lunedì 9 novembre 2009

La pseudo riforma sanitaria di Obama passa il primo ostacolo

La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato ieri la (pseudo) riforma sanitaria voluta da Barack Obama, con 220 voti favorevoli e 215 contrari.

Naturalmente Obama ha definito il voto "
storico" e si è detto "assolutamente fiducioso" sull'approvazione anche al Senato - dove i Democratici non hanno però una maggioranza così netta come alla Camera -, sperando di poter promulgare la legge "entro la fine dell'anno".

Il testo approvato ieri è comunque ben diverso dal progetto originario di Obama, frutto di estenuanti negoziazioni e modifiche durate parecchi mesi.
La parte più controversa della riforma, che prevede una copertura finanziaria di circa 1.000 miliardi di dollari in dieci anni, è l'istituzione dell'obbligatorietà per tutti i cittadini di un'assicurazione pubblica sulla salute che dovrebbe competere con quelle private e quindi in teoria ridurre le tariffe sanitarie e mediche, oggi troppo esose grazie a un sistema quasi esclusivamente privato.
A meno dell'usuale cartello messo in piedi dalle compagnie assicurative....

Un altro tema spinoso è quello dell'aborto, che ha provocato un duro conflitto politico sull'opportunità di consentire che gli interventi di interruzione di gravidanza siano pagati con soldi pubblici. Su questo tema la speaker della Camera Nancy Pelosi ha trovato alla fine un compromesso, saranno cioè possibili restrizioni al finanziamento degli aborti.

Fino ad oggi infatti la legge federale proibiva l'uso di fondi pubblici per finanziare interruzioni di gravidanza tranne che nei casi di stupro, incesto o situazioni in cui la vita della madre è in pericolo.

Resta però da chiarire se i cittadini potranno comprare una copertura in caso di aborto dall'assicurazione pubblica che il progetto di riforma vuole istituire.
Un dubbio non da poco che si accompagna a quello ancora più grande relativo al destino di tutti quei cittadini USA che non potranno permettersi l'acquisto dell'assicurazione pubblica.

Insomma, una pseudo riforma che ha dovuto cedere ai soliti diktat delle compagnie di assicurazione e del trasversale fronte anti-abortista.


Sanità: Obama vince ai punti
di Michele Paris - Altrenotizie - 9 Novembre 2009

Dopo mesi di estenuanti trattative e onerosi compromessi, nella notte tra sabato e domenica la Camera bassa del Congresso americano ha consegnato al presidente Obama una prima sostanziale vittoria nella ancora lunga battaglia per la riforma sanitaria. La risicatissima maggioranza messa assieme dai democratici nella votazione decisiva, è stata resa possibile però solo a prezzo di rilevanti cedimenti all’ala più moderata del partito sulla questione dell’accesso all’aborto, nell’ambito del piano pubblico che rappresenta uno dei nodi centrali della riforma stessa.

Il blitz di Barack Obama al Congresso, alla vigilia di un voto che era rimasto in dubbio fino all’ultimo, è risultato alla fine decisivo per convincere una manciata di deputati recalcitranti ad appoggiare una legge di 1990 pagine che costerà oltre mille miliardi di dollari nei prossimi dieci anni.

Il primo test parlamentare per la riforma che potrebbe segnare l’intera presidenza dell’inquilino della Casa Bianca, è stato alla fine superato con una maggioranza di 220 voti a favore e 215 contrari. Tra i democratici, si sono contati 39 voti contrari, quasi tutti di “congressmen” provenienti da distretti conservatori, mentre a sorpresa un solo repubblicano ha votato con la maggioranza, il deputato Anh “Joseph” Cao della Louisiana.

Nonostante l’approvazione del piano di riforma renda possibile il più consistente allargamento della copertura sanitaria negli USA dal 1965, anno in cui vennero istituiti i piani pubblici per anziani e indigenti (Medicare e Medicaid), il nuovo sistema continuerà a poggiarsi fondamentalmente sulle compagnie di assicurazione private. Queste ultime, però, non potranno più rifiutare la copertura sanitaria a persone con precedenti malattie, così come dovranno sottoporre eventuali aumenti dei premi delle loro polizze ai nuovi organi regolatori istituiti dal governo.

Le aziende americane, da parte loro, avranno l’obbligo di offrire un’assicurazione sanitaria ai propri dipendenti; in caso contrario dovranno pagare una sanzione pari all’8% di quanto spendono in stipendi. Allo stesso modo, ogni singolo cittadino dovrà acquistare una polizza per non pagare una multa che potrà arrivare fino al 2,5% del suo reddito annuo.

A livello statale, il programma Medicaid, riservato ora a famiglie a basso reddito, verrà esteso a 15 milioni di persone. Per quanti hanno entrate tali da non potersi permettere l’acquisto di una polizza da una compagnia privata, saranno disponibili sussidi governativi e, soprattutto, un piano pubblico alternativo.

Il nuovo piano democratico potrebbe giungere così a coprire circa 36 milioni di americani attualmente privi di ogni assistenza sanitaria, lasciandone però ancora altri 18 milioni senza alcuna copertura, un terzo dei quali immigrati illegali. Per evitare un aumento del già enorme deficit statunitense, la riforma secondo la legge licenziata dalla Camera dei Rappresentanti sarà finanziata da 400 miliardi di tagli al programma pubblico Medicare e da una serie di nuove tasse, tra cui un contributo del 5,4% sui redditi superiori ai 500 mila dollari per singoli contribuenti e al milione per le famiglie.

La legge uscita dalla Camera, come ha ammesso la stessa speaker democratica Nancy Pelosi, appare ben lontana dal rappresentare una risposta compiuta ai problemi del sistema sanitario americano.

Tanto più che la riforma definitiva che Obama vorrebbe firmare entro la fine dell’anno dovrà passare ora attraverso l’esame del Senato, dove la proposta in discussione appare già decisamente più timida rispetto a quella appena approvata alla Camera. Una volta ottenuto l’OK tutt’altro che scontato del Senato, i due documenti dovranno essere amalgamati in un unico testo che richiederà nuovamente il voto positivo di entrambi rami del Congresso. Un percorso ancora lungo, dunque, e pieno di ostacoli, soprattutto alla luce delle divisioni emerse negli ultimi mesi tra le varie anime del Partito Democratico.

Con l’opposizione pressoché totale dei repubblicani, per ottenere il passaggio della legge la leadership democratica alla Camera ha dovuto sostenere serrate trattative con i propri deputati, in particolare intorno ad un emendamento relativo all’accesso all’aborto. Alcune decine di democratici contrari all’interruzione di gravidanza avevano infatti minacciato di votare contro la riforma se in essa non fosse stata inclusa un’esplicita proibizione di finanziare l’aborto con denaro federale. Pur mettendo a rischio il sostegno dei parlamentari “pro-choice”, la speaker Nancy Pelosi ha alla fine dovuto sacrificare l’opportunità per le donne con redditi più bassi di avere accesso all’aborto, così da assicurarsi il passaggio della riforma nella sua interezza.

Alla fine del processo legislativo, con ogni probabilità, la riforma sanitaria americana risulterà ben diversa da quella auspicata da buona parte degli elettori - soprattutto liberal - che hanno sostenuto Obama nella sua corsa alla Casa Bianca dodici mesi fa. Analogamente, l’esito definitivo sarà molto lontano da quella soluzione che sola avrebbe potuto istituire un sistema pubblico di assistenza sanitaria veramente universale (“single-payer”).

Al di là dei limiti che caratterizzano il provvedimento appena uscito dalla Camera e di quelli che segneranno quello che dovrebbe uscire tra qualche settimana dal Senato, l’eventuale firma di Obama su un testo definitivo rappresenterebbe indiscutibilmente un successo storico per questa amministrazione.

Un risultato certamente di compromesso, ma che con ogni probabilità non avrebbe potuto essere altrimenti, viste le resistenze e gli interessi dei poteri forti che da decenni negli Stati Uniti si oppongono strenuamente ad ogni cambiamento ad un sistema che a tutt’oggi nega qualsiasi assistenza sanitaria a quasi 50 milioni di persone.