La crisi finanziaria mondiale si e’ aggravata dopo che il Congresso Usa ha bocciato il piano di Bush di salvataggio delle istituzioni finanziarie americane.
Immediata la reazione di Wall Street che e’ affondata, con gli indici che hanno chiuso la seduta segnando il maggior calo giornaliero dal 1987 (meno 8,8% con oltre 1000 miliardi di dollari bruciati).
Idem dicasi per tutte le altre Borse nel mondo, contraddistinte da pesanti cali.
Il ministro del Tesoro Henry Paulson ha pero’ affermato che userà tutti i mezzi a sua disposizione per proteggere i mercati finanziari dal voto della Camera. In una nota del Tesoro si legge “Il ministro Paulson si incontrerà col presidente George W. Bush, col presidente della Federal Reserve Ben Bernanke e con i leader del Congresso per seguire gli sviluppi. Nel frattempo siamo tutti pronti a lavorare con i regolatori e utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione per proteggere i nostri mercati finanziari e la nostra economia.”
Paulson ha infine aggiunto che “Le famiglie e le imprese avvertono la stretta del credito [...] è un piano che funziona e ne abbiamo bisogno il più presto possibile”.
Ma ormai e’ gia’ troppo tardi.
Wall Street: le Borse del mondo si preparino all’onda d’urto
di Ilvio Pannullo – Altrenotizie – 30 Settembre 2008
Per pochi voti, il Congresso Usa non ha approvato il piano di salvataggio proposto da Bush. E' l'ultima grande sconfitta politica per l'amministrazione e le sue ricette economiche. Del resto, oltre ai cadaveri politici, la crisi dei mutui sub-prime continua a lasciarsi alle spalle cadaveri finanziari svuotati oramai di ogni valore. La prima a cadere fu la Nothern Rock, nel dicembre del 2007 in Inghilterra, cui seguì il salvataggio pilotato della banca d’investimenti Bearn Stearns da parte di JP Morgan. Era il marzo di quest’anno. C’é stato poi il fallimento della Lehman Brothers e della nazionalizzazione da 200 miliardi di dollari dei due colossi dei mutui, Fannie Mae e Freddie Mac, la più imponente da quando gli USA sono una nazione.
La crisi ha poi travolto, dando così al mondo intero il segno lampante della sua natura strutturale, anche il settore assicurativo, come mostrato dal salvataggio del colosso AIG, costato al governo USA 85 miliardi di dollari, e dalle ingenti perdite registrate dalla Swiss Re, la prima società al mondo, per capitalizzazione, nel settore riassicurativo. E’ notizia di questi giorni, infine, che lo stato del Lussemburgo è pronto ad assumere una partecipazione nel capitale della banca belga-olandese Fortis per farla uscire dalla crisi che sta attraversando; questo nonostante tutti i politici europei (i nostri in questo si uniscono al coro) facciano a gara nel ribadire che il sistema europeo è stabile e sicuro.
Ma le cose, ovviamente, non stanno come vorrebbero farci credere. E’ bastata, infatti, qualche indiscrezione sul piano di salvataggio varato dall’ex numero uno della Goldman Sach, ora ministro del Tesoro USA, Henry Paulson, per far volare le borse in cielo nei giorni immediatamente successivi al fallimento della Lehamn Brothers. Così come è bastato qualche stop and go nella sua approvazione per farle riprecipitare nel baratro da cui i più ingenui pensavano si fossero salvate, per bruciare l’ennesima montagna di dollari ed aggiungere un’altra lapide – l’ultima porta su scritto “Washington Mutual” – nel cimitero di quella che un tempo era la capitale della finanza: Wall Street.
Tutto questo non è casuale. Tutto questo ha un nome: panico. Sono nel panico le banche che non si prestano più i soldi tra loro, indice palese dell’insicurezza in cui versano; sono nel panico gli operatori finanziari e i brokers assicurativi che vedono i loro colleghi, scatoloni in mano, in mezzo ad una strada senza più un lavoro; sono nel panico, in definitiva, tutti coloro che sono a conoscenza della natura strutturale ed endemica delle cause di questa crisi, motivo per cui nessuno deve pronunciare quella parola sul mainstream ufficiale.
Se la gente, il popolo, quei piccoli e piccolissimi risparmiatori, che sono il cibo preferito dai grandi predatori della finanza, sapessero quali sono i termini e i numeri di questa crisi, nulla si potrebbe più inventare davanti al conseguente, nonché inevitabile, collasso del sistema". Qualcosa di grosso sta arrivando. Gli eventi – afferma Jim Willie CB, redattore della HAT TRICK LETTER, giornale online specializzato nel settore economico – convergeranno sulla nemesi principale dell’oro: le obbligazioni del Tesoro degli Stati Uniti.
L’interferenza del mercato è troppo spropositata per le obbligazioni, per le azioni bancarie, per l’intero settore finanziario. Inoltre, le strutture del sistema bancario sono a pezzi. I pilastri dell’economia americana si trovano in guai seri, con profondi disavanzi e insolvenze all’ordine del giorno. Guardate il disavanzo federale del governo degli Stati Uniti (che aumenta rapidamente), il disavanzo commerciale (cronicamente ampio), l’ammortamento negativo nel mercato immobiliare (che sta progressivamente peggiorando) e le banche insolventi (che peggiorano ogni trimestre, nonostante le smentite).
Sta arrivando una fortissima onda d’urto.”Sono infatti i dati macroeconomici del Tesoro americano a dare l’idea della inevitabilità di un redde rationem per la finanza targata a stelle e strisce. Gli Stati Uniti, infatti, sono il paese con il più alto debito pubblico del mondo e continuano ad indebitarsi sempre di più per mantenere uno stile di vita assolutamente al sopra delle loro reali possibilità economiche. Mentre la recessione economica degli Stati Uniti ha preso piede, le entrate dalle tasse sui capital gains e sui salari sono, infatti, in netto calo.
Le prospettive per il futuro, poi, se possibile, sono ancora più nere. Persino le esportazioni s’incepperanno nel rallentamento globale. Il disavanzo nel budget federale del governo degli Stati Uniti sarà enorme, anche senza le richieste di nazionalizzazione. A dare un quadro delle richieste che di qui a poco saranno presentate alla Casa Bianca è sempre lo stesso Jim Willie: “Il gruppo dei settori in cerca di un salvataggio imminente sul filo conduttore della nazionalizzazione comprendono - dopo quelle già concluse di Fannie Mae & Freddie Mac, General Motors, Ford, le banche di Wall Street e alcune compagnie aeree”.
Aggiungete a questa altre stupefacenti richieste di finanziamento per la “Federal Deposit Insurance Corporation” (per coprire i depositi bancari in fallimento) e per il “Pension Guarantee Fund” (per coprire i fondi pensione andati in bancarotta) ed otterrete un quadro decisamente poco edificante: un vero e proprio assalto alla diligenza. Ma di proporzioni, almeno fino ad oggi, difficili da valutare nella loro drammaticità.
Davanti ad uno scenario tanto oscuro la risposta dell’amministrazione Bush non si è fatta attendere: le casse dello stato si accolleranno tutti i titoli spazzatura per salvare l’economia e, ovviamente, per il bene dell’America. Oro in cambio di carta straccia. Il tutto, almeno nella prima bozza del piano Paulson, senza alcuna contropartita da parte di quegli istituti finanziari che si vedranno piovere dal cielo vagonate di dollari e senza, ovviamente, apportare alcuna modifica nel settore dell’autorità di garanzia del mercato e della borsa.
Come se ci fosse una logica nell’affidarsi a quegli stessi soggetti che ci hanno portato, passo dopo passo, sull’orlo del burrone. Se quel piano, o una sua versione simile, dovesse trovare l’appoggio del Congresso – come tutto sembra indicare - sarà come lanciarsi nel vuoto.Rimane poi da considerare il fatto, per nulla secondario, che nel corso degli ultimi due decenni, gli stranieri hanno accumulato quantità gigantesche di obbligazioni del Tesoro americano; con l’esito che, ad oggi, troppi “nemici” degli USA detengono enormi quantità dei loro titoli del debito pubblico federale.
Gli Stati Uniti, in definitiva, non controllano più il loro destino. Abbiamo così il dollaro americano che sta recuperando mentre la sua situazione finanziaria sta implodendo e il declino del mercato immobiliare che inesorabilmente fungerà da forza trainante (verso l’abisso) per la già menomata situazione economica degli States. “La storia della forza relativa degli USA – conclude lo stesso Willie – all’apparenza è assurda, eppure costituisce un capitolo importante nel saggio della Mitologia Economica. Una simile contraddizione invita ad una reazione”.
Eppure nulla pare indicare quel cambiamento vertiginoso che le istituzioni pubbliche dovrebbero imprimere per risollevare la credibilità della loro economia. Lo spettacolo, dopotutto, deve continuare. Sembra quasi di assistere ad una scena grottesca: il popolo americano che, mentre la sua casa sta bruciando dalle fondamenta, decide, con un secchio d’acqua in mano, di farsi una doccia. Peccato che la casa più vicina al rogo sia quella della borsa di Londra. Praticamente dietro casa nostra.
La nostra sorte dipende da quella dei “mascalzoni” di Wall Street
di Carlo Gambescia – carlogambesciametapolitics – 30 Settembre 2008
La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha bocciato il pacchetto da 700 miliardi di dollari approntato dal Tesoro per salvare il sistema finanziario americano. E' mancato il quorum per un pugno di voti. I contrari sono stati 228, i favoreli 205. Per far passare il provvedimento erano necessari 218 voti favorevoli. La notizia ha fatto sprofondare Wall Street: il Dow Jones ha chiuso in calo del 5,8% a quota 10.486,43 mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno il 9,14% a 1.983,73 punti e lo S&P500 è arretrato del 7,34% a 1.123,94 (…). La debolezza di Bush. Il clamoroso 'no' della Camera è stato innescato da un ripensamento in extremis di una dozzina di deputati repubblicani e dalla incapacità del leader democratico Nancy Pelosi di controllare il voto dei suoi deputati.
Ma si è trasformato in uno schiaffo anche per il capo della Casa Bianca, confermando la perdita quasi totale da parte di Bush del potere di influenzare gli eventi (…). Ma il fatto che la maggiore opposizione al piano è venuta dai deputati repubblicani, cioè dal partito del presidente, è un'altra fonte di frustrazione per Bush. I deputati repubblicani sono preoccupati dal voto imminente di novembre: tutti i membri della Camera devono sottoporsi al giudizio degli elettori e sono quindi molto sensibili agli umori dei loro collegi elettorali, umori che sono chiaramente contrari al piano.
Gran parte degli elettori sono convinti che il piano, che costerà 700 miliardi di dollari ai contribuenti, miri infatti a salvare le grandi compagnie di Wall Street ma faccia ben poco per i piccoli risparmiatori e per chi non è più in grado di pagare i mutui delle case. Subito dopo la bocciatura del piano, un Bush "molto contrariato", ha convocato il suo staff nello Studio Ovale. E il segretario al Tesoro Henry Paulson, che ha incontrato il presidente della Fed Ben Bernanke, si è immediatamente detto pronto "a usare tutti gli strumenti a disposizione per proteggere i mercati e l'economia".
I candidati alla presidenza. Il candidato democratico Barak Obama ha chiesto ai mercati "fiducia" e "calma". Il piano da 700 miliardi appena bocciato dalla Camera "non è morto" e adesso "è importante che tutti, gli americani e i mercati finanziari, abbiano nervi saldi". Ma il suo avversario ha attaccato a testa bassa lo stesso Obama e i democratici. McCain ha affidato al proprio consigliere economico, Douglas Holtz-Eakin, il compito di diffondere una dichiarazione al veleno, affermando che il fallimento è legato al fatto che "Barack Obama e i democratici hanno messo la politica di fronte agli interessi del paese" (…). Cosi facendo, secondo McCain, i democratici "hanno messo a rischio le case, le condizioni di vita e i risparmi di milioni di famiglie americane"(…).
Nuovo voto non prima di giovedì. Dopo la picchiata dei mercati la Camera si è riconvocata per giovedì. Oggi i deputati dovevano votare e andare a casa fino alla fine dell'anno per la pausa elettorale: i sostenitori in entrambi i partiti del piano da 700 miliardi - la speaker della camera Nancy Pelosi e (a malincuore) il capo della minoranza repubblicana John Boehner - si sono ripromessi invece di riportare in riga le truppe smarrite e rimettere ai voti il piano. Domani il Congresso osserva la festa ebraica di Rosh Hashanah e i lavori parlamentari erano in ogni caso sospesi (…). (29 settembre 2008) http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/crisi-mutui-6/camer-usa-bocca/camer-usa-bocca.html
Siamo davanti a un errore per ora grave, ma che potrebbe diventare fatale qualora il piano di salvataggio ideato da Bush venisse respinto definitivamente dal Congresso. Del resto c’era da aspettarselo. Negli Stati Uniti non esiste tuttora alcuna cultura sociale diffusa dell’intervento pubblico. Qualsiasi aiuto statale, anche indiretto e non solo alle banche, viene subito interpretato, anche dal cittadino medio, come un attentato "comunista" alla libertà economica. Esemplare, sul piano politico, la reazione, e il voto contrario, dei repubblicani conservatori, da sempre legati a rigidi principi liberisti. Ma anche quella, tutto sommato ambigua, dei democratici, fermi alla troppo generica promessa di fare comunque qualcosa, soprattutto considerata la gravità del momento.
Non abbiamo mai condiviso la politica di Bush in tutti i campi, ma riteniamo che il piano debba essere approvato, pena l’ espandersi della crisi finanziaria, e in misura gravissima, anche all’Europa e al mondo intero.Il problema del momento, se si vuole evitare una crisi economica internazionale lacrime e sangue, è intervenire rifinanziando le banche per impedire che il loro crollo si porti dietro l’economia mondiale. In Europa si dovrebbe subito cominciare a studiare un piano simile a quello di Bush.
Le polemiche, spesso moralistiche, sul fatto che dietro la speculazione vi sono, tuttora, dei "mascalzoni", sono assolutamente inutili. Se ci si passa la movie-espressione, è il capitalismo bellezza: da Francis Drake in poi il destino dei "mascalzoni" è sempre stato legato, e a filo doppio, a quello di miliardi di onesti cittadini-investitori. Magari solo desiderosi di guadagnare in fretta... Quasi, ma non proprio, come i "mascalzoni"...Come è del tutto inutile qualsiasi atto di fede nel mercato, legato al ragionamento che il ciclo economico debba fare il suo corso. Se si “lascia fare” al ciclo economico, corriamo il rischio di ritrovarci, tutti, con centinaia di milioni di disoccupati.
Ovviamente ogni intervento, sulla falsariga di quello proposto da Bush, implica una crescita del tasso d’inflazione. Ma fra inflazione e recessione è preferibile la prima. Anche perché alla politica di intervento creditizio andrebbe affiancata una politica di opere pubbliche e di promozione dell’occupazione. Allo scopo di favorire il rilancio dei consumi privati e pubblici. E dunque la crescita dei salari e l' avvio di un nuovo ciclo economico, questa volta virtuoso. Il che ovviamente, per andare a regime, potrebbe richiedere almeno cinque, se non dieci anni. E si spera nessuna nuova guerra.
E’ perciò l’ora di attuare una “globalizzazione” non più del mercato, ma dell’intervento pubblico. Dal momento che non esistono alternative, se non quella di una crisi, dalla quale uscirebbero rafforzati solo quei gruppi sociali che detengono il potere militare. Il capitalismo, e in particolare quello Usa, allo stato attuale non ha oppositori capaci di coalizzarsi “globalmente” e trasformare la crisi economica in crisi rivoluzionaria. Certo, resta la possibilità, di una "compartimentalizzazione" della crisi mondiale per grande aree geopolitiche. Ma anche qui mancano le classi politiche, soprattutto in Europa, capaci di sganciarsi e muoversi autonomamente rispetto alle classi economiche.
L’Europa finirebbe ( o resterebbe) perciò nell’orbita di altre grandi potenze. Almeno per ora.In conclusione, ripetiamo, è giunta l’ora di “globalizzare” l’ intervento pubblico, comune e concordato tra tutti i paesi. E questo, sul piano dei principi, non per salvare il capitalismo - non lo meriterebbe - ma per salvare il futuro dei nostri figli e nipoti. Purtroppo legato, almeno per ora, alla sorte dei "mascalzoni" di Wall Street.
Il modello Wall Street: una creazione poco intelligente
di Pam Martens – Counterpunch – 21 Settembre 2008
Wall Street sta collassando non per i prestiti ipotecari spazzatura o per la mancanza di capitale, e meno ancora per l'eccessiva valutazione: questi sono solo sintomi. Wall Street sta collassando perché è necessario che ciò avvenga: deve crollare per consentire agli Stati Uniti di sopravvivere. L'economista Joseph Schumpeter l'ha definita distruzione creativa: una situazione in cui modelli superati spariscono per lasciare il posto a modelli innovativi. In realtà, nell'ultimo decennio Wall Street non ha mai avuto principi finanziari di riferimento al di là credo affaristico: essere avidi è bene, essere ancora più avidi è meglio. Che Wall Street stia collassando è una realtà. Come abbia potuto sopravvivere così a lungo nonostante la sua perversa struttura è un problema che la prossima generazione dibatterà nei libri di storia.
Pensate, ad esempio, a un modello d'affari che fissa la remunerazione degl'intermediari in base alla quantità di denaro raccolta per conto dei propri datori di lavoro di Wall Street e non in base ai risultati del portafogli clienti. La remunerazione di un intermediario di Wall Street va dal 30 e il 50% della commissione lorda calcolata sul valore delle commissioni globali, senza tenere in alcuna considerazione l'andamento dei conti dei clienti. In nessuna delle grandi società di Wall Street esiste un meccanismo interno per valutare il successo globale del portafogli che gl'intermediari gestiscono. Il settore è stato irrimediabilmente spinto verso la corruzione, così come gl'intermediari sono stati spinti al silenzio.
Il motivo per cui in queste settimane stiamo assistendo a una fuga precipitosa verso i buoni del tesoro americano è che in effetti buona parte dei soldi veniva proprio da lì, e non dai prodotti esotici per i prestiti ipotecari, dalle azioni spazzatura, dai fondi azionari o dalle rendite garantite dall'AIG. Gli intermediari piazzano "il patrimonio sicuro" dei clienti in quest'investimenti spazzatura perché gli affaristi di Wall Street offrono incentivi finanziari estremamente seducenti.
Su 100.000 dollari investiti in buoni del Tesoro a lunga scadenza, un intermediario guadagna meno di 1.000$ in commissioni lorde (cioè, prima della ritenuta del 50 o 70% effettuato dalla società). La stessa somma investita in azioni spazzatura o in obbligazioni ipotecarie può far guadagnare anche più di 3.000$. In altre parole, gl'incentivi finanziari hanno creato una domanda artificiale.
E, com'era inevitabile, la realtà di questa domanda sta venendo alla luce solo adesso, a causa dell'eccesso dell'offerta.
Perché le società di Wall Street pagano commissioni più elevate per alcuni prodotti piuttosto che per altri? Perché, oltre a incassare una percentuale sulle commissioni degl'intermediari, sui prodotti d'investimento più esotici caricano anche ingenti spese di emissione e di sindacazione. Le società hanno quindi sostituito i poco redditizi buoni del Tesoro con investimenti Freddie Mac e Fannie Mae sui mercati ipotecari presentati come "Fondo del governo degli Stati Uniti". (Questa pratica scorretta e il fatto che miliardi di dollari dei soldi pubblici siano finiti in fondi dal nome ingannevole hanno di sicuro svolto un ruolo importante nella decisione del governo di nazionalizzare Freddie Mac e Fannie Mae).
Esiste dunque un modello perverso che immette sul mercato sempre nuovi affari bidone. Se guardiamo chi c'è alla guida della Wall Street che sta oggi crollando vedremo che, pur avendo cambiato poltrona di comando, ci sono le stesse controverse persone che hanno provocato in America lo scoppio della bolla NASDAQ, a causa della quale dal marzo 2000 sono evaporati 7 trilioni della ricchezza americana. Wall Street non ha nessun interesse a proporre al grande pubblico le aziende che hanno superato la prova del tempo e che hanno creato nuovi posti di lavoro e nuovi mercati per rendere gli USA più forti e competitivi a livello mondiale.
Il suo unico interesse è raccogliere i fondi dei sottoscrittori e monetizzarli velocemente in pacchetti azionari privati.
E poi c'è un altro modello perverso, che consiste nell'ospitare all'interno della stessa azienda una sala operativa della società che si suppone conduca ricerche indipendenti per il pubblico. Immaginiamo, ad esempio, che XYZ Brokerage compri un pacchetto azionario della ABC Company nella sua sala operativa (il comparto che si occupa dei profitti dell'azienda) il mercoledì pomeriggio. Il venerdì pomeriggio può già assicurarsi ampi profitti pubblicando un rapporto di ricerca che fa aumentare il valore dello stock.
Naturalmente può anche, all'inverso, ridurre lo stock il mercoledì ed emettere un parere negativo per far scendere il prezzo il venerdì, garantendosi comunque un profitto. A parte una qualche fantascientifica muraglia cinese, non c'è assolutamente niente da fare per bloccare questo tipo di escamotage pubblico.
E adesso chiedetevi un poco perché, con la gran varietà di mezzi per far soldi a disposizione di Wall Street, si consente a queste società di avere una propria sala operativa e al tempo stesso di pubblicare ricerche conflittuali. Dopo gli scandali NASDAQ, in cui si è visto che Wall Street preparava ricerche truccate per profitto personale, perché non è stato tolto a queste aziende il diritto ad avere sale operative e di effettuare al tempo stesso ricerche per il pubblico? Ci sono un sacco di società di ricerca pronte a riempire i vuoti.
L'unica conclusione possibile è quella che l'Europa definisce “regulatory capture” (cattura normativa) qui negli USA. È una definizione simile a quella che il 17 settembre Nancy Pelosi aveva definito “capitalismo complice”, prima di decidere di raggiungere via etere i capitalisti complici il giorno seguente e promettere una gestione bipartisan sulla causa prima di tutti i bailout [Il termine definisce una situazione in cui un organismo in bancarotta o quasi riceve liquidità supplementari per far fronte ai pagamenti a corto termine. NdT] di Wall Street.
Questo stupido modello affaristico sarebbe scoppiato e imploso già da parecchio tempo se non avesse avuto la fortuna di essere accompagnato da un altrettanto stupido modello giudiziario chiamato "arbitraggio obbligatorio", che una volta Gloria Steinem ha definito “McJustice.” E in effetti non è dissimile dal metodo Burger King; Wall Street lo può preparare come vuole. In un sistema messo a punto dai giuristi di Wall Street, gl'intermediari non sono obbligati a rispettare la legge o la giurisprudenza consolidata, a mettere per esteso una decisione ragionata, o scegliere la giuria in un'ampia equa base, come si fa per scegliere una giuria popolare. Se ne occupano in maniera rutinaria sempre gli stessi addetti interni al settore.
Se ci fosse stato un processo in un'aula di tribunale aperta al pubblico, il fenomeno dei titoli sopravvalutati e senza valore e il corrotto modello affaristico sarebbero venuti alla luce prima di portare gli USA alla bancarotta finanziaria.Wall Street e i suoi accoliti a Washington sono ancora legati alla "regulatory capture" e la stupidità del modello è perfettamente messa in luce dalla recente fusione della Merrill Lynch, la società d'investimenti/intermediazione, con la Bank of America, la banca commerciale, e le discussioni in corso in vista della fusione della Morgan Stanley, la società d'investimenti/intermediazione, con una banca commerciale (nota per i Nemici dei contribuenti a Wall Street/Washington: si tratta di una copia del fallito modello messo a punto da Citigroup. Perché odiate gli Stati Uniti?)
E non fatevi illusioni: qualunque sia la somma che la prossima settimana verrà stanziata per comprare i debiti marci dalle banche e dalle società di Wall Street, sarà insufficiente. Si tratta solo di una benda su un tumore maligno.
Il tumore maligno è il CDS (Credit Default Swaps) con oltre 60 trilioni di dollari attualmente detenuti con contratti segreti su un mercato non regolamentato che è stato creato, finanziato e posseduto dagl'ideatori del modello stupido, le aziende di Wall Street (cfr. “How Wall Street Blew Itself Up,” CounterPunch, 21 gennaio 2008.)
L'attuale amministrazione non ha un piano onesto per aiutare gli Stati Uniti e i suoi cittadini. Ha solo un piano per rallentare il collasso finanziario fino a dopo le elezioni di novembre, che consiste nel fornire al sistema liquidità in quantità politicamente accettabile, continuando a imputargli l'incendio della casa. Se i cittadini americani permetteranno che ciò accada, si dimostreranno sostenitori di questo modello progettuale stupido. Prima che anche un solo penny delle nostre tasse venga speso in questo imbroglio, dobbiamo esigere un posto al tavolo dei negoziati (e penso che dovrebbe essere occupato da Ralph Nader) per discutere la rottura di Wall Street, la polverizzazione di questo modello, e la nascita di un nuovo modello al servizio dei singoli investitori e del mondo degli affari, che consenta ai nostri figli un futuro migliore di quello offertoci da questa repubblica delle banane.
Pam Martens ha lavorato a Wall Street per 21 anni; non ha securities position, a breve o lungo termine, in nessuna delle società citate nell'articolo. Scrive su temi d'interesse pubblico dalla sua casa nel New Hampshire e può essere raggiunta all'indirizzo pamk741@aol.com
martedì 30 settembre 2008
Wall Street: Il toro preso per le corna
lunedì 29 settembre 2008
Ecuador: referendum sulla nuova Costituzione, vince il si'
Schiacciante vittoria del si' nel referendum in Ecuador per la nuova Costituzione rivoluzionaria voluta dal presidente Rafael Correa per introdurre nel Paese andino il "socialismo del XXI secolo". Gli exit poll danno percentuali che oscillano tra il 66,4% e il 70%. Sconfitto il fronte del no guidato dal partito conservatore di Jaime Nebot e dalla Chiesa cattolica.
Questo risultato inoltre rendera' sicuramente molto inquieti gli investitori stranieri.
La nuova Costituzione intende infatti modificare in termini sostanziali l'assetto di potere in vigore finora, molto ingiusto nei confronti dei nativi e della popolazione più povera e prevede cinque diversi tipi di proprietà: pubblica, privata, mista, popolare e solidale.
Interessante è anche il divieto assoluto di installare basi militari straniere nel paese, e quindi in base a cio' potrebbe decadere l’accordo che dal 1999 consente agli Stati Uniti l’utilizzo di una struttura ecuadoriana, ufficialmente concessa per operazioni aeree antidroga.
Tra le altre novità, le riforme previste da Correa comprendono una radicale riforma agraria con espropriazione e ridistribuzione delle terre, il controllo statale rigido su settori strategici come il petrolio, l'estrazione mineraria e le telecomunicazioni, l'assistenza sanitaria gratuita per tutti gli anziani, l'unione civile dei gay, pene ridotte e tolleranza per l'uso individuale di stupefacenti, il controllo diretto del Presidente eletto sulla politica monetaria in sostituzione della banca centrale, e il potere del Presidente di sciogliere le Camere durante il mandato di quattro anni rinnovabili.
E per la prima volta la "natura" diventa soggetto di diritto.
L'Ecuador si allinea cosi' alle svolte bolivariste di Bolivia e Venezuela.
Ma naturalmente gli USA cercheranno presto di porvi rimedio in qualche modo...
La destabilizzazione della Bolivia e l'”opzione Kosovo”
di Michel Chossudovsky – Global Research – 21 Settembre 2008
Tradotto dall'inglese da Beatriz Morales Bastos. Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
La secessione delle province orientali della Bolivia fanno parte di un'operazione coperta direttamente dagli USA, coordinata dal dipartimento di Stato statunitense in coordinamento con le sue agenzie di intelligence. Secondo le rivelazioni, “l'USAID - Ufficio per Iniziative di Transizione” ha una sede che opera in Bolivia e manovra milioni di dollari per addestrare e appoggiare i governi regionali e i movimenti d'opposizione di destra [1].
Gli squadroni della morte responsabili dell'uccisione dei sostenitori di Evo Morales de “El Porvenir”, sono appoggiati dagli Stati Uniti, che sostengono anche vari gruppi di opposizione attraverso il Dipartimento Nazionale per la Democrazia [National Endowment for Democracy]. Philip S. Goldberg, l'ambasciatore statunitense espulso, lavora agli ordini del vicesegretario di Stato John Negroponte, che supervisiona direttamente le varie “attività” delle ambasciate statunitensi in tutto il mondo.
A questo riguardo, Negroponte svolge un ruolo molto più importante della segretaria di Stato Condoleeza Rice. E' noto come uno dei principali artefici dei cambi di regime e dell'appoggio coperto agli squadroni della morte paramilitari in America Centrale e in Iraq. Le direttive di Philip S. Goldberg come ambasciatore in Bolivia furono di provocare la secessione nel paese. Prima della sua nomina ad ambasciatore - inizio 2007 - è stato capo della commissione statunitense a Pristina, in Kosovo (2004-2006), ed era in permanente contato con i dirigenti del paramilitare Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) che dopo l'occupazione da parte della Nato, nel 1999, era stato integrato da politici civili.
Appoggiato dalla CIA, il KLA, i cui dirigenti sono ora al governo kosovaro, è noto per i suoi legami con il crimine organizzato e il narcotraffico. In Kosovo, Goldberg fu implicato nella creazione delle condizioni per la secessione del Kosovo dalla Serbia, portandolo alla creazione di un governo kosovaro “indipendente”. Negli anni 90' Goldberg aveva già svolto un ruolo di primo piano nella disintegrazione della Yugoslavia. Dal 1994 al 1996 è stato responsabile dell'ufficio di Bosnia del dipartimento di Stato; ha anche lavorato con l'inviato speciale di Washington, Richard Holbrooke, ed ha svolto un ruolo chiave come capo della squadra di negoziazione statunitense a Dayton, dove si stabilirono gli Accordi di Dayton del 1995. Quegli accordi condussero alla divisione della Bosnia-Erzegovina, scatenando la destabilizzazione e la distruzione della Yugoslavia come nazione. Nel 1996 Goldberg ha lavorato come assistente speciale del vice segretario di Stato, Strobe Talbott (1994-2000), che insieme alla segretaria di Stato, Madeleine Albright, ha avuto un ruolo determinante nello scoppio della guerra di Yugoslavia nel 1999.
Il ruolo centrale di John Negroponte
Il vice-segretario di Stato, John Negroponte, svolge un ruolo centrale nella direzione d'operazioni coperte. E' stato ambasciatore statunitense in Honduras dal 1981 al 1985. A Tegucigalpa, da ambasciatore, ha diretto i mercenari nicaraguensi - i “contras” - che avevano la base in Honduras. Gli attacchi al Nicaragua attraverso la frontiera honduregna costarono la vita a circa 5.000 civili. Nello stesso periodo, Negroponte ha pure svolto lo steso ruolo nella creazione degli squadroni della morte militari honduregni, che “operando con l'appoggio di Washington assassinarono centinaia di oppositori del regime sostenuto dagli Stati Uniti” (Si veda “Bush Nominee linked to Latin American Terrorism”, Bill Vann,): “Sotto il comando del generale Gustavo Álvarez Martínez, il governo militare dell'Honduras fu un fedele alleato dell'amministrazione Reagan e fece “sparire” decine di oppositori politici nella classica maniera degli squadroni della morte”. (Si veda:“Face-off: Bush's Foreign Policy Warriors”, Peter Roff y James Chapin, http://www.globalresearch.ca/articles/ROF111A.html)
Questo passato, non ha certo impedito la sua nomina a Rappresentante Permanente degli USA alle Nazioni Unite, durante l'amministrazione Clinton.
L'opzione “El Salvador”
Nel 2004 Negroponte è stato nominato ambasciatore in Iraq, dove ha curato le “condizioni di sicurezza” per l'occupazione statunitense, ispirata al modello degli squadroni della morte centroamericani. Vari scrittori hanno chiamato questo progetto la “Opzione El Salvador”. Durante la sua permanenza a Baghdad, Negroponte ha nominato assistente in questioni di sicurezza l'ex capo delle operazioni speciali in El Salvador.
Negli anni '80 entrambi furono stretti collaboratori in America Centrale. Mentre Negroponte si occupava di mettere in moto gli squadroni della morte in Honduras, il colonnello Steele era incaricato del Gruppo di Assistenza Militare statunitense in El Salvador (1984-86) “dove era responsabile dello sviluppo di forze operative speciali a livello di brigata in pieno conflitto. Queste forze, composte dai soldati più brutali di cui si disponeva, erano una copia del tipo di quelle piccole unità con cui aveva già famigliarità Steele, dopo aver servito in Vietnam. Il compito di quelle, più che di cercare di guadagnare terreno, era di colpire i dirigenti delle forze ribelli, chi li appoggiava, le fonti di approvvigionamento e gli accampamenti base” (Max Fuller, “Fro Iraq, "The Salvador Option” becomes reality”, Global Research, junio de 2005, [2])
In Iraq, Steele “fu incaricato di lavorare con una nuova unità speciale irachena di controguerriglia nota come "Comandi Speciali di Polizia”.
In questo contesto, l'obiettivo di Negroponte era fomentare le divisioni etniche e le lotte interne con attacchi terroristici coperti contro la popolazione civile irachena. Nel 2005 Negroponte è stato nominato Presidente della Giunta Direttiva dell'Intelligence Nazionale e dopo il 2007 ha assunto il secondo posto nel dipartimento di Stato.
L'opzione “Kosovo”: Haití
Non è la prima volta che per appoggiare paramilitari terroristi si applica il “modello Kosovo” in America del Sud. Nel febbraio del 2003, Washington ha reso nota la nomina di James Foley come ambasciatore a Haití. Gli ambasciatori Goldberg e Foley facevano parte della stessa “squadra diplomatica”. Foley è stato il portavoce del dipartimenti di Stato dell'amministrazione Clinton durante la guerra del Kosovo. Fu implicato nel primo periodo di sostegno all'Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA). E' ampiamente documentato che il KLA è stato finanziato con il denaro proveniente dalla droga e appoggiato dalla CIA (Si veda Michel Chossudovsky, “Kosovo "Freedom Fighters” Financed By Organised Crime, Covert Action Quarterly", 1999 [3] ).
Durante la guerra del Kosovo l'allora ambasciatore a Haiti, James Foley, era stato in prima fila delle sessioni informative del dipartimento di Stato e lavorava a stretto contatto col suo omologo della Nato a Bruxelles, Jamie Shea. Appena due mesi dopo gli attacchi della guerra diretta dalla Nato, il 24 marzo 1999, James Foley aveva fatto un “appello” per trasformare il KLA in un'organizzazione politica rispettabile. “Vogliamo avere buoni rapporti con loro [il KLA] visto che si sono trasformati in un'organizzazione politica.. Crediamo di poter fornire molti consigli e aiuti se si trasformano precisamente nel tipo di attore politico in cui noi vorremo vederli trasformati... Se possiamo aiutarli e loro vogliono essere aiutati in questo sforzo di trasformazione, non credo che nessuno possa avere qualcosa in contrario”. (citato in The New York Times , 2 febbraio 1999).
In altre parole, il piano di Washington era un “cambio di regime”: far cadere l'amministrazione di Lavalas e piazzare un regime fantoccio pro USA ed integrato nella “Piattaforma Democratica” e l'autoproclamato Fronte per la Liberazione e Ricostruzione Nazionale (FLRN), i cui dirigenti sono ex terroristi del FRAPH e Tomtom Macoute. (Per maggiori dettagli si veda Michel Chossudovsky, “ The Destabilization of Haiti”, Global Research, febbraio 2004 [4]).
Dopo il golpe del 2004 che fece cadere il governo di Aristide, l'Agenzia Statunitense di Sviluppo Internazionale (USAID) ha portato a Haití assistenti del KLA per aiutare nella ricostruzione del paese (si veda Anthony Fenton, “Kosovo Liberation Army helps establish “Protectorate” in Haiti, Global Research, novembre 2004, [5]).
Più precisamente, gli assistenti del KLA si sono occupati di ricostruire le forze di polizia di Haiti, includendo gli ex membri del FRAPH e dei Tomtom Macoute. [Come aiuto] “L'Ufficio per le Iniziative di Transizione” (OTI) e USAID stanno pagando tre assistenti per curare l'integrazione dei brutali ex militari nelle attuali forze di polizia haitiane. E chi sono questi tre assistenti? Sono tre uomini del KLA” (Flashpoints interview, 19 novembre 2004,).
L'opzione El Salvador/ Kosovo fa parte di questa strategia statunitense di spaccatura e destabilizzazione di paesi. La OTI in Bolivia patrocinata dall'USAID svolge la stessa funzione di una OTI a Haiti. L'intento dichiarato delle operazioni coperte statunitensi è dare tanto appoggio coperto quanto addestramento a "Eserciti di Liberazione” con l'obiettivo ultimo di destabilizzare i governi sovrani. In Kosovo l'addestramento del KLA negli anni 90' fu affidato ad una azienda privata di mercenari, Military Professional Resources Inc (MPRI), sotto contratto con il Pentagono.
Pakistan e l'opzione Kosovo
Merita notare che gli ultimi fatti in Pakistan indicano la presenza d'interventi militari diretti statunitensi, in violazione della sovranità pakistana. Già nel 2005 una relazione dell'Intelligence e della CIA prevedeva per il Pakistan “una sorte simile a quella jugoslava in un decennio, con il paese diviso da una guerra civile, immerso in un bagno di sangue e con rivalità inter-provinciali, come visto recentemente in Belucistan”. (Energy Compass, 2 de marzo 2005). Secondo una relazione del Comitato di Difesa del Senato del Pakistan del 2006, i servizi di intelligence britannici erano implicati nel sostegno del movimento separatista del Belucistan. (Press Trust of India, 9 agosto 2006).
L'Esercito di Liberazione del Belucistan somiglia straordinariamente al KLA del Kosovo, finanziato col traffico di droga e patrocinato dalla CIA. “Washington favorisce la creazione di un "Grande Belucistan” - simile ad una “Grande Albania”- che comprenderebbe territori del Pakistan e dell'Iran, e possibilmente la frangia sud dell'Afghanistan, il che di conseguenza, porterebbe ad un processo di frattura politica tanto dell'Iran come del Pakistan”. (Michel Chossudovsky, “The Destabilization of Pakistán”, 30 dicembre 2007 [6])”.
Note: [1] “USAID has an "Office of Transition Initiatives" operating in Bolivia, funneling millions of dollars of training and support to right-wing opposition regional governments and movements”, http://www.slate.com/discuss/forums/thread/1798672.aspx
[2] http://www.globalresearch.ca/articles/FUL506A.html
[3] http://www.heise.de/tp/r4/artikel/2/2743/1.html
[4] http://globalresearch.ca/articles/CHO402D.html
[5] http://www.globalresearch.ca/articles/FEN411A.html
[6] http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=7705
domenica 28 settembre 2008
Crisi finanziaria: la roulette non russa
I leader del Congresso USA sono rimasti riuniti fino alle prime ore di oggi per mettere a punto un piano di salvataggio, nella speranza di fermare la peggiore crisi finanziaria dalla Grande Depressione.
I leader repubblicani e democratici del Congresso dovrebbero firmare oggi l'accordo trovato nella notte per la creazione da parte del governo di un fondo da 700 miliardi di dollari per rilevare gli asset "malati" delle banche e arginare la crisi del credito.
Il piano prevede che siano stanziati 700 miliardi di dollari in tranche, a partire da una prima da 250 miliardi di dollari. Una commissione, che includerà il presidente della Federal Reserve, supervisionerà il programma.
Saranno inoltre limitate le clausole di buonuscita per i dirigenti delle banche in difficoltà che cederanno i loro asset «malati» e le banche che usufruiranno del piano dovranno garantire i titoli legati al credito che non sono ancora garantiti così che i contribuenti possano trarre profitto dalla ripresa economica quando (e se) avverrà.
I deputati repubblicani hanno anche ottenuto un consenso alla proposta di creare un programma assicurativo privato per i prodotti finanziari legati ai mutui.
Questo e' quanto prevederebbe questo "straordinario " piano di salvataggio, che non risolve il problema ma che anzi potrebbe ricreare nel prossimo futuro una situazione forse peggiore di quell'attuale.
Intanto in Inghilterra sta per fallire la Bradford & Bingley, affossata dal disastro dei mutui americani inesigibili. I tassi d'interesse offerti dalle banche Usa a copertura del loro indebitamento avevano sedotto il management della Bradford & Bingley. Da un valore di 10 miliardi di euro a inizio 2007, la banca è precipitata a meno di 500 milioni con azioni che venerdì quotavano a 20 pences l'una.
I tentativi di ricapitalizzare sono andati a vuoto, nessun privato ci ha voluto mettere soldi. Si parla di acquisti per 80 miliardi di euro di quella che ora è carta straccia, una cifra pari al totale dei prestiti concessi dalla stessa banca che però non si possono esigere all'istante.
Ora si tratta di salvare 2,5 milioni di correntisti e 337 filiali sparse nel Regno Unito, ma l'idea di coprire le scommesse sbagliate dei finanzieri con denaro pubblico non è popolare in Gran Bretagna.
Per salvare mutuatari e correntisti della Bradford & Bingley (non azionisti o manager) ci solo solo tre strade. Vendere a stranieri, vendere a una "cordata britannica" o nazionalizzare.
Con Northern Rock e Bradford & Bingley assieme, Londra potrebbe così ritrovarsi azionista di una superbanca che oggi pero' e' senza contanti.
E non e' l'unica ad esserlo.
Il salvataggio finanziario:anche l'America ha la sua cleptocrazia
di Michael Hudson – Global Research – 20 Settembre 2008
Scelto e tradotto da JJULES per http://www.comedonchisciotte.org/
La più grande trasformazione del sistema finanziario americano dai tempi della Grande Depressione
Nessuno si aspettava che il capitalismo industriale finisse così. Nessuno addirittura aveva notato che si stava evolvendo in questa direzione. Ho paura che questo difetto non sia insolito tra i futurologi: la tendenza naturale è quella di pensare a come le economie possano crescere ed evolvere nel migliore dei modi, non a come non possano essere monitorate. Ma sembra sempre presentarsi una strada imprevedibile, ed ecco che la società parte per la tangente.
Che ultime due settimane pazzesche!
Domenica 7 settembre il Tesoro si è accollato i 5.300 miliardi di esposizione sui mutui di Fannie Mae e Freddie Mac, i cui dirigenti erano già stati destituiti per falso contabile.Lunedì 15 settembre Lehman Brother è fallita, quando i potenziali acquirenti di Wall Streen non riuscivano a vedere più alcun senso di realtà dai suoi libri contabili. Mercoledì la Federal Reserve ha acconsentito per pagare almeno 85 miliardi di dollari nelle vincite di facciata “assicurate” che si dovevano agli speculatori finanziari che avevano scommesso su scambi fatti al computer di mutui spazzatura e che avevano comprato una copertura della controparte dalla A.I.G. (l’American International Group, il cui presidente Maurice Greenberg era già stato destituito da qualche anno per falso contabile).
Ma è venerdì 19 settembre che verrà ricordato come il punto di svolta nella storia americana. La Casa Bianca ha impegnato quasi 500 miliardi di dollari per far aumentare i prezzi del mercato immobiliare in un tentativo per supportare il valore di mercato dei mutui spazzatura – mutui erogati di gran lunga superiori alla possibilità dei debitori di estinguerli e di gran lunga superiori al prezzo di mercato corrente del collaterale impegnato.
Questi miliardi di dollari sono stati dedicati a mantenere vivo un sogno – le invenzioni contabili registrate dalle aziende che erano entrate in un mondo irreale basato sulla contabilità fasulla e che quasi tutti nel settore finanziario sapevano che era falsificata. Ma si stava al gioco, comprando e vendendo pacchetti di mutui spazzatura perché era lì che stavano isoldi. Come ha detto Charles Princes di Citibank: “Finché c’è musica, bisogna continuare a ballare.”
Addirittura dopo il crollo dei mercati, i gestori di fondi che se ne stavano alla larga sono stati accusati di esseare usciti dal gioco mentre la partita era ancora in corso. Ho degli amici a Wall Street che sono stati licenziati per non essere riusciti ad uguagliare i profitti che stavano realizzando i loro colleghi. E i maggiori profitti dovevano essere realizzati trattando il più grande patrimonio finanziario dell’economia – i mutui.
Solamente i mutui impacchettati, di proprietà o garantiti da Fannie e Freddie, superavano l’intero debito nazionale degli Stati Uniti – il disavanzo complessivo accumulato dal governo americano dalla vittoria nella Guerra di rivoluzione!
Tutto questo dà un’idea di quanto sia stato imponente il salvataggio – e dove risiedano le priorità del governo (o almeno quelle dei Repubblicani). Invece di aprire gli occhi dell’economia di fronte alla realtà, il governo ha speso tutte le proprie risorse per promuovere il sogno illusorio che i debiti possono essere estinti. E se non possono essere estinti dai debitori stessi, allora ci penserà il governo – i “contribuenti”, in un eufemismo.
Da un giorno all'altro, il Tesoro e la Federal Reserve hanno cambiato radicalmente il carattere del capitalismo americano. Si tratta niente meno che di un colpo di stato a favore della classe sociale che Franklin Delano Roosevelt definiva i “bankster1” Quello che è avvenuto nelle ultime due settimane minaccia di alterare il prossimo secolo – in modo irreversibile, se riusciranno a farla franca. Questo è il più grande e ingiusto trasferimento di ricchezza dai tempi della distribuzione della terra ai magnati delle ferrovie all’epoca della Guerra di Secessione.
Tuttavia, ci sono poche indicazioni sul fatto che si possa porre fine alla solita tiritera del libero mercato da parte degli addetti ai lavori che sono riusciti ad evitare la sorveglianza pubblica nominando dei non regolatori nelle principali agenzie di regolamentazione – e perciò creando lo scompiglio che ora, secondo il Segretario al Tesoro Henry Paulson, minaccia i conti correnti e i posti di lavoro di tutti gli americani. Naturalmente, coloro a cui fa riferimento Paulson sono i più grandi finanziatori della campagna elettorale Repubblicana (e, ad essere sinceri, anche i più grandi finanziatori dei candidati Democratici nelle principali commissioni finanziarie).
Una classe sociale cleptocratica si è impadronita dell’economia per sostituire il capitalismo industriale. Il termine “bankster” coniato da Franklin Roosevelt la dice tutta. L’economia è stata catturata – da una forza aliena, non dai soliti sospetti. Non dal socialismo, dai lavoratori o dallo "statalismo", né dagli industriali monopolisti o addirittura dalle grandi famiglie di banchieri. Sicuramente non dai massoni o dagli Illuminati. (Sarebbe splendido se ci fosse veramente qualche gruppo di persone che agisse con qualche secolo di saggezza alle spalle, così almeno qualcuno almeno avrebbe un piano).
Invece, i bankster hanno siglato un patto con una forza aliena – non i comunisti, i russi, gli asiatici o gli arabi. Nemmeno un essere umano. I componenti di questo gruppo di persone sono una nuova stirpe di macchine. Potrebbe sembrare un film di Terminator, ma le macchine computerizzate si sono davvero impadronite del mondo – perlomeno, il mondo della Casa Bianca.
Ed ecco come hanno fatto.
A.I.G. ha stipulato polizze assicurative di tutti i tipi: assicurazioni sulla casa e sulla proprietà, assicurazioni sul bestiame, persino leasing su aeromobili. Questi affari altamente redditizi non erano un problema (quindi probabilmente saranno liquidati per ripagare le scommesse andate storte della società). Il crollo di A.I.G. è arrivato dai 450 miliardi di dollari che si era obbligata a pagare come risultato della garanzia assicurativa degli hedge fund della controparte. In altre parole, se le due parti contraenti avessero giocato al gioco a somma zero di scommettere l’una contro l’altra se il dollaro sarebbe aumentato o diminuito nei confronti della sterlina o dell’euro, o se avessero assicurato un portafoglio di mutui spazzatura per essere sicuri che sarebbero stati pagati, avrebbero corrisposto una piccolissima commissione alla A.I.G. per una polizza nella quale si prometteva di pagare se, diciamo, gli 11.000 miliardi del mercato americano dei mutui avessero fatto “un passo falso” o se i perdenti che avevano scommesso miliardi di dollari nelle puntate sullo scambio di derivati stranieri, nei derivati sulle obbligazioni e sulle azioni si fossero dovuti trovare, in qualche modo, nella situazione in cui si ritrovano numerosi clienti abituali di Las Vegas, e non essere in grado di sborsare i quattrini per coprire le perdite.
A.I.G. ha raccolto miliardi di dollari in tali polizze. E grazie al fatto che le società di assicurazioni sono un paradiso di Milton Friedman – non regolamentate né dalla Federal Reserve né da altre agenzie nazionali – e quindi in grado di ottenere il proverbiale “giro gratis” senza la sorveglianza del governo – la stipula di queste polizze è stata fatta da tabulati al computer, e la società ha raccolto enormi quote e commissioni senza impiegare troppo capitale proprio. Questo è quella che viene definita “auto-regolamentazione” ed è come si suppone che funzioni la Mano Invisibile.
Inevitabilmente si è scoperto che alcune delle istituzioni finanziarie che avevano effettuato scommesse per miliardi di dollari – di solito sotto forma di puntate del valore di centinaia di milioni di dollari nel corso di pochi minuti, per essere precisi – non potevano pagare. Queste scommesse vengono effettuate nel giro di millisecondi, colpi su una tastiera senza quasi alcuna interazione umana. In quel senso non è improbabile l’acquisizione da parte di individui alieni a forma di baccello. Ma in questo caso si tratta di macchine simili a robot, da qui l’analogia di prima con i Terminator. La loro improvvisa ascesa verso la dominazione è imprevista come un’invasione da Marte.
L’esempio più vicino a noi è l’invasione dei ragazzi di Harvard, della Banca Mondiale e della U.S.A.I.D.2 in Russia e nelle altre economie post-sovietiche dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, premendo per la distribuzione del libero mercato per creare cleptocrazie nazionali. Dovrebbe costituire un segno di preoccupazione per gli americani il fatto che questi cleptocrati sono diventati le Ricchezze Fondatrici dei loro rispettivi paesi. Dovremmo tenere a mente l’aforisma di Aristotele secondo cui la democrazia è la fase politica immediatamente precedente all’oligarchia.
Le macchine finanziarie che hanno messo in campo le trattative che hanno fatto fallire A.I.G. erano state programmate dai direttori finanziari per agire alla velocità della luce nel condurre contrattazioni elettroniche che duravano ognuna solo una manciata di secondi, milioni di volte al giorno. Solo una macchina potrebbe calcolare delle probabilità matematiche fattorizzate in relazione agli svolazzi verso l’alto e verso il basso dei tassi di interesse, dei tassi di cambio e dei prezzi di azioni e obbligazioni – e dei prezzi dei mutui impacchettati. E questi ultimi hanno assunto sempre più la forma di mutui spazzatura, facendo finta di essere debiti pagabili ma che erano in realtà materiale pubblicitario senza valore.
Le macchine impiegate negli hedge fund, in particolare, hanno dato un nuovo significato al Capitalismo da Casinò, da tempo applicato dagli speculatori che giocavano al mercato azionario. Significava fare puntate incrociate, perderne alcune e vincerne altre – con il governo che mette in salvo chi non paga. La svolta nel fermento delle ultime due settimane è stata che i vincitori non potevano raccogliere le proprie puntate a meno che il governo avesse pagato i debiti che i debitori non erano in grado di coprire con il proprio denaro.
Si sarebbe portati a pensare che questo avrebbe richiesto un certo livello di controllo sul governo. L’attività forse non sarebbe dovuta mai essere autorizzata. In effetti, non è mai stata auorizzata, e dunque mai regolamentata. Ma sembra sia stato fatto per una buona ragione: gli investitori negli hedge fund dovevano firmare un documento nel quale si dichiarava di essere sufficientemente benestanti per permettersi di perdere il loro denaro in questo gioco d’azzardo finanziario. Ai piccoli investitori non era consentito partecipare. Nonostante gli elevati guadagni che milioni di piccole contrattazioni generavano, erano considerati troppo rischiosi per i novellini che non avevano fondi fiduciari con cui giocare.
Un hedge fund non fa soldi producendo beni e servizi. Non avanza fondi per acquistare beni reali o addirittura per prestare denaro. Un hedge fund prende a prestito somme enormi per alzare la propria puntata con quasi credito gratuito. I suoi dirigenti non sono degli ingegneri industriali ma dei matematici che programmano computer per effettuare delle puntate incrociate su quale direzione potrebbero prendere i tassi di interesse, i tassi di cambio delle valute, i prezzi di azioni e obbligazioni – oppure i prezzi dei mutui bancari impacchettati. I prestiti impacchettati potrebbero essere puliti oppure potrebbero essere spazzatura. Non ha importanza. Tutto quello che importa è fare soldi in un mercato dove la maggior parte delle trattative dura solamente pochi secondi. Quello che crea il guadagno è la fibrillazione del prezzo – la volatilità.
Questo tipo di transazioni potrebbe rendere una fortuna, ma non è una “creazione di ricchezza” nella forma che riconoscono la maggior parte delle persone. Prima della formula matematica di Black-Scholes per calcolare il valore delle scommesse sugli hedge, questo tipo di opzioni put e call era troppo oneroso per garantire più utili a tutti, tranne che alle agenzie di brokeraggio. Ma la combinazione di potenti computer e l’”innovazione” dell’accesso quasi del tutto libero ai tavoli da gioco della finanza ha reso possibile frenetiche manovre da mordi-e-fuggi.
E allora perché il Tesoro ha ritenuto necessario entrare in questo quadretto? Perché questi speculatori dovevano essere salvati se avevano abbastanza soldi da perdere senza dover entrare sotto la tutela dello Stato? La contrattazione degli hedge fund era limitata a personaggi ricchissimi, alle banche d’investimento ed altri investitori istituzionali. Ma è diventato uno dei modi più semplici per far soldi, prestando fondi ad interesse alla gente per ripagare le loro trattative incrociate fatte al computer.
E quasi in tempo reale, questi guadagni erano pagati in commissioni, stipendi e bonus annuali che richiamano alla mente l’epoca d’oro americana degli anni antecedenti la Prima Guerra Mondiale – parecchio tempo prima che fosse introdotta l’imposta sui redditi del 1913. La cosa straordinaria riguardo a tutto questo denaro è che i suoi beneficiari non dovevano neppure sottostare alla normale imposta. Il governo aveva permesso loro di definirlo “capital gain”, ossia guadagno in conto capitale, vale a dire che il denaro era tassato solamente una parte di quanto venissero tassati i normali redditi.
Il pretesto, ovviamente, è quello che queste trattative frenetiche creano vero “capitale” ma di sicuro non è così, secondo la concezione classica del capitale del XIX secolo. Il termine è stato scollegato dalla produzione di beni e servizi, dall’assunzione di forza lavoro o dalla innovazione finanziaria. E’ più “capitale” il diritto a gestire una lotteria e raccogliere le vincite dalle speranze di chi ha perso. D’altra parte, i casinò di Las Vegas passando ai casinò sulle barche sui fiumi sono diventati un’importante “industria in crescita”, intorbidendo i concetti stessi di capitale, crescita e ricchezza.
Per chiudere i tavoli da gioco e ripagare il denaro, chi ha perso deve essere salvato – Fannie Mae, Freddie Mac, A.I.G. e chi sa chi altri arriverà? Questo è l’unico modo per risolvere il problema di come le aziende che hanno già corrisposto i propri utili ai dirigenti e agli azionisti invece di accantonarli raccoglieranno le loro vincite dai debitori insolventi e dalle compagnie di assicurazione. Questi perdenti hanno anche corrisposto gli utili ai loro direttori finanziari e agli addetti ai lavori (insieme ai soliti contributi patriottici per i candidati politici delle commissioni più importanti che hanno la responsabilità delle decisioni sulla struttura finanziaria del paese).
Tutto questo deve essere orchestrato con largo anticipo. E’ necessario comprare i politici e dar loro una storia di copertura plausibile (o almeno una serie ben congegnata di eufemismi preconfezionati) per spiegare agli elettori perché era nell’interesse pubblico salvare gli speculatori. E’ necessaria una buona retorica per spiegare perché il governo dovrebbe permettere loro di andare al casinò e tenersi tutte le vincite mentre si utilizzano finanziamenti pubblici per ripagare le perdite delle loro controparti.
Quello che è avvento il 18 e 19 settembre ha richiesto anni di preparazione, coronato da una falsa ideologia intagliata dagli esperti di pubbliche relazioni per essere trasmessa come una situazione di emergenza per gettare nel panico il Congresso – e gli elettori – poco prima delle elezioni presidenziali. Sembra essere la nostra sorpresa elettorale di settembre. In una situazione di crisi programmata, il Presidente Bush e il Segretario al Tesoro Paulson fanno ora appello al paese per unirsi in una Guerra ai proprietari di casa in bancarotta. Si dice che sia l’unica speranza per "salvare il sistema" (E di quale sistema stiamo parlando? Non è capitalismo industriale, né bancario, per quanto ne sappiamo).
La più grande trasformazione del sistema finanziario americano dai tempi della Grande Depressione è stata compressa in appena due settimane, iniziando con il raddoppio del debito del paese con la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac il 7 settembre.
La teoria economica era solita spiegare che gli utili e l’interesse erano un guadagno per un rischio calcolato. Ma oggi il gioco si chiama capital gain e gioco d’azzardo computerizzato nella direzione dei tassi di interesse, delle valute straniere e dei prezzi delle azioni – e quando si fanno cattive puntate, i salvataggi sono il guadagno economico calcolato per i contributi elettorali. Ma non è il momento di parlare di queste cose. “Ora dobbiamo agire per proteggere la salute economica della nazione da un grave rischio”, ha intonato il presidente Bush il 19 settembre.
Quello che intendeva dire è che la Casa Bianca deve garantire l’incolumità del più grande gruppo di contributori del Partito Repubblicano – cioè Wall Street – mettendo in salvo le loro pessime puntate. “Ci saranno ampie opportunità di discutere le origini di questo problema. Ora è il momento di risolverlo”. In altri termini, non facciamone una questione elettorale. “Nella storia della nostra nazione ci sono stati momenti che ci hanno richiesto di unirci e andare oltre le linee di partito per fronteggiare le sfide più importanti. Questo è uno di quei momenti”. Proprio prima delle elezioni presidenziali!
Le stesse frottole erano state sentite in precedenza, venerdì mattina, dal Segretario al Tesoro Paulson: “La salute della nostra economia ci richiede di lavorare insieme per una rapida azione bipartisan”. Gli annunciatori avevano detto che erano stati discussi 500 miliardi di dollari per le manovre di oggi.
Buona parte della colpa dovrebbe andare all’amministrazione Clinton per aver portato all’abrogazione della legge Glas-Stegall nel 1999, consentendo alle banche di fondersi nei casinò. O piuttosto, i casinò hanno assorbito le banche. Ed è questo che ha messo a rischio i risparmi degli americani.
Ma questo significa che davvero l’unica soluzione è quella di far risalire il mercato immobiliare? Il piano Paulson-Bernanke è quello di consentire alle banche di svendere le case di cinque milioni di debitori di mutui che quest’anno stanno affrontando un’insolvenza o il pignoramento! I proprietari di casa con “mutui a tasso variabile in procinto di esplodere” perderanno la loro abitazione ma la Fed pomperà abbastanza credito alle agenzie di prestiti di mutui per consentire ai nuovi acquirenti di indebitarsi quanto basta per impossessarsi dei mutui spazzatura che sono attualmente nelle mani degli speculatori.
E’ giunto il momento per un’altra bolla finanziaria e immobiliare che salvi i prestatori e gli impacchettatori di mutui spazzatura.
Gli Stati Uniti sono entrati in una nuova guerra – una Guerra per salvare i trader dei derivati computerizzati. Come la guerra in Iraq, anche questa si basa sulle menzogne e vi si è preso parte in un’apparente situazione di emergenza – verso cui la soluzione ha poco a che vedere con la causa sottostante dei problemi.
Sul piano delle sicurezza finanziaria, il governo pagherà le obbligazioni di debito collaterizzate (CDO) che Warren Buffett ha definito “armi di distruzione di massa finanziaria”. Non c’è da stupirsi che questa distribuzione di denaro pubblico sia gestita dallo stesso gruppo di persone che metteva in guardia così religiosamente il paese sulle armi di distruzione di massa in Iraq.
Il Presidente Bush e il Segretario al Tesoro Paulson hanno annunciato che questo non è il momento per dissapori bipartisan per il cambiamento della politica pubblica a favore dei creditori piuttosto che dei debitori. Non c’è tempo per ridurre il più grande salvataggio della storia una questione elettorale. Non è il momento adatto per discutere se è una buona cosa quella di far salire di nuovo i prezzi del mercato immobiliare ad un livello tale che obbligherà i nuovi acquirenti ad indebitarsi sempre di più ed impiegare all’incirca il 40 per cento della loro busta paga.
Ricordate quando il Presidente Bush e Alan Greenspan comunicavano agli americani che non c’erano abbastanza soldi per pagare la Previdenza Sociale (per non parlare di Medicare3) perché in futuro (tra 10 anni? 20 anni? 40 anni?) il sistema potrebbe avere un disavanzo di quello che ora sembrano delle insignificanti centinaia di miliardi di dollari spalmati su molti molti anni. In sostanza, se non riusciamo a capire come pagare, affossiamo subito il progetto. Bush e Greenspan avevano ovviamente un’utile soluzione. Il Tesoro poteva trasferire il denaro proveniente dalle Previdenza Sociale e dall’assicurazione sanitaria verso Bear Sterns, Lehman Brothers e i loro confratelli per essere investito con la “magia dell’interesse composto”.
Che cosa sarebbe accaduto alla Previdenza Sociale se fosse stato fatto? Forse dovremmo considerare gli avvenimenti delle ultime due settimane come la cessione agli speculatori di Wall Street di tutto il denaro che era stato messo da parte da quando la Commissione Greenspan nel 1983 aveva spostato il peso fiscale sulle trattenute in busta paga per il Federal Insurance Contributions Act4. Non sono i pensionati a venire salvati, ma gli investitori di Wall Street che hanno firmato documenti nei quali si affermava che potevano permettersi di perdere i loro soldi.
Lo slogan dei Repubblicani per novembre dovrebbe essere “Viva l’assicurazione sul gioco d’azzardo, abbasso l’assicurazione sanitaria”. La tanto glorificata Strada verso la Schiavitù non è stata progettata in questo modo. Frederick Hayek e i suoi ragazzi di Chicago hanno insistatito sul fatto che la schiavitù arriverebbe dalla pianificazione e della regolamentazione del governo. Questa visione ha ribaltato le idee dei riformatori dell’era classica e progressista che dipingevano il governo come la mente della società, il suo timone per regolare i mercati – e liberarli dal profitto senza giocare un ruolo essenziale nella produzione.
La teoria della democrazia fa affidamento sul presupposto che gli elettori agirebbero nel proprio interesse. I riformatori del mercato elaborarono un’ipotesi simile affermando i consumatori, i risparmiatori e gli investitori promuoverebbero la crescita economica agendo con piena conoscenza e consapevolenzza delle dinamiche in gioco. Purtroppo la Mano Invisibile si è rivelata un inganno contabile, prestiti di mutui spazzatura, insider trading e il fatto di non riuscire di collegare l’aumento vertiginoso del debito con la possibilità di pagare da parte dei debitori – uno scompiglio apparentemente legittimato da modelli commerciali computerizzati, ed ora benedetti dal tesoro.
Michael Hudson è il presidente dell’ Institute for the Study of Long-Term Economic Trends (ISLET), un analista finanziario di Wall Street, professore emerito di economia all’Università del Missouri ed autore di “Super Imperialism: The Economic Strategy of American Empire” (1972 e 2003) e di “The Myth of Aid” (1971).
Note del traduttore:
1 Gioco di parole che unisce i termini “banchieri + gangster”.
2 La U.S.A.I.D. (United States Agency for International Development) è un’organizzazione governativa americana responsabile degli aiuti all’estero di carattere umanitario.
3 Medicare è un programma di assicurazione sociale istituito nel 1965 (e amministrato dal governo degli Stati Uniti) per fornire una copertura sanitaria ai cittadini di oltre 65 anni di età oppure a coloro che soffrono di gravi patologie o infermità.
4 La trattenuta per il Federal Insurance Contributions Act è un’imposta presente nelle buste paga dei lavoratori dipendenti americani per finanziare sia la Previdenza Sociale che Medicare. Corrisponde sostanzialmente alla voce del contributo al Servizio Sanitario Nazionale presente nelle busta paga dei lavoratori dipendenti italiani.
sabato 27 settembre 2008
L’insetto strisciante
In un Paese normale un essere del genere che si autodefinisce giornalista, ma che e’ invece un semplice zerbino per i piedi sudici dei vari politici che si alternano sulle bianche poltrone, non avrebbe mai avuto l’occasione di condurre trasmissioni televisive di taglio "giornalistico" con ospiti potenti in studio.
Ma poiche’ l’Italia non e’ e non sara’ mai un Paese normale, su Rai 1 la seconda serata dal lunedi’ al giovedi’ e’ da quasi 15 anni monopolizzata da quell’insulso programma condotto dall’insetto strisciante.
E tutto cio’ e’ assolutamente normale in un Paese come l’Italia…
Emilio Vespa
di Marco Travaglio – L’Unita’ -27 Settembre 2008
La notizia sorprenderà qualcuno, ma carta canta: Bruno Vespa potrebbe essere in buona fede. Anzi in buona Fede, nel senso di Emilio, come lo chiama familiarmente Al Tappone. La prova? Eccola: una letterina inviata da Emilio Vespa alla Stampa in risposta a un’intervista di Beatrice Borromeo, che aveva osato dire quel che pensa (come milioni di italiani) di Porta a Porta: "Ridicolo. All’estero lo prendono in giro. È privo di qualsiasi dignità. L’episodio di Vespa scambiato da Berlusconi per il ‘dottor Fede’ è significativo. Il conduttore mette a proprio agio al di là della verità, non ponendo mai obiezioni per amore della poltrona. Per questo i politici vanno lì e non da Santoro: sanno che non gli succederà nulla. E questo, giornalisticamente, è inaccettabile... Con la Vezzali mi sembrava imbarazzato persino Berlusconi! Poi ognuno dice quello che gli pare... ma non capisco cosa c’entri con un programma d’approfondimento. Quella è adulazione”.
Comprensibilmente risentito, in quanto disabituato alle critiche, Emilio Vespa s’è scagliato contro la Borromeo dandole della "valletta di Santoro", "cinguettante" e dotata di un misero "cervellino". Poi ha fornito la prova insuperabile dell’unanime apprezzamento di cui godrebbe Porta a Porta nel mondo intero: “Pochi giorni fa Josè Maria Aznar, già carismatico primo ministro spagnolo, ha lodato Porta a Porta definendola la migliore trasmissione europea del suo genere e rammaricandosi che altri Paesi, a cominciare dal suo, non la imitino... Aznar chiese espressamente di essere invitato a Porta a Porta durante una sua visita ufficiale e lo stesso ha fatto il primo ministro rumeno che verrà in ottobre in Italia”.
Ecco, ad avviso dell’insetto la qualità di un programma di informazione si misura dal gradimento dei politici. Se i suoi ospiti e aspiranti ospiti ne parlano bene, vuol dire che il programma è buono. Per lui, i padroni sono i politici, non i cittadini. Infatti nel ’93 proclamò tutto giulivo che il suo "editore di riferimento" era la Dc di Forlani, appena indagato per Tangentopoli, col quale inscenò un’intervista a braccetto, scorticandosi le ginocchia. L’idea che il gradimento spetti al pubblico che paga il canone e auspicherebbe, magari, eventualmente, interviste con domande, non l’ha mai sfiorato. E nemmeno il sospetto che Aznar (così “carismatico” da farsi trombare dal giovane outsider Zapatero) voglia importarlo in Spagna perché i giornalisti spagnoli fanno domande.
Il carismatico Aznar sa benissimo cosa accade se un politico mente e la libera informazione lo sbugiarda, peggio ancora se in campagna elettorale. Infatti lui, in campagna elettorale, tentò di addossare ai baschi dell’Eta, anziché ad Al Qaeda, la strage sui treni di Madrid. Avesse avuto a disposizione un Porta a Porta con un insetto iberico in studio, avrebbe trovato una formidabile cassa di risonanza per la sua carismatica maxi-balla e avrebbe rivinto le elezioni. Invece, purtroppo per lui, dovette fare i conti con la stampa e le tv spagnole pubbliche e private, che gli smontarono la bufala in quattro e quattr’otto, facendogli perdere 10 punti.
Più o meno quel che è accaduto dieci giorni fa alla povera Sarah Palin al suo esordio su una tv nazionale, scarnificata dall’intervistatore. L’altroieri è toccato a John Mac Cain, che ha disertato il faccia a faccia con Lettermann inventandosi un impegno inesistente ed è stato subito sputtanato dal grande Dave, che gli ha dato del “bugiardo” in diretta. Cose inimmaginabili in Italia, soprattutto per Emilio Vespa.
Qualche anno fa, intervistata nel docu-film di Sabina Guzzanti “Viva Zapatero!”, Marcelle Padovani del Nouvel Observateur confessò sconsolata: “Io sono incapace di raccontare Porta a Porta. Il mio giornale mi ha chiesto di fare un pezzo sulle trasmissioni televisive. Ma non riesco a sintetizzare che cos’è Porta a Porta per il pubblico francese, perché non c’è l’equivalente, non esiste”.
Porta a Porta è il sogno di tutti i politici bugiardi del mondo che però, all’estero, devono limitarsi a sognare. In Italia, invece, si prenotano con una telefonatina a Emilio Vespa e lui, come ebbe a dire in una memorabile telefonata intercettata col portavoce di Fini, gli “confezioniamo addosso la trasmissione”. Poi, certo, qualche rischio permane: è lo stesso Emilio Vespa a rammentare che "Yasser Arafat e Simon Peres si incontrarono a Porta a Porta per l’ultima volta". Poi Arafat morì. Più che Porta a Porta, Porta Sfiga.
venerdì 26 settembre 2008
Crisi finanziaria: mancano i liquidi
La crisi della finanza globale colpisce ancora negli USA. Sempre piu' americani non riescono a pagare gli arretrati sulle carte di credito e oggi le autorità bancarie statunitensi hanno ordinato la chiusura della banca Washington Mutual decretandone di fatto il fallimento, il più grande nella storia del credito americana.
La banca non era infatti più in grado di proseguire le attività per mancanza di liquidi.
Le attività dell'istituto passano a JP Morgan Chase per 1,9 miliardi di dollari.
Jp Morgan ha annunciato un aumento di capitale da 8 miliardi di dollari per mantenere i propri standard di solvibilità.
Nel frattempo oggi la banca britannica Hsbc ha deciso il taglio di 1100 posti di lavoro in tutto il mondo, meta' dei quali concentrata in Gran Bretagna.
Finche' la barca va....
Le banche cinesi hanno smesso di fare prestiti alle banche USA
Reuters - 25 Settembre 2008
Tradotto da Alcenero per http://www.comedonchisciotte.org/
Il South China Morning Post ha riferito oggi, giovedì, che i governanti cinesi hanno ordinato alle banche nazionali di fermare i prestiti interbancari ad istituzioni finanziarie USA per prevenire possibili perdite durante la crisi finanziaria. Il giornale di Hong Kong ha citato fonti anonime dell’industria che affermano che l’ordine, proveniente dalla China Banking Regulatory Commission (CBRC- Commissione Regolatrice del Sistema Bancario Cinese), riguarda prestiti interbancari di tutte le valute con banche USA ma non con banche di altre nazioni.
"Il decreto sembra essere il primo tentativo di erigere delle difese contro il disastro finanziario USA dopo che i principali autori di prestiti hanno riferito di avere miliardi in dollari USA di esposizione alla crisi del credito”, ha affermato il South China Morning Post. Un portavoce della CBRC non ha rilasciato commenti.
Crisi USA, paure cinesi
di Federico Rampini - La Repubblica - 25 Settembre 2008
A conferma della situazione di estrema illiquidità, incertezza e sfiducia che regna sul mercato interbancario, a Hong Kong si è diffusa oggi la voce che la banca centrale di Pechino avrebbe raccomandato a tutti gli istituti di credito cinesi di interrompere ogni prestito a istituzioni finanziarie americane. La voce è stata raccolta dal principale quotidiano di lingua inglese di Hong Kong, The South China Morning Post, solitamente affidabile per le sue informazioni sulle autorità di politica economica cinesi. E' stata tuttavia smentita da fonti vicine al governo e all'autorità monetaria della Repubblica Popolare.
L'articolo del South China Morning Post sosteneva che la China Banking Regulatory Commission, l'organo di vigilanza che è un'emanazione della banca centrale, avrebbe diramato istruzioni a tutti i banchieri cinesi perché chiudano i rubinetti del credito verso qualsiasi controparte situata negli Stati Uniti, onde evitare l'esposizione a insolvenze improvvise. La stessa fonte di Hong Kong chiamava in causa la crescente preoccupazione di Pechino per le possibili ripercussioni della crisi bancaria americana sul portafoglio di investimenti delle banche cinesi.
Uno spiraglio di luce invece ha rasserenato i mercati - e i depositanti - riguardo alla sorte della Bank of East Asia, l'importante banca di Hong Kong che ieri era stata assediata da code di correntisti dopo le voci di una imminente bancarotta. A migliorare l'atmosfera, più ancora delle dichiarazioni rassicuranti dell'autorità monetaria di Hong Kong, è stato il gesto del locale magnate Li Ka-shing (considerato l'uomo più ricco dell'isola) che ha annunciato di avere acquistato una "significativa partecipazione azionaria" nell'istituto.
La sua mossa è stata paragonata a quella del miliardario americano Warren Buffett che nei giorni scorsi ha annunciato il suo ingresso nell'azionariato della Goldman Sachs. Nel frattempo la Hong Kong Monetary Authority, oltre a fornire un'iniezione di liquidità aggiuntiva alla piazza finanziaria, ha annunciato di avere allo studio un aumento del plafond di assicurazione dei depositi in caso di bancarotta. Attualmente il plafond è considerato troppo basso essendo di 100.000 dollari di Hong Kong pari a circa 13.000 dollari Usa.
Non si fa più credito
di Alessandro Ursic - Peacereporter - 26 Settembre 2008
E' iniziata come crisi dei mutui subprime, è diventata lo scoppio della bolla immobiliare e la stretta del credito, ha sconvolto il capitalismo americano facendo fallire le più grandi banche d'investimento. Mentre a Washington si cerca di salvare il salvabile con un piano di intervento pubblico da 700 miliardi di dollari, una nuova minaccia incombe sul sistema finanziario statunitense e mondiale: quella dei sempre più americani che non riescono a pagare gli arretrati sulle carte di credito. Molti analisti l'hanno segnalata da tempo. E ora che i tassi di insolvenza stanno raggiungendo livelli di guardia, se ne sta accorgendo anche il Congresso.
Nella settimana in cui tutti gli occhi di Washington e dei mercati azionari mondiali erano sul piano d'emergenza presentato dal segretario al tesoro Henry Paulson, la Camera dei rappresentanti martedì ha approvato a larga maggioranza il Credit Cardholders Bill of Rights: una legge che renderà più facile la vita ai titolari di carte di credito in difficoltà con i pagamenti, impedendo alle compagnie di alzare gli interessi in maniera retroattiva, senza neanche avvisare i clienti. Tutte pratiche definite “ingannevoli” dalla stessa Federal Reserve, anche in seguito alle segnalazioni di oltre 56mila clienti. E' molto difficile che il provvedimento – sponsorizzato dai Democratici – diventi legge entro fine anno; più probabile che, una volta firmata anche dal Senato, la misura arrivi sul tavolo del prossimo presidente. Ma il fatto che la questione sia arrivata al Congresso è un segnale della gravità della situazione.
Come la concessione di mutui a chi normalmente non ne avrebbe i requisiti, così negli ultimi anni le banche hanno incoraggiato in tutti i modi la diffusione delle carte di credito. In una conferenza stampa organizzata due giorni fa dall'associazione Americans for Fairness in Lending, due ex dipendenti di una compagnia ora rilevata dalla Bank of America hanno raccontato delle pressioni a cui erano sottoposti, con l'ordine di usare approcci aggressivi e ingannevoli verso i potenziali clienti, invogliandoli a indebitarsi sempre più, con conseguenti maggiori profitti per la compagnia.
"Avevamo l'obiettivo di vendere 25mila dollari all'ora, 4 milioni al mese. E io ero solo una delle centinaia di impiegate, solo in una sede”, ha detto una delle due ex dipendenti. Così facevano in tanti, troppi, e i risultati si vedono: a luglio, secondo i dati della Fed, gli americani avevano un debito di 969,9 miliardi sulle carte di credito. Nel 2003 i miliardi erano 770.Con un'economia in espansione e valori delle case in costante aumento, molti americani hanno rifinanziato periodicamente le loro case, usandole in sostanza come giganteschi bancomat per soldi che però erano tali solo sulla carta. Ma ora che la bolla immobiliare è scoppiata, quelle case valgono molto meno, la crisi si fa sentire e molte aziende tagliano il personale, i conti da pagare restano. E per rifarsi delle perdite in aumento, le compagnie che emettono carte di credito hanno alzato drasticamente i tassi sui debiti non pagati.
Nel frattempo, dopo essere sceso progressivamente da inizio 2002 all'anno scorso, il tasso di insolvenze è aumentato di colpo negli ultimi mesi del 2008. Nel secondo trimestre di quest'anno, l'1,09 percento dei titolari di carte di credito è indietro almeno 90 giorni nei pagamenti, rispetto allo 0,91 percento dello stesso trimestre del 2007. E anche se questa percentuale è in leggero calo rispetto ai primi tre mesi del 2008, gli analisti hanno subito trovato una risposta non incoraggiante: il calo è dovuto al benefico ma temporaneo sollievo fornito dagli sconti fiscali approvati da Bush a inizio anno per frenare la crisi, e il resto lo fanno gli scrupoli che le compagnie hanno ora nel concedere nuovi crediti. Un buon segno, per il futuro. Ma per i conti passati è ormai troppo tardi. E sono comunque 2,5 milioni di persone indietro di tre mesi nei pagamenti.
Dato che storicamente si muove in linea con il tasso di disoccupazione, ora che ci si aspetta una vera recessione, si prevede che il tasso di insolvenze sulle carte di credito abbia appena iniziato ad aumentare. Negli Usa, le pubblicità di compagnie che ti invitano a contattarle per vedersi miracolosamente ridotto il credit card debt si trovano dovunque. E' il punto di arrivo di una tendenza all'indebitamento in atto da decenni, in un'economia pericolosamente sbilanciata sui consumi, che rappresentano il 70 percento del Pil.
Il tasso di risparmio delle famiglie americane, sceso progressivamente dagli anni Sessanta, nel 2005 è stato negativo (-0,5 pecento) per la prima volta dal 1933, anno di piena Depressione. Non solo gli statunitensi hanno speso tutto quello che guadagnavano; si sono pure indebitati per consumare. In confronto, i tassi di risparmio delle maggiori economie europee si aggirano intorno al 10 percento. Se fosse un problema “solo” di milioni di famiglie, sarebbe già grave. Ma anche i debiti delle carte di credito, come i mutui subprime, sono stati inseriti in pacchetti finanziari piazzati poi sui mercati mondiali: proprio quelli che ora, contenendo centinaia di miliardi di crediti irrecuperabili e quindi persi, hanno messo in ginocchio le grandi banche. Ecco perché, se si buca anche la bolla delle carte di credito, potrebbe arrivare il pugno del kappaò.
Scontri a fuoco tra USA e Pakistan in costante aumento
Il caos continua a imperversare in Pakistan e con sempre maggior intensita'.
Oggi due militanti islamici a Karachi si sono uccisi facendo esplodere 5 granate all'arrivo della polizia, ma senza causare feriti tra gli agenti.
Sempre oggi l'esercito pakistano si è scontrato con i miliziani taleb nel nord del Waziristan, nella zona di Bajor. Secondo quanto riporta al Jazeera, i miliziani islamici tengono ancora sotto stretto controllo le due valli della zona, dove si registrano gli scontri. Dall'inizio dell'offensiva militare lanciata lo scorso agosto dall'esercito pakistano nelle zone tribali del paese, i combattenti islamici uccisi sarebbero stati più di mille, secondo quanto riferisce un responsabile delle forze armate di Islamabad, Tariq Khan.
Fonti dell'Onu parlano invece di almeno 260mila civili costretti a fuggire a causa delle operazioni militari.
di Enrico Piovesana – Peacereporter – 26 Settembre 2008
L'ordine è chiaro: aprire il fuoco. Lunedì, lo stesso neo-presidente pachistano Ali Asif Zardari aveva dichiarato che "le nostre forze armate hanno l'ordine di impedire qualsiasi intrusione nel nostro territorio". Anche sparando. La scorsa settimana il portavoce dell'esercito pachistano, generale Athar Abbas, aveva detto: "In caso di intrusione gli ordini sono chiari: aprire il fuoco". A dare questi ordini, pochi giorni prima, era stato il comandante delle forze armate pachistane, generale Ashfaq Parvez Kayani, che il 10 settembre, in una delle sue rare interviste, aveva chiarito che "la sovranità del Pakistan sarà difesa a tutti i costi e a nessuna forza esterna verrà permesso di condurre operazioni sul nostro territorio".
Gli Usa speravano nell'effetto Mariott. A Washington tutti erano certi che, dopo la strage del 20 settembre all'Hotel Mariott di Islamabad, il governo e l'esercito pachistano avrebbero smesso di opporre resistenza alle operazioni militari Usa nelle Aree Tribali. Invece la reazione pachistana è stata un ulteriore irrigidimento rispetto al prepotente atteggiamento dell'amministrazione Bush, decisa a intervenire contro i talebani in Pakistan, con o senza la collaborazione e il consenso del governo di Islamabad.
giovedì 25 settembre 2008
Iraq: 5 anni e mezzo dopo
Sono trascorsi cinque anni e mezzo ormai dall'invasione dell'Iraq voluta e guidata dagli USA.
Molte cose sono cambiate nel corso di questi anni e i due articoli qui di seguito ci aggiornano sulla situazione interna di quel disgraziato Paese.
Ai sunniti non va giù il disarmo
di Christian Elia - Peacereporter - 25 Settembre 2008
Sono passati più di cinque anni dall'invasione dell'Iraq da parte della Coalizione guidata dagli Stati Uniti. Dal 2003 a oggi le cose sono cambiate e del Paese che esisteva a marzo di cinque anni fa resta poco. Ma adesso, dopo più di un milione di morti e quattro milioni di profughi, la situazione volge verso un nuovo equilibrio.
I consigli del risveglio. E' troppo presto per tirare un sospiro di sollievo, ma dopo anni di violenza senza fine la situazione pare meno caotica. L'ex comandante in capo delle truppe Usa in Iraq, il generale David Petraeus, è stato indicato da molti come il principale fautore del miglioramento della situazione in Mesopotamia. Petraeus, che gode in patria di una considerazione tale da essere stato papabile per il posto da candidato vicepresidente fino all'ultimo minuto, ha chiesto e ottenuto una surge, un rinforzo di 30mila marines da dislocare in Iraq. L'oggettivo miglioramento delle condizioni di sicurezza nel Paese, però, non sarebbe stato possibile senza le milizie al-Sahwa, i sunniti del cosiddetto 'movimento del risveglio', o i 'figli dell'Iraq', come li chiamano gli statunitensi. Sunniti che dopo l'invasione del Paese hanno combattuto contro gli Usa, non tanto perché fedeli a Saddam, ma perché convinti di restare schiacciati in un futuro stato dominato dagli sciiti e dai curdi. Nell'ultimo anno e mezzo, dopo un accordo di massima e l'incasso di tanti soldi, hanno combattuto al fianco dell'esercito e della polizia iracheni, alleati agli Usa, contro le milizie ritenute legate ad al-Qaeda e composte per lo più da stranieri, arrivati in Iraq da tutto il mondo arabo dopo la caduta del regime.
Disarmo alle porte. Il meccanismo ha funzionato alla perfezione, in particolare nei quartieri misti di Baghdad, dove le milizie sciite avevano compiuto stragi immani in questi anni. I sunniti, coordinandosi con la polizia irachena, hanno ripreso il controllo dei loro quartieri. Uno di questi è al-Adhamiya, per anni un focolaio di violenza fuori controllo, una vera e propria spina nel fianco degli Stati Uniti. La situazione, adesso, è sotto controllo. Ma non è detto che i risultati raggiunti siano destinati a durare. Il governo iracheno, in massima parte, è nelle mani degli sciiti. I vertici dell'esecutivo di Baghdad, fin dal primo momento, hanno visto le milizie sunnite con una certa diffidenza. Solo che tempo fa le milizie sciite erano fuori controllo e i 'movimenti del risveglio' tornavano utili. Riportata la situazione più o meno sotto controllo, il governo ha deciso di riprendere in mano la situazione e di mettere ordine tra questi miliziani ben armati (e ben pagati) dagli Usa che dominano i loro quartieri. E' al vaglio una legge che, nei prossimi giorni, dovrebbe portare al disarmo dei 'movimenti' per integrare i miliziani nell'esercito e nella polizia irachene.
Tensione tra i sunniti. Gli Usa, nonostante i buoni risultati ottenuti, non si oppongono. I miliziani del 'risveglio' sono degli eroi per molti concittadini, ma in tanti casi si sono segnalati per un atteggiamento da 'gang' che spadroneggia nei quartieri. Gli statunitensi, quindi, non sono affatto contrari a riportare le milizie sotto il controllo del governo, visto che la loro utilità è ridotta ora che la violenza è meno cruenta. La novità, però, non garba affatto ai sunniti in armi che, anche in un futuro prossimo venturo nel quale gli statunitensi si dovessero ritirare, contavano di mantenere le loro milizie per autodifesa da eventuali abusi degli sciiti. Inoltre, come sempre, la guerra è anche un business. E il disarmo significherebbe, almeno per i leader locali sunniti, la perdita di un'enorme quantità di denaro che a quel punto gli Usa non verserebbero più a loro ma al governo centrale.
Negli ultimi giorni, proprio ad al-Adhamiya, si sono verificati episodi di violenza e scontri a fuoco come non si vedevano da tempo: due persone uccise nei pressi di un check-point domenica, un altro civile ucciso lunedì dall'esplosione di un'autobomba. Tensioni, inoltre, si sono registrate tra leader locali ed esponenti del governo negli ultimi giorni.
Bisognerà gestire bene la situazione, per evitare che quartieri come al-Adhamiya precipitino di nuovo nelle violenze settarie.
Iraq cos'e' cambiato?
di Jonathan Steele - The Guardian - 10 settembre 2008
Traduzione di Ornella Sangiovanni - Osservatorio Iraq
La situazione della sicurezza è migliorata, ma ora che il fumo del conflitto svanisce i costi umani dell'occupazione dell'Iraq appaiono nella loro totalità
Tornato a Baghdad per la prima volta quest'anno, ero assorbito dalla questione del cambiamento. "Cos'è diverso?", avrei chiesto a quasi ogni iracheno che incontravo. "E tu, che cosa vedi di nuovo?", mi avrebbero domandato a loro volta. Ecco quindi, in pochi paragrafi, un riepilogo delle mie risposte. Alcune cose sono cambiate in meglio, altre in peggio. Iniziamo con il positivo.La sicurezza è enormemente migliorata. I timori di rapimenti e omicidi casuali sono diminuiti. La frequenza delle autobomba è calata. Laddove gli iracheni lasciavano di rado le loro case, tranne che per andare al lavoro e a fare qualche spesa di corsa, la gente osa uscire di sera.
L'altra sera, circa 50.000 persone hanno assistito alla finale del campionato nazionale di calcio a Baghdad – una folla che l'anno scorso di questi tempi sarebbe stata preoccupata di essere l'obiettivo di un attacco suicida. A ottenere questo risultato è stata la "surge" di altri 30.000 soldati? Ha avuto un ruolo, ma la "surge" più importante e di maggiori dimensioni è stata quella irachena. A Baghdad, le unità della polizia e dell'esercito iracheno sono dappertutto, mentre i soldati Usa si vedono di rado. Iracheni in divisa stanno di guardia o seduti dentro veicoli praticamente a ogni incrocio e a ogni rotatoria. Presidiano i checkpoint ogni poche centinaia di metri, osservando il traffico, di tanto in tanto accostando un conducente, e tenendosi d'occhio l'un l'altro.
Un anno fa, gli stessi poliziotti erano fra i sospettati, spesso coinvolti nella brutalità confessionale. Adesso, la polizia è stata ripulita, non ancora completamente, ma abbastanza per fare la differenza, specialmente con l'esercito che sta nelle vicinanze per sorvegliarli.Anche l'emergere fra i sunniti di al-Sahwa, il cosiddetto "Movimento del risveglio", ha contribuito a migliorare la sicurezza. Questo è il secondo cambiamento positivo. Parecchie zone di Baghdad sono pattugliate da queste nuove milizie, che combattevano gli americani, e poi sono passate a combattere al-Qaeda.
Adesso gestiscono da sole le loro zone, dicendo ai poliziotti iracheni, nonché agli americani che non sono graditi. Gli americani le chiamano "Figli dell'Iraq", oppure "cittadini locali impegnati", e le pagano, ma, qualunque sia il loro nome, svolgono una funzione vitale per quanto riguarda la sicurezza.
Un risultato importante – il mio terzo cambiamento positivo – è che centinaia di famiglie sunnite e sciite che erano state costrette ad andarsene stanno tornando a casa. E' noto che più i rifugiati rimangono lontani, più è difficile per loro tornare. Le loro proprietà vengono saccheggiate, oppure se ne impossessano altri. Loro mettono radici altrove. Un anno fa, sembrava che i quartieri misti della capitale fossero condannati: oltre mezzo milione di abitanti di Baghdad erano fuggiti in diverse parti della città dove si sentivano più sicuri. Baghdad sembrava destinata a diventare un mosaico di enclavi monoculturali etnicamente ripulite.
Questo non è più vero. Una parte dello spostamento forzato di popolazione si sta rivelando reversibile, e il governo iracheno sta facendo uno sforzo serio per accelerarlo: dice che occupare abusivamente la casa di qualcun'altro sarà punibile con tre anni di carcere, e, a partire da questo mese, utilizzerà l'esercito iracheno per cacciare via gli occupanti abusivi.
Il quarto cambiamento è un allontanamento graduale dalla politica islamica di tipo fondamentalista degli ultimi anni verso qualcosa di più inclusivo, tollerante, e democratico. E' difficile capirne la vera ragione, ma c'è un clima più laico nell'aria. Per due anni Baghdad è stata nella morsa di una guerra civile fra arabi: sunniti contro sciiti. Quella fase è finita. La gente ha guardato nell'abisso, e si è tirata indietro.
Il giudizio più ottimista su questa nuova sensazione di moderazione l'ho sentita da Raid Jahid Fahmi, il ministro della Scienza e della tecnologia – un leader dell'Iraqi Communist Party che si è formato alla London School of Economics. "Viviamo in tempi brutali, violenti", mi ha detto, "ma la società irachena sta trovando un nuovo equilibrio". Poi ha aggiunto, avendo in mente i suoi colleghi di governo:Guarda molti di questi leader islamici. Guarda il modo in cui parlano, la loro pratica, e i progetti che adottano.
E' diverso da ciò in cui credevano in passato. La mentalità del settarismo confessionale è in declino. Non so fino a che punto siano sinceri, ma ora accettano il fatto di avere uno Stato fondato sul diritto e una società civile multiculturale. E' difficile trovare una famiglia a Baghdad che non abbia perso almeno uno dei suoi membri, ma le forze che sono state responsabili di questo sono state screditate moltissimo. La gente ha imparato dalle proprie esperienze.
Ahimé, non tutti i cambiamenti a Baghdad sono per il meglio. Dal lato negativo metterei il crescere straordinario dell'odio e del sospetto nei confronti dell'Iran fra gli arabi sunniti di Baghdad. Ai sunniti i mullah di Tehran non sono mai piaciuti; ma adesso, grazie alle uccisioni di massa di sunniti da parte di sciiti degli ultimi due anni, nonché al battere e ribattere costante della propaganda anti-iraniana da parte degli americani, è difficile trovare un leader sunnita che non consideri l'Iran come la fonte principale dei problemi dell'Iraq.
Ad A'adhamiya, un distretto prevalentemente sunnita, il leader del "Consiglio del risveglio", Abu Abed Ali Bahjat, ha insistito che "al-Qaida in Iraq" è diretta dall'Iran. Il figlio di Osama bin Laden vive in Iran, mi ha assicurato, dove è responsabile dei collegamenti con gli Hezbollah libanesi.Il vice presidente iracheno Tariq al-Hashemi, il più influente politico sunnita del Paese, è stato meno paranoico ma ugualmente diretto. "Sfortunatamente, l'Iran è un provocatore, invece di essere un vicino responsabile e onesto. Esiste una minaccia considerevole da parte dell'Iran", mi ha detto.
E' negativa anche la nuova mossa del governo per disarmare al-Sahwa. Un anno fa, i leader sciiti del Paese avevano accettato con cautela il "Movimento del risveglio" come un'arma vitale contro al-Qaeda. Adesso, vedono la sua forza scoperta di recente come un pericolo, e stanno cercando di costringerlo a sciogliersi, nonostante abbia migliorato la sicurezza a Baghdad. Il terzo cambiamento negativo è il nuovo rischio di scontri armati fra arabi e kurdi. La tensione a bassa intensità fra le due comunità per la regione – ricca di petrolio – di Kirkuk e altre parti del nord Iraq caratterizza la scena irachena da anni.
Ma negli ultimi mesi è diventata più acuta, ed esiste un pericolo reale che possa scoppiare all'improvviso una violenza considerevole. Basterebbe una scintilla per dar fuoco al barile di Kirkuk, e allora potremmo vedere uccisioni di arabi contro kurdi in tutte le zone nelle quali entrambe le popolazioni oggi sono vicine. Non bisognerebbe esagerare il pericolo, ma è certamente più reale di un anno fa.
Infine, bisogna menzionare l'enorme lascito di miseria umana scatenato dall'invasione e da cinque anni di occupazione. E' peggio di un anno fa? E' cambiato qualcosa? Probabilmente no, ma mentre la prospettiva di una riduzione delle truppe Usa acquista forza, chiunque vinca la Casa Bianca in novembre, il bilancio totale del disastro diventa più chiaro.L'impatto dei recenti miglioramenti a breve termine rende più facile comprendere i compiti a medio e a lungo termine che ci attendono.
Un Paese con oltre un milione di vedove, dove appena la metà dei bambini va a scuola (a causa degli spostamenti forzati di popolazione, del fatto che continuano a esserci timori per la sicurezza, e della mancanza di insegnanti), con carenze drastiche di energia elettrica e acqua, e un ottavo della sua popolazione che vive all'estero, fra cui molti di coloro che hanno il più alto tasso di istruzione e le competenze di cui c'è maggiore necessità, non si risolleverà tanto presto.
Lo "statista" italo-israeliano
Qualche giorno fa lo “statista” italiano per eccellenza, parlando all'associazione ebraica Keren Hayesod di Parigi che gli ha conferito il premio Personalità dell'anno (sic), se n'e' uscito con una delle sue solite frasi buttate li' a casaccio ma che riflette bene il pensiero del suo inconscio.
martedì 23 settembre 2008
Iraq: la farsa della ricostruzione
Si parla ormai da anni di ricostruzione dell'Iraq, ma si e' sempre rivelata una totale menzogna e rapina ai danni degli iracheni. Denaro sparito e utilizzato per altri scopi, tra cui anche alimentare la fantomatica Al Qaeda.
lunedì 22 settembre 2008
Il Pakistan sotto scacco
In Pakistan, come era facilmente prevedibile, il dopo Musharraf e’ cominciato all’insegna del caos e di una eclatante dimostrazione di forza dei gruppi fondamentalisti che, sostenuti anche da una parte di servizi segreti (sia interni che esterni), due giorni fa stavano quasi per riuscire a decapitare i vertici dello Stato.
Infatti sia il neo presidente Asif Ali Zardari che il premier Yousuf Raza Gilani, dopo il discorso d'insediamento di Zardari davanti al Parlamento poche ore prima dell'esplosione al Marriott, avrebbero dovuto partecipare a una cena di gala nell'albergo insieme ai vertici delle forze armate. Solo all'ultimo minuto era stato deciso che il banchetto si sarebbe tenuto nella residenza del primo ministro.
E chissa’ chi ha lanciato l’allarme…
Nel discorso d'insediamento Zardari aveva parlato della necessità di "sradicare il terrorismo e l'estremismo, ovunque rialzino al testa", ma aveva anche affermato che il Pakistan "non tollererà violazioni della sovranità e dell'integrità pachistana da parte di ogni potenza in nome della lotta al terrorismo". Un chiaro monito agli USA.
Nel frattempo pero' nelle zone di confine con l’Afghanistan la situazione continua a peggiorare costantemente. Questa mattina l'esercito pakistano ha aperto il fuoco contro alcuni elicotteri americani che avevano superato il confine con l'Afghanistan, nel nordovest del Paese.
Secondo quanto hanno riportato due funzionari dell'intelligence locale a sparare sono stati soldati ed esponenti delle tribù del nordovest.
Gli ultimi raid targati USA nelle aree tribali del nordovest hanno provocato notevoli perdite tra i civili e un ovvio coro di proteste in Pakistan, a cominciare proprio dal premier e dal neo presidente.
Evidentemente, con l’attentato al Marriott, e' stato recapitato dall'esterno un chiaro messaggio ai vertici dello stato pakistano in risposta al discorso d'insediamento del neo presidente.
Gli errori dell'Occidente nella "guerra" sul fronte pakistano
di Guido Rampoldi – La Repubblica – 22 Settembre 2008
A due passi dai palazzi del potere pakistano, l'hotel Marriott di Islamabad è, o più esattamente era, l'albergo dell'establishment, della stampa occidentale e delle delegazioni straniere; e per tutto questo lo proteggevano straordinarie misure di sicurezza. Ma nugoli di poliziotti, sbarramenti e paratie mobili ieri non sono riusciti a evitare che un camion caricato di dinamite lo colpisse con la violenza di una bomba sganciata da un aereo e sterminasse decine tra gli ospiti che cenavano al piano terra, come ogni sabato sera.
Con questa spaventosa dimostrazione di efficienza la vasta area dell'ultrafondamentalismo armato ha risposto al discorso pronunciato poco prima, nel vicino parlamento, dal nuovo presidente della Repubblica, Zardari. Il vedovo di Benazir Bhutto aveva ripetuto che il Pakistan avrà ragione dei Taliban pachistani, di Al Qaeda e delle altre bande terroriste che ormai minacciano la stessa esistenza della nazione. Ma la veemenza delle sue parole risultava meno convincente, davanti al rogo in cui ieri sera spariva il miglior albergo della capitale. Quell'incendio furioso pareva quasi rischiarare una realtà che l'Occidente evita ostinatamente di guardare.
Stiamo perdendo il Pakistan. Stiamo perdendo la seconda nazione musulmana per popolazione e forse oggi la prima per importanza strategica, perché ha la Bomba e perché è il retrovia del campo di battaglia afgano. Negli ultimi mesi una crisi economica che proietta l'ombra della morte per fame su milioni di pachistani si è aggiunta a mali ormai cronici: fragilissimo il sistema politico, molto dubbio il controllo dell'esecutivo sugli apparati di sicurezza, perlomeno incerta la lealtà di importanti settori militari.
Eppure il Pakistan non è un caso disperato. Il primo tra i motivi per sperare è l'ostilità con cui la grande maggioranza dei pachistani ormai guarda al terrorismo islamico. Ma senza un aiuto internazionale il Paese ha alte probabilità di implodere in un'anarchia militare congeniale unicamente ai Taliban e ad Al Qaeda.
Malgrado questo ormai sia chiaro, l'unico messaggio che l'Occidente sta inviando a Islamabad proviene dal Pentagono e non è né utile né amichevole. Da mesi l'aviazione americana si prende la libertà di bombardare i villaggi pachistani al confine con l'Afghanistan in cui ritiene si nascondano capi Taliban e dignitari di Al Qaeda.
L'insofferenza del Pentagono per l'inazione d'esercito pachistano è comprensibile. Meno comprensibile è l'insistere su bombardamenti che troppo spesso si concludono con stragi di civili, mettono il governo in difficoltà davanti all'opinione pubblica, irritano lo stato maggiore e costringono politici e generali a minacciare una reazione che prima o poi potrebbe seguire.
E poiché la guerra che la Nato sta combattendo in Afghanistan si vince o si perde soprattutto in Pakistan, sarebbe ora che gli europei trovassero il coraggio di tutelare i loro soldati e i loro interessi. Se l'amministrazione Bush vuole combinare un altro disastro, faccia pure: ma si scelga un'altra parte del mondo. In Afghanistan, e dunque anche in Pakistan, Washington è vincolata ad un'alleanza: se non si ritiene tale lo metta in chiaro, e gli europei decidano se ad essi è congeniale una missione sulla quale non hanno pieno controllo.
Inoltre il fatto che il Pakistan sia il retrovia fondamentale della guerra afgana, obbliga americani ed europei a dotarsi di una strategia regionale. Finora non si è vista questa coerenza.
Nell'immediato occorre chiedersi se l'economia pachistana non abbia bisogno di una ciambella di salvataggio. È vero che nei sette anni precedenti gli americani hanno finanziato Musharraf con miliardi di dollari avendone in cambio poco di quello che era stato loro promesso.
Ma lasciare affondare il Pakistan per ripicca sarebbe, nelle circostanze attuali, un far danno non solo alla Nato e alla missione in Afghanistan, ma anche alla stabilità della pace in una larga parte del mondo: nel caso il Paese collassi, forse gli americani riuscirebbero a trovare per tempo la dozzina di bombe atomiche di cui oggi dispone Islamabad e a metterle in salvo tutte, ma difficilmente in seguito potrebbero evitare che quei progetti nucleari siano riattivati per conto di nuovi committenti.
Infine sarebbe saggio affrontare le ossessioni dello stato maggiore pachistano. Pare convinto che l'India si stia impadronendo dell'Afghanistan e la patria rischi di essere stretta a sandwich dal nemico storico. Che si tratti di un alibi per intervenire in Afghanistan o di un sospetto non del tutto campato in aria, non lo si può ignorare.
Soprattutto se fosse vero che i servizi segreti indiani sono molto attivi su tutto il confine afgano-pachistano. Anche se non si vedono i presupposti per una conferenza internazionale che riunisca tutti i Paesi dell'area, qualcosa va fatto per ripristinare un minimo di fiducia tra Islamabad e Delhi, prima che le due caste militari riprendano a montare le loro guerre per procura.
Né il Pakistan né l'Afghanistan sono cause perse. Però occorre uno sforzo di intelligenza e di determinazione. Purtroppo queste non sono le doti precipue dei gruppi dirigenti occidentali.
domenica 21 settembre 2008
Un Paese a puttane...
Qui di seguito alcuni articoli sulla costruzione del consenso e sulla comunicazione messe in atto da Berlusconi mentre la sinistra e' del tutto incapace di porvi un argine.
“Presidente, io da lei mi lascerei toccare”
di Laura Lucchini - da El Pais - 20 Settembre 2008
In queste poche righe da "El Pais", un caso esemplare di come si costruisce il consenso all'epoca della transpolitica. Il dramma è che quello che leggiamo con una punta di commiserazione sulla stampa estera, per le nostre televisioni fa parte di un flusso incessante d'intrattenimento che ha già cambiato il Paese in profondità.
Silvio Berlusconi aveva annunciato la sua presenza al celebre programma di Rai1 Porta a porta, condotto dall'amico Bruno Vespa, per parlare delle trattative per salvare Alitalia, una crisi che può costare il posto di lavoro a 20.000 impiegati. Al suo fianco, al posto di un sindacalista o di un rappresentante del settore, era seduta la nuova miss Italia, Miriam Leone.
Per la sorpresa di chi aspettava di sentire il Presidente del Consiglio parlare di attualità, è stata miss Italia a prendere la parola in difesa della riforma scolastica del Governo Berlusconi, che prevede il maestro unico alle elementari, come 20 anni fa. “Io, mio padre e noi tutti siamo cresciuti con il maestro unico”, ha detto Miriam Leone. “Ci imponeva più disciplina, era un po' brutto, ma gli volevamo bene”.
E c'è dell'altro. Con un colpo di scena è comparsa nello studio del programma la campionessa di scherma Valentina Vezzali, fresca vincitrice di una medaglia alle Olimpiadi. La Vezzali ha offerto un fioretto a Berlusconi sfidandolo. Ma il Cavaliere ha rifiutato: “Non la potrei toccare neanche con un fiore”, si è scusato. “Presidente, io da lei mi lascerei toccare”. Ed è sceso il silenzio nello studio, rotto solamente dall'annuncio di Berlusconi che si comprerà un'altra casa sul Lago Maggiore: “Per evitare che caschi in mani straniere”. Il circo di Berlusconi gli ha regalato il 60% di popolarità, cinque punti in più di luglio.
La fabbrica del consenso
di Peter Gomez - voglio scendere - 19 Settembre 2008
Il consenso di Silvio Berlusconi continua a salire. Dopo aver perso 12 punti in dieci giorni a luglio, in occasione dell'approvazione del Lodo Alfano e le polemiche intorno alle norme blocca-processi, i sondaggi segnalano che l'operato del premier viene oggi apprezzato dal 60 per cento degli italiani. Il Cavaliere insomma ha recuperato il terreno perduto e ne ha conquistato di nuovo. È difficile dare torto agli elettori.
Le opinioni si formano sulla base di quello che le persone sanno. E ciò che comunemente si conosce dell'azione di governo basta e avanza per promuoverla: i rifiuti di Napoli sono spariti, la cordata italiana per Alitalia c'è e non ha ancora spiccato il volo solo perché quei "cattivoni" dei sindacati si sono messi di traverso, sulla sicurezza si è intervenuti annunciando che l'immigrazione clandestina diverrà reato così come la prostituzione in strada.
Gli italiani sono insomma stati raggiunti da messaggi semplici, immediatamente comprensibili, che apparentemente testimoniano un'inversione di tendenza rispetto al passato quando ogni governo era squassato da lotte intestine e sconcertanti prese di posizione di ogni partito facente parte delle varie coalizioni. Il fatto poi che l'opposizione (il Pd) continui a ripetere che è disposto al dialogo su tutto, sempre che le proposte del governo siano sensate, finisce per ammantare l'esecutivo di un'ulteriore aura di serietà.
In realtà di serio in questo governo ha ben poco. Anche a volerlo guardare con gli occhi di un elettore del centro-destra, finora agli annunci non sono seguiti provvedimenti concreti. Il reato di immigrazione clandestina, come è noto ai frequentatori di questo blog, non esiste: è stato semplicemente introdotto il reato d'ingresso illegale nel nostro paese che permetterà di mandare nelle già sovraffollate galere poche decine d'immigrati sorpresi in flagranza mentre stanno entrando in Italia.
Idem per la prostituzione in strada. Chi è davvero convinto che le peripatetiche e i loro clienti vadano puniti con il carcere può solo restare deluso dallo scoprire come per loro sia previsto l'arresto per 15 giorni. Chi, non senza ragione, sottolinea il disastroso ruolo svolto dai sindacati (assieme ai partiti) nella malagestio di Alitalia, resterebbe a bocca aperta se sapesse che, sfumata l'opportunità di Air France, il salvataggio della compagnia di bandiera costerà un miliardo di euro alla collettività (cioè in tasse, o in tagli in altri settori, a partire dalla scuola pubblica) e biglietti aerei molto più cari di oggi (fino al 40 per cento).
Per quanto riguarda i rifiuti, infine, c'è da chiedersi che cosa accadrebbe se i tg riprendessero le notizie di "Libero" (non de "Il Manifesto") secondo le quali buona parte della monnezza napoletana finisce adesso nelle discariche lombarde. O se qualcuno si degnasse di ricordare che il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, coordinatore regionale di Forza Italia, vanta una parentela acquisita con il boss del clan dei casalesi Giuseppe Russo, detto Peppe O' Padrino. E che quindi la passeggiata di Berlusconi sottobraccio a Cosentino per le strade di Napoli, fatta in occasione dell'ultima visita del premier nel capoluogo parteneopeo, ha rischiato di essere quantomeno equivocata dalla camorra.
Visto l'attuale panorama dei media è velleitario pensare che tv e giornali queste cose le dicano spontaneamente. È l'opposizione invece che dovrebbe ricordarle. E dovrebbe farlo ogni giorno, con costanza, utilizzando sempre le stesse parole. I concetti, anzi le informazioni, dovrebbero essere ripetuti mille volte, in ogni occasione possibile. Dovrebbero diventare una sorta di tormentone mediatico in grado di suscitare polemiche e dure prese di posizione. Perché nello scontro Berlusconi perde (vedi i sondaggi di luglio), col dialogo vince. Sempre.
Le troie trionfali di Silvio Berlusconi
di Miguel Martinez - Kelebek - 18 Settembre 2008
Avevo promesso un post per rispondere a un commento di Rosalux, e adesso mi tocca farne due. Perché Rosalux ha scritto di nuovo qualcosa di molto interessante e che condivido totalmente:
"Una comunicazione può essere efficace e al tempo stesso infondata o fondata su presupporsi falsi. Berlusconi ha convinto il 60% degli italiani di star facendo un ottimo lavoro. Ha fatto tagli alla scuola, e ha fatto credere di essere tornato alla buona vecchia scuola di una volta, ha tagliato fondi alla polizia, ma la gente è rasserenata dai soldatini. Ha la capacità di strutturare unità minime di pensiero ad elevatissimo grado di contagiosità."
Ci sono mille motivi, alcuni tipicamente italiani, per cui Berlusconi riesce a farsi amare. Voglio parlare solo di uno di questi, che non è la chiave di tutto. Il commento di Rosalux mi ha fatto venire in mente, infatti, la faccenda delle Signore/signorine Bella Presenza di cui Berlusconi si circonda, adesso che ha una maggioranza sufficiente per non dover riempire il governo di politicanti sempre pronti a fargli lo sgambetto.
Il caso più clamoroso è la Carfagna, ma ormai anche quando va in televisione - il rito più solenne per lui - Berlusconi si circonda di giovinette che incarnano in qualche modo la figura della Jeune-Fille. Ad esempio in un ammiccante incontro a Porta a Porta con la campionessa olimpica Valentina Vezzali e con Miriam Leone, meglio nota come Miss Italia. Questa scelta ha portato alle solite bordate di insinuazioni sulla vita privata di Berlusconi. Insinuazioni - a prescindere dalla loro insignificante fondatezza o meno - non solo volgari, ma anche stupide, che svelano a mio avviso l'intrinseca imbecillità dell'antiberlusconismo. Anzi, probabilmente quelle insinuazioni piacciono molto allo stesso Berlusconi.
L'insinuazione di fondo, tolti gli elementi di mero maschilismo o moralismo, è che Berlusconi sia un cretino che regala ministeri a giovani donne in cambio di favori personali. In un Paese Serio queste cose non succedono - il Paese Serio, una sorta di tecnocrazia capitalista dove tutti fanno le cose in orario e nessuno dice barzellette o parcheggia in doppia fila - è più o meno il mito della Sinistra Reale attuale.
Ora, Silvio Berlusconi non ha distrutto l'Italia e non ha creato una dittatura; però non ha fatto nemmeno praticamente nulla di buono. Eppure è il politico del dopoguerra che ha governato più a lungo, e ha più consensi che mai. Da cui possiamo dedurre che è lui a essere intelligente e i suoi avversari a essere cretini.
In questo paese di interminabili e feroci trame, Berlusconi - che avrà pure montagne di soldi, ma è un outsider rispetto ai poteri storici - non è un sentimentale. Se alle sue (ipotetiche) amanti regala ministeri e non collane di diamanti, come fanno i poligami normali, un motivo ci sarà.Attorno a sé, Berlusconi crea un'oggettiva atmosfera di bellezza e giovinezza. Ma non può essere una bellezza virile, adatta ai tempi storici delle grandi mobilitazioni e del culto del sacrificio, tipico di tutto il Novecento.
Siamo nell'epoca dell'intimità televisiva e del coccolamento narcisista. La tremenda immagine del femminile imposta e rispecchiata dal dominio maschile la conosciamo tutti: le donne sono giovani e belle o non sono. Ancheggianti, inaffidabili, portatrici di astiosi pettegolezzi, vittimiste, indisciplinate, lagnose, simpatiche e briose, rifiutano lo sforzo fisico perché ci si possono rompere le unghie, bugiarde, sensation seeker, incapaci di concentrarsi, se ne fregano dei grandi temi ma si legano al dito ogni piccolo torto personale, per uscire da ogni problema sbattono le palpebre al primo uomo che passa, insieme asservite e manipolatrici, ombelicali, alla perenne ricerca di frivolezze e piccoli piaceri. Prive di profondo essere, sono dunque pura immagine.
Il femminismo ha fatto un lavoro straordinario e benemerito di critica a questa costellazione. Ma il capitalismo post-borghese, che bada ai fatti e non alle riflessioni, ha semplicemente rovesciato i ruoli: bene, clienti di tutto il pianeta - qualunque sia il vostro genere anagrafico - liberate la puttana che c'è in voi!In questo senso - ma l'antiberlusconiano medio non potrebbe mai arrivarci - Silvio Berlusconi rinnega più profondamente il fascismo di chiunque altro, perché il mondo delle Jeune-Fille ha in orrore le musiche marziali. E non ama nemmeno maschi solenni e incravattati che parlano di astrazioni: il mondo borghese è ormai alle spalle, ne resta tutt'al più qualche frammento nella sinistra. E su questo tema troviamo una magmatica convegenza rosso-azzurra, un luogo in cui il berlusconismo "antitotalitario" si ritrova con un certo mondo libertario sessantottino.E infatti il complesso della Jeune-Fille lo troviamo incarnato anche nell'organo dell'Antiberlusconismo Assoluto, Repubblica. Perché non è questione di questa o di quella parte politica, ma di questa epoca. Come dimostra il penoso tentativo, compiuto qualche anno fa, di Clemente Mastella di fare il jeune-fille a torte in faccia.
E se pure Mastella ci prova...Berlusconi dai media passa allo stato. E in questo c'è un paradosso: perché i media demoliscono necessariamente lo stato. Ricevono le informazioni prima dei suoi servizi segreti; riempiono le menti di un circo di immagini tali da far abbandonare la scuola a qualunque Pinocchio; fanno scendere gli uomini di stato dai loro remoti balconi e palchi e permettono di vederne i nei; esaltano e condannano davanti a tutta la nazione, mentre i tribunali ci mettono anni. In fondo, l'antiberlusconismo di massa (non quello serio e noioso alla Travaglio) si nutre tutto di questa demolizione mediatica dello stato: avete visto le foto di Berlusconi che fa le corna? Usciranno le intercettazioni?Berlusconi ha saputo dare qualche mese di più di vita allo stato, trasformandolo in una funzione dei media, in un personaggio particolarmente simpatico del salotto di Bruno Vespa: salotto significativamente affollato da sempre da troiette.
sabato 20 settembre 2008
La Russia tradita dall’Occidente
Qui di seguito un articolo che ben delinea quale sia il naturale e comprensibile sentimento della Russia nei confronti dell’Occidente dopo la guerra con la Georgia del mese scorso.
Come e perché sta cambiando la Russia
di Giulietto Chiesa – Megachip – 20 Settembre 2008
L'Occidente nel suo complesso, tanto la sua componente americana, quanto quella europea, fanno fatica a rendersi conto della profondità del cambiamento provocato in Russia dalla cosiddetta “crisi georgiana”. Cosiddetta perchè il termine giusto per definire l'accaduto è invece un altro: “attacco georgiano contro la Russia”.
Non che io voglia dire che tutto si racchiude in quella forsennata aggressione. Al contrario mi pare di poter dire che Tzkhinvali è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso. Un momento topico, a suo modo fatale, in cui tante cose che giacevano appena sotto la superficie, sono state violentemente evidenziate. Un momento che spezza la continuità e espone lo stato delle cose con cruda brutalità.
Ricavo molte di queste impressioni dalla privilegiata posizione di partecipante al Valdai Forum, un gruppo di discussione che esiste da qualche anno e che consente a un certo numero di esperti internazionali, di “sovietologi” di antica e fresca data, di politologi, di giornalisti, di andare a diretto contatto con i maggiori leader della Russia, con uno scambio di idee molto franco (garantito dalle condizioni di “off the record”) e a tutto campo.
Tre ore con Vladimir Putin, il Premier, a Sochi, sul Mar Nero, il 10 settembre, e quasi tre ore con Dmitrij Medvedev , il Presidente l'11, a Mosca, in un grande salone del GUM, proprio di fronte al Cremlino. Con un intermezzo assai denso, tra il primo e il secondo, insieme al ministro degli esteri Lavrov.
Due uomini su cui il mondo intero si interroga, due stili sicuramente. Ma - per quanti sforzi i colleghi, specie quelli inglesi e americani, abbiano fatto per evidenziare le differenze, per verificare “chi comanda al Cremlino” - una linea unica, molto chiara, molto netta, molto nuova. Del resto c'era poco da aspettarsi in questo senso, visto che Putin e Medvedev, pur sapendo perfettamente cosa avrebbero voluto tirare fuori gli ospiti stranieri, pur essendo ben chiaro che si sarebbe scatenata la caccia all'errore dell'uno o dell'altro, delle differenze di accenti, di toni, si sono sottoposti alla prova, in rapida successione, apparentemente molto sicuri del fatto loro.
Riassumo alcuni dei passaggi cruciali, restando fedele alla norma concordata della citazione non letterale, cioè dell'uso delle cose ascoltate “in forma di background”.
Eccone uno, di Dmitrij Medvedev: “l'8 agosto è stato per noi la fine delle illusioni a proposito dell'Occidente”. Lo spirito delle cose dette da Putin, poche ore prima, era stato identico. E l'argomentazione non poteva essere più chiara. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica – così entrambi - per molte ragioni che conosciamo, la Russia fu debole, incerta. L'11 settembre e negli anni successivi, abbiamo sopportato con fatica la pressione che è stata esercitata, su di noi e contro di noi, dai vincitori della Guerra Fredda. L'abbiamo subita non solo perchè eravamo deboli, ma anche perchè coltivavamo delle illusioni a proposito dell'occidente, delle sue libertà, della sua sincerità nei nostri confronti. Così abbiamo dovuto subire l'incomprensibile, per noi, continua estensione dei confini della Nato.
Ce l'avete portata fin sotto il naso, fino all'interno dei confini che furono dell'URSS ma anche della Russia pre-rivoluzionaria. Abbiamo protestato ma non reagito. Non avremmo potuto. Poi ci fu l'11 settembre, e demmo una mano per aiutarvi nella lotta contro il terrorismo internazionale, per poi scoprire che gli Stati Uniti piazzavano basi militari e contingenti in diversi paesi dell'Asia Centrale. Il tutto mentre procedeva l'estensione dell'area di influenza americana in Georgia, e in Ucraina, cioè molto lontano dai confini degli Stati Uniti e molto vicino ai nostri. Due guerre, in Afghanistan e Irak, sono state scatenate e noi non abbiamo messo il naso. Con l'Iran abbiamo dato una mano.
Ma in Serbia l'occidente ha fatto quello che ha voluto, contro Belgrado ma anche contro di noi e le nostre rimostranze, fino alla violazione dei patti che la sovranità serba sul Kosovo non sarebbe stata messa in discussione. Questa storia dei patti che non si rispettano – ha detto Medvedev - ricorre troppe volte dalla fine della guerra fredda. Fossero stati più esigenti i leader sovietici che trattarono la ritirata dell'89 (allusione molto critica a Gorbaciov, pur senza nominarlo) , avrebbero chiesto che fosse firmato l'impegno a non allargare la Nato. E questo impegno, sebbene non scritto, ci fu. Ma anche dopo la guerra della Nato contro la Jugoslavia era rimasto l'impegno a non riconoscere unilateralmente l'uscita del Kosovo dalla Serbia. Poi, insieme alle provocazioni della dirigenza ucraina e georgiana, ecco arrivare i nuovi missili in Polonia e il radar in Repubblica Ceca, che ficcherà il naso, del tutto indebitamente, in profondità nei confini russi. Fino all'offensiva di Saakashvili contro le nostre forze d'interposizione che si trovavano del tutto legalmente in Ossetia del Sud.
Cosa ci si aspettava a Washington – ha esclamato Putin a un certo momento – che non reagissimo? Che non difendessimo i nostri soldati, alcuni dei quali erano già caduti sotto i primi attacchi della notte tra il 7 e l'8 agosto? Ci dite che abbiamo esagerato nella risposta. Ma non ci si può difendere da un attacco di quelle dimensioni senza colpire i centri di comando, quelli di comunicazione, gli aeroporti da dove partivano gli aerei che bombardavano l'Ossetia e le nostre truppe. Avete scritto e ripetuto che la Russia stava invadendo la Georgia. Completamente falso: questo non era nelle nostre intenzioni e non è avvenuto. Ogni parallelo con il '68 cecoslovacco era ed è senza alcun senso.
Questo il quadro. E questo quadro “ha modificato le nostre priorità” (Medvedev). Fine del dialogo? Niente affatto, ma attenzione (Putin) che la nostra ritirata è finita. Noi “non vogliamo tornare al clima bipolare” (Medvedev), ma “ci vuole una nuova architettura della sicurezza internazionale” (Putin) perchè quella attuale non ci soddisfa per niente. Il sistema bipolare non ha prospettiva, ma anche l'idea unipolare è morta e defunta.
La Russia non è l'URSS. Smettetela di prolungare questo equivoco.
Smettetela di allargare la Nato includendo paesi divisi al loro interno, elites impreparate e piagate dai ricordi del passato, sistemi istituzionali instabili. Questo aumenta l'insicurezza di tutti.
Pensate cosa sarebbe successo in agosto se la Georgia avesse già avuto accesso alla Nato. “io – ha detto Medvedev – non avrei comunque esitato un secondo a prendere le decisioni che ho preso quella notte, ma le conseguenze sarebbero state di un ordine di grandezza superiore”.
Insomma, la crisi è stata un catalizzatore che “ha modificato tutto il quadro delle relazioni esterne della Russia”. Adesso si cambia. Meglio che gli Stati Uniti e l'Europa se ne rendano conto. Ad ogni azione seguirà una reazione, anche se non uguale e contraria, anche se non simmetrica, di analoga forza.
Sanzioni contro la Russia? Putin più sferzante, Medvedev più pacato, hanno detto “non provateci”. Bisogna ancora vedere chi pagherebbe maggiori prezzi. I vostri uomini d'affari sarebbero i primi a non gradire tali decisioni. Ed è stato Putin, propriamente nella sua posizione di capo del governo, a illustrare puntigliosamente la situazione economica della Russia, i suoi vantaggi strategici di risorse, prima di tutto energetiche, ma anche finanziarie, naturali, tecnologiche, umane. “Noi non abbiamo ambizioni espansionistiche in nessuna direzione“ (Medvedev) e siamo interessati a vendere le nostre risorse come abbiamo fatto, senza problemi, in tutti questi anni.
Ma se l'Occidente “continua a spintonarci” (Putin), allora sappiate che noi, in primo luogo, non ci faremo più spintonare e, in secondo luogo, che abbiamo molto spazio per volgerci altrove. “Noi non dimentichiamo le nostre profonde radici europee” - ancora Medvedev – ma possiamo (in una certa misura dovremo) muovere il baricentro del nostro interesse verso l'oriente, altrimenti le nostre immense regioni a est non potranno svilupparsi”.
Il segnale è chiaro e Putin non ha mancato di ricordare che il primo terminale di un nuovo gasdotto è stato inaugurato ai confini con la Cina. Vale in primo luogo per l'Europa, la cui posizione realista , interpretata da Sarkozy, presidente di turno, non è dispiaciuta a Mosca.
Ma all'Europa, divisa tra l'opzione americana e quella “europea”, sono andati anche rimbrotti pesanti.
Chi vuole l'Ucraina nella Nato si rende conto di cosa potrebbe accadere? Avete valutato l'eventualità di un paese che si spacca in due? Avete chiaro che la maggioranza degli ucraini non vuole entrare nella Nato? Avete ben chiaro che la flotta russa è dislocata a Sebastopoli, in Crimea, e che esiste un accordo con il governo di Kiev per mantenervela fino al 2017? E che navi russe e navi Nato si troverebbero a stretto contatto in un'area altamente sensibile per la sicurezza russa?
E' ovvio che faremo tutto ciò che è possibile per impedire una tale soluzione. Qualcuno s'indigna perchè lo diciamo? Qualcuno strilla che noi poniamo veti, che noi vogliamo limitare le scelte di un paese sovrano ai nostri confini? Allora (Medvedev e Putin, all'unisono) noi vi chiediamo: perchè mai gli Stati Uniti possono premere su Kiev per farla entrare nella Nato, loro che stanno a migliaia di miglia distanza, mentre noi non potremmo esercitare i nostri diritti di sicurezza?
Parole chiare e dure. E anche difficilmente contestabili. Sottovalutarle significa accrescere a dismisura l'eventualità di un innalzamento del pericolo di guerra al centro dell'Europa. E' giunto il momento della massima responsabilità e del massimo realismo. In questo frangente coincidono.
giovedì 18 settembre 2008
Malaysia: sistema politico verso una svolta epocale?
La situazione politica in Malesia e’ in continua fibrillazione dal marzo scorso, quando si sono svolte le elezioni politiche vinte come sempre dalla coalizione di 14 partiti – Barisan Nasional, il Fronte Nazionale – ma che per la prima volta dal 1969 ha conquistato solo la maggioranza semplice dei seggi parlamentari (140 su 222 seggi) e non l’abituale maggioranza di due terzi. Mentre la coalizione all’opposizione ne ha 82.
Ma si prospetta un cambio di governo se 30 parlamentari della maggioranza passeranno all’opposizione, come piu’ volte promesso dal leader dell’opposizione Anwar Ibrahim, che il 16 Luglio scorso era stato arrestato con l’accusa di sodomia. E’ la seconda volta che viene arrestato per questo reato, infatti gia’ nel 1998 quando era vice premier e ministro dell’economia era andato in galera dove vi e’ rimasto fino al 2004.
L'ex vice-primo ministro malese ha sempre rigettato le accuse, che considera mirate a porre fine al suo ritorno in politica, culminato con la schiacciante vittoria del suo partito nelle elezioni suppletive del 26 Agosto scorso nello stato nordoccidentale di Penang - una delle aree più industrializzate, avanzate e importanti dell’intero Paese – grazie alle quali Anwar e’ ritornato ad essere un membro del parlamento.
Comunque il termine del 16 Settembre fissato da Anwar Ibrahim per il promesso cambio di governo e’ gia’ trascorso e nel frattempo il premier Abdullah Badawi ha ceduto la poltrona di ministro dell’economia al suo vice premier Najib Razak, un gesto che preconizza il futuro passaggio di consegne della premiership previsto tra due anni.
Una staffetta tutta all’interno del partito che domina la coalizione Barisan Nasional, l’UMNO.
Ma tutto cio’ andra’ in fumo se Anwar riuscira’ veramente a far cadere il governo, attraverso il salto della quaglia dei 30 parlamentari della maggioranza, e a diventare premier.
Le conseguenze di questo eventuale cambio di maggioranza governativa sono pero' del tutto imprevedibili, trattandosi infatti di una novita' epocale per la Malaysia.
Malaysia, scacco al re
di Alessandro Ursic – Peacereporter – 19 Settembre 2008
Una struttura di governo che rischia di cadere dopo 51 anni, un leader dell'opposizione inseguito da accuse di sodomia ma sempre più popolare, un partito al potere che sente la pressione e cerca di difendersi con un evidente giro di vite contro i dissidenti, tensioni in aumento nei rapporti tra le diverse comunità. La placida Malaysia, per decenni un esempio di stabilità nel turbolento sud-est asiatico, da alcuni mesi a questa parte non è più la stessa. Come una pentola a pressione tenuta chiusa per troppo tempo, ora sembra sul punto di esplodere.
Cinque giorni dopo l'arresto dell'autore di un popolare blog, Malaysia Today, mercoledì sera la polizia ha sbattuto dietro le sbarre Syed Azidi Syed Aziz, un secondo blogger molto critico con il governo di Abdullah Badawi: la sua “colpa” è quella di aver invitato i suoi lettori ad appendere la bandiera nazionale all'ingiù, in protesta contro l'attuale situazione politica. Un atto “maligno”, secondo il premier. Gli arresti sono possibili grazie alla “Legge contro la sedizione”, che consente la detenzione senza processo. Ma per quanto i gruppi per i diritti umani calcolino in 64 il numero di persone in carcere in base a questa legge anti-terrorismo, l'impennata nella repressione del dissenso è chiara a tutti. Anche perché la settimana scorsa, insieme al primo blogger, sono stati arrestati anche un'esponente dell'opposizione (per essersi opposta al volume troppo alto degli altoparlanti di una moschea) e un giornalista della comunità cinese, poi rilasciato.
Nel frattempo, il leader dell'opposizione Anwar Ibrahim sembra sul punto di sferrare l'attacco decisivo al governo di Abdullah. Aveva annunciato di voler portare dalla sua parte almeno 30 deputati del Fronte Nazionale, al governo da quando la Malaysia è indipendente. La coalizione di tre partiti all'opposizione dispone al momento di 82 seggi su 222: se Anwar riuscisse nell'intento, farebbe finire l'attuale governo in minoranza al Parlamento. Ora il sempre più popolare leader sostiene di aver raggiunto l'obiettivo, avendo strappato a più di 31 deputati della maggioranza la promessa di voler passare all'altra sponda; e pur non rivelando i nomi – per proteggerli da ritorsioni, a suo dire – ha chiesto che venga convocata una sessione d'emergenza del Parlamento, in vacanza fino a metà ottobre, in modo da votare una mozione di sfiducia al governo. Se il premier Abdullah si rifiuterà di farlo, ha detto Anwar, allora i leader della sua “Alleanza del popolo” si consulteranno per decidere il da farsi.
In sostanza, Anwar continua a far pressione sul governo, senza però scoprire le sue carte. Dovesse davvero cadere l'esecutivo, per la Malaysia non sarebbe un semplice avvicendamento: la “Organizzazione nazionale dei malesi uniti” (Umno), che rappresenta l'etnia Malay e domina nella coalizione “Fronte nazionale”, ha sempre governato in un sistema che riserva alla comunità dominante diversi privilegi. Ma oltre cinquant'anni di governo dello stesso partito, oltre ad aver esasperato le minoranze indiane e cinesi, hanno generato malcontento anche tra molti Malay: la cattiva congiuntura economica e l'impennata dell'inflazione stanno facendo il resto. Anwar guida proprio una coalizione che rappresenta le minoranze e i Malay delusi dalla corruzione dell'attuale sistema. E dalle elezioni dello scorso marzo, quando per la prima volta il “Fronte nazionale” è sceso sotto i due terzi dei seggi in Parlamento, Anwar – protagonista di una resurrezione politica – ha sentito che era il momento di attaccare.
Il leader dell'opposizione sembra avere tutta l'inerzia, ma su di lui incombono nuove accuse di sodomia, un reato in Malaysia. Già alla fine degli anni Novanta Anwar, allora vice del premier Mahathir bin Mohamad, venne incarcerato per lo stesso motivo. Si è sempre difeso sostenendo che le accuse erano fabbricate ad arte per motivi politici, ma ciò non gli ha impedito di finire in carcere per cinque anni. Dopo aver lasciato l'Umno, ora gli si è messo contro per cercare di spodestarlo. Ma a inizio anno, dopo la testimonianza di un collaboratore, è stato accusato per la seconda volta di sodomia. Il governo intanto vacilla e cerca di dare un'immagine di rinnovamento: nei giorni scorsi il premier ha lasciato il ministero dell'economia, tradizionalmente nelle mani del primo ministro, al suo vice Najib Razak, in quello che è stato interpretato come un graduale passaggio di consegne alla guida dell'Umno. Se non basterà a riprendere il controllo sui parlamentari pronti a cambiare sponda, la tentazione di respingere l'attacco di Anwar per via giudiziaria potrebbe diventare irresistibile.
Crisi finanziaria negli USA: l’effetto domino e’ partito
Dopo la scomparsa di Lehman Brothers e il salvataggio di AIG con 85 miliardi di dollari immessi dalla FED, la BCE oggi ha reso noto che saranno adottate misure per alleviare la pressione sui finanziamenti a breve termine in dollari. Le misure saranno in coordinamento con Banca del Canada, Banca di Inghilterra, Federal Reserve, Banca del Giappone e Banca Nazionale Svizzera.
La nota recita "Le banche centrali intendono migliorare le condizioni di liquidità del mercato, lavorano in stretto coordinamento e prenderanno le misura appropriate alla situazione".
La paura e’ quindi veramente grossa e infatti la BCE ha offerto 40 miliardi di dollari, la FED ha autorizzato un importo di 180 miliardi, la BoE offrirà inizialmente 40 miliardi, la Banca nazionale elvetica ha alzato l'importo a 27 miliardi e la BoJ fino a 60 miliardi. Per un totale finora di ben 347 miliardi di dollari.
Intanto sempre oggi Huijin Investment, una controllata della governativa China Investment Corp., ha annunciato la decisione di acquistare azioni di tre delle principali banche statali del Paese: China Construction Bank, Industrial and Commercial Bank of China e Bank of China.
La decisione, effettiva da subito, mira a rafforzare il controllo statale di queste banche e a stabilizzare il valore dei titoli in Borsa.
I cinesi cercano quindi di anticipare i tempi e di non trovarsi nella stessa condizione della FED, costretta a muoversi quando era ormai troppo tardi.
Comunque il volto della finanza internazionale e’ gia’ mutato. Bear Stearn si e' fusa nei mesi scorsi con Jp Morgan, Lehman Brothers e' scomparsa per bancarotta e Merrill Lynch e' stata rilevata da Bank of America.
E l’effetto domino, pur con i pesanti interventi delle varie Banche Centrali, sara’ difficile da frenare del tutto e si attendono percio’ ulteriori costosissimi salvataggi.
I prossimi nella lista sono Morgan Stanley e Goldman Sachs, a meno che non vengano al piu’ presto nazionalizzate dalla FED prima di fallire.
Ma il collasso finanziario mondiale e' dietro l'angolo. The party is over.
Serve una terapia d’urto o le borse rischiano la chiusura
di Massimo Giannini – La Repubblica – 18 Settembre 2008
Il racconto di un trader: ormai il sistema è al collasso. "Sta accadendo qualcosa di inimmaginabile, mai visto prima""FORSE non avete capito cosa sta succedendo. Qui il problema non è Wall Street che perde il 4%. Qui siamo a un passo dal collasso totale dei mercati, dalla crisi del sistema finanziario globale".
Il noto trader milanese consulta le carte, snocciola le cifre, riordina i fatti, e in cima alla giornata più drammatica e indecifrabile di questo Settembre Nero dei mercati avanza l'ipotesi più funesta: "Non si può escludere nulla. Nemmeno che da un momento all'altro si decida la chiusura delle principali Borse mondiali...".
Benvenuti nel Nuovo '29. Evocata, temuta, ma in fondo mai presa sul serio, la "crisi di sistema" del capitalismo finanziario globale si materializza nelle parole dell'operatore che la sta vivendo in presa diretta, minuto per minuto. È anonimo, e non può essere diversamente, perché quello che dice è talmente preoccupante da non poter essere "firmato" da chi, ogni giorno, compra e vende titoli per milioni di euro. "In questo momento - spiega - ogni parola può creare altro panico, ed è meglio evitare...".
Ma se quello che racconta è vero - e a giudicare dall'andamento degli scambi sui mercati e dalle mosse delle autorità politiche e monetarie non possiamo dubitarne - il panico è già abbondantemente giustificato. "Sta accadendo qualcosa di inedito, che non abbiamo mai visto prima. Dall'America si sta diffondendo una crisi di fiducia senza precedenti, tra banche e banche e tra banche e clienti. Una crisi che colpisce in prima battuta quelle che un tempo avremmo chiamato le "Big Five", cioè le grandi "investment banks" : Bear Stearns, Lehman Brothers, Merrill Lynch, Morgan Stanley e Goldman Sachs. Le prime due ce le siamo già giocate, la terza prova a salvarla Bank of America, ma ora il punto è che stanno finendo nel mirino anche le altre due".
Non a caso, i titoli Morgan e Goldman, a New York, sono letteralmente crollati, lasciando sul campo oltre il 40% del proprio valore. "Ma quello è solo il sintomo, la febbre - spiega l'operatore - perché la malattia è molto più grave. E la malattia è questa: dopo il crac della Lehman gli investitori istituzionali, e soprattutto gli hedge funds, stanno chiudendo le proprie posizioni presso le grandi banche d'investimento americane, perché non si fidano più della loro solvibilità. Questo sa cosa significa? Significa il collasso dei mercati azionari e obbligazionari mondiali, il "meltdown" totale di tutti gli scambi finanziari del pianeta".
Non è un'esagerazione. È la pura realtà, che deriva da un dato di fatto che ci porta a riflettere sulle distorsioni del modello capitalistico "drogato" da Greenspan e cavalcato da Bush: "Queste grandi "investment banks" muovono ogni giorno trilioni di miliardi di dollari. Hanno in custodia, in regime di sostanziale monopolio, la quasi totalità dei titoli posseduti dagli investitori istituzionali e dagli hedge funds di tutto il mondo. Ora, se questi ultimi cominciano a ritirarli, perché temono il default delle stesse banche d'affari, non si rischia solo qualche altro "fallimento eccellente", ma si blocca tutto il meccanismo che regge i mercati finanziari. Glielo spiego con un esempio: le banche d'affari sono il "motore" del sistema finanziario globale. I loro clienti, investitori istituzionali ed hedge funds, sono l'olio che fa girare quel motore. Nel momento in cui l'olio viene a mancare, perché i clienti smettono di versarlo, il motore fonde, e la macchina è da buttare".
Questa è la posta in gioco. "Con un'aggravante. Investitori ed hedge funds chiudono le loro posizioni, e per esempio sulla piazza di Londra stanno cercando di dirottare i propri investimenti sulle grandi banche "retail", che al momento sembrano più sicure: Deutsche Bank, Santander, Bnp. Ma ormai non funziona più neanche questo, perché i mercati, terrorizzati dal fantasma del crac globale, sono totalmente illiquidi. Non si riesce né a comprare né a vendere, perché mancano le controparti. Per questo la crisi è di sistema, e rischia di travolgere tutto. Non c'è più fiducia. Le mosse di Paulson non convincono nessuno, la gente non crede al salvataggio di Aig, che infatti continua a perdere a rotta di collo, e i "Treasury bond" americani hanno raggiunto un rendimento dello 0,23%, una cosa che non si vedeva da mezzo secolo. Le stesse banche centrali, la Fed e la Bce, non sanno che pesci prendere, perché hanno capito che questo non è un "trend" classico dei cicli borsistici: rialzi e crolli non sono mai stati un problema, figuriamoci, ci siamo abituati, fanno parte del gioco. Il guaio, stavolta, è che è proprio il gioco in sé che si sta rompendo".
Il trader italiano, di stanza a Piazza Affari, vive ai margini del ciclone finanziario americano. Ma cita altri due indizi, che danno la misura del livello di allarme scattato anche nelle "province" dell'impero del capitale globale: "Primo: stamattina la Banca d'Italia ci ha chiesto di fornirgli entro mezz'ora, e dico entro mezz'ora, le posizioni aperte con Lehman da tutti noi operatori nazionali: una roba mai successa. Secondo: nel pomeriggio abbiamo vissuto momenti di forte tensione, perché neanche la Cassa di compensazione aveva più liquidità sufficiente. Cioè: la Cassa non paga, noi non paghiamo, e così tutto l'ingranaggio va in tilt da un momento all'altro".
Il tema vero è: ci si può ancora salvare da questo Nuovo '29 che incombe? L'operatore spera, ma non si avventura: "Parliamoci chiaro: qui, se siamo ancora in tempo, ci sono solo due possibilità per non far fondere tutta la macchina. La prima possibilità è che almeno un paio di grandissime banche commerciali di dimensione mondiale, che so, Hsbc tanto per fare un nome, si comprino le banche d'affari americane a un passo dal tracollo: operazione possibile, anche se molto complicata, che richiederebbe comunque una fortissima "moral suasion" da parte del potere politico. La seconda possibilità è che invece sia proprio la politica americana a fare il passo più estremo, nazionalizzando Morgan e Goldman prima che sia troppo tardi. Operazione complicata e forse impossibile, se non al prezzo di addossare ai contribuenti i costi enormi del doppio salvataggio e snaturare per sempre il modello liberale del capitalismo Usa".
Altre soluzioni, per il trader milanese, non ne esistono. E oltre tutto bisogna fare presto, perché la velocità con cui questa crisi si sta avvitando su se stessa è impressionante. Per questo, in attesa che qualcuno decida qualcosa, l'operatore ipotizza addirittura il ricorso all'arma fine di mondo: "Se questo è il clima, ci può stare anche che le autorità decidano, da un giorno all'altro di chiudere le Borse. È un'ipotesi estrema, è chiaro, che in Italia è successa solo nel luglio '81 dopo lo scandalo P2, e in America dopo l'attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre. Ma ora come ora non mi sento di escludere niente. Qualcosa bisogna pur fare. Bisogna prendere il toro per le corna. Anzi, stavolta bisogna prendere l'orso per la coda, visto che sul mercato, di tori, non ce ne sono più".
Capitalismo di Stato
di Federico Rampini – La Repubblica – 18 Settembre 2008
Le drammatiche convulsioni dei mercati segnano la fine di un'epoca, e la fine del capitalismo americano come lo avevamo conosciuto. La nazionalizzazione della più grande compagnia assicurativa mondiale, l'American International Group rilevato dalla banca centrale Usa con un'iniezione salvavita di 85 miliardi di dollari, è stata un gesto estremo.
Non ha precedenti in un secolo di vita della Federal Reserve. A malincuore l'autorità monetaria ha dovuto allargare a dismisura il proprio campo d'intervento, sobbarcandosi addirittura il controllo diretto di un gigante assicurativo, al termine di dieci giorni che hanno sconvolto le regole del gioco e ridisegnato la geografia dell'economia di mercato. Alle prese con una crisi storica, l'America diventa suo malgrado la patria di un nuovo capitalismo pubblico, dettato da uno stato di necessità.
E' l'epilogo drammatico di un decennio di eccessi della finanza. Se doveva arginare il panico delle Borse, la nazionalizzazione dell'Aig sembra un fiasco: ieri l'onda di paura non si è placata. Ma attenzione, non si può sapere che cosa sarebbe accaduto in assenza di questo inaudito salvataggio statale. Aig ha 116.000 dipendenti, quasi cinque volte quelli della banca d'affari Lehman lasciata fallire appena 48 ore prima. Aig emette polizze vita e gestisce fondi pensione per decine di milioni di famiglie; l'impatto sociale di una sua bancarotta poteva aprire una falla inquietante nel sistema del Welfare privatistico. Infine e soprattutto, l'Aig si era sciaguratamente "diversificata" in nuovi mestieri finanziari, come l'emissione di complessi contratti di assicurazione contro il rischio-fallimento (Credit Default Swaps).
Nati come strumenti di copertura del rischio, questi titoli "esoterici" sono diventati un immenso business speculativo con diramazioni nel mondo intero. Nell'impossibilità di onorare i suoi debiti, Aig si trovava quindi al centro di una ragnatela di rapporti finanziari con tutte le assicurazioni, banche e istituzioni finanziarie del pianeta, che rischiava di trascinare con sé nel disastro. Ancora più della dimensione sociale, è questo rischio sistemico che ha fatto vacillare la fermezza di Ben Bernanke.
Il banchiere centrale che a marzo aveva dovuto allungare un "aiutino" di 30 miliardi a JP Morgan Chase per farle comprare la Bear Stearns, e che due weekend fa aveva scaricato sul contribuente americano i colossi dei mutui Fannie e Freddie (costo minimo 120 miliardi), domenica scorsa aveva finalmente opposto un secco no alle richieste di salvataggio della Lehman.
Il presidente della Fed sentiva di dover scrivere la parola stop, tracciare un limite alla catena di salvataggi. Sentiva montare l'insofferenza contro l'establishment di Wall Street, la cui ingordigia e i cui errori micidiali vengono ora "abbuonati" con la socializzazione delle perdite. Ma i principii severi non hanno retto alla prova dello choc. Bernanke ha dovuto rinnegare la sua linea del rigore di fronte all'evidenza: era semplicemente inconcepibile affrontare una bancarotta dell'Aig. E tuttavia dopo la nazionalizzazione dell'Aig la reazione dei mercati è stata quell'incubo che Bernanke sperava di evitare.
Gli investitori si sono subito chiesti quale sarà il prossimo crac. Morgan Stanley, Goldman Sachs - le due ultime merchant bank sopravvissute alla carneficina - sono finite nel vortice delle speculazioni ribassiste. E se Bernanke scoprisse che anche loro sono "troppo grandi e troppo interconnesse" per lasciarle fallire? Già si affaccia al Congresso di Washington un piano d'intervento eccezionale: la creazione di un maxi-trust federale, finanziato con risorse pubbliche, che nazionalizzi una dopo l'altra tutte le banche che cadranno. L'Iri all'ennesima potenza.
Solo il New Deal di Franklin Roosevelt adottò mezzi così radicali, per affrontare le conseguenze della Grande Depressione. Si può ironizzare sul fatto che queste spregiudicate nazionalizzazioni vengono dalla patria del liberismo e da un'amministrazione repubblicana che venerava lo "Stato minimo".
Oppure ci si può inchinare di fronte a una qualità che caratterizza una certa classe dirigente americana, di cui Bernanke è un perfetto esponente: il pragmatismo. Se siamo di fronte a una crisi di proporzioni storiche, come sostengono Alan Greenspan e Mario Draghi, non serve più a nulla invocare i principii. Perfino la coerenza passa in secondo piano. Quando l'aereo è in picchiata non si chiede al pilota di consultare il manuale d'istruzioni: è il momento in cui la salvezza può dipendere dai riflessi istintivi, dall'intuizione giusta, dalla capacità di navigare a vista.
Bernanke e il ministro del Tesoro Henry Paulson procedono a tentoni, con una visibilità nulla sul futuro. Se ce la faranno a uscirne, le nuove regole del gioco le stanno scrivendo loro in queste ore. Altrimenti il giudizio storico sarà pesantissimo. I "precedenti" non sono di alcun aiuto. Certo l'America fu capace di altrettanto pragmatismo quando sotto Nixon, Carter e Reagan usò denari pubblici per salvare la Lockheed, nazionalizzare temporaneamente la Chrysler, ripianare i buchi di bilancio delle casse di risparmio. Ma nessuna di quelle bancarotte aveva una caratteristica della tempesta attuale: la capacità di destabilizzare l'intera economia globale.
Il provvedimento con cui il governo russo ieri ha dovuto chiudere la Borsa di Mosca (un infausto presagio che potrebbe contagiare altri mercati) è emblematico della dimensione nuova di questa crisi. E' proprio la dimensione inusitata, quella che fa sorgere un dubbio tremendo: che l'ampiezza della metastasi e la gravità della malattia superi perfino i mezzi della più potente banca centrale e della nazione più ricca del pianeta. Ieri non è sfuggito ai mercati un provvedimento eccezionale: il Tesoro di Washington ha dovuto varare in fretta e furia delle emissioni speciali di titoli per rifinanziare la stessa Federal Reserve. L'autorità monetaria americana - pur essendo per definizione il creditore di ultima istanza, dotato della facoltà di stampar moneta - deve farsi rifinanziare con un nuovo canale di debito pubblico. Dunque ecco il Tesoro che "presta" alla Fed.
Ma chi presta al Tesoro? E chi finanzierà il maxi-trust - l'Iri made in Usa - se il Congresso sarà costretto a varare il piano delle nazionalizzazioni bancarie a tappeto? Certo le famiglie americane dovranno subìre un ridimensionamento del loro tenore di vita, e per generazioni ripianeranno questi debiti con le loro tasse. Intanto i Treasury Bonds (i Bot americani) li abbiamo comprati anche noi, ne sono strapieni i portafogli di tutte le istituzioni finanziarie del mondo: le assicurazioni europee e asiatiche, i fondi comuni italiani, la banca centrale di Pechino. L'effetto-contagio è appena agli inizi.
mercoledì 17 settembre 2008
Israele: il carnefice che soffre di perenne vittimismo
Qui di seguito due articoli che, pur con angolature diverse, dimostrano quanto il servilismo nei confronti di Israele sia in costante ascesa e goda di ottima salute in mezzo mondo - soprattutto in Occidente, naturalmente - e quanto tutto cio’ impedisca di garantire alle migliaia di vittime civili delle violenze israeliane un giusto risarcimento e di ottenere una sentenza di condanna che, per quanto formale e inutile possa alla fine dimostrarsi, almeno simbolicamente faccia pero’ giustizia nei confronti dei continui crimini di guerra commessi dal peggior gruppo terrorista del mondo: l’esercito israeliano, coadiuvato costantemente dai coloni ebrei in armi.
Il vero partito di Alemanno
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 13 Settembre 2008
Questa non la sapevo, ho dovuto apprenderla da un articolo di John Laughland, intelligente giornalista britannico controcorrente (1).
Laughland racconta ai suoi lettori lo sdegno ipocrita che, in Italia e in Europa, ha accolto le frasi di Alemanno sul fascismo (non era il male assoluto, lo è diventato solo per le leggi razziali del ’38) e di Larussa (anche gli italiani che aderirono a Salò lo fecero per amor di patria).
Dopo queste dichiarazioni “l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni s’è dimesso dalla direzione del Museo della Shoah nella capitale, di cui Alemanno è presidente”. Tutti si sono strappati le vesti, gridando al fascismo che torna, anche la lobby ebraica italiana. Ma quale fascista, scrive Laughland: Alemanno “l’ho intervistato per The Spectator, e l’ho trovato non solo stufo marcio di doversi difendere continuamente da queste accuse, ma anche molto più vicino ai neoconservatori che ai fascisti. Alemanno ha persino creato un gruppo chiamato Kadima World Italia, il cui scopo, come dice il nome, è sostenere le politiche del partito israeliano fondato da Ariel Sharon.
Alemanno m’ha detto: “Difendere Israele è difendere l’Occidente”. Ecco a cosa s’è ridotta quel che chiamiamo democrazia. Votiamo un politicuccio italiano nel presupposto che, almeno, sostenga gli interessi italiani, o dei romani di cui è sindaco, e lui invece è lì per difendere, prima, gli interessi di un partito israeliano, di quello attualmente al potere. La fedeltà e lealtà del politico da noi votato vanno ad Israele. Ma l’abbiamo poi votato? Abbiamo espresso la nostra preferenza? Alemanno è stato messo lì da un accordo fra segreterie, su indicazione di una lobby, selezionato in base ad alchimie di partito in cui, come cittadini votanti, non abbiamo voce in capitolo.
Ha ragione Laughland: è il gran partito occidentale dei neoconservatori israeliani. La versione comica e piccina della “democrazia” americana. Anche Bush è stato “eletto” non dai votanti ma dalla Corte Suprema, che ha sancito che a lui erano andati 500 voti di differenza sul suo rivale Al Gore (allo sconfitto per decreto è stato dato, come consolazione, il Nobel per Nullità); e non solo Bush, ma i candidati alle elezioni americane, si affannano a proclamare che metteranno l’interesse di Israele davanti a quello degli Stati Uniti. Evidentemente non fanno appello al voto dei cittadini, non è il loro giudizio che temono nè il loro favore che cercano, ma quello dell’AIPAC, American Israeli Political Committee.
E chiamiamo ancora tutto questo “democrazia”.
Alemanno ha dovuto difendersi, balbettante, dallo sdegno della comunità ebraica di cui è amicissimo, o meglio servo. Prosegue Laughland: “Ciò che più disgusta in qusta falsa indignazione sul presunto fascismo di Alemanno è che la stessa gente che la esprime non fanno lo stesso nei riguardi di certi politici europei” che proclamano apertamente la loro simpatia per il nazismo. “Parlo”, dice Laughland, “dell’ex premier dell’Estonia Mark Laar, che è il cocco dell’establisment di Washington ed ospite fisso dell’AmericanEnterprise (il think-tank di Wolfowitz, Perle e Ledeen: insomma dei gestori dell’unilatealismo aggressivo americano)”.
Laar è “un simpatizzante delle Waffen SS estoni...Laar è autore di un libro che esalta la resistenza antisvietica in Estonia che fu condotta dalle Waffen SS; si è anche opposto alla rimozione di un monumento celebrativo delle SS che sorge in un villaggio” estone.Perchè la comunità ebraica, così urtata dalle incaute frasi del loro membro Alemanno, non rivolgono il loro sdegno verso Laar? Se il fascismo italiano è il male assoluto, il nazismo tedesco cos’è?
Continua Laughland: “Non ci sono state proteste nemmeno contro il presidente lituano Valdan Adamkus, che come i suoi colleghi di Lettonia ed Estonia è nato e cresciuto da cittadino americano (ecco la democrazia baltica: tre americani come presidenti), che ha combattuto personalmente nell’armata germanica e lo proclama nel suo website.
Silenzio anche quando il governo lettone ha creato a Lestene un cimitero con migliaia di tombe per la Divisione Lettone SS che combattè i sovietici”. Le nuove “democrazie” baltiche, nota il giornalista britannico, sono come minimo “revisioniste”: fondano musei anti-russi dove proclamano che i loro paesi furono “occupati” dall’Urss, mentre molti estoni e lettoni furono bolscevichi entusiasti”.Varrà la pena di ricordare che fu un reparto di fucilieri lettoni, al comando dell’ebreo e segretario del Comitato Centrale Jacob Sverdlov, a sterminare lo zar e la sua famiglia ad Ekaterinburg; la città dell’eccidio fu poi rinominata “Sverdlovsk”, dal nome dell’assassino glorioso.“Eppure, non senti mai qualche politico che esprime allarme alla inclusione di questi personaggi e dei loro stati entro l’Unione europea e la NATO.
Forse perchè l’imperativo geopolitico è di averli a bordo, questi estremisti, allo scopo di usarli come punte di lancia dell’accerchiamento della Russia operato dalla NATO , è ritenuto più importante dei tabù del politicamente corretto”.
Ecco un argomento che Alemanno potrebbe opporre al suo capo, Riccardo Pacifici: Badrone, perchè te la prendi con me povero negro, quando avete imbarcato dei nazisti biondi, orgogliosi di esserlo, e li chiamate pure “democratici”? Non sono “democratico” anch’io, badrone?
A sua discolpa Alemanno potrebbe persino esibire il numero del 13 settebre di Libération, il quotidiano trotzkista (attualmente proprietà dei Rotschild), che dà ampio spazio a una tirata anti-russa di Andriu Kubilius, presidente della commissione affari europei della Lituania, Marko Mihkelson, suo pari-grado in Estonia, e Vaira Peagle, altro pari-grado della “democrazia” lettone (2). Questi sono tre neonazisti dichiarati, perché deplorano “la disfatta dal nazismo” che rese possibile “il disegno di Stalin per l’Europa, porre le democrazie dell’Est sotto la tirannia sovietica”.
D’accordo: ma allora non è il nazismo il male assoluto, bensì Stalin? Nei paesi baltici, il nazismo è autorizzato. Dalla lobby, dall’”Occidente”. Si può.
I tre nostalgici autorizzati di Hitler dicono ora, sul Libé della gauche-caviar-Rotschild, che Putin è il nuovo Stalin; che lo ha dimostrato con “l’aggressione militare brutale della Russia alla Georgia” (ma Berlusconi non dice il contrario, che è stata la Georgia ad aggredire?); che dunque la NATO deve difendere le piccole “democrazie”, e sparare bombe contro la Russia. Morire per Tbilisi, come ci ha ordinato Bernard-Henry Lévy.
Alemanno è dunque davvero non fascista (questo no, è il male assoluto), ma nazista – almeno nella misura in cui Israele lo permette a un goy. Difatti, aderisce al partito Kadima, quello fondato da Sharon il massacratore di palestinesi, quello che ha rinchiuso Israele dentro un Muro di 800 chilometri, su terra rubata alla razza inferiore, per preservarne la purezza razziale (si sa, le donne ebree possono cedere agli arabi, notoriamente lubrichi e sessualmente potenti; nascerebbero bastardi di razza mista). E’ il nazismo al Talmud. E il diritto talmudico: due pesi e due misure.
Ecco qui la “democrazia” cui siamo soggetti.
B’Tselem, la benemerita organizzazione ebraica che si batte per i diritti umani, ha pubblicato un rapporto (3) sulle occupazioni di terre palestinesi, da parte di coloni illegali e impuniti, in Cisgiordania, al difuori del Muro – dunque in territorio che Israele riconosce come non suo. “L’annessione di questi terreni”, si legge nel rapporto, “avviene con vari mezzi, ma due sono i più usati: 1) i coloni, insieme a volte a membri dell’IDF (l’esercito di Sion), aggrediscono fisicamente e molestano violentemente i palestinesi che si avvenurano presso i loro insediamenti; e 2) elevando recinzioni e steccati fisici, con apparecchi elettronici di sorveglianza, per bloccare l’accesso dei palestinesi ai propri terreni”. Di fronte a questo esproprio continuo “le autorità israeliane chiuedono tutti e due gli occhi, evitando sistematicamente il loro dovere di far applicare la legge contro i coloni”.
La terra rubata a questo modo – terrasanta, terra “sacra” ai giudei – ha più che raddoppiato l’estensione degli insediamenti ebraici, aumentati di due volte e mezzo. “Negli ultimi anni Israele ha formalizzato la chiusura di queste terre legalizzandole con ordini militari come Special Security Areas”. Si tratta di ampliare le aree “per motivi di sicurezza, onde proteggere i colonoi” ebraici dalle “aggressioni” dei palestinesi, dicon o le autorità militari: sono terre di nessuno, in cui nessuno deve accedere, onde si possano vedere da lontano i “terroristi” avvicinarsi ai deboli coloni. Come si sa, Israele è perennemente in pericolo. “Ma come può dimostrare B’Tselem, le autorità permettono ai coloni di entrare e coltivare queste cosiddette “aree di sorveglianza” vietate ai palestinesi, che non riescono più a coltivare quei loro terreni. Ciò contraddice la scusa di ragioni di sicurezza addotte dall’esercito”. Ovviamente. E’ il diritto talmudico: due pesi, due misure.
Tutto per la razza eletta, niente alla razza inferiore. E poi veniteci a parlar male dle Terzo Reich. Bisogna leggere le testimonianze dei palestinesi privati delle loro terre, raccolte da B.Tselem: la vedova costretta a fuggire dal suo uliveto dai coloni ebraici armati di fucili, che per la paura ha dovuto lasciare sul posto le scale e le reti per la raccolta delle olive a terra, e le ha trovate bruciate, e oggi non può più andare là al suo campo, perchè “ci sono l miliziani dei coloni, e noi ci nascondiamo quando li vediamo”.
O la testimonianza del pastore che ha visto ammazzare a colpi di pistola, senza motivo, da un colono in kippà accompagnato dal figlio 14 enne, un altro compagno pastore. O l’altro coltivatore di olivi di Betlemme aggredito da una torma di coloni giudaici, picchiato a sangue, davanti ai militari israeliani che non hanno alzato un dito: sono lì a difendere i coloni, i deboli coloni circondati da nemici.
Il Quarto Reich ha questo di meglio del Terzo: che è pure vittimista. La filiale israeliana di un’altra associazione umanitaria, i Medici per i Diritti Umani (Physicians for Human Rights) ha documentato in che modo lo Shin Beth, la polizia politica israeliana (la Gestapo di Sion, diciamo) arruola informatori e collaborazionisti palestinesi a Gaza: i malati che chiedono di uscire da Gaza assediata per farsi curare in un ospedale israeliano si vedono rifiutare il permesso, se non accettano di “collaborare”, di spiare i loro vicini e conoscenti.
Alcuni hanno rifiutato, come Shaban Abu Obeid, che ha un pacemaker che richiede periodica messa a punto, e preferisce morire che tradire; o come Bassam Waheidi, 28 anni, che avendo rifiutato di collaborare, si è visto negare il permesso, ed è diventato cieco da un occhio per mancanza di cure.
Molti cedono, per debolezza, di fronte a questi piccoli favori. Per lo più, è piccola gente: le “informazioni” che danno ai loro persecutori sono meschine, di basso livello, tradimenti minimi di vicini e parenti senza potere. Ma con ciò, gli aguzzini rendono la società prigioniera di Gaza “sospettosa di sè, malata, in cui ognuno si domanda se il vicino è qualcuno di cui deve diffidare”. Anche così si piegano le volontà, così si degradano le anime, esattamente come nella fu Unione Sovietica, come nella Germania Est per opera della Stasi.
Ed è questo “l’Occidente” che Alemanno proclama di difendere “difendendo Israele”? Non in nostro nome, servo del Reich di Katz: non ti abbiamo votato noi, la tua patria non è qui. No, non fu il fascismo il male assoluto, visto che si può far di peggio. E tu ne sei complice.
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1) John Laughland “Bogus Outrage: why some are criticized over Nazism and others are not”, Brussels Journal, 11 settembre 2008.
2) Kubilius, Mihkaelson, Peagle, “Le neo-imperialisme russe plane sur l’Europe”, Libération, 13 settembre 2008. In questa vasta campagna anti-russa è molto attivo – è stato attivato – anche il nostro partito radicale, la cui radio è da noi pagata con 20 miliardi di lire annue.
3) “B'Tselem Report: Israel increased area of dozens of settlements east of the Separation Barrier by tens of thousands of dunams”, B’Tselem, 11 sette,bre 2008.
4) Jonathan Cook, “Israel and the Dark Arts”, Counterpunch, 12 settembre 2008. Jonhatan Cook è un coraggioso giornalista che ha scelto di vivere a Nazareth, fra I detenuti del lager giudaico, onde documentare le atrocità della “sola democrazia del Medio Oriente”. Fra i suoi ultimi saggi, “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel's Experiments in Human Despair” (Zed Books). Il suo website è http://www.jkcook.net./
La condanna dell'arcivescovo
di Christian Elia – Peacereporter – 17 Settembre 2008
Biet Hanoun, Striscia di Gaza. Novembre 2006. Diciotto persone, tutte della stessa famiglia, quella degli Athamna, vengono uccise dall'esercito israeliano durante un'incursione. Potrebbero delinearsi le condizioni perché sia un crimine di guerra.
Il j'accuse dell'arcivescovo. Queste sono le conclusioni, presentate due giorni fa al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, della commissione d'inchiesta presieduta dall'arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace del 1984. Il massacro della famiglia Athamna, per gli inquirenti dell'Onu, è dovuto a ''uno sproporzionato uso della forza, in sprezzo della vita dei civili palestinesi, da parte dei militari d'Israele''.
La commissione ha potuto svolgere la sua inchiesta solo molto tempo dopo i fatti, in quanto l'arcivescovo Tutu e il suo staff hanno atteso diciotto mesi per ottenere il visto d'ingresso che le autorità israeliane gli negavano. Solo a maggio scorso è stato possibile per gli investigatori dell'Onu recarsi a Beit Hanoun e raccogliere le testimonianze. Tutu e gli altri funzionari vennero lasciati passare dal confine egiziano della Striscia e, per tre giorni, visitarono la casa della famiglia Athamna, intervistarono i vicini e tutti coloro che hanno assistito all'attacco. Subito dopo la commissione voleva recarsi in Israele, per raccogliere la versione dei vertici militari, ma non gli venne concesso. Resta la versione dei fatti fornita all'epoca, secondo cui i colpi che hanno distrutto la casa della famiglia Athamna sono stati ''sparati per sbaglio, a causa di un errore del sistema di lancio di una batteria''. Nessuna inchiesta interna, né civile né militare, ha mai avuto luogo in Israele. Il rapporto presentato ai 47 membri del Consiglio lo specifica, denunciando la scarsa collaborazione delle autorità di Tel Aviv e chiarendo, nel giudizio della commissione d'inchiesta, che ''il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza verso i civili israeliani, per quanto deprecabile, non giustifica una reazione di tale violenza''.
Crimine o errore? Secondo gli inquirenti guidati dall'arcivescovo sudafricano, però, pur ammettendo l'errore di mira, l'artiglieria israeliana sparava in una zona ad alta densità di popolazione civile e questo contrasta con tutte le convenzioni internazionali in merito al diritto umanitario in zona di guerra. La commissione, nelle sue conclusioni, ha chiesto che vengano risarcite le vittime e che i superstiti vengano sostenuti con terapie psicologiche a spese del governo israeliano, al quale viene anche chiesto di costruire un memoriale in onore della famiglia Athamna. I membri sopravvissuti della famiglia, per ora, hanno ricevuto solo una sovvenzione dall'Autorità Nazionale palestinese di 50 dollari per ogni vittima. Non si è fatta attendere la risposta del governo di Tel Aviv. Aharon Leshno-Yaar, ambasciatore israeliano presso il Consiglio, ha dichiarato che il rapporto è ''l'ennesimo prodotto deplorevole del Consiglio per i Diritti Umani, come deplorevole è stata la nomina stessa della commissione d'inchiesta. Si è trattato di un incidente e questo rapporto è una legittimazione implicita di Hamas, che non aiuta i palestinesi e gli israeliani nel loro cammino sulla via della pace''. Magari il rapporto non aiuterà a raggiungere la pace, così come non basterebbe la condanna d'Israele per questo episodio a fare giustizia delle migliaia di vittime civili del conflitto, ma potrebbe almeno dare giustizia alla famiglia Athamna.
martedì 16 settembre 2008
Le diverse realta’ irachene
Nel giorno in cui il generale USA Ray Odierno diventa il nuovo comandante delle forze multinazionali in Iraq, in sostituzione di David Petraeus, qui di seguito una serie di articoli che affrontano le diverse sfaccettature della realta’ quotidiana di un Paese che continua a soffrire pesantemente e che e’ ancora ben lontano da una pacificazione e soprattutto dalla liberazione del proprio territorio dai vari eserciti occupanti, milizie settarie e contractors stranieri inclusi.
Una striscia dell’Iraq 'sull’orlo dell’esplosione'
di Amit R. Paley – Washington Post – 13 Settembre 2008
(Traduzione di Ornella Sangiovanni per http://www.osservatorioiraq.it/)
JALAWLA, Iraq – I leader kurdi hanno esteso la loro autorità su una fascia di territorio lunga circa 480 km oltre i confini della loro regione autonoma nel nord Iraq, posizionando migliaia di soldati in zone etnicamente miste, in quella che gli arabi iracheni considerano una invasione dei loro territori di origine.
L’affermazione di un maggiore controllo kurdo, che ha preso piede gradualmente da quando è iniziata la guerra e fatto sì che decine di migliaia di arabi fuggissero dalle loro case, è vista dagli arabi iracheni e dai funzionari Usa come una azione provocatoria e potenzialmente destabilizzante."Entrare rapidamente queste zone per cercare di cambiarne la popolazione, e sventolare le bandiere kurde in zone che adesso non sono specificamente sotto il controllo del KRG – è controproducente e aumenta le tensioni", dice il generale Mark P. Hertling, comandante delle forze Usa nel nord dell’Iraq, riferendosi al Governo regionale del Kurdistan, che amministra la regione autonoma.
Il sogno a lungo accarezzato di molti dei 25 milioni di kurdi è uno Stato indipendente, che comprenda parti dell’Iran, Iraq, Siria, e Turchia: tutti Paesi, tranne l’Iraq, che si oppongono categoricamente all’autonomia kurda, ancor più a uno Stato kurdo. I kurdi iracheni continuano a insistere che non vogliono l’indipendenza, anche mentre espandono in modo unilaterale il territorio sotto il loro controllo in Iraq.
Nelle ultime settimane, il governo a maggioranza araba del Primo Ministro Nuri al-Maliki ha inviato l’esercito iracheno per cacciare le forze kurde da alcuni dei territori, ordinando ai soldati kurdi, noti come Peshmerga, di ritirarsi a nord del limite della regione autonoma kurda.Lo scontro fra l’esercito iracheno e i Peshmerga ha alimentato timori di un conflitto fra arabi e kurdi, proprio mentre gli iracheni iniziano a riprendersi da anni di violenza confessionale fra sciiti e sunniti.
Un viaggio di una settimana attraverso quattro province che confinano con il limite sud della regione autonoma ha mostrato chiaramente quanto sia diventata pervasiva la presenza kurda. Si sono visti combattenti Peshmerga presidiare 34 checkpoint, per la maggior parte sventolando con orgoglio la bandiera kurda, alcuni 120 km a sud del confine regionale. I kurdi dicono di avere rivendicazioni storiche verso il territorio, citando l’utilizzo della violenza e della coercizione da parte dell’allora presidente Saddam Hussein per cacciare i kurdi dalle loro terre negli anni ‘70.
Anche se i funzionari a Washington e a Baghdad si sono concentrati sul conflitto fra arabi e kurdi a Kirkuk, la città etnicamente mista, e ricca di petrolio, dove quest’anno sono state uccise più di 100 persone in violenze di tipo politico, le animosità fra i due gruppi etnici si inaspriscono in ogni parte delle province di Ninive, Ta’amim, Salahuddin,e Diyala. Arabi e kurdi in varie zone spesso hanno lamentele specifiche, il che confonde i tentativi di arrivare a una soluzione onnicomprensiva.
I leader kurdi hanno mantenuto rapporti calorosi con i funzionari Usa, che hanno visto i kurdi come alleati nel tentativo di promuovere la democrazia e la stabilità in Iraq. La regione kurda, in confronto ad altre parti del Paese, è una zona di relativa pace e prosperità. A Jalawla, una cittadina a maggioranza araba della provincia di Diyala, circa 12 km a sud del limite regionale kurdo, le autorità kurde hanno gradualmente esteso il loro ruolo nell’ultimo anno. I Peshmerga, la polizia kurda, e l’Asayesh, il servizio segreto kurdo, pattugliano tutti la regione.
Il governo kurdo fornisce una quota del budget annuale della zona - 15 milioni di dollari - maggiore di quella fornita dal governo iracheno, secondo il sindaco kurdo della cittadina, che vive a nord del limite regionale kurdo perché è più sicuro."Chi potrebbe sostenere che non abbiamo già reso questa zona parte del Governo regionale kurdo?", chiede Nihad Ali, comandante facente funzione di un distaccamento kurdo di 150 uomini attualmente di base a Jalawla, in un quartier generale che espone la bandiera kurda accanto alla forza locale di polizia araba che sta muovendo i primi passi. "Chi ha speso tutti i soldi qui? Di chi sono i martiri che hanno versato il loro sangue qui? Queste persone si affidano totalmente ai kurdi. Non possiamo abbandonarli".
Ma i residenti arabi di questa cittadina di 70.000 abitanti hanno iniziato a irritarsi per quella che hanno definito una campagna per cacciarli via dalle loro terre. Ahmed Saleh Hennawi al-Nuaimi, un leader tribale arabo di Jalawla, ed ex ufficiale dell’esercito sotto il presidente Saddam Hussein, dice che di recente i kurdi hanno incarcerato, sequestrato, e ucciso più di 40 arabi, nel tentativo di promuovere una "kurdificazione" – accuse che i funzionari kurdi respingono."Ora siamo soggetti a due occupazioni: una da parte degli americani e una da parte dei kurdi", dice Nuaimi, che sostiene che la zona è dall’ 85 al 90 per cento araba, anche se secondo le stime dei kurdi la cifra è più vicina al 50 o 60 per cento. "Quella kurda è di gran lunga peggiore, e sta spingendo le persone a diventare terroristi. Ora questa zona è sul punto di esplodere".
Dietro sollecitazione di arabi arrabbiati come Nuaimi, il mese scorso l’esercito iracheno ha ordinato alla 34a Brigata dei Peshmerga di ritirarsi entro 24 ore da Jalawla e dalla zona circostante.All’inizio i kurdi hanno rifiutato: i funzionari kurdi dicevano che uccidevano solo gli insorti, ed erano nella zona per proteggere i civili, non per occupare il territorio. Ma dopo negoziati politici ad alto livello, la brigata composta da 4.000 uomini si è ritirata nella città prevalentemente kurda di Khanaqin, circa 25 km a sud del confine kurdo. Due settimane dopo, un kamikaze che aveva come obiettivo le reclute arabe della polizia a Jalawla ha ucciso almeno 28 persone - un attacco per il quale i kurdi hanno attribuito la responsabilità agli insorti sunniti, e gli arabi ai kurdi.
La settimana scorsa, i funzionari kurdi hanno accettato anche di ritirare i Peshmerga da Khanaqin, purché l’esercito iracheno acconsentisse a non entrare."Non possiamo starcene in disparte con le mani in mano e non fare nulla nelle zone contese mentre i kurdi vengono uccisi", dice Jafar Mustafa Ali, il ministro di Stato per gli affari dei Peshmerga del Governo regionale kurdo. "Interverremo in non appena il governo iracheno se ne andrà".
Il sindaco di Khanaqin, Mohammed Mullah Hassan, dice che la città rimarrà sotto controllo kurdo anche se tutti i soldati se ne andranno. "Adesso siamo tutti Peshmerga", dice.A Khanaqin, quasi tutti i cartelli con i nomi delle strade e le conversazioni sono in kurdo. Gli edifici governativi espongono la bandiera kurda invece di quella irachena, e il ritratto di Mas’ud Barzani, il presidente del Governo regionale kurdo, invece di quello di Maliki. Ad alcuni arabi è stato detto che devono procurarsi carte di identità rilasciate dai kurdi per entrare in città."Non stiamo cercando di controllare la zona – controlliamo già la zona", dice Fuad Hussein, il capo di gabinetto di Barzani. "Adesso nelle zone contese in tutto l’Iraq esiste una realtà che non può essere ignorata".
Hussein accusa Maliki di cercare di impadronirsi di terra che appartiene ai kurdi. "Abbiamo la sensazione che qui ci sia un piano segreto", dice. "Vogliono cacciarci dalla zona. Alcuni di loro vogliono cacciare i kurdi via da tutto l’Iraq".
I leader kurdi hanno accettato di ritirare le forze dei Peshmerga da zone come Jalawla e Khanaqin per impedire qualunque erosione del controllo che esercitano su una fascia di terra grande quanto il Maryland che costituisce circa il 7 % del territorio dell’Iraq.Da una parte all’altra di quella zona, kurdi e arabi dicono che è sotto l’autorità dei kurdi, anche in quei posti in cui non c’è una forte presenza dei Peshmerga. Nonostante il destino finale di Kirkuk sia incerto, entrambe le parti riconoscono che è gestita dai kurdi: il governatore è un kurdo, la maggioranza del consiglio provinciale è kurda, i capi militari delle unità dell’esercito iracheno nella zona sono kurdi, e - a detta di entrambe le parti - il reticente Asayesh ha le migliori informazioni in città.
Molti arabi e kurdi in queste zone iniziano le conversazioni con una litania delle rispettive storie di sofferenza e oppressione. Per i kurdi, il malvagio numero uno nella loro storia recente è Saddam Hussein, la cui campagna di "arabizzazione" cacciò decine di migliaia di kurdi dalle proprie terre di origine, sostituendoli con arabi. In queste zone gli arabi iracheni adesso accusano i kurdi di impiegare tattiche simili.
Quella di dove tracciare il limite preciso della regione autonoma kurda è una delle questioni politicamente più esplosive in Iraq. La Costituzione irachena aveva chiesto una composizione finale delle diverse rivendicazioni, che includeva un censimento e un referendum. Ma la scadenza del 2007 stabilita per il referendum è passata, e adesso non è chiaro cosa accadrà. I funzionari Usa e quelli di altri Paesi occidentali, temendo che la questione potesse mettere a repentaglio i progressi nel campo della sicurezza fatti nell’ultimo anno, hanno cercato di convincere entrambe le parti ad appoggiare un processo delle Nazioni Unite per presentare dei rapporti su Kirkuk e altre zone contese come parte di una strategia per "disinnescare e impedire il referendum", dice Staffan de Mistura, capo della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Iraq. Kirkuk, alla quale i kurdi si riferiscono come "la nostra Gerusalemme" a causa del loro attaccamento emotivo e storico alla città, presenta una difficoltà particolare perché si trova – dicono le stime – sopra il 7 % delle riserve mondiali di petrolio."Diventerò uno degli uomini più ricchi del mondo", dice Ahmed Hamid al-Obaidi, Segretario Generale del blocco delle forze arabe a Kirkuk. "Non permetterei mai ai kurdi di rubare questi soldi rendendo la città parte della loro regione".
I funzionari occidentali credono sempre più che un referendum nel quale gli abitanti delle singole zone decidano se unirsi alla regione autonoma scatenerà solo un maggiore conflitto. De Mistura dice che ora l’approccio è fare in modo che i leader di ogni gruppo arrivino a un compromesso sostenibile, che venga magari in seguito confermato attraverso un referendum secco – del tipo “sì o no”.
"In ultima analisi, ciò di cui abbiamo bisogno è un accordo complessivo, non un approccio a spizzichi", dice de Mistura.
Tuttavia, i compromessi di ampio respiro sembrano remoti da luoghi come Sinjar, una cittadina malandata al confine con la Siria, che è circondata da villaggi arabi ma controllata dai kurdi. Dopo che un attentato coordinato lo scorso anno ha ucciso centinaia di Yazidi, una minoranza religiosa che alcuni considerano kurda [i Yazidi sono etnicamente kurdi NdR], le forze dei Peshmerga hanno rafforzato il loro controllo della zona, a detta degli abitanti arabi e cristiani.
Abdullah Ajil al-Yawar, un capo tribù arabo che vive vicino Sinjar, una mattina di poco tempo fa ha radunato decine di arabi della zona nella sua abitazione. Essi hanno raccontato come le forze kurde li avevano cacciati dalle loro case, arrestati, e torturati in carceri nella regione kurda, impedendogli di lanciare il loro partito politico."Sono come la Gestapo", diceYawar. "Il modo in cui trattano la gente è lo stesso di quello che usava Saddam Hussein".
Sarbest Terwaneshy, il leader del Partito democratico del Kurdistan a Sinjar, che i funzionari Usa e quelli delle Nazioni Unite definiscono la figura più potente della regione, nega le accuse contro i Peshmerga, e dice che i combattenti sono nella zona solo per provvedere alla sicurezza."Se i Peshmerga se ne andranno, tutti se ne andranno in un enorme esodo", dice. "Senza i kurdi, il massacro dello scorso anno verrebbe ripetuto decine di volte".
La croce e il Kalashnikov
di Naoki Tomasini – Peacereporter – 15 Settembre 2008
Le violenze settarie che hanno insanguinato l'Iraq negli ultimi tre anni hanno cambiato la faccia del paese e hanno spinto le diverse comunità a raccogliersi per trovare protezione. Alcune, sull'esmpio dei consigli del Risveglio, le milizie tribali sunnite che oggi sono alleate con gli Usa nella lotta contro Al Qaeda in Mesopotamia, hanno organizzato dei piccoli gruppi di autodifesa cittadina o di quartiere. Accade anche nel piccolo villaggio di Tel Asquf, nella provincia settentrionale di Niniveh, dove la sicurezza dei cittadini è protetta dalla prima milizia composta da cristiani.
Non lontano dalla città di Mosul, Tel Aqsuf è un villaggio abitato in maggioranza da caldei e cattolici, che per questo motivo è stato più volte oggetto di attacchi da parte di milizie, sia sunnite che sciite. Le violenze contro i cristiani sono un fenomeno in crescita nell'Iraq di oggi, in parte perchè vengono visti come alleati degli invasori, ma anche perchè i loro costumi, che ad esempio legittimano uso e vendita di alcolici, sono considerati oltraggiosi nel clima di crescente radicalismo islamico che si respira nel paese. L'abitato è circondato da cumuli di sabbia costruiti dai residenti per contrastare le autobombe, mentre le strade sono pattugliate dalla milizia locale, senza divisa e con in braccio il consueto kalashnikov. “I terroristi vogliono ucciderci perché siamo cristiani – ha raccontato il capo della milizia, Abu Nataq, all'Afp – se non ci difendiamo da soli chi lo farà per noi?”.
Abu Nataq racconta che in passato gli abitanti del villaggio pagavano una somma alle milizie sunnite, per non essere colpiti da attentati. Non potevano chiedere aiuto alla capitale provinciale perché a Mosul la popolazione è in maggioranza sunnita, e del resto anche lì la situazione della sicurezza è ben lungi dall'essere sotto il controllo delle autorità. Così decisero di rivolgersi al governo di Erbil, città abitata in maggioranza da curdi. Da allora la situazione nel villaggio è decisamente migliorata. Oggi i peshmerga, la milizia curda, forniscono kalashnikov e radio a 200 di loro, li pagano 200 dollari al mese per proteggere gli ottomila abitanti del villlaggio. Pattigliano le strade del centro e gli obbiettivi sensibili, come la cattedrale cattolica e caldea di San Giorgio. Tuttavia, da quando è stata istituita la milizia, dieci mesi fa, i miliziani con la croce al collo non hanno ancora sparato un colpo. Il merito è di nuovo delle forze peshmerga, che si occupano della difesa del perimetro esterno del centro abitato.
Prima dell'invasione del 2003, i cristiani in Iraq, in maggioranza caldei, erano circa 300mila. Oggi non ci sono cifre aggiornate, ma è certo che una larga fetta di quelli ha lasciato il paese o sono diventati Idp, sfollati interni. Anche gli attacchi contro di loro non si fermano: lo scorso gennaio a Mosul, diverse chiese vennero colpite da bombe durante le celebrazioni dell'epifania, e marzo, sempre a Mosul, venne ucciso l'arcivescovo Paulos Faraj Rahho. L'ultimo episodio è avvenuto lo scorso 5 settembre, quando due cristiani furono rapiti e poi uccisi. In uno dei due casi, quando l'ostaggio fu ucciso, la famiglia aveva già pagato il riscatto. Secondo i dati del ministero iracheno per i Diritti Umani, i cristiani uccisi in Iraq dal 2003 al 2007 sono stati 172 e attualmente gli sfollati interni sarebbero circa 9mila.
I muralisti di Baghdad resistono alle pressioni verso temi settari
di Brian Murphy – Peacereporter – 13 Settembre 2008
Traduzione di Domenico Polito
E’ l’arte che abbellisce la vita: murali di paesaggi rassicuranti e di eroi storici sulle mura anti-bomba che al momento sono parte del paesaggio cittadino di Baghdad, insieme alle palme e alla polvere del deserto.
L’idea decollò lo scorso anno quando gruppi di volontariato iracheni cercarono di dare lavoro ai giovani artisti, e offrirono un po’ di speranza e una macchia di colore a una città il cui tratto distintivo è il marrone chiaro. Ma superare completamente i sospetti settari in Iraq si è rivelato una sfida. Molti membri del gruppo fondatore di artisti stanno abbassando i pennelli per protestare contro le richieste dei consigli locali di dipingere temi settari con un valore politico, come i santuari sunniti nei distretti sunniti o i santi sciiti nelle aree sciite. “Preferiamo rifiutare piuttosto che fare quel lavoro” afferma Ali Saleem Badran, componente del gruppo originario di muralisti del Jamaat al-Jidaar, detto anche Gruppo del Muro. “Non è quello il messaggio che dovrebbe trasmettere questo lavoro”. Ma questo non è altro che un esempio di ciò che è diventata Baghdad: un manto di enclavi sunnite e sciite dopo anni di omicidi religiosi e di minacce. Mentre alcune famiglie di sfollati stanno attraversando le linee e ritornano ai loro vecchi quartieri man mano che la violenza declina, la capitale non potrà mai riconquistare quel suo ruolo di terra di vera mescolanza per i gruppi etnici e religiosi dell’Iraq.
Il progetto dei murali ebbe inizio nel 2007 quando gruppi civici iracheni avvicinarono aspiranti artisti e studenti, tra cui Badran che era al suo ultimo anno di scuola dell’arte. Centinaia di lastre di cemento - ognuna circa 3 metri e mezzo di altezza per 1 metro e 80 di larghezza, con la funzione di proteggere da autobombe e altre minacce - venivano gradualmente trasformate in gallerie d’arte a cielo aperto con lo scopo di risollevare l’umore e di accendere l’ottimismo. E’ un po’ la versione di Baghdad di altri episodi simili dell’arte contro l’avversità, proprio come era successo con i muarali del New Deal durante la grande Depressione o con il groviglio di messaggi e figure sul lato occidentale del muro di Berlino. Ma i malumori sono iniziati pochi mesi fa, racconta Badran, quando il programma fu trasferito dalla debole sorveglianza del governo ai consigli locali che cominciarono a suggerire immagini settarie. Molti degli artisti originari si sono rifiutati di partecipare. Dilettanti locali hanno spesso ripreso il lavoro con meno raffinati -ma ancora potenti- riferimenti alle radici sia sunnite sia sciite. Vogliono impossessarsi di un’idea che era nata per unire la città per sottolineare le cose che ci dividono” dice Badran, che adesso insegna all’Accademia di Belle Arti nella zona nord di Baghdad.
Gli ufficiali della città hanno cercato di sopprimere i palesi simboli religiosi, ma dando uno sguardo ai kilometri di mura anti-bomba questo tentativo appare impossibile. La cosa migliore che possono fare è quella di lanciare appelli di riconciliazione. “Questo è l’anno della ricostruzione. Questo è l’anno della costruzione”, dice Tahseen al-Sheikhly, portavoce civile per le operazioni di sicurezza a Baghdad. Al momento, la maggior parte dei dipinti sulle mura anti-bomba sono apolitici, e ritraggono temi sul passato della regione come la Mesopotamia, la cultura sumera e assira, e temi che fanno di Baghdad il cuore intellettuale del mondo medioevale islamico. Altri riportano i leggendari Giardini Pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico, o gli ziggurat, torri di templi piramidali che una volta costellavano la valle Mesopotamica. Altri ancora dipingono scene stilizzate dei miti e della letteratura araba- i racconti di Scheherazade sono il soggetto favorito- o la natura selvaggia come cavalli arabi al galoppo o navi nel fiume Tigri.
Sorprendentemente, nessun murale sembra aver subito atti vandalici significativi, come anche gli altri graffiti visti sulle mura spoglie, quali slogan scribacchiati e scritte pubblicitarie nascoste dietro le barriere di cemento. Un barbiere cercò di attirare clienti con una canzoncina che in arabo fa rima: “Salta e mi troverai.”
L’aura di inattività intorno ai murali potrebbe essere dovuta al timore delle pattuglie di sicurezza irachene o della sorveglianza aerea irachena. A Badran piace pensare che è rispetto. “La gente sa che questi murali rappresentano una specie di speranza”, racconta. “ Perché mai dovrebbero rovinarli? Significherebbe che non vogliono che le cose migliorino.” Qasim Sabti, che gestisce una delle più conosciute gallerie d’arte di Baghdad, dice di aver incoraggiato circa venti giovani artisti ad unirsi al progetto dei murali nelle sue prime fasi, e denuncia il tentativo di una spinta verso immagini settarie. “Queste pressioni sono inaccettabili per ogni artista che si rispetti,” dice Sabti. “Noi, in quanto comunità di artisti, non possiamo che rifiutarle.”
Moqtada si rifà il trucco
di Naoki Tomasini – Peacereporter – 27 Agosto 2008
Aveva poco più di trent'anni Moqtada al Sadr, quando gli Stati Uniti invasero l'Iraq nel 2003. Era un giovane religioso di un'importante famiglia sciita di Najaf e, in pochi anni, sarebbe diventato il leader della più potente e temuta milizia sciita del paese, l'esercito del Mahdi. Da alcuni mesi però, il suo controllo sulle milizie è andato scemando, ma lui sembra avere altri progetti, sia per quelle che per sé stesso. Al Sadr potrebbe aver deciso che il suo futuro stia nella politica piuttosto che nella violenza e le sue ultime scelte sembrerebbero confermare questa tendenza. Tuttavia, c'è anche chi pensa che non avesse alternative. Lo scorso 20 agosto il portavoce di Sadr, Salah al Ubaydi, annunciava: “Le cellule speciali saranno il solo corpo (dell'esercito del Mahdi) autorizzato a portare armi. Per tutti gli altri gruppi del movimento è proibito occuparsi di azioni militari”.
L'annuncio è doppio, da un lato l'esercito del Mahdi diventa una specie di associazione culturale, dall'altro, vengono creati dei corpi speciali scelti dallo stesso Sadr, che si occuperanno in esclusiva della resistenza all'occupazione Usa. Da mesi Sadr ammetteva infiltrazioni nella sua milizia da parte di personaggi criminali o al soldo di Iran e Usa i quali, a suon di violenze e abusi, avevano alienato il sostegno popolare all'esercito del Mahdi, un tempo acclamato dai civili attorno a Baghdad e nel sud del Paese. “I distruttori della reputazione del Mahdi” chiamava i dissidenti. Così, per ristabilire il buon nome del suo movimento e ribadire il diritto alla resistenza finché il paese sarà occupato, Sadr ha deciso di trasformare le sue armate negli Al Mumahhidun (coloro che preparano la via per la ricomparsa del 12mo imam, il Mahdi). Questi gruppi si occuperanno di progetti sociali e culturali, non di politica. È un progetto nato nel 2006, quando il movimento sadrista promosse una campagna contro l'analfabetismo, ma sarà allargato a milioni di persone che, per i motivi più disparati, non hanno potuto completare gli studi. Una delle immediate conseguenze del congelamento delle milizie è che molti degli elementi fuori controllo probabilmente lascerano il Mahdi per unirsi a gruppi più attivi.
Il portavoce di Sadr ci tiene a ricordarlo: non si insegnerà solo religione. La visione politica che verrà trasmessa non sarà quella di uno stato islamico iracheno, “spingeremo la gente a pensare a un Iraq unito - spiega al Ubaydi – indipendentemente da ogni ideologia settaria, religiosa o nazionalistica”. Il portavoce di Sadr critica le istituzioni culturali vicine al goveno di Baghdad e agli Usa perché in quelle, a suo dire, si insegna che la responsabile delle violenze di questi anni sia stata la religione, che ha poi creato il conflitto settario. La posizione del movimento sciita, invece, è che in Iraq non ci sia stato alcun conflitto settario, ma solo “atti terroristici commessi da terroristi”. Un motivo in più per limitare le armi in circolazione e stringere le briglie delle proprie milizie, decine di migliaia di uomini, coinvolgendole in una resistenza culturale su scala nazionale. I progetti, annuncia il portavoce di Sadr, saranno gestiti dal centro culturale Baqiyyatallah e dall'Alta Commissione per la Cultura. Quanto ai finanziameni, le spese saranno sostenute con gli stessi investimenti finanziari dell'esercito del Mahdi e, sostengono, nulla è stato chiesto alle autorità religiose.
Come anticipato, le cellule speciali saranno corpi scelti dallo stesso Sadr che avranno il solo scopo di combattere l'occupazione. La loro formazione, però, è stata rimandata a dopo l'incontro di venerdì 22, tra il segreterio di Stato Usa Condoleezza Rice e il premier iracheno Al Maliki, che hanno discusso del futuro delle truppe Usa nel paese. Il giorno successivo, alcune migliaia di sostenitori di Sadr marciavano per le strade di Kufa gridando il proprio sdegno per un accordo “di cui gli iracheni non sanno nulla” e che “apre la strada a una colonizzazione permanente dell'Iraq”. É forse un segnale che le cellule della resistenza del Mahdi stanno per entrare in azione sotto la guida di Sadr? Forse no, visto che il 23 agosto un suo stretto collaboratore, rimasto anonimo, annunciava che il 35enne capo del Mahdi si starebbe per trasferire in Iran, per almeno cinque anni. L'aveva già annunciata da tempo, Sadr, la decisione di trasferirsi a Qom per continuare gli studi religiosi e diventare Ayatollah, una carica che gli darebbe l'autorità necessaria per guidare un movimento politico sciita in Iraq e contrastare la voce di Ali Al Sistani, la massima autorità sciita irachena, da anni gravemente malato.
La svolta di Sadr e la decisione di cambiare il volto del suo movimento segue le dure sconfitte che l'esercito del Mahdi ha subito per mano delle forze Usa e Irachene, durante le offensive degli utlimi mesi a Baghdad, Bassora e Amarah. Una coincidenza che ha fatto nascere il dubbio che, più che di una svolta, si tratti di un ripiego. Secondo lo studioso statunitense del mondo sciita Vali Nasr, la scelta di rimanere in Iran sarebbe “un modo per salvare la faccia”, mentre in realtà il religioso non sarebbe libero di andarsene: “è ospite del governo iraniano che lo controllerà - ha spiegato Nasr – fino a quando non gli avranno completamente alienato il controllo dell'esercito del Mahdi”.
lunedì 15 settembre 2008
Privatizzazione della guerra in piena ascesa
La privatizzazione della guerra e’ ormai un dato di fatto, assodato da anni. Imprese private forniscono logistica e uomini per addestrare gli eserciti veri e propri e per farne le veci in molti casi.
Qui di seguito un interessante articolo che analizza come si siano svilupppate nel corso degli ultimi anni queste societa’ fornitrici di mercenari pronti a tutto e come i mainstream media siano al solito responsabili di una disinformazione creata ad arte al fine di occultare anche la semplice esistenza di tali societa’.
E l’ultimo esempio di tutto cio’ e’ avvenuto solo un mese fa in occasione della guerra tra Georgia e Russia.
Mercenari al tempo dei media
di Pino Cabras – pino-cabras.blogspot.com – 13 Settembre 2008
Si sono mosse in ritardo, le grandi testate, ma – seppure a modo loro – ci stanno arrivando. Ora – pure a denti stretti – lo ammettono pure loro: la guerra nel Caucaso dell'agosto 2008 non è stata un'invasione russa della Georgia. Nulla a che fare con l'invasione della Cecoslovacchia di quarant'anni prima. È stata viceversa un'operazione militare georgiana fallimentare fomentata da una corrente atlantista spregiudicata. La verità dei fatti era troppo grossa persino per il mainstream che aveva iniziato – non nell'URSS degli anni settanta ma nell'Occidente degli anni duemila – una colossale operazione di disinformacija. Qui e lì si leggono ancora editoriali e reportage menzogneri, o le sfilze di panzane di un qualche Bernard-Henri Lévy, ma fanno figure barbine.
Perciò abbiamo visto sì che durante i primi giorni il TG1 di Gianni Riotta era capace persino di tacere l'aggressione perpetrata da Saakashvili a danno dell'Ossezia del Sud, ma poche settimane dopo lo stesso Riotta si sobbarcava un volo a Mosca per una pettinatissima e lunga intervista al presidente russo Medvedev.Oppure abbiamo visto i buchi clamorosi della stampa anglosassone, che via via ha dovuto correggere il tiro. In mezzo c'erano i fatti, la loro verità e la loro inaggirabile durezza. Gli stessi fatti che hanno impedito a Gordon Brown e Bernard Kouchner di esercitare definitivamente il loro mestiere preferito: allontanare l'Europa dai suoi interessi e completare irrevocabilmente la sua subalternità ai progetti atlantisti.Abbiamo visto inoltre che è sbagliato vedere solo menzogne nel “racconto del mondo” che si fa a Mosca.
Questo è per l'Occidente un errore tragico, ideologico, che intacca la capacità d'interpretare razionalmente i grandi fatti: la pace, la guerra, l'economia, l'energia, la notificazione degli interessi in gioco, il loro valore dichiarato, le conseguenti valutazioni. Buon ultimo nella correzione di rotta è arrivato anche il «Financial Times», che il 6 settembre 2008 ha sostanzialmente confermato le affermazioni di Putin, il quale nell'intervista alla CNN aveva accusato gli USA di aver "orchestrato" la guerra nell'enclave georgiana.
Gli Stati Uniti avevano fornito un ricco addestramento (attraverso l'esercito e grandi società mercenarie) ai reparti speciali della Georgia. Una delle due corporation militari coinvolte risponde a un nome che a Mosca non poteva sfuggire: MPRI (Military Professional Resources Incorporated). Questa colossale e sinistra organizzazione (sotto l'occhio benevolo del Pentagono) aveva addestrato l'esercito della Croazia in occasione del micidiale attacco del 1994 alla regione della Krajina, cui seguì una tragica pulizia etnica che colpì la popolazione serba. I suoi uomini in seguito avevano posato i piedi anche nel piatto della guerra bosniaca e di quella del Kosovo. È lì che si incrementò il know-how dei tagliagole, compresi quelli che poi, mollata la mimetica da soldataglia malrasata, si sono messi la cravatta e il dopobarba Quisling per fare i presidenti di nuovi piccoli Stati atlantisti.
Nei Balcani avevano fatto il loro apprendistato – gomito a gomito con il sottobosco dei servizi segreti - molti jihadisti, compreso l'ampio segmento utilizzato nell’operazione dell'11 settembre 2001. Non c’è mossa strategica di questa accozzaglia terroristica che non abbia avuto sul collo il fiato dei servizi statunitensi e britannici, che ne hanno indirizzato la gittata.Attraverso la porta girevole dei palazzi di governo di Sarajevo negli anni novanta passavano dunque sia il boss della MPRI, Carl Vuono, ex capo di stato maggiore dell’esercito USA, sia Osāma bin Lāden, che poteva esibire il passaporto diplomatico bosniaco. C’erano dei legami? Nella galassia delle forze “irregolari” che operano con i mezzi della guerra e del terrorismo, siano esse imprese mercenarie o cellule jihadiste, è inutile aspettarsi documenti in carta intestata che leghino direttamente fra di loro le singole costellazioni.Un servizio segreto istituzionale non lo pizzichi per una sua firma.
La boscaglia di cooperazioni fra queste entità è in gran parte impenetrabile perché un grande impegno viene dedicato a occultare i legami fra segmenti autonomi, singoli individui, mediatori, provocatori, militari “a riposo” in realtà indaffaratissimi, cani sciolti e cani legati con funi lunghissime, impegnati su progetti a termine di cui non rimane traccia, doppi agenti, interessati a sapere solo dell’ingranaggio in cui operano, non della macchina intera. Le responsabilità nelle alte sfere non si scoprono in modo diretto.Dall'11 settembre 2008 sappiamo, grazie a dei documenti declassificati, che pochi giorni dopo il golpe del Cile del 1973 il presidente Nixon chiedeva a Kissinger: «La nostra mano è rimasta nascosta?». Kissinger lo rassicurava: «Non abbiamo fatto noi il colpo di stato. Li abbiamo aiutati. Abbiamo creato le migliori condizioni.»
Ora sappiamo con documenti di prova quel che sapevamo con l'uso del cervello. Ma sono passati trentacinque anni.
Il «Financial Times» - nel riferire del Caucaso di oggi - non va certo a queste profondità, ma rivela particolari comunque interessanti. Possiamo leggerli anche grazie alla puntuale traduzione fornita dal blog «Mirumir»:«L'addestramento è stato fornito da ufficiali statunitensi e da due compagnie mercenarie. Non ci sono prove che i contractor o il Pentagono che li ha assoldati sapessero della probabilità che i reparti che stavano addestrando potessero essere impiegati nell'aggressione contro l'Ossezia del Sud».
Non ci sono prove, ma sappiamo che questo addestramento è stato a ridosso degli eventi. «Un portavoce dell'esercito degli Stati Uniti ha dichiarato che l'obiettivo del programma era di addestrare i commando in vista del loro impiego in Afghanistan, come parte dell'International Security Assistance Force NATO. Il programma, tuttavia, mette in luce le conseguenze spesso involontarie dei programmi train and equip degli Stati Uniti in paesi stranieri.»Le giustificazioni discolpanti abbondano e ‘puzzano’. Però non possiamo pretendere troppo, date le circostanze e la tribuna. Quel che conta è che si illumini una relazione diretta e pesante fra la preparazione pianificata dalle corporation mercenarie e i fatti di agosto.
«I contractor – MPRI e American Systems, entrambi con sede in Virginia – avevano reclutato una squadra composta da 15 ex-soldati delle forze speciali per addestrare i georgiani alla base di Vashlijvari, nei dintorni di Tbilisi, nell'ambito di un programma del ministero della difesa degli Stati Uniti.».Putin non le manda a dire, e alla CNN dichiara: «La questione non è semplicemente che gli americani non hanno impedito alla dirigenza georgiana di commettere questo crimine [di intervenire in Ossezia del Sud]. Gli americani hanno in effetti armato e addestrato l'esercito georgiano».
I reparti speciali, fra gennaio e aprile 2008, hanno ricevuto la prima formazione base. Gli istruttori sono poi tornati in Georgia quattro giorni prima dell’inizio delle ostilità.MPRI e soci non hanno voluto fornire dettagli al Financial Times. Lasciano la patata bollente ad addestratori più ‘istituzionali’, quelli della Security Assistance Training Management Organisation (Satmo) di Fort Bragg, inserita nella Special Warfare Center School dell'esercito USA. Ma anche da loro, stesso muro del silenzio, come i “privati”. Le truppe servivano per l’Afghanistan oppure per l’Ossezia e l’Abkhazia? I dubbi sono ineludibili. «Benché il programma non sia secretato, le circostanze che lo riguardano mancano di trasparenza, anche se secondo le fonti dell'esercito statunitense questa mancanza di trasparenza non era intesa a mantenere segreto il programma. Altri programmi di addestramento militare degli Stati Uniti in Georgia dispongono di siti internet e gallerie fotografiche».
I casi sono numerosi, fin dal 2003, con grandi investimenti in reparti speciali impegnati a difendere da fantomatici “terroristi ceceni”i grandi trivellatori orientati a sfruttare l’Eldorado petrolifero tra Caucaso e Caspio.
Tra questi contractor ritroviamo la Blackwater, la più potente e inquietante delle corporation mercenarie, un soggetto da solo in grado di non farci considerare paranoiche o veterosovietiche le denunce di Putin.Per quanto si avverta una correzione di rotta mediatica sui fatti della Georgia, ogni giorno abbiamo tuttavia continue conferme della scadente copertura giornalistica occidentale sulla cruciale vicenda che si gioca al centro dell’Eurasia. Nessun giornale ha parlato ad esempio delle nette dichiarazioni sulla responsabilità della guerra in Caucaso formulate da un parlamentare statunitense, per giunta repubblicano, esperto di politica internazionale. Si tratta di Dana Rohrabacher. Tra le tante cose, si era occupato di Afghanistan dai primi anni ottanta in qualità di assistente speciale del presidente Ronald Reagan. Per leggere le sue dichiarazioni sul Caucaso dobbiamo andare a cercare i dispacci dell’agenzia russa “RIA Novosti".
Rohrabacher, vice presidente della sottocommissione per le organizzazioni internazionali della Camera dei Rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, ha dichiarato che – stando ai dati dello spionaggio USA - la recente guerra in Ossezia del Sud è stata iniziata dalla Georgia.«Tutte le fonti dell’intelligence con cui ho parlato - e ho parlato con molti di loro durante le vacanze parlamentari - confermano che la recenti azioni di guerra in Georgia e nella sue province separatiste sono state iniziate dalla Georgia», ha detto il parlamentare il 9 settembre in occasione di un’audizione del Congresso USA.
Ad avviso di Rohrabacher, così come citato dalla “RIA Novosti”, «i georgiani, non i russi, avevano rotto l'armistizio, e nessuna ciancia su provocazioni e altre cose può cambiare questo dato di fatto.»Rohrabacher ha definito una "foglia di fico" tutti i tentativi di attrribuire la colpa sullo scatenamento della guerra a Ossezia del Sud. «Sì, alcune persone useranno questa foglia di fico e diranno che i sud-osseti potrebbero aver provocato azioni militari, lanciato un missile o sparato cannonate», ha detto Dana Rohrabacher, dopo aver ricordato l'incidente del Golfo del Tonchino, che venne utilizzato dagli Stati Uniti per avviare la guerra del Vietnam, e che più tardi si rivelò essere una provocazione. Per Rohrabacher la questione è semplice: «I russi hanno ragione, e noi torto. I georgiani avevano iniziato tutto questo, e i russi vi hanno posto fine», ha detto il vice presidente della sottocommissione parlamentare. Una dichiarazione clamorosa di Rohrabacher era apparsa anche nel libro di Nafeez Mosaddeq Ahmed Guerra alla libertà (Fazi, 2002).
Di fronte alla commissione esteri del Senato USA, nel 1999, Rohrabacher aveva detto: «Sono stato coinvolto a fondo nella politica americana in Afghanistan per circa vent’anni, e mi sono chiesto se questa amministrazione abbia o no messo in atto una politica segreta che ha rafforzato i talebani e consentito al loro feroce movimento di assumere il potere. Anche se il presidente e il segretario di Stato hanno espresso chiaramente il loro disprezzo per le efferatezze compiute dai talebani, e specialmente per la repressione delle donne, nei fatti la politica adottata dagli Stati Uniti ha ripetutamente avuto l’effetto opposto. […] Affermo che questa amministrazione ha messo in atto una politica segreta per offrire sostegno al governo dei talebani affinché assumessero il controllo dell’Afghanistan. […] Questa scelta amorale, o immorale, si basava sull’ipotesi che i talebani avrebbero portato stabilità in Afghanistan e consentito la costruzione di un oleodotto dall’Asia centrale fino al Pakistan attraverso l’Afghanistan […] Credo che l’amministrazione abbia mantenuto segreto questo obiettivo, e tenuto all’oscuro il Congresso sulla sua politica di sostegno ai talebani, il regime più antioccidentale, più antifemminile e avverso ai diritti umani del mondo».
Prima o poi qualcuno ci informerà di nuovo su queste cose tanto importanti. Di fronte alle operazioni segrete e alle terribili guerre che vi si collegano non potrà bastare una piccola correzione di rotta della corrente delle notizie. Servono nuovi punti di vista.
domenica 14 settembre 2008
America Latina: l’ex giardino di casa degli USA

Ormai gli USA, pur con tutta la “buona volonta’” a loro disposizione, non possono piu’ considerare il continente latinoamericano come il proprio giardino di casa. E’ solo un ricordo del passato, la festa e’ finita.
Tutto il continente sembra fermamente disposto a fare fronte comune contro le solite disgustose ingerenze di Washington.
Dopo la cacciata dell’ambasciatore USA in Bolivia - accusato di intromettersi nella vita politica del Paese e “di volerlo dividere” – Hugo Chavez, in solidarieta’ con Evo Morales, ha cacciato l’ambasciatore USA a Caracas.
Naturalmente il Dipartimento di Stato Usa ha replicato disponendo l'espulsione dal Paese dell'ambasciatore venezuelano a Washington, Bernardo Alvarez.
La crisi dunque fra Venezuela, Bolivia e Stati Uniti, a questo punto è aperta. Nel gioco, che ricorda tanto la guerra fredda degli anni Ottanta, potrebbe entrare anche la Russia di cui il Venezuela è stretto alleato – ha infatti anche appena accolto in una sua base alcuni bombardieri russi.
Da sottoscrivere in pieno le parole che Chavez ha pronunciato un paio di giorni fa “Gli Usa devono portare rispetto ai paesi latinoamericani. Questo chiediamo, che sia portato rispetto. E fino a quando non cambierà il governo Usa l'ambasciatore non potrà rientrare [..] Questo è troppo, ritengo gli Usa responsabili di tutte le cospirazioni contro Venezuela e Bolivia. Andate all'inferno yankee di merda”.
Piu’ chiaro di cosi’…
L’America Latina offre lezioni a Bush
di Fabrizio Casari – Altrenotizie – 14 Settembre 2008
La tensione tra Venezuela e Bolivia da un lato e Stati Uniti dall’altro non pare destinata a ridursi. All’espulsione degli ambasciatori statunitensi da La Paz e Caracas, Washington ha risposto con eguali misure nei confronti dei diplomatici dei due paesi latinoamericani, con ciò riaffermando un meccanismo scontato nella prassi diplomatica. Ma il meccanismo azione-reazione, se ha una sua logica nella fisica, non sempre ce l’ha in politica e, meno ancora, nelle relazioni internazionali. Quella in corso non è una diatriba diplomatica, ma uno scontro politico di dimensioni ampie, che ha origine nell’ingerenza pesante del governo statunitense negli affari interni di tutti i paesi latinoamericani in generale, di quelli con governi progressisti in particolare.
Nel caso specifico della Bolivia, l’ambasciatore statunitense, Philip Goldberg, ha promosso, diretto e finanziato la rivolta delle elites bianche nelle regioni ricche del Paese, ostili alla presidenza di Evo Morales. L’ostilità, ad essere precisi, andrebbe declinata con un termine forse non più di moda, ma non per questo meno esplicativo: odio di classe. Solo negli ultimi tre giorni di scontri, sono nove i contadini uccisi dalle armi dei sostenitori dei governatori locali, che attaccano persino i reparti di polizia a difesa delle sedi istituzionali. Evo Morales, presidente reduce da una vittoria referendaria risultata più che altro una riconferma trionfale al suo operato, ha dichiarato lo stato d’assedio nelle province ribelli, ma non sembra disposto ad inviare l’esercito per ripristinare l’ordine. Ma non poteva più tollerare l’atteggiamento ed il comportamento da proconsole dell’impero con cui Goldberg esercitava le sue funzioni.
Più che alla convenzione di Vienna sembrava rifarsi alla Dottrina Monroe, il diplomatico a stelle e strisce già attivissimo in Kosovo durante la secessione da Belgrado. Proprio per i suoi trascorsi kosovari, del resto, era stato inviato in Bolivia e proprio con lo stesso modus operandi pensava di replicare nelle Ande quanto già avvenuto nei Balcani. Aveva fatto male i conti, soprattutto confondendo lo spirito dialogante di Evo con una sua presunta debolezza politica.
Per quanto riguarda il Venezuela, pur con uno spartito diverso da quello boliviano, la musica è la stessa. L’ambasciatore Patrick Daddy è infatti accusato dalle autorità venezuelane di aver collaborato all’intento golpista recentemente scoperto dai servizi segreti di Caracas e che ha portato, tra gli altri, all’arresto di un Generale di Brigata e di un Maggiore delle Forze Armate venezuelane. Niente di cui stupirsi, dal momento che Washington non ha mai smesso di cospirare – d’accordo con la Confindustria locale e alcuni governatori – contro il governo di Hugo Chavez, cercando di alzare la tensione interna per condurre il Venezuela verso una guerra civile, esattamente come in Bolivia e come in Nicaragua, quest’ultimo anch’esso vittima di una escalation di aggressioni mediatiche e politiche contro il Presidente Daniel Ortega.
Identici schemi per identiche politiche: appoggiare in ogni modo, finanziando e organizzando dall’esterno e dall’interno, le braccia mercenarie delle elites locali al fine di alzare il livello dello scontro fino alla soglia della guerra civile, in attesa che la risposta del governo per ripristinare l’ordine interno possa far gridare alla repressione e quindi, sostenuti dalla grancassa mediatica, tentare d’intervenire direttamente a ripristinare le oligarchie sulle poltrone da dove il voto democratico li aveva cacciati.Ma le difficoltà di Washington in America Latina sono molto maggiori di quanto non lo fossero precedentemente.
La stagione della riscossa democratica del continente, iniziata con la vittoria di Lula in Brasile e di Kirschner in Argentina, proseguita con quelle di Chavez in Venezuela, Tabarè Vasquez in Uruguay, Ortega in Nicaragua, Torrijos a Panama, Morales in Bolivia, Bachelet in Cile e Correa in Ecuador e conclusasi con Lugo in Paraguay, disegna con nettezza un’America latina progressista e affrancata dal Washington consensus con il quale gli Usa avevano pensato di poter continuare a dominare il continente a seguito della fine della stagione delle dittature militari fasciste con le quali il gigante del Nord aveva tenuto sotto il suo tallone le americhe.
Lunedi, a seguito della crisi diplomatica con gli Usa, è stato convocato un vertice dei paesi latinoamericani, fatto inedito e gravido di considerazioni positive in ordine alla sovranità continentale dell’ormai ex “giardino di casa”.
Non si tratta dunque, come suggeriscono i media italiani, sempre pronti a non capire, occupati come sono ad obbedire, di una crisi di leadership statunitense determinata dalla virata dell’attenzione militare e politica verso Iraq e Afghanistan. Perché è il nuovo assetto latinoamericano, prima che il mutato interesse geopolitico di Washington ad aver cambiato le regole del gioco.
Se addirittura l’Honduras, storicamente considerato una portaerei Usa in Centroamerica, prima aderisce all’Alba e ora congela le relazioni diplomatiche con Washington in solidarietà con Bolivia e Venezuela, è chiaro che il dominio statunitense nel continente è progressivamente scemato. Ciononostante, il dispiegamento della Sesta flotta statunitense – smantellata nel 1950 e ora riproposta con scopi “umanitari, pacifici ed ecologici”, così come il rifinanziamento del Plan Colombia, indicano che gli Usa provano a tenere e riconquistare posizioni.
D’altro canto, Brasile e Argentina provano a proporre una moneta unica latinoamericana, il Venezuela si dice pronto ad ospitare navi da guerra russe per manovre nei Caraibi e il Nicaragua riconosce le repubbliche di Abkazia e Ossezia. Chiunque da gennaio s’insedierà alla Casa Bianca, almeno in America latina non avrà vita facile.
Va in onda il golpe mancato
di Alessandro Grandi – Peacereporter – 12 Settembre 2008
L'espulsione dell'ambasciatore Usa dal Venezuela, voluta da Chavez come segno di solidarietà verso la Bolivia (che accusava Washington di interferire nelle questioni politiche interne al Paese), l'arrivo dei caccia bombardieri russi a Caracas per le esercitazioni militari di novembre, le manovre stesse insieme all'esercito di Mosca hanno fatto passare in secondo piano una notizia da prima pagina: alcune intercettazioni telefoniche trasmesse dalla tv venezuelana dimostrerebbero l'esistenza di un piano di alcuni militari per eliminare Chavez e compiere un colpo di Stato.
I fatti. Alcuni ufficiali delle forze armate avrebbero voluto, con l'aiuto di un caccia F-16 attaccare l'aereo presidenziale e prendere il controllo di Palazzo Miraflores, sede del governo del Venezuela, e delle televisioni nazionali, mettendo a segno un nuovo colpo di Stato dopo quello semi fallito del 2002.
Le intercettazioni sono state trasmesse dalla tv e l'audio è molto nitido. Protagonisti negativi della vicenda il vice ammiraglio Carlos Millan Millan, l'ex capo di Stato Maggiore della Guardia Nacional, Wilfredo Barroso Herrera, e il generale Eduardo Baez Torrealba, ex comandante logistico dell'aeronautica. Lo stesso Torrealba, che smise di comandare truppe militari dopo il colpo di stato e che fu accusato di far parte del gruppo di traditori durante le intercettazioni, è quello che maggiormente si preoccupa degli uomini a disposizione.
Ma anche Barroso Herrera ha avuto nelle telefonate intercettate un ruolo molto importante. Dai nastri si capisce chiaramente quello che dice: “L'obiettivo deve essere uno e solo uno: dobbiamo andare a prendere il palazzo Miraflores. Lo sforzo deve essere rivolto esclusivamente alla presa di Chavez”.
Le accuse. Secondo gli uomini del governo, dietro il tentativo di colpo di stato ci sarebbe l'ex ministro della Difesa Raul Isaias Baduel. Di sicuro ci sarebbero alcuni suoi stretti collaboratori, come Millan Millan, intercettato mentre discuteva del piano. Nel frattempo Chavez ha già fatto sapere che sarà aperta un'inchiesta sull'accaduto e sostiene che dietro il piano per eliminarlo ci siano gli Stati Uniti e il loro progetto “di assalto imperialista”.
sabato 13 settembre 2008
Il terrore creato ad arte
Qui di seguito un articolo che evidenzia quanto i media e i governi occidentali siano i maggiori responsabili nel fomentare tra l’opinione pubblica paura e angoscia del tutto irrazionali. Ben piu’ delle sporadiche azioni dei vari gruppuscoli definiti “terroristi”.
D’altronde e’ risaputo che e’ molto piu’ semplice governare un Paese e far ingoiare al proprio popolo qualsiasi legge, anche la piu’ liberticida, se esso viene costantemente bombardato da notizie prive di alcun fondamento ma capaci comunque di alimentare insicurezza, panico e terrore.
L'industria del terrore
di Loretta Napoleoni – L’Unita’ - 12 Settembre 2008
A ridosso dell'11 settembre 2008 il Regno Unito è scosso da una sentenza inaspettata: le prove che il complotto dell'aeroporto dell'agosto 2006 voleva far esplodere in volo sette aviogetti con bombe liquide sono insufficienti a condannarne i membri. Tutti gli imputati meno tre, accusati di semplice «cospirazione», sono scarcerati. Non è la prima volta che una sentenza smentisce il governo di Sua Maestà; nel 2005 il complotto della ricina si rivela una farsa, la sostanza chimica è detersivo.
Quella volta bastarono le scuse ufficiali di Blair, oggi invece sono già in piedi le cause civili. A imbastirle è l'industria dei trasporti aerei, penalizzata da una bomba inesistente. I costi sono da capogiro: solo la British Airways perde in pochi giorni 100 milioni di sterline; la BAA, la società aeroportuale britannica, si ritrova a spendere 250 milioni di sterline in più per adeguare la sicurezza alla nuova minaccia. Ed i viaggiatori? Tutti noi costretti a gettare bottigliette d'acqua, creme di bellezza e mascara nei bidoni della spazzatura prima dei controlli di sicurezza? Chi ci risarcirà per il tempo perso, lo stress, i prodotti abbandonati e le altissime tasse aeroportuali necessarie per proteggerci da ordigni fantasmi?
A Londra, nel settimo anniversario della tragedia delle Torri Gemelle si chiude l'ultimo capitolo della politica della paura, un'epopea angosciante che ha visto l'occidente modificare il proprio stile di vita a causa del pericolo terrorista. Mai prima d'ora il rischio di saltare in aria dentro un aereo è stato così alto, ecco il mantra dei politici e dei media. Il fiasco iracheno, le statistiche sull'attività eversiva in occidente e le sentenze di Londra contraddicono questa versione dei fatti. Il terrorismo esiste ma la sua minaccia va ridimensionata, sono i numeri a dircelo.
In Occidente l'attività dei gruppi armati raggiunge l'apice a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, da allora diminuisce. Anche considerando l'11 settembre, è più facile che un occidentale sia colpito da un fulmine che da un attentato terroristico. Avere tanta paura non ha dunque senso.
Eppure, per quanto irrazionale, la nostra paura è reale. Vedere in diretta il crollo delle Torri Gemelle ci rende consapevoli del fenomeno del terrorismo, assistere al reality show più sconvolgente che sia mai stato trasmesso colpisce profondamente il nostro subconscio. I politici lo capiscono e sapientemente manipolano le nostre emozioni somministrandoci dosi massicce di scenari apocalittici falsi, dal nucleare di Saddam, al complotto della ricina, alla bomba liquida di Londra. Con l'aiuto dei media trasformano un evento eccezionale in uno scenario reale del quotidiano.
La paura si sa va alimentata, e i retroscena del complotto dell'aeroporto ce lo confermano. L'MI5, i servizi segreti, pedinano da mesi la cellula ma non ci sono prove concrete che sia in possesso dell'arma liquida né che abbia intenzione di orchestrate un nuovo 11 settembre. Si ipotizza che l'attentato coinvolga aerei di linea diretti negli Usa, è per questo che vengono allertati i servizi americani. Interviene subito Bush che chiede a Blair di agire, ma il premier britannico non si fa convincere. È a questo punto che gli americani forzano la mano, fanno arrestare in Pakistan un membro della cellula e a quel punto l'MI5 si deve muovere. Alla stampa viene detto che la cellula stava per portare a termine il secondo 11 settembre, ecco il motivo del massiccio spiegamento di forze sulle due sponde dell'atlantico. I militari bloccano gli aerei in pista, i passeggeri sono costretti a scendere ed a riconoscere i propri bagagli, a Chicago c'è chi li fa sdraiare sull'asfalto rovente per essere ispezionati. Gli aeroporti di due continenti chiudono i battenti nel bel mezzo delle vacanze estive. È il caos.
I media si buttano a pesce sulla notizia e mostrano al mondo i terminali presi d'assalto dai militari. Non ci sono morti, nè fuoco e fiamme, ma madri sconvolte con in braccio neonati alle quali vengono strappati di mano i biberon pieni di latte. Bastano quelle immagini isteriche sullo sfondo delle divise militari a far risvegliare il trauma dell'11 settembre. Uno stuolo di «esperti» sfila davanti alle telecamere, elogia la tempestività dei governi e descrive ai telespettatori scenari apocalittici.
Sono tutti membri dell'industria internazionale della paura, senza il loro contributo la psicosi non sarebbe durata cosi tanto. Nata intorno al folclore del terrorismo, questa settore fino a sette anni fa non esisteva. Soltanto negli Stati Uniti il numero delle società di sicurezza specializzate in terrorismo è passato dall'11 settembre ad oggi da 4 a 40.000. È questa, insieme ai media, l'unica industria che ha guadagnato economicamente dallo sfruttamento politico e mediatico della paura.
Gli strumenti del mestiere sono principalmente statistiche e notizie false. Conosci il tuo nemico, diceva Von Clausewiz. L'industria della paura ci impedisce di farlo, ma soprattutto dà manforte all'attività eversiva anche quando non c'è come nel caso del complotto della ricina e di quello dell'aeroporto. Il terrorismo, va ricordato ai membri di questo settore, vuole innanzitutto incutere paura, lo dice anche la parola.
giovedì 11 settembre 2008
Sri Lanka: la guerra alla stretta finale
Negli ultimi mesi la campagna militare del governo dello Sri Lanka contro l'Ltte (Liberation Tigers of Tamil Eelam) ha subito una brusca accelerazione. Da quando è ufficialmente decaduto a gennaio un fragilissimo cessate-il-fuoco, Colombo ha mosso attacchi da terra, aria e mare nel tentativo di circondare e isolare i ribelli nelle roccaforti del nord a Jaffna, Vavuniya, Kilinochchi Mullaitivu.
Tra la fine di luglio e gli inizi di agosto, le Tigri avevano inoltre offerto una tregua per consentire il tranquillo svolgimento del meeting regionale South Asian Association for Regional Cooperation (Saarc) nel corso del quale si era discusso di terrorismo, crisi alimentare ed energetica. Ma il governo aveva risposto attaccando massicciamente, non volendo concedere tempo alle Tigri per riprendere fiato.
Più volte infatti il premier Ratnasiri Wickramanayaek ha ribadito la sua intenzione di concludere la guerra entro la fine dell'anno. Un conflitto, cominciato 25 anni fa, che ha gia’ provocato la morte di circa 70.000 persone.
Due giorni fa poi il governo dello Sri Lanka ha annunciato un divieto agli operatori umanitari stranieri e a molti lavoratori locali di svolgere attività nel nord del Paese, dove sono attivi i ribelli Tamil.
Il segretario della Difesa Gotabhaya Rajapaksa ha avvertito che Colombo potrebbe non garantire la sicurezza dei lavoratori delle numerose ONG presenti nella zona, dopo la decisione di intensificare la guerra contro le Tigri Tamil.
E infatti ieri l'aviazione dello Sri Lanka ha bombardato quello che ritiene essere il quartier generale delle Tigri Tamil, nella regione settentrionale di Kilinochchi. Non si hanno per il momento notizie di vittime ma il comando delle Nazioni Unite ha confermato l'esplosione, dicendo che uno dei loro veicoli è stato leggermente danneggiato, e sono pertanto cominciate le operazioni di evacuazione del personale ONU.
Il governo quindi e’ fermamente deciso a concludere in fretta questa guerra, ma le Tigri Tamil continuano a resistere coraggiosamente.
Comunque la guerra sembra aver imboccato la strada verso la sua stretta finale.
Offensive senza testimoni
di Naoki Tomasini - Peacereporter - 10 Settembre 2008
Le Tigri tamil sono strette all'angolo ma combattono ancora. Da alcuni mesi l'esercito di Colombo sta conquistando larghi tratti di territorio nel nord del paese, province e regioni che in passato erano controllate dai ribelli. Ma quando si pensava che la resistenza dei ribelli fosse allo stremo, le Tigri hanno lanciato una sortita contro una base militare a Vavuniya, nel territorio controllato dal governo di Colombo. L'attacco è andato a segno, e oggi l'esercito nazionale ha ricominciato a bombardare le postazioni ribelli. Nel frattempo le Nazioni Unite iniziano a ritirare il proprio personale dal nord dell'isola.
Martedì 9 settembre un commando suicida delle Trigri tamil, una decina di membri del reparto delle cosiddette Tigri Nere, di cui facevano parte anche cinque donne, ha attaccato una base dell'esercito di Colombo a Vavuniya, nella zona controllata dal governo, uccidendo almeno una dozzina di soldati e un civile, prima di essere a loro volta eliminati. Il bilancio ufficiale parla di 25 vittime, mentre fonti tamil riferiscono di almeno 20 morti solo tra i soldati cingalesi. L'attacco è stata la prima reazione delle Tigri dopo alcuni mesi di sconfitte, che le hanno costrette a ritirarsi in profondità nella giungla e avevano fatto pensare a un'imminente fine del conflitto che, dal 1983, ha già causato la morte di oltre 70mila persone.
Con queste ultime vittime il bilancio ufficiale dall'inizio del 2008 è salito a 6462 morti tra i ribelli e 631 tra le forze armate cingalesi. Secondo fonti del governo, durante l'attacco contro la base di Vavuniya, la contraerea cingalese avrebbe abbattuto uno degli aeroplani usati dai ribelli per i bombardamenti. La notizia è stata però smentita e, al pari del numero delle vittime, non può essere verificata per via dell'assenza di fonti indipendenti sul posto. Secondo il portavoce dei ribelli, Rasian Ilanthirayan, l'aereo delle Tigri “ha abbattuto una stazione radar e una torretta di comunicazione, distrutto alcuni depositi di armi e postazioni antiaeree, per poi tornare alla base intatto”. La rudimentale ma efficace aviazione in possesso delle Tigri tamil consiste in cinque velivoli di fabbricazione ceka, modello Zlin 143, contrabbandati a pezzi e assemblati dai ribelli.
Mercoledì è partita la rappresaglia dell'aviazione srilankese, che ha colpito in almeno quattro raid quello che viene considerato il centro di controllo e comando delle Tigri, nel mezzo della regione di Kilinochchi, uno degli ultimi bastioni dei ribelli tamil nel nord del paese. Nonostante le perdite subite martedì a Vavuniya, il governo ha intenzione di schiantare definitivamente la resistenza dei ribelli nel nord del paese. Di fatto però, ogni attacco delle forze armate contro le aree tamil provoca centinaia, quando non migliaia di profughi, che in maggioranza fuggono proprio verso le aree controllate dai ribelli, esponendosi ancora di più ai bombardamenti governativi. Il protrarsi dell'offensiva militare rende oggi estremamente difficile il lavoro delle organizzazioni umanitarie che cercano di alleviare la grave situazione dei profughi, che sono oltre 150mila solo nel nord del paese.
Martedì 9 le Nazioni Unite hanno annunciato l'inizio del ritiro del loro personale dalle zone coinvolte negli scontri, senza specificare un calendario per il ritiro completo della missione, e precisando che il sostegno ai profughi non cesserà. Lunedì il governo di Colombo aveva avvertito di non essere in grado di proteggere gli operatori umanitari nel distretto di Wanni, invitando le Ong a lasciare la zona, per evitare il ripetersi del massacro di 17 impiegati dell'organizzazione francese Action Against Hunger, avvenuto nell'agosto 2006.
Le Nazioni Unite hanno subito accolto il consiglio, mentre le altre, poche, Ong rimaste nella zona, tra cui la Croce Rossa Internazionale, fanno sapere di non avere piani di evacuazione, almeno per il momento. Mercoledì il Segretario Generale dell'Onu, Ban Ki Moon, ha espresso la sua preoccupazione per l'aggravarsi del conflitto in Sri Lanka e ha ricordato alle parti il dovere di “garantire sicurezza e libertà di movimento per i civili e per le organizzazioni umanitarie”. Secondo l'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, Unhcr, lo scontro tra l'esercito di Colombo e il Liberation Tigers of Tamil Eelam (Ltte) ha causato lo sfollamento di 12mila famiglie nel solo mese di luglio 2008.
mercoledì 10 settembre 2008
Gli USA irritati per le ottime relazioni tra Italia e Russia
E’ risaputo da tempo quanto sia stretta l’amicizia personale tra Berlusconi e Putin; un’amicizia che ha avuto il suo peso durante e dopo la guerra tra Russia e Georgia.
L’Italia si e’ infatti giustamente schierata a fianco della Russia, un nostro partner strategico.
Per fortuna il governo italiano in quest’occasione ha dimostrato di tutelare gli interessi del nostro Paese, e non quelli degli USA o di una tale Georgia.
La visita di Cheney in Italia, al di la’ delle solite e scontate belle parole sull’amicizia Italia-USA, ha comunque lasciato sul selciato uno strascico di polemiche, ben nascoste ovviamente, tra i due governi.
Nel prossimo futuro si capira’ meglio quanto tutto cio’ avra' influito nei rapporti a lungo termine tra i due Paesi e quali conseguenze avra’ prodotto.
Accontentiamoci per ora della bella notizia che in questi ultimi giorni il fegato di Cheney e’ stato messo a dura prova…
«Cheney irritato con Berlusconi»
di Maurizio Blondet – Effedieffe - 10 Settembre 2008
«L’Italia è il cavallo di Troia della Russia in Europa»: così ha detto un innominato diplomatico «di un ex-satellite sovietico» (polacco? Baltico? Ucraino o georgiano?) secondo il Financial Times, in un velenoso articolo dal titolo significativo: «Italy upset the US over Georgia», l’Italia indispone gli USA per la posizione presa sulla Georgia (1).
L’irritazione l’ha mostrata Dick Cheney con la sua numerosa delegazione, che è stato in Italia per cinque giorni (partecipando anche al forum Ambrosetti). A Roma, Cheney ha per l’ennesima volta condannato «il tentativo unilaterale della Russia di alterare i confini internazionalmente riconosciuti della Georgia con le armi» ed ha ripetuto la promessa a Georgia e Ucraina di farle diventere membri della NATO. Cheney, dice il giornale britannico, «ha premuto molto per avere un esplicito appoggio da Berlusconi» su questi temi.
Invece, Berlusconi «non ha detto una sola parola di critica contro la Russia». Dev’esserci stato più di un momento di tensione perchè «il premier italiano ha detto di aver cercato di spiegare a Cheney (notate: ha cercato di spiegare) il suo personale successo nel calmare le aque in Ossezia e in Georgia». Egli ha sottolineato l’importanza di «continuare il tavolo NATO-Russia, il concilio congiunto inaugurato nel 2002 fra il presidente George W. Bush e Vladimir Putin, allora presidente». Giustificazione spinosa, anzi controproducente. Perchè, rivela il Financial Times, l’Italia ha cercato di «convocare un incontro prefissato di routine fra NATO e Russia» subito dopo «l’invasione della Georgia»; tentativo «bloccato dagli USA», e che ha accresciuto i sospetti della Casa Bianca.
Già sospettosissima per il fatto che «Franco Frattini, il ministro degli esteri italiano, era volato a Mosca giovedì, proprio mentre Cheney era in Georgia e Ucraina», a parlare coi dirigenti russi «prima che ci andasse Sarkozy, il presidente francese che guida gli sforzi di pace , ed è ora un favorito di Washington». Il sospetto era che l’Italia «rompesse l’unità» del collegio accusatorio occidentale-americanista.
Non si manca di notare che, «secondo diplomatici europei, l’amministrazione Bush guarda con sospetto io stretto rapporto personale di Berlusconi con il leader russo», il che lo porta a guardare con allarme «alla presidenza italiana del G8 a gennaio». La mega-riunione del G8 si terrà in Sardegna, e «l’Italia ha già chiarito che intende invitare Putin».
Ma il Financial Times insinua di più: la stretta relazione è dovuta ad affari petroliferi in corso, specialmente la «partnership strategica stipulata tra Gazprom e la statale ENI nel 2003, e il gasdotto South Stream progettato per portare il gas russo attraverso il Mar Nero» si può immaginare che il dispetto e il sospetto sia nutrito anche dai britannici, la cui BP (British Petroleum) credeva di aver messo le mani su una bella porzione dell’oro nero russo, e che invece s’è vista sbattere la porta in faccia da Putin.
Per confronto, viene citato Umberto Quadrino, «direttore esecutivo della Edison, il secondo gruppo energetico italiano» che è andato al forum Ambrosetti per fare energicamente lobby presso Cheney e la sua delegazione a favore del proprio progetto: il gasdotto Edison ITGIS, che ha il vantaggio, dal punto di vista anglo-americano, di «escludere la Russia ma di transitare per la Georgia».
Questo ITGIS dovrebbe trasportare 8 miliardi di metri cubi da gas dall’Azerbaijan (giacimento Shah Deniz nel Caspio) all’Italia. Si tratta di un prolungamento del gasdotto che già passa per la Georgia e arriva in Turchia; può essere allungato fino alla Grecia, e da qui con una tubatura subacquea nell’Adriatico, raggiungere l’Italia. La Edison vuole che «l’amministrazione Bush getti tutto il suo peso politico a favore di questo progetto». Ci sono insomma «progetti in competizione», e sui quali la delegazione Cheney ha ricevuto «mappe pazzamente riempite di lineee tratteggiate», che si raccomandano come più anti-russi.
Situazione pericolosa, in mancanza di una esplicita visione strategica, dove quelli italiani possono essere interpretati come i tradizionali giri di valzer (tenere i piedi in due scarpe) del nostro paese. Su quanto sia pericolosa per un premier italiano «indisporre» gli americani, lo può testimoniare la famiglia Moro, quella Crarxi e - se ne ha voglia - anche Andreotti.Pochi giorni prima del rapimento di Aldo Moro il settimanale Economist dei Rotschild pubblicò una copertina dove appariva Aldo Moro come burattino, tirato da fili, e con la didascalia «E’ finita la commedia». In italiano nel testo, onde il messaggio fosse compreso dai nostri politici digiuni di lingue. Le Brigate Rosse si incaricarono di attuare la profezia dei Rotschild.
Per fortuna, dice il Financial Times, c’è stata una dichiarazione italiana che «ha riscosso l’approvazione di Cheney»: è l’asserzione «del ministro Frattini che l’Europa necessita di una strategia energetica e deve essere unita nei negoziati con Russia, Libia e Algeria».
Ma basterà a calmare la suddetta irritazione? Il giornale britannico fa sapere che «in privato, gli esponenti italiani controbattono che gli USA sono gli ultimi a poter dar lezioni all’Europa sulla dipendenza energetica» (visto che sono i più voraci consumatori di greggio del mondo), e che «Bush e Cheney presto traslocheranno, mentre Putin e il gas russo restano».Qui la prima parte del calcolo rischia di rivelarsi inesatta. A Bush succederà quasi sicuramente McCain, che è esattamente il prolungamento dei poteri che hanno tenuto alla Casa Bianca Bush: petrolieri, complesso-militare-industriale, e la nota lobby neocon.
Sembra quasi che i democratici abbiano obbedito ad un ordine e stiano attuando una strategia decretata dall’alto: come perdere elezioni imperdibili, dopo otto anni di disastrosa amministrazione neocon-repubblicana, due guerre rovinose e costosissime che hanno devastato il benessere dell’americano medio, un mostruoso collasso finazniario ed economico, fallimenti a catena di banche, 4 milioni di pignoramenti di case per insolvenza, l’arretramento dei redditi del ceto medio USA, una città (New Orleans) abbandonata sotto l’acqua con tutti i suoi abitanti per settimane? Sembra una missione impossibile, ma i democratici ci si sono messi d’impegno.
Prima idea: candidare una donna - metà degli americani non voteranno mai un presidente donna. Anzi no, meglio, candidiamo un negro - due terzi degli americani mai voteranno per un negro, pardon afro-americano (gli americani che non votano un negro usano però il termine politicamente corretto).Ma ancora non basta: troviamo un afro-americano elegante, intellettuale (nessun americano vuol farsi governare da un intellettuale), un po’ anticonformista (peggio che andar di notte), con un nome musulmano; per di più, obblighiamolo ad annacquare il suo messaggio e la sua «diversità», facendolo convergere al centro guerrafondaio-cristianista, in cui si troverà come un pesce fuor d’acqua.
Persino Thomas Friedman, columnist del New York Times, si chiede «chi ha messo il Valium nel caffè di Obama» (2). Ma non è un complotto, è il destino manifesto terminale dell’America. Insomma, dopo Bush, alla Casa Bianca, ci sarà Bush II, sotto il nome di John McCain. O peggio, Sarah Palin, la donnina sexy convinta che l’Alaska sia il paese che Dio ha scelto come terra di rifugio nell’imminente Armageddon (il che assicura i voti di 70 milioni di «cristiani rinati»).
Ciò significa l’irritazione attiva americanista per i giri di valzer di Berlusconi resta scritta nell’agenda, nel libro delle «cose da fare». Si tratterà di liquidare l’indisponente e sostituirlo con un sostituto più servo. Nella «destra» italiana, i candidati a questo posto di maggiordomo non mancano.
Dopo le scontate elezioni USA, converrà guardare con ettenzione alle mosse di Bossi, già comprovato pugnalatore di coalizione «di destra», e che si sta già scaldando i muscoli attaccando i ministri di Forza Italia. E quelle di Gianfranco Fini, il fedelissimo onorevole Kippà. Egli aspira a più alti seggi; la sua kippà glieli garantisce.
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1) Guy Dinmore, «Italy upsets US over Georgia», Financial Times, 9 settembre 2008.
2) Thomas Friedman, «From the gut», New York Times, 9 sette,bre 2008. «Whoever slipped that Valium into Barack Obama’s coffee needs to be found and arrested by the Democrats because Obama has gone from cool to cold».
martedì 9 settembre 2008
Relazioni sempre piu’ tese tra Venezuela e USA
I segnali di un ulteriore peggioramento delle relazioni tra Venezuela e USA sono ormai ben evidenti.
La settimana scorsa il ministro degli Esteri di Caracas ha negato l'accoglienza nel Paese al direttore dell'agenzia statunitense per la lotta alle sostanze stupefacenti John Walters.
Per il ministro la sua visita è da considerarsi "inutile" aggiungendo poi che “sarebbe bene che Walters usasse meglio il suo tempo per controllare il fiorente traffico di droga e abusi nel suo Paese. La lotta contro la droga ha avuto progressi significativi soprattutto da quando il governo della Bolivia ha interrotto il suo programma di cooperazione con la Dea”.
Secondo il governo venezuelano le attività della Dea erano rivolte più ad azioni di spionaggio che alla reale volontà di lottare contro la droga.
Ma cio’ non rappresenta certo una novita’ nel comportamento adottato dagli USA in alcuni Paesi.
Prove tecniche di guerra fredda
di Alessandro Grandi – Peacereporter – 9 Settembre 2008
Dal 10 al 14 novembre prossimo nelle acque caraibiche di fronte alle coste venezuelane si svolgeranno alcune importanti manovre militari. Protagonisti della scena, la marina della repubblica Bolivariana e quattro o cinque navi della marina russa.
La guerra fredda dunque non è mai finita? In totale il Venezuela farà esercitare diverse fregate equipaggiate con missili, sottomarini, e squadre navali dedicate al controllo delle acque. I russi dal canto loro invieranno ai Caraibi quattro unità navali e circa un migliaio di soldati
Nello stesso periodo, nelle calde acque del mar dei Caraibi una nave statunitense della IV flotta, la Uss Kearsarge, intraprenderà una missione umanitaria proprio nelle acque dell'America Centrale. Una casualità? Forse. Fatto sta che da Washington hanno un po' storto il naso non appena venuti a sapere delle prossime esercitazioni congiunte Venezuela-Russia.
Dal Venezuela. Era stato proprio il presidente venezuelano verso la fine di agosto a diffondere la notizia secondo cui la marina russa avrebbe inviato una flotta navale in Venezuela per un viaggio di “amicizia e lavoro”. “Con lo scopo di realizzare esercitazioni militari nel mar dei Caraibi con i soldati venezuelani – si legge in un comunicato diffuso dal governo di Caracas- alcuni rappresentanti russi hanno previsto di farci visita dal 10 al 14 novembre di quest'anno per rafforzare i rapporti di amicizia e cooperazione”.
Nessuna base ma amicizia. Allo stesso tempo Chavez aveva anche congelato l'ipotesi della costruzione di basi militari russe nel Paese. In ogni modo il leader bolivariano aveva già preparato il benvenuto per i soldati di Mosca. Poco a poco, però, in merito alle esercitazioni arrivano sempre più notizie e allora si scopre che il comandante in capo dell'armata russa Popov Fedorovich era stato a Caracas per discutere i dettagli delle operazioni già da alcune settimane.
“Il Venezuela è un alleato strategico della Russia” ha detto Chavez durante il suo programma domenicale alla radio. “Loro sono i benvenuti e se riusciremo a fare le manovre militari lo faremo con i nostri mezzi che migliorano quotidianamente”.
sabato 6 settembre 2008
Bolivia: iniziate le grandi manovre per defenestrare Morales
Come segnalato qualche giorno fa, il futuro per il Presidente boliviano Evo Morales e’ tutto in salita. Di ritorno dal suo viaggio in Libia e Iran, Evo Morales si è trovato di fronte a una situazione molto difficile da gestire e non è la prima volta da quando e’ diventato presidente.
Gruppi d'assalto formati da civili e finanziati dai prefetti ribelli delle regioni ricche del Paese, hanno occupato uffici rappresentanti di istituzioni pubbliche nella zona di Cobija, regione del Pando (nella Bolivia Orientale), gettando nel panico il Paese.
Ma anche nel dipartimento di Beni un gruppo di civili ha assaltato gli uffici del Servizio di Riscossione delle Imposte costringendo le forze di polizia a chiedere rinforzi per mantenere l'ordine pubblico.
Un appello alla calma rivolto alla popolazione è stato lanciato dallo stesso Presidente che ha parlato anche di golpe civico. Inoltre Morales si è rivolto alle Forze Armate del Paese chiedendo di “difendere la democrazia boliviana”.
Ma la situazione è davvero delicata. Morales ha ricordato come queste azioni abbiamo molte cose in comune con i fatti avvenuti nel 1980 quando il generale Meza aiutato da alcuni militari mise in atto il suo colpo di Stato.
E il Consiglio nazional-democratico (Conalde), organo formato dai prefetti della Bolivia che si oppongono al presidente Evo Morales, ha invitato oggi i settori sociali del Paese a dare vita a un ''ampio fronte'' che impedisca la ratifica della nuova Costituzione.
Inoltre i prefetti di Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando, riuniti a Santa Cruz, hanno annunciato l'inasprimento dei blocchi stradali che da dieci giorni bloccano i rifornimenti di generi alimentari ed energetici nelle zone sud-orientali della Bolivia.
Il Conalde ha infine elaborato una risoluzione che chiede la restituzione dei proventi derivati dall'Imposta diretta sugli idrocarburi (Idh) che ''il governo di Morales pretende di redistribuire''.
Naturalmente il governo centrale ha condannato la risoluzione del Conalde, definendola una ''minaccia per il Paese''.
Sono cominciate quindi le grandi manovre per cacciare con la forza Evo Morales dalla Presidenza della Bolivia.
Gli USA, e chi per loro nel Paese, ne hanno gia’ avuto abbastanza dei suoi provvedimenti a favore delle classi piu’ indigenti.
Ma e’ ancora tutto a vedere se riusciranno nel loro intento di defenestrarlo.
Alta tensione
di Alessandro Grandi – Peacereporter – 20 Agosto 2008
Chi credeva che il referendum revocatorio del 10 agosto scorso, brillantemente superato dal presidente Evo Morales con il 64 percento dei voti a favore, fosse la fine di un periodo di tensioni con i prefetti ribelli sostenitori delle autonomie regionali si deve ricredere.
I fatti. Al centro della questione fondamentalmente ci sono due persone: Evo Morales, presidente indigeno e il prefetto della regione di Santa Cruz, la più ricca del Paese, l'agguerrito Ruben Costas. Contrario a ogni decisione governativa in materia di economia nazionale, Costas ha sfidato più volte Morales chiamando la popolazione ad esprimersi per mezzo di votazioni sull'autonomia regionale. Non solo. Costas ha lanciato il guanto della sfida a Morales mettendo da parte il capo della polizia della regione, uomo voluto dal governo. Inoltre, ultima delle sue azioni, ha indetto per oggi un nuovo sciopero generale, con relativo blocco stradale. Dunque dalla mezzanotte di oggi tre dipartimenti (Pando, Beni e Santa Cruz) si fermeranno, le strade saranno bloccate e il traffico su ruota, il più importante del Paese, probabilmente verrà paralizzato. I leader dei dipartimenti di Tarija e Chuquisasca, invece, decideranno solo oggi se aggregarsi alle proteste o definire nuove misure di lotta.
Pressioni. Al centro del contendere c'è la richiesta delle regioni ricche della restituzione dell'Idh (Impuesto Directo a los Hidrocarburos). Il governo, infatti, ha deciso di abbassare la quota di proventi in arrivo dalla tassa sugli idrocarburi promessa alle zone della produzione. Ma l'abbassamento della quota non è un'idea campata in aria. Morales, infatti, ha deciso di finanziare un progetto per gli anziani boliviani che vivono in situazione di estrema povertà. Una decisione, quella del presidente che ha fatto storcere il naso ai prefetti ribelli. E non sono mancate le violenze: già nella giornata di ieri gruppi di giovani armati di bastoni appartenenti all'Union Juvenil Crucenista hanno causato numerosi incidenti scontrandosi con i fedelissimi del presidente. Alto il bilancio dei feriti a fine giornata. Inoltre, nel popoloso quartiere Plan 3000 alcuni giornalisti e fotografi sono stati selvaggiamente malmenati e le loro auto distrutte.
Il governo. Dialogo, dialogo e ancora dialogo. Sembra essere questa la strada che seguirà l'esecutivo boliviano, nonostante tutto. Il ministro Alfredo Rada ha condannato gli episodi di violenza di ieri e l'annuncio di un imminente nuovo sciopero previsto per oggi. “Abbiamo sentito minacce contro la sicurezza e contro la tranquillità e la convivenza pacifica” ha detto Rada che ha aggiunto: “Adesso si mettono a dire che bloccheranno nuovamente le strade del Paese. Queste non sono misure utile alla nazione che ha bisogno di estrema tranquillità e non di scontri fisici e verbali”.
venerdì 5 settembre 2008
Dopo la Georgia e' l'ora dell’Ucraina
I rapporti tra il governo e il presidente ucraino sono arrivati per l’ennesima volta al collasso.
La coalizione che sostiene la premier Iulia Timoshenko ha infatti chiesto ieri di indire elezioni anticipate nel mese di dicembre, sia per il rinnovo della Rada (il Parlamento ucraino) che per eleggere il nuovo presidente.
E sempre ieri i servizi segreti, che fanno capo al presidente, hanno inviato alla procura materiale "per controllare l'attività di alcuni esponenti del governo che hanno danneggiato gli interessi nazionali".
Nei giorni scorsi la segreteria presidenziale aveva infatti accusato di alto tradimento la Timoshenko per una presunta linea troppo morbida nei confronti di Mosca - riguardo alla guerra con la Georgia - in cambio di un sostegno alle prossime elezioni presidenziali, previste per il 2009.
E oggi il vice presidente USA Dick Cheney ha incontrato a Kiev la Timoshenko e il presidente Yushenko per discutere della crisi politica che sta attraversando il Paese.
Gli USA hanno scelto da tempo con chi stare. Yushenko ringrazia ancora una volta.
Ucraina, coalizione al collasso
di Luca Galassi – Peacereporter – 4 Settembre 2008
La nuova, ennesima crisi di governo, in Ucraina, è cominciata lunedì sera, quando il Parlamento ha approvato una legge tesa a colpire direttamente le prerogative del presidente Viktor Yushchenko, indebolendone i poteri e relegandolo di fatto a un ruolo di mera rappresentanza. La fragile coalizione di governo è stata messa in crisi dall'appoggio dato dal blocco del Primo ministro Yulia Timoshenko alla proposta di legge del Partito delle Regioni, all'opposizione.
Limitazioni istituzionali. La nuova legge prevede che al presidente sia revocata la nomina diretta del Primo ministro, del minsitro della Difesa e di quello degli Esteri. In aggiunta, il provvedimento prevede che il capo dell'agenzia d'intelligence, la Sbu, possa venire licenziato col voto di un terzo dei parlamentari e che la stessa assemblea possa contrastare la decisione presidenziale di rimuovere magistrati della Corte Suprema. In segno di protesta, gli alleati di Yushchenko hanno abbandonato l'aula, facendo venir meno la maggioranza di governo.
Alleati e rivali. L'attuale situazione è lo specchio di una scomoda coabitazione, seguita alla Rivoluzione arancione, che, dopo la sconfitta di Yanukovich, ha portato Yuschenko e Timoshenko a formare una coalizione filo-occientale in cui i rispettivi partiti si sono trovati in disaccordo quasi su tutto, sancendo di fatto una situazione di costante crisi istituzionale e paralisi legislativa, dovuta più alle rivalità personali che a sostanziali divergenze su temi prettamente politici o di politica economica. Yushchenko è un tenace sostenitore delle riforme di mercato, dell'ingresso nella Nato e all'Unione europea. Analoga la visione della Timoshenko, propugnata tuttavia con minor entusiasmo e 'mediata' dall'ostilità contro l'iperliberismo dei magnati che conrollano la maggior parte dell'economia ucraina.
'Alto tradimento'. Il recente conflitto in Caucaso ha approfondito le divergenze tra i contendenti. Il presidente è da sempre stato al fianco dei georgiani, ma il Parlamento ucraino, martedì, ha bloccato una mozione di condanna contro l'aggressione russa. Yushchenko ha inoltre accusato la Timoshenko di 'alto tradimento' per aver assecondato la decisione di Mosca. Una mossa, quest'ultima, vista da molti come il preludio per la ricerca del sostegno del Cremlino in vista delle prossime elezioni presidenziali, la cui campagna elettorale comincia nel 2009. La 'pasionaria' della rivoluzione del 2004 non ha ancora espresso la volontà di partecipare alle presidenziali, ma se il sostegno politico ed elettorale nei suoi confronti procederà di questo passo, non potrà che essere lei la grande favorita.
Arriva Cheney. Il ritiro dei parlamentari di Yushchenko dalla coalizione di governo è forse l'ultima, disperata mossa per contrastare il crescente potere politico della Timoshenko. Forzare così la mano, di fronte a un Parlamento dove 300 membri su 450 hanno votato per una legge che limita all'osso i poteri presidenziali, è per il capo di Stato una scelta obbligata. Se una nuova coalizione non verrà formata entro 30 giorni, si andrà a nuove elezioni. Rimescolare le carte significa per Yushchenko cercare di ritrovare il consenso perduto e fare chiarezza sul riposizionamento delle fazioni politiche dopo il conflitto caucasico. Tuttavia, gli alleati del Partito di autodifesa nazionale, tradizionalmente a fianco del partito presidenziale di 'Ucraina nostra' (che con il partito della Timoshenko formavano i tre nella coalizione di governo) hanno dichiarato di non avere nessun obbligo nei confronti del presidente, riservandosi la decisione di entrare in un'eventuale nuova formazione di governo. Con tali presagi di nubi oscure all'orizzonte, la visita del vice-presidente Usa, Dick Cheney, oggi a Kiev, non può che rappresentare un potente e incoraggianzte raggio di sole per il filo-occidentale Yuschenko.
Ucraina: farsa sull’orlo dell’abisso
di Maurizio Blondet - Effedieffe - 5 Settembre 2008
Tutto l’Occidente corre ad abbracciare l’Ucraina, a liberare l’Ucraina, a salvare l’Ucraina dall’orso russo: Dick Cheney arriva, per assicurare che l’Ucraina entrerà nella NATO, e l’America la proteggerà (come la Georgia). L’Europa accorre, e assicura che la democrazia ucraina entrerà nella UE: l’ingresso sarà deciso ad Evian il 9 settembre, se le opposizioni (Germania, Austria ed Olanda) non sventeranno la frettolosa integrazione.
In tutta questa calda fretta, come nota giudiziosamente il sito Dedefensa (1), ci si è dimenticati di rispondere alla semplice domanda: «quale» Ucraina liberare, salvare e soccorrere? Perchè le «democrazie» in Ucraina sono diventate dueIl presidente Yushenko ha appena accusato il suo ex-primo ministro, Yulia Timoshenko, di colpo di Stato. Nel 2004, al tempo della «rivoluzione arancione» pagata da Soros e la cui «democrazia» è stata esaltata dai media, erano uniti e alleati.
Oggi è successo questo: che Yuschenko convoca il regolare consiglio dei ministri, ma 11 ministri del governo (capeggiato dal suo delfino Yanukovitch, che Yushenko ha scelto per cacciare dal posto di primo ministro la Timoshenko nel 2005) non si presentano. Undici su dodici. Yushenko fa la riunione a due, come niente fosse.
Invece la realtà è che ormai Yushenko è in minoranza nel suo stesso Parlamento: contro di lui non solo i partiti d’opposizione fra cui i filo-russi, ma anche la sua (ex) maggioranza parlamentare, che consiste essenzialmente nel partito personale suo (Ucraina Nostra) e nel partito personale della Timoschenko (si chiama Blocco Yulia Timoshenko).
Ormai, con l’inflazione al 30%, la corruzione alle stelle e l’indice di popolarità di Yushenko sotto il 9%, la maggioranza degli ucraini ne ha le scatole piene del presidente, e lo vuole mandar via. Anche perchè, come risulta dai sondaggi, la maggioranza degli ucraini è contraria all’adesione alla NATO, caldamente voluta da Yushenko.
Il Parlamento minaccia di varare una legge per restringere i poteri del presidente: ed è questo che il presidente chiama «colpo di Stato». Sicchè minaccia di dissolvere il parlamento che non vota più come vuole lui, dimostrando che è lui il vero democratico, il meritevole di entrare in Europa. Infatti «l’Occidente» appoggia il golpista Yushenko contro la Timoshenko accusata di golpe.
Da ultimo, la maggioranza istigata dalla Timoshenko sta occupando la Rada (il parlamento di Kiev) per impedire a Yushenko di tenere il suo consueto discorso. La Timoshenko ha raccolto ben 7 milioni di firme - almeno così dice lei - per una riforma costituzionale che prevede tra l’altro l’abolizione dell’immunità per le alte cariche dello Stato, giudici e deputati, allo scopo di rinforzare la lotta alla corruzione.
La grande concordia democratica della rivoluzione arancio è finita in una zuffa di potere personale, che sa di pochade da dittatura delle banane. Yushenko accusa la Timoshenko di essere filo-russa (per forza di cose, la nuova opposizione parlamentare ha avvicinato il Blocco Timoshenko al Partito delle Regioni, votato dai russofoni), e l’ha accusata di «tradimento»; la Timoshenko moltiplica perciò le dichiarazioni di indipendenza di sapore provocatoriamente anti-russo: «Abbiamo di che assicurare la nostra dipendenza energetica. Nessuno ci detterà le condizioni, nè ci dirà come dobbiamo vivere, usando le risorse naturali come mezzo di pressione». E qui la faccenda si fa delicata.
Lo si è visto quando la USS Dallas della Guardia Costiera americana, penetrata nel Mar Nero per portare aiuti ai poveri georgiani democratici, ha fatto uno scalo di buon vicinato a Sebastopoli in Crimea: ed è stata accolta da massicce manifestazioni ostili, degli abitanti della Crimea, che sono russi.
Varrà la pena di ricordare che la Crimea è sempre appartenuta alla Russia; è diventata parte dell’Ucraina solo nel 1954, quando Kruschev (ucraino) regalò quella regione peninsulare e turistica alla sua patria etnica. Il «regalo» faceva poca differenza quando tutti erano uniti nell’Unione Sovietica; oggi, è facile capire che c’è qui l’innesco per una replica in grande della secessione del Sud-Ossezia.
E’ istruttivo notare che Mosca, moderandosi, non ha rivendicato la Crimea, dove mantiene la flotta del Mar Nero, in base ad un contratto stilato con la nuova «democrazia arancione», fino al 2017. Ma la situazione richiederebbe delicatezza. Invece Yushenko moltiplica le provocazioni; durante il conflitto georgiano ha minacciato di cacciare la flotta; ed intanto, ha aumentato la pigione della flotta russa in Crimea di 25 volte. E naturalmente - come dubitarne? - è in Crimea che Dick Cheney va a proclamare che l’Ucraina entrerà nella NATO, lo voglia o no il popolo ucraino.
Lo vuole Yushenko, e tanto basta. E’ la democrazia, ragazzi. Mosca sta osservando attentamente, e con immaginabile inquietudine, l’evolversi della pochade. Ufficialmente è silenzio, o quasi. Ma lascia parlare diversi analisti russi, le cui visioni paiono riflettere le valutazioni strategiche che la Russia sta ricavando dall’avventurismo in corso.
Uno di questi analisti (2) ha scritto: l’aggressione di Saakashvili non è un «fatto isolato», bensì «un anello della catena delle attività USA intese ad esercitare un ‘controllo del caos’ su tutta la linea dal Pakistan all’Afghanistan, dall’Iran alla Georgia, dall’Ucraina al Kossovo, onde frammentare lo spazio politico eurasiatico in zone di conflitto che impediscano alle principali potenze eurasiatiche di integrare il continente. La aggressione georgiana della Sud Ossezia è solo un passo in un lungo cammino progettato dai neocon USA, che sono pronti a tutto, anche a scatenare un conflitto con Russia ed Iran, per mantenere il controllo della Casa Bianca ed ottenere l’elezione di McCain... Gli USA dispongono del presidente Yushenko per trascinare la Russia in un conflitto fatale col il suo più prossimo vicino».
Si noterà la somiglianza di questa analisi con quella tratteggiata da Putin nelle sue interviste.
Un altro analista (3) paragona la enorme dissimmetria militare americana rispetto a tutti i suoi avversari potenziali a quella della «Francia napoleonica nel 1799, al Kaiserreich del 1900, e al Terzo Reich del 1933: in tutti e tre i casi, una simile situazione - destabilizzante per essenza - si è conclusa con una guerra di grande portata».
Napoleone e Hitler furono gli invasori della Russia: si può immaginare la risonanza che hanno, a Mosca, prospettive di una replica. Lo stesso analista dice: «Benchè anche Napoleone ed Hitler non riconoscessero limiti ‘naturali’, le loro ambizioni erano essenzialmente confinate all’Europa. La novità con gli Stati Uniti è che le sue ambizioni sono estese, letteralmente, al mondo intero. Il globo stesso viene oggi proclamato come sfera d’influenza americana, compresi i cortili di casa caucasici, asiatici ed europei della Russia».
Un terzo analista russo (4) valuta le contromisure possibili: «Data l’imminente spaccatura della Comunità di Stati Indipendenti (la confederazione degli stati ex-sovietici), da cui la Georgia si è già ritirata, la Russia potrebbe accelerare l’accettazione dell’Iran come membro eguale nella Shanghai Cooperation Organization. Come membro, l’Iran si troverebbe protetto dall’ombrello collettivo della organizzazione, fra cui i due Stati nucleari, Russia e Cina».
Lo stesso analista si spinge a ipotizzare «un più grave passo, che gli USA e specialmente Israele (fra parentesi, la fornitrice di armi alla Georgia) temono di più una revisione della politica russa verso l’Iran. Un’alleanza strategica con la firma di un trattato politico-militare può cambiare il quadro geopolitico... Con la nuova alleanza, si potrebbero piazzare almeno due basi militari in aree strategiche dell’Iran. Una potrebbe essere posizionata nel nord, nella provincia iraniana dell’Azerbaijan orientale, l’altra nell’isola di Qeshm, nel Golfo Persico. Con la prima base, la Russia potrebbe controllare le attività militari di Azerbaijan, Georgia e Turchia e condividere le informazioni con l’Iran. Con lo spiegamento nell’isola di Qeshm, la Russia sarebbe in grado di tener d’occhio le attività di USA e NATO nel Golfo Persico, in Iraq e negli altri Stati arabi. Con uno specifico equipaggiamento, la Russia potrebbe efficacemente monitorare tutta la navigazione in questo collo di bottiglia marittimo».
Ripetiamo, non sono valutazioni ufficiali di Mosca, ma private ipotesi di suoi privati analisti. Ma dimostrano che le rotelle dei cervelli strategico-militari, a Mosca, sono in pieno movimento. La guerra impensabile è nell’ambito delle possibilità reali.E come risponde il cosidetto «Occidente» per calmare queste ansie russe? Con la constatazione che, dopo averlo visto all’opera nel contrattacco in Georgia, «l’armamento russo appare vecchio e obsoleto»: così ha scritto l’esperto militare Martin Sieff sul Washington Times (5). Carri armati T-72 vecchi di trent’anni, anche se migliorati da armatura esplosiva e accompagnati da moderni T-90».
Certo, i russi hanno usato benissimo i loro ferrivecchi, concentrando brillantemente le forze «secondo i classici principi di von Clausewitz, usando artiglieria, supporto aereo tattico per le forze terrestri e una fanteria straordinariamente mobile».
Senza contare le «forze speciali, efficacemente usate per prendere preventivamente posizioni in colli di bottiglia potenziali onde impedire alle forze georgiane di rallentare l’avanzata russa». E il tutto con soli «10 mila uomini, una piccolissima porzione delle forze armate russe». Ma ferrivecchi sono. Hanno vinto contro i georgiani; ma se li affrontiamo noi, «Occidente», vinciamo di sicuro.
Insomma, la risposta dell’anglo-Occidente alle ansie di Mosca è questa: irresponsabile a dir poco. Il Times (6), con i suoi analisti, ha rincarato: «L’armata russa d’oggi non è nemmeno lontanamente all’altezza (is no match) della Us Army e dei suoi alleati NATO». Che hanno tutti i più moderni gadget e le più sopraffine tecnologie della «revolution in military affairs’».
Peccato che, come deve ammettere lo stesso Sieff, «la US Army e i Marines sono esauriti dal loro perenne impegno in Iraq, a combattere una piccola ma continua controguerriglia dei sunniti da cinque anni», sunniti privi di gadget e persino di obsoleti carri armati T-72. Quanto alle «nazioni dell’Unione Europea in generale, esse hanno consentito alle loro forze convenzionali di degradarsi ad un grado estremo dalla caduta del comunismo».
Ma allora, chi ha i ferrivecchi più ferrivecchi? L’Europa difenderà l’Ucraina - più precisamente Yushenko il dittatore democratico - coi suoi catorci lasciati degradare al grado estremo? E come si fa a dire che l’armata russa è «no match» per un’America che non riesce a vincere gli afghani, e un’Europa che ha solo catorci arrugginiti? Ci sarebbe da ridere. Se la pochade non si giocasse sull’orlo dell’abisso.
Ultima Ora: l’amico Wayne Madsen segnala (7) che «un gruppo di neoconservatori americani, capeggiati da Randy Scheunemann (il consulente di politica estera di MaCain, che fa anche il lobbista per Saakashvili) e George Soros, stanno facendo lobby perchè Washington riconosca l’indipendenza di Cecenia, Daghestan e Inguscezia come risposta al riconoscimento russo di Abkhazia e Sud-Ossezia... Le entità riconosciute dagli USA dovrebbero costituire un cosiddetto governo in esilio che avrà sede in Occidente».
Tanto per calmare le acque: aizzare tutti gli irredentismi russi. Un’idea tipicamente di Katz. Spero che l’amico Madsen stia scherzando, nello stile della comica finale.
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1) «Nous allons libérer l’Ukraine! Certes, mais qui en Ukraine allons-nous libérer?», Dedefensa, 3 settembre 2009.
2) I. Dzhadan The Caucasian Twilight. A Scenario, 21 marzo 2008.
3) Srdja Trifkovic, «A major war: not just rumors», GlobalResearch, 3 settembre 2008.
4) Radzhab Safarov, «Iranian trump card. Russia can take control of Persian Gulf», GlobalResearch, 1 settembre 2008.
5) Martin Sieff, «Older weapons’ efficacy evident in Georgia conflict», Washington Times, 2 settembre 2008.
6) «Russia fighting machine is showing its age, say analysts», Times, 22 agosto 2008. Ecco l’elenco delle manchevolezze second gli inglesi: «Ageing armoured personnel carriers lacked proper bolt-on armour to protect against anti-tank weapons. - No airborne unmanned surveillance platforms to spot Georgian anti-air defence systems . - No precision-guided missiles/bombs . No night-vision or satellite-linked navigation equipment. - No protection for Tu22 bomber destroyed during reconnaissance».
7) «A group of American neoconservatives, led by McCain foreign policy adviser Randy Scheunemann and George Soros, lobbying Washington’s recognition of Chechnya, Dagestan and Ingushetia as independent states in response to recognition of Russia the independence of Abkhazia and South Ossetia. After recognition of the independence of 3 Caucasian states, US planning to recognition the independence of Adygea, Altai, Buryatia, Kabardino-Balkaria, Kalmykia, Karachay-Cherkessia, Karelia, Komi, Mari El, Mordovia, Sakha, North Ossetia, Tatarstan, Tuva, Udmurtia, Khakassia, and Chuvashia. It is assumed that the ‘leadership’ of these recognized by the US countries would constitute a so-called ‘governments in exile’, which will be located in the West».
mercoledì 3 settembre 2008
Pakistan: il caos e' dietro l'angolo
A dimostrazione del fatto che si preannuncia per il Pakistan un futuro di caos dopo le dimissioni del presidente Pervez Musharraf il 18 agosto scorso, oggi il primo ministro Yusuf Raza Gilani è sfuggito a un attentato. Il convoglio di auto in cui viaggiava il premier è stato attaccato nei pressi dell'aeroporto di Rawalpindi e due proiettili hanno colpito il finestrino del guidatore di un'auto del convoglio. Gilani pero’ si trovava su un'altra vettura e non è rimasto ferito.
Le modalità dell'attentato ricalcano quelle che costarono la vita all'ex premier e candidato presidenziale Benazir Bhutto lo scorso 27 dicembre.
A cio’ si aggiunga il fatto che oggi il governo pakistano ha condannato l'attacco delle forze di coalizione USA sul villaggio di Angor Adda. Il governatore della provincia della Frontiera Nord Occidentale del Pakistan, Owais Ahmed Ghani, ha definito il raid come "un'aggressione diretta alla sovranità' del suo Paese e le forze armate nazionali potranno prendere misure appropriate per rispondere agli attacchi".
Secondo le fonti locali il raid ad Angor Adda ha causato 20 morti, tra cui donne e bambini.
Intanto il 6 settembre si eleggera’ il nuovo presidente del Pakistan e il marito della Bhutto, Asif Ali Zardari, detto “Signor 10%” per le tangenti che pretendeva ma che ha beneficiato di un'amnistia nel 2007, molto probabilmente sarà eletto capo dello Stato dalla maggioranza parlamentare.
Il caos e' gia' dietro l'angolo.
Piano USA per smembrare il Pakistan
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 2 Settembre 2008
L’attuale impasse politica in Pakistan, fra partiti che litigano dopo la deposizione del generale Musharraf, è un atto «deliberato»: esso prelude a ad un progetto di smembramento del Paese, pianificato dagli Stati Uniti. Già dal 2005 la CIA aveva previsto «un destino ‘jugoslavo’ per il Pakistan alla fine di un decennio di guerra civile, spargimenti di sangue e rivalità provinciali come quelle viste in Baluchistan».
Oggi, il piano è tornato di piena attualità. Per gli americani, «il dominio indiretto sul Paese per mezzo dei militari va sostituito da qualche forma di più diretta interferenza USA, che comprenderà una maggiore presenza militare dentro il Pakistan».
L’accusa è stata elevata davanti al senato pakistano dall’onorevole Nisar Memon, senatore della Lega Musulmana -Q (un piccolo partito centrista nonostante il nome, nato da una scissione dalla Lega Musulmana-N, ritenuto vicino a Musharraf), sotto forma di interrogazione parlamentare (1).
Il senatore Memon ha chiesto al governo di prendere conoscenza di uno studio del benemerito professor Michael Chossudovsky, il docente universitario canadese che gestisce il sito GlobalResearch.Questo studio («The destabilization of Pakistan») risale al dicembre 2007, e letto oggi appare come una impressionante «profezia» di quel che è accaduto nel grande Paese (il solo Paese musulmano con armi atomiche) dall’assassinio di Benazir Bhutto alla deposizione di Musharraf (2).
«L’assassinio della Bhutto», scriveva Chossudovsky, «ha creato le condizioni per la destabilizzazione e frantumazione del Pakistan come nazione». Il consueto processo di «cambio di regime sponsorizzato dagli USA», che consiste di solito nel sostituire un generale con un altro, non è più al centro della strategia americana.
Oggi ci si può aspettare «che Washington appoggerà una leadership politica ‘pieghevole’, non impegnata all’interesse nazionale», che meglio serve «agli interessi imperiali USA, e che intanto contribuirà alla destabilizzaizone del governo centrale pakistano sotto forma di decentralizzazione».
Ora, a vincere le elezioni è stato il discusso, corrotto e corruttibile vedovo di Benazir Bhutto. Viva lei, il progetto avrebbe incontrato forti ostacoli. «Ma ci sono indicazioni che l’assassinio della Bhutto era stato previsto da ambienti USA. Ci sono state persino ‘chiacchierate’ sul possibile omicidio di Musharraf o della Bhutto, molto prima che l’attentato avesse luogo».
Accadde lo stesso in Afghanistan nel 2001. Allora, era solida la figura del generale Massud, un tagiko che, per la sua fama guerriera di resistente anti-sovietico poi anti-talebano, e il suo prestigio, era il solo in grado di unificare le etnie afghane in un progetto nazionale. Una troupe televisiva - in realtà composta da elementi di Al Qaeda - lo uccise fingendo di intervistarlo. Il Figaro di Parigi scrisse allora che l’assassinio era stato commissionato ad Osama bin Laden dalla CIA: un mese prima dell’11 settembre.
Il 13 febbraio 2005, intervistato dal Times of India, Wajid Shamsul Hasan, già alto commissario del Pakistan in Gran Bretagna (il Pakistan è tutt’ora parte del Commonwealth britannico) citava un rapporto della CIA e del NIC (Us National Intelligence Council) che prevedeva «un destino jugoslavo» per il suo Paese: a forza di «guerra civile, talibanizzazione, e lotta per il controllo delle testate nucleari», il Pakistan - assicuravano i profeti della CIA - diverrà «uno Stato fallito entro il 2015». E «le riforme democratiche cambieranno poco, di fronte ad una elite politica che si aggrappa al potere e a partiti radicali islamici. In un clima di continuo disordine interno, il controllo del governo centrale sarà probabilmente ridotto al territorio dell’etnia punjabi e al centro economico di Karachi».
In realtà, alle recenti elezioni, i fondamentalisti islamici hanno mostrato di non aver alcuna forza elettorale. Ma ad avverare le profezie americane ci pensano enigmatici attentati-strage, da tipica strategia della tensione, che si sono moltiplicati in questi mesi.«La strategia degli USA», aveva avvertito Chossudovsky nel dicembre 2007, «consiste nel fomentare divisioni sociali, etniche e settarie e la frammentazione politica... Il corso di tale azione è dettato dai piani bellici in relazione ad Afghanistan e Iran. L’agenda USA per il Pakistan è simile a quella applicata in tutto il Medio Oriente e Asia centrale... onde ridisegnare i confini di Iraq, Iran, Siria, Afghanistan e Pakistan».
Il ventre molle pakistano, insisteva Chossudovsky, è stato identificato nel Beluchistan. Questa provincia di recente annessione, che include il 40% del territorio pakistano, abitata da un’etnia diversa da quella punjabi dominante, comprende i giacimenti petroliferi più importanti del Pakistan.
Un progettato oleodotto che dovrebbe portare il greggio iraniano all’India dovrebbe passare per il Beluchistan; lì si trova anche il porto di Gwadar, da poco ampliato e attrezzato dalla Cina. La compagnia petrolifera pakistana PPL, che sfrutta i giacimenti insieme a multinazionali petrolifere estere (dalla BP all’ENI), è in via di privatizzazione per ordine del Fondo Monetario.Non è stupefacente che in Belucistan sia sorto un movimento secessionista. «Nel giugno 2006, la Commissione senatoriale della Difesa del Pakistan ha accusato lo spionaggio britannico di favoreggiamento dell’insorgenza nella provincia che confina con l’Iran (il Beluchistan, appunto). Al vecchio movimento di resistenza si è aggiunto, nel 1999, una «Baluchi Liberation Army» (BLA) che somiglia come una goccia d’acqua al KLA, il Kosovo Liberation Army, finanziato dai sauditi e dalla CIA, e addestrato dalla cosiddetta Al Qaeda. «Un’aura di mistero circonda la leadership del BLA»: in chiaro, non si sa chi siano i capi.
Si sa invece che nel 2006, in una riunione ad alto livello della NATO, gli americani presentarono una mappa che provocò le vibrate proteste dei generali turchi presenti: in questa mappa, che delineava una futura sistemazione del Medio Oriente allargato, appariva un «Free Kurdistan» (un grande Kurdistan) ottenuto ritagliando territorio allla Turchia, oltre che all’Iran, all’Iraq e alla Siria. Gli americani medicarono la faccenda sostenendo che la carta non rifletteva la politica del Pentagono, ma era una speculazione teorica del colonnello Ralph Peters, un reputatissimo analista militare che scrive sull’Armed Forces Journal.
Fatto sta che, oltre al «Free Kurdistan», la fantasiosa mappa presentava anche un «Great Balochistan» creato a spese del 40% del territorio pakistano; e anche la North Western Frontier Province pakistana appariva nella mappa assegnata all’Afghanistan, secondo il colonnello Peters a causa «delle affinità linguistiche ed etniche».
Interessante il lato fiscale del progetto. Il Pakistan è una federazione, e la struttura federale è basata su trasferimenti degli introiti fiscali dal governo centrale alle provincie. Nel 1990, nota Chossudovsky, la Jugoslavia, indebitatissima con l’estero, dovette - su ingiunzione del Fondo Monetario - sospendere i trasferimenti agli Stati federali per destinare gli introiti fiscali al «servizio» del debito. Ciò pose le basi per il secessionismo balcanico (3).
La stessa cosa è stata imposta dal 1999 al Pakistan, e sempre dal Fondo Monetario, insieme alle consuete misure di austerità (battezzate «risanamenti strutturali») e privatizzazioni forzate con vendite degli enti di Stato più prosperi ai creditori, fra cui appunto la petrolifera nazionale.Il Paese ha un debito estero pari a 40 miliardi di dollari; non eccessivo, per una nazione che dispone di riserve petrolifere di almeno 300 milioni di barili,e molto di più se si considerano i giacimenti off-shore. Ma il FMI ritiene di dover imporre misure draconiane a questo fragile debitore.
Il gioco è reso più facile dal fatto che gli USA dispongono in Pakistan di varie basi militari; che controllano lo spazio aereo del Paese; e che, con la motivazione della «guerra al terrorismo», «le forze speciali USA hanno molto espanso la loro presenza in Pakistan, con parte di uno sforzo di addestramento e sostegno di forze locali di contro-guerriglia e la creazione di unità clandestine di anti-terrorismo»: così scrisse sul Washington Post, nel dicembre 2007, il giornalista William Arkin. Fra i gruppi addestrati ci sarà il BLA? Proviamo a indovinare (4).
Si aggiunga che più di recente, gli USA hanno fatto sapere che, in caso di disfacimento o disordini acuti, le loro truppe si riservano di compiere azioni-lampo in Pakistan per impadronirsi delle testate atomiche, onde metterle in sicurezza.
Certe operazioni coperte, nota Chossudovskyy, «sono state spesso sincronizzate con l’imposizione delle riforme macro-economiche del Fondo Monetario e della Banca Mondiale»: la «povertà di massa» che producono «aumenta le tensioni sociali ed etniche».
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1) «America’s plan to breaking up Pakistan cited in Senate», Pakistan Daily, 30 agosto 2008.
2) Michael Chossudovsky, «The destabilization of Pakistan», Global Research, 30 dicembre 2007.
3) Ciò potrebbe gettare qualche luce inquietante sul progetto federalista della Lega Nord, che viene imposto praticamente senza discussione?
4) «Il 27 luglio i servizi di intelligence pakistani hanno accusato il Reasearch and Analysis Wind indiano (lo spionaggio di Delhi) e il Mossad di lavorare insieme ad eccitare disordini nei pressi del confine afghano, e di pianificare attività terroristiche dentro il Pakistan in complicità col il Khad, il servizio segreto afghano», così Debka File, («Islamabad: Israel’s Mossad and Indian intelligence stir up trouble against Pakistan», 27 lulio 2008).
lunedì 1 settembre 2008
Evo Morales: un futuro in salita
Dopo aver vinto col 63% il referendum che due settimane lo ha confermato alla guida della Bolivia, il presidente boliviano Evo Morales ha fissato per il 7 ottobre la convocazione di un referendum per ratificare la nuova Costituzione.
La bozza era gia’ stata approvata lo scorso dicembre dall'Assemblea Cosituente di La Paz.
Il 7 ottobre si voterà anche per eleggere i prefetti di La Paz e Cochabamba. Questo progetto di riforma costituzionale è avversato dalle province di Santa Cruz, Tarija, Beni, Pando e Chuquisaca, che si oppongono da mesi e minacciano di chiedere l'autonomia.
Ma qualunque sara’ l’esito del referendum, la strada per Evo sara’ sempre piu’ in salita e irta di ostacoli.
D’altronde i provvedimenti socio-economici approvati da quando e’ in carica non sono mai piaciuti a Washington, ansiosa di vedere Evo costretto a lasciare il potere il prima possibile.
Clima avvelenato per la Costituzione
di Mauro Mondello – Peacereporter – 30 Agosto 2008
A due settimane dalla consultazione popolare che ha confermato Evo Morales saldamente alla guida del paese, la Bolivia vive uno dei momenti piu’ delicati della sua recente storia politica.
I fatti. Non si placano infatti le proteste nei distretti di Santa Cruz, Chiquisaca,Pando, Beni e Tarija, dove sono state aspramente contestate le nuove misure fiscali imposte dal presidente. I prefetti della zona mineraria piu’ ricca del paese non intendono infatti rinunciare alle royalties provenienti dai profitti derivanti dall’estrazione di idrocarburi, motore dell’economia boliviana, royalties che Morales conta invece di poter utilizzare per lo sviluppo di un nuovo piano pensionistico nazionale. La lotta fra il governo centrale e le province ribelli, da tempo ormai alla ricerca di una maggiore indipendenza, e’ sfociata nel blocco totale delle principali vie di collegamento viarie tra il Sud ed il resto del paese. Ieri, dopo 7 giorni di resistenza, i dimostranti hanno finalmente sgomberato i picchetti che impendivano la circolazione verso Sucre, mentre resta ancora critica la situazione nelle restanti province.
Clima di tensione. Ad avvelenare ulteriormente il clima e’ indubbiamente la “questione costituzionale”, un punto da tempo nell’ agenda di Evo Morales e che in queste ultime ore il presidente ha confermato di non voler abbandonare. I centosettanta articoli redatti dall’Assemblea Costituente prevedono infatti un notevole incremento di potere per il leader boliviano, che inoltre, grazie alle modifiche, potra’ ricandidarsi alla guida del paese per un secondo mandato, possibilita’ non prevista dal precedente e tuttora in vigore testo costituzionale. E’ specialmente contro questa misura che si sono scagliati i prefetti delle cinque province autonomiste, i quali in un comunicato emesso dal Conalde (il Consiglio Nazionale Democratico, organo che riunisce le principali entita' governative non nazionali del paese), hanno dichiarato che “nel caso in cui il governo nazionale voglia imporre questo referendum illegale, i cinque dipartimenti non permetteranno la sua realizzazione”.
Prima cosa il dialogo. Le prefetture provinciali hanno richiesto nella scorsa settimana l’intervento di mediazione della Chiesa e dell’Oea, l'Organizacion de Los Estados Americanos, una mediazione che però non sembra poter davvero creare nuovi sbocchi alla crisi. Dal canto suo Morales tira dritto per la sua strada e nonostante i ripetuti inviti e le continue aperture al dialogo ha piu’ volte fatto capire che in ogni caso il referendum si fara’ e la Costituzione verra’ approvata. “La porta per il dialogo restera’ sempre aperta, pero’ deve restare ben chiaro che il miglior mediatore, il piu’ importante mio interlocutore, e’ la coscienza del popolo boliviano.“ Nelle prossime ore il presidente viaggera’ verso Iran e Libia con l’obiettivo di compiere un altro importante passo di avvicinamento verso il progetto di cooperazione economica con i due paesi dell’area mediorientale, ad attenderlo al rientro una situazione dalla quale dipendono gli equilibri democratici del paese sudamericano.
