lunedì 19 aprile 2010

Goldman Sachs: una Piovra alla brace?

Qui di seguito una serie di articoli sulla decisione presa tre giorni fa dalla Sec (la Consob americana, ndr) di mettere sotto accusa la banca d'affari Goldman Sachs per frode.

Subito dopo la diramazione della notizia sono cominciate le reazioni dei vari governanti; come quella ad esempio del premier britannico Gordon Brown che si è detto "scioccato per la bancarotta morale delle banche d’investimento" e ha chiesto alle sue autorità di vigilanza un’"indagine speciale" sulle attività della Goldman in Gran Bretagna.

Anche la Germania si sta muovendo, con il portavoce del cancelliere Angela Merkel che ha dichiarato che l’authority finanziaria tedesca chiederà notizie alla Sec e poi deciderà se procedere contro Goldman per gli affari nelle quali istituzioni finanziarie come Ikb, poi salvata dalla finanziaria pubblica tedesca Kfw, hanno perso centinaia di milioni di euro.

La Francia sembra invece più cauta, anche perché alcune sue banche d’affari - soprattutto Calyon e Société Générale - sono sospettate di aver condotto in passato speculazioni molto avventate usando i famigerati CDO, i derivati "sintetici" del caso Goldman.

Barack Obama e il suo ministro del Tesoro, Tim Geithner, hanno invece finora evitato di commentare la notizia, ma (caso strano?) proprio da venerdì stanno premendo sull’acceleratore per l’approvazione della riforma del sistema finanziario.

Mea culpa tardivo è giunto però dall'ex presidente Usa Bill Clinton, che ha giudicato errate le analisi di Robert Rubin (il capo di Goldman che era diventato suo ministro del Tesoro, ndr) e di Larry Summers, l’altro suo ministro del Tesoro che oggi è alla Casa Bianca come consigliere di Obama. "Dicevano che non era il caso di regolamentare i derivati perché questi prodotti erano così sofisticati, costosi e complessi da gestire che sarebbero stati trattati solo da pochi investitori specializzati. Avevano torto, ho sbagliato a dargli retta", così ha dichiarato Clinton.
Meglio tardi che mai, ma ora forse è fin troppo facile e...tardi.

Comunque l’iniziativa della Sec apre la porta a una serie, potenzialmente interminabile, di richieste di risarcimento, a cominciare da quella della Royal Bank of Scotland (ormai posseduta all’84% dal governo di Londra) che, quando acquistò l’olandese ABN Amro, pagò 840 milioni di dollari per coprire l’esposizione assicurativa sui titoli delle operazioni ora incriminate dalla Sec.

Inoltre venerdì scorso, dopo l’annuncio della Sec, Goldman aveva già perso il 13% del suo valore a Wall street, ma anche altri titoli bancari avevano sofferto.
Infatti i cosiddetti "derivati sintetici" ad alto rischio come quelli maneggiati dalla Goldman sono stati usati con disinvoltura anche da istituti europei, come Ubs, Deutsche Bank, ma soprattutto dai giganti Usa, come Merrill Lynch, Citi e JP Morgan.

Questa volta la "Piovra" sarà veramente messa sulla brace per un succulento barbecue?


La Sec accusa Goldman di frode
di Mario Platero - Il Sole 24Ore - 17 Aprile 2010

È stato un terremoto improvviso: la Sec ha accusato ieri mattina Goldman Sachs in procedura civile di aver truffato i suoi clienti con operazioni speculative sul mercato subprime nel 2007, quando stava per esplodere la crisi finanziaria.

La storia di quelle operazioni era conosciuta e dibattuta da tempo: si diceva che la banca dopo aver venduto pacchetti di mutui ai suoi clienti andava sul mercato per giocare al ribasso su quegli stessi titoli. Goldman ha sempre respinto con indignazione le accuse emerse sul mercato e sulla stampa, persino un paio di settimane fa in una incomprensibile lettera agli azionisti.

Il problema per la banca è che ieri la Sec non ha soltanto formalizzato i capi d'accusa, ha anche rivelato particolari sconosciuti, e cioè che la banca aveva organizzato le operazioni per conto di una parte interessata, il grande gestore di fondi hedge John Paulson senza informare il mercato di questo dettaglio, come richiede la legge. Il fondo di Paulson, Paulson and Co, aveva anche pagato 15 milioni di dollari alla banca per creare lo strumento, chiamato in gergo Cdo (collateralized debt obligation).

La Sec inoltre ha menzionato anche il nome di una persona fisica responsabile delle operazioni, Fabrice Tourre, un "vice president" della banca che aveva concepito e realizzato le operazioni. Ma John Paulson o il suo fondo non sono stati per ora chiamati in causa.

È stato un uragano. Il titolo Goldman ha perso il 12,64% in poche ore, scendendo a quota 160,4 dollari per azione. E visto che la Sec sta conducendo inchieste parallele su veicoli di investimento collocati da altre banche, simili a quelli messi a punto da Goldman, Wall Street teme che altre istituzioni possano cadere nella stessa rete.

O che, comunque, il settore uscirà destabilizzato da questa vicenda. Come si è detto, per ora la causa ha natura civile, ma i danni possibili che Goldman potrebbe essere chiamata a rimborsare sono stimati in oltre un miliardo di dollari, senza contare le multe possibili.

«Il prodotto realizzato da Goldman era nuovo e complesso, ma il metodo di occultamento e i conflitti sono antichi e semplici», ha dichiarato Robert Khuzami, il responsabile della divisione coercitiva della Sec. La risposta di Goldman all'azione della Sec è stata di nuovo ferma e aggressiva: «le accuse sono prive di fondamento sia nei fatti che nelle componenti giuridiche» ha detto la banca in un comunicato.

La vicenda riguarda genericamente un veicolo di investimento controverso, di cui abbiamo riferito più volte su queste pagine, il cosiddetto "collateralized debt obligations" sintetico, che raggruppava diversi portafogli mutui, molti dei quali rappresentativi del mercato subprime.

La tesi era che uno strumento formato da più portafogli ad alto reddito aveva una forte diversificazioen del rischio e consentiva ritorni medi anche di molto superiori al mercato.

Questi strumenti venivano poi collocati sul mercato con il marchio dell'istituzione che li vendeva. Il marchio Goldman, forse il più prestigioso a Wall Street era sinonimo di garanzia per chi cercava un investimento a basso rischio.

Le accuse generiche di cui si è parlato finora a Wall Street affermavano che le banche cercavano in realtà di scaricare dai loro portafogli strumenti che apparivano sempre più fragili. E, nel caso di Goldman, l'accusa è quella di aver poi giocato contro quegli stessi strumenti vendendoli a breve sul mercato.

Nel caso specifico la Sec menziona in particolare uno strumento, l'Abacus 2007-AC1, costruito a tavolino su specifica richiesta di un importante hedge fund, Paulson and Co. L'investitore aveva scommesso sul fatto che il mercato immobiliare sarebbe caduto.

Aveva però bisogno di uno strumento attraverso il quale veicolare le sue operazioni ribassiste. Goldman accettò di costruire lo strumento e Paulson, che aveva identificato titoli immobiliari secondo lui molto fragili e destinati all'inevitabile collasso, indicò i titoli da impacchettare nello strumento.

Goldman vendette poi lo strumento a banche e istituzioni oltre che a clienti privati riferendo che il portafoglio era stato creato da una terza parte indipendente. Non rivelò mai che il pacchetto era stato invece scelto da Paulson per la sua connotazione di fragilità. Ne che Paulson avrebbe subito venduto a breve i titoli rappresentativi di quel pacchetto. È questo dunque il punto debole di Goldman. E pare difficile che «fattualmente e giuridicamente» almeno in questo caso riesca a dimostrare il contrario.

GIGANTE IN DIFFICOLTÀ Tutte le polemiche sul «big»

Goldman Sachs è la più celebre fra le grandi «firm» statunitensi. Come le altre banche è stata duramente colpita dalla crisi finanziaria. ha ricevuto aiuti pubblici dal governo per 7,8 miliardi di dollari. Molte le polemiche che hanno seguito la misura: il ceo Lloyd Blankfein ha ricevuto negli ultimi anni compensi record (nel 2007 ben 68 milioni).

La banca ha restituito lo scorso giugno tutti gli aiuti ricevuti. Per placare le polemiche ha inoltre varato una politica di restrizione dei bonus : a dicembre il management ha deliberato una distribuzione di bonus solo in azioni.

La lettera agli azionisti
Con una mossa inusuale pochi giorni fa Goldman ha pubblicato una lettera agli azionisti nella quale afferma con forza di non aver «mai penalizzato i propri clienti».

L'accusa
Ieri la nuova svolta: la Sec guidata da Mary Schapiro (nella foto) ha accusato Goldman di truffa: secondo l'authority la banca ha ingannato gli investitori confezionando e vendendo prodotti derivati legati ai mutui subprime senza comunicare cruciali informazioni ai clienti.

La difesa

Goldman ha respinto le accuse: «Sono completamente infondate. Ci difenderemo e difenderemo la reputazione della banca». Ma la notizia ha creato un vero e proprio terremoto finanziario: i titoli bancari sono stati sotto pressione per tutta la seduta e le azioni di Goldman hanno perso il 12,64% del proprio valore.


Processo alla "madre di tutte le banche"
di Marco Valsania - Il Sole 24Ore - 17 Aprile 2010

La «piovra» è tornata. Goldman Sachs per mesi ha cercato di scacciare l'immagine scomoda di società che incarna gli eccessi di Wall Street, da bonus multimilionari a irresponsabili scommesse capaci di mettere a rischio il sistema finanziario mondiale.

Quell'immagine data alle stampe l'anno scorso da una rivista tanto improbabile per le cronache finanziarie, Rolling Stone, quanto improvvisamente onnipresente per aver colto i nuovi umori sull'alta finanza, nei corridoi della Borsa come sui blog di Internet: in un lungo articolo Matt Taibbi la dipinse, appunto, come una «gigantesca piovra-vampiro, avvinghiata al volto dell'umanità». Madre di tutte le bolle e speculazioni.

Le accuse della Sec di ieri non sono così colorite. Ma potrebbero essere ancora più pesanti, addensando ombre senza precedenti sulla reputazione della regina di Wall Street. La denuncia per aver truffato gli investitori, offrendo strumenti finanziari destinati a fallire, è diventata improvvisamente la punta dell'iceberg, l'apice della stagione più difficile nella storia della società. E ha fatto riaffiorare la «piovra» e i suoi «tentacoli».

Soltanto nelle ore precedenti l'azione delle autorità mobiliari è venuto alla luce che un esponente del suo consiglio di amministrazione, Rajat Gupta, è coinvolto in uno scandalo di insider trading: è sospettato dalla magistratura di aver passato informazioni riservate sulla stessa Goldman ai vertici del fondo Galleon.

Dagli Stati Uniti al palcoscenico internazionale: la crisi del debito in Grecia ha fatto emergere un controverso ruolo di Goldman ad Atene, a colpi di raccomandazioni su come nascondere l'esposizione del paese europeo.

E nuovamente sulle coste americane: alla vigilia del bilancio trimestrale del primo trimestre 2010, martedì prossimo, sono ancora fresche le polemiche sui profitti record generati nel 2009, 13,4 miliardi di dollari. Dopo aver ricevuto soccorsi dal contribuente nei mesi più bui della crisi, dieci miliardi, anche se rapidamente restituiti.

Anche le mosse della società sul fronte immobiliare durante la bufera finanziaria avevano già suscitato battaglia: i critici da tempo accusavano la società di aver venduto derivati legati al settore e di aver guadagnato scommettendo contemporaneamente sulla loro caduta.

A Goldman, come ad altre grandi banche, è inoltre finita in sordina una parte degli aiuti pubblici destinati all'assicuratore Aig, per ripagare interamente obblighi contrattuali. Le paghe ai vertici della banca, a loro volta, infiammano gli animi: il chief executive Lloyd Blankfein ha inanellato anni di compensi da decine di milioni di dollari.

Al clima di crescente ira, tra gli elettori e in Congresso, la banca ha reagito. Inizialmente con l'atteggiamento abituale: il silenzio tipico di chi vanta grande influenza, fucina di più d'un Segretario al Tesoro americano da Robert Rubin a Henry Paulson.

Poi, di fronte a un assedio sempre più stretto, con svolte all'insegna d'una inedita apertura: i compensi dei top executive sono stati ridimensionati, con Blankfein che l'anno scorso ha ricevuto un bonus di 9 milioni tutto in azioni. Sono scattate nuove donazioni di beneficenza.

E la lettera agli azionisti in vista dell'assemblea annuale è stata più articolata del solito: ha offerto una difesa delle strategie della banca, negando guadagni indebiti e scommesse contro i clienti. Ma di sicuro per Goldman - e per tutta l'alta finanza - è oggi più che mai lontana l'era nella quale venivano celebrate le prodezze di bilancio e le imprese di ingegneria finanziaria nel mondo.


Goldman Sachs sotto accusa per frode. Svolta o fuoco di paglia?
di Marcello Foa - Il Giornale - 18 Aprile 2010

Dopo un lungo torpore, la Sec, autorità di controllo di Borsa, ha accusato Goldman Sachs per frode. Più volte su questo blog ho denunciato l’impunità dei responsabili del crack finanziario del 2008 e questa notizia è benvenuta.

Tuttavia è presto per affermare che si tratta di vera svolta. In passato altre volte sono stati aperti procedimenti contro i banksters (banchieri-gangsters), che poi sono finiti nel nulla. La lobby è molto potente e ben radicata. Ed è pronta ad usare l’arma suprema ovvero a indurre un nuovo tracollo delle Borse, secondo la logica: se colpite noi viene giù tutto.

D’altronde fu così che nel 2008 strapparono il sì al primo pacchetto d’aiuti governativi e poi, nella primavera 2009, la modifica delle norme contabili e l’assicurazione da parte dei governi che nessuna banca sarebbe stata fatta fallire, che diede vita al lungo rally.

Ieri le Borse hanno subito pesanti perdite, come non accadeva più da mesi e l’umore sul mercato, segnalano gli analisti, è improvvisamente cambiato.

Come dire: siamo ancora sotto ricatto… O sbaglio?



Green economy, l´ultima congiura Goldman
di Federico Rampini - La Repubblica - 18 Aprile 2010

Green economy, l´ultima congiura Goldman così la Sec ha fermato i padroni di Wall Street

Nel mirino della banca il piano verde di Obama. Doveva essere questa la vittima designata della prossima "bolla speculativa" La Casa Bianca vuole limitare il dominio dell´istituto sulla finanza mondiale

Il colpo finale Goldman Sachs lo aveva ancora in serbo. Complice involontario Barack Obama e il suo sogno di una Green Economy. Sì, proprio quella doveva diventare la prossima "bolla" con cui i Padroni dell´Universo si preparavano ad arricchirsi.

Una macchinazione perfetta. La nuova rapina del secolo. Sventata in extremis venerdì dalla Sec, l´organo di vigilanza sulla Borsa, con l´imputazione formale della Goldman Sachs per frode a danno dei suoi clienti.

Un colpo all´immagine della banca più potente del mondo. L´offensiva dell´authority completa la manovra a tenaglia decisa dallo stesso Obama per liberarsi finalmente di "Government Sachs", il potere-ombra che da decenni detta la sua agenda ai governi.

L´altro attacco di Obama alla Goldman è il nocciolo duro della sua riforma dei mercati, quello a cui il presidente tiene di più: una severa limitazione alla speculazione delle banche sui derivati. Perché sono l´arma di distruzione di massa che Goldman si preparava a usare per la futura "bolla verde".

Era pronto un progetto per il trading di futures, sfruttando la creazione di una nuova Borsa per gli scambi di permessi di emissioni carboniche. La Green Economy di Obama sarebbe diventata il pretesto per una nuova finanza creativa: l´ambientalismo sequestrato da Wall Street.

Quella che il settimanale Rolling Stone ha battezzato The Vampire Squid (la piovra-vampiro), da 80 anni lascia le impronte sulle euforìe speculative e sui crac della finanza americana. Uscendone sempre intatta.

Una storia così gloriosa alimenta il senso di impunità, fino all´arroganza. Il primo a notarlo è l´economista John Kenneth Galbraith nella celebre opera Il grande crollo del 1929. Un capitolo è intitolato "In Goldman Sachs We Trust", parodia del motto stampato su tutte le banconote di dollari: abbiamo fiducia in Dio.

Negli anni Venti del secolo scorso la Goldman è all´avanguardia nella diffusione degli "investment trust", antenati degli odierni fondi comuni d´investimento. Liberi di accumulare debiti, quei titoli hanno un ruolo nefasto nel crac di Wall Street a cui segue la Grande Depressione.

Gli anni 70 e 80 sono decenni di innovazioni finanziarie in America e nel mondo. Finiscono le restrizioni sui movimenti di capitali. Negli Usa cade la barriera tra banche di depositi e merchant bank. A New York e Londra i Big Bang liberalizzano le Borse. E´ un periodo aureo per la Goldman Sachs diretta da Sidney Weinberg, che insieme ad altre banche cavalca l´epopea delle "scalate": finanzieri audaci assaltano colossi storici del capitalismo, facendosi prestare i capitali dai mercati.

Diventano popolari i collocamenti di matricole in Borsa su cui le banche lucrano commissioni generose. La propaggine di quell´èra è la New Economy degli anni 90. Goldman è in prima fila, è lei che colloca in Borsa Yahoo! Nel 1999, all´apice della febbre rialzista, colloca altre 47 dot.com (imprese legate a Internet).

Usa una tecnica spregiudicata per manipolare le quotazioni. Ai clienti che vogliono la garanzia di essere serviti per primi, impone l´impegno ad acquistare altre azioni appena quotate sul mercato. Così si garantisce partenze fulminanti ai nuovi titoli appena sbarcati in Borsa. Conflitti d´interessi emergono in quel periodo tra Goldman e diversi top manager di società quotate, compresa la famigerata Enron.

Tra il 1999 e il 2002 i vertici della Goldman vivono una delle loro età dell´oro, auto-distribuendosi 28,5 miliardi di gratifiche. Già dal marzo 2000 la bolla della New Economy è scoppiata lasciando disastri sul terreno, compresa la bancarotta Enron.

Che importa? Finita una bolla se ne fa un´altra. E´ ancora fresco il ricordo del crac della New Economy, quando parte il folle rialzo pluriennale del mercato immobiliare. Dilagano i mutui subprime concessi a clienti ad alto rischio d´insolvenza. Goldman eccelle nel business dei titoli strutturati, costruiti infilandoci dentro crediti bancari verso i titolari dei mutui.

Ad alto rischio di essere irrecuperabili. Questa è la vicenda al centro dell´incriminazione per frode. La Sec dimostra che Goldman inganna i propri clienti rifilandogli dei titoli di cui nasconde il vero "selezionatore".

E´ il gestore di hedge fund John Paulson, un ribassista che guadagna se quei titoli crollano. Frode, menzogna, conflitto d´interessi. Questo accade nel bel mezzo della crisi che strema l´economia di tutto l´Occidente gettandola nella più grave recessione dagli anni Trenta.

Nel frattempo la Goldman è impegnata anche su un´altra partita, non meno importante. Poco prima della crisi esplodono i prezzi mondiali di tutte le materie prime. Dalla metà del 2007 all´estate 2008 il barile di petrolio schizza da 60 dollari fino a 147 dollari.

Uno choc energetico che contribuirà alla recessione. Goldman è regina nel business dei titoli derivati sull´energia. Un suo analista, Arjun Murti, si afferma come "l´oracolo del petrolio". Le sue analisi, circondate da un´aureola di autorevolezza, prevedono un rialzo fino a 200 dollari il barile.

In cinque anni il volume di capitali investiti sui derivati energetici si moltiplica del 2.300%. Più dei consumi reali di Cina e India, è il moltiplicatore della finanza che accentua le impennate dei prezzi. Fino al crollo del 2008Un disastro che miete vittime tra risparmiatori e pensionati. Il solo fondo pensione dei dipendenti pubblici della California, Calpers, ci rimette 1,1 miliardi.

Questo era il preludio al nuovo grande business che Goldman aveva fiutato. La banca punta sul cavallo giusto per le presidenziali 2008. Dona 981.000 dollari alla campagna elettorale di Barack Obama, il singolo maggiore finanziamento di un privato. I maghi della finanza si scoprono una passione per l´ecologia.

L´Energy Bill di Obama, nella sua prima versione, punta a introdurre in America un sistema analogo a quello europeo: permessi di emissioni carboniche, negoziabili in un´apposita Borsa. Alla Goldman progettano di applicare a quelle transazioni il moltiplicatore diabolico dei derivati. Presto la speculazione sul cambiamento climatico diventerà un mercato da 646 miliardi di dollari (stima del governo), destinati a salire a 1.000 miliardi in pochi anni.

Venerdì scorso Obama ha emesso la sentenza di morte per quel piano: «Userò il mio potere di veto presidenziale, se non passa una riforma dei mercati con severi limiti ai titoli derivati». Poche ore prima la Sec aveva pronunciato la parola "frode". Accostata al nome che da 90 anni Wall Street venera come un Dio.



Dagli Usa il "metodo Lega" nella guerra a Goldman Sachs
di Gianni Credit - www.ilsussidiario.net - 19 Aprile 2010

In fondo non è casuale che in Italia - paese esemplare della sovranità globale della Goldman Sachs - una forza politica come la Lega Nord (profondamente territoriale e alla fine poco omogenea al turbocapitalismo finanziario) abbia scelto di scuotere violentemente il sistema bancario all’indomani di una sua avanzata elettorale, proprio negli stessi giorni in cui a Wall Street pare sul punto di crollare l'ultimo muro, l’ultimo Fort Apache dei cosmocrati finanziari, la “madre di tutte le investment bank”.

A ormai quasi tre anni dal primo crack di Northern Rock sotto il peso di subprime e derivati, accelera la resa dei conti fra tutti i protagonisti di crisi e post-crisi: una ristrutturazione di rapporti che ormai non può più essere contenuta nei documenti finali dei G-20 o descritta da etichette tecnocratiche come “exit strategy”, “Volcker’s rule” o “Basilea 3”.

L’azione della Sec per frode a carico della Goldman Sachs è un primo punto d’arrivo - certamente ancora intermedio e incerto negli sviluppi - di un confronto lungo e aspro come non poteva non essere quello che ha interessato gli standard di vita di centinaia di milioni di persone, ma anche la stabilità di ampie società democratiche come gli Stati Uniti o l’Unione europea.

Da un lato continuano a premere i “popoli” di elettori-contribuenti-risparmiatori-imprenditori-lavoratori colpiti duramente dal crollo dei mercati finanziari (e dalla successiva recessione economica). Dall’altro resiste irriducibilmente il sistema dei grandi intermediari finanziari internazionali: comprensibilmente preoccupato fin da subito di “salvare il salvabile” (anzitutto il proprio ruolo in termini di quote di reddito e influenza) agitando la teoria dell’“incidente di percorso” e della “crisi di crescita” e lo spettro del ritorno dello statalismo, dell’inquinamento del mercato, dell’arresto di un progresso politico-economico unidirezionale e irreversibile.

Né hanno mai rinunciato, i banchieri, a far leva su una sorta di ricatto implicito: solo noi sappiamo far funzionare la macchina della finanza globale, quella che sorregge i fondi pensione dei paesi avanzati o affronta e gestisce molte onde d’urto provenenti dalla aree emergenti del pianeta, perfino dalle grandi organizzazioni criminali.

Le decine di miliardi di aiuti pubblici alle banche in crisi - in questa chiave - erano una “tassa sulla salute finanziaria”, un pedaggio pagato alla privatizzazione del sistema bancario e alle crisi sistemiche dei gruppi “too big to fail”. Ancora: i megabonus (come quello da 9 milioni di dollari autoassegnatosi dal Ceo della Goldman Lloyd Blankfein) non sarebbero incompatibili con i salvataggi pubblici. Qualcun altro (a cominciare dai capi di governo del G-20) saprebbe pilotare l’astronave planetaria dei sistemi di pagamento, della gestione del risparmio, del credito alle imprese?

Perfino venerdì, quando Goldman Sachs ha cominciato a crollare al Nyse, zavorrando l’intero listino e le altre Borse, c’è chi ha pensato all’ennesimo “gioco pesante”: lo stesso che era stato intravisto nella performance nettamente negativa del Dow Jones al termine dell’“inauguration day” di Barack Obama, nel gennaio del 2009.

Ma ormai anche il compromesso tattico tra il primo presidente afroamericano e Wall Street sembra superato e Tim Geithner - segretario al Tesoro con Obama dopo aver guidato la Fed di New York - non sembra più così distante dal suo predecessore Hank Paulson nella grande istruttoria che la Sec ha alla fine deciso di aprire sul meltdown dei mercati.

Paulson, il presidente della Goldman Sachs chiamato - esemplarmente - nel 2006 da George Bush al Tesoro per gestire una crisi la cui gravità e irreversibilità era ormai abbastanza chiara all’intero stablishment finanziario. Certamente a quell’esclusivo network globale di tecnocrati, governanti, accademici, businessmen costruito e mantenuti per decenni dalla Goldman Sachs.

In Italia ne hanno fatto parte l’ex premier Romano Prodi, l’ex commissario all'Antitrust Ue, Mario Monti, l’attuale governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi (che di Goldman è stato executive vicepresident per l’Europa dal 2002 al 2005) e l’attuale sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta.

Un network che ha tenuto in fondo agganciate anche voci mediatiche importanti. Tanto che già mercoledì 8 aprile gli osservatori più attenti avevano notato un inedito doppio focus acceso dal Financial Times.

Sia la rubrica Lex che gli “editorial comment” esprimevano perplessità sul fresco bilancio 2009 della Goldman e in particolare alla lettera agli azionisti del Ceo Lloyd Blankfein: giudicato debole, guarda caso, nel rispondere alla crisi reputazionale della banca e soprattutto ai crescenti sospetti che Goldman avesse giocato (e lucrato) contro i suoi clienti.

Difficile dire se il Ft abbia tentato un delicatissimo scoop, o volesse “stanare” la Sec, o desiderasse solo smarcarsi all’ultimo istante da un nome che per 20 anni è stato uno dei suoi beniamini e profeti. Otto giorno dopo, in ogni caso, la Sec di Mary Schapiro ha bussato alla porta della Goldman con un atto d’accusa “esemplare”, di chiara valenza politica.

Il caso Abacus è “in nuce” la quintessenza della Grande Crisi: un po’ di mutui subprime sono stati “impachettati” in un veicolo e i suoi derivati offerti e rivenduti a investitori come minimo non informati, probabilmente destinatari di informazioni falsate ad arte.

La Goldman - con la complicità di un hedge fund che puntava sul default di quei subprime e con la connivenza di alcuni advisor apparentemente indipendenti - avrebbe quindi registrato a guadagno le perdite provocate ai suoi clienti. Ed è la stessa banca che con un derivato “magico” avrebbe consentito fin dal 2001 alla Grecia di occultare un buco crescente di decine di miliardi di euro, provocando oggi la prima seria crisi dell’Eurozona.

In ogni caso, “Government’s Sachs”, la “banca centrale del pianeta”, virtuale erede congiunta delle case rinascimentali che finanziarono re e crociate e di moderni istituti d’emissione come la Bank of England, è alla sbarra.

Lo stesso presidente Obama - la cui ascesa è peraltro blandamente favorita da una Goldman rigorosamente “bipartisan” nei suoi agganci - non ha potuto fare a meno di elaborare politicamente l’esteso scontento della società civile americana (e globale) contro il circo di Wall Street: che alla fine ha arricchito (molto) gli “happy few” delle banche e impoverito (spesso moltissimo) tutti gli altri.

Sarà però interessante vedere anzitutto se l’attivismo dell’amministrazione Obama - dal progetto di riforma bancaria all'inchiesta Sec - contagerà ora anche l’ambito giudiziario: ancora sostanzialmente (e poco comprensibilmente) inerte a 18 mesi dal crack della Lehman Brothers.

L’eco (tutt’altro che remota) del caso Goldman giunge in un’Europa assillata e divisa dalla crisi greca e in un’Italia tesa negli equilibri politici e in quelli bancari. Da un punto di vista concettuale, le mosse dell’amministrazione Obama contro Wall Street e la rude escalation della Lega Nord sulle grandi banche italiane hanno parecchio in comune: la voglia di rivincita del pubblico sul privato, del sociale (più che dello “statale”) sul mercato, a un trentennio dall’avvento del thatcherismo/reaganismo che mandò in soffitta lo statalismo della ricostruzione post-bellica.

Gli esiti di queste grandi dinamiche non sono facili da prevedere. Certo, la riforma bancaria messa in cantiere da Obama muove i suoi passi sul sentiero di quella sanitaria, ormai impostata: ci sono beni che sono irriducibilmente “collettivi” e il binomio moneta-credito lo sono al pari della salute.

Si può discutere sulle modalità tecniche di gestire al meglio questi beni, lasciando il massimo dello spazio alle forze dell’iniziativa privata e del mercato (e la sussidiarietà è un tentativo di teoria e pratica economico-istituzionali aggiornate su questo terreno).

Ma una protezione “minima accettabile” da rischi finanziari sistemici - analogamente a una tutela “minima accettabile” della salute della popolazione - sta ritornando a essere una priorità della politica, laddove il mercato ha dato cattivo prova al termine del grande tentativo strutturale di globalizzazione finanziaria a cavallo tra XX e XXI secolo.

Il primo banco di prova (che riguarda direttamente il sistema bancario italiano e milioni di grandi e piccole imprese del paese) sarà lo sviluppo di “Basilea 3”: verso il quale l’opposizione - guidata da sempre dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti anche contro il Governatore Mario Draghi, leader del Fsb - si sta facendo ormai compatta.

E - come nel caso Goldman - sul tavolo ci sono gli “statuti” dell’economia finanziaria: le regole per concedere miliardi di dollari a un’Opa ostile a Wall Street devono essere gli stessi con cui una banca di credito cooperativo finanzia per 10mila euro un laboratorio artigiano lombardo o bavarese?

Perché la cosiddetta “autovigilanza prudenziale” dei mercati alla fine non ha funzionato. E alla prova del rischio, le banche meno patrimonializzate, più spericolate e meno trasparenti si sono rivelate quelle attorno alle quali “Basilea 1-2-3” sono state pensate e sviluppate: quelle che finanziavano le Borse, non l’impresa e l’occupazione.

P.S.: Questa mattina sulla prima pagina del Corriere della Sera, il professor Francesco Giavazzi riesuma un suo storico cavallo di battaglia: la crociata contro le Fondazioni di origine bancaria. Lo fa per deplorare la rudezza delle pretese della Lega Nord sulle Fondazioni settentrionali grandi azioniste nei colossi bancari nazionali.

Nel “column”, Giavazzi è certamente coerente con se stesso e con le posizione assunte nel tempo dal quotidiano: sempre a favore della trasparenza del mercato e diffidente di tutte le possibili commistioni tra sfera politico-istituzionale e sfera economico-finanziaria.

È nell’argomentare l’opinione che l’autore cade in imprecisioni e incoerenze che val la pena di segnalare non per polemica sterile, ma sempre per curiosità dello “zeitgeist”: di “spirito dei tempi” a cavallo tra banche, accademie, “media” nell’analizzare “qui e ora” vicende finanziare avvenute “qua e là allora”.

Giavazzi scrive che «la prima istituzione al mondo a diventare insolvente e a dover essere salvata non fu una banca americana, ma la Landesbank della Sassonia, una cassa controllata da amministratori pubblici di questa regione della Repubblica federale tedesca».

Non è vero: il primo crack conclamato, nell’agosto 2007, fu quello dell’inglese Northern Rock, una public company. Che fu oggetto di “corsa agli sportelli” e fu salvata in tempo reale con decine di miliardi di sterline di finanziamenti d’emergenza della Banca d’Inghilterra, tenuti segreti per settimane.

E a quell’epoca è altamente probabile che fossero già prossime al default anche molte delle major di Wall Street fallite nei dodici mesi seguenti, da Bear Stearns a Lehman Brothers. Soltanto l’uso manipolatorio (e probabilmente criminoso) dei principi contabili e la costruzione di “veicoli sommersi” consentì a molte banche angloamericane di occultare per mesi i propri crack e quello complessivo della finanza derivata. Il collasso dei mercati e tutto quanto è accaduto dopo lo hanno creato Wall Street e la City: non le Casse di risparmio europee.

Giavazzi scrive: «Perché quelle banche avessero acquistato mutui immobiliari in luoghi esotici come Florida e Nevada sembrò incomprensibile. Poi si capì: i politici locali chiedevano alle loro banche di aiutare le aziende della regione, spesso erogando credito a condizioni non di mercato. A fine anno, però, essi pretendevano in quanto azionisti, ricchi dividendi. Per i dirigenti della banca, venir meno a queste richieste significava mettere in forse il loro incarico. L‘unica via d’uscita era compensare le perdite sui prestiti cercando di guadagnare con la finanza e le banche lo fecero acquistando titoli ad alto rendimento senza preoccuparsi dei rischi».

Perche una Landesbank avesse in portafoglio quei titoli tanto esotici quanto alla fine letali, invece è comprensibilissimo: erano subissate di telefonate dai funzionari della Goldman Sachs e delle sue sorelle che offrivano - col loro nome - “titoli ad rendimento senza preoccupazione per il rischio”. Erano i dirigenti delle Landesbanken tedesche a rischiare di passare per fessi antidiluviani a rischiare se perdevano tempo e fatica a far piccolo credito alle imprese tedesche.

Era più facile comprare e - apparentemente - si guadagnava molto di più ad accordarsi con la Goldman Sachs in cinque minuti al telefono su 100 milioni di euro che prestare 10mila euro a 10mila imprese.

E poi, ogni mattina, sui giornali di tutt’Europa il professor Giavazzi e i suoi fratelli glorificavano le sorti magnifiche e progressive di quella finanza, di quelle banche, di quei mercati: e chi era di opinione contraria era un eretico, veniva deriso, combattuto, espulso, “bruciato”.

Ora se ne comprendono definitivamente i motivi: l’azione della Sec contro la Goldman è scaturita dalla denuncia di un ex dipendente della Goldman arrabbiato per aver guadagnato “solo” 45 milioni di dollari contro i miliardi dei suoi principali. Cifre (e poteri collegati) che hanno mostrato di valer bene qualsiasi “mala gestio”, qualsiasi crimine (non ultima: qualsiasi crociata cosiddetta culturale).

Spietato con i Land tedeschi, Giavazzi si dimostra più magnanimo verso le Fondazioni bancarie italiane «che controllano le grandi banche italiane e hanno nominato amministratori delegati indipendenti e non hanno cercato di influire sulle scelte creditizie».

Ma l’economista del Mit e della Bocconi non è sempre stato così sportiva: per esempio, durante la fase più aspra della “battaglia di Mediobanca”, ormai sette anni fa, sparava sul Corriere editoriali a raffica contro l’“anomalia italiana” delle Fondazioni (7 e 11 marzo e poi 30 giugno e 2 luglio). E il 18 febbraio 2004 additava invece apertamente - per le banche italiane - il “modello americano” versus quello delle Fondazioni.

Nel frattempo (tra fine 2003 e inizio 2004) lo stesso Giavazzi aveva condotto una dura campagna “ad personam” contro la Fondazione CariVerona e il presidente Paolo Biasi, che fu poi estromesso dal consiglio delle Generali da un controverso emendamento alla Finanziaria.

La Fondazione veronese (che aveva condotto con altre banche e fondazioni italiane la scalata nazionale alle stesse Generali) era e resta grande azionista di UniCredit: come la Fondazione Crt, che nelle scorse settimane ha acquistato il 2% della compagnia del Leone e ha candidato il suo segretario generale Angelo Miglietta a consigliere d’amministrazione.

Ma per il professor Giavazzi, stavolta, non sembra un “case study” degno di attenzione accademica: forse perché, chissà, il dominus della Fondazione Crt, Fabrizio Palenzona, è membro forte dell’esecutivo di Mediobanca, tanto da esserne stato perfino vociferato come presidente nel recente riassetto.

Ma come ebbe a dire Cesare Geronzi - presidente uscente di Mediobanca ed entrante di Generali - in un’intervista all’attuale direttore del Corriere della Sera «la coerenza è una parola grossa».