giovedì 30 settembre 2010

News shake

Ritorna la rubrica News shake, mix di notizie a caso ma non per caso...














Il dibattito indiretto Ahmadinejad-Obama

di Thierry Meyssan* - www.voltairenet.org - 26 Settembre 2010
Tradotto per www.comedonchisciotte.org a cura di Matteo Bovis

I presidenti iraniano e statunitense si sono appena dedicati ad un insolito torneo verbale che è stato riferito in maniera frammentaria e deformata dai media occidentali. Mahmaoud Ahmadinejad si è espresso il 23 settembre 2010 nel pomeriggio dalla tribuna dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite [1].

Barack Obama gli ha risposto la mattina dopo al microfono della televisione BBC in persiano [2]. I due interventi formano un insieme che illustra il cambio di strategia da una parte e dall'altra. Non si tratta più di atteggiarsi a campione di due campi avversari, di due visioni del mondo, di scambiarsi invettive, ma di chiamare le rispettive popolazioni alla rivoluzione.

Un anno fa, Washington sperava di poter rovesciare l'amministrazione Ahmadinejad manipolando le folle nell'ennesima ripetizione delle sedicenti rivoluzioni colorate [3]. L'operazione, condotta in occasione dell'elezioni presidenziali del 2009, è fallita. Tuttavia, ha permesso di fissare nell'immaginario occidentale una rappresentazione fantasmagorica dell'Iran che sarebbe una dittatura.

Nel paese, ha avuto l'effetto opposto a quello atteso. Gli elettori dell'opposizione sono stati grandemente sorpresi e indignati dalla malafede del loro candidato e dalla sua volontà di prendere il potere mediante la piazza e non attraverso le urne.

Quanto al vincitore delle elezioni, ha perso il gusto al compromesso e deciso di ravvivare la Rivoluzione islamica nella sua radicalità. Il fossato tra le classi popolari e l'alta borghesia mercantile si è approfondito. La CIA e il NED pianificano nuove azioni, ma non si tratta più di rovesciare il regime nell'immediato, quanto di destabilizzarlo per indebolirlo sul piano internazionale.

Da parte sua, Teheran non ha mai pensato di fare guerra agli Stati Uniti. Per lungo tempo questi sono stati considerati come un blocco, una potenza coloniale alleata che succedeva all'Impero britannico, un Grande Satana che proteggeva i crimini israeliani. Oggi, l'amministrazione Ahmadinejad ha annodato relazioni con intellettuali e artisti dissidenti.

Ai suoi occhi, gli Statunitensi sono persone di buona volontà che prendono lentamente coscienza di essere governati da tiranni. Alla fine sono prevedibili rivolte che possono prendere forma rivoluzionaria o di secessione. La Rivoluzione islamica deve allearsi con gli attuali dissidenti per combattere insieme il sistema dominante.

E' qui che interviene il discorso di Mahmaoud Ahmadinejad. Prima di tutto, ha ricusato la teoria dello scontro di civiltà, enunciata da Bernard Lewis e resa popolare da Samuel Huntington [4]. Per questi pensatori, lo scontro è inevitabile. Gli Occidentali non hanno altra scelta che prepararsi militarmente allo scopo di uccidere per non essere uccisi. Per il presidente iraniano, tutto questo è assurdo.

All'epoca della globalizzazione, lo sviluppo negli scambi commerciali e culturali permette alla gente di scoprirsi e apprezzarsi reciprocamente. Quanto agli ebrei, ai cristiani e ai musulmani, la loro fede comune nel Dio unico deve condurli a stabilire relazioni armoniose.

Tuttavia, per Ahmadinejad se lo scontro di civiltà è un'ideologia artificialmente promossa dal movimento sionista allo scopo di dividere il mondo e dominarlo, esiste in effetti un conflitto che attraversa l'umanità: quello che oppone i valori materiali del capitalismo e della società dei consumi ai valori spirituali della Rivoluzione che sono la giustizia e l'eroismo.

Ciò detto, il nemico non è l'Occidente ma il materialismo da cui gli Occidentali sono affetti e che contamina il resto del mondo.

L'attuale sistema di dominazione s'iscrive nel prolungamento dello schiavismo, del colonialismo e dell'imperialismo. E' messo in atto da un gruppo transnazionale che per raggiungere i suoi scopi si appoggia principalmente sul Regno Unito, gli Stati Uniti e Israele.

Tenuto conto della superiorità militare di questi Stati rispetto a tutti gli Stati del mondo intero messi insieme, è illusorio sperare di vincere con le armi. Ma sapendo che spesso utilizza i Britannici, gli Statunitensi e gli Israeliani a loro danno, è possibile allearsi con questi popoli contro tale sistema di dominio.

Così come Marx immaginava di unire i proletari di tutti i paesi contro lo sfruttamento capitalistico, Ahmadinejad pensa che sia possibile unire gli oppressi contro il sionismo. In questa prospettiva, devono essere intrapresi degli sforzi per mostrare agli Statunitensi che sono essi stessi vittime di un sistema di cui credono a torto di avvantaggiarsi.

Indirizzandosi all'Assemblea generale, il presidente Ahmadinejad ha chiesto la creazione di una commissione d'inchiesta internazionale sugli attentati dell'11 settembre.

Rivolto agli Stati membri dell'ONU, ha sviluppato l'argomento della competenza. La risposta portata unilateralmente dagli Stati Uniti a questi attentati ha messo il Medio Oriente a ferro e fuoco senza risolvere il problema del terrorismo.

Per essere efficace, si sarebbe dovuto, nove anni fa, creare questa commissione d'inchiesta, analizzare i suoi risultati in seno all'ONU e concordare su scala internazionale una strategia antiterrorista. Non è mai troppo tardi per agire bene, le Nazioni Unite devono riprendere le loro prerogative per vincere il terrorismo e raggiungere la pace.

Per il pubblico statunitense, Ahmadinejad, basandosi su un recente sondaggio, ha evocato le tre ipotesi citate più frequentemente. Primo, gli attentati sono dovuti a un potente gruppo straniero; secondo, sono stati realizzati da un gruppo straniero ma hanno beneficiato della complicità passiva di elementi interni; terzo, sono stati orditi da elementi interni.

Contrariamente al discorso comune, non ha presentato Osama bin Laden come islamico ma citando il fatto che lui e la sua famiglia hanno affari in comune con i Bush. Informazioni che avevo rivelato nell'ottobre 2001 sul principale settimanale politico in lingua spagnola dell'America del Nord, Proceso, e che erano state riprese al Congresso dalla rappresentante Cynthia McKiney.

Questa presentazione mira ad inquadrare il dibattito: il problema non è lo scontro tra l'islam e l'Occidente, ma la dominazione del mondo da parte di una cricca che comprende i Bush e Osama bin Laden.

Nel corso dell'esposizione, l'ambasciatore degli Stati Uniti si è alzato e ha lasciato l'Assemblea generale. Su sua richiesta o su suo ordine gli ambasciatori di numerosi Stati hanno fatto lo stesso.

La consueta macchina di propaganda si è attivata per deformare e minimizzare le affermazioni di Mahmoud Ahmadinejad. I media atlantisti si sono sforzati di far credere che il presidente iraniano avrebbe insultato le vittime dell'11 settembre, nella stessa New York, pretendendo che gli Stati Uniti non siano le vittime ma i colpevoli.

E' sufficiente riferirsi al testo del discorso per verificare la manipolazione. Ora, in questo documento, Ahmadinejad esprime la sua desolazione per le vittime. Le pone subito allo stesso livello delle centinaia di migliaia di morti, di feriti e di profughi della guerra al terrorismo.

Si sofferma a considerare che le sofferenze degli uni sono uguali alle sofferenze degli altri. E torna ancora una volta ad affermare che lo scontro di civiltà è un'illusione e che siamo tutti vittime del medesimo sistema.

Il Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, riunitosi d'urgenza, ha deciso che Barack Obama si sarebbe indirizzato al più presto agli Iraniani chiamandoli all'insurrezione per dissuadere Teheran dal proseguire la sua offensiva.

E' stata organizzata un'intervista sulla rete televisiva della BBC in persiano, che gode in Iran di maggiore audience dei canali televisivi statunitensi in persiano. Tecnicamente, questo compito sarebbe spettato al Consigliere per la sicurezza nazionale incaricato delle comunicazioni strategiche, Ben Rhodes.

Accade che il signor Rhodes sia la persona che ha redatto il rapporto della Commissione presidenziale Kean-Hamilton sull'11 settembre. A tale titolo, è lui ad aver inciso nel marmo la teoria del complotto islamico con i suoi 19 kamikaze e il suo sardonico Bin Laden nascosto in una grotta afghana.

Il presidente Obama è stato intervistato da Bahman Kalbasi, un giornalista iraniano che pretende di essere scappato dal suo paese nel 2001 per sfuggire alla dittatura e che nondimeno ha potuto liberamente tornare sul posto per realizzare dei documentari.

Per cominciare, Kalbasi ha chiesto al presidente Obama di commentare le affermazioni del suo omologo iraniano sull'11 settembre. Questi ha risposto: "E' stato scioccante. E' stato odioso. E ha fatto queste dichiarazioni qui a Manhattan, proprio a nord di Ground Zero, dove delle famiglie hanno perduto i loro cari ... gente di tutte le religioni, di tutte le origini vedono questi attentati come la tragedia essenziale di questa generazione. Per lui aver fatto questo tipo di affermazioni non è scusabile."

Hanno voglia gli Iraniani di rileggere il discorso di Ahmadinejad, non ci troveranno niente di scioccante né di odioso. Nessuna provocazione, solo domande legittime. Poco importa, Obama prosegue stabilendo una distinzione tra la reazione emotiva degli Iraniani all'indomani dell'11 settembre, fatta come dappertutto nel mondo di compassione per le vittime, e quella del "regime".

Nel resto dell'intervista, egli spiega che la politica dell'amministrazione Ahmadinejad è a un'impasse. Secondo lui, non può portare frutti e provoca sanzioni di cui gli Iraniani subiscono e subiranno le dure conseguenze nella loro vita quotidiana. Sviluppa questa logica in vari campi e conclude sulla questione palestinese. Assicura anche in questo caso che il radicalismo non porta da nessuna parte e che la pace laggiù passa per un compromesso con Israele.

Questa intervista è una messa in guardia non velata verso le intenzioni di Teheran: non provate a seminare turbamento nella popolazione statunitense o noi faremo lo stesso con voi. Si basa sull'idea che gli Iraniani sconfesserebbero una politica per la quale pagano un prezzo alto senza ricevere per il momento nulla in cambio. Annuncia una nuova operazione di destabilizzazione in occasione delle riforme economiche.

Per evitare l'asfissia, l'Iran, sottomesso a un embargo da parte dell'ONU e ad altri embargo unilaterali, deve liberarsi dei suoi prezzi sovvenzionati e liberalizzare il suo mercato interno. Questo brutale adattamento non mancherà di provocare malcontento. Washington intende coalizzarlo contro il governo attorno alla figura di Hossein Moussavi.

Tuttavia questo progetto deve superare diversi ostacoli. In primo luogo, gli scontenti della riforma economica possono dubitare della capacità di Moussavi di rappresentarli. Infatti, durante la sua campagna elettorale, [Moussavi] ha difeso il principio di un'economia liberale all'americana. Non sembrerebbe quindi nella posizione ideale per opporsi in maniera credibile ad una liberalizzazione del mercato interno.

Secondariamente, l'argomento di un prezzo troppo alto di una politica radicale ha poche possibilità di fare presa in Iran, uno Stato rivoluzionario dove, da 32 anni, viene coltivato l'eroismo. Anzi, per molti può risultare insultante.

Infine, la scelta di concedere l'intervista alla BBC in persiano è maldestra. Invitato da Talebzadeh a Secrets, la principale trasmissione politica del paese, in occasione della commemorazione dell'11 settembre, avevo esposto la necessità di una commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite e avevo affrontato l'implicazione della BBC nel complotto dell'11 settembre.

Ci si ricorda che quel giorno la Torre 7 del World Trade Center, detta Torre dei Salomon Brothers, è crollata nel pomeriggio senza essere stata colpita da alcun aereo. Per evitare che questo avvenimento spingesse la gente a porsi domande più approfondite sul crollo delle Torri gemelle, i complottisti avevano imposto una spiegazione immediata.

Le Torri nel loro crollo avrebbero fatto tremare il terreno e indebolito le fondamenta della Torre 7. Per assicurarsi che questa versione venisse ripresa, i complottisti la diffusero attraverso la BBC addirittura prima della caduta della Torre 7. .

Su questo video, si vede la giornalista della BBC commentare il crollo mentre si vede alle sue spalle l'edificio intatto che crollerà solo 12 minuti più tardi. La televisione pubblica britannica ha condotto un'operazione di disinformazione caratteristica. Notiamo di passaggio che ciò implica una responsabilità del Regno Unito in quanto Stato nella creazione del mito.

Riassumendo, il presidente della Repubblica islamica dell'Iran ha dichiarato al mondo in generale ed agli Stati Uniti in particolare che i morti dell'11 settembre non sono vittime dell'islam. Ha auspicato una commissione d'inchiesta internazionale i cui risultati possano mostrare che i morti USA come i morti del Medio Oriente sono ugualmente vittime del sistema di dominazione mondiale.

Da parte sua, il presidente degli Stati Uniti si è indirizzato agli Iraniani su un canale televisivo i cui dirigenti hanno partecipato all'intossicazione dell'11 settembre per suggerire loro di non porre domande su questi attentati altrimenti avranno nuove sanzioni da sopportare.

In definitiva, la vivacità della reazione di Washington rivela la sua debolezza. Se è stato deciso di far esporre con urgenza il presidente Obama vuol dire che la casa è in pericolo. Il 74% degli Statunitensi pensano che elementi dell'amministrazione abbiano perpetrato l'11 settembre o che l'abbiano lasciato perpetrare.

Ciononostante, non si rivoltano contro l'autorità che considerano responsabile della morte di circa 3000 propri concittadini. Perché fino a adesso sono stati persuasi che i fanatici della sicurezza nazionale possano commettere crimini contro la popolazione se questi sono ritenuti utili alla grandezza del paese.

Ora, quello che il presidente Mahmoud Ahmadinejad suggerisce è al contrario che i complottisti hanno agito nell'interesse di un gruppo transnazionale a danno degli interessi degli Statunitensi, considerati alla stregua di carne da cannone destinata ad agonizzare sui campi di battaglia del Medio Oriente allargato. Questa idea mette in pericolo il sistema di dominazione mondiale perché è capace di risvegliare la coscienza del popolo statunitense e di spingerlo alla rivolta.

* Thierry Meyssan, Analista politico francese, presidente-fondatore del Réseau Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica ogni settimana cronache di politica estera sulla stampa araba e russa. Ultima opera pubblicata: L’Effroyable imposture 2, éd. JP Bertand (2007).

NOTE

1] « Discours à la 65ème Assemblée générale de l’ONU », di Mahmoud Ahmadinejad, Réseau Voltaire, 23 settembre 2010. [Una traduzione italiana del discorso pronunciato da Ahmadinejad alle Nazioni Unite si può leggere sul sito www.luogocomune.net, a cura di Massimo Mazzucco, NdT] .

[2] « Interview with Barack Obama by BBC Persian », Voltaire Network, 24 settembre 2010. .

[3] « La CIA et le laboratoire iranien », « La "révolution colorée" échoue en Iran », di Thierry Meyssan ; « Iran : le bobard de l’élection volée », di James Petras, Réseau Voltaire, 17, 19 e 24 giugno 2009. .

[4] « La "Guerre des civilisations" », di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 giugno 2004. .


Quello che l'America si è lasciata dietro in Iraq
di Nir Rosen* - Foreign Policy.com - 7 Settembre 2010
Traduzione di Ornella Sangiovanni per www.osservatorioiraq.it

E' ancora peggio di quello che si pensa

Centinaia di auto che aspettano nel caldo di passare lentamente attraverso uno delle decine di checkpoint e le perquisizioni che devono sopportare quotidianamente. Il frastuono costante dei generatori.

L'odore del carburante, dei liquami, del kebab. Armi automatiche che ci si trova puntate alla testa e che escono da veicoli militari, da fuoristrada dai vetri oscurati. Montagne di rifiuti. Voci sull'ultimo omicidio o sull'ultima esplosione.

Benvenuti nel nuovo Iraq, uguale al vecchio – anche se Barack Obama ha dichiarato finita l'Operazione Iraqi Freedom di George W. Bush, e ha annunciato l'inizio della sua Operazione Nuova Alba, e il Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliki ha dichiarato l'Iraq indipendente e sovrano.

Dichiarazioni di sovranità l'Iraq ne ha avute diverse – dalla prima nel giugno 2004. Come è stato per le tappe fondamentali precedenti, non è chiaro che cosa significhi esattamente quest'ultima.

Da quando gli americani hanno dichiarato la fine delle operazioni di combattimento, gli Stryker e i veicoli MRAP statunitensi si possono vedere mentre fanno pattugliamenti in alcune parti del Paese senza essere accompagnati dagli iracheni, e gli americani continuano a condurre operazioni militari unilaterali a Mosul e altrove, anche se sotto la parvenza di "forza di protezione" o di "neutralizzazione degli ordigni esplosivi improvvisati".

Ufficiali delle forze armate americane in Iraq mi hanno detto di essere arrabbiati per l'annuncio politicamente motivato della Casa Bianca sul ritiro delle truppe da combattimento. Quelle che restano si considerano ancora truppe da combattimento, e i comandanti dicono che poco è cambiato nelle loro regole di ingaggio – reagiranno ancora alle minacce in modo preventivo.

L'Iraq è tuttora ostacolato rispetto a una piena indipendenza – e non solo dalla presenza di 50.000 soldati statunitensi. Lo Status of Forces Agreement, che specifica che le forze Usa se ne saranno andate completamente entro il 2011, priva l'Iraq di una sovranità totale.

Le sanzioni del Capitolo 7 delle Nazioni Unite lo costringono a pagare il 5 % dei suoi proventi petroliferi in risarcimenti, soprattutto ai kuwaitiani, negando agli iracheni una piena sovranità e isolandoli dalla comunità finanziaria internazionale. Anche l'ingerenza saudita e iraniana, sia politica che finanziaria, ha limitato le possibilità dell'Iraq riguardo a democrazia e sovranità.

Per tutta la durata dell'occupazione, le decisioni principali relative a quale forma dovesse avere il Paese sono state prese dagli americani, senza input o voce in capitolo da parte degli iracheni: il sistema economico, il regime politico, l'esercito e la sua lealtà, il controllo sullo spazio aereo, e la formazione di milizie e gruppi tribali di tutti i tipi. Gli effetti rimarranno per decenni, a prescindere da qualsiasi tappa fondamentale futura gli Stati Uniti possano volere annunciare.

Gli americani, nel frattempo, sono preoccupati di perdere la loro influenza in un momento in cui sono ancora forti le preoccupazioni su una ripresa della rivolta, sulle milizie sciite, e sull'esplosione della polveriera arabo-kurda di cui tutti parlano da sette anni. Nell'ambasciata Usa a Baghdad in molti si chiedono quale sia la visione di Obama per l'Iraq. Arrivati all'estate 2006, Bush si svegliava tutti i giorni e voleva sapere cosa stava succedendo in Iraq. Obama è molto più distaccato.

I diplomatici americani sono preoccupati inoltre di perdere presto la loro capacità di capire e influenzare il Paese. Oltre a Baghdad, presto ci saranno solo altre quattro sedi. In gran parte del sud gli Stati Uniti non avranno una presenza: non ci saranno americani fra Bassora e Baghdad, e neppure nelle province di Anbar o di Salahuddin. In ambasciata, alcuni temono di stare abbandonando il "cuore sciita".

I diplomatici che sono ancora nel Paese avranno meno mobilità e accesso, anche se nominalmente stanno assumendo il comando subentrando alle forze armate, perché sarà più difficile trovare scorte militari quando vorranno viaggiare. "Non si può tenere un rapporto da pendolari", mi è stato detto.

Nella migliore delle ipotesi, impossibilitati a proteggere zone da visitare in elicottero o a comunicare con gli iracheni che si destreggiano nella scocciatura di cercare di entrare nella Green Zone, i diplomatici nei quattro avamposti faranno da posti di ascolto o da prima linea di difesa. Sperano di venire considerati come il mediatore onesto fra kurdi e arabi in nord Iraq, dove si è spostato il focus degli americani come parte del consolidamento dei "risultati strategici".

Ma si lamentano di non avere i fondi per poter fare bene il loro lavoro, anche se le quattro sedi fuori Baghdad verranno a costare molto. Dicono che gli Stati Uniti hanno speso centinaia di miliardi di dollari nella guerra in Iraq, ma adesso stanno facendo gli spilorci sugli stipendi dei funzionari di livello inferiore.

Una speranza di cambiamento dipendeva dalle elezioni nazionali di quest'anno, che si sono tenute il 7 marzo, e sono finite praticamente in un pareggio fra il partito Iraqiya dell'ex Primo Ministro Ayad Allawi e la Coalizione dello Stato di Diritto di Maliki. Le elezioni tuttavia hanno rappresentato una pietra miliare nell'evoluzione politica del Paese.

A prescindere dall'esito - Maliki ha contestato il conteggio dei voti ma non è riuscito a ribaltarlo – le elezioni non accelereranno un ritorno alla guerra civile. Lo Stato è forte, e le forze di sicurezza prendono sul serio il proprio compito – forse troppo sul serio. Le milizie confessionali sono state sconfitte ed emarginate, e i sunniti hanno accettato il fatto di avere perso la guerra civile.

Ma le controversie che circondano la competizione tuttora irrisolta indicano alcune gravi spaccature politiche a lungo termine. Il ritmo sempre più sostenuto del ritiro statunitense, assieme allo stato ancora irrisolto della mappa politica e all'ingerenza da parte degli Stati Uniti, dei sauditi, dell'Iran, e persino della Turchia, hanno portato a una competizione violenta a somma zero mentre i leader iracheni lottano per il potere.

Maliki era un candidato popolare, appoggiato dagli iracheni per avere schiacciato sia i gruppi armati sunniti che quelli sciiti, e come politico singolo è arrivato primo, staccando di molto Allawi - secondo. Ma i suoi candidati sono arrivati secondi, superati di poco da Iraqiya – una sorpresa dopo il risultato deprimente di Allawi nel 2005.

Dalla parte di Allawi ci sono i sunniti, inquieti per quella che percepiscono come influenza iraniana nel Paese. L'opposizione a Maliki spesso è incentrata sui suoi sospetti legami con l'Iran – un'illazione che echeggia l'idea tendenziosa dei sunniti secondo la quale un arabo non può avere una forte identità sciita senza essere filo-iraniano.

E malgrado l'approccio "dell'80%" da parte dell'amministrazione Bush – concentrarsi sugli sciiti e sui kurdi e ignorare i sunniti – la frustrazione del gruppo potrebbe portare alla destabilizzazione. Forse i sunniti non riuscirebbero a rovesciare il nuovo ordine dominato dagli sciiti, ma possono ancora montare una sfida limitata nei suoi confronti.

I kurdi, che per amici avevano solo le montagne (per parafrasare un detto kurdo), sono stati capaci di destabilizzare l'Iraq per 80 anni. Gli arabi sunniti sono presenti in molta più parte del Paese e hanno alleati in tutto il mondo arabo che possono rifornirli a sufficienza per destabilizzare l'Iraq più di quanto i kurdi non siano mai riusciti a fare.

Gli americani vogliono tenersi vicino Allawi proprio per questa ragione: ritengono che stia placando la rabbia dei sunniti. "Vorremmo vedere un ruolo importante per Allawi", ha detto l'ambasciatore Usa James Jeffrey durante una conferenza stampa in agosto, sostenendo che l'ex ba'athista sciita è riuscito a organizzare un cambiamento storico nella dinamica politica del dopoguerra mettendo insieme in una coalizione le forze sunnite e quelle laiche dietro un nuovo processo democratico.

Diplomatici statunitensi a Baghdad mi dicono che il comandante Usa uscente, Generale Raymond Odierno, è estremamente preoccupato della possibilità di una nuova rivolta se Iraqiya, la lista di Allawi, non dovesse essere soddisfatta.

Non è possibile fare Allawi Primo Ministro tout court, dato che non ha un appoggio traversale agli schieramenti politici. Gli potrebbe invece venir data una presidenza della Repubblica valorizzata con maggiori poteri, assieme ad alcuni controlli sul Primo Ministro Maliki - fra i quali un limite al mandato.

Nel frattempo, gli sciiti e i membri del gruppo di Maliki non sono affatto contenti all'idea di un Allawi presidente. Il ministro del Petrolio, Hussein Shahrastani, che è vicino a Maliki, ha avvertito gli americani che in molti all'interno dell'elite sciita considererebbero una forte presidenza Allawi come un golpe, che rovescia il nuovo ordine e riporta i brutti vecchi tempi di Saddam. Molti nel partito di Maliki sono fortemente anti-sunniti, proprio come molti nel partito di Allawi sono fortemente anti-sciiti, e temono che la storia si ripeta.

Maliki ha detto ai suoi confidenti che se lascerà la carica tutto ciò per cui ha lavorato negli ultimi quattro anni andrà a pezzi. Ritiene di aver ricostruito lo Stato iracheno quasi da solo. Senza di lui il partito dello Stato di Diritto non esiste, dato che è stato costruito attorno alla sua reputazione, e Maliki è il candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti a livello individuale. Allora i sadristi diventerebbero il più forte blocco sciita, e si tornerebbe all'anarchia e alla sofferenza del 2006.

E' difficile non essere d'accordo. Il Primo Ministro ha messo insieme una infrastruttura di potere enorme e relativamente stabile. Rimuovere lui e i suoi consiglieri e le sue istituzioni di sicurezza in un momento come questo potrebbe essere disastroso. Maliki era riuscito a convincere i sunniti scettici dopo il suo attacco contro le milizie sciite nel 2008 e a reinventarsi come un candidato che molti percepivano come un nazionalista laico.

Gli americani certamente ritengono che non esistano scenari senza Maliki, dato il rischio che i sadristi prendano il controllo. "Abbiamo fatto i calcoli", ha detto ad agosto nel corso di un evento il Generale Stephen Lanza, portavoce uscente delle forze armate statunitensi.

"Qui non abbiamo nessun potere o autorità reali", dice l'ambasciatore Usa Jeffrey. "Non abbiamo alcun diritto di intrometterci in modo minaccioso – quale che sia. L'unica cosa che abbiamo detto che si avvicini a un ripensamento delle nostre politiche è che ci fosse un governo nel quale i sadristi hanno un ruolo decisivo, dovremmo veramente domandarci se possiamo avere un futuro in questo Paese, vista la loro posizione politica".

Oltre a andarsene dal Paese, dice Jeffrey, gli Stati Uniti potrebbero fare marcia indietro rispetto alla loro vigorosa iniziativa per convincere le Nazioni Unite a togliere all'Iraq le sanzioni relative al Capitolo 7, se i sadristi dovessero assumere un ruolo dominante nel governo. "Probabilmente non saremmo troppo entusiasti di questa missione", dice Jeffrey, "e ci sono mille altri esempi di questo tipo". Da parte loro, i sadristi rifiutano di incontrare gli americani.

Stanno comunque negoziando con Allawi, offrendo di appoggiarlo in cambio del controllo sul ministero degli Interni e del rilascio di almeno 2.000 dei loro uomini che si trovano nelle carceri irachene. Allawi ha giustificato il suo flirt con i sadristi, che sono violentemente anti-americani, con il fatto che sarebbero soltanto maldestri e possono essere controllati.

E' una mossa che potrebbe seriamente rivelarsi un boomerang. In privato, Maliki dice che i sadristi sono pericolosi. Non crede che Allawi possa controllarli, insistendo che lui viene dal loro mondo e li conosce. Insiste che liberare semplicemente i prigionieri non è fra i suoi poteri legali. E i kurdi sono rimasti costernati dal flirt di Allawi con i sadristi: non vogliono che essi siano l'ago della bilancia.

I kurdi sono inoltre preoccupati per il fatto che molti dei politici sunniti di maggior peso nella lista di Allawi sono ostili alla loro visione del confine che divide il Kurdistan dal resto dell'Iraq. A causa di questo, i kurdi ora sono contrari all'eventualità che Allawi diventi Primo Ministro, e si sono buttati ad appoggiare Maliki.

Frustrato da questa sfilza di sconfitte nel campo delle pubbliche relazioni, Allawi si è rifugiato in alcune visite in Paesi arabi come l'Arabia Saudita, gli Emirati, il Kuwait, e la Siria a mo' di incoraggiamento.

Ma niente di tutto questo è di molto aiuto a Baghdad, dove conta, e sicuramente non lo aiuta in Iran, dove un governo guidato da Allawi verrebbe visto come una vittoria per i rivali di Tehran nella regione, i sauditi, senza parlare di una vittoria per i ba'athisti. L'Iran preferisce Maliki, anche se il loro rapporto non è affatto stretto come viene fatto credere dai sunniti.

In effetti, il potente vicino dell'Iraq non è riuscito a raggiungere molti dei suoi obiettivi. In Iraq l'Iran ha delle pedine ma non degli agenti. Persino il Consiglio Supremo islamico sciita, che venne formato in Iran, in realtà prova avversione per l'Iran.

I suoi membri, ex esuli iracheni che si erano messi insieme a Tehran durante il periodo in cui era al potere Saddam, ricordano l'umiliazione di essere guardati dall'alto in basso dagli iraniani per il fatto di essere arabi. Inoltre, i partiti sciiti hanno anche la loro base di potere, e non hanno bisogno dell'appoggio dell'Iran.

Tuttavia, l'ambasciatore iraniano a Baghdad è ancora molto attivo, e gli americani rifiutano di incontrarlo – un cambiamento sorprendente dati gli incontri che ci furono sotto l'amministrazione Bush.

Quanto ai turchi, vogliono trasformare il Governo regionale kurdo nel nord in uno stato vassallo della Turchia. Sono anche molto coinvolti a Baghdad. L'ambasciatore Jeffrey sostiene che la Turchia può accettare un governo guidato da Maliki, e questo è vero, anche se la Turchia preferisce Allawi; l'ambasciatore turco non ama Maliki, e ha contribuito a organizzare la lista Iraqiya. (Maliki l'ha presa in modo personale e ha temporaneamente privato l'ambasciatore del suo accesso alla Green Zone).

Triste a dirsi, nessuno di questi destreggiamenti in realtà conta poi molto. A prescindere da chi diventerà Primo Ministro o presidente, l'Iraq si avvia a diventare sempre più autoritario. I proventi del petrolio non entreranno per parecchi anni, quindi i servizi non miglioreranno. Anche quando arriveranno nelle casse dello Stato iracheno, i costi per le infrastrutture se li consumeranno tutti per l'immediato futuro.

La carenza di servizi significa che il governo si troverà ad affrontare il malcontento a livello dell'opinione pubblica, e per reazione diventerà più duro e più dittatoriale – anche se rimarrà una facciata democratica.

Dunque, per gli iracheni non se ne vede la fine. Dall'inizio dell'occupazione, nel 2003, oltre 70.000 di loro sono stati uccisi. Molti altri sono stati feriti. Ci sono milioni di nuove vedove e nuovi orfani. In milioni sono fuggiti dalle loro case.

Decine di migliaia di iracheni maschi hanno trascorso anni in carcere. Il nuovo Stato iracheno è fra i più corrotti al mondo. E' efficace solo nell'essere brutale e nel fornire un livello minimo di sicurezza.

Non riesce a fornire servizi adeguati alla sua popolazione, dove in milioni riescono a stento a sopravvivere. Gli iracheni sono traumatizzati. Ogni giorno ci sono omicidi con pistole col silenziatore e le piccole bombe magnetiche che si attaccano alle auto - note come "sticky bombs".

Nei Paesi confinanti, centinaia di migliaia di rifugiati languono in esilio, il settarismo confessionale è in aumento, e armi, tattiche, e veterani del jihad iracheno vanno diffondendosi.

A sette anni dalla disastrosa invasione americana, l'ironia più crudele in Iraq è che, in modo perverso, il sogno dei neo-conservatori di creare un alleato degli Stati Uniti moderato, democratico nella regione, che facesse da contrappeso a Iran e Arabia Saudita, si è realizzato.

Ma anche se la violenza in Iraq continuerà a diminuire e il governo diventerà un modello di democrazia, nessuno guarderà all'Iraq come a un leader. Nella regione, la gente ricorda – anche se l'Occidente se l'è dimenticato – i sette anni di caos, di violenza, e di terrore. Per loro, questo è quello che simboleggia l'Iraq.

Grazie alle guerre in Iraq e in Afghanistan, e ad altre politiche statunitensi fallimentari nel Medio Oriente più in generale, gli Stati Uniti hanno perso la maggior parte della loro influenza sui popoli arabi, anche se sono ancora in grado di esercitare pressioni su alcuni regimi.

La settimana scorsa, i media occidentali sono calati in Iraq per un ultimo 'embed', per uno sguardo all'"eredità", per chiedere agli iracheni se era "valsa la pena".

La notte del 31 agosto, ho sentito per caso un produttore televisivo americano che stava cercando di trovare una famiglia irachena che avrebbe guardato il discorso di Obama sull'Iraq in diretta. A Baghdad il discorso di Obama è andato in onda alle 3 di mattina. Ma Obama nel suo discorso non si è rivolto agli iracheni. E loro comunque non erano interessati.

La maggior parte degli iracheni a quell'ora erano svegli, ma erano a letto a soffrire per il caldo, senza riuscire a dormire, in attesa che tornasse l'elettricità in modo da poter far funzionare i loro condizionatori.


* Nir Rosen
è fellow al New York University Center on Law and Security e autore del libro di prossima pubblicazione Aftermath: Following the Bloodshed of America's Wars in the Muslim World. Le ricerche per questo articolo sono state possibili grazie al supporto del Nation Institute.


Iniziata l'offensiva di Kandahar
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 29 Settembre 2010

In Afghanistan, dopo mesi di rinvii, le truppe americane hanno lanciato nel fine settimana l'operazione 'Dragon Strike'. Dopo la tregua elettorale la Nato è passata all'offensiva in tutto il paese, con raid aerei anche oltre il confine pachistano

Terminata la tregua elettorale, le forze d'occupazione della Nato sono passate all'attacco in tutto il territorio afgano. In particolare a Kandahar, dove è scattata la grande offensiva militare annunciata e rimandata per mesi, e nelle province orientali, da Laghman a Khost, dove l'aviazione alleata ha condotto negli ultimi giorni pesanti bombardamenti, provocando vittime civili e sconfinando anche in territorio pachistano.

Nel fine settimana, dopo mesi di attesa e preparativi, le truppe corazzate americane hanno lanciato l'operazione Dragon Strike (video), volta a strappare ai talebani il controllo dei distretti rurali di Arghandab, Zhari e Panjwai che circondano la città di Kandahar.

I carri armati Abrams, coperti dagli elicotteri Apache, hanno aperto la strada alla fanteria, che sta avanzando lentamente tra i campi di marijuana (nella foto), riparandosi dietro i muretti di argilla e nei fossi.

La resistenza talebana è sostenuta, i combattimenti violenti. Diversi soldati americani sono già stati uccisi, alcuni colpiti dal fuoco nemico, altri saltati in aria sulle trappole esplosive che i guerriglieri hanno avuto tutto il tempo per preparare.

La Nato è passata all'offensiva anche nelle province orientali del paese. Sulle montagne di Laghman, a est di Kabul, truppe Usa e afgane hanno lanciato un'operazione contro le roccaforti talebane del distretto di Alishang.

Sabato è intervenuta l'aviazione, che ha bombardato un villaggio uccidendo una trentina di persone: tutti guerriglieri talebani secondo i comandi Isaf; anche donne e bambini secondo la gente del posto, che ha poi inscenato una manifestazione di protesta dispersa a fucilate dalla polizia afgana.

Più a sud, nella provincia di Khost, la guerra della Nato si sta gradualmente estendo oltre il confine pachistano, finora varcato solo dai droni telecomandati della Cia (venti incursioni dall'inizio del mese, con almeno 120 morti) e da commando di forze speciali Usa sotto copertura.

Nel weekend, elicotteri da guerra americani Apache e Kiowa, con le insegne della missione Isaf sulle fusoliere, sono penetrati ben tre volte nello spazio aereo pachistano per bombardare le basi talebane nella zona di Datta Khel, in Nord Waziristan: almeno una cinquantina i talebani uccisi secondo i comandi americani.

Mentre al fronte la guerra della Nato si fa sempre più dura, i governi alleati fanno sempre più fatica a mantenere il consenso popolare per una campagna militare dai costi umani ed economici sempre più elevati, e dai risvolti sempre più inquietanti e imbarazzanti.

Negli Stati Uniti continua a suscitare sdegno la macabra vicenda dei soldati americani che si divertivano a uccidere civili afgani come passatempo, conservando come trofeo le loro ossa (lunedì è iniziato il processo a loro carico); l'Australia è sotto shock per la condotta delle proprie forze speciali, accusate di aver ucciso dei bambini nel corso di un'operazione.

Dopo nove anni di guerra presentata come un'umanitaria missione di pace, il vero volto dell'occupazione militare dell'Afghanistan sta lentamente emergendo dietro la maschera della propaganda. Non solo per quanto riguarda gli orrori e le brutalità che caratterizzano questo come ogni altro conflitto armato.

Anche i giochi sporchi e i segreti di questa guerra stanno venendo a galla. L'ultimo caso - dopo il ciclone Wikileaks - riguarda il libro 'Operazione Cuore Nero', scritto dal tenete colonnello Anthony Shaffer, ex operativo Cia in Afghanistan: appena uscito in libreria, il Pentagono ha acquistato e distrutto tutte le copie per ''tutelare la sicurezza nazionale''.



Afghan Express
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 29 Settembre 2010

Ultimata la prima linea ferroviaria afgana: collegherà Mazar-i-Sharif al confine uzbeco, facilitando commerci, rifornimenti a truppe Nato e traffici di droga

I lavori sono praticamente terminati. I primi convogli di collaudo, trainati da motrici di fabbricazione russa, già sferragliano sui binari appena posati in mezzo alle piatte steppe della provincia settentrionale di Balkh.

Entro fine anno verrà ufficialmente inaugurata la prima ferrovia merci afgana: 75 chilometri di strada ferrata che collegheranno la città afgana di Mazar-i-Sharif al confine uzbeco (varco di Hairatan), facilitando gli scambi commerciali, i rifornimenti militari della Nato e l'export di droga.

La linea, realizzata nel giro di un anno da un'impresa statale uzbeca e finanziata dalla Banca per lo Sviluppo Asiatico (controllata da Washington), attraversa l'unico territorio afgano ancora 'sicuro', dove la guerriglia talebana non è ancora arrivata.

I lavori di costruzione sono andati lisci, ma il rischio che questa ferrovia diventi obiettivo di attacchi è elevato, vista la sua importanza strategica militare.

A proteggerla ci sarà la polizia afgana, che ha costruito baracche lungo tutto il tragitto, ma sopratutto i miliziani del generale Abdul Rashid Dostum, il signore della guerra uzbeco che da decenni regna incontrastato su queste regioni.

La linea che collega Mazar all'Uzbekistan rappresenta solo il primo tratto di una rete ferroviaria nazionale da duemila chilometri (e 6 miliardi di dollari) per trasporto merci ma anche passeggeri, che il governo di Kabul ha deciso di realizzare per collegare le principali città del paese tra loro e con i paesi confinanti.

La scorsa settimana le autorità afgane e i rappresentanti della China Metallurgical Group Corporation (Mcc) hanno siglato un accordo per la costruzione di 700 chilometri di ferrovia che collegheranno Mazar a Kabul, valicando l'Hindu Kush, e Kabul al confine pachistano (varco di Torkham, sul Khyber Pass), via Jalalabad.

Scopo dichiarato di questa linea sarà il trasporto del rame estratto dalla grande miniera di Aynak, a sud di Kabul, di proprietà della stessa compagnia cinese Mcc.

L'altro tratto ferroviario in fase di realizzazione, ma bloccato da problemi di finanziamento, è quello da 140 chilometri tra la città afgana nordoccidentale di Herat - sede del contingente militare italiano - e il confine iraniano (varco di Islam Qala).

I lavori, iniziati già nel 2007, sono fermi da tempo per il mancato arrivo dei fondi che il governo afgano avrebbe dovuto ricevere dall'Arabia Saudita.

Per il resto, la rete ferroviaria nazionale afgana prevede collegamenti tra Herat e il confine turkmeno (varco di Towraghondi), tra Herat e Mazar-i-Sharif, tra Sheberghan e il confine turkmeno (varco di Aqina), tra Mazar e il confine tagico (varco di Shir Khan Bandar), tra Kabul e il confine iraniano (varco di Zaranj) via Kandahar e Lashkargah, e tra Kandahar e il confine pachistano (varco di Spin Boldak).

Ma questi sono solo ambiziosi progetti sulla carta, probabilmente destinati a rimanere tali.



Sorridi, Fiamma Nirenstein!
di Miguel Martinez - http://kelebeklerblog.com - 29 Settembre 2010

L’onorevole berlusconiana Fiamma Nirenstein (da non confondere con Fiamma Nait e Deborah Firenstein), fautrice della Censura Planetaria, sta organizzando in questi giorni una grande manifestazione a Roma a sostegno di Israele, su cui speriamo di poter tornare.

Intanto, Fiamma Nirenstein supera se stessa (non è facile) con un articolo sul Giornale del 18 settembre, intitolato “L’Occidente reagisca alle minacce prima che sia tardi“.

Il presunto piano per uccidere il Papa significa quello che si sospettava, ma che troppi cercavano di ignorare: l’islam radicale vuole colpire al cuore la nostra civiltà, puntando sui suoi emblemi. Gli arresti dei sei algerini arrivano dopo settimane di tensione e di segnali trascurati. L’islamismo violento parla attraverso fatti, più che con le parole: mirare al Papa vuol dire essere determinati a cancellare i pilastri dell’Occidente. Il pastore Terry Jones è un stolto che voleva bruciare il Corano. E dall’altra parte sono arrivati gli incidenti nel Kashmir con 15 morti e le chiese assaltate, e adesso ecco il progetto – almeno così sembra – di uccidere Ratzinger.

L’islam più fondamentalista non vuole parlare, vuole solo comandare, colonizzando l’Europa, e gli Stati Uniti, vuole l’annientamento di Israele. È un’invasione potenziale e reale che sottovalutiamo troppo spesso. I posteri si ricorderebbero di noi non per la nostra tolleranza, ma per la nostra colpevole arrendevolezza.

Basta pensare alla storia della moschea di Ground Zero. Quello è un santuario del nostro mondo con la sua libertà oltraggiosa per altre culture: là ci si concentra e si ripensa alle vittime di un assassinio di massa compiuto in nome del fascismo islamista, come lo chiamò adeguatamente George Bush. Se ci siete stati, sapete che ci si sente come in una chiesa, o in una sinagoga. E proprio questo è il punto. Là si colpì un simbolo dell’America giudaico cristiana. Là una Moschea rovescerebbe i significati, costruirebbe un centro di presenza islamica proprio un luogo che, per antonomasia, non lo è.”

Il resto sul blog della stessa Nirenstein.

Ora, si dà il caso che sul nostro blog abbiamo analizzato in dettaglio esattamente i tre “segnali” della “minaccia islamica” che lei ha scelto.

Uno. Sei spazzini algerini si scambiano delle battute sul Papamobile, vengono fermati e subito rilasciati. Fiamma ce lo racconta così: “l’islam radicale vuole colpire al cuore la nostra civiltà, puntando sui suoi emblemi“.

Poiché la signora Nirenstein si dichiara di fede ebraica, ci incuriosisce il fatto che lei ritenga il Pontefice Romano il “cuore” e l’emblema della “nostra civiltà”. Brevemente, le ricordiamo l’articolo XXXII dell‘Editto sopra gli ebrei di Papa Pio VI (1775 -1793):

“Che secondo le proibizioni contenute nella Bolla della san. mem. di Paolo IV la 3′, e nella 6. di 5. Pio V. e nella 19. della san. mem. di Clemente VIII. che incomincia Caeca & obdurata, gli Ebrei non giuochino, nè mangino, nè bevano nè abbiano altra familiarità, o conversazione con i Cristiani, nè questi con essi tanto ne’ Palazzi. Case. o Vigne. che nelle Strade. Ostarie. Bettole. Botteghe. o altrove, e gli Osti, Bettolieri. e Bottega i non permettano la conversazione tra Cristiani, ed Ebrei, sotto pena agli Ebrei di scudi dieci e del Carcere ad arbitrio, ed a’ Cristiani di scudi dieci e di altre corporali ad arbitrio.”

Ma anche i papi diventa Pilastri, quando si tratta di lanciare il progetto della “ Destra Giudeo-Cristiana“.

Due. I 15 morti del Kashmir – che poi sono 16 - sono musulmani , uccisi dalla polizia indiana , non hanno assaltato chiese (bensì una scuola) e non hanno agito in risposta al pastore Terry Jones, ma a un altro episodio.

Tre. Non c’è alcuna moschea a Ground Zero. Nel senso che non è a Ground Zero, né è una moschea ma un semplice luogo di preghiera, gestito da un imam sul ">libro paga dell’ufficio propaganda del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

Visto che si vive meglio senza tante paure? Che oggi è pure una bella giornata.


Palestina, riprende la colonizzazione israeliana in Cisgiordania
di Carlo M. Miele - www.osservatorioiraq.it - 29 Settembre 2010

La colonizzazione israeliana della Cisgiordania riprende a pieno ritmo.

Come annunciato nelle scorse settimane, Tel Aviv non ha prorogato la moratoria sugli insediamenti sancita lo scorso novembre e scaduta ieri a mezzanotte.

Ancor prima della scadenza ufficiale del provvedimento, i bulldozer israeliani hanno ripreso i lavori ad Adam, nel nord della Cisgiordania, dov’è prevista la costruzione di una trentina di nuovi appartamenti.

Ma altri interventi sono previsti in almeno otto altre colonie sparse nei Territori palestinesi occupati, come Kiryat Arba, presso Hebron.

Complessivamente - secondo quanto reso noto dalla radio nazionale dello Stato ebraico - verranno ripresi “immediatamente” i lavori per non meno di 1500 nuove unità abitative, per le quali esiste già l’autorizzazione delle autorità israeliane.

La ripresa della colonizzazione è stata celebrata ieri dai coloni in due diverse manifestazioni, cui hanno preso parte anche diversi deputati ed esponenti del governo israeliano.

“Il congelamento è terminato”, ha dichiarato Danny Danon, membro del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu, in un raduno che ha visto la partecipazione di circa 2mila persone.

Visibilmente soddisfatto anche Danny Dayan, dirigente di Yesha, la principale organizzazione dei coloni della Cisgiordania, che ha preso parte alla cerimonia tenuta nell’insediamento di Revava, nella parte nord dei territori occupati.

“La missione del sionismo – ha detto Dayan – è quella di costruire sulla terra di Israele e da questa sera noi riprenderemo questa missione”.

“Adesso potremo tornare alla normalità”, ha fatto sapere David Haivri, presidente del consiglio regionale della Samaria (parte nord della Cisjordania).

Negoziati a forte rischio

La ripresa delle colonie mette a forte rischio i negoziati ripresi lo scorso 2 settembre tra Israele e Autorità nazionale palestinese (Anp), visto che proprio lo stop agli insediamenti rappresenta la precondizione posta dai palestinesi per trattare con la controparte.

Nei giorni scorsi - e nonostante le pressioni della comunità internazionale - il governo di Tel Aviv aveva respinto l’ipotesi di un prolungamento della moratoria sulle colonie (che tra l’altro non aveva mai compreso Gerusalemme est), proponendo in cambio una colonizzazione “rallentata”, ossia “non troppo visibile”, con un massimo di circa 2mila nuove abitazioni per anno.

L’escamotage israeliano non ha accontentato l’Anp, che tuttavia ha chiesto una settimana di tempo (fino al 4 ottobre) prima di rendere nota la propria posizione ufficiale in merito.

Diverse formazioni palestinesi, tuttavia, stanno facendo pressione sul presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) perché abbandoni il tavolo sin da subito.

Il Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp) ha fatto sapere che la ripresa dei negoziati rappresenta una “ritrattazione” della decisione presa dal Consiglio centrale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e ha annunciato il boicottaggio delle prossime riunioni, in segno di protesta.

Duro anche Mustafa Barghouthi, leader del movimento Mubadara, che ha definito i negoziati in corso “una copertura che consente l’annessione israeliana, la consacrazione del regime di apartheid e la liquidazione dei diritti dei palestinesi”.


Arriva la superstangata UE. Italia come la Grecia?
di Marcello Foa - http://blog.ilgiornale.it - 29 Settembre 2010

Come capita di sovente le notizie più importanti sono quelle che sfuggono al radar dei grandi media. E infatti questa notizia non la trovate sulla home page dei principali quotidiani nazionali (tranne quella del Giornale.it), ma solo su quelli economici come il Sole 24 Ore, ma con tono anodino, tranquillizzante.

E invece è una bomba, che annuncia una superstangata europea per l’Italia, che rischia di dover adottare misure simili a quelle imposte alla Grecia.

Infatti la Commissione europea ha adottato la proposta legislativa che riscrive il Patto di Stabilità. I dettagli tecnici e la versione soft li trovate in questo articolo del Sole 24 Ore ( http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-09-29/nuovo-patto-stabilita-stretta-130210.shtml?uuid=AYM8spUC ), ma le sue implicazioni sono spiegate molto bene in questo pezzo del Fattoquotidiano ( http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/27/ue-conti-pubblici-berlino-detta-la-linea-dura-e-per-l’italia-sono-guai/65182/ ).

In sintesi.

- I Paesi caratterizzati da un rapporto debito/Pil superiore al 60% dovranno infatti tagliare l’eccesso del proprio debito di almeno un ventesimo all’anno se vorranno evitare di incorrere nelle sanzioni di Bruxelles.

Dunque l’Italia dovrà tagliare otto punti in tre anni, pari a 130 miliardi di euro

- Chi non ottempera deve pagare una multa pari allo 0,2% e subire tagli ai fondi per lo sviluppo e ai sussidi agricoli, sospensione del diritto di voto nel Consiglio dei ministri dell’Unione per quegli Stati membri incapaci di adeguarsi alle direttive.

A spingere in questa direzione è l’establishment europeo del misterioso presidente Von Rompuy, che il Financial Times considera molto influente (guarda caso), e della Germania che guida il drappello dei “duri e puri”.

Non è ancora detto che il Patto di stabilità venga adottato in questa forma. L’Italia si oppone, la Francia anche. Ma la direzione è quella e d’altronde lo stesso Tremonti, nell’intervista che poche settimane fa ho citato su questo blog, ha lasciato intendere che la decisione ormai è presa. L’Italia potrà limare e attenuare, ma non potrà spingersi oltre.

Da parte mia alcune considerazioni.

- Che l’Italia debba ridurre il debito è fuor di dubbio, ma imporre una tabella di marcia di questo tipo mi sembra folle, perché significa uccidere qualunque speranza di crescita e, anzi, in epoca di deflazione come questa, provocare un arretramento dell’economia reale e uno suo depauperamento, questo sî strutturale. Crollo dei consumi, moria di piccoli commerci e piccole imprese, aumento della disoccupazione. Il rimedio è peggiore del male?

- Che senso ha punire con multe stratosferiche un Paese che non ha risorse finanziarie per rispettare la tabella di marcia? E’ come chiedere soldi a un imprenditore sul lastrico. Non li ha e così accentui le sue difficoltà. Misura strampalata.

- Dietro questo percorso vedo delinearsi due disegni.

Quello dell’establishment europeo che si batte per il definitivo disgregamento degli Stati nazionali e un trasferimento di potere e sovranità a Bruxelles, ma senza consenso popolare diretto; dunque gestendo l’Europa secondo gli attuali nebulosissimi criteri, che attribuiscono all’Europarlamento poteri marginali.

E quello della Germania la quale pretende che l’Europa si adegui ai propri standard, senza chiedersi se tutti i Paesi possano adottare le sue strutture economiche, finanziarie e sociali.

Come ho già scritto, riconosco ai tedeschi molti meriti, ma il loro modello non è applicabile dappertutto e non può essere esportato in modo rigido, perché implica, alla lunga, l’eliminazione delle peculiarità di Paesi come l’Italia, che hanno un alto debito, ma anche virtù industriali proprie.

Il rischio è di appiattire tutta l’Europa, rendendola nominalmente più stabile ma di fatto più povera, molto più povera, per compiacere la Germania. Ne vale la pena?

Entrambi gli scenari mi sembrano molto inquietanti. Ma sui giornali nessuno (o quasi) ne parlerà in questi termini. Prevarrà la retorica, prevarranno il provincialismo e la pavidità delle nostre élite (anche giornalistiche)

O no?



L'Islanda chiede il conto all'ex premier
di Antonio Marafioti - Peacereporter - 29 Settembre 2010

Geir Haarde, ex capo del governo di centro destra, è stato deferito dal parlamento a un tribunale speciale per "negligenza" nel crack delle banche nel 2008. E' la prima volta che un leader politico affronterà un processo simile.

L'ex primo ministro islandese Geir Haarde è stato deferito a un tribunale speciale con l'accusa di "negligenza" nella prevenzione della crisi economica globale. È la prima volta nella storia che un ex capo di governo subirà un processo in base a questo capo d'accusa.

Votazione. Dopo aver accolto all'unanimità le conclusioni del rapporto nero di 2,300 pagine, stilato da una commissione governativa e che raggruppa tutti gli errori politici legati al crack bancario del 2008, i 63 parlamentari islandesi si sono pronunciati sulla mozione di processabilità di Haarde.

L'ex premier, a differenza di tre ministri del suo governo, ha subito una sconfitta per 33 voti favorevoli all'impeachment contro 30 contrari. "Voglio rispondere a tutte le accuse davanti al giudice e sarò vendicato" ha commentato a caldo l'ex leader del partito Indipendentista.

Oltre alla sua imputabilità i membri della Althingi, il parlamento islandese, dovevano anche pronunciarsi su quella di Arni Mathiesen, Ingibjorg Gisladottir e Bjorgvin Sigurdsson, rispettivamente ex titolari dei dicasteri di Finanza, Affari Esteri e Commercio.

Le loro responsabilità sarebbero, secondo i legislatori, inferiori rispetto a quelle del loro ex numero uno dimessosi lo scorso 25 gennaio all'indomani dello scoppio della crisi. La parola sulle sorti di Haarde, che nove mesi fa aveva annunciato anche di essere affetto da un tumore maligno alla gola, passerà alla magistratura a cui, per ora, spetta il compito di fissare la data della prima udienza del processo.

Tribunale ad hoc. Oltre l'inedito capo d'imputazione il processo prevede anche un'altra novità: il tribunale giudicante. L'organo, chiamato a pronunciarsi sul caso, sarà composto da cinque giudici della Corte suprema, dal presidente di una corte distrettuale, da un professore di diritto costituzionale e otto persone selezionate dal parlamento.

In caso di colpevolezza l'ex capo del governo di Reykjavík potrebbe essere condannato fino a due anni di reclusione. Pena che, secondo i rappresentanti del popolo, sarebbe appropriata per chi ha permesso che lo Stato isolano passasse da una situazione di crescita economica prodigiosa a un crack finanziario di proporzioni internazionali.

Il fallimento di due delle tre più grandi banche nazionali, la Kaupthing e la Landsbanki, aveva infatti coinvolto direttamente l'economia della Gran Bretagna, dai patrimoni dei privati agli investimenti delle grosse società finanziarie.

Solo i 300mila i risparmiatori privati inglesi che avevano aperto un conto on-line, attratti dalle promesse dei loro alti tassi d'interesse, hanno visto nel tempo sparire dalle casse delle loro banche di fiducia ben 4.5 miliardi di sterline.

Non è andata meglio alle aziende. La Chelsea Building Society, una delle 13 imprese di costruzione che si erano affidate alla Landsbanki, ha visto andare in fumo i fondi dei suoi depositi, 50 milioni di sterline, nel giro di poche ore. E ancora enti locali, multinazionali e perfino il West Ham United, squadra di calcio della Premier League inglese, sarebbero state coinvolte nel crack delle banche islandesi.

Ma il primo ministro continua a respingere tutte le accuse sostenendo "Ho la coscienza pulita. Queste denunce a mio carico trovano fondamento su una tattica persecutoria di carattere politico".

Non credono a questa versione gli islandesi che, afflitti da un tasso di disoccupazione sempre crescente, chiedono a gran voce che anche i tre ex ministri di Haarde siedano al banco degli imputati del Tribunale speciale.


Silvio il venerabile
di Giusy Arena e Filippo Barone* - www.ilfattoquotidiano.it - 28 Settembre 2010

In un libro un capo massone rivela: ha la sua loggia, ne fanno parte Previti e molti leader Pdl. Gioele Magaldi: "Le decisioni ufficiali del partito vengono prese in privato dagli affiliati e poi comunicate a tutti gli altri"

Dall’altro lato del pianeta massonico (…) si leva una voce che sembra dare corpo a una interpretazione molto più “forte” della P3: non si tratta di quattro sfigati (…). A sostenerlo è Gioele Magaldi, massone a capo di una nutrita corrente di dissidenti, il Grande Oriente Democratico (…) dietro di lui non meno di settemila massoni (…).

Una pesante lettera aperta compare in Internet il 26 luglio, Magaldi invita il “fratello Berlusconi” a ritirare alcuni provvedimenti, in particolare il Lodo Alfano e il disegno di legge sulle intercettazioni (…) Un terremoto silenzioso.

Dal premier nessuna risposta o smentita (…). La voce di Magaldi appare ferma, sicura. (…): “I rapporti di Berlusconi con la massoneria non sono mai cessati”. Ma prima fa una premessa: quello che fu scoperto nella casa di Gelli, l’elenco di 962 nomi più documenti, è solo una parte del materiale sulla P2.

Il resto – secondo lui la parte più scottante – non è stato divulgato. (…) Materiale custodito in almeno quattro parti diverse, perché potrebbe avere “conseguenze piuttosto traumatiche”. (…)

E oggi, questa P3 in che rapporti sta con quella P2?


FormalmentelaP3èun’invenzione della stampa, non è una loggia regolarmente costituita all’interno del Grande Oriente d’Italia, a differenza di quanto era avvenuto per la P2. Ma sostanzialmente esiste, eccome.

Chi sta in cima?

Si dice ci sia Berlusconi, più giù Dell’Utri e ancora Verdini, Carboni, e poi gli altri, i Martino, i Lombardi. La manovalanza…

Berlusconi e la massoneria…


Non fu un fatto superficiale l’adesione di Berlusconi alla P2 di Gel-li, come tante volte si è sentito dire. Non è finita lì. Il suo interesse alla massoneria, al mondo dell’esoterismo e dell’iniziazione lo coinvolge da sempre in modo significativo. Lui, che aveva già fatto studi esoterici prima, viene iniziato ai riti massonici da Giordano Gamberini e Licio Gelli. Entrambi in rapporti organici e strutturati con la Cia.

Tramite Flavio Carboni e Giuseppe Pisanu è stato in grandi e costanti rapporti con Armando Corona, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1982 al 1990. Poi, sempre tramite Carboni, Pisanu e Corona, è stato in rapporti stretti con lo scomparso presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Questo in gioventù, e poi?

Berlusconi è una sorta di maestro illuminato che, autonomamente, ha conquistato i gradi della sua successiva iniziazione. Ha frequentato direttamente il vertice, prima Gelli, poi il Gran Maestro Corona e altri del suo entourage. Non ha fatto vita di loggia,cessata la P2 non si è iscritto altrove. Ne ha fatta direttamente una sua…

In che senso?


Nei primi anni ’90 si dice che abbia ritenuto di aver compiuto il proprio percorso di formazione massonica in modo così adeguato da poter costituire un gruppo autonomo e indipendente (…). È una persona con un’altissima percezione di sé.

Che riconoscimento ha questa “loggia fatta in casa”, da parte delle altre logge?


Berlusconi ha rapporti con tutti gli ambienti internazionali massonici. Il problema è che oggi questi rapporti sono in crisi. È il suo problema più grande: la parte maggioritaria (…) ritiene che Berlusconi sia diventato un problema per l’Italia e non una soluzione.

Perché non offre un progetto strategico che possa essere in linea con l’idea massonica della società. Non ha fatto le riforme strutturali e ha attentato alle libertà fondamentali di uno Stato democratico e occidentale.

Berlusconi a capo di un gruppo autonomo. Gli altri?

È una loggia di cui farebbero parte alcuni suoi stretti collaboratori. Gustavo Raffi mi raccontò dell’affiliazione di Cesare Previti, tramite una loggia romana.

Carboni, Confalonieri, Letta, Verdini? Magaldi sorride, non si esprime ma sembra annuire. Andiamo per esclusione: Bossi, Tremonti?


No.

Bondi?

Lo escludo categoricamente

A un certo punto sembra sfuggirgli una precisazione, al nome di Dell’Utri lui specifica.

C’è chi racconta che Marcello Dell’Utri e suo fratello siano molto, diciamo, affascinati dal milieu massonico e farebbero parte di questo ambito così riservato, costituito da Berlusconi (Marcello e Alberto Dell’Utri, quindi)

Berlusconi, Verdini, Dell’Utri… sembra un normale vertice di partito, con l’anomalia d’essere fatta in casa. Perché scandalizzarsi?

Non proprio un vertice di partito. Non se si usano i paramenti e i rituali della massoneria. Non se partecipano fratelli non appartenenti alle forze politiche ufficiali o provenienti da paesi stranieri. E, soprattutto, se ne sono esclusi altri protagonisti del Pdl.

Quindi il problema sta nella cabina di regia…

Il problema è se le decisioni vengano prese in organi ufficiali del partito Pdl o vengano prese altrove. Si dice che le riunioni avvengano in luoghi significativi nelle varie case del premier. Vi sarebbe un luogo, una loggia massonica fatta in casa da Berlusconi che pianifica le strategie più importanti in ambito politico, aziendale… su tutti i piani dei suoi interessi.

È li che va cercata l’origine delle decisioni, di tutto ciò che poi tracima a diversi livelli. In questo modo le riunioni del Pdl sono svuotate di vero significato, perché non c’è una discussione, ma solo distribuzione di compiti e ordini imposti.

Ci sono persone all’interno della loggia che non fanno parte dell’entourage politico?


Direi di sì (…).

Massoni e partiti politici, quanti e dove?


Sono ovunque: nel Pdl, certo, ma in tutta la politica, anche Pd.

E nella Lega Nord?


Molti leghisti hanno il dente avvelenato perché sono stati rifiutati. (…) La massoneria ha molto caro il processo risorgimentale che ha portato all’Unità d’Italia. È interessante notare quanti leghisti di giorno suonano contro la massoneria e l’Unità e di notte vengono a chiederci di poter aderire…

Parlava di massoni dell’ex Forza Italia che sarebbero in dissenso con Berlusconi…


Quelli che ci hanno contattato sinora sono un gruppetto, ma il numero è significativo, quanto basta in questo periodo per far ballare la maggioranza.

Quindi: la P3 esiste, è una loggia massonica autonoma, creata e guidata da Silvio Berlusconi, si riunisce nelle sue case dove vengono svolti riti massonici, si sovrappone e sostituisce nelle decisioni ai vertici ufficiali e legittimi del Pdl, prende decisioni sulla politica nazionale come sugli affari privati del premier e comprende i membri dell’inchiesta che abbiamo fino ad ora raccontato.

*Autori del libro: “P3: tutta la verità” Editori Riuniti, 2010