lunedì 24 novembre 2008

Piani di “salvataggio”: ora e’ il turno di Citigroup


Anche oggi si segnala un altro fallimento nel settore bancario USA.

Ora e’ il turno del gruppo Citigroup a dover essere salvato dal Tesoro USA.

Washington ha annunciato che investirà 20 miliardi di dollari nell’ormai ex colosso finanziario in pesante difficoltà per il crollo dei suoi titoli, il cui valore si e’ dimezzato la settimana scorsa.


I 20 miliardi che saranno "investiti" dalle autorità USA in azioni privilegiate di Citi rientrano nei 700 miliardi stanziati per il settore bancario e vanno ad aggiungersi ai 25 miliardi già accordati alla banca in questo ambito.


Il piano di salvataggio, annunciato ieri dal Tesoro, Federal Reserve e Federal Deposit Insurance Corporation (l'organo di sorveglianza del settore bancario), prevede che Washington garantisca "protezione contro la possibilità di inusuali grandi perdite" fornendo 306 miliardi di dollari di attivo in cambio di un'assunzione di partecipazione nelle azioni di Citigroup.

Citigroup infatti emetterà azioni privilegiate per altri 7 miliardi di dollari, a favore di Tesoro e FDIC per remunerarli delle garanzie accordate.


Questo intervento si differenzia dai precedenti in quanto non prevede né la messa sotto completa tutela del gruppo (come Fannie Mae e Freddie Mac), né la nazionalizzazione (come in Aig), né la vendita a un altro gruppo (come Bear Stearns). E le perdite su cui interviene la garanzia di Tesoro e FDIC sono legate ai prodotti strutturati legati a mutui subprime (i cosiddetti titoli "tossici"), che "resteranno nei conti di Citigroup", non verranno cioè acquistati dalle autorità Usa (come era nelle iniziali intenzioni anti-crisi), ma solo garantiti.


Non sono pero’ previsti cambiamenti nel management, ma la banca ha accettato di procedere a "restrizioni" nella remunerazione dei suoi dirigenti e si è impegnata ad attuare le misure prescritte dalla FIDC in materia di prodotti ipotecari strutturati. Inoltre non potrà pagare dividendi superiori a 1 cent per azione per tre anni senza avere il consenso del Tesoro. Attualmente il dividendo trimestrale è di 16 cent ad azione.


Si tratta comunque dell’ennesimo disperato tentativo di calmare le Borse mondiali, Wall Street in primis, ma che non risolve assolutamente nulla.

Anzi, aggrava ulteriormente a lungo termine le condizioni dell’economia reale globale, gia’ allo stremo.



La Grande Depressione del XXI secolo: il crollo dell’economia reale

di Michel Chossudovsky – Global Research – 15 Novembre 2008

Traduzione a cura di JJULES per www.comedonchisciotte.org


La crisi finanziaria si sta aggravando, con il rischio di scompaginare seriamente il sistema dei pagamenti internazionali. Questa crisi è molto più grave della Grande Depressione. Ne sono interessati tutti i principali settori dell’economia globale. Le ultime voci riferiscono che il sistema delle Lettere di Credito e del trasporto internazionale, che costituiscono la linfa del sistema commerciale internazionale, sono potenzialmente a rischio.

Il “salvataggio” bancario proposto nel cosiddetto Programma di Aiuto dei Beni in Difficoltà (TARP) non è una “soluzione” alla crisi ma la “causa” di un ulteriore crollo.

Il “salvataggio” contribuisce ad un ulteriore processo di destabilizzazione dell’architettura finanziaria. Trasferisce grandi quantità di denaro pubblico, a spese del contribuente, nelle mani di finanzieri privati. Porta ad un aumento vertiginoso del debito pubblico e ad una centralizzazione senza precedenti del potere bancario. Inoltre, il denaro del salvataggio è utilizzato dai giganti finanziari per mettere al riparo le acquisizioni societarie sia nel settore finanziario che nell’economia reale.

A turno, questa concentrazione senza precedenti di potere finanziario conduce al fallimento interi settori industriali e dell’economia dei servizi, portando al licenziamento di decine di migliaia di lavoratori. Le alte sfere di Wall Street sovrastano l’economia reale. L’accumulo di grandi patrimoni di denaro da parte di una manciata di conglomerati di Wall Street e dei loro hedge fund associati viene reinvestito nell’acquisizione di beni reali. La ricchezza di carta viene trasformata nella proprietà e nel controllo dei beni produttivi reali, tra cui l’industria, i servizi, le risorse naturali, le infrastrutture e via dicendo.

Il crollo della domanda dei consumatori

L’economia reale è in crisi. L’aumento risultante della disoccupazione sta causando una drastica diminuzione della spesa dei consumatori che, a sua volta, si ripercuote violentemente sui livelli della produzione di beni e servizi. Esasperata da politiche macroeconomiche neoliberali, questa spirale in discesa è cumulativa, e alla fine porta ad un’eccedenza dell’offerta di commodities.

Le imprese non riescono a vendere i loro prodotti perché i lavoratori sono stati licenziati. I consumatori, vale a dire la gente che lavora, sono stati privati del potere di acquisto necessario per alimentare la crescita economica. Con i loro miseri salari non si possono permettere di comprare le merci prodotte.

La sovraproduzione genera una serie di fallimenti

Le giacenze di merci invendute si accumulano. Alla fine, la produzione crolla; l’offerta di commodities diminuisce fino alla chiusura degli impianti produttivi, compresi gli stabilimenti di montaggio.

Nella fase di chiusura degli stabilimenti, i lavoratori diventano disoccupati. Migliaia di imprese fallite sono estromesse dal panorama economico, portando ad una caduta della produzione.

Povertà di massa e una diminuzione del tenore di vita in tutto il mondo sono il risultato di salari bassi e disoccupazione generalizzata. E’ la conseguenza di un’economia globale pre-esistente di manodopera a basso costo, ampiamente caratterizzata da stabilimenti di montaggio con salari miseri nei paesi del Terzo Mondo.

La crisi attuale estende i contorni geografici dell’economia della manodopera a basso costo, portando all’impoverimento di ampi settori della popolazione nei cosiddetti paesi sviluppati (tra cui la classe media).

Negli Stati Uniti, in Canada e in Europa occidentale l’intero settore industriale è potenzialmente a rischio.

Abbiamo a che fare con un processo di ristrutturazione economica e finanziaria a lungo termine. Nella sua prima fase, iniziata negli anni ‘80 durante l’epoca reaganiana e thatcheriana, le imprese di livello regionale e locale, le aziende agricole a conduzione famigliare e le piccole imprese furono soppiantate e distrutte. A turno, il boom di fusioni e acquisizioni degli anni ‘90 condusse al consolidamento simultaneo di grandi entità societarie sia nell’economia reale che nei servizi finanziari e bancari.

Negli ultimi sviluppi, comunque, la concentrazione del potere bancario è stata a spese della grande industria. Il tratto distintivo di questa particolare fase della crisi è la capacità dei giganti finanziari (attraverso il loro controllo predominante sul credito) non solo di creare il caos nella produzione di beni e servizi ma anche di indebolire e distruggere grandi entità societarie dell’economia reale.

I fallimenti stanno avvenendo in tutti i principali settori di attività: manufatturiero, telecomunicazioni, rivendite al dettaglio, centri commerciali, compagnie aeree, hotel e turismo, per non parlare del settore immobilire e dell’edilizia, vittime del crollo dei mutui subprime.

General Motors ha confermato che potrebbe “rimanere all’asciutto entro pochi mesi, il che potrebbe portare alla più grande dichiarazione di fallimento della storia americana.” ( USNews.com,11 novembre 2008). A turno, questo si ripercuoterebbe a catena sull’indotto. Una stima delle perdite di posti di lavoro nell’industria automobilistica americana varia dalle 30.000 alle 100.000 unità (ibidem) Negli Stati Uniti, le società di vendita al dettaglio sono in difficoltà: i prezzi delle azioni delle catene di grandi magazzini JC Penney e Nordstrom sono crollati. Circuit City Stores Inc. ha chiesto la protezione fallimentare. Le azioni di Best Buy, la catena di vendite al dettaglio di componenti elettronici, sono precipitate. Il gruppo Vodafone, la più grande società al mondo di telefonia mobile, e gli Hotel InterContinental sono in difficoltà, in seguito al crollo dei loro titoli azionari (AP, 12 novembre 2008). In tutto il mondo, più di una ventina di compagnie aeree sono fallite nel 2008, aggiungendosi ad una striscia di fallimenti già folta negli ultimi cinque anni ( Aviation and Aerospace News, 30 ottobre 2008). La seconda compagnia aerea commerciale danese, Stirling, ha dichiarato fallimento. Negli Stati Uniti, una lista crescente di società immobiliari hanno già presentato richiesta di protezione fallimentare. Negli ultimi due mesi, ci sono state numerose chiusure di stabilimenti in tutti gli Stati Uniti che hanno portato al licenziamento definitivo di decine di migliaia di lavoratori. Queste chiusure hanno interessato numerosi settori chiave dell’attività economica tra cui industrie farmaceutiche, industrie automobilistiche e il loro indotto, l’economia dei servizi e via dicendo.

Gli ordinativi industriali americani sono diminuiti drasticamente. La società di ricerche Autodata ha reso noto che in ottobre “le vendite di automobili e piccoli autocarri è scesa del 27 per cento rispetto all’anno precedente.” ( Washington Post, 3 ottobre 2008).

Disoccupazione

Secondo l’Ufficio Statistico del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, solo nel mese di ottobre si sono persi altri 240.000 posti di lavoro.

“Il livello di occupazione dei lavoratori dipendenti è sceso di 240.000 unità in ottobre, e il tasso di disoccupazione è salito dal 6,1 al 6,5 per cento, ha riferito oggi l’Ufficio Statistico del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti. La diminuzione di ottobre del livello di occupazione ha fatto seguito alla diminuzione di 127.000 unità in agosto e di 284.000 unità in settembre, riveduta e corretta. Il livello di occupazione è sceso di 1,2 milioni di unità nel primi 10 mesi del 2008 e più della metà di questa diminuzione è avvenuta negli ultimi tre mesi. In ottobre, le perdite di posti di lavoro sono proseguite nel settore manufatturiero, delle costruzioni, in diverse industrie fornitrici di servizi...

“Tra i disoccupati, il numero di persone che hanno perso il proprio posto di lavoro e non si aspettano di essere richiamati è salito di 615.000 unità fino a 4,4 milioni in ottobre. Negli ultimi 12 mesi, la dimensione di questo gruppo è aumentata di 1,7 milioni.” ( Ufficio Statistico del Dipartimento del Lavoro, novembre 2008)

Le cifre ufficiali non descrivono la gravità della crisi e il suo impatto devastante sul mercato del lavoro perché la maggior parte delle perdite di posti di lavoro non viene riportata.

La situazione nell’Unione Europea è ugualmente inquietante. Un recente rapporto britannico mette in evidenza il rischio potenziale di una disoccupazione di massa nell’Inghilterra nord-orientale. In Germania, un rapporto pubblicato ad ottobre indica che il 10-15% dei posti di lavoro nel settore automobilistico tedesco potrebbe andare perso.

Tagli occupazionali sono stati annunciati anche negli stabilimenti General Motors e Nissan-Renault in Spagna. Le vendite di nuove auto in Spagna sono diminuite del 40 per cento in ottobre rispetto alle vendite nello stesso mese dell’anno precedente.

Fallimenti e pignoramenti: un’operazione che porta denaro ai giganti finanziari

Tra le società sull’orlo del fallimento alcune rappresentano delle operazioni altamente redditizie e remunerative. La domanda importante è: chi acquisisce la proprietà delle grandi imprese industriali fallite?

I fallimenti e i pignoramenti sono un’operazione che porta denaro. Con il crollo dei valori azionari, le società quotate subiscono una forte diminuzione del prezzo delle loro azioni, che incide immediatamente sulla loro affidabilità creditizia e sulla loro possibilità di prendere a prestito e/o rinegoziare i debiti (che sono basati sul valore quotato dei loro beni). Gli speculatori istituzionali, gli hedge fund e tutti gli altri hanno approfittato di questa manna dal cielo.

Provocano il crollo delle società quotate attraverso vendite short e altre operazioni speculative e poi approfittano dei loro guadagni speculativi su vasta scala.

Secondo un articolo pubblicato sul Financial Times, c’è la prova che il crollo dell’industria automobilistica americana sia stato in parte il risultato di una manipolazione: “General Motors e Ford hanno perso il 31 per cento a 3,01 dollari e il 10,9 per cento a 1,80 dollari nonostante le speranze che Washington potesse trarre in salvo l’industria dall’orlo dell’abisso. La caduta è arrivata dopo che Deutsche Bank ha stabilito un prezzo base pari a zero su General Motors.” (Financial Times, 14 novembre 2008, corsivo aggiunto)

I finanzieri stanno facendo shopping sfrenato. I 400 miliardari americani di Forbes stanno aspettando nel limbo. Una volta consolidata la loro posizione nell’industria bancaria, i giganti finanziari tra cui JP Morgan Chase, Bank of America ed altri utilizzeranno i profitti del denaro della manna dal cielo e del denaro del salvataggio del programma TARP per estendere ulteriormente il loro controllo sull’economia reale.

Il passo successivo consisterà nel trasformare i beni liquidi, vale a dire la ricchezza di cartamoneta, nell’acquisizione di beni dell’economia reale.

A questo proposito, la Berkshire Hathaway Inc. di Warren Buffett è un importante azionista di General Motors. Di recente, in seguito al crollo dei valori azionari a ottobre e novembre, Buffett ha aumentato la propria partecipazione nel produttore petrolifero ConocoPhillips, per non parlare di Eaton Corp, il cui prezzo alla Borsa di New York è scivolato del 62% rispetto al suo massimo raggiunto a dicembre 2007 (Bloomberg).

L’obiettivo di queste acquisizioni sono le numerose imprese altamente produttive del settore industriale e dei servizi, che sono sull’orlo del fallimento e/o il cui valore azionario è crollato.

I gestori del denaro stanno raccogliendo i cocci.

La proprietà dell’economia reale

Come risultato di questi sviluppi, che sono direttamente collegati al crollo finanziario, l’intera struttura della proprietà dei beni dell’economia reale è in agitazione.

La ricchezza di carta accumulata attraverso l’insider trading e la manipolazione dei mercati azionari viene utilizzata per acquisire il controllo sui beni dell’economia reale, subentrando alle strutture di proprietà pre-esistenti.

Abbiamo a che fare con una ripugnante relazione tra economia reale e settore finanziario. I conglomerati finanziari non producono commodities ma, sostanzialmente, fanno soldi attraverso la gestione di transazioni finanziarie. Utilizzano i proventi di queste transazioni per acquisire delle autentiche società per azioni dell’economia reale che producono beni e servizi per i consumi delle famiglie.

Per un amaro scherzo del destino, i nuovi proprietari dell’industria sono gli speculatori istituzionali e i manipolatori finanziari. Stanno diventando i nuovi capitani d’industria, subentrando non solo alle strutture di proprietà pre-esistenti ma collocando anche i loro amici nelle poltrone della gestione societaria.

Nessuna riforma è possibile sotto il Consenso di Washington e Wall Street

Il 15 novembre il Summit Finanziario dei G20 a Washington conferma il consenso di Washington e di Wall Street. Anche se formalmente presenta un progetto per ripristinare la stabilità finanziaria, in pratica l’egemonia di Wall Street rimane intatta. La tendenza è verso un sistema monetario unipolare dominato dagli Stati Uniti e sostenuto dalla superiorità militare americana.

Agli artefici del disastro finanziario sotto la legge Gramm-Leach-Bliley del 1999 di Modernizzazione dei Servizi Finanziari è stato affidato il compito di attenuare la crisi, che loro stessi hanno creato. Sono loro la causa del crollo finanziario. Il Summit Finanziario dei G20 non mette in discussione la legittimità degli hedge fund e dei vari strumenti del commercio dei derivati. Il comunicato finale riporta un impegno confuso quanto impreciso “a regolamentare meglio gli hedge fund e creare una maggiore trasparenza nelle securities legate ai mutui in un tentativo di frenare il tracollo dell’economia globale.”

Una soluzione a questa crisi può venire solamente attraverso un processo di “disarmo finanziario”, che sfida con forza l’egemonia degli istituti finanziari di Wall Street, compreso il loro controllo sulla politica monetaria. Il “disarmo finanziario” richiederebbe anche il congelamento degli strumenti di negoziazioni speculative, smantellando gli hedge fund e democratizzando la politica monetaria. Il termine “disarmo finanziario” fu coniato per primo da John Maynard Keynes negli anni ’40.

Obama appoggia la deregolamentazione finanziaria

Barack Obama ha abbracciato il consenso di Washington e Wall Street. Per un amaro scherzo del destino, l’ex parlamentare Jim Leach, il Repubblicano che aveva presentato nel 1999 alla Camera dei Rappresentanti la legge di Modernizzazione dei Servizi Finanziari, ora consiglierà Obama nel formulare una soluzione provvidenziale alla crisi. Jim Leach, Madeleine Albright e l’ex Segretario al Tesoro Larry Summers, che ebbe anch’egli un ruolo fondamentale nell’approvazione della legge di Modernizzazione dei Servizi Finanziari, hanno partecipato il 15 novembre al Summit Finanziario dei G20, come parte della squadra di consulenti del presidente eletto Barack Obama.

“Il presidente eletto Barack Obama e il vicepresidente eletto Joe Biden hanno annunciato che l’ex Segretario di Stato Madeleine Albright e l’ex parlamentare Repubblicano Jim Leach saranno disponibili ad incontrare le delegazioni al Summit dei G20 a loro nome. Leach e Albright terranno questi incontri non ufficiali alla ricerca di indicazioni dalle delegazioni ospiti per conto del presidente eletto e del vicepresidente eletto.” (mlive.com, 15 novembre 2008).