mercoledì 11 novembre 2009

Honduras: dalla tragedia alla farsa

Qui di seguito gli ultimi sviluppi della crisi in Honduras che sembrava essere giunta ad un punto di svolta con le recenti trattative tra Zelaya e Micheletti.

Ma pochi giorni fa si è tornati nuovamente ad una situazione d'impasse, con l'interruzione del dialogo e l'organizzazione di nuove elezioni presidenziali a cui parteciperà molto probabilmente un solo candidato, quello della giunta golpista.

Insomma, dalla tragedia all'ennesima farsa elettorale.


Un governo di riconciliazione senza legittimità
di Giuseppe Gentiloni - Peacereporter - 9 Novembre 2009

Nuova impasse in Honduras

L'accordo di Tegucigalpa / San José, frutto del dialogo di Guaymuras a cui l'intervento del Dipartimento di Stato americano ha forzato le parti, ha mostrato tutta la sua fragilità portando a un nuovo impasse della crisi politica in Honduras.

Due sono i punti fondamentali dell'accordo: la conformazione di un Governo di Riconciliazione Nazionale (GRN) e l'obbligo del Congresso della Repubblica di decidere se recovare o no il decreto che aveva permesso la destituzione del presidente Manuel Zelaya.
Per il primo, la data indicata dall'Accordo è il giorno di ieri (5 di novermbe), per la seconda decisione, il documento non impone alcuna data al Congresso, invitandolo però a deliberare con la rapiditá che la situazione suggerisce.

UN GOVERNO DI RICONCILIAZIONE NAZIONALE

La costituzione di un GRN è una misura eccezionale che permette a un paese di superare gravi crisi, quali coflitti interni o dittature, per mezzo di un governo che aglutini rappresentanti dei diversi partiti e membri della societá civile organizzata. Il suo scopo è quello di rappresentare la eterogeneità e garantire la transizione a un processo elettorale aperto e democratico.

Per permettere la nomina del nuovo consiglio, i ministri del governo de facto hanno presentato ieri a Micheletti la propria rinunica. Il presidente illegittimo ha anche ricevuto le liste di possibili candidati, presentate dal partito della Democrazia Cristaiana e dal PINU. I due principali schieramenti, Partito Nazionale e Partito Liberale, hanno invece preferito desistere lasciando al presidente de facto la decisione sulle nomine.

Il presidente deposto, Manuel Zelaya Rosales, non ha presentato alcuna proposta, considerando che non fossero riunite le condizioni per la designazione del Consiglio dei Ministri del Governo di unità nazionale.
Durante le ore della notte, Micheletti Baín, ha comunicado "d'essere orgoglioso" di poter presentare il nuovo Governo, "nei tempi previsti dall'accordo." I nomi dei ministri non sono ancora stati divulgati.

LA DECISIONE SULLA RESTITUZIONE

Conformemente all'Accordo, la restituzione della presidenza a Manuel Zelatya sarà presa in considerazione dal Congresso. Per prendere la propria decisione il potere legislativo ha richiesto l'opinione, non vincolante, della Corte Suprema di Giustizia, del Ministero Pubblico, del Commisario Nazionale dei Diritti Umani e della Procura Generale.

È fondamentale comprendere la necessità del Congresso di dilatare i tempi. Ottanta dei centoventi rappresentanti stanno concorrendo per essere rieletti. I due partiti tradizionali stanno contendendosi la nuova presidenza e le elezioni del 29 novembre sono ancor aperte.

Un voto così delicato come quello sulla restituzione del potere al presidente de iure rischierebbe di essere un boomergan. Nessun deputato vuole rischiare di essere pregiudicato da questa decisione.

L'ipotesi più plausibile è quella di una deliberazione sucessiva alle elezioni che eventualmente restituirebbe la presidenza a Zelaya in modo meramente simbolico.
Non è dunque difficile comprendere la ragione per cui Zelaya si sia astenuto dall'inviare una lista di possibili candidati per il GRN. Non è sua intenzione legittimare un processo che sancisce la sua sconfitta.

Zelaya è lo sconfitto. Il colpo di Stato lo ha privato del potere. La lotta per la sua restituzione promossa dal Fronte Nazionale di Resistenza contro il Golpe di Sato non ha dato alcun risultato. Il processo elettorale entra nella retta finale. Il governo de facto sembra essere riuscito a blidarne e assicurare lo svolgimento delle elezioni.

Gli Stati Uniti hanno garantito, attraverso il subsegretario di Stato per gli affari dell'emisfero occidentale, Thomas Shannon, che si riconoscerá il risultato delle urne e che si rispetterà in ogni caso la decisione del Congresso in merito alla restituzione della presidenza a M. Zelaya.

La sconfitta di Zelaya è accompagnata da una disfatta ancor più grave della sinistra honduregna. Il colpo di Stato costituiva un'opportunità senza precedenti per la conformazione di un fronte ampio. La sinistra avrebbe potuto riunirsi, negoziare la participazione alle elezioni con il PINU e un unico candidato presidenziale, garantirsi una buona quota dei seggi parlamentari e rompere il bipartitismo tradizionale.

La democrazia honduregna è asfittica e l'apertura del panorama politico con un polo d'opposizione sarebbe stato una conquista senza prezzo per la società. Il personalismo di Zelaya e la mancanza di strategia politica del Fronte Nazionale di Resistenza contro il Golpe di Sato hanno determinato un fallimento del progressismo in Honduras, su tutti i fronti.

SEGNALI DA NON SOTTOVALUTARE

Nelle ultime settimane si sono susseguiti eventi dinamitardi con obiettivi diversi: un centro commerciale, una torre elettrica, la sede della radio HRN, la compagnia telefonica TIGO e alcuni bagni pubblici del centro. Gli attentati, fino ad oggi non rivendicati da alcun gruppo, non hanno causato vittime.

È impossibile per il momento determinarne i responsabili, ma il fatto costituisce senza dubbio un'avvisaglia degna di attenzione, se considerata dentro un quadro di ordine costituzionale altarato e se associato a alcuni episodi di esecuzioni di ufficiali della polizia e dell'esercito.

Il Fronte Nazionale di Ressitenza contro il Golpe di Sato ha annunciato ieri che continueranno le mobilitazioni e ha i suoi membri a che "siano pronti a eseguire azioni di disconoscimento della farsa elettorale."

Il processo elettorale si svolgerà dentro al quadro di un dialogo fallito. Non tutti i settori della societá si sentono rappresentati dai candidati attuali e alcuni non riconosceranno i risultati. Questo malessere per una democrazia non rappresentativa potrà sfociare in derive violente che potrebbero contare con l'appoggio economico di chi continua a promuovere un vetusto sogno rivoluzionario in America Latina.


Honduras: dopo il secondo golpe di Micheletti la Resistenza rinuncia alle elezioni
di Gennaro Carotenuto - www.giannimina-latinoamerica.it - 10 Novembre 2009

Nel silenzio dei media internazionali si aggrava ora per ora la situazione in Honduras. Dopo che la dittatura civico-militare ha truffato, con l’aiuto degli Stati Uniti, il governo legittimo di Mel Zelaya e la comunità internazionale venendo meno ai patti appena firmati, la Resistenza ritira il proprio candidato dalle elezioni e annuncia che in nessun caso riconoscerà il risultato delle elezioni del prossimo 29 novembre.

Il fine settimana in Honduras è stato concitato e tragico nonostante i media internazionali abbiano di nuovo optato per una congiura del silenzio complice con i golpisti. Inizialmente il dittatore di Bergamo Alta, Roberto Micheletti aveva rinnegato gli accordi appena firmati, che prevedevano un effimero ritorno al governo di Mel Zelaya, il presidente rovesciato lo scorso 28 giugno e tuttora rifugiato nell’Ambasciata brasiliana.

Quindi il governo degli Stati Uniti aveva benedetto quello che è stato definito come “il secondo golpe” di Micheletti affermando che quel paese riconoscerà in ogni caso il risultato delle elezioni gestite senza controlli dalla giunta golpista. Trionfano così mesi di lobbysmo pro golpista rappresentati innanzitutto dal senatore Jim DeMint del partito repubblicano statunitense. Questo aveva trovato sponda nel segretario di Stato Hillary Clinton e quindi sconfitto la linea più titubante (o dignitosa) del presidente Barack Obama.

Infine il “Fronte Nazionale di Resistenza contro il Colpo di Stato”, che da quattro mesi e mezzo sfida a testa alta la dittatura, ha deciso pressoché all’unanimità di boicottare le fraudolente elezioni che si terranno nel paese tra 19 giorni e che vedranno al via solo candidati pro-golpisti. Infatti, con una consultazione fatta in tutto il paese, almeno 11.000 persone si sono pronunciate (al 95% secondo fonti della Resistenza) a favore del boicottaggio delle elezioni dalle quali si è di conseguenza ufficialmente ritirato il candidato espressione del Frente e delle sinistre Carlos H. Reyes.

Se dal punto di vista civico-militare si mette male per la democrazia in Honduras, e gli Stati Uniti si apprestano a riconoscere solitari o quasi il tipico governo fantoccio espressione dei propri interessi e di quelli dell’oligarchia, come fossimo negli anni ’20 o ’70 del XX secolo, la costante di questi mesi è la presenza indefettibile del popolo honduregno che si fa protagonista della propria storia.

È lo stesso popolo che avrebbe appoggiato la candidatura democratica di Carlos H. Reyes, e che da quattro mesi (che valgono come 40 anni di lotta e di presa di coscienza), scende costantemente in piazza in difesa del barlume di democrazia apertosi con il referendum che doveva portare ad un’Assemblea costituente e brutalizzato dal golpe del 28 giugno.
Tra tre settimane in Honduras si voterà comunque e Micheletti passerà la mano ad un altro golpista.

Saranno elezioni farsa dove l’opposizione si esprimerà nelle piazze e non nei seggi perché non vi è alcuna garanzia per un voto regolare. Al popolo honduregno aspettano settimane di passione e di pericolo in un clima di violenza crescente con gli squadroni della morte in azione. Quei media, quei giornalisti, che terranno spente le luci su Tegucigalpa sono fin d’ora complici del sangue che sarà versato.


Per sapere cosa succede in Honduras
di ANAIC - Megachip - 10 Novembre 2009

Giro in Italia di un dirigente della resistenza in Honduras.

Come sapete in Honduras c’è stato un colpo di Stato dei militari in combutta con settori dell’oligarchia e sotto copertura e complicità Usa. Sapete anche, non tutti ahimè, che dal 28 giugno, giorno del golpe, il popolo oppone una valorosa resistenza, costata decine di morti, centinaia di feriti, migliaia di carcerati e un numero imprecisato di desaparecidos.

Si tratta di una ripetizione dell’Operazione Condor che portò al golpe di Pinochet. Ancora oggi, dopo il fallimento di un presunto “dialogo” tra golpisti e il legittimo presidente Manuel Zelaya, la dittatura sostenuta dagli Usa si mantiene al potere e conta di legittimarsi agli occhi della “comunità internazionale” attraverso elezioni controllate e manipolate, che la vasta maggioranza della popolazione respinge.

Tutto questo è vergognosamente ignorato dalla classe politica tutta e dai media italiani, eccetto “il manifesto”. Un silenzio indice di complicità con chi riporta una strategia di aggressione colonialista contro l’America Latina liberatasi in massima parte del dominio Usa, delle sue multinazionali e del suo controllo militare.

È dunque molto importante e urgente che all’opinione pubblica italiana si possa fornire un’informazione corretta e veritiera su un conflitto che minaccia di estendersi al continente intero, con conseguenze nefaste su tutti i popoli e le classi in lotta per sovranità e giustizia sociale.

Il Circolo della Tuscia dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba si fa promotore della proposta di una visita in Italia di un alto esponente del Fronte della Resistenza al Colpo di Stato in Honduras. Chiediamo dunque agli altri circoli dell’ ANAIC, ma anche a tutte le strutture impegnate su temi internazionali, di partiti, associazioni, comitati, centri sociali, di considerare l’opportunità a partecipare all’organizzazione di un giro del dirigente honduregno in Italia, assumendosi i costi degli spostamenti locali e di vitto e alloggio.

Se vi fosse inoltre la possibilità di sostenere le spese del biglietto aereo, questo faciliterebbe l’impresa, essendo le risorse della resistenza honduregna assorbite da incombenze molto stringenti.

Attendiamo dunque a stretto giro di e-mail risposte da coloro che ritengano di partecipare con iniziative locali a questo giro del membro del direttivo del Frente. La visita potrebbe effettuarsi nella prima quindicina di dicembre o, se la maggioranza dei partecipanti lo ritenesse opportuno, dal 10 gennaio in poi. In questo secondo caso l’incontro con il dirigente della Resistenza honduregna potrebbe arricchirsi della presentazione del primo, esaustivo docufilm sul colpo di Stato, sul la Resistenza popolare e sul quadro complessivo latinoamericano.

Sandra Paganini, segretaria Circolo della Tuscia.

martedì 10 novembre 2009

Un'altra leggina salvaculo del premier?

Nessun altro commento sull'ennesimo tentativo del cosiddetto premier di salvarsi il culo.

Chi scrive tiene alla salute del proprio stomaco...


Processi veloci, ultimo trucco
di Giuseppe D'Avanzo - La Repubblica - 10 Novembre 2009

Perbacco, ecco finalmente i "problemi reali del Paese". O meglio, l'unico problema del Paese che, come in un'ossessione paranoica, a Berlusconi e alla sua gente appare reale: i processi di Berlusconi. Come evitare che il presidente del consiglio affronti il tribunale e un giudizio? La narrazione di questa necessità, che dovremmo sentire come un obbligo dovuto al sovrano, si nutre di finzioni, inganni, autoinganni, rovesciamento di senso.

Nel corso del tempo, ha mutato i suoi pretesti. Prima è stata accompagnata dal giocoso ritornello "così fan tutti" e ci è stato lasciato intendere che dovunque, nel mondo, chi governa è immune dal processo. È una balla, ma è stata all'origine di una legge (la "Schifani") incostituzionale e presto silurata dalla Consulta. All'inizio di questa legislatura, nuova legge immunitaria ("Alfano") e nuovo argomento: se deve difendersi nelle aule di un tribunale, il capo del governo non può governare. Quindi, si sospenda il processo. Gli si consenta di svolgere il suo incarico. In aula ci andrà dopo.

La Corte costituzionale boccia il nuovo sgorbio: processo e governo possono coesistere se giudici e imputato (che governa) concordano un calendario di udienze che non pregiudica le responsabilità del presidente del consiglio e consenta al tribunale di accertare che cosa è accaduto e per colpa di chi.

La coerente soluzione costituzionale non può essere accettata perché un processo, in ogni caso, ci sarà e, per Berlusconi, è giusto l'intralcio che va aggirato. Dunque, si ricomincia. Questa volta, con una sprezzante limpidezza della ragione che impone "una soluzione definitiva".

Il perché ha una sua formula sfrontata e una declinazione più ideologica. Della prima s'incarica Fedele Confalonieri: "Le leggi ad personam? [Silvio] Le fa per proteggersi. Se non fai la legge ad personam vai dentro". Della seconda, se ne cura Giuliano Ferrara: "C'è un solo vero dilemma: della guida di questo Paese decide il popolo o decide l'ordine giudiziario?". Al fondo dell'argomento, c'è una tesi insidiosa e controversa: Berlusconi ha il diritto di prevalere su tutti gli altri poteri dello Stato (anche il potere giudiziario, anche il parlamento, anche la corte costituzionale), perché soltanto lui è "eletto direttamente dal popolo".

Quindi, nessuno lo può giudicare a meno di non volere azzerare la volontà popolare, con un colpo eversivo della democrazia. Ilvo Diamanti e Giovanni Sartori hanno dimostrato con qualche numero che "l'asserzione è falsa" perché Berlusconi non è insediato "direttamente" dalla volontà popolare e lo vota, sì e no, un terzo degli italiani. Troppo poco per concludere che Berlusconi è il popolo e il popolo è Berlusconi.

Ma tant'è, questo è l'argomento che ci viene oggi proposto. Irrobustito, si fa per dire, da due "quadri" diventati ormai "classici", nonostante la loro inconsistenza: la magistratura ha liquidato abusivamente, quindici anni fa, un sistema politico (per credere alla favola, bisogna dimenticare che diecimila miliardi di tangenti l'anno avevano già distrutto il Paese); Berlusconi, una volta in politica nel 1994, è stato perseguitato dalle "toghe rosse" con ostinazione (in questo caso, si dimentica che Mediaset e Publitalia erano sotto inchiesta già nel 1992 e Berlusconi era già stato al centro negli anni ottanta di indagini e condanne penali).

Questa figurazione truccata, che ieri ha ottenuto anche un sorprendente editoriale del direttore del Tg1 a favore del ripristino dell'immunità parlamentare, sostiene il nuovo schema con cui faremo i conti nei prossimi mesi. L'ultimo paradigma, escogitato dai "tecnici" di Berlusconi, si poggia ancora una volta su una narrazione alterata. È interessante scorgere quale prezzo Berlusconi intende far pagare alla sua maggioranza, al suo governo, alla macchina della giustizia, ai cittadini pur di guadagnare l'impunità.

Si dice: la giustizia è lenta, va riformata nell'interesse dei cittadini. È un'assoluta priorità correggere la prescrizione (il tempo che lo Stato si concede per accertare i fatti e la responsabilità). Quindi - ecco l'ultimo scarabocchio - tagliamo subito di un quarto i tempi di prescrizione dei procedimenti in corso per i reati commessi prima del 2 maggio 2006 con pena massima fino a dieci anni e stabiliamo che i processi devono essere celebrati in sei anni (tre per il tribunale, due per l'appello, uno per la cassazione).

Bisogna ora chiedersi: è vero che, riformata così la prescrizione, i processi saranno più rapidi? La risposta è che non è vero. La riforma (condivisibile) è soltanto un imbroglio se non si provvede a mettere il sistema in condizione di celebrare i processi in tempi compatibili con la nuova prescrizione. Ma di questo obiettivo Berlusconi e i suoi non vogliono discutere perché, con tutta evidenza, i procedimenti da cancellare con quelle norme sono i tre processi che, dopo la bocciatura della "legge Alfano", attendono il capo del governo (Mills, diritti Mediaset, Mediatrade).

Vediamo ora quali sono gli effetti di questa mossa per la giustizia e per la politica. I quattro quinti dei reati previsti dal codice penale sono puniti con una pena massima inferiore ai dieci anni. Se si considera che, in media, i processi durano sette anni e mezzo, anche i non addetti comprendono che i quattro quinti dei processi italiani sarà azzerato, le vittime dei reati umiliate, i rei liberi come farfalle. Ecco perché si parla di amnistia mascherata e di massa.

Qui, il prezzo maggiore lo paga la sicurezza dei cittadini, che pure è uno dei cardini del programma di governo. L'esito disastroso ha come pendant rovinoso l'effetto sul quadro politico e istituzionale. Il presidente della Repubblica non vuole "riforme né occasionali né di corto respiro". Il presidente della Camera concorda che il processo sia breve, ma ritiene che ridurre unicamente i tempi della prescrizione non trasforma un sistema arrugginito in una macchina efficiente.

Dal loro canto, i magistrati hanno fatto sapere che, per dare più rapidità al processo, sono necessarie più risorse e, da subito, qualche accorgimento tecnico. Per esempio, la posta elettronica per le migliaia di notifiche e avvisi inviati agli avvocati; la sospensione dei processi penali per gli imputati irreperibili, che impegnano i tribunali senza alcuna utilità; la depenalizzazione dei reati minori, per riservare il costoso processo penale, alle questioni di reale allarme sociale.

Sappiamo anche un'ultima cosa. Che il Pd di Bersani è disposto a un dialogo con il governo per sostenere una nuova stagione di "riforme strutturali", ma esclude che la giustizia ad personam sia una priorità. È questa allora la mappa dei conflitti autunnali che Berlusconi accenderà se dovesse ostinarsi nella sua pretesa di rendersi immune, costi quel che costi.

Contro il capo dello Stato; contro il presidente della Camera e parte della maggioranza (quella che fa riferimento a Fini); contro la magistratura; contro lo spirito riformista dell'opposizione; contro la sicurezza dei cittadini; contro le vittime dei reati. Uno scontro senza quartiere che Berlusconi è disposto a provocare in nome dei "problemi reali del Paese". Anzi, dell'unico problema reale che conta per lui, il suo.


AAA Lodo offresi prezzo trattabile
di Marco Travaglio - voglioscendere - 10 Novembre 2009

Premesso che l'on. avv. Niccolò Ghedini è una simpatica personcina e il suo maestro on. avv. Pietro Longo pure, la domanda è questa: ma è normale che questi due signori - come informano quotidianamente i giornali - si aggirino per le aule parlamentari, peraltro deserte, e negli angiporti limitrofi, cercando di piazzare lodi, lodini, sottolodi, minilodi travestiti da “riforme della giustizia" in formato extralarge, o mignon, da tasca o da pochette, per cancellare i processi o i reati del loro cliente che li paga profumatamente e, per inciso, fa pure il presidente del Consiglio?

È normale che tutti li stiano a sentire, nell'ambito del “dialogo sulle riforme”, anziché mandarli a stendere?

È normale che nessuno... dal presidente della Camera a quello della Repubblica, non trovino due minuti e due parole per metter fine allo sconcio? È normale che i giornaloni “liberali” non scrivano una riga?

È normale che Pigi Battista abbia frantumato i marroni per tutta l'estate a De Magistris perché non s'era ancora dimesso da magistrato (l'ha fatto a settembre, nel silenzio di Battista) e non abbia mai dedicato una virgola alle mancate dimissioni di Ghedini e Longo dall'avvocatura o dal Parlamento o dalla difesa berlusconiana?

È normale che il Corriere degli Ostellini, dei Panebianchi, dei Pappagalli della Loggia che quotidianamente ci affetta i santissimi con la separazione delle carriere fra giudici e pm non dedichi un pigolìo alla separazione delle carriere fra avvocati e legislatori?

È normale che l'Ordine degli
avvocati, quello che non ha ancora trovato il modo di espellere Previti a tre anni dalle condanne definitive per aver comprato le sentenze Imi-Sir e Mondadori, non abbia nulla da dire ai due illustri associati in spudorato conflitto d'interessi?

Se non andiamo errati, l'Ordine forense è dotato financo di un “Codice deontologico”, che nel capitolo III sul “Conflitto d'interessi”, contempla il seguente art. 37: “L'avvocato ha l'obbligo di astenersi dal prestare attività professionale quando questa... interferisca con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale”. Tipo quello di deputato.

Ora, non ritengono lorsignori che codesto articolo calzi a pennello con ciò che fanno ogni santo giorno da 15 anni gli avvocati del premier? E, se è così, il Codice deontologico ha una funzione ornamentale o è vincolante per gli associati? E che si intende fare per indurre le due personcine a rispettarlo?

Finora gli On. Avv. avevano sempre trovato un prestanome disposto a immolarsi e intestarsi le leggi-vergogna su misura dell'Utilizzatore Finale e dei suoi cari: decreto Biondi, condono Tremonti, scudo Tremonti, ddl Pittelli, lodi Schifani e Alfano, legge-bavaglio Alfano sulle intercettazioni.

Solo Cirielli si era ribellato, tant'è che la sua legge riveduta e corrotta fu ribattezzata “ex Cirielli”, alla memoria, per mancanza di scudi umani volontari. Ora anche Angelino Jolie, essendosi sputtanato abbastanza, non firma più nulla. Così Ghedini e Longo han dovuto riaprire il bazar mettendoci la faccia e il nome.

Ogni giorno la premiata ditta sforna una nuova schifezzuola per sondare il terreno e vedere l'effetto che fa: amnistia super o mini; indultino gigante o nano; prescrizione breve o media o lampo; portiamo tutto da Milano a Roma, o magari ci fermiamo a metà strada, tipo Orte; un bel lodino nuovo di pacca, anzi usato; valido per tutti, o solo per gli incensurati, o solo per Lui.

Interessa l'articolo? Prezzi modici e trattabili. Roba che nemmeno Paolo Ferrari coi due fustini al posto di un Dash. Prima o poi riusciranno a piazzarlo, il Ghedash che lava più bianco. Tanto nessuno dice nulla e il Presidente firma tutto. O no?


I dubbi del Colle e una firma non scontata
di Marzio Breda - Il Corriere della Sera - 10 Novembre 2009

«Il presidente è preoccu­patissimo ». Non c’erano giri di parole o toni minimizzatori in chi descrive­va nei giorni scorsi gli umori di Gior­gio Napolitano davanti alle ipotesi di una frettolosa leggina sulla giustizia messa in cantiere dal governo dopo la bocciatura del lodo Alfano.

Le diverse formule per abbreviare i termini di prescrizione sulle quali è all’opera il consigliere giuridico e avvocato del premier, nonché parlamentare del Pdl, Niccolò Ghedini, rischiano di ave­re un pesante impatto su migliaia di processi. Ne estinguerebbe addirittu­ra 600 mila, secondo alcune valutazio­ni.

Effetti che, se da un lato salvereb­bero Berlusconi dai dibattimenti in cui è imputato per corruzione (il caso Mills) e per frode fiscale (la vicenda Mediaset sui diritti tv), dall’altro lato potrebbero tradursi in una sorta di amnistia mascherata, com’è stato det­to da più parti. Uno scenario molto preoccupante per il Quirinale.

Insomma, Palazzo Chigi si sta muo­vendo su un terreno più che scivolo­so, pericoloso. E il via libera del Colle a un provvedimento così delicato e controverso dipenderà dalle soluzio­ni tecniche che emergeranno a fine percorso. Al momento, dunque, la fir­ma di ratifica del capo dello Stato ri­sulta tutt’altro che scontata. E Napoli­tano l’ha già fatto sapere al governo.

Un’incertezza che, del resto, vale an­che per l’accordo con gli altri leader della maggioranza, Bossi e Fini, chia­mati oggi a esprimere un impegno vincolante davanti al Cavaliere. Le va­riabili attorno alle quali ruota l’esame del mondo politico, ma soprattutto del capo dello Stato, riguardano le modalità per accorciare i tempi dei processi e far sì che siano davvero «ra­gionevoli ». Questo, almeno, è quanto dichiarato dai proponenti.

Ma sembra un obiettivo difficile da raggiungere se la legge non sarà ac­compagnata da un congiunto piano di risorse, necessarie per restituire ef­ficienza al sistema giudiziario. Altri­menti tutto potrebbe tramutarsi, di fatto, in una resa dello Stato, con la conclamata dimostrazione dell’impos­sibilità di fare i processi e di punire i colpevoli e garantire giustizia a tutti.

Napolitano ha denunciato davanti allo stesso Consiglio superiore della magistratura che «una crisi della giu­stizia c’è» e ha chiesto a più riprese, e l’ultima volta la scorsa settimana, che le riforme annunciate «non siano oc­casionali o di corto respiro». Traducia­mo (raccogliendo il suo vecchio invi­to a non attribuirgli in questa materia «alcuna salomonica equidistanza»): riforme non ritorsive nei confronti della magistratura e non costruite su misura per alzare uno scudo protetti­vo su una persona sola.

Ora, se non dovesse risultare digeri­bile dall’intero centrodestra la «taglio­la » sulla prescrizione studiata da Ghe­dini (che ha lavorato di bulino su co­me ridurre la sospensione al tempo di «assenza giustificata» dell’imputato dal processo), ben più lacerante sareb­be l’eventuale recupero di un’idea fat­ta circolare da ambienti del governo nelle settimane scorse. L’idea cioè di un provvedimento che sposti a Roma «per competenza funzionale» tutti i processi per le quattro Alte cariche dello Stato, ed è inutile ricordare che Silvio Berlusconi ne sarebbe l’unico beneficiario.

In questo caso, il «no» presidenzia­le sarebbe certo. Anzi, se il governo, dopo la prevedibile bocciatura del Col­le, si azzardasse a rivotarlo tale e qua­le imponendone la promulgazione al capo dello Stato (come prevede l’arti­colo 74 della Carta costituzionale), ri­schieremmo di assistere a uno scon­tro tra poteri senza precedenti.

In dot­trina, infatti, si discute se il presiden­te della Repubblica non potrebbe — e si ritiene appunto che potrebbe — ri­fiutare la controfirma e sollevare un conflitto di attribuzioni davanti alla Consulta. Perché una norma del gene­re finirebbe per ledere un principio in­derogabile della Costituzione: quello dell’uguaglianza dei cittadini di fron­te alla legge.

Strage di Fort Hood: ci mancava pure Al-Qaeda adesso...

Qui di seguito una serie di articoli molto diversi tra loro che trattano però la medesima notizia: la strage di Fort Hood compiuta dal 39enne psichiatra dell'US Army, il maggiore Nidal Malik Hassan.

Nato in Virginia, originario della Giordania, era un musulmano osservante che per legittima paura non voleva assolutamente partire per il fronte iracheno o quello afghano.

Ciò gli provocò un periodo di forte instabilità psichica, sfociato infine nella strage.
Questo in sintesi il quadro che ci hanno descritto i media nei giorni successivi al massacro.

Ma adesso, dopo le prime cautele degli inquirenti e della stessa Casa Bianca, sia le indagini dell'Fbi sul suo conto così come alcuni articoli sui media mainstream cominciano a dipingerlo come un estremista musulmano vicino alla fantomatica Al-Qaeda.

E te pareva...


L'omicida di Fort Hood sotto farmaci psicotropi?
di Paul Joseph Watson - www.prisonplanet.com - 6 Novembre 2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Carlo Martini

Nonostante un chiaro legame tra anti-depressivi e sparatoie stragiste, i media non si chiedono se Hasan era sotto SSRI

Nonostante il fatto che l'omicida Nidal Malik Hasan fosse uno psichiatra, i media non hanno nemmeno sollevato la domanda se stesse prendendo farmaci psicotropi prima che freddasse oltre una dozzina di suoi colleghi durante la tragica violenza di ieri: una grave colpa dell'establishment, che si precita ad accusare la politica, la religione, il diritto al possesso di armi, o qualunque altro fattore per le sparatoie stragiste in modo da nascondere il collegamento diretto tra tali massacri e l'uso di farmaci anti-depressivi.

E' stato confermato che Hasan era uno psichiatra dell'esercito a Fort Hood. Gli psichiatri hanno tutta una storia di "auto-cure" per via della facilità con cui possono accedere a farmaci psicotropi.

In quasi ogni maggiore sparatoia stragista degli ultimi due decenni, ossia da quando i farmaci anti-depressivi sono diventati popolari, l'omicida era sotto SSRI - inibitori della ricaptazione della serotonina.

I media dell'establishment, strettamente alleati come sono all'industria farmaceutica, mancano uniformemente di sottolineare questo comune fattore, preferendo invece accussare il secondo emendamento o, come nel caso di Hasan, motivazioni politiche.

Comunque, ogni studio onesto su questo fenomeno non può giustificabilmente giungere a qualsiasi altra conclusione se non che gli SSRI giocano un ruolo centrale nell'indurre uno stato di furia omicida nell'assassino e a spingerlo verso quel tipo di carnefifica che la persona media fatica a comprendere.

Subito dopo aver saputo del massacro al Virginia Tech, la maggior sparatoia nella storia degli Stati Uniti ad opera di una sola persona, predicemmo che l'assassino si sarebbe rivelato sotto farmaci psicotropi, e fu esattamente così.

Eric Harris e Dylan Klebold della Columbine, come anche il 15enne Kip Kinkel, l'omicida dell'Oregon che assassinò i suoi genitori e compagni di classe, erano tutti sotto farmaci psicotropi.

Robert Hawkins, il 19enne che uccise sè stesso e altre otto persone con un fucile d'assalto ad Omaha (Nebraska) nel dicembre 2007 aveva tutta una storia di trattamenti con farmaci psichiatrici per la depressione e l'ADHD (Sindrome da deficit di attenzione e iperattività), oltre ad essere sotto Prozac.

Jeff Weise, l'omicida della Red Lake High School era sotto Prozac, “Unabomber” Ted Kaczinski, Michael McDermott, John Hinckley, Jr., Byran Uyesugi, Mark David Chapman e Charles Carl Roberts IV, l'assassino nella scuola Amish, erano tutti sotto farmaci psichiatrici SSRI.

Steven Kazmierczak della Northern Illinois University prendeva il Prozac.

Poichè questi farmaci mortali prevalgono in quasi tutti gli incidenti di questo tipo, dove sono gli appelli per bandire il Prozac? Perchè c'è sempre la stessa prona reazione, che attacca il diritto all'auto-difesa sancito dal secondo emendamento? Il fatto che la sparatoia di ieri sia avvenuta in una base dell'esercito è l'unica ragione per cui i media dell'establishment sono stati incapaci di attribuire al secondo emendamento la carneficina. Invece, hanno sfruttato la religione di Hasan per suscitare ancora più odio verso i Musulmani in un volgare tenattivo di rinvigorire il calante sostegno dell'opinione pubblica per la guerra al terrore.

Gli studi scientifici che rovano come il Prozac incoraggiale tendenze suicide sono voluminosi e coprono un arco di almeno un decennio.

Nel 2005, è stato rivelato che Eli Lilly aveva piena conoscenza di un aumento del 1200 % del rischio suicidio per quanti assumono il Prozac. Questa scoperta si è avuta sulla scia dei dati pubblicati nel British Medical Journal un anno prima.

Nel 2006 fu pubblicato un rapporto che portava a conoscenza il fatto che il farmaco anti-depressivo Paxil raddoppia il rischio di comportamento violento. Un altro studio pubblicato negli Archivi di Psichiatria Generale rivelava che gli adolescenti che predono farmaci anti-depressivi sono più propensi a commettere il suicidio.

E' un fatto ben noto tra i produttori che questi farmaci sono direttamente connessi a disturbi del comportamento, tra cui agitazione, attacchi di panico ed aggressività estrema, ma il loro uso è così comune che tra poco li troveremo anche nell'acqua corrente.

I media, nelle mani nel complesso militar-industriale statunitense, continueranno a sfruttare gratuitamente e senza vergogna la tragedia di ieri caratterizzando le credenze religiose e politiche di Hasan come la principale motivazione dietro al massacro, senza nemmeno indagare se stesse prendendo o meno farmaci psicotropi e quale ruolo questi hanno giocato nel perchè sia improvviamente cambiato, con un rispetto a come la famiglia ne ha descritto la personalità.

I video sottostanti mettono in evidenza la correlazione tra farmaci psicotropi e violenza.




Il massacro di Forth Hood: breve storia della violenza americana
di Marc Ames - http://exiledonline.com - 6 Novembre 2009
Traduzione a cura di Manuela Vittorelli membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (http://mirumir.altervista.org)

È difficile decidere quale sia l'aspetto più sconvolgente del massacro compiuto dal Maggiore Malik Nadal Hasan a Fort Hood, Texas. Comincerò con questo: non c'è niente di assolutamente nuovo, in quel massacro. Succede di continuo, è solo che il nostro paese soffre di amnesia: dimentichiamo le cose sgradevoli e ci rifiutiamo di imparare le lezioni preziose. [Proprio stamane c'è stato un altro raptus omicida in un ufficio di Orlando, che ha fatto almeno due morti e 17 feriti. In base alle prime notizie l'omicida era un dipendente.]

Tanto per cominciare, Fort Hood si trova a Killeen, Texas – teatro nel 1991 di uno dei peggiori raptus omicidi, quando un disoccupato già arruolato nella Marina, George Hennard Jr., entrò con il suo pickup in un popolare ristorante self-service, tirò fuori due pistole (anche Hasan ne ha usate due), e assassinò 23 persone prima di togliersi la vita. Il giorno prima del massacro Hennard stava mangiando un hamburger in un ristorante seguendo alla tv la nomina del giudice Clarence Thomas e, secondo il gestore, “Quando trasmisero un'intervista con Anita Hill diede in escandescenze. Cominciò a urlare ‘Brutta troia! Bastardi, avete aperto la porta a tutte le donne!’”

Così la sparatoria di Fort Hood non è il peggiore o più folle omicidio di massa della storia di Killeen. Niente affatto. I media a grande diffusione incoraggiano il clamore sui traditori musulmani che vivono in mezzo a noi, ma Hasan ha ucciso meno americani del bianco e razzista Hennard. Ed entrambi sono stati battuti dal governo federale nella vicina Waco, Texas, dove nel 1993 i federali massacrarono ben 74 tra uomini, donne e bambini nel ranch dei davidiani.

Ma in quella che appare come una strana coincidenza, il Maggiore Hasan e Killeen sono legati a un altro massacro americano. Killeen ha detenuto il record del peggiore massacro degli Stati Uniti fino al 2007, quando lo studente del Virginia Tech Seung-Hui Cho si è messo a sparare contro gli altri studenti uccidendone 33. Malik Nadal Hasan si era diplomato proprio al Virginia Tech nel 1997.

Sia Hasan che Cho erano vittime di prepotenze e persecuzioni – il cugino di Hasan ha raccontato ai giornalisti che dopo l'11 settembre i suoi commilitoni lo tormentavano regolarmente, chiamandolo “cavalca-cammelli”. Ma il cugino insiste che l'opposizione di Hasan alla guerra non era tanto una conseguenza di quelle prevaricazioni, quanto dei racconti che aveva ascoltato durante il tirocinio come counselor psichiatrico dei reduci delle guerre in Iraq e in Afghanistan.

Hasan aveva perfino assoldato un avvocato per cercare di giungere a un accomodamento con il governo degli Stati Uniti e lasciare il servizio, ma l'accordo non c'è stato e Hasan è stato destinato in Iraq. Pare che si sia opposto a questa decisione fino al giorno prima della partenza: e invece di andare in guerra ha portato la guerra nell'esercito americano.

Come spesso capita, sono state tratte le lezioni sbagliate: la soluzione è stata più armi e una maggiore militarizzazione della società. Dopo la strage del Virginia Tech, nel 2007, è nato un nuovo gruppo studentesco favorevole alle armi, che chiede che gli studenti possano girare armati negli atenei. Il gruppo si chiama Students for Concealed Carry on Campus e conta oggi più di 40.000 membri in più di 363 atenei.

Analogamente, nel 1991, dopo la sparatoria di Killeen, lo Stato del Texas rispose adottando una legge che consentiva l'omissione di denuncia per il possesso d'armi. Fu il Presidente Bush a firmarla quando era governatore del Texas nel 1995, e fu sempre Bush che nel 2008, dopo il massacro al Virginia Tech, firmò la prima legge federale per il controllo delle armi in 13 anni.

(In questo caso sta già accadendo: ecco per esempio un articolo appena pubblicato, “Fort Hood: Death By Gun Control ”, in una cosa chiamata Austin Gun Examiner.)

Dunque Hasan, i cui genitori giunsero negli Stati Uniti dalla Palestina, aveva molti legami personali con la violenza e i massacri “Made in the USA”; eppure si tenta fanaticamente di ritrarlo come un folle mostro musulmano deciso ad uccidere americani a tutti i costi. Ma perché cercare altre fonti di ispirazione, quando gli americani avevano già dimostrato con tanti eccellenti esempi come si fa una strage di connazionali?

Anche Fort Hood, la più grande base militare in territorio statunitense, ha avuto la sua dose di violenza. Innanzitutto detiene il record di soldati uccisi in Iraq e Afghanistan – 685 fino a oggi – e anche se non si conoscono le cifre è ragionevole supporre che Fort Hood sia responsabile di un'alta percentuale delle decine o centinaia di migliaia di persone uccise in quei paesi in seguito all'invasione americana.

Nello stesso periodo a Fort Hood si sono suicidati 75 soldati, dieci nel solo 2009; più che in qualsiasi altra base. In un solo fine settimana del 2005 si sono uccisi, in due episodi distinti, due soldati rientrati dall'Iraq. Lo scorso anno, in un caso che sembra uscito direttamente da Full Metal Jacket, lo Specialista Jody Michael Wirawan, 21 anni, della 1ª Divisione di Cavalleria, ha ucciso il suo tenente per poi suicidarsi all'arrivo della polizia.

E Killeen non se la cava meglio: ha uno dei redditi mediani più bassi del paese e un tasso di criminalità tra i più alti. Quest'anno un soldato ventenne di Fort Hood è stato ucciso da un poliziotto di Killeen che ha detto di avergli sparato dopo essere stato investito dal suo SUV; la madre del soldato morto ha fatto causa affermando che il poliziotto era noto per essere un individuo violento e incontrollabile, e che l'auto di suo figlio era accostata quando è stato ucciso.

Tutta questa violenza e disperazione ha portato il comandante di Fort Hood, il Tenente Generale Rick Lynch, a creare un centro per il recupero dalla sindrome da stress post-traumatico: si chiama Resiliency Campus e comprende un Centro Benessere Spirituale per la meditazione e un Centro di Aiuto per il Potenziamento Cognitivo. Come se l'allenamento spirituale potesse risolvere le cause che hanno portato a creare un Resiliency Campus.

Ma se il governo fosse veramente preoccupato per tutti i casi di suicidio e di sindrome da stress post-traumatico, avrebbe potuto evitare la missione suicida e omicida del Maggiore Hasan. Sarebbe stato facile: Hasan aveva chiesto ai suoi superiori di non essere mandato in Iraq, dove era stato destinato, ma le sue richieste furono respinte.

I blogger di destra come Michelle Malkin e alcuni media hanno cavalcato le notizie secondo cui Hasan avrebbe espresso simpatia per gli attentatori suicidi. Ma se avesse fatto parte di una cellula dormiente di Al Qaeda non si spiegherebbe perché a) avesse detto ai commilitoni che le guerre sono sbagliate e che avremmo dovuto ritirarci; e b) che stava cercando di evitare di essere mandato in Iraq.

I terroristi dell'11 settembre fecero del loro meglio per “mimetizzarsi” e fingere di essere americani quanto una torta di mele, perché quando sei un terrorista che pianifica un attentato suicida in una base militare devi cercare di non attirare l'attenzione. Inoltre la scelta dei tempi per il massacro, il giorno prima di partire, dimostra che la sua disperazione era giunta al limite. Questo suggerisce che se le obiezioni del Maggiore Hasan fossero state prese in considerazione il massacro avrebbe potuto essere evitato .

L'opposizione del Maggiore Hasan alle guerre in Iraq e in Afghanistan lo colloca dove si trova oggi la maggioranza degli americani. E non è il primo soldato di Fort Hood a contestare la guerra. Dall'invasione dell'Iraq la percentuale di diserzioni è salita, e quest'anno hanno fatto notizia alcuni obiettori di alto profilo di Fort Hood, come lo specialista Victor Agosto, processato questa estate dalla corte marziale dopo essersi rifiutato di partire per l'Afghanistan, e il Sergente Travis Bishop, che ha chiesto lo status di obiettore di coscienza dopo essere stato in Iraq per 14 mesi.

Ai tempi della guerra del Vietnam Fort Hood divenne famosa per una delle prime proteste pacifiste, nel 1965, quando i cosiddetti “tre di Fort Hood” si rifiutarono di partire dicendo che la guerra era ingiusta e illegale. Tre anni dopo il movimento si estese: centinaia di soldati semplici afro-americani destinati in Vietnam manifestarono la propria opposizione durante la Convention democratica del 1968, e finirono sotto corte marziale.

Fu un gesto eroico: soldati e poliziotti statunitensi misero in scena una delle repressioni di massa più sanguinarie della storia moderna. Nel 1971 il Fronte Unito di Fort Hood, composto da soldati della base, marciò a Killeen, malgrado la città gli avesse rifiutato il permesso. I manifestanti furono arrestati a centinaia.

Oggi, se si va a leggere nei forum le reazioni al massacro di Fort Hood, emerge che il sentimento pacifista è forte e che costituisce chiaramente un problema per le autorità. Dunque si farà il possibile per ritrarre il Maggiore Hasan come un musulmano matto. Da anni la destra ha cercato di identificare l'opposizione alle guerre con il filo-terrorismo e l'anti-americanismo: se così fosse, in base ai sondaggi la maggioranza degli americani sarebbe costituita da terroristi anti-americani.

È già possibile vedere la fetida, cupa essenza dell'Animo Americano nei messaggi anonimi postati in siti di destra come Free Republic. Eccone alcuni:

Perché alcuni si sorprendono?

Abbiamo già uno SPORCO TRADITORE MUSULMANO nello Studio Ovale.

Altra immondizia musulmana, che sarà mai?

* * * [Citando un post precedente] **Se sei islamico, non puoi entrare nel nostro esercito. Punto.**

Mi sto avvicinando a:

Se sei islamico, non puoi entrare nel nostro esercito vivere in questo paese.

Punto.

* * *

Mi sto avvicinando a:

Se sei islamico, non puoi vivere.

* * *

La storia è ancora fresca e ci sono molte cose che non conosciamo, e molte notizie contrastanti e confuse. Dato che Hasan verrà giudicato da un tribunale militare, noi americani sapremo solo quello che l'esercito vorrà farci sapere. E in una nazione che sta scivolando ulteriormente nelle nebbie della sua amnesia, l'ultima cosa che vogliamo conoscere sono le verità minacciose e dolorose.


Negli USA torna lo spettro del Vietnam
di Ennio Caretto - Il Corriere della Sera - 6 Novembre 2009

Con la strage di Fort Hood si leva sulla presidenza Obama lo spettro della guerra del Vietnam di 40 anni fa. Uno spettro con una caratteristica angosciante per l’America: che nei soldati può esplodere una follia omicida contro i propri compagni. Nella guerra del Vietnam, scrive il Wall Street Journal, i casi di militari che uccisero dei commilitoni «furono molto più frequenti che nelle guerre dell’Iraq e dell’Afganistan».

Ma queste tragedie rischiano adesso di aumentare, insieme con i suicidi. Con un esercito di soli volontari, senza più la chiamata di leva, i soldati in prevalenza giovanissimi non fanno un turno al fronte, ma ne fanno due, tre, forse quattro. E i ripetuti orrori del conflitto distruggono il loro equilibrio mentale. Come in Vietnam, così oggi in Iraq e in Afganistan molti militari vengono sottoposti a stress che li spingono o alla droga e alla violenza.

MOVENTE RELIGIOSO - Oltre che per questa sindrome, il maggiore Nidal Malik Hassan
ha compiuto la strage di Fort Hood per un movente religioso e politico: figlio di palestinesi, musulmano, ha finito per identificare nell’America il nemico, una forza occupante nell’Islam. Era già accaduto a un altro musulmano il sergente Hasan Kabar in Kuwait nel 2003: Kabar lanciò una granata in una tenda uccidendo due compagni e ferendone quattordici.

Ma un’altra strage, quella compiuta sei mesi fa a Bagdad dal sergente John Russell, un veterano della guerra dei Balcani, con cinque vittime, fu il prodotto esclusivo della follia in lui indotta dal conflitto. E proprio a Fort Hood, per le stesse cause, nel settembre del 2008, un soldato di 21 anni, Jody Wivaran, assassinò un tenente di 24, Robert Flecher, e si suicidò. Un campanello d’allarme inascoltato.

IL FRONTE INTERNO - Fort Hood è una base enorme, una città militarizzata di 50 mila persone. In otto anni di guerra, ha registrato ben settantacinque suicidi, di cui dieci dall’inizio del 2009, sei di meno che a Fort Campbell nel Kentucky, che detiene il triste record, una base egualmente tormentata. Si tratta di tragedie che, assieme alla sempre più palese mancanza di una strategia vincente, potrebbero spingere l’America ad opporsi ai conflitti in Iraq e Afganistan come si oppose al conflitto in Vietnam. Obama è alle prese con la situazione in cui si trovò Nixon nel '69, al suo primo anno alla Casa bianca.

I due conflitti hanno un fronte interno oltre che esterno e il primo minaccia di diventare più importante del secondo: l’età media dei caduti è di 23 anni, l’America piange i figli persi. Nixon adottò la exit strategy di una falsa pace in cambio della ritirata. Sinora, Obama non ha segnalato che cosa voglia fare.


Massacro di Fort Hood: "Un atto di jihad improvvisa"
di Guido Olimpio - Il Corriere della Sera - 10 Novembre 2009

Hanno coniato un nuovo termine per spiegare il gesto di Malik Hasan, l’autore del massacro di Fort Hood: «un atto di Jihad improvvisa». Chi crede a questa tesi ritiene che il maggiore di fede musulmana abbia sparato sui commilitoni perché mosso da motivazioni politiche. Le autorità militari, invece, invitano alla cautela. E alcuni esperti ricordano quanto avvenne nell’immediatezza della strage di Columbine con ricostruzioni e versioni che si sono poi rivelate fasulle.

NUOVI ELEMENTI - Gli elementi che sosterebbero la teoria dell’attacco terroristico sono diversi. Alcuni noti, altri emersi in queste ore.
1 - Hasan aveva espresso ammirazione per gli attentatori suicidi: è stato trovato un testo su Internet, ma non è sicuro che sia stato il maggiore a scriverlo.
2 - Il killer ha frequentato nel 2001 una moschea in Virginia che era guidata Anwar Al Awlaki, un imam estremista che oggi vive nello Yemen. In questo stesso tempio avevano pregato due terroristi dell’11 settembre.
3 - Il maggiore avrebbe cercato di entrare in contatto con esponenti di Al Qaeda attraverso il web. Un tentativo che sarebbe stato scoperto dall’intelligence, ma non è chiaro se poi l’informazione è stata passata all’Us Army.
4 - Al Awlaki e i suoi seguaci hanno diffuso messaggi per celebrare l’azione di Hasan, considerato un esempio per altri soldati americani di fede musulmana. Potrebbero, però, essere semplici dichiarazioni di appoggio morale.

ISOLATO Per ora gli investigatori sono stati piuttosto prudenti sulle motivazioni della strage costata la vita a 13 persone. Hasan – sostengono – avrebbe agito da solo e non sarebbero state trovate prove di un complotto. Ma al tempo stesso Fbi e militari stanno scavando nel passato dell’ufficiale in quanto non escludono a priori che possa spuntare un risvolto eversivo.

Dalle testimonianze raccolte emerge un profilo parziale di Hasan: solitario, senza amici, con difficoltà a trovare una moglie perché la voleva «molto religiosa», si considerava discriminato e non voleva partire per il fronte. Era molto devoto all’islam ma in alcune occasioni avrebbe frequentato locali di lap dance vicino alla base. Nell’ultimo mese Hasan si è recato almeno tre volte allo Starz Strip rimanendovi dalle «sei alle sette ore». Ed ha anche pagato per uno «spettacolino privato» offrendo birre alle ragazze.

Comportamento inusuale per chi vuol fare la Jihad, anche se bisogna ricordare che alcuni dei kamikaze dell’11 settembre avevano cercato la compagnia di prostitute alla vigilia della missione. Infine non mancano le polemiche nei confronti dell’esercito. Le molte segnalazioni di colleghi e ufficiali sui comportamenti anomali avrebbero dovuto indurre l’Us Army a mettere sotto osservazione Hasan. Non solo non è avvenuto, ma lo hanno mandato a Fort Hood, la base meno indicata per un uomo con seri problemi e che aveva espresso l’intenzione di lasciare la divisa.

lunedì 9 novembre 2009

La pseudo riforma sanitaria di Obama passa il primo ostacolo

La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato ieri la (pseudo) riforma sanitaria voluta da Barack Obama, con 220 voti favorevoli e 215 contrari.

Naturalmente Obama ha definito il voto "
storico" e si è detto "assolutamente fiducioso" sull'approvazione anche al Senato - dove i Democratici non hanno però una maggioranza così netta come alla Camera -, sperando di poter promulgare la legge "entro la fine dell'anno".

Il testo approvato ieri è comunque ben diverso dal progetto originario di Obama, frutto di estenuanti negoziazioni e modifiche durate parecchi mesi.
La parte più controversa della riforma, che prevede una copertura finanziaria di circa 1.000 miliardi di dollari in dieci anni, è l'istituzione dell'obbligatorietà per tutti i cittadini di un'assicurazione pubblica sulla salute che dovrebbe competere con quelle private e quindi in teoria ridurre le tariffe sanitarie e mediche, oggi troppo esose grazie a un sistema quasi esclusivamente privato.
A meno dell'usuale cartello messo in piedi dalle compagnie assicurative....

Un altro tema spinoso è quello dell'aborto, che ha provocato un duro conflitto politico sull'opportunità di consentire che gli interventi di interruzione di gravidanza siano pagati con soldi pubblici. Su questo tema la speaker della Camera Nancy Pelosi ha trovato alla fine un compromesso, saranno cioè possibili restrizioni al finanziamento degli aborti.

Fino ad oggi infatti la legge federale proibiva l'uso di fondi pubblici per finanziare interruzioni di gravidanza tranne che nei casi di stupro, incesto o situazioni in cui la vita della madre è in pericolo.

Resta però da chiarire se i cittadini potranno comprare una copertura in caso di aborto dall'assicurazione pubblica che il progetto di riforma vuole istituire.
Un dubbio non da poco che si accompagna a quello ancora più grande relativo al destino di tutti quei cittadini USA che non potranno permettersi l'acquisto dell'assicurazione pubblica.

Insomma, una pseudo riforma che ha dovuto cedere ai soliti diktat delle compagnie di assicurazione e del trasversale fronte anti-abortista.


Sanità: Obama vince ai punti
di Michele Paris - Altrenotizie - 9 Novembre 2009

Dopo mesi di estenuanti trattative e onerosi compromessi, nella notte tra sabato e domenica la Camera bassa del Congresso americano ha consegnato al presidente Obama una prima sostanziale vittoria nella ancora lunga battaglia per la riforma sanitaria. La risicatissima maggioranza messa assieme dai democratici nella votazione decisiva, è stata resa possibile però solo a prezzo di rilevanti cedimenti all’ala più moderata del partito sulla questione dell’accesso all’aborto, nell’ambito del piano pubblico che rappresenta uno dei nodi centrali della riforma stessa.

Il blitz di Barack Obama al Congresso, alla vigilia di un voto che era rimasto in dubbio fino all’ultimo, è risultato alla fine decisivo per convincere una manciata di deputati recalcitranti ad appoggiare una legge di 1990 pagine che costerà oltre mille miliardi di dollari nei prossimi dieci anni.

Il primo test parlamentare per la riforma che potrebbe segnare l’intera presidenza dell’inquilino della Casa Bianca, è stato alla fine superato con una maggioranza di 220 voti a favore e 215 contrari. Tra i democratici, si sono contati 39 voti contrari, quasi tutti di “congressmen” provenienti da distretti conservatori, mentre a sorpresa un solo repubblicano ha votato con la maggioranza, il deputato Anh “Joseph” Cao della Louisiana.

Nonostante l’approvazione del piano di riforma renda possibile il più consistente allargamento della copertura sanitaria negli USA dal 1965, anno in cui vennero istituiti i piani pubblici per anziani e indigenti (Medicare e Medicaid), il nuovo sistema continuerà a poggiarsi fondamentalmente sulle compagnie di assicurazione private. Queste ultime, però, non potranno più rifiutare la copertura sanitaria a persone con precedenti malattie, così come dovranno sottoporre eventuali aumenti dei premi delle loro polizze ai nuovi organi regolatori istituiti dal governo.

Le aziende americane, da parte loro, avranno l’obbligo di offrire un’assicurazione sanitaria ai propri dipendenti; in caso contrario dovranno pagare una sanzione pari all’8% di quanto spendono in stipendi. Allo stesso modo, ogni singolo cittadino dovrà acquistare una polizza per non pagare una multa che potrà arrivare fino al 2,5% del suo reddito annuo.

A livello statale, il programma Medicaid, riservato ora a famiglie a basso reddito, verrà esteso a 15 milioni di persone. Per quanti hanno entrate tali da non potersi permettere l’acquisto di una polizza da una compagnia privata, saranno disponibili sussidi governativi e, soprattutto, un piano pubblico alternativo.

Il nuovo piano democratico potrebbe giungere così a coprire circa 36 milioni di americani attualmente privi di ogni assistenza sanitaria, lasciandone però ancora altri 18 milioni senza alcuna copertura, un terzo dei quali immigrati illegali. Per evitare un aumento del già enorme deficit statunitense, la riforma secondo la legge licenziata dalla Camera dei Rappresentanti sarà finanziata da 400 miliardi di tagli al programma pubblico Medicare e da una serie di nuove tasse, tra cui un contributo del 5,4% sui redditi superiori ai 500 mila dollari per singoli contribuenti e al milione per le famiglie.

La legge uscita dalla Camera, come ha ammesso la stessa speaker democratica Nancy Pelosi, appare ben lontana dal rappresentare una risposta compiuta ai problemi del sistema sanitario americano.

Tanto più che la riforma definitiva che Obama vorrebbe firmare entro la fine dell’anno dovrà passare ora attraverso l’esame del Senato, dove la proposta in discussione appare già decisamente più timida rispetto a quella appena approvata alla Camera. Una volta ottenuto l’OK tutt’altro che scontato del Senato, i due documenti dovranno essere amalgamati in un unico testo che richiederà nuovamente il voto positivo di entrambi rami del Congresso. Un percorso ancora lungo, dunque, e pieno di ostacoli, soprattutto alla luce delle divisioni emerse negli ultimi mesi tra le varie anime del Partito Democratico.

Con l’opposizione pressoché totale dei repubblicani, per ottenere il passaggio della legge la leadership democratica alla Camera ha dovuto sostenere serrate trattative con i propri deputati, in particolare intorno ad un emendamento relativo all’accesso all’aborto. Alcune decine di democratici contrari all’interruzione di gravidanza avevano infatti minacciato di votare contro la riforma se in essa non fosse stata inclusa un’esplicita proibizione di finanziare l’aborto con denaro federale. Pur mettendo a rischio il sostegno dei parlamentari “pro-choice”, la speaker Nancy Pelosi ha alla fine dovuto sacrificare l’opportunità per le donne con redditi più bassi di avere accesso all’aborto, così da assicurarsi il passaggio della riforma nella sua interezza.

Alla fine del processo legislativo, con ogni probabilità, la riforma sanitaria americana risulterà ben diversa da quella auspicata da buona parte degli elettori - soprattutto liberal - che hanno sostenuto Obama nella sua corsa alla Casa Bianca dodici mesi fa. Analogamente, l’esito definitivo sarà molto lontano da quella soluzione che sola avrebbe potuto istituire un sistema pubblico di assistenza sanitaria veramente universale (“single-payer”).

Al di là dei limiti che caratterizzano il provvedimento appena uscito dalla Camera e di quelli che segneranno quello che dovrebbe uscire tra qualche settimana dal Senato, l’eventuale firma di Obama su un testo definitivo rappresenterebbe indiscutibilmente un successo storico per questa amministrazione.

Un risultato certamente di compromesso, ma che con ogni probabilità non avrebbe potuto essere altrimenti, viste le resistenze e gli interessi dei poteri forti che da decenni negli Stati Uniti si oppongono strenuamente ad ogni cambiamento ad un sistema che a tutt’oggi nega qualsiasi assistenza sanitaria a quasi 50 milioni di persone.