lunedì 4 agosto 2008

Lodo Schifani o lodo Alfano: nessuna differenza, stessa indecenza

Qui di seguito un altro articolo che tratta dell'indecente "Lodo Alfano", ex "Lodo Schifani" dichiarato incostituzionale solo qualche anno fa.

E il popolo italiano, ben felice di bersi con gioia quest'altra pozione avvelenata, e' gia' ansioso di sorbirsi la prossima: il dispiegamento dei soldati iniziato oggi nelle strade delle principali citta'.

Ma va bene cosi', continuiamo pure a farci del male…

I buchi neri del "Lodo Alfano": principio di uguaglianza addio
di Massimo Fini – http://www.massimofini.it/ – 1 Agosto 2008

Secondo un sondaggio di Renato Mannheimer il consenso all'onorevole Berlusconi, nonostante le leggi "ad personam" (la "salva Rete 4", l'incredibile "blocca processi" poi barattata con "lodo Alfano"), le intercettazioni telefoniche da cui risulterebbe che il premier piazza in Rai le attricette a lui gradite, i forsennati attacchi alla magistratura italiana ("cancro della democrazia"), è in costante aumento.

A detta dell'autorevole sociologo il ragionamento di molti cittadini, non solo di destra, è ben sintetizzato da quanto ha detto uno degli intervistati: «Se Berlusconi fa una politica che mi aggrada per i temi economici e della sicurezza faccia poi tutto ciò che vuole per difendersi dai giudici. La cosa non mi riguarda». Costoro non si rendono conto di ragionare come ragionava buona parte del popolo italiano all'avvento del fascismo: Mussolini rimettesse un po' di ordine nel Paese e facesse funzionare i treni, il resto non mi riguarda.

Invece ciò che sta succedendo in Italia ci riguarda tutti, cittadini di destra, di centro, di sinistra e di nulla. Prima che una questione giuridica, costituzionale, politica è innanzi tutto un fatto di dignità personale. Il "lodo Alfano" ci ha ridotti tutti al rango di cittadini di serie B. Come nelle "Fattoria degli animali" Orwell (dove la polemica era diretta ai privilegi nella nomenklatura sovietica) l'Italia è un Paese in cui "tutti gli animali sono uguali, ma ce ne sono alcuni più uguali degli altri".

Poi c'è la questione di fondo. Il "lodo Alfano" abbatte il principio cardine della liberaldemocrazia: l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. In una simile situazione una democrazia non è più tale. Il "lodo Alfano" può essere equiparato alle leggi speciali del 1926 con cui Benito Mussolini instaurò il suo regime e l'atteggiamento acquiescente del Capo dello Stato a quello di Vittorio Emanuele III che spalancò la strada al fascismo.

Tanto più che la riforma della giustizia che ha in animo Berlusconi prevede che siano il Governo e il Parlamento a dettare ai Pubblici Ministeri quali sono i reati da perseguire prioritariamente il che significa la fine dell'indipendenza della magistratura e della separazione dei poteri dello Stato, altro cardine della democrazia. Poi ci sono i corollari.

Questa immunità ha limiti temporali ma non qualitativi. E se una di queste "più alte cariche dello Stato" in uno scatto d'ira, in un impeto di gelosia, in un momento raptus di follia - sono uomini anche loro - ammazza la moglie o guidando un suo yacht fa a fette mio figlio? Non potremo fare nulla, fino al termine del suo mandato.

Corollario due. Berlusconi è titolare, giuridico o di fatto, di un'infinità di società. Il "lodo" vuol dire che queste potranno violare impunemente le leggi per anni?

Corollario tre. Nel processo Mills (che è all'origine di tutto questo marasma istituzionale) Berlusconi è imputato di aver corrotto con 600 mila dollari l'avvocato inglese perché rendesse falsa testimonianza ai processi Imi-Sir e Lodo Mondadori. Col "lodo Alfano" la posizione di Berlusconi verrà stralciata, ma il processo andrà avanti per gli altri imputati. E se Mills dovesse essere condannato? Avremmo la certezza (almeno quella, relativa, di una sentenza di primo grado) che il premier è un corruttore. perché la consapevolezza dell'uno presuppone quella dell'altro, ma dovremmo tenercelo.

Si dice che il Pd sia stato morbido sul "lodo Alfano" (e in effetti, dopo tanti schiamazzi, è passato quasi dalla chetichella) in cambio di una compartecipazione alle riforme istituzionali. Ma che c'entra il Pd? Che importa, a noi cittadini, del Pd? Nessuno può barattare diritti indisponibili del cittadino come quello dell'uguaglianza davanti alla legge. Ma a quanto pare, stando al sondaggio di Mannheimer, ai più va bene così.

E vengono in mente paralleli sinistri. Il fascismo non si impose in forza dei fascisti ma di tutti coloro che, senza essere fascisti, ed erano la maggioranza, si adeguarono per viltà, per opportunismo o, semplicemente per ignoranza, perché non capirono quanto stava accadendo.

domenica 3 agosto 2008

Palestina: un tunnel senza uscita

E' sempre più guerra vera tra Hamas e Fatah a Gaza. Da giorni ormai nella Striscia i rispettivi miliziani si combattono a colpi di mortaio e raffiche di mitra, come all'alba di ieri nel quartiere Shejàeya, roccaforte del clan degli Hilles fedele al presidente Abu Mazen. Uno scontro durato tutta la giornata e che ha fatto nove morti e 95 feriti, tra cui donne e bambini.

Per Hamas si e’ trattato di una semplice operazione di polizia per arrestare i membri di questo clan, accusato di aver compiuto l'attentato che il 25 Luglio a Gaza causo' la morte di cinque miliziani di Hamas e una bambina

Nella serata di ieri poi 180 esponenti del clan sono fuggiti dalla Striscia di Gaza in Israele, attraversando il valico di Nahal Oz, per dirigersi in seguito verso Ramallah, al quartier generale di Abu Mazen.
Ma 32 di questi “ospiti” di Israele per “motivi umanitari” - costretti pero’ a passare il confine in mutande e bendati, per la somma gioia di Hamas - non hanno fatto in tempo a tornare a casa che Hamas li ha subito arrestati.

Rimane comunque incerta la sorte dei restanti 150, molti dei quali erano stati feriti negli scontri con Hamas e sono ora ricoverati negli ospedali israeliani.
E' indubbiamente una situazione del tutto inedita, dal momento che questo massacro tra le fazioni di Fatah e di Hamas ha spinto Israele ad assumere questa “strana” posizione di “intervento umanitario”.

Resta pero’ il fatto che quell'autobomba esplosa sul lungomare di Gaza ha scatenato un giro di vite senza precedenti contro gli uomini di Fatah da parte di Hamas, che per rappresaglia aveva gia' arrestato nella Striscia 200 esponenti del partito di Abu Mazen. E per tutta risposta, in Cisgiordania, la polizia di Abu Mazen aveva fermato altrettanti membri di Hamas.

Inoltre Hamas, che aveva gia’ bandito la distribuzione dei giornali vicino a Fatah stampati in Cisgiordania, ha chiuso ieri mattina anche la radio del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, accusata di incitamento alla violenza.

E sempre ieri a Nablus paramilitari della brigata dei martiri di al Aqsa, braccio armato semi indipendente di Fatah, hanno sequestrato un alto esponente di Hamas, Mohammed Ghazzal, che era stato rilasciato il giorno prima per ordine dello stesso Abu Mazen. Ora per liberarlo chiedono la fine dell'assedio al clan degli Hilles.

Tutto cio’ lascia supporre che questa lotta fratricida possa ulteriormente precipitare, visto che anche in Israele il futuro appare molto incerto dopo le annunciate dimissioni di Olmert e le probabili elezioni anticipate.

Come al solito, mentre qualcosa si stava muovendo nei negoziati per arrivare forse ad uno straccio di pace tra Israele e Palestina – ma anche tra Israele e Siria – ecco che puntualmente accade un "evento" che fa precipitare nuovamente la situazione perche' ritorni ancora al punto di partenza, anzi di pre-partenza.


Gaza, torna la guerra civile?
di Naoki Tomasini – Peacereporter – 30 Luglio 2008

La situazione nella Striscia di Gaza è tornata com'era un anno fa, con i miliziani di Hamas e Fatah che si sparano per le strade, misteriosi attentati, arresti e torture da entrambe le parti. La nuova crisi tra i principali partiti palestinesi minaccia gravi ripercussioni in primis, come sempre, sulla popolazione civile. A livello diplomatico, invece, rischiano di naufragare la tregua stabilita a inizio giugno tra Hamas e Israele, i colloqui di pace tra Israele e Anp e la trattativa con la mediazione egiziana per la liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit.

Bombe. La nuova ondata di violenze è iniziata lo scorso 25 luglio, quando tre bombe sono esplose in diverse parti della Striscia, uccidendo quattro esponenti di Hamas, un civile e una bambina. In seguito è stato un crescendo di scontri e arresti e, martedì 29, una nuova esplosione in un centro di addestramento di Hamas, nel sud della Striscia, in cui sono rimasti feriti almeno sei militanti del partito islamico. Hamas accusa Fatah per quegli attacchi, anche se altre fonti ipotizzano che sia in corso anche uno scontro tra Hamas e una milizia ispirata ad al Qaeda, che si farebbe chiamare Jaish al-Islam, i soldati dell'Islam. La presenza organizzata di cellule qaediste a Gaza è una suggestione proposta a più riprese da Israele e Stati Uniti, ma la maggioranza dei palestinesi è convinta che quello in atto sia soprattutto un gioco di potere tra Hamas e Fatah, in cui altre milizie si inseriscono, esacerbando la situazione e rendendola ancor meno gestibile.

Regione ribelle. Lo scorso anno dopo la rottura del governo di unità nazionale e la presa del controllo di Gaza da parte di Hamas, Israele dichiarò la Striscia di Gaza “entità nemica”, iniziando un duro embargo contro il governo locale di Hamas e, contemporaneamente, promettendo colloqui di pace all'esecutivo del presidente Abu Mazen in Cisgiordania. Lunedì 28 il quotidiano arabo Asharq al Awsat pubblicava indiscrezioni secondo cui l'Anp starebbe valutando l'ipotesi di dichiarare la Striscia “regione ribelle” in quanto, secondo il punto di vista di Fatah, Gaza sarebbe stata strappata al controllo di Ramallah con un colpo di stato armato. La definizione autorizzerebbe, in linea di principio, un attacco militare contro Gaza. L'Anp accusa infatti Hamas di aver boicottato qualunque tentativo di compromesso, compreso quello mediato lo scorso anno dal governo yemenita.

Arresti. Da lunedì 28, le forze di sicurezza leali a Fatah hanno arrestato 160 esponenti di Hamas in Cisgiordania: insegnanti, politici e altre personalità pubbliche, non miliziani. Mentre il giorno prima Hamas aveva arrestato almeno 200 membri di Fatah nella Striscia di Gaza. La campagna di arresti contro Hamas, però, va avanti ormai da un anno e ha portato nelle carceri – sia quelle dell'Anp che in quelle israeliane – decine di esponenti del partito islamico, tra cui anche diversi politici e deputati. Lo scorso 21 luglio a Nablus ne erano stati arrestati 20, tra cui la deputata Muna Mansour e, sempre a Nablus, sono stati sequestrati locali e beni di diverse organizzazioni caritatevoli islamiche, non tutte legate al partito di Haniyeh. Hamas ha commentato la repressione nei suoi confronti sostenendo che, se non si fermerà, potrebbe prendere il controllo della Cisgiordania come fece un anno fa nella Striscia di Gaza.

Abu Mazen. La recridescenza sembra ridurre di molto le possibilità della liberazione del caporale Gilad Shalit, nelle mani del gruppo islamico da due anni, per il quale, dopo lo scambio di prigionieri di inizio luglio tra Israele e Hezbollah, sembravano esserci buone speranze. Il suo rilascio era appeso ai numeri e ai nomi dei detenuti palestinesi che Israele sarebbe disposto a liberare ma, mercoledì 30, il presidente palestinese ha rovesciato il tavolo negoziale, minacciando di “smantellare l'Anp se Israele dovesse rilasciare esponenti di Hamas nell'ambito delle trattative su Shalit”. Abu Mazen non ha parlato di dimissioni, ma ha usato il termine smantellare, che ha provocato molta indignazione, sia a Gaza che in Cisgiordania. Il presidente palestinese teme che la liberazione degli esponenti di Hamas rafforzerebbe il movimento anche agli occhi dell'opinione pubblica della Cisgiordania. Così facendo, però, cessa idealmente di essere il presidente di tutti i palestinesi. La scorsa settimana alcune indiscrezioni sostenevano che Israele fosse disposto a includere nell'affare Shalit, anche la liberazone di Marwan Barghouti, esponente di spicco di Fatah che sconta l'ergastolo nelle carceri israeliane, ma anche un potenziale dissidente interno rispetto alla politica del presidente palestinese, servile nei confronti di Stati Uniti e Israele.

Torture. Abu Mazen non è però il solo a temere l'opinione pubblica. Subito dopo l'inzio delle violenze, il ministero dell'Interno di Hamas ha bandito dalla Striscia i principali quotidiani stampati in Cisgiordania: al Quds, al Ayyam e al Hayat al Jadida, con l'accusa di fornire resoconti squilibrati. Mercoledì 30, infine, lo stesso ministero ha anche arrestato il direttore locale dell'agenzia palestinese Maan News, Imad 'Eid. La libertà di stampa nei territori in questi momenti è gravemente minacciata, così come è fortemente limitata la libertà di movimento anche per i pochi cronisti che operano dall'interno della Striscia di Gaza. Entrambe le fazioni stanno giocando su più tavoli e hanno tante cose da nascondere, a cominciare dalle torture e dalle violazioni dei diritti dei rispettivi prigionieri. Lo rivela un rapporto dell'Ong palestinese Al Haq, secondo cui sia Fatah che Hamas hanno usato la tortura “regolarmente” nel corso dell'ultimo anno. L'organizzazione per i diritti umani sostiene che dei circa mille prigionieri detenuti quest'anno dalle due fazioni, tra il 20 e il 30 percento hanno subito violenze o torture, in consegnenza delle quali almeno quattro sarebbero morti.

sabato 2 agosto 2008

Italia: un Paese alla deriva

L’Italia e’ ormai diventata, col passare degli anni, un Paese dove hanno messo solide radici intolleranza, razzismo, egoismo, meschina furbizia, volgarita’, ignoranza, totale mancanza del concetto di bene pubblico e di cultura, rincoglionimento generale nell’inseguire falsi valori come, ad esempio, la ricchezza da raggiungere ad ogni costo o l’apparire in televisione come scopo supremo della propria vita.

Ma la lista sarebbe troppo lunga per elencare tutte le “peculiarita’” di un Paese diretto a passo spedito verso un sicuro declino a 360 gradi mentre la stragrande maggioranza degli italiani non e’ neanche in grado di accorgersene e soprattutto di reagire quando sara’ arrivato il momento dell’impatto, chiusa com’e’ nella propria bolla di “saporita” merda.


Italia 2008: Gli ultimi saranno gli ultimi
di Roberto Cotroneo – L’Unita’, http://www.robertocotroneo.net/ – 30 Luglio 2008

Eravamo un paese sgangherato forse, ma senza ferocia, senza razzismi, senza cattiverie. Eravamo un paese misericordioso alla fine: cattolico e con una morale fluttuante che ci salvava da certe durezze e spietatezze. Ma ora? Metto in fila poche parole, una di seguito all'altra: precari, immigrati, rom, pensioni sociali. Ne aggiungo altre, per riempire i rami di questo albero della vergogna.

La norma sul precariato è contro gli ultimi, quelli che un lavoro non riescono a trovarlo, quelli che non possono comprarsi una casa, che non hanno accesso ai mutui, che non possono progettare nulla, che non hanno la possibilità di pensare a un futuro che non sia un futuro a termine, come i loro contratti di lavoro, come i loro salari miserandi, come le loro vite sospese, in un vuoto che non possono riempire.

Le impronte digitali per i Rom, inclusi i bambini, è qualcosa di terrificante. Messo a punto senza vergogna per un paese che non ha protestato abbastanza, perché non è mai abbastanza protestare su una schedatura di adulti e bambini solo perché di etnia diversa. E che ci rende, davanti all'Europa, un paese allo stesso tempo ridicolo e inquietante. E con gli immigrati siamo allo stato di emergenza. Il ministro Maroni, che si annuncia come il peggior ministro dell'Interno di questo dopoguerra, parla di emergenza, e di stato di allerta. Ma la situazione è sempre la stessa, e questo è solo un modo per tenere buono un paese che è diventato razzista, cattivo e per nulla solidale. Un paese di pochi privilegiati, e di molti che devono subire discriminazioni sempre più forti.

Intanto ieri si è rovesciato un altro gommone a sud di Lampedusa, sembrano sei i morti, e pochi giorni fa sono morti anche due bambini. Ma tutto scivola nell'indifferenza, e ci stiamo preparando, come un paese sudamericano, come un Venezuela qualunque, a sopportare l'esercito nelle città per garantire l'ordine pubblico. A vedere i militari per strada, come li vedi a Caracas. Peccato che Caracas è la città più violenta del mondo. Ma ora la vigilanza e l'emergenza sull'immigrazione diventa un caso nazionale. Mille soldati sono destinati a controllare i centri immigrati. Metteranno il filo spinato? Faranno le ronde? Che ordini avranno? E perché questa decisione? Non sarà una bella sensazione vedere i militari per strada.

Ma cosa possiamo pretendere di più da questa classe dirigente? Andiamo avanti perché l'albero della vergogna si infittisce sempre di più. Il consiglio d'Europa ce lo ha detto chiaro. E una fredda nota di agenzia dice testualmente: «Il Commissario per i Diritti umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg, si dice "estremamente preoccupato" per il pacchetto sicurezza e la dichiarazione dello stato d'emergenza per l'afflusso di cittadini extracomunitari da parte del Governo italiano. È quanto si legge in un comunicato diffuso sul sito del Commissario per i diritti dell'uomo».

Il ministro leghista Maroni si indigna. Si dichiara sdegnato. Ma intanto dobbiamo incassare lo sdegno della civile Europa. E non è finita. Ieri si è consumata la sceneggiata tragica delle pensioni. Prima vogliono tagliare le pensioni sociali, poi si correggono e dicono che no, che la norma riguarda solo gli extracomunitari. E non le casalinghe e quelli che hanno meno di dieci anni di contributi. Che non si preoccupassero. Verrà corretta, che poi saranno gli estracomunitari a pagare, che cosa ce ne importa.
Noi gli prendiamo le impronte digitali, schediamo i bambini, li controlliamo con l'esercito, incassiamo l'imbarazzo e il disprezzo della civile Europa, e abbiamo ancora il coraggio di protestare. Come hanno fatto gli immigrati africani nel duomo di Napoli. Una protesta dentro una chiesa, che da sempre è sempre stato un luogo di accoglienza, ma che in questo caso, ha generato l'immediata reazione dell'esercito in tenuta antisommossa. Per contrastare immigrati che dentro una chiesa chiedevano una casa.

Un paese che vuole che gli ultimi siano gli ultimi, sempre e comunque: questo siamo diventati? Sarebbe facile dire che è tutta demagogia, che è un modo del governo per fare una propaganda banale soprattutto sull'ordine pubblico, in vista del disastro sociale ed economico che ci attende in autunno. Sarebbe facile dire che la rabbia di avere dei salari che non aumentano - di fatto - da quindici anni, contro un costo della vita e un aumento dei prezzi che non ha paragoni nel resto d'Europa, può essere ingenuamente contenuta con misure roboanti, e prive di concretezza. Ma questa è una interpretazione sbagliata.

Non è questo il punto. Una parte di questo paese, quella che si riconosce nel centro destra, quella che vota Lega Nord, quella che gravita attorno ad Alleanza Nazionale, quella che vede in Berlusconi il modello di riferimento umano e politico, oltre che imprenditoriale, è cambiata.
Cambiata in peggio. È in caduta libera. Senza più vincoli etici, religiosi e culturali. Immorale e ignorante. È un paese che emargina, è un paese che non ha più gli strumenti culturali per capire quello che gli succede attorno, è un paese che non sa adattarsi alla complessità.
È un paese rimbecillito da valori inutili, che vede nei modelli di riferimento che lo governano, dei modelli positivi: machismo, intolleranza, razzismo, culto della ricchezza, l'idea che vincono i più ricchi, i più furbi, i più disinvolti, senza rispettare le regole. Perché sono governati da persone che non rispettano le regole. Berlusconi per primo. Bossi per secondo, e tutti gli altri a seguire. Gente che non rispetta i valori comuni su cui è stato fondato questo paese. Veri eversori dello spirito della Costituzione e della convivenza civile.

Il razzismo era qualcosa che eravamo riusciti a non sentire sulla nostra pelle neppure, ed è tutto dire, quando furono varate le leggi razziali del 1938. In tutte le case italiane, ognuno di noi conserva un racconto, una memoria, di un parente, di un vicino, di qualcuno che si oppose, che aiutò, e soprattutto di un paese che non capiva. Eppure accadde quello che accade.
Le impronte digitali ai bambini non sono una manovra diversiva per accettare sacrifici per questo autunno; precarizzare i giovani non è un modo per mantenere i privilegi di quelli che precari non sono; abolire o ridimensionare le pensioni sociali non è un modo per distrarre il ceto medio da quello che gli sarà chiesto tra qualche mese; e mandare i militari nei centri per immigrati non è una furba trovata per dire a quelli che non arrivano alla fine del mese: vedete, vi diamo la sicurezza.
Sono il risultato di qualcosa che è cambiato nella testa della gente, sono il frutto di un paese irriconoscibile, di gente cattiva, ignorante, egoista, spietata. I totalitarismi iniziano sempre da dettagli marginali, da piccoli segni che nessuno voleva vedere. E non siamo immuni da nulla. L'opposizione della sinistra sarà certamente vigorosa, ma non basta la politica se manca una cultura comune, una cultura che faccia uscire questo paese da una secca di pochezza e di ignoranza.
L'ignoranza di gente come Bossi che vuole professori del nord, nelle scuole del nord, per i bambini del nord, l'ignoranza che in una città come Roma, appena arrivata una giunta di centro destra, ha già spento le luci sul patrimonio culturale di questa città. Cancellando un lavoro di anni, che ha trasformato Roma nella città più importante, sotto l'aspetto culturale, d'Europa. L'ignoranza di inventarsi anziché le notti bianche, le notti futuriste. L'ignoranza di pensare che la crescita di un paese non possa che essere economica, e non per tutti, ma sempre per i più furbi e i più ricchi. Siamo caduti in basso e gli ultimi non saranno i primi dalle nostre parti, ma rimarranno ultimi, ultimissimi. Per una classe di governo che ora dovrebbe vergognarsi.

venerdì 1 agosto 2008

Afghanistan: i due lucidissimi elicotteristi

Qualche giorno fa due elicotteristi italiani erano stati rimpatriati dall’Afghanistan perche’ “stressati”. Questa e’ stata la motivazione ufficiale dell’Esercito, ribadita anche dal ministro della Difesa La Russa.

Si e’ immediatamente scoperto pero’ che i due militari sono stati rimpatriati perche’ il 9 Luglio scorso, dopo che un convoglio italiano era stato attaccato con lanciarazzi e raffiche di kalashnikov mentre svolgeva un pattugliamento a circa 5 km a nordest di Herat, si erano rifiutati di sparare sui civili durante il conseguente scontro a fuoco. Si prevedono tempi duri in Italia per i due elicotteristi.

Ma ormai da piu’ di un anno il contingente italiano in Afghanistan partecipa attivamente ad azioni di guerra. I soldati dislocati a Kabul e Herat negli ultimi mesi hanno creato alcune basi avanzate a Surobi nella provincia di Kabul, nella valle di Musay e a Farah nella provincia occidentale di Herat. Farah è una zona di confine con le province meridionali dove i taleb fanno spesso incursioni.

E anche qui i nostri soldati sono dovuti intervenire per contrastare queste incursioni, sia con gli elicotteri d'attacco Mangusta, utilizzati più volte in soccorso delle truppe afghane, e sia con gli incursori che si sono imbattuti in gruppi di ribelli che sconfinavano per evitare gli attacchi delle truppe inglesi e australiane che nella zona di Helmand stanno conducendo le operazioni.

Intanto la violenza in Afghanistan continua a crescere e ha raggiunto il livello più alto dal 2001 con oltre 260 civili uccisi solo nel mese di luglio.

Tutto quindi procede per il meglio...


La verità su Shiwashan
di Angelo Miotto – Peacereporter – 1 Agosto 2008

Cosa sia accaduto il 9 luglio nei cieli afgani di Shiwashan, sette chilometri da Herat, da oggi non sarà più un mistero. Perché attraverso una fonte militare arrivano i dettagli di quella sera, i fatti come sono descritti da chi era lì e decise di non sparare, nonostante fosse aggredito da 'fuoco ostile', per la presenza di civili nelle case da dove partivano colpi di armi leggere.
Domenico Leggiero, responsabile del comparto Difesa dell'Osservatorio militare, è noto per le sue battaglie a favore dei militari affetti da patologie legate all'esposizione all'uranio impoverito in teatri di guerra. Leggiero è in grado di riportare la versione dei due piloti di elicottero, protagonisti della notte del 9 luglio, che dopo aver passato alcuni giorni all'ospedale militare romano del Celio, sono stati rispediti nella base del 7° Reggimento Aviazione ‘Vega’ dell’Esercito, a Rimini.
Erano due i Mangusta, in appoggio a un'operazione medevac (evacuazione medica), con un elicottero spagnolo che era intervenuto dopo un'imboscata in cui erano rimasti intrappolati due blindati italiani “Lince”. Le uniche notizie diffuse riguardavano il rifiuto di uno dei due Mangusta di aprire il fuoco, con il conseguente ricovero dei piloti per sindrome da stress post-traumatico.

Una lucida decisione. Secondo la versione dei protagonisti – riportata da Leggiero – quella sera l'intervento riguardò la copertura dell'elicottero medico che evacuò due soldati italiani. Ma dopo l'imboscata, avvenuta all’estrema periferia di Herat, e durante l’operazione di evacuazione medica dei nostri feriti – il tenente Gabriele Rame e l’aviere Francesco Manco – da un palazzo abitato della zona vennero esplosi numerosi colpi di armi leggere. Il timone di coda dell'eliambulanza venne 'sviolinato', graffiato, senza far danni. È proprio a quel punto che i due piloti italiani, ognuno alla cloche di un Mangusta, hanno valutato che rispondere al fuoco con i potenti cannoncini rotanti da 20 millimetri avrebbe significato distruggere l’edificio provocando sicuramente pesanti perdite tra i civili. Quindi hanno optato per una manovra di disimpegno e hanno fatto ritorno alla base. Il comando spagnolo non gradì. Di lì la lamentela con il comandante italiano ad Herat per la mancata copertura di fuoco da parte dei Mangusta. I due piloti, convocati dal comandante per chiarimenti, hanno spiegato di aver lucidamente preso la decisione di non rispondere al fuoco in accordo con le regole d’ingaggio di una missione ufficialmente di pace, non di guerra, che consentono di sparare se attaccati, ma solo se c’è la ragionevole certezza di non provocare vittime civili.
Contro i due piloti non è stata avviata alcuna procedura disciplinare: i comandi hanno preferito rimpatriarli e ricoverarli per alcuni giorni all’ospedale militare del Celio, dando in pasto alla stampa la storia dello stress.

Nessuno stress. La questione, come si evince dalle differenze con le versioni ufficiali diffuse fino a oggi, è quanto mai delicata. I due Mangusta, e non solo uno, optarono per la manovra di disimpegno senza aprire il fuoco. E non lo fecero degli equipaggi ‘stressati’, ma consapevoli di fare una precisa scelta, nonostante le raffiche dirette verso di loro. “La loro decisione – afferma Leggiero – è stata un atto di alto profilo etico e morale, che come pilota mi sento di condividere al cento per cento”.
Il secondo punto delicato riguarda direttamente la politica e la propaganda dello Stato Maggiore italiano. L'immagine dei due piloti circolata sui mezzi di informazione è quella di due traumatizzati, quindi colpiti da una sindrome che viene affiancata al fatto stesso di non aver voluto aprire il fuoco. Sono più o meno sottili accostamenti che sortiscono un effetto immediato nella ricezione di una notizia. Dai resoconti diretti, invece, la situazione appare ben diversa, con una scelta che poco ha a che spartire con il logoramento psico-fisico. Ma che risponde, invece, a una presa di coscienza nella difficile decisione di aprire o meno il fuoco su un palazzo abitato.
Per di più il nostro ordinamento militare, aggiungono le nostre fonti in ambito militare e giudiziario, non ha previsto figure di aiuto psicologico direttamente sul teatro di guerra.

Cosa succederà adesso ai due piloti, ormai rientrati alla base in Italia, passando per il Celio? L'unica certezza delle nostre fonti è che non li attende un roseo avvenire: in campo militare – ci dicono – queste scelte si pagano. E la vendetta è un piatto che, in quel mondo, viene servito freddo.