lunedì 2 agosto 2010

Dalla "Nuova Alba" irachena all'Eterno Tramonto afghano

Oggi il presidente USA Obama ha lanciato l'operazione "Nuova Alba" per annunciare in modo ufficiale le tappe del ritiro delle truppe americane dall'Iraq, da qui alla fine del 2011, rilanciando contemporaneamente la guerra in Afghanistan dove, secondo lui, si stanno facendo "progressi". Quali poi? Mistero...

Ma tutti sanno che la guerra in Afghanistan, come del resto già quella in Iraq, è irrimediabilmente persa e non basterà certo a risollevarne le sorti la decisione del Pentagono di aumentare gli attacchi con artiglieria e aerei contro i covi dei talebani.

E, a conferma dei "progressi" vaneggiati da Obama, l'Olanda ha ufficialmente concluso ieri la sua missione in Afghanistan annunciando il ritiro delle truppe, mentre l'anno prossimo se ne andranno anche i canadesi.

E l'Italia? Beh, ormai "noi" in quel Paese abbiamo una stabile colonia di emigranti armati...


La guerra "giusta" di Obama ormai perduta
di Lucio Caracciolo - www.repubblica.it - 29 Luglio 2010

La posta rimasta in gioco è una sola: a chi attribuire la responsabilità della sconfitta? I file di WikiLeaks dimostrano la frustrazione di chi sta al fronte senza coperture.

La guerra in Afghanistan è persa da tempo. Eppure continua. Non perché sia possibile vincerla, ma perché chi l'ha persa non trova il coraggio di ammetterlo.

E di assumersene la responsabilità. Sicché sul fronte afgano-pachistano si uccide e si muore come mai in questi nove anni di un conflitto apparentemente interminabile.

Ieri è toccato a due nostri soldati, impegnati in una missione che il nostro governo non trova il coraggio di chiamare con il proprio nome: guerra. Peggio, una guerra di cui non sappiamo chiarire l'obiettivo, se non slittando in una retorica che suona ormai peggio che falsa, offensiva per i nostri caduti e per la nostra democrazia.

Se vogliamo dare un senso al sacrificio dei nostri militari dobbiamo capire perché oggi stiamo molto peggio che all'inizio di questa campagna. E stabilire come uscire da un meccanismo infernale che non siamo in grado di controllare.

Noi italiani in Afghanistan ci stiamo per l'America. Ma l'America non è più sicura delle ragioni per cui pensava di doverci stare. Se prima potevamo fare l'economia di un nostro punto di vista, oggi non più. I nostri alleati l'hanno capito e stanno definendo una posizione propria, visto che quella americana è piuttosto nebulosa.

Lo hanno fatto prima canadesi e olandesi, poi tedeschi e financo inglesi, tutti alla ricerca di una via e di una data di uscita dalla trappola afgana. Quanto a noi, restiamo a rimorchio di un convoglio impazzito, con diversi vagoni già deragliati.

Perché la novità degli ultimi mesi è che i militari americani cominciano a non poterne più, a non credere nella propaganda che d'ufficio sono costretti a disseminare. I leader politici lo sanno bene, ma si dividono su come affrontare l'emergenza di un conflitto invincibile.

Oltre alla guerra calda, contro gli insorti, è in corso una guerra fredda fra capi militari e politici. Sul terreno questo si traduce nel caos operativo, fatto di ordini e contrordini, di scelte proclamate e subito rivedute, di rivalità personali e di corpo.

Prima il caso McChrystal, poi, in stretta sequenza, i 91.731 documenti più o meno segreti trapelati attraverso le larghe maglie dell'intelligence Usa, rivelano la frustrazione di chi sta al fronte senza sentirsi le spalle coperte. Anzi, teme di finire vittima delle faide di Washington. E dunque vorrebbe andarsene al più presto.

Questo clima può contribuire a spiegare una tale fuga di notizie riservate: un modo scelto da alcuni militari per alimentare lo scetticismo dell'elettore americano, per sbattere in faccia ai decisori i fatti e non le pietose bugie che amano ripetere, ad esempio riguardo all'"alleato" pachistano.

Difficile bere la favola della talpa ventiduenne incistata in una base a nord di Bagdad, che avrebbe trasmesso quella miniera di informazioni classificate all'attivista australiano Julian Assange, sulfureo capo di WikiLeaks.

Le dimissioni dell'ex comandante del fronte afgano scelto da Obama e le rivelazioni del sito pirata sono le punte emerse della furibonda battaglia intestina che sta scuotendo l'intera Amministrazione, nei suoi centri nervosi militari e politici.

I rapporti pubblicati da WikiLeaks non cambiano il quadro afgano-pachistano già noto al pubblico più accorto, ne accentuano solo le tinte fosche. Ma hanno un notevole impatto politico-mediatico. Perché illustrando con inediti dettagli il fallimento afgano, demoliscono il teatrino che Obama stava allestendo per fingere di vincere la guerra persa.

Il "cambio di strategia" partorito a fine 2009 dopo mesi di scontri fra le diverse branche dell'amministrazione e fra i troppi Napoleoni che si affrontano negli alti comandi delle Forze armate Usa, aveva infatti un solo obiettivo: "oscurare" l'Afghanistan prima dell'inizio della campagna presidenziale del 2012.

Il cuore della famosa controinsurrezione - la bibbia strategica di Petraeus e McChrystal - consiste infatti nell'imporre la propria "narrativa", ossia la propria propaganda, come vera. Una paradossale controinformazione ufficiale.

Obiettivo: trasformare qualche successo tattico in Vittoria, fingere di aver allestito uno Stato non indecente a Kabul, e ritirare il grosso delle truppe prima del voto. Non molto diversamente da quanto Bush aveva immaginato di fare appena presa Bagdad.

L'ironia della storia vuole che oggi Bush possa apparire come colui che ha raddrizzato in extremis la disastrosa guerra mesopotamica - la "guerra sbagliata" secondo Obama - mentre l'attuale inquilino della Casa Bianca è additato come responsabile di un disastro maturato sotto il suo predecessore, come martellano le rivelazioni di WikiLeaks.

Percezione accentuata dal fatto che Obama ha subito fatto sua la "giusta" guerra afgana, quando già appariva perduta, mentre criticava la campagna irachena, anche quando a Baghdad l'orizzonte pareva schiarirsi (o meglio, la controinformazione ufficiale ne offriva con successo, e con qualche fondamento, una fotografia rassicurante).

Obama sperava di potersene andare avendo salvato la faccia con qualche successo modesto ma ben rivenduto. Come ad esempio la troppe volte annunciata e poi rinunciata presa di Kandahar, eretta a Berlino talibana. Il guaio è che il trucco non funziona. Il teatrino non è credibile.

La ribellione di McChrystal e le rivelazioni affidate a WikiLeaks dimostrano che la posta in gioco non è più la sconfitta o la vittoria, ma la responsabilità della sconfitta. Il cerino è acceso e sta girando di mano in mano, tra Casa Bianca, Pentagono, Dipartimento di Stato e dintorni.

Su questo sfondo, suona sempre più patetica la tesi per cui la nostra presenza in Afghanistan serva a impedire che vi si installino i terroristi. Come confermano in abbondanza i documenti dell'intelligence Usa, non solo la campagna ha rafforzato i Taliban, ma ha contribuito a destabilizzare il Pakistan.

Più che nelle caverne o nelle gole afgane, è nel vespaio pachistano che bisognerà scavare, se davvero intendiamo limitare il rischio, mai sradicabile, di un nuovo 11 settembre. Rischio aumentato, non diminuito, dalla guerra in corso.

Un giorno, temiamo non vicino, ce ne andremo. Non perché avremo compiuto la missione (quale?). Per esaurimento. Con questa inerzia, dall'Afghanistan non ci ritireremo: lo evacueremo.



L'Olanda si ritira dal conflitto afghano e i talebani esultano
di Guido Olimpio - Il Corriere della Sera - 2 Agosto 2010

Ieri il passaggio di consegne con gli americani. L`Olanda si ritira dal conflitto afghano e i talebani esultano. L'anno prossimo toccherà ai canadesi. Un ritiro annunciato, previsto, ma comunque un passo significativo.

Il contingente olandese in Afghanistan -1.950 soldati - ha concluso ieri la sua missione nel settore di Uruzgand e torna a casa. Un disimpegno - assicurano i portavoce Nato - che avrà un impatto minimo sulle operazioni, un segnale però della difficoltà per gli alleati europei di continuare a morire per Kabul. Infatti, la Nato aveva chiesto all'Olanda di mantenere la presenza ma ciò ha prodotto in febbraio il collasso della maggioranza di governo in Olanda.

Il comandante, il generale Peter van Uhm, nel passare le consegne ad americani e australiani, ha affermato che. la situazio- ne nella regione controllata dai suoi uomini è migliorata «anche se resta molto da fare».

Una missione costata la vita a 24 soldati, compreso il figlio di van Uhm, dilaniato da un ordigno rudimentale nell`aprile 2008. Il contingente si è conquistato onore e prestigio con una strategia efficace, molto simile a quella adottata dai reparti italiani.

Il rientro a casa degli olandesi è l`inizio di un conto alla rovescia che vedrà il ritiro del Canada entro il prossimo anno, quello polacco nel 2012 e britannico tra il 2014 e il 2015. Gli americani, da parte loro, hanno annunciato una riduzione del contingente dal prossimo anno, ma come ha precisato ieri il segretario alla Difesa Robert Gates sarà una riduzione molto ridotta nei numeri. Non è un mistero che il nuovo comandante del contingente David Petraeus è contrario a ridurre le forze a disposizione.

1 145 mila soldati alleati in Afghanistan (120 mila inquadrati nella missione Isaf, più i soldati americani che operano nel quadro della missione Enduring Freedom) i restanti servono tutti, anzi non bastano. Gli stessi olandesi lasceranno fino a gennaio la loro componente aerea, composta da 4 caccia F16 e sette elicotteri.

Se è vero che sul piano strettamente militare la partenza dell`Olanda può essere assorbita, nessuno nasconde il valore simbolico e propagandistico. Contro un avversario che gioca sulle divisioni bisogna mostrarsi compatti.

Altrimenti ogni cedimento è visto come un incentivo a colpire di più. Ieri, insieme alla congratulazioni della Nato, sono arrivate, per opposte ragioni, quelle dei talebani che si sono «felicitati» con governo e popolazione olandesi per la scelta.

Gli insorti, del resto, continuano a essere letali visto che luglio, con oltre 6o vittime, è stato il mese peggiore per la coalizione.

E il comando alleato è alla continua ricerca di strategie che possano limitare i danni di un conflitto impossibile da vincere.

Non è disfattismo ma sano realismo.



Come e perchè siamo in guerra
di Maso Notarianni - Peacereporter - 29 Luglio 2010

Ieri altri due italiani sono morti in Afghanistan. Saltati in aria mentre cercavano di disinnescare un ordigno esplosivo collocato ai bordi di una strada. Due giorni prima Wikileaks ha pubblicato un corposo dossier in cui, tra le altre cose, si dice (fonte Esercito degli Stati Uniti) che gran parte degli ordigni esplosivi usati dai talebani sono costruiti utilizzando delle mine anticarro di produzione italiana riadattate.

Nessuno ci dirà mai se questi due ragazzi morti in Afghanistan (e gli altri uccisi negli anni scorsi) siano stati colpiti dal made in Italy. Da quanto si legge, almeno uno dei nostri Lince è stato colpito con mine italiane.

Tra qualche giorno, il 2 o il 3 agosto, il Senato della Repubblica italiana approverà (ne siamo certi) il rifinanziamento della missione militare in quel Paese. Una missione che da quasi dieci anni tutte le forze politiche hanno contribuito a sostenere, salvo i ripensamenti di quest'ultima ora. Andremo a spendere, nei prossimi sei mesi, circa 65 milioni di euro al mese. Dal 2004 gli italiani uccisi sono 29. In totale i miitari stranieri uccisi sono quasi 2000.

Cosa si possa fare, in Italia o anche in Afghanistan, con 65 milioni di euro, è facile immaginarlo. Scuole, pensioni, stipendi, asili da noi o laggiù sarebbero certamente più utili a farci vivere più tranquilli, visto che qui siamo messi male grazie alla crisi e laggiù - oramai lo dicono anche i militari - è più utile una scuola o una fabbrica o un ospedale per combattere un "terrorismo" che si nutre della disperazione e della miseria.

E a proposito di ospedali, oggi riapre l'ospedale di Emergency a Lashkar-gah. Sempre nei dossier di Wikileaks si parlava di una ong italiana che ha un ospedale e che è diventata insufferable, insopportabile, (GUARDA) al governo degli Stati Uniti. Il cablo è del 2007. E l'Ong italiana è decisamente Emergency. Che per l'ospedale spende meno di un milione e mezzo di euro all'anno.

E' una buona notizia. Sia ovviamente per i feriti di questa guerra (che siano civili, militari afgani o talebani poco importa) che potranno di nuovo essere curati gratuitamente e in un ottimo ospedale, sia per noi che siamo qui, che potremmo ricominciare a sapere una minima parte degli effetti di questa devastante guerra. Emergency potrà ricominciare ad essere insopportabile.

Sarebbe bello che dossier come quelli di Wikileaks ma anche gli articoli di PeaceReporter fossero più conosciuti. Questa mattina ho sentito su Rai1 una serie di "inviatoni" di grandi testate sostenere che le notizie date da Wikileaks erano ampiamente state raccontate da loro, dalle loro televisioni e dai loro giornali. Si chiama "disinformatia": quei documenti sono talmente esplosivi che adesso tutti si devono concentrare in una difficile opera di demolizione.

Ma noi sappiamo che non è vero: di quelle cose pochissimi hanno parlato. E tra quei pochissimi PeaceReporter e Emergency, che per questo è diventata insufferable. Perché se si raccontasse quel che succede, magari gli italiani comincerebbero a chiedersi - a chiedere soprattutto - perché dobbiamo spendere vite umane e soldi in una guerra inutile. Inutile come tutte le guerre, ma questa volta a dirlo sono i militari.


Dei soldati morti in Afghanistan non frega niente a nessuno

di Mazzetta - www.agoravox.it - 30 Luglio 2010

Le due ultime vittime italiane del conflitto afgano ci hanno consegnato la certezza che della sorte dei nostri soldati impegnati in quella missione non importa più niente a nessuno, esclusi naturalmente gli amici i parenti e i commilitoni.

La guerra in Afghanistan ha stancato tutti,compresi gli entusiasti della prima ora, quelli del sempiterno "armiamoci e partite" e pure quelli timorosi dell’invasione islamica, che dopo essersela presa anche con i rom e i romeni seguendo le indicazioni di chi sul razzismo ha costruito le sue fortune politiche adesso sono un po’ stanchi, privi di indicazioni dall’alto su chi riversare il proprio malessere e pure piegati dalle difficoltà poste dalla crisi economica.

La loro morte è stata sbrigata dai media con il format ormai consueto al quale l’opinione pubblica ha risposto con l’assoluta indifferenza.

Dopo nove anni dall’undici settembre 2001 non c’è traccia dei presunti piani d’invasione islamica dell’Occidente, così come non c’è traccia di attentati "islamici", che nel nostro paese si sono materializzati solo sotto forma dell’attacco di un singolo squilibrato a una caserma milanese, tanto temibilie che l’unico a soffrirne le conseguenze è stato proprio l’attentatore.

La stanca propaganda governativa sostiene che sia proprio grazie agli interventi in Afghanistan e Iraq (che nulla aveva a che spartire con il terrorismo islamico o con la famigerata al Qaeda), ma ora più che mai è evidente a chiunque che si tratta di una delle tante balle partorite al fine di spingere il paese a partecipare ai due massacri.

Massacri, perché a fronte di un paio di migliaia di soldati di soldati occidentali se ne sono andati quasi un milione di iracheni e qualche centinaio di migliaia di afgani, per non parlare dei feriti che sono un multiplo di quei numeri e dei profughi, che solo in Iraq sono più di quattro milioni, una parte rilevante della popolazione.

I motivi che hanno spinto a queste avventure si sono rivelati falsi, non che non si sapesse anche prima, ma a distanza di anni è diventata di pubblico dominio la loro falsificazione, così come sono diventati di pubblico dominio il ricorso da parte dei "portatori della democrazia" alla tortura, ai crimini di guerra, alle prese d’ostaggi e alle rappresaglie sulla popolazione civile, all’uso di armi chimiche e a ogni genere di gioco sporco.

Azioni per le quali i nostri contingenti e il nostro governo portano gravi responsabilità, a partire dalla servile complicità che ha permesso di sostenere ogni nefandezza perpetrata dagli alleati con il silenzio omertoso e con una propaganda degna di miglior causa.

Il motivo per il quale ci siamo impantanati in questi due conflitti è ormai evidente a tutti ed è la necessità personale di Silvio Berlusconi di acquisire e mantenere lo status di alleato benemerito degli Stati Uniti ad ogni costo.

Status che gli è servito a vestirsi dei panni dell’utile sostenitore di queste avventure e a guadagnare il sostegno americano a prescindere dall’essere un buffone impresentabile, impegnato in numerose truffe in patria e in bassi commerci con alcuni tra i peggiori autocrati del pianeta all’estero, gli unici che non hanno timore di mostrarsi in sua compagnia.

Per portare il paese a una guerra illegale secondo la nostra Costituzione, Berlusconi si è giovato del suo personale apparato di propaganda politica e delle centinaia di giornalisti ed opinionisti che mantiene a libro paga da anni, ma ha goduto anche dell’appoggio dei filoamericani "a prescindere".

Lo "spione" Renato Farina (condannato e poi retribuito con un seggio parlamentare) è solo l’esempio più evidente, ma basta scorrere le cronache dal 2001 al 2003 per compilare una robusta lista di personaggi simili, pronti a mentire sapendo di mentire pur di assecondare le smanie berlusconiane o la volontà dell’amministrazione Bush, definendo "missioni di pace" le due guerre.

Non uno di questi ha mai pensato di chiedere scusa ai propri lettori quando la verità è stata certificata dagli eventi (vedi l’inesistenza delle "armi di distruzione di massa") o da fonti statunitensi e occidentali, nessun giornale o telegiornale tra quelli che hanno spinto il paese alla guerra ha neppure organizzato un dibattito per chiedersi come sia stato possibile un tale stravolgimento della verità e di chi fossero le responsabilità.

Non stupisce, solo nell’ultimo anno abbiamo visto che buona parte dei professionisti dell’informazione è capace di omettere le notizie più importanti o d’inventare ogni genere di calunnia senza fare una piega, da noi non c’è spazio per quelle abitudini civili che hanno spinto autorevoli quotidiani come il New York Times o il Washington Post (di tendenza opposta) a chiedere perdono ai lettori e poi ad investigare quanto successo. Per il nostro paese è fantascienza.

Ancora di più considerando che le guerre hanno avuto il consenso bipartisan e quasi assoluto delle forze politiche, nonostante milioni di cittadini avessero espresso con veemenza la loro opposizione e nonostante il dettato costituzionale contrario.

Il sostegno di Washington nel nostro paese è ancora inseguito come ai tempi del Piano Marshall, quando il futuro del paese era appeso agli aiuti americani e i governi di Roma avevano bisogno del placet di Washington come quelli oltre cortina avevano bisogno del gradimento di Mosca.

Servilismo infondato e fuori temo massimo si direbbe, eppure ci sono stati governi europei che hanno costruito la loro fortuna proprio rifiutando l’avventura irachena, che tra le due era sicuramente la più folle e priva di fondamenti condivisibili.

Oggi il gioco continua come prima per gli stessi motivi. Berlusconi non può permettersi di alienarsi anche Washington visto che in Europa lo trattano come un paria e al ministero della dfesa c’è il povero La Russa, che da ex-fascistello è ben lieto di spandere retorica guerresca sui cadaveri che rientrano a Roma e di dare del disfattista a chi ancora sostiene l’inutilità e l’illegalità del nostro impegno in Afghanistan.

A La Russa piace da matti fare il comandante in capo e poco importa se sotto la sua guida e l’amministrazione di Tremonti i militari sono stati taglieggiati come gli altri cittadini e addirittura buttati in mezzo a una strada svendendo le abitazioni assegnate loro per ragioni di servizio.

Molto meglio spendere qualche miliardo di euro per più di cento aerei americani e per la loro manutenzione, aerei assolutamente inutili che insieme ai caccia "europei" doteranno il nostro paese di quasi trecento aeromobili per i quali non si vede altro impiego che in altre possibili guerre illegali, stante il nostro paese associato alla NATO e stante l’inesistenza di qualsiasi minaccia militare almeno per i decenni a venire, non è che le superpotenze nascano inosservate dalla sera alla mattina e l’unica esistente è, e sarà a lungo, quella americana.

Quando anche dovessero decadere gli USA, la stessa Europa è militarmente in posizione di plateale vantaggio sul resto del mondo, sono gli altri che devono aver paura di noi, semmai.

Affari da basso impero dunque; coperti da retorica patriottica da quattro soldi; e non c’è da stupirsi che alla lunga abbiano ceduto anche i protagonisti del fronte contrario alle avventure militari. È più la fatica che il gusto scendere in piazza per vedere comunque la Costituzione violata e ceffi sbraitanti che ti danno del traditore (quando va bene) da ogni televisione e da quasi tutti i giornali per anni.

Così siamo giunti ad oggi e al punto in cui non frega niente a nessuno dei nostri soldati che muoiono, nemmeno a chi ha sostenuto l’utilità del mandarli a morire, e ancora meno frega a qualcuno dei miliardi di euro buttati in guerre perse in partenza o in spese militari ancora più assurde perché deliberate in tempi di crisi nera.

Perché in fondo, diggiamolo, gli italiani non sono mai stati troppo attenti agli sprechi e ai numeri e, per quasi tutti, le cifre espresse in miliardi di euro sono grandezze metafisiche che sfuggono alla comprensione, molto meno rilevanti di qualche euro in più o in meno in busta paga, anche se poi i soldi per queste sanguinose pagliacciate vengono proprio da lì, dalle tasche di ciascun cittadino e in particolare da quelle della maggioranza che vive di stipendi.

Maggioranza che oggi, quando muore un soldato italiano in missione all’estero, non prova alcuna pietà ed è più incline a discutere (con invidia malriposta) della sua busta paga da "professionista" che dell’opportunità d’impegnare il paese in una guerra senza senso e, per ammissione degli stessi americani, già persa .


L'Afghanistan si ribella
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 2 Agosto 2010

Monta la rabbia della popolazione afgana contro le truppe d'occupazione straniere dopo le ultime stragi di civili

Domenica il centro di Kabul ha assistito alla prima manifestazione popolare di protesta organizzata contro le forze Nato (video).

Centinaia di dimostranti, uomini, anziani e donne col burqa, sono arrivati nella capitale dalla provincia meridionale di Helmand, ma anche dai sobborghi della città, per urlare la loro rabbia contro il crescente numero di civili uccisi dalla Nato e per chiedere il ritiro degli eserciti stranieri dal paese.

Sorvegliati da centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa, i manifestanti hanno sfilato per le strade del centro di Kabul urlando 'Morte all'America!', mostrando cartelli con le foto di bambini vittime dei bombardamenti americani e striscioni che chiedono giustizia per i crimini di guerra commessi dalle forze Nato e la fine dall'occupazione straniera.

La maggior parte dei dimostranti sono arrivati dal profondo sud del paese, dal distretto di Sangin, in provincia di Helmand, dove lo scorso 23 luglio 52 civili sono stati uccisi da un missile sparato da un elicottero americano contro una casa del villaggio di Regey, nella quale decine di donne e bambini si erano riparati dai combattimenti che infuriavano poco lontano.

Sopravvissuti e residenti della zona sono venuti a Kabul per denunciare l'ennesima strage di civili che rischia di venire insabbiata: i comandi alleati continuano infatti a negare questa versione dei fatti, confermata dallo stesso governo Karzai.

Ma la manifestazione di domenica era anche una reazione all'incidente di venerdì scorso, quando due Suv blindati dell'ambasciata americana - guidati da contractors della DynCorp - hanno investito a folle velocità un'auto su cui viaggiavano quattro civili, uccidendoli sul colpo.
''Questi incidenti avvengono di continuo - protestava da dietro la retina del burqa Samìa, 26 anni - perché per loro non c'è differenza tra afgani o animali''.

''Dopo l'incidente - diceva ai giornalisti presenti Rabìa, una donna anziana - la gente era inferocita contro gli americani: se non fosse intervenuta la polizia li avrebbero fatti a pezzi. E se avessi potuto, lo avrei fatto anch'io''.

''Le truppe straniere se ne devono andare dall'Afghanistan - aggiunge Samìa - perché non riusciranno mai a fare nei prossimi anni quello che non sono riusciti a fare negli ultimi dieci. Rimanendo qui non faranno altro che provocare altri morti innocenti''.

Gli afgani accusano le truppe straniere non solo per le vittime civili causate direttamente dalle loro armi, ma anche per quelle causate indirettamente dalla loro presenza; che si tratti di persone uccise in un bombardamento dell'aviazione Usa o in un attentato talebano contro un convoglio Nato, per loro la causa di queste morti è sempre e solo una: l'occupazione straniera del paese.

Secondo le stime ufficiali dell'Onu, le vittime civili della guerra in Afghanistan dal 2001 a oggi sono state almeno 14mila. Molte di più secondo altre fonti indipendenti.


Iraq, Luglio il mese più violento da oltre due anni.
di Ornella Sangiovanni - www.osservatorioiraq.it - 2 Agosto 2010

In Iraq è guerra di cifre fra il governo di Baghdad e gli americani. Le cifre sono quelle sulla violenza, ovvero sulle sue vittime: quelle del mese di luglio, per essere precisi, che gli iracheni definiscono il peggiore – il più sanguinoso – da oltre due anni a questa parte, mentre le forze armate Usa non sono d’accordo.

La differenza non è piccola – è più del doppio.

Secondo i dati diffusi ieri dalle autorità irachene, i morti di luglio a causa della violenza sarebbero 535. No, sono solo 222, si sono affrettati a ribattere dai comandi militari statunitensi.

Anche sui feriti le cifre divergono, e non di poco: oltre 1.000 secondo Baghdad, solo 782 a detta degli americani .

Nessuna spiegazione sul perché ci sia un divario così forte da parte delle forze armate Usa, che si limitano a dire, in un comunicato, che “l’affermazione secondo cui luglio 2010 è stato il mese più letale in Iraq dal maggio 2008 non è corretta". E a dare i loro numeri – che sarebbero quelli giusti.

Quelli iracheni vengono dai ministeri della Difesa, degli Interni, e della Sanità – e formano un quadro preoccupante, mentre si avvicina la fine di agosto, quando gli americani ritireranno tutte le loro truppe “da combattimento” (ma 50.000 uomini resteranno comunque in Iraq fino al dicembre 2011).

Instabilità

Ritiro che avviene in una situazione di grande instabilità. Politica innanzitutto: a quasi 5 mesi dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento del 7 marzo scorso, a Baghdad ancora non c’è un governo – né lo si vede all’orizzonte.

Non che gli americani potrebbero fare granché. Ma di instabilità comunque si tratta.
Dunque, meglio smorzare le preoccupazioni. E dire che le cifre degli iracheni sono esagerate.

Il dato che arriva dalle autorità di Baghdad - 532 iracheni morti in luglio a causa della violenza – è il più alto dal maggio 2008, quando di morti se ne contarono 563, e mostra che il vuoto politico si sta ripercuotendo, in modo assai negativo, sulla situazione della sicurezza nel Paese.

Che gli attacchi siano opera di “al Qaeda in Iraq” o di altri (questo è impossibile saperlo con certezza), resta il fatto che le cose non vanno bene.

E’ la prima volta che fra le autorità irachene e gli americani c’è un contrasto così forte riguardo ai dati sulle vittime della violenza (che Baghdad comunica ogni mese).

“Facciamo del nostro meglio per essere vigili in modo da garantire che i numeri che riferiamo siano il più accurati possibile”, dice il tenente colonnello Bob Owen, un portavoce delle forze armate Usa. Dunque: le nostre cifre sono quelle giuste.

Civili vittime della violenza

Per quanto riguarda i dati degli iracheni, la maggioranza dei morti di luglio sono civili: 396. Tra le forze di sicurezza, il bilancio è di 89 vittime fra la polizia e 50 soldati.

Civili anche la maggioranza dei feriti: 680 dei 1.043 totali. Tra i feriti, secondo i dati dei ministeri iracheni, anche 198 poliziotti e 165 soldati.

Cifre inesatte, sostengono gli americani. Che insistono: la situazione è migliorata.