lunedì 18 luglio 2011

Crisi economica globale - update

Come era prevedibile, nonostante siano passati solo tre giorni dall'approvazione in Parlamento della pesantissima manovra economica, la Borsa di Milano ha segnato un altro crollo (- 3,06%) con lo spread Btp-Bund che è tornato a crescere fermandosi a quota 329,5 punti base - dopo aver toccato anche i 337 - e il tasso di rendimento del Btp a 10 anni salito quasi al 6%.

Ma c'è comunque qualcuno che vuole cercare di vederci chiaro.

Infatti il pm di Trani Michele Ruggiero, che aveva già aperto un'inchiesta sulle agenzie di rating in passato, l'ha ampliata anche alla possibile speculazione delle ultime settimane dopo l'arrivo di un esposto denuncia da parte dell'Adusbef e Federconsumatori.


Anche la Procura di Roma ha aperto un fascicolo d'indagine sull'andamento anomalo registrato in Borsa il 24 giugno, l'8 e 11 luglio. Buona fortuna...


P.S. Oggi Goldman Sachs in uno studio in cui risponde a "10 domande sull'Italia" ha parlato di "un forte segnale sul fatto che l'Italia sta rispondendo alle preoccupazioni del mercato [...] Resta tuttavia l'incertezza legata all'aumento dei rendimenti che potrebbe rendere insostenibile per l'Italia il peso del debito pubblico [...] Il 7 % di rendimento è la soglia oltre la quale tali preoccupazioni si auto-alimenterebbero [...] Gli obiettivi italiani di riduzione del deficit sotto il 3% nel 2012 e di pareggio di bilancio nel 2014 sono ambiziosi ".

E se lo dicono loro...toccare ferro e cinture di sicurezza allacciate...


Attacco Usa all'Europa
di Stefania Limiti - www.cadoinpiedi.it - 17 Luglio 2011

La soffiata di Tarpley: in una riunione del 2008 è stata decisa la crisi europea, per evitare che il biglietto verde crollasse. Gli sciacalli hanno puntato tutto sui Credit Default Swaps

Abbiamo di nuovo scelto Webster G. Tarpley per approfondire uno dei più temi urgenti di questi giorni, l'attacco speculativo all'euro e i suoi effetti su alcuni paesi, tra cui l'Italia.

Tarpley, infatti, oltre ad essere un profondo conoscitore del sistema finanziario internazionale è, soprattutto, un osservatore di assoluta indipendenza e paladino delle battaglie contro tutte le oligarchie, come è possibile constatare dalle sue opere (tra le quali segnaliamo, per l'attinenza al tema, il recentissimo Obama dietro la maschera: golpismo mondiale sotto un fantoccio di Wall Street).

Le sue sono caratteristiche essenziali, dunque, se si vuole scoprire dove siano le verità nascoste: per questo la prima domanda è diretta al cuore del problema:

1. Esiste un'intelligence che ha pensato e attuato il piano speculativo nei confronti dei paesi europei?
- Sì, questo era già chiaro dal febbraio 2010, quando il Wall Street Journal pubblicò un servizio su una cena cospiratoria (8 febbraio) tenuta nella sede di una piccola banca d'affari specializzata, la Monness Crespi and Hardt, alla quale parteciparono persone di grande influenza. In quell'occasione si cercavano strategie per evitare un'ondata di vendite di dollari da parte delle banche centrali ed il conseguente crollo del dollaro.

L'unica maniera per rafforzare il biglietto verde passava attraverso un attacco all'euro le cui compravendite ammontavano circa a mille miliardi (one trillion) al ogni giorno: impossibile pensare ad un attacco frontale contro una moneta così forte. Quindi, gli sciacalli degli hedge funds di New York - fra cui anche certi protagonisti della distruzione di Lehman Brothers - hanno cercato i fianchi più deboli del sistema europeo e li hanno individuati nei mercati dei titoli di stato (government bonds) dei piccoli paesi del meridione europeo e comunque della periferia - Grecia e Portogallo - dove era possibile contare sulla complicità di politici dell'Internazionale Socialista al servizio della CIA e di Soros.

Il mercato dei titoli di stato della Grecia è relativamente ristretto e poco liquido rispetto al Bund tedesco o al Gilt britannico (i loro bonds): una condizione ideale per una serie di vendite al ribasso, accompagnate da articoli negativi ispirati da veline di Wall Street e della City e magari a qualche valutazione pessimista delle agenzie di rating (notoriamente corrottissime come abbiamo visto nel 2007-8).

Un mix che può determinare tracolli dei prezzi e un vero e proprio panico. Per aumentare il potere distruttivo di questi attacchi speculativi, si usa una forma di derivati che si chiamano Credit Default Swaps (Cds) - detti talvolta derivati di assicurazione. Con pochi soldi si può scatenare un effetto notevole al ribasso.

2. Può spiegarci meglio cosa sono questi famigerati Cds?
- Sono quelli che hanno distrutto la più grande ditta assicuratrice del mondo, l'AIG, nel settembre 2008. L'ufficio di Londra di AIG aveva emesso Cds per 3 mila miliardi di dollaro ($3 trillion), più del prodotto nazionale lordo della Francia.

C'è stato un tentativo qui negli Usa di proibire o almeno limitare i CDS ma alcuni esponenti Democratici al servizio di Wall Street, Dodd e Frank , hanno bloccato il provvedimento l'anno scorso con l'aiuto dei Repubblicani reazionari....

3. Sì, ricordiamo questo passaggio, può spiegarci in termine chiari di cosa di trattò?
- Durante l'iter parlamentare dell'abbozzo di legge per la riforma del sistema finanziario, il senatore Christopher Dodd del Connecticut e il deputato Barney Frank del Massachusetts, i presidenti delle commissioni competenti, entrambi Democratici e entrambi pagati da Wall Street, fingendo di volere la riforma radicale, hanno silurato quasi ogni tentativo di proibire o limitare i derivatives. Lo hanno fatto coll'aiuto dei Repubblicani, apertamente ostili ad ogni riforma. Il risultato e' che il cancro dei derivatives continua a crescere.

4. Chiarissimo, tornando ai CDS...
- Un CDS è una scommessa (side bet) fatta da un terzo rispetto alla bancarotta o meno di un altro titolo, spesso fatta a distanza - nel caso in cui colui che fa la scommessa non e' il proprietario del titolo di cui si tratta (naked CDS). E' come scommettere su un cavallo che appartiene ad un altro.

I CDS sono intrinsecamente illegali: se fossero polizze di assicurazione, bisognerebbe incriminare i venditori perché non hanno fatto le formalità legali per registrarsi come società assicuratrici, ne' hanno le riserve di capitale - chiunque può vendere CDS anche se non ha risorse ne' fondi speciali per esiti imprevisti.

Se i CDS fossero giochi di azzardo, allora bisognerebbe incriminare i venditori come operatori di una bisca fuorilegge. Si potrebbe quindi colpire i CDS senza nuove leggi, solo con quelle già esistenti.

Nella primavera scorsa, il ministro tedesco delle finanze Schauble ha introdotto una serie di misure contro i CDS allo scoperto (naked credit default swaps): si tratta di misure che hanno avuto un effetto positivo per la stabilità dell'euro e delle obbligazioni dell'eurolandia.

5. E le agenzie di rating?
- Per quanto riguarda le credit ratings agencies andiamo a vedere il loro ruolo nella crisi mondiale di settembre 2008, quando hanno mantenuto note di AAA per ditte come AIG, Merrill Lynch, e Lehman fino a 5 minuti prima del crollo di queste aziende. La loro corruzione era evidentissima.

Adesso loro vorrebbero giudicare la solvibilità dell'Italia, e questo e' uno scandalo. I funzionari di queste agenzie dovrebbero tremare davanti al giudice togato, invece di poter mandare siluri contro grandi nazioni.

Bisogna mettere queste agenzie fuorilegge per non permettere loro di fare pubblicità agli speculatori al ribasso e spargere panico fra i piccoli risparmiatori che forse credono tutt'ora nella buona fede di queste agenzie screditatissime.

6. Ci spiega che cosa significa in termini politici l'attacco all'Euro?
- Si tratta di un tentativo di esportare la depressione economica mondiale verso l'Europa, creando un caos di piccole monete che saranno facile preda alla speculazione, a differenza dell'euro che è abbastanza forte per potersi difendere.

Si tratta di scaricare la crisi sull'Europa, sempre con l'idea di indebolire a tal punto l'euro da impedire a questa moneta di fungere da riserva mondiale accanto al dollaro o al posto del dollaro.

Negli anni trenta la strategia inglese era quella delle svalutazioni concorrenziali (competitive devaluations) della sterlina, per esportare la crisi verso gli altri. Un approccio noto come "beggar my neighbor" - ridurre il vicino alla miseria. Oggi è la stessa strategia con i mezzi più sofisticati - fra cui, appunto, i famigerati derivati, definiti da Warren Buffet come "financial weapons of mass destruction."

7. In Italia molti ritengono che l'attacco speculativo al debito pubblico coincida con la fine della stagione di Berlusconi, c'è un legame tra le due cose?
- La grande questione che riguarda l'attacco sferrato all'Italia lunedi' 11 luglio e': perché adesso? Veramente non ci sono spiegazioni solo inerenti alla specifica situazione italiana. Una ipotesi: le zombie banks e hedge funds di Wall Street volevano seminare panico in Italia per avere più opzioni nell'eventualità di una bancarotta nazionale USA alla vigilia di Ferragosto che potrebbe scaturire dal rifiuto dei Repubblicani reazionari del Tea Party di aumentare il limite massimo dell'indebitamento dello Stato americano.

In quel caso, l'unico aiuto per il dollaro sarebbe un tracollo contemporaneo dell'euro, che potrebbe benissimo cominciare dall'Italia. Bisogna tuttavia riconoscere che la cacciata di Berlusconi rappresenta da un paio di anni uno dei primi obiettivi angloamericani in Europa. Berlusconi è troppo vicino a Putin, troppo coinvolto nel Southstream pipeline, troppo indipendente da tanti punti di vista.

Si vede questo nei documenti pubblicati da Wikileaks, un'operazione della CIA mirata a colpire i bersagli degli angloamericani, da Gheddafi a Ben Ali a Mubarak a Putin e la signora Rodriguez de Kirchner in Argentina.

Qui da noi leggiamo che Berlusconi è il più grande amico della Russia all'interno della UE - cosa positiva per la pace mondiale a mio parere, ma intollerabile per l'impero angloamericano in fase di crollo. Gli stessi impulsi nazionalistici italiani e lo stesso mestiere dell'Italia come ponte fra l'Europa da una parte e il Nord Africa, il Medio Oriente e la sfera russa dall'altra sono presenti, sebbene in forma debole, nell'azione di Berlusconi.

Purtroppo molti in Italia sono accecati dall'odio appena si tratta di Berlusconi. Io ho visto che quelli che erano accecati dal loro odio di Bush sono caduti nella trappola di Obama - vale a dire di Soros e di Rockefeller - e quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Obama sono caduti nella trappola del Tea Party - vale a dire dei fratelli Koch ultrareazionari.

In Italia quelli che sono accecati dal loro odio nei confronti di Berlusconi cadono fatalmente nella trappola di De Benedetti, Soros e compagnia bella.

8. Per noi Berlusconi rappresenta un ostacolo per qualsiasi forma di democrazia
- Sì, ma è meglio evitare l'odio e lavorare su un progetto positivo come una riforma economica e le misure urgenti per difendere l'economia italiana contro l'attuale attacco coordinato degli speculatori internazionali.

Berlusconi è imbevuto di ideologia neoliberale. La sua è una politica ostile alla classe lavoratrice. Il suo appoggio a progetti come la privatizzazione dell'acqua è pura follia. Berlusconi appare quindi incapace di difendere l'Italia dall'ondata di rivoluzioni a colori che incombe sull'Europa. Ma prima di cacciarlo gli italiani dovrebbero essere ben sicuri di non andare dalla padella alla brace.

9. Appunto, il governo di Berlusconi-Tremonti e Bossi in questo momento impedisce passi avanti ma quali sarebbero queste misure urgenti secondo lei?
- Secondo me il governo italiano deve agire quanto prima per dichiarare lo stato di emergenza; vietare in maniera permanente i titoli derivati di assicurazione (credit default swaps), lo strumento preferito per l'assalto alle obbligazioni dello Stato Italiano e disporre serie pene criminali per i trasgressori di tale divieto.

Ripeto: se questi titoli sono considerati assicurazioni, i venditori non hanno adempito alle precondizioni legali per poter funzionare come ditta assicuratrice, se sono giochi di azzardo, la loro vendita rappresenta una bisca abusiva. In ogni caso sono illegali e devono essere colpiti dalla legge.

Neutralizzare le agenzie di rating. Durante la crisi del 2008, le agenzie di rating hanno mantenuto una valutazione di AAA per molte obbligazioni fino alla vigilia del crollo, dando luogo ad accuse di corruzione.

Oggi esiste il fondato sospetto della partecipazione di queste agenzie ad una operazione congiunta di attacco all'Italia da parte di banche e hedge funds esteri nell'ambito di una speculazione al ribasso su vasta scala.

È quindi opportuno far intervenire la magistratura e la Guardia di Finanza per eseguire perquisizioni nelle sedi di tali agenzie allo scopo di accertare in maniera preventiva se questi delitti sono in fase di preparazione. Eventuali attività criminali contro l'Italia da parte di queste agenzie di rating devono essere colpite attraverso proteste diplomatiche, mandati dell'Interpol e altri mezzi.

Questi provvedimenti sono urgenti sopratutto per rompere lo slancio dell'attuale attacco speculativo e per garantire la stabilità necessaria per sviluppare una azione a più lunga scadenza. Ogni sforzo deve essere fatto per ottenere l'applicazione di tali provvedimenti in tutti i paesi dell'Unione Europea.

Grazie Mr Tarpley per le sue spiegazioni, purtroppo siamo certi che tutto ciò che potrebbe fare un governo onesto per togliere dai guai l'Italia questo governo non potrà né vorrà farlo....



Goldman scommette sulle nazioni europee come con i clienti subprime
da www.washingtonsblog.com - 16 Luglio 2011
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Supervice

È ben documentato che le grandi banche come Goldman Sachs fanno soldi scommettendo contro gli investimenti che loro stesse hanno confezionato e venduto ai propri clienti, vedi il caso dei pacchetti dei prodotti collegati ai mutui subprime come le collateralized debt obligation.

Questa pratica non solo era illegale e immorale, ma ha poi peggiorato la crisi dei subprime. Vedi qui, qui, qui, qui e qui.

Ma sapevate che le grandi banche hanno fatto la stessa cosa con tutte le nazioni europee?

Come ha evidenziato Andrew Gavin Marshall:

La Grecia ha un debito totale di circa 330 miliardi di euro (o 473 miliardi di dollari)[New York Times]. E allora come ha fatto questo debito a sfuggire dal controllo? Come poi appurato, le maggiori banche statunitensi, specificatamente J.P. Morgan Chase e Goldman Sachs, “hanno aiutato il governo greco a mascherare la vera estensione del suo deficit per mezzo di un accordo sui derivati che ha legalmente aggirato le direttive sul deficit del trattato di Maastricht”.

Le direttive in essere sul deficit avrebbero affibbiato multe pesanti agli stati membri che avessero superato il limite per il deficit di bilancio del 3% del PIL, e che il totale del debito pubblico non deve eccedere il 60% del PIL. La Grecia ha nascosto il suo debito con la “contabilità creativa” e in alcuni casi trascurando le enorme spese per le forze armate. Mentre il governo greco perseguiva I suoi metodi di “finanza creativa”, ha ottenuto ancora più aiuto da Wall Street a partire dal 2002, quando “varie banche di investimento hanno offerto complessi prodotti finanziari con I quali i governi avrebbero spinto parte delle proprie obbligazioni nel futuro”.

In parole povere, con l’aiuto di Goldman Sachs e JP Morgan Chase, la Grecia è stata capace di nascondere il suo debito nel futuro trasferendolo nei derivati. Un grosso accordo fu siglato con Goldman Sachs nel 2002 riguardo i derivati, specificatamente
cross-currency swaps, “nei quali i debiti dei governi denominati in dollari e yen vengono trasformati in debito denominato in euro per un certo periodo, per essere riscambiati nelle divise originali in una data successiva”.

Le banche hanno aiutato la Grecia a concepire uno schema di cross-currency swap nel quale usavano tassi di cambio fittizi, consentendo alla Grecia di swap divise e debito per un credito supplementare di un miliardo di dollari. Mascherato come uno “swap”, questo credito non appariva nelle statistiche del debito pubblico. Come ha affermato un venditore di derivati tedesco, “le regole di Maastricht possono essere eluse legalmente attraverso gli swaps” [
Spiegel].

Allo stesso modo in cui i proprietari di case hanno preso un secondo mutuo per ripagare il debito delle carte di credito, Goldman Sachs e JP Morgan Chase e altre banche statunitensi hanno aiutato i governi a posticipare il debito nel futuro con il mercato dei derivati.

Questo è stato fatto in Grecia, Itala e probabilmente in altri paesi dell’eurozona. In diverse decine di accordi avvenuti in Europa, “le banche hanno fornito contanti anticipati in cambio di pagamenti del governo nel futuro, la cui contabilità veniva lasciata fuori dai bilanci”.

Siccome queste trattative non sono segnate come prestiti, non vengono considerati debiti (obbligazioni), e così il debito reale della Grecia e di altri paesi dell’eurozona era ed è probabilmente per larga parte rimasto nascosto. La Grecia ha poi ipotecato i suoi aeroporti e le autostrade alle maggiori banche per avere anticipi di contante e per lasciare i prestiti fuori dal bilancio, classificandoli come transazioni [New York Times].

Inoltre, mentre Goldman Sachs stava aiutando la Grecia a nascondere il debito dalle statistiche ufficiali, stava anche coprendosi con l’acquisto di un’assicurazione sul debito greco insieme ad altri derivati per proteggersi contro il possibile default della Grecia. Così, mentre Goldman Sachs stava intavolando trattative a lungo termine con la Grecia (grazie alle quali il paese ellenico avrebbe dovuto pagare forti somme a Goldman Sachs), l’azienda simultaneamente stava scommettendo a breve termine contro il debito greco, approfittando della crisi del debito greco che aveva contribuito a creare [Business Insider].


I PIIGS, i ruffiani della stampa e il meltdown globale
di Gerard Celente - http://lewrockwell.com - 14 Luglio 2011

"Leggete tutto quello che c’è da leggere!" Non potete leggere tutto! I media sono pieni di notizie di come siano tornati tra noi i giorni felici della borsa.

Dopo un inizio tempestoso, giugno si è chiuso e luglio è iniziato con gli indici benchmark degli Stati Uniti che rastrellano i migliori guadagni settimanali da due anni a questa parte: l’indice della produzione USA è inaspettatamente aumentato, e i Greci assillati dal fardello del debito sono stati salvati ancora una volta, accatastando un nuovo debito impagabile sul vecchio debito ancora non pagabile.

Sì, c’era un po’ di preoccupazione, ma, come ha riportato il New York Times il 25 giugno, "Due anni di recupero ufficiale, e l’economia si sta ancora comportando come un aereo che sta rullando sulla pista in attesa del via. Pochi economisti stanno preventivando un ritorno vero e proprio della recessione […] gli analisi si aspettano in larga parte che l’economia si risollevi nella seconda metà."

Gli economisti avevano preventivato per giugno una forte crescita dell’occupazione. Ma due settimane dopo, quando sono usciti i dati, il Bureau of Labor Statistics ha riportato che erano stati creati solo 18.000 posti di lavoro, non i 125.000 previsti […] da quegli stessi economisti che non stavano "preventivando un ritorno vero e proprio della recessione."

Allo stesso modo, senza perdere un colpo, il Times ha cambiato la sua musica, scrivendo nuove righe per rimpiazzare le vecchie frasi che non saranno mai costretti a rimangiarsi:

Lo scarso numero di posti di lavoro indica che la ripresa è in fase di stallo


Contro le previsioni sul lavoro degli economisti, la disoccupazione si avvicina al 9.2%


Per il secondo mese consecutivo, pochi posti di lavoro sono stati aggiunti a giugno, mettendo in allarme per il fatto che la ripresa economica è incerta […] Il governo ha anche rivisto al ribasso il piccolo incremento del mese precedente di 25.000 nuovi posti di lavoro, meno della metà della stima originaria. (The New York Times, 9 luglio 2011)

"I dati lugubri sull’occupazione abbattono la ripresa USA" e "La preoccupazione cresce sul lavoro" sono i rispettivi titoli del Financial Times e del Wall Street Journal del 9 luglio, che dissipano tutta l’aria di ottimismo che aveva recentemente spirato nei mercati azionari.

"Occupazione!" Più che gli ordinativi per l’industria, il PIL, i profitti aziendali, le vendite al dettaglio, i beni durevoli… l’occupazione era l’unico dato che contava. Non c’era modo di distogliere l’attenzione dai 18.000 posti di lavoro, per la gran parte con bassi contributi sanitari, nel messaggio pieno di speranza trainato dalla previsione dei 125.000 impieghi di quasi tutti gli economisti.

L’equazione era semplice; più gente non ha lavoro, meno consumano. E negli Stati Uniti, dove la spese dei consumatori è pari a circa il 70 per cento del PIL, senza un incremento della loro spesa, l’economia era di nuovo diretta verso la recessione.

Nel corso della notte, un duro report sull’occupazione si è tolto di mezzo due anni di propaganda del governo e di complicità dei media. Nell’aprile del 2010, il vicepresidente Joseph Biden promise: "Andremo a creare tra i 250.000 e i 500.000 posti di lavoro al mese."

E nell’agosto del 2010, il Segretario al Tesoro, Timothy Geithner, ha dichiarato che le "azioni intraprese all’apice [della crisi] per stimolare l’economia hanno contribuito ad arrestare la caduta libera, prevenendo un collasso ancora più profondo e indirizzando l’economia sulla via della ripresa."

Ma quasi un anno più tardi, parlando a "Meet the Press", due giorni dopo la pubblicazione dei dati devastanti sull’occupazione, la nuova e rivista previsione di Geithner era questa: "Oh, credo che [la ripresa] ci metterà ancora del tempo. È un periodo davvero difficile. E io penso che per molte persone sarà davvero dura, più dura di qualsiasi cosa di cui abbiamo avuto esperienza nella nostra vita, per i tempi a venire."

Come la vanagloria di Biden, a lungo sepolta e mai riesumata, l’affermazione di Geithner, un’evidente contraddizione della sua prima proiezione, non è stata contraddetta e le è stato steso il tappeto rosso dai ruffiani del "Meet the Press".

Non c’era, e non c’è mai stato, nessun "ritorno alla recessione". Come il Trends Research Institute aveva previsto dall’inizio della Grande Depressione e del "Panico del 2008", tutte queste "iniziative audaci" orgogliosamente citate da Geithner non erano che un Prozac finanziario, cerottini costati svariati triliardi di dollari, palliativi, placebo e insabbiamenti ben impacchettati con il nome di TARP, American Recovery and Reinvestment Act, QE2, e così via. Il massimo che si può dire è che le "iniziative audaci" hanno solo portato alla Grande Depressione un breve condono, e questo è tutto.

Lo schema Ponzi globale

Era una dissimulazione, non un recupero. E se gli Stati Uniti potrebbero essere i primi, non è l’unica nazione a cercare di intrallazzare in modo fraudolento per uscire dalla crisi e tornare in salute.

Come i salvataggi USA, il pacchetto di sopravvivenza per la Grecia, lodato come un tappabuchi di successo solo la scorsa settimana, non è riuscito neppure a garantire che il sistema bancario greco rimanesse a galla e nemmeno che non vada in default.

Ora anche l’Italia ha preso il contagio. La più grossa tra i PIIGS (acronimo per Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) e la terza più grande economia dell’eurozona con un debito pubblico pari al 120 per cento del PIL, l’Italia sta riempiendo di sangue le pagine del suo bilancio.

Prendere somme a prestito per pagare il suo carico dovuto agli interessi e imporre misure di austerità draconiane per contenere la spesa pubblica riusciranno, se va bene, a produrre un minimo di sollievo per la crisi finanziaria o, se va male, fomenteranno una rivoluzione. (See, "Off With Their Heads, 2.0, Trends Journal, Autumn 2010)

Poi c’è la Cina, che fu terrorizzata quando il "Panico del 2008" fece saltare la sua economia trainata dalle esportazioni e, come l’Occidente, ha utilizzato consistenti misure di stimolo e il credito facile per evitare una contrazione economica ancora più alta.

Anche se la crisi della Cina è diversa da quelle occidentali per il fatto che ha una vasta riserva di moneta e il suo debito è interno e limitato ai mutui per le case, si tratta sempre di debito e dovrà essere ripagato.

E, diversamente dall’Occidente, che ha pompato trilioni solo per tenere le economie a galla, le infusioni degli svariati trilioni di yuan cinesi hanno creato una bolla immobiliare immensa e pronta a esplodere.

Ma questa volta, così come in Occidente, non ci saranno a disposizione altre manovre fiscali o monetarie per dare una boccata d’ossigeno alle loro economie ansimanti.

E se così è per gli Stati Uniti, per l’Europa e per la Cina, lo stesso vale per il resto del mondo. Dall’India a Israele, dal Brasile al Bangladesh, dal Cile alla Russia, nessun paese riuscirà a scampare dalle ricadute economiche e pochi sfuggiranno alle conseguenze politiche.

Invece, malgrado le informazioni economiche facilmente disponibili e la dimostrazione delle previsioni fallaci e delle politiche fallimentari dei governi, i media mainstream continuano a convincere il pubblico con le bugie più grasse.

Fornendo una copertura ai politici e agli uomini della finanza, i ruffiani delle stampa mondiale con la loro schiera di esperti "dignitosi", sono complici nel tramutare egregiamente un palese insabbiamento in una "ripresa".

Post scriptum: Dopo essere disceso a 1.480 dollari meno di due settimane fa, mentre sto scrivendo l’oro si sta avvicinando a 1.600 dollari. Ritengo questo rialzo un riconoscimento del più grande collasso finanziario e socioeconomico che abbiamo previsto dall’avvio del "Panico del 2008".

Manteniamo la nostra previsione dell'"Oro a 2.000 dollari" e, in relazione a come si dispiegherà la crisi e dalle risposte elaborate dai governi e dalle banche centrali, 2.000 dollari potrebbe essere solo un tetto temporaneo prima che schizzi ancora più in alto.


Padroni dell'universo e sovranità dei popoli: il caso BlackRock
di Gaetano Colonna - www.clarissa.it - 1 Luglio 2011

In queste settimane, e probabilmente ancor di più nei prossimi mesi, la questione di chi controlla l'economia mondiale potrebbe diventare argomento frequente di discussione.

Clarissa da anni sta cercando di fornire analisi che le persone comuni possano agevolmente seguire e che possano risultare di stimolo ad ulteriori approfondimenti.

I nostri lettori vengono in questo modo invitati ad accompagnarci in un lavoro di ricerca che sviluppiamo nella logica di quello che scriveva anni fa Ezra Pound: «Resta il dovere di tentare di escogitare un'economia sana, e di tentare di imporla con il metodo più violento in assoluto: far sì che le gente rifletta».

In merito al controllo dell'attuale economia mondializzata, abbiamo scritto di recente che esso si sviluppa a partire da grandi centri finanziari - un'espressione questa che, se non spiegata in modo concreto, rischia suggerire al comune cittadino l'immagine di oscuri burattinai che tirano i fili delle speculazioni che ogni giorno spostano per il mondo migliaia di miliardi, distruggendo in pochi secondi, come accaduto anche nella Borsa italiana nelle ultime settimane, la ricchezza prodotta col lavoro di popoli interi.

In realtà, il solo vantaggio di oggi è che queste forze si mostrano con estrema evidenza, per cui basta applicarsi con attenzione per comprendere come esse operano in concreto.

C'è un'espressione inglese che viene usata di frequente dagli addetti ai lavori: masters of the universe, "padroni dell'universo", per definire il potere dei grandi gruppi finanziari mondiali.

Per farne comprendere la portata, faremo un caso concreto, senza con questo voler attirare su di un nome l'odio o il risentimento di nessuno, semplicemente per illustrare come la potenza del denaro speculativo abbia raggiunto dimensioni e capacità mai viste nella storia.

BlackRock, l'esempio che proponiamo, è una società americana con sede a New York che, al 31 marzo 2011, dispone di 9.300 dipendenti, dislocati in 26 Paesi del mondo in Nord e Sud America, Europa, Asia, Australia, Medio Oriente ed Africa. Il suo attuale amministratore delegato è Laurence D. Fink, che ne è stato anche il fondatore, nel 1988.

Fink, quando lavorava alla First Boston, una delle principali banche americane, ebbe un'intuizione fondamentale, che lo rende uno dei precursori del sistema dei titoli derivati basati sui mutui ipotecari: si rese conto infatti che le banche avrebbero potuto creare, coi crediti immobiliari presenti nel proprio portafoglio, un nuovo tipo di prodotto da collocare sui mercati finanziari, creando cioè proprio quel mercato che è stato all'origine del crack finanziario dell'estate del 2007 e del successivo dilagare dell'attuale crisi internazionale.

Ai primi successi che permisero a Fink di far guadagnare alla First Boston cento milioni di dollari in soli tre mesi, seguirono delle perdite consistenti, che portarono al licenziamento dello stesso Fink, il quale però, grazie a questa esperienza non del tutto positiva, aveva maturato un'idea ancora più stimolante: proprio rispetto all'altissima rischiosità dei nuovi prodotti finanziari, che negli anni Novanta avrebbero avuto un vero e proprio boom, egli aveva conoscenze dei meccanismi sottostanti ideali per offrire agli investitori indicazioni in grado di ottimizzare i guadagni e ridurre i rischi.

«Wall Strett - scrive Heike Buchter su Die Zeit, è divisa in due gruppi: il sell side cioè le banche, che confezionano e vendono i prodotti finanziari, e il buy side, i clienti che li comprano: grandi investitori come i fondi pensione, le fondazioni, i fondi di investimento o le divisioni finanziarie delle multinazionali. (...) Fink avrebbe messo le conoscenze maturate nel sell side a disposizione del buy side e avrebbe valutato da esperto indipendente le offerte delle banche»(1).

In pochi anni, questo lavoro ha in realtà collocato BlackRock in una posizione di controllo su entrambi i versanti della speculazione finanziaria internazionale, grazie al fatto che la società era in grado di svolgere sia i compiti di consulenza nella valutazione e scelta dei migliori investimenti, sia nella intermediazione e nella gestione di interi pacchetti di titoli, inclusi quelli maggiormente a rischio e quindi anche maggiormente redditizi.

Da questa posizione privilegiata, l'azione di BlackRock non ha più conosciuto confini. Oggi la società di gestione patrimoniale statunitense è divenuta, ad esempio, la principale azionista della borsa tedesca (che di recente si è fusa proprio con quella di New York) e controlla quote azionarie delle principali aziende della Germania: Adidas, Allianza, Basf, Deutsche Bank, le industrie farmaceutiche Merck, il produttore di materiali edili HeidelbergCement, solo per fare qualche nome.

Lo stesso è avvenuto anche altrove, come in Italia, a seguito di una delle più importanti operazioni sviluppate da BlackRock, la fusione con Barclays Global Investor, rilevata da BlackRock nell'estate 2009 per 13,5 miliardi di dollari.

Questa operazione, alla quale hanno partecipato con 2,8 miliardi di dollari anche i fondi sovrani, si noti, di Cina (Cic) e Kuwait (Kia), il super gestore Usa ha ora in portafoglio fra l'altro il 2,7% di Eni, il 3,8% di Unicredit (dal 2,2% della sola Barclays), il 3% di Enel, Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Ubi (rispetto a quote Barclays pari al 2%), il 2,9% di Generali (dal 2%) e di Fonsai, il 2,8% di Telecom e di Bulgari, il 5,8% di Mediaset (prima era sotto il 5% e diventa così il secondo socio dopo Fininvest), il 2,7% di Fiat, il 2,2% di Atlantia e di Finmeccanica, il 3,5% di Banco Popolare (dal 2%), il 2% di Terna (2).

Al 31 marzo 2011, BlackRock dichiara nei suoi documenti ufficiali pubblici di gestire 3.648 miliardi di dollari di patrimoni amministrati: una cifra incredibile, pari all'intero Prodotto Interno Lordo della Germania, superiore anche a quello italiano che oltrepassa i 2.000 miliardi di dollari.

Si tratta probabilmente della più grande azienda finanziaria della storia che, in virtù dei collegamenti con i maggiori investitori privati e istituzionali del mondo, dispone ovviamente di un potere senza equivalenti.

In una recente occasione (3), abbiamo già visto infatti che BlackRock detiene quote azionarie anche delle maggiori agenzie di rating, come Moody's e Standard&Poor's, agenzie che hanno acquisito il potere, da una parte, di valutare l'affidabilità di banche e Stati, ma, dall'altra, anche degli stessi prodotti che BlackRock controlla e offre ai suoi clienti, senza che questo abbia dato finora luogo a nessun tipo di reazione politica.

Non può sorprenderci, quindi, che la società americana abbia acquistato in tal modo anche un peso politico senza pari, dal momento che le stesse autorità di governo si sono rivolte a lei nei momenti più drammatici della crisi attuale: nel marzo del 2008, ad esempio, quando è stato deciso il salvataggio della Bear Stearns, l'allora responsabile della Federal Reserve, Tim Geithner, ha chiesto alla BlackRock un rapporto sull'esposizione dell'istituto di credito rispetto ai famigerati subprime, i titoli legati ai mutui ipotecari spazzatura; lo stesso è avvenuto poco dopo, quando il governo Usa ha affidato a BlackRock il compito di gestire i titoli spazzatura di Aig, il colosso assicurativo di cui era in corso un affannoso salvataggio.

Ma non basta: riportavamo infatti, nello studio che Clarissa ha dedicato nel 2008 alla crisi dei mutui, un'altra rilevante notizia sul ruolo della BlackRock:

«Come se non bastasse, e questo forse dà anche l'idea della gravità della crisi in atto, si sta provvedendo anche diversamente, attraverso la creazione di "superfondi": abbiamo notizia di uno negli Stati Uniti ed uno in Francia.

J.P. Morgan, Bank of America, Citygroup intendono costituire un superfondo da 50-60 miliardi di dollari, rilevando l'attivo di alcuni dei veicoli di investimento creati dalle banche (SIV). Si tratta di creare una sorta di Super-SIV (fonte: International Herald Tribune, 15 ottobre 2007), denominato Master Liquidity Enhance Conduit e gestito dalla società di investimenti BlackRock. Un fondo di cui sarebbe ispiratore addirittura il segretario del Tesoro Usa, Hank Paulson, già CEO di Goldman Sachs»(4).

Vediamo bene quindi come il potere di un colosso finanziario internazionale riesca a diventare fondamentale anche sul piano politico, quando crisi come quella ancora in corso richiedono l'intervento dello Stato e quest'ultimo si trova obbligato a ricorrere proprio ai grandi della finanza, soprattutto in quanto, come nel caso di Paulson, segretario al Tesoro con Bush, ma anche del già ricordato Tim Geithner, poi segretario al Tesoro Usa con Obama, uomini da tempo legati al mondo della finanza mondiale siedono nei governi come responsabili dell'economia.

«Dopo lo scoppio della crisi, non c'è stata operazione di salvataggio a cui Fink non abbia preso parte. Agli interventi per la Bear Stearns e per l'Aig sono seguiti altri: la BlackRock ha assistito la Federal Reserve nelle sue transazioni miliardarie con i titoli legati ai mutui ipotecari e le ha offerto una consulenza per l'ingresso nel capitale della banca Citigroup.

I suoi esperti sono stati assoldati anche per esaminare i conti dei colossi ipotecari Fannie Mac e Freddie Mac. L'azienda inoltre ha ottenuto molti contratti di consulenza con lo Stato senza che fosse indetta una gara pubblica»(5).

Oggi, le attività di consulenza, che ancora nel 2006 rappresentavano solo una parte insignificante delle attività di BlackRock, contano per oltre il 20% del suo fatturato e hanno portato alla creazione di sofisticati servizi informativi come il sistema Aladdin, un centro di calcolo composto da cinquemila computer dislocati in quattro località segrete che eseguono circa duecento milioni di operazioni alla settimana, per conto di una rete di 40 clienti principali, che calcolano «ogni giorno, ogni minuto e a volte anche ogni secondo il valore delle azioni, delle obbligazioni, delle monete e dei titoli di credito contenuti nei portafogli d'investimento», allo scopo di prevedere «come potrebbero variare i prezzi dei titoli se dovesse cambiare il contesto».

Secondo quanto ha dichiarato a Die Zeit, Rob Goldstein, il "custode di Aladdin", «la nostra attenzione diviene quasi maniacale quando bisogna conoscere nel dettaglio ogni singolo strumento e poi farci un'idea dell'intero portafoglio. È una specie di risonanza magnetica, a cui sottoponiamo i portafogli di tutti gli investitori»(6).

Su questa via, per BlackRock si sta aprendo anche una nuova tipologia di servizio che rappresenta la logica estensione del potere politico acquisito da questi masters of the universe finanziari, grazie al fatto che sono divenuti tali proprio in quanto, come abbiamo visto, dispongono di risorse finanziarie pari a quelle delle maggiori potenze industriali del pianeta, sono quelli che potremmo definire degli Stati finanziari totalmente indipendenti.

Nel giugno 2011, infatti, destinato all'attenzione degli esperti, il centro studi di BlackRock, il BlackRock Investment Institute, ha pubblicato un agile studio di una decina di pagine, intitolato Introducing the BlackRock Sovereign Risk Index: A More Comprehensive View of Credit Quality che indica con chiarezza la nuova direzione "politica" della grande multinazionale di gestione patrimoniale.

Partendo dalla premessa secondo cui «gli investitori si stanno rendendo conto dell'importanza del rischio del debito sovrano sui mercati globali del debito, ma quantificarne in modo appropriato il costo rimane difficile», BlackRock illustra in questa pubblicazione il proprio sistema di valutazione, un indice appunto del rischio connesso al debito pubblico degli Stati: giacché i debiti pubblici sono collocati sui mercati finanziari mondiali, BlackRock estende la propria attività di valutazione e consulenza anche alla questione del "rischio Paese".

Senza entrare in un'analisi eccessivamente tecnica, che potrebbe scoraggiare il lettore, basterà dire che l'indice di BlackRock prende in considerazione sedici indicatori, raggruppati in cinque aree principali, a ognuna delle quali è assegnato un peso percentuale: spazio fiscale (che conta per il 40%), posizione finanziaria esterna (20%), salute del settore finanziario (30%), volontà di pagare (10%).

La ponderazione di questi elementi determina appunto la "graduatoria finale" dell'indice, dalla quale apprendiamo, ad esempio, che l'Italia si trova, come livello di rischio del proprio debito pubblico, ad essere ad un livello superiore a India, Sud Africa, Messico, Turchia, Spagna, Argentina, Irlanda, Ungheria; e a stare meglio solo rispetto a Egitto, Venezuela, Portogallo e Grecia.

Lasciamo volentieri agli specialisti finanziari la valutazione della validità delle diciassette righe dedicate al caso Italia, sufficienti nel rapporto a concludere che «crediamo che l'Italia sia forse un caso in cui i mercati sono troppo ottimisti in merito al suo rischio sovrano e dovrebbero essere più propensi ad assumere posizioni difensive»: esse, unite alle contemporanee uscite della previsione di Moody's e Standard&Poor's, di cui ricordiamo la stessa BlackRock è azionista, hanno avuto sicuramente effetto nell'indirizzare l'attacco della speculazione sulla Borsa di Milano, vista l'ampiezza e autorevolezza dei patrimoni finanziari che questo gestore amministra a livello mondiale.

Al di là del fatto che questo tipo di analisi abbia un valore "scientifico" e che indici di questo tipo siano davvero affidabili, la questione di fondo che si pone ad un Paese sovrano è quella del rapporto con forze della finanza mondiale le cui capacità eccedono quelle produttive dello stesso Paese e che sono con ogni evidenza in grado di condizionarne, dall'esterno e dall'interno, le scelte sul piano socio-economico, sulla base di una pura logica di profitto, non soggetta in alcun modo al controllo ed alla valutazione da parte dei popoli che compongono queste comunità.

In questo senso, dunque, parlavamo di schiavitù del debito, come soggezione, appunto, delle nostre comunità nazionali a entità che sfuggono a qualsiasi controllo democratico, pur avendo il potere di influenzare scelte fondamentali, come quelle di un modello di organizzazione sociale ed economica.

Il fatto che lo scorso 12 luglio il commissario europeo della concorrenza Joaquin Almunia abbia affermato (7) che non esistono elementi per avviare un'azione dell'antitrust europeo contro le agenzie di rating («non vediamo finora la possibilità di reagire contro questo oligopolio»), dimostra che nemmeno un'entità politico-economica del livello dell'Unione Europea ha le idee e il coraggio necessari per individuare e percorrere nuove vie, che sottraggano i nostri popoli alla presa di poteri mondiali che stanno riconfigurando la stessa democrazia politica così come essa è stata pensata e attuata fino ad oggi.


Note:

1) H. Buchter, "L'astro nascente di Wall Street", Die Zeit, in Internazionale, n. 899, 27 maggio 2011.
2) S. Bocconi, "Se BlackRock importa i fondi sovrani a Piazza Affari", Corriere della Sera, 11 dicembre 2009.
3) G. Colonna, "Come si conquista un paese: l'attacco della finanza internazionale all'Italia",
http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=146, ripreso da Megachip.
4) Intervento "Crisi dei mutui e finanza mondiale", conferenza del 14 dicembre 2007; testo scaricabile su http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=207&tema=Conferenze
5) H. Butcher, cit.
6) Ivi.
7) "Almunia: dalle agenzie nessun abuso sull'antitrust", Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2011.


I suggerimenti pelosi e non richiesti per uscire dalla crisi
di Valerio Lo Monaco - Il Ribelle - 15 Luglio 2011

E se uscisse la Germania, dall'Euro? Invece di tutti gli altri Paesi falliti o in via di fallimento, una soluzione possibile sarebbe quella di fare blocco proprio contro la locomotiva europea affinché essa esca dalla moneta unica, e non il contrario, ovvero gli altri Paesi con il ritorno alla Lira, alla Dracma, alla Peseta…

Ma attenzione: la proposta arriva a firma di Edmund Conway, l'editorialista economico del Telegraph. E gli fa da spalla un articolo sull'ultimo numero dell'Economist. Dunque, come si conviene vista la provenienza di tali suggerimenti, l'attenzione deve essere almeno doppia (l'Economist è di un gruppo al cui capo c'è un certo Rothschild…).

Il ragionamento è semplice, suggestivo e in un certo senso anche giusto, e lo spieghiamo brevemente, ma c'è bisogno di una premessa necessaria: nasconde una fregatura grossa così.

Andiamo per ordine. Dunque, secondo il Telegraph si potrebbe ipotizzare una politica comune dei Paesi Piigs al fine di fare pressione sulla Germania affinché sia essa a uscire dall'Euro, invece di subire, inevitabilmente, l'uscita della Grecia, del Portogallo, dell'Irlanda, e poi gioco forza della Spagna e dell'Italia, visto che si stanno incamminando, questi ultimi due, sulla medesima strada senza ritorno degli altri tre Paesi.

Il motivo è molto semplice: visto che il numero dei Paesi danneggiati dall'Euro è la grande maggioranza in Europa, facendo due rapidi calcoli, il Pil di tutti questi Paesi messo assieme supera quello tedesco.

Allo stesso tempo, è evidente a tutti che i piani di salvataggio - si fa per dire - messi a punto per la Grecia, non stanno servendo a nulla. Da qui, si inizia ad ammettere, da più parti, l'inevitabile default ellenico.

E se non stanno servendo a nulla per un Paese piccolo, economicamente, come la Grecia, è di tutta evidenza che nulla potranno con i Paesi più grandi, come la Spagna e l'Italia, tanto per essere precisi.

Ciò che Bruxelles e Francoforte stanno imponendoci, dunque, è risibile, non fosse che per le conseguenze immediate che stiamo vivendo sulla nostra pelle. Al fine di un risanamento, peraltro, il tutto è inutile.

Insomma tutti sanno che i rigori imposti alla Grecia sono infinitamente superiori alle capacità della Grecia stessa di soddisfarli. E in pratica si dà per scontato il fatto che in un modo o in un altro, qualcosa si dovrà cambiare, da quelle parti. Lo stesso, a maggior ragione, sarà per gli altri Paesi.

A questo punto, visto che i Paesi deboli della zona euro sono la maggioranza assoluta, dovrebbe - secondo l'editorialista del Telegraph - essere proprio la Germania a tornare al Marco. E noi dovremmo tenerci l'Euro.

Il tutto perché - questo il punto - l'Euro che dovremmo tenerci sarebbe immediatamente svalutato rispetto al Marco (un 30%?) e la cosa avrebbe l'effetto di alleggerire i nostri debiti sovrani, oltre ad accrescere la nostra competitività (ah, la competitività…).

Certo, la Germania perderebbe in competitività al pari della rivalutazione del suo nuovo Marco, e le sue Banche prenderebbero un brutto colpo, poiché gli investimenti in Euro che hanno all'interno dei propri forzieri cadrebbero immediatamente. D'altra parte, però, non si trattava forse di cattivi investimenti?

Del resto, proprio la Germania, non ha fatto altro, sino a ora, di avere un grosso attivo commerciale forte delle esportazioni tenute alte a forza di chiusure sociali al suo interno e di costrizione dei salari, quindi ha incamerato molto denaro nella Banche, e queste lo hanno investito proprio nei Paesi più a rischio, come appunto la Grecia.

Il motivo è semplice: aver investito in tali Paesi gli ha offerto la promessa di avere una resa maggiore, visti i tassi richiesti. E allora, se la Germania ha operato così, sulle spalle di tutti i cittadini degli altri Paesi della zona Euro, perché a pagare il conto dovremmo essere noi altri?

Ancora: siccome è stata proprio la Germania a imporre di fatto bassi tassi di interesse in Europa e a incitare gli altri all'indebitamento, e dunque a innescare le bolle poi puntualmente scoppiate, incamerando quote dell'export complessivo prosperando sulla sua forza imposta agli altri, così come sull'Euro forte da essa stessa voluto, adesso dovrebbe essere la prima a pagarne le conseguenze. Esca dunque dall'Euro e ritorni al Marco.

Il ragionamento, in un certo senso, fila.

E a questo gli fa eco quello dell'Economist, come accennato: secondo il quale, come in ogni momento della storia, i periodi di rientro dal debito sono sempre molto tristi, le economie si restringono e mettono in dubbio la capacità dei Paesi indebitati di rientrare grazie a una crescita economica che non può esserci (maddai?).

Dunque, oltre ai prelievi fiscali eccezionali e ripetuti - oramai ne sappiamo qualcosa anche dalle nostre parti - all'austerità e alla stretta di cinghia, non si può fare.

Come dire: anche l'Economist sa che alla fine i debiti non vengono pagati. Ergo serve una via di uscita, come appunto il "sacrificio" della Germania. Sarebbe una nemesi: il Paese più forte economicamente paga per gli altri più deboli. Eppure non tanto, probabilmente è proprio giusto così, visto che tale Paese è diventato forte proprio grazie a manovre speculative sugli altri.

Che facciamo, allora? Politica comune per far uscire i tedeschi dall'Euro?

No, assolutamente. Perché qui si annida la sòla: anche ottenendo, in tale remoto caso, una svalutazione dell'Euro e dunque la diminuzione dei nostri debiti sovrani, saremmo pur sempre agganciati a una moneta che non è nostra.

Alle mercé di Banche e speculatori. E inizierebbe solo un altro giro di ruota. Anzi, di macina, attaccati alla quale saremmo sempre noi, come schiavi.