martedì 29 dicembre 2009

Bufala natalizia: la mutanda esplosiva

Dopo l’ano esplosivo era logico aspettarsi la mutanda esplosiva.

E questa volta è stato scelto il giorno di Natale per propinare all'opinione pubblica mondiale l'ennesima bufala sulla fantomatica Al Qaeda, con protagonista il nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab che avrebbe cercato di far esplodere il volo 253 della Delta Airlines Amsterdam-Detroit.

Ma d'altronde si sa che "urge" ogni tanto ricordare alla gente di continuare ad avere paura, ad essere terrorizzata.

Naturalmente anche in questo caso è arrivata inesorabile la solita valanga di dispacci di agenzia che ha inondato i siti web dei principali quotidiani italiani con l'ovvio intento di confondere.

Uno di questi, tratto dal sito de Il Corriere della Sera, è veramente incredibile e recita testuale: L'attentatore nigeriano del volo di Natale tra Amsterdam e Detroit avrebbe tentato di imbarcarsi senza passaporto, aiutato da un complice ricercato dalla polizia olandese. La notizia e' emersa grazie a una coppia di avvocati americani che si trovavano sullo stesso volo. Secondo quanto riferisce il sito web del Michigan mlive.com. Mutallab, l'attentatore, era stato accompagnato in aeroporto da uomo molto elegante che si e' avvicinato all porta d'imbarco chiedendo cortesemente all'addetto se il suo giovane amico poteva imbarcarsi senza passaporto perche' "si trattava di un profugo sudanese".

Oppure questo sempre tratto dal sito web del Corriere: Il giovane nigeriano che ha tentato di farsi esplodere a bordo dell'aereo in volo da Amsterdam a Detroit nel giorno di Natale, ha dichiarato agli agenti dell'Fbi: "Ci sono molti altri, come me, nello Yemen, pronti a colpire". Il network americano ha anche confermato che Abdul Mutallab ha detto agli inquirenti di essersi addestrato nello Yemen e di aver avuto legami con il leader locale di al Qaeda.

Ma anche questo non è male, tratto invece dal sito di Repubblica: Mentre l'amministrazione Obama cerca di capire se al-Qaeda fosse in qualche coinvolta nel fallito attentato di Detroit, Umar Farouk Abdulmutallab, l'aspirante kamikaze nigeriano e' stato trasferito dalla prigione in ospedale; e non dovrebbe presentarsi nell'udienza giudiziaria prevista per oggi, alle 14 ora di Detroit, quando la procura chiedera' di poter ottenere il suo Dna. Ma intanto la Cnn, citando una fonte non identificata ma "con conoscenze sull'indagine", ha reso noto che il nigeriano portava con se' sufficiente esplosivo da distruggere l'aereo se fosse esploso.

Si potrebbe continuare ancora ma è già fin troppo noioso così....


Terrorista o agente della CIA? Forse entrambi?
da Russia Today (http://rt.com/Top_News/2009-12-22/terrorist-cia-mumbai-attack.html.) - 22 Dicembre 2009

Il cittadino statunitense David Headley, che è stato arrestato in connessione con gli attentati terroristici a Mumbai dello scorso anno, potrebbe essere stato un doppio agente della CIA al momento dell'incidente, secondo giornalisti statunitensi.

Più di 160 persone furono uccise nel centro finanziario di Mumbai durante tre giorni di attacchi perpetrati da un gruppo di 10 uomini armati, a partire dal 26 Novembre 2008.

Headley ha presumibilmente contribuito a pianificare l'attacco conducendo missioni di ricognizione a Mumbai.

A più di due mesi dall'arresto a Chicago del jihadista Pakistano-Americano David Headley, i servizi segreti indiani sono ancora divisi sul fatto se siano stati informati completamente circa le operazioni dell'agente infiltrato nella milizia Lashkar-e-Taiba.

Molti nei servizi segreti sospettano perfino che gli Stati Uniti non si stiano per nulla impegnando a rendere nota tutta la verità.

Il dibattito pubblico è concentrato sul fatto che Hadley - che era un informatore del Drug Enforcement Administration (Amministrazione per l'applicazione delle leggi sugli stupefacenti) dopo essere stato arrestato con due chili di eroina nel 1988 - può essere stato inserito dai servizi segreti USA nella milizia Laskar dopo la sua scarcerazione nel 2002.

Ha detto lo scrittore e giornalista Webster Tarpley "Se questo David Headley stava lavorando per la CIA per tutto questo tempo, il che è una conclusione plausibile, ciò significa che la CIA era implicata e stava creando e pianificando l'attacco terroristico di Mumbai del 2008".

ARTICOLI CORRELATI:

Già poco dopo gli eventi di Mumbai, Megachip pubblicò un articolo di Alessandro Cisilin molto attento alle incongruenze dei fatti raccontati dalle autorità e accurato nel riportare le notizie sul ruolo dei servizi segreti di più paesi: Mumbai, un altro 11 settembre? Sì, anche nelle balle.

Sulla vicenda di David Headley segnaliamo anche un ottimo articolo di Francesca Marino comparso su L'espresso n. 52, anno LV del 29 dicembre 2009: Doppio Gioco a Mumbai.






Leggende di Natale
di Gianluca Bifolchi - http://blogghete.blog.dada.net - 28 Dicembre 2009

E’ Natale, tempo di fiabe e di racconti intorno al fuoco. I nostri bambini scartano doni e viaggiano con la fantasia verso lande incantate, abitate dagli stravaganti personaggi della nostra grande tradizione favolistica: dal freddo dell’Artico arriva Babbo Natale, con la sua slitta trainata da renne volanti, e discende nottetempo per i camini portando regali ai bambini buoni; la Befana, dal suo rifugio nel Ministero dell’Istruzione, attraversa sulla sua scopa il cielo di gennaio, portando caramelle ai fanciulli e carbone per i loro insegnanti; dalle montagne del magico regno di Tora Bora arriva il simpatico e barbuto Bin Laden, con i suoi allegri compagni di Al Qaeda, portando sulle spalle un sacco grande grande pieno di esplosivi-petardo per terroristi da telefilm di Chuck Norris e di cittadini italiani rapiti da improbabili orchi cattivi, con improbabili modalità in improbabili circostanze.

In occasione delle feste natalizie, ho pensato di sottotitolare, per i lettori grandi e piccini che credono ancora alle favole, questo filmato tratto dal documentario “The Power of Nightmares”, girato nel 2004 da Adam Curtis per la BBC. Vi si narrano, con toni che stanno a metà tra una fiaba dei fratelli Grimm e un film di John Landis, le origini della fantastica organizzazione terroristica che fa sognare ancora oggi i mocciosi delle redazioni giornalistiche di tutto il mondo e i loro imberbi lettori. Buon divertimento, cari bambini.

P.S.: Ho trovato particolarmente esilaranti le scene della ricerca del fantomatico bunker di Bin Laden sulle montagne di Tora Bora. Veramente, è roba da racconto di Kafka o di Buzzati! Il Times di Londra pubblica un disegno con la piantina del rifugio del Signore dell’Oscurità sulle montagne maledette e tutti gli eserciti dell’Occidente si precipitano sul luogo a dare la caccia ai fantasmi, facendosi anche fottere quattrini dai furbi mujaheddin che giurano di avere visto gli spettri e di sapere dove si trovano.

Che bello se Al Qaeda esistesse davvero e avesse sul serio il potere di porre fine alla civiltà occidentale! La nascita di una civiltà epurata dagli allocchi sarebbe veramente uno splendido regalo di Natale.



lunedì 28 dicembre 2009

Update iracheno

Ancora un aggiornamento sulla situazione in Iraq.


Racconto di Natale (con orrore) a Falluja
di Javier Espinosa* - www.elmundo.es - 27 Dicembre 2009
da www.resistenze.org

Il Washington Post, nell’edizione del 1° dicembre, pubblica un articolo sulle conseguenze dell’invasione USA dell’Iraq, riportando un’inchiesta della rivista medica dell’Università di Bassora che afferma che, rispetto alle cifre del 1989, i bambini che muoiono di cancro nella città sono aumentati del 65% nel 1997 e del 60% nel 2005.

Sono gli “effetti collaterali” di anni della guerra sporca. Bushra Ali, funzionario del Dipartimento di prevenzione (sic!) delle radiazioni del Ministero dell’Ambiente, dice: “I nostri dati dicono che ci sono più di 200 km. quadrati a sud di Bassora che contengono manufatti bellici, molti dei quali sono contaminati dall’uranio impoverito.”.

Il dottor Jawad al-Ali riporta: “Abbiamo visto nuovi tipi di cancro che non si conoscevano in Iraq prima della guerra del 2003, come i cancri fibrosi (dei tessuti molli) e i tumori ossei. Questi segnalano chiaramente le radiazioni come loro causa”.

Falluja fu devastata nel novembre 2004 nel corso di due offensive delle forze speciali USA, appoggiate da commandos dell’esercito iracheno del burattino Allawi, bombardata con uranio impoverito, napalm e fosforo bianco.

L’orrore perpetrato contro civili inermi fu denunciato nel novembre 2005 da una trasmissione di RaiNews24, nel corso della quale il direttore del Centro Studi per i diritti umani della città, Mohamad Tareq al-Deraji disse: “Una pioggia di fuoco è scesa sulla città, la gente colpita da queste sostanze di diverso colore ha cominciato a bruciare, abbiamo trovato gente morta con strane ferite, i corpi bruciati e i vestiti intatti”.

Troppo spesso siamo costretti a leggere statistiche, numeri e numeri che a volte ci fanno dimenticare che stiamo parlando di essere umani e – troppo spesso – di esseri “inumani” a cui è stata rubata l’umanità, così come il capitalismo e l’imperialismo ci rubano non solo il futuro ma anche la vita stessa. Per una volta tanto, invece di aride - anche se terribili – cifre, possiamo renderci conto di cosa queste significhino, in carne, ossa e sofferenze.

A fine novembre 2009 i giornalisti del britannico Guardian e dello spagnolo El Mundo sono tornati a Falluja. Mentre nel mondo occidentale “cristiano” i cui governi hanno tutti partecipato all’invasione e alla distruzione di un intero popolo, ci si appresta a festeggiare il Natale - la nascita del “bambino” Gesù - a Falluja (come in altre città irachene) le cose stanno un po’ diversamente: la “Natività” per gli abitanti della martoriata cittadina ha un altro volto, terribile, quello della barbarie del capitalismo.

FALLUJA, LA STORIA ORRIBILE CHE CI NASCONDONO

Nella carta d’identità irachena n. 283.678 si vede solo il piccolo volto di una neonata. Shukriya e Jassem hanno deciso di nascondere la sua terribile condizione coprendo il corpo della piccola con un asciugamano. Il documento testimonia che Fatma, la minore dei sei figli della coppia irachena, è nata il 27 aprile 2006. “Gli altri sono nati prima della guerra (del 2003) e nessuno di loro ha avuto problemi di salute” spiega la madre della piccola.

Quando i medici dell’ospedale di Falluja le fecero l’ecografia, le annunciarono che avrebbe avuto tre gemelli. “Avevano visto tre teste”, dice Shukriya. Ma il giorno del cesareo l’attesa della donna si tramutò in un incubo. I medici estrassero per primo un mostro senza vita. Un cranio quasi senza corpo, unito ad uno “straccio” di carne. Poi trovarono Fatma. Aveva due teste. Le mancava il palato e aveva un buco nel cuore.

Nelle sue ripetute visite all’ospedale Shukriya scoprì che il caso di sua figlia non era unico, che nella città irachena stavano nascendo un inesplicabile numero di bambini deformi o malati di rare anomalie congenite. Questa fu la stessa conclusione a cui giunsero i medici dell’Ospedale Generale di Falluja, che cominciarono a documentare con foto queste strane malattie.

Cronìca (la rubrica di El Mundo n.d.r.) ha avuto accesso a decine di queste istantanee, impubblicabili per la loro crudezza. Sono immagini che riflettono quello che sembra essere “un grave disastro”, come è stato definito nelle pagine dello studio realizzato dalla ONG Centro di Conservazione dell’Ambiente di Falluja.

Foto di creature con un solo occhio, con due teste, gonfie e con gli intestini esposti (una rara condizione chiamata exomphalos - fuoriuscita dall’ombelico di parte degli intestini, n.d.r.), con parte della colonna vertebrale esposta (spina bifida), coperti di squame o mancanti totalmente di arti.

“Le ragazze di Falluja sono terrorizzate dalla possibilità di avere figli di fronte all’incremento del numero di bambini nati con deformazioni grottesche”. Questa il messaggio lanciato nella lettera inviata il 12 ottobre scorso all’Assemblea Generale dell’ONU da un gruppo di attivisti ed esperti internazionali guidati dall’ex ministra per i Problemi della Donna Irachena, Nawal Al-Samarrai, per richiamare l’attenzione su ciò che sta succedendo nella cittadina araba.

Settembre: 75%, deformi

Il documento presentava una terribile statistica che Samarrai ha attribuito a cifre raccolte nel citato Ospedale Generale di Falluja. Secondo queste cifre, in settembre sono nati in quel centro 170 bambini, dei quali il 24% è morto nel giro di una settimana. Il 75% dei neonati morti sono stati catalogati come “deformi”. Nell’agosto del 2002 il registro contabilizzava 530 nascite, 6 morti nei primi sette giorni di vita e un solo caso di deformità.

“Cominciammo a sentir parlare di questo problema durante il governo di Iyad Allawi (giugno 2004-aprile 2005), ma non si fece niente. In varie occasioni cercai di far sì che le famiglie colpite ricevessero aiuti ma i ministri avevano pausa degli americani” precisa Samarrai, che ha rinunciato al suo incarico in febbraio. “Non c’è alcun dubbio sulla relazione che esiste tra questi neonati deformi e l’uso di armi come il fosforo bianco e l’uranio impoverito. E’ solo un esempio dei crimini di guerra che hanno commesso gli americani e per questo abbiamo chiesto all’ONU che si apra un’indagine internazionale” assicura.

Dal Vietnam a Falluja

La guerra colpì Falluja come un ciclone. L’esercito statunitense si impiegò a fondo in aprile e specialmente nel novembre e dicembre del 2004 in una battaglia strada per strada, che gli esperti equiparano solo ai feroci combattimenti che vi furono nella città vietnamita di Hue nel 1968. Secondo statistiche locali, quasi 36.0000 delle 50.000 case della città furono abbattute o soffrirono gravi danni, oltre a 60 scuole e 65 moschee.

“Quando tornammo, i gatti e i cani erano grossissimi per la gran quantità di carne umana che avevano mangiato” ricorda Ismail Abdul Karim, presidente della ONG locale Alakhiyar, una delle associazioni che stanno cercando di spezzare il silenzio informativo che si è creato intorno ai neonati deformi. Fin al primo momento i residenti di Falluja denunciarono che le forze statunitensi avevano usato ogni tipo di armi devastatrici: dall’uranio impoverito (noto con la sigla DU) al fosforo bianco.

Solo l’anno seguente, e dopo che la RAI italiana (RaiNews24 n.d.r.) aveva mostrato immagini inequivocabili nel documentario “Falluja: il massacro nascosto”, Washington ammise di aver utilizzato fosforo bianco, ma “solo contro nemici combattenti” spiegò il colonnello Barry Venable, portavoce del Pentagono. “Il fosforo bianco è un’arma convenzionale, non è un’arma chimica. Non è illegale e non è proibita” affermò il militare.

A cinque anni da quella data è ancora facile scoprire abitazioni ridotte in macerie nelle strade di questa cittadina a 70 chilometri a ovest di Bagdad. La città che prima era abitata da 600.000 persone continua ad essere accerchiata da muri, recinti di filo spinato e controlli. Qualsiasi visitatore, anche il redattore di Crònica, deve ottenere un permesso per entrarvi. Questo non ha impedito il riattivarsi delle violenze negli ultimi mesi né il ritorno delle azioni disperate dei suicidi.

Campo di lapidi

Il simbolo dell’orrenda eredità che il conflitto ha lasciato nella popolazione è il cosiddetto “cimitero dei martiri”. L’ex stadio di calcio di Falluja che, come è successo a Sarajevo, dovette venir usato come necropoli durante le offensive del 2004.

I seppellitori dell’improvvisato cimitero recuperano dalla memoria avvenimenti più vicini. Si ricordano perfettamente di Fatma. “Sì, aveva una testa molto grande”, ricorda Jamsa Mohamed Saleh. L’impiegato del cimitero cammina tra la file di tombe e comincia a indicare le piccole lapidi dedicate ai bambini. Ce ne sono dozzine. “Da circa due anni non finiscono mai di arrivare bambini. Ne sotterriamo tra i 30 e i 50 al mese. La maggioranza nascono morti. Lavoro qui dal 1989 e non avevo mai vista niente di simile. Dicono che si tratta delle armi che usarono gli americani” indica.

Il suo collega Kamel Yassem Mohamed si incarica di lavare i corpi secondo la tradizione dell’Islam. “Moltissimi sono neonati deformi” dice. Schiacciati da un fenomeno che non capiscono, i genitori delle vittime decisero l’anno scorso di riunirsi in una scuola. “Facemmo un appello e scoprimmo 350 bimbi”, racconta Ismail Abdul Karim. In un filmato realizzato durante la protesta, si possono vedere un gruppo di piccoli malati sotto uno striscione che dice “Bambini invalidi vittime delle operazioni militari”. Si vedono anche alcuni di loro. Uno dei piccini ha le gambe ridotte a moncherini che sembrano pinne.

La piccola Tiba Aftan piange sconsolata sotto il peso prodottole dal tumore che ha sul viso. Durante le prime settimane di vita, Aftan sembrava una bimba sana. Ma sua madre ha raccontata alla tv di Al Yazeera come sua figlia è passata dall’essere una deliziosa neonata ad un essere sfigurato. “Tre giorni dopo la sua nascita mi sono accorta che aveva delle piccole arterie sopra l’occhio. Dicevano che erano solo un segno del parto” ha spiegato.

Quando Aftan aveva un mese di vita le ramificazioni cominciarono a crescere e ad estendersi. Diventarono una massa color viola di aspetto inquietante che le coprì metà del viso. “I medici mi dissero che non c’era una cura, che aveva un tumore ai vasi sanguigni” continua la madre. Aftan ha avuto fortuna. Dopo aver girato per molti ospedali è potuta andare in Giordania, dove i medici le hanno asportato la protuberanza.

Buchi nel cuore

Sono innumerevoli i casi di bambini che non sono stati così fortunati. Basta fare una visita al nuovo ospedale di Falla, uno dei pochi progetti di ricostruzione che sembrano essersi materializzati in Iraq durante l’invasione statunitense, Qui medici come Ali Abdel Hamid riconoscono di non capire l’incremento di neonati che nascono con disturbi incompatibili con la vita.

“Le anomalie congenite ci sono in tutti i paesi, ma a Falluja la quantità è spaventosa. Il problema più comune ora è quello che chiamiamo infermità cardiache ereditarie. I neonati nascono con i due ventricoli del cuore collegati da un buco. Questo è normale nel resto del mondo ma lo è anche che il buco si chiuda quando il bimbo cresce: ma qui non succede. I bambini muoiono. I buchi nel cuore sono enormi. Ieri è morta un’altra bimba per questo. Prima della guerra ne avevamo tre o quattro al mese; adesso la cifra è la stessa, ma a settimana” denuncia il medico. Hamid accompagna il giornalista nel giro delle stanze dell’ospedale, dove si moltiplicano i casi di piccini colpiti da questo difetto.

A solo 29 giorni di vita, Sharaf Sabah ha dovuto essere operata di spina bifida. Vicino a lei dorme Malak Ahmed, che è nato cinque giorni fa. Il suo cranio sembra bombato. “Gli sta suppurando il cervello. Si sta riempiendo di liquido” dice la dottoressa Samira Telfah Abdel Gani.

In un'altra stanza si trova Hudeifa Udei, una neonata che è venuta al mondo 48 ore fa. Ha le gambine storpie, come se fossero le zampe di un rospo. “Se chiedi a qualsiasi esperto o leggi libri di medicina, ti diranno che queste deformazioni sono il prodotto della contaminazione dell’ambiente. Ma non abbiamo prove definitive sulla relazione che c’è con le armi usate dagli statunitensi” dice Abdel Gani.

Al pronto soccorso

Da giorni Samira è incaricata di certificare con fotografie la presenza di queste malattie congenite. Solo nei primi 10 giorni ha trovato14 neonati deformi. La normalità sarebbe trovarne da tre a quattro casi su 100 parti. “La maggioranza presenta problemi cardiaci ma ci sono anche bambini col cranio deformato o con sei dita” dice. La conversazione si interrompe temporaneamente quando i medici devono accorrere al pronto soccorso. “Non abbiamo il tempo di realizzare uno studio formale su queste anormalità perché il giorno per giorno è questo: bombe e guerra” si affretta a dire la dottoressa.

Anche se ammette di non disporre di prove definitive, un altro medico dell’ospedale – Anis Ahmed – ricorda che al ritorno nella città, dopo l’offensiva nordamericana, “gli stessi soldati ci dissero di non mangiare il cibo che avessimo trovato nelle case né di bere l’acqua dei rubinetti e neppure di utilizzare i vestiti che avevamo lasciato negli armadi. Dissero di buttare via tutto. Volevano che bevessimo solo dalle taniche d’acqua che avevano portato loro. Perché, mi chiedo. All’arrivo trovammo decine di uccelli morti per le strade. Io penso che c’è un legame evidente tra le armi che hanno usato e ciò che sta succedendo”.

Le domande che si pone la popolazione di Falluja continuano ad aumentare. Come i casi di malformazioni. L’Ospedale di Falluja non è l’unico centro sanitario che ha constatato l’espansione di queste malattie non frequenti.

L’oculista Adula Melhem rivede ogni settimana vari casi di neonati venuti al mondo con “palpebre deformi e atrofia oculare. Sono anche molto comuni – aggiunge il medico – le cataratte, i danni ai nervi ottici e anche deformità di tutta l’orbita oculare. A volte i bimbi nascono con un occhio più piccolo e alcuni anche senza occhi”.

Nonostante il pronostico dei medici fosse stato del tutto negativo, Shukriya non ha mai smesso di lottare per la sopravvivenza di Fatma. L’ha portata da specialisti di Bagdad e Ramadi. Tutti le hanno spiegato che l’unica opzione per salvare la bimba era una complessa operazione impossibile da realizzare in Irak. “Ho dovuto impegnare tutti i miei gioielli d’oro (il corredo che le donne arabe mettono insieme per il matrimonio – n.d.r.). Più di 3 milioni di dinari (circa 2.500 euro, una piccola fortuna in questo paese – n.d.r.)”.

“I dottori le hanno spiegato la ragione di questa malformazione?”. “Tutti dicevano che è stato a causa delle armi che hanno usato i nordamericani.”. “Ricorda qualche caso simile nelle famiglie dei suoi fratelli, dei suoi genitori, dei suoi nonni?”.”No, non ci siamo mai trovati di fronte a qualcosa del genere.”.

Il giorno della fine

L’agonia di Fatma ha raggiunto lo zenit in febbraio. “Soffriva molto. Cominciò a gonfiarlesi la testa. I medici mi dissero che si avvicinava la fine. Una notte vidi che le si modificava il viso. Non potevamo andare all’ospedale perché c’era il coprifuoco. Sembrava che la testa le stesse per scoppiare”. Jessem fu il primo ad accorgersi che le sofferenze della piccola erano finite, Le afferrò una mano e si rese conto che non viveva più. “Passammo la notte pregando col Corano accanto al suo corpo. La mattina, cessato il coprifuoco, la portammo a seppellire”.

La foto di Fatma, la bimba con due teste, è appesa ora in vari luoghi come la sede della ONG Alakhiyar. E’ diventata un simbolo sconvolgente. I suoi genitori la pensano come il resto delle famiglie di Falluja colpite da questo flagello. Esigono delle risposte. Un’inchiesta ufficiale. “E che gli americani paghino per la sofferenza e il dolore che Fatma ha dovuto sopportare” conclude Shukriya.


* Javier Espinosa, inviato speciale di El Mundo a Falluja


Irak, la conta dei morti
di Eugenio Roscini Vitali - Altrenotizie - 27 Dicembre 2009

Nel 2003, alle domande dei giornalisti sui danni collaterali in Afghanistan ed Iraq, il comandante delle truppe d’invasione, il Generale Tommy Ray Franks, rispondeva: “noi non contiamo i morti”.

Alla fine del novembre scorso, fonti governative irachene annunciavano che, a sei anni e mezzo dall’inizio dell’occupazione, gli 88 civili rimasti uccisi negli ultimi trenta giorni rappresentavano un record positivo, il minimo storico mai raggiunto dall’inizio dell’operazione “Iraqi Freedom”.

La mattina dell’8 dicembre 2009, otto giorni dopo il confortante annuncio del contestato governo al-Maliki e a poche ore dalla notizia di nuove elezioni, fissate dal Parlamento per 7 marzo 2010, una serie di potenti deflagrazioni, avvenute nell’arco di pochi minuti, colpivano varie zone di Baghdad causando la morte di 127 persone ed il ferimento di almeno 450 civili.

Un bilancio di sangue causato da cinque autobombe fatte esplodere nel centro della capitale e che verrà accompagnato dai quattro attentati del 15 dicembre, tre nei pressi della Zona verde della capitale ed uno nella città di Mossul, nei quali perderanno la vita cinque persone e altre 14 rimarranno ferite.

Si è aperta così la strada verso la transizione democratica, una strada fatta anche di numeri, vittime su cui si misura il successo o il fallimento della colossale operazione messa in piedi dall’amministrazione Bush nel 2003, una guerra che secondo il presidente americano avrebbe dovuto rendere quel paese una nazione libera e democratica, un modello per tutto il Medio Oriente, “un esempio di nazione vitale, pacifica e capace di auto governarsi”.

Per intensità gli attacchi dell’8 dicembre sono stati simili a quelli avvenuti il 25 ottobre scorso contro il Ministero della Giustizia e il Governatorato di Baghdad, in cui erano morte 155 persone, e a quelli del 19 agosto in cui avevano perso la vita 95 iracheni. Prima di allora altri quindici grandi attentati con centinaia di vittime.

Dall’8 dicembre l’idea di Baghdad come una città sicura inizia ad offuscarsi e dopo il panico dei primi momenti iniziano ad emergere i soliti dubbi, interrogativi su questioni che come al solito rimarranno irrisolte.

Il primo riguarda sicuramente il numero delle vittime, anche in questo caso diverso da quello diramato dagli organi di governo: 77 secondo le autorità, 127 per i media iracheni indipendenti; una replica di quanto avvenuto due giorni prima con le vittime della scuola elementare di Sadr City, notizia liquidata dai telegiornali vicini al governo con un servizio di circa quaranta secondi.

Numeri ufficiali sui quali si gioca la credibilità di un establishment che cerca di trascinare il paese fuori dal pantano della guerra civile e per farlo continua a sostenere che negli ultimi 18 mesi gli attentati in Iraq sono fortemente diminuiti.

In ottobre le autorità di Baghdad hanno diffuso una notizia secondo la quale tra il 2004 ed il 2008 i morti causati dalle violenze sarebbero stati 85 mila. Prendendo in esame l’intero conflitto, l’Iraq Body Count, il progetto sulla sicurezza che dal 2003 registra le vittime della guerra irachena, parla di 94.705 -103.336 morti; nell’ottobre 2006, Lancet aveva pubblicato numeri numero totalmente diversi: 655 mila iracheni rimasti uccisi a causa degli effetti dell’invasione.

Anche se molti analisti ritengono che a partire dal 2008 l’Iraq è diventato un paese sicuramente più sicuro e che questo è dovuto principalmente alla consolidata distribuzione settaria avvenuta in seguito ai violenti scontri registrati tra il 2005 e il 2007, c’è comunque chi si interroga ancora sugli effetti della guerra scatenata dall’amministrazione Bush contro il regime di Saddam Hussein. Dubbi che riaffiorano soprattutto ora che dall’altra parte del mondo si comincia a puntare il dito contro chi continua a giustificare le finalità di quel conflitto.

Tony Blair, che nel 2010 sarà chiamato a rispondere della decisione di invadere l’Iraq, continua infatti ad affermare che deporre il dittatore iracheno sarebbe stato comunque “giusto”, anche di fronte alla certezza che non esisteva alcun arma di distruzione di massa. A convincere Blair della necessità di schierarsi al fianco di George W.Bush sarebbe stata la “consapevolezza” che il leader iracheno “rappresentava una minaccia per tutta la regione”.

Sta di fatto che a sei anni e mezzo di distanza dall’invasione e a pochi mesi dal ritorno a casa di tutti i militari americani, l’Iraq deve ancora fare i conti con la sicurezza, un’emergenza che con il passare del tempo diventerà sempre più un affare iracheno, un affare che può essere riassunto nelle parole di Abbas al Bayati, membro della Commissione Difesa del Parlamento iracheno: “la popolazione ha bisogno di risposte convincenti dai comandanti della sicurezza” perché “se la sicurezza verrà meno, crollerà tutto”.


Il mesto Natale dei cristiani
di Ornella Sangiovanni - www.osservatorioiraq.it - 23 Dicembre 2009

Natale sottotono per i cristiani iracheni. La situazione precaria della sicurezza nel Paese, che va facendosi più tesa man mano che si avvicinano le elezioni parlamentari, fissate per il 7 marzo prossimo, sconsiglia celebrazioni e festeggiamenti troppo vistosi.

Tensione pre-elettorale ma non solo. Quest'anno il Natale in Iraq cade in coincidenza con l' Ashura - una delle festività religiose più importanti del calendario sciita, che commemora il martirio dell'Imam Hussein, nipote del profeta Maometto, ucciso assieme ai suoi seguaci a Karbala, nel 680 d.C.

Ed è per questo che Imad al-Banna, il vescovo caldeo di Bassora, città del sud abitata in grande maggioranza da sciiti, ha invitato i cristiani a "non mostrare la loro gioia, a non festeggiare pubblicamente la festa della Natività". Sarebbe inopportuno, argomenta, mentre gli sciiti sono nel lutto.

Non va meglio nel nord, dove pure i cristiani sono parecchi – relativamente parlando, s'intende.

Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk, dice che nessuna delle nove chiese che compongono l'arcidiocesi locale ha in programma la Messa di Natale quest'anno.
"E' la prima volta che abbiamo dovuto annullare le nostre celebrazioni", sottolinea.

E' dall'invasione guidata dagli Stati Uniti del marzo 2003 che per la minoranza cristiana in Iraq (una comunità antichissima) le cose si sono messe davvero male. Alla violenza che ha investito tutto il Paese, fatta eccezione per le tre province che compongono la regione autonoma del Kurdistan, nel nord, dove in molti di loro si sono rifugiati, si aggiungono costanti persecuzioni mirate, attentati contro le chiese, omicidi, sequestri, ed espulsioni forzate.

La comunità cristiana nel suo complesso si è ridotta di almeno il 25 per cento.

Proprio la settimana scorsa, a Mosul, la terza città dell'Iraq, nel nord, una doppia autobomba contro una chiesa ha ucciso quattro persone, ferendone altre quaranta.
La ricorrenza sciita dell' Ashura, che quest'anno cade due giorni dopo Natale, ha complicato la situazione.

Religiosi cristiani, a Baghdad ma anche in altre città irachene, riferiscono di aver ricevuto avvertimenti di possibili attacchi: per questo hanno deciso di limitare al minimo le celebrazioni pubbliche natalizie, consigliando ai loro fedeli di festeggiare in famiglia, ma in modo discreto.

"Faremo le nostre preghiere, ma niente festeggiamenti", dice Abdel Ahad, pastore della chiesa cattolica siriaca di Baghdad, sottolineando che è "per solidarietà con la gente di Bassora".

Ma nella capitale irachena non tutti sono disposti a parlare apertamente. C'è anche chi ha paura. Come un prete della Chiesa caldea della Vergine Maria, che si trova in centro.

"In passato, a Natale la nostra chiesa sarebbe stata piena, saremmo stati in strada assieme, musulmani e cristiani", dice il religioso, a condizione che non venga fatto il suo nome. "Adesso ci sono meno persone. Stiamo preparando una Messa per la Vigilia – abbiamo un organo, un coro, e un albero di Natale. Niente di speciale".

Non si celebrerà, invece, a Kirkuk. Nella città del nord dell'Iraq, dove già ci sono forti tensioni fra arabi, kurdi, e turcomanni, un cartello sulla porta della Cattedrale caldea si scusa "con tutti i fratelli per il fatto che non si tengono celebrazioni, e non si accettano saluti né ospiti".

"Preghiamo per la pace e la sicurezza in Iraq", continua il messaggio, "non possiamo celebrare a causa del nostro lutto per le vittime degli attentati di Mosul e di Baghdad".

I pochi cristiani che ancora restano in Iraq vivono per lo più in enclavi isolate.

Secondo Sako, l'arcivescovo caldeo di Kirkuk, negli ultimi tre mesi dalla città contesa sarebbero fuggiti 10.000 cristiani. A Bassora, nel sud, esponenti religiosi locali dicono che la comunità cristiana si è dimezzata: rimangono all'incirca in 2.500, a causa degli attacchi delle milizie.

Nel corso dell'estate 12.000 cristiani avrebbero lasciato Mosul, stando alle cifre della Missione di assistenza all'Iraq delle Nazioni Unite.

Le autorità irachene sostengono che si stanno prendendo misure di sicurezza per proteggere i cristiani nel corso delle celebrazioni natalizie. Vengono ispezionate le chiese e rafforzata la loro protezione.

Ma sono in molti a non fidarsi.

Come Georges Matti, dipendente della North Oil Company, la compagnia di Stato che gestisce i giacimenti petroliferi del nord. "Avevano promesso di proteggerci in passato, ma finora non ci sono riusciti", sottolinea. "Siamo le vittime dei conflitti politici fra vari gruppi iracheni, o per mano di estremisti religiosi che pensano che, per il fatto di essere cristiani, siamo i lacchè dell'Occidente".

Sfiducia anche da parte dei religiosi.

"Festeggiavamo il Natale con tanta gente, con gioia, visite, ospiti", dice amareggiato il pastore della Chiesa della Vergine Maria. "Ora sono qui da solo. Viviamo come topi".

Gli fa eco Ahad, il pastore siro-cattolico.

"Sono stufo. Sono sette anni che parlo con la stampa. Non ho nulla da dire", sbotta. "Lo sto chiedendo al governo iracheno, agli americani, e nessuno ci ha aiutati".


L'Iran vuole una commissione mista per decidere sul giacimento petrolifero di Fakka
da www.osservatorioiraq.it - 23 Dicembre 2009

La sorte del giacimento petrolifero di Fakka, conteso fra Iran e Iraq, sarà affidata ai risultati del lavoro di commissioni miste composte da esperti dei due Paesi, dopo l'incidente dello scorso fine settimana, che ha visto truppe iraniane impossessarsi di uno dei pozzi del giacimento.

Questa la decisione di Tehran, annunciata oggi a Baghdad, nel corso di una conferenza stampa, dall'ambasciatore Hassan Kazemi-Qomi, che ha ribadito che "le forze iraniane non sono entrate in territorio iracheno, e il nostro governo ha deciso di lasciare il problema del giacimento petrolifero alle commissioni miste iraniano-irachene".

Precisando che le forze iraniane "sono nelle loro posizioni, al checkpoint iraniano sui confini, che distano solo 100 metri dal giacimento petrolifero", Kazemi-Qomi ha sottolineato che "il pozzo [quello occupato dai soldati di Tehran] venne scoperto nel 1974 dalla commissione iraniano-irachena, e sigillato fino alla demarcazione dei confini".

"Dopo un anno firmammo un accordo con l'Iraq", ha proseguito il diplomatico, "e le commissioni miste iniziarono a lavorare, ma tutto si fermò a seguito della guerra fra i due Paesi durante il periodo del passato regime".

“Gli accordi firmati fra i due Paesi", ha concluso Kazemi-Qomi, "rimarranno come sono nonostante le guerre e i cambi di governo".

A quanto riferito dal portavoce del governo di Baghdad, Ali al Dabbagh, i soldati iraniani che avevano occupato il pozzo petrolifero nel giacimento di Fakka, in una zona al confine tra Iraq e Iran, nella provincia di Maysan, nel sud-est del Paese, si sarebbero ora parzialmente ritirati, rimuovendo la bandiera che avevano innalzato. Il governo iracheno ha invitato Tehran a ritirare completamente le proprie forze dalla zona.

L'Iran, che sostiene che il pozzo occupato si trova in territorio iraniano, ha definito l'incidente di Fakka "un malinteso".

In Iraq ci sono state manifestazioni di protesta contro l'incursione iraniana, in zone sia sciite che sunnite.

Il ministro degli Esteri, Hoshyar Zebari, dovrebbe riferire a giorni in Parlamento sulla vicenda.


Proteste a Karbala, a Ramadi contro l'occupazione iraniana del pozzo petrolifero di Fakka
da www.osservatorioiraq.it - 22 Dicembre 2009

Un migliaio di persone sono scese in piazza oggi a Karbala, per protestare contro l'occupazione di un pozzo nel giacimento di Fakka, da parte di truppe iraniane, avvenuta alcuni giorni fa, in una zona di confine nella provincia di Maysan, nel sud-est del Paese.

Raccogliendo l'invito dell'Associazione che raggruppa gli avvocati iracheni, i manifestanti si sono radunati di fronte al consolato iraniano, nella città santa sciita del sud dell'Iraq. Fra loro anche molti esponenti della società civile, secondo quanto riferito dal presidente dell'associazione, Rabie al-Massudi.

"I dimostranti si sono diretti verso il consolato iraniano per far sentire la loro voce", ha detto Massudi, che ha definito l'incursione iraniana in territorio iracheno una "violazione della sovranità irachena, e una violazione flagrante dei diritti umani".

Ieri un'altra protesta si era svolta a Ramadi, capitale della provincia di al Anbar, nell'ovest dell'Iraq, abitata in stragrande maggioranza da sunniti.

In centinaia avevano manifestato in modo pacifico, con un corteo che si era diretto verso il centro cittadino, per chiedere il congelamento dei rapporti con il governo di Tehran in seguito all'occupazione del pozzo nel giacimento di Fakka.

Fra le richieste dei dimostranti, secondo quanto riferito da uno di loro, Hamad Abdullah, il ritiro delle forze iraniane dalla zona occupata, e "scuse ufficiali al popolo iracheno per questa interferenza in territorio iracheno".

Dopo l'occupazione del pozzo petrolifero, le forze iraniane si sarebbero parzialmente ritirate tre giorni fa, rimuovendo la bandiera che avevano innalzato, a quanto riferito dal portavoce del governo di Baghdad, Ali al Dabbagh.

L'Iraq ha invitato Tehran a ritirare completamente le proprie forze dalla zona.

Dal canto suo, l'Iran, che sostiene che il pozzo occupato si trova in territorio iraniano, oggi ha definito l'incidente di Fakka "un malinteso".

Il portavoce del ministero degli Esteri di Tehran, Ramin Mehmanparast, in una conferenza stampa, ha detto che i ministri degli Esteri di Iraq e Iran hanno raggiunto "un'intesa" in un colloquio telefonico tre giorni fa, il giorno del ritiro parziale dei soldati iraniani dalla zona che era stata occupata, e che andrebbe formata una commissione mista, composta da esperti, per esaminare il problema della demarcazione dei confini. E' questa, ha sottolineato, "la soluzione migliore".

Il "silenzio" degli arabi

Oggi un deputato kurdo, Mahma Khalil, ha criticato quello che ha definito il "silenzio" dei Paesi arabi sulla vicenda, chiedendo loro di prendere una posizione.

Il parlamentare iracheno, eletto nelle liste della Kurdistan Alliance, la coalizione che raggruppa le principali forze politiche kurde, ha elogiato come "positivo" il comportamento tenuto dal governo di Baghdad, sottolineando che "non c'è stato nessun comunicato da parte di un Paese arabo che criticasse l'Iran per la sua occupazione del pozzo petrolifero iracheno".

Il Presidente del Parlamento, Iyad al Samarrai'e, ha annunciato che il ministro degli Esteri Hoshyar Zebari nei prossimi giorni si presenterà a riferire sulla vicenda.

E' intenzionato a discutere dell'incursione iraniana anche il vice presidente Tariq al Hashimi, che oggi è partito alla volta di Doha, in Qatar, per una visita ufficiale di diversi giorni su invito dell'emiro sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani.

Secondo un comunicato diffuso dalla Presidenza della Repubblica, Hashimi, "nel corso dei suoi colloqui con i funzionari del Qatar, cercherà di ottenere il sostegno dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo al processo politico, e di incoraggiarli ad aprire ambasciate a Baghdad, oltre a discutere la recente violazione iraniana nel giacimento petrolifero di Fakka".


Il petrolio di Halfaya parla cinese
da www.osservatorioiraq.it - 22 Dicembre 2009

E tre. Dopo la firma degli accordi preliminari per i giacimenti di Majnun e Gharraf, assegnati dall'Iraq nel secondo round di gare d'appalto che si è concluso da poco, oggi è stata la volta di Halfaya.

A siglare l'intesa iniziale con il ministero del Petrolio di Baghdad, che dovrà avere l'Ok del Consiglio dei ministri, un consorzio guidato dai cinesi: la compagnia di Stato CNPC, assieme ai partner - Petronas, malese, e Total, francese.

E' l'alleanza che l'11 dicembre scorso è riuscita ad aggiudicarsi il giacimento nel sud dell'Iraq, che ha riserve stimate in oltre 4 miliardi di barili – battendo ben tre offerte rivali, fra cui quella dell'italiana ENI, capofila di un consorzio che si è piazzato ultimo nella gara.

Ora CNPC & partners dovranno portare la produzione a 535.000 barili al giorno, dagli attuali 3.100 barili, su un arco di 13 anni, per un compenso di 1,40 dollari a barile. Il consorzio guidato dall'ENI ne aveva chiesti 12,90 per arrivare a 400.000 barili.

A comunicare la firma dell'accordo iniziale è stato il portavoce del ministero del Petrolio, Asim Jihad.

Nei prossimi giorni, fino al 30 dicembre, è prevista la firma degli altri quattro accordi preliminari relativi ai giacimenti assegnati nel secondo round di gare – Badra, West Qurna 2, Najma e Qayara, i primi due andati a consorzi guidati da compagnie russe, Gazprom e LUKOIL, gli altri alla Sonangol, dell'Angola.

Con il contratto per Halfaya la CNCP si conferma come uno degli operatori leader nel settore petrolifero iracheno.

La compagnia di Stato cinese infatti lavora già nel giacimento di Ahdab, dopo aver avuto confermato un contratto concluso negli anni '90, all'epoca di Saddam Hussein, pur con termini modificati. Trasformato cioè da Production Sharing Agreement (dove la compagnia straniera ha diritto a una quota della produzione) in "contratto di servizio", nel quale essa viene semplicemente pagata per il lavoro eseguito.

CNPC inoltre si è aggiudicata il contratto per lo sviluppo di Rumaila, il maggiore giacimento iracheno, con riserve stimate in almeno 17 miliardi di barili, come partner della BP.

Quello per Rumaila era stato l'unico contratto a venire assegnato nel primo round di gare d'appalto, il 30 giugno scorso, quando le major petrolifere avevano ritirato le loro offerte di fronte alle cifre che il ministero iracheno del Petrolio era disposto a pagare, ritenute troppo basse.

Successivamente, alcune hanno fatto marcia indietro, accettando le condizioni dell'Iraq. Fra queste, l'ENI, che si è aggiudicata il contratto per il giacimento di Zubair, come capofila di un consorzio del quale fanno parte anche la statunitense Occidental Petroleum Corp. e la sudcoreana KOGAS.

L'accordo, ancora in fase iniziale, è in attesa dell'OK del Consiglio dei ministri.

domenica 27 dicembre 2009

Contorni natalizi

Qualche articolo intorno alla Festa/inno al consumo per eccellenza: il Natale.

A margine anche un paio di articoli su alcuni speciali regali che il cosiddetto premier ha fatto alla sua azienda e soprattutto agli italiani....


Il senso perduto del Natale e la frenesia del consumo
di Toufic - www.aspoitalia.blogspot.com - 23 Dicembre 2009

In alcuni canti cristiani del Medio Oriente (cantati in lingua aramaica - assyriaca) si afferma che con l'avvento di Cristo, gli ebrei non hanno più bisogno di sacrificare gli animali sull'altare per chiedere perdono o compiacere al Signore. Infatti si cita che Cristo si sacrificò fisicamente per la salvezza dell'umanità "come un agnello sacrificato sull'altare".

I seguenti link sono relativi a due video presi da you tube, del "Padre Nostro" e dell' "Ave Maria" cantati in lingua aramaica - la lingua di Cristo.

I Vangeli raccontano che Gesù nacque in una specie di stalla in una giornata (o serata poco importa) fredda. Gesù nacque umile, circondato dagli animali (nella storia occidentale si ama parlare di bue e asino, io sarei un po’ scettico sul bue ma anche questo ha poca importanza).

Egli stesso, una volta iniziata la sua missione di profeta e portatore di un messaggio divino di Pace e di Speranza, si dichiarò dalla parte dei poveri e umili e attaccò fortemente i commercianti del tempio e i falsi, facendo capire quanto sia difficile (ma non impossibile) conciliare ricchezza e paradiso.

In sintesi la nascita e la morte di Cristo non si sono mai abbinate all'uccisione di agnelli, capponi, polli, tacchini; gli unici doni che il Cristo, da neonato, ricevette erano stati offerti da Re venuti dall'Asia.

Ogni anno sia a Natale che a Pasqua (che per noi Cristiani orientali corrisponde ad un secondo Natale), si riparte con la frenesia del consumismo becero; dei regali a tutti i costi, delle cene e dei pranzi abbondanti e nel consumo di quantità incredibili di animali domestici (agnelli, maiali, capponi, tacchini e polli) oltre ovviamente alla distruzione di centinaia o migliaia di abeti, pini ed altri alberi: Oggi sono stato al Supermercato ed ancora non siamo giunti alla vigilia, e sia dentro che fuori c'è la frenesia ... no, la pazzia totale.

Ho visto gente comprare di tutto e di più, ho visto persone litigare per la fila alle casse, signore arrabbiate, perché non ci sono più i tacchini belli ... per strada, in macchina, una signora mi aveva quasi speronato perché aveva fretta di fare chissà cosa.

Non nego che fare regali e riceverli sia una cosa bella, soprattutto per i nostri bambini, non nego che gli alberi, le luci, i babbi natale attaccati sui balconi e gli addobbi lungo le strade siano una cosa carina ... soprattutto per i bambini. Ma quand'è che la smettiamo con questa pazzia?

Sui giornali parlano di una ripresa nella fiducia dei consumatori cito dalla Repubblica di oggi: "Migliorano le attese dei consumatori, ma non nel Mezzogiorno. Si spera in meglio per la propria situazione personale, ma non per l'economia nazionale. Isae, a dicembre cresce la fiducia. E' ai massimi dal luglio 2002" ... mi sembra che la maggior parte delle persone non ha ancora realizzato la portata della crisi economica-finanziaria che i politici ed i loro fidatissimi portavoce - giornalisti dicono che ormai è stata superata.

Si è perso il senso della Natività, come si è perso il senso del "Babbo Natale", o di "San Nicola", che non si era dato da fare per i ricchi o bimbi dei ricchi ma per i più poveri, gli ultimi.

Il Babbo Natale è ormai una velina in gonna cortissima oppure un ubriacone sulla spiaggia, oppure il famoso calciatore che riceve centinaia di lettere nella sua splendida casa, aiutato dalla bellissima mogliettina per regalare le penne telefoniche.

Eppure siamo in Crisi, c'è troppa gente in Cassa Integrazione, non passa un giorno senza la notizia di nuovi scioperi e occupazioni per le aziende che chiudono.

Mentre siamo indaffarati a comprare i regali, o a pensare cosa fare alla vigilia del Natale, il giorno di Natale, a Santo Stefano ecc... ecc...:

- Molte persone a Natale si stanno deprimendo completamente, odiano questa festività, per tanti motivi (psicologici, d'infanzia, povertà, ecc....);

- Molti Paesi sono collassati (ad esempio la Somalia, Haiti), in corso di collasso (ad esempio Nigeria, Etiopia, Afganistan, etc..), molti stanno confermando il loro collasso (come Argentina);

- Il numero di affamati e malnutriti (1 Miliardo di persone secondo la FAO) è in crescita dato che le statistiche ancora non considerano completamente i nuovi poveri americani (Nord e Sud), Europei, e di altri continenti;

- Il numero dei poveri è in continuo incremento e la crisi finanziaria ed economica sta probabilmente nascondendo nuove sorpresa ... vedremo;

- Il prezzo di molte commodities agricole è in crescita, ultimamente si segnala un incremento nel prezzo del tè nero (3,18 dollari al kg nel settembre 2009, rispetto ai 2,38 dollari al kg del 2008, e questo a causa della siccità);

- L'intensificazione delle anomalie climatiche (alla faccia del "Giornale") con tutte le conseguenze che ne stanno risultando; perché questa grande nevicata - gelata, che ci ha colpiti mettendo in KO tutti i sistemi dei trasporti, seguita dopo pochissimi giorni da un rialzo netto delle temperature per l'arrivo dello scirocco, può essere considerata un'anomalia non tanto per il fenomeno in se quanto per la violenza e l'intensità del fenomeno stesso;

- La crisi energetica è in corso, nonostante le solite chiacchiere, i Paesi produttori non intendono incrementare la loro produzione giornaliera (notizie di 2 giorni fa), il prezzo non scende al di sotto dei 70 dollari e comunque anche se scende non è che riesca ad andare al di là di una certa soglia.

- La disoccupazione è diventata di nuovo il problema dei vari governi mentre le banche, finanziarie e grandi società che hanno beneficiato dell'intervento pubblico non hanno cambiato nemmeno di una virgola il loro comportamento e codice etico rispetto al passato, ed insistono nell'applicare politiche ormai dimostratisi inefficienti e dannosissime per le economie dei Paesi. Il sistema sia completamente drogato e questo, forse, fa presupporre una nuova crisi forse ancora peggiore della prima, poiché la prossima volta difficilmente i Governi riusciranno a trovare i soldi necessari per salvare le banche e le finanziarie.

- A Copenhagen, i politici ed i governanti oltre ad aver seppellito per sempre gli accordi di Kyoto hanno fallito clamorosamente nella difesa dell'ambiente e quindi delle economie in generale. Gli aiuti promessi ai Paesi più poveri serviranno davvero a qualcosa? questi miliardi di dollari di cui parlano Obama, Clinton e compagnia esistono d'avvero?

Ancora non ci siamo; i segnali di fumo non sono leggibili da tutti e quindi si crede o si tende a credere che tutto stia andando benissimo, come prima, anzi meglio di prima e allora alla faccia del Cristo e del suo messaggio di umiltà, solidarietà, pace, amore per il "Creato": meglio un Babbo Natale in più magari in gonnella e strafiga oppure muscoloso e macho che regala suonerie, telefonini, che un momento di calma durante il quale - almeno - si tenta di pensare a quello che ci circonda e che non riusciamo a vedere e soprattutto a fare un piccolo gesto verso chi oggi ha bisogno non della carità ma di un aiuto morale.

Approfitto dell'occasione per augurare a tutte e tutti un Buon Natale segno di Pace e Rinnovamento nelle nostre teste e comportamenti.


Alla corte dei miracoli di sua maestà Consumo il Bello
di Valerio Pignatta - www.terranauta.it - 23 Dicembre 2009

Natale è alle porte. Come ogni 25 dicembre negli ultimi duemila e passa anni, si ripete questo evento sensazionale. Un giorno leggendario dell'anno ritorna ad albeggiare, trascorre imperterrito, anche se volessimo dimenticarcene (di questi tempi abbiamo molti impegni), e dopo ventiquattro ore si spegne umilmente per lasciare posto al giorno successivo, che gode di meno audience, ma è pur sempre, nella sostanza, tale e quale a quello che precede. Del resto, non tutti riescono a diventare dei tronisti.

Sino a qualche generazione fa, il Natale era davvero stupefacente, coinvolgente e conturbante. Per certi versi un razzolare nel profondo dell'uomo come nel bidone dell'immondizia. Roba da psicanalisti. Di breve durata certo, e con molti discutibili risvolti gerarchici, religiosi e sociologici di dubbio gusto.

Tuttavia, qualcosa era. Forse un rimasuglio di panteistica adorazione della luce o forse un assieparsi degli umani nella speranza di un nuovo ciclo di messi e raccolti. Un qualcosa. Senza grandi esigenze. Se non la sopravvivenza e la serenità dello stare insieme nel periglio e nella sventura del freddo polare delle nostre latitudini. Che volete che sia.

Negli ultimi decenni però qualcosa è cambiato. Eh sì. Finalmente abbiamo un re che divulga un nuovo Verbo che tutti sono tenuti a rispettare. E le promesse di ricompensa stimolano un'ipersecrezione salivare degna di una vincita al superenalotto. Altro che Vangelo o Capitale!

Il nuovo Verbo fa parte di quelli della prima coniugazione in “are”, e cioè “acquistare”. È un verbo antico che ha varie accezioni molto interessanti: comprare, ottenere, procurarsi, assumere, conquistare, prendere, acquisire, acquistare, rilevare. E solo per nominarne alcune. Come si può vedere, sono tutti termini che esprimono un unico concetto molto noto presso una scuola filosofica di primo piano, la Scuola Materna, e cioè: tutto mio.

Ma non basta. Visto che ormai tutti hanno tutto e non riescono nemmeno a condividerlo (meglio gettarlo intero che fare a metà con qualcuno), sua maestà Consumo il Bello ha inventato di recente una serie di oggetti, sempre di gran lusso, che hanno il grandissimo pregio di non servire praticamente a nulla (così non impegnano la mente più di tanto) e di diventare spazzatura nel giro di pochissimo tempo aiutando i proprietari di discariche e quelli di inceneritori ad arricchire smisuratamente così che anch'essi possano acquistare altri oggetti di infinito valore (per un'analisi psicopatologica) e perpetuare così il circolo virtuoso dell'esborso.

Ma facciamo alcuni esempi di questi oggetti di incalcolabile importanza per le nostre società odierne e riflettiamo a lungo sulla strategia di sua maestà. È istruttivo.

Nel redigere l'elenco che segue abbiamo avuto qualche titubanza perché qualcuno potrebbe pensare che è tutto inventato. E invece no. Non ci sta crescendo il naso. È proprio tutto vero. Sono oggetti che si producono, si spediscono sui tir, si espongono nelle vetrine, si acquistano con grande motivazione, si portano a casa impacchettati e si gettano in pattumiera. Milioni di tonnellate di materiali sprecati nel segno del delirio di sua maestà verso cui tutti siamo ossequiosi.

Allora, ecco le top ten:

- ciocco-pinza spezza cioccolato in quadretti perfetti (probabilmente per matematici maniaci incurabili con le correnti psicoterapie);

- sparabiscotti (per questo davvero per quanto ci siamo sforzati non siamo riusciti a coglierne una qualsivoglia motivazione d'esistenza);

- mutande riscaldate (qui lasceremmo scorrazzare la fantasia del lettore...);

- sbuccia ananas (la domanda che ci ha assalito è: ma quante ananas all'anno mangeranno certi individui?);

- taglia pelucchi che sporgono dal maglione (altro strumento di fondamentale importanza specie per capiufficio monomaniaci);

- taglia pelucchi di animale domestico (la specializzazione della specializzazione - c'è pelucco e pelucco - così come prevede il corso di laurea di Idiozia consumistica);

- tazze che suonano una melodia natalizia quando le alzi (se riempite di forti lassativi si ottiene l'effetto massimo);

- scaletta in plastica per cagnolino obeso che vuole salire sul divano (i cinesi hanno risolto da tempo questo problema in altro modo, con tutto il rispetto per cinesi e cani, ma certe idee davvero ti scappano di fronte a certi sfregi alla povertà);

- sciarpa con le tasche (forse per polipi);

- dvd con ripresa di fuoco crepitante (per sentire il calore infilare il dito nella presa della corrente);

- forbici laser a batteria per tagliare con precisione (siamo in attesa di coltelli telecomandati a distanza per pizzerie al taglio);

Orsù dunque, svegliamoci bambini, scrolliamoci di dosso questo incantesimo e smettiamola di fare i belli addormentati. Non ci sono principi azzurri o di altri colori (ogni riferimento politico è esplicitamente accidentale) che verranno a risvegliarci.

Per la corte dei miracoli di Consumo il Bello è importante che noi si continui a dormire. O meglio, possiamo al limite procedere sonnambuli verso le sue Iper-chiese e versare il nostro obolo al mantenimento del suo regno dei balocchi.

Svegliamoci che è già tardi e ci sono un sacco di cosa da fare se vogliamo arrivare a domani. Non è così scontato che la primavera rispunti ancora e che le messi tornino a ondeggiare nei campi. Ora non lo è più.


Un aiutino per Mediaset
di Mariavittoria Orsolato - Altrenotizie - 26 Dicembre 2009

A Natale siamo tutti più buoni e, dato che il partito dell’amore non poteva essere da meno, sotto l’albero ha lasciato un pensierino per il caro amico Murdoch e la sua Sky. Il presente consta di un abbassamento significativo dei tetti pubblicitari imposti per legge alle pay tv e, se la scusa è la solita dell’adeguamento alle direttive europee in materia di tv e servizi audiovisivi, il reale intento è quello di affondare la concorrenza e favorire le aziende del premier.

Secondo quanto stabilito dal Consiglio dei Ministri su proposta del viceministro per lo Sviluppo Economico Paolo Romani, il tetto orario agli spot sulle piattaforme a pagamento dovrebbe gradualmente scendere entro il 2012 dall’attuale 18% al 12%, con un scarto di due punti percentuali ogni anno.

Quello che è già stato ribattezzato “decreto ad aziendam” mira soprattutto a inficiare la raccolta pubblicitaria di Sky, già pesantemente penalizzata dall’aumento dell’Iva al 20%, ed ora costretta a diminuire gli spot da dodici minuti per ora a soli sette minuti per ora.

Il provvedimento è indirizzato a tutte le tv a pagamento e interessa effettivamente anche Mediaset Premium, ma i dati pervenuti ad oggi indicano come la piattaforma digitale del Biscione non sia ancora arrivata al 12% della raccolta pubblicitaria e rendono così evidente la maliziosa mossa dell’esecutivo.

In soldoni, il decreto “ad aziendam" cerca non solo di evitare che i canali del tycoon australiano danneggino i canali free di Mediaset, ma aggirano anche l’ostacolo della concorrenza con le stesse reti a pagamento del gruppo Berlusconi.

Ma se pensate che sia finita qui, sbagliate. Il disegno di legge del viceministro Romani fa un ulteriore favore a Padron’ Silvio e alla sua Pierprole nel momento in cui rende decisamente più elastiche le soglie tollerate per la raccolta di pubblicità destinata alle trasmissioni in chiaro delle tv private.

Grazie ad un azzeccato mix tra spot e telepromozioni, la manovra consentirebbe di incrementare fino al 22% l’affollamento pubblicitario negli orari di prime time, aumentando ulteriormente quella fetta di mercato da 63,8 punti percentuali che le televisioni del premier già si accaparrano.

Al comma 2 dell’articolo 37 si legge poi come in occasioni di eventi o manifestazioni sportive sia ora consentito inserire televendite, e nei programmi per bambini superiori ai 30 minuti di durata le interruzioni pubblicitarie salgono da una a due.

Ma c’è di più. In un comma di quattro righe presente al titolo II è possibile constatare come ora le autorizzazioni per le trasmissioni via satellite non debbano più essere elargite dall’Autorità per le Comunicazioni, ma debbano passare direttamente al vaglio del Governo: "L'autorizzazione ai servizi audiovisivi o radiofonici via satellite - si legge nel testo - è rilasciata dal Ministero" e con ciò si intende dire che da ora in poi ogni nuovo competitor che avesse intenzioni di lanciarsi sulle piattaforma satellitare, deve necessariamente ottenere un'autorizzazione dall'esecutivo per essere in grado di trasmettere le proprie offerte di audiovisivi.

Come sempre, insomma, quando si tratta di aiutare gli amici, sono stati inseriti diversi ed eterogenei provvedimenti in un decreto che dovrebbe far adeguare la nostra penisola alle direttive europee; il problema è che per una volta tanto l'Italia era già più che allineata a Bruxelles, dato che la Commissione prevedeva per le televisioni satellitari un tetto massimo del 20%. Pazienza.

L'ultimo ed inatteso regalo che il partito dell'amore lascia sotto l'albero riguarda però la tv di stato e i suoi abbonati: è notizia di qualche giorno fa che il canone Rai subirà un rincaro per il prossimo anno di circa l'1,50%, passando dagli attuali 107 euro a 109 euro.

Secondo il solito Paolo Romani la misura è il semplice effetto dell'inflazione programmata, ma sono già in molti - soprattutto tra le associazioni dei consumatori - quelli si fanno baluardo del malcontento degli italiani e piccati replicano che l’aumento in bolletta non è assolutamente proporzionato alla modesta qualità dell’offerta.

Dall’opposizione arriva però un plauso quasi unanime, che si discosta dalla linea del Governo solo nella misura in cui auspica una maggiore lotta all’evasione di quella che ormai possiamo definire a tutti gli effetti una tassa sulla televisione.

Una tassa che comprende Minzolini e i suoi fidi editoriali, i programmi con i pacchi abbinati alla lotteria e quegli insulsi reality show che nemmeno Mediaset si sognerebbe di ospitare. Più che un Natale, queste feste saranno ricordate dagli operatori televisivi non afferenti a Cologno Monzese, come una Passione.


Consumatori: stangata da gennaio. Rincari da 596 euro a famiglia
da www.corriere.it - 26 Dicembre 2009

Una vera e propria stangata: nel 2010 le famiglie italiane si ritroveranno in tasca circa 600 euro in meno per colpa di rincari, balzelli e nuove spese. L'allarme arriva dalle associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori. Che puntano il dito anche sulla Finanziaria: non è vero - dicono i presidenti Elio Lannutti e Rosario Trefiletti - che non contiene nuove tasse.

Ma anzi prevede misure che costeranno alle famiglie 120 euro in più all'anno. Senza contare gli aumenti di gas, carburanti, mutui e biglietti ferroviari. E se «il buon giorno si vede dal mattino», c'è poco da stare tranquilli: secondo l'Adoc aumenteranno del 4% circa anche i prezzi per il cenone di Capodanno.

STANGATA GOVERNATIVA - Adusbef e Federconsumatori parlano esplicitamente di «ministangata governativa»: «Non è vero - sostengono - che la Finanziaria appena approvata non abbia aumentato le tasse, come hanno affermato il ministro Tremonti e il presidente del Consiglio Berlusconi, perchè ci sono circa 120 euro di nuovi balzelli che graveranno sulle spalle di ogni famiglia».

Tra questi, le due associazioni citano le «anticipazioni tariffarie di 3 euro a passeggero su ogni singolo biglietto aereo a favore dei gestori aeroportuali», oltre al «contributo unificato pari a 103,3 euro a carico dei lavoratori licenziati che fanno ricorso in Cassazione» e ai circa 38 euro «a carico di quei cittadini che "osano fare ricorso" contro le multe per alta velocità (autovelox)».

RINCARI - A queste spese in più si devono aggiungere tutti gli altri rincari: circa 30 euro per il gas, 130 per l'assicurazione auto (rca), 18 euro per servizi idrici, 35 euro per la Tarsu (tassa rifiuti solidi urbani), 30 euro di aumenti dei servizi bancari, 80 euro per i mutui a causa degli aumenti dello spread applicato dalle banche, 65 euro per gli aumenti dei biglietti dei treni e 90 euro (su base annua) per i costi dei carburanti. Secondo le stime delle due associazioni dei consumatori, dunque, da gennaio 2010 peseranno sulle spalle degli italiani rincari complessivi per circa 596 euro.

CARO CENONE - E la «stangata 2010» parte già da Capodanno. Secondo l'Adoc festeggiare al ristorante o in un locale costa il 4% in più in media rispetto all'anno scorso. E allora aumentano (+2%) quelli che, per risparmiare, preferiscono rimanere a casa o andare in un agriturismo. Festeggiare a contatto con la natura, secondo l'associazione dei consumatori, costerà in media 130 euro (+2,3% rispetto all'anno scorso), mentre per organizzare una cena in casa, per otto persone, non si andrà oltre il 158 euro in media.