venerdì 17 dicembre 2010

Crisi sistemica: un'altra accellerata verso il baratro

Oggi Moody's ha tagliato il rating dell'Irlanda da Aa2 a Baa1, 5 livelli in meno in una volta sola e ormai ne mancano solo tre ai titoli di Stato irlandesi prima di diventare "junk bonds", titoli spazzatura.

Ma poichè la crisi è sistemica e nessuna soluzione "rivoluzionaria" è stata messa in campo, per gli speculatori è arrivata l'ora di fare profitti anche dalla spazzatura.

Un'ulteriore accellerata verso il baratro...


Crisi sistemica: l'ora della verità si avvicina
di Gilles Bonafi* - www.mondialisation.ca - 6 Dicembre 2010
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Daniela Abbruzzese

L’8 novembre 2010 ha avuto luogo un evento d’importanza capitale, che è stato trattato in due righe dalla maggior parte dei quotidiani più importanti. Ovvero, lunedì 8 novembre Ambac Financial, l’assicuratore delle obbligazioni americano, si è posto sotto la tutela del paragrafo 11 della legge sui fallimenti degli Stati Uniti.

La dichiarazione di fallimento del gruppo di fronte alla U.S. Bankruptcy Court di Manhattan è il segno precursore di una prossima catastrofe economica senza precedenti, poiché Ambac è un valorizzatore di crediti (monoline in inglese) che si trova proprio nel cuore del processo di cartolarizzazione basato su una logica assicurativa. Di fatto, tramite questa scappatoia, i debiti vengono trasformati in titoli finanziari, una enorme piramide di Ponzi!

Gli assicuratori, inoltre, forniscono la propria garanzia per il pagamento in caso di default o di fallimento dell’emittente di questi titoli. È dunque il nostro intero sistema finanziario che sta crollando sotto i nostri occhi, e la posta in gioco è così colossale che nessuno stato potrà accollarsi queste perdite, di cui dovrà farsi carico piuttosto una struttura sopranazionale (FMI, BCE).

Per esempio, Ambac garantirebbe per 700 miliardi di dollari dei suddetti strumenti di debito (CDS), che vanno paragonati ai 400 miliardi di dollari (secondo gli analisi di IFR, International Financing Review, un servizio di Thomson Reuters) di Lehman Brothers, il cui fallimento, il15 settembre 2008, ha dato il colpo d’avvio alla crisi attuale.

I prodotti derivati


Bisogna sapere che la parte essenziale di quei prodotti finanziari chiamati prodotti derivati è costituita da CDS (Credit Default Swaps). Ad esempio, il 97,14% dei derivati dei crediti statunitensi sono CDS, come indicato a pagina 8/35 del rapporto OCC1 (Office of the Comptroller of the Currency, l’autorità governativa statunitense che tutela le banche), pubblicato il 27 settembre 2010. I prodotti derivati ammontano ad una somma di 223.376 miliardi di dollari negli U.S.A., ovvero 3,7 volte il PIL mondiale!

I CDS sono contratti di assicurazione immessi sul mercato e soprattutto fuori bilancio, ovvero essi non appaiono nei libri contabili di una società, insomma, degli attivi fantasma.

Di fatto, mettendo questi prodotti fuori bilancio, gli organismi finanziari evitano di costituire delle riserve, garantendo dei prodotti assicurativi. La parte fondamentale di questi prodotti derivati è addossata a dei debiti e soprattutto all’assicurazione per il mancato rimborso di questi ultimi, ed è qui che si pone il problema, perché, in caso di fallimento di uno degli elementi coinvolti, tutti questi prodotti devono apparire sui conti degli istituti finanziari.

Inoltre, la maggior parte di questi CDS sono addossati a dei crediti immobiliari (privati e commerciali), e sappiamo che negli USA vengono attuati ogni giorno 12.966 procedimenti di sequestro immobiliare2 , un crollo, questo, senza precedenti.

Anche il settore immobiliare sta attraversando una crisi senza precedenti. Potete così capire meglio la mia ossessione nell’analizzare la situazione del mercato immobiliare negli USA. È in vista un crac gigantesco. Gli stress-tests non hanno tenuto conto di questo, perché questi prodotti sono fuori bilancio, con una posta in gioco che va oltre ogni immaginazione.

Si cerca così di rendere complicata la comprensione dei CDS, quando essi, riassumendo, non sono che dei debiti trasformati in prodotti finanziari e, infine, in soldi, un vero gioco di prestigio.

Il dibattito fra gli economisti sulla definizione del denaro ha recentemente trovato una definizione sconvolgente: esso non sarebbe che un’informazione, e le vecchie teorie sulle relazioni lavoro/capitale sono morte e sepolte.

I protagonisti di questa crisi sono, d’altra parte, dei grandi pedagoghi, seguendo così l’esempio di Alan Greenspan, ex presidente della FED, che, sull’edizione di “Le Monde” del 9 luglio 1998, dichiarava: “Se qualcuno ha capito qualcosa di quello che ho appena detto, significa che mi sono espresso male”.

I prodotti derivati (delle metastasi) sono quindi al cuore del problema finanziario attuale e, tuttavia, il loro ammontare a livello mondiale non smette di diminuire, passando dai 690.000 miliardi di dollari, all’inizio del 2008, ai 444.000 nel quarto trimestre del 2009, secondo la BRI 3 (Banca delle Relazioni Internazionali).

Nonostante questo, è bene notare come il 30 giugno 2008 l’OCC dichiarasse che gli USA possedevano 182.100 miliardi di dollari di prodotti derivati (vedi tabella del rapporto dell’OCC1, pagina 11/35), poi 200.000 miliardi ad inizio 2010; questi ammontano ormai a 223.376 miliardi di dollari, ovvero 3,7 volte il PIL mondiale, di cui 211.850 miliardi in possesso di quattro banche: JP Morgan Chase, Bank of America, Citibank e Goldman Sachs.

Si è avuta dunque una crescita progressiva di 20.000 miliardi di dollari di prodotti derivati ogni sei mesi, tutti concentrati nelle mani di quattro protagonisti dell’economia, una gigantesca corsa in avanti di una finanza senza controllo.

Per la cronaca, JP Morgan detiene da sola 75.253 miliardi di dollari di prodotti derivati, vale a dire più di 1,2 volte il PIL mondiale!!! (Vedi tabella a pagina 27/35 del rapporto dell’OCC1).

Le conseguenze di questo sperpero finanziario sono colossali, ed il peggio deve ancora venire. D’altra parte, il PIL mondiale è diminuito nel 2009 del 2,2%, come dichiara l’osservatorio dell’ONU4.

I ricercatori Jed Friedman e Norbert Schady hanno altresì dimostrato che da 30.000 a 50.000 bambini sarebbero morti di malnutrizione per conseguenza diretta della crisi economica. Quest’ultima ha provocato, ad ogni modo, un boom di estrema povertà, coinvolgendo 64 milioni di persone in più.

Le pensioni, come il sistema sociale, scompariranno anch’essi in questo buco nero finanziario.

La crisi sistemica attuale non è che la messa in evidenza del fallimento strutturale del capitalismo: la concentrazione di capitali nelle mani di pochi agenti (la legge di Pareto).

Non mi stancherò mai di ripetere che questo sistema, che funziona su un lavoro basato sul consumo a partire dei debiti, e sull’appropriazione, da parte di qualcun altro, della stragrande maggioranza degli interessi, impone, nel corso degli anni, un allargamento della base dei crediti. E, una volta che si inizia a prestare a persone che non sono in grado di rimborsare (i poveri), il sistema crolla su se stesso.

Le perdite finanziarie a venire saranno colossali, e simili alla botte delle Danaidi, condannate a riempire negli Inferi, appunto, una botte senza fondo: tali perdite finiranno per rovinare gli stati, visto che tutti gli organismi finanziari del pianeta sono correlati, ed il famoso effetto domino entrerà in azione.

Il debito dell’Irlanda (che illustra al meglio la situazione) passerà dal 28 al 93% dal 2007 al 2011, secondo l’FMI, quello della Spagna dal 42 al 74% nello stesso periodo, si assiste così ad una Discesa agli Inferi degli Stati-Nazione 5. Così, i 90 miliardi di aiuti all’Irlanda, ben presto inghiottiti dalla sua finanza, non saranno niente in confronto con i prossimi 500 miliardi per la Spagna6.

Il Fondo europeo per la stabilità finanziaria (FESF), prima tappa di un futuro FME (Fondo monetario europeo) operativo a partire dal 4 agosto 2010, ed attualmente dotato di 750 miliardi di euro, vedrà sicuramente raddoppiare il proprio capitale per salvare la Spagna (dal quotidiano tedesco “Die Welt”), come prevede Axel Weber, uno dei membri del direttorio della Banca Centrale Europea (BCE).

Negli USA vengono prodotti dalla FED ogni mese 110 miliardi di dollari7, soldi che non alimentano l’economia e che, non appena prodotti, sono già spariti nella famosa botte delle Danaidi della finanza. Il problema è di fatto mondiale. Certo, si troverà una soluzione, magari una soluzione sopranazionale con un FMI, una BCE (o FESF), che diverranno i prestatori in ultimo grado di questo sistema economico, basato sul consumo a partire dai debiti.

Il dollaro sarà quindi sostituito, arriverà la moneta mondiale: il DSP.

La soluzione: una moneta mondiale

I diritti speciali di prelievo (SDR in inglese, per Special Drawing Rights) sono un insieme di valute che comprende il dollaro, la sterlina, lo yen e l’euro.

Il G20, che deve ridisegnare il sistema monetario in vista del fallimento degli stati, dovrà quindi modificare il funzionamento di questa moneta, destinata a sostituire il dollaro negli scambi mondiali e, soprattutto, a permettere al sistema di sopravvivere (prestatori in ultimo grado).

Una prima riforma consisterebbe nell’includere altre monete per poi equipararle ad un paniere di materie prime (forse con l’oro?); magari sarebbe l’unica soluzione plausibile contro il crollo attuale del dollaro.

I DSP diverrebbero dunque facilmente convertibili in valute nazionali e resisterebbero all’inflazione, sarebbero insomma il Graal dei monetaristi. Il famoso “Bancor” starebbe insomma nascendo, il solo interrogativo concerne la questione del controllo democratico di una tale valuta.

Zhou Xiaochuan, il governatore della Banca Centrale Cinese, lo aveva già annunciato nel marzo 2009. Il Fondo Monetario Internazionale ha moltiplicato per venti il proprio capitale basato sui DSP, passando da 21,4 miliardi a 204 miliardi (300 miliardi di dollari circa), nel settembre 2009, raddoppiando poi il proprio capitale il 5 novembre 20108.

C’è da scommettere decisamente che quest’ultimo raddoppierà ancora ed ancora, poiché per risolvere la crisi del debito servono dei nuovi debiti, un sistema alla Ponzi.

La vera questione è dunque solo sapere se il governo mondiale, nelle mani dell’alta finanza, sarà di tipo democratico o oligarchico.

Economia di guerra negli USA

Ridisegnare il sistema monetario mondiale significherà anche sostituire il dollaro negli scambi globali con i DSP. Nonostante questo, la caduta degli USA, l’Impero romano contemporaneo, ci espone a dei gravi pericoli. In effetti, gli USA si trovano da ormai molto tempo in un’economia di guerra.

Le delocalizzazioni hanno di fatto provocato un ribasso degli effettivi industriali fra la popolazione attiva americana, passati dal 32,6% del 1974 al 18% circa odierno. La finanza statunitense non ha fatto che mascherare questo tracollo. Su di un PIL di 14.600 miliardi di dollari, l’industria statunitense non rappresenta più di 2993 miliardi, di cui la maggior parte dipende dall’industria degli armamenti.

D’altra parte, Barack Obama ha presentato per l’anno fiscale 2011 un budget per la difesa di 768 miliardi di dollari, da confrontare con i 512 miliardi del 20099. Un incremento del 50%!!!

Il 30% degli armamenti al mondo viene venduto dagli USA, ciò rappresenta 75 miliardi di dollari, una cifra in costante aumento, alla quale bisogna aggiungere i 768 miliardi di dollari del budget 2011.

Si capisce così che la maggior parte degli investimenti industriali negli USA dipende direttamente dall’industria degli armamenti, che rappresenta ormai il 30% dell’industria, il solo settore che non conosce crisi e che rischia di gettarci nel caos. Gli avvenimenti in Corea, così come le tensioni in Iran e in Venezuela, devono essere analizzati tenendo conto della situazione economica catastrofica degli USA.

Tuttavia, il problema posto dal crac senza precedenti che attraversiamo oggi è una crisi di civiltà, che va oltre la sfera dell’economia. La crisi sistemica rimette in questione il funzionamento “democratico” del mondo occidentale. Il lavoro (a partire dai debito!), il nostro principale legame sociale, è allo stesso modo in corso di distruzione.

Friedrich Wilhelm Nietzsche, nel suo libro visionario “Al di là del bene e del male” (pubblicato a spese dell’autore nel 1886) ha descritto il mondo e l’uomo per come funzionano realmente. Oggi ci rifiutiamo ancora di osservarci per quello che siamo ed assistiamo alla scomparsa del velo della nostra apparente democrazia.

Nietzsche pensava: “C’è una morale dei padroni ed una morale degli schiavi” (Al di là del bene e del male). Il suo sogno, come quello di molti altri, era l’instaurazione di un governo mondiale dittatoriale. Inoltre, Nietzsche prediceva la fine della democrazia: “La democratizzazione dell’Europa tenderà infine a produrre un tipo di essere umano preparato nel modo più sottile al mondo della schiavitù, ma in alcuni casi isolati ed eccezionali il tipo dell’uomo forte non potrà che divenire più forte, più prospero e più ricco di quanto lo sia mai stato, grazie alla sua educazione libera da pregiudizi, grazie alla prodigiosa diversità delle sue attività, delle sue capacità e delle sue maschere.”

Aldous Leonard Huxley, autore de “Il mondo nuovo”, ci offre una chiave di lettura fondamentale nelle ultime pagine del suo saggio “Ritorno al mondo nuovo” (Brave New World Revisited), pubblicato nell’ultimo periodo della sua vita, nel 1958: “Nell’attesa, resta ancora qualche libertà nel mondo. È vero che molti giovani sembrano non apprezzarle, ma un certo numero di individui fra noi crede ancora che senza di esse gli uomini non possano divenire pienamente uomini e che esse, quindi, abbia un valore insostituibile. Forse le forze che la minacciano sono troppo potenti, perché si possa resistere ancora a lungo. Ma resta ancora nostro dovere fare di tutto il possibile per opporci.”


*
Gilles Bonafi è professore ed analista economico. È un collaboratore fisso di Mondialisation.ca. Articoli di Gilles Bonafi pubblicati da Mondialisation.ca


Note :

1 : http://www.occ.treas.gov/topics/capital-markets/financial-markets/trading/derivatives/dq210.pdf

2 : http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=19946

3 : http://www.bis.org/publ/qtrpdf/r_qt1003b_fr.pdf , p. 11

4 : http://www.un.org/apps/newsFr/storyF.asp?NewsID=21052&Cr=crise&Cr1

5 : http://www.agoravox.fr/actualites/economie/article/la-descente-aux-enfers-des-etats-71462

6 : http://www.lefigaro.fr/flash-eco/2010/11/24/97002-20101124FILWWW00459-l-espagne-trop-grosse-pour-etre-sauvee.php

7 : http://www.washingtonpost.com/wpdyn/content/article/2010/10/29/AR2010102907404.html

8 : http://www.imf.org/external/np/exr/facts/fre/sdrf.htm
http://www.lefigaro.fr/flash-eco/2010/11/06/97002-20101106FILWWW00381-le-fmi-double-son-capital.php

9 : http://www.lepoint.fr/actualites-monde/2010-02-01/en-2011-les-etats-unis-depenseront-plus-de-800-milliards-de/1648/0/419474


Verso il vertice Ue sulla crisi, poche speranze per gli eurobond del ministro Tremonti
di Matteo Cavallito - Il Fatto Quotidiano - 15 Dicembre 2010

Si apre domani a Bruxelles l’atteso vertice Ue. L’opposizione franco-tedesca dovrebbe far naufragare l’ipotesi di una gestione collettiva dei debiti sovrani e l’aumento del fondo salva-Stati

E’ l’appuntamento decisivo, quello che segnerà il passo delle prossime strategie europee di contrasto alla crisi dei debiti sovrani del Continente. E il governo italiano si presenterà al vertice Ue con la legittimazione della fiducia ottenuta ieri dal Parlamento.

Ma quello in agenda domani e venerdì a Bruxelles minaccia per l’Italia di trasformarsi in un appuntamento molto difficile da gestire.

Anche perché, come scrive l’Ansa “nelle ultime ore è infatti tornata a crescere la paura di una recrudescenza della crisi dei debiti sovrani, con Spagna e Portogallo sempre più a rischio contagio.

I titoli pubblici dei due Paesi sono in picchiata e gli spread (la differenza di rendimento col bund decennale tedesco) nuovamente tornati a livelli record.

Le agenzie di rating, intanto, non fanno sconti: la scure di Fitch si è abbattuta sulle casse di risparmio iberiche, da tempo al centro della crisi finanziaria del Paese, mentre Moody’s ha messo il rating della Spagna sotto osservazione, minacciando di tagliarlo entro tre mesi, e sottolineando le difficoltà di Madrid soprattutto sul fronte del rifinanziamento dei titoli pubblici nel 2011.

Preoccupa anche il Belgio, dove un’instabilità politica che oramai si prolunga da sei mesi rischia di mettere il Paese nel mirino della speculazione finanziaria”.

Sul fronte delle strategie anticrisi e della lotta alla speculazione, la forza e l’autorevolezza delle posizioni tedesche contrasta con le ambizioni mai sopite di Giulio Tremonti e dell’asse ideale formatosi tra quest’ultimo, il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker e il commissario agli affari monetari Olli Rhen, l’uomo che più di ogni altro sembra impegnato in sede Ue a sminuire i problemi dei conti pubblici italiani.

A chiarire quale aria si respirerà nei prossimi due giorni ci ha pensato la cancelliera tedesca Angela Merkel, sempre più convinta della necessità di una linea della fermezza a cominciare dall’opposizione a un aumento del fondo salva-Stati.

In occasione del vertice, ha anticipato la Merkel, sarà approvata l’agognata istituzione di un meccanismo permanente anticrisi capace di sostituire il fondo da 750 miliardi attualmente in funzione e destinato a scadere nel 2013.

Un piano pensato per rafforzare l’euro e per aiutare le nazioni maggiormente in difficoltà ma anche, hanno voluto precisare da Berlino, una sorta di extrema ratio che si accompagni a un piano di ristrutturazione e all’implementazione di nuove strategie in base a decisioni da prendere all’unanimità.

L’ipotesi prevede la possibilità delle nazioni soggette a problemi di liquidità di appellarsi all’Ue per un finanziamento di emergenza dietro la garanzia di una ristrutturazione fiscale.

In caso di giudizio di insostenibilità dei conti da parte del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale europea, alla nazione sarà richiesto di rinegoziare il proprio debito con i creditori. Una condizione fondamentale, quest’ultima, per l’accesso a nuovi finanziamenti.

A preoccupare l’Italia c’è l’ipotesi di un muro contro muro capace di far decadere il piano fortemente sostenuto da Roma per l’istituzione degli eurobond. Alla Bce si chiede in pratica di rastrellare liquidità sul mercato facendosi anche ampiamente carico dei titoli di Stato soggetti oggi alla speculazione internazionale.

Un’idea che non convince per niente Berlino. “Non facciamo l’errore di vedere una soluzione nella collettivizzazione dei rischi come accadrebbe con bond congiunti per l’euro, perché non si tratterebbe affatto di una soluzione”, ha dichiarato la Merkel in un intervento ripreso oggi dalla Reuters.

La posizione della Germania è condivisa anche dalla Francia nell’ambito di un’alleanza che dovrebbe tradursi in un veto irrevocabile: non ci sarà dunque un travolgente deflusso dei bond di Madrid, ad oggi primo spauracchio del mercato europeo, nelle casse della Bce (che la scorsa settimana ha per altro generosamente acquistato obbligazioni emesse dai membri di eurolandia per 2,6 miliardi) e poco importa che la nazione iberica rischi sempre di più.

In caso di preludio al default potrà scattare l’intervento europeo (“Nessun Paese verrà lasciato solo”, ha rassicurato il cancelliere tedesco) ma l’assenza di un adeguato programma di ristrutturazione e la trasformazione dell’istituto centrale Ue in una sorta di bad bank collettiva sono entrambe prospettive da escludere.

Alla vigilia dell’incontro, Juncker ha comunque promesso di mettere la questione eurobond sul tavolo delle trattative di domani anche se la Commissione ha successivamente smentito l’ingresso del tema nell’agenda del vertice. L’impressione, in ogni caso, è che l’argomento continuerà a essere riproposto nei mesi a venire.

Molto difficile, tuttavia, pensare che Francia e Germania possano cedere sull’argomento. La linea Juncker-Tremonti, fatti salvi clamorosi sviluppi, viaggia per ora verso una probabile bocciatura.


La Cancelliera e l'Euro-dilemma
di Emanuela Pessina - Altrenotizie - 17 Dicembre 2010

Che la Cancelliera tedesca Angela Merkel (CDU) non sia più una convinta europeista, ormai è fuor di dubbio. Eppure, all’alba del vertice Ue che si terrà a Bruxelles in questi giorni, sembra lanciare messaggi alquanto rassicuranti: il meccanismo di salvataggio europeo che dovrà sostituire l'attuale fondo salva-stati alla scadenza del 2013 sarà approvato, ha sottolineato la Merkel; e, nonostante i timori di contagio della crisi del debito in Europa, nessun Paese europeo sarà lasciato solo.

Un atteggiamento, quello della Merkel, che esprime tutta la difficoltà di un Paese, la Germania, combattuto tra il bisogno di Europa e le esigenze esclusive di un’economia sempre più sicura di sé.

Il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker stesso, l’attuale Presidente dell’Eurogruppo, ha accusato recentemente la Cancelliera tedesca di “comportamento antieuropeo” e “pensiero sempliciotto”.

Berlino aveva sostenuto la necessità di un maggiore rigore nella questione economica: sì agli aiuti per Stati europei al verde, ma con condizioni ben precise e più severe e, soprattutto, senza Eurobond. La sua rigidezza ha provocato l’indignazione della maggior parte d’Europa: le critiche interne, tuttavia, andavano a toccare punti diversi.

L’autorevole settimanale di sinistra Der Spiegel, ad esempio, ha focalizzato l’attenzione sui limiti interni della corsa solitaria della Merkel. Che la Germania non voglia pagare per tutti in Europa è comprensibile, ma ciò non le dà il diritto di comportarsi come il “castigamatti” di turno.

Secondo Der Spiegel, tra l’altro, il progetto della Merkel è già fallito, perché ciò che verrà discusso a Bruxelles, qualsiasi sia il risultato finale, sarà ben lontano dalle proposte originarie di Berlino.

In particolare, Der Spiegel ha attribuito l’insuccesso dellla Cancelliera a due fattori: da una parte c’è l’evidente disaccordo tra la Merkel e il suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble (CDU), che mandano segnali diversi a Bruxelles; dall’altra la troppa fiducia del Governo tedesco nell’appoggio della Francia.

Perché la Francia, secondo Der Spiegel, fa il proprio interesse, senza troppa considerazione per il partner tedesco, mentre la Germania vi cerca un sostegno fondamentale contro gli degli altri Stati europei.

In effetti, Angela Merkel ha trovato il sostegno del Presidente francese Nicolas Sarkozy e i due capi di Stato si presenteranno al Consiglio europeo con un’intesa abbastanza solida. In un vertice franco-tedesco, conclusosi la settimana scorsa a Friburgo, nel sud della Germania, i due capi di Stato di sono accordati per la creazione di un meccanismo europeo di stabilità (European Stability Mechanism) senza Eurobond e alla luce di una maggiore coerenza nella politica economica dei Paesi.

Berlino e Parigi sono intransigenti: gli Eurobond contribuirebbero solo a deresponsabilizzare i paesi di Eurolandia, mentre l’obiettivo finale deve essere esattamente il contrario.

Ancora critiche, seppur di diversa natura, arrivano ad Angela Merkel dall’autorevole quotidiano conservator-liberale Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ). Il FAZ si chiede sarcasticamente se la Cancelliera riuscirà, almeno per questo Congresso, a mantenersi salda nei suoi principi.

Secondo il giornale, infatti, la Cancelliera ha sostenuto finora un maggior rigore per il patto di stabilità soltanto a Berlino e non ha portato avanti le sue idee in sede europea.

L’esempio più recente? A ottobre, quando la Merkel predicava in patria la necessità di far partecipare i privati ai debiti degli Stati insolventi. Dal vertice europeo, la Cancelliera è tornata con un’estensione del pacchetto di aiuti a tempo indeterminato, un pacchetto prima limitato a tre anni. Per il FAZ, quindi, una Cancelliera poco ferma.

Sottolineando la sfiducia generale del popolo tedesco nell’euro, il FAZ non si è lasciato sfuggire l’occasione per silurare anche gli Eurobond. Una eventuale emissione di Eurobond costerebbe ai cittadini tedeschi 17 miliardi di euro in più ogni anno.

La stima del quotidiano conservatore tedesco si basa sulle previsioni di aumento dei tassi d’interesse per il finanziamento del debito, che attualmente raggiungono il 3.31% per la zona euro e l’'1.73% per i titoli tedeschi. Secondo i documenti del FAZ, anche la Cancelliera tedesca Angela Merkel condividerebbe queste informazioni.

Ma il Governo tedesco ha già provveduto a prendere le distanze da tali esasperazioni: al portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, il compito di smentire le indiscrezioni di stampa del FAZ. "La Cancelliera Angela Merkel non va a Bruxelles con i dati nella valigia", ha affermato Seibert.

La Germania è contraria alla proposta di utilizzare gli Eurobond emessi da un'eventuale agenzia del debito europea per far fronte alla crisi dell'economia, rilanciata la scorsa settimana dal presidente dell'Eurogruppo, Jean Claude Juncker, e dal ministro dell'Economia e delle Finanze italiano, Giulio Tremonti, perché eliminerebbe le variazioni dei tassi di interesse, ma ciò non significa che il Governo abbia già tirato le sue conclusioni.

Tra l’altro, le ultime previsioni della Deutsche Bundesbank, la Banca federale tedesca, hanno mostrato una Germania economicamente più forte di quanto ci si aspettasse prima della crisi.

Nel suo bollettino di dicembre, la Bundesbank ha pronosticato per l’anno in corso una crescita del Prodotto interno lordo (Pil) pari al 3.6%, un risultato trainato in particolare dalle esportazioni e dall’aumento dei consumi. Le previsioni per il 2011 salgono di un ulteriore 2%. Almeno la crescita tedesca, quindi, non rappresenta un dilemma.


Grecia, ritorno al passato
di Margherita Dean - Peacereporter - 16 Dicembre 2010

Il Paese sembra lanciato verso la rimozione forzata dei diritti dei lavoratori

L'esperimento Grecia sta funzionando: scomparsa dello Stato, deregolamentazione del mercato e del lavoro, privatizzazione dell'economia nel suo insieme, erosione della democrazia, abbrutimento della società, ottenuti in appena otto mesi di realizzazione della politica di austerità più dura che il Paese abbia mai conosciuto.

L'esperimento è quello ideato dai creditori europei del Paese, dal Fondo Monetario Internazionale e dai centri internazionali di speculazione finanziaria, un esperimento teso a testare la resistenza della società alla realizzazione del capitalismo più genuino, ovvero quello più feroce, perché meno legato agli 'intralci' posti dallo stato sociale.

Non solo, la democrazia stessa e i diritti che essa garantisce stanno diventando un ostacolo da spostare sempre più verso il margine, creando una sorta di capitalismo autoritario dal vago odor d'Asia.

La prima cosa su cui interrogarsi è se davvero fosse necessario colpire stipendi e pensioni, come governo e mezzi d'informazione mainstream hanno sostenuto (ai limiti della vera e propria propaganda), il ricorso al meccanismo di salvataggio (della Bce, del Fmi e dell'Ue) e all'asfissia economica, politica e sociale che da esso deriva.

Nel 1936, la Grecia rifiutò (pur riconoscendo l'esistenza dell'obbligazione) il pagamento del debito contratto con la banca belga Société Générale de Belgique. Il governo belga, allora, intentò causa innanzi alla Corte Internazionale della Società delle Nazioni contro la Grecia, accusando quest'ultima del mancato rispetto di un patto internazionale.

Il Paese ellenico rispose che l'insolvenza era giustificata dal pericolo che il pagamento avrebbe significato per il popolo e lo Stato.

Nel promemoria, il Governo greco scrisse: ''Il governo di Grecia, preoccupato circa gli interessi vitali del popolo ellenico, dell'amministrazione, dell'economia, delle salute pubblica e della sicurezza interna ed esterna del paese, non aveva altra scelta'' che quella della ristrutturazione del debito contratto con la banca belga (Yearbook of the International Law Commission, 1980, v.II., parte I, p.25-26).

Nel 1938, il Tribunale riconobbe le ragioni della Grecia, creando un precedente giuridico su cui, tra l'altro, si basò il governo argentino nel 2003.

Successe nel 1936; è inquietante che il governo greco del 2010, invece, dimentico della propria storia giuridica, sia riuscito a convincere la maggioranza dell'elettorato, circa l'ineluttabilità del ricorso al meccanismo di salvataggio.

Si facciano semplici calcoli: alla fine del 2009, il denaro che serviva alla Grecia per pagare gli interessi debitori rappresentava il settanta per cento del Pil nazionale, mentre al funzionamento dello Stato era necessario il quarantacinque percento del Pil.

Una somma che dà come risultato l'ammontare del debito greco del 2009, ovvero il 115 per cento del Pil. La sottrazione, a sua volta, riconoscerebbe al Paese un surplus del cinquantacinque percento del Pil.

Tuttavia si sa, la sottrazione, ovvero la ristrutturazione del debito nazionale, non è mai stata un'opzione per questo governo che, invece, si accontenta della promessa europea relativa al prolungamento dei tempi di pagamento del debito di 110 miliardi contratto l'aprile scorso.

Quando, agli inizi di maggio, la Grecia si gettò nelle mani della triarchia creditizia del meccanismo di salvataggio (Bce, Fmi e Ue), fu firmato il Memorandum dell'accordo, o meglio, del contratto di prestito.

Oltre agli impegni che tale Memorandum impone alla Grecia, due aspetti assumono un valore particolare, creando condizioni di eccezionalità che mal si adeguano al corretto funzionamento delle istituzioni democratiche.

La prima questione si individua nelle garanzie del prestito previste: ipoteche sui beni immobili dello Stato greco.

La seconda questione sorge dalla clausola che permette al ministro delle Finanze di firmare, in perfetta solitudine istituzionale, ogni successiva revisione del Memorandum stesso e fin'ora ce ne sono state due, che hanno ulteriormente aggravato la pressione fiscale, i tagli alla salute e all'istruzione, nonché alle pensioni e agli stipendi.

Dal 1974, anno di instaurazione della Democrazia in Grecia, il Parlamento ha introdotto diciotto leggi attraverso l'iter d'urgenza, mentre in appena un anno di governo, il Pasok ha fatto passare, con lo stesso iter, ben sette disegni legislativi.

In questo quadro di costituzionalità spinta ai limiti, si pone anche l'approvazione, di martedì 14 dicembre, della maxi-legge su lavoro e imprese pubbliche.

Il relativo disegno di legge è stato presentato dal Governo la sera di giovedì 9 dicembre, imponendo alla Camera l'iter di urgenza che, dopo una discussione durata poche ore, è stato approvato dalla maggioranza parlamentare del partito al governo (Pasok) e getterà nel caos della non esistenza il diritto del lavoro degli ultimi tre decenni.

La nuova maxi-legge prevede che i contratti di categoria si debbano applicare anche ai lavoratori in imprese che non hanno preso parte ai negoziati con i sindacati. Gli stipendi e i posti di lavoro in una società in crisi, però, potranno essere ridotti attraverso un ''contratto collettivo speciale d'impresa'', mentre non sono previste le percentuali di riduzione degli stipendi, istituendo solo la soglia di € 740 posta dal contratto collettivo nazionale.

D'altra parte, vanno sottolineati il prolungamento dei tempi di assunzione di lavoratori 'in affitto', dai diciotto ai trentasei mesi, e la riduzione delle indennità in caso di licenziamento.

Quanto alle imprese pubbliche, sono previste riduzioni orizzontali degli stipendi che non potranno superare i 48mila € annui per tutti i lavoratori, con l'eccezione di presidenti, consiglieri d'amministrazione e direttori, e riduzione del personale, attraverso trasferimenti.

Risanare e riformare, per il Governo greco, significa solo tagliare, mentre il ministro delle Finanze, Ghiorgos Papakonstantinou, giustifica la fretta legislativa con la cinica ammissione che altrimenti ''avremmo venti giorni di proteste''.


Arriva la nuova "truffa" dei maghi di Wall Street
di Mauro Bottarelli - Il Sussidiario.net - 17 Dicembre 2010

Detto fatto, la previsione si è rivelata fondata. Il governo spagnolo ieri è riuscito a collocare solo 2,4 dei 3 miliardi di euro (l’ammontare originale era addirittura di 4 miliardi) di titoli di Stato messi all’asta, pagando rendimenti sempre più alti: il decennale pagava il 5,446%, mentre l’obbligazione a 15 anni è salita al 5,932%, circa il 20% in più rispetto alle aste precedenti.

«Il costo per finanziarsi della Spagna è salito in maniera significativa, un qualcosa che riflette la percezione di deterioramento della qualità del credito spagnolo e questo non è un qualcosa di buono per le loro obbligazioni», commentava ieri un analista di Unicredit.

«Quando si guarda al quadro complessivo e si considera il piccolo ammontare venduto, con bassa bid-to-cover e alti rendimenti, appare chiaro che i mercati periferici rimangono sotto pressione e in disperato bisogno di supporto dalla politica», conferma Peter Chatwell, analista sui tassi presso Credit Agricole a Londra, banca che non a caso ieri ha disertato l’asta spagnola considerandola troppo pericolosa.

Nemmeno a dirlo, dopo l’asta i bond decennali spagnoli sono calati mandando i rendimenti molto vicini ai livelli massimi da due settimane: immediato l’effetto sull’indice Ibex della Borsa madrilena e sulle principali piazze europee che hanno bruciato i già magri guadagni del mattino.

Insomma, la Spagna è ufficialmente nei guai e presto potrebbe toccare a noi e al Belgio subire la pressione al contagio dei mercati, sempre che il vertice europeo in corso ancora oggi a Bruxelles non decida di fare l’unica cosa sensata: ovvero, comprare bonds spagnoli e italiani per calmare la speculazione e abbassare i rendimenti, puntellando le fondamenta un po’ traballanti dei periferici troppo grossi per essere salvati.

Nei fatti, è più che fattibile: i fondi per salvare il Portogallo, detonatore finale della crisi spagnola vista l’esposizione iberica verso gli istituti lusitani, sono già contemplati nella facility utilizzata per Grecia e Irlanda e quindi l’extra-budget che qualcuno vorrebbe utilizzato per ampliare il fondo salva-Stati potrebbe essere utilizzato una tantum per acquistare obbligazioni di Roma e Madrid. Semplice ed efficace, quindi fuori dalla portata delle raffinate menti europee. Vedremo.

Ma come vi ho detto la scorsa settimana, tratteggiando gli spettri di crisi che incombono su Usa e Cina, è il quadro mondiale da tenere sott’occhio, non soltanto il nostro guaio provinciale col debito (visto che gli Stati Uniti stanno molto ma molto peggio di noi).

E cosa sta accadendo a New York?

Si stanno creando le condizioni per una bolla che da qui a tre anni potrebbe trasformare la crisi post-Lehman in una bazzecola della storia: la next big thing per chi investe, infatti, sono i junk bonds ad alto rendimento, ovvero titoli giudicati spazzatura per la loro alta pericolosità ma che pagano yields (rendimenti) formalmente alti, ma soprattutto offrono profitti stellari.

Insomma, si gioca con la dinamite. Parliamo, solo in questo periodo, di 300 miliardi di dollari di debito attraverso nuove emissioni collocate da aziende il cui rating è sotto il grado di investimento.

Ma siccome gli americani ci tengono alle forme, hanno immediatamente ribattezzato queste potenziali bombe atomiche in “high-yield bonds” e mandato in soffitta la sgradevole e appealess definizione di “junk bonds”: detto fatto, sono l’investimento più caldo del 2010, capaci di offrire ritorni fino al 15%.

Soltanto l’oro ha conosciuto una performance sul prezzo migliore e la gente si lancia con enormi somme di denaro in questo mercato che altro non è che un enorme schema Ponzi, lo stesso utilizzato da Bernard Madoff.

Ma anche in Europa questa pratica è diffusa, visto che Credit Suisse ha reso noto come le aziende europee abbiano venduto 51 miliardi di junk bonds denominati in tutte le valute, su del 75% rispetto al record precedente datato 2006: i banchieri, inoltre, si attendono un ulteriore aumento dei volumi per il prossimo anno.

Ora, la domanda da porsi non è se per questa gente non sia obbligatorio il ricovero in un centro di salute mentale, ma quanto durerà la festa del junk e a che prezzo. Per Martin Fridson di Bnp Paribas, «molti investitori si trovano di fronte a un dilemma. Non è un tipo di mercato in cui vorresti entrare per un grosso guadagno ciclico a questo punto».

Prima di tutto, occorre chiedersi come reagirebbe questo tipo di mercato a un aumento dei tassi d’interesse: avrà ancora appeal?

Nelle scorse settimane, infatti, le prospettive di una forte crescita economica, spinte anche dal piano di tagli delle tasse in Usa, hanno fatto alzare le aspettative per i tassi d’interesse a lungo termine.

I rendimenti degli Us Treasury sono saliti e il prezzo del debito del Tesoro sceso, anche se gli alti tassi pagati sui junk bonds rendono il valore del debito meno sensibile a questo aumento dei tassi.

Per giudicare questo mercato, chiave per il finanziamento di una moltitudine di aziende, gli investitori guardano sì ai rendimenti, ma anche a quanto i profitti siano alti rispetto a bond meno rischiosi. Paradossalmente, in termini di rendimenti puri, i junk bonds stanno offrendo alcuni dei profitti più bassi di sempre.

Stando al benchmark dell’indice Bank of America Merrill Lynch, il rendimento sui bond high-yields americani è attorno al 7,9%, contro un livello minimo dei rendimenti del 7,58% toccato nel febbraio 2007, quando le banche decisero di offrire cifre di denaro praticamente senza limiti verso compagnie a rischio.

In termine di premio del rischio, il cosiddetto spread, c’è una differenza sostanziale rispetto agli anni del boom. Uno degli spread più osservati dell’indice Bank of America Merrill Lynch è trattato attorno a 568 punti base su tassi benchmark senza rischio: nel 2007 i ribassi erano attorno ai 241 punti base, quindi per Martin Fridson, «gli spreads offrono un fair value».

Proprio per le enormi operazioni di rifinanziamento completate nel 2009 e quest’anno, l’outlook sul credito per i junk bonds è visto come solido e i tassi di default sono ai minimi storici.

D’altronde, per JP Morgan la stima per i bond ad alto rendimento e le maturazioni dei prestiti che andranno a chiusura nei prossimi due anni ammonta a 180 miliardi di euro, segnale che offre una chiara via d’uscita sia per chi colloca che per chi investe: ecco spiegato l’artificiale e solo teorico outlook benigno di cui gode il settore. Ma, perché c’è sempre un ma, quanto durerà l’appetito a fronte dell’incertezza economica?

Per Societe Generale, «nel 2011 l’ambiente resterà di supporto per il settore junk bond. Bassi livelli di crescita economica e la continuazione di politiche centrali sostanzialmente di accomodamento assicureranno che la ricerca di assets ad alto rendimento aiutino il rifinanziamento del settore high-yield verso il muro di maturazioni obbligazionarie previsto tra il 2012 e il 2015.

(Grafico 1 - Spread dei bond e prestiti high-yield espresso in punti base. Grafico 2 - Maturazioni dei bond e prestiti high-yield americani. Grafico 3 - Tassi di default negli Usa)

Insomma, si conta di far capo alle maturazioni future attraverso la favola dell’alto rendimento odierno: esattamente uno schema Ponzi, come anticipavo, ovvero pagare alti interessi promessi ai primi investitori con il denaro di quelli giunti dopo.

Così, fino al cortocircuito e alla bancarotta. Rischio serio, visto che nel 2011 entreranno nel gioco anche aziende legate a fondi di private equity, dopo il boom di rifinanziamento corporate di quest’anno.

Cosa potrebbe succedere? Primo, gli investitori decidono di blindare i guadagni di questo rally biennale e buttarsi di nuovo sull’azionario drenando liquidità e facendo crollare gli inflows: la vecchia scelta tra valore tattico o strategico del denaro.

Secondo, un aumento marcato dei costi per prendere a prestito denaro come reazione a uno shock economico. Di che tipo? Per Steve Miller, direttore della S&P LCD, che traccia la finanza basata sulla leva, la lista è questa: un evento geopolitico, un default sovrano in Europa, un grosso default di una municipalità statunitense, un picco del prezzo del petrolio, una guerra commerciale o una crisi monetaria.

Tutti eventi più che probabili nel quadro globale attuale, alcuni già in atto: a New York si gioca alla roulette russa e anche l’Europa sembra intenzionata a unirsi al rito come nel film “Il cacciatore”. Complimenti, la crisi non ci ha davvero insegnato nulla.


Le corporation del presidente

di Michele Paris - Altrenotizie - 17 Dicembre 2010

A suggello di una serie di iniziative adottate nelle ultime settimane a favore delle imprese americane, Barack Obama mercoledì scorso è stato protagonista di un faccia a faccia estremamente cordiale con i vertici delle più influenti corporation del paese.

Nell’incontro, il presidente si è scusato per gli occasionali sfoghi anti-business di questi primi due anni del suo mandato ed ha garantito ai veri padroni di Washington un ulteriore sforzo da parte della sua amministrazione per un futuro dedicato sempre più alla difesa degli interessi del capitalismo a stelle e strisce.

L’incontro voluto da Obama è andato in scena alla Blair House, prestigiosa residenza a due passi dalla Casa Bianca dove trovano solitamente alloggio i dignitari stranieri in visita negli Stati Uniti.

Ad accompagnare il presidente c’erano alcuni membri del suo staff, a cominciare da Valerie Jarrett, top manager nel settore immobiliare e responsabile dei rapporti tra Obama e la comunità degli affari.

Seduti dall’altra parte del tavolo c’erano venti rappresentanti dell’élite economica e finanziaria USA, tra cui Eric Schmidt (presidente e amministratore delegato di Google), Greg Brown (Motorola), John Chambers (Cisco System), Kenneth Chenault (American Express), Scott Davis (UPS), Paul Otellini (Intel), Jeffrey Immelt (General Electric), Ellen Kullman (DuPont), Robert Wolf (UBS), Andrew Liveris (Dow Chemical), James McNerney (Boeing) e Indra Nooyi (Pepsi).

Secondo le fonti ufficiali, in quasi cinque ore e a porte chiuse la discussione ha affrontato svariati temi, come il sistema fiscale, l’export, la regolamentazione dell’economia e l’educazione.

In pratica, Obama e i suoi hanno illustrato recenti o imminenti provvedimenti che spaziano dai tagli alle tasse per le grandi compagnie a un allentamento del già debole controllo pubblico sul business privato; dal nuovo impulso alle esportazioni (grazie alla compressione dei salari dei lavoratori per rendere più competitive le merci americane) al rinvio indefinito delle norme sulla riduzione delle emissioni in atmosfera, considerate un gravoso fardello da tutte le corporation.

Ai manager, Obama avrebbe a sua volta chiesto di tornare ad investire e a mettere in atto una campagna di assunzioni nel paese, così da abbattere un livello di disoccupazione che rimane preoccupante.

A questo proposito, il presidente ha fatto riferimento ai circa due mila miliardi di dollari congelati sui quali siedono i consigli di amministrazione delle multinazionali americane, senza però insistere troppo sul fatto che investimenti e posti di lavoro continuano a scarseggiare, mentre si prospettano pesanti tagli alla spesa sociale per far fronte a un deficit gigantesco.

Il summit di Washington è apparso a molti come una delle conseguenze della vittoria repubblicana nelle elezioni di medio termine dello scorso novembre, in seguito alle quali dalla Casa Bianca si è deciso di imprimere una sterzata a destra alla propria azione politica.

In realtà, anche se i media istituzionali continuano a sottolineare le frizioni con la comunità degli affari che avrebbero caratterizzato la prima metà del mandato presidenziale, l’agenda avanzata finora da Obama e dal Partito Democratico ha già risposto pressoché unicamente alle richieste dei grandi interessi economici del paese.

Nonostante il piano di salvataggio di svariate centinaia di miliardi di dollari approvato sul finire dell’amministrazione Bush nel 2008, una pseudo-riforma del sistema finanziario che lascia campo libero alle speculazioni dei colossi di Wall Street e il recente annuncio dei profitti record per le compagnie statunitensi, queste ultime hanno ripetutamente espresso il loro malcontento nei confronti di Barack Obama. Questa insofferenza, soprattutto, si è tradotta in un massiccio appoggio al Partito Repubblicano nelle elezioni di medio termine.

Le corporation americane, insomma, vogliono un presidente democratico ancora più attento ai loro appetiti ed è ciò che appunto Obama ha promesso loro, inaugurando una nuova stagione di favori al business USA, preannunciata da iniziative come il recentissimo pacchetto di sgravi fiscali o il trattato di libero scambio appena siglato con la Corea del Sud.

A sparire dai discorsi di Obama saranno anche le sfuriate puramente di facciata contro l’irresponsabilità delle multinazionali, destinate solo a tener buona la base sempre più sfiduciata degli elettori democratici.

I finanziamenti milionari elargiti dalle grandi compagnie risultano d’altra parte fondamentali per assicurarsi qualsiasi successo elettorale nel sistema politico degli Stati Uniti. Obama e i suoi strateghi sono ben consapevoli che l’eventuale rielezione nel 2012 dipenderà perciò in gran parte dal denaro sborsato dalle corporation e che riusciranno a dirottare nuovamente verso la sponda democratica.

In ogni caso, sostenere che alla Casa Bianca sia in corso soltanto adesso una svolta pro-business, appare quanto meno discutibile, dal momento che la salvaguardia del profitto delle corporation fa parte del DNA del Partito Democratico e dello stesso Obama. Da qui in avanti, però, c’è da attendersi anche un cambiamento nella retorica del presidente, come già dimostrano numerose dichiarazioni pubbliche dell’ultimo periodo.

Più volte di fronte alla stampa americana, Obama ha tenuto a sottolineare la sua fiducia senza riserve nell’iniziativa privata e nel libero mercato come motori della crescita e del benessere economico, dimenticando qualche effetto collaterale come il continuo deterioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e della classe media, la disoccupazione dilagante e tutte le altre conseguenze della peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione.

La simbiosi tra Obama e i vertici delle multinazionali è risultata evidente persino dall’unico motivo di scontro apparente nel corso del summit. Il presidente si sarebbe cioè lamentato di come nel recente passato alcuni esponenti delle maggiori compagnie americane avessero criticato pubblicamente la politica economica della Casa Bianca dopo che in privato avevano manifestato invece un accordo praticamente completo. Ciò non fa altro che confermare, al di là delle dichiarazioni ufficiali, a quali interessi faccia riferimento Obama nella sua azione di governo.

In un’uscita involontariamente ironica, poi, pochi minuti prima dell’appuntamento con presidenti e CEO, il presidente ha detto ai giornalisti in attesa del suo arrivo che si augurava di carpire qualche idea dai suoi ospiti per rimettere in carreggiata l’economia americana.

Tra i destinatari della battuta di Obama, nessuno ovviamente ha fatto notare come la politica economica della sua amministrazione sia già interamente dettata dalle persone che si stava apprestando ad incontrare.

Al termine del vertice, alcuni dei rappresentanti più autorevoli del capitale americano hanno elogiato la disponibilità mostrata dal presidente ad operare di comune accordo con loro.

Appresa la lezione della batosta di medio termine e con una partnership con i poteri forti così ristabilita, Obama si appresta allora a cominciare una seconda parte di mandato cruciale per la sua rielezione nel 2012.

Se a beneficiare del nuovo corso saranno sempre i soliti, a pagarne il conto si ritroveranno ugualmente quegli stessi americani che in questi due anni hanno sofferto maggiormente delle mancate promesse del presidente democratico.