martedì 27 gennaio 2009

Nuova Costituzione boliviana: un'altra vittoria di Evo Morales

Approvata con il 60% la nuova Costituzione "indigenista" della Bolivia.
Un grande successo per il presidente Evo Morales e una svolta storica per la Bolivia, ma anche la conferma di un Paese spaccato in due.


Bolivia, approvata la nuova Costituzione

di Alessandro Grandi - Peacereporter - 26 Gennaio 2009

Vittoria per il Mas e per Morales. "Da oggi inzia la rifondazione della Bolivia" dice il presidente. I governatori ri belli chiedono un patto fra governo e opposizione

Approvata la nuova Costituzione con oltre il 60 percento delle preferenze. Nelle cinque regioni d'opposizione, però, il testo è stato respinto. Morales si dice soddisfatto e parla di "rifondazione della Bolivia".

Il tanto atteso voto referendario sull'approvazione della nuova costituzione boliviana di fatto spacca in due il paese. Da un lato i favorevoli alle proposte di Morales dall'altro i fedelissimi delle regioni d'opposizione, quelle più legate all'autonomia, come Tarija, Pando, Beni, Santa Cruz e Chuquisaca. "Oggi da qui comincia una nuova Bolivia" ha detto Morales festeggiando la vittoria e ricordando che la giornata elettorale si è svolta senza eccessi e senza violenze. Particolarmente emozionato per la grande affermazione indigenista il presidente ha voluto soffermarsi sul nuovo periodo storico e sociale che si troverà ad affrontare il Paese. Su un punto in particolare Morlaes si è voluto soffermare. Grazie all'approvazione della nuova Costituzione si è messo fine allo strapotere dei latifondisti: il voto ha infatti stabilito che la proprietà privata di terra non dovrà superare i 5mila ettari. In questo modo si eliminerà progressivamente il latifondo. Poi il monito ai governatori "ribelli": "Non esiste mezza luna senza la nascita di una luna piena".

L'opposizione comunque non dispera. Il prefetto di Santa Cruz, Ruben Costas, ha in qualche modo festeggiato. Nel suo dipartimento infatti la nuova Costituzione non è passata, confermando ancora una volta l'avversione della regione ai progetti politici presidenziali. Insieme a lui possono dirsi soddisfatti anche i prefetti delle altre regioni autonomiste. Su tutte spunta il caso di Savina Cuellar, governatrice indigena dello stato di Chuquisaca che si oppone alla riforma socialista di Morales e che ha invitato la popolazione a disobbedire alla nuova Costituzione. Mario Cossio, prefetto di Tarija, a questo punto chiede che si lavori insieme alla ricerca di un patto nazionale fra governo e regioni d'opposizione per costruire una nuova Bolivia. Proposta, però, che lascia dubbi in altri settori anti governativi.

Comunque fino a questo momento i risultati non hanno creato tensione sociale, solo qualche scaramuccia politica. Forse la necessità di avere un patto di stabilità nazionale è allo studio di entrambe le parti. In ogni caso Morales ha detto che dopo l'approvazione della nuova Costituzione non si potrà più tornare indietro. I punti più importanti della riforma erano: la rielezione del presidente: Morales potrà candidarsi nuovamente alle presidenziali del 2009. Più poteri e autonomia alla maggioranza della popolazione, quella indigena. La definizione di autonomie etniche e regionali e la nazionalizzazione delle risorse naturali del Paese, oltre a una seria riforma agraria. Inoltre la nuova Costituzione, che nel suo complesso rivede circa 400 articoli, mette sullo stesso piano il Dio dei cristiani e la Pachamama, simbolo religioso Incas, facendo di fatto perdere il rapporto privilegiato del Vaticano con lo Stato boliviano. Da ieri è nata una nuova Bolivia con la speranza che cresca con una sana e robusta Costituzione.


Bolivia, di sana e robusta Costituzione

di Fabrizio Casari - Altrenotizie - 26 Gennaio 2009

“Oggi, 25 Gennaio 2009, si chiude l’epoca coloniale e si rifonda una nuova Bolivia, che offre pari opportunità a tutti i boliviani”. Con queste parole, pronunciate dal Palazzo del Quemado, il Presidente Evo Morales ha salutato il suo ennesimo trionfo elettorale nel paese andino, sancito da un voto favorevole al referendum sulla nuova Costituzione della Bolivia che ha raccolto oltre il 60 per cento dei voti, che mandano in soffitta 184 anni di storia coloniale boliviana. La nuova Costituzione, elaborata dall’Assemblea Costituente, aumenta notevolmente il controllo statale sull’economia e l’influenza delle 36 nazioni indigene nella rappresentanza politica, impone - con l’articolo 398 - il limite invalicabile di cinquemila ettari per l’estensione massima delle proprietà terriere e stabilisce che sarà necessario, in futuro, ottenere l’approvazione delle comunità indigene prima di poter sfruttare le risorse naturali nel loro territorio.

Ha quindi ragione il presidente Morales che vede nell’approvazione della nuova Carta costituzionale, da lui fortemente voluta, “la fine del latifondismo e dell’epoca coloniale, interna ed esterna”. La Costituzione approvata, infatti, prevede la costruzione di uno Stato “unitario, sociale e di diritto plurinazionale, libero e indipendente, che offre ascolto a “tutti i movimenti sociali sulle scelte riguardanti l’educazione, la salute e la casa”. La nuova Carta prende atto della struttura plurinazionale del paese che viene rappresentata direttamente ed indirettamente in tutti i suoi 411 articoli, che riconoscono sullo stesso piano le autonomie regionali, provinciali, territoriali indígene e municipali che già esistono. Il testo costituzionale riconosce tre tipi di democrazia: rappresentativa, diretta e comunitaria e allo stesso tempo stabilisce una conseguente articolazione tra la giustizia ordinaria e la quella comunitaria.

Anche per questo il voto, oltre a rappresentare il certificato di nascita ufficiale della sovranità boliviana, conferma la natura di classe dello scontro politico interno al paese, con una mappatura dei “Si” e dei “No” che coincide perfettamente con la composizione sociale delle diverse regioni del paese. Se infatti il “Si” si è imposto massicciamente nelle zone dove la popolazione è indigena, nelle quattro regioni orientali, componenti la cosiddetta zona della “mezza luna”, dove la popolazione è di origine europea, il latifondismo filo statunitense è riuscito a far prevalere i “No” al referendum. L’opposizione esterofila parla di frode, ma le operazioni di voto si sono svolte senza incidenti e nel massimo ordine, secondo quanto hanno confermato i numerosi osservatori internazionali della UE, dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani ndr) e di altri organismi indipendenti locali ed esteri.

Con il supporto statunitense, gli esponenti del latifondo locale e i nostalgici del vecchio regime invitano alla disobbedienza e a vigilare. C’è da capirli: d’altro canto, la limitazione per legge del latifondo, insieme alla concessione di ampi spazi alle comunità “Aymara”, “Quecha” ed alle altre etnie del paese, di fatto consegna la Bolivia alla maggioranza dei boliviani, allentando con ciò, robustamente, la presa della multinazionali straniere e del latifondo locale sulle risorse naturali di cui è ricco il paese.

Risorse che, storicamente, hanno sempre contribuito ad arricchire la borghesia indoeuropea della zona orientale, lasciando invece la zona andina nella miseria. Salute, educazione, casa, trasporti, rappresentanza politica, erano (fino alla vittoria di Evo) parte del patrimonio esclusivo delle regioni orientali “ricche” e termini privi di senso per le comunità indigene, che si vedevano spogliati delle ricchezze giacenti nel loro territorio a vantaggio delle multinazionali dell’energia. Il saccheggio del sottosuolo prima e l’esportazione all’estero dei capitali poi, erano i due principali rami d’attività che determinavano le politiche economiche della storia boliviana, fatta di governi nati a Washington e ufficializzati a La Paz. Lo ha detto chiaro e tondo Evo Morales: “Abbiamo posto fine al neoliberismo, alla vendita al miglior offerente delle nostre risorse naturali. Con il voto odierno - ha proseguito - è il popolo a decidere, ad approvare o rifiutare una nuova Costituzione. Prima questo tipo di riforme le decidevano i capi dei partiti”.

Il risultato del referendum in Bolivia rappresenta quindi un nuovo passo in avanti sia per l’affermazione della sovranità popolare del paese andino che per un ulteriore consolidamento della nuova America Latina. Non si può però non evidenziare come di fronte all’avanzata elettorale della sinistra nel subcontinente, il Dipartimento di Stato Usa ha imposto una linea che indica brogli e frodi ovunque le elezioni (dal Venezuela al Nicaragua, dall’Ecuador alla Bolivia) diano un responso di sinistra ed indipendentista, tentando di delegittimare ogni voto che si oppone agli obiettivi politici della Casa Bianca.

La verità, però, è che le classi subalterne dei diversi paesi latinoamericani, un tempo aliene ai processi democratici interni, hanno assunto un ruolo preponderante attraverso la rappresentanza politica delle loro istanze che i partiti e i movimenti politici nazionalisti ed indipendentisti, a chiara impronta socialista, sono riusciti a dare. L’impatto mediatico e politico della linea di difesa statunitense appare quindi di corto respiro, giacché quella che appare a tutti gli effetti come una svolta storica, difficilmente potrà essere messa in discussione da un impero alle corde, in grave deficit di credibilità politica e in totale crisi di leadership. In attesa che Barak Obama apra il dossier su quello che fino a qualche anno fa è stato il “patio trasero” (giardino di casa ndr) degli Stati Uniti, i latinoamericani hanno preso gusto a prendersi la parola . Difficile ora rimetterli a tacere.