domenica 11 marzo 2012

News Shake

Ritorna News Shake, notizie a caso ma non per caso....



Del Boca: la Libia è una nuova Somalia
di Tommaso Di Francesco - http://nena-news.globalist.it - 9 Marzo 2012

«L'autonomia armata dell'Est getta il Paese, già diviso dalle fazioni che hanno deposto Gheddafi, nel caos a tre mesi dal voto di giugno. Per l'Onu i diritti umani sono violati. Interessi italiani a rischio»

Roma, 9 marzo 2012, Nena News – Un'assemblea delle tribù e delle milizie della Cirenaica riunita a Bengasi due giorni fa ha dato vita al Consiglio provvisorio di Barqa (Cirenaica) chiedendo la piena autonomia della regione da Tripoli.

Mustafa Abdel Jalil, presidente del Cnt fino alle prossime elezioni di giugno, ha definito l’iniziativa la «sedizione dell’est» accusando non meglio precisati «paesi arabi» di avere fomentato la «cospirazione».

E ieri ha minacciato: «Devono sapere che gli infiltrati e i fedelissimi dell’ex regime tentano di utilizzarli e noi siamo pronti a dissuaderli. Anche con la forza». E anche Hamid Al-Hassi, capo militare del Consiglio di Barqa ammonisce: «Siamo pronti a dare battaglia. Siamo dunque a quel rischio di guerra civile che lo stesso Jalil paventava di fronte all’anarchia delle milizie che spadroneggiano in Libia. Ne parliamo con Angelo Del Boca, storico della Libia e del colonialismo.

La Libia sembra diventata quella «nuova Somalia», in preda alle milizie islamiche» che profetizzava Gheddafi, linciato solo nell’ottobre scorso, poche settimane prima della fine della guerra aerea della Nato fatta «per proteggere i civili»…

In un certo senso sì, proprio una nuova Somalia. Per 42 anni Gheddafi era riuscito, più con le cattive che con le buone, a tenere insieme il Paese e a guidarlo in mezzo a burrasche non da poco. Morto lui sembra che tutto vada nel disastro. Perché le milizie non mollano le armi, il governo provvisorio fa di tutto per raccoglierle ma non ce la fa. Siamo arrivati addirittura al pronunciamento da Bengasi per dividere il paese, fatto non in maniera provvisoria, perché a capo di questo fantomatico governo c’è addirittura Ahmed Al Senussi, pronipote d re Idris. Quindi non è solo una divisione amministrativa ma soprattutto politica. Al Senussi è un personaggio poco noto perché sono passati tanti anni dal colpo di stato con cui Gheddafi depose re Idris, è stato per molti anni nelle galere del raìs per avere tentato un golpe contro di lui nel 1970, poi è stato liberato negli anni Ottanta. Ma certo rappresenta almeno la memoria della monarchia libica. Non dimentichiamo che in Cirenaica la rivolta l’hanno fatta con la bandiera dei Senussi, della monarchia. Lì è scoppiata la vera resistenza che ha dato filo da torcere agli italiani e alla fine, quando gli inglesi hanno deciso di consegnare la Libia a un personaggio di rilievo, l’hanno messa nelle mani di Al Senussi, re Idris, nato e vissuto a Tobruq. Inoltre la Senussia oltre ad essere stata una organizzazione politica è anche una confraternita religiosa con più di cento anni di vita.

Che cos’è la Cirenaica quanto a interessi petroliferi della Libia?

Diciamo che i porti più importanti sono proprio in Cirenaica che presenta il più alto numero di giacimenti e di raffinerie, a Ras Lanuf con 220mila barili al giorno, a Marsa el Brega e a Tobruq. Certo ce ne sono anche in Tripolitania e nella Sirte, molti pozzi sono anche in mare, ma la parte principale di queste «oasi del petrolio» sono proprio in Cirenaica. Ricca, non dimentichiamolo, anche di acqua. Il grande progetto di Gheddafi, il famoso River, il fiume sotterraneo – che anche gli insorti chiesero alla Nato di non bombardate – scorre da Kufra fino al mare, prosegue lungo tutta la costa e risale da Tripoli verso Gadames. È costato circa 30 miliardi di dollari e non si sa quanto durerà quest’acqua. È una enorme bolla sotterranea dalla quale attingono tutte le aree vicine, così gigantesco che è stata costruita una fabbrica per allestire manufatti addatti alla canalizzazione. È il rubinetto della Cirenaica e della Libia. Chi lo controlla controlla il Paese. Qundi non ci sono solo gli introiti petroliferi ma questo «rubinetto» di una fonte come l’acqua decisiva quanto s enon più del petrolio. Un’acqua che ha creato una fertilità che da tempo ha dato quasi l’autonomia alimentare alla Libia, trasformando il litorale nell’orto che produce per i sei milioni di abitanti.

Quale «paese arabo» potrebbe esserci «dietro»questo pronunciamento della Cirenaica? Shalgam, l’autorevole ambasciatore all’Onu della Libia, prima con Gheddafi e poi passato agli insorti, ripete che non vuole «una Libia controllata dal Qatar»…

Indubbiamente il Qatar è interessato. C’era un inserto straordinario di Le Monde la scorsa settimana tutto dedicato ai nuovi interessi strategici della petromonarchia del Qatar, sul Medio Oriente, in Africa e nel mondo intero dove ha comprato terre ovunque. Il Qatar punta ad avere riserve di petrodollari enormi. E non dimentichiamo che fra le milizie che combattevano contro Gheddafi c’erano alcune centinaia – migliaia per altre fonti – di militari del Qatar. E hanno anche capacità d’intelligence e di forniture di armi.

L’unico accordo possibile in Libia è sull’Islam, che finirà nella nuova Costituzione. Per il resto, le milizie spadroneggiano in armi e cresce il ruolo degli integralisti islamici con il capo militare di Tripoli Belhadj…

Peggio. Il rapporto dell’Onu conferma le denunce di Amnesty International, le stragi contro i vinti, le carcerazioni arbitarie, con quasi 8.000 i detenuti, la pratica diffusa della tortura contro i civili lealisti. Mi chiedo come in questo enorme disordine si potrà arrivare alle elezioni di giugno, così vicine. E si aprono problemi per l’Italia che sta cercando nuovi scambi industriali e di recuperare investimenti e ruolo. Dopo le mega-promesse di Gheddafi, nulla sarà più facile. E poi c’è la questione della famosa litoranea che dovevamo costruire in 25 anni: adesso i nuovi dirigenti della Libia chiedono che venga fatta in cinque anni e con un esborso enorme di finanziamenti.



Siria: intervista a Talal Khrais
di Marco di Donato - Osservatorio Iraq - 8 Marzo 2012

Nel tentativo di comprendere cosa accade in questi giorni in Siria, ho deciso di rivolgere alcune domande al dott. Talal Khrais. Giornalista laico e corrispondente in Italia del libanese As-Safir, responsabile esteri di Centro Italo-Arabo e del Mediterraneo*, e relazioni internazionali per la sede sarda di Assadakh.

Talal Khrais ha gentilmente risposto alle mie domande, provando a descrivere da un punto di vista inedito la situazione siriana. Grazie alle attività del suo centro infatti, ma soprattutto grazie alla sua enorme esperienza sul campo, quest'intervista assume un valore particolare.

Il dott. Khrais è infatti stato recentemente in Siria e ci ha potuto descrivere, come pochi altri possono oggi fare, come la situazione sia sul campo. Parlando con la gente, guardando ed osservando le cose in prima persona può fornirci testimonianze dirette.

Ci ha spiegato cosa sta succedendo ad Homs e perché secondo lui, che pur riconosce la legittimità della protesta pacifica, oggi ci troviamo anche dinanzi ad una guerra fatta su procura dei poteri occidentali.

Cosa sta accadendo in Siria in queste ultime settimane?

Frequento la Siria dal 1984. In Italia si parla poco del fatto che questo paese è nell'occhio del ciclone dal 1967, anno in cui Israele occupò vasti territori arabi. Per far fronte alla superiorità militare di Tel Aviv, il governo di Damasco si alleò con l’Unione Sovietica scegliendo un modello socialista per creare una base socio-economica allargata ed un sistema di garanzie sociali.

Il regime credeva che sfamare la gente e creare occupazione fosse sufficiente per rispondere alle esigenze del popolo siriano.

Dopo la morte del padre Hafez al Assad, il figlio Bashar ha fatto delle riforme economiche che hanno contribuito alla crescita delle piccole e medie imprese, ma senza toccare l’art 8 che garantiva il dominio del partito Baath al potere.

L’art. 8 è stato superato con il referendum del 26 febbraio 2012 sulla nuova Costituzione prevedendo una chiara partecipazione di tutte le forze politiche attraverso un inedito multi-partitismo.

All’inizio del conflitto interno, esattamente un anno fa, sono cominciate le manifestazioni che personalmente considero legittime e giuste.

I manifestanti infatti rivendicavano più libertà. Tuttavia, parallelamente, in Siria si preparava una guerra, una guerra per procura, semplicemente per rompere la forte alleanza tra Siria, Iran e Hezbollah.

Un'alleanza che aveva cambiato gli equilibri politici regionali nella guerra del 2006, quella tra Hezbollah e Israele, con lo Stato ebraico che usciva sconfitto dal confronto con migliaia di combattenti della milizia islamica libanese.

Secondo i dati della Croce Rossa si parla di migliaia fra morti e feriti, lei ha dati diversi o maggiormente precisi in merito?

Noi corrispondenti che ci occupiamo di conflitti conosciamo bene le conseguenze di una guerra. In Siria esiste una vera guerra. Non penso che l’esercito siriano, uno dei più grandi e più numerosi del Medio Oriente, stia affrontando da un anno solo manifestanti ed un'opposizione pacifica .

Quando nel 1976 l’esercito siriano occupò il Libano riuscì, malgrado la feroce opposizione armata dell’OLP e del Movimento Nazionale Libanese, a controllare ogni quartiere di Beirut in soli 15 giorni.

Quando sono stato in Siria il mese scorso mi sono reso conto che non si tratta solo di manifestazioni o di forme di opposizione pacifica, ma di una guerra sofisticata contro il regime. Ho visto civili innocenti morti, ma tanti altri militari siriani uccisi da bande armate.

Il paese è davvero sull'orlo di una guerra civile? Secondo la sua esperienza sul campo, quanta gente supporta il regime di Assad e quanta vuole invece la sua caduta?

Finora, ad un anno di distanza dall'inizio del conflitto interno, non vediamo fenomeni simili a ciò che avvenuto in Libia o altri paesi arabi. Ad esempio nessun diplomatico ha disertato e l’esercito libero della Siria, capeggiato da un generale a cui vengono attribuiti i recenti attentati (compiuti in realtà da altri), è un fenomeno limitato.

L’Occidente è miope e partecipa ad interventi militari contro altri Paesi senza comprenderne le conseguenze.

Si chiede al presidente siriano di andarsene. Un presidente che ha l’appoggio di una ampia base popolare e il sostegno del 90% dei militari perché mai dovrebbe lasciare?

Lasciare significherebbe far regnare il caos. Il cambiamento deve arrivare quando la società civile è matura e quando si terranno libere elezioni. Andarsene e lasciare il paese nel caos, quello si significherebbe scatenare una vera e propria guerra civile.

Ci spiega cosa è accaduto e cosa sta accadendo ad Homs?

La situazione senza dubbio a Homs, e nel quartiere di Baba Amr, è la più tragica, dove la popolazione sta pagando il prezzo più alto.

Dopo l’evacuazione di Homs da parte dei gruppi armati si è scoperto che la città era un quartiere generale con depositi di armi sofisticate e i cosiddetti passaporti per il paradiso (spesso usati da attentatori suicidi) con reti di collegamento sotterranee lunghe ben dieci chilometri.

Secondo lei sono veritiere le notizie che vorrebbero truppe speciali di Gb e Qatar al finaco dei ribelli?

Si, penso che truppe e armi di nazioni straniere si trovino sul territorio siriano. Sia il Qatar che l’Arabia Saudita non nascondono il loro diretto sostegno ai ribelli, mentre sia Londra che Parigi hanno finora garantito forme di sostegno indiretto.

Qual è una via di uscita possibile a questa crisi che ormai dura da più di un anno?

La crisi può essere risolta solo con una soluzione politica. Oggi l’Occidente vuole imporre solo sanzioni, mentre Cina e Russia sostengono la riconciliazione nazionale. A mio parere non esiste una altra via della situazione siriana, poiché forzando la mano il rischio è quello di destabilizzare tutta la regione.


*Assadakah - Centro Italo-Arabo e del Mediterraneo: è un'associazione italo-araba senza fini di lucro, con sede a Roma, Cagliari e Lecce, che oggi portano insieme dopo l’intesa tra le tre filiali il nome Federazione Assadakah. Insieme ai rappresentanti all’estero nei paesi arabi anni opera nella realtà italiana per la promozione di scambi culturali, politici ed economici tra l'Italia ed i paesi arabi e del Mediterraneo. A tal fine, l'associazione organizza incontri, conferenze, studi, promuove iniziative e viaggi, sollecita contatti tra le realtà politiche ed imprenditoriali ed elabora progetti di cooperazione internazionale, volti alla reciproca conoscenza e all'interscambio, infine realizza progetti di cooperazione allo sviluppo.



Siria, una cospirazione rivelata
di Felicity Arburthnot - www.informationclearinghouse.info - 1 Marzo 2012
Traduzione per
www.comedonchisciotte.org a cura di ADL

Abbiamo trovato il nostro nemico: siamo noi.

Walt Kelly, 1913-1973

Nel novembre del 2006 l'analista politico Mahdi Darius Nazemroaya scrisse in dettaglio i piani degli Stati Uniti per il Medio Oriente: “L'espressione «Nuovo Medio Oriente» fu presentata al mondo nel giugno 2006 a Tel Aviv dal Segretario di Stato degli Stati Uniti Condoleezza Rice (che secondo la stampa occidentale avrebbe coniato questa espressione), a sostituzione di quella più vecchia e imponente «Grande Medio Oriente».”

Il buon senso imporrebbe di considerarlo una fantasia violenta eccessiva e troppo remota, finché non ci si rende conto che l'autore della mappa di questo Nuovo Mondo, preparata nell'ambito del “Nuovo Ordine Mondiale” del Nuovo Mondo, fu il tenente colonnello Ralph Peters, che, in uno dei più agghiaccianti articoli mai pubblicati, scrisse nel 1997:

Non ci sarà pace. In ogni momento, per il resto delle nostre esistenze, saranno in corso molteplici conflitti, e in forme mutevoli, in giro per il globo. I conflitti violenti domineranno le prime pagine dei giornali […] Il ruolo che le forze armate statunitensi assumeranno di fatto sarà quello di mantenere il mondo sicuro per la nostra economia e di prepararlo a ricevere la nostra invasione culturale. Con questi obiettivi, faremo un bel po' di stragi.

All'epoca Peters era in carica presso l'Ufficio del Vice-capo di Stato Maggiore per l'Intelligence, dove era responsabile della “guerra futura”. I suoi piani per l'Iraq hanno funzionato alla grande, salvo che dal punto di vista degli iracheni.

Un mese dopo la pubblicazione dell'articolo di Nazemroaya, William Roebuck, direttore dell'Agenzia dell'Ufficio per gli Affari del Vicino Oriente del Dipartimento di Stato, stava elaborando una strategia di fine anno per la Siria presso l'ambasciata degli Stati Uniti a Damasco dove lavorò tra il 2004 e il 2007, raggiungendo la carica di Vicedirettore della Missione.

L'argomento era: “Influenzare il SARG (Governo del Regime Arabo Siriano) alla fine del 2006.”

Il SARG termina il 2006 in una posizione interna e internazionale molto più forte di quella che aveva nel 2005.” Parlando della “crescente sicurezza di sé” del presidente Assad, Roebuck sentiva che la situazione poteva portare ad “errori e […] decisioni poco sensate […] che possono fornirci nuove opportunità”. Anche se “ulteriori pressioni bilaterali o multilaterali possono avere degli impatti sulla Siria”, evidentemente egli aveva progetti ben più ambiziosi:

Questo cablogramma riassume le nostre valutazioni delle […] vulnerabilità e suggerisce che potranno esserci azioni, affermazioni e segnali che il governo degli Stati Uniti può produrre e che aumenteranno le possibilità che tali opportunità si presentino.

Le proposte dovrebbero essere “arricchite e convertite in azioni concrete, e noi dobbiamo essere pronti a muoverci velocemente per trarre vantaggio da queste opportunità”. (No, non si tratta di Le Carré, Forsyth o Fleming, ma di un “diplomatico” che lavora a Damasco).

Con l'approssimarsi della fine del 2006”, scrisse Roebuck, “Bashar sembra […] più forte di quanto sia mai apparso negli ultimi due anni. Il paese è economicamente stabile […] le questioni che riguardano la regione vicino-orientale sembrano aver preso una piega favorevole per la Siria.”

Ad ogni modo, “alcuni punti deboli e alcuni problemi incombenti possono fornire opportunità per aumentare la pressione su Bashar […] Parte di questi punti deboli (compresa la difficile situazione del Libano) possono essere sfruttati per mettere il regime sotto pressione. Rientrano tra i nostri interessi tutti gli atti che possano portare Bashar a perdere l'equilibrio e ad accrescere la propria insicurezza.”

È difficile predire gli errori che [il presidente Assad] potrà commettere e i benefici derivanti possono cambiare a seconda dei casi, se siamo pronti a muoverci rapidamente e avvantaggiarci delle opportunità [...]

Un “punto debole”, ha scritto Roebuck, era il fatto che Bashar al-Asad proteggesse la “dignità e la reputazione internazionale della Siria”. Orgoglio e “protezione”, concetti evidentemente scioccanti.

Questo punto debole poteva essere sfruttato alla luce della proposta di istituire un Tribunale sull'attentato all'ex Primo Ministro libanese Rafiq Hariri (occorso il 14 febbraio 2005), nel quale persero la vita anche il suo amico ed ex Ministro dell'Economia Basel Fleihan e venti tra colleghi e guardie del corpo (una potente bomba esplose al passaggio delle loro automobili).

Accuse non corroborate da prove hanno di volta in volta indicato come responsabili dell'ennesima tragedia mediorientale Israele, la Siria, Hezbollah e molti altri, ma Roebuck l'ha ritenuta una “occasione per sfruttare questo nervo scoperto senza aspettare che venga istituito un tribunale apposito”.

Un'altra idea che è stata prospettata, sempre classificata sotto la voce “punti deboli”, era la sempre più solida alleanza tra Siria e Iran. “Una strategia di intervento possibile” avrebbe potuto “giocare sulle paure sunnite di un'influenza iraniana”. Benché esse fossero “spesso esagerate”, erano pronte per essere sfruttate:

Le rappresentanze egiziana e saudita in Siria […] prestano crescenti attenzioni al problema e noi dovremmo coordinarci di più con i rispettivi governi per dare maggior visibilità al tema, e concentrarvi sopra l'attenzione della regione.

Bisogna anche plasmare i capi religiosi sunniti interessati. È chiaramente il tipo di strategia divide et impera già adottato in Iraq.

Ovviamente, la strategia di propiziare divisioni interne doveva essere indirizzata anche alla famiglia del Presidente e alla cerchia dei legislatori, con “sanzioni mirate (che) devono sfruttare le crepe preesistenti e indebolire la coesione interna del gruppo delle persone al potere, invece che determinarne un consolidamento”.

Il pubblico dovrebbe anche essere sottoposto a “continui riferimenti alla corruzione [...] dovremmo trovare i modi per ricordarlo alla gente”.

Un altro elemento da sfruttare era il “fattore Khaddam”.

Abdul Halim Khaddam è stato vicepresidente dal 1984 al 2005 e presidente nel 2000, nel periodo intercorso tra la morte di Hafez el-Asad e la nomina da parte del figlio Bashar nella carica da lui ricoperta.

Fu sospettato di ambire alla carica presidenziale e, dopo la morte di Hariri, ci fu una separazione aspra tra Khaddam e Bashar. Le accuse di alto tradimento a carico di Khaddam sono fondate.

Il partito al potere, scrive Roebuck:

Segue con notevole partecipazione emotiva ogni notizia che coinvolga Khaddam. Dovremmo continuare ad incoraggiare i sauditi e gli altri a dare a Khaddam accesso ai loro media […] fornendo a costui le sedi per rivelare pubblicamente gli affari sporchi del governo siriano.

Conseguenza di ciò fu una attesa “reazione eccessiva del regime, che incrementerà il suo isolamento e la sua alienazione rispetto agli stati arabi confinanti”.

Il 14 gennaio 2006 Khaddam ha dato vita a un governo in esilio, e ha poi annunciato la caduta del governo di Assad entro la fine dell'anno.

Attualmente è considerato un capo dell'opposizione, e ha dichiarato, alla televisione israeliana Channel 2, di ricevere finanziamenti dagli Stati Uniti e dalla Unione Europea per rovesciare il governo siriano.

Gli ulteriori piani del sempre creativo Roebuck prevedono anche di “incoraggiare le voci e i segnali di complotti esterni”. A questo scopo, “alleati regionali come l'Egitto e l'Arabia Saudita dovrebbero essere incoraggiati ad intrattenere rapporti con personaggi come Khaddam e Rifat al-Asad, con opportune fughe di notizie a seguito degli incontri che organizzano con loro. Ciò […] aumenta le possibilità di una reazione sproporzionata e controproducente.”

Rifaat al-Asad è lo zio di Bashar, e comandava le Brigate della Difesa che uccisero circa trentamila persone e rasero al suolo interi quartieri della città di Hama nel febbraio 1982. Abbastanza per scatenare incessanti e diffuse preoccupazioni per “violazioni dei diritti umani”. Rifaat al-Asad vive in esilio e al sicuro a Londra. Khaddam vive a Parigi.

Ecco un ragionevole motivo di preoccupazioni per chi vuole operare il rovesciamento: “Bashar continua a dar luogo regolarmente a una serie di iniziative di riforma, e probabilmente crede che esse costituiranno il suo lascito alla Siria […] Questi suoi passi hanno finora determinato il rientro in Siria degli investimenti dei siriani migranti [...] (e) una crescente apertura.”

Qual è la soluzione? “Trovare il modo di mettere pubblicamente in discussione gli sforzi riformatori di Bashar.” In sostanza, si tratta di fare tutto il possibile per sminuirli e ridurne la portata.

Inoltre, “la Siria ha goduto di un notevole quantitativo di investimenti stranieri diretti”, per cui bisogna “scoraggiare” gli investimenti stranieri.

Nel maggio 2006, lamenta Roebuck, i Servizi Segreti Militari siriani hanno protestato, perché “ritenevano che gli Stati Uniti si stessero adoperando per addestrare militarmente e rifornire di armi i curdi siriani”. Ancora una volta, traspare la strategia già usata per l'Iraq.

La risposta fu quella di “mettere in evidenza le lamentele dei curdi”. Tuttavia ciò “andrebbe fatto con cautela, dal momento che mettere in risalto nel modo sbagliato le istanze dei curdi siriani potrebbe dar luogo a ulteriori ostacoli ai nostri sforzi […], considerato lo scetticismo [...] della società civile siriana nei confronti degli obiettivi dei curdi.”

Per “concludere”, questo documento imbarazzante e meschino afferma che “in sostanza, Bashar si appresta a cominciare il nuovo anno in una posizione di maggior forza rispetto a quella in cui si è trovato per anni” e ciò significa che bisogna individuare i suoi “punti deboli”: “Se siamo pronti a sfruttare la situazione, ci offriranno le opportunità per sconvolgere le sue strategie decisionali, tenerlo fuori equilibrio e fargli pagare ampiamente i suoi errori.”

Il cablogramma è stato inviato per conoscenza alla Casa Bianca, al Segretario di Stato degli Stati Uniti, al Tesoro degli Stati Uniti, alla delegazione statunitense alle Nazioni Unite, al Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, al CENTCOM e a tutti i paesi della Lega Araba e dell'Unione Europea.

L'unica altra ambasciata americana che lo ha ricevuto per conoscenza è quella di Tel Aviv. Quando William Roebuck ha lavorato all'ambasciata di Tel Aviv (2000-2003, quindi fino all'anno dell'invasione dell'Iraq), è “scampato per un pelo alla morte”. Forse anche da quelle parti qualcuno lo sopportava a fatica.

Nel 2009 era Consigliere Politico a Baghdad “a dirigere gli sforzi per lo svolgimento delle elezioni politiche irachene del 2009, particolarmente critiche”. Elezioni “libere, pulite e democratiche”, in cui la gente subiva anche minacce di veder morti i propri figli se non avesse votato nel modo “giusto”.

Il risultato fu l'elezione a Primo Ministro di Nuri al-Maliki, con tutte le sue milizie assassine. Durante il suo mandato da Ministro dell'Interno, i soldati americani scoprirono numerosi prigionieri torturati e lasciati a morire di fame.

Il cablogramma di Damasco è stato reso pubblico da Wikileaks. Il tenente colonnello Peters ha fatto appello, su Fox News, affinché il suo fondatore, Julian Assange, sia ucciso. Vale la pena ascoltare il relativo filmato di 40 secondi.

Il colonnello scrive anche storie di finzione e gialli con lo pseudonimo di Owen Patterson. Forse sogna ad occhi aperti.



Impunità e salvacondotti
di Giulietto Chiesa - Il Fatto Quotidiano - 10 Marzo 2012

Parafrasando Bettino: da oggi siamo tutti un pò più mafiosi. Anche se, dopo la decisione della Cassazione, si può affermare che la mafia non esiste. Perché se non esiste il concorso esterno (o se “non ci crede più nessuno”) ciò equivale a dire che non esiste nemmeno la mafia, che è tutta un “concorso esterno”, salvo quando ti fa saltare in aria con le bombe, o ti spara un colpo in bocca e ti incapretta.

Certo, nostro malgrado, ma è così.

Parafrasando Pasolini potremmo dire che, pur non avendo le prove, sappiamo quasi tutto quello che si deve sapere.

Qualche giornale ha scritto che ieri il cellulare di Dell’Utri parlava spagnolo, lasciando intendere che, forse, il braccio destro di Berlusconi stava aspettando la sentenza fuori dai confini patrii.

Io penso che quella segreteria telefonica fosse una interferenza casuale. Volete che non sapesse come sarebbe andata a finire? Quello, citando Leonardo Sciascia, è un “vero uomo”, mica un “quaqquaraqquà” qualunque.

L’eroe del nostro tempo, liberato dalla mafia, è un signore, Francesco Iacoviello, che, nella sua qualità di Procuratore Generale delle Cassazione, (grazie alla ferrea memoria di Travaglio, che ha fatto l’elenco) ha nel suo curriculum “la richiesta e l’ottenimento dell’annullamento delle condanne di Squillante per IMI-Sir e di De Gennaro per il G8, e la conferma dell’assoluzione di Mannino e della prescrizione per Berlusconi nel caso Mondadori”. Giustizie sono state fatte.

Resterà nei libri di storia, meritoriamente. Nei libri di storia scritti dai vincitori. Solo in quelli, naturalmente, ma poiché sono quelli che contano, buon per lui. Arriverà alla pensione con tutti gli onori.

Noi, che siamo saltati in aria – moralmente – insieme a Falcone e a Borsellino, non dobbiamo lamentarci o piangere. Questo è il risultato dei rapporti di forza politici in cui si trova questo nostro disgraziato paese.

L’unica cosa che dobbiamo proporci è di rovesciare questi rapporti di forza, sempre che ne abbiamo ancora l’intenzione e il coraggio.



Salvacondotto pacificato per Silvio
di Luca Telese - Il Fatto Quotidiano - 11 Marzo 2012

È arrivata la sanatoria occulta? Non siamo (solo) noi perfidi cattivacci del Fatto, a parlarne, ma l’icastico Roberto D’Agostino, che ieri ci regalava una mirabile sintesi politica: “Essì, il salvacondotto giudiziario per l’uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi esiste davvero, e lotta insieme a noi”.

Dopotutto ci sono giorni in cui basta una sentenza dell’immancabile Claudio Scajola per capire che aria tira: “Credo che si incominci a capire – ha dichiarato festante l’ex ministro asuainsaputezza – che questo paese ha bisogno di pacificazione”.

E la pacificazione, ovviamente, sarebbe l’annullamento della sentenza per Marcello Dell’Utri, l’ennesimo giro di valzer, l’ennesimo gioco dell’oca nell’Italia in cui mentre i poveracci vanno in galera, chi si può permettere una buona difesa è già mezzo assolto.

La sanatoria occulta
è una costellazione di fatti giudiziari e non, tutti apparentemente casuali, che – guardacaso – hanno iniziato miracolosamente a manifestarsi in parallelo con l’avvento dell’era Monti.

Nel tempo dei professori sembra che le istituzioni si siano sincronizzate magicamente sulla prima legge della tecnocrazia all’italiana.

Ovvero: se c’è in gioco un verdetto, o si parla di un provvedimento sgradito alla sinistra, entrambi vengono approvati prima ancora di mettersi al tavolo. Se invece c’è in gioco un verdetto, o si parla di un provvedimento sgradito alla destra, potete star certi che la palla non andrà in buca.

Solo dietrologia? Prendete la sentenza della Corte Costituzionale sul referendum anti-Porcellum. Due settimane prima del giudizio i due più importanti quotidiani italiani scrivono che la Corte è intenzionata a raccogliere una tesi che da tempo circola negli ambienti berlusconiani. Se il referendum dovesse andare in porto ad entrare in crisi sarebbe il governo.

Nulla di strano: il Porcellum, come questo giornale scrive da tempo è l’architrave strutturale del governissimo, l’unica possibile ciambella di salvataggio del Pdl, la legge che qualsiasi segretario di partito si sogna la notte: gli permette di mettere i suoi brocchi in lista senza che debba rendere conto a nessuno.

E così ecco un’altra coincidenza provvidenziale sulla via della pacificazione: la Corte boccia il quesito sostenendo che non sarebbe auto applicativo (a giugno, in un altro clima, per difendere la volontà dei proponenti aveva addirittura riscritto il testo di uno dei referendum).

Ma poi si passa al processo Mills. Se Berlusconi dovesse essere condannato, il leader del centrodestra finirebbe nei guai, la fedina penale resterebbe macchiata, il Cavaliere potrebbe essere costretto, anche solo per difendere la sua immagine, a scuotere le fondamenta della maggioranza. Però come si fa a non condannarlo in un processo in cui il principale testimone ha ammesso (ed è stato anche condannato) il suo illecito?

Ecco che, proprio quando persino il granitico Ghedini rinuncia ad ogni speranza arriva la provvidenza. Una nuova coincidenza che stavolta si manifesta sotto forma di prescrizione. Vabbè, d’accordo, sono solo due coincidenze.

Ma la prima legge di Conan Doyle ci spiega anche che tre coincidenze fanno un indizio. Nessuna paura. Arriva anche la terza.

C’è una condanna a Marcello Dell’Utri, quello che abbracciato al Cavaliere gridava alla curva sud azzurrina che “Mangano è un eroe”. Quello che ci ha raccontato – mitico – che si è ritrovato (a Londra!) invitato al matrimonio del boss Jimmie Fauci solo perché era andato a una mostra sui vichinghi. Lì ha incontrato un amico (causalmente mafioso), Tanino Cinà, e quello lo ha invitato a una festa.

E dispiace che uno si ritrovi in un processo per mafia solo perché ama le mostre e ha una passione per il popolo di Odino. Dopodiché si potrebbe paragonare l’attenzione che Monti e la Fornero hanno avuto per una questione che era vitale per i suoi elettori (il destino dei senza pensione “esodati”), pari a zero.

E la ridicola manfrina del beauty contest. Il ministro Passera è andato da Fazio a dire che Mediaset doveva pagare. Cosa annunciata, nulla di fatto. Fedele Confalonieri viene ricevuto con gli onori di un capo di Stato. La legge Gasparri non si tocca. E le coincidenze continuano. Pacificazione sia, Ale-oo.


Visco ci vuole tutti schiavi a vita
di Valerio lo Monaco - www.ilribelle.com - 7 marzo 2012

"Lavorare di più e più a lungo"

Per fare cosa è chiaro.

1) Pagare contributi tutta la vita e morire sul posto di lavoro prima di arrivare a percepire la pensione

2) Cinesizzarsi per riuscire appena ad arrivare alla fine del mese. E spesso neanche quello

3) Continuare a stare alla macina, come animali, per pagare gli interessi sugli interessi imposti dalla speculazione internazionale (di cui Visco fa parte)

4) Abbrutirsi di fatica. E vivere unicamente per lavorare, peraltro guadagnando sempre meno

A questo punto, la vera ribellione è cercare di lavorare meno. Sempre meno. Sempre meno. E passare il resto del tempo in altre attività.

Senza salario. Per se stessi. È il discorso che Maurizio Pallante porta avanti da anni, e spiega con precisione scientifica, per chi si prenda la briga di leggere (tra gli altri) i suoi libri.

Il concetto chiave è quello che vuole indicare come "occupate" unicamente le persone che percepiscono un salario, mentre le altre - tutte le altre: dalla madre che cresce i figli, a chi ripara da sé la propria casa, a chi produce da sé ciò che gli serve per mangiare, a chi dona se stesso per accudire altre persone e via dicendo - sono semplicemente "disoccupate".

Sia chiaro, è evidente che nel nostro mondo (per ora) si debba necessariamente fare qualche lavoro che comporti il ricevere denaro in cambio, perché, molto semplicemente, ci sono merci (soprattutto merci, ma anche pochi altri veri beni) che necessitano di essere acquistati.

Ma il punto, volenti o meno, è esattamente questo: meno si necessita di cose che è indispensabile acquistare, più si è liberi. Più, finalmente, si può lavorare di meno.

È essenziale che tutti quelli che sentono disagio in questo mondo, tutti quelli animati da seri moti di ribellione, evitino di cadere in una trappola terribile: pensare che semplicemente cambiando alcune regole del gioco, di questo gioco, si possa tornare a vivere una vita più degna di essere vissuta.

Così come quelli che credono che prima o poi, pur rimanendo in questo modello, qualcosa possa cambiare. Grossomodo attendono un miracolo con un atto di fede.

Ora, impostare tutta la propria vita su un atto di fede - fede peraltro in questo sistema di sviluppo - equivale alla donnina che gioca al gratta e vinci. Ecco, si deve spazzare via questo concetto.

È indispensabile capire che per cambiare davvero le proprie condizioni si deve decidere proprio di sottrarsi a questo gioco. Si deve uscire, per quanto più è possibile, da questo casinò. Perché è proprio nella sua natura intrinseca obbligarci a vivere per lavorare e per consumare. La cosa comporta delle rinunce, è inevitabile.

Si tratta di capire se sono più insopportabili queste rinunce oppure è più insopportabile pensare di vivere tutta la vita come schiavi. Non ci sono mezze misure: il sistema ci ha portato, di fatto, a una situazione di guerra.

Come è possibile non considerare come una dichiarazione di guerra le parole di Visco? Come è possibile soprassedere alle imposizioni che questo modello, soprattutto oggi, con le conseguenze della crisi economica attuale dalla quale - è evidente -non usciremo, ci infligge?

Ci hanno già tolto buona parte di quello che avevamo: le pensioni, il welfare, la dignità di fare un lavoro che almeno ci permettesse di arrivare alla fine del mese senza affanni. E ora ci intimano di dover rimanere in questa situazione per tutta la vita.

Insomma delle due l'una: o si accetta tutto, o camusianamente si "dice no". E si cercano altre strade. I più, a un discorso di questo tipo, generalmente rispondono con sufficienza e sdegno, evitano di entrare nel cuore del problema semplicemente rispondendo che una strada differente non esiste, e che siamo condannati a vivere in questo modo.

Sono persone asfissiate dalla catena che hanno al collo. In buona parte sono persone già pronte, consciamente o meno, a vivere una vita di questo tipo. Il che equivale a dichiararsi già morti.

Ma la ribellione è dei vivi. Costi quel che costi. Anche dover percorrere altre strade che non si conoscono. O anche doverne costruire di nuove passando per il bosco con un machete. Perché il resto, la vita che ci prospettano i visco attuali, è peggio.


IMU: la tassa che "costringe" al sistema
di Debora Billi - http://crisis.blogosfere.it - 9 Marzo 2012

Qualcuno segnala una breve riflessione di Nicola Porro sul Giornale, riguardante l'IMU sulla prima casa. Se avete orrore a cliccare, eccone l'estratto più significativo:

Si paga per il solo fatto di avere in proprietà una casa. Un migliaio di euro l'anno per un immobile che sulla carta vale meno di 300mila euro è roba forte. È come se lo Stato ci dicesse: o continuate a produrre reddito per pagare le tasse sulla casa oppure prima o poi la dovete vendere.

Se ci pensate, qualunque tassa è legata a quel che si guadagna, o a quel che si acquista. Le imposte sono quindi strettamente correlate al nostro inserimento nel sistema economico: si lavora, si spende, si partecipa insomma. E in un certo senso, più partecipi a tutto il balletto più paghi.

In un momento di crisi, molti restano senza lavoro. Molti altri, per obbligo o per scelta, optano per uno stile di vita frugale. Nell'ipotesi più estrema, tutt'altro che fantascienza visto quel che succede in Grecia e persino in Giappone, si finisce totalmente fuori dal sistema economico: niente servizi, niente energia, cibo autoprodotto o dalle mense pubbliche, scambio, baratto o riciclaggio di beni con altre persone nelle medesime condizioni. Si vive comunque, così, si tira avanti.

Ma la tassa sulla prima casa lo impedisce: dovete comunque mettere insieme quei mille euro l'anno in più, altrimenti finite senzatetto. Siete quindi costretti a trovare un lavoro qualsiasi, sicuramente sfruttato, al nero, pagato una miseria, per restare almeno proprietari di casa vostra.

Un paradosso? A qualcuno sembrerà che chi ha una casa è già "fortunato" o "ricco" di suo. Beh, è esattamente quel che pensa il governo: se avete una casa siete ricchi, quindi cacciate il quattrino.

Peccato che questa sia una limitazione alla libertà. Se uno, restando disoccupato, decidesse di scaldarsi a legna, vivere di orto, scambiare oggetti o abiti con altri, non potrebbe farlo: dovrebbe comunque trovarsi un padrone per continuare ad possedere la sua casa.

Dovrebbe restare nel sistema economico, continuare a disperarsi ed a pregare, continuare a piegare la schiena, insomma tutta la trafila prevista per il disoccupato durante la crisi.

Questa tassa, in un Paese dove l'80% dei cittadini è proprietario di casa, sembra fatta apposta per mantenerti nel tritacarne anche qualora decidessi di mandare tutto al diavolo e renderti autosufficiente.

Non credo siano così astuti, proprio no, però il dubbio un po' viene.



No Tav? sì, la stampa ha sbagliato
di Marcello Foa - http://blog.ilgiornale.it - 6 Marzo 2012

So di andare controcorrente, ma quando il movimento No Tav accusa la stampa di non aver fatto il proprio dovere ha ragione. Sia chiaro: non giustifico le violenze, però se esaminiamo ciò che hanno scritto i giornali in questi anni, ci accorgiamo che

a) hanno parlato della Tav solo quando ci sono state manifestazioni clamorose.

b) per molto tempo nessuna delle grandi testate ha spiegato al pubblico le ragioni dell’opera, i costi, le implicazioni eccetera.

Il primo fenomeno è noto e riccorrente: solo “chi fa casino” ovvero crea un evento spettacolare (spesso violento) ottiene l’attenzione dei media.

Il secondo è altrettanto ricorrente ma per nulla dibattuto. Molto spesso gli editorialisti assumono posizioni di principio su argomenti decisivi, senza spiegare le ragioni più profonde e più logiche della loro posizione. Assumono, insomma, un atteggiamento fideistico.

Pensate alla moneta unica, all’atteggiamento acritico nei confronti dell’Unione europea e delle grandi istituzioni internazionali, o all’atteggiamento tenuto durante la suina o l’aviaria. Stesso schema, stessa logica. Tutti hanno convinzioni ferree, che però pochi hanno l’umiltà di spiegare e argomentare.

Sulla No Tav, un professore dell’Università di Ancora, Antonio Calafati, che ho già citato altre volte su questo blog e che stimo molto, scrisse nel 2006 un libricino in cui analizzò la argomentazioni del sì. Il risultato fu sconcertante e infatti intitolò quello studio “Dove sono le ragioni del sì?”.

Calafati con i suoi studenti , cercò le ragioni del sì alla Tav in Val di Susa nei principali quotidiani italiani, certi di trovarle. E invece non trovò nulla che assomigliasse a una ragione, a una argomentazione razionale.

Calafati si accorse, prima sorpreso e poi sconcertato, dell’incapacità di giornalisti e politici di organizzare un pensiero sul tema della Tav in Val di Susa che avesse un significato, una logica, un senso.

Eppure i giornalisti e politici erano a favore dell’opera – risolutamente, ostinatamente, inspiegabilmente. “Iniziare cercando le ragioni del sì alla Tav in Val di Susa e terminare riflettendo, sconfortati, su che cosa possa essere accaduto ai nostri maggiori quotidiani. Giungere a pensare che, forse, il declino italiano nasce da qui, da questa incapacità del giornalismo italiano di fornire un resoconto attendibile, pertinente e fondato, degli effetti delle politiche pubbliche”, scrisse Calafati nel 2006.

Da allora poco è cambiato e solo recentemente qualche articolo esplicativo e intellettualmente onesto è uscito. Troppo poco, troppo tardi. Le critiche alla stampa sono, ahimè, meritate.


Due pesi e due marò
di Massimo Fini - Il Fatto Quotidiano - 10 Marzo 2012

Ancora un passo e siamo al “Sakineh, subito libera!”. Per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i fucilieri di Marina in stato di arresto in India, tutta la destra ma anche parte della sinistra si sono mobilitate al grido di “Riportiamoli subito a casa”, “Salviamo i nostri marò”, “Siamo tutti con voi”.

L’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, quasi in lacrime ha dichiarato: “I nostri ragazzi devono tornare in Italia ed essere restituiti alle loro famiglie”. Si è invocato l’intervento della Nato e dell’Unione europea.

Il Giornale ha scritto: “La parte sana del Paese difende i suoi soldati” e vedendo una parte della sinistra un po’ tiepida ha sottolineato, in polemica col sindaco di Milano Pisapia, che a Giuliana Sgrena e alle ‘due Simone’ “nessuna istituzione ha mai negato solidarietà e partecipazione durante i difficili momenti della prigionia”.

Non ho alcuna simpatia per le Sgrene e le Simone, ‘vispe terese’ del turismo di guerra, ma a parte che una cosa è un sequestro altra un arresto ordinato dalla magistratura di uno Stato, qui c’è il piccolo particolare che Girone e Latorre sono accusati di aver ucciso due pescatori indiani scambiandoli per pirati somali. All’inizio i due fucilieri si sono difesi dichiarando: “Abbiamo sparato in aria e poi in acqua, contro un’imbarcazione con cinque uomini armati”.

Tesi incautamente fatta subito propria dal nostro governo (sia mai che dei ‘bravi ragazzi’ italiani sparino per uccidere, sia pur dei presunti pirati) che in seguito ha più prudentemente ripiegato sulla questione della giurisdizione: la nave da cui i due avrebbero sparato è italiana, i due sono italiani, l’incidente è avvenuto in acque internazionali, quindi la giurisdizione appartiene alla magistratura italiana.

Non c’è dubbio che se l’incidente fosse avvenuto a bordo della Enrica Lexie, che è territorio italiano, così sarebbe. Ma la cosa è avvenuta a trecento metri dalla nave e quindi in ‘territorio’ internazionale e perciò neutro.

A chi spetta in questo caso la giurisdizione, al Paese dei presunti assassini o a quello delle vittime? Come scrivevo sul Fatto (22/2) all’indomani di questo tragico episodio: “Se due pescatori di Mazara del Vallo di un peschereccio che naviga al largo delle coste siciliane, sia pur in acque internazionali fossero uccisi da militari indiani imbarcati su un mercantile indiano, qualcuno dubiterebbe, qui da noi, che la competenza spetta al Paese delle vittime?”. È quel che pensano, nel caso dell’Enrica Lexie, gli indiani. A ragione.

Smettiamola quindi di fare i gradassi con quell’atteggiamento neocoloniale che abbiamo assunto da qualche tempo a imitazione degli angloamericani dal ‘grilletto facile’ che han la pretesa, che anche noi adesso avanziamo, dell’immunità.

Se i due fucilieri hanno sbagliato devono risponderne. Un processo in Italia, lo capisce chiunque, anche un indiano, sarebbe una farsa, i due marò sarebbero accolti come eroi e finirebbero in breve all”Isola dei famosi’.

Troppo facilmente ci si dimentica che, pur se a migliaia di chilometri, qui ci sono due morti, anche se non se ne fanno mai i nomi come se fossero delle comparse irrilevanti in questa brutta faccenda.

Si chiamavano Ajesh Binki e Valentine Jelastine e avevano anch’essi, caro La Russa e cari italiani, delle famiglie e degli affetti. Come Franco Lamolinara, ucciso in Nigeria in seguito a uno sconsiderato blitz degli inglesi, per la cui morte giustamente ci indignammo. Come gli indiani si indignano per le loro.

sabato 10 marzo 2012

La Grecia "salvata" da un paio di trucchetti alla Mago Silvan

La Grecia era fallita ormai da tempo, ma ovviamente non si poteva farla fallire ufficialmente.

E quindi ecco gli escamotage messi in atto prima dalla BCE di Draghi - che in soli due mesi ha stampato circa 1000 miliardi di euro regalandoli alle banche europee - e poi dalla troika (UE, FMI e BCE) con l'accettazione volontaria allo swap da parte dei creditori + il cosiddetto haircut del debito greco, ovverossia il taglio del 53,5% sul valore dei bond ma con una perdita reale del 74%.

In sintesi le banche creditrici hanno prima incassato in due tranche il cash iniettato da Draghi necessario a coprire le perdite e poi hanno "volontariamente" aderito allo swap+haircut.

Quindi banche e creditori salvi e Grecia ufficialmente non fallita, ma con i suoi cittadini che stanno già vivendo le pene dell'inferno destinate a durare per decenni.

Se la BCE fosse stata prestatore di ultima istanza non sarebbero ricorsi a questi trucchetti degni del Mago Silvan, ma soprattutto i cittadini greci avrebbero ora un futuro decente all'orizzonte.



Atene obbliga tutti i creditori allo swap
di Vittorio Da Rold - Il Sole 24Ore - 10 Marzo 2012

La più grande ristrutturazione della storia, il concambio su 206 miliardi di bond greci detenuti dai privati, cinque volte il default argentino, la prima di un Paese occidentale negli ultimi 50 anni, è andata in porto anche se ieri sera l'International Swaps and Derivatives Association, noto come Isda, l'associazione sui derivati, ha stabilito all'unanimità che si è verificato un credit event sullo swap di Atene.

Ma andiamo con ordine. Ieri mattina alle sette il ministero delle Finanze greco guidato da Evangelos Venizelos ha reso noto che ammontano all'85,8% le adesioni volontarie dei creditori privati sotto legislazione greca pari a 152 miliardi di euro su 177 allo swap obbligazionario sul debito greco, mentre quelli sottoposti a legislazione internazionale hanno consegnato 20 miliardi su 29 pari al 69% del totale.

«Nel primo caso la soglia del 75% è stata superata - commenta l'economista Jurgen Michels di Citi - e ciò significa che su questa quota il Governo greco potrebbe usare le Cac, le clausole di azione collettiva, che obbligano i creditori privati detentori di bond che rientrano nella legge greca ad accettare lo swap».

Ipotesi diventata subito realtà ieri pomeriggio quando il consiglio dei ministri guidato da Lucas Papademos ha approvato l'attivazione delle Cac nel quadro della ristrutturazione del debito.
In questo caso con le clausole in azione le adesioni sul fronte dei bond sotto legislazione greca arriveranno al 95,7% del totale.

Una mossa che ha avuto il via libera della Ue anche se a sua volta apre una breccia per far scattare i Cds, cioè i credit default swap, contratti di assicurazione che sul debito greco ammontano a 3,25 miliardi netti e a un nozionale a 70 miliardi di euro.

L'Isda intanto si è riunita ieri a Londra per pronunciarsi e ha deciso a tambur battente che l'introduzione delle Cac greche, è un 'trigger event' in grado di far scattare i Cds per tutti coloro che si sono assicurati. Una mossa che apre nuovi scenari e salva il mercato dei Cds da una fine ingloriosa.

Nel caso, invece, dei bond greci sotto legislazione internazionale, il ministro Venizelos ha detto che ha riaperto i termini per aderire allo swap fino al 23 marzo 2012 e che, non avendo raggiunto la quota minima dei 2/3 non scatterrano le Cac, ma Atene minaccia e ricorda che «non ha fondi per pagare chi rimane fuori dallo swap».

Sommando i 177 miliardi di euro dei bond sotto legislazione greca, con l'uso delle Cac, Atene balza dall'85,6% al 95,7%, a cui vanno aggiunti i 20 miliardi di euro dei bond internazionali, per 197 miliardi su 206.

Con un haircut del 53,5% si arriva a una riduzione del debito di 104,4 miliardi di euro, sotto ancora l'obiettivo di 107 miliardi di euro prefissati dai creditori internazionali, ma solo di 2,6 miliardi mancanti.

Dove trovarli? L'Olanda farà opposizione lunedì a nuovi prestiti Ue e questo spiega perché Atene ha fatto scattare le Cac e ha deciso di premere sui bond internazionali chiedendo di aderire entro 23 marzo, pena il mancato pagamento.

«È un momento importante, un grande successo. La Grecia non fallirà grazie all'operazione di ristrutturazione», ha detto Matthieu Pigasse, amministratore delegato di Lazard France e vicepresidente europeo del gruppo, che ha personalmente seguito la vicenda per conto del Governo greco.

«Questo però non sarà sufficiente, che resta ancora molto da fare perché la crisi non è finita. È sbagliato credere che la crisi arrivi dagli Stati Uniti e che inizi con il fallimento di Lehman. La crisi in Europa ci sarebbe stata lo stesso e la Ue deve capire che c'è un modello economico da reinventare e serve maggiore integrazione. A partire dalla mutualizzazione del debito, per impedire che i mercati giochino un Paese contro l'altro», ha concluso Pigasse.

Il premier Papademos ieri era soddisfatto del successo ottenuto dalla sua offerta: «Ora c'è speranza di uscire dalla peggiore crisi del dopoguerra» ma il braccio di ferro con gli hedge funds che non hanno accettato lo swap continua.

Per lo swap del debito della Grecia si può parlare di «successo e consente di voltare pagina nell'evoluzione del problema del debito», gli ha fatto eco Charles Dallara, il direttore dell'Istituto per la finanza internazionale (Iif), l'associazione delle maggiori banche al mondo.

In questo quadro è giunta la decisione, ampiamente prevista di Fitch che ha declassato, dopo S&P's, il rating sulla Grecia da 'C' a 'insolvenza parziale' (restricted default).

L'agenzia ha annunciato la decisione dopo la conferma, da parte delle autorità greche e dell'Ue, della decisione di procedere con lo scambio sui titoli ellenici, che opera un taglio del 53,5% sul valore facciale dei bond con una perdita reale del 74 per cento.

Intanto il deficit di Atene ha raggiunto l'11,5% del Pil nel 2011, il tasso di disoccupazione è salito di 6,2 punti percentuali nel 2011 toccando il 21% e il 30% dei negozi nel centro di Atene hanno chiuso.

A questo punto la crisi greca cessa però di essere un problema di esposizione per gli investitori privati per limitarsi a un problema di rapporti tra Atene e troika (Fmi, Ue e Bce).

Il rischio di uscita dall'Eurozona è ridimensionato e deviazioni dal sentiero di risanamento dovrebbero ora essere più facili da gestire, con riscadenzamento di crediti o una riduzione dei tassi.



Debito, la Grecia "pesa" 31 miliardi
di Isabella Bufacchi - Il Sole 24Ore - 10 Marzo 2012

Oscilla tra i 31 e i 47 miliardi di euro il 'peso contabile' che il doppio salvataggio della Grecia - il primo pacchetto da 110 miliardi sommato al secondo pacchetto da 130 miliardi e a 35 miliardi di aiuti extra Efsf - potrebbe avere sul debito pubblico lordo italiano, in base ai criteri di contabilità pubblica europea utilizzati da Eurostat.

L'ufficio statistico dell'Unione europea considera debito sia i prestiti bilaterali intergovernativi erogati dagli Stati membri dell'Eurozona alla Grecia tra il 2010 e il 2012, sia i finanziamenti che verranno effettuati dall'Efsf ad Atene, ripartiti pro-quota tra i Paesi garanti del fondo salva-Stati (per l'Italia il 19,18 per cento).

Eurostat invece non contabilizzerà come debito pubblico nazionale il sostegno finanziario che sarà concesso dal fondo permanente Esm, il nuovo firewall che però nascerà il prossimo luglio con un mandato ancora non chiaro sul fronte del salvataggio greco.

Resta ancora da vedere, inoltre, come si comporterà Eurostat con la sua contabilità applicata a due nuove categorie di Efsf-bond 'virtuali', non collocati fisicamente sul mercato ed emessi per la crisi greca: i 23-50 miliardi di obbligazioni Efsf che serviranno a ricapitalizzare le banche greche dopo lo swap sui titoli di Stato (diventeranno asset collaterali per ottenere prestiti presso la Bce) e i 35 miliardi già versati dall'Efsf in forma di bond all'Eurosistema per garantire - temporaneamente - i vecchi titoli di Stato greci oggetto dello swap usati come collaterale presso la Bce.

Resta infine ancora aperta un'altra partita: capire fino a che punto le modifiche retroattive decise sui prestiti intergovernativi concessi finora alla Grecia (allungamento della durata e abbattimento degli interessi) avrà sui conti pubblici italiani e se sarà necessario un intervento legislativo di recepimento di queste nuove condizioni.

Se prima l'Italia realizzava un profitto finanziando la Grecia (dato dal differenziale tra il basso costo di raccolta dell'Italia e gli alti interessi richiesti ad Atene tra i 300 e i 400 punti sopra l'Euribor), dopo l'introduzione di condizioni più morbide (allungamento della durata da 3-4 anni fino a 7,5-10 o anche 15-30 anni, e taglio degli interessi fino a 100 punti) il Tesoro italiano dovrà rinunciare al profitto, al meccanismo della compensazione e sperare di andare in pari.

L'Italia ha erogato finora alla Grecia 10,6 miliardi circa: il 19,18% della quota europea versata finora (56,6 miliardi) sul primo pacchetto di aiuti (110 miliardi di cui 30 a carico del Fondo monetario internazionale).

Lunedì prossimo, l'Efsf emetterà fino a 30 miliardi di bond con titoli a uno e due anni di durata, equivalenti alla quota 'cash' (15% su 100) contenuta nella proposta ai privati di concambio sui 206 miliardi di titoli di Stato greci.

Eurostat dovrebbe ripartire questi 30 miliardi tra gli Stati garanti dell'Efsf (Grecia, Irlanda e Portogallo esclusi) solo nel momento in cui questi bond andranno a scadenza, tra 12 e 24 mesi.

In aggiunta, lunedì prossimo l'Efsf emetterà titoli di debito a sei mesi per 5,5 miliardi che verranno dati come forma di pagamento degli interessi maturati sui titoli di Stato oggetto dell'exchange: anche in questo caso, questo importo diventerà debito pubblico europeo quando verrà pagato. Non è escluso che questi 5,5 miliardi vengano trasformati in altri Efsf-bond a più lunga durata.

A seguire, l'Efsf inizierà a erogare prestiti alla Grecia, come sta facendo già per Portogallo e Irlanda. L'importo complessivo dell'intervento sarà definito solo dopo la decisione attesa sulla quota Fmi nel secondo pacchetto.

Di certo il fondo salva-Stati finanzierà Atene per i 24,4 miliardi europei rimanenti dal primo pacchetto (i 10 pendenti sui 34,4 spettano all'Fmi). Il secondo pacchetto potrebbe essere di altri 50 a carico Efsf, al netto dei bond per ricapitalizzare le banche greche.



"L'esperimento" greco ha avuto un certo successoInserisci linkdi Eugenio Orso - http://pauperclass.myblog.it - 9 Marzo 2012

Il grande swap sul debito della Grecia ha avuto adesione elevate, persino impreviste, se non erro pari al 95,7%.

Il meccanismo neocapitalistico continua a funzionare, e piuttosto bene dal punto di vista dei vincitori e padroni, ma nonostante le elevate adesioni, quelle propriamente volontarie sono rimaste al di sotto della soglia minima imposta del 90%.

Perciò, in questo mare di regole-capestro imposte dalla Grande Finanza agli stati tributari, saranno Bruxelles con l’Eurofin e un ennesimo organismo sopranazionale in mani globaliste, l’ISDA (Intenational Swaps e Derivatives Association) che controlla lo strategico mercato dei prodotti derivati, a decidere rispettivamente se accettare la richiesta greca di attivare le clausole di azione collettiva e dargli ancora "aiuti", e se, violata la volontarietà sul mercato dei derivati da parte della Grecia (adesioni volontarie inferiori alla percentuale imposta), è il caso di far scattare la tagliola dei CDS (di protezione e nel contempo speculativi) e provocare così il default dello stato messo alle strette.

In tal caso si tratterà di un default controllato, in modo che le architetture finanziarie e di potere internazionali non ne risentano. Questa è la prova che l’operazione della Global class è riuscita, o che comunque sta per riuscire, che la “cavia” dell’esperimento, cioè la Grecia non è riuscita a sottrarsi al destino che altri hanno deciso per lei, e che l’esperimento potrà essere replicato, se ve ne sarà l’occasione.

I meccanismi della riproduzione allargata neocapitalistica funzionano bene, perchè non c’è alcuna forza, alcun evento, se non imprevisto e catastrofico, in grado di interromperli.

La Creazione del Valore azionario, finanziario e borsistica accelera ancora, con l’uso dei derivati, ogni operazione di questo tipo ha la duplice valenza di sottomettere stati e popoli ai voleri dei globalisti e nello stesso tempo creare nuovo valore, ed infine, le strutture messe in piedi dalla classe globale dominante (UE, UEM, BCE in Europa) sono in grado di reggere agli urti.

Non vi è attualmente alcuna forza ostile, stati ribelli, movimenti popolari agguerriti, organizzazioni armate clandestine, eccetera, in grado di metterne in discussione potere e tenuta.

Indipendentemente dalle decisioni dell’Eurofin di Bruxelles in conference call, attese a stretto giro di posta per le ore 2 p.m. di oggi, 9 marzo 2012, e da quelle dell’ISDA, che riguardano il giudizio sulla ristrutturazione volontaria del debito e l’eventuale default da far scattare, possiamo affermare, dal punto di vista della classe globale dominante, che l’operazione greca, anzi, l’”esperimento” greco ha avuto un certo successo, e sarà replicabile in futuro per soggiogare altri paesi, magari apportandovi qualche necessaria modifica.

A questo punto possiamo chiederci: come andrà l’”esperimento” italiano?


Grecia, il giorno del giudizio
di Carlo Musilli - Altrenotizie - 8 Marzo 2012

Questa sera alle 21 scatta l'ora X per la Grecia. Dopo settimane di trattative, finalmente il Paese ellenico saprà quale destino deve attendersi: il default incontrollato e il probabile ritorno alla dracma, oppure la sopravvivenza forzata e la sottomissione definitiva al verbo di Bruxelles.

Tutto dipende da come andrà il cosiddetto Psi, che si chiude appunto fra poche ore. L'acronimo sta per "Private sector involvement" e si riferisce al piano che prevede il coinvolgimento dei creditori privati nel salvataggio del Paese.

In sostanza, tutte le banche, le assicurazioni, i fondi di investimento e anche i semplici risparmiatori che hanno in mano titoli di Stato greci sono chiamati ad accettare sulle loro obbligazioni un taglio del valore nominale pari al 53,3%. Il che vuol dire perdere circa il 75% dei soldi investiti.

L'operazione si compie attraverso lo scambio (swap) dei titoli in portafoglio con altri bond a scadenza più lunga e rendimento più basso. Se tutto andrà come deve andare, alla fine il debito pubblico greco sarà alleggerito di circa 100 miliardi di euro, tornando perlomeno ad un'ipotesi di sostenibilità in rapporto al Pil.

Ma non è tutto. La settimana scorsa i leader dell'eurozona hanno subordinato al successo del piano anche l'esborso del nuovo pacchetto d'aiuti internazionali destinato ad Atene (130 miliardi di euro).

Ora, perché il Psi sia davvero efficace è necessario che l'adesione dei creditori privati sia almeno del 90%. Ieri sera eravamo a quota 58%, dopo il via libera arrivato da ben 32 banche, comprese le italiane Unicredit, Intesa SanPaolo e Banca Generali.

Se il computo finale si fermerà sotto il 75% non ci sarà più nulla da fare: la Grecia (e con lei mezza finanza europea) sarà investita dallo tsunami della bancarotta incontrollata. Se invece si rimarrà fra il 75 e il 90%, allora la partita si farà davvero complicata.

In questo caso, infatti, Atene potrebbe attivare quelle che si chiamano "clausole di azione collettiva" (Cac), il che significherebbe imporre forzatamente a tutti i creditori privati di aderire allo swap e rimetterci dei soldi.

Sembra un dettaglio, ma non lo è. Ad oggi lo scambio dei titoli è presentato come "volontario" e da questo aggettivo dipende un particolare decisivo. L'Isda (l'associazione internazionale su swap e derivati) ha stabilito che lo swap su base volontaria non costituisce un "credit event" e quindi non fa scattare i rimborsi sui Cds.

Questa sigla sta per "credit default swaps" e indica dei titoli derivati che funzionano come assicurazioni sulla vita di altre obbligazioni (in questo caso i titoli di Stato greci). Se Atene dovesse obbligare i suoi creditori ad accettare delle perdite, senza possibilità di scelta, l'Isda dovrebbe rivedere la propria decisione: l'insolvenza della Grecia sarebbe priva di ogni maschera e il pagamento dei Cds diventerebbe inevitabile.

A quel punto si scatenerebbe un effetto domino che oggi è impossibile quantificare con precisione. I Cds sono da sempre scambiati su un mercato non regolamentato (in gergo "over the counter"), il che significa che nel tempo si sono create delle interconnessioni finanziarie di cui a posteriori è impossibile ricostruire il quadro completo.

Non si sa nel dettaglio chi dovrebbe pagare chi, né di quali somme si stia parlando. Ma dopo il disastro di Lehman Brothers (che ha avuto ripercussioni globali proprio seguendo questo schema) non è assurdo ipotizzare conseguenze a livello di sistema, con diversi bilanci a rischio collasso.

E' chiaro che tutto questo castello di carte si regge su una grossa ipocrisia. Il presupposto fondamentale per evitare il crollo è che lo swap sia "volontario", ma è assolutamente evidente che si tratta di un trucco. I creditori sanno benissimo che se non accettassero di perdere il 75% del loro investimento probabilmente lo perderebbero per intero.

A scanso di equivoci, l'Agenzia per il debito greca ha fatto sapere che il Paese "non contempla la possibilità di mettere a disposizione risorse per i creditori privati che non aderiranno al Psi". Una minaccia bella e buona. Il libero arbitrio degli investitori non c'entra davvero nulla. No swap? No party.



I greci, le banche e lo spirito animale
di Orlando Selgado Selley - La Jornada - 17 Febbraio 2012
Traduzione per
www.comedonchisciotte.org a cura di ANDREA CONFALONIERI

La popolazione greca è di nuovo sulle prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo. Il piano di austerità approvato dal Parlamento ha suscitato un rifiuto generalizzato che non ha comunque impedito alle esigenze della “troika infernale” (FMI, Banca Centrale Europea e Commissione Europea) di avere la meglio.

Per la troika è fondamentale che i politici greci firmino l’accordo per questi provvedimenti e altri ancora, accettando la sua applicazione indipendentemente da chi sia il vincitore nelle prossime elezioni.

Il governo tedesco, appoggiato dagli altri governi dell’eurozona, ha costretto alla rinuncia il governo di Papandreou, poi ha imposto un governatore uscito dalla tecnocrazia del denaro e adesso obbliga a far sì che la decisione dell’elettorato greco non possa modificare la politica.

Nella culla della democrazia occidentale, al di sopra dei cittadini, comandano i mercati e i governanti che li proteggono. Per questa alleanza politica, in cui dominano gli interessi dei grandi investitori, la priorità è la salute delle banche.

Oltre alle informazioni che riguardano gli effetti specifici di questi piani sulla vita quotidiana dei greci (che, nel caso di un professore di scuola superiore, fa sì che lo stipendio si sia ridotto in media dai 1.325 euro al mese di due anni fa ai 1.050 di quest’ultimo anno di tagli, oltre a forti aumenti delle imposte che lo riducono ancora di più), si aggiunge il dato che, nel quarto trimestre del 2011, il PIL è sceso del 7%, mostrando un notevole peggioramento, quando già nel terzo trimestre il dato era un meno 5%.

In termini annuali, questo significa che la contrazione, il 6% nel 2010, salirà al 6,8% nel 2011.

L’impatto di questa contrazione sul lavoro e sulle entrate della popolazione è stato brutale. L’ultima misurazione fornisce un tasso di disoccupazione pari al 21% e di una caduta dei redditi medi del 35%, dati che peggioreranno con l’arrivo del nuovo piano.

I dirigenti europei hanno rifiutato le considerazioni di Helle Thorning-Schmidt, primo ministro della Danimarca, quando ha avvisato che la gente è disposta a fare sacrifici, ma non a essere sacrificata.

I greci stanno per essere sacrificati affinché le banche e i principali azionisti possano rimanere in vita, con la spiegazione che il loro funzionamento è indispensabile per l’economia.

Due anni di castigo inflitti alla popolazione greca, più altri quattro o cinque per un recupero dell’economia, hanno dato il tempo necessario ai banchieri per evitare quelle perdite che avrebbero determinato la riduzione del loro credito con la Grecia.

Hanno comprato assicurazioni contro il rischio di mancato pagamento di questi crediti, hanno ricevuto finanziamenti a medio termine a basso tasso di interesse da parte della BCE, per fare in modo che le eventuali perdite venissero coperte anzitempo.

Nel frattempo si sono anche preparate per l’eventualità che la Grecia si veda obbligata ad abbandonare la moneta unica, alzando in maniera significativa gli interessi del debito dei paesi che hanno un più alto rapporto tra debito e PIL.

L’insensatezza dei dirigenti europei sembra inspiegabile. L’inflessibilità tedesca per il controllo delle finanze pubbliche è equivalente a quella dei Repubblicani negli Stati Uniti.

Non si tratta, ovviamente, di ignoranza delle conseguenze sociali delle loro richieste. Si privilegia una spiegazione economica in cui la razionalità economica è fondamentale. In ogni caso, come ha dimostrato eloquentemente questa lunga crisi, la razionalità economica non può spiegare il funzionamento reale dei mercati.

Per spiegarlo è necessario includere ciò di cui parlava Keynes, lo spirito animale di chi governa, dei banchieri e, naturalmente, anche della popolazione. Ignorarlo comporta il sacrificio non solo del popolo greco, ma anche della possibilità di costruire un mondo in cui tutta l’umanità faccia progressi nella lotta contro la disuguaglianza. Un mondo in cui sia più importante il 99,99 per cento della popolazione rispetto allo 0,01 per cento.



Il futuro della Grecia potrebbe non essere così brutto come sembra
di Patrick Cockburn - Counterpunch - 23 Febbraio 2012

Maria Svoronou ha tre lavori e stava per terminare una giornata di dodici ore mentre i leader dell'Eurozona stavano finalizzando il pacchetto di salvataggio della Grecia a Bruxelles. Con tutto il suo duro lavoro, guadagna solo 870 euro al mese e dice che "se la situazione peggiorasse ancora, non sarei in grado di sopravvivere".

La signora Svoronou, 33 anni e una notevole formazione con una laurea della Edinburgh University, ha un lavoro come insegnante di cinema presso un istituto privato di Atene, un lavoro che le piace e per cui viene pagata 10 euro all'ora.

Il suo secondo lavoro è di insegnare sicurezza stradale ai bambini di una scuola elementare, e il suo terzo lavoro consiste nella traduzione dei dialoghi dei cartoni animati di Bugs Bunny dall'inglese al greco per i giornalini di fumetti per bambini a 1,60 euro per pagina.

Dice che le piacciono tutti e tre i lavori e che "sta meglio di tutti quei greci che sono disoccupati". Ma i suoi guadagni totali le bastano solo a sopravvivere e sta valutando se ci sono dei paesi con prospettive migliori dove potrebbe emigrare.

La Grecia è piena di persone ben istruite ma sottopagate, che si aspettano ulteriori diminuzioni della loro paga o di perdere del tutto il lavoro nei prossimi mesi. Nel centro di Atene gli operatori sanitari psichiatrici hanno occupato l'edificio del Ministero della Salute, protestando per i forti tagli ai fondi destinati alla salute mentale che stanno avendo effetti catastrofici sull'assistenza dei loro pazienti.

I contestatori sottolineano che il tasso di suicidi in Grecia è aumentato del 40 per cento a causa della crisi di questo periodo, e la cosa è documentabile. Andonis Sakellaris, che lavora per il Dipartimento di Igiene Mentale del Ministero, dice che "tra le persone che si suicidano ci sono uomini d'affari che hanno perso il proprio patrimonio e persino gli adolescenti che non riescono a vedere un futuro per sé stessi". Il tasso di suicidi, un tempo il più basso d'Europa, è ora il più alto.

I 400 operatori sanitari che hanno preso parte all'occupazione brulicano malinconicamente fumando una sigaretta dopo l'altra e giocando a carte nei corridoi del Ministero. La polizia non ha tentato di cacciarli, ma nessuno sembra curarsi troppo della loro azione che è incominciata il 9 febbraio scorso.

In molti lavorano per ONG finanziate dallo stato che stanno per chiudere i battenti, mentre altri si aspettano ulteriori riduzioni salariali. Markos Ephthimolous, che lavora con le persone affette dall'Alzheimer, dice: "Il nostro stipendio mensile medio è di 900 euro, che sarà ridotto a 600 euro, e ci si può vivere per 15 giorni. La maggior parte di noi non è stata pagata dai tre ai cinque mesi, e qualcuno non ha ricevuto nulla nel 2011."

Seduti nell'aula magna del Ministero, gli operatori sanitari psichiatrici, altamente qualificati che parlano correntemente l'inglese, dicono che l'assistenza ai pazienti esterni affetti da autismo, schizofrenia e altre malattie mentali, verrà presto abbandonata. "I pazienti verranno rimandati nei manicomi", dice Antonis Dimaris, uno dei dirigenti dell'occupazione, che normalmente si occupa di persone autistiche: "Stiamo tornando al Medioevo."

Le lamentele degli operatori sanitari psichiatrici sottolineano l'effetto drastico delle misure di austerità, nonché la loro natura arbitraria, come se l’inefficiente stato greco si fosse sottratto alle proprie responsabilità.

Non tutti sono vittima della crisi e alcuni ci stanno guadagnando sopra. A distanza di quaranta minuti di auto a sud di Atene, percorrendo una lunga, brutta autostrada fiancheggiata da salone di esposizione e rivenditori di auto, Christos Ioannou, direttore della società Autocredit, gestisce un'attività di prestiti su pegno per i ricchi con un improvviso e disperato bisogno di contanti. Consegnano automobili costose, motociclette e yacht in cambio di un prestito. "Gli affari vanno bene", dice.

Ioannou stima che circa il 20 per cento dei suoi clienti non potrà ripagare il prestito, così lui si tiene i loro veicoli, oppure gli viene chiesto di rivenderli per loro conto. Elenca con orgoglio le marche delle automobili - Ferrari, Lamborghini, Mercedes, Capri - che sono passate per le sue mani da quando è entrato nel mondo dell'attività del prestito su pegno sette anni fa. Molti dei suoi clienti adesso lavorano nel settore edilizio o immobiliare, settori che sono stati devastati dalla crisi.

In un garage dietro il suo ufficio mostra un grande veicolo nero. "È una Ferrari California da 313.000 euro ed è stata comprata da un uomo del settore edilizio." Lì vicino c'è una motocicletta esotica americana, che teoricamente vale un bel po' di soldi, ma Ioannou dice che ha difficoltà a venderla: "Nessuno in Grecia ha i soldi per acquistarla."

La maggior parte dei veicoli lasciati nelle sue mani vanno a finire in Germania "perché in Grecia non c'è mercato per le auto di grossa cilindrata". Aggiunge che "per il momento in Grecia non ci sono i soldi per una qualsiasi attività imprenditoriale".

Questa non è una sorpresa. Tutti i greci, dagli operatori sanitari psichiatrici ai rivenditori di auto, ai prestatori su pegno, ai traduttori di Bugs Bunny, vivono in un ambiente di completa incertezza che paralizza l'attività. Nessuno sa se avrà ancora il lavoro tra qualche mese, e anche se così fosse, non c'è sicurezza di essere pagato. E non si sa se il pagamento sarà in euro o in dracme svalutate.

L'unico gruppo di persone in Grecia che hanno sempre sostenuto che lo Stato greco fosse marcio fino all'osso sono gli anarchici. Seduto intorno ad un tavolo in un edificio chiamato "Nosotros", Nikos, che non ha voluto rivelare il suo cognome, ha detto che "la Grecia è malata di un sistema di clientelismo basato sulla corruzione. I partiti hanno usato il favoritismo per comprare milioni di voti. La borghesia non ha mai investito i suoi soldi qui."

Ho detto che sembrava molto simile all'analisi degli emissari della Troika (UE, FMI e Banca Centrale Europea), ma Nikos e altri anarchici non sono parsi imbarazzati dalla coincidenza di vedute.

Gli anarchici avevano tutti preso parte alle dimostrazioni, non per cambiare la politica del governo, ma affinché le persone potessero dimostrare solidarietà le une con le altre e dimostrare la propria opposizione allo stato. "Le persone non credono più nel sistema politico", ha detto Vangelis, un altro anarchico: “Non è una questione di salvare le banche o l'euro, ma di cambiare la società greca partendo dall'alto." Potrebbe avere ragione, ma sia la Troika che gli anarchici, nei loro modi diversi, vedranno l'eliminazione dei loro lavori per consentire questo.

La Grecia è come uno stato arabo petrolifero senza petrolio. Ha una macchina statale fuori misura e costosa con radici nelle reti di clientelismo e corruzione. In Medio Oriente questo è un modo rudimentale e ingiusto, ma parzialmente efficace, per distribuire la ricchezza del petrolio e per legare i beneficiari allo stato attraverso lavori e favori.

In Grecia il prestito ha preso il posto del petrolio. L'appartenenza all'Eurozona ha dato allo Stato la stessa valutazione creditizia con la tripla A della Germania, consentendo alla Grecia di prendere in prestito quanto voleva a tassi economici.

L'appartenenza all'Eurozona, come la ricchezza del petrolio altrove, è stata un disincentivo per il cambiamento politico, economico e sociale perché c'erano i soldi per pagare amici e nemici.

La Grecia è una società molto divisa e le divisioni sono diverse dal resto d'Europa. Dalla guerra civile nel 1946 alla caduta dei colonnelli nel 1974 lo stato è stato dominato dalla destra che si è occupata della propria cerchia, dagli armatori ai piccoli uomini d'affari che pagavano poche tasse.

Dagli anni '80 in poi, il partito di centrosinistra Pasok è stato in ascesa e ha ampliato le dimensioni dello stato, fornendo lavoro e stato sociale ai sostenitori. Tutti sono stati contenti finché non sono finiti i soldi.

E i soldi sono davvero finiti. Mentre la Troika (UE, FMI e Banca Centrale Europea) escogita schemi elaborati per la riforma, spesso il governo semplicemente non paga i dipendenti o lo fa con grande ritardo. C'è, in ogni caso, qualcosa di assurdo nell'aspettativa che una macchina statale disfunzionale si autoriformi rapidamente sotto la supervisione estera.

C'è un secondo parallelo più specifico con il Medio Oriente nella storia recente. Stando seduto qui nel centro di Atene nelle recenti settimane, mi sono ricordato dell'inizio dell'occupazione di Baghdad da parte degli Stati Uniti nel 2003.

Gli americani pensavano di tenere il controllo pur non riuscendoci, ma gli iracheni e il resto del mondo gli avrebbero attribuito comunque la responsabilità di qualsiasi cosa che fosse andata storta.

Il ghiaccio politico ad Atene è persino più sottile di quanto immaginino i dirigenti dell'Eurozona. Per il momento, sembrano avere le carte in mano. I maggiori partiti greci hanno sottoscritto il nuovo accordo di austerità per poter ottenere il prestito di 130 miliardi di euro e la cancellazione di 100 miliardi da parte dei detentori privati delle obbligazioni. La Grecia avrà alla fine un default gestito e limitato, che non avrà questo nome quando si dovrà evitare l’innesco dell'elemento assicurativo dei credit default swap.

Non c’è modo che le nuove misure di austerità possano rendere la Grecia competitiva tanto da poter ripagare i propri debiti. Lo Stato non ha le risorse naturali, un'industria manifatturiera o un'industria di servizi internazionale; i mulini a vento e l'allevamento ittico non basteranno.

Ma il futuro della Grecia potrebbe non essere così brutto come sembra. Gli enormi sforzi fatti dai dirigenti europei per prevenire l'inadempienza totale sottolineano il fatto che, nonostante dicano il contrario, non osano lasciare fallire la Grecia.

Il profondo impatto causato dalle recenti negoziazioni finanziarie - dal prezzo del petrolio alle azioni nella borsa di New York - mostrano che la Grecia può ancora ricattare il resto dell'Eurozona minacciando di rinnegare totalmente il proprio debito.

C'è un secondo possibile beneficio per la Grecia se si mantiene il mito che stia facendo quanto detto dall'Eurozona e che la cosa possa funzionare. L'isterismo internazionale dovuto alle condizioni pessime dell'economia greca si sta autoavverando.

Ha spaventato la gente tanto da farle ritirare i depositi bancari e di rifiutarsi di investire. I piani della Troika quasi sicuramente non funzioneranno, ma un periodo di calma potrebbe per lo meno porre fine alla attuale paralisi economica.