giovedì 21 luglio 2011

G8 Genova: 10 anni dopo

Una serie di articoli e video a dieci anni dai tragici fatti di Genova.

10 anni, ma il tempo sembra essersi fermato...


G8 di Genova, mistero italiano. Quattro domande senza risposta
di Mario Portanova - Il Fatto Quotidiano - 21 Luglio 2011

Di quello che accadde il 19 e 20 luglio ormai sappiamo molto, ma non tutto. Resta il buco nero delle responsabilità politiche. Dieci anni dopo, mancano le risposte su alcuni momenti cruciali: la strategia delle tensione orchestrata dai servizi, la carica di via Tolemaide, il cambio in corsa delle strategie di ordine pubblico, i depistaggi e le protezioni sul caso Diaz

Dieci anni dopo sappiamo molto, ma non tutto. Sappiamo abbastanza di quello che è successo a Genova, quasi niente di quello che è successo a Roma. E il tragico G8 del 20 e 21 luglio 2001, con la morte di Carlo Giuliani, le battaglie campali nelle vie della città, i gravissimi abusi polizieschi alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto, entra a buon diritto nel novero dei misteri italiani. Se ne discute in questo giorni nel capoluogo ligure, in un fitto programma di incontri e manifestazioni.

Diversi episodi irrisolti richiamano la strategia della tensione, sia pure in versione moderna, da terzo millennio. I silenzi e i depistaggi di Stato hanno ostacolato la ricerca della verità. Nessun esponente del governo e delle forze di polizia dell’epoca, in questi dieci anni, si è assunto la minima responsabilità per quello che è accaduto.

Nessuno ha mai chiesto scusa alle vittime innocenti. I processi principali sono ancora aperti, in attesa dei verdetti definitivi di Cassazione.
Dieci anni dopo, insomma, il G8 di Genova è un caso ancora aperto.

Grazie alle inchieste della magistratura, alle centinaia di testimonianze raccolte, alle migliaia di immagini scattate allora da videocamere e fotocamere “indipendenti”, emergono però con precisione diversi momenti in cui questa moderna strategia della tensione si è dispiegata. Sono gli snodi che hanno determinato gli eventi più drammatici. Sono altrettante domande per chi all’epoca fece e disfece i piani dell’ordine pubblico, e poi si attivò per cancellare ogni traccia.

1. La costruzione della paura

Tra febbraio e luglio del 2001, sono diffusi attraverso i media gli scenari più allarmanti sull’ordine pubblico, che vanno ben oltre quello che accadrà davvero a Genova. E’ evidente l’attività di “pr” dei servizi segreti e degli apparati di sicurezza italiani (e non solo).

Rapporti “riservati” contenenti le più truci previsioni finiscono regolarmente sulle scrivanie dei giornalisti, che naturalmente pubblicano tutto, dato il contenuto spettacolare di molte informative e la spasmodica attesa che si crea intorno alla contestazione organizzata dal movimento contro la globalizzazione neoliberista.

Tra le operazioni mediatiche di maggior successo va ricordata la storia dei palloncini pieni di sangue infetto che i manifestanti avrebbero lanciato contro poliziotti e carabinieri. E’ il Sisde il primo a diffondere questa voce, ripresa da La Stampa il 13 aprile: tra le frange più violente dei cosidetti no global, “i tedeschi, che promettono di portare sacchetti pieni di sangue. Non si sa se sarà sangue umano o animale.

Nel dubbio ci potrà pure essere la paura che si tratti di sangue infetto”. Il 20 maggio, il Corriere della Sera cita “un rapporto dei nostri servizi» diffuso dall’Ansa, che prefigura “l’impiego di palloncini contenenti sangue infetto con il virus dell’Aids”.

Le veline vengono propalate senza alcun senso critico. Per esempio, il virus dell’Aids non sopravvive a lungo fuori dal corpo umano, il sangue tende a coaugulare, e soprattutto la logistica di una simile raccolta sarebbe complicata, pericolosa, folle. Chi le fa arrivare ai giornali sa di andare perfettamente incontro al gusto del sensazionale.

E così passano nel circuito politico-mediatico visioni apocalittiche di copertoni incendiati da far rotolare verso i plotoni di polizia, piani per rapire agenti rimasti isolati, arance farcite di lamette, catapulte colme di sanpietrini, feroci cani pitbull, assalti alla zona rossa con deltaplani, aerei telecomandati, kayak…

Gli 11 mila uomini delle forze dell’ordine previsti dai piani di sicurezza (4.100 nella zona rossa, 6.800 fuori) arrivarono quindi a Genova molto carichi, decisi a vendere cara la pelle. E forti della “solidarietà preventiva” garantita da un gruppo di parlamentari del centrodestra, Alleanza nazionale in testa.

Dopo il G8 di Genova, il prefetto Arnaldo La Barbera dirà chiaramente al Comitato parlamentare d’indagine che questo superattivismo dei servizi non portò alcun contributo serio alle prevenzione degli incidenti, e anzi mandò in tilt la macchina investigativa, con una miriade di segnalazioni vaghe e dispendiose da verificare. Lo confermerà anni dopo Claudio Scajola, il ministro dell’interno del G8, intervistato nel documentario “Governare con la paura”.

Ecco allora il primo snodo del G8 di Genova: perché i servizi di sicurezza, o una parte di loro, hanno scientemente contribuito a far crescere la tensione nell’opinione pubblica e specialmente tra gli uomini che avrebbero gestito l’ordine pubblico in piazza?

2. La carica di via Tolemaide e la morte di Carlo Giuliani.

Ci sono anche rapporti investigativi buoni, secondo i quali il vero rischio disordini è rappresentato dal “blocco nero”, cioè autonomi e anarchici in arrivo da mezza Europa e ben accolti dai compagni italiani dei centri sociali più duri.

Due informative del Sisde, agli atti del Comitato d’indagine, informavano la Digos di Genova con un giorno d’anticipo “che circa 300-500 militanti si sarebbero concentrati, alle ore 12 in piazza Paolo Da Novi”. Tutto giusto, a parte l’orario: i neri si fecero vedere già alle dieci, cominciando ad armarsi nella piazza tematica dei Cobas.

Mentre i black bloc agiscono indisturbati, attaccando banche, finanziarie e persino il carcere di Marassi, l’attenzione politico-mediatico-poliziesca è concentrata sul corteo delle Tute bianche di Luca Casarini, intenzionate a praticare la disobbedienza civile contro il divieto di accesso alla zona rossa, ma non a commettere violenze.

Come confermerà al Comitato d’indagine il questore di Genova Francesco Colucci, i vertici romani della polizia di Stato e i Disobbedienti si erano accordati per una “sceneggiata” in favore di telecamera, nella quale ci sarebbe stato un fronteggia mento simbolico ma nessuno si sarebbe fatto male.

Il piano salta perché un contingente di carabinieri del Battaglione Lombardia, diretto a Marassi per contrastare i balck bloc, non obbedisce agli ordini e, giunto in via Tolemaide, attacca a freddo il corteo composto da circa 15 mila persone, in un punto praticamente privo di vie di fuga.

Il contingente è comandato dal capitano Antonio Bruno, che ordina la carica senza neppure consultarsi con il dirigente di polizia Mario Mondelli, nonostante la legge prescriva che nelle decisioni di ordine pubblico siano sempre i funzionari della questura a prendere le decisioni.

Dalla centrale operativa arrivano ordini concitati di far passare il corteo e di farlo arrivare al limite della zona rossa, ma viene disatteso. E’ in quel momento preciso, alle 14,53, che il G8 di Genova prende una piega drammatica.

La carica scatena una guerriglia urbana che culmina, alle 17,27, con la morte di Carlo Giuliani nella vicina piazza Alimonda, ucciso da un colpo di pistola sparato da un Defender dei carabinieri rimasto isolato e attaccato da alcuni manifestanti. Il colpo sarebbe partito dal carabiniere ausiliario Mario Placanica, poi prosciolto in istruttoria per legittima difesa, che però nel corso degli anni dichiarerà a più riprese di non essere certo di aver soarato il colpo mortale.

Clamorose le conclusioni dei giudici al processo per i disordini di piazza, che pure si concluderà con numerose condanne ai danni di manifestanti. “Si è trattato di un’aggressione ingiusta portata da un numero considerevole di pubblici ufficiali ai danni di una collettività organizzata”, si legge nelle motivazioni di primo grado.

“Costruendo e portando avanti le barricate su Via D’Invrea e Via Casaregis, resistendo agli attacchi dei militari a piedi e poi dei blindati, inseguendo questi fino allo slargo di Corso Torino, i manifestanti hanno inteso non solo raggiungere i compagni del corteo, ma anche e soprattutto ‘riconquistare’ il diritto a manifestare liberamente, diritto del quale erano stati privati arbitrariamente”. In altre parole, i Disobbedienti di Casarini stavano dalla parte della legge, i carabinieri l’hanno violata.

E’ il secondo snodo, sul quale aleggia un interrogativo messo nero su bianco anche dai giudici: l’attacco al corteo dei Disobbedienti è stato soltanto il frutto di una serie di errori degli uomini in divisa o qualcuno ha creato di proposito un incidente destinato a far precipitare la situazione dell’ordine pubblico? E, nel caso, perché?

3. Sabato 21 luglio, la “nuova gestione” degli uomini di De Gennaro

Il bilancio del 20 luglio è pesantissimo. Un ragazzo morto, ore di scontri sanguinosi, vasti danneggiamenti provocati dal blocco nero. E sabato 21 è in programma il grande corteo internazionale che mette insieme tutte le componenti del Genoa Social Forum, il cartello di associazioni che ha organizzato le proteste contro gli otto “grandi” riuniti a Palazzo Ducale, protetti dalle grate di ferro che cingono la zona rossa.

Nessuno quella sera lo sa, ma nella caserma di Bolzaneto, una sorta di carcere provvisorio istituito per tenere i fermati lontani dai penitenziari cittadini, sono già cominciati gli abusi e le violenze contro i manifestanti finiti in manette durante gli scontri. Le loro storie emergeranno soltanto qualche giorno dopo.

Cambiano allora le strategie: “Sono stato esautorato” dirà al processo Diaz Ansoino Andreassi, già vicecapo della polizia, responsabile dell’ordine pubblico al G8 fino a quel momento. Andreassi, fama di democratico (“estremista di sinistra”, lo definisce un documento in stile servizi ritrovato a Roma un mese prima del G8, che tra l’altro prefigura con raggelante esattezza la scena della morte di Carlo Giuliani), capisce di essere stato messo da parte nel pomeriggio di sabato 21 luglio quando, verso le 16, arriva a Genova il prefetto Arnaldo La Barbera, leggendario “sbirro” antimafia, in quel momento capo dell’Ucigos, l’ufficio di coordinamento delle Digos di tutta Italia.

Un paio d’ore prima, gli uomini del Servizio centrale operativo della polizia, guidati da Franco Gratteri, escono dalla zona rossa, dover erano stati assegnati a tutela della sicurezza del vertice. In sostanza, i dirigenti di fiducia del capo della polizia, Gianni De Gennaro, prendono in mano la situazione del’ordine pubblico.

Con quale filosofia? Sarà ancora Andreassi a spiegarlo: “Procedere ad arresti per cancellare l’immagine di una polizia rimasta inerte di fronte alla devastazione e al saccheggio della città”.

E’ un’altra svolta cruciale, perché la nuova strategia, poche ore più tardi, porterà a un altro momento tragico del G8: la sanguinosa irruzione alla scuola Diaz. Chi decide di metter fuori gioco Andreassi? Le scelte di ordine pubblico sono fatte dai “tecnici”, come De Gennaro, o dai politici?

E, in questo caso, da chi? Dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi? Dal minsitro dell’Interno Claudio Scajola? O dal vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini, capo del partito che più di tutti aveva sposato il pugno duro contro i manifestanti e la solidarietà preventiva a polizia e carabinieri?

4. Il blitz alla Diaz (e successive amnesie)

La manifestazione di sabato 21 luglio finisce con altri scontri sanguinosi. I black bloc innescano la scintilla con qualche lancio di sassi contro la polizia schierata alla Fiera del Mare, che risponde con cariche violentissime e prolungate, spezzando in due il corteo. Il pestaggio di persone inermi, signore, ragazzini, anziani, è testimoniato da decine di filmati.

Almeno però è finita. La sera di sabato il G8 smobilita. Il vertice è chiuso, non ci sono altre manifestazioni in programma. Gli attivisti della protesta antiliberista si apprestano a passare l’ultima notte a Genova per ripartire l’indomani mattina.

Invece no. Verso mezzanotte si sparge la voce di un’irruzione alla scuola Diaz, di fronte al media center del Gsf. La scuola è un dormitorio che ospita decine di manifestanti. E’ proprio uno dei “pattuglioni” di polizia disposti dopo la fine della manifestazioni per “fare arresti” che origina il caso. Il pattuglione è contestato e attaccato con il lancio di un paio di bottiglie quando passa davanti alla scuola in via Battisti. Niente di grave, ma segue una riunione in questura in cui i massimi vertici di polizia presenti a Genova, La Barbera in testa.

L’operazione si conclude in un massacro: dei 93 arrestati, una sessantina risultano feriti, venti dei quali necessitano di ricovero in ospedale. Sono paradossalmente i più fortunati, perché gli altri vengono trasferiti a Bolzaneto, dove subiscono nuove violenze e umiliazioni. Ci sono due codici rossi, che rischiano sul serio di lasciarci la pelle.

Tutti gli occupanti della scuola sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, un reato che può costare fino a 15 anni di carcere. Sono tutti accusati, in sostanza, di essere dei black bloc, compreso un signore vicentino di sessant’anni, Arnaldo Cestaro.

Che cosa è successo esattamente alla Diaz? Il quadro che esce dal processo è abbastanza chiaro. La perquisizione viene disposta per l’esigenza di fare arresti e riscattare la brutta figura delle forze dell’ordine, specialmente con il mancato contrasto del blocco nero.

Nell’imminenza del blitz, infatti, vengono avvertiti i giornalisti delle principali testate. I vertici della polizia non lo avrebbero fatto, se avessero avuto fin dal principio intenzione di abbandonarsi a una sanguinosa spedizione punitiva.

Nel percorso tra la questura e la Diaz, il contingente cresce a dismisura, con agenti e funzionari che si aggregano di loro spontanea volontà, senza un ordine di servizio, tanto che ancora oggi non sappiamo quani poliziotti arrivarono effettivamente davanti alla scuola: le stime variano da 292 a 495. Un esercito.

Quando scatta l’irruzione, la truppa va fuori controllo. Il motivo si può solo immaginare: frustrazione e voglia di vendetta dopo due giorni di scontri, convinzione di trovarsi davvero di fronte i neri devastatori, se non addirittura dei “terroristi”, l’odio politico verso le “zecche comuniste”, molto diffuso tra gli uomini in divisa, come dimostrano anche i fatti di Bolzaneto.

Arnaldo La Barbera,sul posto al momento dell’irruzione, lo dirà chiaramente il 19 giugno 2002 in un interrogatorio davanti al pm Enrico Zucca, poco prima di morire. Un attimo prima del via, La Barbera suggerisce di mollare il colpo: “Partendo da questo nervosismo che io avevo notato, certamente le cose non sarebbero andate bene, perché ognuno conosce gli animali suoi, dottore”.

La prova provata dello spirito di quella perquisizione è il massacro di Mark Covell, mediattivista inglese che ha la sventura di trovarsi da solo in strada all’arrivo dell’esercito in divisa blu. Come documentano i filmati, viene pestato a sangue da diverse ondate di poliziotti, anche se l’irruzione non è neppure cominciata e lui è solo, inerme, magrolino per giunta. E’ uno dei codici rossi di quella sera.

Tra le decine e decine e decine di poiziotti verosimilmente testimoni oculari della scena, nessuno troverà la voglia o il coraggio di aiutare la giustizia a individuare i responsabili di quello che la procura di Genova classifica come un tentato omicidio. Lo stesso accadrà per tutte le violenze perpetrate all’interno della scuola.

Oltre a La Barbera, nel cortile della scuola sono presenti i vertici della polizia investigativa italiana. Franco Gratteri e Gilberto Caldarozzi, capo e vice dello Sco. Gianni Luperi, numero due di La Barbera all’Ucigos. Vincenzo Canterini è invece il comandante del Reparto mobile di Roma, da cui il Settimo nucleo sperimentale, una sorta di élite dell’ordine pubblico creata apposta per il G8.

Sarebbe lui il destinatario del consiglio di La Barbera (ma Canterini ha sempre smentito). La promessa riscossa dello stato contro i violenti del G8 si trasforma in un disastro di immagine, con le telecamere che riprendono una sconvolgente sfilata di ragazzi feriti e pozzanghere di sangue sui pavimenti della scuola.

Bisogna metterci una pezza. Così parte il grande depistaggio, che sarà smascherato dall’inchiesta penale. Le due bottiglie molotov attribuite ai manifestanti sono state portate dentro dai poliziotti. L’aggressione denunciata da un agente non regge alla prova dei fatti. I verbali di arresto sono generici e pieni di circostanze false. Durante il processo, la reticenza degli alti dirigenti sui fatti della Diaz è totale.

Nessuno comandava l’operazione, nessuno ha notato violenze, nessuno ha rilevato stranezze, nessuno ha fornito il minimo elemento per individuare i responsabili della “macelleria messicana” descritta anche dal comandante del VII nucleo, Michelangelo Fournier.

La sua è l’unica testimonianza di un funzionario di polizia dall’interno dell’edificio scolastico. Parla di “colluttazioni unilaterali”, dove i manifestanti si limitano a subire botte e manganellate, e persino di un collega che “mima il coito” sopra una ragazza ferita a terra.

Dieci anni dopo, nel libro L’eclissi della democrazia di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci (Feltrinelli 2011), il pm Zucca racconta addirittura la proposta indecente arrivata per vie traverse ai magistrati genovesi: se non fate il processo Diaz, facciamo saltare anche quello contro i manifestanti. Come dire, zero a zero e non ci pensiamo più. E proprio dal processo Diaz ne è nato un altro, per falsa testimonianza, che coinvolge l’allora capo della polizia De Gennaro.

Ecco allora l’ultima grande domanda del G8 di Genova, a cui qualcuno dovrebbe finalmente rispondere. Perché i protagonisti di quella sciagurata operazione sono stati sempre protetti e hanno proseguito le loro brillantissime carriere?



G8 Genova, spariti 200 fascicoli sui pestaggi. Promossi o prescritti i poliziotti violenti
di Ferruccio Sansa - Il Fatto Quotidiano - 20 Luglio 2011

Quel che resta della giustizia: pratiche mai aperte o finite nel nulla. E sui processi il colpo di spugna definitivo è già arrivato: i dirigenti e gli agenti condannati hanno fatto tutti carriera

Duecento fascicoli a carico delle forze dell’ordine finiti nel nulla. Forse mai aperti. Sono i procedimenti per gli abusi commessi durante il G8 di Genova in occasione degli arresti per strada. I magistrati scarcerarono i manifestanti all’udienza di convalida perché i verbali di arresto erano incompleti, pasticciati. Spesso falsi.

E ogni volta che un gip rilevava palesi incongruenze trasmetteva gli atti alla Procura. Ma tutti gli indagati sono stati di fatto graziati da una giustizia che ha lasciato morire i fascicoli.

C’è anche questo nella storia del G8, oltre all’impegno di pm coraggiosi che hanno rischiato per portare avanti le indagini. Nel Tribunale di Genova qualcuno li chiama “fascicoli fantasma”. Come quello che riguarda due funzionari di polizia e due ufficiali dei carabinieri.

Nella sentenza del 14 dicembre del 2007, che condanna i 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, il dispositivo firmato dal presidente del Tribunale Marco Devoto e dal giudice estensore Emilio Gatti ordinava la “trasmissione degli atti al pubblico ministero per falsa testimonianza”. I quattro erano testi dell’accusa sostenuta dai pm Anna Canepa (oggi alla direzione nazionale antimafia) e Andrea Canciani.

Si trattava di Angelo Gaggiano, vicequestore comandante del servizio di ordine pubblico, che guidava i reparti di guardia alla zona rossa in via Tolemaide; Mario Mondelli, attualmente questore di Biella all’epoca uno dei capi della Celere (sostituì Vincenzo Canterini alla guida del Reparto Mobile di Roma); il capitano Antonio Bruno e il tenente Paolo Faedda il primo comandante, il secondo suo collaboratore, del Battaglione Lombardia che fu il primo contingente dell’Arma a partire all’assalto delle Tute Bianche.

Secondo i giudici, nel corso delle udienze, nel 2004, i quattro testi avevano mentito. A dirlo sono i giudici del Tribunale che avevano avuto mano pesante con i presunti black bloc. La procura avrebbe dovuto verificare se le ipotesi del tribunale fossero corrette.

Ma il tempo passò e il fascicolo è finito in prescrizione senza neppure una convocazione, un atto che potesse interromperla. Un suicidio giudiziario ripetuto forse quasi duecento volte.

Genova in questi giorni di prepara a ricordare il G8. Il capo della polizia, Antonio Manganelli, mesi fa sul Secolo XIX ha invitato a chiudere la ferita. Ma è difficile, visti i presupposti. I membri delle forze dell’ordine responsabili delle violenze del G8 non pagheranno.

La commissione d’inchiesta parlamentare da tanti invocata non è stata istituita e la quasi totalità dei reati – calunnia, lesioni non gravi, abusi vari – contestati ai poliziotti della Diaz così come agli imputati di Bolzaneto sono stati spazzati dalla prescrizione.

Restano in piedi le lesioni gravi, che però vanno in prescrizione dopo dieci anni e sei mesi (gennaio 2012) e i falsi che di anni ne prevedono dodici e mezzo (gennaio 2014). Se si considera che a maggio la sentenza Diaz non era ancora partita per la Cassazione, si ha la certezza che anche le lesioni gravi saranno prescritte mentre per i falsi eventuali intoppi o ritardi tecnici potrebbero dare il colpo di spugna.

Ancora minori le possibilità di evitare la prescrizione per Bolzaneto – i reati contestati dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati erano abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – visto che quasi tutti sono già estinti e che le motivazioni della sentenza d’appello sono state depositate ad aprile di quest’anno.

Intanto i protagonisti di quei giorni fanno carriera. Ricordate la famosa fotografia del diciassettenne romano con il volto tumefatto e l’occhio ridotto a una fessura? Il “calciatore” era l’ex dirigente della Digos Alessandro Perugini. La vicenda è stata cancellata perché Perugini ha risarcito 30mila euro e la denuncia è rientrata. Poi c’è stata un’altra condanna a un anno per falso.

Oggi Perugini è un alto funzionario della Questura di Alessandria. Francesco Gratteri, all’epoca direttore dello Sco è diventato prima questore di Bari ed ora è responsabile della Direzione anticrimine centrale, il Dac: la Corte d’Appello di Genova lo ha condannato a quattro anni per falso.

Giovanni Luperi
all’epoca vice capo dell’Ucigos da cui dipendeva il controllo delle squadre Digos presenti al vertice del G8, è oggi capo del Dipartimento analisi dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), l’ex Sisde: quattro anni per falso.

Gilberto Caldarozzi
, era il vice di Gratteri, poi ne ha preso il posto di direttore allo Sco, quindi è stato promosso questore per merito straordinario nel 2006 quando partecipò alla cattura di Bernardo Provenzano: tre anni e otto mesi per falso.

Spartaco Mortola
, era il capo della Digos di Genova, è stato quindi promosso a questore vicario di Torino e proprio poche settimane fa è diventato questore: 3 anni e 8 mesi per falso.

Vincenzo Canterini
, che nel 2001 guidava i reparti della celere è diventato ufficiale di collegamento con l’Interpol a Bucarest: cinque anni per falso in continuazione con le lesioni gravi.

E non ci sono soltanto i membri delle forze dell’ordine: Giacomo Toccafondi, uno dei dottori chiamati a rispondere civilmente per gli orrori della caserma di Bolzaneto, non ha avuto nessuna sanzione disciplinare. Anzi la sua Asl ha deciso di premiarlo. Difficile chiudere così la ferita ancora infetta del G8.


A dieci anni dal G8 di Genova i processi sono ancora aperti
di Mario Portanova - Il Fatto Quotidiano - 21 Luglio 2011

I quattro dibattimenti principali attendono ancora il verdetto di Cassazione. Condannati in appello i vertici della polizia presenti alla scuola Diaz, a De Gennaro inflitti per il momento un anno e quattro mesi per induzione alla falsa testimonianza. Confermati in pieno gli abusi di Bolzaneto, ma le pene più dure sono toccate ai manifestanti

L’irruzione alla scuola Diaz avvenne “al di fuori di ogni regola” e “di ogni principio di umanità”. Nella caserma di Bolzaneto, i manifestanti subirono un “trattamento inumano e degradante”. In via Tolemaide, la reazione dei Disobbedienti trovò “giustificazione” di fronte a “un’aggressione ingiusta” dei carabinieri. Il capo della polizia, Gianni De Gennaro, ha indotto l’ex questore di Genova Francesco Colucci “a rendere false dichiarazioni”.

Eccola, dieci anni dopo, la verità giudiziaria sul G8 del luglio 2001. Nei quattro processi principali scaturiti da quelle tragiche giornate, le pene più pesanti sono toccate ad alcuni manifestanti, ma tutte le sentenze mettono in risalto violenze e abusi delle forze dell’ordine (qui tutte le carte giudiziarie). E i tentativi dei loro vertici di ostacolare la giustizia.

Persino l’inchiesta sulle violenze di piazza si è ritorta contro i responsabili dell’ordine pubblico, soprattutto per la carica di via Tolemaide, il 20 luglio. E’ la miccia che innesca tre ore di guerriglia urbana che culminano alle 17,27 con la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda (per la quale il carabiniere Mario Placanica è stato prosciolto in istruttoria, perché i pm gli hanno riconosciuto la legittima difesa).

L’attacco portato dal battaglione Lombardia fu illegale, arbitrario e di una violenza “del tutto ingiustificata”, scrivono i giudici. Mentre fu pienamente legittima, nell’immediato, la reazione dei Disobbedienti, impegnati a difendere “il diritto costituzionale di manifestare”. Resta aperta “ogni possibile congettura”: errore dei carabinieri o volontà di far precipitare la situazione?

I processi principali del G8 sono arrivati al secondo grado, dunque vale ancora per tutti la presunzione di non colpevolezza.

Per gli scontri di piazza, il 9 ottobre 2009 la Corte d’appello di Genova ha condannato dieci manifestanti a pene tra gli 8 e i 15 anni di reclusione, dovute all’applicazione del grave reato di devastazione e al saccheggio. In primo grado, il 14 dicembre 2007, le condanne erano state 24, su 25 imputati.

Colpiti per lo più autonomi e anarchici che hanno sfilato in corteo con il blocco nero e alcuni “cani sciolti”. Significativamente, sono finiti assolti gli imputati coinvolti negli scontri di via Tolemaide.

Nel processo Diaz, la sentenza d’appello del 18 maggio 2010 ha ritenuto colpevoli gli alti dirigenti della polizia presenti davanti alla scuola la notte dell’irruzione, che erano stati assolti in primo grado tra le proteste delle vittime.

Quattro anni a Giovanni Luperi e Francesco Gratteri, tre anni e otto mesi a Gilberto Caldarozzi, per falso ideologico: avrebbero avallato una ricostruzione del blitz largamente inventata.

Gli agenti, funzionari e dirigenti condannati sono 25. In primo grado, il 13 novembre 2008, erano stati 13, su 29 imputati. Per tutti scatta l’accusa di appartenere al “black bloc”. Saranno tuti prosciolti in istruttoria.

Pienamente accertati anche gli abusi compiuti su decine di manifestati arrestati e condotti nel “carcere provvisorio” di Bolzaneto: insulti, minacce, percosse, umiliazioni, cori nazifascisti.

Il 6 marzo 2010 la Corte d’appello di Genova ha condannato per vari reati tutti e 44 gli imputati (tra forze di polizia e all’amministrazione penitenziaria), anche se per 37 di loro è arrivata la prescrizione.

In primo grado, il 14 luglio 2008, c’erano state 15 condanne e 30 assoluzioni. Quel che accadde a Bolzaneto rappresenta “il massimo disonore per un pubblico ufficiale”, scrivono i giudici d’appello, ed è stato visto e tollerato dai funzionari responsabili.

Il 17 giugno 2010, il prefetto De Gennaro, è stato condannato in appello a un anno e 4 mesi per istigazione alla falsa testimonianza, insieme all’ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola (un anno e due mesi). L’ex questore Colucci, oggetto delle presunte pressioni, è attualmente sotto processo per falsa testimonianza.


Genova per me
di Raffaele Guazzone* - www.ilmanifesto.it - 21 Luglio 2011

A Genova ci andai con un sassofono a tracolla, le tasche piene soltanto di sogni arrabbiati ma duri come pietre.

Quando in piazzale Kennedy la folla, che prima ballava, cantava e gridava anche per esorcizzare la paura, incominciò a sbandare e a corrermi incontro, la sensazione fu quella di essere un'aringa controcorrente in un banco di pesci che cambia direzione compatto per sfuggire allo squalo.

Prima arrivò l'odore dei lacrimogeni: se non l'hai sentito mai ci metti un po' a identificarlo, e quando ci arrivi è già tardi per coprire la bocca.

Poi arrivarono urla lontane, ma in mezzo al casino della banda con cui continuavo a suonare non era facile darsene conto. A Genova urlavano tutti, quel luglio di dieci anni fa. Alla fine d'un tratto la massa di gente esitò ondeggiando, fermammo la musica e riuscimmo a sentire gli spari.

E il mondo cominciò a scorrere nel senso sbagliato, invece che andare avanti la gente correva all'indietro con gli occhi impazziti.

Io tutto quello che feci, quel giorno di luglio in cui qualcosa è morto di me, è prendere mio fratello più piccolo e rannicchiarmi con lui contro il muro, proteggendolo con la mia schiena.

Pensavo a mia mamma terrorizzata che non voleva che lo portassi in una situazione che il mondo intero voleva farci credere pericolosa per tenerci lontani; pensavo a mio papà, da qualche parte anche lui nel corteo, e volevo che ci fosse la sua, di schiena, a proteggere la nostra dai calci e dai pugni e dai colpi di manganello e dal peso di quell'universo sicuro che di colpo si era incrinato.

Avevo vent'anni, quel luglio di Genova, e adesso che guardo questo paese con la distanza del tempo capisco che non solo Carlo è morto quel giorno, ma qualcosa in ognuno di noi. In me specialmente.

Non arrivarono calci, né pugni né manganellate; dopo quell'attimo di panico collettivo il corteo ricominciò a fluire, a cantare e ballare, le voci fatte più forti dai fiotti di adrenalina che la paura ci aveva pompato nelle vene.

Genova per me si concluse come una festa, ma già nel viaggio di ritorno iniziai a rendermi conto che quello cui avevo partecipato non era altro che un grande corteo funebre, rumoroso e mal organizzato, nel quale ci avevano piegato con la forza a seppellire i nostri sogni sotto tre metri di terra.

C'era chi piangeva, c'era la banda che suonava e lacrimogeni d'incenso, c'erano persino le autorità: proprio il funerale di qualcuno importante. E oggi a dieci anni di distanza porto i miei fiori sulla sua tomba.

Quindi vi chiedo: per favore, non dite che in questo paese tira un'aria nuova, che la politica si riaccende di speranza e che il germe di Genova dopo dieci anni ha messo radici. Portate rispetto per i nostri morti.

Non ditemi che qualcosa cambia, perché le dita che schiacciano i bottoni sono le stesse di allora, perché le grandi opere contro cui ci mobilitiamo sono le stesse di allora, perché i referendum per cui siamo andati a votare li avevano già votati i nostri genitori.

E non ditemi che le nostre voci qualcuno le ascolta, perché ci sono metodi molto più efficaci per farci tenere la bocca chiusa che uno stivale con cui romperci le costole a pedate.

Ci andai deciso, a Genova, perché se quello che avevamo da dire per loro valeva la vita di un ragazzo allora avevamo davvero ragione, per me era importante esserci e far sentire la mia voce. Ne ero convinto allora, e dopo questi dieci anni ogni cosa nel mondo ci dice che eravamo nel giusto, anche se non trovo motivi per esserne felice.

C'è qualcosa in quel gesto che feci allora che accomuna tutta la mia generazione: non siamo riusciti a reggere l'urto di chi spezzava a colpi di bastone il sogno del mondo che volevamo costruire, e tutto quello che ci è rimasto da fare è dare la schiena alle macerie e proteggere in un angolo sicuro quanto avevamo di più caro attorno a noi, cercando di ancorarci tenacemente a qualcosa che ci facesse sopravvivere a quello che - allora non lo sapevamo, forse lo intuivamo e per questo gridavamo con tanta forza - il mondo aveva in serbo per noi negli anni a venire.

Ma siamo sopravvissuti, stretti alle poche cose che ci hanno lasciato: per noi crescere non è stato semplicemente rinunciare ai sogni in nome del realismo, ma vederci diserbare la fantasia in nome dell'istinto di sopravvivenza.

Può forse darsi che un giorno qualcosa cambi. Lo spero, ma credo che non sarà la mia generazione a farlo; spero solo che ai nostri fratelli minori, ai figli che forse non potremmo permetterci di fare, sia concesso e garantito quell'unico privilegio che credevamo di avere, e che invece ci hanno fatto inghiottire con i nostri denti, sputare e seppellire sottoterra, a Genova dieci anni fa: il diritto ad un'immaginazione che sappia creare.

Forse è vero che ormai lavoriamo non per un futuro migliore ma per scongiurare che il nostro oggi non sia peggio del domani che ci aspetta.

A chi verrà dopo di noi però lo consegneremo, quel seme secco che ci portiamo nei cuori dal luglio 2001, e se forse la battaglia per un nuovo mondo possibile non è più la nostra, ci resti almeno l'imperativo morale di garantire loro un pezzo di terra dove provare a far crescere quella pianta che si è estinta per noi ancora prima di germogliare. Ci resta da batterci per quello, e non smetteremo finché qualcuno ci chiederà scusa.

*Raffaele Guazzone aveva vent'anni nel 2001 ed era in piazza contro il G8, oggi è un precario del giornalismo e si definisce «un trentenne arrabbiato»