giovedì 16 luglio 2009

Crisi economica: un altro autunno caldo

Qualche giorno fa sono stati resi noti i dati sulle Dichiarazioni dei Redditi 2008. La metà dei contribuenti italiani ha dichiarato al fisco meno di 15.000 euro di reddito, mentre solo lo 0,2% ha dichiarato più di 200.000 euro di entrate l’anno. In totale l’80% dei contribuenti ha dichiara­to fino a 26 mila euro l’anno.

Si tratta naturalmente dei guadagni maturati nel 2007, quando la crisi era solo alle porte.
Sarà interessante verificare tra due anni i redditi ottenuti nel 2009 in piena crisi per avere la conferma che non è solo una questione psicologica, come qualcuno imperterrito si ostina a propagandare.

Ma, nonostante la sua propaganda, il governo ha ben chiaro che la situzione è pesante e infatti ecco che rispunta di nuovo l'idea "geniale" dello scudo fiscale, presentata attraverso un emendamento al decreto legge anticrisi in commissione Bilancio e Finanze alla Camera.
I relatori del decreto Chiara Moroni e Maurizio Fugatti hanno dovuto però modificare la precedente versione del testo attraverso la quale venivano beneficiati reati come il falso in bilancio, il riciclaggio, la ricettazione e la bancarotta. Nella nuova versione nessun reato potrà più essere "salvato", ad eccezione della dichiarazione infedele e dell'omessa dichiarazione.

Per i capitali rimpatriati si prevede un'aliquota complessiva del 5%, applicabile alle attività finanziarie e patrimoniali detenute almeno fino alla data del 31 dicembre 2008 o rimpatriate e regolarizzate a partire dal 15 ottobre e fino al 15 aprile 2010.
Il governo è convinto di ottenere un gettito intorno ai 3-3,5 miliardi ma per ora, vista la sua "assoluta imprevedibilità", questo è stato fissato a un euro. E prima di diventare legge, lo scudo fiscale dovrà avere l'ok dall'UE; la BCE ha infatti già bloccato l'articolo del decreto legge anticrisi che introduceva una tassa sulle plusvalenze dell'oro.

Insomma, il governo si accinge all'ennesimo raschiamento di un barile senza più fondo, indice di una situazione a dir poco preoccupante, e sta anche pensando di modificare l'età pensionabile, legandola a partire dal 2015 all'aspettativa di vita.

Un altro autunno caldo è alle porte.


Ottobre Rosso: aspettando il default?
di Eugenio Benetazzo - www.eugeniobenetazzo.com - 15 Luglio 2009

Riceviamo ogni giorno bombardanti rassicurazioni da portavoce di organi istituzionali che il peggio sembra sia passato e che per rilanciare l'economia bisogna solo iniziare a spendere e consumare. Tutto questo in evidente contraddizione con quanto si sta paventando invece negli States, innanzi alla più grande crisi occupazionale della loro storia, forse peggiore di quella degli Anni Trenta. Più che affermare che il crollo è terminato mi sento di dire che siamo innanzi ad un rallentamento della caduta.

La mia personale view vede infatti un sostanziale miglioramento del climax finanziario a livello interbancario dovuto soprattutto agli interventi di stato ed a un ridimensionamento degli impieghi. Su quest'ultima voce ritengo che abbiano molto da raccontarci tutti i piccoli e medi imprenditori che in questi ultimi mesi oltre ad una contrazione violenta dei loro fatturati, adesso si vedono negato o revocato l'accesso al credito: inutile dire di come tutto questo avrà spiacevoli conseguenze sulla fiscalità diffusa.

Qui sta il vero pericolo in questo momento di mercato ovvero come gestire nei prossimi trimestri il crollo dei fatturati che in prima battuta si riversa in contenziosi occupazionali e sucessivamente va a ledere la vita intrinseca dell'apparato statale. Vedo infatti che nonostante si possano reperire dati agghiaccianti sulla dimensione della crisi, nessuna forza (o forse bisognerebbe dire farsa) politica si sta preooccupando di come gestire o tamponare l'ormai annunciato crollo del gettito fiscale che si sta delineando per l'anno d'imposta 2009.

Già alla fine del primo bimestre di quest'anno Bankitalia ha emesso un gravoso monito sulla sensibile contrazione delle entrate, suscitando non poche preoccupazioni su come verranno gestite le minori entrate. A riguardo per ben comprendere i rischi che si stanno delineando per il sistema Italia (al pari di altri paesi occidentali) mi permetto di riassumere la dinamica evolutiva della fiscalità diffusa, in modo da consentire a tutti di voi di percepire la reale dimensione della spesa pubblica italiana.

Dai dati riferiti alla fine del 2008 possiamo ricavare la seguente torta che ripartisce il debito italiano (oltre 1.660 miliardi di euro) in quattro contenitori: 3/4 del debito sono titoli a medio lungo termine (metà dei quali in mano ad investitori non residenti) ed il restante suddiviso in prestiti e debiti a breve termine. Significativo è il contributo della raccolta postale che concorre a finanziare quasi un decimo del debito. Tutto questo montante di debito genera interessi passivi per oltre 80 miliardi di euro, oltre il 5 % del PIL (significa che l'azienda Italia è finanziariamente oppressa e a meno di fenomenali colpi di spugna non vi è possibilità di ripresa, in quanto gli oneri finanziari incidono eccessivamente sulla vita del paese minandone la capacità di ripresa).



Lo stato italiano è un'azienda come tante altre con costi e ricavi propri: i costi sono le spese necessarie a mantenere la sua infrastruttura ed a pagare gli stipendi al personale statale, mentre i ricavi rappresentano le entrate che derivano dall'imposizione fiscale diretta ed indiretta. Il duplice grafico a torta descrive invece come spende e come incassa lo stato italiano, suddividendo per aree di spesa e categorie di entrata.

Tanto per iniziare potete notare come le entrate siano superiori alle uscite di circa 15 miliardi di euro, questo statisticamente è in linea delle attese in quanto si verifica regolarmente negli ultimi cinque anni, tuttavia non rappresenta il bilancio complessivo delle spese ed entrate per lo stato in quanto dobbiamo aggiungere anche le voci di entrata e spesa delle partite in conto capitale (come investimenti e contributi alla produzione) che negli ultimi cinque anni sono state sempre superiori ai 50 miliardi, portando quindi l'indebitamento netto ad oltre i 40 miliardi (questo significa che l'azienda Italia ha necessitato negli ultimi cinque anni di almeno 40 miliardi, 43 per essere precisi nel 2008, al fine di essere finanziarimente in equilibrio): questa considerazione spiega perchè il debito pubblico è in continua lievitazione.



Il bilancio dello stato per quel che concerne la fiscalità diffusa pesa circa la metà del debito pubblico a medio e lungo termine, con 666 miliardi suddivisi tra imposte dirette, indirette e contributi sociali: questo fa comprendere l'effettivo carico di oneri a cui sono gravati contribuenti e mondo imprenditoriale. Particolarmente inquietante è il peso che ha il welfare italiano sul PIL (ovvero il pagamento di pensioni sociali, di anzianità e di vecchiaia) che assorbe quasi il 40 % delle entrate correnti, a dimostrazione di come ormai il Titanic Italia si stia trasformando sempre più in un cimitero di elefanti. Curiosità: nella voce altre entrate il peso delle accise sugli idrocarburi si attesta a 20 miliardi di euro (in linea con la media degli ultimi cinque anni), mentre raddoppia decisamente il contributo apportato da lotto e lotterie, passando dai 6 miliardi del 2003 ai 12 del 2008.

La voce di spesa più interessante in termini di analisi per macroaree è relativa agli stipendi del personale, oltre 170 miliardi, suddivisa in 94 miliardi per il personale delle amministrazioni pubbliche ed in 78 miliardi per gli enti locali e previdenziali (gli impiegati e dirigenti di INPS & Company costano nemmeno 4 milardi). Focalizzandosi sulle spese per il personale per tenere in piedi gli apparati ministeriali si scopre quanto segue (guardate la torta):



Pubblica istruzione, difesa e ministero dell'economia rappresentano oltre il 70 % della spesa per stipendi all'apparato statale (fa riferimento al ministero dell'economia per esempio tutto il corpo della Guardia di Finanza). Da una attenta analisi si palesa come la voce riferita un tempo alla "sanità" sia del tutto inconsistente: nella fattispecie il nuovo Ministero della Salute e del Lavoro risulta semplicemente coordinare e gestire l'Istituto del Servizio Sanitario Nazionale, il quale eroga prestazioni sul territorio attraverso enti locali quali le aziende ospedaliere (facenti parte del bilancio delle amministrazioni locali e non centrali). Pertanto il peso della cosidetta sanità pubblica (almeno dal punto di vista dell'onere occupazionale) deve essere estrapolato dai 78 miliardi di cui si menzionava precedentemente: per ragioni espositive me ne occuperò in un prossimo redazionale.

Sulla base di quanto sino ad ora esposto proviamo a fare una disamina sullo scenario dei conti pubblici italiani, se le entrate caleranno in proporzione al crollo del PIL possiamo stimare un gettito minore di 20/25 miliardi rispetto al 2008, senza considerare che ci sono piccole e medie imprese che stanno valutando addirittura di chiudere per sempre la propria attività (a mio avviso stanno percorrendo la strada migliore).

I costi di esercizio dell'azienda Italia purtroppo sono difficilmente negoziabili, dispetto magari un'azienda industriale che può chiedere l'intervento della Cassa Integrazione Guadagni o meglio ancora ridefinire parte dei propri costi industriali come gli oneri di manodopera. Non è possibile delocalizzare gli insegnanti delle scuole italiane e nè diminuire le prestazioni del servizio sanitario o il pattugliamento del territorio da parte delle forze dell'ordine. Ad ottobre pertanto bisognerà pensare dove iniziare a tagliare oppure come raccogliere velocemente 40/50 miliardi di euro, in questo senso abbiamo in pole position il prossimo condono per il rientro di nuovi capitali oltre frontiera, il quale se produrrà i risultati finanziari attesi non farà altro che spostare in avanti il problema.

Le uniche area di spesa sulle quali è possibile intervenire velocemente sono rappresentate dagli oneri sul debito pubblico, che se fossero semplicemente la metà degli attuali permetterebbero un avanzo netto annuale di oltre 40 miliardi, significa che ogni anno lo stato italiano avrebbe 40 miliardi (quasi il 3 % del PIL) da poter spendere per abbattere ancora il montante di debito residuo oppure per politiche sociali con interventi a pioggia sul territorio. Considerando che metà del debito a medio lungo termine è in mano ad investitori non residenti potrebbe essere proposta una qualche forma di congelamento degli interessi al fine di limitare l'onere finanziario: questa affermazione vi potrà sembrare azzardata o ridicola, tuttavia la matematica ormai non lascia molto all'immaginazione per quanto abbiamo sin'ora trattato.

Ricordo che quando l'Argentina dichiarò il proprio default (ovvero impugnò il proprio debito), il rapporto debito/PIL si attestava oltre il 120 per cento ed i 3/4 del debito erano sottoscritti da investitori esteri. Alla fine del 2008 il rapporto debito/PIL italiano era al 105 per cento: ora considerando che al momento in cui scrivo, questi dati riguardavano più di sei mesi fa, mentre oggi sappiamo che il debito pubblico italiano si attesta a 1.750 miliardi di euro e le proiezioni sul PIL italiano parlano di una contrazione superiore al cinque per cento (visione ottimistica), mi verrebbe da dire che il debito/PIL italiano per la fine del 2009 potrebbe stimarsi oltre il 115 per cento.

Ognuno di voi pertanto tragga le relative conclusioni: almeno questi sono dati contabili oggettivi che non possono essere smentiti o tacciati di catastrofismo. Purtroppo anche per il nostro paese si delinea sempre più il cosidetto scenario argentino ovvero uno scenario per il paese con un'economia debole e una moneta troppo forte che porta alla perdita di competitività e al continuo ricorso all'indebitamento. Non mi stupirei se venisse paventata anche una superpatrimoniale improvvisa sui depositi con prelievi coatti per tamponare il più possibile l'emorragia finanziaria che si sta delineando per i prossimi semestri (vi ricordo che già nel 1991 il Governo Amato si inventò il prelievo del 6 per mille su tutti i depositi dalla sera alla mattina).

Altre soluzioni che consentano di risolvere velocemente quanto sollevato non ne vedo, a meno di iniziare a tassare la prostituzione o ridefinire la spesa di rappresentanza popolare (dal consigliere comunale all'europarlamentare passando dal dirigente dell'ASL). Su queste considerazioni intravedo pertanto un clima politico da ottobre rosso per il nostro paese con l'attuale governo che potrebbe esporsi ad una improvvisa destabilizzazione politica a causa della continua cantilena messa in onda ogni giorno sul tubo catodico del tutto va bene a fronte di un peggioramento ingestibile dei conti pubblici. La recente candidatura di Beppe Grillo alla guida del PD (che mi sento di appoggiare pienamente), qualora lo portasse alla guida del partito, forse potrebbe dare quella sterzata improvvisa al timone del Titanic Italia per evitare di colpire l'iceberg che ormai si è avvistato a prua. E per una volta tanto non ci sarebbe niente da ridere con un comico alla guida di un movimento popolare che punta ad un rinnovamento e rinascita nazionale.


Ritornano le minacce di fallimento?
di Mario Lettieri e Paolo Raimondi - www.ariannaeditrice.it - 15 Luglio 2009

L’Aquila è stato purtroppo un G8 veramente interlocutorio, una fermata di passaggio tra il G20 di Londra, dove le nuove regole della finanza sono state indicate senza però sfidare il peso e il modus operandi delle banche che ci hanno portato alla crisi globale, e il summit di Pittsburgh di fine settembre che rischia di sancire la superiorità del vecchio modello finanziario con “meno regole e meno stato”. Quello della City e di Wall Street!


Nonostante il fatto che i governi siano diventati con i soldi pubblici i creditori di ultima istanza di un sistema in bancarotta, nella partita tra l’autorità degli stati e le banche sono ancora le seconde a dettare le regole del gioco.


Anche Berlusconi, tra le esaltazioni del successo del summit, ha fatto una dichiarazione che merita una più attenta riflessione. “Si è manifestato il disappunto sul fatto che - ha detto nella conferenza stampa finale - sono riprese le speculazioni internazionali sugli hedge fund, sul petrolio come su altre materie prime, e anche per questo abbiamo dato mandato agli organi i internazionali di studiare un modo per intervenire”. In altre parole si ammette che dopo un anno, nonostante summit, decaloghi, tavole di condotta e quant’altro, certa finanza speculativa non ha mai cambiato comportamento e marcia speditamente verso una seconda fase della crisi.


Il Comptroller of the Currency, l’autority Americana che supervisiona anche il comportamento del sistema bancario, ha pubblicato recentemente il rapporto sugli andamenti finanziari del primo trimestre del 2009 in cui evidenzia che, nonostante la crisi e le annunciate misure antispeculative, i derivati over the counter (OTC) sottoscritti dalle banche USA sono saliti a 202.000 miliardi di dollari a fine marzo 2009, cioè 2.000 miliardi in più della fine del dicembre precedente.


Oltre il 90% di questa bolla è in mano solamente a 4 banche: la JP Morgan Chase, la Citi Bank, la Bank of America e la Goldman Sachs.

Ed è stata proprio quest’ultima, che vanta storiche amicizie e alleanze anche a casa nostra, a guidare questa ripresa speculativa nei prodotti derivati, portando la sua quota da 30 a 40.000 miliardi in solo tre mesi!


Da parte sua, la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ha pubblicato a fine giugno il suo rapporto semestrale in cui riporta che il valore nozionale dei derivati a livello globale nel secondo semestre del 2008 era invece sceso di ben 100.000 miliardi di dollari, assestandosi comunque sempre intorno all’impressionante livello di quasi 600.000 miliardi.


La BRI si premura anche di sottolineare che, mentre il valore nozionale diminuiva, saliva invece di 5.000 miliardi quello del Gross Market Value, cioè il costo per rimpiazzare tutti i contratti esistenti ad un dato momento. Il significativo aumento di questo indice dimostra che la volatilità e i rischi delle operazioni in derivati finanziari nel periodo di crisi e di collassi bancari sono aumentati drammaticamente e con essi i costi, i premi da pagare, per i derivati stessi.


Questi dati rivelano che particolarmente in America, nell’epicentro della crisi finanziaria, il comportamento speculativo non è cambiato affatto, nonostante il gran parlare di nuove regole e di controlli più stringenti.


La stampa ha poi presentato come un sensazionale risultato del G8 dell’Aquila l’aver concordato un impegno di 20 miliardi di dollari a sostegno dell’Africa nella lotta contro la fame e contro le emergenze sanitarie. Certamente ogni aiuto allo sviluppo dell’Africa è una cosa buona e doverosa, anche se per il momento si tratta solo di numeri sulla carta.

Noi vorremmo, però, far notare la sproporzione fra gli aiuti per l’intero continente africano e i 182,5 miliardi di dollari messi a disposizione lo scorso settembre per il salvataggio del gigante americano delle assicurazioni AIG.


Certo che il suo fallimento avrebbe portato con sé l’interno sistema assicurativo e pensionistico americano, ma la differenza è davvero enorme.


Inoltre, proprio mentre si prometteva il sostegno all’Africa, l’AIG subiva un tracollo in borsa tanto da far ventilare una nuova minaccia di fallimento.

A questo proposito ricordiamo che in gioco c’è anche la “bomba” da 193 miliardi di dollari in CDS (credit default swaps, una sorta di polizze di assicurazione per obbligazioni ad alto rischio) che l’AIG ha venduto soprattutto in Europa e il cui vero valore è tutto da stabilire.


Perciò concordiamo pienamente con il presidente Giorgio Napolitano, che, parlando ai capi di stato e ad altri dirigenti internazionali a L’Aquila, ha sottolineato l’importanza e l’urgenza di una nuova Bretton Woods. Non solo – ha detto il presidente – per avere “un complesso di più esigenti regole e standard internazionali per la conduzione delle attività finanziarie ed economiche” ma per definire soprattutto un modello di società più giusta e lungimirante che si può esprimere “nella cooperazione fra civiltà”.



Ecco perché l’Europa pagherà il prezzo più alto della crisi

di Mauro Bottarelli - www.ilsussidiario.net - 15 Luglio 2009


L’economia della Germania, si sa, è un po’ il termometro con cui si misura lo stato di salute dell’Europa. Beh, nelle ultime 24 ore da Francoforte e Berlino sono arrivate notizie che non depongono affatto verso un check up favorevole per il vecchio continente. La Confindustria tedesca ha confermato che la metà dei suoi membri sta patendo una contrazione del credito e lo stesso ministro delle Finanze, Peter Steinbruck, ha dovuto finalmente ammettere che «dobbiamo prendere molto seriamente in considerazione il rischio di un credit crunch per la seconda metà di quest’anno».

Alleluja, alla fine l’ha capita anche lui. Ma non basta. A confermare la gravità della situazione sono giunte le richieste accessorie di Steinbruck: sospensione di Basilea 2 per permettere il salvataggio delle banche e soprattutto prestito diretto da parte dello Stato per far ripartire il credito. Suona, ad occhio e croce, come una chiamata d’emergenza.

Sempre dalla Germania, poi, sabato scorso la BaFin, l’ente regolatore di Borsa e mercati, ha reso noto che i bad debts in pancia alle banche tedesche «stanno per scoppiare come una granata» avendo toccato quota 816 miliardi di euro, 268 dei quali in conto solo a Hypo Real. Senza dimenticare che il deficit tedesco sta toccando il 6%, portando il debito su Pil all’86%: stiamo parlando della locomotiva d’Europa!

Gli esperti della Bce, d’altronde, hanno parlato chiaro: ci sono almeno altri 203 miliardi di euro di svalutazioni da fare entro l’anno nei bilanci delle banche Ue e questo nonostante proprio la Banca centrale europea abbia recentemente iniettato la cifra monstre di 442 miliardi di euro nel sistema per rilanciare il credito. Tutto inutile.

Ma dal resto dell’Unione non arrivano notizie migliori. Il ministro spagnolo delle Finanze, Luis Espadas, ha confermato con il massimo del candore che il rapporto debito pubblico/Pil della Spagna potrebbe tranquillamente raggiungere il 90%: nel 2007 era il 36%, tanto per capirci. Quello italiano è previsto al 116% nel 2010, quello greco al 109%, quello belga al 101% e quello francese all’86%: trovate forse spazio per dell’ottimismo? Se sì, calcolate che la contrazione dell’eurozona quest’anno - stando a dati del Fondo Monetario Internazionale – toccherà il 4,8% contro il 2,6% degli Stati Uniti.

Ma qual è stato l’errore di fondo che vedrà l’Europa pagare il prezzo più alto di tutti alla crisi? Certamente la scelta della Bce di non seguire l’esempio di Giappone, Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti nella politica di quantitative easing ha portato a una netta contrazione del credito privato in questi ultimi mesi e peserà ancora di più nei prossimi.

Ma che cos’è il quantitative easing? Si tratta del processo di “creare moneta” da parte delle banche centrali al fine di acquistare, per esempio, titoli di stato in mano ai privati. Si tratta di una strategia che viene messa in campo quando i tassi d'interesse sono vicini allo zero e l'istituto centrale ha pochi margini di manovra sul costo del denaro: attraverso il quantitative easing viene allargata la massa monetaria presente in un sistema. Peccato che la massa monetaria M3 nell’eurozona sia crollata a febbraio al 5,9% (salvo poi risalire e frenare ancora nei mesi successivi), un segnale che ricorda pericolosamente quello risuonato negli States prima del crollo di Lehman Brothers: alla Bce, però, nessuno pare preoccuparsene.

La seconda settimana di settembre cambieranno idea, ignorare l’M3 è scelta che si fa a proprio rischio e pericolo: non è certo l’Hindemburg Omen, ma difficilmente si sbaglia a segnalare i marosi a dispetto dell’indice Vix, quello che determina la volatilità dei mercati, ancora basso rispetto ai livelli massimi della crisi nonostante i tracolli post-green shots delle scorse settimana (si chiama euforia suicida o speculazione, non ha fondamentali a cui fare riferimento). Forse, più che tenere un nuovo referendum sul Trattato di Lisbona, l’Irlanda dovrebbe tenerne uno sulla capacità della Bce di intervenire a tutela della propria economia: la massa monetaria M3 irlandese è crollata alla velocità del 30% annuo lo scorso mese, praticamente una condanna a morte per un’economia iper-indebitata come quella di Dublino.

Se a questo unite il combinato congiunto della bomba ad orologeria rappresentata dal tasso di disoccupazione Ue che nella sola Spagna potrebbe sfondare quota 20% con la crescita esponenziale, entro il 2040, del numero di pensionati su lavoratori attivi, allora avete perfettamente chiaro cosa aspetta nel recente futuro l’Europa. Certo, a dire che le cose vanno male si ha un buon 50% di possibilità di azzeccarci, però bisogna anche avere le cifre per corroborare questa negatività, altrimenti si gioca solo a dadi. Come vedete, le ho messe in fila una dopo l’altra queste cifre. Lascio i dadi ad altri.

martedì 14 luglio 2009

Beppe Grillo mette il dito nella piaga del PD

Beppe Grillo, con la sua decisione di voler partecipare alle primarie del PD per l'elezione del segretario, ha provocato un pandemonio nel partito e immediatamente un muro è stato innalzato dalla dirigenza del PD (tranne Ignazio Marino) che gli ha risposto picche.
E non è stata accettata neanche la sua iscrizione al partito.

Ma d'altronde cosa credeva di aspettarsi Grillo? Abbracci e pacche sulle spalle?
Dopo che per mesi ha puntualmente sparato ad alzo zero contro il partito, fin dai tempi della segreteria Veltroni, che chiamava Topo Gigio.

Ma indubbiamente, con la sua provocazione, Grillo ha messo il dito nella piaga del PD svelandone la fragilità e discutibilità del suo statuto, che con il meccanismo delle primarie può in teoria dare la possibilità a chiunque di potersi candidare alla segreteria, previa la semplice iscrizione al partito, fatta magari solo il giorno prima.

Grillo ha dimostrato che in teoria anche Berlusconi potrebbe candidarsi alle primarie del PD.
Almeno questo gli va riconosciuto.


Una provocazione che smaschera disagi e tensioni
di Massimo Franco - Il Corriere della Sera - 14 Luglio 2009

L’aspetto provocatorio, ed anche quello grottesco, sono fuori discussione. Rappresentano anche il lato più vistoso della candidatura del comico- predicatore Beppe Grillo alla segreteria del Pd. Eppure, per paradosso, l’episodio finisce per legittimare il partito guidato oggi da Dario Franceschini come lo snodo strategico di qualunque opposizione. Grillo, sostenitore e sodale di Antonio Di Pietro, che lo ha subito appoggiato, non si è neppure sognato di correre per la leadership dell’Idv. Il suo tentativo è quello di creare nel Pd una sponda dipietrista che soddisfi l’antiberlusconismo «di pancia» della sinistra; e diffonda il contagio di un’opposizione tanto radicale quanto, finora, minoritaria.

Nonostante le critiche, alcune giustificate, ad un partito disorientato e diviso, sarà la nuova leadership del Pd a dettare l’agenda del centrosinistra e le sue alleanze. Per questo, dietro l’autocandidatura provocatoria di Grillo si intravedono questa oscura consapevolezza, ed i timori di un’archiviazione progressiva dell’alleanza con l’Idv. L’imbarazzo ed il nervosismo dei vertici democratici sono speculari. Evidenziano la contraddizione di primarie gestite finora in base ad accordi oligarchici; fatte su misura prima per lanciare la candidatura a palazzo Chigi di Romano Prodi, poi di Walter Veltroni. E infatti, lo schema va in crisi quando si tratta di eleggere «solo» un segretario.

È probabile che alla fine l’adesione di Grillo al Pd venga respinta in base ad obiezioni tecniche, usate per puntellare resistenze politiche. Si insinua il sospetto che il comico sia un «ca vallo di Troia» dell’alleato-coltello Di Pietro. Di nuovo, si tratta di fantasmi che fanno paura non in sé, ma per le condizioni di debolezza del Pd, per le sue incertezze strategiche. Il problema non è dunque l’atteggiamento storicamente ostile di un giullare incattivito contro la forza che vorrebbe guidare. A far saltare i nervi al Pd è un’iniziativa che scopre la difficoltà di pilotare elezioni primarie in passato sempre addomesticate, nel momento in cui evocano uno scontro interno vero.

La sensazione è che il «no» nasca dalla consapevolezza di una situazione senza rete; e segnali la paura di incursioni ed inquinamenti dall’esterno. Si tratta di un incubo di cui Grillo è soltanto la caricatura. Non a caso Filippo Penati, coordinatore della candidatura di Pier Luigi Bersani, spiega quanto sta accadendo come il risultato di «regole contraddittorie e confuse»: sebbene non arrivi ad ammettere che finora le primarie sono state pilotate dall’alto per benedire col voto del «popolo del Pd» i pretendenti del centrosinistra a palazzo Chigi. Ma l’obiezione di Penati fa capire che il congresso rimetterà in discussione anche la procedura di investitura del leader.

Per questo il «no» risulta tutt’altro che unanime. Rivela non diversi gradi di idiosincrasia verso un personaggio detestato da gran parte del corpo del Pd. Semmai, segnala ed anticipa una concezione diversa del partito. E misura la determinazione a respingere il richiamo del dipietrismo: anche se nel 2008, ed anche alle ultime Amministrative, l’Idv è stato l’unico alleato ufficiale del Pd. Dire «no» a Grillo e continuare a dire «sì» a Di Pietro sarà un equilibrismo difficile: significherà tirarsi addosso le critiche di entrambi. A meno che non maturi un’altra strategia, in grado di ridimensionare e riassorbire fenomeni che sono solo sintomi chiassosi ed estremi del malessere del Pd.


Il partito gli apra le porte: così troverà la propria identità

di Paolo Franchi - Il Corriere della Sera - 14 Luglio 2009

In questi casi si ricorre (quasi) sempre all’abusata citazione marxiana delle tragedie che nella storia si ripropongo­no in forma di farsa. Ma la storia di Beppe Grillo che si vuol candidare alla guida del Pd è, più semplicemente, tragicomica. O, per essere più precisi, è il Pd che, a cento giorni dal suo congresso, si dibatte in una tragicommedia. E non sembra avere gran­di idee su come uscirne. Si potrebbe, certo, riderci su, magari, se il cuore batte, nonostante tutto, a sinistra, un po’ amaramente.

Ma non è proprio il caso. Nemmeno chi nel progetto del Pd non ha creduto mai (lo riconosco: è il mio caso) ne avrebbe potuto immaginare un esito così devastato e devastante. E in ogni caso c’è di che preoccuparsi, perché non va molto lontano una democrazia in cui l’opposizione non solo non dà segnali di ripresa, ma sembra votata in primo luogo a testimoniare la propria inutilità e a dare liberamente sfogo alle proprie pulsioni sui­cide, senza avere nemmeno la capacità, e la voglia, di fermarsi un attimo prima di varcare la soglia del ridicolo: quasi non sa­pesse che, di ridicolo, si può anche morire. Non resta, quindi, che invocare, spes contra spem, uno scatto d’orgoglio, un col­po d’ala. O, più prosaicamente, un sopras­salto di ragionevolezza e di buon senso, per cercare di raddrizzare la barca, sempre che sia ancora possibile, prima che affon­di.

Visto come si sono messe le cose, persi­no Beppe Grillo potrebbe paradossalmen­te tornare utile alla disperatissima impre­sa. A quel che si capisce, prevale di gran lunga la tendenza a negargli l’iscri­zione al partito: meglio qualche giorno di roventi proteste che Grillo in liz­za per la leadership del Pd, magari invocando per sé (eccola, stavolta sì, la tragedia che si fa farsa) nientemeno che l’eredità di Enrico Berlin­guer. C’è chi si arrampica su per lo statuto, alla ricerca dell’articolo utile a sbarrargli il passo, e chi parafrasa una celeberrima bat­tuta di Enrico Mattei, per ricordare, osten­tando il proprio sdegno, che un partito è una cosa seria, non un taxi su cui salire a proprio piacimento, e poi discenderne a corsa conclusa.

Ai primi si può obiettare che tanto chiaro in materia lo statuto non deve poi essere, se il boom delle iscrizioni (tutte regolarissime, assicurano) il Pd lo ce­lebra a Napoli. Ai secondi, che il Pd, di esse­re un partito, e quindi una comunità in cui valgono non solo regole, ma anche valori comuni, deve ancora dimostrarlo, prima di tutto a se stesso. Al momento, somiglia di più al circo Barnum di gramsciana me­moria. Fosse un partito (di tipo tradiziona­le o di tipo nuovo, a que­sto punto poco importa), certo il Pd non avrebbe paura del primo Grillo che bussa alla sua porta. E magari a Grillo non pas­serebbe per l’anticamera del cervello di bussare.

Certo, a prendere le parti di Grillo anche chi sa che la politica è fatta pure di paradossi si sente un po’ in imbarazzo. Ma stavolta ha ragione Ignazio Marino, che pure aveva più di un torto appena pochi giorni fa, quando tirava in ballo a sproposito la que­stione morale per il coordinatore del Torri­no presunto stupratore seriale: meglio, molto meglio (nel senso di molto più ra­gionevole) aprire subito a Grillo, e senza fare troppe storie, la porta in questione, e lasciarlo libero di gareggiare con le sue idee, per peregrine che siano, come si con­viene peraltro a un partito (o presunto ta­le) che si dichiara aperto, senza eccezione alcuna, alla cosiddetta società civile.

Ben difficilmente il comico predicatore potreb­be turbare il sonno di Dario Franceschini, di Pierluigi Bersani e dello stesso Marino: per sconclusionato che sia, il Pd non è ri­dotto al punto di dover temere una segrete­ria Grillo. Ma molto utilmente (forse per la propria candidatura, di sicuro per le sorti del proprio partito) Franceschini, Bersani e lo stesso Marino, combattendo le sue po­sizioni, che sono in ultima analisi quelle di Antonio Di Pietro, nonché di una parte non indifferente dell’elettorato democrat, potrebbero infine ingaggiare, se lo volesse­ro, quella battaglia politica e culturale sul­l’identità del Partito democratico che, tra tante chiacchiere a proposito della vocazio­ne maggioritaria del medesimo, non è sta­ta mai data. E anzi è stata coscientemente elusa sin da quando, nelle elezioni politi­che del 2008, Walter Veltroni si concesse una deroga alla decisione di correre in soli­tudine solo per apparentarsi all’Italia dei valori. Non capiterà. Ma, se capitasse, toc­cherebbe persino ringraziare Grillo.


Se questo è un partito
di Ilvo Diamanti - La Repubblica - 10 Luglio 2009

Due considerazioni a margine del congresso del Partito Democratico prima che avvii il suo percorso.

La prima riguarda le regole, le procedure. Non sono soltanto complicate. Ma incomprensibilmente affastellate. Ammucchiano idee, tradizioni e visioni contrastanti e incoerenti. Riassumendo in breve (in base a quel che, personalmente, abbiamo compreso; non necessariamente in modo corretto). In prima battuta votano coloro che risulteranno iscritti al PD alla data del 21 luglio. A livello di circolo e di provincia, eleggeranno i delegati alla Convenzione nazionale (altro neologismo coniato per affinità alle Convention dei partiti americani, dove però si scelgono i candidati alle presidenziali).

Una mega-assemblea di oltre 1000 persone che, l'11 ottobre esprimerà l'Assemblea Nazionale. Un organo più o meno della stessa misura, e quindi, possiamo immaginare, largamente coincidente con la Convenzione. La quale, inoltre, designerà i tre candidati segretari più votati. Se non dovessero esserci novità, dunque, tutti quelli che si sono fatti avanti finora. Franceschini, Bersani e Marino. I quali verranno sottoposti, a quel punto, al voto delle primarie. Che si dovrebbero svolgere il 25 ottobre.

Alle primarie, però, voteranno non gli iscritti ma tutti coloro che si definiranno elettori (possibili) del PD. A questo punto, il candidato che otterrà più voti, o meglio più "delegati alle liste ad esso collegate", verrà confermato anche dall'Assemblea. A condizione che abbia ottenuto la maggioranza "assoluta" dei voti e quindi dei delegati. Altrimenti sarà l'Assemblea stessa a scegliere, mediante un ballottaggio fra i due candidati più votati.

In questo caso, non mi interessa entrare nel merito del tracciato contorto disegnato dal PD per individuare il suo segretario. Piuttosto, mi sorprende, a dir poco, il mostro che disegna. Un collage - un po' sgangherato - che pretende di assemblare modelli di partito e principi di legittimità diversi. Eterogenei. Contrastanti.
I congressi di sezione e di provincia, aperti agli iscritti. Richiamano il tradizionale partito di membership. Fondato, cioè, sull'appartenenza, sull'identità, sugli apparati. In qualche misura: i tradizionali partiti di massa o comunque di integrazione sociale. Comunità politiche e non solo.

La Convenzione e le successive primarie allargate agli elettori (possibili) evocano, invece, apertamente, il modello americano. Anche se in modo rovesciato. Visto che negli Usa la "convention" avviene a conclusione delle primarie. E viceversa.

Il ritorno all'Assemblea (subentrata alla Convenzione) nel caso che nessuno ottenga la maggioranza assoluta dei voti (e dei delegati) restituisce, infine, il ruolo decisivo agli iscritti. O meglio: ai gruppi dirigenti da loro espressi. E dunque: al partito d'apparato. Dove i gruppi dirigenti prevalgono sugli iscritti oltre che sulla società. Tanto che possono mettersi d'accordo fino a rovesciare, se necessario, anche il responso degli elettori. (Come avverrebbe se i due candidati meno votati alle primarie facessero convergere i voti su uno di loro). Una collezione di pezzi incoerenti che non possono produrre un collage. (Ma una specie di Frankenstein, verrebbe da dire, per usare un paragone estremo). Perché provengono da tradizioni politiche, storiche, culturali reciprocamente estranee e alternative.

La seconda considerazione si riferisce direttamente ai candidati leader. Anche qui, non m'interessa entrare nel merito (per ora, almeno). Ma è difficile immaginare un partito dove si confrontano prospettive così diverse. Prendiamo i due candidati più accreditati (sulla carta): Franceschini e Bersani. Il primo ha in mente un modello di partito "esclusivo", post-veltroniano. In grado di attrarre gli elettori dentro i suoi confini. In una prospettiva bipartitica. L'altro ha in mente l'Unione. Alleanza tra partiti profondamente distinti. Una prospettiva non tanto post-prodiana. Perché Prodi, e Parisi, vedevano, comunque, nell'Unione un passaggio verso l'Ulivo. (Una DC di centrosinistra). Parte di un orizzonte maggioritario. Invece, si tratta della riproposizione dell'idea d'alemiana ( e cossighiana) del centro-sinistra. Intesa tra forze diverse, distinte, che mantengono ciascuna la propria specificità.

Chiunque fra i candidati prevalga, definirà non un'alternativa rispetto al progetto dell'avversario. Ma un altro partito.

Poi, c'è l'intorno. Le tensioni e le polemiche fra i leader del PD. Più o meno i soliti. D'Alema, Veltroni, Marini, Rutelli, Parisi, Fassino. Quelli che stanno dentro al partito - parlamentari e dirigenti centrali e locali - parlano di tensioni violente. Di pressioni molto forti. Che riguardano, però, non i valori, i progetti, le idee, le parole della politica. La costruzione di un Alfabeto Democratico. Ma, appunto, i modelli organizzativi, le alleanze, le aggregazioni centrali e locali.

Da ciò il dubbio, il "mio" dubbio: se sia possibile costruire, in questo modo, un partito. Oppure se, dopo 15 anni di percorso unitario, dopo due anni appena dall'avvio del Partito Democratico, non ci si troverà di nuovo di fronte a un soggetto politico incoerente, disorganico, senza identità. Senza appigli comuni. E senza leader in grado di riassumerlo. Perché chiunque vinca ci sarà subito qualcuno - molti - al lavoro per sostituirlo e prima delegittimarlo, sputtanarlo, indebolirlo. D'altra parte, nessun congresso può costruire una leadership se non c'è la volontà e la disponibilità dei diversi leader ad accettarla. Oppure, se nessun leader è in grado di imporsi agli altri. Per autorevolezza, carisma, diplomazia, ricchezza, potere personale, sostegno lobbistico, retorica, immagine. Gli altri partiti, dal PdL alla Lega all'Italia dei Valori, non hanno avuto bisogno di congressi per creare un leader. Semmai, è vero il contrario.

Il PD, però, nasce da una tradizione democratica e partecipativa. E la sua leadership è destinata a nascere allo stesso modo (anche se fino ad oggi si è sempre seguito un percorso plebiscitario). Ma la democrazia e la partecipazione da sole non sono in grado di creare un leader e neppure un partito. Perché la democrazia è competizione: aperta, libera e partecipata. Fra leader e partiti. Il male del PD è che, per ora, non è un partito e non ha un leader. Ma questo congresso, per come si annuncia, più che una terapia sembra una diagnosi.

Il PD ha davanti a sé tre mesi e mezzo per rimediare. Dopo, temo, sarà troppo tardi. Anche per tornare indietro.


Uno Statuto che garantisce il PD. O forse è meglio il Congresso del Pdl?
di Salvatore Vassallo - La Repubblica - 13 Luglio 2009

Ho letto con il consueto interesse la stroncatura di Ilvo Diamanti al partito democratico e alle sue regole interne. Sono d'accordo con l'argomento di fondo. Nel Pd non è mai veramente maturata una convinzione univoca sul modello di partito da adottare, tanto che dopo qualche (documentabile) ipocrisia, chi era contrario al "modello delle primarie" torna a dirlo apertamente. Non sono invece d'accordo sulla conclusione tranciante che Diamanti trae in merito allo specifico contenuto dello Statuto attualmente in vigore. Credo che, in questo, si accodi ad una vulgata fuorviante.

Chi non sopporta le primarie dice che il processo congressuale disegnato dallo statuto è interminabile, che lo Statuto del PD è complicato, macchinoso, da cambiare se non da cancellare. Non che non siano necessari aggiustamenti. Ma tanti, proprio tanti, lo dicono senza averlo nemmeno letto, lo Statuto, e per un'unica ragione. A controprova, mi capita spesso di fare da un paio di mesi questo esperimento, con dirigenti nazionali o locali di partito. Chiedo innanzitutto se i congressi dei Ds o della Margherita prendevano meno tempo dei due mesi e mezzo (al netto di agosto) che impiegheremo a iniziare e chiudere la procedura congressuale 2009. Non ho mai ricevuto, come è ovvio, una risposta diversa. I congressi dei vecchi partiti duravano di più.

Procedendo nel test, chiedo allora di indicare tre degli aspetti che secondo loro vanno cambiati, per rendere il processo più semplice. Fino ad oggi non sono riuscito a ottenere nessuna risposta precisa. In un terzo dei casi mi vengono indicate come modifiche assolutamente necessarie cose che nello statuto sono già esattamente come si dice dovrebbero essere. In un altro terzo ottengo risposte generiche. In un altro terzo si ricade nella vera questione: se a determinare la scelta del segretario e gli equilibri interni deve essere il voto dei soli iscritti (purtroppo sempre di meno, sempre più anziani, sempre più coincidenti con chi fa o vuole fare politica) o anche di tutte le persone che dichiarano d'essere elettori del PD e sono disposte a versare un contributo minimo; se sia giusto che il gruppo dirigente del Pd si faccia giudicare dall'intera platea dei suoi elettori oppure se i cittadini che votano alle primarie siano degli "invasori".

Proprio così, invasori, li ha chiamati D'Alema alla festa del PD a Roma: "le primarie per l'elezione del segretario sono una regola assurda, figlia di una concezione che ha portato la società civile a invadere, occupare il partito" (ANSA, Roma 5 luglio). Bersani aveva già espresso un'opinione simile e ora a catena i dirigenti territoriali che lo sostengono hanno perso ogni residua reticenza.

La contrarietà verso le primarie di D'Alema e della dorsale organizzativa pro-Bersani non mi stupisce. Registro purtroppo che anche nella Bussola di Diamanti acquista ingiustamente credito (a mio avviso) all'idea che il meccanismo congressuale sia contorto o insensato, che sia frutto di una costruzione contraddittoria e sgangerata. Cerco di dire perché secondo me non è vero.

In base allo statuto le (cosiddette) primarie, che si terranno il 25 ottobre 2009 per eleggere gli organismi nazionali e regionali, saranno precedute da una consultazione tra i soli iscritti. Nel mese di settembre i circoli si riuniranno per discutere le candidature a segretario e le connesse mozioni. Votando per una o l'altra mozione, gli iscritti nomineranno anche i loro delegati alla Convenzione nazionale che si terrà l'11 ottobre e i delegati per le Convenzioni regionali che si terranno qualche giorno prima.

Questa prima fase ha tre funzioni: a) verificare che le potenziali candidature a segretario (nazionale e regionali) siano dotate di un minimo consenso tra gli iscritti, scremando le candidature credibili da quelle fittizie o inadeguate; b) consentire ai candidati a segretario e ai sostenitori delle diverse mozioni di presentare le loro proposte e confrontarle di fronte a una platea qualificata di delegati (la "convention" nazionale dell'11 ottobre e quelle regionali); c) dare modo ai sostenitori delle diverse mozioni di coordinarsi e formare le liste per le assemblee nazionale e regionali in maniera meno verticistica di quanto accadde, per forza di cose, in assenza di una base organizzativa comune, nel 2007.

Alla elezione vera e propria, quella che si svolge il 25 ottobre, saranno ammessi tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 15% dei voti tra gli iscritti e comunque i primi tre, purché abbiano ottenuto almeno il 5% nella consultazione preliminare interna. Esattamente come nel 2007, il 25 ottobre, su una prima scheda si vota per liste di candidati all'Assemblea nazionale collegate alle candidature a segretario nazionale.

Su una scheda distinta, si vota per le liste di candidati all'Assemblea regionale collegate alle candidature a segretario regionale.

È davvero così complicato? Non mi pare. Anche se, certo, è stato più semplice lo svolgimento del congresso fondativo del PdL! C'è tutttavia un aspetto che può legittimamente generare qualche dubbio, che Diamanti rimarca nella sua Bussola. Siccome potranno accedere alle "primarie" più di due candidati alla segreteria, è possibile che nessuno di loro ottenga la maggioranza asssoluta dei delegati nell'Assemblea (il discorso vale ovviamente sia per il livello regionale che per quello nazionale). In teoria, potrebbe succedere che tre candidati ottengano ciascuno circa un terzo dei seggi. Che si fa a quel punto? Non sarebbe meglio allora limitare l'accesso all'elezione finale solo ai primi due più votati dagli iscritti?

Sono dubbi che ci si è posti in fase di redazione dello Statuto. Limitando l'accesso alle "primarie" solo ai due più votati tra gli iscritti sarebbe stato escluso dalla competizione qualsiasi outsider, comprese personalità molto popolari. In ogni caso, in fase di elaborazione dello statuto i "bindiani" posero come condizione per loro irrinunciabile che fosse lasciata una chance di partecipare anche ad una terza candidatura di nicchia.

Avendo accolto questa richiesta, c'erano tre alternative per chiudere il cerchio, ciascuna con un suo difetto. Una prima, apparentemente semplice, sarebbe stata quella di considerare in ogni caso eletto il candidato più votato, con il rischio di avere un segretario sostenuto da poco più di un terzo dell'Assemblea o addirittura portatore di una linea invisa ad una larga maggioranza del "parlamento" del PD. Una seconda alternativa poteva consistere nel chiamare di nuovo a votare tutti i simpatizzanti per un secondo turno di ballottaggio, ma era troppo costosa organizzativamente. Si è previsto quindi che, in caso non emerga un chiaro vincitore, ci sia un ballottaggio tra i primi due in Assemblea. Naturalmente l'Assemblea chiamata eventualmente a scegliere tra i primi due non è la "convention" eletta dagli iscritti, ma quella eletta dai simpatizzanti il 25 ottobre, in collegamento con i candidati a segretario e alle relative mozioni.

Anche in caso di ballottaggio, quindi, il voto del 25 ottobre non verrà vanificato, soprattutto se i rappresentanti eletti in collegamento con il candidato arrivato terzo voteranno per quello tra i primi due con la "piattaforma" più simile alla loro.

Considerando la professione accademica che condivido con Diamanti, mi permetto una chiosa finale. Anche nell'eventuale passaggio tra l'elezione del 25 ottobre e l'eventuale ballottaggio in Assemblea, per le ragioni che ho esposto, non ci sono in realtà contraddizioni tra diversi principi rappresentativi così stridenti come a prima vista potrebbe sembrare.

Ad esempio in Bolivia si usa un metodo simile per l'elezione del Presidente: in assenza di un chiaro vincitore tra gli elettori (esito possibile perché al contrario che negli Usa lì non c'è un sistema bipartitico) è il "congresso" a scegliere tra i primi tre candidati più votati. Aggiungo che ci sarebbe stata una contraddizione più stridente tra principi rappresentativi se, come ad un certo punto è parso possibile nelle primarie democratiche americane, per scegliere tra Obama e la Clinton fossero risultati decisivi i superdelegati di diritto alla convention di Denver NON eletti attraverso le primarie.

Ciò detto, concordo pienamente, ripeto, sull'argomento di fondo. Nel Pd ci sono idee diverse in merito al modello di partito. Io confido che nel corso della fase congressuale si parli soprattutto di altri argomenti che interessano di più gli italiani, ma credo che il nodo debba essere sciolto. Del resto i principali candidati hanno già preso una posizione abbastanza chiara e distinta sul punto. La pratica ci dirà poi ancora meglio cosa può essere migliorato. Per quello che mi riguarda, spero che nel frattempo non vinca chi vuole tornare al partito introverso ... liberandosi degli "invasori".

* L'autore dell'articolo è deputato del Pd, presidente della commissione per lo Statuto e professore di Scienza Politica e Politica Comparata all'Università di Bologna.


Risposta di Ilvo Diamanti

Salvatore Vassallo difende le procedure adottate dal PD per eleggere il segretario e gli organismi nazionali (e locali). Lo fa con passione e con argomenti tecnici ragionevoli. La sua tesi di fondo è che i diversi passaggi del percorso congressuale si tengano e possano, anzi, rispondere alla pluralità di componenti che si riferiscono al PD. Io, per quanto mi riguarda, resto dell'idea espressa nella Bussola pubblicata venerdì scorso. In modo forse aspro, ma non livoroso.

Nelle Bussole, destinate all'edizione on line, uso un linguaggio più diretto. Servono a discutere e far discutere, più che a definire e a spiegare. Però ribadisco: il tracciato congressuale mi pare la somma di modelli di partito difficilmente conciliabili.

Il risultato di compromessi - come riconosce lo stesso Vassallo - fra idee diverse e contrastanti di quel che il PD dovrebbe essere e diventare. Il partito di massa, neo-socialdemocratico, a cui ha sempre guardato D'Alema. Il modello americano, evocato da Veltroni. In mezzo, l'Ulivo di Prodi: anch'esso "americano", maggioritario e personalizzato. Ma "inclusivo", largo come la Dc di un tempo e l'Unione di ieri. Inoltre: non "esclusivo" come quello immaginato da Veltroni. L'insieme di questi modelli a me pare, francamente, inconciliabile. Come il confronto fra i due principali candidati, che hanno in mente modelli di partito e di strategie agli antipodi.

Tuttavia, la critica espressa nella mia Bussola di qualche giorno fa non è metodologica, ma politica. Riguarda il modo in cui pare svolgersi il confronto tra i leader. Nella scelta del segretario. Di nuovo: ho l'impressione di un conflitto senza contenuti. Centrato sulle persone. Non solo quelle scese in campo, ma ancor più fra gli altri leader, che stanno dietro. Poche idee, poche parole. Il nuovo-in-sé, la "questione morale" (evocata in riferimento a un presunto "stupratore democratico". Roba da matti).

Vorrei, insieme a molti altri, sentir parlare d'altro. Anzitutto: di come fare opposizione a una maggioranza di destra che ha un'identità chiara, centrata su valori e messaggi chiari. E non condivisi da molti cittadini (me compreso). Come affrontare il tema della sicurezza senza fare il verso alla Lega? (Sempre meglio l'originale). Come affrontare il tema della crisi economica senza fingere che non esista e senza usarla come uno spot? Come costruire un partito che non solo permetta, ma favorisca la selezione e il ricambio dei leader? Per gli altri, in effetti, il problema non esiste, perché sono talmente personalizzati da essere personali. Creati e riprodotti da una persona. Gruppi dirigenti compresi. Per il PD non è così. Per fortuna. Ma a condizione che riesca a porvi rimedio.

Questo congresso, per le ragioni che ho indicato, mi lascia molto dubbioso (e qui uso un linguaggio fin troppo prudente). Però - e sono convinto di quanto affermo - non ce ne sarà un altro se non produrrà almeno alcuni dei risultati che ho suggerito. In particolare: un leader legittimato e autorevole, gruppi dirigenti e militanti locali rappresentativi e ascoltati. Idee. Un linguaggio democratico.

Non ce ne saranno altri di congressi di un partito che in 3 anni ha cambiato 3 leader, due nomi, tre quattro modalità di organizzazione ed elezione della leadership. E ha perso un bel po' di elezioni e di elettori. Questo mi interessava sottolineare. E ribadire oggi. Non per rispondere a Vassallo (io non sono un leader democratico). Ma perché anch'io, come lui, sono interessato a che in questo paese e in questa democrazia opaca si formi un'opposizione vera. Per ora non c'è.

Da Topo Gigio a Topo Grillo
di Carlo Bertani - http://carlobertani.blogspot.com - 14 Luglio 2009

Quando abbiamo letto la notizia, siamo precipitati in un baratro d’incredulità: davvero, Beppe Grillo, pensa di “dare una scossa” alla classe politica italiana candidandosi alla segreteria del PD? Dopo aver apostrofato Veltroni, per mesi, “Topo Gigio”?
La prima ipotesi è che la mossa del comico genovese non sia altro che l’ennesima trovata pubblicitaria, tanto per aumentare la sua “audience” (ultimamente, un po’ appannata) nell’iperspazio mediatico.

Personalmente, assegniamo a questa ipotesi la maggior parte dello share, ma ce ne possono essere altre: perciò, by-passiamo la trovata pubblicitaria poiché come tale va trattata. Per queste cose, si rivolga a Berlusconi, che è gran maestro di cerimonia nel trasfigurare il nulla della politica nei successi mediatici.

L’Aquila insegna. Da Beppe, non ce lo saremmo proprio aspettato.

Passiamo allora a scandagliare la seconda ipotesi, ossia che Grillo ritenga di conseguire – se non proprio il successo – almeno un discreto successo, al punto d’entrare nel congresso PD ed accalappiare qualche voto da parte dei delegati.
Perché ci limitiamo a “qualche voto” e nulla più?
Poiché Grillo, pur riconoscendogli d’aver compreso la necessità di una rivoluzione nell’asfittica politica italiana, ha sbagliato clamorosamente bersaglio, ed il suo agire non porterà ad altro che ad una sconfitta, e che sconfitta.

Il “bersaglio” individuato – per Grillo – è forse quel partito nel quale confluirono ampi settori del PDS e la sinistra DC? Se è quello, bisogna riflettere che, dell’impostazione primigenia, non è rimasto nulla.
Se quel partito, quando nacque – nemmeno due anni or sono – poteva contare sul 33% dei votanti, oggi ne raccoglie solo più il 25%: Grillo s’è domandato il perché?

Gli elettori del PD che immaginavano quel partito “aperto e leggero” – pronto ad interloquire con il “popolo della sinistra”, e da troppi anni bastonato proprio dai governi della cosiddetta “sinistra” (né più e né meno che da Berlusconi) – se ne sono andati da tempo. Chi è rimasto?
Chi vota per tradizione e non se la sente di “tradire”, chi vota “tappandosi il naso”: soprattutto, è rimasto il partito degli affari, quella pletora di propinqui i quali, sotto varie forme, s’aspettano che quel partito sia in grado di fornire loro quelle glorie che, da soli, non riescono a perseguire.
Credere di riuscire a superare le “primarie” (se le faranno) o, peggio ancora, presentarsi di fronte all’assemblea congressuale con la speranza d’uscirne vivo, è un sogno che lasciamo agli ingenui.

Vorremmo sapere come farà Grillo – da sempre (a suo dire) il Conan il Barbaro contro gli inceneritori – a convincere una platea d’amministratori del PD che s’aspettano soldi su soldi dal gran (mal)affare del business “incenericolo”, della bontà del riciclo dei rifiuti.
E aspettano quei soldi perché sanno d’esser circondati: senza l’alleanza con la sinistra radicale, il centro sinistra non potrà mai diventare maggioranza nel Paese (come fu in passato) e, siccome lo sanno benissimo, i soldi dei vari business sul territorio servono loro come l’ossigeno per un malato grave, poiché sono destinati a governare solo più realtà marginali. Le ultime elezioni amministrative insegnano: senza l’apporto di quel 10% circa che sta a sinistra (e che Di Pietro intercetta in minima parte), alle prossime regionali perderanno anche il Piemonte e la Puglia, per citare solo due regioni fra le altre. In pratica, al PD rimarranno Bologna, Firenze e dintorni (forse).

Di più: credere di riuscire a percorrere la via maestra, fino ad una poltrona importante del PD, significa sottovalutare proprio quella mancanza di democrazia insita nella politica italiana, laddove (a destra come a sinistra) si creano le fortune politiche partendo dalle assemblee dei liberi muratori.
Con le volte che ha additato, sul suo blog, il perverso andazzo, oggi se ne scorda? Rilegga meglio ciò che, negli anni, ha scritto (lui o chi per lui).

Un’altra ipotesi è quella che, avendo compreso che il PD sta oramai percorrendo il “miglio verde”, Beppin da Zena abbia meditato d’impossessarsi della futura svendita. Cun poche palanche, se piggiemu tüttu.
Ipotesi peregrina: una futura svendita all’asta del PD, vedrà in prima fila – pronti ad alzare la posta – Rutelli, Casini & Co. La sinistra? Si perderà per l’ennesima volta in partitucoli senza futuro né progetti, come hanno già fatto i Socialisti, i Verdi, Comunisti e merce varia. O avariata?
Che al prossimo congresso vinca Franceschini, oppure Bersani, il percorso del PD è segnato: è solo una questione di tempi, ma – in completa assenza di rinnovamento (hanno, addirittura, “pregato” Chiamparino di non presentarsi, di non disturbare i manovratori, figuriamoci la Serracchiani!) – ed oggi…sarebbero pronti ad accettare Grillo? Oppure Grillo crede ancora alla democrazia interna dei partiti? Invece di fare spettacoli in giro per l’Italia, sarebbe meglio se si recasse a qualche recita parrocchiale: per rivedere Cappuccetto Rosso.

Il progetto – segreto di Pulcinella – dopo l’abbandono di Berlusconi (per “tradimento”, per età, per troppe “escort”…) è quello di una grande centro leggermente spostato a destra, ipotesi benedetta dai poteri forti di Confindustria, da Bankitalia, dal FMI, dalla massoneria internazionale, dalle finanze vaticane.
Tutti insieme, appassionatamente, per togliere quel poco che resta agli italiani e consegnarlo nelle mani delle banche e dei boiardi di Stato (adesso abbiamo la “class action” ma…peccato! Non è retroattiva, e Tanzi e Cagnotti la faranno franca).

Non crediamo una parola sull’onestà politica – e, a questo punto, anche intellettuale – di Beppe Grillo poiché, solo un paio d’anni or sono, avrebbe avuto la possibilità di fondarlo lui stesso quel partito, sicuro di raggiungere un discreto successo. E non lo fece. Perché? Ci spieghi come mai, solo pochi mesi or sono, riteneva impraticabile la strada di un partito nazionale e servivano solo liste locali. Cos’è, cambiato il vento?
Di più: a parole, confermò la sua fiducia a Beha e Veltri per la “Repubblica dei Cittadini” (o prime “Liste Civiche") per poi sconfessarli una settimana dopo, quando i due si davano da fare per raccogliere adesioni, sul blog. Replicò il copione con “Il Bene Comune” di Montanari, al punto che Montanari stesso sul suo sito, i primi tempi, pubblicò un video (oggi scomparso) dal titolo eloquente: “Grillo, perché?”.

Ciò che più ci disturba e c’infastidisce – a questo punto – di Grillo è che ripercorre lo stesso sentiero, puramente mediatico, di Berlusconi: è diventato un –Berlusconi, una copia al negativo (algebricamente) del Cavaliere. Perché?
Poiché, se si è meditato un poco sul baratro che abbiamo di fronte, sulla sparizione d’ogni forma di democrazia da questo Paese, la soluzione che proprio non serve è ripartire con un “Konducator buono” o roba del genere.
C’è bisogno di un lungo percorso di ricostruzione democratica – le scorciatoie portano solo ad altre cantonate – e deve essere un sentiero di riflessione, prima che politica, culturale, sul quale puntare per ricostruire le basi culturali e cognitive che sono la base della politica, non l’orpello.

Ho sempre sostenuto che questo percorso abbia il suo luogo deputato sul Web, ma tenendosi ben distanti dai quei carcinomi che sono gli attuali partiti politici, poiché si nutrono di basi culturali che sono distanti anni luce da un nuovo “sentire”, da quel che veramente serve per ricostruire le basi comunitarie di un Paese distrutto nella sua essenza sociale.
A questo punto, riteniamo che l’ipotesi pubblicitaria sia la sola a rimanere in campo: mia, Grillo, nun vegnì a piggiarce pà ‘u cü.

lunedì 13 luglio 2009

L'ottimismo della crisi economica globale

Ecco qui di seguito alcuni degli aspetti positivi della crisi economica globale che possono veramente infondere ottimismo per un futuro migliore.

Naturalmente è un ottimismo che si fonda su principi diametralmente opposti a quelli su cui si basa quello propagandato dal Presidente Operaio/Ferroviere/Muratore/Corruttore/Utilizzatore ecc. ecc.


Il buono della crisi
di Valerio Lo Monaco - www.ilribelle.com - Luglio 2009

Mandati al diavolo imbonitori, testimonials, carcerieri, banche, venditori e parcheggi sotterranei nei centri shopping del fine settimana, ci prenderemo innanzitutto indietro due cose che ci sono state tolte: tempo e silenzio.

Per scelta o per necessità, il crollo del nostro sistema di sviluppo ci toglierà beni materiali e ci farà tornare nelle mani la possibilità di riappropriarci di quelli spirituali.

Tutto risiede nella differenza tra prezzo e valore. Ci hanno fatto vivere in un mondo in cui tutto ha un prezzo. E abbiamo dimenticato le cose che hanno valore e nessun prezzo.Tolta la materia,e la necessità di dover lavorare a più non posso per crearla,scambiarla,venderla comprarla e accumularla, avremo il vuoto. E la possibilità, finalmente, di riempirlo con ciò che vogliamo. Non con ciò che ci hanno fatto credere che dovevamo.
E ora che faccio?

Semplice. Tutto quello che non si è potuto fare sino a ora perché troppo presi a lavorare sempre più per poter acquistare merce. Alla grande maggioranza delle persone nel nostro Paese non manca da mangiare né da vestire né un tetto sopra la testa. Con questa crisi mancherà denaro soprattutto per comperare il resto. Che serve poco o non serve affatto.

Se sapremo passare dall'essere poveri pieni di elettrodomestici in ricchi capaci di vivere con poco, non subiremo la crisi, ma ne coglieremo le possibilità. Svincolati dal denaro e dall'accumulo, dal dover vivere nei luoghi e con le modalità tipiche di una società che a questo è stata votata, ritroveremo cose che per quasi tutti sono solo un lontano e rimpianto ricordo.

Quando è stata l'ultima volta che abbiamo fatto qualcosa per il puro piacere di farla? Quando l'ultima volta che abbiamo potuto fare qualcosa senza motivazione economica? Non sarà difficile constatare che il tempo libero dal lavoro, poco, sino a ora è stato possibile viverlo unicamente per riposarsi, e sempre per troppo poco, per presentarsi il giorno successivo nuovamente al lavoro.

In una spirale ipnotica e sterile. Il lavoratore medio che alla fine di una lunga giornata di lavoro non ha altre energie se non quelle di sprofondare intorpidito su un divano e attendere l'ora di andare a dormire è fenomeno diffuso. Così come quello di chi imponendosi - letteralmente - di vivere un po' di tempo per sé è costretto a fare del movimento nelle prime ore del mattino oppure nelle ultime della sera, o ancora a relegare relazioni umane e piccoli piaceri passeggeri negli interstizi lasciati liberi dal lavoro e dal caos soffocante delle nostre città e delle competizioni serrate che questo sistema impone.

L'equazione è di una semplicità disarmante:troppo tempo a lavorare e troppo poco per vivere. Bene, anzi male. È tempo di lavorare solo per quanto ci serve e dunque avere del tempo libero per fare altro.

La chiave di volta è nel fare a meno di tante cose (superflue). E di scoprire che la vita, con meno "roba", è più degna di essere vissuta. Dunque potersi permettere di lavorare meno o, allo stesso modo, non soffrire oltremodo del meno lavoro che c'è in giro.

Se ci sapremo e potremo sottrarre al resto, se riusciremo a passare attraverso questo cambio di paradigma dovuto alla crisi, non dovremo più correre da una parte all'altra, né competere in duelli all'ultimo sangue per ogni cosa e riavremo indietro, in sostanza, la nostra vita. Stabilito un nuovo cosmo di valori, e tagliato (giocoforza o, meglio, come scelta) l'inutile, ritroveremo l'essenziale.

E l'essenza di due cose fondamentali che abbiamo e delle quali è giusto disporre come meglio crediamo: di noi stessi e del tempo che abbiamo a disposizione in questa vita. Il pericolo maggiore, dietro l'angolo, come accennato poco fa, può essere il vuoto. Il vuoto pneumatico inoculato a forza (e ad arte) nel corso di almeno trenta anni, è stato il punto cardine, metodico, attraverso il quale i media di massa (in primo luogo la televisione) e chi ne ha fino a ora comandato i fili, ha determinato la più importante mutazione antropologica dell'Occidente.

La falsa rappresentazione del migliore dei mondi possibili, l'imposizione sottile dei vacui modelli di riferimento che tutti conosciamo, ha consentito nella sostanza di modificare, giorno dopo giorno, la percezione della realtà e lo spostamento di valori che altrimenti, per secoli, erano rimasti immutati. E che avevano al centro la vita. L'uomo.

Questa rappresentazione della realtà, con punte di parossismo dal dopoguerra in poi,è stata invece il terreno più fertile per coltivare consumatori seriali, e non persone. Ci ha tolto (quasi) tutto, e ci ha lasciato nel consumo l'unico elemento con il quale tentare di riempire il vuoto esistenziale che ne è scaturito e che si autoalimentava nell'alienazione stessa del suo espletamento. Operazione tecnicamente perfetta, non c'è che dire.

Persone senza alcuna altra aspirazione che consumare compulsivamente, senza alcun altro tempo ed energia, oltre a quelle da dedicare all'indispensabile lavoro per potersi permettere il consumo, sono state (e sono tuttora, nella maggior parte dei casi) gli attori perfetti per perpetrare questo stato delle cose. Sine die. Lavora consuma crepa per tutta la vita. Ed è (stato) tutto.

Fortuna che,non ci stancheremo di dirlo,il sistema da sé non ha retto. E ora si può - si deve - necessariamente cambiare. Beninteso, si può essere d'accordo con la portata benefica di questa crisi solo nel momento in cui si abbia la voglia di riappropriarsi dei valori altri della vita. Per esempio di se stessi. Chi si trovava (o credeva) perfettamente a proprio agio nella macchina precedente e ambisce a ritornarvi il prima possibile non può che disperare della situazione attuale.

Per gli altri, per chi già allora si ribellava al meccanismo, è ora giunto finalmente un momento topico. Un momento nel quale mai come ora si può tentare di dare la svolta alla propria esistenza. E aiutare gli altri a questo risveglio, se si ha qualche velleità di servizio, di comunità e prossimità. Se si ha insomma a cuore almeno le sorti di chi si ha vicino oltre alle proprie.

Ma sia chiaro, ribadiamo, il punto più critico è nel passaggio. Nel vuoto di chi, privo (o privato) di risorse culturali e lucidità, non avendo più accesso all'unica gratificazione del mondo ante-crisi, ovvero il consumo, si troverà disorientato, con un orrido da riempire e poca attitudine a ritrovare i temi e i valori attraverso i quali farlo.

In questo senso ci sarà una riscossa degli intellettuali, così come dei testimoni che malgrado i tempi difficili sono riusciti a rimanere lucidi nella selva di neon, insegne luminose, spot, scaffali pieni e allibratori in ogni angolo di strada.

Essere e fare

Innanzitutto,già passare dal concetto di avere a quello di essere è cosa che riesce a riempire una vita di linfa del tutto nuova. Per non parlare dell'altro concetto (che Erich Fromm non cita nel suo Avere o essere) che è invece di importanza fondamentale: fare. Si badi bene che oltre all'assunto in sé, noi oggi viviamo nel mondo dell'avere avendo quasi del tutto dimenticato l'importanza di essere.

Il rovesciamento culturale fondamentale si è situato poi nel convincere le masse che era possibile riuscire a essere solo attraverso l'avere. Gli esempi non sono mancati:ho denaro e potere, dunque divento Presidente del Consiglio; ho un corpo perfetto, divento Ministro; ho gli agganci giusti, divento opinionista del maggiore quotidiano nazionale.

Ma di chi stiamo parlando? Tolto ciò che hanno, questi personaggi, chi sono? Meglio, che cosa sono?

Certo sarà difficile vivere per chi con la crisi sarà stato condannato a una vita differente che non ha in realtà mai voluto. Così come sarà difficile farlo per chi avrà serie difficoltà anche solo a sopravvivere. Per chi invece nel corso degli anni passati avrà sentito scorrere via i giorni senza un motivo valido per ricordarli, per chi avrà avuto abbastanza a noia la frenesia, la competizione, e più in generale per chi sente il proprio cuore voler trovare un ritmo molto differente da quello che gli era invece imposto di sostenere sino a ora, il momento è propizio.

È di una rinascita che si parla. Di un'altra chance. Cosa che molti, e sotto i tanti aspetti della vita, non hanno mai potuto neanche sognare. E che invece oggi, grazie alla indispensabilità,è concessa potenzialmente a tutti. Non è un caso che il settore dell'editoria relativa ai libri e alla cultura non sia uno di quelli maggiormente in crisi.

I lettori continuano a leggere. Per pochi che siano, nel nostro Paese, gli uomini e le donne di cultura continuano a vivere nel solco del senso. Perché questo è il punto, ancora una volta. Cultura - cultura vera - è senso. Direzione e significato. E dunque contenuto per riempire di direzione e significato quello spazio di vita, ben oltre le tre dimensioni e forse anche oltre la dimensione del tempo terreno. Tempo fa siamo stati contattati, in redazione, da una ennesima agenzia che stava operando un sondaggio, come è capitato certamente a tutti.

Una delle domande era relativa al consumo di libri - consumo,ancora una volta:quasi che i libri diventassero scarti dopo essere stati consumati. Ebbene, la domanda, relativa a quanti libri avessimo letto nel corso dell'ultimo anno, prevedeva tre risposte: da uno a cinque, fino a dieci, più di dieci.

Naturalmente fuori media tra l'incredulità e la presunzione ironica che abbiamo sentito dall'altra parte del telefono - abbiamo comunicato approssimativamente il nostro dato (tra quelli che studiamo, quelli che leggiamo, quelli che recensiamo, sfogliamo o consultiamo, per non parlare di quelli che rileggiamo come messali o haiku del mattino, abbiamo preferito comunicare un dato mensile intorno alle cinquanta unità e lasciare fare il conto alla cortese signorina).

Ma il punto è un altro, ed è relativo alla domanda. Un sondaggio del genere, e tutti quelli simili, partono dal presupposto che la maggior parte delle persone, almeno in Italia, leggano fino a cinque libri all'anno o al massimo non più di dieci. Il che, numericamente, non è un errore. Perché è il dato di fatto. Provate a fare un sondaggio tra le persone che conoscete e poi tirate le somme.

Chi non ha avuto modo di migliorarsi con la cultura, di capire veramente cosa è successo e cosa succede, e dunque di poter avere gli strumenti per decidere, cosa aspetta? Rinunciando a pagare rate per cose che non servono e conseguentemente lavorando meno (o viceversa) la crisi porta con sé tempo e silenzio per cultura e riflessione. Un investimento al sicuro da speculazioni e truffe, tra le altre cose...

Il punto è insomma rovesciare i cardini della rappresentazione della realtà che ci hanno imposto per anni. Cosa apparentemente difficile - per molti certamente lo è - ma in realtà di una semplicità assoluta, almeno dal punto di vista concettuale,se si riflette per un po' dopo aver (ri)stabilito il proprio cosmo di valori. Si tratta, con tutta evidenza, di un esercizio culturale. Anzi, molto più precisamente, della traslazione in pratica di concetti culturali.

Perché uno degli errori più comuni è quello di credere che un cambiamento culturale non sia azione pratica. Quando invece, e al contrario, un cambiamento culturale seguito da azione-reazione nelle cose di tutti i giorni, non può che suggerire e far realizzare delle azioni pratiche del tutto differenti. Dal che, come dovrebbe essere, dal pensiero all'azione il passo è breve. Ciò che si suggerisce, ciò che ci auspichiamo e più in generale ciò di cui abbiamo un disperato bisogno, è una controrivoluzione culturale in grado di dare scacco matto al sistema.

Incidendo sulle menti con un processo opposto a quello al quale le nostre società sono state sottoposte. Il punto è sottrarsi e cambiare direzione e valori. Per ribellarsi e andare sulla strada che si sente propria.

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”
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Ripensare il lavoro, ripensare la disoccupazione
di Debora Billi - http://crisis.blogosfere.it - 4 Luglio 2009

(Nota: questo post non parla della tragedia di chi ha perso il lavoro e deve pagare il mutuo e mantenere la famiglia. Parla invece del dramma di tutti gli altri.)

Un'amica su Facebook un bel giorno se ne esce con questo status: Non sono disoccupata ma in vacanza. Userò la vacanza per diventare una cuoca, una moglie, una zia, una poliglotta e una viaggiatrice migliore. Da molto tempo volevo consigliarvi un libro uscito almeno 13 anni fa, che si chiama L'orrore economico, la cui autrice è la giornalista francese Vivianne Forrester entrata di diritto nel club delle Cassandre.

In pieni anni '90, Vivianne anticipava il disastro della globalizzazione, delle chiusure delle fabbriche, del dumping sui salari, della forza lavoro nei Paesi sottosviluppati. Ma più di tutto, la saggia giornalista rimetteva in discussione la mitologia del lavoro: quella secondo cui siamo realizzati solo con una carriera, o almeno un "posto nella società" anche se è solo un cubicolo da call center. Per poter andare a testa alta (anche se la abbassiamo tutti i giorni davanti a un datore di lavoro sprezzante), per "non dover chiedere niente a nessuno" (anche a prezzo di umiliazioni inenarrabili - molto superiori al chiedere venti euro al papà pensionato).

La crisi, tra i tanti sconvolgimenti che produce, sarà anche causa di una completa revisione della nostra percezione di lavoro, posto di lavoro, ruolo sociale. Il disoccupato, come sottolineava anche la Forrester, è stato finora persona invisibile, che striscia lungo i muri oppresso dalla propria vergogna e dal proprio senso di colpa, perché "se non trovi lavoro è perché non lo cerchi abbastanza". Nulla come la disoccupazione è stato causa di depressioni, ansie, persino tentati suicidi. Altro che le corna.

Fermo restando, come premesso, il rispetto per chi non ha da dar da mangiare ai figli, ci si chiede se sia sensato ed opportuno per tutti gli altri abbandonarsi alla disperazione quando è ormai assodato che non c'è più trippa per gatti. Non avere lavoro sarà sempre più la norma, ed averlo l'eccezione. E qui torniamo alla mia amica: in presenza di una solidità alle spalle, che siano i genitori pensionati, il coniuge con un reddito, o la casa di proprietà, vale davvero la pena rischiare la propria salute mentale e fisica a disperarsi per la perdita di un lavoraccio magari precario e sottopagato? Non sarà meglio dedicarsi alla cucina e buonanotte?

In fin dei conti, è sempre stato così. Fino a cinquant'anni fa, la zia zitella, il nipote orfano, il fratello fannullone avevano qualcuno che li manteneva. Era normale, la solidarietà familiare. Oggi ci si sente subito "parassiti", non appena si smette di racimolare quei 400 penosi euro col proprio lavoro "creativo", "intellettuale" o sfruttato che sia. Cucinare cibi sani per la famiglia, fare volontariato sulle ambulanze, cimentarsi con orti e giardini pubblici, impegnarsi per l'ambiente, non sono attività che configurerei come parassitarie, tutt'altro. E questi ruoli saranno sempre più riconosciuti socialmente, anche dal papà pensionato e dal marito con la busta paga. E' la fine della vergogna da disoccupazione, se vogliamo considerarla una buona notizia.

Probabilmente non sarete d'accordo con me e leverete alti lai. Non mi importa: precaria da una vita, ho capito da tempo che nel disperarsi si rischia solo la salute. Noi non siamo qualche biglietto da cento, siamo parte di una comunità a cui possiamo essere utili in mille modi. Gli yuppie sono morti da un pezzo, seppelliamoli senza rimpianti e riprendiamoci la nostra esistenza... senza vivere "alle spalle di qualcuno", ma dando qualcosa, molto, in cambio.


Disoccupazione e ribellione
di Debora Billi - http://crisis.blogosfere.it - 8 Luglio 2009

Mi piace tornare sull'argomento che ha destato vivaci discussioni qualche giorno fa. So di camminare su terreno minato: c'è sempre quello che commenta "e io come pago l'affitto?" oppure il più banale "vai a lavurà!".
Non importa. Siamo qui per ragionare, magari anche per sbagliare.

Dov'eravamo rimasti? Ah si: alla disoccupazione come opportunità per rendersi utili alla società, alla famiglia, alla propria comunità. Alcune persone mi hanno scritto per ringraziarmi di aver valorizzato il loro lavoro di casalinghe, volontari, attivisti. Anche se c'è qualcuno che paga (e lo fa volentieri) le loro bollette, credo siano persone che sappiano vivere in modo sostenibile e non facciano shopping da Dolce e Gabbana.

Sempre più disoccupati sentono la responsabilità di porsi come esempio di vita in una situazione di crisi sistemica: frugalità, sostenibilità, aiuto, dignità nel servizio gratuito li rendono meritevoli di "mantenimento" (che brutta parola!) molto più di tanti altri che lavorano, sì, ma svolgendo mansioni inutili e legate a un sistema destinato alla morte.

Ma c'è un altro aspetto della disoccupazione che secondo me è importante far emergere. Sapete, tutti coloro che "possono permettersi" di restare disoccupati hanno anche un altro lusso: quello di agire come quinta colonna. Nel momento in cui ci si libera dell'ansia artificialmente indotta dalla società di sentirsi inutili senza uno straccio di lavoro, si scopre che ci si può anche vendicare del sistema che ci ha ridotti a questo punto.

Si scopre che si diventa dei piccoli sovversivi, in grado di minare alle radici la generale filosofia del datore di lavoro. Tale filosofia si basa NON sul vostro bisogno di uno stipendio per pagare l'affitto, ma sul bisogno (ripeto: fasullo) di avere un ruolo nella società produttiva quale che sia, pena la totale disintegrazione della sicurezza in se stessi.

Liberarsi di questo è magico. Molti anni fa, la titolare di un'azienda mi offrì un posto a cui tenevo. Mi guardò negli occhi e disse: "Il nostro direttore vuole te assolutamente. Dice che sei la migliore tra tutti i selezionati. Ma io ti posso offrire... (l'equivalente di 800 euro odierni), un contratto cococo e l'orario di lavoro arriva fino a mezzanotte, senza paga straordinaria ovviamente." Non dimenticherò mai il suo sguardo ironico, mentre mi prendeva per i fondelli in questo modo. Sapeva che avrei accettato. Ma si sbagliava. Le dissi: "Io valgo il doppio, me lo ha appena detto lei. Ci pensi su." Me ne tornai a casa disoccupata, con l'affitto da pagare e nessuno a mantenermi, ma con la dignità intatta. Avrei odiato ogni secondo di quel lavoro.

Tutti i disoccupati cercano continuamente lavoro, è giusto e legittimo. Ma essere consapevoli della propria dignità, di avere un proprio ruolo produttivo anche senza stipendio, significa poter disinnescare il ricatto. Significa poter ridere in faccia a chi propone lo "stage" non pagato per mesi e anni, con la scusa di "imparare", significa mandare affa senza rimpianti il furbone che non paga, che rimanda, che prende in giro, che sfrutta. Significa non presentarsi tremanti di speranza e con gli occhi bassi davanti a chi elargisce 400 euro per schiavizzarvi 10 ore al giorno.

Nel mondo illusorio che mi diverto a immaginare, vedo mille, centomila persone che cominciano a lasciare basiti tali approfittatori, sbattendo la porta e lasciandoli lì con le loro grandiose opportunità. Non vi stanno offrendo niente, in realtà, se non il loro arricchimento. Credo che una tale presa di coscienza da parte dell'immenso popolo dei disoccupati, serbatoio senza fondo di manovalanza da sfruttare che regge in piedi buona parte del nostro assurdo sistema, sarebbe forse ciò che gli darebbe il colpo di grazia. Tutto si regge sul vostro/nostro condizionamento psicologico a sentirsi esseri umani solo se si esce la mattina per andare a lavorare o a fingere di farlo (nel caso degli stage). Ribellarsi a questo, liberarsi di questo è una rivoluzione immane.

Capite ora che potere abbiamo?

domenica 12 luglio 2009

Afghanistan: la guerra non va in vacanza

Dall'inizio dell'operazione "Colpo di spada", lanciata il 1 Luglio nella regione dell'Helmand, si è registrato nel resto del Paese un costante aumento della violenza, visto anche l'approssimarsi delle elezioni presidenziali di Agosto.

Ecco gli ultimi eventi in rapida rassegna:

Il 2 Luglio è stato rapito un soldato USA insieme a tre soldati afghani, il primo sequestro in Afghanistan di un soldato statunitense negli ultimi tre anni.

Il 3 Luglio un attentatore suicida si è lanciato contro un mezzo italiano nell'area di Farah. Almeno due soldati italiani sono rimasti feriti in modo lieve.

Tre giorni dopo quattro soldati USA sono stati uccisi da una bomba che si trovava sul ciglio di una strada presso Kunduz, nel nord dell'Afghanistan. Altri due soldati USA sono stati uccisi invece in un'esplosione nel sud dell'Afghanistan, mentre un altro soldato è morto in uno scontro a fuoco con i ribelli. In totale 7 soldati USA morti in un giorno.

Il 7 Luglio una granata lanciata contro un veicolo della polizia nella provincia di Khost ha causato, secondo quanto detto dal governatore della provincia Taihir Khan Sabari, la morte di 9 persone. Quattro agenti della polizia e cinque bambini.

Mentre il 9 Luglio ci sono state almeno 25 vittime, 21 civili e quattro poliziotti, per l'attentato suicida avvenuto a circa trenta chilometri a sud di Kabul. Un mezzo imbottito di esplosivo è saltato in aria mentre passava un gruppo di studenti.

Intanto, il presidente USA Obama ha ordinato l'invio di altri 21.000 soldati in Afghanistan, mentre l'operazione dei 4000 marines nell'Helmand sembra aver messo in fuga i talebani verso le zone italiane, dove pare si stia preparando un'analoga massiccia offensiva in vista delle elezioni di Agosto con la piena operatività dei nostri soldati.

Auguri...


Aghanistan, una lunga estate calda
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 11 Luglio 2009

Finora, più che i talebani, è il caldo torrido a mietere vittime tra la fila dei quattromila marines impegnati dal 2 luglio nell'operazione Khanjar, nel profondo sud dell'Afghanistan.

Gli uomini del generale Larry Nicholson - uno di quei 'duri' dagli occhi di ghiaccio che sembra uscito da un film di guerra hollywoodiano - marciano da giorni sotto un sole che ha già fatto collassare decine di soldati. Marciano risalendo il corso del fiume Helmand, che a sud di Lashkargah serpeggia attraverso il Dasht-e-Margo, il Deserto della Morte, rendendo possibile la coltivazione di papaveri da oppio e la vita in miseri villaggi di argilla addossati lungo le sponde del fiume. I giovani marines, sudando l'anima sotto gli elmetti, entrano in questi villaggi e li occupano, uno dopo l'altro, senza incontrare nessuna resistenza.

Gli scontri a fuoco finora sono stati sporadici: si parla di 27 guerriglieri uccisi in una settimana. I talebani si sono volatilizzati. Mischiatisi tra i civili, secondo il generale Nicholson, in attesa di sferrare un contrattacco a sorpresa quando i suo uomini saranno sfiancati dal caldo e dalla tensione. Fuggiti a nord, invece, secondo il generale Zahir Azami, portavoce della Difesa afgana, che accusa i marines di aver solamente spostato il problema 'talebani' da un'altra parte.

"Dall'inizio dell'operazione Khanjar - ha dichiarato alla stampa il generale Azami* - i combattenti talebani si sono spostati nel nord della provincia di Helmand, precisamente nella zona di Baghran che è controllata dalle truppe Nato tedesche, e nei distretti orientali della vicina provincia di Farah, che sono invece sotto il controllo delle truppe Nato italiane. Questo spostamento ha suscitato lamentele da parte dei comandanti tedeschi e italiani".

Si preannuncia un'estate molto calda per i paracadutisti italiani della brigata 'Folgore', che già da maggio combattono nel deserto di Farah per contrastare la crescente presenza dei talebani nei distretti di Bala Baluk, Pust-e-Rod e Delaram, e che nelle prossime settimane saranno presumibilmente coinvolti anche in una grande offensiva pre-elettorale, sullo stile di quella dei marines in Helmand, alle porte di Herat.

"Le truppe afgane e internazionali si stanno preparando in vista di un'offensiva contro le roccaforti talebane alla periferia della città di Herat", ha dichiarato lunedì alla stampa locale il comandante provinciale della polizia, generale Esmatullah Alizai, senza specificare le zone interessate. Le aree sotto controllo talebano più vicine a Herat sono i distretti di Guzara (alla periferia sud della città), Rabat-i-Sangi (50 chilometri a nord) e Khushk Kohna (70 a nord-est).

PeaceReporter ha chiesto conferme ai portavoce del contingente italiano a Herat e Kabul, rispettivamente maggior Magagnino e capitano Lipari, i quali hanno detto di non saperne nulla, aggiungendo (Lipari) che "anche se fosse vero, nessuna informazione sull'operazione verrebbe divulgata prima del suo inizio". Il giorno successivo Peacereporter ha raggiunto telefonicamente il comandante della polizia di Herat, generale Alizai, per approfondire la questione, ma l'ufficiale non ha voluto parlare.


Afghanistan, nell'occhio del ciclone
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 4 Luglio 2009

A Lashkargah, nei giorni scorsi, c'era una calma surreale, insolita. Tutti i locali dicevano che era la quiete prima della tempesta. E avevano ragione.

I talebani, che da mesi circondano la capitale di Helmand, sono così vicini che le loro comunicazioni radio interferiscono con quelle cittadine. Nella provincia sono così forti da aver costretto la compagnia telefonica afgana, la Roshan, a spegnere i ripetitori dalle sei di sera fino all'alba per evitare di essere localizzati dai comandi Nato e poter quindi operare senza rischi. Sono così potenti da aver convinto la popolazione locale a non ritirare le tessere elettorali per il voto di agosto, pena il taglio della gola. Quei pochi che sanno che ad agosto si vota hanno decisamente optato per l'astensionismo.

Del resto, da quelle parti nessuno si interessa alla politica: Kabul è lontana e qui, in Helmand, c'è la guerra. Che ogni tanto dà qualche giorno di tregua, ma poi ricomincia, peggio di prima.
L'unica avvisaglia del fatto che qualcosa stava per succedere era stata, nei giorni passati, l'intenso volantinaggio aereo effettuato dalle truppe d'occupazione, con tutta probabilità per informare la popolazione dell'imminente offensiva. Un volantinaggio non sempre innocuo, peraltro. Dopo i volantini, dunque, arriva il ‘Colpo di Spada' - questo il nome dell'offensiva Usa - che si è abbattuto sull'Helmand con una forza che nessuno poteva prevedere.

All'ospedale di Emergency di Lashkargah è tutto pronto per ricevere i civili feriti. Uno è già arrivato martedì sera: è morto prima ancora di essere ricoverato. Ma la previsione dello staff è che ne arriveranno pochi, di feriti. La gente del posto dice che i marines hanno sigillato tutta l'area delle operazioni e quindi sarà difficile che le vittime dell'offensiva riescano a raggiungere il capoluogo.

Rahirmullah Yusufzai è un noto giornalista pachistano, tra i maggiori esperti mondiali di Afghanistan e terrorismo islamico, che segue il conflitto afgano dai tempi della guerra contro i sovietici. E' diventato famoso per essere stato l'ultimo giornalista ad aver intervistato Osama Bin Laden prima dell'11 settembre 2001. "Il consigliere per sicurezza nazionale di Obama, James Jones, solo ieri aveva detto che la guerra non può essere la soluzione del problema afgano" dice Yusufzai. "Subito dopo è stata lanciata un'offensiva militare senza precedenti. Il mio giudizio è che Obama voglia effettivamente cambiare strategia rispetto al passato e iniziare un dialogo con i talebani, ma da una posizione di forza, non da una posizione di debolezza. Inoltre questa operazione in Helmand va letta in relazione alle prossime elezioni di agosto: i talebani controllano tutta la provincia di Helmand eccetto la capitale Lashkargah, quindi oggi come oggi sarebbe impossibile svolgere le elezioni in quella regione. Ciò costituirebbe un grave danno di immagine sia per il governo afgano che per le forze degli Stati Uniti e della Nato".

Ma per i Talebani questa non è la prima grande offensiva a cui far fronte, e a differenza degli Stati Maggiori Usa, gli afghani sono abituati a resistere in armi da circa trent'anni. "Appena sono iniziate le manovre militari dei marines in Helmand, il portavoce talebano, Quari Yussuf Ahmadi, ha dichiarato che loro non sono minimamente spaventati dalle dimensioni di questa offensiva" Conferma Yusufzai. "Gli Stati Uniti hanno fretta di riprendere il controllo di Helmand prima delle elezioni, mentre i talebani sono pronti a combattere fino alla liberazione del loro Paese. Quindi non affronteranno i marines frontalmente, ma si ritireranno, daranno loro il tempo di occupare i distretti contesi e poi inizieranno ad attaccarli secondo le più classiche tattiche di guerriglia: imboscate, attentati, eccetera. Tempo fa un comandante talebano mi ha detto: gli americani hanno l'orologio, ma noi abbiamo il tempo".