giovedì 13 gennaio 2011

News Shake

Ritorna anche nel 2011 la rubrica News Shake, notizie a caso ma non per caso...



Ministri Hezbollah abbandonano Hariri, governo in crisi. Obama:"Segno di paura"
da www.repubblica.it - 12 Gennaio 2011

Mentre il premier libanese è in visita negli Usa, dieci ministri del movimento sciita lasciano i loro dicasteri. Decisive per la crisi le dimissioni dell'undicesimo, il "neutrale" Adnan Hussein. La rottura dopo l'inchiesta Onu sull'attentato che costò la vita al padre del premier, Rafiq Hariri

Giornata molto difficile per il premier libanese Saad Hariri, che si è visto abbandonare da ben 11 ministri del suo gabinetto mentre era in visita ufficiale negli Stati Uniti.

Subito dopo l'incontro con Obama, Hariri ha deciso di ripartire al più presto per tornare in Libano, come spiegano fonti libanesi a Washington, secondo le quali il premier ha avuto colloqui anche con le autorità francesi e del Qatar.

Al suo arrivo in patria, previsto prima dell'alba, Hariri incontrerà il presidente Michel Suleiman. Obama attacca il movimento Hezbollah: "I suoi sforzi per far cadere il governo sono solo prova di paura".

Il conto alla rovescia verso la crisi di governo è stata scandita da due fasi. Dapprima sono giunte le dimissioni di 10 ministri Hezbollah, ma decisive sono state quelle dell'undicesimo ministro Adnan Hussein, considerato prossimo al presidente Suleiman e quindi in qualche modo "neutrale".

A quel punto è scattata la sentenza sull'inevitabile scioglimento dell'esecutivo. Perché il governo libanese consta di trenta dicasteri e, in base alla costituzione, viene considerato decaduto se perde più di un terzo dei suoi ministri.

La crisi di governo libanese ruota attorno alle indagini del Tribunale internazionale dell'Onu sulla morte dell'ex premier Rafiq Hariri 1, padre di Saad.

Le richieste di incriminazione della procura sono ormai prossime e, come mandanti o esecutori dell'attentato commesso il 14 febbraio del 2005, potrebbero esserci i nomi di dirigenti di Hezbollah e forse anche della stessa Siria.

Il movimento sciita pretende che il governo libanese prenda le distanze dal tribunale internazionale e ne ignori le decisioni, ritenendolo "al soldo di Israele e degli Stati Uniti". Pretese respinte, fino ad oggi, dal premier Saad Hariri.

Mentre Hariri prendeva la via del ritorno in Libano, Barack Obama rivolgeva pesanti critiche agli Hezbollah. "Gli sforzi della coalizione guidata da Hezbollah per far cadere il governo libanese - ha dichiarato in una nota il presidente Usa - dimostrano soltanto le loro paure e la determinazione di impedire al governo di fare il suo lavoro e di rispondere alle aspirazioni del popolo libanese".


Afghanistan, rinforzi per ritirarsi?
di Carlo Musilli - Altrenotizie - 13 Gennaio 2011

Anche se a luglio dovrebbe iniziare il ritiro delle truppe, in Afghanistan stanno per sbarcare altri 1.400 marines. La notizia era sta anticipata dal Wall Street Journal e puntuale è arrivata la conferma dal Pentagono: il segretario alla Difesa americano, Robert Gates, ha approvato l'invio dei rinforzi.

Si tratta per lo più di reparti di fanteria da schierare in prima linea. Né tecnici specializzati né addestratori, ma uomini addestrati al lavoro sporco. Arriveranno a metà gennaio nel sud del paese, nella provincia di Helmand e soprattutto nella zona di Kandahar, dove gli americani hanno stanziato la maggior parte delle loro truppe.

Da Washington sottolineano che i rinforzi serviranno a "consolidare i progressi fatti negli ultimi mesi e al tempo stesso a mettere ancora più pressione sul nemico". Peccato che il nemico non se la passi poi così male.

Nel 2010 i talebani hanno ucciso oltre 700 uomini della missione Isaf, il numero più alto dall'inizio del conflitto, nel 2001. Per il momento si trovano a svernare nei caldi e accoglienti rifugi pakistani. Come ogni anno, la guerra vera riprenderà in primavera, quando si scioglierà la neve nei passaggi fra le montagne e i ribelli potranno così facilmente tornare in patria.

E' proprio questa prospettiva a spaventare i vertici militari Usa, consapevoli che i prossimi sei mesi saranno decisivi. Bisognerà, infatti, dimostrare al mondo di aver finalmente compiuto dei progressi significativi nel controllo del territorio.

Soprattutto, i nuovi attacchi dei talebani non dovranno far mettere in discussione per l'ennesima volta la strategia del Pentagono. Non più. La "deadline" di luglio è sempre più vicina e l'inizio del ritiro non dovrà sembrare una ritirata.

Per questa ragione l'esercito Usa sta valutando l'ipotesi di aumentare ulteriormente il numero dei soldati sul suolo afgano. Ai 1.400 già autorizzati se ne potrebbero aggiungere degli altri, che porterebbero il computo dei rinforzi a sfiorare le 3.000 unità.

Ad oggi, in Afghanistan sono presenti circa 97 mila soldati americani, anche se non è chiaro quanti di loro siano attivamente impegnati nelle operazioni di combattimento.

Secondo alcune fonti citate dalla stampa americana, tuttavia, i comandi militari starebbero da tempo facendo pressioni per sostituire diverse unità logistiche e di supporto con nuovi reparti da impiegare al fronte.

Non esattamente uno scenario rassicurante. Eppure, il mese scorso Obama ha dichiarato che sono stati fatti sufficienti passi avanti per confermare l'avvio del ritiro in estate e il definitivo passaggio del testimone alle forze armate afghane nel 2014.

Un'affermazione leggibile in chiave di politica interna, considerando l'aria infuocata che da qualche settimana si respira in Congresso, dove il Presidente si trova a dover gestire una situazione che ha del paradossale.

Molti dei suoi fratelli Democratici sono assolutamente contrari all'invio di altri ragazzi in Afghanistan. Ma, ironicamente, la loro opinione non è più la prima preoccupazione di Obama. In virtù delle elezioni di medio termine del novembre scorso, infatti, da qualche giorno il Congresso è passato nelle mani dei Repubblicani.

Proprio loro, gli avversari di sempre, potrebbero rivelarsi molto più collaborativi sulla questione, forse con una lacrima di nostalgia per il "surge" iracheno del beneamato Bush Jr. I conservatori ritengono perfino che bisognerebbe dare all'esercito tutte le risorse necessarie per prevalere sul nemico, senza angosciare i generali con inutili scadenze.

E' significativo che i Repubblicani, dicendo di voler tagliare le spese dello Stato per 100 miliardi di dollari, abbiano subito specificato che non sarebbero state toccate le spese militari (le più pesanti in percentuale sul bilancio).

Purtroppo per loro, Gates ha da poco annunciato che il Pentagono sosterrà un programma di tagli alla Freddy Kruger: 178 miliardi di dollari in cinque anni.

Com'è ovvio, non verranno toccati i fondi per la guerra in Afghanistan, ma la pesantezza del provvedimento la dice lunga su quanto sia importante per gli Stati Uniti evitare di rinviare ulteriormente il ritiro.



L'aiuto condizionato della Cina
di Marco Luigi Cimminella - Peacereporter - 11 Gennaio 2011

L'intervento di Pechino a sostegno dell'economia europea in crisi è funzionale agli obiettivi perseguiti dal gigante asiatico contro la politica statunitense

Qualche giorno fa, il vice premier cinese, Li Keqiang, aveva annunciato la disponibilità del gigante asiatico ad acquistare il debito sovrano spagnolo. Approvando le misure di austerità adottate dal governo socialista di Madrid, Pechino si è dichiarata speranzosa nei riguardi della ripresa economica e finanziaria del paese.

Ed è così che mentre si riduce la quota di bond spagnoli detenuta dai paesi europei, aumenta quella in possesso di economie emergenti, in primo luogo proprio la Cina.

Nave senza nocchiere nella tempesta finanziaria internazionale, la fragile economia europea sembra sempre più dipendente dagli aiuti condizionati e condizionanti di istituzioni internazionali e grandi potenze mondiali che, senza alcuna velleità altruista, foraggiano un'economia in crisi, attendendendo pazientemente il proprio tornaconto.

Da qualche tempo, la Cina ha ufficialmente cercato di prendere le redini della situazione, dichiarando in più di un'occasione la sua volontà di aiutare il vecchio continente, attraverso l'acquisizione dei titoli di stato dei paesi in difficoltà.

Pechino ha già offerto il suo sostegno al Portogallo, e solo qualche giorno fa, ha ribadito la sua intenzione di continuare ad aquistare il debito pubblico spagnolo. I malati d'Europa accolgono con entusiasmo il lenitivo cinese, giustificando spesso la manovra con la necessità di diversificare la base degli investitori.

Ma l'aiuto del Dragone non è certo disinteressato. Le giustificazioni economiche e politiche che sottendono l'intervento cinese non lasciano adito a dubbi sulle reali aspirazioni dell'ex Impero di mezzo.

In primo luogo, il vecchio continente rappresenta la principale destinazione delle esportazioni del Dragone. La ripresa economica europea è quindi necessaria al continuo afflusso dei manufatti e prodotti sfornati a basso costo dal gigante asiatico.

Come ha sottolineato Wang Qishan, vice premier agli affari economici, finanziari ed energetici, riferendosi all'Europa: "È importante opporsi a ogni forma di protezionismo con misure concrete". L'investimento nei titoli del debito pubblico di paesi europei in difficoltà ha quindi un costo: l'abbassamento delle barriere tariffarie imposte contro le esportazioni del Celeste Impero.

Ma la strategia di Pechino è squisitamente politico-economica. La bilancia commerciale internazionale cinese è infatti in continuo avanzo. L'adozione di una politica del controllo dei cambi impedisce la libera fluttuazione dello yuan che, a causa del forte surplus nel conto corrente internazionale, dovrebbe rivalutarsi seguendo il suo corso naturale.

Per converso, mantenendo artificialmente basso il valore del renminbi, il Dragone salvaguarda la competitività delle proprie merci, a svantaggio delle altre grandi economie, in primo luogo quella statunitense.

Da tempo, infatti, Washington, caratterizzata da un cospicuo deficit nei suoi conti con l'estero, invano esorta Pechino a garantire una libera fluttuazione monetaria che comporterebbe un apprezzamento dello yuan, rendendo così i beni esteri relativamente più convenienti rispetto a quelli interni.

Come conseguenza, si delineerebbe in Cina un aumento della domanda di beni importati e un ripristino dell'equilibrio sulla bilancia dei pagamenti internazionale. Pechino ha però smentito la validità delle argomentazioni statunitensi.

Jiang Yaoping
, vice ministro del Commercio, ha infatti affermato che "fin dal 2005 abbiamo modificato il tasso di cambio, ma il surplus commerciale registrato nei confronti degli Stati Uniti non è variato".

Alcune motivazioni, secondo l'alto funzionario, devono essere individuate nel fatto che molte compagnie multinazionali importano semilavorati e li trasformano in prodotti finiti in Cina, prima di esportarli negli Usa.

Washington è così impegnata nel deprezzare la propria valuta in modo da favorire le proprie esportazioni e ridurre i deficit di bilancio. Nel novembre scorso infatti, Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, ha annunciato l'acquisto dei titoli di stato statunitense.

L'immissione di liquidità che ne deriva è manifestazione della politica espansiva adottata dalle autorità monetarie per promuovere la svalutazione del dollaro e incorraggiare le vendite all'estero.

Dal canto loro, la Cina e le altre economie emrgenti non tollerano questo deprezzamento della valuta statunitense, da un lato perchè titolari di ingenti riserve valutarie straniere in dollari, e dall'altro perchè ne conseguirebbe un apprezzamento delle proprie valute e un peggioramento delle proprie esportazioni.

Con la riforma della governance del FMI è aumentato il peso del voto dei paesi emergenti, che non mancheranno quindi di far sentire la propria voce.

Ma in questa guerra delle valute, Pechino vuole l'Europa dalla sua parte. Anche sotto questa luce si spiega l'intenso sforzo del Dragone nel sostenere l'economia del vecchio continente, di fatto in crisi. La svalutazione del dollaro, infatti, implica un parallelo apprezzamento dell'euro, senza che vi sia una effettiva base economica a sostenerlo.

In più, la manovra adottata da Washington ha spinto i paesi medio orientali, che vendono petrolio nell'area euro e ne acquistano i beni finiti, ad aumentare il prezzo degli idrocarburi, per sostenere il proprio potere d'acquisto indebolito.

In questo afrore di tensione che impregna il panorama economico internazionale, attraverso politiche di deprezzamento giustificate in maniera diversa e poco originale, la svalutazione competitiva sembra sempre più divenire un imperativo consunto, ad uso e consumo di paesi ipocriti.


Cameron alza bandiera bianca, nessun freno ai bonus dei banchieri
di Enrico Franceschini - La Repubblica - 12 Gennaio 2011
Il governo inglese non porrà limiti e non ripristinerà la tassa sui premi ai super-manager del credito Il governo inglese non porrà limiti e non ripristinerà la tassa sui premi ai super-manager del credito. In cambio chiesti maggiori finanziamenti alle imprese britanniche.

LONDRA - Tanto rumore per nulla. Dopo aver tuonato contro gli eccessi dei banchieri e i bonus esagerati, il governo conservator-liberale guidato da David Cameron batte in ritirata e lascia che le banche facciano quel che vogliono.

Appena 48 ore dopo avere criticato ancora una volta il livello dei premi distribuiti ai loro massimi dirigenti, in particolare nel caso di banche nazionalizzate per salvarle dalla crisi finanziaria degli ultimi due anni, il premier britannico fa sapere che il governo non metterà limiti all´ammontare dei bonus.

E inoltre rende noto che non verrà ripristinata la tassa del 50% sui bonus, varata dal precedente governo laburista.

«C´è bisogno di più moderazione e responsabilità da parte delle banche», ha dichiarato un portavoce di Downing Street, «ma non intendiamo porre un limite ai bonus di ogni singolo istituto bancario».

La decisione è stata presa nonostante l´annuncio che i bonus del 2010 ai banchieri della City raggiungeranno complessivamente i 7 miliardi di sterline (circa 8 miliardi e mezzo di euro), secondo la stima del Centre for Economics and Business Research, con un declino minimo rispetto ai premi pagati l´anno precedente, che furono di 7 miliardi e 300 milioni di sterline.

Il governo chiede qualcosa in cambio: fa appello alle banche affinché aprano maggiormente il rubinetto del credito nei confronti delle piccole e medie aziende, per rilanciare l´economia. Ma è appunto un appello, non un ordine. Quanto alla tassa del 50% sui bonus, verrà sostituita da imposte più alte sui bilanci delle banche.

Per Ed Miliband, leader dell´opposizione laburista, si tratta in sostanza di una «riduzione fiscale per i banchieri».

E il via libera sui bonus potrebbe aumentare le tensioni nella coalizione di governo, perché saranno soprattutto i liberaldemocratici a sentirsi traditi rispetto alle promesse elettorali e a quanto hanno sostenuto anche dai banchi governativi.

«Il governo deve spiegarci perché si sente impotente perfino nei confronti della Royal Bank of Scotland», accusa in prima pagina il quotidiano Independent, «una banca all´83% di proprietà dello stato, ovvero del contribuente, che ha ricevuto 45 miliardi di sterline per evitare il fallimenti e continuerà lo stesso a distribuire bonus ai suoi banchieri».

Ma il governo per ora non spiega. Arriva invece un commento da Bob Diamond, amministratore delegato della Barclays: «Dico no ai salvataggi statali per le banche che rischiano di fallire», afferma il banchiere con i bonus più alti di tutta la City. «Nessuna banca deve diventare un peso per i contribuenti».

La sua è riuscita a salvarsi da sola, o meglio grazie agli investimenti dell´emiro del Qatar. Diamond si darà un bonus di 9 milioni di sterline, «un segno di moderazione», lo definisce, rispetto ai 20 milioni di premio all´anno che prendeva prima.


La sinistra ai piedi di Marchionne

di Antonio Lettieri - Il Manifesto - 8 Gennaio 2011

Vi è qualcosa di tristemente paradossale nel modo come Marchionne ha diviso il Pd, oltre ai sindacati. Per Susanna Camusso, Marchionne ha rivelato un atteggiamento autoritario e antidemocratico, in altre parole, ricattatorio.

Per una parte del Pd si tratta, al contrario, di un richiamo alla realtà della globalizzazione e alla necessità di adeguarvi la strategia del sindacato. L'unica obiezione per questa posizione è l'esclusione della Fiom dalla rappresentanza dei lavoratori. Obiezione sacrosanta - sarebbe stupefacente il contrario - ma insufficiente. Questa è solo la punta dell'iceberg.

Per ragionare del piano di Marchionne bisogna partire dal fatto che il suo destino di manager internazionale è definitivamente legato alla Chrysler. Sarà Detroit a decretare il suo successo o il suo fallimento. La Chrysler viene da un passato travagliato. Negli ultimi decenni è stata ripetutamente sull'orlo del fallimento.

Emarginata dal grande mercato americano, non può stupire che quando nel 2009 Barack Obama decise, dopo la procedura di fallimento, il salvataggio della Gm e della Chrysler, nessun imprenditore americano si fece avanti per porre mano alla Chrysler con la quale si era cimentata la tedesca Daimler, produttrice della Mercedes Benz, rimettendoci miliardi di dollari, prima di ritirarsi nel 2007.

Ma per le ambizioni di Marchionne si trattava di un'occasione imperdibile. La Chrysler era ceduta a titolo gratuito con una dotazione del 20 per cento delle azioni e la possibilità di acquisire prima il 35 per cento, e poi la maggioranza del pacchetto azionario (ora nelle mani del sindacato dell'auto), una volta ripagato il debito di oltre sette miliardi di dollari ai governi americano e canadese.

Non è difficile comprendere come per Marchionne riuscire a rilanciare la "Terza grande" di Detroit, acquisendone il controllo è l'impresa della sua vita. E come la Fiat vi gioca un ruolo complementare e, per alcuni aspetti, residuale.

Proviamo a riassumere alcuni dati. Nel 2010 la Chrysler ha prodotto all'incirca un milione di auto (e veicoli leggeri). A metà di questo decennio ne aveva prodotte più di due milioni. Marchionne si è fissato l'obiettivo di arrivare a 2.800.000, poco meno del triplo della produzione corrente, entro il 2014.

Per gli analisti più scettici è un traguardo velleitario. Ma nello schema strategico di Marchionne è un obiettivo essenziale per raggiungere il traguardo di cinque milioni e mezzo/sei milioni di unità fissato per l'alleanza Fiat-Chrysler.

Nel disegno strategico di Marchionne, il ramo più importante del gruppo Fiat è quello brasiliano, dove la Fiat è tra i produttori il numero uno, precedendo Volkswagen e General Motors.

Non a caso, per la fabbrica di Betim alla periferia di Belo Horizonte, che è una delle più grandi fabbriche automobilistiche del mondo, la Fiat ha stanziato investimenti che consentiranno un aumento della capacità produttiva fino a un milione di unità. Un'altra fabbrica sarà costruita nello stato di Pernambuco per 200 mila unità.

Con un milione e duecento mila auto, il doppio di quelle costruite nel 2010 in Italia, Fiat consolida il suo primato sul mercato brasiliano. Se a Detroit spetterà, con la Chrysler, il ruolo di capofila dell'alleanza, il Brasile diverrà il sito più importante del gruppo Fiat.

Se i due terzi del piano produttivo sono affidati alla Chrysler e al ramo brasiliano della Fiat, all'Europa non può che spettare un ruolo di supporto con diverse variabili. La Polonia consoliderà la sua posizione con una produzione di 600.000 unità a Tychy.

Il "progetto Serbia", per il quale esiste un accordo col governo serbo che conferisce i due terzi della proprietà a Fiat e un terzo allo Stato, prevede a regime la produzione di 200.000 unità negli stabilimenti ristrutturati della vecchia Zastava.

Altre 100.000 unità sono in produzione a Bursa in Turchia. Ciò che rimane del grande progetto "globale" Chrysler-Fiat (a partire dalle 600.000 unità attuali, ma l'Alfa Romeo dovrebbe passare alla Volkswagen) potrà essere distribuito fra gli stabilimenti italiani, a seconda delle circostanze e delle convenienze.

Non può sorprendere che Marchionne rifiuti di mostrare il suo piano di investimenti in Italia. Sarebbe dura anche per i suoi più volenterosi estimatori del Pd e dei sindacati firmatari degli accordi di Pomigliano e Mirafiori prendere atto che della vecchia Fiat - Fabbrica Italiana Auto di Torino - non rimarrà che una pallida ombra, con il centro trasmigrato a Detroit e la principale diramazione in America latina.

Rispetto al killeraggio della Fiat la globalizzazione evocata con forza da Sergio Romano e da Eugenio Scalfari è un alibi inconsistente. La Toyota, la Volkswagen, la Ford e la Gm, come il gruppo Psa e la Renault francesi sono imprese "globali"che producono e vendono in diversi continenti, ma a nessuno verrebbe in mente di negare che, in primo luogo, si tratta di imprese i cui centri di riferimento, di ricerca e di sviluppo sono in Giappone, in Germania, negli Stati Uniti e in Francia.

Nel 2010 il gruppo Fiat avrà collocato sul mercato dell'Unione europea all'incirca un milione di auto, i due maggiori gruppi francesi tre milioni e i produttori tedeschi sei milioni. Dobbiamo questo scarto drammatico all'ingordigia dei sindacati italiani - in particolare, della Fiom - ignari dell'avvento della globalizzazione? Al rifiuto di adeguare i salari italiani a quelli polacchi e - perché no? - cinesi?

Ma il Sole 24 ore (28 ottobre) onestamente ci ricorda che alla Volkswagen il salario lordo di base degli operai della linea di montaggio è di 2.700 euro al mese e quello degli operai della manutenzione di 3.300-3.500 euro.

E non si tratta solo di salario. I rappresentanti dei lavoratori occupano il 50 per cento dei seggi del Consiglio di sorveglianza (come in tutte le grandi imprese tedesche), dove si discute la strategia dell'impresa, gli investimenti e le garanzie dell'occupazione.

Quando un'impresa sostituisce un diktat alla pratica di un normale negoziato e al sindacato che dissente è negata la cittadinanza in fabbrica, il problema non è la globalizzazione, ma l'americanizzazione delle relazioni industriali.

Ma vi è qualcosa di più, qualcosa di tristemente grottesco. Tra la Germania, punta di diamante dell'industria europea e gli Usa in piena crisi, una parte della sinistra e del sindacato sceglie il modello americano di Marchionne.

Il modello della contrattazione aziendale che ha messo in ginocchio l'Afl-Cio, quello che fu il potente sindacato americano ridotto all'otto per cento di iscritti nel settore privato.

L'America dove, dopo Reagan e nonostante Barack Obama, chi sciopera può essere sostituito a tempo indeterminato dai crumiri. Dove, si può lavorare nello stesso posto di lavoro con la metà del salario.

Landini ha detto: provate voi a lavorare alla catena di montaggio prima di parlare di ritmi, cadenze, pause, turni. Una questione banalmente demagogica per chi ragiona secondo i grandi paradigmi della globalizzazione e della modernizzazione. Eppure questo è il mestiere del sindacato.

In ogni caso, basterebbe chiedersi se Marchionne avrebbe potuto presentare il suo progetto di marginalizzazione, se non di definitiva distruzione, della Fiat e di smantellamento del sistema di relazioni industriali, a un normale governo di destra come quello tedesco o francese, o a un sindacato come l'Ig Metall, senza essere sbeffeggiato e considerato un semplice provocatore, bizzarro e arrogante.

In Italia assume, invece, le sembianze di un "modernizzatore" e di un riformatore lungamente atteso. Ed è stupefacente che non sia stato già proposto come candidato alla guida di un futuribile ipotetico governo di centro-sinistra.


La Costituente Fiat
di Marco Revelli - www.ilmanifesto.it - 12 Gennaio 2011

In città si stanno moltiplicando i negozi con la vistosa insegna gialla «Compro oro». Erano pressoché sconosciuti fino a un paio di anni fa, ora crescono come funghi: appena un paio in centro, gli altri - decine - nelle ex barriere operaie, Borgo San Paolo, Barriera di Milano, Mirafiori sud...

Acquistano tutto, anche le protesi dentarie. D'altra parte Torino ha fatto segnare nel 2010 il non invidiabile primato nella crescita dei pignoramenti di alloggi, con un +54,8% nei primi dieci mesi dell'anno rispetto al già duro 2009.

E si calcola - sono dati impressionanti - che un 35-40% dei lavoratori metalmeccanici torinesi abbia fatto ricorso, nell'ultimo biennio, alla cessione del quinto dello stipendio, per pagare le rate in sospeso, o semplicemente per arrivare alla fine del mese.

È su questa Torino, su questo tessuto sociale allo stremo, che ha calato la scure del suo Diktat Sergio Marchionne, dall'alto del suo ponte di comando globale e dei suoi quattro milioni e mezzo di euro di stipendio annuo, quattrocentotrentacinque piani più sopra rispetto al reddito annuo di ognuno di quegli uomini e quelle donne che a Mirafiori - nel luogo in cui sono inchiodati per la vita o per la morte - dovranno domani votare se «arrendersi o perire».

Più di novemila volte più in alto - una distanza stellare - se si considera anche il valore delle stock options accumulate, valutabili con un calcolo minimale intorno ai 100 milioni...

Come faccia uno come Eugenio Scalfari a scrivere che non si tratta di ricatto ma di semplice «alternativa» è difficile da capire. Ma ancor più difficile da capire - loro non vivono come lui in un mondo rarefatto di letture e poteri - è come facciano a negarlo i sindacalisti che quell'accordo hanno siglato.

E che non possono ignorare l'asimmetria abissale, il divario incolmabile che separa e distanzia le due parti contraenti segnando, appunto, la differenza tra un ricatto (a cui il destinatario non può sottrarsi senza rinunciare a una parte essenziale di sé), e un'alternativa, in cui in qualche modo la scelta è libera.

Ora è proprio in questo divario, in questa asimmetria assoluta che nella chiacchiera superficiale, politica e giornalistica, viene solitamente invocata per sostenere la necessità di accettare l'Accordo, la natura scandalosa dell'evento. Il fattore che rende quell'accettazione inaccettabile.

E che sottrae la vicenda Fiat alla dimensione specifica di una «normale» vertenza sindacale per farne una questione etica e politica di rilevanza generale: un evento di natura «costituente».

Perché quando in una società si crea un dislivello simile, quando le distanze tra parti sociali essenziali crescono a tal punto da costringerne una al silenzio e all'umiliazione, vengono meno le condizioni stesse di una normale vita democratica.

Quando il principio di Uguaglianza viene a tal punto trasgredito, anche termini come Libertà e Giustizia perdono di significato, per assumere il volto tetro dell'arbitrio del più forte e dell'uso vessatorio delle regole.

Basta, d'altra parte, leggere le 78 cartelle in A4 della bozza di Accordo, diligentemente siglate pagina per pagina dalle parti contraenti, per rendersi conto della sproporzione tra le forze.

Ognuna di esse trasuda, letteralmente, «asimmetria». A cominciare dalla «Clausola di responsabilità» che fa da preambolo, senza neppure uno straccio di accenno agli impegni assunti dall'Azienda per la realizzazione del «piano per il rilancio produttivo dello stabilimento di Mirafiori Plant», e invece minuziosamente precisa (direi minacciosa) nel sottolineare gli obblighi degli altri, con quelle due righe sul «carattere integrato dell'Accordo» per cui la trasgressione (collettiva o anche individuale) di uno solo degli impegni assunti costituirebbe un'infrazione grave, tale da fare decadere tutti i diritti acquisiti dalle organizzazioni sindacali contraenti...

Per non parlare della procedura scelta dalla Fiat Group Automobiles per sfilarsi dall'accordo del '93 e dai vincoli del contratto nazionale dei metalmeccanici - per «far fuori» la Fiom! - con l'espediente della newco, in clamorosa violazione del dettato del nostro codice civile (art. 2112) in materia di «Mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d'azienda» ...

Come se, appunto, l'onnipotenza aziendale potesse prevalere su ogni normativa pubblica, nella stessa misura in cui le regole stipulate a livello d'impresa devono servire a null'altro che a sancire la volontà di potenza del vincitore.

Oppure si consideri il primo punto della «Regolamentazione per la Joint Venture», sull'Orario di lavoro. Dice che la proprietà potrà scegliere tra un ampio ventaglio di opzioni - «schemi» li chiamano - con una sorta di menu à la carte nel quale vengono ricombinate le vite dei lavoratori: 15 turni (8 ore su tre turni, mattino, pomeriggio e notte, per cinque giorni la settimana); oppure 18 turni (8 ore su tre turni per sei giorni la settimana, quindi compreso il sabato); oppure, ancora, in via sperimentale, 12 turni (ognuno di 10 ore giornaliere, due turni al giorno per sei giorni la settimana).

Nei casi in cui l'orario settimanale superi le 40 ore, è previsto un recupero giornaliero la settimana successiva, ma esso è puramente teorico dal momento che l'Accordo prevede anche 120 ore di straordinario obbligatorio (aumentabili fino a 200), a disposizione dell'azienda che le potrà utilizzare per saturare in periodi di picco nella produzione anche i periodi di riposo infrasettimanale.

Le pause, a loro volta, saranno ridotte da 40 a 30 minuti, tre per turno, in ognuna delle quali il lavoratore dovrà scegliere se andare in bagno, sedersi un attimo per prendere fiato o tentare di addentare uno sneck (dal momento che la pausa mensa potrà essere spostata a fine turno e lavorare otto ore in piedi senza soste e senza mettere nulla in corpo non è sopportabile).

In compenso la riduzione delle pause sarà compensata con un controvalore di 32 euro al mese, circa un euro al giorno (più o meno quanto si dà a un lavavetri al semaforo).

Dentro questa griglia ci sono le vite di alcune migliaia di uomini e di donne. Ci sono centinaia e centinaia di famiglie, con la loro organizzazione spaziale e temporale, con la loro rete di relazioni, con le loro concrete esistenze.

Ci sono, appunto, delle «persone»: c'è il loro «tempo di vita», divenuto una sostanza spalmabile a piacere dall'impresa sulle proprie catene di montaggio, tra i pori del proprio «tempo di saturazione» (quello che divide l'ora in 100.000 unità di tempo micronizzato, secondo i dettami della nuova «metrica del lavoro»), a seconda di ciò che comanderà, momento per momento, il mercato.

E dobbiamo chiederci, a questo punto, quale concezione del mondo stia dietro a questa visione. Quale idea di uomo (di «persona umana») e di società ispiri un tale progetto.

E se l'argomento «definitivo» - quello con cui si taglia ogni discorso, si mette a tacere ogni obiezione - della «globalizzazione» e dei suoi impersonali dogmi sia sufficiente a giustificare una tale macelleria sociale ed esistenziale.

Ecco perché la «sfida» lanciata da Marchionne non è una «questione privata». Non può cioè essere limitata al rapporto tra la Fiat e il «suoi» operai (e non dovrebbe essere affidata solo al voto «con la pistola puntata alla tempia», di quegli operai che non devono essere abbandonati a se stessi), ma riguarda tutti noi, in quanto cittadini.

Riguarda l'orizzonte in cui ci troveremo a vivere nei prossimi anni. Non è uno strappo contingente alle regole. È uno tzunami, che scardina le basi stesse del sistema di relazioni industriali e, più in generale, del nostro ordine sociale e produttivo.

L'hanno sottolineato i più autorevoli osservatori non vincolati da obblighi di carattere servile, da Carlo Galli (in un lucidissimo articolo su Repubblica) a Ulrich Beck, uno che di «società globale» se ne intende.

Farebbero bene ad accorgersene anche i nostri «re tentenna» del partito democratico (quanto filisteismo c'è nel Fassino che dice «se fossi un operaio voterei sì»), e quanti pretendono di esercitare funzioni di rappresentanza.

Se dovessimo accreditare l'idea della globalizzazione che da quel «fatto compiuto» si manifesta - se dovessimo davvero attribuire a quel sistema impersonale di vincoli carattere d'inderogabilità e alle sue ricadute sui territori natura di nuova «costituzione materiale» - allora dovremmo rivedere tutti i nostri concetti portanti: di cittadinanza, di democrazia, di legittimazione e di diritto.

Così come se dovessimo ritenere inaggirabile quell'ukase - se ai lavoratori non dovesse più rimanere altra alternativa che quella tra la perdita del posto o l'accettazione di una condizione esplicitamente servile del proprio lavoro, se il lavoro conservato dovesse rivelarsi irrimediabilmente incompatibile con diritti e dignità -, allora non ci resterebbe davvero che organizzare un esodo di massa, fuori dalle mura dentate delle fabbriche, lontano dallo stato di «salariato».

Oltre, davvero oltre, la modernità che abbiamo conosciuto e che non era fatta di asservimento e subalternità (come vorrebbero i nostri «modernizzatori» tardivi), ma di conflitto e di diritti faticosamente contesi.


La fuga del sovrano
di Giuseppe D'Avanzo - La Repubblica - 13 Gennaio 2011

Quale che sia oggi la decisione della Consulta sulla costituzionalità del "legittimo impedimento", Berlusconi può starsene tranquillo ché l'uso privatistico del Parlamento ha raggiunto il suo scopo.

La prescrizione che si è acconciata da solo, azzopperà i tre processi che lo vedono imputato di corruzione (Mills), frode fiscale (diritti tv Mediaset), appropriazione indebita (Mediatrade).

Intendiamoci, se fosse un imputato qualunque - "un imputato in scadenza termini", come dicono gli addetti - il tribunale stringerebbe i tempi e (per esempio) il "processo Mills", che ha davanti un anno di tempo prima di "morire", forse riuscirebbe a chiudersi anche in Cassazione.

Così non sarà perché le intimidazioni del Sovrano, le aggressioni del sistema politico, governativo e mediatico che controlla lasciano il segno e provocano nelle toghe indecisioni e timidezze che attardano il cammino del processo più delle gimkane organizzate dagli avvocati.

Dunque, il premier si salverà ancora, anche se i cinque giudici su sette che si occupano di lui, trasferiti ora ad altri incarichi, dovessero essere "applicati" (come probabilmente accadrà) fino alla fine dei processi. Da questo punto di vista, Berlusconi ha ragione ad essere, come dice, "indifferente" alla pronuncia della Corte Costituzionale.

Non gliene può venire un immediato danno giudiziario (quel che più temeva), ma gli si deve chiedere: davvero il premier può essere disinteressato a quel che accadrà alla sua immagine di padre, di tycoon di talento, di uomo di governo che ambisce a concludere il ventennio della sua éra politica al Quirinale, presidente della Repubblica, capo dello Stato?

Se si guarda alla questione da questo punto di vista, i processi soffocati prima della sentenza lasciano il Cavaliere assai malconcio.

Guardiamone soltanto uno, quello per la corruzione dell'avvocato David Mills che raccoglie interessanti tranches de vie e definisce quasi scandendoli gli eventi dell'avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi.

Come si sa la Cassazione, condannandolo a risarcire il danno, ha già concluso che David Mills è stato corrotto. La corruzione è un reato "a concorso necessario": se Mills è stato corrotto, il presidente del consiglio (coimputato) è il corruttore. Vediamo che cosa significa questo risultato ormai scolpito nella pietra e come l'esito ferisca irrimediabilmente la reputazione di Berlusconi, la narrazione di se stesso, il suo "mito".

La conclusione del "processo Mills" fa del Cavaliere innanzitutto uno spergiuro spietato perché fa voto - mentendo - sulla "testa dei suoi figli". Disse (lo ha ricordato anche ieri): "Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l'Italia", (Ansa, 20 giugno 2008). Il processo ha dimostrato che egli ha conosciuto l'avvocato. La sentenza documenta quanto Berlusconi sia un bugiardo conclamato.

Disse: "Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l'esistenza", (Ansa, 23 novembre 1999). I processi hanno dimostrato che Mills creò All Iberian con il coinvolgimento "diretto e personale" del Cavaliere.

La gestisce per conto e nell'interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle Fiamme Gialle corrotte), mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l'avvocato inglese si attribuisce la paternità. Ancora.

L'esito del processo Mills mostra quanto per Berlusconi siano vincolanti le pubbliche promesse. Si impegna a ritirarsi dalla politica, addirittura a lasciare l'Italia se si fosse dimostrato la sua conoscenza di Mills.

L'avvocato ammette di averlo incontrato ad Arcore, Berlusconi non prepara le valigie. Quel che più conta, la sentenza Mills dimostra come la fortuna di Berlusconi, più che nel talento, ha le sue radici nel malaffare, nell'illegalità, nella corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo. Altro che homo novus e leader outsider.

Ora, può non uno statista o un tycoon di strepitoso successo, ma semplicemente un uomo che abbia rispetto di se stesso, del suo buon nome e del suo onore accettare che la sua storia sia avvilita a questi infimi livelli se non lo ritiene corretto? E che cosa intende fare quell'uomo per ripristinare quel che egli sostiene essere "la verità"?

Questa responsabilità trova Berlusconi estremamente debole, quale che sia oggi la sentenza della Consulta. Il premier preferisce confondere l'opinione pubblica più che convincerla. Minaccia, come dice a Berlino, di "spiegare agli italiani". Repertorio abituale. Lo ha già promesso in agosto: "Andrò in tv a spiegare la mia odissea giudiziaria".

E due anni e mezzo prima, mentre si riposava ai Caraibi, ad Antigua, meditava di fare un discorso in Parlamento sulla giustizia italiana. Anche in quest'occasione ha alla fine taciuto e ancora lo farà oggi (a meno che non si vada a votare).

Meglio così, perché c'è un solo posto dove Berlusconi può mettere in sesto la sua storia e documentare la sua "verità", se è in grado di farlo. È l'aula di un tribunale cui può chiedere di non curarsi dei tempi della prescrizione tanto più se ritiene le accuse "ridicole".

Per un uomo che governa il Paese e vuole diventare capo dello Stato è un obbligo perché è una Repubblica senza futuro e in pericolo quella in cui il Presidente può essere apostrofato legittimamente da chiunque come un bugiardo, uno spergiuro, un corruttore.


Ebbene sì, sono un traditore
di Massimo Fini - Il Fatto Quotidiano - 12 Gennaio 2011

Antonio Di Pietro ha dichiarato: “Chi è contro l’Unità d’Italia è un traditore”. Io sono un traditore. L’Italia migliore e più vitale è stata quella preunitaria. L’Italia dei Comuni, delle Repubbliche Marinare, dei Granducati.

L’Italia-laboratorio dove, con l’affermarsi, a Firenze e nel piacentino, di una forte classe di mercanti (che oggi si chiamano imprenditori) ha avuto inizio la Modernità.

L’Italia della grande letteratura, Dante, Petrarca, Cavalcanti, Boccaccio, poi il Tasso e l’Ariosto su su fino a Foscolo, Manzoni, Leopardi. L’Italia della grande arte, Piero della Francesca, Paolo Uccello, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Botticelli, Caravaggio, Tiziano, Tiepolo.

L’Italia delle cattedrali, delle chiese, delle pievi, dei borghi e del suo straordinario paesaggio (oggi ampiamente e unitariamente sconciato) che sono poi i motivi per cui i turisti stranieri vengono ancora da noi.

L’Italia unitaria, dal punto di vista culturale, ha avuto ancora un buon periodo ai primi del Novecento, con le avanguardie, la grande stagione delle riviste, La Voce, La Ronda, La Cerba, il Leonardo e durante il fascismo, dove fummo primi in un settore modernissimo quale il design industriale. Sul secondo dopoguerra, cinema e qualche eccezione a parte, è meglio stendere un velo pietoso.

Politicamente l’Italia unita ha fatto due guerre. Una l’ha vinta cambiando alleato, nell’altra ha sbagliato alleato e l’ha persa nel più ignominioso dei modi spaccando, in questo caso sì, il Paese in due. Piazzale Loreto resta, simbolicamente e concretamente, una vergogna indelebile. Nel dopoguerra, a parte l’euforia della ricostruzione (è facile essere felici quando si è salvata la pelle), è stato un disastro, soprattutto a partire dalla fine degli anni Sessanta.

Siamo l’unico Paese al mondo ad avere quattro mafie (quella propriamente detta, la camorra, la ‘ndrangheta, la Sacra Corona Unita), ai primissimi posti per la corruzione, svuotati di ogni contenuto che non sia materiale e di ogni valore che non sia il Dio Quattrino. Che cosa dovremmo celebrare, presidente Napolitano?

Lo Stato nazionale, come ogni costruzione umana, non è eterno. Ha avuto la sua funzione in un determinato periodo storico. Nacque, in Europa, per motivi di difesa ed economici perché l’infinità di dazi danneggiava quel libero mercato che proprio allora stava prendendo piede.

Ma oggi, in Europa, nessuno Stato nazionale è così grande e forte da poter assicurare da solo la propria difesa, né così piccolo e coeso da poter dare risposta alle esigenze identitarie che, in epoca di globalizzazione, si fanno sempre più impellenti. In quanto al commercio non solo non ci sono più dazi ma, in Europa, nemmeno confini.

Quando l’Europa sarà politicamente unita, gli Stati nazionali perderanno ogni ragion d’essere. I suoi punti di riferimento periferici non saranno più gli Stati, ma le “macroregioni”, cioè aree geografiche economicamente, socialmente, culturalmente e climaticamente coese, che potranno anche superare gli attuali confini nazionali (non si vede perché non dovrebbero unirsi, per esempio, la Savoia e la Valle d’Aosta, il Tirolo con l’Alto Adige e il Trentino, la Riviera di Ponente con la Costa azzurra e la Provenza).

Quelli che andiamo quindi gloriosamente a celebrare sono i 150 anni di un’istituzione morente.