giovedì 14 luglio 2011

Il default del Minnesota

Mentre si sta avvicinando il 2 Agosto, data entro cui gli Usa devono alzare il tetto del proprio debito pena il default, uno dei 50 Stati dell'Unione è già ufficialmente fallito: il Minnesota, 5 milioni di abitanti e un deficit di bilancio da 3,6 miliardi di dollari.

Uno Stato governato dai Repubblicani per circa 20 anni con politiche di tagli alle imposte per le classi più agiate e tagli al welfare che si sono anche rivelate troppo dispendiose.

E a nulla è servita lo scorso anno l’elezione a governatore del democratico Mark Dayton che con una maggioranza molto esigua non riusciva a varare nuovi leggi di risanamento dei conti senza l’appoggio dell’opposizione repubblicana che invece faceva solo ostruzionismo.

Intanto l’ex governatore repubblicano del Minnesota, Tim Pawlenty, principale responsabile del disastro dello Stato, ha pure dichiarato di voler correre alla Casa Bianca nel 2012.

Così se verrà eletto, dopo aver portato al fallimento il Minnesota, potrà completare l'opera nel resto del Paese, schiacciato da un debito che viaggia intorno ai 14.000 miliardi di dollari.

Ma forse c'è chi lo anticiperà...


Usa, default sovrano per il Minnesota. Cade una"stella" dell'american dream

di Fabio Savelli - Il Corriere della Sera - 14 Luglio 2011

Oltre 24mila dipendenti pubblici a casa, parchi pubblici chiusi e stop alla realizzazione di infrastrutture


The end. Shut down. Il Minnesota è fallito. Mentre l'Unione Europa s'interroga su come salvare la Grecia. Default controllato. Aiuti di Stato.

La Bce che compra titoli tossici per finanziare le disastrate finanze elleniche, dall'altra sponda dell'Atlantico l'insolvenza di uno stato sovrano è già realtà.

Ed è singolare che accada laddove - ipotizzano gli sherpa della Ue -sia partito l'attacco speculativo (a colpi di short selling) nei confronti delle traballanti economie Piigs.

LA CRONACA - Mentre Obama tratta senza sosta per evitare il default agli Stati Uniti il Minnesota è fallito. «Shut down» compare su i cartelli affissi in tutti gli uffici pubblici dello Stato.

I 24mila dipendenti statali che da giorni bivaccano davanti alla sede del governo federale hanno un biglietto di sola andata per le loro case.

Chiusi i parchi pubblici, bloccati i lavori di strade e altre infrastrutture. In cassa non ci sono soldi e il governatore, il democratico Mark Dayton, non ha potuto far altro che prendere atto della realtà.

Certo, le immagine degli scatoloni dei dipendenti Lehman Brothers che abbandonavano il posto di lavoro, scomparso nell'arco di uno schiocco di dita, sono ben lungi dal replicarsi sotto un altro parallelo.

Ma il Minnesota si sta rivelando l'esperimento prodromico del rischio che stanno correndo gli Stati Uniti. La gestione dei repubblicani, che guidano lo Stato da un ventennio, fatta di tagli alle tasse per i ricchi e tagli al welfare, è stata troppo dispendiosa, e quindi ha impoverito le finanze statali.

Anche l'elezione del democratico Dayton, lo scorso anno, non ha sortito l'effetto sperato: la maggioranza che aveva nel parlamentino di Minneapolis non era sufficiente a far passare le leggi senza la collaborazione dell'opposizione. I repubblicani hanno preferito fare ostruzionismo e boicottare ogni proposito di risanamento.

E ora Pawlenty, ex governatore repubblicano del Minnesota (tra i maggiori responsabili del fallimento) punta alla Casa Bianca nel 2012. Per riuscire a fare a Washington quello che non è stato capace di fare a Minneapolis?


Il Minnesota è fallito. A quando il resto degli Usa?
di Luca Troiano - Agoravox - 14 Luglio 2011

La bandiera americana conta cinquanta stelle ma una si è appena spenta per bancarotta. Fuor di metafora, il Minnesota ha dichiarato default, mandando a casa 23.000 dipendenti pubblici su 32.000 totali. Semplicemente perché non ha i soldi per pagarli, come non li ha per le dotazioni degli uffici né per le infrastrutture in corso d'opera.

Ufficialmente i dipendenti sono in “furlough”, vale a dire in sospensione dall’impiego senza retribuzione, fino a nuovo ordine. Solamente i servizi sanitari e di sicurezza di base e le università restano operativi.

Questo è il risultato della scriteriata politica dei Repubblicani, al potere per oltre vent'anni, che nel corso della loro gestione hanno sistematicamente ridotto l'imposizione fiscale per le classi più agiate, aumentando nel contempo le spese statali. Una combinazione dissennata che ha svuotato le casse statali, fino alla decisione del governatore Mark Dayton di chiudere bottega.

Non è la prima volta che il Minnesota si ritrova a corto di liquidi. Anzi, è già il secondo episodio in sei anni. Nel 2005 l'allora governatore Tim Pawlenty, attuale candidato alle presidenziali del prossimo anno dichiarò la chiusura degli uffici pubblici per otto giorni.

Con una spesa pubblica che viaggia ad una velocità superiore rispetto a quella delle entrate, lo Stato non ha più le risorse per andare avanti.

Proprio l'elezione di Dayton, democratico, pareva poter imprimere una svolta nelle difficoltà di budget dello Stato americano. Ma avendo il Parlamento statale una maggioranza repubblicana, la libertà di manovra del governatore è in realtà fortemente limitata.

Il Minnesota ha un deficit di bilancio da 3,6 miliardi di dollari. Dayton ha a lungo cercato un'intesa con la maggioranza per trovare una soluzione, ma i repubblicani sono stati irremovibili, preferendo l'ostruzionismo alla collaborazione.

Tra le due proposte c'era un divario di 1,4 miliardi. Il primo premeva per aumentare il carico fiscale per i più ricchi, i secondi insistevano sulla necessità di tagliare le spese. In pratica due sordi che si urlavano l'un l'altro.

Saltate le trattative in extremis della scorsa settimana, l'inevitabile conseguenza è stata il fallimento. Al quale al momento non c'è rimedio. Peraltro, neppure il default fermerà l'emorragia della spesa pubblica: lo Stato spende oltre 60 milioni di dollari a settimana per le cosiddette "spese non comprimibili", cioè quelle uscite che nonostante le misure, non sono suscettibili di modifiche nell'immediato.

Minnesota budget forecast 2001-2010

Il mancato accordo sul budget nel Minnesota presenta interessanti analogie con la situazione federale.

Se entro il 2 agosto il governo non troverà i fondi necessari per i consueti versamenti ai fondi pensione dei dipendenti pubblici, gli Usa conosceranno il primo default della loro storia*.

Obama vorrebbe un ritocco al limite massimo di indebitamento; i repubblicani chiedono la drastica riduzione della spesa pubblica (in particolare del programma sanitario Medicare, che offre assistenza gratuita agli over 65).

I tagli draconiani alle tasse durante gli otto anni di presidenza Bush (nel 2001 all'inizio del suo primo mandato, e nel 2003 a un anno dalle elezioni), per un totale di 1,35 trilioni di dollari e di cui un terzo riservato all'1% della popolazione, hanno sottratto risorse preziose al bilancio di Washington.

Aggiungiamo le campagne mediorientali e la crisi finanziaria del 2008, e capiremo come ha fatto il debito degli Usa a passare dagli 8.000 miliardi (60% del PIL) del 2000 ai 14.000 miliardi (100%) di oggi.

Numero iperbolico e pure destinato a crescere, considerato che da un paio d'anni il deficit del bilancio federale è in doppia cifra e non si riuscirà a riportarlo sotto la soglia del 5% entro il prossimo decennio. In pratica, gli Usa stratificheranno 1.000 miliardi di dollari di debito in più all'anno per i prossimi dieci anni.

Numeri che minacciosamente indicano la direzione del baratro, ma che tuttavia non smuovono i repubblicani dalle loro posizioni. I quali, forti della maggioranza nel Congresso così come nel piccolo Minnesota, sono impegnati più a mettere in difficoltà Obama in vista delle elezioni del 2012 che a salvare il Paese dal disastro che loro stessi hanno contribuito a provocare.

* L'eventualità di un default degli Stati Uniti non è più fantascienza



Faq sulla chiusura del governo dello stato del Minnesota
da http://minnesota.publicradio.org - 12 Luglio 2011
Traduzione per
www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Qui trovate le risposte alle domande più frequenti sulla chiusura del governo dello stato del Minnesota. Ultimo aggiornamento: 12 luglio 2011

Venerdì 1° luglio del 2011, la gran parte delle funzioni governative dello stato sono state chiuse, dopo che il Governatore Mark Dayton e i leader al parlamento dei Repubblicani non si sono accordati su un nuovo piano di budget biennale.

Nel dodicesimo giorno della chiusura del governo, il Governatore Mark Dayton sta avviando un tour in tutto lo stato. Dayton ha detto che il suo obbiettivo è quello di portare "il mio convincimento sul budget al popolo del Minnesota, ricordandogli cosa è in ballo e perché siamo finiti in questo guaio."

La prima fermata è a St. Cloud, seguita mercoledì da un giro nel Minnesota meridionale e dalla visita a Moorhead di venerdì.

Fino ad ora, non sono state organizzate discussioni sul budget per oggi o per il resto della settimana.

D: Perché lo stato ha dovuto chiudere?

R: Il Governatore Mark Dayton e la legislatura controllata dai Repubblicani sono in disaccordo su più di 1 miliardo e ottocento milioni di spesa dello stato da inserire nel prossimo budget biennale. Il governatore ha proposto di alzare le tasse sui residenti più ricchi per sostenere una maggiore spesa nel prossimo biennio, ma i Repubblicani hanno rigettato il piano di Dayton. La Legislatura ha approvato un budget di 34 miliardi di dollari senza alcun incremento di imposte, ma Dayton ha posto il veto.

La Costituzione del Minnesota richiede gli stanziamenti prima che lo stato possa effettuare una qualsiasi spesa e, finora, solo i finanziamenti per il Dipartimento dell’Agricoltura sono approvati per legge.

Per far proseguire i servizi per tutte le altre agenzie e dipartimenti, Dayton e la Legislatura controllata dai Repubblicani dovevano convergere su un accordo di spesa entro la mezzanotte del 30 giugno, l'inizio del nuovo anno fiscale, ma non ci sono riusciti. Il 1° luglio, circa 22.000 dipendenti dello stato sono stati licenziati.

D: Quali servizi governativi continueranno durante la chiusura?

R: Per la gran parte, Gearin si accoda alla definizione di Dayton delle “funzioni essenziali” del governo. In senso lato, sono:

• I trattamenti di custodia essenziali per i residenti nelle strutture correttive dello stato, nei centri regionali di trattamento, nelle case di riposo, in quelle per i veterani e le residenze accademiche e altri simili servizi gestiti dallo stato.

• Il mantenimento della pubblica sicurezza e dei presidi sanitari di emergenza.

• L'offerta di sussidi e di prestazioni mediche alle persone.

• La preservazione degli elementi essenziali del sistema finanziario di governo.

• I necessari servizi amministrativi, che includono, ma non sono limitati, alla manutenzione del sistema informatico, della sicurezza in Internet, alle istanze di pagamento.

D: Come il governo ha deciso quali servizi dovessero continuare?

R: Prima, le agenzie hanno compilato e consegnato una lista di quelli che erano considerati servizi fondamentali al Minnesota Management and Budget (MMB), che poi ha esposto le sue raccomandazioni all'amministrazione.

Dayton ha poi sottoposto una petizione al Tribunale del Distretto della Contea di Ramsey, come ha fatto l’Avvocato Generale Lori Swanson, in cui si richiedeva che venisse mantenuto in funzione un insieme più vasto di servizi. La decisione definitiva verrà presa dai tribunali.

Enter Gearin e il giudice Bruce W. Christopherson, in sedi separate, si sono accordati sul fatto che il sistema giudiziario dello stato debba continuare a funzionare durante la chiusura.

Per la sua parte, Gearin ha anche nominato Special Master la pensionata della Suprema Corte di Giustizia Kathleen Blatz per le audizioni e per fare raccomandazioni alla corte sulle istanze di finanziamento.

D: I dipendenti pubblici dello stato otterranno un risarcimento per la disoccupazione? Che ne è della loro tutela alla salute?

R: I dipendenti dello stato stanno ricevendo sussidi per la tutela della salute. Comunque, hanno deciso di rinunciare alle ferie, ai risarcimenti e ai trattamenti di liquidazione. Ciò significa che, se lo stato riuscirà a risparmiare un po' di denaro, gli impiegati torneranno al lavoro dopo la chiusura del governo con i loro benefit intatti, ma possono ricevere immediatamente i sussidi per la disoccupazione.

D: Chi può richiedere i sussidi per la disoccupazione, e come?

R: Le richieste per l'assicurazione sulla disoccupazione sono state già processate e i pagamenti verranno elargiti durante la chiusura. Chiunque, anche gli impiegati del settore privato che hanno perso il lavoro durante lo shutdown e i dipendenti pubblici, li può richiedere.

La gran parte dei dipendenti dello stato ha iniziato a chiedere i sussidi nella settimana iniziata il 4 di luglio. Il Dipartimento per l’Occupazione e lo Sviluppo Economico del Minnesota (DEED) ha fissato una tempistica per far sapere alle persone quanto potevano effettuare la richiesta. Questo è un link dove si possono richiedere i sussidi online.

Una volta fatta la richiesta, dovrai aspettare una settimana prima che i sussidi inizino. Quindi, ad esempio, se hai fatto la richiesta la settimana del 4 di luglio, la tua prima settimana "retribuita" sarà quella del 10 luglio, e potrai richiedere i pagamenti per quella settimana partendo dalla settimana del 17 luglio. Ciò significa che i tuoi primi sussidi non verranno elargiti prima del 19 o del 20 luglio.

I sussidi settimanali equivalgono a circa la metà dei redditi lordi settimanali fino a un massimo di 578 dollari, secondo il DEED.

È anche importante notare che i centri per l’impiego del DEED non sono aperti durante la chiusura.

D: Gli impiegati del governo che vengono pagati con i dollari federali continueranno a lavorare?

R: Non necessariamente, secondo il MMB. Anche se la chiusura non colpisce i programmi e i posti di lavoro sostenuti dai dollari federali, il dipartimento avvisa che l’interruzione di altri servizi dello stato potrebbe impedire il lavoro di questi dipendenti.

D: Cosa ne sarà dell’istruzione fino alle scuole elementari?

R: Le disposizioni di Gearin portano buone notizie per le scuole pubbliche K-12: continueranno a venir finanziate durante la chiusura del governo, e questo significa che le scuole funzioneranno normalmente e gli insegnanti proseguiranno a prendere i loro stipendi.

Detto questo, ci potrebbero essere delle irregolarità. Ad esempio, i nuovi maestri non potranno ottenere la licenza, e un quinto degli insegnanti del Minnesota che hanno bisogno di rinnovare le loro licenze per l’insegnamento non lo potranno fare, come ha detto Charlie Kyte, direttore esecutivo della Minnesota Association of School Administrators.

Se lo stallo proseguirà troppo a lungo, gli arretrati delle richieste potrebbero essere parecchi. Il processo di approvazione delle tasse di proprietà di ogni distretto potrebbe avere ritardi, ha detto Kyte.

Come tutti i dipendenti statali, sembra che gli insegnanti dei collegi e delle università di Stato del Minnesota continueranno a prendere gli stipendi e ad avere l’assicurazione sulla salute, e che le scuole opereranno come al solito, ha detto Don Larsson, presidente dell’Organizzazione del Corpo Insegnanti.

Questo è il motivo per cui il sistema scolastico del Minnesota ha le proprie riserve di denaro, sufficienti per far arrivare le scuole fino all’estate per finire l’anno scolastico.

D: Per quanto riguarda gli aiuti alle città e alle contee?

R: I governi locali stanno ricevendo aiuti dallo stato, una buona notizia per le città che dovranno affrontare pagamenti per 265 milioni di dollari il 20 luglio. Ad esempio, il sindaco di St. Paul, Chris Coleman, ha detto che i pagamenti assicureranno che la polizia, i vigili del fuoco e le biblioteche di St. Paul rimarranno operative durante la chiusura.

Le contee non sono state descritte specificamente dalle disposizioni di Gearin, ma l’Associazione delle Contee del Minnesota crede che la regola si applichi comunque a tutte.

D: Le associazioni non-profit che hanno contratti o fondi dal governo continueranno a lavorare?

R: Molte associazioni non-profit hanno preoccupazioni per i finanziamenti, e molte hanno fatto una petizione allo Special Master, Kathleen Blatz, per raccomandare che i finanziamenti federali e quelli dello stato continuino durante la chiusura.

Alcuni gruppi che hanno fatto la petizione a Blatz, da quelli fautori degli affitti sostenibili alle organizzazioni per la cura infantile, sono preoccupati che il sostegno dello stato è stato tagliato a causa dei problemi del budget.

Fino a mercoledì 6 luglio, Blatz non ha fatto alcuna segnalazione, ma ci si aspetta qualcosa nel corso delle audizioni. Controllate il sito del Tribunale del Distretto della Contea di Ramsey per la lista dei gruppi che hanno aderito alle petizioni e per gli aggiornamenti.

D: I casellari giudiziari continueranno ad essere in funzione?

R: Dopo numerose petizioni di gruppi che sono preoccupati di non essere in grado di assumere nuovi impiegati per la sospensione dell’attività dei casellari giudiziari, Gearin ha disposto il 7 luglio che lo staff che lavora al reparto per le licenze al Dipartimento dei Servizi alla Persona sia reintegrato al lavoro. Ad esempio, la Minnesota Hospital Association ipotizza che gli ospedali non saranno in grado di assumere nuovi dottori se i casellari non verranno ripristinati.

D: Cosa ne sarà della riparazione delle strade?

R: Se non si tratta di una riparazione d'emergenza, la struttura stradale non è considerata un servizio essenziale. Le aree di sosta sono state chiuse in tutto lo Stato.

D: Prendo il Metro Transit per andare al lavoro ogni giorno. Ci riuscirò ancora?

R: Metro Transit è una branca del Consiglio Metropolitano, e prende circa un quinto del suo budget dallo stato. Di conseguenza, gli autobus e i treni di Metro Transit , Metro Mobility, Transit Link e altri servizi di trasporto sono in funzione perché utilizzano le tariffe e i fondi di riserva. Ma ci si aspetta che queste somme possano durare dalle sei alle otto settimane, secondo la portavoce del Consiglio, Bonnie Kollodge.

In assenza di un budget, il Consiglio ha già iniziato un processo per gli adeguamenti alle tariffe e ai servizi, sulla base del taglio di 109 milioni di dollari degli impegni di finanziamento dello Stato per i trasporti che sono al momento inclusi nella legge sui trasporti alla Legislatura. Il processo potrebbe avere una durata fino a sei mesi, ha detto Kollodge.

Un altro appunto per i pendolari dell'University Avenue a Minneapolis e St. Paul: il Met Council continuerà nella costruzione del progetto del Central Corridor Light Rail.

D: I servizi sanitari sono in pericolo?

R: La risposta rapida è no. Le case di riposo, le strutture che trattano i disabili, gli ospedali dei veterani e altre strutture che si affidano al supporto del governo sono in funzione e vengono finanziate.

Nelle sue disposizioni, Gearin ha asserito che, siccome i programmi sanitari come Medicaid usano fondi federali, lo stato dovrebbe adempiere ai propri obblighi col governo federale. Se così non fosse, lo stato potrebbe essere "soggetto a severe sanzioni fiscali federali e, al termine, gli potrebbe venire impedito di continuare a partecipare a questi programmi."

MPR ha riportato che lo stesso vale per i buoni alimentari e i programmi di welfare.

D: Cosa succede se dovessi modificare o rinnovare la mia patente durante la chiusura?

R: I Driver and Vehicle Services (DVS) verranno chiusi, secondo le linee guide sviluppate dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza.

Comunque, è ancora operativo un sistema informatico usato dalle forze di polizia per accedere ai dati dei guidatori, e questo significa che un numero limitato di attività del DVS potrà continuare. Ad esempio, i funzionari continueranno a rinnovare le patenti di guida e ad effettuare le registrazioni. Si potrà ottenere una nuova targa se i dati personali saranno presenti nell'ufficio delle patenti della località del guidatore.

Ma se compi 16 anni il 2 luglio, non sarai in grado di avere una nuova patente perché gli esami di guida sono sospesi. Lo stesso vale per i nuovi ingressi nello stato.

Inoltre, se tu rinnovassi la patente durante la chiusura, avrai solo la documentazione che conferma il rinnovo; il documento con la foto verrà stampato dopo la fine della chiusura.

Per concludere, il DVS non sarà in grado di registrare veicoli commerciali e non ci saranno collaudi sui mezzi.

D: Le forze dell'ordine saranno sempre attive?

R: La Polizia di Stato e i centralinisti del 911 non sono stati licenziati. Inoltre, i contatti per le emergenze che forniscono comunicazione e coordinamento 24 ore su 24 7 giorni su 7 rimarranno al loro posto.

D: I parchi statali saranno chiusi durante lo shutdown?

R: Sfortunatamente, per tutti i vacanzieri estivi, sì: il Dipartimento delle Risorse Ambientali ha chiuso i parchi alle 16 di giovedì 30 giugno. Stephanie Hemphill di Minnesota Public Radio ha detto che il DRA garantisce i rimborsi a quelli che avevano prenotato nei giorni della chiusura.

Anche se il DRA non lo consiglia, i visitatori possono passeggiare nei parchi durante il giorno.

Non verranno prese in considerazione le licenze per la caccia, la pesca e la navigazione. Per altre informazioni leggete la pagina delle FAQ del Dipartimento delle Risorse Ambientali.

D: Amo lo zoo del Minnesota. Potrò visitarlo durante la chiusura?

R: Sabato 2 luglio il giudice Gearin ha approvato la richiesta per tenere aperto lo zoo del Minnesota durante la chiusura.

Gearin ha all'inizio chiuso lo zoo visto che sembrava non essere un servizio essenziale. Lo zoo ha chiuso venerdì 1° luglio e una piccola squadra è rimasta a seguire gli animali.

Gearin ha autorizzato la riapertura dello zoo, basandosi sul fatto che opera grazie alle proprie entrate. È riaperto domenica 3 luglio alle 9 a.m.

D: Ho presentato la dichiarazione dei redditi in ritardo. Otterrò lo stesso i rimborsi sulle tasse durante la chiusura?

R: I rimborsi non saranno processati o analizzati durante la chiusura. Infatti, il sito web del DOR del Minnesota avverte che "tutte le leggi fiscali e le scadenze rimarranno valide durante la chiusura."Se ancora devi delle tasse, le devi comunque pagare perché il dipartimento continuerà a richiedere i pagamenti”.

D: Una chiusura farà risparmiare soldi allo stato, giusto?

R: Invece, Elizabeth Dunbar crede che la chiusura costerà al governo milioni per la perdita di produttività, per le penali sui ritardi e quelle finanziarie. Questo è il suo racconto e un'utile lista dei possibili costi di una chiusura.

D: Riesco a ottenere il supporto del governo per pagare le cure ai miei bambini. E poi?

R: Il finanziamento federale per i programmi di Assistenza Temporanea per le Famiglie Bisognose, che comprende anche l’assistenza all’infanzia, continuerà a essere amministrato nel corso della chiusura del governo. Ma Gearin ha stabilito che non lo sarà l’assistenza all’infanzia gestita dallo stato.

Nelle sue disposizioni, Gearin ha scritto che "la Corte è preoccupata del fatto che non finanziare l’assistenza all’infanzia potrebbe causare estreme difficoltà ai genitori che percepiscono bassi redditi, allungare le liste per la pubblica assistenza perché alcune di queste persone dovranno lasciare il lavoro per prendersi cura dei loro bambini, e potrebbe diminuire le opportunità per i bambini delle famiglie a basso reddito di andare bene a scuola."

il 4 luglio Dayton ha chiesto a Blatz di raccomandarsi che il supporto alla cura dei bambini continui in ogni caso, ma la corte non ha preso alcuna decisione a riguardo.

D: Sono un dipendente dello stato. Non ci sono altre risorse che mi possano aiutare finanziariamente durante la chiusura?

R: Oltre ai sussidi per la disoccupazione, i dipendenti dello stato possono utilizzare altre forme di assistenza. L’AFSCME ha aperto alcuni spacci alimentari in tutto lo stato. MAPE sta lavorando con una banca cooperativa locale per aiutare i lavoratori disoccupati a ottenere prestiti durante la chiusura. Qui potete trovare altre informazioni.

Nel frattempo, le banche statunitensi daranno ai lavoratori licenziati nel settore pubblico un mese di dilazione per i pagamenti.


Gli Stati Uniti verso il default?
di Moreno Pasquinelli - www.campoantimperialista.it - 11 Luglio 2011

Breve indagine sulle cause della crisi economica americana

Malgrado la grave crisi che ha colpito le economie del blocco imperialistico, gli Stati Uniti rimangono saldamente la prima potenza economica mondiale — il Pil nordamericano nel 2010 è stato stimato in circa 14.700 miliardi di dollari, ossia un quarto del Pil mondiale.

Restano, malgrado la crisi esplosa nel 2008, la prima nazione in campo industriale, finanziario, monetario, agricolo, scientifico, tecnologico e di gran lunga in quello militare. Sommando tutti i fattori è facile spiegare perché gli USA siano l’unica superpotenza e non abbiano alcuna intenzione di abbandonare il trono.

Anche ammesso che la Cina diventi, come sostengono alcuni economisti, prima in quanto a forza economica entro il 2030 [1], non è detto che il sorpasso toglierà agli Stati Uniti, vedi tabella n.4, il rango di prima superpotenza. [2] .

Il debito americano

Sotto ogni punto di vista gli Stati Uniti sono dunque il pilastro su cui si regge l’intero edificio del capitalismo internazionale. Dal che deriva che un eventuale crollo economico e finanziario degli Stati Uniti trascinerebbe nel baratro l’economia globale, Cina compresa ovviamente.

Per questa ragione, ferma restando l’accanita competizione inter-capitalistica sul piano commerciale, nessuna potenza, Cina inclusa, ha l’interesse, dato il rischio di lasciarci le penne, a far crollare il gigante.

Non è un mistero per nessuno che Pechino, se solo lo volesse — la Cina è il più grande creditore degli Stati Uniti: solo considerando i titoli di stato emessi dal Tesoro americano, il Celeste Impero ne possiede 900 miliardi —, se decidesse di portare all’incasso i suoi crediti, spingerebbe gli USA nell’abisso (vedi tabella 1).

Se Pechino non lo fa, è per la doppia ragione che oltre agli interessi che vuole incassare, è solo grazie ai soldi prestati loro che gli americani possono comprare le merci e le cianfrusaglie cinesi. E’ quindi comprensibile l’apprensione cinese per l’eventualità, per nulla remota, che la Casa Bianca (magari con l’amministrazione che succederà a quella di Obama) si decida al default.


Tabella 1: I detentori dei titoli di stato USA

Quello del debito pubblico, come vedremo, non è l’unica patologia di cui soffre il capitalismo nordamericano. Tuttavia vale la pena rinfrescarci la memoria. Esso era di 425 miliardi di dollari nel 1970, più o meno il 40% del Pil di allora. Oggi esso ammonta a 14mila miliardi.

Se al debito federale aggiungiamo quelli dei singoli stati americani, delle contee delle municipalità, il debito pubblico statunitense veleggia al 130% del Pil. Una percentuale superiore al debito greco.

La situazione è decisamente più grave se consideriamo i debiti delle aziende, delle famiglie, dei singoli cittadini. Sommandoli tutti, essi sfioravano nel 2009 la stratosferica cifra di 50.700 miliardi di dollari, più di 3,5 volte il Pil — tanto per fare dei confronti: 5 volte il Pil cinese e 28 volte quello italiano! [3]

La morfina

Come i dati empirici dimostrano la crescita del debito pubblico e privato americano affonda le radici lontano nel tempo. Come si evince dalla tabella n.2 la curva della crescita economica USA degli ultimi trent’anni si sovrappone a quella del debito. In altre parole questa crescita è avvenuta non malgrado il debito, ma grazie ad esso.

Per trent’anni gli apologeti del capitalismo hanno intonato odi sperticate alla globalizzazione, hanno parlato di seconda giovinezza del capitalismo; oggi sappiamo che questa crescita, trainata appunto dalla “locomotiva” americana, era drogata.

In altre parole, dato che i consumi di massa sono dal dopoguerra la principale forza motrice, senza le iniezioni di credito ai consumi (non solo ai consumatori finali, ma alla sfera che produce i beni di consumo) non solo non avremmo avuto crescita ma, con molta probabilità, la più lunga depressione della storia del capitalismo.


Tabella 2: La curva del Pil e del debito degli Stati Uniti

Ma i nodi vengono sempre al pettine: la crisi finanziaria dell’autunno 2008 è stata la inevitabile conclusione del più lungo ciclo economico drogato del novecento.

Questo lungo ciclo drogato non poteva non mutare i connotati delle economie occidentali, in particolare di quella americana. L’industria manifatturiera, che negli anni ’70 contribuiva al Pil per quasi il 50%, oggi non supera la soglia del 21%, superata dal commercio all’ingrosso (24% del Pil).

In termini marxisti l’economia americana (ma il fenomeno riguarda anche il grosso degli altri paesi occidentali) è oggigiorno un’economia in cui prevalgono settori improduttivi, che non creano plusvalore ma che lo consumano (vedi tabella n.3).

In altre parole gli Stati Uniti, grazie alla loro supremazia finanziaria e militare, grazie al fatto che il dollaro è utilizzato come principale valuta di riserva a livello mondiale (signoraggio), captano plusvalore da ogni parte del mondo, consumano a spese del resto del mondo. Basti pensare che gli occupati nell’industria manifatturiera americana sono oggi solo il 9% della forza-lavoro totale, la metà di solo dieci anni fa.


Tabella 3: I settori economici USA nel 2002. La percentuale dell'industria manifatturiera è diminuita da allora

Quale sia stata la risposta americana alla crisi finanziaria del 2008 è noto. Le autorità politiche e monetarie americane hanno accentuato la strategia della “finanza allegra”.

Non solo il governo ha salvato le banche in bancarotta, ma ha avviato un piano cosiddetto di “stimolo” di ben 800 miliardi di dollari centrato sulla spesa pubblica, proprio per sostenere i consumi.

Successivamente, per evitare il crack delle finanze pubbliche, non solo si sono stampati dollari a tutto spiano, ma si è dato vita alle politiche di quantitative easing (espansione quantitativa) , ovvero la politica per cui la banca centrale ha acquistato i titoli di stato emessi dallo stesso governo.

Ciò facendo è stata immessa nel mercato una quantità enorme di liquidità a tassi prossimi allo zero. Obama, Bernanke e company, speravano così di far ripartire l’economia. In realtà, siccome questi flussi di denaro sono gestiti dalla banche, essi hanno alimentato nuovamente la speculazione finanziaria e ingrassato le borse.

I soggetti che hanno intascato queste montagne di denaro non li hanno spesi per investimenti produttivi, ma per investimenti speculativi sia nei circuiti borsistici che in quelli over the counter, di nuovo nella giostra del capitalismo casinò dei derivati. Oppure investendo sì in settori produttivi, ma all’estero, nei paesi “emergenti” dove il basso costo della forza-lavoro assicura profitti comparabili a quelli che si ottengono nella sfera speculativa.

Il risultato è che nonostante la morfina dei nuovi debiti, del quantitative easing, dei salvataggi e degli stimoli, l’attesa "robusta" ripresa dell’economia americana non c’è stata. I dati dell’ultimo trimestre del 2010 avevano fatto tirare un sospiro di sollievo al governo USA, dato che la spesa per consumi (che è oramai il principale metro di misura per stabilire se c’è ripresa o recessione) era cresciuta del 4% e il Pil aumentato del 3%. Tutti annunciavano che nel 2011 ci sarebbe stata una sostenuta crescita del Pil, un incremento della produzione, dell’occupazione e dei redditi.


Tabella 4: Composizione della spesa pubblica USA

Mai previsione fu più sbagliata. I consumi sono nuovamente scesi mentre i prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia sono cresciuti più dei salari, i profitti della aziende sono scesi coi consumi, mentre il persistente calo dei prezzi della case si è mangiato un altro pezzo del patrimonio delle famiglie americane.

La disoccupazione è salita al 9,1%, mentre lo stesso mercato azionario ha perso terreno per sei settimane consecutive (la serie negativa più lunga dal 2002) con un calo complessivo dei prezzi delle azioni del 6%. [4]

Che succederà adesso? Com’è noto la Federal Reserve ha annunciato, nella speranza di prevenire una nuova crisi finanziaria o di evitare una bolla speculativa che interromperà a partire dalla fine di giugno l’acquisto di titoli di stato emessi dal governo (“quantitative easing” appunto), malgrado persisterà nella sua decisione di tenere il tasso d’interesse praticamente a zero.

A questo va aggiunto che il programma di “stimoli” obamiani avviato nel 2009 sta volgendo al termine (nel 2010 il governo ha stanziato 440 miliardi di dollari di stimoli, quest’anno saranno solo 137).

Va infine tenuto conto che il governo, temendo una fuga dai suoi titoli di stato, ha annunciato, già a partire da quest’anno, l’inversione di rotta, ovvero una drastica riduzione della spesa pubblica, l’aumento delle tasse, il tutto per ridurre il disavanzo di bilancio.

Verso il default?

Se così stanno le cose, l’economia americana, dalla debolissima ripresa potrebbe ripiombare in una recessione dalle incalcolabili conseguenze, i cui effetti travalicheranno i confini degli States.



Tabella 5: Il debito totale (pubblico e privato) degli Stati Uniti dal 1870 ad oggi

Quali misure il governo e le autorità monetarie metteranno in campo in quest’eventualità?

L’impressione è che l'Amministrazione obamiana non ne abbia la più pallida idea. I centri del potere imperiale, falliti tutti i tentativi di stimolare con la morfina il loro capitalismo in catalessi, navigano a vista, e sperano di evitare il peggio affidandosi alla rendita di posizione, più esattamente al fatto che essendo gli USA il pilastro dell’economia mondiale, gli altri attori di primo piano, cioè europei, cinesi, giapponesi, russi, brasiliani, giungeranno in loro soccorso per evitare di essere travolti essi stessi da un nuovo eventuale collasso americano.

Malgrado questi attori non lo possano dichiarare apertamente, di questo si discute ormai da tempo nelle segrete stanze del G20, del FMI, della Banca mondiale e delle altre consorterie imperialistiche.

Una cosa è certa: l’economia USA non è più la locomotiva mondiale, difficilmente lo ridiventerà, non è quindi sulla sua ripresa che gli altri possono contare per evitare davvero di far piombare tutta l’economia globale in una nuova depressione.

In questo contesto è francamente esilarante la cura che propongono i neo-keynesiani. Per bocca del nobel Paul Krugman essi affermano «…che la crisi che affligge l’America non è strutturale. Questa debolezza economica è determinata dalla debolezza della domanda, e per superarla è sufficiente creare più domanda». [5]

La morfina non ha fatto l’effetto sperato? Iniettare dosi ancor più massicce di droga, aumentare la spesa pubblica, stampare più dollari. Non è un caso che la ricetta di Krugman corrisponda agli orientamenti e alle istanze dei pescecani della finanza speculativa «Nei mercati molti chiedono una nuova ondata di liquidità da parte della Fed. Priva di reti sociali per i disoccupati, l’America pensa quasi solo a dove trovare altra morfina». [6]

La terapia suggerita cozza con un ostacolo di prima grandezza. I paesi capitalisti che detengono il debito pubblico americano, Cinesi, giapponesi ed europei anzitutto, prima o poi vorranno incassare le cedole, e quindi non solo si oppongono a nuove iniezioni di debito, ma chiedono apertamente che il governo si muova in direzione opposta: riduzione del debito e del deficit pubblici, riduzione dei debiti privati dei cittadini e delle imprese.

Ove il governo non adottasse questa linea di rigore finanziario diventa plausibile una fuga dal debito USA, un movimento di vendita dei titoli di stato americani, come pure l’esodo dai titoli azionari a stelle e strisce, da quelli delle banche in primis. Nessuno vuole trovarsi carta straccia o titoli spazzatura in portafoglio.

L’accorto economista Allen Sinai ha dichiarato: «Se entro la fine del 2012 il debito pubblico degli USA continuerà a crescere a questo ritmo insostenibile, può scatenarsi una nuova crisi finanziaria: ad un certo punto gli investitori smetteranno di comprare prima i titoli di Stato e poi le azioni Usa». [7]

Il timore dei creditori è accentuato dall’ipotesi, cui accennavamo più sopra che, se non questa, la prossima Amministrazione (le elezioni presidenziali e del Congresso sono nel 2012) decida per un default, per una ristrutturazione del debito, ovvero un’unilaterale decisione di ridurre il valore dei crediti, e dunque degli interessi, con relativo allungamento delle scadenze di rimborso.

Se dovessimo fare un pronostico la via del default — che consiste appunto nello scaricare sui creditori i costi di un lungo ciclo per cui il capitalismo americano è vissuto ben al di sopra delle sue possibilità — è quella che ha le più alte probabilità di inverarsi.

Che poi una simile mossa trascini non solo le borse ma le economie dei paesi più interlacciati a quella americana (Cina e Unione europea in primis) in un vero e proprio baratro, pochi hanno dubbi.

Si potrebbe obiettare che, proprio a causa di questa comunione di interessi tra grandi potenze capitalistiche, proprio per evitare un crack reciproco, cinesi, europei, giapponesi, russi, brasiliani, come pure le petro-monarchie del Golfo, cercheranno, come del resto da noi accennato sopra, di mettersi d’accordo, di trovare un compromesso. Assolutamente vero.

Ma per quanto gli stati, coi loro fondi sovrani, siano attori di primissima grandezza della scena economica mondiale, esistono pur sempre potentissimi e transnazionali gruppi finanziari privati che non ubbidiscono logiche politiche ma anzitutto a quelle del massimo guadagno, masse ingenti di capitale monetario che speculano sulle valute e sui cambi, sui debiti sovrani degli stati, sul petrolio e le materie prime. Che per di più si muovono in base ad algoritmi del tutto impersonali e nel tempo reale delle linee telematiche.

Nessuna autorità politica, nemmeno la Casa Bianca può pensare di tenere sotto controllo queste potenze, e ove queste sentissero puzza di bruciato, sarebbero le prime ad abbandonare la nave americana contribuendo all’inabissamento suo e dei suoi partners politici e commerciali.

Che l’esito della crisi esplosa nel 2008 possa essere catastrofico è dimostrato dal fatto che la recessione innescatasi allora è la più lunga rispetto a tutte quelle che l’hanno preceduta. Riferendosi all’economia americana Sinai afferma: «Questa è la ripresa più debole, con una crescita del Pil solo del 3% nel primo anno e del 2,5% in media nel 2011: ben sotto il balzo del 6,8% tipico del primo anno in tutti i cicli precedenti quando, a partire dal sesto mese dalla fine della recessione, si creavano oltre 100mila nuovi posti di lavoro ogni 30 giorni. Tutto è cambiato con gli anni ’90. (…) Oggi siamo al 24° mese dalla fine ufficiale della recessione più grave dalla Grande Depressione e la disoccupazione è ancora al 9,1%, poco sotto il 9,5% del giugno 2009». (8)

Sinai spiega quali siano secondo lui le ragioni di questa ripresa più virtuale che debole. (A) Anzitutto che il costo del lavoro negli USA è troppo alto; (B) Che sono disponibili tecnologie a costi molto bassi che sostituiscono la manodopera e deprimono i salari reali; (C) Che le imprese puntano a massimizzare il valore degli azionisti (spesso gli stessi manager) e quindi anzitutto vogliono ridurre i costi della manodopera; (D) Che il puntare al massimo profitto nel tempo più breve mal si concilia con investimenti i cui ritorni si misurano in tempi medio-lunghi; (E) Che flussi ingenti di investimenti si dirigono verso la Cina e altri paesi con costi del lavoro molto più bassi; (F) Che il modello fondato sui consumi di massa come forza propulsiva dell’economia è ormai al tramonto.

Conclusioni


Tabella 6: Il rendimento degli investimenti
USA in Cina nel 2006 erano doppi rispetto a
quelli nell'Unione europea e maggiori che in
tutta l'America latina

Alla domanda: Come contrastare questo declino? Sinai, da bravo partigiano del capitalismo, risponde: «Abbassando sensibilmente il costo del lavoro», e lo afferma malgrado poco prima abbia messo in guardia che se l’America non esce dalla crisi «…si aggraveranno i rischi di conflitti sociali».

Una doppia conferma: della teoria marxiana del valore, per cui, in regime capitalistico di concorrenza, solo il lavoro produce plusvalore (da non confondere con le plusvalenze che si possono ottenere nel circuito finanziario), e che le grandi crisi capitalistiche, in ultima istanza, quali che possano essere le loro manifestazioni fenomeniche, hanno la sovrapproduzione come causa principale, ovvero che il capitale non riesce ad ottenere a valle la remunerazione (valorizzazione) ritenuta adeguata in proporzione al capitale anticipato a monte.

Questo ci aiuta a spiegare la necessità di drogare il ciclo economico con gli stimoli statali, l’esodo dei capitali verso i lidi della pura speculazione, l’esportazione del capitale nei paesi a più basso costo della forza-lavoro e, alla fine, la recessione, ovvero la distruzione dei capitali in eccesso e poco profittevoli e con questo la disoccupazione di massa, la creazione di un esercito industriale di riserva per abbassare drasticamente i salari.

In barba alle grandi narrazioni post-moderne e agli osanna alla globalizzazione, il capitalismo si riconferma un sistema che ha nel suo Dna la possibilità di crisi sempre più devastanti e che come terapia, vista l’inefficacia della morfina, ha sempre la medesima: distruzione generalizzata di capitali e pauperismo di massa.


NOTE

(1) «Immaginando che la Cina continui a crescere non del 10% annuo ma “solo” del 7,5%, e che gli Usa crescano continuativamente almeno del 2,5% il sorpasso del Pil cinese su quello americano intorno a quota 20 trilioni di dollari avverrà nel 2019. E se anche gli Usa crescessero di qui ad allora del 5%, avverrebbe comunque nel 2022».
Oscar Giannino, chicago-blog, 18 gennaio 2011

(2) Le spese per la difesa e la guerra degli Stati Uniti ammontano nel 2010 a 689 miliardi di dollari, il 20% dell’intera spesa statale e il 40% di quanto tutto il mondo spende in armamenti. La Cina nel 2009 ha speso l’equivalente di 85 miliardi di dollari, collocandosi così al secondo posto, ma a ben otto lunghezze dagli USA.

(3) Si afferma, a giusto titolo, che l’esposizione finanziaria degli Stati Uniti, non va commisurata solo al Pil, ma al patrimonio netto, ovvero al valore degli asset e dei beni complessivi del paese. Quest’ultimo, alla fine del 2008, dati Federal Reserve, era stimato in 75mila miliardi di dollari, 5,2 volte il Pil. Anche da questo punto di vista lo stato di salute dell’economia americana è inquietante.

(4) Martin Feldstein, Il Sole 24 Ore del 2 luglio 2011

(5) Paul Krugman, Il Sole 24 Ore del 2 luglio 2011

(6) Federico Fubini, Corriere Economia del 27 giugno 2011

(7) Allen Sinai, Intervista di M. Teresa Cometto, Corriere Economia del 27 giugno 2011

(8) Allen Sinai, IbidemInserisci link