mercoledì 25 novembre 2009

USA: exit strategy in Afghanistan, re-entry strategy in America Latina...

Ieri, mentre accoglieva il premier indiano Manmohan Singh, il presidente Usa Barack Obama ha dichiarato che annuncerà "presto" la nuova strategia Usa sull'Afghanistan, ribadendo l'intenzione di mettere a punto un piano per "finire il lavoro" otto anni dopo l'inizio della missione.

Ha quindi deciso di aumentare le truppe Usa in Afghanistan di circa 34.000 unità, una decisione tattica in vista di un graduale disimpegno e ritiro dal Paese entro 5 anni.

Tutto ciò mentre si rafforza la presenza militare Usa nel continente latinoamericano. Il giardino di casa deve ritornare ad essere in ordine...


Afghanistan, Obama approva il "surge"
di Enrico Piovesana - Peacereporter - 25 Novembre 2009

Dopo aver convocato, lunedì sera alla Casa Bianca, l'ennesimo consiglio di guerra, il premio Nobel per la pace Barack Obama ha deciso di inviare in Afghanistan altri 34mila soldati statunitensi. L'annuncio verrà dato pubblicamente martedì primo dicembre.

Ignorando le posizioni del suo vice Joe Biden e della maggioranza del Partito Democratico - convinti che un'escalation militare in Afghanistan non giovi alla sicurezza nazionale e alla lotta al terrorismo - il presidente Obama ha quindi accolto quasi in pieno la richiesta del generale Stanley McCrystal, comandante delle truppe alleate sul campo, il quale a settembre aveva detto chiaro e tondo che senza rinforzi sufficienti a rovesciare le sorti del conflitto nel giro di un anno, ovvero almeno 40mila soldati, "rischiamo di trovarci in una situazione per la quale non sarà più possibile sconfiggere l'insurrezione".

Più truppe anche dagli alleati europei. La decisione di Obama, che porta a centomila il numero dei soldati Usa impegnati sul fronte afgano, obbliga anche gli alleati europei, impegnati con 36mila uomini, a fare di più.

Il 3 dicembre i ministri degli Esteri della Nato si incontreranno a Bruxelles per decidere quanti altri soldati mandare in guerra. Washington ne gradirebbero tra i tre e i cinquemila e spera di ottenerli dalla fida Gran Bretagna, dalla Turchia, dalla Romania, ma anche dalla Germania e dall'Italia e perfino dalla Francia.

Non che gli Stati Uniti abbiano un reale bisogno di qualche battaglione in più. La questione è prettamente politica, simbolica: "La guerra in Afghanistan non è un affare solo americano, è un gioco di squadra, e ognuno deve fare la sua parte", ha recentemente dichiarato il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen.

Rinforzi oggi per andarsene domani. L'invio di massicci rinforzi che Obama sta per annunciare è solo apparentemente in contrasto con la nuova strategia di ‘exit strategy' decisa dalla Casa Bianca e dalla Nato. Una strategia che prevede la progressiva ‘afganizzazione' del conflitto, lasciando alle forze afgane il compito di fronteggiare i talebani, così da consentire il progressivo ritiro delle truppe occidentali.

Questo dovrebbe succedere nel giro di circa cinque anni. Ma perché tutto proceda secondo i piani, è necessario evitare che i talebani vincano subito la guerra costringendo l'Occidente a un'umiliante ritirata anticipata. Da qui la necessità di più truppe per ‘tenere duro' ancora per qualche anno.

Milizie pashtun al soldo degli Usa. La strategia Usa procede su un doppio binario: invio di rinforzi e parallela preparazione delle forze afgane. Forze regolari - esercito e polizia che si intende potenziare dagli attuali 180 uomini a 400 mila - ma sopratutto milizie irregolari private.

Questo ‘secondo binario' è tenuto segreto, vista la sua palese contraddizione con i passati programmi di disarmo delle milizie dei signori della guerra - programmi costati miliardi di dollari alla comunità internazionale - e considerato il suo inevitabile effetto: quello di lasciare in eredità all'Afghanistan, dopo anni di occupazione militare, una guerra civile foraggiata dall'Occidente. Di questo programma segreto, fortemente voluto dal generale McCrystal, sono trapelate solo poche informazioni sulla stampa.

Dalle Appf di McKiernan alle Cdi di McCrystal. Si chiama 'Iniziativa per la difesa della comunità' (Cdi) ed è l'evoluzione del programma 'Forze afgane di protezione pubblica' (Appf) avviato dal generale David McKiernan due mesi prima di venire sostituito da McCrystal. La differenza è sostanziale.

Le Appf, sperimentate lo scorso aprile nella provincia di Wardak, erano delle forze di polizia ausiliaria in divisa, reclutate tra la popolazione civile, selezionate e addestrate secondo dei criteri ben precisi e poste sotto il comando della polizia afgana.

Le Cdi invece non sono altro che preesistenti milizie tribali assoldate, e affiancate, dalle forze speciali Usa che rispondono direttamente al comandante McCrystal (al di fuori, quindi, della missione Nato), il quale, per questo scopo, dispone di un apposito budget di 1,3 miliardi di dollari.

Coinvolto nelle Cdi un losco politico afgano. Il nuovo programma, preferito a quello delle Appf per la sua maggiore rapidità di attivazione e modellato sull'analogo programma iracheno dei ‘Consigli per il risveglio', è già operativo in quattordici aree del sud, dell'est e dell'ovest afgano e coinvolge già migliaia di miliziani pashtun. Uomo chiave di questo discusso programma è un influente politico di Helmand Arif Noorzai, ex ministro degli Affari Tribali, accusato di legami con il narcotraffico.

La scelta è caduta su di lui perché questo losco personaggio è già a capo di una milizia tribale di 12.500 uomini messa in piedi quest'estate per vigilare sulle elezioni presidenziali del 20 agosto. Gran parte di questi miliziani, dopo il voto, sono confluiti nell'Iniziativa per la difesa della comunità.


Afghanistan, indietro tutta

di Enrico Piovesana - Peacereporter - 17 Novembre 2009

"Non abbiamo intenzione di rimanere in Afghanistan: questo deve essere molto chiaro. Il nostro obiettivo laggiù è quello di sconfiggere Al-Qaeda, impedire che l'Afghanistan torni a essere un rifugio sicuro per i terroristi. Capiamo che il popolo afgano abbia bisogno di aiuto per difendersi dai talebani, ma il nostro impegno principale è nei confronti del popolo americano. Non ci facciamo illusioni: sono finiti i giorni in cui si parlava di come aiutare gli afgani a costruire una democrazia moderna, uno Stato efficiente e tutte queste cose meravigliose: il nostro obiettivo primario è la sicurezza degli Stato Uniti d'America, è come proteggere e difendere il nostro paese da futuri attacchi.".

Il vero nemico. Le parole pronunciate dal segretario di Stato Usa Hillary Clinton nel corso del suo intervento a 'This Week', il popolare programma televisivo della domenica mattina della Abc, sono la conferma del fatto che l'amministrazione Obama ha deciso di disimpegnarsi dall'Afghanistan, portando avanti la lotta contro "il vero nemico", Al-Qaeda, ma rinunciando alla guerra contro i talebani e alla costruzione della democrazia a Kabul.
Il che non significa che Obama non invierà in Afghanistan i rinforzi chiesti dai suoi generali sul campo, senza i quali Usa e Nato perderebbero la guerra in pochi mesi e malamente.

Questa è una necessità tattica, di breve periodo. Ma la strategia di lungo periodo è un'altra, è quella del vicepresidente Joe Biden: passare gradualmente da una guerra convenzionale contro i talebani a operazioni limitate contro Al-Qaeda, ritirando le truppe regolari e lasciando sul campo forze speciali e intelligence, collaborando con il governo afgano, qualsiasi esso sia, talebani compresi.

Exit strategy. La svolta era nell'aria già dalla fine di ottobre, quando i ministri della Difesa della Nato riuniti a Bratislava, in Slovacchia, hanno stabilito una ‘exit strategy' dall'Afghanistan, decidendo di anticipare la cosiddetta ‘fase 4' della missione Isaf, ovvero quello del passaggio completo della gestione della sicurezza nazionale all'esercito e alla polizia afgana e quindi il ritiro delle truppe alleate.

Un processo che, stando alle dichiarazioni di diversi esponenti dell'Alleanza atlantica, dovrebbe completarsi nel giro di cinque anni, entro la fine del 2014. Per quella data le forze armate afgane, esercito e polizia, dovrebbero diventare 400mila, dai 180 mila attuali.

Lo scopo è ‘afganizzare' il conflitto per porre fine a un impegno militare diretto sempre più impopolare in occidente. L'effetto sarà quello di lasciare in eredità all'Afghanistan una guerra civile ‘indotta' dall'esito scontato: la vittoria dei talebani. Insomma, quello che accadrebbe comunque, ma con la differenza - non da poco - che ad essere sconfitti saranno gli afgani, invece delle truppe alleate.

Talebani già al potere. Sul terreno, in Afghanistan, il disimpegno militare degli Stati Uniti è già iniziato, e anche in maniera piuttosto precipitosa.
Nella strategica provincia orientale del Nuristan, per mesi teatro di feroci combattimenti tra talebani e truppe Usa, queste ultime si sono ritirate da tutte le basi di montagna ripiegando nel capoluogo e lasciandosi indietro ingenti quantitativi di munizioni.
I talebani, oltre a impossessarsi del prezioso materiale bellico statunitense (video), hanno subito preso il controllo dell'intera provincia, istallando un governo che ora opera alla luce del sole.

Il neo-governatore talebano, Dost Mohammad, intervistato da Al Jazeera ha spiegato che "il territorio è stato suddiviso in nuove unità amministrative, sono stati nominate nuove autorità locali, un dipartimento della giustizia e una commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Ora stiamo lavorando a soddisfare i bisogni primari della popolazione".


L'ombra di New Delhi su Kabul
di Michele Paris - Altrenotizie - 23 Novembre 2009

Mentre l’amministrazione Obama si appresta ad annunciare l’invio di decine di migliaia di nuovi soldati in Afghanistan, la strategia americana deve fare i conti con un’ulteriore complicazione: la crescente influenza dell’India nel paese occupato dalle forze NATO all’indomani dell’11 settembre.

L’ascendente di Nuova Delhi sul fragile stato afgano rischia infatti di inasprire le tensioni nella regione e di creare non pochi grattacapi agli Stati Uniti, impegnati a convincere il Pakistan - rivale storico dell’India - ad intensificare gli sforzi per combattere i talebani sul proprio territorio e contribuire così a stabilizzare un governo che Islamabad considera irrimediabilmente filo-indiano.

Fin dall’invasione dell’Afghanistan, l’India ha giocato un ruolo di primo piano nelle vicende di questo paese, fornendo innanzitutto un supporto decisivo agli americani in termini d’intelligence e favorendo i contatti con l’Alleanza del Nord anti-talebana. Scorgendo nell’occupazione afgana un’occasione unica per minare l’influenza del Pakistan in Afghanistan e promuovere i propri interessi geopolitici in un’area strategica del continente, l’India ha così progressivamente accresciuto la propria presenza.

A tutt’oggi, Nuova Delhi ha investito 1,2 miliardi di dollari nella costruzione d’infrastrutture in Afghanistan, mentre oltre 4 mila cittadini indiani vi lavorano regolarmente nell’ambito delle costruzioni e della sicurezza.

Ulteriori progetti per la realizzazione di arterie stradali che collegano Iran, Afghanistan e India, tagliando fuori il Pakistan, minacciano di gettare ulteriore benzina sul fuoco nelle relazioni tra i vari paesi dell’area. Islamabad teme precisamente un accerchiamento e di veder ridotto il proprio ruolo di primo partner commerciale con l’Afghanistan, la cui quota di commercio estero è scambiato per oltre un terzo proprio con Islamabad.

A ciò si aggiunga poi il dispiegamento di quasi 500 uomini delle forze di polizia indiane in territorio afgano, una presenza scaturita dal rapimento e l’uccisione di un ingegnere indiano da parte dei Talebani nel 2006.

L’intraprendenza indiana pone però un dilemma strategico agli Stati Uniti. Se Washington da un lato ha da tempo intrapreso un percorso di avvicinamento all’India in funzione di contenimento della Cina e, anche per questo, vede teoricamente di buon occhio un relativo coinvolgimento della più grande democrazia del pianeta in Afghanistan, dall’altro si trova costretta a muoversi con i piedi di piombo per non suscitare la reazione del Pakistan.

Da questo paese dipendono infatti in buona parte le sorti della guerra al terrorismo che si consuma senza prospettive da otto anni a questa parte. Una nuova escalation del conflitto tra India e Pakistan è quindi quanto di peggio l’amministrazione Obama si possa augurare in questo momento.

Forse anche per questo le relazioni tra USA e India hanno fatto segnare un lieve raffreddamento con il cambio della guardia alla Casa Bianca. Mentre George W. Bush aveva promosso senza riserve l’ascensione dell’India a potenza planetaria - senza precedenti è stato, ad esempio, l’accordo sul nucleare nonostante Nuova Delhi non abbia mai firmato il Trattato di Non-Proliferazione - tra i due paesi si sono registrati alcuni attriti a partire da quest’anno.

Già durante la sua campagna elettorale del 2008 d’altra parte, Obama aveva irritato il governo indiano quando aveva assicurato il contributo americano alla risoluzione del conflitto in Kashmir nell’eventualità di una collaborazione del Pakistan nella lotta contro Talebani e Al-Qaeda al confine con l’Afghanistan.

Allo stesso modo, in India non si guarda con favore agli sforzi di Obama per spingere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad adottare una risoluzione che inviti tutti i governi del pianeta a firmare il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT) e quello di Bando Complessivo dei Test Nucleari (CTBT). Entrambi i trattati secondo Nuova Delhi sono discriminatori e potrebbero mettere a rischio il proprio arsenale nucleare.

Identici malumori stanno inoltre suscitando tra la classe politica e militare indiana le ipotesi avanzate da più parti negli Stati Uniti per coinvolgere una parte dei ribelli talebani in colloqui di pace con il governo di Karzai. Un’evoluzione che l’India - la quale non aveva mai riconosciuto il governo talebano salito al potere nel 1996 - vedrebbe inevitabilmente come un aumento dell’influenza pakistana a Kabul.

L’India d’altronde ha sempre indirizzato pesanti accuse nei confronti del Pakistan per un’indebita intromissione negli affari afgani. Non solo la presa del potere da parte dei Talebani a metà degli anni Novanta era stata appoggiata da Islamabad (e dagli USA), ma anche le attività del movimento fondamentalista sunnita fino a tempi più recenti hanno avuto il sostegno più o meno esplicito del potente servizio segreto pakistano (ISI), sempre in funzione anti-indiana.

Nuova Delhi, così, non ha esitato ad accusare l’intelligence pakistana per il presunto coinvolgimento nei due attentati che hanno colpito la sua ambasciata a Kabul nel luglio del 2008 e lo scorso ottobre. Da parte sua Islamabad continua al contrario a lamentarsi dell’ingerenza indiana in Afghanistan e del sostegno offerto dal suo grande rivale al movimento separatista della provincia pakistana del Belucistan.

Nonostante le resistenze di Washington, da più parti in India si chiede da tempo una maggiore presenza anche militare in Afghanistan. I pochi soldati indiani attualmente presenti in territorio afgano si occupano infatti esclusivamente dell’addestramento delle truppe locali e partecipano a progetti umanitari.

Un coinvolgimento militare più profondo nella lotta all’integralismo islamico, secondo la prospettiva di Nuova Delhi, determinerebbe effetti benefici allontanando il terreno del confronto con il Pakistan dal Kashmir e dalle città indiane all’Afghanistan occupato.

Uno scenario realizzabile tuttavia solo con il consenso di una Casa Bianca ancora riluttante e che verrà certamente discusso nel corso dell’imminente visita del Primo Ministro Manmohan Singh nella capitale americana.


Ufficiale statunitense si dimette a causa della guerra in Afghanistan
di Karen Deyoung - www.washingtonpost.com - 27 Ottobre 2009
Tradotto per www.comedonchisciotte.org da Mad

Quando Matthew Hoh si unì ai Servizi Esteri all’inizio di quest’anno, era esattamente il misto tra militare e civile che l’amministrazione stava cercando per espandere i propri sforzi di sviluppo in Afghanistan.

Ex capitano dei Marines con esperienza di combattimento in Iraq, Hoh aveva anche reso servizio in uniforme al Pentagono, e da civile in Iraq ed al Dipartimento di Stato. A luglio era già un ufficiale civile superiore nella provincia di Zabul, un focolaio dei Talebani.

Ma il mese scorso, con un’azione che ha creato movimento fino alla Casa Bianca, Hoh, 36 anni, e` divenuto il primo ufficiale statunitense a dimettersi esplicitamente per protesta contro la guerra in Afghanistan; Hoh e` giunto a ritenere che la partecipazione statunitense in Afghanistan ha semplicemente alimentato l’insorgenza.

“Ho perduto comprensione e fiducia nello scopo strategico della presenza degli Stati Uniti in Afghanistan”, ha scritto il 10 Settembre in una lettera di quattro pagine al capo del personale del dipartimento. “Ho dubbi e riserve sulla nostra attuale e futura strategia, ma le mie dimissioni non si basano sul come stiamo portando avanti questa guerra, ma sul perche` e con quali fini”.

Le reazioni alla lettera di Hoh sono state immediate. Alti ufficiali, preoccupati di perdere un collega eccezionale, e forse di acquistare un critico di rilievo, lo hanno pregato di restare.

L’ambasciatore Statunitense Karl W. Eikenberry lo ha portato a Kabul e gli ha offerto un posto nel suo personale superiore di ambasciata. Da li, Hoh e` stato imbarcato verso casa, per un incontro faccia a faccia con Richard C. Holbrooke, il rappresentante particolare dell’amministrazione per Afghanistan e Pakistan.

“Abbiamo preso la sua lettera molto seriamente, perche` [Hoh] e` un buon ufficiale”, ha detto Holbrooke in un’intervista. “Abbiamo tutti pensato che vista la serietà e l’impegno della sua lettera, e considerata la sua carriera, avremmo dovuto prestarvi attenzione”.

Nonostante non condividesse l’opinione di Hoh, secondo il quale la guerra “non vale la pena di combatterla”, Holbrooke ha detto “sono d’accordo con gran parte della sua analisi”. Holbrooke ha chiesto a Hoh di unirsi al suo team a Washington, dicendo che “se davvero [Hoh] vuole influire sulla linea politica ed aiutare a ridurre i costi della guerra in fatto di vite e denaro pubblico” perche` non essere “all’interno dell’edificio piuttosto che all’esterno, dove si puo` ottenere molta attenzione ma non avere lo stesso impatto politico”?

Hoh ha accettato l’argomentazione ed il lavoro, ma ha cambiato idea una settimana dopo. “Riconosco le implicazioni di carriera, ma non era la cosa giusta da fare”, ha detto in un’intervista venerdì scorso, due giorni dopo che le sue dimissioni erano state finalizzate.

“Non sono un hippie pacifista ‘affumicato’ che vuole che tutti facciano l’amore”, ha detto Hoh. Nonostante abbia definito il suo periodo a Zabul “il secondo lavoro migliore che ho mai avuto”, il grosso della sua esperienza e` con i Marines, tra i quali ancora servono parecchi dei suoi amici piu` cari.

“Ci sono un sacco di tizi che vanno uccisi” ha detto di Al-Qaeda e dei Talebani. “Sono stato felicissimo quando il nostro team in Iraq ne ha fatti fuori un bel po’”.

Ma molti afghani, ha scritto nella sua lettera di dimissioni, stanno combattendo gli Stati Uniti soprattutto perche` i soldati statunitensi sono lì – una presenza militare in crescita in villaggi e valli dove gli estranei, inclusi altri afghani, non sono benvenuti e dove il corrotto governo nazionale, appoggiato dagli Stati Uniti, viene rifiutato.
Sebbene i Talebani siano una presenza negativa, e le basi pakistane di Al-Qaeda vadano affrontate, ha detto Hoh, gli Stati Uniti stanno chiedendo ai propri soldati di morire per quella che e`, essenzialmente, una lontana guerra civile.

Mentre la Casa Bianca sta deliberando se mandare o no piu` soldati, Hoh dice di avere deciso di parlare pubblicamente perche` “voglio che la gente in Iowa, la gente in Arkansas, la gente in Arizona, chiami il loro rappresentante in Congresso e gli dica ‘Senti, non mi sembra che questo sia giusto’ ”.

“Mi rendo conto di ciò in cui mi sto infilando… che cosa dira` la gente di me”, ha detto. “Non ho mai creduto che sarei arrivato a questo punto”.

‘Un coraggio non comune’

Il percorso di Hoh - da Marine, esperto di ricostruzione e diplomatico, a contestatore della guerra – non e` stato facile. Durante le settimane in cui rifletteva e riscriveva la propria lettera di dimissioni, ha detto “a volte mi sentivo fisicamente male”.

La sua ambizione principale nella vita era quella di diventare un vigile del fuoco, come suo padre. Invece, dopo essersi laureato alla Tufts University ed avere tenuto un lavoro di ufficio in una casa editrice, nel 1998 si e` arruolato nei Marines.

Dopo cinque anni in Giappone ed al Pentagono – e durante un periodo, all’inizio della guerra in Iraq, quando a molti militari sembrava che il conflitto fosse praticamente concluso – lascio` i Marines per unirsi al settore privato, per essere poi ingaggiato dal Dipartimento della Difesa come ufficiale civile in Iraq. Addestrato ingegnere di combattimento, fu mandato a dirigere gli sforzi di ricostruzione nella citta` natale di Saddam Hussein, Tikrit.

“Ad un certo punto”, ha detto Hoh, “ho dato lavoro a piu` di 5000 Iracheni”, pagandoli decine di milioni di dollari in contanti per costruire strade e moschee. Il programma gestito da Hoh fu uno dei pochi in seguito lodati e dichiarati un successo dall’ispettore generale statunitense per la ricostruzione dell’Iraq.

Nel 2005 Hoh accetto` un lavoro con la Bearing Point, un’importante società appaltatrice per il Dipartimento di Stato in tecnologia e gestione, e fu assegnato alla sezione Iraq di Foggy Bottom [un quartiere di Washington, D.C, ndt]. Quando l’azione militare in Iraq comincio` a prendere una brutta piega all’inizio del 2006, Hoh fu richiamato in servizio dalla riserva [militare]. Assunse il comando di una compagnia ad Anbar, dove i Marines stavano morendo a dozzine.

Hoh torno` a casa nella primavera del 2007 con encomi militari per quello che un ufficiale valutatore dei Marines ha chiamato “un coraggio non comune”, una raccomandazione per una promozione e cio` che lui stesso riconobbe in seguito come disturbo post-traumatico da stress [Post Traumatic Stress Disorder: PTSD]. Di tutte le morti di cui Hoh fu testimone, quella che peso` su di lui piu` pesantemente avvenne con lo schiantarsi di un elicottero ad Anbar nel dicembre del 2006.

Hoh ed un amico, il maggiore Joseph T. McCloud, erano a bordo quando il velivolo piombo` nelle agitate acque al di sotto della diga di Haditha. Hoh riusci` a nuotare fino a riva, da cui, lasciati i suoi oltre 40kg di equipaggiamento, si rituffo` per cercare di salvare McCloud e tre altri che chiedevano aiuto. Pur essendo un buon nuotatore, quando li raggiunse, disse Hoh, “se n’erano andati”.

‘Non puoi dormire’

Solo al terzo mese a casa, in un appartamento nel sobborgo di Washington D.C, Arlington, tutto cio` gli piombo` addosso come un’ondata violenta. “Tutte le cose che senti di come ti arriva di colpo… e` successo veramente… Fai sogni, non puoi dormire. Ti ripeti ‘Perche` ho fallito? Perche` non ho salvato quell’uomo? Perche` i suoi figli crescono senza un padre?’”.

Come molti Marine in situazioni simili, Hoh non cerco` aiuto. “L’unica cosa che facevo”, dice, “era bere fino all’incoscienza”.

Quello che finalmente comincio` a riportarlo indietro, racconta, fu una serie televisiva – “Rescue Me”, sulla rete americana via cavo FX. La serie narra di un immaginario vigile del fuoco di New York che piomba nel “senso di colpa del sopravvissuto” e nell’alcolismo dopo avere perso il migliore amico negli attacchi contro il Wolrd Trade Center.

Hoh comincio` allora a parlare con amici ed a ricercare il tema su internet. Visito` la famiglia di McCloud e “chiesi scusa a sua moglie… perche` non avevo fatto abbastanza per salvarlo”, sebbene il suo lato razionale sapesse che aveva fatto tutto quello che poteva. “E` qualcosa che portero` con me per il resto della mia vita”, ha detto della sua esperienza in Iraq. “Ma ci ho fatto i conti, mi ci sono rassegnato”.

Alla fine dell’anno scorso, un amico gli disse che il Dipartimento di Stato stava cercando ufficiali per Servizi Stranieri in Afghanistan, un impegno rinnovabile di un anno. Era un’opportunita`, penso` Hoh, per usare le capacita` di sviluppo che aveva acquisito a Tirkit al di sotto di una nuova amministrazione che prometteva una nuova strategia.

‘Un regionalismo di vallata’

Nelle fotografie che ha riportato a casa dall’Afghanistan, Hoh e`un uomo alto, in abiti civili, con una barba ben curata ed un giubbotto antiproiettile intatto. Le foto lo ritraggono con Eikenberry, l’ambasciatore, durante una visita alle province di Kunar nel nord e Zabul nel sud; camminando con il governatore di Zabul Mohammed Ashraf Nastri, consultandosi con ufficiali militari USA e seduto ad una tavola imbandita per un incontro con i leader tribali afgani. In una foto, scattata in un desolato pezzo di deserto sul confine con il Pakistan, e` in posa vicino ad un cartello scritto a mano che marca la frontiera.

La foto della frontiera fu scattata all’inizio dell’estate, dopo l’arrivo a Zabul che seguiva due mesi di lavoro nel personale civile presso il comando della brigata militare a Jalalabad, nell’Afghanistan orientale. E fu a Jalalabad che i suoi dubbi cominciarono a prendere forma.

Ad Hoh fu assegnato il compito di cercare una risposta ad una domanda posta dall’ammiraglio Mike Mullen, presidente dei Comandi Congiunti del Personale Militare, durante una visita in aprile. Mullen voleva sapere perche` la milizia statunitense operava da anni nella valle di Korengal, una zona isolata vicino al confine orientale con il Pakistan, dove un gran numero di Americani era stato ucciso.

Hoh concluse che non c’era una buona ragione. La gente del Korengal non li voleva; l’insorgenza sembrava essere giunta in forze solo dopo l’arrivo degli Americani, e la battaglia tra le due forze aveva ottenuto soltanto una sanguinosa situazione di stallo.

Il Korengal ed altre zone, disse Hoh, gli avevano insegnato “quanto l’insorgenza fosse localizzata. Non mi ero reso conto che un gruppo in questa valle non ha connessioni con un gruppo di insorti a due chilometri di distanza”. Centinaia, forse migliaia, di gruppi in tutto l’Afghanistan, determino` Hoh, avevano pochi legami ideologici con i Talebani, ma ne accettavano il denaro per combattere gli invasori stranieri e mantenere le proprie basi di potere locale.

“Fu questo che mi scosse”, dice Hoh. “Pensavo fosse un movimento nazionale. Ma e` un localismo. Lo chiamerei quasi un regionalismo di vallata”.

‘Assalto continuo’

Zabul e` “una delle cinque o sei province che si contendono il titolo di piu` difficile e piu` trascurate”, ha detto un ufficiale del Dipartimento di Stato. Kandahar, la terra d’origine dei Talebani, e` a sud-ovest ed il Pakistan si estende a sud. L’autostrada numero 1, principale collegamento tra Kandahar e Kabul ed unica strada asfaltata di Zabul, divide in due la provincia. Nel corso dell’anno scorso, a detta dello stesso ufficiale, la sicurezza e` divenuta via via piu` difficile.

Quando Hoh giunse presso la base del gruppo di ricostruzione – gestito dalla milizia statunitense – nella capitale di Zabul Qalat, aveva “gia` accumulato parecchia frustrazione. Ma a quel punto sapevo che la nuova amministrazione [il governo di Obama, ndt] avrebbe… fatto le cose diversamente. Quindi pensai di dargli un’altra chance”. Si documento` leggendo tutti i libri su cui pote` mettere le mani: storia antica dell’Afghanistan, l’occupazione sovietica degli anni ’80, la dominazione talebana degli anni ’90 e gli ottanta anni di coinvolgimento militare statunitense.

Frank Ruggiero, comandante regionale di stanza a Kandahar dei gruppi di ricostruzione statunitensi nel sud dell’Afghanistan, considerava Hoh “molto abile” e lo nomino` ufficiale superiore tra i tre ufficiali civili nella provincia. “Ho sempre avuto un’ottima opinione di Matt” ha detto in un’intervista telefonica.

In conformita` alla linea governativa [statunitense] di decentralizzazione del potere in Afghanistan, Hoh lavoro` per aumentare le capacita` politiche e l’impatto di Naseri, il governatore provinciale, e di altri ufficiali locali. “Materialmente non credo che abbiamo combinato molto – disse Hoh in retrospettiva – ma credo di avere rappresentato bene il nostro governo”.

Naseri gli disse che nella provincia combattevano almeno 190 gruppi di insorgenza locali, dice Hoh. “Era probabilmente un’esagerazione – dice – ma la verita` e` che la maggioranza” sono abitanti della provincia fedeli alle loro famiglie, villaggi, valli, e a chi li sostiene economicamente”.

I dubbi di Hoh aumentarono con le elezioni presidenziali afghane del 20 agosto, marcate da scarsa affluenza alle urne e diffusissima corruzione. Hoh concluse che, come scrive nella lettera di dimissioni, la guerra “ha violentemente e selvaggiamente scisso l’Afghanistan urbano, secolare, educato e moderno dal paese rurale delle province, religioso, illetterato e tradizionalista. Ed e` quest’ultimo che forma e sostiene l’insorgenza Pashtun”.

Con “molteplici ed apparentemente innumerevoli gruppi locali”, scrive Hoh, l’insorgenza e` “nutrita da quello che la popolazione Pashtun percepisce come un continuo e ripetuto assalto, che si ripete da secoli, alla terra, alla cultura, alle tradizioni ed alla religione dei Pashtun, da parte di nemici afgani e stranieri. La presenza dell’ONU e della Nato nelle valli e nei villaggi Pashtun – ed anche di esercito e polizia afgani, in reparti costituiti da soldati e poliziotti non Pashtun – fornisce una forza di occupazione che giustifica l’insorgenza”.

Le famiglie americane, scrive alla fine della lettera, “hanno il diritto di sapere che i loro cari hanno sacrificato la vita per un fine degno di futuri persi, amori svaniti e promesse non mantenute. Ho perso fiducia nel poter continuare a rassicurarli ”.

‘Problema loro’

Ruggiero dice che e` stato sorpreso dalle dimissioni di Hoh, ma che non ha fatto alcuno sforzo per dissuaderlo. “E` una decisione di Matt, ed io l’ho rispettata. – ha detto – Non condivido la sua valutazione, ma era una sua decisione”.

Eikenberry ha espresso un rispetto simile, ma ha rifiutato di discutere “questioni personali”.

Francio J. Ricciardone Jr., il vice di Eikenberry, ha detto di essersi incontrato con Hoh a Kabul ma di avergli parlato “in confidenza. Lo stimo come uomo considerato che ha reso servizio in maniera disinteressata alla nostra patria, e credo che la maggior parte dei colleghi di Matt la pensino nello stesso modo e condividano un’opinione positiva di lui, indipendentemente dalle differenze politiche o di prospettiva”.

Questa settimana Hoh incontrera` il consulente sulla politica estera del vice presidente [degli Stati Uniti] Biden, Antony Blinken, su invito di Blinken stesso.

Se gli Stati Uniti devono rimanere in Afghanistan, ha detto Hoh, suggerira` una riduzione nelle forze di combattimento.

Consiglierebbe inoltre di fornire maggiore sostegno al Pakistan, di migliorare le comunicazioni e la propaganda statunitense per bilanciare quella di Al-Qaeda, e di esercitare maggiore pressione sul presidente afghano Hamid Karzai per ripulire il governo dalla corruzione. Tutti questi temi sono correntemente in discussione in deliberazioni alla Casa Bianca.

“Vogliamo che venga instaurato un governo democratico in Afghanistan, e abbiamo degli obblighi affinché il paese non si trasformi in una pozza di sangue – dice Hoh – ma dobbiamo porre un limite, tracciare una linea, e dire che a un certo punto e` un problema loro”.


La scuola dei golpisti che Obama non sa chiudere
di Stella Spinelli - Peacereporter - 20 Novembre 2009

C'è un luogo in cui i militari Usa continuano a insegnare la dottrina golpista del "nemico interno" alle forze armate delle Americhe.

La Escuela de las Américas (School of Americas, Soa), Fort Benning, Georgia, oggi conosciuta come Istituto di cooperazione e sicurezza dell'emisfero occidentale (Whinsec), continua a essere un centro militare dove si insegna il concetto di nemico interno, oggi espresso e nascosto nella supposta lotta al terrorismo e al narcotraffico, sostenuta dagli Usa a livello mondiale. E si tratta di casi piuttosto eloquenti della dottrina e della filosofia militare che l'Esercito degli Stati Uniti va insegnando da decenni al resto dei militari delle Americhe.

Risale al 2000 il tentativo del Pentagono di confondere le acque, pressato dall'opinione pubblica nazionale e internazionale, scossa dai pacifisti e dai manifestanti che ne denunciavano usi e costumi: la chiuse per qualche tempo e la riaprì con un nome tutto nuovo, appunto.

Ma le Ong e i movimenti sociali non si sono lasciati trarre in inganno convinti che il cambiamento fosse solo di facciata. E così fu: nel 2001, l'istituto è ricomparso nel medesimo luogo, con i medesimi istruttori e con gli stessi identici obiettivi: indottrinare i soldati dell'America Latina e manipolarli al fine di controllare il suo cortile di casa.

Ma la storia sinistra di tanti abusi e soprusi resta a parlare, resta a denunciare, resta, per non dimenticare. E in nome dei tanti morti ammazzati, torturati, fatti sparire, di famiglie sventrate e leggi, umane e divine, violate, il movimento ne pretende la chiusura. Non smette. La chiede da anni. Ogni anno, ogni giorno.

Mai nessuno degli uomini di Fort Benning, pur incastrati dai fatti, ha risposto dei crimini commessi. Crimini appresi, passo passo, sugli allucinanti manuali distribuiti agli studenti. E lo ammette persino la Casa Bianca, che nel 1996 ha pubblicamente fatto ammenda.

Las Americas ha forgiato golpisti e torturatori, assassini e paramilitari, tutti indistintamente marionette nelle mani del Pentagono. Tanti, troppi, i colpi di stato, tentati o riusciti, degli studenti modello della Georgia. Senza andare troppo in là: il tentato golpe in Venezuela nel 2002, e l'ulltimo riuscitissimo del giugno scorso in Honduras.

Queste le ragioni di un movimento tanto vasto e organizzato che ne chiede la chiusura: dalla Terra del fuoco al Centroamerica, senza soluzione di continuità. Perché come se niente fosse, molti governi continuano a inviano reclute in Georgia, anche se, merito del nuovo vento che soffia sul continente, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Argentina e Nicaragua hanno già chiuso ogni rapporto.

Ma resta il Cile, per esempio: duecentodieci uomini nel solo 2008.

E che dire della Colombia che, non stupirà, detiene il record indiscusso degli addestrati a Fort Benning. La maggioranza dei colombiani in mimetica hanno avuto a che fare con addestramenti Usa. Fuori o dentro casa. Perché in questo caso sarebbe comunque insufficiente chiudere Las Americas, per evitare che gli ormai famigerati metodi impartiti in Gerogia arrivino a contaminare l'esercito colombiano.

La Colombia di Uribe ha una Las Americas in ogni dove, in ogni angolo caldo del conflitto interno. E quei ragazzi armati fino ai denti che si "sacrificano per la patria" ne vanno pure fieri. Tra i soldati incontrati durante il viaggio nel Caquetà, nel cuore dell'Amazzonia colombiana, persino la potente lozione repellente contro le devastanti zanzare era targata "3M Company, Saint Paul, Minnesota".

E perlomeno, la creazione di altre sette basi Usa in Colombia, non farà che ufficializzarla questa dilagante colonizzazione, portandola alla luce del sole e legittimando gli attacchi diplomatici incrociati degli Stati vicini. Non tutto il male vien per nuocere.

Casi disperati a parte dunque, la chiusura di Las Americas gioverebbe comunque ai più, per questo si protesta anche quest'anno, come ogni novembre ormai da anni.

A coordinare il tutto, chi se non Soaw, ossia lo School of Americas Watch, l'osservatorio permanente sui crimini commessi dall'istituzione militare statunitense, fondato da un prete dei missionari di Maryknoll, Roy Bourgeois, ormai personaggio mitico per tutto il movimento in difesa dei diritti umani. Missionario in Bolivia, è stato testimone degli effetti dell'addestramento alla Scuola delle Americhe, lanciando l'allarme negli Stati Uniti sulle tecniche di tortura insegnate.

In quel periodo l'obiettivo era terrorizzare i contadini centroamericani in lotta per la difesa dei propri diritti; una sorta di guerra contro l'umanità che gli Usa hanno finanziato e che ha mantenuto al potere molti dittatori. Da allora la voce di padre Roy non si è mai spenta, anzi.

Appoggiato inizialmente da una manciata di persone, i suoi raduni anti Soa sono arrivati a contare più di 15.000 dimostranti ogni anno. "Grazie a lui - per usare le parole di Joan Chittister pubblicate su Adista - la pressione pubblica per un cambiamento nelle politiche Usa alla Scuola delle Americhe è diventata, negli ultimi vent'anni, uno dei momenti più gloriosi tanto degli Stati Uniti quanto della Chiesa.

I primi mesi di quest'anno, la novità Obama negli States, almeno sulla carta sembrava preannunciare un movimento anti Soa meno accanito, più sopito. I proclami presidenziali erano lontani dai bushismi, e magari c'era chi pensava alla possibilità di un dialogo più mediato e magari più fruttuoso.

E invece, di contro, è arrivata, doccia fredda, il golpe in Honduras. E la protesta si è riaccesa, è cresciuta, è dilagata. Ci risiamo. Di nuovo, quel colpo di stato in Centroamerica è stato pensato, preparato, provato nella Scuola delle Americhe. Un golpe che è andato di pari passo all'aumento incontrastato delle basi militari Usa in Colombia.

E che chiudono il quadro sulla politica che ci sta dietro: riappropriarsi del cortile di casa, a tutti i costi. Quindi, ancora una volta, tutti a Fort Benning per una veglia e per orchestrare atti di disobbedienza civile per denunciare "l'infame Esculea e predentendere un cambiamento di politica degli Usa nei confronti dell'America Latina - spiegano gli organizzatori - e quest'anno si è chiamati a ricordare anche il ventesimo anniversario del massacro dei gesuiti in Salvador da parte degli studenti modello della Soa, nonché a commemorare le migliaia di vittime dei nostri popoli per mano di quei militari made in Usa".

E in Georgia voleranno sopravvissuti alle torture, attivisti, come Bertha Oliva, Coordinatrice del Comitato dei familiari dei detenuti scomparsi in Honduras (Cofadeh), difensori dei diritti umani in Colombia, tutti per partecipare, compartire, agire, far grande la mobilitazione. Quest'anno più che mai. È appunto una fase cruciale, questa. Perché Obama ha promesso, e ancora non mantenuto. Perché si deve farlo riflettere, rimuginare, decidere. "La Escuela deve chiudere", ripetono.

E poi, qualcosa si è mosso. Poche settimane fa, un Comitato congiunto del Congresso degli Usa si sono accordati per includere nella legge di Autorizzazione della Difesa, una clausola che obbliga il Pentagono a rendere pubblici i nomi dei diplomati alla Scuola. Archivi che erano diventati segreto militare proprio per proteggeri quei volti, molti dei quali noti a tanti, troppi popoli oppressi nelle Americhe.


Honduras, giornalista canadese denuncia presenza Usa dietro il golpe

da Peacereporter - 25 Novembre 2009

Secondo il giornalista canadese Jean Guy Allard il golpe in Honduras è solo il primo passo di un'operazione orchestrata dagli Stati Uniti per destabilizzare il continente sudamericano. Sarebbero infatti pronti "diversi colpi di Stato" in tutta l'area, organizzati da agenzie private supportate dal governo statunitense, spaventato dall'emergere di "idee nuove" in tutta l'America latina.

Nella ricostruzione del giornalista, le organizzazioni di cui gli Usa si starebbero servendo sono la Società per lo sviluppo internazionale (Usaid) e la Fondazione nazionale per la democrazia (Ned). Sulla carta agenzie private non a scopo di lucro, ma in realtà coordinate dall'Associazione per la stampa americana (Sip-Iapa) per raggiungere obiettivi molto diversi da quelli dichiarati.

A confermare il tentativo di destabilizzazione portato avanti dagli Usa ci sarebbero gli accordi con la Colombia per lo sfruttamento di sette basi militari e l'aumento del finanziamento ai servizi segreti voluto dall'amministrazione del presidente Barack Obama. Cifra passata da 20 a 75 miliardi di dollari, secondo Allard.


I piani militari degli Stati Uniti in America Latina
di Decio Machado - www.diagonalperiodico.net - 22 Ottobre 2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Mathilda

La strategia degli USA in America Latina incontra nella Colombia un forte alleato. Le sette nuove basi assicurano all’esercito statunitense una totale operatività militare nella regione.

Lo scorso 18 agosto, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti inviava un rapporto informativo al gruppo di cancellieri della UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane): “Il 14 agosto 2009, i governi di Stati Uniti e Colombia sono arrivati ad un ‘intesa provvisoria sul referendum sull’Accordo di Cooperazione in Materia di Difesa (DCA). L’accordo ora dovrà essere revisionato per la firma definitiva”.

Questo episodio ha risvegliato in tutta l’America Latina molte voci critiche provenienti tanto dagli organi istituzionali quanto dalla società civile e dal suo tessuto sociale. Questa questione ha implicato che si organizzasse alla fine di agosto il Vertice Straordinario dei Capi di Stato della UNASUR nella turistica città di Bariloche (Argentina) , così come il successivo Vertice dei Cancellieri e dei Ministri della Difesa a Quito a metà di Settembre.

In entrambi gli appuntamenti, il governo colombiano si trovò solo dinanzi al resto dei paesi membri, difendendo una posizione di segretezza e di mancanza di compromesso per assumere le misure di fiducia che vengono richieste dal resto degli Stati membri della UNASUR, presieduta in questo momento temporaneamente dal presidente ecuadoriano Rafael Correa.

Nuova dottrina militare

Secondo il rapporto “Un continente sotto minaccia”, emesso in agosto dall’Osservatorio Latinoamericano di Geopolitica, la politica militare statunitense ha preparato “scenari tra coalizioni relativamente simili o equilibrate a guerre assimetriche in due modi: a) guerre tra Stati con enormi differenze di potenzialità bellica, di mobilità e gestione di un insieme di meccanismi di pressione economica e politica; b) guerre contro non Stati, con regole di gioco incerte che non sono circoscritte a quelle stabilite dai codici internazionali e senza restrizioni equivalenti a quelle degli Stati”.

Un funzionario della Difesa brasiliano, il comandante di fregata Nelson Morantes, accomunato da una visione simile indica: “ La logica militare statunitense sviluppata dopo l’11-S solleva la possibilità del conflitto bellico da parte degli USA con i cosiddetti 'Stati Falliti'. Il nostro esempio nel continente sarebbe Haiti, anche se gli statunitensi considerano di più il Venezuela e la Bolivia e incluso l’Ecuador; così come la possibilità di conflitti con organizzazioni tipo Al Qaeda, che nel nostro continente si tradurrebbero in organizzazioni popolari, ecologiste o indigene. Per fare una correlazione, quelle di Al Qaeda in Afganistan sarebbero le organizzazioni Mapuche del sud del Cile.”

In contrapposizione ai rischi indicati, la politica militare degli USA per l’America Latina contempla quattro modelli di posizionamento militare differenziati nel continente. Per primo ci sono le basi grandi, modello Guantanamo, con installazioni militari complete, equipaggiamento e un corpo di militari effettivi accompagnati da nuclei familiari permanenti.

Il secondo modello sono le basi di formato medio, modello Soto Cano (Palmerola) in Honduras, con installazioni che permettono missioni lunghe, ma con personale che si rinnova ogni sei mesi.

Il terzo sono le basi piccole, quelle chiamate FOL (Foreign Operating Locations), ribattezzate politicamente come Cooperative Security Locations (CLS). Si tratta di basi come Manta, Curacao o Comolapa, con molto poco personale ma con molto sviluppo in materia di comunicazioni, tanto per monitorare come per garantire le connessioni e l'invio di informazioni ai centri di raccolta e trasformazione che esistono nel territorio statunitense (Network, Centric Warfare). Sono basi di risposta rapida e strutturazione regionale soprattutto diretta alle basi più piccole.

E, per ultimo, le basi piccole: postazioni che consentono l’appoggio ed il decollo rapidi come dei “salti di rana” – spostandosi per approvvigionarsi ed avere maggiore raggio di azione – permettendo che con una sequenza ben programmata da queste basi si possa controllare un’area molto ampia, snodo per operazioni di rapida risposta con costi inferiori rispetto alle precedenti. Un esempio sarebbe la base Iquitos nel Perù.

Secondo gli analisti Ana Esther Cecena e Rodrigo Yedra, “ il cambio nelle caratteristiche delle basi in America Latina inizia nel 1999 con l’installazione delle tre FOL (Manta, Curacao e Comalapa) che sostituiscono la base di Howard a Panama”. E proseguono: “Non si tratta di basi USA, ma di basi dei paesi in questione in cui si approva l’uso delle installazioni per il personale statunitense.

Ma, al di sopra della figura giuridica con cui si legalizza l’occupazione, sono basi amministrate da personale locale, che non sa quello che succede dentro e nemmeno le operazioni effettuate dal personale situato nelle basi dei territori circostanti.”

In questo senso, lo stesso Presidente Correa avvertì pubblicamente in varie occasioni rispetto alla possibilità che qualche aereo statunitense che operava dal FOL di Manta facesse parte della operazione di attacco ad Angostura, il 1 marzo dell'anno scorso, in cui morì l'allora numero due delle FARC, Raul Reyes, il tutto sotto la totale ed assoluta inconsapevolezza delle autorità locali ecuadoriane.

Basi in Colombia

Secondo la nota informativa emessa dagli USA, l'Acuerdo de Cooperacion en Materia de Defensa (l' Accordo di Cooperazione in Materia di Difesa ) approfondirà la cooperazione bilaterale in materia di sicurezza sui temi di produzione e traffico di droghe illegali, terrorismo, contrabbando di ogni tipologia, disastri umanitari e naturali.

Comunque, secondo fonti del coordinatore della Sicurezza Interna ed Esterna dell'Ecuador, questo è una mancanza: “ Basi con le caratteristiche richieste che si vogliono organizzare in Colombia mancano di efficacia per gli obiettivi indicati. Prima che l’Ecuador recuperasse la sovranità sulla base di Manta, fatto accaduto il mese passato, negli ultimi cinque anni di controllo statunitense si produsse un incremento del traffico di droghe nel Pacifico, nonostante la vigilanza che giornalmente si realizzava”.

L’analista e professore universitario argentino Gilberto Bermudez spiega a DIAGONAL: “ Le navi, aeromobili ed equipaggi superano lungamente le vere necessità di controllo a gruppi illegali armati e narcotrafficanti. Riguardo gli obiettivi reali di queste basi ci sono varie interpretazioni. La mia è che, nonostante il presidente Uribe lo neghi, esistono velate intenzioni ad organizzarsi in basi per un controllo extraterritoriale.”

“Il problema reale è Palanquero, madre della basi colombiane, visto che attualmente è il centro operativo delle Forze Armate colombiane e diventerà fondamentale per il controllo statunitense in Sudamerica”, indica a questo giornale Armando Acosta, membro del Polo Democratico Alternativo e militante dei movimenti per la pace in Colombia.

Secondo Acosta: ”Palanquero ha una pista di più di tre chilometri di lunghezza, dalla quale possono decollare tre aerei da combattimento insieme ogni due minuti, ha un’infrastruttura con centinaia di hangar e aerei e può alloggiare 2.000 militari effettivi.”

Per gli esperti militari dei 12 paesi che compongono la UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane), eccetto la Colombia, Palanquero è una “base adatta alle spedizioni, ha la capacità di contenere C-17, aerei di trasporto, e per il 2025 si prevede che questa base avrà la capacità di mobilitare 175.000 militari con i loro equipaggiamenti in sole 72 ore”. Come dire, una base per mobilitare interi eserciti in qualsiasi punto del continente.

Secondo Emilio Lopetegui, militante sociale cileno affiliato alla rete antimilitarista del continente, la situazione è la seguente: “Assistiamo ad una escalation del dispendio militare nella regione. Il Brasile ha comprato nel 2007 e nel 2008 un numero importante di aerei da caccia, barche ed elicotteri, la sua stima di spesa militare quest’anno è di 24.000 milioni di dollari, approssimativamente 1,47% del suo PIL.

In questo momento i brasiliani stanno sviluppando un importante programma militare con i francesi. Il programma include la fabbricazione di un sottomarino a propulsione nucleare e quattro convenzionali. Allo stesso modo, gli altri paesi della zona, incrementano la spesa militare.

La Colombia è quattro o cinque volte più piccola del Brasile, ma presenta una stima di spesa quest’anno di 10.000 milioni di dollari, il 2,82% del suo PIL, ineguagliabile da nessun paese latinoamericano”. Il professor Bermudez spiega: “La Colombia è un Israele nel nostro continente. Con le sette nuove basi, più gli operativi già esistenti attualmente da parte delle forze militari nordamericane in questo territorio, stiamo parlando del fatto che da qua a pochi anni la Colombia potrà avere una capacità operativa simile o anche maggiore a quella di Israele nel Medio Oriente.”

Le basi dell’accordo

L’accordo militare tra USA e Colombia assicura nello specifico l’accesso continuo degli Stati Uniti alle installazioni colombiane: tre basi della Forza Aerea (Palanquero, Apiay e Malambo), due basi navali (Cartagena e Malaga) e due installazioni dell’esercito (Tolemaica e Larandia). Allo stesso tempo, l’accordo contempla l’utilizzazione delle altre installazioni militari colombiane previo comune accordo.

Escalation militare nella regione
Secondo il rapporto Military Balance 2009 dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra, la spesa totale per la difesa dell’America Latina è aumentata del 91% negli ultimi cinque anni. Tutte le previsioni indicano che il 2009 verrà chiuso con una spesa decisamente maggiore. Uno dei paesi con spese maggiori è il Brasile.

Il gigante latinoamericano mantiene una linea geopolitica orientata a consolidare la sua posizione di prima potenza regionale. Questo, unito alla sua volontà di formare parte dei membri del Consiglio di Sicurezza della ONU, così come il suo ruolo di protagonista nella missione dei Caschi Blu nell’isola di Haiti, spiegano questo incremento della spesa militare.

Un altro paese con un enorme potenziale militare è il Cile. Recentemente, la presidente Michelle Bachelet ha inviato un progetto al Congresso per modificare la Ley Reservada del Cobre* che destina il 10% delle entrate dalla vendita della spesa alle Forze Armate, che ha permesso negli anni una forte inversione tecnologica ed un rinnovamento permanente dell'armamento.

Il Cile ha confermato quest’anno l’acquisto di aerei antisottomarini e di otto elicotteri di fabbricazione francese, inoltre la acquisizione di 18 aerei F-16 dall’Olanda, per un valore di 270 milioni di dollari. Allo stesso modo, il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha annunciato l’acquisto di carrarmati russi per contrastare la presenza statunitense in Colombia. Tra il 2007 ed il 2008, il Venezuela ha comprato armi del valore di 1.531 milioni di dollari dalla Russia.

51.000 MILIONI DI DOLLARI IN ARMI

Nel 1994, L’America Latina ha speso 17.600 milioni di dollari. Nel 2003, la cifra era salita a 21.800 milioni di dollari, in corrispondenza delle tensioni provocate dall’11-S. Secondo il rapporto pubblicato dal centro di studi argentino Nueva Mayoria, questa cifra si è innalzata nel 2008 a 51.100 milioni di dollari.

IL CILE GUIDA LA SPESA PRO CAPITE

Il Cile guida la spesa militare per abitante, che è salita a 290 dollari pro capite nel 2008, mentre la Colombia ne ha spesi 115, l’Ecuador 89 e il Brasile 80. I militari cileni si finanziano con una tassa del 10% sopra le vendite lorde dell’ente statale Corporacion del Cobre, stabilita dalla dittatura militare (1972-1990) denominata Ley Reservada del Cobre.

IL RACKET LATINOAMERICANO IN SPESE MILITARI

Il Brasile ha speso l’anno scorso 27.540 milioni di dollari in spese militari (55%), seguito dalla Colombia con 6.746 milioni (14%) e il Cile, con 5.395 milioni (6,5%). Il Venezuela, d’altro canto, è il quarto paese sudamericano nelle spese militari e il secondo in acquisizione, con 5.000 milioni di dollari spesi in acquisti nell’ultimo anno, costituiti da aerei da caccia Sukhoi, di origine russa, elicotteri, sistemi di difesa aerea e fucili di assalto.

* (la legge 13.196 per cui il 10% delle entrate dovute alla vendita di rame sono destinate all’acquisto di nuovi armamenti per le forze armate).


Brasile, commissione a Caracas, Bogotà e Quito per tastare il livello della crisi diplomatica
da Peacereporter - 17 Novembre 2009

Deputati brasiliani si sono riuniti ieri con le autorità venezuelane per conoscere direttamente la posizione di Caracas circa il conflitto con la Colombia, inasprito dopo la firma di Bogotà dell'accordo sulle basi militari in uso alle forze Usa. "Occore stemperare la tensione e avere il controllo della situazione", ha spiegato Raul Jungmann, capo della delegazione di Brasilia.

Secondo il deputato brasiliano, nonostante Hugo Chávez abbia già rifiutato l'intervento di Lula, esiste ancora un margine di manovra per far rientrare l'emergenza. Anzi, il summit previsto per il 27 novembre prossimo, tra i ministri della Difesa dell'Unasur, Unione delle nazioni sudamericane, potrà essere un'importante occasione per discutere la questione e cercare una soluzione corale. E, anzi, ha precisato che verrà proposta anche una riunione tra capi di stato sul problema.

I deputati della Commissione esteri della Camera bassa del parlamento brasiliano hanno appena cominciato un giro che li porterà dal Venezuela alla Colombia, fino all'Ecuador, i tre paesi maggiormente coinvolti nelle tensioni, scaturite dall'uccisione di Raul Reyes, capo delle Farc, avvenuto in territorio ecuadoriano a causa di un blitz colombiano senza preavviso.

Un'invasione di campo in territorio neutrale che non era stato preceduto da nessun accordo Bogotà Quito e che quindi ha aperto una voragine diplomatica, sempre più profonda. Ultima goccia, il sì colombiano a concedere sette basi militari all'uso statunitense.

Basi che il Venezuela ha dichiarato essere pericolose per la pace della regione, e per la sovranità delle nazioni confinanti, giurando di essere pronti alla difesa strenua del territorio, contro ogni invasione.

Buchi, cinesi e generali (iraniani)

di Simone Santini - www.clarissa.it - 21 Novembre 2009

"Nulla di cui preoccuparsi [...] L'idea era di usarlo come un bunker sotto la montagna per proteggere le cose. E' un buco in una montagna". Con queste parole, in una intervista al New York Times, il direttore generale dell'AIEA Mohammed El Baradei ha giudicato i risultati delle ispezioni effettuate al sito nucleare iraniano di Qom che tanto allarme aveva destato in Occidente.

In una successiva intervista in esclusiva a La Repubblica (1), sempre El Baradei ha avuto modo di chiarire ed ampliare il concetto. Confermato che le ispezioni avevano dato esito negativo sulla pericolosità del sito, il direttore dell'Agenzia atomica ha accolto come credibile la versione iraniana secondo cui l'impianto altro non sarebbe che un bunker difensivo entro cui accogliere, in futuro, centrifughe per l'arricchimento dell'uranio in modo da proteggerle contro eventuali bombardamenti nemici.

A domanda precisa dell'intervistatore in merito alla possibilità che l'Iran nasconda altri siti, El Baradei ha dichiarato che gli ispettori devono basarsi su dati oggettivi e non su illazioni o indiscrezioni, pertanto allo stato attuale quella eventualità è esclusa. Ed in ogni caso controlli ed ispezioni dell'Agenzia sono continui.

A tal proposito, El Baradei ha svolto un richiamo a diffidare delle voci incontrollate, che possono apparire ciclicamente sui mezzi di stampa, volte a creare allarmismi spesso ingiustificati. In particolare il direttore ritiene che taluni dossier forniti da servizi segreti, come ultimamente da quelli statunitensi, che sostengono come Teheran continui la sua corsa alla costruzione della bomba, siano da ritenersi falsi.

Non è del resto la prima volta. El Baradei continua ricordando che nel 2003 le Nazioni Unite e l'opinione pubblica mondiale erano state deliberatamente ingannate con false prove allo scopo di provocare l'invasione dell'Iraq, e che all'Agenzia era stato impedito di svolgere le opportune verifiche sul campo.

Da ultimo il britannico The Guardian aveva rivelato una scoperta "mozzafiato", ovvero che gli iraniani avrebbero testato una nuova tecnologia denominata "two-points explosion" che consente la produzione di testate atomiche più piccole e agili, facilmente implementabili nell'ogiva di un missile di medie dimensioni che Teheran già possiede. Nella fattispecie il Guardian ha citato un dossier proprio della AIEA ("Possible Military Dimensions of Iran's Nuclear Program") ma che si basa su informazioni fornite dai servizi segreti di potenze occidentali.

In casi come questo il modus operandi è ripetitivo: l'intelligence fornisce ad agenzie di controllo informazioni artefatte che finiscono in un dossier; tali informazioni sono fatte trapelare ad organi di stampa che li rendono pubblici; le stesse agenzie, e autorità dei paesi le cui intelligence hanno creato le informazioni, senza confermare o smentire, dichiarano di stare valutando attentamente il caso. Intanto tali notizie si propagano contribuendo a creare un clima di diffidenza nel mondo diplomatico e timori nelle opinioni pubbliche.

Quando ai margini dello scorso G-20 di Pittsburgh, Obama, Sarkozy e Brown "rivelarono" al mondo l'esistenza di un sito nucleare segreto in Iran (quello appunto di Qom) e lanciarono una sorta di ultimatum all'Iran, il presidente Ahmadinejad dichiarò che, una volta accertata la verità, tale errore si sarebbe ritorto contro le potenze occidentali e Obama avrebbe dovuto chiedere scusa.

Il leader iraniano si è sbagliato in entrambi i casi: i risultati delle ispezioni della AIEA hanno avuto ben poca risonanza rispetto lo show mediatico di Pittsburgh; e Obama, lungi dallo scusarsi, sta invece spingendo a pieno ritmo nella attività diplomatica volta a isolare ed accerchiare l'Iran, puntando dritto su Russia e Cina.

Con la Russia l'impegno ottenuto da Washington pare ormai acquisito. Nei giorni scorsi il quotidiano russo Kommersant, citando fonti vicine all'amministrazione del presidente Medvedev, ha affermato che Mosca è "pronta" a sostenere sanzioni più aspre contro l'Iran, ciò che modificherebbe tutte le precedenti cautele del Cremlino che aveva giudicato "controproducenti" eventuali nuove misure punitive.

Un altro segnale è giunto dal ministro dell'energia, Sergey Shmatko, che ha annunciato l'annullamento dell'avvio della centrale nucleare iraniana di Bushehr che i russi stanno costruendo. Nei mesi scorsi il capo dell'agenzia nucleare russa, Kirienko, aveva invece assicurato che la centrale sarebbe stata pronta entro la fine del 2009.

Il recente viaggio in Cina di Obama forse non resterà storico per i risultati ottenuti ma alcune dichiarazioni rimarranno negli annali. Obama si è infatti presentato come il "primo presidente Usa del Pacifico" dopo che il secolo scorso era vissuto sull'asse dell'Atlantico tra America ed Europa.

Tra Stati Uniti e Cina rimangono ancora profonde divisioni, eppure si sta consolidando sempre più quell'idea strategica di Henry Kissinger (già fautore negli anni '70 dell'incontro epocale tra Nixon e Mao) di "integrare la Cina in un nuovo ordine mondiale imperniato sull'asse statunitense" (2).

Non a caso Obama ha tenuto a rassicurare la classe dirigente economico-finanziaria cinese, con le sue visite a Shanghai e Hong Kong, che obiettivo americano non è quello di "contenere la Cina" ma di farne un pilastro strategico, un socio di minoranza dell'Impero. L'accoglienza nel mondo della finanza è infatti stato caloroso per il presidente americano, molto più freddo e prudente da parte della leadership politica, il presidente Hu Jintao ed il premier Wen Jiabao.

In agenda sono rimasti i dissidi sul rapporto dollaro/yuan che Pechino usa come arma politica ma anche una sorta di accordo bilaterale a danno dell'Europa sul clima (ovvero niente riduzioni coattive di inquinamento e quindi di produzione industriale). Sulla questione dei diritti umani Obama ha fatto riferimento soprattutto alla condizione delle minoranze in Tibet e Xinjang, trascurando completamente la condizione dei lavoratori nelle zone economiche speciali, dove il capitalismo di stato cinese lascia porta aperta allo sfruttamento intensivo del turbo capitalismo occidentale.

Anche in questo caso l'America non vuole cali nella produzione cinese, vuole piuttosto assicurarsi un controllo politico sfruttando la destabilizzazione in quelle regioni (a cui si deve aggiungere il Myanmar, ex Birmania) che sono le cerniere verso occidente di Pechino e snodi fondamentali per il passaggio delle rotte energetiche con l'Asia centrale ed il Medio Oriente.

In questa fluida situazione di confronto/scontro, Obama ha strappato a Hu Jintao un atteggiamento di prudente distacco sul dossier iraniano. Durante la dichiarazione stampa congiunta dei due leader, Obama ha così potuto dire: "Abbiamo concordato che Teheran deve dare assicurazioni alla comunità internazionale sul fatto che il suo programma nucleare è pacifico e trasparente. L'Iran ha un'opportunità per presentare e dimostrare le sue intenzioni pacifiche ma se non riesce a sfruttare questa occasione dovrà affrontare le conseguenze".

Del resto la Cina non ha ancora la forza per spingersi troppo avanti nella difesa dell'Iran, puntando ad esempio a ricattare gli Usa sul suo enorme debito pubblico che Pechino detiene in larga parte. Come ha ben fatto rilevare l'analista economico Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph: "Va di moda parlare dell'America come se si trattasse di un mendicante. Tutto questo dà un'idea sbagliata dell'equilibrio strategico. Washington può mettere la Cina in ginocchio in qualunque momento chiudendo i mercati. Non esiste alcuna simmetria. Qualunque mossa di Pechino per liquidare i propri pacchetti di Buoni del Tesoro americani potrebbe essere neutralizzata - in extremis - dai controlli sui capitali. Gli stati sovrani ben armati possono fare quello che vogliono.

Se venissero provocati, gli Stati Uniti hanno l'accortezza economica di ritirarsi in una quasi autarchia (con il NAFTA) e riorganizzare le proprie industrie dietro a delle barriere doganali, come fece la Gran Bretagna negli anni Trenta sotto l'Imperial Preference. In simili circostanze, la Cina crollerebbe. Le statue di Mao verrebbero rovesciate dalle sommosse nelle strade" (3).

Cosa accade, nel frattempo, sul fronte interno iraniano? L'unica presa di posizione degna di rilievo dell'ultimo periodo è stata del Capo di stato maggiore delle Forze armate iraniane, il generale Hassan Firouzabadi, che lo scorso 13 novembre ha rilasciato una dichiarazione all'agenzia di stampa Mehr sulla possibilità per la Repubblica islamica di accettare lo scambio con l'Occidente sul combustibile nucleare: "L'Iran non patirà le conseguenze di uno scambio [...] al contrario, ottenendo combustibile al 20% per il reattore di Teheran, un milione di nostri cittadini beneficerà di cure mediche e, allo stesso tempo, proveremmo la buona fede sulle nostre attività nucleari pacifiche. La quantità di uranio arricchita al 3,5% che sarà inviata all'estero per ottenere in cambio il combustibile non è tale da provocare pregiudizio ai nostri interessi".

La netta presa di posizione del generale Firouzabadi giunge probabilmente troppo tardi per poter influenzare una decisione in tal senso. Più che sul piano interno questo intervento sembra destinato ad essere ascoltato all'estero. Il generale si è così accreditato come un esponente aperto al dialogo smarcandosi profondamente dalle posizioni di altre strutture di sicurezza iraniane, come i Guardiani della Rivoluzione, dimostrando che non tutto l'apparato militare si trova su posizioni oltranziste. Una ulteriore crepa su cui il cuneo della diplomazia occidentale può puntare per spaccare l'unità interna del paese.

(1) http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/esteri/iran-9/baradei-intervista/baradei-intervista.html
(2) Le parole sono di Pepe Escobar, analista geopolitico di Asia Times
(3) Ambrose Evans-Pritchard, "China has now become the biggest risk to the world economy" http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/ambroseevans_pritchard/6575883/China-has-now-become-the-biggest-risk-to-the-world-economy.html



Il 15percento
di Loretta Napoleoni - http://lanapoleoni.ilcannocchiale.it - 24 Novembre 2009

La visita del Presidente Obama in Cina ha confermato che ormai Pechino sa e puo’ dire di no a Washington. Per nascondere l’imbarazzo, l’amministrazione americana e la stampa internazionale hanno ripreso a recitare il mantra dell’inquinamento: la Cina ignora le esortazioni degli scienziati e dei paesi industrializzati affinche’ riduca il suo consumo energetico.

“Nulla di piu’ falso,” afferma un analista della City di Londra. “Si tratta dell’ennesima leggenda metropolitana dura a morire”. Che pero’ a ridosso dell’incontro di Copenhagen molti continuano a credere veritiera.

Pechino ha una sua strategia per sostituire nel breve periodo la produzione energetica degli idrocarburi con fonti rinnovabili e si chiama delocalizzazione.

Non si puo’ certamente dire altrettanto dell’amministrazione Obama che invece mantiene un atteggiamento di profonda ambiguita’ rispetto a queste tematiche. Da qualche tempo il partito comunista incoraggia provincie e regioni a riconvertire l’energia al punto che ormai i progetti ecologici vengono visti come tappe essenziali nello sviluppo economico. E’ cosi’ iniziata una gara tra le autorita’ locali a chi protegge e preserva meglio l’ambiente. In testa al momento c’e’ Ordos, una regione che comprende gran parte del deserto della Mongolia.

E’ chiaro che all’origine di questa competitivita’ c’e’ la certezza che il fabbisogno energetico cinese e’ potenzialmente tanto elevato che deve necessariamente essere soddisfatto con fonti rinnovabile, se se ne vogliono contenere i costi. Ed e’ questa la filosofia che da qualche anno la regione Ordos persegue. Qui l’americana First Solar sta costruendo la piu’ grande centrale fotovoltaica al mondo. Del complesso fara’ parte anche una centrale eolica dieci volte piu’ potente di quella texana, la Roscoe Wind Complex, che al momento e’ la piu’ grande al mondo ed una centrale a biomassa.

Il governatore di Ordos, Mr.Du, ha da diversi anni in cantiere un progetto che presto trasformera’ parte del deserto mongolo in una sterminata foresta di pini. Dal 2000 a oggi la percentuale di verde nella regione e’ salita dal 20 all’81%.

La campagna contro l’inquinamento e’ dunque iniziata e quello che fino a qualche anno fa’ era un paese dove non esistevano controlli nelle fabbriche oggi ne chiude a centinaia per salvare l’ambiente. Anche la legislazione energetica rispecchia questo nuovo atteggiamento e fissa come obbiettivo il ricorso alle rinnovabili per soddisfare il 15% della produzione nazionale entro il 2020. Ci riusciranno? Si accettano scommesse.


Obama un Messia fallibile
di Guido Ceronetti - La Stampa - 24 Novembre 2009

Siamo più soli quando al vertice di un grande potere - oggi in un mondo mondializzato - si sente mancare la personalità adeguatamente carismatica, il magnetismo che, invece di perdere, salva. Non si può restare sempre chiusi nella meschinità cronica dei fatti propri, quando si è attaccati al pensiero; perciò si guarda a quel che accade fuori della finestra, si soffre, si spera, si sogna.

Obama è parso, via via che lo depuravano e lo manifestavano le primarie, l’uomo che doveva venire. Obama era l’uomo da eleggere: l’America era pronta a seguirlo. Obama è stato portato là dov’è ora da un’ondata messianica... Il messianismo è un vizio, se non si crede nell’impossibile si è morti.

Il viaggio in Asia lo ha mostrato, è crudele dirlo, Messia fallibile, fallituro, addirittura Messia that failed, che ha fallito. La sua immagine (lui solo, sullo stretto valico, nell’impassibilità beffarda della Grande Muraglia) non è quella di un vincitore. E’ andato, ha giocato, ha perso. Presunzione o ingenuità punite.

Grandi muraglie dappertutto, nessun varco. Gli Stati Uniti non possono perdere, neppure quando il loro ambasciatore abbandona Saigon con la bandiera arrotolata sotto il braccio (una delle immagini del tragico del secolo); possono però non vincere, né aiutare a vincere le buone cause, che è la loro missione predestinata.

Possono tuttavia perdere le vivendi causas, i motivi etici che giustificano e illuminano il nostro, altrimenti, vivere da bruti. La creatività obamiana, divine surprise, ha srotolato la bandiera americana, chiamando a raccolta figli dei fiori e credenti dell’Età dell’Acquario, agricoltori biologici, medici olistici, terrofili oscurati, nonviolenti, batesoniani sfiduciati, eretici cristiani, musulmani nauseati dalle stragi, frequentatori in crescita di pensiero assassinato, riproponendola al mondo lavata in qualche niagara non inquinato, con impressa la leggenda stupefacente di giusto mezzo secolo fa: L’IMMAGINAZIONE AL POTERE.

Pochi passi di questo neopotere conferito addirittura all’Immaginazione (come ne sarebbe stato rallegrato nel suo pessimismo rilucente Cornelius Castoriadis!) ed ecco, dopo cento e più giorni, la testa mozza dell’Immaginazione spenzolante dalla Grande Muraglia, surrogata sollecitamente da quella della politica realistica, del soccorso agli affamati di libertà illusorio, della resa completa decorata di fiorellini di plastica da tumulo davanti alla grata conventuale spietata, implacabile, sprezzante, dei geronti totalitari cinesi.

Ahimè, Robespierre non sbagliava: «La Virtù, senza il Terrore, è impotente» (una spada a due tagli, stiamo attenti con quel che è troppo geometrico). Sempre verde anche la massima di La Fontaine: «Bisogna fare ai malvagi guerra continua». La forza non diventerà mai diritto, ammoniva Manzoni, però un diritto sventolato senza, a sostenerlo, la forza (fosse pure una dirompente forza spirituale sfondatutto, dinamite nicciana orientata bene) finisce sotto i piedi di chi i diritti ignobilmente li schiaccia.

La grande America non è uscita alla pari dal Vertice di Pechino: ci abbiamo visto specchiata, attraverso la nuvolaglia di smog perpetuo, un’America senza immaginazione, trafitta dalle sue stesse banche, tenagliata dal debito con l’impero cinese - ci abbiamo letto lo smarrimento di un Messia that failed, che si piega ai compromessi, che non è libero neppure di abbracciare l’intrepido messaggero del Tibet in sempiterno vagabondaggio d’esilio, e abbiamo ascoltato ancora una volta la forbita oratoria di un distinto signore seduto su un impressionante arsenale nucleare, che col diploma incongruo di Premio Nobel per la Pace appeso al chiodo non sa fare né la pace né la guerra, si rimette in fretta a scuola di realismo pratico, rinuncia a combattere la urgentissima crociata ambientalista, concede che il Dollaro venga sodomizzato senza fine dall’Euro (che per parte sua è in fatto di potere d’acquisto sempre più povero), non sa neppure chiudere quella galera cubana che non riusciamo più a digerire.

Da due mesi esita a prendere una decisione strategica sulla guerra afghana. Se John Kennedy avesse esitato così nella tremenda crisi cubana del 1962, l’Urss avrebbe fatto dell’isola una murata Città d’Acciaio alla Jules Verne, segnale di morte per le tre Americhe.

Caro Barack, perché tanta fretta di togliere dal tuo arredo la vernice messianica, e scoprire la calce nuda della inevitabile Fregatura? Non potevi lasciarci ancora una fessura aperta sul sogno? Viene in mente un famoso titolo di romanzo del Trenta, lo scrittore era Hans Fallada: E adesso, pover’uomo ?