sabato 28 novembre 2009

Berlusconi-Graviano: la resa dei conti

L'entourage di Berlusconi sta mostrando in queste ore una fin troppo ostentata tranquillità, dopo le rivelazioni del pentito di mafia Gaspare Spatuzza.

Come ad esempio Paolo Bonaiuti, portavoce del cosiddetto premier, che dichiara "Non arriverà alcun avviso di garanzia a carico di Silvio Berlusconi. Escludiamo nel modo più deciso che sia in arrivo un qualsiasi atto correlato alle indagini di Firenze e Palermo".

Mentre solo qualche giorno fa Il Giornale aveva titolato a tutta pagina "Vogliono sequestrare il tesoro di Silvio" aggiungendo poi "Dalla Sicilia in arrivo un avviso di garanzia a Berlusconi per concorso esterno in associazione mafiosa. Subito dopo gli verrà requisito l'intero patrimonio. Per la legge, infatti, basta il sospetto".
Mah...sembra proprio un messaggio del quotidiano di Silvio ai suoi (ex?) amici siciliani che reclamano il proprio patrimonio finito da tempo nelle mani di Silvio, che con gli anni non è più un semplice prestanome?...

Lo stesso Berlusconi ieri nel corso della cena a Villa Madama con gli imprenditori che rappresentano il made in Italy con Alitalia si è mostrato sicuro e ironico "C'è qualcuno che dice che mi sono molto occupato di mafia, a partire dal '92. È vero: sulla mafia ho raccontato molte storielle...".
E imitando il dialetto palermitano Berlusconi avrebbe quindi raccontato questa barzelletta "Un bimbo siciliano chiede al padre: "Papà, vero è che morì Einstein?", e il padre risponde: "Vero è, troppo sapeva...'".

Ma Silvio ha veramente poco da scherzare...


Sono i soldi degli inizi del Cavaliere l'asso nella manica dei fratelli Graviano
di Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo - La Repubblica - 28 Novembre 2009

Più che un eventuale avviso di garanzia per le stragi del '93, il premier dovrebbe
temere il coinvolgimento da parte delle cosche sulle storie di denaro affari e politica

Soldi. Soldi "loro" che non sono rimasti in Sicilia, ma "portati su", lontano da Palermo. "Filippo Graviano mi parlava come se fosse un suo investimento, come se la Fininvest fossero soldi messi da tasca sua". Per Gaspare Spatuzza, da qualche parte, la famiglia di Brancaccio ha "un asso nella manica". Quale può essere questo "jolly" non è più un mistero.

Per i mafiosi, che riferiscono quel che sanno ai procuratori di Firenze, è una realtà il ricatto per Berlusconi che Cosa Nostra nasconde sotto la controversa storia delle stragi del 1993. Nell'interrogatorio del 16 marzo 2009, Spatuzza non parla più di morte, di bombe, di assassini, ma del denaro dei Graviano. E ha pochi dubbi che Giuseppe Graviano (che chiama "Madre Natura" o "Mio padre") "si giocherà l'asso" contro chi a Milano è stato il mediatore degli affari di famiglia, Marcello Dell'Utri, e l'utilizzatore di quelle risorse, Silvio Berlusconi.

Il mafioso ricostruisce la storia imprenditoriale della cosca di Brancaccio, con i Corleonesi di Riina e Bagarella e i Trapanesi di Matteo Messina Denaro, il nocciolo duro e irriducibile di Cosa nostra siciliana.
È il 16 marzo 2009, il mafioso di Brancaccio racconta ai pubblici ministeri del "tesoro" dei Graviano. "Cento lire non gliele hanno levate a tutt'oggi. Non gli hanno sequestrato niente e sono ricchissimi".

"Non si fidano di nessuno, hanno costruito in questi vent'anni un patrimonio immenso". Per Gaspare Spatuzza, due più due fa sempre quattro. Dopo il 1989 e fino al 27 gennaio 1994 (li arrestano ai tavoli di "Gigi il cacciatore" di via Procaccini), Filippo e Giuseppe decidono di starsene latitanti a Milano e non a Palermo. Hanno le loro buone ragioni. A Milano possono contare su protezioni eccellenti e insospettabili che li garantiscono meglio delle strade strette di Brancaccio dove non passa inosservato nemmeno uno spillo. E dunque perché? "E' anomalissimo", dice il mafioso, ma la chiave è nel denaro.

A Milano non ci sono uomini della famiglia, ma non importa perché ci sono i loro soldi e gli uomini che li custodiscono. I loro nomi forse non sono un mistero. Di più, Gaspare Spatuzza li suggerisce. Interrogatorio del 16 giugno: "Filippo ha nutrito sempre simpatia nei riguardi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, (...) Filippo è tutto patito dell'abilità manageriale di Berlusconi. Potrei riempire pagine e pagine di verbale [per raccontare] della simpatia e del... possiamo dire ... dell'amore che lo lega a Berlusconi e Dell'Utri".

"L'asso nella manica" di Giuseppe Graviano, "il jolly" evocato dal mafioso come una minaccia - sostengono fonti vicine all'inchiesta - non è nella fitta rete di contatti, reciproche e ancora misteriose influenze che hanno preceduto le cinque stragi del 1993 - lo conferma anche Spatuzza - , ma nelle connessioni di affari che, "negli ultimi vent'anni", la famiglia di Brancaccio ha coltivato a Milano. E' la rassicurante condizione che rende arrogante anche Filippo, solitamente equilibrato. Dice Gaspare: "[Filippo mi disse]: facceli fare i processi a loro, perché un giorno glieli faremo noi, i processi".

Nella lettura delle migliaia di pagine di interrogatorio, ora agli atti del processo di appello di Marcello Dell'Utri, pare necessario allora non farsi imprigionare da quel doloroso 1993, ma tenere lo sguardo più lungo verso il passato perché le stragi di quell'anno sono soltanto la fine (provvisoria e sfuggente) di una storia, mentre i mafiosi che hanno saltato il fosso - e i boss che hanno autorizzato la manovra - parlano di un inizio e su quell'epifania sembrano fare affidamento per la resa dei conti con il capo del governo.

Le cose stanno così. Berlusconi non deve temere il suo coinvolgimento - come mandante - nelle stragi non esclusivamente mafiose del 1993. Può mettere fin da ora nel conto che sarà indagato, se già non lo è a Firenze. Molti saranno gli strepiti quando la notizia diventerà ufficiale, ma va ricordato che l'iscrizione al registro degli indagati mette in chiaro la situazione, tutela i diritti della difesa, garantisce all'indagato tempi certi dell'istruttoria (limitati nel tempo).

Quando l'incolpazione diventerà pubblica, l'immagine internazionale del premier ne subirà un danno, è vero, ma il Cavaliere ha dimostrato di saper reggere anche alle pressioni più moleste. E comunque quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell'Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l'aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l'uomo - l'imprenditore, il politico - da cui si è sentita "venduta" e tradita, dopo "le trattative" del 1993 (nascita di Forza Italia), gli impegni del 1994 (primo governo Berlusconi), le attese del 2001 (il Cavaliere torna a Palazzo Chigi dopo la sconfitta del '96), le più recenti parole del premier: "Voglio passare alla storia come il presidente del consiglio che ha distrutto la mafia" (agosto 2009).

Mandate in avanscoperta, non contraddette o isolate dai boss, le "seconde file" della cosca - manovali del delitto e della strage al tritolo - hanno finora tirato dentro il Cavaliere e Marcello Dell'Utri come ispiratori della campagna di bombe, inedita per una mafia che in Continente non ha mai messo piede - nel passato - per uccidere innocenti. Fonti vicine alle inchieste (quattro, Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano) non nascondono però che raccogliere le fonti di prove necessarie per un processo sarà un'impresa ardua dall'esito oggi dubbio e soltanto ipotetico.

Non bastano i ricordi di mafiosi che "disertano". Non sono sufficienti le parole che si sono detti tra loro, dentro l'organizzazione. Non possono essere definitive le prudenti parole di dissociazione di Filippo Graviano o il trasversale messaggio di Giuseppe che promette ai magistrati "una mano d'aiuto per trovare la verità". Occorrono, come li definisce la Cassazione, "riscontri intrinseci ed estrinseci", corrispondenze delle parole con fatti accertabili. Detto con chiarezza, sarà molto difficile portare in un'aula di tribunale l'impronta digitale di Silvio Berlusconi nelle stragi del 1993.

Questo affondo della famiglia di Brancaccio sembra - vagliato allo stato delle cose di oggi - soltanto un avvertimento che Cosa Nostra vuole dare alla letale quiete che sta distruggendo il potere dell'organizzazione e, soprattutto, uno scrollone a uno stallo senza futuro, che l'allontana dal recupero di risorse essenziali per ritrovare l'appannato prestigio.

Il denaro, i piccioli, in queste storie di mafia, sono sempre curiosamente trascurati anche se i mafiosi, al di là della retorica dell'onore e della famiglia, altro non hanno in testa. I Graviano, dice Gaspare Spatuzza, non sono un'eccezione. Nel loro caso, addirittura sono più lungimiranti.

Nei primi anni novanta, Filippo e Giuseppe preparano l'addio alla Sicilia, "la dismissione del loro patrimonio" nell'isola. Spatuzza (16 giugno 2009): "Nel 1991, vendono, svendono il patrimonio. Cercano i soldi, [vogliono] liquidità e io non so come sono stati impiegati [poi] questi capitali, e per quali acquisizioni. Certo, non sono restati in Sicilia". I Graviano, a Gaspare, non appaiono più interessati "alle attività illecite". "Quando Filippo esce [dal carcere] nell'88 o nel 1989, esce con questa mania, questa grandezza imprenditoriale. I Graviano hanno già, per esempio, le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome, in corso Calatafimi a Porta Nuova, in via Duca Della Verdura, in via Hazon a Brancaccio".

Filippo - sempre lui - si sforza di far capire anche a uno come Spatuzza, imbianchino, le opportunità e anche i rischi di un impegno nella finanza. Le sue parole svelano che ha già a disposizione uomini, canali, punti di riferimento, competenze. "[Filippo] mi parla di Borsa, di Tizio, di Caio, di investimenti, di titoli. (...). Mi dice: [vedi Gaspare], io so quanto posso guadagnare nel settore dell'edilizia, ma se investo [i miei soldi] in Borsa, nel mercato finanziario, posso perdere e guadagnare, non c'è certezza. Addirittura si dice che a volte, se si benda una scimmia e le si fa toccare un tasto, può riuscire meglio di un esperto.

Filippo è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, d'occhio [il volume degli] investimenti pubblicitari. Mi dice [meraviglie] di una trasmissione come Striscia la notizia. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura. "Il programma più redditizio della Fininvest", dice. Abbiamo parlato anche di Telecom, Fiat, Piaggio, Colaninno, Tronchetti Provera, ma la Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come [se fosse] un [suo] investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua, la Fininvest".

E' l'interrogatorio del 29 giugno 2009. Gaspare conclude: "Le [mie] dichiarazioni non possono bruciare l'asso [conservato nella manica] di Giuseppe" perché "il jolly" non ha nulla a che spartire con la Sicilia, con le stragi, con quell'orizzonte mafioso che è il solo paesaggio sotto gli occhi di Spatuzza. Un mese dopo (28 luglio 2009), i pubblici ministeri chiedono a Filippo in modo tranchant dove siano le sue ricchezze. Quello risponde: "Non ne parlo e mi dispiace non poterne parlare".

Ora, per raccapezzarci meglio in questo labirinto, si deve ricordare che i legami tra Marcello Dell'Utri e i paesani di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri - nella metà degli anni settanta - tra Silvio Berlusconi e la créme de la créme di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo).

Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova (il mafioso, "che poteva chiedere qualsiasi cosa a Dell'Utri", siede alla tavola di Berlusconi anche nelle cene ufficiali, altro che "stalliere"). Nella scena che prepara la confessione di Gaspare Spatuzza, quel che è originale è l'esistenza di "un asso" che, giocato da Giuseppe Graviano, potrebbe compromettere il racconto mitologico dell'avventura imprenditoriale del presidente del consiglio.

Con quali capitali, Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero glorioso e ben protetto. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari. Probabilmente capitali sottratti al fisco, espatriati, rientrati in condizioni più favorevoli, questo era il mestiere del conte Carlo Rasini. Ma è ancora nell'aria la convinzione che non tutta la Fininvest sia sotto il controllo del capo del governo.

Molte testimonianze di "personaggi o consulenti che hanno lavorato come interni al gruppo", rilasciate a Paolo Madron (autore, nel 1994, di una documentata biografia molto friendly, Le gesta del Cavaliere, Sperling&Kupfer), riferiscono che "sono [di Berlusconi] non meno dell'80 per cento delle azioni delle [22] holding [che controllano Fininvest]. Sull'altro 20 per cento, per la gioia di chi cerca, ci si può ancora sbizzarrire". Sembra di poter dire che il peso del ricatto della famiglia di Brancaccio contro Berlusconi può esercitarsi proprio tra le nebbie di quel venti per cento. In un contesto che tutti dovrebbe indurre all'inquietudine.

Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. In questo conflitto - da un lato, una banda di assassini; dall'altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità - non c'è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia, per sottrarsi a quel ricatto rovinoso, anche Berlusconi è chiamato a fare finalmente luce sull'inizio della sua storia d'imprenditore.

Il Cavaliere dice che si è fatto da sé correndo in salita senza capitali alle spalle. Sostiene di essere il proprietario unico delle holding che controllano Mediaset (ma quante sono, una buona volta, ventidue o trentotto?). E allora l'altro venti per cento di Mediaset di chi è? Davvero, come raccontano ora gli uomini di Brancaccio, è della mafia? È stata la Cosa Nostra siciliana allora a finanziarlo nei suoi primi, incerti passi di imprenditore? Già glielo avrebbero voluto chiedere i pubblici ministeri di Palermo che pure qualche indizio in mano ce l'avevano.

Quel dubbio non può essere trascurabile per un uomo orgoglioso di avercela fatta senza un gran nome, senza ricchezze familiari, un outsider nell'Italia ingessata delle consorterie e prepotente delle lobbies.

Berlusconi, in occasione del processo di primo grado contro Marcello Dell'Utri, avrebbe potuto liberarsi di quel sospetto con poche parole. Avrebbe potuto dire il suo segreto; raccontare le fatiche che ha affrontato; ricordare le curve che ha dovuto superare, anche le minacce che gli sono piovute sul capo. Poche parole con lingua secca e chiara. E lui, invece, niente. Non dice niente. L'uomo che parla ossessivamente di se stesso, compulsivamente delle sue imprese, tace e dimentica di dirci l'essenziale. Quando i giudici lo interrogano a Palazzo Chigi (è il 26 novembre 2002, guida il governo), "si avvale della facoltà di non rispondere".

Glielo consente la legge (è stato indagato in quell'inchiesta), ma quale legge non scritta lo obbliga a tollerare sulle spalle quell'ombra così sgradevole e anche dolorosa, un'ombra che ipoteca irrimediabilmente la sua rispettabilità nel mondo - nel mondo perché noi, in Italia, siamo più distratti? Qual è il rospo che deve sputare? Che c'è di peggio di essere accusato di aver tenuto il filo - o, peggio, di essere stato finanziariamente sostenuto - da un potere criminale che in Sicilia ha fatto più morti che la guerra civile nell'Irlanda del Nord?

Che c'è di peggio dell'accusa di essere un paramafioso, il riciclatore di denaro che puzza di paura e di morte? Un'evasione fiscale? Un trucco di bilancio? Chi può mai crederlo nell'Italia che ammira le canaglie. Per quella ragione, gli italiani lo avrebbero apprezzato di più, non di meno. Avrebbero detto: ma guarda quel bauscia, è furbissimo, ha truccato i conti, gabbato lo Stato e vedi un po' dove è arrivato e con quale ricchezza!

D'altronde anche per questo scellerato fascino, gli italiani lo votano e gli regalano la loro fiducia. E dunque che c'è di indicibile nei finanziamenti oscuri, senza padre e domicilio, che gli consentono di affatturarsi i primi affari?

E' giunto il tempo, per Berlusconi, di fare i conti con il suo passato. Non in un'aula di giustizia, ma en plein air dinanzi all'opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese.


Mafia, perchè i pentiti accusano Berlusconi
di Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo - La repubblica - 27 Novembre 2009

Ad una svolta l'indagine di Firenze sulle stragi del 1993. Il nome
del presidente del Consiglio nei verbali degli uomini della cosca di Brancaccio

Nell'inchiesta sui mandanti delle stragi del 1993 estranei a Cosa Nostra entrano Autore 1 e Autore 2. Gli ultimi interrogatori della procura di Firenze hanno una particolarità. Tecnica, ma comprensibilissima. I primi testimoni sono stati ascoltati in un'inchiesta a "modello 44", "notizie di reato relative a ignoti". Gli ultimi, a "modello 21", dunque "a carico di noti". I pubblici ministeri, nei documenti, non svelano i nomi dei nuovi indagati. Chi sono Autore 1 e 2? Secondo le indiscrezioni pubblicate già nei giorni scorsi dai quotidiani vicini al governo, sono Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, la cui posizione era stata già archiviata il 3 maggio del 2002. Se così fosse, l'atto è dovuto.

Non è un mistero (un migliaio di pagine sono state depositate, tre giorni fa, al processo di appello a Dell'Utri che si celebra a Palermo) che un nuovo testimone dell'accusa - Gaspare Spatuzza - indica nel presidente del consiglio e nel suo braccio destro i suggeritori della campagna stragista di sedici anni fa. Queste sono le "nuove" dai palazzi di giustizia, ma quel che si scorge è molto altro. L'intero fronte mafioso è minacciosamente in movimento. "La Cosa Nostra siciliana" si prepara a chiedere il conto a un Berlusconi che appare, a ragione, in tensione e sicuro che il peggio debba ancora venire.

Accade che, nella convinzione di "essere stata venduta" dopo "le trattative" degli anni Novanta, la famiglia di Brancaccio ha deciso di aggredire - in pubblico e servendosi di un processo - chi "non ha mantenuto gli impegni". Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo.

O, come raccontano le "voci di dentro" di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell'Utri. Un'intimidazione che ha - pare - molto impaurito il senatore e patron di Publitalia. Sono sintomi che devono essere considerati oggi un corollario della resa dei conti tra Cosa Nostra e il capo del governo. È il modo più semplice per dirlo. Perché di questo si tratta, del rendiconto finale e traumatico tra chi (Berlusconi) ha avuto troppo e chi (Cosa Nostra) ritiene di avere nelle mani soltanto polvere dopo molte promesse e infinita pazienza.

Questo scorcio di 2009 finisce così per avere molti punti di contatto con il 1993 quando la Penisola è stata insanguinata dalle stragi: Roma, via Fauro (14 maggio); Firenze, via Georgofili (27 maggio); Milano, via Palestro (27 luglio); Roma, S. Giorgio al Velabro e S. Giovanni in Laterano (28 luglio); Roma, stadio Olimpico (23 gennaio 1994), attentato per fortuna fallito. Nel nostro tempo, non c'è tritolo e devastazione, ma l'annuncio di una "verità" che può essere più distruttiva di una bomba. Per lo Stato, per chi governa il Paese.

Per capire quel che accade, bisogna sapere un paio di cose. La famiglia mafiosa dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano di Brancaccio a Palermo è il nocciolo irriducibile - con i Corleonesi di Riina e Bagarella, con i Trapanesi di Matteo Messina Denaro (latitante) - di una Cosa nostra siciliana che oggi ha il suo "stato maggiore" in carcere e in libertà soltanto mischini senza risorse, senza influenza, senza affari, incapace anche di concludere uno sbarco di cocaina perché priva del denaro per acquistare un gommone. La seconda cosa che occorre ricordare è che gli "uomini d'onore" non hanno mai ammesso di essere un'"associazione" (Giovanni Bontate che, in un'aula di tribunale, usò con leggerezza il noi fu fatto secco appena libero).

I mafiosi non hanno mai accettato di discutere i fatti loro, anche soltanto di prendere in considerazione l'ipotesi di lasciar entrare uno sguardo estraneo negli affari della casa, figurarsi poi se gli occhi erano di magistrato. Apprezzati questi due requisiti "storici", si può comprendere meglio l'originalità di quanto accade, ora in questo momento, dentro Cosa Nostra. Tra Cosa Nostra e lo Stato (i pubblici ministeri).

Tra Cosa Nostra e gli uomini (Berlusconi, Dell'Utri) che - a diritto o a torto, è tutto da dimostrare - i mafiosi hanno considerato, dal 1992/1993 e per quindici anni, gli interlocutori di un progetto che, dopo le stragi, avrebbe rimesso le cose a posto: i piccioli, il denaro, al sicuro; i "carcerati" o fuori o dentro, ma in condizioni di tenere il filo del loro business; mediocri e distratte politiche della sicurezza; lavoro giudiziario indebolito per legge; ceto politico disponibile, come nel passato, al dialogo e al compromesso con gli interessi mafiosi.

Sono novità che preparano una stagione nuova, incubano conflitti dolorosi e pericolosi. La campana suona per Silvio Berlusconi perché, nelle tortuosità che sempre accompagnano le cose di mafia, è evidente che il 4 dicembre - quando Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, testimonierà nel processo di appello contro Marcello Dell'Utri - avrà inizio la resa dei conti della famiglia dei fratelli Graviano contro il capo del governo che, in agosto, ha detto di voler "passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia".

È un fatto sorprendente che i mafiosi abbiano deciso di parlare con i pubblici ministeri di quattro procure (Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano). Vogliono contribuire "alla verità". Lo dice, con le opportune prudenze, anche Giuseppe Graviano, "muto" da quindici anni. Quattro uomini della famiglia offrono una collaborazione piena.

Sono Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo, Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli. Spiegano, ricordano. Chiariscono come nacque, e da chi, l'idea delle stragi che non "avevano il dna di Cosa Nostra" e che "si portarono dietro quei morti innocenti". Indicano l'"accordo politico" che le giustificò e le rese necessarie "per il bene della Cosa Nostra". I nomi di Berlusconi e Dell'Utri saltano fuori in questo snodo.

Gaspare Spatuzza, 18 giugno 2009, ricostruisce la vigilia dell'attentato all'Olimpico: "Giuseppe Graviano mi ha detto "che tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo; le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili".
A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c'è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell'Utri (...) Giuseppe Graviano mi dice [ancora] che comunque bisogna fare l'attentato all'Olimpico perché serve a dare il "colpo di grazia" e afferma: ormai "abbiamo il Paese nelle mani"".

Pietro Romeo, 30 settembre 2009: "... In quel momento stavamo parlando di armi e di altri argomenti seri. [Fu chiesto a Spatuzza] se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi. Spatuzza rispose: Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo [soltanto degli] esecutori".

Salvatore Grigoli, interrogatorio 5 novembre 2009: "Dalle informazioni datemi (...), le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti (...) Dell'Utri è il nome da me conosciuto (...), quale contatto politico dei Graviano (...) Quello di Dell'Utri, per me, in quel momento era un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Quel che è certo è [che me ne parlarono] come [del nostro] contatto politico". E' una scena che trova conferme anche in parole già dette, nel tempo.

I ricordi di Giuseppe Ciaramitaro li si può scovare in un verbale d'interrogatorio del 23 luglio 1996: "Mi [fu] detto che bisognava portare questo attacco allo Stato e che c'era un politico che indicava gli obiettivi, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (...). Quando Berlusconi [è] stato presidente del Consiglio per la prima volta, nell'organizzazione erano tutti contenti, perché si stava muovendo nel senso desiderato e [si disse] che la proroga del 41 bis era stata solo per 'fintà in modo da eliminarlo del tutto alla scadenza".

Ci sarà, certo, chi dirà che non c'è nulla di nuovo. "Pentiti di mafia" che confermano testimonianza di altri "pentiti di mafia" ci sono stati ieri, ci sono oggi. La differenza, in questo caso, è come questi uomini che hanno saltato il fosso sono trattati dagli altri, da chi - in apparenza - resta ben saldo nelle sue convinzioni di mafioso, nel suo giuramento d'omertà. Li rispettano, sorprendentemente. Non era mai capitato. Non li considerano degli "infami". Accettano il dialogo con loro. Anche i più ostinati come Cosimo Lo Nigro e Vittorio Tutino.

Cosimo Lo Nigro, il 10 settembre del 2009, è seduto di fronte a Gaspare Spatuzza. Spatuzza gli dice che "ha gioito - oggi me ne vergogno - , ma ho gioito per Capaci perché quello [Falcone] rappresentava un nemico per Cosa Nostra... ma il nostro malessere inizia nel momento in cui ci spingiamo oltre (...) su Firenze, Roma, Milano...". Lo Nigro lo ascolta, senza contraddirlo. Spatuzza ricostruisce come andarono le cose durante la preparazione della strage all'Olimpico. Lo Nigro lo lascia concludere e gli dice: "Rispetto le tue scelte, ma ancora ti chiedo: sei sicuro di ciò che dici e delle tue scelte?". Vittorio Tutino accetta di essere interrogato dai Pm di Caltanissetta. Non fa scena muta. Parla. Il suo verbale d'interrogatorio deve essere interessante perché viene secretato.

Già queste mosse annunciano la nuova stagione, ma la dirompente novità è nei cauti passi dei due boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Sono i più vicini a Salvatore Riina. Hanno guidato con mano ferma la loro "batteria" fino a progettare la strage - per fortuna evitata per un inghippo nell'innesco dell'esplosivo - di un centinaio di carabinieri all'Olimpico il 23 gennaio del 1994. Sono in galera da quindici anni. Hanno studiato (economia, matematica) in carcere. Dal carcere si sono curati dell'educazione dei loro figli affidati ai migliori collegi di Roma e di Palermo e ora sembrano stufi, stanchi di attendere quel che per troppo tempo hanno atteso.

Spatuzza racconta che, alla fine del 2004, Filippo Graviano, 48 anni, sbottò: "Bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati". La frase è eloquente. C'è un accordo. Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l'impegno. Per cavarsi dall'angolo, c'è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi - estraneo all'organizzazione - si è tirato indietro. Accusarlo può essere considerato "un'infamia"?

Filippo Graviano, il 20 agosto 2009, accetta il confronto con Gaspare Spatuzza. C'è una sola questione da discutere. Quella frase. Ha detto che "se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati"? La smentita di Filippo Graviano è ambigua. In Sicilia dicono: a entri ed esci. Dice Filippo a Gaspare: "Io non ho mai parlato con ostilità nei tuoi riguardi. I discorsi che facevamo erano per migliorare noi stessi. Già noi avevamo allora un atteggiamento diverso, già volevamo agire nella legalità. Noi parlavamo di un nostro futuro in un'altra parte d'Italia".

La premessa è utile al boss per negare ma con garbo: "Mi dispiace contraddire Spatuzza, ma devo dire che non mi aspetto niente adesso e nemmeno nel passato, nel 2004. Mi sembra molto remoto che possa avere detto una frase simile perché, come ho detto, non mi aspetto niente da nessuno. Avrei cercato un magistrato in tutti questi anni, se qualcuno non avesse onorato un presunto impegno".

Filippo non ha timore di pronunciare per un boss parole tradizionalmente vietate, "legalità", "cercare magistrati". Si spinge anche a pronunciarne una, indicibile: "dissociazione". Dice, il 28 luglio 2009: "Da parte mia è una dissociazione verso le scelte del passato (...). Oggi sono una persona diversa. Faccio un esempio. Nel mio passato, al primo posto, c'era il denaro. Oggi c'è la cultura, la conoscenza. (...) Io non rifarei le scelte che ho fatto".

Anche Giuseppe Graviano, 46 anni, il più duro, il più autorevole (i suoi lo chiamano "Madre natura" o "Mio padre"), incontra i magistrati, il 28 luglio 2008. E' la prima volta che risponde a una domanda dal tempo del suo arresto, il 27 gennaio 1993. Dice: "Io sono disposto a fare i confronti, con coloro che indico io e che ritengo sappiano la verità. Sono disposto a un confronto con Spatuzza ma cosa volete che sappia Spatuzza che non sa niente, faceva l'imbianchino, sarà ricattato da qualcuno".

Sembra che alzi un muro e che il muro sia insuperabile, ma non è così. Quando gli tocca parlare delle stragi del 1993, ragiona: "Perché non mi avete fatto fare il confronto con i pentiti in aula, quando l'ho chiesto? Così una versione io, una versione loro e poi c'è il magistrato [che giudica]: voi ascoltavate e potevate decidere chi stava dicendo la verità. La verità, [soltanto] la verità di come sono andati i fatti.. . io vi volevo portare alla verità. E speriamo che esca la verità veramente. Ve ne accorgerete del danno che avete fatto. Se noi dobbiamo scoprire [la verità], io posso dare una mano d'aiuto. Io dico che uscirà fuori la verità delle cose. Trovate i veri colpevoli, i veri colpevoli. Si parla sempre di colletti bianchi, colletti grigi, colletti e sono sempre innocenti [questi, mentre] i poveri disgraziati...".

Gli chiedono i magistrati: "Lei sa che ci sono colletti bianchi implicati in queste storie?". Risponde: "Io non lo so. Poi stiamo a vedere se... qualcuno ha il desiderio di dirlo che lo sa benissimo... Ma io non posso dire la mia verità così. Perché non serve a niente. Invece, ve la faccio dire, io, [da] chi sa la verità".

Ora bisogna mettere in ordine quel che si intuisce nelle mosse di Cosa Nostra. I "pentiti" non sono maledetti da chi, in teoria, stanno tradendo. Al contrario, ricevono attestati di solidarietà, segnali di rispetto, addirittura cenni di condivisione per una scelta che alcuni non hanno ancora la forza di decidere.

E' più che un'impressione: è come se chi offre piena collaborazione alla magistratura (Spatuzza, Romeo, Grigoli) abbia l'approvazione di chi governa la famiglia (Giuseppe e Filippo Graviano) e ancora oggi può essere considerato al vertice di un'organizzazione che, in carcere, custodisce l'intera memoria della sua storia, delle sue connessioni, degli intrecci indicibili e finora non detti, degli interessi segreti e protetti. In una formula, il peso di un ricatto che viene offerto con le parole e i ricordi delle "seconde file" in attesa che le "prime" possano valutare quel che accade, chi e come si muove.

Ecco perché ha paura Berlusconi. Quegli uomini della mafia non conoscono soltanto "la verità" delle stragi (che sarà molto arduo rappresentare in un racconto processuale ben motivato), ma soprattutto le origini oscure della sua avventura imprenditoriale, già emerse e documentate dal processo di primo grado contro Marcello Dell'Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Di denaro, di piccioli minacciano allora di parlare i Graviano e gli uomini della famiglia di Brancaccio.

Dice Spatuzza: "I Graviano sono ricchissimi e il loro patrimonio non è stato intaccato di un centesimo. Hanno investito al Nord e in Sardegna e solo così mi spiego perché durante la latitanza sono stati a Milano e non a Brancaccio. È anomalo, anomalissimo". Se a Milano - dice il testimone - Filippo e Giuseppe si sentivano più protetti che nella loro borgata di Palermo vuol dire che chi li proteggeva a Milano era più potente e affidabile della famiglia.


Berlusconi: la fretta e la paura
di Nicola Lillo - Altrenotizie - 23 Novembre 2009

L’insidia arriva dalla borgata di Brancaccio, alla periferia di Palermo. Qui sono nati e cresciuti Gaspare Spatuzza, Salvatore Grigoli, Pietro Romeo, tutti con decine di omicidi sulle spalle. I pm di Firenze hanno trasmesso alla procura di Palermo i verbali dei loro interrogatori. Parlano dei contatti politici con Berlusconi e Dell’Utri nella stagione delle stragi.

Raccontano le confidenze dei loro capi, i fratelli Graviano, che, latitanti, si erano trasferiti da Brancaccio a Milano per, lasciano intendere, coltivare i dettagli della trattativa con la nuova forza politica, Forza Italia. Nel 2004 Filippo Graviano confidò a Spatuzza: “Se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che cominciamo a parlare con i magistrati”. Spatuzza lo sta facendo.

Giuseppe Graviano dal carcere esprime “rispetto” per il suo ex killer ora pentito. Si mette quindi male per il Premier. I reati che potrebbero essere contestati non sono tra quelli compresi nel nuovo ddl sul “processo breve”, o meglio “estinto”, “morto”. Questa ennesima legge “ad personam”, in caso di approvazione, sarà efficace per il processo Mills, ma non certo per le imputazioni delle indagini di mafia che potrebbero arrivare da Firenze o Caltanissetta. Nonostante tutto si stanno verificando complicazioni proprio in seno al processo Mills.

Infatti il calendario per l'approvazione del “processo breve” non si presenta roseo per via degli incastri tra il ddl e la Finanziaria. È probabile che alla Camera non ci sarà l’approvazione prima di metà di febbraio. Non si può escludere una nuova soluzione. Secondo alcune indiscrezioni Berlusconi avrebbe illustrato al Guardasigilli l'ipotesi di ricorrere a un decreto legge. Alfano avrebbe risposto esponendo i suoi dubbi.

Un retroscena che la presidenza del Consiglio smentisce repentinamente con una nota. L’”utilizzatore finale” si trova in una situazione complessa. Deve guardare a più fronti. Da una parte l’accelerazione del ddl per il “processo morto”, che gli consentirebbe l’impunità per i reati per cui è attualmente indagato. E qui sarebbe fatta. Dall’altro lato i problemi legati alla mafia.

Soluzioni? Secondo indiscrezioni, non si esclude che un nuovo "lodo Alfano" in salsa costituzionale possa essere presentato in una delle due camere del Parlamento, già entro giovedì. È molto probabile che il nuovo lodo sarà avanzato da un parlamentare, perché questa volta il Governo non vorrà assumersi la responsabilità e al tempo stesso vorrà favorire la convergenza delle opposizioni, in particolare dell'Udc.

Il testo si adatterà alle indicazioni della Corte Costituzionale. Gasparri, capogruppo al Senato, si mostra già scettico: "Di quelli non mi fido. Pur di bocciarlo magari diranno che l'abbiamo approvato nel giorno sbagliato o che abbiamo commesso degli errori nella punteggiatura". Il problema non è di ortografia, grammatica, meteorologia, o di giorni fasti, dedicati nell’antica Roma alle attività pubbliche, o nefasti, dove erano proibite.

Il problema (o meglio, la nostra fortuna) si chiama Costituzione della Repubblica. E' chiaro, come previsto da Costituzione, che un testo ritenuto incostituzionale dalla Consulta non possa essere riproposto sotto forma di legge ordinaria (come, nonostante le previsioni costituzionali, fu fatto proprio col lodo Alfano in seguito all’incostituzionalità del Lodo Schifani, che trattava lo stesso argomento, l’immunità delle più alte cariche dello Stato).

Nella sentenza della Corte, riferita al Lodo Alfano, si legge infatti che una delle cause di incostituzionalità è proprio l’articolo 138, sul rango di legge costituzionale. La proposta, dunque, avanzata di riproporre la norma sotto forma di legge costituzionale è in linea con le dichiarazioni della Consulta. Bene.

Una legge costituzionale deve essere approvata con procedimento aggravato. Doppia lettura Camera-Senato e approvazione a maggioranze qualificate. Se il progetto è approvato a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna camera, non è consentito richiedere il referendum, e la legge viene senz’altro promulgata e pubblicata.

Se invece l’approvazione è a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna camera è possibile, entro tre mesi richiedere un referendum costituzionale, in base all’esito del quale ci sarà la promulgazione e pubblicazione o il suo abbandono. Anche qui è plausibile, se non ovvio, che il governo segua le procedure costituzionali.

È chiaro come sia necessaria una grossa maggioranza per approvare senza referendum la legge. Berlusconi avrà bisogno anche dell’”opposizione” (cosa che non risulta così impossibile). Necessità che altrimenti porterebbe a un referendum non desiderato dal premier.

Ma anche in caso di eventuale approvazione,con o senza referendum, è bene notare come la Corte Costituzionale, con la sentenza 1146 del 1988, abbia affermato la propria competenza a giudicare anche le leggi costituzionali in riferimento ai “principi supremi dell’ordinamento costituzionale”.

Dunque, ritornerebbe il problema eguaglianza, sancito dall’articolo 3. Quel principio che proprio non va a giù a Berlusconi. Orwell docet: tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri. Chi?


Il salvagente di Cosentino
di Nicola Lillo - Altrenotizie - 27 Novembre 2009

La Giunta per le autorizzazioni ha detto no. Nicola Cosentino resta dov’è. La richiesta di arresto, avanzata dal Gip Raffaele Piccirillo alla Camera, è stata cestinata dagli undici deputati nel giro di un’ora e cinquanta minuti.

Sei hanno votato a favore, uno si é astenuto: Maurizio Turco, del Partito Democratico. Contrario all’arresto, il deputato si è rifiutato di pronunciarsi esclusivamente per avere l’opportunità di prendere la parola in Parlamento, quando l'aula dovrà esprimersi sulla proposta della Giunta. E abbiamo già un’idea di come sarà la decisione.

Il relatore, Antonino Lo Presti (Pdl), afferma che l'impianto accusatorio gli pare confuso e farraginoso, impostato com'è su talune evidenti incongruenze. Una vasta serie di elementi lo inducono a “ritenere l'ordinanza cautelare claudicante e connotata da un fumus persecutionis in senso oggettivo.”

Ribadendo, pertanto, che la Giunta dovrebbe “deliberare nel senso del diniego”. Sulla stessa linea d’onda Antonio Leone (Pdl), Domenico Zinzi (Udc), Luca Rodolfo Paolini (Lnp), il quale afferma che “la concessione dell'arresto sarebbe un atto ingiusto, con cui si otterrebbe di restringere in carcere un soggetto a carico del quale si è proceduto con metodi da inquisizione spagnola, senza il benché minimo elemento fattuale.”

Anche Maurizio Paniz (Pdl) vota contro la concessione all’arresto di “Nick ‘o mericano”, sottolineando “che la Giunta non deve entrare nel merito della vicenda, il quale pure non ha il pregio della concludenza e della verosimiglianza, ma deve limitarsi a verificare se la situazione prospettata possa sovvertire le esigenze della sovranità popolare”.

In sostanza non bisogna assolutamente interessarsi dei reati contestati, a prescindere. L’unico interesse è la derivazione popolare del mandato parlamentare, il quale, secondo Paniz, legittimerebbe le conoscenze e le azioni, considerate illegali dal Gip, del sottosegretario all’Economia. “Nicola Cosentino è stato eletto dal popolo - continua - per svolgere una funzione parlamentare e di governo. Un eletto del popolo non può essere privato della sua funzione senza validi motivi che in questo caso mancano del tutto. Peraltro è doveroso il compito di un esponente politico di intervenire nei fatti del suo territorio e nella nomina delle varie società di servizi (!?)”. Invece i deputati Donatella Ferranti, Anna Rossomando e Marilena Sampieri, del Pd, insieme al casiniano Pierluigi Mantini e al dipietrista Federico Palomba, si dichiarano favorevoli all’arresto.

Le motivazioni sono elementari. Si afferma infatti che gli elementi per una misura cautelare, senza che possa individuarsi un fumus persecutionis, sussistono pienamente. “Il deputato Cosentino ha del resto confermato l'impianto accusatorio quando non ne ha smentito alcun presupposto di fatto ma ha solo sostenuto che così fanno tutti”. Dinnanzi alla Giunta, infatti, il sottosegretario all’Economia non ho distrutto alcuna tesi accusatoria tra le numerose presenti nelle 350 pagine di verbale del Gip. Si è, esclusivamente, rifatto al “così fan tutti” di memoria Craxiana.

Se ripercorriamo la storia della Repubblica, poi, in tema di autorizzazioni, su 65 richieste, soltanto 4 hanno ricevuto il sì. L’ultimo risale a 22 anni fa. Tra gli ultimi deputati graziati dai propri colleghi ricordiamo su tutti Dell’Utri e Previti. Per l’attuale Giunta siamo già al terzo diniego di fila: prima Salvatore Margiotta del Pd, poi Antonio Angelucci del Pdl, ed infine Nicola Cosentino.

Un Nicola Cosentino, che già il 22 di Novembre, dichiara, sulle pagine di Libero, che in caso di autorizzazione all’arresto non esiterà a dimettersi da sottosegretario, ma al tempo stesso non abbandonerà la corsa per la regione Campania. “Non mi ritirerei dalla corsa neanche in questo caso. A meno che non fosse Berlusconi a chiedermelo”.

Problema che ora, dunque, neppure si pone. Nella pseudo-intervista sono tante le domande. Poche quelle interessanti. Si va dal “da giovane si sentiva più timido o guappo con le ragazze? Era secchione o somaro? Come ha fatto a conquistare una moglie tanto più bella e alta di lei?”. Per poi arrivare alle curiosità più ovvie per un giornalista dinanzi a un sottosegretario del governo con una richiesta d’arresto sulle spalle per concorso esterno in associazione camorristica. “La sua prima cotta? La sua prima volta? Cosa canta sotto al doccia e cosa porta di superstizioso con se?”.

Cosentino in tutto questo turbinio di insignificanti questioni private afferma, inoltre, che “Saviano è un bravo giornalista e continuo a stimarlo, ma talvolta non è genuino. Se conoscesse la mia storia e la mia famiglia eviterebbe certe affermazioni. Saviano non sa cosa pensano davvero di me i casertani e non ha una vera percezione della camorra”. Su questo, forse non ha tutti i torti. Di sicuro “Nick ‘o mericano” la conosce molto più approfonditamente e, soprattutto, direttamente.


Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra
di Don Luigi Ciotti - www.libera.it - 27 Novembre 2009

Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all'unanimità le legge 109/96.

Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.Oggi quell 'impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi.

E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge.

E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati.Si rafforzi, piuttosto, l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S'introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti.

E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra"

don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele


Tra i primi firmatari:
Andrea Campinoti, presidente di Avviso Pubblico - Paolo Beni, presidente Arci - Vittorio Cogliati Dezza, presidente Legambiente - Andrea Olivero, presidente ACLI - Guglielmo Epifani, segretario CGIL - Raffaele Bonanni, segretario generale CISL - Luigi Angeletti, segretario UIL - Francesco Miano, presidente Azione Cattolica - Filippo Fossati, presidente UISP - Marco Galdiolo - presidente US Acli, Paola Stroppiana e Alberto Fantuzzo, presidenti del comitato nazionale Agesci - Giuseppe Politi, presidente CIA (Confederazione italiana agricoltori) - Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace - Loretta Mussi, presidente di "Un ponte Per" - Michele Curto, presidente di FLARE (Freedom, Legality and Rights in Europe) - Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom-Cgil - Giuseppe Gallo, segretario generale FIBA Cisl - Carla Cantone, segr. generale SPI-CGIL - Michele Mangano, presidente Auser - Doriano Guerrieri, presidente nazionale CNGEI - Gianpiero Calzolari, Presidente di "Cooperare con Libera Terra" - Oliviero Alotto, presidente di Terra del Fuoco - Don Nandino Capovilla, coordinatore Pax Christi - Giuliana Ortolan, Donne in Nero di Padova - Addiopizzo Palermo - Giulio Marcon, portavoce campagna Sbilanciamoci - Aurelio Mancuso, presidente Arcigay - Lucio Babolin, presidente CNCA - Fabio Salviato, presidente di Banca Etica - Mario Crosta, Direttore Generale di Banca Etica, Giuseppe Gallo, segretario generale FIBA Cisl - Tito Russo, coordinatore nazionale UDS (Unione degli Studenti), Claudio Riccio, referente Link-coordinamento universitario, Luca De Zolt, rete studenti medi - Sara Martini e Emanuele Bordello - presidenti FUCI, Giorgio Paterna, coordinatore Unione degli Universitari - Umberto Ronga, Movimento Eccesiale di Impegno Culturale.

E inoltre:
Nando Dalla Chiesa, Salvo Vitale, Rita Borsellino, Sandro Ruotolo, Roberto Morrione, Enrico Fontana, Tonio Dell'Olio, Pina Picerno, Francesco Forgione, Luigi De Magistris, Raffaele Sardo, David Sassoli, Francesco Ferrante, Rita Ghedini, Petra Reski, Esmeralda Calabria, Vittorio Agnoletto, Vittorio Arrigoni, Giuseppe Carrisi, Jasmine Trinca, Yo Yo Mundi, Sergio Rubini, Modena City Ramblers, Gianmaria Testa, Libero De Rienzo, Livio Pepino, Elio Germano, Subsonica, Vauro, Claudio Gioè, Roberto Saviano, Daniele Biacchessi, Giulio Cavalli, Elisabetta Baldi Caponetto, Moni Ovadia, Ottavia Piccolo, Giancarlo Caselli, Ascanio Celestini, Alberto Spampinato, Salvatore Borsellino, Federica Sciarelli, Haidi Giuliani, Fausto Raciti, Francesco Menditto, Antonello Ardituro, Benedetta Tobagi, Il Coro dei Minatori di Santa Fiora, Simone Cristicchi, Roberto Natale, Agnese Moro, Tana De Zuleta, Lella Costa, Armando Spataro, Maurizio Ascione, Nicola Tranfaglia, Franco Cassano, Marco Delgaudio, Carlo Lucarelli, Alex Zanotelli, Marcelle Padovani, Andrea Occhipinti, Johnny Palomba, Paolo Ferrero, Marianna Scalfaro, Natalia Aspesi, Mimmo Lucà, Luca Zingaretti, Renato Scarpa, Antonio Di Pietro, Titti De Simone, Giuseppe Lumia ...

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L'allarme del Quirinale
di Massimo Giannini - La Repubblica - 28 Novembre 2009

A parte la ricostruzione del primo dopoguerra e il boom degli anni '60, non si ricorda una "età dell'oro" della democrazia italiana. Ma stiamo precipitando davvero in un "tempo di ferro", se un capo dello Stato convoca i giornalisti per manifestare la sua "profonda preoccupazione" sulle condizioni del Paese.

L'irritualità dello strappo procedurale è direttamente proporzionato alla gravità del conflitto istituzionale. In molti, nel centrodestra, cercano ora di piegare secondo convenienza le parole di Giorgio Napolitano. Di dimostrare che quel suo appello a fermare "la spirale della drammatizzazione" sia rivolto esclusivamente ai magistrati. Che quel suo richiamo "all'autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche" indirizzato a "quanti appartengono all'istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione" sia una messa in mora per l'intera categoria dei "giudici comunisti".

Mentono, i corrivi esegeti del presidente della Repubblica. Accecati dall'odio che il premier continua copiosamente a produrre e a riversare non solo contro le "toghe eversive", ma contro tutte le istituzioni di garanzia, non vedono (o fingono di non vedere) una verità scomoda che nasce dalla pura e semplice logica politica.

L'inusuale "messaggio alla nazione" lanciato ieri da Napolitano attraverso la stampa è soprattutto una risposta alla farneticante "risoluzione strategica" lanciata l'altroieri da Berlusconi attraverso l'Ufficio di presidenza del Pdl. Coerenti con la fase, che se possibile esige l'ulteriore estremizzazione del "berlusconismo da combattimento", la riunione di quell'organismo di partito, e il comunicato che ne sintetizza i "lavori", rappresentano un atto da "consiglio di guerra".

Riflettono il passaggio dallo "stato di eccezione" (che richiede il varo immediato dell'ennesima legge ad personam sul processo breve) allo "stato di assedio" (che impone una reazione violenta e irriducibile contro tutti i "nemici", interni ed esterni). In quella riunione, e in quel comunicato, si lascia trapelare l'immagine di una "guerra civile" (salvo abbozzare una sedicente smentita, a danno ormai compiuto).

Si parla di una magistratura che ha "sovvertito" l'ordine dei poteri costituzionali, ha intaccato "la natura stessa della democrazia", e ormai, forte di un "peso abnorme" che soverchia "la sovranità popolare", ha come obiettivo manifesto quello di "rovesciare il governo".

Con una drammatica escalation dei contenuti e dei toni, il presidente del Consiglio offre agli italiani la rappresentazione di Palazzo Chigi come il suo personale "Palazzo d'Inverno". Gli offre la narrazione, manipolata e artefatta, di un "assalto" che non c'è. Ma che gli serve per uscire dall'angolo, e per partire al contrattacco. Per il Quirinale si tratta di una "spirale pericolosa".

Per questo, soprattutto, Napolitano sente il bisogno di spiegare ai cronisti la sua inquietudine. Lo fa chiedendo a tutti il recupero di una misura e di una responsabilità che sempre dovrebbero caratterizzare chi ha a cuore la tenuta delle istituzioni e la qualità della democrazia. Quindi, certo, anche a quei magistrati che devono evitare di ribattere colpo su colpo, attraverso tv e giornali, agli attacchi di Berlusconi.

È accaduto anche l'altroieri sera, subito dopo i lanci d'agenzia sulle conclusioni dell'ufficio di presidenza del Pdl. Ed è un errore, che non aiuta ma anzi danneggia la magistratura. Le toghe, secondo il Colle, devono rispondere attraverso le formule che la Costituzione gli offre (le istruttorie e le delibere, da discutere al plenum del Csm) e i canali che la giurisdizione gli apre (le indagini e i processi, da sveltire e da rendere più efficienti).

Ma qui siamo all'ovvio, e per molti versi al già detto. Quel che c'è di nuovo, nel discorso del Capo dello Stato, riguarda il premier. Il suo insostenibile "teorema". Afferma che i giudici vogliono far cadere il governo: come fa a dirlo? Quali elementi di prova può portare, a supporto di questa asserita intenzione "para-golpista"? E per smontare questa suggestione irresponsabilmente alimentata dal Cavaliere, Napolitano gli rovescia contro proprio lo stesso "assioma" sul quale poggia la sua visione populista e plebiscitaria della democrazia: nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia del Parlamento e della coalizione che ha ricevuto dagli elettori il consenso per governare.

È il ribaltamento, concettuale e politico, dell'essenza più profonda dell'anomalia berlusconiana: se sei l'Unto del Signore, se sei il Prescelto dal Popolo, cosa hai da temere? Non sono i "rossi", asserragliati nella corporazione dell'Anm o trincerati nelle casematte del Pd, che possono abbatterti. Può farlo solo la tua stessa maggioranza.

Questo ha voluto dire, Napolitano. Nonostante le torsioni alle regole e gli strappi al tessuto costituzionale che il presidente del Consiglio ha azzardato in questi anni, in questi mesi, in questi giorni, in Italia la democrazia resiste, ancorché stressata e maltrattata. Come fa allora il Cavaliere a parlare di "guerra civile"? Certo, neanche il Capo dello Stato può sottovalutare i problemi che si aprirebbero, in presenza di una condanna per corruzione in atti giudiziari o di una nuova incriminazione per associazione mafiosa, per il capo del governo.

Il premier può restare ancora al suo posto? La risposta a una domanda del genere non spetta al Quirinale, né ai presidenti delle Camere, né ad altri poteri. In questi casi ci si attiene alle ordinarie garanzie costituzionali: la presunzione di innocenza, l'attesa di tre gradi di giudizio e della sentenza definitiva, passata in giudicato.

Ma ci si appella anche alle sensibilità morali e politiche dei singoli: si può governare un Paese, in presenza di una condanna per aver pagato il silenzio di un testimone o in pendenza di un'eventuale coinvolgimento nell'inchiesta riaperta sulle stragi del '93? Tutto dipende dalla stabilità del leader. E soprattutto, ancora una volta, dalla tenuta della maggioranza che lo sostiene. Se l'una o l'altra non reggono, il presidente della Repubblica non può far altro che verificare cosa accade in Parlamento.

A leggerlo bene, il messaggio che arriva dal Colle è chiarissimo. Il presidente della Repubblica vigila, e non arretra. Per usare la formula di Hans Kelsen, mai come oggi è e resta "custode e arbitro delle regole del gioco", in un intreccio di mediazione/competizione con le altre istituzioni e nel rispetto del principio di maggioranza. È bene che Berlusconi ne tenga conto. Ed è bene che gli italiani guardino al Quirinale con fiducia e speranza. Dal "tempo di ferro" si può uscire, prima o poi.