domenica 9 agosto 2009

Il Gioco delle pipelines

Ritorniamo sui grandi giochi in corso dietro il controllo dei diversi corridoi energetici in progetto: North Stream, South Stream e Nabucco.


Gli affari tra Turchia e Russia non sono successi italiani
di Alessandro Iacuelli - Altrenotizie - 9 Agosto 2009

Nei giorni scorsi, con la sigla dell'accordo con la Turchia, il gasdotto italo-russo South Stream ha fatto un deciso passo avanti. Il progetto, lanciato nell'ambito dell'accordo Eni-Gazprom del 2006, prevede di portare gas russo verso l'Italia e verso i paesi dell'Europa centrale senza passare per l'Ucraina, che tanti scontri e incidenti ha avuto in passato con la Russia, ma attraversando il Mar Nero.

Si tratta in sostanza della risposta congiunta, teorizzata a suo tempo da Tremonti e Scajola, dell'Italia e della Russia alla crisi ucraina del gas che investì l'Europa nell'inverno 2005/2006, e che s’integra con l'altro progetto russo, il North Stream, che collegherà la Russia con la Germania passando lungo il Mar Baltico.

Questa risposta italiana è diversa da quella dell'Unione Europea, e assolutamente non integrata con il resto del continente. Infatti, l'UE appena un mese fa ha firmato un analogo accordo, sempre ad Ankara, per il gasdotto Nabucco, un progetto con il quale Bruxelles intende portare in Europa metano estratto nei paesi del Mar Caspio con l'obiettivo di liberarsi dal monopolio di Gazprom e di Mosca. Ma si sa che l'Italia, per quanto riguarda i favori da fare a Putin, è in controtendenza rispetto all'UE.

Entrando nel dettaglio, il metanodotto South Stream prevede un percorso sottomarino di 900 chilometri, che raggiungerà profondità fino a duemila metri sotto il livello del mare, dalla costa russa di Beregovaya, sul Mar Nero, fino alle coste bulgare.

Per proseguire, è allo studio la realizzazione di due tronconi: uno verso Nord diretto in Europa centrale attraverso Romania, Ungheria e Slovacchia, e quello verso Sud che arriverà in Italia attraverso la stessa Bulgaria e l'Albania. Dopo il primo accordo del 2006, il progetto South Stream ha vissuto una prima forte accelerazione lo scorso maggio, quando il presidente di Gazprom, Alexey Miller e l'amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, hanno firmato una nuova intesa alla presenza dei premier russo e italiano, Vladimir Putin e Silvio Berlusconi.

Obiettivo, ampliare la capacità di trasporto della pipeline dai 31 miliardi di metri cubi l'anno inizialmente previsti a 47 miliardi di metri cubi con la possibilità di crescere ulteriormente fino a 63 miliardi di metri cubi l'anno. I tempi di realizzazione sono stimati in tre anni, una volta stretti tutti gli accordi necessari e ottenute tutte le autorizzazioni.

Gli accordi tra Italia e Russia in questo settore sono già stretti: l'Eni ha firmato accordi con Gazprom nel campo della ricerca e dello sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi in Siberia. In cambio, Gazprom vuoi vendere il metano in Europa, ed è questo che spaventa Bruxelles, che pertanto sta sponsorizzando Nabucco. Con la firma dell'accordo di Ankara, tra Berlusconi, Scaroni, Erdogan, Miller e Putin, è proprio quest'ultimo che segna un punto a suo favore, mentre l'Europa rimane ancora una volta disunita in campo energetico, e privata di una strategia continentale unitaria.

Parallelamente, e nello stesso giorno, Erdogan e Putin hanno firmato un accordo di cooperazione che autorizza Mosca a intraprendere lo studio di fattibilità per la costruzione del tratto turco di South-Stream. Ma non si tratta solo di questo: tra Mosca ed Ankara c'è piena unità di intenti, tanto che hanno firmato un secondo protocollo di cooperazione che riguarda un altro progetto a cui partecipa l'Eni.

Si tratta dell'oleodotto, Samsun-Ceyhan, che collegherà le coste turche sul Mar Nero a quelle mediterranee, lungo un tracciato di 500 chilometri, con una capacità prevista di 1,5 milioni di barili al giorno. Fino ad oggi il governo turco non aveva fatto decollare l'oleodotto che punta a evitare il traffico navale nello stretto dei Dardanelli, proprio per l'assenza di assicurazioni sulle forniture, che ora Mosca ha dichiarato di voler dare.

Russia e Turchia hanno firmato anche un protocollo di cooperazione nel settore dell'energia atomica per la costruzione della prima centrale atomica turca. "I tempi saranno brevi", ha annunciato Putin. Il progetto prevede quattro reattori, ciascuno da 1,2 gigawatt e sorgerà a 200 chilometri da Antalya, sul Mar Mediterraneo.

L'Italia non ha firmato nuovi contratti, ma Berlusconi ha parlato, con "orgoglio", di "un grande successo della nostra diplomazia". Secondo il premier "si tratta di un grande successo della nostra azione e della nostra diplomazia commerciale che ha portato la Turchia ad accettare che un importante gasdotto, che farà capo al 50 per cento all'Eni e al 50 alla Gazprom, passi sul fondo del Mar Nero".

Nei giorni 6 e 7 agosto scorsi, tutti i quotidiani italiani riportavano, dando anche molto spazio, queste dichiarazioni di Berlusconi. Negli stessi giorni è stato molto difficile trovare sui giornali turchi e russi una foto o una dichiarazione del premier italiano. Certamente perché non si tratta per niente di "un grande successo della nostra diplomazia" e le dichiarazioni del capo del governo italiano sono state solo l'ennesimo spot elettorale diretto verso l'interno.

Se si guarda in realtà quanto avvenuto ad Ankara, Berlusconi ha potuto giocare solo un ruolo da comprimario. Infatti South Stream, pur essendo un affare economicamente colossale, è stato solo una parte di quella che sembra una nuova partnership strategica che il premier islamico della Turchia, Tayyip Erdogan, ha stretto con Vladimir Putin.

Quindi, è un successo russo-turco. L'Italia è solo il mercato finale cui vendere il metano, cioè in definitiva è il cliente. Secondo il network televisivo turco Ntv, la visita russa ha portato alla firma di 15 accordi, di alcuni dei quali non si conoscono i termini. Quindi in realtà il vertice di Ankara è un'altra cosa: è una svolta nei non sempre idilliaci rapporti tra Turchia e Russia, una svolta in cui al centro c'é l'energia e la situazione geopolitica del Caucaso e anche di Cipro, un'altra cosa che non farà molto piacere all'UE e che rischia di segnare un distacco di Ankara da quell'Europa nella quale vorrebbe entrare. E in tutto questo, l'Italia di Berlusconi c'entra ben poco.

In ogni caso, la rivendicazione di successo diplomatico di Berlusconi, ha suscitato una risposta da parte turca che solo pochi giornali italiani non hanno riportato: "Esagerata". Non dimentichiamo che Berlusconi ha anche parlato di suo successo personale nell'ambito dei colloqui avvenuti. "L'accordo", appare sull'agenzia Reuters che cita una fonte governativa turca, "era già stato raggiunto quando il governo turco ha ricevuto una richiesta all'ultimo momento da parte di Berlusconi, che ha voluto partecipare alla cerimonia della firma ad Ankara con Putin e il primo ministro turco Tayyip Erdogan".

"La sorpresa è cresciuta", spiega la fonte, "quando è stato chiaro che Berlusconi rivendicava la firma degli accordi come un successo personale". Il resto del comunicato turco consegnato alla Reuters è solo l'ennesima figuraccia della diplomazia italica nelle mani del grande venditore di fuffa pubblicitaria che la governa: "Questo è il genere di cose che potrebbe costituire un problema sul piano diplomatico. Ma dal momento che si tratta di Berlusconi, ha fatto solo sorridere i due leader". Il sito di Palazzo Chigi dice che la partecipazione della Turchia al progetto South Stream è "un successo personale del presidente del Consiglio". La fonte del governo turco sostiene che Berlusconi non ha giocato un ruolo nella stipula dell'accordo.

La Russia per questi affari è disposta a lavorare per mettere fine ai conflitti nel Caucaso che tengono Ankara sulla corda dell'instabilità regionale, in particolare quello del Nagorno-Karabakh, la regione abitata da armeni che il governo di Erevan ha strappato con una guerra all'Azerbaigian, turcofono e alleato di Ankara. Putin ha raassicurato Erdogan che il presidente russo Dmitri Medvedev "incontra regolarmente i dirigenti dei due Stati (Armenia e Azerbaigian) e conduce un gran lavoro per regolamentare il problema del Nagorno-Karabakh. La Russia non può sostituirsi alle parti in conflitto. Non possiamo che proporci come garanti del processo di pace e di intesa".

La Russia ha riconosciuto di fatto l'occupazione turca della parte nord-orientale di Cipro e Putin ha detto di voler rafforzare la cooperazione economica sia con la parte greca (che fa parte dell'Ue) e quella dell'autoproclamata repubblica di Cipro Turca: "Continueremo a promuovere le nostre relazioni con le due parti di Cipro e soprattutto le nostre relazioni economiche con la parte turca. Ne abbiamo parlato a più riprese e pensiamo che sia un buon passo per la regolamentazione del conflitto."

Tutta una serie di successi per Russia e Turchia, quindi. Ad essere sconfitta è l'Unione Europea, che non riesce a liberare il suo territorio dalla pressione economica di Gazprom nel campo energetico. Il gasdotto Nabucco è un elemento chiave di questa strategia complessiva, ma ha l'appoggio dalla UE in generale, non da tutti i singoli Paesi europei.

La firma dell'accordo per Nabucco è stata resa possibile dal cambiamento di posizione politica da parte della Bulgaria: Sofia era infatti in precedenza impegnata per South Stream, ma dopo le elezioni del 5 luglio scorso, il nuovo governo ha cancellato i precedenti impegni e si è invece unito al Nabucco. Sembrava quindi che la strada fosse spianata, visto che Nabucco è in aperta concorrenza con South Stream e lo ha privato del punto di arrivo sulla terraferma. A questo punto, compare la sorpresa geopolitica: South Stream può passare per le acque territoriali turche, e salvaguardare gli affari di Gazprom in Europa occidentale. L'Italia è d'accordo. Ancora una volta, contro Bruxelles.


La geopolitica energetica
di Giovanni Petrosillo - http://ripensaremarx.splinder.com/ - 6 Agosto 2009

Il presidente del consiglio Berlusconi si trova ad Ankara per siglare importanti accordi di partenariato economico con la Russia. In ballo ci sono, in primo luogo, i particolari per la realizzazione del progetto SouthStream, opera congiunta dei due giganti energetici Eni e Gazprom, che, grazie ad un lungo gasdotto, approvvigionerà l’Europa e l’Italia, aggirando quei paesi di transito, come l’Ucraina, che hanno approfittato della loro posizione geografica (e dell’appoggio straniero) per ottenere prezzi al di sotto di quelli di mercato accumulando, nonostante questa politica di favore, parcelle non pagate per svariati miliardi di dollari.


Recentemente c’è stato un atto di distensione tra i due paesi, con la Russia che ha concesso, attraverso la banca di stato Vneshtorgbank, un prestito all’Ucraina per saldare parte dei debiti. Ma, il paese guidato da Viktor Juščenko, salito al potere con una rivoluzione colorata assistita da Washington, è un cliente troppo scomodo e inaffidabile per i russi e per le loro prospettive geoeconomiche.


L’Italia e la Germania, rappresentano, invece, per Mosca due clienti e due partner seri che, oltre a tener fede agli impegni commerciali assunti, possono mettere a disposizione di Gazprom un grande bagaglio tecnologico, finalizzato a migliorare tanto i processi di estrazione che quelli di trasporto del gas e del petrolio. Su queste basi di reciproca convenienza sono stati avviati alcuni progetti di dotti che attraverso il Baltico (North Stream) e attraverso i Balcani (South Stream) garantiranno all’Europa un approvvigionamento energetico pari al 70% del suo fabbisogno (stime per il 2030).


Questa dipendenza energetica dell’Europa dal gas russo ha messo in allarme gli americani i quali temono di perdere influenza nel vecchio continente. Quest’ultimi stanno cercando in tutti i modi di far perdere importanza a tali collaborazioni che, per quanto ancora di tipo prettamente economico, possono costituire un ottimo viatico per l’approfondimento di comuni prospettive geopolitiche.


Ma fino ad ora, i progetti alternativi sponsorizzati dall’amministrazione Usa (e dalle corrotte burocrazie dell’UE), come l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc) e il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum (Bte) si sono rilevati non adeguati a soddisfare le esigenze energetiche europee. A ciò occorre aggiungere che anche il nuovo corridoio Nabucco, sul quale sono state riposte gran parte delle speranze americane per il depotenziamento dell’offerta russa, stenta a decollare a causa di problemi legati all’instabilità politica dei paesi che tale pipeline dovrà percorrere, in virtù della scarsa disponibilità di gas degli stati aderenti al programma e, ovviamente, in ragione dell’azione russa che interviene per sottrarre clienti al progetto.


A tal scopo, il 29 giugno di quest’anno Gazprom ha firmato a Baku un accordo per l'acquisto di gas azero. Obiettivo dei russi non era solo quello di garantirsi maggiori riserve, ma soprattutto quello di far mancare materia prima al disegno concorrente.


E’ ovvio che lungo le rotte del gas si vanno stabilizzando relazioni politiche molto forti tra la Russia ed alcuni paesi dell’Europa. La Russia ha, inoltre, compreso che in questa fase di crisi sistemica globale troverà maggiore disponibilità agli accordi bilaterali, soprattutto da parte di quelle nazioni che non si sentono sufficientemente tutelate, nei loro interessi economici, dall'Ue. E', appunto, il caso di Germania e Italia le quali, non a caso, sono fatte oggetto di attacchi da parte degli altri partner europei che non gradiscono l'estrema contiguità con Mosca.



Gli Stati Uniti, il gasdotto South Stream, Berlusconi e la sinistra

di Matteo Pistilli - www.cpeurasia.org - 8 Agosto 2009


Gli interessi statunitensi in Eurasia portano una certa "sinistra" ad opporsi al progetto South Stream.

Non che non lo avessero già spiegato bene o che la questione non fosse chiara come il sole, ma venerdi 7 agosto, giorno dopo la firma dell’accordo fra Turchia e Russia che consentirà la costruzione del gasdotto South Stream nel Mar Nero, la “sinistra” italiana per bocca del quotidiano “l’Unità” ha definitivamente chiarito la sua posizione.

“La Banda del Tubo” titola in prima pagina; e spiega: “Berlusconi sensale dell’affare del secolo tra Putin ed Erdogan. Joint- venture per far fuori l’Europa e l’America”.

E’ questa la posizione ufficiale della sinistra italiana: si schiera “senza se e senza ma” a sostegno del progetto concorrente a quello russo, ossia il Nabucco, che ammettono sia sostenuto dagli Usa (e dall’ interesse dell’Unione Europea).

Da cosa discenda l’interesse dell’Unione Europea è un mistero che non è dato sapere: che la burocrazia di Bruxelles si sia accodata al progetto americano non ci stupisce, visto il grado di sottomissione politica che segna questa organizzazione, sempre pronta ad obbedire, anche perché senza sovranità politica, militare ed economica non può fare altro, alla potenza egemone occidentale, che addirittura vuole trasformare la Nato nell’esercito dell’UE.

Ma la questione è invece abbastanza chiara: il gas si trova ad est, direttamente in Russia o in territori molto prossimi in cui la Russia stessa, naturalmente, esercita la sua influenza; dopodichè per raggiungere la parte occidentale dell’Europa deve passare sui vari spazi europei, dei quali di importanza fondamentale è la Turchia. In più questo progetto è sviluppato al cinquanta per cento dall’italiana Eni. Chi potrebbe avere il coraggio di dire che un progetto sovrano come il South Stream, in quanto è opera degli stessi attori europei, non fa gli interessi dell’Europa?

In realtà le scelte hanno natura tutta politica: gli Usa hanno interesse nel creare un altro gasdotto, che passa attraverso gli stati da lei controllati e che riesca ad indebolire la naturale potenza russa. Si deve assolutamente riflettere sul significato che può avere un progetto del genere: perché gli Stati Uniti che sono in un altro continente vogliono dettare legge (e ci riescono) sulle scelte energetiche dell’Europa e dell’Asia?


Che in questa strategia rientri anche l’Italia lo conferma la stessa “Unità” quando, dopo aver citato una fonte diplomatica che considera quasi una “mission impossibile” la mediazione raggiunta fra Turchia e Russia, la stessa fonte spiega: la “diffidenza del presidente Obama nei confronti del premier Berlusconi era fondata su valutazioni politiche e non su differenze caratteriali”. Questo per confermare come sia chiaro il ruolo del governo italiano, che si è sbilanciato più di una volta a favore del progetto sostenuto dalla Russia, e che per questo motivo è visto con sospetto dal potere di Washington, non abituato a lampi di sovranità nelle scelte.

In definitiva, il gasdotto South Stream, figlio degli interessi dei popoli che vivono in Europa (meglio, Eurasia) è certamente da sostenere, e non bisogna essere abbagliati dal fanatismo di parte e criticare a prescindere: quando poi, soprattutto, chi accende questo fanatismo, come per esempio il quotidiano di “sinistra” “l’Unità”, non è contrario al progetto per una semplice opposizione al governo Berlusconi, ma proprio perché pende dalle labbra degli Stati Uniti e dei poteri capitalisti internazionali (vedi anche Murdoch) , ne approva ogni loro progetto e tenta di creare opinioni favorevoli a questi in Italia.

La crisi economica, e la crescita di nuovi Stati nell’arena internazionale stanno fiaccando l’unipolarismo a guida statunitense, e quindi stanno nascendo nuove possibilità per i popoli del mondo di auto governarsi in sovranità senza badare come prima agli ordini di Washington; un nuovo multipolarismo avanza e bisogna smarcarsi da quei centri di interesse che continuano a perpetuare la supremazia Usa a discapito della sovranità e gli interessi dei popoli; bisogna scegliere risolutamente da che parte stare: o con l’Eurasia ed il multipolarismo, o con l’egemonia mondiale statunitense, con tutte le devastazioni e guerre che ne conseguono.


***
Un’appendice particolare merita il presidente del Nabucco: Joschka Fischer Questo, nel sessantotto attivissimo esponente “rivoluzionario”, poi verde-ambientalista, oggi è a capo del progetto Nabucco; esso è membro del Council on Foreign Relations, la fondazione privata dei Rockefeller, che è praticamente il centro dove si teorizza la politica estera statunitense e da dove nascono sia il gruppo Bilderberg che la Trilateral (giganti del capitalismo e del liberismo sfrenato). Oltre a confermarci la totale sottomissione agli interessi Usa, questo ci fa notare come il percorso individuale di alcuni famosi personaggi, che dal liberale sessantotto sono passati alla fine ideologica della politica rappresentata dai verdi e dagli ambientalisti, oggi siano fautori di interessi petroliferi e capitalistici statunitensi… non si pensi ad un’eccezione, è la regola.



Iran e Russia, scorpioni in una bottiglia

di Pepe Escobar - Asia Times - 25 Luglio 2009

Nel paese delle meraviglie iraniano le cose si fanno sempre più curiose. Pensate a quello che è successo la scorsa settimana durante le preghiere del venerdì a Teheran, condotte personalmente dall'ex presidente Ayatollah Hashemi Rafsanjani, anche detto “Lo Squalo”, l'uomo più ricco dell'Iran che deve parte delle sue fortune all'Irangate, cioè ai contratti segreti degli anni Ottanta con Israele e gli Stati Uniti per l'acquisto di armamenti.

Com'è noto, Rafsanjani sta dietro al raggruppamento conservatore pragmatico Mir-Hossein Mousavi-Mohammad Khatami che ha perso la recente battaglia per il potere – più che le elezioni presidenziali – contro la fazione ultra-conservatrice Ayatollah Khamenei-Mahmud Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione. Durante le preghiere, i sostenitori della fazione egemonica urlavano il solito “Morte all'America”, mentre i conservatori pragmatici se ne sono usciti, per la prima volta, con “Morte alla Russia!” e “Morte alla Cina!”

Ops. Diversamente dagli Stati Uniti e dall'Europa Occidentale, sia la Russia che la Cina hanno accettato quasi istantaneamente la contestata rielezione di Ahmadinejad. È questo a renderli nemici dell'Iran? Oppure i conservatori pragmatici non sono stati informati che l'“eurasiomane” Zbig Brzezinksi – che gode dell'attenzione incondizionata del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama – va predicando dagli anni Novanta che è essenziale spezzare l'asse Teheran-Mosca-Pechino e silurare l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation Organization, SCO)?

E non sanno, poi, che i russi e i cinesi – come gli iraniani – sono decisi propugnatori della fine del dollaro come valuta di riserva globale a vantaggio di un paniere (multipolare) di valute, una divisa comune della quale il Presidente russo Dmitrij Medvedev ha avuto l'ardire di presentare un prototipo durante il summit del G-8 svoltosi all'Aquila, in Italia? A proposito, bella monetina. Battuta in Belgio, sfoggia i volti dei capi del G-8 e un motto: “Unità nella diversità”.

“Unità nella diversità” non era esattamente quello che ha in mente l'amministrazione Obama quando si parla di Iran e Russia, indipendentemente dai miliardi e miliardi di byte di retorica. Ma partiamo subito dall'energia.

L'Iran è il numero due al mondo in termini di riserve dimostrate di petrolio (11,2%) e di gas (15,7%), secondo la Rassegna Statistica dell'Energia Mondiale per il 2008 stilata dalla BP.

Se l'Iran optasse per rapporti più distesi con Washington, il Big Oil statunitense si godrebbe la ricchezza energetica del Caspio iraniano. Questo significa che a prescindere dai toni retorici nessuna amministrazione statunitense vorrà mai avere a che fare con un regime iraniano ultra-nazionalista come l'attuale dittatura militare dei mullah.

Quello che spaventa concretamente Washington – da George W. Bush a Obama – è la prospettiva di un asse Russia-Iran-Venezuela. Insieme, l'Iran e la Russia possiedono il 17,6% delle riserve petrolifere mondiali dimostrate. Le petro-monarchie del Golfo Persico – controllate de facto da Washington – ne possiedono il 45%. L'asse Mosca-Teheran-Caracas ne controlla il 25%. Se aggiungiamo il 3% del Kazakistan e il 9,5%, dell'Africa, questo nuovo asse è in grado di contrastare più che efficacemente l'egemonia americana nel Medio Oriente arabo. Lo stesso vale per il gas. Aggiungendo l'“asse” agli “stan” dell'Asia Centrale raggiungiamo il 30% della produzione mondiale di gas. Tanto per fare un confronto, l'intero Medio Oriente – Iran compreso – attualmente soddisfa solo il 12,1% della domanda mondiale di gas.

Faccende di Pipelineistan

Un Iran nucleare metterebbe inevitabilmente il turbo al nuovo emergente mondo multipolare. L'Iran e la Russia stanno di fatto mostrando alla Cine e all'India che non è saggio fare affidamento sulla potenza degli Stati Uniti per controllare il petrolio del Medio Oriente arabo. Tutti questi attori sono ben consapevoli del fatto che l'Iraq è ancora occupato, e che che l'ossessione di Washington è ancora quella di privatizzare le enormi riserve petrolifere dell'Iraq.

Come amano sottolineare gli analisti cinesi, quattro potenze emergenti o rinascenti – la Russia, la Cina, l'Iran e l'India – costituiscono dei poli in termini strategici e di civiltà. E tre di esse sono potenze nucleari. Un Iran più sicuro di sé e più assertivo – in grado di gestire l'intero ciclo della tecnologia nucleare – potrebbe tradursi in una maggiore influenza di Iran e Russia in Europa e Asia a scapito di Washington, non solo nella sfera energetica ma anche in quanto promotori di un sistema monetario multipolare.

L'intesa è già in corso. Dal 2008 le autorità iraniane sottolineano che prima o poi l'Iran e la Russia avvieranno gli scambi commerciali in rubli. Gazprom è disposta a farsi pagare il petrolio e il gas in rubli anziché in dollari. E il segretariato dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha già capito come andranno le cose ammettendo ormai da un anno che entro il 2020 l'OPEC adotterà l'euro.

Non solo l'“asse” Mosca-Teheran-Caracas, ma anche il Qatar e la Norvegia, per esempio, e prima o poi anche gli Emirati Arabi, sono pronti a rompere con il petrodollaro. Non c'è bisogno di dire che la fine del petrodollaro – che sicuramente non avverrà domani – significa la fine del dollaro come valuta di riserva mondiale; la fine di una situazione in cui il mondo paga per gli enormi deficit di bilancio dell'America; e la fine della morsa finanziaria anglo-americana che stringe il mondo dalla seconda metà del XIX secolo.

I rapporti energetici tra l'Iran e la Russia sono invece più complessi: li configura infatti come due scorpioni in una bottiglia. Teheran, isolata dall'Occidente, manca degli investimenti stranieri che servono ad ammodernare le sue strutture energetiche risalenti agli anni Settanta. Ecco perché l'Iran non può trarre pienamente vantaggio dallo sfruttamento delle sue ricchezze energetiche del Caspio.

Qui vediamo all'opera il Pipelineistan in tutto il suo splendore: gli Stati Uniti, già negli anni Novanta, hanno deciso di buttarsi sul Caspio con tutte le loro forze promuovendo l'oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC) e il gasdotto Baku-Tblisi-Supsa (BTS).

Per Gazprom, l'Iran è letteralmente una miniera d'oro. Nel settembre del 2008 il colosso energetico russo ha annunciato che avrebbe esplorato l'enorme giacimento petrolifero di Azadegan-Nord e altri tre giacimenti. La russa Lukoil ha aumentato le prospezioni e Tatneft ha annunciato la propria partecipazione nel Nord. L'amministrazione George W. Bush pensava di indebolire la Russia e di isolare l'Iran in Asia Centrale. Sbagliato: non ha fatto che accelerare la loro cooperazione strategica nel settore energetico.

La prova di forza di Putin

Nel febbraio del 1995 Mosca si impegnò a terminare la costruzione di un reattore nucleare a Bushehr. Si trattava di un progetto avviato dallo scià iraniano, colui che si era proclamato “gendarme del Golfo” per conto degli Stati Uniti. Lo scià nel 1974 aveva incaricato la tedesca KWU, ma il progetto era stato bloccato dalla rivoluzione islamica del 1979 e poi colpito gravemente dalle bombe di Saddam Hussein tra il 1984 e il 1988. Così erano entrati in gioco i russi, offrendosi di portare a termine il progetto per 800 milioni di dollari. Nel dicembre del 2001 Mosca cominciò anche a vendere missili a Teheran, un sistema tranquillo per fare un po' di soldi extra offrendo protezione per installazioni strategiche come Bushehr.

In Iran Bushehr è una questione immensamente controversa. Avrebbe dovuto essere ultimato entro il 2000. Secondo le autorità iraniane, però, i russi sembrano non aver mai avuto fretta di terminarlo. Ci sono motivi tecnici – il reattore russo è troppo grande per entrare nella struttura già costruita dalla KWU – cui si aggiunge un deficit di tecnologia degli ingegneri nucleari iraniani.

Ma le ragioni sono soprattutto geopolitiche. L'ex presidente Vladimir Putin ha usato Bushehr come cruciale pedina diplomatica nella sua doppia partita a scacchi con l'Occidente e con gli iraniani. Fu Putin a lanciare l'idea di arricchire l'uranio per conto dell'Iran in Russia; e sulle mosse strategiche per gestire una crisi nucleare globale abbiamo detto tutto. Ahmadinejad – e soprattutto il Leader Supremo – gli opposero un netto rifiuto. La risposta russa fu quella di temporeggiare, e addirittura di sostenere blandamente altre sanzioni contro Teheran volute dagli Stati Uniti.

Teheran capì l'antifona: Putin non era un alleato incondizionato. Dunque nell'agosto del 2006 i russi riuscirono a ottenere un accordo per la costruzione e la supervisione di due nuovi impianti nucleari. Tutto questo significa che la questione nucleare iraniana non può essere risolta senza la Russia. Nello stesso tempo la Russia di Putin sapeva benissimo che un possibile attacco israeliano avrebbe provocato la perdita di un vantaggioso cliente nucleare e una disfatta diplomatica. Medvedev sta attuando la stessa doppia strategia: ripetere ad americani ed europei che la Russia non vuole la proliferazione nucleare in Medio Oriente e ricordare a Teheran che ha più bisogno che mai della Russia.

Un'altra caratteristica della strategia scacchistica russa – mai esposta pubblicamente – è mantenere la cooperazione con Teheran per impedire alla Cina di assumere il comando del progetto senza però far infuriare gli americani. Finché il programma nucleare iraniano resterà incompiuto, la Russia potrà sempre svolgere il saggio ruolo di moderatore tra l'Iran e l'Occidente.

Lo sviluppo di un programma nucleare civile in Iran è un ottimo affare sia per l'Iran che per la Russia per tutta una serie di ragioni.

Innanzitutto sono entrambi militarmente accerchiati. L'Iran è accerchiato strategicamente dagli Stati Uniti in Turchia, Iraq, Arabia Saudita, Bahrein, Pakistan e Afghanistan e dalla potenza navale statunitense nel Golfo Persico e nell'Oceano Indiano. La Russia ha visto la NATO fagocitare i paesi baltici e minacciare di “annettersi” la Georgia e l'Ucraina; la NATO è impegnata in Afghanistan; e gli Stati Uniti sono ancora presenti, in un modo o nell'altro, nell'Asia Centrale.

L'Iran e la Russia hanno la stessa strategia nel Mar Caspio. Di fatto si oppongono ai nuovi stati del Caspio: il Kazakistan, il Turkmenistan e l'Azerbaigian.

L'Iran e la Russia devono anche affrontare la minaccia dell'Islam fondamentalista sunnita. Qui hanno un tacito accordo: per esempio, Teheran non ha mai fatto nulla per aiutare i ceceni. E poi c'è la questione armena. Un asse de facto Mosca-Teheran-Erevan irrita profondamente gli americani.

In questo decennio, infine, l'Iran è diventato il terzo maggiore importatore di armamenti russi dopo la Cina e l'India. Gli armamenti comprendono il sistema anti-missile Tor M-1, che difende le installazioni nucleari iraniane.

Qual è il vostro asse?

Grazie a Putin, dunque, l'alleanza Iran-Russia si spiega su tre fronti: nucleare, energia e armamenti.
Ci sono delle crepe, in tutto questo? Certo.
Primo, Mosca non vuole assolutamente un programma nucleare militare iraniano. Significherebbe “destabilizzazione regionale”. Mosca vede l'Asia Centrale come propria area di influenza, dunque un'influenza dell'Iran nella ragione è considerata alquanto problematica. Per quanto riguarda il Caspio, l'Iran ha bisogno della Russia per una soluzione giuridica soddisfacente (è un mare o un lago? Come ripartirlo tra ciascun paese confinante?)

Inoltre la nuova dittatura militare iraniana dei mullah reagirà selvaggiamente se si ritroverà contro la Russia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Significherebbe una rottura delle relazioni economiche – molto negativa per entrambe le parti – ma anche la possibilità che Teheran si metta ad appoggiare l'Islam radicale ovunque, dal Caucaso Meridionale all'Asia Centrale.

Nella complessità di queste circostanze, non è poi così impensabile immaginare una sorta di educata Guerra Fredda tra Teheran e Mosca.

Dal punto di vista della Russia è ancora una questione di “asse” - che sarebbe costituito da Mosca-Teheran-Erevan-Nuova Delhi e contrasterebbe l'asse spalleggiato dagli Stati Uniti Ankara-Tbilisi-Tel Aviv-Baku. Ma questo è ancora oggetto di accese discussioni, e l'ampio dibattito coinvolge perfino la dirigenza russa. La vecchia guarda, come l'ex primo ministro Evgenij Primakov, pensa che la Russia stia nuovamente diventando una grande potenza e debba coltivare gli ex clienti arabi e l'Iran; ma i cosiddetti “occidentalisti” sono convinti che l'Iran sia soprattutto un peso morto.

Potrebbero non aver tutti i torti. Il punto cruciale di quest'asse Mosca-Teheran è l'opportunismo: la necessità di contrastare i piani egemonici degli Stati Uniti. Con la sua politica del “pugno dischiuso” Obama sarà abbastanza scaltro da cercare di ribaltare la situazione oppure sarà costretto dalla lobby israeliana e dal complesso industriale-militare a colpire infine un regime ora universalmente disprezzato in tutto l'Occidente?

La Russia – e l'Iran – vogliono assolutamente un mondo multipolare. La nuova dittatura militare dei mullah a Teheran sa che di non potersi permettere l'isolamento. Il cammino verso la ribalta potrebbe dover passare per Mosca. Questo spiega perché l'Iran sta compiendo tanti sforzi diplomatici per entrare nella SCO.

Per quanto a Occidente i progressisti possano appoggiare i conservatori pragmatici iraniani – ben lungi dall'essere riformisti – la questione cruciale è sempre che l'Iran è una pedina cruciale per la Russia nella gestione delle sue relazioni con gli Stati Uniti e l'Europa. Indipendentemente dalla sgradevolezza dei toni, tutto indica una tendenza alla “stabilità” in questa arteria vitale nel cuore del Nuovo Grande Gioco.



Iran, Cina e la Nuova Via della Seta
di Pepe Escobar - Asia Times - 26 Luglio 2009

Ha senso parlare di un asse Pechino-Teheran? Parrebbe di no, sapendo che la richiesta dell'Iran di poter entrare come membro a tutti gli effetti nella SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, è stata seccamente respinta durante il summit del 2008 in Tagikistan.
Parrebbe di sì, vedendo come la dittatura militare dei mullah a Teheran e la dirigenza collettiva di Pechino hanno gestito i recenti tumulti – la “rivoluzione verde” di Teheran e la rivolta degli uighuri a Urumqi – risvegliando nell'Occidente lo spauracchio del “dispotismo asiatico”.

I rapporti Iran-Cina sono una sorta di gioco delle scatole cinesi. Nella turbolenza gloriosa o terrificante delle loro storie millenarie, quando si vede una Repubblica Islamica che ora si rivela una teocrazia militarizzata e una Repubblica Popolare che di fatto è un'oligarchia capitalista, le cose non sono quello che sembrano.

Indipendentemente da ciò che è appena accaduto in Iran, e che ha consolidato l'asse Khamenei-Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione, i rapporti continueranno a evolversi nella prospettiva di uno scontro tra l'iperpotenza statunitense – per quanto in declino – e l'aspirante superpotenza cinese alleata con la rinascente potenza russa.

Sulla strada

L'Iran e la Cina concentrano entrambi la loro attenzione sulla Nuova Via (o le nuove rotte) della Seta in Eurasia. In questo senso sono i tra i più venerabili e antichi compagni (di strada). Il primo incontro tra l'impero dei Parti e la dinastia Han avvenne nel 140 a.C., quando Zhang Qian fu mandato a Bactria (nell'attuale Afghanistan) a stringere accordi con le popolazioni nomadi. Questo portò poi all'espansione della Cina nell'Asia Centrale e agli scambi con l'India.

Fu lungo la leggendaria Via della Seta che fiorirono i commerci: seta, porcellana, cavalli, ambra, avorio, incenso. Da viaggiatore seriale sulla Via della Seta ho finito per capire sul campo come i Persiani controllassero la rotta imparando l'arte di coltivare le oasi e diventando così gli intermediari tra la Cina, l'India e l'Occidente.

Parallelamente alla rotta terrestre c'era anche una rotta navale: dal Golfo Persico a Canton (oggi Guangzhou). E naturalmente c'era anche una rotta religiosa: i persiani traducevano testi buddisti e e i villaggi persiani nel deserto facevano da zone di sosta per i pellegrini cinesi che si recavano in India. Il Zoroastrismo – religione ufficiale dell'impero sassanide – fu importato in Cina dai Persiani alla fine del VI secolo, e il Manicheismo durante il VII secolo. Seguì la diplomazia: il figlio dell'ultimo imperatore sassanide – in fuga dagli arabi nel 670 d.C. – trovò riparo alla corte Tang. Durante il periodo mongolo l'Islam si diffuse in Cina.

L'Iran non è stato mai colonizzato. Ma è stato originariamente teatro privilegiato del Grande Gioco tra l'Impero britannico e la Russia nel XIX secolo e poi durante la Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica nel XX secolo. La Rivoluzione Islamica potrà avere inizialmente incarnato la politica ufficiale di Khomeini: “né Est né Ovest”. Di fatto, però, l'Iran sogna di fare da ponte tra i due.

E questo ci conduce al ruolo geopolitico cruciale e ineludibile dell'Iran come epicentro geopolitico dell'Eurasia. La Nuova Via della Seta si traduce in un corridoio energetico – La Griglia della Sicurezza Energetica Asiatica – in cui il Mar Caspio è uno snodo fondamentale, legato al Golfo Persico, dal quale il petrolio viene trasportato verso l'Asia. E per quanto riguarda il gas il gioco porta il nome di Pipelineistan – come nel recente accordo per un gasdotto tra Iran e Pakistan (IP) e nell'interconnessione tra Iran e Turkmenistan, il cui risultato finale è un collegamento diretto tra l'Iran e la Cina.

Poi c'è il cosiddetto “corridoio Nord-Sud”, l'ambiziosissimo progetto di un collegamento stradale e ferroviario tra l'Europa e l'India attraverso la Russia, l'Asia Centrale, l'Iran e il Golfo Persico. E il sogno definitivo di una Nuova Via della Seta: una rotta terrestre tra la Cina e il Golfo Persico attraverso l'Asia Centrale (Afghanistan, Tagikistan, Uzbekistan).

L'ampiezza del cerchio

Come bastione della fede sciita, accerchiato dai sunniti, l'Iran ora de facto governato da una dittatura teocratica ha ancora la disperata necessità di uscire dall'isolamento. L'ambiente che lo circonda è turbolento: a Ovest un Iraq ancora sotto occupazione, a Nord-Ovest un Caucaso estremamente instabile, fragili “stan” centroasiatici a Nord-Est, i casi disperati di Afghanistan e Pakistan a Est, per non parlare dei vicini nucleari rappresentati da Israele, Russia, Cina, Pakistan e India.

Il progresso tecnologico per l'Iran equivale a una completa padronanza di un programma nucleare civile: con il vantaggio aggiunto della possibilità di costruire un ordigno nucleare. Ufficialmente, Teheran ha dichiarato ad infinitum di non avere l'intenzione di possedere una bomba “non islamica”. Pechino comprende la posizione delicata di Teheran e appoggia il suo diritto all'impiego pacifico dell'energia nucleare. A Pechino sarebbe piaciuto vedere Teheran adottare il piano proposto dalla Russia, gli Stati Uniti, l'Europa Occidentale e, naturalmente, la Cina. Soppesando attentamente i propri interessi energetici e i problemi di sicurezza nazionale, l'ultima cosa che Pechino desidera è che Washington serri nuovamente il pugno.

Che ne è stato della “guerra globale al terrore” (“global war on terror”, GWOT) dichiarata da George W. Bush dopo l'11 settembre e ora remixata e riproposta da Obama sotto forma di “Operazioni di emergenza di Oltremare” (“Overseas contingency operations”, OCO)? L'obiettivo oscuro e cruciale della GWOT era quello di piantare stabilmente la bandiera di Washington in Asia Centrale. Per quei miseri neo-conservatori la Cina era il nemico geopolitico definitivo, dunque niente era più allettante che cercare di influenzare un gruppetto di paesi asiatici per indurlo a rivoltarsi contro la Cina. Più facile a sognarsi che a dirsi.

La contromossa della Cina fu di rovesciare il gioco in Asia Centrale, con l'Iran come pedina chiave. Pechino capì in fretta che l'Iran era una questione di sicurezza nazionale, fondamentale per assicurarsi le immense forniture energetiche che le erano indispensabili.

Naturalmente la Cina ha anche bisogno della Russia, o meglio della sua energia e della sua tecnologia. Verosimilmente questa è più un'alleanza di circostanza – per tutti gli ambiziosi obiettivi racchiusi dalla SCO – che un partenariato strategico a lungo termine. La Russia, invocando una serie di ragioni geopolitiche, considera esclusiva la sua relazione con l'Iran. La Cina invita alla moderazione e a non fare i conti senza l'oste. E in un momento in cui l'Iran viene sottoposto a pressioni a vari livelli da parte degli Stati Uniti e della Russia, quale miglior “salvatore” della Cina?

Qui entra in scena il Pipelineistan. A prima vista quello tra l'energia iraniana e la tecnologia cinese è un matrimonio ideale. Ma le cose sono più complicate di quel che sembrano.

Vittima delle sanzioni degli Stati Uniti, l'Iran per modernizzarsi si è rivolto alla Cina. Ancora una volta gli anni di Bush e Cheney e l'invasione dell'Iraq hanno lanciato un messaggio inconfondibile alla dirigenza collettiva di Pechino. L'offensiva per controllare il petrolio iracheno più le truppe in Afghanistan, a un tiro di schioppo dal Caspio, in aggiunta al pentagoniano “arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale: tutto questo era più che sufficiente a imprimere il messaggio “meno la Cina dipende dall'energia del Medio Oriente arabo dominato dagli Stati Uniti e meglio è”.

Dal Medio Oriente arabo veniva il 50% delle importazioni petrolifere della Cina. Presto la Cina divenne il secondo maggior importatore di petrolio dall'Iran dopo il Giappone. E dal fatale 2003 la Cina ha anche cominciato a gestire il ciclo completo prospezione/sfruttamento/raffinazione: dunque la compagnie cinesi stanno investendo pesantemente nel settore petrolifero iraniano, la cui capacità di raffinazione, per esempio, è ridicola. Senza investimenti tempestivi, alcune proiezioni prevedono che l'Iran possa interrompere le esportazioni petrolifere entro il 2020. L'Iran ha anche bisogno di tutto il resto che la Cina è in grado di offrire in settori come i sistemi di trasporto, le telecomunicazioni, l'elettricità e le costruzioni navali.

L'Iran ha bisogno della Cina per sviluppare la sua produzione di gas negli enormi giacimenti di Pars e Pars Sud – che si divide con il Qatar – nel Golfo Persico. Non sorprende dunque che la “stabilità” dell'Iran fosse destinata a diventare una questione di sicurezza nazionale per la Cina.

Viva il multipolarismo

Dunque qual è il motivo del fallito ingresso dell'Iran nella SCO? Considerato che la Cina cerca sempre meticolosamente di migliorare la propria credibilità globale, deve aver considerato vantaggi e svantaggi dell'ingresso dell'Iran, per il quale la SCO e il suo slogan di mutua cooperazione per la stabilità dell'Asia Centrale, come pure i suoi benefici dal punto di vista energetico e della sicurezza, sono inestimabili. La SCO lotta contro il terrorismo islamico e in generale contro il “separatismo”, ma ora si è anche strutturata come organismo economico, con un fondo per lo sviluppo e un consiglio economico multilaterale. Il suo obiettivo è quello di contenere l'influenza americana in Asia Centrale.

L'Iran è membro osservatore della SCO dal 2005. Il prossimo anno potrebbe essere cruciale. È in corso una lotta contro il tempo, prima di un disperato attacco israeliano, per far entrare l'Iran nella SCO e nel frattempo negoziare un qualche patto di stabilità con l'amministrazione Barack Obama. Perché tutto vada relativamente liscio l'Iran ha bisogno della Cina: cioè di vendere tanto petrolio e gas quanto ne servono alla Cina a prezzi inferiori a quelli di mercato, accettando gli investimenti cinesi e russi nell'esplorazione e produzione del petrolio del Caspio.

E tutto questo mentre l'Iran corteggia l'India. Entrambi i paesi concentrano la loro attenzione sull'Asia Centrale. In Afghanistan l'India sta finanziando la costruzione di una strada da 250 milioni di dollari tra Zaranj, sulconfine iraniano, e Delaram – che è la strada circolare afghana che collega Kabul, Kandahar, Herat e Mazar-i-Sharif. Nuova Delhi vede nell'Iran un mercato importantissimo. L'India è attivamente impegnata nella costruzione di un porto in acque profonde a Chabahar – un gemello del porto di Gwadar costruito nel Belucistan meridionale dalla Cina che sarebbe molto utile all'Afghanistan privo di sbocco sul mare (liberandolo dalle interferenze pakistane).

L'Iran ha anche bisogno di vie d'uscita verso Nord – Caucaso e Turchia – per convogliare le sue forniture energetiche dirette in Europa. È una strada in salita. L'Iran deve battersi con strenui rivali nel Caucaso; con l'alleanza Stati Uniti-Turchia messa a punto dalla NATO; con la perpetua Guerra Fredda Stati Uniti-Russia nella regione; e infine, ma ugualmente importante, con la politica energetica della stessa Russia, che non prende neanche lontanamente in considerazione la possibilità di spartire il mercato energetico europeo con l'Iran.

Ma ora bisogna tener conto anche degli accordi energetici con la Turchia, dove nel 2002 sono andati al potere gli islamisti moderati dell'AKP. Adesso non è poi così peregrino immaginare la possibilità che l'Iran prossimamente cominci a fornire il gas di cui ha tanto bisogno il costosissimo gasdotto Nabucco dalla Turchia all'Austria, progetto fortemente voluto dagli Stati Uniti.

Ma resta il fatto che per Teheran e Pechino l'incursione americana nell'“arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale è un'idea odiosa. Entrambe si oppongono all'egemonia statunitense e all'unilateralismo di Bush e Cheney. Come potenze emergenti sono entrambe favorevoli al multipolarismo. E visto che non sono democrazie liberali di stampo occidentale l'empatia è ancora più forte. Pochi hanno mancato di notare le nette analogie nel grado di repressione della “rivoluzione verde” a Teheran e della rivolta degli uighuri nello Xinjiang. Per la Cina un'alleanza strategica con l'Iran si incentra essenzialmente sul Pipelineistan, la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e la Nuova Via della Seta. Per la Cina è imperativa una soluzione pacifica alla questione nucleare iraniana. Questo condurrebbe alla completa apertura dell'Iran agli (avidi) investimenti europei. Washington lo ammetterà con riluttanza, ma nel Nuovo Grande Gioco in Eurasia è l'asse Teheran-Pechino a dettare il futuro: il multipolarismo.