martedì 18 maggio 2010

Update italiota

Una serie di articoli sulle ultime vicende italiote che, come al solito, riservano sempre dolci carezze per il fegato...


Criteri per nomine e appalti. Dai pm i funzionari di Matteoli
di Fiorenza Sarzanini - Il Corriere della Sera - 18 Maggio 2010

"Lista Anemone", sospetti su una contabilità in nero

L’indagine sugli appalti per i "Grandi Eventi" entra alle Infrastrutture. I magistrati hanno convocato il responsabile dell’ufficio legislativo e il capo di gabinetto del ministro Altero Matteoli.

Motivo dell’interrogatorio di Gerardo Mastrandrea e Claudio Iafolla sono i criteri di nomina dei funzionari, primo fra tutti Fabio De Santis, e le procedure di autorizzazione dei lavori pubblici. Ma anche i rapporti stretti tra Iafolla e Angelo Balducci, così come emergono dalle telefonate intercettate dai carabinieri del Ros.

Le «commesse» affidate alle imprese di Diego Anemone rimangono al centro degli accertamenti, anche perché la lista trovata in uno dei computer appare inesatta nelle date e soprattutto non contiene una serie di aggiudicazioni che il costruttore ha avuto negli ultimi anni.

«La nomina De Santis? Sta bene al ministro» - La prima volta che il nome di Iafolla compare nelle intercettazioni, risale al maggio 2008. Balducci parla al telefono con il suo amico della Corte dei Conti Antonello Colosimo.

Annotano i carabinieri: «Esterna la sua intenzione di voler lasciare il Dipartimento del Turismo, asserendo di averne già fatto cenno al sottosegretario Brambilla e Colosimo vuole appunto parlare della possibilità che il suo interlocutore torni ad occupare il posto originario, alludendo alla carica di presidente del Consiglio Superiore presso il ministero delle Infrastrutture.

E afferma: "Secondo me conviene ... ma tu devi tornare al posto originario ...tu sai che Claudio Iafolla che è mio amico fraterno ed Ernesto Basile che è mio fratello ... noi abbiamo già un discorso in piedi su di te».

Effettivamente pochi mesi dopo vengono intercettate alcune telefonate dirette tra Balducci e Iafolla. L’occasione è la nomina di De Santis a Provveditore della Toscana.

È il 20 gennaio 2009. Il capo di gabinetto cerca il provveditore.
Iafolla: pronto
Balducci: consigliere
Iafolla: ah ... ti avevo chiamato... però ho visto che mi avevi mandato tutte le carte lì per Fabio
Balducci: coso ... De Santis
Iafolla:questo lo nominiamo come esterno eh perché questo ... non è dirigente
Balducci
: ... certo ... certo
Scrivono i carabinieri nell’informativa: «Iafolla chiede e riceve da Balducci assicurazione che il curriculum di De Santis sia di livello, anche la fine di prevenire eventuali lamentele e ricorsi da parte degli esclusi».
Iafolla: il curriculum non l’ho letto ma ha un buon curriculum si?... tutti agguerriti ... rompono i coglioni ... insomma senti questo sta bene al ministro ... è una scelta sua ... no?
Balducci «conferma l’indicazione di Iafolla, assicurando che si tratta comunque di un buona scelta»: «Sì, be’ per me sarà anche una sorpresa per la verità ... però lui sarà un risultato, come lo conosco io, di primo livello proprio eh».

Il blocco dei lavori per la Scuola Marescialli - Nella storia infinita dell’appalto per la costruzione della scuola dei Marescialli Iafolla e Mastrandrea sembrano aver avuto un ruolo importante.

I lavori inizialmente assegnati alla Btp di Riccardo Fusi, furono poi affidati alla ditta Astaldi. Fu proprio Fusi — con l’appoggio del suo amico Denis Verdini, coordinatore del Pdl — a brigare perché il cantiere venisse fermato e lui potesse così provare a ottenerne nuovamente la titolarità.

Nell’informativa consegnata ai magistrati i carabinieri ricostruiscono che cosa avvenne nelle stanze del ministero: «Il pomeriggio del 9 febbraio 2009 Gerardo Mastrandrea accenna a Balducci che ha avuto modo di parlare con Iafolla e con la dottoressa Maria Pia Pallavicini, dirigente del ministero, delle misure da adottare per il cantiere "perché il ministro è un po’ preoccupato"».

Le consultazioni evidentemente ottengono però l’effetto di risolvere la questione perché «la mattina dopo Pallavicini riferisce a Balducci che è stata investita da Iafolla e Mastrandrea della problematica relativa al cantiere della Scuola Marescialli e di aver preso visione della relazione, alludendo al documento predisposto dalla commissione composta da Fabio De Santis, Silvio Albanesi e Andrea Ferrante, in cui si propone la sospensione temporanea dei lavori. Balducci puntualizza che si tratta si una sospensione "tecnica" da ritenersi però "strumentale".

La Pallavicini spiega che la motiverà anche con la necessità di effettuare la verifica delle condizioni di sicurezza del cantiere. Ma accenna pure alla necessità di dover trovare una via d’uscita durante il periodo di sospensione dei lavori, alludendo probabilmente proprio alla sostituzione dell’impresa».

I magistrati di Firenze e Perugia vogliono adesso sapere il retroscena di questo blocco, scoprire chi ne fosse stato realmente informato, verificare i contatti tra Verdini e Matteoli sulla vicenda, visto che le telefonate dimostrano come il coordinatore del Pdl insistesse con il ministro affinché si occupasse della questione.

I lavori cancellati dalla lista - Sarà la Guardia di Finanza a dover indagare invece su tutti i misteri che riguardano la lista trovata nel computer della "Anemone Costruzioni": 370 clienti del costruttore che avrebbero beneficiato delle ristrutturazioni.

Un aiuto potrebbe arrivare dall’architetto Angelo Zampolini che sarà interrogato oggi dai magistrati di Perugia Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi. Il resto dovrà invece essere accertato confrontandola con quella degli appalti pubblici ottenuti dall’imprenditore.

È bastato infatti un primo esame per scoprire che quell’elenco non contiene la maggior parte dei lavori che l’imprenditore era riuscito ad aggiudicarsi. La circostanza avvalora così l’ipotesi che quelle voci custodite nel pc non fossero state registrate nei bilanci e — in numerosi casi — non sia stata emessa alcuna fattura.

Si tratterebbe dunque della prova dell’esistenza di una contabilità parallela a quella ufficiale, ma anche la dimostrazione che molte di quelle ristrutturazioni erano in realtà la contropartita che l’imprenditore forniva a chi lo aveva agevolato nelle assegnazioni.

Non a caso l’attenzione si sta concentrando sui lavori effettuati per il Vaticano, per i politici e per numerosi funzionari delle Infrastrutture e del Provveditorato che avevano poi il potere di segnalarlo quando si trattava di scegliere le ditte per i Grandi Eventi.

Resta anche da capire come mai alcune «commesse» siano state archiviate con date certamente false. Il caso più eclatante è quello della ristrutturazione della casa del ministro Claudio Scajola che lo stesso Anemone contribuì ad acquistare.

Nella lista quell’appartamento è inserito nella colonna relativa all’anno 2003. È invece certo che fu comprato molto dopo, esattamente nel luglio 2004. Al momento nessuno è stato in grado di spiegare questa incongruenza.

Tra le ipotesi esplorate c’è quella che l’elenco sia stato compilato in tutta fretta quando Anemone e gli altri componenti della "cricca" furono avvisati che era stata avviata un’indagine dalla procura di Roma.

Ma, appunto, al momento è solo una tesi. E per cercare di saperne di più sarà confrontata con un altro file trovato nello stesso computer: quello che contiene i nomi di tutti i dipendenti, compresi quelli che non sono mai stati messi in regola, impiegati nei cantieri che il costruttore aveva sparsi in Italia.


I gentiluomini delle fatture
di Mariavittoria Orsolato - altrenotizie - 18 Maggio 2010

Gli occhi di tutta Italia sono puntati sul continuo turbinìo di notizie riguardante la cricca e i suoi illustri clienti: un po’ perché il gossip sull’intrallazzo piace molto, un po’ perché il vaso di Pandora scoperchiato dalle inchieste sui lavori del G8, sta innescando una vera e propria crisi di sistema entro ed oltre Tevere.

Nella lista recuperata nel 2009, a seguito di un’ispezione della Guardia di Finanza in una delle sedi della ditta Anemone, ma divulgata dalla stampa solo pochi giorni fa, c’è buona parte di quella che viene definita “l’Italia che conta” e, se molti di questi nomi sono presumibilmente privi di interesse giudiziario, è un dato di fatto che altrettante figure di spicco delle politica, delle forze armate e del clero hanno usufruito dei servigi e dei favori del costruttore romano.

Un illustre sconosciuto, fino a pochi mesi fa, che ha preso in mano l’azienda paterna per trasformarla nel massimo catalizzatore di appalti della storia della seconda repubblica. Le fortune di Diego Anemone affondano infatti le loro radici in un passato nebbioso, un passato che nemmeno Luisa Todini - capo degli imprenditori europei nei settori delle infrastrutture ed ora papabile per il ministero lasciato vacante da Scajola - riesce a collocare in quanto, a detta sua, il nome di Anemone non l’aveva mai sentito prima dello scoppio dello scandalo.

La parabola del palazzinaro prende il via nel 2003, anno in cui, secondo la lista emersa da una rocambolesca fuga di notizie, si possono contare ben 151 commissioni; il vero salto di qualità avviene però con gli appalti statali che nell’arco di sei anni arrivano ad essere addirittura sessantacinque.

Le anomalie riguardanti i lavori straordinari per il G8 alla Maddalena, la ricostruzione dell’Aquila e le opere per i mondiali di nuoto romani, sono già emersi all’interno dei fascicoli aperte dalle Procure romane e fiorentine.

Adesso è il turno della Procura di Perugia che, nell’ordinare i numeri della contabilità sequestrata ad Anemone, ha dato una fisionomia al sistema latente dietro a tutti gli appalti ordinari commissionati; appalti che secondo l’accusa sarebbero frutto di un’interazione diretta con gli allora ministri Scajola e Lunardi, e del salvacondotto della Protezione Civile diretta da Guido Bertolaso.

Si scopre così come Anemone, grazie al “certificato Nos - Nulla Osta Sicurezza” per le convenzioni con le istituzioni d’Interno e Difesa, si aggiudichi due appalti con i Carabinieri della caserma Tor di Quinto a Roma, quattro con il Viminale - tra cui il cantiere di via Zama, sede del Sisde - ed infine ben dodici appalti per otto caserme della Guardia di Finanza.

Che proprio in quest’ultimo corpo Anemone avesse degli agganci tra i generali e i marescialli, e che questi, come il generale Francesco Pittorru - premiato con ben due immobili nel centro di Roma e ora agente dei servizi segreti - non esitassero ad informarlo su eventuali accertamenti a suo carico, è un’evidenza che però non scioglie i dubbi sull’origine delle fortune del costruttore di Grottaferrata.

Sempre nel 2003, Anemone e la sua ditta d’infrastrutture fanno il loro ingresso nei palazzi del Governo: nella lista sono documentati quattro interventi a Palazzo Chigi, uno al Ministero della Pubblica Istruzione, uno al Ministero del Tesoro e uno al Viminale.

Le istituzioni richiederanno la professionalità di Anemone altre diciotto volte per arrivare, nel quinquennio 2003-2008, alla bellezza di venticinque interventi in sedi governative. Che da questi servigi siano scaturiti ghiotti appalti pubblici nell’area romana, lo testimoniano i lavori compiti al Policlinico Umberto I, quelli effettuati all’Ospedale Spallanzani e le due commesse per l’Università: la Facoltà di Architettura di Valle Giulia e la Casa dello studente di Latina.

Ad ulteriore riprova del fatto che i rapporti del costruttore con il Vaticano erano poi tutt’altro che schivi, ci sono poi i lavori su sette chiese, quelli effettuati sul lungotevere papalino, e gli interventi a diversi istituti missionari, tra cui quello del Preziosissimo Sangue, identificato dai Ros come una delle casseforti di Anemone.

La chiave di volta di questo immenso sistema clientelare risiederebbe proprio oltreTevere, dove la società a responsabilità limitata con soli 26 dipendenti diventa la ditta più gettonata per le opere pubbliche, straordinarie e non.

L’amicizia con Angelo Balducci, gentiluomo di Sua Santità ed ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, pare spianare la strada ad Anemone che nel giro di pochi anni arriva a decuplicare i suoi ricavi pur non potendo, per dimensione societaria, partecipare a gare superiori ai 5 milioni di euro.

Per arrivare a costruire quell’impero finanziario che è oggi l’Anemone srl, il giovane Diego ha usato una corsia preferenziale fatta di compiacenze sessuali, generose elargizioni e regalìe che richiamano alla memoria - soprattutto per quanto riguarda gli ambienti vaticani - le famose mini-fatture emesse dalla Frasa Spa di Adolfo Salabè, l'architetto coinvolto nello scandalo dei fondi neri del Sisde esploso nel 1993.

Come verificato per l’inchiesta sulla cricca, anche allora una ditta edile emise delle fatture dalla cifra irrisoria (100.000 lire circa) per lavori di ristrutturazione in alcune chiese romane, tra cui quella di S.Pietro e Paolo all’Eur.

Anche allora l’uomo in questione era un gentiluomo di Sua Santità, anche allora i nomi emersi dalle indagini coinvolgevano la politica e i servizi segreti. Il sistema di riciclaggio del 1993 non era poi per nulla diverso da quello utilizzato da Anemone: sebbene i prezzi vengano corrisposti per intero, al momento della transazione se ne dichiara solo una parte e la differenza, debitamente depositata in conti off-shore o intestati a prestanome, crea una provvista di liquidità. Nel 1993 la provvista serviva al Sisde, nel 2010 non c’é ancora dato sapere.

Quello che per ora è certo, è che una buona fetta degli introiti illeciti della premiata cricca Balducci-Anemone riposano nelle casse dello Ior. Come consigliere di Propaganda Fide - la congregazione per le opere missionarie che solo a Roma gestisce un patrimonio di 9 miliardi di euro in immobili - Angelo Balducci dispone di un conto nell’impenetrabile banca vaticana ed è molto probabile che parte dei soldi ricavati dalle operazioni illecite effettuate con i servigi di Anemone risieda li, al riparo dalle rogatorie.

Se quindi è ormai chiara la connivenza tra il Vaticano e la famigerata cricca, quello che rimane da chiarire sono i motivi per cui alcune tra le più influenti personalità ecclesiastiche abbiano deciso di sostenere la causa di lucro di due laici come Balducci e Anemone.

Un’interpretazione alquanto cinica porterebbe a pensare che gli alti prelati abbiano anch’essi un proprio tornaconto, ad esempio nelle compravendite d’immobili effettuate dal costruttore di Grottaferrata o nei prestiti che Balducci generosamente elargiva ai porporati in bolletta come monsignor Francesco Camaldo.

Come siano veramente andate le cose potrebbe spiegarlo Diego Anemone, che in questi giorni ha cominciato gli interrogatori alla procura di Perugia. La volontà dei magistrati di andare in fondo a questa vicenda, che di fatto ha innescato una crisi di sistema che tocca tutti gli ambienti istituzionali, è però destinata a scontrarsi contro il muro di gomma di San Pietro; un muro che in 64 anni di storia repubblicana ha nascosto e protetto le radici di troppi scandali.


Le nomine "accriccate"
di Nicola Lillo - Altrenotizie - 11 Maggio 2010

Sono ancora tante le sorprese che la “cricca” di Bertolaso e soci continuano ad offrire. Il nome di un altro ministro dell'attuale governo è infatti nelle nuove carte dell'inchiesta sugli appalti dei Grandi Eventi. Stiamo parlando di Sandro Bondi, ministro dei Beni Culturali. Gli atti della Procura di Firenze rivelano legami tra società, dubbie nomine ministeriali e, inoltre, possibili collegamenti con Cosa Nostra.

Ma andiamo con ordine. Nella ricostruzione della vicenda da parte del Corriere della Sera e La Repubblica emerge che nel dicembre del 2009 “Salvo Nastasi, capo di gabinetto del ministero dei Beni Culturali, comunica ad Angelo Balducci la distribuzione degli incarichi per l'appalto del lavoro di restauro dei Nuovi Uffizi”.

Incarichi distribuiti con il placet del ministro Bondi: Mauro Della Giovampaola “soggetto attuatore”, Enrico Bentivoglio “responsabile unico del procedimento”, Riccardo Miccichè “direttore dei lavori”. Secondo il ministero è una “buona squadra”. Di diversa opinione invece De Santis, il quale parla al telefono con Bentivoglio. Inizialmente si lamenta di Della Giovampaola, per poi parlare di Miccichè.

Bentivoglio: “tu lo sai chi hanno nominato direttore dei lavori? Il siciliano”
De Santis: “Miccichè? Non ci posso credere!”
Bentivoglio: “si... “di comprovata esperienza e professionalità”..lui è lui”.
De Santis: “quando lo vedo gli dico: siamo proprio dei cazzari guarda, siete proprio dei cazzari..andate in giro a rompere il c...”
Bentivoglio: “ma ti rendi conto? Quando siamo andati che ci stava pure Bondi..abbiamo fatto la riunione l'altro giorno..siamo tornati in treno..c'era pure Salvo (Nastasi, ndr) allora stavamo un attimo da soli e ho fatto “Salvo ma siamo sicuri di coso, qua del siciliano?” “sì non ti preoccupare..poi io c'ho un fatto personale che tu non c'hai”. Dico: “Tutto il rispetto perchè è una persona in gambissima, ma gestire un lavoro del genere”.
De Santis: è un bordello aho!

In effetti Miccichè non sembra essere munito di particolare esperienza in quel settore. Ma chi è Riccardo Miccichè? Ingegnere agrigentino, con competenza nel ramo del management di aziende specializzate nella “preparazione dei terreni per erbe e piante officinali” e nella “attività di parrucchiere per donna, uomo, bambino, di manicure e pedicure”, è stato uno degli amministratori della società Erbe Medicinali Sicilia, e socio della Modu's Atelier, che si occupa proprio di parrucchieri e manicure. Di sicuro un soggetto non di “elevata e comprovata esperienza”, ma al quale è stato comunque affidato un appalto di 29 milioni e mezzo di Euro.

Come mai è stato chiamato proprio lui? Sicuramente ha amici che contano, come Mauro Della Giovampaola e Francesco Piermarini, il cognato di Bertolaso, con cui lavorò a La Maddalena come “rappresentante della struttura di missione”. Ebbe contatti anche con Diego Anemone.

Ma c'è un aspetto inquietante che riguarda Miccichè: suo fratello. Fabrizio Miccichè è, infatti, il responsabile tecnico della ditta Giusylenia srl, che si occupa di appalti pubblici. Una impresa “sotto il controllo di esponenti di Cosa Nostra agrigentina”, accusati di aver favorito la latitanza di Giovanni Brusca.

Il socio di maggioranza è Antonio De Francisci, lo stesso nominato in un dattiloscritto sequestrato durante l'arresto di Brusca nel 2006, in provincia di Agrigento. Brusca ha riferito di averlo ricevuto da Bernardo Provenzano, all'epoca latitante. Il testo diceva: “Lavoro De Francisci”. Ha affermato, inoltre, di riferirsi “a quello che ha fatto lavori nel paese di Corleone. Questo qua ha uscito la tangente e io per come sono stati, glieli ho fatti avere a Bagarella”.

La domanda sorge spontanea: per quale motivo è stato scelto un personaggio con questi rapporti e con competenze così diverse dal necessario, sia per il G8 sia per gli Uffizi? Con un comunicato, Sandro Bondi riferisce che “alcuni quotidiani danno il meglio di sé nell'esercizio di lordare anche la mia onestà. Io, appena ho avuto conoscenza delle indagini, ho revocato immediatamente il commissariamento per agevolare il lavoro della magistratura, proprio perché non ho nulla a che fare con faccende e faccendieri di cui si parla”.

Bondi sembra abbia ammesso di non aver mai conosciuto né sentito nominare l'ingegnere-parrucchiere-fratello di un imprenditore con legami mafiosi. Sarà come dice il ministro, ma è chiaro che sia dovere di un ministro della Repubblica essere a conoscenza di ciò che avviene nel proprio ministero.


La casta più invidiata d'Europa
di Paola Zanca - Il Fatto Quotidiano - 17 Maggio 2010



Anche mettendo in pratica il "lodo Calderoli", i compensi dei nostri deputati e senatori resteranno di gran lunga più alti rispetto a quelli dei colleghi europei.

L’Europa ci invidia, o almeno i parlamentari dei paesi Ue potrebbero invidiare gli stipendi dei nostri, di gran lunga i più alti del Continente. Anche mettendo in pratica il “lodo Calderoli” sul taglio del 5% dei compensi di deputati e senatori, questi restano di almeno il 30-40% più alti dei più generosi Stati dell’Unione, come l’Austria, l’Olanda o la Germania; la media europea è di metà delle retribuzioni che i nostri parlamentari si sono assegnati; i francesi hanno uno stipendio di meno della metà di quello italiano.

Anche solo tenendo conto dei paesi dell’Europa occidentale e settentrionale dove il costo della vita è comparabile - se non superiore, come nelle nazioni scandinave - a quello italiano, le cifre degli stipendi sono sempre assai inferiore alle italiche.

E questa differenza è rimasta finora intatta anche nell’Europarlamento: ai deputati italiani a Strasburgo è stato a lungo garantito lo stesso trattamento del Parlamento italiano, visto che finora valeva la regola dell’aggancio delle retribuzioni comunitarie a quelle dei parlamentari dei rispettivi Paesi di provenienza.

Poi è stata annunciata la riforma che equipara lo stipendio di tutti i parlamentari - anche se per entrare in vigore il sistema lasciava un periodo di scelta che durerà fino al 2019 - con una corsa in direzioni opposte: i parlamentari dell’est Europa chiederanno l’adeguamento verso l’altro, ovvero con gli stipendi dei colleghi dei paesi da più tempo membri dell’Unione europea, mentre questi ultimi cercheranno di tirare per le lunghe affinché l’adeguamento dei loro compensi non sia verso l’altro.

Certo la riforma annunciata nel 2009 coglieva in pieno l’aria di crisi e il tempo del risparmio, anche solo per dare un segnale e un esempio virtuoso durante la tempesta finanziaria che si è presto trasformata in crisi globale.

Dunque, se lo stipendio di un europarlamentare italiano era finora di oltre 12 mila euro al mese, con l’adeguamento nella media dei paesi è sceso attorno ai 7.500 euro, cifra che si avvicina alle remunerazioni dei parlamentari di paesi come la Germania o la Gran Bretagna, ma che non tiene conto di tutti i rimborsi e le diarie di cui hanno comunque diritto i parlamentari per i loro spostamenti e pernottamenti fuori dal paese di origine.



Per un pugno di euro
di Paola Zanca - Il Fatto Quotidiano - 16 Maggio 2010

Il taglio Calderoli più che simbolico è offensivo. Nello stipendio di un membro della “casta” non cambia nulla

“Senza lo stipendio da parlamentare e l'indennità da viceministro avrei qualche difficoltà a pagare le rate”. Chissà il panico che avrà preso Adolfo Urso quando ha sentito il ministro Calderoli annunciare “i sacrifici” in arrivo anche per il Palazzo. Lui, che ha una rata del mutuo da più di 8.000 euro al mese, deve aver avuto un mancamento pensando a quel 5 per cento di retribuzione in meno minacciata dal ministro.

Il vice-ministro Urso stia tranquillo, abbiamo fatto i conti per lui: la stangata Calderoli non lo farà finire in mezzo a una strada. Al massimo, dovrà rinunciare a qualche centinaia di euro. Già, perché l'austerità targata Lega funziona così. Prendiamo il caso di un semplice deputato: per lui, il taglio Calderoli significa 757 euro in meno. È tutto quello a cui dovrà rinunciare per far bella figura davanti agli italiani.

Per uno che di euro ne guadagna 15.000 al mese, non è proprio un cambiamento epocale: è poco più di un decimo della sua indennità mensile, a cui però vanno sommati i 4 mila euro di diaria che gli spettano per vivere a Roma, altrettanti per il rimborso forfettario delle spese elettorali, i 1.200 euro per le spese di viaggio, e altri 258 per il telefonino.

Lo stesso vale per un senatore: ai 13 mila euro che porta a casa ogni trenta giorni (una parte del suo rimborso elettorale viene erogata al gruppo parlamentare) dovrà togliere 650 euro. Nemmeno la metà di quanto prende al mese per il rimborso delle spese di trasporto. In proporzione, sacrifici ancora meno pesanti per i ministri.

Prendiamo il caso del ministro Brunetta, l'unico, a dire il vero, a rispettare la norma sulla trasparenza e a pubblicare il suo stipendio online: ogni mese, al “crociato” anti-fannulloni va l'indennità da deputato, più il trattamento economico della presidenza del Consiglio dei ministri. Tradotto, 17 mila euro al mese che, decurtati del 5 per cento, scenderebbero a 16 mila e duecento.

Per tutti, il taglio Calderoli lascerebbe invariati i benefit che, assieme alla retribuzione, i parlamentari si assegnano da sempre: le tessere gratuite per la circolazione in Italia su autostrade, treni, navi e aerei, il rimborso delle prestazioni sanitarie, l'assegno di fine mandato (ovvero, l'80 per cento dell'indennità mensile lorda, per ogni anno di mandato svolto) e il vitalizio che scatta dopo cinque anni di lavoro.

La presidente del Pd Rosy Bindi bolla il taglio come “propaganda” e ammette che “non risolve i problemi dei costi della politica”: in un anno il taglio degli stipendi dei parlamentari farebbe risparmiare 8 milioni di euro.

Per il resto è subito gara a mettersi in fila nella campagna d'estate dei leghisti contro la Casta. Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, annuncia che seguirà l'esempio nazionale e farà lo stesso anche nella sua giunta.

Promette che la proposta sarà sul tavolo “già martedì”. Forse allora prenderà in mano la calcolatrice e si renderà conto di averla sparata grossa: un assessore regionale veneto guadagna circa 7.000 euro al mese. Dovrebbe fare a meno di 363 euro, ma continuerebbe a percepire il rimborso per le spese di trasporto e a non pagare né le autostrade né il parcheggio a Venezia.

L'ipotesi di tagliare un po' di più, Zaia non la prende nemmeno in considerazione: non bisogna “far passare l'idea”, dice, “che tutti sono ladri e che quindi possono lavorare senza avere uno stipendio”.

Ma non deve essere l'unico a non aver fatto i conti. Altrimenti il presidente del Senato Renato Schifani non potrebbe affermare con voce contrita che “se veramente la manovra comporterà sacrifici per gli italiani, credo che dovrebbero essere proprio i politici a dimostrarlo per primi”.

Ha il buon gusto di ammettere che il taglio proposto da Calderoli “è giusto ma forse insufficiente”, il sottosegretario Francesco Giro che comunque pensa che per non sembrare dei “marziani” ai politici italiani basterebbe guadagnare “9 o 10 mila euro al mese”. Daniela Santanchè, sottosegretario pure lei, propone di compilare “una lista” di tutti quelli pronti a rinunciare “al privilegio dell’auto blu”.

Il ministro Michela Vittoria Brambilla dice sì al taglio ma solo se i soldi risparmiati avranno “una destinazione precisa”. Come a dire, altrimenti me li tengo io. La deputata Pdl Margherita Boniver chiede di accendere “i riflettori del risparmio anche su certe pensioni d’oro nonché sugli stipendi e bonus dei mega manager”. La norma che reintroduceva un tetto agli stipendi dei manager è stata bocciata, per la seconda volta, cinque giorni fa.



(Conti on-line: Le cifre riportate nella tabella sono ricavate utilizzando i dati pubblicati sui siti Internet di Camera e Senato. La retribuzione del ministro si riferisce a quella dichiarata da Renato Brunetta sul sito www.innovazionepa.gov.it?. Lo stipendio mensile di un assessore regionale infine, è calcolato sulla base della legge della Regione Veneto n°5/1997)


Quanto costa davvero la politica
di Luca Ricolfi - La Stampa - 17 Maggio 2010

E’ un po’ di giorni che se ne parla: l’idea del ministro Calderoli di tagliare gli stipendi di ministri e parlamentari piace molto. La gente semmai obietta che «tanto non lo faranno», e che gli emolumenti dei politici sono talmente scandalosi che bisognerebbe tagliare molto di più. Anch’io penso che l’idea di Calderoli sia da sottoscrivere.

C’è un aspetto, tuttavia, dei ragionamenti che circolano in questi giorni, che non mi convince affatto. Molti tendono a credere, o a far credere, che una misura del genere potrebbe avere effetti apprezzabili sui conti pubblici, contribuendo in misura rilevante alla manovra da 25 miliardi di euro (in 2 anni) che il governo sta mettendo a punto in queste settimane.

Ebbene bisogna dire risolutamente che questo non è assolutamente vero. Innanzitutto perché la proposta, anche se venisse estesa ai grandi dirigenti e funzionari pubblici riguarderebbe poche migliaia di persone.

In secondo luogo perché andare al di là di questo è molto difficile, dal momento che proprio l'autonomia delle Regioni e degli enti locali rende praticamente impossibile far calare dall’alto (cioè dal centro) un provvedimento di contenimento di tutti gli emolumenti legati alla funzione politica.

E infine, punto decisivo, perché anche se si riuscisse a colpire tutta la politica, e cioè amministratori locali, portaborse (ipotesi del tutto irrealistica), i risparmi sarebbero irrisori rispetto all'entità della manovra che ci attende.

Per capire come mai, basta riflettere sul fatto che il costo globale del ceto politico, anche inteso nella sua accezione più ampia (incluse le consulenze), non supera i 4 miliardi di euro all'anno, il che significa che un taglio del 5% frutterebbe 200 milioni di euro (sul punto si veda l'ottimo libro di Salvi e Villone, Il costo della democrazia, Mondadori, 2005).

Una bella cifra, direte voi. Sì, ma non sulla scala dei nostri problemi di aggiustamento dei conti pubblici. Duecento milioni sono 0,2 miliardi di euro, ossia meno dell'1% di quello che ci serve (25 miliardi di euro).

Anche ammesso di cominciare subito, senza dilazioni e senza deroghe, colpendo tutti, ma proprio tutti, fino all'ultimo consigliere comunale, in 2 anni si potrebbero risparmiare circa 0,5 miliardi di euro, ossia il 2% di quel che ci serve per tenere i conti pubblici in (relativo) ordine.

E il restante 98%?

Il restante 98% per cento sarà richiesto soprattutto a noi cittadini comuni. E infatti si parla di intervenire soprattutto su stipendi pubblici e pensioni, un'eventualità che ha già messo in allarme i sindacati.

Se ne potrebbe concludere che la proposta di Calderoli è pura demagogia, e che non merita di esser presa sul serio. Ma sarebbe una conclusione sbagliata. La proposta Calderoli, a mio parere, dovrebbe essere sostenuta e semmai rafforzata, ma non per il suo impatto sui conti pubblici.

Una riduzione degli emolumenti dei politici nazionali, specie se estesa agli alti dirigenti, sarebbe importante soprattutto per il suo significato simbolico, come un (minimo) segnale di serietà che la classe politica lancia al Paese.

Un punto, questo, che è stato colto molto bene dal leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che ieri in un'intervista a questo giornale ha dichiarato la propria disponibilità a contribuire a «spegnere l'incendio della speculazione» e a «blindare i conti», purché il governo dia segnali chiari di voler intervenire sulle situazioni più scandalose.

Ci sono politici e manager pubblici che hanno stipendi privi di qualsiasi ragionevolezza, non solo in relazione a quelli dei comuni cittadini ma innanzitutto in relazione a quelli dei politici e funzionari di pari livello degli altri Paesi.

Dare una robusta sforbiciata a tali stipendi non permetterà mai di raddrizzare i conti pubblici, ma è la condizione minima per rivolgersi ai cittadini in un momento difficile come questo.

Quanto ai cittadini, forse sarebbe meglio che si levassero definitivamente dalla testa l'idea che i conti pubblici siano in disordine perché la politica costa troppo, e che basti affamare i politici per rimettere in sesto le finanze pubbliche.

I veri costi della politica non sono quelli diretti, ossia l'ammontare degli stipendi della casta, ma i suoi costi indiretti, ossia lo spreco di risorse pubbliche che corruzione e malgoverno infliggono ogni anno al Paese.

A fronte di 4 miliardi di costi diretti, la politica ci costa ogni anno qualcosa come 80 miliardi per la sua incapacità di spendere oculatamente il denaro pubblico, per non parlare di quel che ci costa la sua timidezza nel combattere l'evasione fiscale. Su questo Bonanni ha perfettamente ragione: è di qui che si deve partire.



Gli annunci mirabolanti di Calderoli il Tagliatore
di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella - Il Corriere della Sera - 17 Maggio 2010

E dovremmo esultare? A leggere le mirabolanti proposte di Roberto Calderoli di un taglio del 5% dell’indennità di parlamentari e ministri come segno di compartecipazione alle sofferenze di un Paese esposto, probabilmente, a una manovra pesante, c’è da restare stupiti.

Sia chiaro: ogni segnale di consapevolezza delle difficoltà è benvenuto. E non c’è dubbio che un taglio reale nelle buste paga di quelli che Einaudi chiamava «i Padreterni» sarebbe indispensabile prima che il governo infligga nuovi sacrifici ai cittadini.

La proposta del ministro leghista, però, è in contraddizione così clamorosa con una lunga serie di scelte opposte da apparire, salvo radicali integrazioni, uno specchietto per le allodole.

Ad esempio: il taglio del 5% (peraltro sei volte più basso di quello chiesto da una parlamentare della sinistra) va inteso sull’indennità in senso stretto o sulla busta paga vera, che comprende una serie di diarie, rimborsi, prebende?

La differenza, dimostrò l’onorevole rifondarolo Gennaro Migliore facendosi fotografare con la sua prima cedola, è sostanziale: da poco più di 5 mila a 14.500 euro netti. Se il taglio fosse, come par di capire, sull’indennità pura, il risparmio reale ottenuto con la sforbiciata su tutti i deputati e senatori (una volta tolte le tasse, che finirebbero comunque allo Stato) sarebbe di 4.800.740 euro. Una briciola, rispetto ai costi del Palazzo.

Per non dire della sforbiciatina alle retribuzioni dei ministri, che sono solo integrazioni allo stipendio parlamentare: 53.040 euro. Il costo di 7 ore di volo degli aerei blu. Che come è noto, dopo la stretta in seguito alle polemiche infuocate sulla gita di Clemente Mastella col figlio a Monza, sono ripresi con un andazzo che appare perfino superiore al 2005, quando quegli aerei volarono mediamente per 37 ore al giorno costando complessivamente 65 milioni di euro. E scriviamo «appare» perché la già scarsa trasparenza su quei voli è stata totalmente abolita.

Ben vengano, tagli veri alle indennità. Ma vogliamo ricordare i numeri che contano sul serio? Prendiamo il Senato. Con la proposta del ministro, resterebbero nelle casse pubbliche 1.742.860 euro. Cioè meno di un quarto di quanto Palazzo Madama costerà quest’anno in più rispetto al 2009.

La scelta del Quirinale e di Montecitorio dì rinunciare all’adeguamento dell’inflazione dell’1,5%, lì, non è passata. Morale: la camera alta, che pesava sui bilanci per 420 milioni 940mila euro nel 2001, ha pesato l’anno scorso per 594 milioni e 500 mila. Un’impennata complessiva in nove anni del 41,23%. Sono dati pesanti. Accompagnati da altri «dettagli» che sconcertano. Come l’inarrestabile dilagare degli spazi.

Sapete quanti sono oggi, scusate il bisticcio, i palazzi di Palazzo Madama? Undici. Più i garage e i magazzini. Per un totale di 90 mila metri quadri, 280 per ogni senatore. Domanda:, è vero che è interesse degli italiani che i loro rappresentanti vengano messi in condizione di lavorare al meglio, ma non saranno troppi nove ettari di uffici, buvette, emicicli, affreschi, stucchi?

C’è chi dirà: due di questi palazzi, quello di largo Toniolo e quello dell’istituto Santa Maria in Aquiro, non sono ancora a disposizione. Peggio. Infatti il primo, comprato dalla società di un senatore in carica (sic!), alla fine costerà 22 milioni ed è tuttora in ristrutturazione.

Il secondo, in restauro da altri sette anni a spese dei contribuenti per 25 milioni, resterà alla fine di proprietà dell’istituto religioso che dal 2003 già incassa 400 mila euro l’anno di affitto. Ne valeva la pena?

E in ogni caso: a fronte di spese così forti, è proprio normale che l’assemblea si sia riunita quest’anno in 47 giorni su 136? Certo, poi ci sono le commissioni, le missioni, tante altre attività. Ma possibile che mai una volta (mai) ci sia stata una seduta di lunedì e mai (mai) di venerdì?

In un’intervista a La Stampa, Roberto Calderoli dice: «Bisogna che cominci a pagare chi non ha mai dato o chi ha preso troppo. Le cicale, anzi le cicalone». «E cosa aspettate?» gli chiede Ugo Magri. «Stiamo già facendo. A gennaio abbiamo segato qualcosa come 5o mila poltrone negli enti locali. Poi abbiamo tagliato gli stipendi dei consiglieri regionali». Spiccioli? «Macché, in certi casi sono stati ridotti a un quinto. Arrivavano a prendere 25 mila euro mensili, ora al massimo 5 mila 400».

I dati ufficiali pubblicati dalla Conferenza dei presidenti delle assemblee legislative delle regioni e le province autonome dicono una cosa diversa. Dicono che rispetto a due anni fa, quando infuriava la polemica sui costi della politica, l’unico taglio netto risulta essere quello del governatore pugliese Nichi Vendola.

Tutto il resto è rimasto come prima. Quanto alle poltrone taglialte, ha già risposto l’Anci: ridurre consiglieri comunali che prendono 4 euro di gettone a seduta non risolve nulla. Quelli che pesano, piuttosto, sono i 38 mila stipendiati (a volte lussuosamente) che secondo la Corte dei conti e l’Unioncamere, siedono nei consigli di amministrazione delle società pubbliche o in qualche modo partecipate dallo Stato. Cosa è stato toccato su quel fronte e su quello delle Authorithy recentemente salite a dieci con 2500 dipendenti?

Per non dire di quanti accumulano poltrone, tra i quali il recordman è Daniele Molgora, deputato, sottosegretario e presidente della provincia di Brescia. Leghista. Ben vengano, le sfuriate contro
«i capoccioni vari, manager pubblici, presidenti delle authority... Gente che prende il doppio del presidente del Consiglio».

Il tetto ai loro stipendi, però, c’era: circa 290 mila euro lordi. E chi fu ad abolirlo, con una serie di deroghe che lasciano spazio a tutto, se non il governo di chi oggi invoca una svolta?



Un vitalizio per tutti i politici. La proposta c'è e va avanti
di Antonello Caporale - La Repubblica - 18 Maggio 2010

Pensione di fine carriera non solo per i parlamentari, si costruisce una legge. Parte dal Pd ma il Pdl è d'accordo

Perché solo i parlamentari devono godere di un vitalizio? Perché un politico la cui carriera non ha bucato il diaframma comunale, deve restare - a fine mandato - senza più un euro in tasca?

Con questa preoccupazione tre deputati del Partito democratico, Maria Luisa Gnecchi, Oriano Giovannelli e Lucia Condurelli, hanno affrontato la questione della quiescenza dei politici senza altra passione che la politica. Coloro che, rimanendo esclusi dal consiglio comunale, si troverebbero a spasso, senza un soldo e uno straccio di impiego.

Finora lo Stato si sostituisce al datore di lavoro nella contribuzione previdenziale del dipendente chiamato a rappresentare i cittadini. E paga anche le spese forfettarie dei lavoratori autonomi divenuti assessori o sindaci.

Ma chi non ha mai conosciuto un ufficio né una fabbrica, chi si è solo appassionato di politica, e con la politica ha campato per l'intera vita, il destino di un miserabile tramonto verso il nulla è oggi assicurato.

Questa preoccupazione ha condotto i tre parlamentari, tutti residenti a nord di Roma (la Gnecchi è di Bolzano, Giovannelli di Urbino, Codurelli di Sondrio) ad avanzare la proposta di legge numero 2875/09. "Per una ragione di equità", hanno scritto nell'unico articolo del testo che sta per essere licenziato dalla commissione Lavoro.

Equità e giustizia. Dare una pensione al sindaco, all'assessore di un paese, al presidente della comunità montana, e anche al presidente della circoscrizione, raggiungerebbe il doppio obiettivo di rendere meno faticoso l'ingresso nella comunità e soprattutto dare ai colleghi che hanno avuto meno fortuna in carriera quel giusto ristoro di tanto sacrificio.

In effetti i parlamentari, con o senza lavoro, godono di un vitalizio, della pensioncina che poi diventa anche robusta, e persino di una buonuscita - quando dovessero dismettere la funzione - per reinventarsi una lavoro. La buonuscita si chima infatti "indennità di reinserimento".

Clemente Mastella, per esempio, quando ha chiuso con la Camera dei deputati ha ottenuto un bonus di alcune decine di migliaia di euro per poter affrontare dignitosamente un nuovo inizio.

Poi, vero, ha cambiato idea e l'anno di disoccupazione e il bonus conseguito sono serviti nella preparazione dell'unico lavoro a lui congeniale: la politica. Si è candidato e ha ottenuto un seggio all'europarlamento. Armando Cossutta oggi è uno dei tanti felici e ricchi pensionati. Ma i sindaci? E i piccoli assessori rimasti per la vita intera in un assessorato? Chi ci pensa?

Ecco, oggi sappiamo chi. Dunque, anche i politici delle categorie minori, altrimenti senza alcun altra arte, hanno diritto alla pensioncina. Contribuendo così a dare un senso previdenziale alla teoria dalemiana della superiorità dei professionisti della politica, ancorché ai rami bassi della carriera. La proposta ha fatto breccia anche nel cuore del Popolo della libertà. "Se ne può discutere", ha risposto ai colleghi l'onorevole Pelino. "Però capiamo bene come andare avanti".

La Gnecchi, soddisfatta: "Garantisco un atteggiamento costruttivo del Pd". Il presidente della commissione, Silvano Moffa, ha ceduto il passo alla ragioneria generale dello Stato: "Bisogna conoscere il costo della misura". I ragionieri hanno fatto i conti, circa quaranta milioni di euro e, sommessamente, hanno avanzato un'obiezione: "forse è un privilegio".

Obiezione accantonata e percorso quasi ultimato. "Cose da non credere" ha esclamato Antonio Borghesi, deputato dell'Italia dei Valori, "è l'ultima follia della Casta".


La settimana corta del Parlamento: 16 ore alla Camera, 9 al Senato
di Carmelo Lopapa - La Repubblica - 18 Maggio 2010

Crolla la produttività. Fini:"Sta diventando un problema serio"

Il fondo, a Montecitorio, si è toccato la scorsa settimana. Due sole sedute con votazioni, il martedì e il mercoledì, su un paio di ddl: un trattato internazionale e una norma di aiuti all'Africa. Giovedì mattina gli onorevoli deputati erano quasi tutti già a casa. Pigrizia dei parlamentari, forse, ma anche il governo ci mette del suo nel rallentare i lavori.

Il provvedimento all'esame questa settimana alla Camera (Semplificazione dei rapporti tra burocrazia e cittadini) sembra sia stato talmente mal confezionato, come spesso accade, che cinque commissioni hanno mosso rilievi. Al Senato, per numero di provvedimenti approvati, sedute tenute e ore lavorate dall'inizio dell'anno va pure peggio.

Ancora una volta, è il presidente della Camera Gianfranco Fini a lanciare l'allarme. Lo fa nel corso della conferenza dei capigruppo, quando per l'ennesima volta i big della maggioranza gli chiedono di inserire in agenda un provvedimento con percorso d'urgenza.

La terza carica dello Stato sbotta. "La settimana cortissima è un problema serio". Parla di situazione "intollerabile", prende ad esempio quanto avvenuto la scorsa settimana, quando l'aula è rimasta quasi ferma, sostiene che non si possono chiedere accelerazioni per ddl che poi si arenano nelle commissioni, quando addirittura non sono privi di copertura finanziaria.

Con sorpresa del ministro (berlusconiano) ai Rapporti col Parlamento, Elio Vito, Fini apre una cartellina e inizia a snocciolare i dati di questa debacle solo in parte imputabile al Parlamento. In particolare, ricorda che dall'inizio della legislatura ben 29 volte i disegni di legge sono stati rinviati dall'aula alle commissioni: 19 provvedimenti del governo, 4 della maggioranza, 5 delle opposizioni.

Sul banco degli imputati finisce l'esecutivo che, complice le casse vuote, non invia alle Camere se non ddl di minima portata. Ma ci finiscono anche i parlamentari. Si parla di taglio al 5 per cento delle indennità, qualcuno si lamenta ("Solo propaganda alla Beppe Grillo" protesta Francesco Nucara, repubblicano del Pdl).

Sta di fatto che, a prescindere dalle responsabilità, in Parlamento ormai si lavora davvero poco. In 19 settimane, ovvero dall'inizio dell'anno, a Montecitorio le ore d'aula sono state poco meno di 305, ovvero 16 per ogni settimana lavorativa. Che poi va dal lunedì pomeriggio (pochissimi sugli scranni) al giovedì.

Le sedute sono state 60, ma è fallito il tentativo del presidente Fini di prolungare i lavori al venerdì. L'attività è quasi del tutto assorbita dai provvedimenti del governo. Su 40 approvati nel 2010, sono 23 i ddl governativi, 10 decreti e solo sette disegni di legge di iniziativa parlamentare.

Al Senato va anche peggio. Settimana "cortissima" ancor più a Palazzo Madama, dove non si è mai tenuta una seduta il lunedì o il venerdì. In un paio di occasioni il presidente Renato Schifani ha provato a richiamare i colleghi in altrettante conferenze dei capigruppo, ma tutto si è chiuso lì.

E dire che per la Camera alta i numeri raccontano come dal primo gennaio si sono tenute sì 70 sedute, ma solo perché lì ne vengono calcolate due se quella mattutina si prolunga al pomeriggio.

Tant'è vero che le ore lavorate risultano essere 179, in queste prime 19 settimane. Media invidiabile per qualsiasi lavoratore: 9 ore a settimana. E i progetti di legge approvati nel 2010 sono stati infatti 19, quindici di iniziativa governativa, ovvio, appena quattro parlamentare.

La pigrizia parlamentare, va da sé, non è una scoperta di questa legislatura e di questa maggioranza. Ma è anche vero che la situazione, dal 2008 ad oggi, è progressivamente peggiorata.

Il ministro Vito, che a fine conferenza dei capigruppo ha preferito non commentare la sferzata di Fini, nel corso della riunione si è limitato a suggerire che le richieste di rinvio dei ddl in commissione vengano comunicate per tempo, in modo da consentire all'aula di proseguire il lavoro su altri provvedimenti.

L'opposizione protesta, ma i numeri la costringono all'angolo. "Ormai discutiamo per due giorni di provvedimenti che possono essere esaminati in mezza giornata, giusto per dare un'apparenza di attività - racconta il vicecapogruppo Pd Gianclaudio Bressa - Decine di nostri ddl mai approdati in aula e una totale incapacità del governo di curare provvedimenti che non siano quelli che interessano personalmente il premier".


Dilaga la corruzione fai-da-te. La classe dirigente va cambiata
di Marcello Veneziani - Il Giornale - 17 Maggio 2010

L’eterna Italia del malaffare ha rialzato la cresta. Non che fosse sparita, per carità, una malapianta così radicata non si estirpa con due mani pulite. Curava i suoi interessi a testa bassa, in ombra. Ora invece è uscita allo scoperto e ci preoccupa, ci disgusta, ci spaventa. È vero, non siamo di nuovo a Tangentopoli.

La corruzione allora era un sistema, c’era un’organizzazione politica del malaffare. Oggi no, la corruzione non è un sistema. Ma non perché sia isolata, sporadica, schiacciata dal rigore e dall’onestà; ma perché è privata, pulviscolare, diffusa. Non è organizzata, è fai-da-te, si affida a cricche occasionali, a cordate provvisorie, più sparsi furbetti del quartierino.

Piccole furbizie, grande imbecillità. Non si può spiegare diversamente la fine di carriere così prestigiose per qualche vantaggio domestico o finanziario che non ha cambiato loro la vita e che poteva essere benissimo ottenuto con le proprie risorse. Solo la stupidità, la perdita del senso della realtà, il delirio d’impunità possono spiegare questa catena di sciocchezze.

Il malaffare è un problema serio per il governo, per il Pdl e per Berlusconi. Ed è la conferma di due cose che diciamo da una vita: questo centrodestra ha, piaccia o no, un grande leader e un grande popolo di elettori - libero, civile e motivato - ma non ha nel mezzo una classe dirigente degna di questo nome.

L’altra: la politica ha bisogno di passioni ideali, altrimenti si fa buia e grigia, e lascia spazio agli appetiti loschi. Ci vogliono contenuti, progetti, visioni.

Esiste un disegno politico-giudiziario, un complotto, dietro questa fiera del malaffare? Non lo so, e vorrei dire che questa volta non mi interessa saperlo. Se devo giudicare dalla meticolosa, scientifica sequenza con cui vengono fuori i casi, direi anche di sì, c’è un disegno. Se la corruzione non è un sistema, le indagini invece sembrano inserirsi in un sistema.

Ora che c’è il lodo Alfano, non potendo più direttamente accanirsi con Berlusconi, c’è la caccia ministro per ministro, presidente per presidente, coordinatore per coordinatore. Il risultato, se non il progetto, è far terra bruciata intorno al leader.

Ma anche se si provasse che queste inchieste rispondano a un disegno, il problema resterebbe. C’è o non c’è questa corruzione, questo malaffare? Ecco, io credo che in tanti, troppi casi esista. Poi si può aggiungere che non esiste solo a destra e non esiste certo da oggi.

Si può pure dire che media e magistrati esagerano la portata del malaffare, che sparano sul mucchio, o confondono il malcostume con l’illecito... Però, diamine, il malaffare c’è. E fa rabbia e disgusto.

Berlusconi è stato finora un gigantesco albero sotto cui sono prosperati in tanti, gramigne incluse. La sua forte personalità e i conflitti tutti accentrati sulla sua persona, hanno fatto dimenticare il resto, che è cresciuto maluccio, a quanto pare. Per tanto tempo i suoi avversari lo hanno accusato di populismo, cioè di avere un rapporto diretto con la gente, tramite piazzate, sondaggi, predellini. Ora, dopo averlo accusato di essere solo col suo popolo, lo accusano del contrario: di aver creato una cricca di potere. E se il populismo nascesse da quella sfiducia nella classe politica?

La responsabilità vera di Berlusconi è di non aver selezionato chi gli sta intorno e una classe dirigente adeguata. Come spesso accade alle personalità forti, centrate su se stesse, ha trascurato che intorno a lui, accanto a gente capace e galantuomini, ci fosse anche gentuccia senza scrupoli o senza qualità. Certo, la tragedia della politica è che spesso i migliori stanno lontano dalla politica, hanno paura di essere travolti nel suo teatrino o sputtanati.

E la tragedia aggiuntiva è che spesso le anime belle sono incapaci di governare, non hanno senso pratico; ci vuole tenacia, carattere, fegato per imbarcarsi in certe imprese o gestire cose grevi; e spesso i caratteri forti e tenaci che sanno gestirle, sono senza scrupoli. Ma è da lì che bisogna ripartire. Non con grandi annunci e piccoli tagli ma in modo radicale. Bisogna rifare le convocazioni, avviare la rivoluzione del merito e della qualità.

Come? Lancio tre criteri e una proposta. Il primo: esaminate i politici uno per uno e chiedetevi cosa resta di loro quando togliete loro la carica che coprono. Se non resta niente non valgono niente. Buttateli via.

Il secondo: riaprite le classi dirigenti a chi pensa, a chi è motivato, a chi ha passione politica. Qui è venuta meno la destra, che un tempo aveva mille difetti, ma aveva forti motivazioni ideali. Non si governa con i pasionari, lo dicevo prima, ma serve tra i criteri di selezione la motivazione politica; se non c’è, se si nasconde dietro l’ossequio al capo, allora è sospetta e pericolosa.

Il terzo criterio è di genere: aprite di più la politica alle donne, sono più attente, più meticolose, più oneste con il denaro pubblico. Magari usano la seduzione, a volte il sesso, ma le donne non sono quasi mai coinvolte in casi di corruzione e tangenti. Fate spazio a loro, non per la stupida logica delle quote rosa, ma perché risultano meno inclini al malaffare.

Infine la proposta regina.

La selezione si può fare solo se si inserisce in una riforma radicale di sistema: e allora puntate a dimezzare il personale politico. Volontari in politica a volontà, ma incarichi retribuiti dimezzati. Dimezzate il parlamento, dimezzate gli enti locali, dimezzate i consigli, le presidenze, le authority. E nel dimezzare giocoforza si dovrà adottare una selezione.

Magari agevolata da una riforma elettorale che preveda come democrazia comanda, che gli elettori possano scegliere gli eletti. Ma sono quelli i passaggi obbligati per risanare la politica e tagliare il marcio insieme ai costi. Ci state? Siete pronti a sobbarcarvi una riforma così ambiziosa e tosta, con tanti effetti collaterali?

Se la fate, riacquistate fiducia e chi si riconoscerà in questa battaglia politica e civile, sarà spinto più dal riconoscimento pubblico che da una casa a prezzi sospetti, una ristrutturazione gratis o un conto in banca all’estero. Per quel che vale, vi sosterrò se intraprenderete sul serio questa riforma; in caso contrario mi ritirerò tra i libri e il mare.