giovedì 8 ottobre 2009

Afghanistan: diverse guerre s'intrecciano

Prosegue costantentemente la sequenza di attentati a Kabul, a conferma della palese incapacità da parte della NATO e delle forze di sicurezza afghane di mantenere la sicurezza anche nella capitale. Figurarsi al di fuori.

Oggi infatti una forte esplosione è avvenuta a Kabul vicino all'ambasciata dell'India causando diverse vittime - finora almeno 12, nessuno indiano - soprattutto tra i civili, mentre i feriti sono circa 80. Il luogo dello scoppio è anche a poca distanza dal ministero dell'Interno afghano.

La sede diplomatica indiana era già stata bersaglio di un altro attentato che, nel luglio 2008, aveva causato la morte di 58 persone e il ferimento di almeno altre 150.
Attentato che molti, tra cui anche il governo USA, avevano attribuito all'ISI - l'intelligence militare pakistana.

Ed è molto probabile che anche quello di oggi rechi la stessa firma.


I taleban: "Stiamo vincendo"
di Giorgio Stabile - La Stampa - 7 Ottobre 2009

È un anniversario amaro per la coalizione occidentale in Afghanistan.

Il 7 ottobre 2001 l`operazione Enduring Freedon era cominciata trionfalmente.

In due mesi il regime dei taleban era stato spazzato via. La road map prevedeva il ritorno alla democrazia in due anni. Ieri il segretario della Difesa statunitense Robert Gates ha detto che «i taleban stanno vincendo», perché gli Usa «non hanno mandato abbastanza truppe». E il numero due della missione Onu (Unama), Peter Galbraith, cacciato pochi giorni fa per aver denunciato brogli sistematici alle elezioni presidenziali, ha accusato il suo ex capo, lo svedese Kai Eide, di essersi «allineato», cioè venduto, a Karzai:

«Un terzo dei voti per l`attuale presidente - ha detto - sono fraudolenti. E il più grande regalo che potessimo fare ai taleban, è il maggior successo strategico che hanno ottenuto in otto anni».

Il braccio di ferro all`interno dell`amministrazione americana sull`invio dei 40 mila uomini di rinforzo sta galva-` nizzando gli studenti coranici.

Ieri il loro portavoce Qari Yousif Ahmadi ha invitato gli «occupanti occidentali» ad andarsene se «non vogliono affrontare una lunga guerra», avvertendo che la storia insegna che «il popolo afghano è sempre pronto a sacrificare la vita per l`Islam». Anche se l`assalto di sabato ai marines secondo la Nato è costato ai guerriglieri «almeno cento caduti», gli islamisti sono di nuovo in grado di lanciare attacchi su larga scala.

Ieri hanno ucciso in un`imboscata dieci soldati afghani nella provincia del- l`Helmand, distrutto due blindati della Nato, colpito una pattuglia britannica con una bomba di strada. Il, sito dell`Emirato islamico dell`Afghanistan (http://alemarah.info/) riporta certosinamente le attività degli insorti. Il bollettino copre tutte le province: gonfia all`inverosimile i successi, ma sono comunque 400 i soldati della Nato uccisi ufficialmente in nove mesi, un record.

La commissione elettorale dell`Onu ha deciso alla fine di verificare i voti solo su un piccolo campione sospetto. Dopodiché sarà comunicato il risultato finale, cioè la vittoria di Karzai. Ma la data viene rinviata di giorno in giorno. La paralisi elettorale si ripercuote sulla vita civile. Il livello di sicurezza a Kabul sta precipitando.

Il triplice cerchio - Nato, esercito afghano, polizia - è stato efficace nei giorni del vo- to, ora fa acqua. Ne approfittano le bande criminali. Lunedì e ieri ci sono stati due tentativi di rapimenti. Un proprietario di un hotel è stato catturato.

Un imprenditore, assieme alle sue due guardie del corpo che avevano fatto resistenza, ucciso in pieno centro in un terrificante scambio di colpi. Per Orzala Ashraf, analista locale di una ong olandese, «sono i giorni peggiori dal 2001».

A settanta chilometri a Sud della capitale, al tramonto, ci sono i posti di blocco talebani.

A Est il gruppo alleato Hezb e Islami Gulbuddin minaccia le linee di approvvigionamento Nato dal Pakistan. Ieri il presidente francese Nicolas Sarkozy ha firmato un accordo con il Kazakhistan per far. arrivare i rifornimenti alle sue truppe da Nord, attraverso l`Uzbekistan.

La stessa strada che facevano le truppe sovietiche, all`andata e al ritorno.


La grande truffa

di Enrico Piovesana - Peacereporter - 7 Ottobre 2009

La Commissione per i reclami elettorali (Eec), sostenuta dall'Onu e dal governo afgano e presieduta dal canadese Grant Kippen, ha iniziato lunedì la verifica dei voti contestati delle elezioni presidenziali dello scorso 20 agosto, temporaneamente vinte al primo turno dal presidente uscente Hamid Karzai con il 54,6 per cento dei voti contro il 27,8 per cento del suo sfidante Abdallah Abdallah.
Vittoria che verrà confermata e ufficializzata nel finesettimana se il riconteggio della Eec non farà scendere Karzai sotto il 50 per cento. In quel caso si dovrebbe andare rapidamente al ballottaggio.

Usa, Nato e Onu hanno già deciso. Eventualità scartata a priori da Stati Uniti e alleati della Nato, che infatti lo scorso 24 settembre a New York hanno deciso a tavolino di dichiarare Karzai vincitore, ignorando i colossali brogli elettorali da lui organizzati e che, secondo gli osservatori dell'Unione europea, gli hanno fruttato oltre un terzo delle preferenze ricevute.

Per nascondere lo scandalo delle frodi, il 30 settembre l'Onu ha licenziato il numero due della missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, lo statunitense Peter Galbraith, che aveva denunciato i brogli elettorali e i tentativi di insabbiamento ad opera del capomissione Onu, il norvegese Kai Eide. Dopodiché, la Commissione per i reclami elettorali di Kippen - nominato dallo stesso Eide - ha elaborato un fantasioso sistema di riconteggio che invece di annullare i voti truccati dei candidati che ne hanno beneficiato (danneggiando quindi sopratutto Karzai), li toglierà nella stessa percentuale a entrambi i contendenti, in maniera tale da non compromettere la maggioranza assoluta di Karzai.

Un riconteggio che non sposterà nulla. Come si può leggere nel regolamento pubblicato ieri mattina sul sito internet della Commissione Kippen, la verifica in corso riguarda i voti provenienti da 3.498 seggi sospetti (il 13 per cento del totale), ma per sveltire i tempi verrà realmente controllato solo un campione del 10 per cento, ovvero le urne di 358 seggi.

"Per determinare l'impatto delle frodi sui risultati generali delle elezioni - si legge nel regolamento della Eec - la Commissione moltiplicherà la percentuale dei voti trovati fraudolenti, accertati nei seggi campione, per il numero totale dei voti che i singoli candidati hanno ottenuto nei seggi sospetti. Per esempio - continua il documento - se la percentuale di voti fraudolenti risultasse essere del 50 per cento, al candidato che in quei seggi ha preso un totale di 300mila voti ne verrebbero tolti 150mila e lo stesso calcolo verrebbe applicato agli altri candidati".

Quindi, i voti verrebbero dimezzati a tutti i candidati, a prescindere da quale sia stato il candidato con più voti truccati, mantenendo inalterate le percentuali relative.

Karzai rimarrà comunque sopra il 50 per cento. Se per paradosso (non così ardito) quella metà di voti fraudolenti risultassero essere tutti quanti a favore di Karzai, lui quei voti li perderebbe solo al 50 per cento, e il suo sfidante (già penalizzato dalla frode) perderebbe pure lui il 50 per cento dei suoi voti anche se questi erano del tutto regolari.

Riprendiamo l'esempio fatto dalla stessa Commissione Kippen.
Immaginiamo che nei 3.498 seggi sospetti i 300 mila voti fossero quelli a favore di Karzai, 150mila quelli di Abdallah e 100mila di altri, per un totale di 550mila voti. Se i voti fraudolenti scoperti risultassero essere il 50 per cento, tutti quanti a favore di Karzai, lui non perderebbe 275mila voti, ma solo 150mila, Abdallah ne perderebbe 75mila e gli altri 50mila. Anche se a loro vantaggio non fosse risultata nessuna frode.

A livello nazionale, i voti validi non sarebbero più circa 5 milioni e mezzo, di cui 3 milioni per Karzai (oltre il 54 per cento) e 1 milione e mezzo per Abdallah (oltre il 27 per cento): scenderebbero a circa 5 milioni e 250 mila, di cui 2 milioni e 850mila per Karzai e un milione e 425mila per Abdallah: le percentuali dei voti rimarrebbero invariate, quindi niente secondo turno e Karzai confermato vincitore.


L'Onu insabbia la frode elettorale afgana
di Enrico Piovesana - 1 Ottobre 2009

Le Nazioni Unite, con il placet del presidente Usa Barack Obama, hanno rimosso dal suo incarico lo statunitense Peter Galbraith, il numero due della missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) entrato in aperta polemica con il suo capo, il norvegese Kai Eide, sulla gestione dello scandalo delle frodi nelle elezioni presidenziali del 20 agosto.

"Così l'Onu dà un segnale terribile". "E' sorprendente che le Nazioni Unite rimuovano un ufficiale perché questo era preoccupato per le frodi emerse in elezioni finanziate e supportate dalle Nazioni Unite", ha commentato Galbraith. "Così si manda un segnale terribile. Io non ero pronto a rendermi complice di un insabbiamento o di uno sforzo per minimizzare queste frodi".

"Ho avuto un duro disaccordo con il mio superiore, Hai Eide, su come affrontare la questione: quando ho chiesto di presentarle le ampie prove dei brogli alla Commissione per i reclami elettorali (Ecc) perché svolgesse ulteriori indagini, lui disse che non era il caso di diffondere queste notizie. Su pressione del presidente Karzai, Eide ha deciso di supportare il candidato beneficiario dei voti manipolati. Eide ha cercato di archiviare le frodi. Non voleva che il personale Onu ne parlasse. Non voleva, per esempio, che con gli ambasciatori a Kabul si discutesse dell'affluenza alle urne, che sapevamo essere stato bassissimo nelle province meridionali da dove invece era arrivato un numero enorme di voti".

Usa e Nato hanno già deciso: Karzai non si tocca. Nel comunicato dell'Onu che annuncia la sua rimozione, il segretario generale Ban ki-moon ha scritto che la decisione è stata presa "nell'interesse della missione" in seguito alle "inconciliabili divergenze" emerse tra Galbraith ed Eide, al quale viene "ribadito il pieno appoggio".
Cinque membri dello staff dell'Onu a Kabul hanno rassegnato le dimissioni in sostegno a Galbraith.

Secondo Abdullah Abdullah, lo sfidante di Karzai che sperava nel ballottaggio, "il licenziamento di uno come Galbraith è il segno che la frode ha avuto la meglio sulla legge".
Il secondo turno, che fino a pochi giorni fa era dato per scontato dopo l'avvio del riconteggio dei voti contestati (avviato proprio in seguito alle insistenze di Galbraith), pare ormai escluso. Sembra infatti certo che giovedì scorso, a margine dell'Assemblea Generale dell'Onu a New York, il leader di Stati Uniti e dei loro alleati Nato abbiano deciso che se anche il riconteggio dovesse privare Karzai della maggioranza, la sua vittoria verrà comunque accettata per evitare un secondo turno elettorale.


La soluzione cinese
di Gabriele Battaglia - Peacereporter - 6 Ottobre 2009

Un commento del 29 settembre di China Daily, passato abbastanza inosservato, si occupa della guerra in Afghanistan.
E' attribuito a Li Qinggong, vicesegretario del China Council for National Security Policy Studies, è lecito quindi supporre che rappresenti una sorta di posizione ufficiale cinese.
E' stato in seguito ripreso e analizzato da Asia Times, nella persona di M K Bhadrakumar, ex diplomatico indiano.

In una fase in cui Obama cerca di condividere il peso della "guerra diseguale" con più alleati possibile, in cui la situazione sul campo è nella migliore delle ipotesi di stallo e in cui si vocifera anche di pressioni Usa affinché la Cina offra qualche tipo di contributo, va detto che il commento ribadisce tutto il disaccordo cinese sulle ragioni stesse della guerra e sulle possibilità di uscirne sconfiggendo gli insorti afghani.
Ma il Dragone offre anche una sua "exit strategy", esposta per punti salienti. Eccoli.

* Per promuovere la fine della guerra, gli attori principali devono adottare un “approccio pacifico e riconciliatore“.

* Gli Usa devono porre fine alla “guerra al terrore” voluta da Bush nel 2001, che si è rivelata “fonte di disordine e violenza senza fine”.

* Per promuovere la riconciliazione, gli Stati Uniti devono arrestare la propria azione militare. La guerra non ha portato pace e sicurezza agli afghani né dato vantaggi tangibili agli Usa. Al contrario, la legittimità dell’azione militare americana suscita sempre più dubbi: la stessa opinione pubblica statunitense sembra ormai in maggioranza contraria alla guerra e Obama avrebbe indubbi vantaggi politici e d’immagine se riuscisse a uscirne.

* La riconciliazione deve avvenire tra governo afghano, talebani e i “signori della guerra“, cioè gli attori principali (Usa eclusi) del conflitto. Oltre ai danni provocati dall’intervento americano, l’Afghanistan sconta troppi anni di conflitti interni tra le diverse fazioni. Le elezioni del 20 agosto non hanno provocato alcun risultato apprezzabile e lo stesso presidente Karzai sta cominciando a smarcarsi dalla tutela Usa in direzione di colloqui a tre con talebani e signori della guerra. Ma il presupposto irrinunciabile di tali abboccamenti è che gli Usa terminino le operazioni militari.

* E’ necessario l’appoggio della comunità internazionale. Germania, Francia e Gran Bretagna hanno già annunciato una conferenza per parlare di exit strategy, le pressioni internazionali potrebbero favorire ulteriormente il disimpegno Usa, offrendo una “scusa” a Obama. Il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, su pressione dei tre membri europei, potrebbe stendere una roadmap per la questione afghana. Tra i problemi da affrontare, l’accettazione dei talebani come controparte e il destino dei combattenti legati ad al Qaeda.

* In assenza degli americani, è necessaria una missione di peacekeeping per l’Afghanistan. Con la collaborazione di questa forza neutrale, è plausibile che il governo afghano e le sue forze di sicurezza riescano a esercitare un effettivo controllo sul territorio, mantenendo “pace e sicurezza”.

Su Asia Times, M K Bhadrakumar osserva che l'articolo di fatto sollecita un abbandono di tutta l'Asia centrale da parte degli Usa, Pakistan compreso, e che punta sul "pragmatico" Karzai - sganciato dai suoi protettori americani - come uomo della mediazione. Assegna inoltre al consiglio di sicurezza dell'Onu il compito di occuparsi della pace futura. Rinuncia quindi a una soluzione regionale, con Cina stessa, India, Russia, Iran e Paesi centroasiatici come protagonisti.

Si può aggiungere che Cina e Russia sono membri del consiglio di sicurezza. L'articolo di China Daily sembrerebbe quindi offrire un aiuto cinese, ma non alle condizioni Usa, bensì nel quadro di un multilateralismo che, dal punto di vista del Dragone, allontanerebbe l'esercito americano dai propri confini occidentali ristabilendo al contempo stabilità alla regione.


Cosa si nasconde dietro la guerra in Afghanistan?
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 6 Ottobre 2009

Perché, esattamente otto anni fa, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno invaso e occupato l'Afghanistan? Quali interessi si celano dietro le spiegazioni ufficiali di questa guerra? Le ipotesi avanzate in questi anni sono molteplici, ma nessuna abbastanza convincente. Tranne una, che però è alquanto difficile da dimostrare.

Risorse energetiche. Secondo un rapporto pubblicato nel dicembre del 2000 sul sito Internet dell'Eia, l'agenzia di statistica del dipartimento per l'Energia degli Stati Uniti (e poi rimosso), l'Afghanistan viene presentato come un paese con scarse risorse energetiche (mai sfruttate) che, secondo i dati risalenti ancora al tempo dell'occupazione sovietica, consistono in riserve petrolifere per 95 milioni di barili (concentrati nella zona di Herat), giacimenti di gas naturale per 5 trilioni di piedi cubi (nell'area di Shebergan) più 400 milioni di tonnellate di carbone (tra Herat e il Badakshan).

Risorse troppo esigue per giustificare un'invasione militare costata finora, ai soli Stati Uniti, quasi 230 miliardi di dollari.
Molti in Afghanistan parlano di giacimenti di uranio nel deserto della provincia meridionale di Helmand, il cui controllo e sfruttamento sarebbe al centro di un'aspra contesa tra forze britanniche e statunitensi. Ma per ora questa storia non avuto alcuna conferma.

La pipeline Trans-Afgana. Questa è considerata da molti la vera motivazione che ha spinto gli Stati Uniti ad invadere l'Afghanistan nel 2001.
Il progetto di costruire una condotta lunga 1.680 chilometri per portare il gas turkmeno di Dauletabad fino in Pakistan attraverso l'Afghanistan occidentale (Herat e Kandahar) viene avviato nel 1996 dalla compagnia petrolifera statunitense Unocal (per la quale lavoravano sia Hamid Karzai che Zalmay Khalizad) in cooperazione con il regime talebano (nel 1996 la Unocal apre una sede a Kandahar e l'anno dopo esponenti del governo talebano vengono ricevuti negli Usa).

L'idea viene accantonata alla fine degli anni '90 in attesa che "la situazione politica e militare dell'Afghanistan migliori" (fonte Eia, dicembre 2000). Vista l'impraticabilità del corridoio sud-asiatico, l'Occidente decide di puntare su quello sud-caucasico, aprendo nel 2006 un gasdotto che porta il gas turkmeno in Turchia via Mar Caspio, Azerbaigian e Georgia (e che dal 2015 verrà collegato al gasdotto Nabucco).

Il progetto della pipeline trans-afgana, però, non viene abbandonato. I tre paesi coinvolti riprendono a discuterne dal 2002 in poi, e nell'aprile 2008 firmano un accordo, anche con l'India, che prevede l'apertura del gasdotto entro il 2018 (previsione eccessivamente ottimistica secondo gli analisti di settore). A finanziare il progetto (7,6 miliardi di dollari) è la Banca per lo Sviluppo Asiatico (di cui gli Stati Uniti sono i maggiori azionisti assieme al Giappone). Le compagnie petrolifere interessate sono quelle statunitensi, britanniche e canadesi.

Per quanto importante, appare azzardato individuare in questo progetto - di difficilissima realizzazione e surclassato da altre rotte gasifere - la ragione della prosecuzione dell'occupazione occidentale dell'Afghanistan.

Posizione strategica. L'Afghanistan ha la sfortuna di trovarsi nel cuore del continente asiatico, in una posizione strategica che consente a chi lo controlla di monitorare da vicino tutte le potenze nucleari della regione, Cina, Russia, India e Pakistan, e di completare l'accerchiamento dell'Iran, che in caso di guerra con gli Usa si troverebbe a fronteggiare un attacco su due fronti: quello iracheno e quello afgano.

Secondo molti analisti militari la volontà statunitense di controllare l'Afghanistan va però letta soprattutto in chiave di contrapposizione alla Cina, considerata dal Pentagono come la maggiore minaccia potenziale all'egemonia militare ed economica globale degli Stati Uniti non solo in Asia, ma anche in Medio Oriente, Africa e America Latina.

Una minaccia divenuta più reale dopo la creazione, nel giugno 2001, dell'alleanza politico-militare guidata da Pechino: l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Sco), che riunisce la Cina, la Russia, le repubbliche centroasiatiche e presto, forse, anche l'Iran. E che in futuro, vista la sua progressiva integrazione con l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Csto), l'alleanza politico-militare a guida russa, potrebbe estendere la sua influenza fino all'Europa orientale (Bielorussia) e al Caucaso (Armenia), diventando a tutti gli effetti un'alleanza contrapposta alla Nato a guida Usa.

Un Afghanistan sotto controllo statunitense rappresenta una spina nel fianco per la Cina, in particolare per la sua prossimità allo Xinjang, regione ricchissima di petrolio destabilizzata dal nazionalismo uiguro (tradizionalmente sostenuto dalla Cia).
La rilevanza geostrategica dell'Afghanistan è innegabile e ha certamente giocato un ruolo importante nella decisione statunitense di occupare l'Afghanistan e di impiantarvi basi militari permanenti.

Il business della droga. Ma forse dietro la guerra in Afghanistan si nascondono interessi ancor più grandi e inconfessabili: quelli legati al controllo del traffico mondiale dell'eroina, ovvero di uno dei business più redditizi del pianeta, con un giro d'affari annuo stimato attorno ai 150 miliardi di dollari l'anno.

Non è un mistero che il boom della produzione di oppio/eroina negli anni '70 nel cosiddetto Triangolo d'Oro (Laos, Birmania e Cambogia) sia stato opera dalla Cia, che con i ricavi del narcotraffico finanziava le operazioni anti-comuniste nel Sudest asiatico. Lo stesso sistema - e questo è altrettanto risaputo - fu adottato dalla Cia negli anni '80 in America Latina, per finanziare (con i proventi della coca) la guerriglia antisandinista dei ‘Contras' in Nicaragua, e in Afghanistan per finanziare (con i proventi dell'eroina) la resistenza anti-sovietica dei mujaheddin.

In Afghanistan il business continuò anche negli anni '90 e si incrementò con l'avvento al potere dei talebani, notoriamente sostenuti dalla Cia. Fino a quando nel 2000 il mullah Omar, allo scopo di guadagnare sostegno internazionale al suo regime, decise di vietare la produzione di oppio, che infatti nel 2001 crollò a livelli prossimi allo zero.

Produzione che nell'Afghanistan ‘liberato' e controllato dalle forze armate e dall'intelligence Usa è ripresa a pieno ritmo fin dal 2002 (quando ancora i talebani non erano tornati) polverizzando ogni record storico e trasformando in pochi anni il paese sud-asiatico nel principale produttore mondiale di eroina (93 per cento della produzione mondiale). Una situazione che le forze Usa presenti in Afghanistan si sono sempre rifiutate di contrastare dicendo che questo "non era compito loro" e lasciando che se ne occupasse il governo-fantoccio di Kabul.

Secondo un numero sempre maggiore ed eterogeneo di esperti e di persone ‘ben informate', la Cia avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato' guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all'estero.

Una nuova Air America? Secondo un'inchiesta televisiva condotta dal canale russo Vesti l'eroina afgana viene portata fuori dall'Afghanistan a bordo dei cargo militari Usa diretti nelle basi di Ganci, in Kirghizistan, e di Inchirlik, in Turchia. Spesso, ha scritto sul Guardian la giornalista afgana Nushin Arbabzadah, nascosta nelle bare dei militari Usa, riempite di droga al posto dei cadaveri.

"Penso che sia possibile che questo avvenga, anche se non lo posso provare", ha diplomaticamente commentato l'ambasciatore russo a Kabul, Zamir Kabulov.
Il giornalista russo Arkadi Dubnov di Vremya Novostei, riportando informazioni fornitegli da una fonte all'interno dei servizi afgani, ha scritto che "l'85 per cento di tutta la droga prodotta in Afghanistan è trasportata all'estero dall'aviazione Usa".

Quest'estate il generale russo Mahmut Gareev, un ex comandante delle truppe sovietiche in Afghanistan, ha dichiarato a Russia Today: "Gli americani non contrastano la produzione di droga in Afghanistan perché questa frutta loro almeno 50 miliardi di dollari all'anno. Non è un mistero che gli americani trasportano la droga all'estero con i loro aerei militari.".

Il giornalista statunitense Dave Gibson di Newsmax ha citato una fonte anonima dell'intelligence Usa secondo la quale "la Cia è sempre stata implicata nel traffico mondiale di droga e in Afghanistan sta semplicemente portando avanti quello che è il suo affare preferito, come aveva già fatto durante la guerra in Vietnam".

L'economista russo Mikhail Khazin in un'intervista ha dichiarato che "Gli americani lavorano duro per mantenere in piedi il narcobusiness in Afghanistan attraverso la protezione che la Cia garantisce ai trafficanti di droga locali".

"Gli Stati Uniti non contrastano il narcotraffico afgano per non minare la stabilità di un governo sostenuto dai principali trafficanti di droga del Paese, a cominciare dal fratello di Karzai", scrive il noto giornalista statunitense Eric Margolis sull'Huffington Post. "Le esperienze passate in Indocina e Centroamerica suggeriscono che la Cia potrebbe essere coinvolta nel traffico di droga afgana in maniera più pesante di quello che già sappiamo. In entrambi quei casi gli aerei Cia trasportavano all'estero la droga per conto dei loro alleati locali: lo stesso potrebbe avvenire in Afghanistan. Quando la storia della guerra sarà stata scritta, il sordido coinvolgimento di Washington nel traffico di eroina afgana sarà uno dei capitoli più vergognosi".

Narcodollari per salvare le banche in crisi? Antonio Maria Costa, direttore generale dell'Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e la Criminalità (Unodc), in un’intervista al settimanale austriaco Profil ha dichiarato: “Il traffico di droga è l'unica industria in espansione. I proventi vengono reinvestiti solo parzialmente in attività illecite. Il resto del denaro viene immesso nell'economia legale con il riciclaggio. Non sappiamo quanto, ma il volume è impressionante. Ciò significa introdurre capitale da investimento. Ci sono indicazioni che questi fondi sono anche finiti nel settore finanziario, che si trova sotto ovvia pressione dalla seconda metà dello scorso anno (a causa della crisi finanziaria globale, ndr).

Il denaro proveniente dal traffico di droga attualmente è l’unico capitale liquido da investimento disponibile. Nella seconda metà del 2008 la liquidità era il problema principale per il sistema bancario e quindi tale capitale liquido è diventato un fattore importante. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati da denaro che proviene dal traffico della droga e da altre attività illecite. E' ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi”.


Veterano della Folgore:"Non chiamatela missione di pace"

di Paolo Rossi, Vicepresidente Associazione Nazionale Paracadutisti d'Italia - Peacereporter - 5 Ottobre 2009

La lettera del vicepresidente dell'associazione nazionale paracadutisti: nelle missioni di pace non operano soldati addestrati ad offendere

Passato il clamore mediatico per i recenti fatti di sangue che a Kabul hanno fatto 6 vittime tra i paracadutisti italiani, premetto che non voglio essere, in questa triste occasione, l'ennesimo giudice o l'ulteriore paladino dell'informazione a commentare quanto accaduto con le solite frasi, tra le quali la più speculata (e forse più odiosa in assoluto): «Non ci sono parole per commentare!». Mi corre però l'obbligo di esternare alcuni pensieri ricorrenti in occasioni come questa, occasioni che purtroppo tendono a riproporsi con sempre maggiore frequenza.

Da uomo, la pietas cristiana per l'uccisione di sei nostri connazionali, militari di professione, senza naturalmente dimenticare le innumerevoli vittime civili, è prevalente su ogni altro sentimento, quale esso possa essere: rabbia, odio, tolleranza, vendetta. La mancata comprensione di quanto passi per la testa di questi sedicenti kamikaze (che nulla hanno, però, a che vedere con i combattenti giapponesi, guidati da regole ferree e da un codice d'onore) ci porta ad un giudizio forse sommario, certamente duro ed intransigente sulle loro azioni.

Da paracadutista, noto come la persistente ipocrisia nel definire la missione in Afghanistan "missione di pace", porti a polemiche di carattere politico che nulla hanno a che vedere con il lavoro che questi nostri commilitoni sono chiamati a svolgere quotidianamente.

Le cosiddette missioni di pace lasciamole a chi, con competenza ed onore, le sappia e le voglia svolgere tra i lebbrosi dell'India, gli aborigeni del Sud America o le popolazioni ridotte alla fame nell'Africa sub-sahariana (ma non solo in questa regione, beninteso). Tra le Associazioni che operano in tale contesto, cito Emergency, la Croce Rossa Internazionale, Medici senza Frontiere e, più prossima a noi, la Caritas, sapendo di dimenticarne ulteriori decine.

Nelle missioni di pace non operano soldati addestrati ad offendere il prossimo, seppure nello specifico contesto chiamati a difendere sé stessi e la popolazione da chi, vigliaccamente, nascondendosi dietro intendimenti religiosi, mira al potere politico e, di conseguenza, economico. Alle missioni di pace non vengono inviati professionisti che si debbano muovere all'interno di mezzi blindati, guardare attorno continuamente puntando un mitragliatore e diffidando di ogni movimento inconsueto o improvviso.

Le missioni di pace non sono caratterizzate da spese logistiche faraoniche, da strategia di difesa e presidio del territorio e della popolazione. Ecco quello che i paracadutisti, ed i militari in generale, detestano, che non venga cioè riconosciuto universalmente il loro impegno professionale in zone di guerra dove si spara, ci si difende, si muore. E' per fare questo lavoro, questo sporco mestiere che, nonostante tutto e tutti, qualcuno deve pur fare, sono stati addestrati, hanno speso sudore e fatica, si sono allontanati dalle loro famiglie.

Il paracadutista, contrariamente a come è stato dipinto nell'immaginario collettivo, è un lavoratore come tanti altri, chiamato ad un lavoro diverso, più pericoloso perché, oltre ai rischi intrinseci dell'attività che svolge deve tener conto dei pericoli derivanti da chi, abbigliato con una cintura esplosiva o alla guida di un'auto-bomba ti si avvicina e si fa saltare insieme a te. E invece? Siamo considerati dei mercenari, dei guerrafondai, dei senza-cuore pronti ad aggredire il prossimo per gli obiettivi di qualche potente. E ciò non è giusto, non è corretto.

L'aspetto che maggiormente mi ha colpito, infine, nei giorni di lutto nazionale, unitamente alle lacrime che scorrevano sui volti dei militari in attesa del C-130 che riportava in Italia le bare dei loro commilitoni, è stato l'orgoglio e la dignità dimostrata dai familiari dei ragazzi uccisi nelle esternazioni pubbliche: interviste, cerimonia funebre, tutto è stato improntato alla sobrietà, al rigore, al ricordo. Parole semplici, cordiali, senza eccessi ne' polemiche, che però lasciavano trasparire un sentimento di appartenenza ad un Valore più grande di tutti noi, ad una famiglia che, nel bene e nel male, ci accoglie sempre.

Questo sentimento l'ho potuto leggere nei volti di ciascuno dei familiari dei paracadutisti caduti incrociati alla triste cerimonia nella basilica di S. Paolo fuori le mura, ma è condiviso anche da chiunque abbia un congiunto impegnato in luoghi dove si combatte, Alpino, Bersagliere o Paracadutista che esso sia.

Grazie, mamma e papà, per averci cresciuti in questo modo, per averci insegnato a credere negli ideali, nei valori più sani della nostra società, nell'amicizia e nel cameratismo (nel senso meno politico e politicizzato del termine), nel soccorso a chi è più debole ed indifeso, nella solidarietà. Dai vostri volti, dai vostri occhi, con le vostre lacrime, in questi tristi giorni ci avete mostrato che non vi abbiamo delusi.


La denuncia: un reparto speciale per "contenere" il lutto dei familiari
da Peacereporter - 5 Ottobre 2009

Una speciale unità per la 'gestione del lutto', incaricata di pianificare e controllare il comportamento dei familiari delle vittime durante ogni fase dei funerali di Stato. Per evitare che le famiglie si abbandonassero a reazioni 'scomposte' di rabbia, indignazione, disperazione proprio nel momento in cui tutta l'Italia li osservava in televisione.

Così come 'programmata', o particolarmente curata in alcuni dettagli-chiave che si sapeva avrebbero avuto un forte impatto mediatico, sarebbe stata anche l'accoglienza del figlio di una delle vittime, che all'aeroporto attendeva la bara del padre con un basco in testa. A denunciare l'esistenza di una tale equipe speciale è un parroco genovese, don Paolo Farinella, sulla base di informazioni ricevute da una fonte 'fidata'.

Che ai funerali dei militari morti a Kabul il mese scorso l'immagine dei bambini (uno in attesa dell'aereo col basco amaranto in testa, l'altro che si piega sulla bara del padre col medesimo berretto della Folgore sul capo) abbia suscitato qualche indignazione era cosa nota.

Più per l'uso abietto e sconsiderato che ne hanno fatto i media, spettacolarizzando e sensazionalizzando i due bambini in totale spregio alla Carta di Treviso (che tutela il minore proprio perchè 'persona in divenire,') che per il gesto in se'. Quest'ultimo, è stato detto', trova la propria ragion d'essere nell'appartenenza dei familiari al medesimo 'spirito di corpo' e nell'adesione agli stessi valori e ideali che permeano il reparto della Folgore. Maturare nell'humus culturale e comportamentale di un parà può significare anche questo, in aggiunta a una buona dose di ideologia del sacrificio e retorica dell'eroe.

Tuttavia, Padre Farinella sostiene che - secondo la sua fonte - "buona parte di questo personale non è specializzata in psicologia, ma è un corpo speciale che ha un obiettivo preciso: la gestione dei giorni successivi alla morte e il contenimento o meglio l'annullamento della rabbia, della contestazione e della disperazione conseguenti che potrebbero portare a comportamenti di indignazione verso l'esercito e le istituzioni".

In alcune lettere inviate al sacerdote, la fonte di Farinella, che spiega di aver vestito un'uniforme 'molto simile a quella dei caduti', e si dichiara 'uno che ha avuto un poco di esperienza di certe cose', scrive: "I parenti delle vittime erano 'assistiti' da simpatici e giovani militari di varie mostrine ma con in comune un certo distintivo (che qualche geniaccio non ha pensato di far levare) che una volta si chiamava Resupstat (reparto supporto psicologico tattico).

Gente questa con qualifiche molto poco militari ed addestratissima in strane incombenze tra le quali evitare per esempio che qualche mamma o moglie venga fuori in mondovisione con discorsi simili a quelli della vedova Schifani a Palermo nel '92 (...). Temo che la bella bensata del basco amaranto si debba ad uno di questi 'esperti' (...). Militarmente parlando, la cosa è pure un insulto perché, anche volendo a tutti i costi farla, hanno tolto il fregio. Particolare questo insignificante per i profani, ma di enorme importanza per i folgorini, in quanto di palese malaugurio (...). Il colonnello Milani padre (la fonte si riferisce al padre di Benito Milani, comandante del distaccamento del 186esimo reggimento paracadutisti 'Folgore') era contrarissimo a livello di tribunale militare solo ad esprimere idee di questo genere (...)".

Tornando a parlare del 'Reparto di supporto psicologico tattico', la fonte continua: "(...) Credo di non rivelare alcun segreto militare, dicendole che aveva sede a Verona (...) Mica segreto appunto perché vi era tanto di targa sulla pubblica via (...) si distinguevano per un certo distintivo che appunto ho riconosciuto su parecchi militari che assistevano i parenti delle vittime. Avevano mostrine di tutti i corpi e servizi (...) avevano tutti una formazione superiore e non militare salvo i medici che venivano tutti dalla scuola di Firenze, i sottufficiali erano certamente tutti diplomati. Si occupavano di propaganda in tutte le sue forme, inclusa quella un po' atipica che alcuni chiamano disinformazione, gestione del consenso o disturbo delle comunicazioni pubbliche".

PeaceReporter ha contattato il capitano Isabella Lo Castro, ufficiale psicologo, responsabile per l'Esercito del coordinamento dell'intervento di supporto alle famiglie di caduti, per chiederle se la denuncia di padre Farinella e le rivelazioni della fonte militare abbiano fondamento.

"Smentisco categoricamente che esista una unità segreta o speciale dedicata a orientare o pilotare la volontà dei familiari delle vittime. Non li obblighiamo a fare nulla - spiega Lo Castro -. Noi seguiamo le famiglie rispettandone le loro volontà. In un momento del genere, in cui le reazioni delle famiglie sono soggette alle reazioni più varie, e sono reazioni umane, sottolineamolo, sarebbe inopportuno orientarle o guidarle nel loro lutto. Non ci sogneremmo mai di fermare qualcuno contro la sua volontà. Anche se, per mia esperienza, non è mai capitato di osservare atti violenti, di rabbia, durante i funerali. Esternazioni di dolore molto forti sono rare in momenti pubblici. Noi non aiutiamo a contenere né a reprimere questa rabbia, ma a superarla, eventualmente, nei momenti successivi".

Lei conosce il 'reparto di supporto psicologico tattico'?

No, sono dieci anni che faccio questo lavoro, non l'ho mai sentito.

Crede che durante l'arrivo delle salme e i funerali si sia spettacolarizzato il dolore, in riferimento al comportamento dei figli dei militari caduti?

La scelta di avere presenti i bambini, sia a Ciampino che ai funerali è stata presa dalle famiglie. I bambini sono stati 'gestiti' dalle famiglie. Chiaramente siamo stati loro vicini, verificando prima di tutto che, oltre alle mamme, vi fosse qualcuno dei familiari che potesse stare vicino ai bambini. Gli organi di stampa hanno dato rilievo ad alcuni 'flash', senza considerare l'intero processo. Il figlio del parà che si è avvicinato alla bara del padre lo ha fatto di sua spontanea volontà, io ero di fronte alla bara e posso dirlo. E' stata una reazione individuale. Così come il basco, è stata la famiglia che glielo ha messo in testa. Questi sono bambini che da sempre in famiglia respirano lo spirito di appartenenza alla Folgore. Si crea una comunità, di ideali e di valori comuni, e le famiglie dei militari si conoscono tutte tra loro, e si frequentano spesso. Purtroppo, ripeto, se c'è stata sensazionalizzazione, questa è stata fatta dai giornalisti. Da parte nostra e delle famiglie non vi è alcuna responsabilità.

mercoledì 7 ottobre 2009

Le nuove frontiere del “terrorismo”: l’ano esplosivo


Era da tempo che si attendeva una notizia come questa, e “puntualmente” è arrivata. Il cosiddetto esperto di terrorismo del Corriere della Sera, Guido Olimpio, pur utilizzando tutta una serie di condizionali ci ha resi edotti circa la nuova tecnica ingegnata dalla fantomatica Al Qaeda per far esplodere gli aerei di linea.

Un metodo però “stranamente” svelato al mondo intero da presunti suoi appartenenti attraverso un video che mostra le componenti dell’ordigno, e con la promessa di diffondere su internet anche le istruzioni per costruirlo.

La novità però sta nel fatto che si tratterebbe di ordigni inseriti nell’ano e attivati tramite messaggio sms. Basterebbe ciò perché una sonora risata seppellisca tutta la questione ma forse è il caso di addentrarsi un po’ in questa esilarante vicenda visto che, come pure lo stesso Olimpio ha evidenziato nel suo articolo, solo degli imbecilli escogiterebbero una nuova e sofisticata tecnica e prima ancora di metterla in pratica la divulgherebbero al mondo tramite un video, con annesso addirittura il manuale d’istruzioni.

Per fortuna alla Casa Bianca è cambiato l’inquilino, altrimenti questa notizia sarebbe già stata oggetto di migliaia di titoli e trasmissioni televisive nei vari media mainstream del globo per ricordare alla gente che non bisogna mai smettere di essere terrorizzati, visto che ultimamente la stragrande maggioranza della popolazione nei cinque continenti ha altro a cui pensare, per via soprattutto della crisi economica. E di tempo per avere paura dei cosiddetti terroristi islamici ce n’è veramente poco in questi giorni.

Finora comunque la Casa Bianca sta mettendo la sordina a questa vicenda, mentre ad essere preoccupati – così almeno dice Guido Olimpio – sono soprattutto i francesi. Infatti il dipartimento anti-terrorismo (Dcri) voluto dal presidente Sarkozy ha già suggerito che negli aeroporti vengano adottate nuove forme di controllo per contrastare l’eventuale minaccia.

E’ facile immaginare, qualora la richiesta venisse accolta, il caos incredibile che ne deriverebbe negli aeroporti, con code chilometriche ai check-point per il controllo dei bagagli a mano, oltre alla somma felicità delle compagnie aeree e di tutto il settore del turismo, già duramente colpiti dalla crisi economica in corso.

Inoltre dovrebbero essere installati macchine capaci di “vedere” all’interno del corpo, con la presenza quindi di raggi X. Il che naturalmente comporterebbe gravi conseguenze per la salute di milioni di viaggiatori - soprattutto chi vola spesso per motivi di lavoro - che vedrebbero aumentare considerevolmente la possibilità di contrarre malattie neoplastiche.

Si spera che questa volta la ragione prenda il sopravvento in Francia, così come nel resto del mondo, e che non si adottino misure nocive per la salute pubblica a fronte di un’ipotetica quanto irrealistica minaccia basata sull’ennesimo ridicolo video messo in giro dai “soliti personaggi” che stanno ammorbando la vita del genere umano da più di otto anni.

Restiamo quindi in fiduciosa attesa, dopo l’ano esplosivo, anche della dentiera al tritolo o dell’occhio di vetro e nitrato oppure, visto il trend di questi tempi, di un bel seno al plastico.

Ma smettetela, per favore!

martedì 6 ottobre 2009

Ahmadinejad vs Netanyahu: 0-0 e palla al centro


Una serie di articoli che evidenziano soprattutto la differenza nei toni e contenuti dei discorsi tenuti alla recente Assemblea Generale dell'ONU dal presidente iraniano Ahmadinejad e dal premier israeliano Netanyahu, anche se entrambi hanno comunque bisogno l'uno dell'altro per fini di politica interna.

Ma naturalmente di ciò che i due hanno veramente detto a New York non si fa menzione nei media mainstream italiani, anche se si possono trovare sparute voci dissonanti dal resto del coro.
Proisraeliano a prescindere, of course.


Ahmadinejad e il fantasma dell'Olocausto
di Nazanin Amirian - www.rebelion.org - 1 Ottobre 2009
Traduzione a cura di Riccardo Micco per www.comedonchisciotte.org

Sarebbe un errore decifrare la fissazione di Ahmadinejad per Israele in chiave religiosa, per il suo impegno nella causa palestinese o nel quadro della disputa tra Teheran e Tel Aviv per l’egemonia di una delle regioni più strategiche del mondo. I suoi motivi vanno cercati altrove.

Pochi mesi fa, una valanga di supposizioni ha invaso la stampa iraniana quando un quotidiano, per una distrazione, rivelò che il cognome originale di Ahmadinejad é Saburjian, un clan ebreo iraniano. Dato irrilevante se non fosse che nella Repubblica Islamica un ebreo non può occupare nessun incarico pubblico. L’uomo, originario di Aradan, aveva cambiato il suo cognome con quello di Ahmadinejad “discendente di Maometto”, quando emigrò con la sua famiglia a Teheran.

Dopo lo scandalo, il riformista Mehdi Karrubi gli domandò circa la sua vera identità e il fu Saburjian evase la risposta. Dopo l’autoproclamazione a presidente, Ahmadinejad ha nominato suo capo di gabinetto Rahim Massai, che qualificava il popolo ebreo amico dell’Iran.

Ex capo dei servizi segreti e dirigente del principale partito che appoggia Ahmadinejad, anche Asgar Oladì é discendente di famiglia ebrea. Figuriamoci se da Israele potevano attizzare il fuoco del sospetto! Un quotidiano ebreo animava i Parsims, la comunità ebrea in Iran, a votarlo nelle elezioni a giugno e Meir Dagan, ex capo del Mossad, disse che “Israele avrebbe un grave problema se Ahmadinejad perdesse le elezioni”.

Moshen Rezaì, ex comandante delle Guardie Islamiche, lo chiamò pubblicamente “agente di Israele”. Misteri genealogici e di spionaggio a parte, non c’è dubbio che i discorsi di Ahmadinejad fanno molto comodo al suo collega Nethanyahu, il quale é ben cosciente che l’appoggio dell’islamista alla causa Palestina non é altro che una tattica politica e si serve della “minaccia iraniana” per continuare la sua politica militarista nella zona.

Durante l’ultimo assalto di Israele a Gaza, il mero appoggio verbale di Teheran alla Palestina ha sorpreso sia Hamas che Israele, convinti di un intervento diretto dell’Iran, che ha scelto invece di non confrontarsi con uno degli eserciti più potenti del mondo. Imprigionato nella sua propria propaganda, il regime, da un lato animava i giovani a recarsi a Gaza, e dall’altro, mandava il fratello di Ahmadinejad a farli tornare a casa quando erano già all’aeroporto. Approfittando del clima bellico, Ahmadinejad é riuscito a bloccare la mozione di censura contro i suoi ministri e ha chiuso varie pubblicazioni che criticavano Hamas per la sua strategia suicida davanti al potente esercito israeliano. Il pretesto: la necessità di unirsi contro la “minaccia israeliana”.

Con queste premesse, il suo intento di riaprire l’estemporaneo dibattito sull’Olocausto, più che smascherare la mancanza di equità degli organismi internazionali nel giudicare i crimini commessi dai differenti Stati o denunciare il ricorso di Tel Aviv al vittimismo quando bombarda la Palestina, avvelena una visione onesta e aperta di quella barbarie, nella quale, oltre che ebrei, furono sterminati centinaia di migliaia di comunisti, anarchici, democratici anti-fascisti, tra gli altri. Non si dice, ad esempio, che dei 25 milioni di persone che i nazisti uccisero in Unione Sovietica, solo 6 milioni erano militari. (NdT: nonostante il rapporto sia corretto le cifre in realtà sono minori)

In Ahmadinejad, ragioni politiche, economiche e militari si uniscono nell’affanno di smentire le illazioni sulle sue origini. La sua esagerata esibizione come salvatore del popolo palestinese (fumo per nascondere i crimini che commette sui cittadini del suo paese) ha persino fatto gridare una rivista ultraconservatrice come Jomhuri e Eslami, che gli ricorda che é il presidente dell’Iran, non della Palestina, e che la deve smettere di spostare l’attenzione dai problemi della popolazione iraniana.

Quando organizzò l’infame incontro sull’Olocausto riunendo dal Ku Klux Klan ai nazisti (con i quali condivide lo sterminio dei marxisti, degli omosessuali e le tecniche per farla finita con gli avversari) in Iran si domandarono che motivi ci fossero di sprecare tanti milioni per parlare di qualcosa che é successo 60 anni fa a migliaia di chilometri. L’ayatollah Abtahi si lamentò che “non é giusto che il mondo intero veda gli iraniani, un popolo di grande civiltà, seduti insieme ai fascisti” , mentre decine di politici ed intellettuali proposero di portarli ai tribunali per “attentato contro la sicurezza nazionale”, provocando Israele.

Il peggioramento delle relazioni con l’Occidente e l’isolamento in cui viene mantenuto il paese, intanto, hanno aumentato moltissimo il beneficio dovuto al traffico delle merci in mano ai militari, che controllano l’economia del paese e sono il principale appoggio di Ahmadinejad.

C’é di più. La caduta del prezzo del petrolio da 180$ al barile a 50$ circa in un anno, per un governo che basa il suo bilancio per un 70% sulla rendita del petrolio, si traduce in una crisi totale. Cerca forse di aumentare la tensione nella zona per spingere in alto il prezzo del barile? L’inflazione galoppante, la mancanza di investimenti in un Iran politicamente instabile e la disoccupazione di 12 milioni di giovani, annunciano un’esplosione sociale.

Una guerra come cortina di fumo servirebbe, in aggiunta, per schiacciare il movimento dei cittadini per i diritti civili, che avanza inarrestabile. Egli basa la sua esperienza sulla guerra con l’Iraq degli anni 80, quando furono sterminati migliaia di oppositori, poi fu montato lo scandalo dei “Versetti Satanici”, così che il mondo non vedesse le fosse comuni che nascondevano la più grande carneficina politica nella storia contemporanea del paese.

L’Iran non conosce questa retorica antiebrea. Questa terra millenaria accolse gli ebrei già quando Ciro il Grande, creatore della prima Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, li liberò dalla schiavitù dei Babilonesi e li invitò a vivere in un Iran che rispettava l’identità dei popoli che lo abitavano. Questo fatto si rispecchia in Isaia, che chiama Ciro “messia”.

Fu così che Esther si convertì nella regina ebrea dell’Iran ed é per questo che ancora sono in piedi 32 luoghi sacri di questo popolo, come la tomba del profeta Daniele.

Dei quasi 100.000 Parsims che vivevano in Iran nel 1978, circa 70.000 emigrarono, insieme ai circa 5 milioni di iraniani che abbandonarono il paese in conseguenza della repressione politica, religiosa, etnica e di genere, il maggiore esodo della popolazione in tutta la sua lunga storia.

Iran e Israele, oggi, governati entrambi dalla ultradestra religiosa, si autoalimentano per garantire la propria sopravvivenza fatta di tensione e conflitto.

Nazanin Amirian é una giornalista scrittrice persiana che vive in Spagna da 25 anni. E’ docente alla UNED e all’Università di Barcelona. Collabora con i quotidiani Publico, La Vanguardia e El Periodico. E’ autrice di molti libri che hanno come argomento la società iraniana. Il suo sito é www.nazaninamirian.es


Ahmadinejad all'ONU: come leggere le sue parole
di Sergio Romano - www.corriere.it - 5 Ottobre 2009

Lettera a Sergio Romano

Contrariamente al lettore Silvano Stoppa (Corriere, 29 settembre), lei non si dichiara d’accordo con la delegazione italiana che ha abbandonato l’aula dell’Assemblea dell’Onu a seguito delle affermazioni di Ahmadinejad contro Israele. Eppure tali affermazioni sono espressione di un evidente antisemitismo e incitamento all’odio. Ahmadinejad ha detto: «Non è più accettabile che una piccola minoranza domini la politica, l’economia e la cultura di maggior parte del mondo con le sue complicate reti, stabilisca una nuova forma di schiavitù e danneggi la reputazione di altre nazioni, persino le nazioni europee e gli Stati Uniti, per realizzare le proprie ambizioni razziste». Cosa c’è di più antisemita di questa affermazione che ricalca le teorie della cospirazione di Hitler? Lei scrive: Ahmadinejad, di fronte all’Assemblea, «non ha auspicato la distruzione di Israele e non ha negato la realtà del genocidio ebraico».

Sembra quasi che lei consideri questo un merito, in quanto Ahmadinejad non ha ripetuto queste nefandezze che ha invece pronunciato in innumerevoli occasioni. Bisogna stare attenti a lasciare intendere, come fa lei, che nel complesso le posizioni di Ahmadinejad siano accettabili e solo alcune «contestabili o grossolanamente esagerate».

Preferisco essere d’accordo con l’Italia, la Germania, la Francia, la Gran Bretagna, l’Ungheria, la Danimarca, l’Olanda, e anche gli Usa, l’Australia, il Canada, e anzi avrei preferito che l’Unione europea tutta si fosse comportata a New York come questi Paesi.


on. Enrico Pianetta, Presidente dell’Associazione parlamentare Italia-Israele ,


Caro Pianetta,

Nella traduzione dalla versione inglese la frase «antisemita» del discorso di Ahmadinejad è la seguente: «Ancora più pericoloso è che certi circoli (in inglese: parties), facendo uso del loro potere e della loro ricchezza, cerchino d’imporre un clima d’intimidazione e d’ingiustizia nel mondo e agiscano con prepotenza, mentre rappresentano se stessi, grazie alle loro enormi risorse mediatiche, come difensori della libertà, della democrazia e dei diritti umani».

È un’allusione a quegli ambienti ebraici che negli scorsi anni hanno strenuamente difeso, negli Stati Uniti e in Europa, le posizioni del governo israeliano? E’ possibile. E’ una manifestazione di antisemitismo? Se fosse tale sarebbero antisemiti anche tutti coloro che in questi anni hanno sostenuto l’esistenza di una forte lobby filo-israeliana. Sarebbe antisemita ricordare che i consiglieri neo-conservatori di Bush all’epoca della guerra irachena erano in buona parte ebrei americani.

Sarebbe antisemita ricordare che la politica del primo governo di Benjamin Netanyahu fu largamente ispirata dal rapporto di una organizzazione americana (Institute for Advanced and Strategic Political Studies), dovuto in buona parte a Richard Perle. Sarebbe antisemita il saggio di due studiosi americani, John Mearsheimer e Stephen Walt, sull’importanza dell’American Israel Public Affairs Committee (la grande lobby filo-israeliana) nella vita pubblica degli Stati Uniti.

Sarebbe antisemita sostenere, come si legge frequentemente nella stampa americana, che la politica di Obama sulla questione palestinese e sugli insediamenti ebraici nei territori occupati non può ignorare la posizione di quegli ambienti del Congresso che sono risolutamente schierati a favore di Israele. L’espressione «antisemitismo » non può essere usata come una clava per impedire legittime discussioni e legittime critiche.

Quanto alla mancanza nel discorso del leader iraniano delle solite filippiche su Israele e sul genocidio, mi sono limitato a osservare, come ho già risposto a un lettore, che queste affermazioni, all’Assemblea generale dell’Onu, non sono state fatte. L’uso di linguaggi diversi, a se­conda del contesto, può presentare un certo interesse per coloro che cercano di decifrare le reali intenzioni di un uomo e di un Paese. I recenti colloqui di Ginevra con l’Iran (a cui gli Stati Uniti hanno partecipato per la prima volta con un negoziatore) sembrano dimostrare che Washington non ha mancato di rilevare questa differenza.


Gli occidentali avrebbero fatto meglio ad ascoltare il discorso di Ahmadinejad all'ONU
di Sergio Romano - www.corriere.it - 29 Settembre 2009

Riguardo all’intervento di Ahmadinejad e Gheddafi all’Onu, un lettore scrive che certi personaggi non dovrebbero essere autorizzati a servirsi del proprio seggio per minacciare e calunniare un altro Paese o per attaccare l’Onu stessa ( Corriere , 25 settembre).
Io penso invece che per raggiungere la pace qualche volta bisogna dar voce anche al più atroce «nemico». D’altro canto il muro contro muro non ha mai risolto nessun problema. In ogni caso non dobbiamo dimenticare che per combattere certi soprusi abbiamo un’arma potentissima, che consiste nell’abbandonare la piazza quando questi prendono la parola. Come hanno fatto i delegati del nostro Paese nell’ultima riunione nel Palazzo di Vetro con il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

Silvano Stoppa


Caro Stoppa,
Ogni discussione sulle parole di Ahmadinejad all’Onu dovrebbe cominciare dal testo del discorso. L’ho letto nella versione inglese e cerco di riassumerne, molto sommariamente, i punti essenziali.

Ahmadinejad ha esordito con alcune riflessioni sul monoteismo, sul ruolo storico dei grandi profeti (Noè, Abramo, Mosè, Gesù e Maometto) per la redenzione dell’umanità, sull’importanza delle fede e della spiritualità nelle relazioni internazionali. Gli accenti ecumenici del discorso sarebbero piaciuti a Giovanni XXIII, il duro giudizio sull’agnosticismo (una forma di relativismo) dovrebbe essere piaciuto a Benedetto XVI.

Ha detto che i maggiori pericoli, per l’umanità sono le armi di distruzione di massa e il terrorismo, fra cui in particolare il terrorismo di Stato.
Ha ricordato che Saddam, durante la guerra contro l’Iran, fu armato dall’Occidente e impiegò armi chimiche.
Ha affermato che Al Qaeda nacque dal sostegno degli Usa ad alcuni gruppi della resistenza antisovietica e che l’arsenale nucleare israeliano ha beneficiato della complicità americana.
Ha duramente descritto le vessazioni subite dai palestinesi nella loro terra. Ha sostenuto che alcuni Paesi cercano d’impedire ad altri il libero accesso alle tecno­logie del progresso.
Ha rivendicato il carattere democratico dell’Iran: un Paese in cui, dopo la rivoluzione, «si è votato 27 volte».

Ha auspicato un maggiore impegno dell’Onu per il disarmo e ha chiesto all’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia atomica) di promuovere l’applicazione dell’art. IV del Trattato di non proliferazione sul libero accesso dei Paesi fir­matari alle tecnologie nucleari.
Ha ripetuto che l’Iran non vuole armi nucleari, ma che potrebbe, se vi fosse costretto dalle circostanze, riconsidera­re la sua politica.
Ha denunciato il «regime sionista di occupazione», ma non ha auspicato la distruzio­ne di Israele e non ha negato la realtà del genocidio ebraico.
Ha dichiarato di essere pronto e negoziare.

Alcune delle affermazioni di Ahmadinejad sono contestabili o grossolanamente esagerate. Ma altre sono vere (la benevolenza degli Usa per l’Iraq durante le guerra contro l’Iran) o, come quelle sui palestinesi, riflettono i sentimenti e le convinzioni della grande maggioranza del mon­o musulmano. Le otto delegazioni che hanno abbandonato la sala (tra cui Francia, Germania, Gran Bretagna, Ita­ia, Paesi Bassi, Stati Uniti) avrebbero fatto meglio ad ascoltarlo fino in fondo. Certe forme di diplomazia spettaco­lo (come l’interminabile discorso di Gheddafi all’Onu) sono infantili, demagogiche e, in ultima analisi, inutili.



La patologia del male: il discorso di Netanyahu all'ONU
di Gilad Atzmon - www.informationclearinghouse.info - 29 Settembre 2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Marcus

Il discorso del primo ministro israeliano Netanyahu alle Nazioni Unite è uno spaccato della mentalità, della psiche e della logica israeliane. Nel suo intervento Netanyahu, un oratore prolifico e carismatico, dà libero sfogo alle sue tendenze genocide, mette in luce la supremazia israeliana e al tempo stesso, però, ci permette di individuare alcuni punti deboli nel cuore dell’ideologia nazionale ebraica. Dalla lettura di questo discorso emerge con estrema chiarezza che la retorica sionista della Shoa e quella della terra promessa sono vicine al punto di rottura. Sembra quasi che lo “screditato” presidente iraniano Ahmadinejad sia riuscito, alla fine, a spuntarla.

Non immischiatevi nella nostra Shoa

Gli Israeliani amano la loro Shoa, perché la Shoa è senza dubbio il loro prodotto propagandistico, la loro Hasbara, di maggior successo. In qualche modo permette loro di commettere omicidi di massa e di farlo in modo indiscriminato.

“Sono stato in una villa in un sobborgo di Berlino, chiamato Wannsee” ha detto Netanyahu “dove, il 20 gennaio 1942, dopo un ricco pranzo, alti ufficiali nazisti si incontrarono per decidere come sterminare il popolo ebraico”.

Caro primo ministro, se è sinceramente interessato ai “piani di sterminio” non c’è bisogno che vada fino a Wannsee-Berlino. Tutto ciò che deve fare è visitare i suoi quartier generali dell’IDF a Tel Aviv. I suoi comandanti in capo le faranno vedere la “soluzione” dell’IDF per i Palestinesi. Alla fine, è il suo esercito che circonda i Palestinesi con filo spinato, è lei che tiene sotto assedio popolazioni civili a corto di cibo e medicine. Sono le sue forze armate che hanno lanciato armi di distruzioni di massa nei quartieri più densamente popolati di questo pianeta. Mentre il significato reale della Endlösung, la Soluzione Finale Nazista, è oggetto di discussione tra gli storici che ancora non concordano su di esso, la realtà vera della soluzione assassina israeliana è stata vista da noi tutti.

Comunque, è quasi divertente vedere il primo ministro Netanyahu affrettarsi a difendere la retorica sionista dell’olocausto. Guardarlo presentare di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite il protocollo della conferenza di Wannsee dà la chiara impressione che il premier israeliano ritenga necessario dare una forte iniezione di credibilità alla Shoa. Per la prima volta, la Shoa è sulla difensiva.

“Ecco qua una copia dei piani per Auschwitz-Birkenau, dove un milione di Ebrei furono uccisi. Anche questa è una bugia?” chiede Netanyahu.

Caro signor primo ministro, posso dirle che non ad un solo umanista importa il numero esatto – se furono un milione o quattro milioni gli Ebrei che morirono ad Auschwitz, nessuno dubita che il campo di concentramento fosse un luogo mostruoso. E però, bisognerà rispondere una volta per tutte a due quesiti: come mai gli Ebrei, che soffrirono così tanto durante la guerra, riuscirono a farsi coinvolgere in un colossale crimine razzista come la Nakba, appena tre anni dalla liberazione di Auschwitz (1948)? Come è possibile che la leadership israeliana, che è così sensibile alla sofferenza ebraica, riesca a negare di infliggere quella stessa sofferenza a milioni di Palestinesi?

Supremazia e oltre

In quanto movimento nazionale, il Sionismo manca di rispetto agli altri movimenti nazionalpopolari. Sembra che Netanyahu non riesca a rispettare il popolo iraniano e il loro regime. “Dovunque possono, essi impongono un regime sociale retrogrado dove le donne, le minoranze, i gay o chiunque non sia ritenuto un vero credente viene brutalmente sottomesso”. Netanyahu dovrebbe sapere che la legge giudaica non è molto differente da quella islamica in queste materie.

Dovrebbe anche ricordarsi che è nel suo Paese che, appena un mese fa, degli omosessuali sono stati uccisi in una strada. Fa quasi sorridere che Netanyahu scelga di parlare dell’Iran come di un luogo di barbarie medievale per il suo trattamento delle minoranze. Per quel che riguarda le minoranze, lo stato ebraico è in effetti il posto più oscurantista di questo pianeta. Nella terra promessa di Netanyahu, metà dei cittadini non può partecipare al libero gioco democratico semplicemente per il fatto di non essere Ebrei.

A sentire Netanyahu, Israele è la personificazione della modernità occidentale.

“Noi occidentali duplicheremo il codice genetico. Noi cureremo ciò che è ora incurabile. Noi allungheremo le nostre vite. Noi troveremo un’alternativa economica ai combustibili fossili e ripuliremo il pianeta. Sono orgoglioso del fatto che il mio Paese, Israele, sia all’avanguardia di queste sfide”. Io devo ammettere di non essere del tutto sopraffatto dall’orgoglio per le conquiste scientifiche o tecnologiche di Israele. Né ho mai scorto alcuna traccia di tentativi israeliani di salvare l’umanità o addirittura il pianeta.

A dire il vero, quello che vedo è piuttosto il contrario. Ad ogni modo, se Netanyahu è per il progresso scientifico, dovrebbe essere il primo a sostenere il progetto nucleare iraniano. Come tutti sappiamo, non sembra che questo sia il caso. Per una qualche ragione, egli sembra ritenere che, almeno nell’area mediorientale, energia ed armi atomiche debbano rimanere una proprietà esclusiva degli Ebrei.

Netanyahu sostiene che “se il fanatismo più primitivo può acquistare le armi più distruttive, la storia può andare all’indietro di molti anni”. Netanyahu può aver ragione ma qualcuno dovrebbe fargli capire che quello che dice si applica ad Israele più che ad ogni altro Paese, stato o società. Allo stato attuale è lo Stato Ebraico che è stato visto lanciare armi di distruzione di massa sulla sua popolazione civile e assediata.

È lo Stato Ebraico che ci sta trascinando tutti quanti in un primitivo fanatismo biblico dell’”occhio per occhio”. Come se questo non bastasse, sono state anche America e Gran Bretagna che hanno lanciato guerre illegali orchestrate e finanziate da circoli Neocon a guida sionista. Questa guerra è costata oltre un milioni di vite umane ad oggi.

Tuttavia, per una volta sono d’accordo con Netanyahu : “La più grande minaccia che abbiamo davanti oggi è il sodalizio tra fanatismo religioso e armi di distruzioni di massa”.

Non si sarebbe potuto descrivere meglio il pericolo posto dallo stato ebraico e dal Sionismo. Israele è infatti un sodalizio mortale tra il sommario barbarismo genocida dell’Antico Testamento, il fanatismo sionista e un vasto arsenale di armi di distruzione di massa, chimiche, biologiche e nucleari, che sono state già in parte messe alla prova.

Sabbath Goyim

Come altri agenti sionisti in giro per il mondo, Netanyahu è convinto che i non-Ebrei, i Goyim dovrebbero combattere le guerre ebraiche. “Sopra ogni cosa, la comunità internazionale saprà fermare il regime terrorista iraniano, impedirgli di sviluppare armi nucleari e quindi di mettere a rischio la pace del mondo intero?”. Vorrei dire che qui il primo ministro Netanyahu si sbaglia proprio.

Se le Nazioni Unite sono interessate a diffondere la pace nella regione e nel mondo, è di primaria importanza aiutare l’Iran a sviluppare il suo programma nucleare e anche la sua capacità militare nucleare. Sembrerebbe questa l’unica cosa che possa fermare il letale entusiasmo espansionista dell’Impero Anglofono, quello che abbiamo visto all’opera in Iraq, Pakistan e Afghanistan. Certamente ne fermerà i sintomi sionisti, celebrati alle spese dei vicini di Israele.

Dopo esser riuscito a trasformare gli eserciti americani e britannici in sottomesse forze di spedizione israeliane, Netanyahu sembra aspettarsi che l’Onu segua quell’esempio e svolga lo stesso medesimo compito. “Hamas” ha detto “ha lanciato migliaia di missili, colpi di mortaio e di razzo da Gaza alle vicine città israeliane. Anno dopo anno, mentre questi missili venivano scagliati deliberatamente contro i nostri civili, non una sola risoluzione dell’Onu è stata approvata per condannare quegli attacchi criminali”.

Immagino che qualcuno dovrebbe ricordare al primo ministro che la disputa tra Hamas e Israele non è esattamente una questione internazionale, dal momento che la Palestina non è uno stato sovrano e che Gaza altro non è che un campo di concentramento gestito dagli Israeliani. In altre parole, la soluzione pratica di questa vicenda è semplice. L’Onu dovrebbe fare i conti con i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi da Israele, la sua leadership e il suo esercito. Non è compito delle Nazioni Unite mozioni di condanna della parte oppressa.

Fantasie di massacri

Non ci vuole molto prima che Netanyahu indichi i suoi mentori ideologici e il nucleo della sua ispirazione letale: “Quando i Nazisti bombardarono le città britanniche durante la Seconda Guerra Mondiale... Gli alleati risposero radendo al suolo le città tedesche, causando centinaia di migliaia di vittime… In base a questi standard deviati, il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite avrebbe dovuto trascinare Roosvelt e Churchill alla sbarra. Una perversione della verità. Una perversione della giustizia. Delegati delle Nazioni Unite, accetterete questa farsa?”

Netanyahu ha quasi ragione, nella sua rievocazione della seconda guerra mondiale, egli ammette sicuramente che Israele segua le tattiche di assassinio di massa di Roosvelt e Churchill. Ma si dimentica di dire che, se fosse una questione di etica e di Giustizia (e non della solita lurida politica), Roosvelt e Churchill sarebbero stati accusati di crimini di guerra su ampia scala.

In modo piuttosto scioccante, Netanyahu cade nella più ovvia trappola legale, equiparando l’attività israeliana con atti di bombardamento a tappeto su vasta scala. Per coloro che non riescono a cogliere il quadro, questa è una luce rossa di pericolo che lampeggia molto rapidamente. Nella percezione di Netanyahu bombardare con armi nucleari interi Paesi e radere al suolo città è un atto giustificabile. A dire il vero queste affermazioni sono sufficienti a rendere chiaro ad ogni essere umano ragionevole che Israele è un’entità genocida capace di portare la nostra civiltà alla devastazione finale.

Questo è il segnale che bisogna svegliarsi, non solo per i Palestinesi e gli Iraniani, ma in realtà per tutti noi.

Bibi* il pacificatore

Ora come ora, il primo ministro israeliano è pronto a fare il suo mantra di pace giudeocentrico: “Signore e signori, tutta Israele vuole la pace”. Però, le statistiche ci hanno detto recentemente che il 94% degli Ebrei israeliani ha anche approvato il bombardamento a tappeto dei vicini di casa. È impossibile non vedere una chiara discrepanza tra le affermazioni di “amore per la pace” e la realtà assassina.

“Chiediamo ai Palestinesi di fare finalmente quello che hanno rifiutato di fare per 62 anni: dire di sì allo Stato Ebraico”. Ancora una volta, mi capita di essere d’accordo con il premier Netanyahu. I Palestinesi dovrebbero dire SI ad uno Stato ebraico, ma non in Palestina o nel Medio Oriente. Se Obama, Brown, Merkel o qualsiasi altro leader mondiale male informato ancora ritiene necessaria o valida l’opzione di un “focolare nazionale ebraico” connotato in termini razziali, ebbene si faccia avanti per dare spazio a questo progetto entro i suoi confini. I Palestinesi dovrebbero dire NO ad uno stato ebraico in Terrasanta o nella regione. I Palestinesi non dovrebbero mai dare l’assenso ad uno Stato ebraico sul loro territorio. Invero, l’Onu dovrebbe seguire questa linea e fare ogni sforzo per smantellare questo maledetto regime di apartheid.

Khazari uniti

In una certa misura, il discorso di Netanyahu all’Onu esprime alcune profonde preoccupazioni che gli Ebrei tendono a tenere per sé. In fin dei conti, gli Israeliani e gli Israeliani Ashkenaziti in particolare sanno molto bene che la Palestina non è la terra dei loro avi. Se gli Ebrei israeliani ashkenaziti, tra i quali si conta anche Netanyahu, vogliono davvero trovare le loro radici, il luogo da cui iniziare è la Khazaria. Ma Netanyahu cerca di disinnescare questi fatti storici: “Il popolo ebraico non è un conquistatore straniero della Terra di Israele. Questa è la terra dei nostri antenati. Noi non siamo estranei a questa terra. Essa è la nostra patria”, dice Netanyahu con convinzione totale.

Signor primo ministro, lo dirò chiaro e tondo. Lei non solo è estraneo a quella terra, ma anche a quasi ogni possibile comprensione della nozione di umanità. A dire il vero, il Muro di Separazione che sarà lasciato intatto dopo l’inevitabile scomparsa della sua “Democrazia-per-soli-Ebrei” servirà per generazioni come uno straordinario monumento storico all’identità nazionale ebraica avulsa all’etica, all’universalismo e alla fratellanza umana. Il crimine contro l’umanità commesso dallo Stato ebraico nel nome della gente ebraica non scomparirà dai libri di storia in breve tempo. Al contrario, resterà come un altro capitolo mitologico di questa saga infinita fatta di suprematismo compulsivo e patologico autocompiacimento.

“Dobbiamo avere sicurezza” dice il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla fine del suo discorso. E io lo devo contraddire. Israele non sarà mai sicuro. È nato nel peccato, e oggi va oltre ogni nozione di etica o di esistenza umana. Lo Stato ebraico ha passato il punto di non ritorno ed è destinato a scomparire. Possiamo sperare soltanto che una volta che ciò accadrà, il processo di assimilazione e integrazione degli Ebrei all’interno dell’umanità prenderà nuovamente il largo. In fin dei conti, il nazionalismo ebraico di sinistra, destra e centro è servito a tenere segregati gli Ebrei. La storia del XX secolo ci insegna che questa tendenza a segregarsi è negativa per l’umanità ed è devastante per gli Ebrei.

* Il soprannome di Netanyahu è Bibi.

Gilad Atzmon è nato in Israele e ha servito nelle forze armate israeliane. È autore di due romanzi: “A guide to perplexed” e il recente “My one and only love”. Atzmon è anche uno dei più acclamati sassofonisti jazz in Europa. Il suo recente album, Exile, è stato nominato il miglior album di jazz dell’anno dalla BBC. Vive attualmente a Londra e può essere contattato all'indirizzo atz@onetel.net.uk


E' l'ora del "Bomb, bomb, bomb Iran"
di Pepe Escobar - www.atimes.com - 1 Ottobre 2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Concetta Di Lorenzo

Gli Stati Uniti e la folla occidentale del "bombarda, bombarda, bombarda l’Iran" - isterismo portato al culmine prima dei colloqui sul nucleare multilaterale di giovedì a Ginevra - potrebbero fare di peggio che avere un incontro con il Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

Lula effettivamente ha parlato con il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad faccia a faccia per più di un'ora ai margini dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la scorsa settimana. Egli ha invitato Ahmadinejad in Brasile nel mese di novembre. A proposito dell’incontro, è andato dritto al punto, "Cosa voglio per l'Iran è ciò che ho sempre voluto per il Brasile - un pacifico programma nucleare civile."

Lula è un'isola di buon senso in un oceano di isterismo. Il presidente francese Nicolas Sarkozy pubblicamente ha dato una scadenza a dicembre perché l’Iran non commetta un “tragico errore ", come provocare Armageddon. Il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha ribadito che il G8 dava all'Iran solo tre mesi ancora.

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama – che ha tre guerre in corso (Iraq e AfPak combo) - ha chiesto che l'Iran (che non è in guerra con nessuno) dimostri "le sue intenzioni pacifiche o renda conto alle norme internazionali e alle leggi internazionali".

Il Primo Ministro israeliano Benjamin "Bibi" Netanyahu ha annunciato alle Nazioni Unite, "la minaccia più grave di fronte al mondo di oggi è il matrimonio tra il fondamentalismo religioso e le armi di distruzione di massa". Inaccessibile all’ironia, Netanyahu ha ovviamente dimenticato che l'Iran - come l'Iraq nel 2003 - non ha armi di distruzione di massa (WMD) secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (AIEA). Israele non solo ha armi di distruzione di massa (WMD), ma si rifiuta anche di firmare la non proliferazione nucleare (TNP) o di consentire che le sue armi vengano ispezionate, come il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan si è affrettato a chiarire. Per quanto riguarda il fondamentalismo religioso, il sionismo è più che simile allo sciitismo dell'Iran.

Come se ciò non fosse abbastanza isterismo, indiscrezioni in Gran Bretagna hanno rivelato che il capo del M-I6, Sir John Scarlett, e il capo del Mossad, Meir Dagan, possono aver stabilito che l'Arabia Saudita è pronta a permettere che Israele bombardi l'Iran. La Casa di Saud è rimasta muta. Ma non il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Iraniana [IRGC- Iranian Revolutionary Guards Corps, ndt] - che di fatto controllano il programma missilistico dell'Iran. Essi hanno testato con successo gli Shahab-3 a lungo raggio e i missili Sajjil a combustibile solido, con una portata massima di 2.000 chilometri. Quindi, ancora più isterismo.

Il Generale Hoseyn Salami, comandante della forza aerea della CGR, ha detto alla rete televisiva IRINN che l'Iran aveva una politica decisa a “non colpire per primi" in termini di una guerra missilistica con Israele, e difendeva i tests come legati all’ avvicinarsi dell’anniversario dell'attacco iracheno del 1980 all'Iran - l'inizio di una terribile guerra di otto anni che uccise almeno 250.000 iraniani. (Gli Stati Uniti, tra l'altro, appoggiavano in quella guerra un personaggio che in seguito personificò il "nuovo Hitler": Saddam Hussein.)

Ora confrontate tutto questo alla reazione occidentale per quello che sta accadendo questo giovedì a Pechino, durante la parata della Festa Nazionale Cinese, per il 60° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese; uno schieramento di due tipi di missili convenzionali terra-terra, un nuovo missile da crociera d’attacco terrestre, missili terra-terra intermedi e a lunga gittata in grado di trasportare testate nucleari e missili nucleari intercontinentali saranno tutti esibiti in una passerella d’asfalto. Non una sbirciata dall’occidente. E' come se tutto questo facesse parte della Settimana della Moda di Pechino.

Un segreto non-segreto.

L’isterismo totale raggiunge toni ridicoli quando si tratta di campagna di disinformazione sull’ormai iconico programma iraniano della centrale d’arricchimento dell’uranio, costruita ai piedi di una montagna all'interno di un sotterraneo ultra-protetto, controllato dall’IRGC, a circa 30 chilometri a nordest della città santa di Qom. La centrale è stata costruita con cemento pesantemente armato ed ha le dimensioni di un campo di calcio, sufficiente a contenere 3.000 centrifughe per la raffinazione dell'uranio.

Il sito è stato debitamente segnalato da parte di Teheran in una lettera all'AIEA; secondo le regole questo viene fatto sei mesi prima che il sito diventi operativo. Il Vice Presidente iraniano Ali Akbar Salehi, che è anche capo del programma nucleare iraniano, ha sottolineato non c'è mai stato niente di “segreto" sulla centrale, e ha giustificato la sua costruzione a causa di "minacce" contro l'Iran.

Ahmadinejad - un ingegnere - per parte sua ha sottolineato che la centrale sarà operativa solo tra 18 mesi. E sarà aperta alle ispezioni dell'AIEA, secondo un calendario già in discussione. Questa è la linea di fondo: se la ispeziona l’AIEA, non c'è modo che la centrale potrà sfornare armi nucleari.

Dal punto di vista di Teheran, tutto questo ha un senso; una centrale protetta dall’ IRGC vicina a Qom è un dato di fatto dopo che George W. Bush e Israele hanno ripetutamente minacciato di bombardare l'Iran. La posizione è tutto; immaginate Israele che bombarda i sobborghi di Qom. È come se il Pentagono bombardasse il Vaticano.

Per quanto riguarda Washington, potrebbe essere venuta a conoscenza di questa centrale "segreta" durante l’amministrazione di George W Bush – come quei soliti "alti funzionari" hanno confermato alle aziende mediatiche americane. Ma questo solleva la domanda: perché Israele e gli Stati Uniti non la rivelarono quando era "segreta", ossia, non ancora segnalata all'AIEA?

Comunque, ciò che rimane escluso dal ciclo di notizie saturo di isterismo è che la nuova centrale non-così segreta non arricchirà l'uranio oltre il 5% - il livello richiesto in un programma civile di energia. Le armi nucleari richiedono un arricchimento del 90%. La centrale non produrrà esafluoruro di uranio, o UF6, che viene utilizzato per l'arricchimento. Ancora una volta, la questione è tutta qui. La centrale di Qom non cambia niente in termini di programma nucleare iraniano così come riconosciuto dall’AIEA.

Dialoga prima, bombarda dopo.

E questo ci riporta a Lula. Il Brasile, proprio come l'Iran, è firmatario del TNP. Proprio come l'Iran, sta arricchendo l'uranio. Proprio come l'Iran, non consente invasive ispezioni dell'AIEA in merito. E proprio come l'Iran, ha in passato mantenuto "segreti" alcuni aspetti della sua tecnologia nucleare.

Il Brasile arricchisce l'uranio a meno del 5%, come parte della sua industria nucleare da un miliardo di dollari, che investirà in sette nuove centrali atomiche per diversificare il consumo del paese basato sul petrolio e sull’energia idroelettrica. Il Brasile pensa di cominciare a esportare uranio arricchito prima del 2014. Le centrifughe brasiliane potrebbero essere utilizzate per produrre uranio altamente arricchito. Ma questa è una questione di volontà politica. La Costituzione brasiliana effettivamente proibisce la costruzione di armi nucleari.

In Iran la situazione è in realtà simile. Sia il fondatore della Repubblica Islamica, l'ayatollah Ruhollah Khomeini, che attuale leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, hanno detto molto chiaramente che le armi nucleari sono contro l'Islam.

Ovviamente, il Dipartimento di Stato americano respingerà sempre qualsiasi confronto tra Teheran e Brasilia. Dopo tutto, il Brasile è una democrazia di stile occidentale e l'Iran è oggi, dopo le ultime elezioni presidenziali, una dittatura militare del mullahtariato. Il Brasile può essere una potenza naturale in Sud America, ma non è una minaccia per nessuno, mentre l'Iran, una potenza regionale, minaccia l’egemonia nucleare "segreta" di Israele in Medio Oriente. Ma in entrambi i casi dell'Iran e del Brasile, il cuore della questione è la stessa: eseguire un programma nucleare di successo è, soprattutto, una questione di orgoglio nazionale.

Le sanzioni non possono funzionare. E ancora una volta l'attuale isterismo mostra vistosamente come, quando si parla di Iran, ci siano due pesi e due misure.

Washington è stata costretta ad ammettere che le sanzioni non hanno funzionato con la dittatura in Myanmar. Ora Washington vuole dialogare. Le sanzioni non funzioneranno neppure contro l'Iran. È ridicolo, per esempio, immaginare l'Iraq che si unisce ad un embargo occidentale di benzina imposto contro l'Iran. Inoltre, i persiani sono troppo orgogliosi e troppo carichi di storia per soccombere alle minacce.

Israele, i vari governi fantoccio arabi sunniti e i dittatori, il patetico diritto americano e il diritto europeo, tutti questi temono l’impatto regionale dell'Iran e vogliono abbattere il regime. Il dossier nucleare non potrebbe essere una storia di copertura più conveniente per un cambiamento di regime.

Per quanto la dittatura militare del mullahtariato possa essere sgradevole per il mondo e per tanti cittadini iraniani, il fine non giustifica i mezzi. E il mezzo non porterà al fine desiderato, poiché un attacco contro l'Iran farà in modo che l’intera popolazione si raduni dietro al regime. Qualcosa è profondamente marcio nel cosiddetto regno della "comunità internazionale" - meno la Russia e la Cina, a proposito - quando esso permette che la politica globale sia determinata da qualcuno come Netanyahu.

Obama e Lula si incontreranno questo Venerdì a Copenaghen per vedere se Chicago o Rio vincerà la gara per ospitare i Giochi Olimpici 2016. La chimica tra di loro è eccellente. Obama potrebbe fare di peggio che fare domande a Lula sul suo faccia a faccia con Ahmadinejad.

Ma così come stanno le cose, sembra più che la "comunità internazionale" sia guidata in una gara olimpica per bombardare l'Iran.

Pepe Escobar è l'autore di "Globalistan: Come il mondo globalizzato si dissolve in Guerra Liquida" (Nimble Books, 2007) e "Red Zone Blues: un'istantanea di Baghdad durante l'embargo". Il suo nuovo libro, appena uscito, è "Obama does Globalistan" (Nimble Books, 2009).