni forzate dall’Islam al Cristianesimo avvenute a luglio 2010.

Proprio poche ore prima dell’esplosione una folla di manifestanti islamici radunatisi alla moschea di Kayed Gohar aveva ripetuto gli stessi slogan anti-cristiani attribuiti ai noti estremisti.

Dell’attentato in sé si è già detto fin troppo, mentre ancora non c’è accordo tra i reporter sulle modalità dell’assalto (dal kamikaze all’autobomba, al kamikaze nell’autobomba) ben pochi si sono presi la briga di ricordare che sia stato il peggior attacco alla comunità copta dal 2000 a questa parte (secondo massacro di Kosheh, 02/01/2000, 21 vittime), di vedere un interessante schema nel colpire a gennaio, o semplicemente di fare una lista degli ultimi attacchi per cercare di capirci qualcosa.

Nel maggio 2009, un tentativo di attacco con due ordigni non fece vittime (uno dei due venne disinnescato dalla polizia dopo l’esplosione del primo). Seguì il massacro di Nag Hammadi, 6 gennaio 2010: sei cristiani ed un poliziotto musulmano furono uccisi da un gruppo di fuoco all’esterno di una chiesa del Cairo, durante le celebrazioni del Natale ortodosso.

Ne scaturirono numerose proteste da ambo le parti, con gli scaricabarile e gli incendi di rito di case e beni materiali.

L’evento portò, oltre ai citati danni alla proprietà privata e al demanio, alla pubblicazione di una serie di studi sull’escalation di violenza ai danni della comunità copta, elencando una lunga serie d’incidenti avvenuti tra il 2008 ed il 2009.

L’impatto del testo è comunque da considerarsi mediocre, nonostante gli interessanti contenuti. Ciò che è accaduto in seguito è cronaca recente: dopo le “picconate” degli estremisti iracheni, il 24 novembre le violenze interreligiose riprendono.

Motivo: lo stop alla costruzione di un nuovo edificio di culto cristiano. Dopo una prima manifestazione alquanto violenta dei cristiani, se ne innesca un’altra di forza eguale e contraria da parte dei musulmani. Bilancio: due cristiani morti e ben 150 arresti nelle due fazioni.

Mentre sullo sfondo - o meglio, al centro del palco - si alimenta la protesta copta, aumentano le illazioni sui possibili mandanti dell’attentato. Gli attacchi si protraggono da molti anni a questa parte e si concentrano nelle principali festività copte/ortodosse, anche da prima del grande arrivo sulle scene di Al Qaeda.

La tesi del coinvolgimento dell’organizzazione di Osama bin Ladin è infatti scartata da numerosi analisti, anche provenienti dal mondo arabo: si punta il dito soprattutto sugli stessi agenti governativi, nell’ottica di una strategia “sottile” al fine di fiaccare la scomoda minoranza religiosa.

Sarebbe facile per il governo, infatti, accusare “criminali stranieri”, fingere di prendersi cura del problema e lasciare la sola fuga come alternativa per la comunità cristiana. Di certo, il presidente Mubarak non ha brillato per reattività, accusando appunto i suddetti “elementi stranieri” e parlando genericamente di perseguire i colpevoli, ma di pratico c’è ben poco.

A livello internazionale, le reazioni di politici e non rendono il tutto ancora più interessante: se il Papa fa il suo mestiere, denunciando in toto le violenze - in particolare alla luce degli attacchi alle comunità cristiane in altre parti del mondo - colpisce molto di più quanto detto dai politici.

Ancora esaltato dalle minacce al Brasile, il nostro Frattini è sceso in prima linea invocando l’attivazione del Parlamento Europeo per imporre ai paesi negligenti nella tutela dei cristiani una serie di sanzioni: si è parlato di “passare all’azione” anche se finora è tutto ancora definito nell’aria fritta.

L’arma definitiva dovrebbe essere quella dell’aiuto “in cambio di diritti”: secondo il Ministro, i paesi in via di sviluppo che non collaborano alla tutela dei diritti dei cristiani sul loro territorio potrebbero veder svanire il supporto economico occidentale, mentre quelli più attivi potrebbero ricevere addirittura incentivi da parte dell’Europa.

Inutile dire che da Bruxelles ancora si tace riguardo a questo, ma tale scenario apre numerose illazioni anche dal punto di vista degli analisti: legare la tutela dei diritti umani ad un do ut des economico non potrebbe avere risvolti dannosi?

Come si potrebbe misurare praticamente l’impegno a “difendere i cristiani? Sa molto di “impegno libico a difendere il mare dai migranti”; i brillanti risultati li conosciamo tutti.


Semplice ritorsione o destabilizzazione pianificata?
di Mozcar - www.cpeurasia.eu - 3 Gennaio 2011

Per comprendere il valore e la funzione dell’attentato alla Chiesa copta-ortodossa di Alessandria d’Egitto, è necessario liquidare perentoriamente ogni ipotesi formulata dai mass-media occidentali, a partire dalle favole su al-Qaeda e l’estremismo islamico in generale.

L’idea di uno “scontro di civiltà” tra un mondo libero e democratico, e una serie di Paesi caratterizzati da sistemi politici oppressivi e religioni oscurantiste, è solo una maschera “idealista” che cela gli interessi economici degli oligopoli euro-atlantici.

Per cui ogni fatto non può essere interpretato secondo i canoni della politica nostrana, tesa a tutelare i profitti delle multinazionali, piuttosto che la libertà dei popoli, ancor meno della Cristianità.

Porre in relazione fatti apparentemente sconnessi, indagare sulle molteplici cause e sui vari fattori che concorrono a determinare una situazione o un atto concreto (nel nostro caso un attentato), dovrebbe essere il “modus operandi” per coloro che intendono indagare seriamente e analizzare la realtà, piuttosto che modificarla per dimostrare la fondatezza delle proprie teorie.

La neutralizzazione dell’Egitto negli anni ‘80 ha consentito ad Israele di protrarre la propria esistenza nel corso del tempo. Il controllo dello stato egiziano è un perno fondamentale per la sicurezza dell’entità sionista, e l’attentato di Capodanno non può essere concepito al di fuori di questa strategia.

Il declino dell’imperialismo americano e dell’idea stessa di globalizzazione unipolare a guida statunitense, coinvolge inevitabilmente anche l’avamposto mediorientale, costretto ad affrontare nuove sfide.

Il triangolo Damasco – Ankara – Teheran sorto con il beneplacito di Cina e Federazione Russa, rischia di isolare Tel Aviv, la quale, dopo aver tentato di ostacolare il nuovo corso turco (1), non può rischiare di perdere anche l’Egitto, dove la penetrazione economica cinese è sempre più forte (2) e che si traduce inevitabilmente in relazioni politiche sempre più strette tra i due Paesi.

In tale contesto è necessario per Israele e gli Stati Uniti, bloccare gli effetti dannosi del multipolarismo nella zona arabo-islamica. Infatti all’attentato terroristico di pochi giorni fa, devono essere associate due notizie inquietanti: la scoperta di una cellula di spie israeliane in grado di intercettare le conversazioni telefoniche di alte cariche dello stato egiziano e il rientro a Tel Aviv dell’ambasciatore israeliano Yitzhak Levanon (3) .

E’ Ipotizzabile che l’ennesimo tentativo di seminare discordia tra comunità religiose, sia stato progettato per destabilizzare l’Egitto a vantaggio degli interessi di Usa e Israele, così come dichiarato da Hezbollah (4), oppure come ritorsione immediata all’individuazione della cellula del Mossad.

Intanto i cantori dello “scontro di civiltà”, inebriati dagli attacchi alle comunità cristiane orientali, continuano indisturbati nell’opera di manipolazione dell’opinione pubblica europea, preparandola a future crociate “democratiche”, ma questa volta rischiano l’estinzione.


NOTE:

1. http://www.eurasia-rivista.org/5502/crescenti-sospetti-sul-possibile-collegamento-tra-il-pkk-e-israele
2. L’investimento di 1,5 miliardi di dollari in una Zona Economica nell’area del Suez, riflette il ruolo crescente della Cina in Egitto http://www.relooney.info/SI_Oil-Politics/Africa-China_29.pdf
3. http://italian.irib.ir/notizie/mondo/item/87562-egitto-scoperta-cellula-di-spie-ambasciatore-israeliano-fugge-dal-cairo
4. http://italian.irib.ir/notizie/politica/item/87826-hezbollah-strage-alessandria-serve-solo-interessi-usa-e-israele


Voci da Alessandria
da Peacereporter - 3 Gennaio 2011

Una triangolazione di voci che resistono alla violenza: Gaza, Milano, Alessandria

Vittorio Arrigoni, da Gaza City, con Katry. La notizia dell'attentato ad Alessandria d'Egitto, una cugina a Milano e una voce da Alessandria. Una rete di resistenza contro le violenze di ogni genere. Una testimonianza che PeaceReporter riceve e pubblica.

"Ero con la mia famiglia sul balcone a guardare i fuochi artificiali sparati per festeggiare il nuovo anno, quando abbiamo sentito un tremendo boato e, sotto di noi, i diciotto piani del palazzo hanno preso a tremare. Siamo corsi in strada terrorizzati".

Così racconta, da Alessandria d'Egitto, Reham Samy, contattata grazie ad una sua cugina residente a Milano, il momento dell'attacco terroristico che nella notte di capodanno ha provocato la morte di ventuno cristiani copti ortodossi e il ferimento di altri ottanta fedeli che uscivano dalla funzione celebrata nella Chiesa dei Santi (Al-Qiddissine).

"In strada ci siamo accorti che l'esplosione era distante solo qualche centinaia di metri da casa nostra, fra la chiesa e la moschea. Non sono certo dei cristiani o dei musulmani i responsabili della strage, è impensabile, la chiesa e la moschea sono praticamente attaccate".

E per mail invia una foto che mostra chiaramente i luoghi sacri uno dinnanzi all'altro, come uno specchio di rispetto e tolleranza. Reham continua il suo racconto: "La via si è riempita di fumo, poi una macchina in fiamme è scoppiata scaraventandosi sulla moschea. Ho visto una marea di sangue, donne che urlavano come impazzite, fiamme e fumo sulla facciata della chiesa cristiana e sangue sulla facciata bianca della moschea".

Reham è stata testimone anche degli scontri settari scoppiati subito dopo l'attentato: "Le ambulanze e i vigili del fuoco sono accorse prontamente sul luogo della strage. Dopo aver raccolto i morti e i feriti sono iniziati gli scontri. Cristiani e Musulmani che si picchiavano, si stavano letteralmente scannando! Cose mai viste qui ad Alessandria.

Ovviamente nel giro di dieci minuti è arrivato lo schieramento della polizia che non è proprio come la vostra polizia italiana, si chiama Amn Markazy (Sicurezza Centrale) e sono agenti vestiti di nero coi manganelli. Che non lesinano ad usare. Gli hanno tirato addosso moltissimi lacrimogeni per disperderli. Anche oggi, musulmano o cristiano che sei, è pericoloso uscire per strada nel mio quartiere".

Il presidente Hosni Mubarak si affrettato a parlare di "mani straniere" per l'attentato ad Alessandria d'Egitto, come a voler allontanare i riflettori da un Paese sorretto da un regime corrotto al potere da 40 anni e oggi certo non molto popolare.

La crescente povertà e l'assenza in parlamento dopo le elezioni farsa del mese scorso di una qualche voce di opposizione che rappresenti lo scontento di decine di milioni di egiziani, certo se non sono i responsabili della strage di capodanno potrebbero aver rifornito i mandanti di manodopera kamikaze a buon mercato.

Per sciogliere qualsiasi dubbio su di un loro coinvolgimento, i principali oppositori di Mubarak, il movimento della Fratellanza musulmana che non ha potere concreto in parlamento, sul loro sito hanno condannato l'attentato alla Chiesa dei Santi, sottolineando la profonda indignazione e la ferma condanna contro questi gravi crimini, e l'importanza di catturare al più presto i colpevoli.

Mentre tra gli indiziati più papabili ad essere additati come colpevoli del massacro dal regime egiziano e dai suoi alleati c'è naturalmente Al-Qaeda , semmai esistesse questa organizzazione e non fosse solo un fascinoso concetto, assimilabile alla nostra "strategia della tensione", è interessante notare come i fratelli musulmani hanno chiuso il loro messaggio di condoglianza alle vittime cristiane.

Con il versetto 32 della quinta Sura del Corano, che contiene il monito: "Chi uccide un essere umano è come se avesse ucciso tutta l'umanità; e chi salva una vita, è come se avesse salvato tutta l'umanità".

lunedì 3 gennaio 2011

La politica estera italiota? Inesistente.

Una serie di articoli che, partendo dal caso Battisti, evidenziano il totale fallimento in politica estera dell'attuale governo italiota.

Ringraziamo di cuore il cosiddetto premier e soprattutto quell'essere inutile, mancato tennista e sciatore, di nome Frattini.


Tutti gli smacchi al governo del Cucù
di Giampiero Gramaglia - Il Fatto Quotidiano - 2 Gennaio 2011

Dall'ex terrorista Cesare Battista, fino al flop nell'Unione europea. Ecco tutti i fallimenti internazionali che il governo Berlusconi ha collezionato negli ultimi trenta mesi

Il no del Brasile all’estradizione di Cesare Battisti, terrorista e omicida conclamato e mai pentito, è una decisione grave e profondamente sbagliata ed è l’ultimo di una serie di smacchi subiti dall’Italia sulla scena internazionale negli ultimi trenta mesi, al di là delle rodomontate del Cavaliere che – dice lui – frenò la guerra tra Russia e Georgia, contribuì al “reset” delle relazioni tra Washington e Mosca, convinse la Turchia ad accettare l’ex premier danese Anders Fogh Rasmussen a capo della Nato e via vantando.

In realtà, di concreto, la politica estera italiana ha poco da esibire dal 2008 a oggi, a parte qualche bella foto di Mr B con i Grandi della Terra “rubata” nei tempi morti di qualche Vertice: il premier, questo gli va riconosciuto, è abilissimo a inserirsi nel crocchio giusto al momento dello scatto che conta, al G8 o al G20 o in qualsiasi altro consesso internazionale; così com’è recidivo nel giungere fuori tempo massimo a un Vertice, bloccato sulla soglia da una telefonata irrinunciabile (da ultimo gli accadde a metà novembre, a Lisbona, quando l’ira neppur troppo funesta di Mara Carfagna lo fece arrivare in ritardo alla riunione dei leader dell’Alleanza atlantica).

Lasciamo da parte gli imbarazzi di Wikileaks, almeno quelli “stile gossip”, perché lì Berlusconi sta in solida e larga compagnia.

E tiriamo pure una croce sopra la litania di baci e abbracci a oligarchi e dittatori, dal russo Vladimir Putin al libico Muhammar Gheddafi, passando per i pre e post-sovietici – che pari sono – Aleksander Lukashenko, bielorusso, e Nursultan Nazarbayev, kazako (ma non c’è un pizzico di contraddizione a fare l’elogio democratico di quei due puri prodotti stalinisti, quando in patria si colpiscono con l’anatema ‘comunisti’ oppositori che possono al massimo vantare come esperienza di sinistra l’infanzia all’oratorio?).

Il problema non è quanto poco l’Italia conti non nel Mondo, che, in fondo, ci può anche stare: non siamo un grande Paese in termini demografici e non siamo fra i primissimi in termini di ricchezza né assoluta né pro capite; non sediamo in modo stabile nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e non abbiamo – è storia vecchia – un record immacolato, in termini di credibilità internazionale, anche se non siamo mai venuti meno finora alla lealtà atlantica ed europea.

La misura della mancanza di peso dell’Italia la dà proprio l’Ue, dove pure avremmo tutti i motivi per sentir-ci grandi: le dimensioni, l’economia, l’essere nel nucleo fondatore. E, invece, nelle corse ai posti che contano dell’Unione del Trattato di Lisbona, l’Italia non ce l’ha mai fatta.

Puntava alla presidenza del Parlamento europeo, che – si badi – non ha mai avuto da quando l’Assemblea è eletta a suffragio universale, cioè dal 1979, 31 anni e 13 presidenti fa, perché ce ne sono due a legislatura; ma il gruppo del Ppe, proprio quello di cui fa parte il Pdl del premier, ha preferito il polacco Jerzy Bozek al degnissimo candidato italiano Mario Mauro.

Ha poi provato, con scarsa convinzione e molta goffaggine, a ottenere per Massimo D’Alema il posto di ministro degli Esteri europeo, subendo il gioco dai socialisti, cui il posto spettava e che avevano un altro candidato.

E, infine, è stata esclusa da tutti i posti che contano della nuova diplomazia europea gestita da Lady Ashton, che non ha nessun italiano nel suo ‘inner circle’ e che ha mandato ambasciatori italiani in Albania, dove non avevamo certo bisogno di contare di più di quel che già contiamo, e in Uganda, dove, comunque, non conteremo nulla.

E quando, recentemente, un italiano ha ottenuto un incarico di prestigio – Giovanni Kessler è stato nominato alla guida dell’agenzia europea anti-corruzione decisione è parsa quasi rispondere alla legge del contrappasso: mettere la lotta alla corruzione in mano a un italiano, proprio nei giorni in cui la fiducia al governo, a Roma, ruotava intorno alla compravendita di una manciata di voti.

La poca credibilità dell’Italia berlusconiana nuoce ai candidati migliori. Il governatore di BankItalia Mario Draghi ha le carte in regola per ambire alla guida della Banca centrale europea, ma non è affatto sicuro di riuscire a succedere a Jean-Claude Trichet (e non solo perché la Germania vuole quel posto).

E non è solo questione di poltrone: la vicenda del brevetto europeo, dove l’Italia s’è fatta sbattere dietro la lavagna della classe di europeismo, beffata persino dalla Gran Bretagna, dimostra un’imbarazzante incapacità di costruire alleanze e di cucire rapporti.

La prossima volta che vede Sarkozy, o la Merkel, Mr B, invece di raccontargli barzellette o di farle cucù, provi a condividere con loro una strategia e degli obiettivi.


La fine dell’imbonitore
di Giampiero Gramaglia - Il Fatto Quotidiano - 2 Gennaio 2011

Ecco dove ci porta la politica dell’amicone, del prendere sottobraccio l’interlocutore convinti che una pacca sulle spalle e una barzelletta siano il modo vincente di fare politica estera.

Dietro il no di Lula all’estradizione del terrorista omicida Cesare Battisti c’è la storia di un Paese e ci sono le vicende umane dell’ormai ex presidente brasiliano e del suo successore Dilma Roussef: il risultato è una decisione sbagliata e inaccettabile, ma in alcun modo inattesa o sorprendente.

Eppure quando, a fine giugno, Silvio Berlusconi compì in Brasile una missione in pompa magna – 60 imprenditori al seguito, un giro d’affari da 10 miliardi di euro – la questione non fu praticamente evocata, quasi che la cosa importante fra i due paesi fossero gli affari e l’intesa personale di Mr B e Lula: “Ci siamo capiti bene subito fin dall’inizio” assicurò il Cavaliere, come se davvero lui e uno con la storia del brasiliano possano essere fatti “allo stesso modo”. La vicenda Battisti restò sullo sfondo della visita.

Allora, la diplomazia italiana raccontava che Lula non avrebbe deciso e avrebbe lasciato il responso alla Rousseff, una ex guerrigliera, che – chissà mai perché – avrebbe avuto meno remore all’estradizione. E, invece, non avevamo capito un bel nulla.

Adesso, il governo protesta, mette in forse accordi e trattati conclusi da poco senza garanzia alcuna, soprattutto manifesta sdegno e stupore perché le autorità brasiliane esprimono dubbi sull’affidabilità della giustizia italiana.

Ma chi è che, giorno dopo giorno, piccona la credibilità della magistratura?

E chi è che mette alla berlina la serietà delle istituzioni repubblicane? E siamo proprio sicuri che certi discorsi, risaputi all’estero (mica solo attraverso Wikileaks) giovino all’immagine del Paese?

Lula il brasiliano tratta l’Italia da repubblica delle banane. In un gioco degli stereotipi, è il mondo al contrario. Ma è la sorte che ci tocca, andando in giro per il mondo a fare gli imbonitori da fiera.


Fabio Granata: “Il premier si attiva solo per interessi economici”
di Alessandro Ferrucci - Il Fatto Quotidiano - 2 Gennaio 2011

Per il deputato di Futuro e Libertà "sono continue figuracce e la colpa è anche di Frattini". E sulla crisi mediorentale: "La loro incapacità è palese soprattutto per la questione tra ebrei e palestinesi"

Non è un gas. Neanche un oleodotto, un programma tv, una macchina da lanciare sul mercato o una linea di yacht di lusso. No, per Silvio Berlusconi, Cesare Battisti non incarna alcun interesse economico diretto, da trattare con Putin o Gheddafi. È “solo” politica “e in questi casi l’attenzione estera di Berlusconi diventa scarsa”.

Battisti, forse, non rientra nelle sue strategie…
Già, è così. Sta di fatto che non è stata tenuta in minima considerazione la posizione dell’Italia rispetto all’estradizione: significa che nonostante i rapporti commerciali tra nazioni siano buoni, quelli politici e diplomatici lo sono meno.

Ovvero?

Che sia il premier che il ministro degli Esteri sono poco autorevoli.

Altre volte ha riscontrato questa poca autorevolezza? Certo, con Putin , sembra tutta un’altra intesa…

Sì, è così, Berlusconi è molto bravo solo quando si deve rapportare con nazioni a lui vicine sul piano imprenditoriale. In quanto ad attività politica, pura, è un disastro.

A cosa si riferisce, in particolare?
In primis alla questione mediorientale, ai rapporti tra Israele e palestinesi: quasi quasi sono costretto a rimpiangere l’azione diplomatica della Prima Repubblica, quella di Andreotti e Craxi. Perlomeno, loro avevano un’idea, capivano la necessità di tutelare ambo le parti.

Ma al premier manca una visione globale, o interviene solo in presenza di un interesse personale?
Tutti e due. Però, attenzione: questa assenza dai grandi scenari dipende anche da un ministro che si fa notare solo per delle dichiarazioni scontate e qualunquiste. In quanto a iniziative: nulla, il vuoto assoluto nello scacchiere geopolitico internazionale.

Come giudica il Battisti-uomo?

Ho un fortissimo rispetto per la normativa che riguarda i rifugiati politici, ma non ho alcuna stima per Battisti, in particolar modo per gli atteggiamenti che ha tenuto sia sul piano processuale, che dopo. Quindi ho tifato apertamente per la sua estradizione, anche perché le vittime reclamano giustizia. Eppoi, vista la sua storia…

A che cosa allude?

Non gli riconosco alcun alibi da rifugiato politico: non ha neanche la dignità del leader, si evita solo di non fargli fare i giusti conti con la giustizia.

Si spieghi meglio: tra i vecchi brigatisti, chi contrappone a Battisti?
Sicuramente Curcio: lui è un capo politico. Ha passato un numero smisurato di anni in carcere e non ha mai materialmente ucciso nessuno. Però ha guidato un “processo”, ovviamente da condannare, di lotta armata.

Con la questione-Battisti, come ne esce la nostra immagine internazionale?
Siamo in caduta libera, ma non da adesso.

Altri esempi?
Di certo il “bunga bunga” e la spazzatura in Campania. Vede, poi, c’è un fatto…

Quale?
Alla carenza di immagine, corrisponde anche la realtà dei fatti: una fotografia drammatica dell’Italia.

Qual è la vicenda che ultimamente l’ha fatta più vergognare?
Ma da parte di chi?

A lei la scelta…
Mmmmmm, c’è ampio spazio…

Quindi?
Va bene, allora dico Gasparri e la sua dichiarazione rispetto agli arresti preventivi per i ragazzi pronti a scendere in piazza: non capisco come si può arrivare a concepire un’idea simile.


D'Elia schock su Battisti. "Meglio libero in Brasile"
di Tommaso Labate - www.ilriformista.it - 1 Gennaio 2011

«Lo Stato italiano è un delinquente abituale. Basta considerare che le nostre carceri sono strumenti di tortura». E «la nostra classe politica sta ragionando secondo la logica parabrigastista del “colpirne uno”, e cioè Cesare Battisti, per assolverne cento».

Intervistato dal Riformista, l’ex deputato Sergio D’Elia, leader di Nessuno tocchi Caino, grida «onore a Lula».

L'intervista che Sergio D’Elia consegna al Riformista è di quelle destinate a lasciare un segno nel dibattito sulla mancata estradizione del pluriomicida Cesare Battisti.

L’ex deputato radicale (fu segretario dell’Ufficio di presidenza della Camera), con un passato remoto nell’organizzazione terroristica Prima linea (ha scontato 12 anni di carcere per l’assalto al carcere di Firenze in cui nel 1978 perse la vita un agente di polizia, anche se non era fisicamente presente) e un presente storico da leader dell’associazione Nessuno tocchi Caino, difende la scelta del Brasile di non consegnare all’Italia Battisti.

D’Elia, credo che lei stia andando oltre il «rispetto» della decisione del Brasile.
Non c’è dubbio che la scelta delle autorità di un paese democratico come il Brasile dev’essere rispettata. A questo si aggiunge il giudizio severo e condivisibile su come vengono amministrate la giustizia e le carceri in Italia.

Il suo giudizio qual è ?
L’Italia non ha l’autorità politica nazionale e internazionale per protestare con chicchessia. Un paese che è stato condannato decine di volte dalla giustizia europea per come gestisce carceri e tribunali non ha titoli per chiedere al Brasile la consegna di Battisti.

Un conto è la gestione delle carceri, altra cosa sono le condanne di Battisti, non trova?
Guardiamo al numero di morti nelle carceri italiane, pensiamo al sovraffollamento di strutture che sono, di fatto, degli strumenti di tortura. Finire in galera in Italia è come essere condannati a morte. Per questo io dico che è meglio Battisti libero in Brasile che Battisti in una prigione italiana.

Messa così, le sua sembra la difesa di un pluriomicida
A me non interessa nulla di Battisti. A me interessa la difesa del «detenuto ignoto», non di quello noto. In un carcere italiano, Battisti rischia la vita.

È stato condannato, Battisti.
Secondo la Costituzione, il carcere serve a rieducare. E io sfido chiunque a sostenere che il Battisti di 35 anni fa sia lo stesso Battisti di oggi. Il Battisti del delitto non è lo stesso uomo della pena. Per cui, Costituzione alla mano, non dovrebbe andare in galera.

D’Elia, non pensa ai parenti delle vittime?
Le loro sono le uniche istanze sacrosante. Quelle dei vari La Russa, quelle della destra e della sinistra, sono ridicole. I parenti delle vittime, in realtà, sono stati traditi non da Battisti, ma dallo Stato italiano. E non ce l’ho col governo Berlusconi. Ma con cinquant’anni di un regime partitocratico che ha sottratto a questo Paese le leggi, le garanzie e i diritti. E che ha commesso delitti su delitti.

Ci faccia un esempio.
Questo è uno Stato che si è macchiato del sangue di molte stragi. Piazza della Loggia, Piazza Fontana, l’Italicus: quando non si trovano gli autori, la strage diventa automaticamente «strage di Stato». Parliamo di decine di vittime e di centinaia di parenti delle vittime, altro che dei delitti di Battisti.

Che cosa c’entra col caso Battisti tutto questo?
C’entra che tutti, adesso, urlano «in galera» all’indirizzo di Battisti soltanto per assolvere se stessi. Ripeto: tutti seguono la logica parabrigatista del colpirne uno per assolverne cento. I crimini commessi da Battisti sono orrendi. Ma un delinquente abituale come lo Stato italiano non ha i titoli per insegnare niente ha nessuno.

domenica 2 gennaio 2011

Benvenuti nel 2011.....

Cominciamo l'anno nuovo con un paio di articoli che ci ricordano "come" si è arrivati al 2011...



Buon anno
di Mazzetta - Altrenotizie - 1 Gennaio 2011

Il nostro paese esce dal 2010 più povero e scassato di come vi era entrato, ma nonostante tutto ancora intero. I primi dieci anni del secolo non sono stati facili per l'Italia che, oltre a dover far spazio al sorgere dei paesi asiatici e ad altre economie ormai ruggenti, come quella del Brasile, sembra aver imboccato una pericolosa discesa verso una decadenza che va ben oltre le sofferenze dell'economia.

Una decadenza che è prima di tutto culturale, tanto che oggi parlare di cultura sembra quasi fuori posto e davvero interessare a pochi; una decadenza che sembra inarrestabile, almeno ad osservare la quasi totale assenza di ribellione e a questo tristo destino.

Non è solo colpa del berlusconismo o del localismo leghista, se oggi l'Italia appare più provinciale e meno influente che mai; anche la sinistra in disfacimento ha contribuito per la sua quota-parte.

E non è solo colpa del pensiero unico, di quella globalizzazione dei capitali che ha universalizzato lo sfruttamento dei lavoratori e dei territori. Il crollo del muro di Berlino ha fatto saltare un contrappeso importante.

Il trionfo sul comunismo ha dato vita a un'élite globale priva di aspirazioni che non siano la conservazione e la monetizzazione del potere, il sistema economico è stato liberato dalle poche regole sagge che ne limitavano gli eccessi e il crollo di Wall Street e dell'economia americana sono state le ovvie e previste conseguenze di questo procedere in ordine sparso al saccheggio.

In Italia va peggio che altrove: qui la crisi delle classi dirigenti è assoluta, non ci sono idee e non ci sono alternative al vuoto pneumatico della politica. Lo Stato è da anni in ostaggio dei problemi di Berlusconi e i suoi ministri da taverna si esibiscono senza ritegno su copioni che erano già indegni al tramonto del secolo scorso.

Manca qualsiasi tensione etica, manca qualsiasi senso del limite, la calunnia e il falso sono moneta comune, la politica spettacolare ha travolto l'antica arte della mediazione democratica tra gli interessi e consegnato il paese a un continuo show che si ripete inevitabilmente uguale da anni. Uno show al riparo del quale gli interessi più forti prosperano a spese dei più deboli.

L'anno si è chiuso con il Presidente del Consiglio che si è comprato alcuni deputati alla luce del sole (pagandoli con fondi pubblici) per risolvere il problema posto dall'ammutinamento di chi ha lanciato la volata alla sua successione senza essere capace di vincerla.

Il maggiore partito d'opposizione è un'informe aggregato di gente che pensa tutto e il contrario di tutto e che continua ad inseguire i voti a destra, perdendone molti di più tra i proprio sostenitori storici.

Ma se poi capita che la grande speranza bianca della sinistra italiana cade dalle scale e i suoi gridino all'aggressione, ecco che si capisce come siano ridotte le speranze dei molti italiani che voterebbero volentieri un partito che sia all'altezza delle pur scolorite sinistre europee

La melma consociativa sembra sommergere il paese, il governo delle destre fa politica attaccando i comunisti che non ci sono più, i magistrati e gli immigrati, gridando contro le tasse che intanto eleva per nutrire i propri complici nel sacco della cosa pubblica.

Il sistema, che si voleva riformare in senso bipartitico collassa ed esplode in mille partitini, specchio delle camarille e delle complicità nascoste sotto il velo istituzionale.

Eppure il paese resiste. Resistono eroici gli insegnanti messi all'indice dal governo che vuole demolire l'istruzione per favorire l'affermazione della politica spettacolare. Resistono i lavoratori della sanità, una delle migliori al mondo, sotto i colpi dei tagli e dei servizi giornalistici sulla “malasanità” che non esiste.

Resistono i lavoratori della pubblica sicurezza, ai quali il governo sottrae il merito della lotta anticrimine e che sono mandati in piazza a rispondere con i manganelli alle domande dei cittadini, ai quali il governo non risponde mai perché è meglio schivare il merito quando non si possono dire che menzogne per difendere politiche criminali.

Un paese che ha due polizie e che manda anche la Guardia di Finanza a svolgere compiti di servizio di piazza è sicuramente che ha qualche problema strutturale, evidentemente ostaggio di corporazioni e interessi noti quanto inconfessabili; ma il potere che risponde ai cittadini esclusivamente con la polizia, è un potere destinato a non avere futuro.

Resistono anche i lavoratori che non lavorano più, resistono i cittadini ai quali il governo taglia i servizi per spendere miliardi di euro in armi che la nostra Costituzione impedirebbe di usare, per rispondere a minacce che non esistono.

Quelle spacciate sono le solite minacce create dal nulla dalla grande macchina della paura che funziona un po' come il racket mafioso: prima passa qualcuno a far danni o a seminar paura e subito dopo appare il governo ad offrire la sua protezione.

Passata la minaccia islamica e quella degli immigrati stupratori, ci si è dovuti accontentare di suonare l'allarme-nomadi, un calando oltre il quale non si sa cosa ci attenda.

L'italiano resiste grazie al welfare familiare, così come la cultura resiste attraverso la solidarietà di chi ancora crede che sia l'unico strumento per emanciparsi dalla barbarie e incamminarsi verso una civiltà più evoluta.

Ogni mattina gli italiani si alzano indifferenti allo schifo della politica e si mettono al lavoro in condizioni sempre più precarie e scoraggianti, mentre una schiera di fenomeni che non hanno mai lavorato in vita loro gli urla che sono bamboccioni, fannulloni e parassiti, quando non addirittura teppisti, traditori o terroristi.

È davvero un grande paese quello che riesce a non andare in pezzi in queste condizioni, non è solo fortuna e non è solo la famosa arte di arrangiarsi, ci dev'essere per forza qualcosa di più. Forse un antico retaggio dell'età comunale, che insegnò agli italiani che si poteva vivere e ci si poteva organizzare senza attendere le decisioni di signori lontani o di imperi che governavano per procura.

Non è detto che basti per sopravvivere alla decadenza delle classi dirigenti e a quella dell'economia nazionale. Così come non è detto che, sparito Berlusconi e il suo seguito di nani e ballerine, questa forza sia sufficiente ad invertire la tendenza ormai radicata a buttare alle ortiche le grandi conquiste culturali e sociali che tanto sangue sono costate nel secolo scorso.

Occorre però avere un minimo di fiducia nella capacità degli italiani e delle italiane. Se non si vuole gettare la spugna e abbandonarsi alla malinconia e alla rassegnazione di un lento declino che a molti appare inevitabile, occorre rinnovare agli italiani quella fiducia tradita dalle classi dirigenti e rifiutare la politica del potere che prospera sulle divisioni e sulle contrapposizioni, che lavora incessantemente per costruire e mantenere.

Siamo un grande paese, nonostante chi ci rappresenta non valga la metà di un signorotto feudale dei tempi che furono, è bene ricordarlo e anche bene crederci, almeno fino a che si può.

Come cittadini forse ci meritiamo molto di quello che ci sta succedendo, ma non ci meritiamo anche di peggio; sta a ciascuno di noi contribuire con parte delle rispettive qualità e attività a fare in modo che la decadenza si arresti e il peggio non si materializzi.

Sappiamo benissimo di non poter contare sui leader, sui partiti, sui sindacati o sui media e sappiamo che il nostro futuro e quello dei nostri discendenti è solo nelle nostre mani. Non resta che augurarci reciprocamente buon lavoro e mettersi all'opera.



Tu che sei in azienda a Ospedaletto e tu di Mirafiori…
di Paolo Barnard - www.paolobarnard.info - 31 Dicembre 2010

Sia chiaro che io sto parlando a te, tu che stai a Ospedaletto in provincia di Treviso, e che sei appena stato al bar a discutere con un amico sul piano di mobilità presentato ieri nell’azienda dove lavori, gran brutto clima, hai detto.

Mi spiace per gli altri lettori, sta roba non è per loro. E sto parlando a te, che abiti a Lodi e hai passato il pomeriggio all’agenzia interinale a litigare con quella sciapa impiegata sul tuo curriculum di lavoro, poi dal padrone di casa a chiedere 15 giorni di pazienza per l’affitto.

Tu, se accendi il pc, lo fai al massimo per un quarto d’ora dopo le dieci di sera ad ascoltare Ligabue o un video di Madonna, e Paolo Barnard… ma chi è?... Belpietro? Minzolini? Booo… E sono qui a scrivere per te, sì proprio tu che hai finito il turno a Mirafiori, nella bolgia della Newco di Marchionne e stasera ti ronza la testa. Per forza, per ogni parola che ti dicono te ne nascondono cinquecento.

Parlo anche a voi due, che stavate a 1.400 euro al mese al commerciale e al magazzino in un’azienda di Fossatone di Budrio, ora siete a casa dai genitori di lui col bambino; e sua madre, vecchia santa, vi passa la sua invalidità, Dio grazie che c’è quella.

Non che disdegni gli altri lettori, ma chi non è voi queste righe non le ‘sente’, non le ‘sentono’ quelli del web dell’informazione, quelli ancora all’università, quelli che la crisi la leggono sui giornali. Voi invece sì che la toccate, siete cinque, moltiplicati per un milione, per due, per tre, e per molto di più se si valicano in confini dell’Italia.

Voi che da qualche parte vi siete chiesti “ma cosa succede? com’è possibile che siamo conciati così?”. Ho risposto a quelle domande con una panoramica completa sulle origini di questa crisi di lacrime e sangue del tutto preordinata, goduta oggi da chi vi lucra sopra, e vi ho avvisati: “E’ in atto il più feroce assalto ai redditi da lavoro della Storia moderna”.

Ma ora è bene che aggiunga a quelle pagine il dettaglio concreto di come vi hanno portato dove siete ora, e cioè in un bar con l’ansia che ti fa lasciar lì il ‘bianchetto’ prima di cena; davanti al portone del padrone di casa odiando ogni minuto; ad ascoltare i proclami della FIOM con un che dentro che ti dice “ma daiii… tanto abbiamo perso”; o a vergognarvi di spendere i 500 euro di pensione di una nonna, ma dovete.

Cioè come in pratica è accaduto parecchio tempo fa che un’epoca dove ogni aspetto dell’economia sembrava promettere un futuro migliore del giorno precedente, si è trasformata in un incubo allucinante dove ridendo e scherzando il valore del reddito e del lavoro stesso si è sbriciolato sotto i nostri occhi, portandosi dietro il valore stesso della democrazia, perché milioni di ricattati economicamente sono cittadini schiavi.

Sotto gli occhi increduli dell’operaio che assieme alla moglie sarta riuscirono fra gli anni ’70 e gli anni ’80 a comprarsi due case, modeste ma case nondimeno, e gli occhi cinici delle loro due figlie che, pur impiegate e sposate, nel 2010 non arrivano neppure a scherzarci sull’idea di fare un mutuo.

Prima di leggere oltre, vi avviso che il racconto vi porterà apparentemente lontano dalla vostra quotidianità di italiani/e, magari vi sembrerà di perdere la bussola in cose astruse e aliene.

Ma abbiate fiducia che invece tutta la storia vi riporterà precisamente a voi oggi, alla vostra azienda in crisi qui, al vostro stipendio o cassa integrazione, al vostro dilemma se chiedere un prestito per pagare gli affitti, al (non) futuro dei vostri figli nel mondo del lavoro.

Guardate, è inutile credere di poter capire cosa vi è accaduto e cosa accade all’Italia dei redditi oggi senza sapere ciò che andrò a raccontare.

Quello che è successo inizia così: vi ricordate il giorno, diversi anni fa, in cui per la prima volta comparvero in giro dei giovani con la cravatta dal nodo sempre ipertrofico, le scarpe sempre iperlucide, i capelli impataccati di grasso, e che si chiamavano promotori finanziari?

Il loro mestiere era di dire a milioni di risparmiatori che i loro soldini potevano fruttare molto di più se investiti in una sorta di contratto dal nome solitamente celestiale, tipo ‘Bluvita’, o ‘Serenity 2000’, dietro i quali si celavano non meglio precisati investimenti. E voi lo avete fatto, e con voi un oceano di altri.

E cosa significava? Semplicemente che era nata l’epoca, siamo ai primi anni ’80, in cui l’economia del mondo ricco stava smettendo di scommettere sulla produzione di beni e servizi concreti (ciò che ha fatto per secoli), e iniziava a capire che giocando con il denaro e con i suoi multipli, con le percentuali sulle percentuali, con aritmetiche astruse di numeri e scommesse sui numeri, si potevano fare molti più soldi.

Nasceva la finanziarizzazione della ricchezza su scala massiccia, nasceva, nelle parole del grande economista Hyman Minsky, il “money manager capitalism”, cioè il capitalismo dei gestori dei soldi, che soppiantava quello dei produttori di cose e di servizi.

In parole grezze, investire e giocare con equities, stock options, shares, futures, swaps erano cose da fighi che fanno grana a pacchi e subito; produrre case, legna, macchine, scarpe, aprire negozi… sì, fate pure, ma roba da sfigati.

Negli USA e in Europa, sia i lavoratori che le aziende scommisero sui rendimenti dei fondi pensione privati (da noi, anche se con anni di ritardo, si disse: scegliete dove mettere il TFR), e questo significò che una montagna di denaro incredibile finì nelle casse di questi mostri finanziari, i Pension Funds, e nelle mani dei loro managers, cioè sempre i misteriosi investimenti.

Nacque il fratello del “money manager capitalism”, e cioè il “pension funds capitalism” come lo ha definito nel 2000 l’economista italiano Riccardo Bellofiore.

Ma attenzione a questo passaggio, che Bellofiore e il suo collega Joseph Halevi descrivono con efficacia: “Il piazzamento di queste somme in azioni e in titoli finanziari di vario tipo, creò un legame d’interessi fra i manager delle istituzioni finanziarie e quelli delle aziende, i quali vennero cooptati direttamente nelle strategie dei primi. Di fatto l’ipertrofismo dei Pension Funds creò una situazione dove poche istituzioni finanziarie, assieme alle agenzie di rating, finirono per controllare un intero sistema di aziende… con ripercussioni profonde sul mondo del lavoro”.

In altre parole: dai primi anni ’80 masse crescenti di piccoli risparmiatori e di aziende si gettano a investire denaro in questi prodotti finanziari che promettevano ottime rendite. E quando una cosa attira denaro, ne attira sempre di più, e se ne attira sempre di più rende sempre di più, e se rende sempre di più tutti corrono a mungere la vacca grassa e la vacca grassa diventa un mostro fuori controllo.

Cioè, questi prodotti finanziari passarono dall’essere giustamente apprezzati, all’essere apprezzati fuori di testa e a rendere da fuori di testa.

Con queste parole ho appena descritto il fenomeno del asset price inflation, che sta alla base della più grave catastrofe finanziaria dal 1929 a oggi, quella che sta distruggendo il tuo lavoro e quello dei tuoi figli.

Infatti la convergenza degli interessi degli speculatori (assicurazioni, finanziarie, hedge funds, pension funds ecc.) e dei manager aziendali verso nuove forme di guadagno speculativo, lasciarono il settore produttivo reale (quello dove lavori tu) abbandonato a se stesso, mentre a frotte ci si gettava nell’economia “del denaro con i suoi multipli, delle percentuali sulle percentuali, delle aritmetiche astruse di numeri e scommesse sui numeri”, che gonfiavano le economie di interi Paesi fuori da ogni reale ricchezza prodotta.

Nell’euforia, ci si buttò poi nella speculazione immobiliare, cioè milioni di risparmiatori si gettarono a comprar case che ovviamente più venivano comprate e più salivano di prezzo, e più salivano di prezzo più venivano richieste perché si sapeva che rivendendole poco dopo ci si scremava su un bel gruzzolo.

Spiego: il signor A faceva il suo bel mutuo e comprava casa oggi primo Maggio per 100 denari, e siccome tutti compravano case come dannati, la sua casa il primo settembre già valeva 102 denari.

Così A la vendeva, ci scremava 2 di guadagno, ripagava il primo mutuo, e ne faceva subito un altro e ricominciava il giochetto. Oppure, addirittura A rifinanziava il primo mutuo e ci comprava una seconda casa che rivendeva… ecc ecc.. Mutui su mutui a go-go, specialmente in Irlanda, Spagna e Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna e Francia.

Negli USA poi la cosa divenne pazzesca, perché nella frenesia speculativa furono offerti mutui a qualunque Tizio Caio Sempronio squattrinato, perché si presupponeva che col meccanismo dei 100 denari che diventano 102 in un attimo e via andando, anche costoro potessero poi onorare i debiti; sto parlando dei famigerati mutui subprime americani (in realtà la cosa è molto più criminosa di così, ma non posso dilungarmi ora).

Quindi abbiamo: denari infiniti che se ne vanno dagli investimenti produttivi verso avventure finanziarie folli – Stati che registrano ricchezze così prodotte che sono tutte teoriche, cioè bolle speculative che non sono affatto sostenute da ricchezza reale di produzione – milioni di individui sempre più impegnati economicamente verso questi prodotti finanziari e speculazioni immobiliari – masse di lavoratori i cui fondi pensione sono stati investiti in questo bailamme di pazzi scommettitori in finanza – manager di aziende a centinaia di migliaia che trascurano gli investimenti produttivi per far giochetti a braccetto con gli speculatori professionisti, sapendo che in tal modo incasseranno quattrini facili. Abbiamo cioè

UNA BOLLA DI RICCHEZZA FASULLA DI PROPORZIONI IMMENSE IN TUTTO L’OCCIDENTE.

Cui si aggiunge, come già descritto ne Il Più Grande Crimine, un disegno ideologico dominante (Neoliberismo) che aveva paralizzato gli Stati togliendogli ogni possibilità di spendere a deficit per creare ricchezza nei cittadini.

Inoltre, lo strapotere in Europa di Germania e Francia stava imponendo a tutti, sempre dai primi anni ’80, politiche disastrose per il mondo del lavoro. Si tratta del cosiddetto Neomercantilismo franco-tedesco, cioè una politica delle loro industrie maggiori (ma anche medie) di abbattere impietosamente i salari per poter primeggiare nell’export.

Ma perché tagliare proprio i salari? Si deve comprendere che uno degli strumenti principali per uno Stato che desideri aumentare le esportazioni è la svalutazione competitiva della propria moneta (competitive devaluations).

L’Italia in questo era regina: svalutavamo la lira nei confronti del marco tedesco, ed ecco che le nostre aziende si beccavano più commesse dall’estero di quelle teutoniche perché a parità di prodotto la nostra lira costava di meno del marco.

La Germania corse ai ripari e impose già nel 1979 il sistema monetario europeo (SME), che di fatto incatenava le monete degli Stati aderenti a cambi fissi, per cui nessuno poteva più svalutare a piacimento. Scrivono Bellofiore e Halevi: “… e naturalmente le esportazioni dell’Italia iniziarono a crollare”.

Poi, come sappiamo, sempre la Germania è stata la grande sponsor, assieme alla solita Francia, della moneta unica, l’euro, che ancor di più rende impossibili le svalutazioni competitive perché l’euro letteralmente non è di nessuno Stato, nessuno Stato lo può maneggiare a piacimento.

Ma se uno Stato non può più svalutare la moneta, cosa può fare allora per essere competitivo sui mercati? Indovinate: svalutare i salari, così da rendere i suoi prodotti più a buon mercato, non c’è altra via (wage deflation).

E infatti, scrivono i precedenti autori, “la forza strutturale dell’Italia (le svalutazioni competitive) svanì, e la svalutazione dei salari è richiesta ancor più che in Germania”.

Quest’ultima, contrariamente a quanto si crede, continua a primeggiare nell’export solo grazie appunto a politiche crudeli sulle buste paga: sappiate che dall’introduzione dell’euro la Germania ha imposto ai suoi lavoratori una produttività (cioè sgobbare) del 35% superiore a quella degli altri Stati dell’Eurozona, con stipendi che crescevano della metà di quelli degli altri Stati.

E dunque se i salari vanno tagliati, e lo Stato non può intervenire spendendo a deficit per compensare le perdite di ricchezza dei lavoratori, abbiamo

INTERE FORZE LAVORO NAZIONALI STRUTTURALMENTE E PERICOLOSAMENTE INDEBOLITE.

Siamo alla fine degli anni ’90, inizio del terzo millennio, e noi europei siamo nelle due perigliose condizioni di cui sopra. A questo punto accadono due cose altrettanto sciagurate: la prima è il disastro Clinton-Wall Street, e la seconda è il disastro banche-aziende (o aziende-banche) in Europa.

Bill Clinton domina la politica USA per quasi tutti gli anni novanta. E cosa fa? Decide (gli viene fatto decidere) di pareggiare il bilancio dello Stato, cioè spendere tanto quanto tassa, conti pari.

Secondo il comprovato principio di economia (Keynes, Samuelson, Minsky, Wray et al. ne Il Più Grande Crimine) per cui la spesa a deficit dello Stato con moneta sovrana è, al contrario di quanto si crede, la ricchezza dei cittadini, quando Clinton smise di spendere a deficit gli americani si impoverirono.

Ma gli americani non rinunciano al loro stile di vita, e quindi dalla metà degli anni ’90 per poter spendere si affidarono in massa alle loro carte di credito, ai prestiti, a scommesse finanziare azzardatissime e a quei mutui scellerati di cui parlavo sopra.

In altre parole, l’economia più potente del mondo si gonfiò come un pallone mostruoso di debiti e di speculazioni finanziarie per cifre inimmaginabili. Ma se da una parte milioni di persone scommettono e impegnano denaro (che non hanno), significa che dall’altra qualcuno crea quelle scommesse e accetta quegli impegni, cioè prodotti finanziari di ogni sorta e tipo, a milioni appunto.

E cosa successe? Successe che i furboni di Wall Street che creavano tutti quei prodotti e che prendevano tutti quegli impegni, decisero che potevano re-impacchettare tutta quella roba e rivenderla a tutto il mondo, e peggio, la re-re-impacchettarono, e peggio, la suddivisero in sub-pacchetti di pacchetti, re-re-resuddivisi in altri pacchetti con nomi esotici… insomma, un caos di roba ‘tossica’ (toxic assets) che approdava qui da noi come prodotti d’investimento che sia le nostre banche, sia i nostri Comuni, sia noi europei abbiano comprato convinti di profittare in modo succulento.

Questi investimenti sciagurati, si andarono ad aggiungere a quelli che già avevano formato, come scritto all’inizio, la bolla di ricchezza fasulla del “money manager capitalism”, e del “pension funds capitalism”.

A questo punto siamo in Europa, sempre in questi anni cruciali che sono le due decadi 1990-2010. Di fatto accade una cosa grave: calano vistosamente, nel tempo, i prestiti delle banche alle aziende.

Questo porta a reazioni da parte delle banche e delle aziende che sono prevedibili: entrambe, per racimolare denaro, si gettano ancor più nelle speculazioni finanziarie di cui abbiamo trattato finora.

Le aziende lo fecero per motivi ovvi, appunto trovare denaro che non gli veniva più dalle banche, ma soprattutto lucrare soldi facili per i managers e non per i lavoratori; le banche lo fecero perché per esse i prestiti alle aziende sono un attivo, cioè il loro guadagno, e dunque se non prestavano più tanto alle aziende dovevano prestare a chi faceva giochi finanziari o a chi s’indebitava con il credito al consumo.

Ma attenzione, avrete notato che in entrambi i casi il risultato è lo stesso: di fatto meno soldi agli investimenti di produzione, cioè all’economia vera. Questo è cruciale.

Si badi a una cosa: se gli Stati con moneta sovrana avessero (fino all’arrivo dell’euro) svolto la loro funzione di creatori di ricchezza per il settore privato spendendo a deficit quanto necessario - cioè comprando cose, finanziando progetti, e quindi accreditando i c/c di aziende e di lavoratori italiani – forse le aziende non sarebbero così dipese dalle banche e le banche dalle aziende, ed entrambe dalle speculazioni in finanza.

Ma in Europa, scrive l’economista Alain Parguez, “Francia e Germania decisero di imporre a tutti i governi un crollo di spesa pubblica permanente (fiscal deflation) per deprimere i consumi e da ciò ottenere alta disoccupazione per infine deprimere i salari”. Ne ho scritto poco più sopra, siamo sempre al Neomercantilismo franco-tedesco, cioè la politica delle loro industrie maggiori di abbattere i salari per poter primeggiare nell’export.

Quindi in queste acque agitate, il salvataggio della spesa dello Stato non esisteva più, e di fatto la tendenza alla finanziarizzazione sia di banche che di aziende non fece altro che esacerbare ulteriormente due dei fenomeni disastrosi che ci hanno rovinati: la corsa a ingigantire sempre più la colossale bolla speculativa di denaro-aria fritta sparsa per il mondo - e la sottrazione degli investimenti, che i manager e le banche destinavano ai giochetti col denaro invece che a creare occupazione.

Ok, stop e ricapitolo, abbiamo:

DAL 1980 NASCE IL CAPITALISMO DEI GESTORI DEI SOLDI, CHE PENALIZZA LA CREAZIONE DI RICCHEZZA CONCRETA, E CREA UNA BOLLA DI RICCHEZZA FASULLA DI PROPORZIONI IMMENSE IN TUTTO L’OCCIDENTE.

IL NEOMERCANTILISMO IMPOSTO DA FRANCIA E GERMANIA DOMINA L’EUROPA, CIOE’: DEPRIMERE I SALARI PER ESPORTARE E LEGARE LE MANI AGLI STATI CHE NON POSSONO PIU’ SOCCORRERE I CITTADINI CON LA CREAZIONE DI RICCHEZZA PUBBLICA. NE CONSEGUONO INTERE FORZE LAVORO NAZIONALI PERICOLOSAMENTE INDEBOLITE.

IL PIU’ GRANDE MOTORE ECONOMICO DEL PIANETA (USA) SI REGGE SU UN OCEANO DI DEBITI PRIVATI INSTABILI E SCOMMMESSE FINANZIARIE/TRUFFA, CHE HA SPARSO IN TUTTO IL MONDO E CHE SI AGGIUNGONO ALLA BOLLA SPECULATIVA EUROPEA.

IN EUROPA LE BANCHE E LE AZIENDE SPEZZANO IL CIRCOLO VIRTUOSO DEL DENARO PRESTATO PER LA PRODUTTIVITA’ E GIOCANO IN FINANZA SPECULATIVA, CHI CI RIMETTE E’ L’IMPIEGO.

E quando l’economia di tutto il mondo che conta si regge su bolle di denaro aria fritta, mentre i lavoratori perdono sempre più redditi e occupazione, basta un cerino per far saltare in aria il pianeta. E puntualmente è accaduto.

Tutto parte dagli USA e arriva come uno Tsunami abominevole a Ospedaletto di Treviso, a Lodi, a Fossatone di Budrio, a Mirafiori, sul tuo posto di lavoro e sul futuro dell’occupazione di tutti, ma soprattutto sulla stessa democrazia, dove masse enormi non hanno più voce in capitolo perché troppo oppresse dalla precarietà economica, e devono letteralmente sopravvivere senza più un’oncia di energia per partecipare alla vita pubblica.

Ecco la sequenza del crollo: verso il 2004 i prezzi delle case negli Stati Uniti iniziano a scendere, anche perché nell’euforia della bolla speculativa immobiliare i palazzinari ne avevano costruite troppe, che rimanevano invendute.

Infine, i prezzi delle materie prime (legno, minerali, cotone, cereali…) iniziarono a salire fuori dal controllo americano, rendendo ancor più costosa la vita dei cittadini USA e ancor più pesante il loro ricorso al debito.

Cosa era accaduto? Che Cina e India promettevano crescite economiche favolose, e quindi i mercati si aspettavano che i due giganti asiatici avrebbero richiesto molte materie prime; l’aspettativa crea speculazione, e la speculazione fa schizzare in alto i prezzi di quelle materie.

E cosa fece il governo USA per rimediare? La solita cosa: tagliò gli stipendi, perché con paghe meno grosse la gente spende di meno, quindi circola meno denaro e quindi c’è meno inflazione.

Cioè: bilanciare l’inflazione dei prezzi generata dall’aumento delle materie prime, abbattendo l’inflazione generata dallo spendere gli stipendi (Bellofiore, Halevi 2010). Il cerino era stato acceso nella stanza piena di gas… Booooommmm! L’effetto domino partì con una violenza inaudita:

- crollo del valore degli immobili USA

- crollo della scommessa di milioni di americani che speravano con quei valori di pagare i loro debiti , e infatti smettono di ripagare i mutui

- crollo dei libri contabili delle banche e di chiunque aveva fatto mutui facili (circa 65 milioni di essi)

- crollo degli stipendi, crollo della domanda interna USA e quindi licenziamenti nelle aziende

- panico da “Oddio! Qui andiamo tutti sotto!” e la scoperta che nell’euforia dei giochetti col denaro alcuni immensi istituti finanziari americani avevano fatto cose turche, peggio, infernali, al punto che il quotatissimo economista Nouriel Roubini dichiarò a New York che “in sostanza l’intero sistema bancario americano è fallito”.

Come già detto, l’Europa è a questo punto (primi anni 2000) legata a doppio filo agli USA, soprattutto per due motivi: primo, abbiamo anche noi comprato masse di prodotti finanziari ‘tossici’ americani che infettano i bilanci delle nostre banche, di privati, di aziende e di Comuni; e secondo, a causa della compressione della ricchezza pubblica (e anche privata) voluta da Francia e Germania, il Vecchio Continente conta molto sulla spesa degli statunitensi per incassare denaro.

Terzo elemento, e sempre a causa delle politiche franco-germaniche e dell’ideologia economica neoliberale, l’Europa si trova insaccata nel pantano di economie stagnanti da anni, con alta disoccupazione, alto precariato, stipendi depressi, Stati disattivati.

E dunque quando l’ondata della crisi americana si abbatté qui, ci fece a pezzi. Bellofiore: “L’Eurozona era impantanata in una depressione competitiva dei salari e in budget di Stato assai avari. La ricchezza interna era debole, contavamo sull’export. Non ci volle molto a capire che il contagio americano sarebbe diventato europeo… l’infezione attecchì partendo dalla crisi dei mutui inglesi, poi dal crollo della bolla immobiliare spagnola… ci prendevamo sberle finanziarie dall’America bloccati nella nostra gabbia neomercantile, senza una via di fuga”.

Di colpo i mercati, gli onnipotenti mercati, si svegliano di fronte all’incubo che trent’anni di capitalismo dei gestori dei soldi non valga più nulla, che tutta quella carta firmata, quei gochetti con “denaro e coi suoi multipli, con le percentuali sulle percentuali, con aritmetiche astruse di numeri e scommesse sui numeri” sia un immenso buco nero nei bilanci delle banche e di chiunque li abbia voluti. Poi l’incubo diventa verità, le cose stanno proprio così, la bolla è scoppiata e dentro c’era solo aria fritta.

A questo punto il Vero Potere fa la solita cosa: si appella al consolidato principio per cui i profitti sono i suoi, ma le perdite sono degli Stati, e batte cassa alla Casa Bianca, all’Eliseo, a Downing Street, a Palazzo Chigi… Gli Stati europei e l’America sborsano per salvare le voragini delle grandi banche criminali, quelle dei giochi infernali di cui sopra, qualcosa come 12 mila miliardi di dollari, ma nessuno sa veramente quanto è stato speso.

L’Italia ne sborsa 52, di miliardi in euro, ma anche qui non sappiamo la verità, e vede sparire dalla sua ricchezza nazionale 457 miliardi di euro dal 2007 al 2009 (prendi nota tu che lavori a Pomegliano per 1050 euro al mese, e ti dicono pure che c’è la crisi dell’auto).

Dunque:

IL MOTORE DELL’AMERICA SI PIANTA E SMETTE DI CREARCI RICCHEZZA

L’EUROPA SCOPRE DI AVERE BUCHI FINANZIARI VISIBILI DALLO SPAZIO, LE SUE BANCHE PEGGIO. INDEBOLITA DAL NEOMERCANTILISMO, ESSA NON PUO’ REAGIRE

PARTE LA CRISI ECONOMICA IN CODA ALLA CRISI FINANZIARIA DELL’IMMENSA BOLLA ESPLOSA. MILIARDI DI DOLLARI O EURO VANNO A SALVARE LE GRANDI BANCHE E NON I LAVORATORI.

Eccoci a casa nostra, già da anni indeboliti, senza più uno Stato in grado di spendere per salvarci come fece il presidente americano Roosevelt dopo la crisi del 1929 coi suoi cittadini, ed eccoci ad affrontare un futuro nero, dove redditi e lavoro sono già merce deprezzata che dobbiamo dirci stracontenti se ce la offrono o comprano a prezzi da straccioni.

E tutto questo accade mentre un’altra cosa accade.

Accade che i medesimi mercati si rendono anche conto che l’Europa dell’euro, cioè i sedici Paesi truffati nell’adesione a questa moneta assurda, ha governi che non possono più usare una moneta sovrana per salvarsi dai crolli di ricchezza che la crisi gli sta infliggendo (i dettagli ne Il Più Grande Crimine). Nuovo panico, perché si sparge la voce che per quel motivo i titoli di Stato emessi dai Paesi euro più deboli sono a rischio di non essere mai più rimborsati.

Chiunque li possiede trema, soprattutto le banche tedesche e francesi, ma anche una miriade di altri investitori. Gli occhi severi dei tecnocrati europei come Draghi, Trichet, Rehn, Von Rompuy e degli speculatori internazionali sono puntati su Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia, e viene loro detto che per riguadagnare la credibilità come debitori devono risanare i famosi conti. Significa ridurre il deficit di bilancio, il debito pubblico, e l’inflazione, attraverso misure di austerità economica.

Sapete che significa in realtà? Tagli, tagli, tagli, tagli a tutto ciò che invece in un’economia sana, in un mondo sano, crea sana ricchezza per i cittadini. Tagli ai salari pubblici (ma anche privati), alla scuola e università, alle infrastrutture, alla sanità, agli investimenti pubblici di ogni sorta, ai programmi di piena occupazione, a tutto lo Stato sociale.

E ci risiamo: Neomercantilismo per milioni di lavoratori i cui stipendi saranno depressi, e se i loro redditi sono depressi, costoro non potranno spendere, per cui saranno depressi anche i commerci, e con essi le attività produttive che li alimentano, e con esse le aziende di quelle attività, che licenzieranno e/o cassa integrazione e/o mobilità, in un nuovo girone di deflazione della ricchezza che porta sempre più licenziamenti e disoccupazione, che porta sempre più precarietà, che porta sempre meno diritti che portano a sempre meno democrazia… e che faranno la fortuna del Vero Potere nelle modalità spiegate alla fine del mio saggio Il Più Grande Crimine.

E che ci riportano a voi, in quel bar di Ospedaletto, sotto quella casa di Lodi, a sopravvivere coi soldi di un’invalida a Fossatone di Budrio, a sentire la testa che ti scoppia a Mirafiori.

Questo vi hanno fatto ed è per questo che siete lì in quelle condizioni. Lasciate perdere le cretinate di facciata che vi raccontano i giornali, Tremonti, o i vostri sindacalisti. Non ci sarà ripresa, nessun Paese da solo farà il trucchetto della ripresa, anzi, sarà sempre peggio.

Perché? Perché tutte le strutture sciagurate che vi hanno rovinato in 50 anni – il Neoliberismo; il divieto ai governi di spendere a deficit con moneta sovrana per avere piena occupazione; il primato dell’economia speculativa su quella che produce cose vere; l’impunità delle grandi banche; e soprattutto il Neomercantilismo con la sua depressione dei salari e le aziende che non investono in lavoro – sono tutte lì intatte, pronte a divorarti la vita ancora.

Di voi cinque, lascio in pace la ragazza di Lodi e i due sposini di Fossatone di Budrio, perché obiettivamente siete troppo sott’acqua per aver la forza di fare qualsiasi cosa. Ma tu che sei in azienda a Ospedaletto e tu di Mirafiori, voi ancora avete il potenziale di smuovere le cose fra i lavoratori. Dovete prima di tutto:

DIVULGARE COSA REALMENTE E’ SUCCESSO, AIUTARE I LAVORATORI A SMETTERE DI FISSARSI SU MICRO REALTA’ NAZIONALI DI POCA IMPORTANZA

SFIDARE I SINDACATI AD AGGIORNARSI, A CAPIRE CHE SONO SCONFITTI E A RIPENSARE TUTTA LA STRATEGIA

CONCENTRARVI SUI MALI STRUTTURALI, SUI MACRO PROBLEMI E SUI GRANDI MANOVRATORI INTERNAZIONALI, PERCHE’ SONO QUELLI CHE VI STANNO DIVORANDO LA VITA (leggere Il Più Grande Crimine)

Prima cosa fate questo, poi per le soluzioni apriamo un altro capitolo. Ci sono.