sabato 1 maggio 2010

1 Maggio 2010: c'e' poco da festeggiare...





























Ieri l'ISTAT ha comunicato gli ultimi dati sul tasso di disoccupazione in Italia, che a marzo ha raggiunto l'8,8% - il dato peggiore dal 2002.

Oggi si festeggia il Primo Maggio, ma non sembra che ci sia cosi' tanto da festeggiare...


Primo Maggio in catene
di Massimo Fini -http://antefatto.ilcannocchiale.it - 1 Maggio 2010

Non ho mai capito la festa del Primo Maggio, festa del lavoro. Che cosa, in realtà, festeggiano in questo giorno i lavoratori? La loro schiavitù. Non è una festa, gli "han fatto la festa". Il lavoro diventa un valore con la Rivoluzione industriale e i pensatori che cercano di razionalizzarla. Per Marx è "l’essenza del valore", per i liberal-liberisti è quel fattore che, combinandosi col capitale, dà il famoso "plusvalore".

Prima il lavoro non era affatto un valore. Tanto è vero che è nobile chi non lavora e artigiani e contadini lavorano solo per quanto gli basta. Il resto è vita.

Non che artigiani e contadini amassero il loro mestiere – che peraltro è un concetto diverso dal lavoro come spiega R. Kurz in "La fine della politica e l’apoteosi del denaro" – meno di un operaio di fabbrica o di un impiegato o di un ragazzo dei call-center, certamente lo amavano molto di più perché gli permetteva di esprimere le proprie capacità e la propria creatività, ma non erano disposti a sacrificargli più di tanto del loro tempo che è "il tessuto della vita" come dice Benjamin Franklin che peraltro lo usava malissimo: a fare denaro (anche scopare, per questo perfetto prototipo della borghesia protestante e autopunitiva, è una perdita di tempo, lo si fa "solo per la salute").

E quando nel Duecento e nel Trecento compaiono a Firenze, nel piacentino e poi nelle Fiandre i mercanti come forte classe sociale (prima il mercante, presso tutte le culture, sedeva all’ultimo gradino della scala sociale, perché si riteneva indegno di un uomo scambiare per denaro, e il kafelos greco, piccolo commerciante al dettaglio, è una macchietta abituale del teatro di Aristofane) la gente del tempo li guarda come fossero dei matti perché non capisce che senso abbia accumulare denaro su denaro, ricchezze su ricchezze per portarsele nella tomba.

C’è la storia, patetica quanto esemplificativa, di Francesco di Marco Datini, il famoso mercante di Prato, il quale dopo aver fatto per trent’anni l’imprenditore ad Avignone ritorna nella sua città natia deciso a godersi la vita. Ma non ce la fa proprio, è continuamente angosciato dalla sorte delle sue navi e quando, alla fine, muore senza figli lascia tutto a Santa Madre Chiesa.

Il concetto che il tempo fosse più importante del denaro era così radicato negli uomini di quel tempo che quando i primi imprenditori industriali introdussero il cottimo si accorsero, con loro grande sorpresa, che la produttività diminuiva invece di aumentare, perché i lavoratori preferivano rinunciare al cottimo e andare a spasso, in taverna, a giocare a birilli, a corteggiare la futura sposa.

Ma è stata la mentalità paranoica del mercante a prevalere, a fare della maggioranza di noi, per dirla con Nietzsche, degli "schiavi salariati", a frantumare i nuclei costitutivi dell’essere umano. I suicidi in Europa dal 1650 – epoca industriale – ad oggi sono decuplicati, nevrosi e depressione sono malattie della Modernità, l’alcolismo di massa nasce con la Rivoluzione industriale, il montante fenomeno della droga è sotto gli occhi di tutti.

E la globalizzazione, che inizia anch’essa con la Rivoluzione industriale e arriva a piena maturazione negli ultimi decenni con l’acquisizione del modello di sviluppo occidentale di quasi tutti i Paesi del mondo (quelli che non ci stanno li bombardiamo), esaspera tutti questi processi.

La globalizzazione è, in estrema sintesi, una spietata competizione fra Stati che passa per il massacro delle popolazioni del Primo e del Terzo mondo. Per restare a galla saremo costretti tutti a lavorare di più, a velocità sempre maggiore, accumulando così altro stress, disagio, angoscia, depressione, nevrosi, anomia.

Infine, di passata, "una società" come scrive Nietzsche "che proclama l’uguaglianza avendo bisogno di schiavi salariati ha perso la testa". E noi l'abbiamo persa. Tant’è che oggi celebriamo allegramente la festa della nostra schiavitù.


Il Primo Maggio del nuovo mondo
di Mazzetta - Altrenotizie - 1 Maggio 2010

C'era una volta un mondo nel quale il primo maggio era la festa dei lavoratori. Erano i lavoratori i protagonisti della festa ed era il lavoro, il motore sudante che muoveva tutto il paese. Lavoro come strumento di riscatto sociale, come via di fuga dalla miseria e dall'abbruttimento, passaporto per una vita dignitosa e tranquilla, anche se consumata in gran parte da una routine abbracciata più per dovere che per amore.

Il lavoro era tutto questo e una società appena uscita da un medioevo rurale durato secoli, bramava riscatto e lavoro, per avere lavoro e riscatto. Poi qualcosa ha cominciato a cambiare lentamente, il fallimento del “socialismo reale” ha aperto le porte alle pretese del padronato e della grande finanza e in pochi anni i media controllati dall'elite hanno trasformato prima l'immagine e poi la sostanza stessa del lavoro e dei lavoratori.

La meccanizzazione e l'informatizzazione hanno fatto il resto, consentendo di ottimizzare i processi produttivi e di diminuire la quantità di lavoro necessaria per unità di prodotto. Poi è arrivata la delocalizzazione e, con essa, la concorrenza di altri lavoratori che lavorano per molto meno, lavoratori ancora affamati di quell'atavico riscatto, bramosi di sedere alla grande tavola del consumo e, per questo, disposti a tutto. Miliardi di braccia gettate su un mercato con sempre meno barriere per le imprese e sempre più severo nel controllo delle masse lavoratrici.

Così il lavoro è diventato sempre di meno, è pagato sempre peggio e alla fine ha perso molto del suo valore reale e simbolico. Perché se oggi gli stipendi sono in proporzione più bassi, è altrettanto evidente che il lavoro come mezzo per la realizzazione personale e il riscatto sociale ha esaurito la sua funzione.

Uno stato di cose testimoniato anche dal crollo della mobilità sociale nelle economie avanzate, dalla strage di competenze mandate al macero insieme ad intere generazioni di laureati e della sostanziale svalutazione di quelle organizzazioni sindacali che tanto avevano contato nello strappare diritti e dignità per i lavoratori.

Oggi, dopo una non troppo lunga trasformazione economica e sociale, il lavoro non c'è più e quello che c’è vale poco. È un dato di fatto: non c'è abbastanza lavoro per poter assicurare un reddito a tutti o quasi tutti, non c'è nelle economie avanzate e non c'è nemmeno in quelle emergenti, che emergono proprio perché hanno un serbatoio inesauribile di braccia pronte a tutto per entrare nel grande gioco.

Nel nostro paese il fenomeno è molto evidente, anche se poco dibattuto. La quota di italiani che ha un lavoro o un reddito da lavoro è bassissima, imbarazzante: tra i paesi dell'OSCE stanno peggio solo Turchia e Messico e, anche una volta che si faccia la tara dell'economia sommersa, si resta ben lontani dai paesi che stanno messi meglio. Tutti comunque in peggioramento, non solo per la crisi incombente.

La mancanza di lavoro e lo scarso valore dello stesso pongono una sfida enorme alla politica e allo stesso sistema ultra-liberista che negli ultimi tempi è sembrato a lungo privo di alternative. L'alternativa alla disgregazione sociale e all'impoverimento di intere società dovrebbe essere un argomento di dibattito interessante, ma la vilificazione della politica, funzionale all'ideologia che reclama il primato delle élite economiche proprio sulla stessa politica, sembra un antidoto efficace a qualsiasi tipo di discorso appena serio.

Non che le forze storicamente interessate al progresso sociale aiutino molto: da tempo i sindacati confederali hanno trovato il loro baricentro nella tutela dei pensionati e il loro stile nella concertazione, tanto che da qualche anno “festeggiano” il primo maggio con un grande concerto, passata la festa non ne rimane niente.

Musica sì, proposte no. Nemmeno le forze politiche di sinistra sembrano troppo attive, pochi arrivano ora a concepire l'idea di un reddito di cittadinanza come necessaria misura di un nuovo welfare, non più legato al lavoro (workfare) che non c'è più, eppure si tratta di strumenti già presenti in varie forme in quasi tutta la UE.

Eppure il Partito Socialista francese discute di “un nuovo modello produttivo” e addirittura di un “nuovo modello di civiltà” che ripensi fiscalità e welfare. Discorsi troppo complicati per l'Italia del ventunesimo secolo?

Già, chiedere lavoro ha poco senso, perché oggi il lavoro non è più il passaporto sufficiente a una vita serena, se pur applicata alla produzione di ricchezza, perché questa ricchezza è distribuita in maniera sempre più ineguale e nei paesi privi di stato sociale può addirittura succedere che i lavoratori si ritrovino disoccupati, senza assistenza sanitaria e titolari per parte uguale di un debito pubblico mostruoso, esploso proprio per pagare le scommesse sconsiderate di chi già si era accaparrato quasi tutto il frutto e il valore del lavoro del paese.

È evidente che qualcosa debba cambiare. Parlavano di qualità totale e intendevano la meccanizzazione dei processi produttivi; parlavano di sinergie e intendevano la concentrazione societaria e la costituzione di monopoli e cartelli; parlavano di flessibilità e intendevano la frantumazione della forza lavoro e la guerra tra poveri per lavori pagati sempre di meno.

Flessibilità al ribasso, pagata di meno invece che di più, tanto che oggi può non essere sufficiente il salario per vivere, in particolare se si parla di quello dei lavoratori più “flessibili”.

Un cambiamento che da anni chiedono i movimenti e i gruppi riuniti sotto la protezione di San Precario, che sfilano a Milano per il decennale della Mayday e in altre città europee, chiedendo continuità di reddito e sostegno per i precari, che sono ormai la metà della forza lavoro, la più negletta, ma una forza che rifiuta di dare battaglia ai lavoratori (più) garantiti e di etichettare come privilegi i loro residui diritti.

Un rifiuto della guerra tra poveri che va necessariamente esteso ai lavoratori migranti, in tempo di crisi perfetto capro espiatorio e già indicati come “ladri di lavoro” dai furboni che prosperano proprio sulle guerre tra poveri.

È tempo di un nuovo welfare, è necessario riprendere il cammino del progresso sociale e per farlo è necessario che i cittadini (e i lavoratori) muovano il dibattito in questa direzione, perché vivere sperando non basterà e la storia recente dimostra che si può fare ben poco affidamento sulla corrottissima classe dirigente italiana.