domenica 4 aprile 2010

Il rebus thailandese e le sue incognite


In Thailandia la tensione politica in corso da circa 5 anni, soprattutto dopo il golpe incruento del settembre 2006 che ha estromesso dal potere l’allora premier Thaksin Shinawatra, ha raggiunto ormai un livello borderline, al limite della guerra civile.


Da quasi un mese a Bangkok si susseguono e s’intensificano le manifestazioni delle cosiddette camicie rosse, i sostenitori di Thaksin che col passar del tempo continuano ad alzare la posta sfidando il governo e l’esercito.


E anche se nei giorni scorsi si sono tenuti alcuni incontri tra il premier Abhisit Vejjajiva e i leader dei rossi, tra cui pure un parlamentare del Puea Thai (il partito politico legato a Thaksin), nessun passo concreto in avanti è stato compiuto.


Ognuna delle due parti è rimasta infatti ancorata alle proprie posizioni, nonostante il governo abbia concesso qualcosa.

I “rossi” fermi nella richiesta di dimissioni immediate del premier, scioglimento del Parlamento entro 15 giorni e convocazione di nuove elezioni mentre il premier Abhisit si è appunto limitato a concedere lo scioglimento del Parlamento entro la fine dell’anno, subito dopo però lo svolgimento di un referendum su alcune riforme costituzionali, e la convocazione di nuove elezioni per l’inizio del 2011.


Ma le camicie rosse hanno ritenuto queste proposte del governo solo strumentali per continuare a governare fino alla scadenza naturale della legislatura (dicembre 2011), e per tutta risposta si sono ritirati dal tavolo negoziale indicendo la nuova serie di manifestazioni di massa che in questi giorni sta paralizzando anche il centro commerciale e turistico di Bangkok.


Queste posizioni inconciliabili delle due parti sono tuttavia spiegabili soprattutto con l’esigenza del governo di approvare la legge finanziaria, con tutte le conseguenze a cascata in termini di regalie clientelari, e di nominare il nuovo capo dell’esercito. L’attuale generale in carica, artefice della nascita dell’attuale governo, andrà infatti in pensione a settembre.


Mentre i rossi, insieme al Puea Thai, hanno assolutamente fretta di andare a nuove elezioni sicuri di vincerle, ottenendo così il potere di approvare la legge finanziaria del 2010 e di nominare un nuovo capo dell’esercito a loro più gradito.


E in queste ore i rossi si stanno giocando il tutto per tutto paralizzando il centro commerciale della capitale, rifiutando il primo ultimatum posto dal governo per sgombrare l’area e sfidandolo a imporre lo stato d’emergenza, il passo successivo dopo l’emanazione della legge interna di sicurezza già in vigore a Bangkok e in altre province limitrofe per dare pieni poteri all’esercito sulla gestione dell’ordine pubblico. La tensione in queste ore è quindi altissima e il rischio di scontri sanguinosi sempre più all’orizzonte.


Già nei giorni scorsi si sono avute parecchie avvisaglie in tal senso: bombe piazzate qua e là a Bangkok e in altre parti del Paese ma che fortunatamente hanno provocato solo leggeri danni materiali e granate lanciate contro alcune caserme dell’esercito, tra cui quella in cui nel mese scorso si è riunito il governo impossibilitato a varcare la soglia della Government House circondata dai rossi e occupata da reparti speciali dell’esercito in funzione difensiva, tanto da far nascere il sospetto nei rossi e non solo che il governo fosse ormai già ostaggio dell’esercito, uno dei principali suoi “sponsor” fin dalla nascita nel dicembre 2008.


Aumenta infatti giorno per giorno la possibilità che la situazione vada fuori controllo, dando così la giustificazione all’esercito per intervenire e prendere le redini del potere.


Ma neanche questo scenario è lineare nella Thailandia di oggi. S’aggiunge infatti l’incognita di un esercito diviso e non compatto nella difesa dell’attuale governo, con l’eventualità quindi di uno scontro interno tra le sue diverse fazioni, un fatto peraltro già evidente nella polizia.


Si tratta perciò di una situazione veramente complicata, con l’aggiunta inoltre in questi ultimi giorni di un altro colore nel panorama delle camicie politicamente colorate.


Infatti dopo i rossi e i gialli - gli ultrà monarchici anti-Thaksin che avevano manifestato per anni fino ad occupare anche i due aeroporti di Bangkok nel dicembre del 2008 dando il là alla nascita dell’attuale esecutivo unitamente alla decisione della Corte Suprema di sciogliere il PPP (People’s Power Party), il partito di Thaksin vincitore delle elezioni del dicembre 2007 nato dalle ceneri del Thai Rak Thai messo al bando dalla Corte Suprema nel maggio 2007 -, nei giorni scorsi hanno manifestato anche i cosiddetti “rosa”, dal colore di buon auspicio per la salute dell’anziano Re Bhumibol.


Un insieme di imprenditori, operatori turistici, accademici, intellettuali e “gialli” con maglietta rosa, che chiede invece al governo di non cedere alle richieste dei “rossi” e di continuare a governare fermando le manifestazioni di protesta che, secondo loro, stanno provocando grosse perdite economiche, in particolare nel settore turistico.


I rosa, autodenominatisi “Il potere silenzioso” che si è stufato di queste continue proteste, predicano la pace sociale invitando i rossi e il governo a incontrarsi nuovamente, anche se però sono stati segnalati episodi di violenza commessi da loro nei confronti di alcuni manifestanti rossi.


Comunque, dietro questa situazione ingarbugliata, pericolosa e al limite di una potenziale guerra civile si nota anche una delle caratteristiche del popolo thai, e cioè quell’assoluta volontà di non perdere la faccia riscontrabile in tante sfumature della quotidianità thailandese e che in questo caso specifico impedisce una soluzione di compromesso attraverso un effettivo negoziato.


Un compromesso che così come sembra impossibile tra i rossi e il governo, lo è anche tra le autorità centrali e il Sud musulmano di etnia malay, dove ogni giorno si contano i morti nella guerra a bassa intensità in corso da anni tra militanti islamici e Bangkok.


E lo stesso dicasi per l’impossibile compromesso tra il Nord, la zona rurale e più povera del Paese legata a Thaksin, e il resto della Thailandia - in particolare Bangkok dove dominano l’elite alto-borghese e la cerchia che ruota intorno al palazzo reale, i due centri di potere che s’oppongono a qualsiasi cambiamento di quello status quo combattuto invece dai rossi.


Ma a questo quadro, già così complicato e fosco, va unita infine la vera questione cruciale per la coesione sociale e decisiva per il futuro della Thailandia e l’unità del Paese: la successione del Re Bhumibol.


Un argomento tabù che può facilmente costare anche l’arresto per lesa maestà, ma che per il bene della Thailandia andrebbe affrontato per tempo con la dovuta preparazione onde evitare conseguenze imprevedibili a dir poco spiacevoli.