giovedì 13 agosto 2009

Birmania: il trucchetto di Than Shwe ha funzionato

Due giorni fa il verdetto: Aung San Suu Kyi, leader dell'opposizione birmana, rimarrà agli arresti domiciliari ancora un anno e mezzo.

Il reato contestatole è quello di violazione degli arresti domiciliari, ma è semplicemente una scusa che il regime birmano ha inventato per toglierla di mezzo in vista delle elezioni del prossimo anno. San Suu Kyi ha trascorso 14 degli ultimi 20 anni in stato di detenzione, per lo più ai domiciliari, e avrebbe finito di scontare la sua pena il 21 maggio scorso.

Ma, guardacaso, John William Yethaw - cittadino americano di religione mormone - il 3 maggio ha raggiunto a nuoto la casa di Suu Kyi, che l'ha tenuto in casa nei due giorni successivi ed è stata per questo arrestata subito dopo.
L'uomo, processato anche lui, è stato invece condannato a sette anni di lavori forzati, ma già soffre di cattiva salute e molto probabilmente andrà via dal Paese in un modo o nell'altro.
L'americano aveva raggiunto a nuoto la residenza della donna dopo aver avuto a suo dire "una visione nella quale sarebbe stata assassinata"....

Il segretario generale dell'ONU Ban ki Moon ha naturalmente chiesto "al governo della Birmania di rilasciare immediatamente e senza condizioni Aung San Suu Kyi". Dura reazione alla condanna della leader birmana anche da parte dell'Ue che minaccia sanzioni. E pure il presidente Obama si è unito al coro per la liberazione immediata e incondizionata di Aung San Suu Kyi.

San Suu Kyi era stata inizialmente condannata a tre anni dal tribunale militare, una pena che il generale Than Shwe, capo della giunta militare al potere, ha "magnanimamente" deciso di ridurre, commutandola in un anno e mezzo agli arresti domiciliari.

Con questa nuova reclusione, Aung San Suu Kyi viene ovviamente esclusa dalla elezioni farsa che la giunta militare intende organizzare nel Paese per il 2010.

E Than Shwe anche questa volta si è dimostrato il più furbo, ma in un futuro prossimo potrebbe non bastare più.


Una sentenza chiude le illusioni di dialogo
di Paola Desai - Il Manifesto - 12 Agosto 2009

Tre anni, anzi 18 mesi. Un tribunale di Rangoon ha condannato ieri Daw Aung San Suu Kyi, la Nobel per la pace 1991 e leader dell'opposizione alla giunta militare che governa la Birmania, a tre anni di lavori forzati per aver violato gli arresti domiciliari.

La sentenza è stata poi subito sospesa per decreto del capo del governo militare, il generale Than Shwe, e commutata in un nuovo termine di 18 mesi di arresti domiciliari: la signora che incarna il movimento birmano per la democrazia dovrebbe dunque lasciare presto il famigerato carcere di Insein, dove era detenuta e dove è stato celebrato il processo.

L'ultima detenzione di Aung San Suu Kyi è stata provocata da uno strano incidente lo scorso maggio, guardacaso poco prima che scadesse il termine dei suoi arresti domiciliari e la magistratura si trovasse a doverla dichiarare libera.

Proprio allora un cittadino americano, tale John Yettaw, è riuscito a entrare nella sua sorvegliatissima residenza attraversando a nuoto il lago presso cui si trova, nel centro della città, e si è trattenuto là due notti dicendo di volerla salvare da un complotto per assassinarla. Yettaw è stato condannato a sua volta per aver violato le leggi di immigrazione (7 anni di lavori forzati), e sembra sia stato destituito e sanzionato venti agenti di polizia in servizio quando l'intrusione è avvenuta.

Il punto è che lo strano incidente ha permesso alle autorità di arrestare nuovamente Suu Kyi. La nuova condanna agli arresti domiciliari, presentata dai generali che governano la Birmania come un atto di clemenza rispetto alla sentenza iniziale - una «concessione» - garantisce però che Aung San suu Kyi non sarà libera durante le elezioni parlamentari che dovrebbero tenersi l'anno prossimo. E questa è la cosa a cui più tenevano i governanti militari.

La leader dell'opposizione birmana «si prepara al peggio», aveva dichiarato il suo avvocato, U Nyan Win, alla vigilia della sentenza (la richiesta iniziale dell'accusa era stata di 5 anni). «E' innocente e va assolta», ha aggiunto, parlando al New York Times: «ma questo è un caso politico, e le autorità decideranno in modo politico». E così è stato: il risultato del processo è che Aung San Suu Kyi resta confinata nella casa dove ha trascorso agli arresti domiciliari ben 14 degli ultimi 20 anni.

La sentenza ha provocato condanne in tutto il mondo, dal segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon all'Unione europea, che chiederà all'Onu di inasprire le sanzioni verso la Birmania. Se le reazioni andranno oltre una generica «indignazione» è tutto da vedere - la Birmania esporta gas naturale e ha ottimi rapporti commerciali con i paesi confinanti.

La sentenza contro Aung San suu Kyi è un colpo per chi in occidente sperava in aperture di dialogo con Rangoon. In particolare per i sostenitori del «engagement» a Washington: l'amministrazione di Barack Obama sta in effetti preparando una revisione della sua politica di sanzioni economiche verso la Birmania; pochi giorni fa un gruppo di senatori Usa favorevoli al dialogo ha visitato la Birmania e incontrato esponenti della giusta di governo nella nuova capitale Napidaw.

Ancora la scorsa settimana un comunicato del dipartimento di stato diceva che «la porta resta aperta, se il regime birmano vorrà rispettare gli auspici del suo popolo (...) e prendere la via del dialogo dopo tanti anni di isolamento». La segretaria di stato Hillary Clinton aveva anche prospettato investimenti. Ma aveva chiesto un «primo passo»: rilasciare Aung San Suu Kyi e i circa 2.100 prigionieri politici detenuti in Birmania.

La sentenza pronunciata ieri va chiaramente nel senso opposto. E conferma che la giunta militare vede nella nobel per la pace la sfida più temibile alla sua legittimità. Si capisce: il suo partito, la Lega per la democrazia, aveva stravinto le elezioni parlamentari del 1990, quando il parlamento però non si è mai insediato perché i militari annullarono il voto.

Con le elezioni dell'anno prossimo, di nuovo, la giunta militare spera di dare un volto civile al regime militare: ma per garantisri un risultato addomesticato devono tenere Aung San Suu Kyi fuori dai giochi. Anche per questo l'intero fronte dell'opposizione democratica respinge le elezioni, come puro maquillage.


Aung San Suu Kyi condannata, Myanmar sempre più isolato
di Michele Paris - Altrenotizie - 12 Agosto 2009

Il verdetto tutto politico nel processo messo in piedi nella ex Birmania, ai danni del premio Nobel Daw Aung San Suu Kyi, è stato emesso ieri, con qualche giorno di ritardo, da un tribunale di Yangon. Nonostante la scontata sentenza di colpevolezza, alla leader del partito di opposizione “National League for Democracy” sono stati risparmiati la detenzione e i lavori forzati che si prospettavano minacciosamente. I 18 mesi di arresti domiciliari inflitti ad Aung San Suu Kyi rischiano in ogni caso di peggiorare ulteriormente le relazioni tra la giunta militare del Myanmar e i governi occidentali, in particolare gli Stati Uniti, proprio in un momento nel quale a Washington sembrava essere in corso un processo di revisione della tradizionale politica di sanzioni economiche e di duro confronto politico.

La leader democratica birmana era stata trasferita dalla sua abitazione, dove ha trascorso agli arresti domiciliari 14 degli ultimi 20 anni della sua vita, al famigerato carcere per detenuti politici di Insein, presso la ex capitale Yangon, il 13 maggio scorso. L’accusa di aver violato i termini della detenzione era stata sollevata dopo che un 53enne americano del Missouri - John Yettaw - aveva attraversato a nuoto il lago Inya, fino ad introdursi nell’abitazione di Aung San Suu Kyi, che gli aveva dato ospitalità per due notti. Lo stesso cittadino statunitense era stato successivamente arrestato e, secondo fonti diplomatiche, pare essere stato condannato a sette anni di lavori forzati.

La sentenza emessa ai danni di Aung San Suu Kyi è stata in realtà di tre anni di carcere e lavori forzati (cinque anni era la pena massima che rischiava), ma è stata commutata in un anno e mezzo di arresti domiciliari. L’arresto a metà maggio era giunto proprio alla vigilia della fine di una precedente condanna più volte prolungata. La mossa del regime birmano era apparsa unanimemente come una macchinazione per impedire alla carismatica leader dell’opposizione di partecipare alle elezioni politiche in programma per il prossimo anno e che dovrebbero conferire una legittimazione pseudo-democratica alla giunta militare guidata dal generale Than Shwe.

“Dal mio punto di vista, Aung San Suu Kyi è innocente e dovrebbe essere scagionata”, aveva dichiarato alla vigilia della sentenza il suo avvocato, U Nyan Win. “Tuttavia, questo è un caso politico e le autorità prenderanno una decisione da un punto di vista politico. Personalmente, non ho mai assistito ad una sentenza di proscioglimento in un caso politico”. Da settimane “preparata al peggio”, Aung San Suu Kyi potrà a breve tornare presso la propria abitazione dove venne costretta per la prima volta nel luglio del 1989. L’anno successivo, il suo partito vinse le elezioni parlamentari, conquistando 392 dei 489 seggi in palio, ma la consultazione venne immediatamente annullata dalla giunta militare.

La situazione interna del Myanmar è stata frequentemente al centro del dibattito politico americano quest’anno, fin dall’insediamento dell’amministrazione Obama. In particolare, il Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton qualche mese fa aveva prospettato una possibile inversione di rotta nei confronti del regime militare, dopo che la strategia basata esclusivamente sulle sanzioni non aveva dato alcun frutto. Nel corso di un suo viaggio in Tailandia a fine luglio però, l’ex first lady aveva inasprito i toni, mettendo in guardia l’occidente da un possibile accordo di fornitura di armi nucleari tra la Corea del Nord e il Myanmar, ma anche puntando il dito contro le persistenti violazioni dei diritti umani in quest’ultimo paese.

La scorsa settimana infine, una dichiarazione ufficiale del Dipartimento di Stato americano aveva lasciato nuovamente intravedere un possibile spiraglio per il dialogo, vincolato tuttavia alla liberazione immediata di Aung San Suu Kyi e degli oltre due mila detenuti politici: “La porta rimane aperta per il regime. Non è troppo tardi per mostrare rispetto nei confronti delle aspettative del popolo birmano e della comunità internazionale e per fare un passo avanti verso il dialogo dopo tanti anni di isolamento”.

Il governo democratico della Birmania, resasi indipendente dalla Gran Bretagna nel 1948, venne rovesciato nel 1962 da un colpo di stato militare guidato dal generale Ne Win. Una serie di proteste e manifestazioni contro il regime iniziarono a diffondersi per il paese nel 1988, finché, in seguito anche alle pressioni occidentali, nel 1990 vennero indette le prime elezioni libere in quasi tre decenni di storia del paese. Come già ricordato, la vittoria a valanga della National League for Democracy di Aung San Suu Kyi, alla quale sarebbe spettato l’incarico di Primo Ministro, non venne riconosciuta dalla giunta militare che si rifiutò di cedere il potere ad un governo democratico.

Da allora in Birmania il dissenso è stato duramente represso e i partiti di opposizione esclusi dalla discussione politica in un parlamento continuamente convocato e regolarmente aggiornato. Duramente colpito nel maggio 2008 dal ciclone Nargis che fece più di 200 mila morti, il Myanmar si aprì per un breve periodo all’occidente permettendo alle organizzazioni non governative e alle varie agenzie dell’ONU di prestare i soccorsi necessari.

Per il 2010 infine sono programmate le elezioni, teoricamente aperte a tutti i partiti. Una clausola del referendum costituzionale approvato nel maggio 2008 avrebbe tuttavia reso impossibile la corsa alla presidenza del Myanmar anche ad una Aung San Suu Kyi non costretta agli arresti domiciliari, in quanto sposata con un cittadino straniero. Il marito di Aung San Suu Kyi, deceduto nel 1999, era infatti cittadino britannico.

Le possibilità di un riavvicinamento a breve scadenza tra il Myanmar e i paesi occidentali, nonostante la relativa maggiore disponibilità al dialogo dell’attuale amministrazione americana rispetto alla precedente, riposano in realtà in gran parte sull’atteggiamento della Cina. In una relazione che per molti versi ricorda quella tra Pechino e la Corea del Nord, i rapporti bilaterali tra Cina ed ex Birmania sono storicamente molto stretti. Gli aiuti militari ed economici, nonché il supporto diplomatico, forniti dalla Cina risultano vitali per il Myanmar che fu, tra l’altro, il primo paese non comunista a riconoscere ufficialmente la Repubblica Popolare nel 1950, un anno dopo la sua fondazione.

I due paesi firmarono un trattato di amicizia e non aggressione già nel 1954, anche se le relazioni migliorarono ulteriormente negli anni Settanta e ancora sul finire del decennio successivo, quando Pechino e Rangoon stipularono un accordo commerciale e militare. L’influenza cinese sul Myanmar divenne ancora più profonda in seguito agli eventi politici nel 1990, quando la comunità internazionale cercò di isolare la giunta militare al potere.

Da parte sua la Cina, nonostante le pressioni occidentali, mantiene un basso profilo a livello ufficiale nei confronti del Myanmar. Il paese indocinese infatti continua ad essere una fondamentale fonte di approvvigionamento di petrolio e gas naturale, mentre dal punto di vista geo-politico i porti e le installazioni navali birmane consentono alla Cina di estendere la propria influenza su una regione strategicamente molto delicata, come quella del Golfo del Bengala.