sabato 23 novembre 2013

Bye bye Italia...


Mentre si continua a cianciare di stabilità, seconda rata Imu, decadenza, primarie e altre "amenità" del genere, forse è il caso di cominciare a guardare in faccia il futuro e prepararsi...

 

 

Allarme della London School of Economics: “Non rimarrà nulla dell'Italia”

Affari Italiani - 17 Ottobre 2013

Nel giro di 10 anni del nostro Paese non rimarrà più nulla. O quasi. E' la conclusione catastrofica cui giunge nella sua analisi il professore Roberto Orsi della London School of Economics and Political Science (LSE). 

Che cosa ci sta portando alla dissoluzione e all'irrilevanza economica? Una classe politica miope che non sa fare altro che aumentare le tasse in nome della stabilità. Monti ha fatto così. 

E Letta sta seguendo l'esempio. Il tutto unito a una "terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa".


L'ANALISI DI ORSI

“Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. 

Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà.
 
Il governo sa perfettamente che la situazione è insostenibile, ma per il momento è in grado soltanto di ricorrere ad un aumento estremamente miope dell’IVA (un incredibile 22%!), che deprime ulteriormente i consumi, e a vacui proclami circa la necessità di spostare il carico fiscale dal lavoro e dalle imprese alle rendite finanziarie. Le probabilità che questo accada sono essenzialmente trascurabili. 

Per tutta l’estate, i leader politici italiani e la stampa mainstream hanno martellato la popolazione con messaggi di una ripresa imminente. In effetti, non è impossibile per un’economia che ha perso circa l’8 % del suo PIL avere uno o più trimestri in territorio positivo.  

Chiamare un (forse) +0,3% di aumento annuo “ripresa” è una distorsione semantica, considerando il disastro economico degli ultimi cinque anni. Più corretto sarebbe parlare di una transizione da una grave recessione a una sorta di stagnazione.

Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. 

Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione. L’Italia non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori.

La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. 

Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. 

Di conseguenza , l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione certa.
 
L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese. 

Non solo verso destinazioni che offrono lavoratori a basso costo, come in Oriente o in Asia meridionale: un grande flusso di aziende italiane si riversa nella vicina Svizzera e in Austria dove, nonostante i costi relativamente elevati di lavoro, le aziende troveranno un vero e proprio Stato a collaborare con loro, anziché a sabotarli. 

A un recente evento organizzato dalla città svizzera di Chiasso per illustrare le opportunità di investimento nel Canton Ticino hanno partecipato ben 250 imprenditori italiani.

La scomparsa dell’Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia orientale. 

Coloro che producono valore, insieme alla maggior parte delle persone istruite è in partenza, pensa di andar via, o vorrebbe emigrare. L’Italia è diventato un luogo di saccheggio demografico per gli altri Paesi più organizzati che hanno l’opportunità di attrarre facilmente lavoratori altamente, addestrati a spese dello Stato italiano, offrendo loro prospettive economiche ragionevoli che non potranno mai avere in Italia.

L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi – collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale. 

Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio del Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. 

Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica, che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano. 

L’interventismo del Presidente è particolarmente evidente nella creazione del governo Monti e del governo Letta, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale.
L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi.  

L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. 

Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia.

In conclusione, la rapidità del declino è davvero mozzafiato. Continuando su questa strada, in meno di una generazione non rimarrà nulla dell’Italia nazione industriale moderna. Entro un altro decennio, o giù di lì, intere regioni, come la Sardegna o Liguria, saranno così demograficamente compromesse che non potranno mai più recuperare.

I fondatori dello Stato italiano 152 anni fa avevano combattuto, addirittura fino alla morte, per portare l’Italia a quella posizione centrale di potenza culturale ed economica all’interno del mondo occidentale, che il Paese aveva occupato solo nel tardo Medio Evo e nel Rinascimento. 

Quel progetto ora è fallito, insieme con l’idea di avere una qualche ambizione politica significativa e il messianico (inutile) intento universalista di salvare il mondo, anche a spese della propria comunità. A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia.”

martedì 12 novembre 2013

Mal comune rovina comune

"Mal comune mezzo gaudio", "Mors tua vita mea"....adagi secolari usati per consolarci quando ci succede qualcosa di negativo, nel momento in cui sta capitando anche ad altri.

Espressione del livello infimo in cui si trova il nostro sentirci parte di una collettivita', di un'identita' collettiva di popolo. Del popolo italiano.

E' nel nostro dna da secoli e secoli. Il popolo italiano come collettivita' identitaria non e' mai esisitito e nel 2013 questo fattore non e' ormai piu' sostenibile.

Cos'e' l'Italia?

sabato 26 ottobre 2013

Porca Italia

In un Paese bloccato e senza futuro c'è chi "giustamente" decide di andare indietro nel tempo.

Ma d'altronde l'unica cosa che rimane da fare a chi non ha più futuro è proprio scappare dal presente per ritornare al passato...

 

 Forza Italia, quando Berlusconi (e gli altri) difendevano il Pdl: “Non si torna indietro”

di Diego Pretini - Il Fatto Quotidiano - 26 Ottobre 2013

Era il partito "del popolo italiano", il "sogno" che avrebbe "sconvolto la vecchia politica: una rivoluzione". La storia del Popolo delle Libertà è finita con il ritorno al vecchio nome del 1994 che già era stata definita dal Cavaliere "insostituibile". Solo tre mesi prima del predellino... Ma ora "quell'acronimo non commuove"

Doveva essere il partito “del popolo italiano”, la realizzazione di un “sogno” (l’unione dei “moderati”) che doveva “sconvolgere la vecchia politica”. Di più: “un fatto epocale, un vero cambiamento, quasi una rivoluzione”.

E il senso di tutto, la bellezza di questa quasi rivoluzione, stava proprio nel nome: “Sono molto felice di sostituire la parola ‘partito‘ con la parola ‘popolo’: è indicativo del fatto che sono i cittadini, gli elettori, gli italiani che hanno in mano il movimento stesso”.  

Se di rivoluzione doveva trattarsi, però, si è conclusa con la restaurazione e il ritorno all’antico regime si è fondato proprio sulla bellezza di alcuni nomi e la bruttezza degli altri. E così, per colpa di un nome (Pdl) improvvisamente il sogno è finito in frantumi, il nome scelto dagli stessi elettori “non commuove, non comunica e non emoziona”.

Ieri, quando ha ufficialmente soppresso il Pdl (fregandosene di Alfano) e con capacità taumaturgiche ha ridato la vita a Forza Italia, l’ha ripetuto: “Quel nome non emozionava. Non mi piaceva per niente l’indicazione che facevano di noi come ‘pidiellino’ o ‘la pidiellina’ o ‘la Pdl’. E poi non c’era più quell’entusiasmo necessario”. E quindi l’alternativa – dopo tanto cercare – si è materializzata nell’illuminazione di riproporre i santi vecchi.

Che Silvio Berlusconi sia capace di dire tutto e poi con la stessa convinzione sostenere il suo contrario non è notizia. Merita attenzione, tuttavia, il fatto che sia riuscito a cambiare idea più volte anche sul nome dei movimenti che ha fondato e guidato, spiazzando via via sia i suoi elettori sia i dirigenti dei partiti, tutti comunque pronti a seguire i cambi repentini di rotta.

Così i partiti presieduti dal Cavaliere sono due e due restano visto che da Forza Italia si è passati al Popolo della Libertà e dal Popolo della Libertà si è di nuovo sgommato in retromarcia sulla DeLorean per ritrovarsi – “più belli di vent’anni fa” – in Forza Italia. Così insieme alla resurrezione del partito dagli scantinati escono di nuovo gli scatoloni con bandiere e gadget che ormai appariva consegnato al settore vintage.

Il predellino delle libertà

Quanto entusiasmo, invece, 6 anni fa. Tutto nacque – ormai è storia – sul predellino di una Mercedes a piazza San Babila, a Milano. E’ il 18 novembre 2007: il centrodestra è all’opposizione ed è pure in difficoltà perché la sconfitta elettorale dell’anno prima ha trasformato la coalizione in un cortile di comari e questo permette al governo di centrosinistra di restare in piedi nonostante la maggioranza basculante di 13 partiti, molti di questi minuscoli.

Allora Berlusconi, che da sempre si lamenta della noia di dover rendere conto a qualche alleato, fa di testa sua: annuncia la fine di Forza Italia fondata 13 anni prima e la nascita del Pdl. “Oggi nasce ufficialmente un nuovo grande partito del popolo delle libertà: il partito del popolo italiano”.

La causa scatenante? Cinque ore prima Fabrizio Cicchitto era stato fischiato a un convegno della corrente di An di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, che pure già allora erano gli ex missini più vicini al Cavaliere. All’annuncio di B. lo stato maggiore di An si irrigidisce: “Prendiamo atto dell’iniziativa lanciata da Berlusconi – risponde Gianni Alemanno – ma An va avanti per la sua strada”.

Aveva giurato: “Forza Italia è insostituibile”

Una settimana dopo, a fine novembre, Berlusconi spiegherà: “Mi è venuto istintivo di dire che è venuto il momento di consolidare quel progetto del grande partito dei liberali e dei moderati sul quale abbiamo lavorato per due anni”.

E effettivamente soltanto tre mesi prima cos’aveva detto? Durante le sue consuete vacanze in Sardegna aveva definito Forza Italia un “baluardo della libertà e della democrazia nel nostro paese”, pertanto “insostituibile” (19 agosto 2007).

Il cambio di nome e la nascita di un nuovo partito quel giorno, nel vocabolario berlusconiano, erano andate sotto la voce “sfrenate fantasie“. Certo, nel giro di tre giorni si scoprirà che le “sfrenate fantasie” attribuite alla ricostruzione della Stampa in realtà non erano altro che verità granitiche. Il 20 agosto l’Ansa racconta che Berlusconi intende registrare (da un notaio) nome e logo del “Partito delle libertà” che dovrebbe raggruppare tutte le forze del centrodestra. Il 21 tutto viene confermato dallo stesso ex presidente del Consiglio.

“Sono felice della parola popolo: è una scelta dal basso”
 

Alleanza Nazionale, Udc e Lega si voltano dall’altra parte: di partiti unici non vogliono sentir parlare nemmeno da lontano. Ma Berlusconi accelera fino all’annuncio dall’alto di uno sportello fabbricato in Germania e, meno di due settimane dopo, alle primarie in fretta e furia per scegliere il nome della nuova forza politica.

Ai gazebo si presenteranno – secondo le cifre date allora da Forza Italia – circa 3 milioni di persone, il 63% dei quali sceglieranno definitivamente “Popolo della Libertà”. L’alternativa sarebbe stata “Partito della Libertà”. “Metterò una firma su tutti e due i nomi perché sono belli tutti e due” gigioneggia il Cavaliere.

Continua a invitare gli alleati a unirsi alla festa, come hanno già fatto per esempio Alessandra Mussolini con Azione Sociale e Gianfranco Rotondi con la nuova Democrazia Cristiana, e l’entusiasmo lo porta a comunicare con trasporto che perfino il “Partito dei Pensionati ha già dato la sua adesione”.

“Sono molto felice – chiosa B. – di sostituire la parola ‘partito’ con la parola ‘popolo’: è indicativo del fatto che sono i cittadini, gli elettori, gli italiani che hanno in mano il movimento stesso. Credo perché la gente ha capito che questa nuova forza che nasce dal basso può sconvolgere la vecchia politica: nulla è più imposto dall’alto dalle segreterie dei partiti, tutto potrà venire deciso dalla gente attraverso questo nuovo strumento di democrazia diretta che è la consultazione popolare e che è il referendum popolare”.  

Alemanno nel frattempo gli rinnova gli auguri, ma – coerente, duro, arcigno - gli ricorda, giura e spergiura che An non entrerà nel Pdl.

I forzisti entusiasti: “Il popolo delle libertà è il nome più bello”

Ma tutto intorno a Berlusconi si stappano bottiglie di spumante. Il presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan non si pronuncia perché non gli piaceva neanche Forza Italia e invece vinsero le elezioni. Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni è più deciso: “Il popolo delle libertà è il nome più bello. Questo nome rende protagoniste le persone riunite in comunità”.  

Gianfranco Rotondi è della partita “purché nell’uso corrente ci chiamiamo popolari”. Non avverrà mai, invece, forse perché certe vicende con la cultura popolare europea c’entrano come il cavolo a merenda. Il segretario del Pd Walter Veltroni legge l’archiviazione di Forza Italia come “il riconoscimento di una sconfitta e il riconoscimento che si è conclusa una stagione politica”.

Certo, per arrivare alla fusione ufficiale ne passerà di tempo. Clemente Mastella e Lamberto Dini nel 2008 abbattono Romano Prodi, al Senato l’ex missino Nino Strano si ingozza di mortadella come se fosse in un bordello e il centrosinistra poco più tardi finisce in briciole anche dentro le urne.

Il Pdl non ancora nato si presenta alle elezioni del 2008 e “asfalta” – lui sì – il Partito Democratico. Il nome piace talmente tanto che prima che inizi il congresso fondativo del marzo 2009 sul sito di Forza Italia ci si fa prendere dall’entusiasmo. Pure troppo: “Avanti popolo… della Libertà”. Berlusconi in quel congresso quasi si commuove, addirittura rilegge il suo primo discorso del 1994, un classico numero da repertorio che regala uno dei tanti déjà vu.

La difesa d’ufficio: “Il nome Pdl non si tocca”

Berlusconi difenderà per diverso tempo quel nome, Popolo delle Libertà. A un elettore che gli scrive su forzasilvio.it, nella primavera del 2010, risponde che il Pdl è un movimento popolare, fondato dagli elettori.

“E’ la stessa gente – afferma – che si è recata nei gazebo in tutte le piazze d’Italia per decidere il nome del nostro movimento e ha scelto invece che il nome Partito della Libertà quello di Popolo della Libertà”. Un nome solo, ribadisce, vuol dire unità.

Pochi mesi dopo: “Ho già in mente il nuovo nome”

Passano pochi mesi e tutte le certezze sono già finite in macerie. A Matrix - a inizio autunno del 2010 – annuncia di aver già in mente il nuovo nome del Popolo della Libertà e al diavolo i 3 milioni di elettori, la scelta “dal basso”, il governo “del popolo del centrodestra” e via andando. Sarà un nome “cortissimo, probabilmente una parola sola”.

Già spunta il ragionamento sul nome che non commuove (da capire perché il nome di un partito dovrebbe commuovere): “Da un lato l’acronimo non commuove e non emoziona, Forza Italia era Forza Italia, ma non vogliamo né possiamo tornare indietro perché Forza Italia è alle nostre spalle mentre il Pdl è stato voluto dalla gente più che da noi quindi andremo avanti”.

E però “il Pdl non ha mai avuto quell’appeal che aveva invece caratterizzato Forza Italia: un nome e uno slogan d’impatto e di presa immediata che fanno difetto al Popolo della libertà”. Ma no: Forza Italia no, no, no e ancora no. “Ho letto sui giornali articoli che mi attribuivano l’intenzione di ritornare al nome Forza Italia – interviene piccato il 23 dicembre 2010 – Non si va mai indietro”.

“Il Pdl non commuove”

Passano gli anni e nulla cambia. 28 ottobre 2011 ripete la nenia: “Il nome Popolo della libertà è stato scelto dai cittadini nei gazebo del 2008 e contiene due parole bellissime: popolo e libertà. Ma nel parlare diventa un acronimo, Pdl, che non commuove, non comunica e non emoziona. Vi posso però anticipare che il nuovo nome non sarà Forza Silvio”.

16 luglio 2012: “Nell’intervista apparsa sul giornale Bild, l’idea del cambio di nome dal Popolo delle Libertà a Forza Italia è stata equivocata trattandosi, com’è logico ed evidente non già di una decisione assunta, ma solo di un’idea, di una proposta, da discutere e da verificare nelle sedi proprie”. E infatti dopo un anno esatto (11 luglio di quest’anno) conferma: “Il nome Forza Italia emoziona di più del Pdl”.

Il valzer dei déjà vu 4 anni dopo

Si arriva all’annuncio finale: si torna a Forza Italia e per sottolineare la portata di un evento che riporta 19 anni indietro Berlusconi fa un video che a molti, di primo acchito, sembra esattamente quello del 1994 – uguale uguale. Invece è nuovo. Ma non è l’unico déjà vu perché è solo l’inizio di un valzer di frasi già sentite.

Galan – non più presidente – non sta nella pelle: “Temi concreti, proposte realizzabili,oltre all’entusiasmo una forte consapevolezza. Forza Italia torna in campo nel migliore dei modi, con un intervento forte, un discorso profondo”.  

Formigoni – non più presidente – pare meno eccitato, ma ammette: “Il Pdl con il senno di poi è stato un errore. Ma ora il nome c’è, Forza Italia, il leader c’è, Silvio Berlusconi, ma sotto c’è bisogno di costruire tutto”.  

D’Alema – incredibilmente non più parlamentare – si sostituisce a Veltroni: “Il fatto che Berlusconi annunci la nascita di Forza Italia dovrebbe essere preceduto da un video in cui annuncia il fallimento del Pdl”.  

Gianni Alemanno – non più sindaco di Roma dopo esserlo diventato grazie al Pdl – giura e spergiura che non ne vuole sapere: “E’ urgente creare un soggetto politico che raccolga l’eredità di Alleanza Nazionale impedendo la scomparsa della destra politica in Italia”.

Ma d’altra parte la chiave di tutto la dà Marcello Dell’Utri. E’ il 21 agosto 2007, Berlusconi per la prima volta ha parlato del nuovo nome da dare al partito (ora diventato vecchio). E il senatore da sempre braccio destro del Cavaliere preconizza: “E’ impossibile far finire Forza Italia, ma Berlusconi può fare tutto, da Forza Italia a Forza Enotria: i voti sono suoi”.

 

martedì 16 luglio 2013

Il prendoatto



E’ arrivato il momento di aggiungere un nuovo termine al già variegato vocabolario del politichese italiano: il prendoatto.
Un’espressione per la verità non nuova nella politica di casa nostra ma che ultimamente sta spadroneggiando senza  più freni di sorta.

Nel giro di pochi giorni si è assistito all’apoteosi del prendoatto, in un vortice mai visto in un così breve lasso di tempo:
-          Il presidente del Consiglio Letta emette un comunicato in cui “prende atto”, dopo più di un mese, dell’inquietante vicenda della rendition di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua.
-          Calderoli insulta il ministro Kyenge che poi “prende atto” delle scuse di Calderoli
-          Il presidente della Lombardia Maroni, nonché leader della Lega Nord, “prende atto” delle scuse che Calderoli ha inoltrato al ministro Kyenge
-          Un altro esponente della Lega, Matteo Salvini, insulta il presidente della repubblica Napolitano, il quale poi “prende atto” delle scuse di Salvini

Ma che cosa significa “prendo atto” in una dichiarazione politica? Tutto e niente, anzi più che altro niente.  E al vuoto del “prendo atto” fa il paio un’altra tipica espressione del politichese: “Ne trarrò le conseguenze”.  Anche in questo caso si vuole dire tutto e niente.

Siamo un Paese con una classe politica che “prende atto”, che “trae le conseguenze” ma che non prende l’unica cosa che conta: una decisione.

venerdì 8 marzo 2013

Lo stallo dopo la tempesta



Ora che la sabbia post-elettorale si sta lentamente depositando, il sistema partitico e l’annesso circo mediatico cominciano (forse) a rendersi conto della nuova realtà che li circonda. 

Ma cercano ugualmente di rimuoverla come si fa di solito con gli incubi dopo il suono della sveglia.

Il Pd infatti sta reagendo con il rincorrere fuori tempo massimo alcune tematiche del programma del M5S, senza tema di umiliarsi e di apparire ulteriormente ridicolo di quanto già non lo sia dopo il suo “exploit” elettorale.

Naturalmente è al Pd che tocca l’obbligo di avanzare la prima mossa, come partito leader della coalizione con la maggioranza assoluta alla Camera, ma gli 8 punti di Bersani – che se letti bene sono circa 50 – scimmiottano in maniera fumosa e confusa il programma del M5S e sono destinati a non raccogliere quel consenso al Senato necessario per un governo stabile, ancorché di breve durata.

Il Pdl è sotto shock dopo il suo risultato elettorale che lo condanna all’ininfluenza totale e dopo l’ennesima condanna del suo leader che ormai non fa più notizia.

La Lista Civica di Monti è “non pervenuta” e il suo creatore è destinato a rimanere a Palazzo Chigi fino all’entrata in carica del nuovo Presidente della Repubblica, il quale potrebbe sciogliere subito le Camere e indire nuove elezioni a Giugno.

Ma si può votare ancora tra 3 mesi con la peggiore legge elettorale del globo, il Porcellum?

Questa è la domanda fondamentale, in quanto le altre hanno già una risposta molto probabile. E cioè: Bersani non riuscirà a formare alcun governo con il M5S, ma il Pd insieme a Monti riusciranno invece alla quarta votazione a far eleggere il “loro” candidato alla Presidenza della Repubblica.

Il nuovo Presidente quindi avrà di fronte due strade: 

1)      Sciogliere le Camere e indire nuove elezioni a Giugno con il Porcellum - ma con il forte rischio di una replica dello stesso instabile risultato elettorale di 2 settimane fa, magari con il M5S che conquista la maggioranza assoluta alla Camera a cui si aggiunge il solito “ingovernabile” Senato.

2)      Dare l’incarico a una figura super partes che formi un governo a tempo con persone competenti sganciate dal mondo politico-partitico e che presenti 3-4 punti di programma precisi e realizzabili in un anno, a partire dalla riforma della legge elettorale.

E chissà che non possa essere proprio l’allora senatore a vita Giorgio Napolitano a formare questo governo a tempo determinato.

venerdì 18 gennaio 2013

Update italiota

E' ormai cominciata la campagna elettorale e già non se ne può più di ascoltare le solite menzogne con allegate promesse da marinaio/pifferaio (massimo rispetto per marinai e suonatori di piffero).

Che barba che noia, che noia che barba...come avrebbe detto la grande Sandra Mondaini.


Voto, Berlusconi da record: 63 ore in tv, dietro Monti, staccato Bersani

di Mattia Feltri - La Stampa - 18 Gennaio 2013

 

Svolta dopo Natale: oltre due apparizioni al giorno


Ogni lasciata è persa: l’applicazione alle trasmissioni televisive di una filosofia di vita è la carta così poco segreta e così redditizia di Silvio Berlusconi. Non c’è microfono o telecamera trascurabile, in questa campagna elettorale tambureggiante, non soltanto per le liti di ringhiera e le zuffe di cortile.

Dalla vigilia di Natale a lunedì scorso, 14 gennaio, e cioè in ventuno giorni disseminati di festività, il capo del Pdl ha accettato cinquantaquattro ospitate, in televisione, alla radio, alle dirette in Rete; una media di oltre due al giorno, Natale e Capodanno compresi, e pedalare anche alla Befana: tutto fa brodo.

Una tournée debordante a occhio nudo, con Servizio Pubblico come tappa scintillante, e tante altre già nella memoria di questa nostra breve stagione: l’inedito bisticcio con Bruno Vespa a Porta a Porta, la cruciale cartellata in testa a Marco Damilano a Omnibus, l’abbordaggio a Ilaria D’Amico malinconicamente toppato a Lo Spoglio. Se pare un’invasione, figurarsi a guardare col binocolo.

Dal telegiornale di Alto Adige Tv all’approfondimento di Tele Molise fino agli spazi politici di La Nuova Tv, emittente lucana, Berlusconi ha sfidato le latitudini e si è offerto agli ascoltatori (ed elettori) dell’ultima contrada e della valle più remota.

Una performance di straordinaria generosità e di ammirevole tenuta fisica, da cui gli avversari dovrebbero imparare qualcosa, se non è troppo tardi. Si è sentito il Grande Arzillo promettere la mutilazione delle tasse a Teleradiostereo, opporre un ritrovato orgoglio nazionale a Radio Norba, tratteggiare scenari gloriosi a Canale Italia, infuocarsi per il poliziesco redditometro a Bergamo Tv.

È lui che fa il contesto: vengono buoni i dieci minuti dell’agonista a Studio Sport su Italia 1, il quarto d’ora quasi introvabile a Tvrs, rete marchigiana, i venti minuti d’allegria a TeleEspansione Tv, la mezzora a pacche sulla spalle ad AntennaTre Nordest. Un bomber come lui si butta affamato nell’etere di Radio Goal e ha l’aria di attraversare le galassie della propaganda e della sopravvivenza per raggiungere Radio Marte.

Non si è ancora fermato né si fermerà: fuori dal periodo da noi compulsato, si è concesso al direttore di Tv Parma, Giuliano Molossi, e alla fine non s’è trattenuto dallo sfiorare la figura lacrimosa del vecchio zio abbandonato: «Tornate a trovarmi prima delle elezioni, mi raccomando».

E però in questo modo, centesimo dopo centesimo, il suo forziere paperonesco si sta di nuovo riempiendo. «I sondaggi lo galvanizzano, ora non lo ferma più nessuno», dicono dalla sede del partito.

I dati Auditel rielaborati dalla Geca Italia (società di indagine audiovisiva) sono spettacolari: il condottiero del centrodestra - dal 24 dicembre al 13 gennaio (un giorno in meno del periodo analizzato dalla Stampa) - è stato in tv per ventotto ore, cinquantasei minuti e trentadue secondi; fra gli avversari nemmeno Mario Monti, uno che ha capito come gira la giostra e non disprezza il mezzo, sa tenergli il passo: nello stesso periodo si è fermato a venti ore e tredici minuti.

Il povero Pierluigi Bersani, forse spiazzato, forse meno cinico, sta addirittura a dodici ore e venti minuti. Sono numeri che dicono molto, ma non tutto, poiché il conteggio considera un terreno vastissimo, con le tre reti Rai, le tre Mediaset, La7, i canali satellitari di Rai e Sky, i siti dei maggiori quotidiani, qualche radio nazionale, ma non tiene conto di Vista Tv e Tv Umbria, pure alle quali Berlusconi ha consegnato i piani di guerra.

Un altro dato esibito da Geca dimostra che, in quelle tre settimane scarse, il Cav. è stato seguito al telegiornale (Rai, Mediaset e La7) da 395 milioni di persone, il che significa che ognuno di noi, neonati e decrepiti compresi, lo ha visto sei o sette volte. Monti segue con un distacco di oltre 120 milioni di spettatori, terzo è Pierferdinando Casini a 184 milioni di totale, solo quarto Bersani, pure lui a 184 e qualche spiccio in meno.

Soltanto sullo share (la percentuale sui telespettatori che guarda la tv in quel momento), Berlusconi non rade al suolo gli avversari. Anzi, Monti ha prestazioni migliori delle sue: a Unomattina il bocconiano batte il brianzolo 24.26 per cento a 23.09; a Otto e Mezzo lo batte 8.68 a 6.48. Anche qui si sono perse le tracce di Bersani, che a Otto e mezzo tira insieme un buon 8.06, ma a Porta a Porta resta di sette punti dietro a Berlusconi: 16.23 contro 23.10.

Un trionfo, se si pensa che il leader del centrodestra, da premier, abbatteva i telespettatori uno a uno, tutti in fuga precipitosa ogni volta che lui appariva sullo schermo a elencar miracoli. Ma adesso che è battaglia, che soprattutto è pagliacciata e sarabanda, e cioè è il terreno ideale per questo raider della politica, parecchio è cambiato.

Il 33 per cento cumulato la sera di Servizio Pubblico (magari paragonato al 7.19 di Antonio Ingroia a Piazza Pulita, stessa emittente) ci fa mostra l’inesauribile vecchietto che non ha paura né vergogna di niente, ed è pronto a ribaltare tutto una volta ancora.


Se Berlusconi restasse senza platea
di Roberto Saviano - La Repubblica - 18 Gennaio 2013

La cosa sorprendente di questa campagna elettorale è che l'ex primo ministro, lo stesso che ha avuto a disposizione decenni di comunicazione televisiva e giornalistica, oggi torna a pretendere e ottenere un pulpito. E da esso conquisti anche larga audience.

Accade poi che, grazie a quel pulpito, sembra guadagnare come decorazioni al merito, un'immagine nuova, diversa, svecchiata. Quella che doveva apparire come la più logora e stantia delle proposte politiche, d'improvviso sembra diventare, per un trucco mediatico, il nuovo che attrae. Lo si segue in televisione, si cliccano i video delle sue interviste, si resta lì, incollati allo schermo, ipnotizzati, invece di cambiare canale, per decenza.

Ci dovrebbe essere un unanime "ancora lui, basta" e invece no. E ciò che tutti un anno fa credevamo sarebbe stata l'unica reazione possibile alla incredibile ricomparsa sulla scena politica di Silvio Berlusconi non si sta verificando. Una certa indignazione  -  naturalmente  -  talvolta una presa di distanza, ma non rifiuto, non rigetto.

Quando Berlusconi va in tv sa esattamente cosa fare: la verità è l'ultimo dei suoi problemi, il giudizio sui suoi governi, il disastro economico, le leggi ad personam, i fatti  -  insomma  -  possono essere tranquillamente aggirati anche grazie all'inconsapevolezza dei suoi interlocutori. Il Cavaliere mette su sipari, sceneggiate, battutine.

È smaliziato, non ha paura di dire fesserie, non ha paura di essere insultato, di cadere in luoghi comuni, di ripetere storielle false sulle quali è già stato smascherato. Occupa la scena. E c'è chi cade nel tranello: questo trucco da prim'attore, incredibilmente, ancora una volta crea una sorta di strana empatia, di immedesimazione. C'è chi dice: sarà anche un buffone, ma meglio lui dei sedicenti buoni.

E allora sedie spolverate, segni delle manette, lavagnette in testa. Torna lui, lui che ci ha ridotti sul lastrico, lui che ha candidato chiunque, lui che ha detto tutto e il contrario di tutto ed è stato smentito mille volte.

Eppure quei pulpiti diventano per lui nuove possibilità di partenza: chi vuole ostacolare questo processo già visto e già vissuto dovrebbe evitare di fare il suo gioco, di prestarsi al ruolo di spalla  -  come al teatro  -  dovrebbe impedirgli di montare e smontare sipari.

Più Berlusconi va in tv, più dileggia chi gli sta di fronte, più piace. Perché sa disinnescare chi lo intervista. Non ha paura, anzi sembra divertito dalla paura degli altri.

Sente l'odore del sangue dei suoi avversari e attacca. In una competizione in genere vince chi non ha nulla da perdere e lui, screditato sul piano nazionale, internazionale, politico e personale; con processi pendenti che riguardano le sue aziende e le sue abitudini privatissime; con l'impero economico che cola a picco, è l'unico vero soggetto che da questa situazione non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare. E se la sta giocando fino in fondo. Appunto, giocando. È divertito, esaltato.

Berlusconi non può più essere considerato un interlocutore, chi lo fa gli dà la possibilità di mentire laddove i fatti lo hanno già condannato. Fatti politici, ancor prima che giudiziari. Più lo si fa parlare, più lo si aiuta, più si asseconda la sua pretesa alla presenza perenne, all'onnipresenza televisiva come fosse un diritto da garantire a un candidato, cosa che non è.

E tutto come se prima di questo momento non avesse mai avuto la possibilità di farci conoscere le sue idee e i suoi programmi. Come se non avesse avuto modo di esprimersi, da primo ministro, sui temi che oggi sta affrontando spacciandosi da outsider, da nuovo che avanza, da nuovo che sgomita e lotta per riconquistare lo spazio che gli è dovuto. Ha avuto una maggioranza che gli avrebbe consentito di poter modificare le leve e cambiare tutto. E non lo ha fatto.

Ha solo legittimato quel "liberi tutti" fatto di evasione e deresponsabilizzazione che ha reso il nostro paese un paese povero. Povero di infrastrutture, povero di risorse, povero di speranza e invivibile per la maggior parte degli italiani. Anche per chi Berlusconi lo ha votato, anche per chi in lui si è riconosciuto.

E allora smettiamola di prenderlo sul serio, smettiamola di ridere alle sue battute per tremare poi all'idea che possa riconquistare terreno. Trattiamolo piuttosto per quello che è: un bambino di settantasei anni. Quando i bambini esagerano con le parolacce, con i capricci, i genitori li ignorano, fingono di non aver sentito.

È l'unico modo perché il bambino perda il gusto della provocazione. La stessa cosa dovremmo fare con lui: farlo parlare, ma senza prestargli attenzione. Evitiamo i sorrisi alle sue battute stantie, perché non possa più ostentare sicurezza davanti ai suoi, perché non possa più spacciare la falsa tesi secondo cui i politici sono tutti uguali.

Non sarò mai per la censura: Berlusconi ovviamente deve parlare in tv  -  certo dovrebbe farlo nelle regole sempre infrante della par condicio  -  come tutti i leader delle coalizioni. Siamo noi che dobbiamo smetterla di giocare con lui. Lasciamolo senza platea.


La rincorsa del cavaliere nero
di Fabrizio Casari - Altrenotizie - 16 Gennaio 2013

Sembra decisamente ringalluzzito Berlusconi. L’accordo con la Lega gli ha certamente elevato le possibilità di non finire nel tritacarne elettorale; senza l’alleanza con i leghisti qualunque ipotesi, pur straordinariamente ottimista, non avrebbe retto alla logica prima ancora che alle urne. I cosiddetti padani, d’altra parte, o sottostavano al patto con il cavaliere o perivano in Lombardia, Veneto e Piemonte.

E, sia chiaro, non è il coraggio che abbonda in Via Bellerio. Adesso che il ricatto si è compiuto e i beoti padani hanno abbozzato, l’ex premier si sente convinto di  poter risalire la china; seppure non dovesse riuscire a vincere, ha detto ad alcuni suoi collaboratori, il suo risultato sarà sufficiente ad impedire che vinca la sinistra; e nel caso essa dovesse farcela, sarà costretta a penalizzanti accordi poco digeribili con Monti e la noiosissima schiera del censo che lo appoggia.

Difficile dargli torto, giacché passare dal ruolo di uomo da battere a guastatore sarà anche meno affascinante, ma per certi aspetti è molto più nelle sue corde; se infatti dal punto di vista della capacità di governo il fidanzato della Pascale è tutt’altro che un punto di riferimento, in quello dell’uomo della propaganda (nel senso peggiore del termine) è veramente abile.

Non solo per il fatto di possedere tre reti televisive, giornali e periodici vari (pure questione di fondo), ma per l’assoluta disinvoltura con la quale distribuisce menzogne sul passato e sul presente scekerate con irrealizzabili promesse sul futuro utilizzando una sapiente tecnica di marketing di vendita, cioè proprio quello che i progressisti non sanno nemmeno dove sia di casa.

La processione ad Arcore di quanti nel suo cerchio magico lo avevano mollato e i sondaggi che lo danno in risalita sono due tra gli elementi che hanno riportato il buon umore a Palazzo Grazioli. Ma dal momento che ne sa una più del diavolo, il cavaliere è perfettamente cosciente che tutto ciò non basta e che una campagna elettorale che alla fine non si concludesse con una mezza vittoria non gli darebbe soverchie possibilità di rinegoziare poi una via d’uscita onorevole e conveniente per lui e per le sue aziende. Perciò s’industria e mette in campo ogni energia, non lesina sforzi e non sottovaluta il benché minimo dettaglio.

Nelle ultime 48 ore, dopo aver ricevuto un rifiuto secco da parte di Draghi all’offerta di una candidatura al Quirinale, ha provato ad alzare un muro sul processo di Milano, chiedendo di sospenderlo per impegni elettorali.

Il tribunale, ovviamente, gli ha dato torto, visto che pur di allearsi con la Lega ha dovuto affermare che non corre per Palazzo Chigi, evidenziando con ciò di essere, sul piano formale, solo uno tra tanti delle migliaia di candidati a seggiole varie tra Senato, Camera, Regioni, Province e Comuni dove si vota. Dunque, nessun legittimo impedimento: non ce l’aveva da Premier, figurarsi da candidato.

Questione delicatissima questa, perché il processo dove risulta imputato per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile ricorderà a tutti, molto più di quanto abbiano fatto Santoro e Travaglio, chi è davvero l’omino che ha trascinato nel fango l’Italia. Cosa non simpatica mentre si cercano i voti.

Ma se l’istanza al tribunale di Milano fa parte della sua strategia di difesa giudiziaria, la boutade vera è quella di tipo elettorale. Berlusconi ha sostenuto, con la faccia che ha, di essere stato messo in guardia da possibili attentati contro di lui e che per questo dovrà rinunciare ai comizi e limitarsi alla manifestazioni al chiuso!

Sembrava l’apertura del Tg di Emilio Fede. Ora, come afferma in una nota il Viminale, non solo nessuno ha mai allertato Berlusconi suggerendogli di rinunciare ai comizi, ma un paese che ha garantito la sicurezza di tutti i capi di stato, da soli o in gruppo, non ha nessun problema a garantirla anche a Berlusconi.

La verità è un’altra: il cavaliere nero sa che l’umore popolare nei suoi confronti è pessimo: non solo non riuscirebbe a riempire nessuna grande piazza italiana, ma correrebbe il rischio di sberleffi e lanci di ortaggi ovunque si presentasse. Riempire un teatro, invece, è molto più semplice, quasi banale.

E seppure una campagna senza comizi è difficile da ipotizzare per chi si dichiara espressione della volontà popolare, inventarsi il rischio attentato è l’unica giustificazione all’assenza da poter offrire, per quanto faccia ridere tutti. Meglio, molto meglio, evitare immagini di contestazioni; e soprattutto meglio, molto meglio, diffondere immagini di teatri pieni piuttosto che di piazze vuote: il rinculo mediatico sarebbe devastante.

Ma sarà bene non sottovalutare le doti del caimano, l’assoluta abilità mediatico-propagandistica e il fiero disprezzo delle regole della politica; mentre il centrosinistra continua ad autoflagellarsi alzando muri e limiti a tutto ciò che non ne fa organicamente parte, in nome di una credibilità di governo,

Berlusconi non ha problemi a sommare ogni sigla, ogni personaggio, ogni avanzo, pur di contare numericamente più di quanto è in grado di ottenere da solo. Piccioli e picciotti, questa la summa della strategia elettorale.

Che il centrosinistra voglia darsi un profilo di credibilità è certamente positivo, fino a che non sconfina nell’autoreferenzialità. Poi bisognerà ricordare come vincere le elezioni è cosa difficile, mentre perderle è semplicissimo: basta dimenticare la differenza che c’è tra un convivio di accademici e gli aventi diritto al voto.

E allora meglio aver presente la profondità della crisi sociale che discettare sulle formule, meglio aver contezza delle attese popolari che solo di quelle dei mercati. Dunque conviene esibire certificati di esistenza in vita ai lavoratori e ai disoccupati, ai pensionati e agli studenti, oltre che opportune rassicurazioni alla City. E’ bene non vendere la pelle dell’orso finché è vivo e in grado di mostrare le zanne.


E ora nella Lista Monti scatta l’allarme. L’operazione civica non decolla

di Fabio Martini - La Stampa - 18 Gennaio 2013

 

Stallo nei sondaggi, il premier pronto a una maggiore equidistanza


Allarmismi non ne trapelano, eppure un filo d’ansia comincia a serpeggiare nell’entourage di Mario Monti. A 25 giorni dalla «salita in politica», l’operazione «Scelta civica» fatica a decollare, come dimostra la sequenza dei sondaggi più credibili: dopo una iniziale lievitazione delle intenzioni di voto per la Lista Monti, l’istituto Ipsos di Nando Pagnoncelli ha segnalato nell’ultima rilevazione (interviste svolte il 14 gennaio) una inversione di tendenza, con una significativa retrocessione, dal 12 per cento al 10,9, con una flessione dell’1,1%, che nell’arco di sette giorni è considerata poco incoraggiante dagli esperti del ramo.

Per non parlare dell’ultimo sondaggio di Euromedia della signora Ghisleri, che lavora per Berlusconi e spesso «ci prende»: «Scelta civica» è inchiodata ad un poco gratificante 6,0%. Con una aggravante dall’angolo visuale di Udc e Fli: l’ingresso in scena di «Scelta civica» rischia di cannibalizzare gli alleati, fenomeno anche in questo caso confermato dai sondaggi, che da qualche giorno stanno arretrando l’Udc verso una quota (il 4%) mai sfiorata neanche nel periodo della massima «quaresima». Per non parlare del Fli, la cui «nuova frontiera» sembra esser quella di restare sopra l’1 per cento.

E proprio il persistente stallo della Lista Monti rende infondate le illazioni più estensive circa il colloquio che si è svolto due giorni fa tra il presidente del Consiglio e Pier Luigi Bersani e riferito da due quotidiani.

La voce secondo la quale tra i due sarebbe stato stipulato un «patto di non belligeranza» è stata smentita da diversi esponenti del Pd in una serie di dichiarazioni pubbliche, ma è soprattutto in privato che Monti e Bersani hanno chiosato senza equivoci il senso della chiacchierata: nulla di più che una messa a punto, nel tentativo di smussare alcune asperità.

A Bersani stava a cuore capire se fosse nella disponibilità di Monti convincere Gabriele Albertini a ritirarsi in Lombardia, favorendo così il candidato alla Regione del Pd Ambrosoli. Operazione troppo complessa da realizzare in zona Cesarini. E dunque, tra Monti e Bersani l’intesa è quella di un confronto elettorale senza asprezze personali, ma tosto nella sostanza.

In altre parole nessuna «combine» e Mario Monti lo dimostrerà nel suo primo comizio, quello che domenica terrà a Dalmine, davanti a tutti i candidati della sua Lista. Si preannuncia una ritrovata equidistanza dai due poli, se possibile con una riscossa degli argomenti polemici anti-sinistra, visto che nell’ultima settimana Monti ha indirizzato il suo fuoco dialettico soprattutto verso Berlusconi.

Un approccio considerato promettente da uno che l’elettorato di centrodestra nordista lo conosce bene, come il milanese Giorgio Stracquadanio, già deputato del Pdl: «Davanti ad un elettorato di centrodestra che oramai vorrebbe un leader credibile e fa quel che dice, guai se Monti appare come l’alleato minore di Bersani. Così non prende più un voto e invece per prenderli a destra deve essere alternativo a Bersani, magari prendendo a pretesto una posizione vessatoria del Pd e schiacciando a sinistra il segretario. E non c’è soltanto un problema di posizionamento: una campagna elettorale si affronta dando una prospettiva, certo non con slogan come “Per non tornare indietro”. Tradotto: al massimo stiamo fermi».