sabato 31 maggio 2008

La Kaffiyeh terrorista

Il livello di puro delirio raggiunto dall’establishment neocon negli USA ha toccato l’ennesimo suo apice in questi ultimi giorni a causa di uno spot pubblicitario della Dunkin’ Donuts, la catena regina delle ciambelle.

In questo spot televisivo Rachel Ray, una star della cucina negli USA con il suo programma “Un piatto in 30 minuti”, appariva con il classico bicchierone di carta da fast-food in mano e al collo invece una kaffiyeh bianca e nera, la tradizionale sciarpa palestinese resa popolare in tutto il mondo da Arafat.

Immediatamente si è scatenata la bagarre dei neocon che hanno identificato nella kaffiyeh il simbolo della jihad islamica contro gli Stati Uniti e, tuonando uniti come un sol uomo, hanno affermato che lo spot con la kaffiyeh era “propaganda per il terrorismo”.
La Dunkin’ Donuts si è inutilmente difesa replicando che la sciarpa era stata disegnata da una stilista appositamente per lo spot e dopo due settimane si è arresa scusandosi per la violazione della “political correctness” e ha quindi ritirato lo spot.

La protagonista dello spot si era anche dichiarata apolitica ma la furia neocon, attraverso l'editorialista di Fox News Michelle Malkin, si era abbattuta su di lei “La kaffiyeh celebra i terroristi che nei video tagliano le teste degli ostaggi, è inaccettabile che venga indossata dalle icone liberal. L'ignoranza non giustifica questa provocazione, via la kaffiyeh ”.
Aggiungendo la chicca finale “Mai più spot filo musulmani”.

I liberal hanno cercato di reagire in qualche modo a questi deliranti attacchi, cercando di spiegare che la sciarpa non può essere ridotta a simbolo dello estremismo islamico, in quanto ora è indossata da tutti in Medio Oriente, dai giovani e dai vecchi, a scuola e sul lavoro. E che filmarla per uno spot pubblicitario non è certo apologia di reato.
Niente da fare, la delirante ottusità neocon ha prevalso in un Paese in cui l’intolleranza religiosa sembra dilagare sempre più, scatenando poi ovvie reazioni a catena nel resto del mondo

E infatti dalle scuse di Dunkin’ Donuts si passa alle scuse che Bush dieci giorni fa è stato costretto a fare al governo iracheno dopo che un soldato USA aveva avuto la “bella” idea di usare una copia del Corano come bersaglio per il tiro a segno, provocando una protesta ufficiale nei confronti di Washington e il rimpatrio del soldato.

Ecco, ora quel soldato potrà allenare la sua mira sparando alle ciambelle di Dunkin’ Donuts.

venerdì 30 maggio 2008

Intervista al direttore di Al Manar

Qui di seguito l’intervista rilasciata dal direttore della televisione Al Manar, di proprietà del movimento Hezbollah, in occasione della sua recente visita di due giorni a Roma.

Un’intervista che contiene due concetti chiave che molti in Occidente fingono di non capire “Il popolo è con noi. Le dichiarazioni del presidente iraniano su Israele non ci impegnano.”


Hezbollah battezza la missione Unifil
di Francesco De Leo – Il Riformista – 29 Maggio 2008

Incontri non ufficiali di particolare importanza. Questi i rumours sulla due giorni romana del leader di Hezbollah Abdallah Kassir, direttore di Al Manar, la televisione del Partito di Dio. Noi lo abbiamo incontrato a qualche giorno dall'elezione del presidente Suleiman mentre in Libano si susseguono incontri per la formazione di un nuovo governo di coalizione, che potrebbe essere guidato dal premier uscente Fuad Siniora. Hezbollah è ovviamente il massimo protagonista di questa importante fase politica del Paese e la radio dell'esercito israeliano ha diffuso la notizia, poi smentita da un alto funzionario israeliano, che Israele sarebbe pronto a liberare cinque detenuti libanesi e a restituire i resti di dieci miliziani di Hezbollah in cambio del rilascio di due soldati catturati quasi due anni fa.

Perché avete accettato l'elezione a presidente del generale Suleiman?
«Perché è un patriota. In dieci anni poi è riuscito a trasformare l'esercito e a guidarlo secondo sani principi. Lo sosteniamo perché ha mantenuto la pace sociale evitando per il Libano un'altra guerra civile. Non è stato scelto solo da noi, ma da tutte le parti del panorama politico libanese».

Facciamo un passo indietro. Il colpo di mano militare che ha preceduto la sua elezione non ha infranto il vostro mito di resistenti? Vi siete sempre appellati a questo per giustificare il possesso di armi e avevate più volte promesso che non le avreste mai usate contro i libanesi?
«È stata una forte reazione da parte di tutta l'opposizione a una vera e propria dichiarazione di guerra contro Hezbollah del governo Siniora. Un governo che noi non consideriamo legittimo per la mancanza di una componente sciita al suo interno. Hanno voluto mettere le mani sulla nostra rete di comunicazione sotterranea, che ha permesso di resistere agli israeliani nel 2004. Questo è stato un diretto attacco alla resistenza. Abbiamo fatto 18 mesi di opposizione a Siniora e al suo governo e neanche quando abbiamo portato in piazza un milione e mezzo di persone ci hanno dato attenzione».

Cosa c'entra tutto questo con il gravissimo attentato alla televisione Futura?
«Non siamo stati noi a bruciarla, ma un piccolo gruppuscolo dell'opposizione, il Partito Sociale Nazionalista Siriano. Hanno anche issato la loro bandiera, dopo essere entrati negli studi, tutto il Libano è al corrente di questo. Hezbollah è sempre stato per la molteplicità dell'informazione e ha invitato subito gli amministratori della televisione a riprendere le trasmissioni. E così è avvenuto».

Armi, rete di telecomunicazione, controllo dell'aeroporto. Siete uno Stato nello Stato, come può il Libano considerarsi uno stato sovrano?
«Quello che dice è il risultato di una deformazione della nostra immagine. Hezbollah non è altro che un movimento di liberazione, il suo compito è difendere il Paese da qualsiasi aggressione nemica. Dal '92 tutti i governi hanno riconosciuto il nostro ruolo e vedrà sarà lo stesso per il prossimo. La nostra scelta non è quella di conservare in eterno il possesso delle armi e non è questa la nostra forza. Abbiamo un largo consenso tra la gente, combattiamo la corruzione, offriamo servizi e una mano ai diseredati, difendiamo tutti i libanesi, non solo gli sciiti».

La presenza di Unifil è un problema per voi?
«Assolutamente. Abbiamo accettato la risoluzione 1701 che ha messo fine al conflitto con Israele. Unifil è di grande aiuto. L'importante è che non interferisca con le questioni interne del Paese».

Lei oltre che parlamentare è un uomo di comunicazione. Non crede che sarebbe mediaticamente vincente, oltre che moralmente, la liberazione dei due soldati israeliani che dal 12 luglio del 2006 custodite impunemente e illegalmente?
«Hezbollah da tanto tempo sta facendo un appello alle Nazioni Unite, al mondo arabo e a tutte le organizzazioni internazionali per la liberazione dei molti libanesi che sono stati rapiti dal nostro territorio durante l'invasione israeliana e ancora non sono stati restituiti. Sono in prigione in Israele da 23 anni, mentre i soldati israeliani lo sono solo da due. Noi leghiamo la loro liberazione a quella dei nostri, credo sia così per ogni conflitto».

Che ne è di loro, sa dirci qualcosa della loro condizione?
«Io non posso dare dettagli. Solo il segretario generale del Partito, Hassan Nasrallah, in stretto rapporto con gli organi di sicurezza, può dare le giuste risposte. Io posso dirle che guardiamo a questo sequestro anche con un occhio alla questione umanitaria».

Il presidente Ahmadinejad è atteso a giorni qui a Roma. Cosa pensa delle sue dichiarazioni sulla distruzione dello Stato di Israele?
«Quanto dichiara Ahmadinejad non ci impegna per nulla. Sono sue parole e riguardano solamente lui. Noi auspichiamo che palestinesi ed ebrei vivano assieme pacificamente. Però attenzione spesso l'informazione deforma la realtà, si estrapolano frasi da un discorso più articolato. Personalmente riconosco l'olocausto degli ebrei, ma allo stesso tempo ritengo che a volte lo si strumentalizzi per giustificare l'occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele».

giovedì 29 maggio 2008

Il mainstream italiota

Non rappresenta certo una novità il livello becero e servile dei mainstream media italiani, ma fa sempre bene mantenere in allenamento la memoria.

L’articolo qui di seguito ci aggiorna sulle ultime epiche imprese dei media italioti.


Si prega di non disturbare
di Marco Travaglio - L'Unità – 29 Maggio 2008


L´altra sera il Tg1 aveva l´imbarazzo della scelta, per la notizia di apertura: il governo Berlusconi battuto alla Camera sul decreto che contiene pure la porcata salva-Rete4; il pestaggio di alcuni studenti di sinistra alla Sapienza da parte di una squadraccia fascista; i 25 arresti a Napoli per la monnezza. Non sapendo quale scegliere, l´anglosassone Johnny Raiotta ha optato per la vera notizia del giorno, forse dell´anno: i pirati nel Mar Rosso.
Servizio di apertura e intervista a un esperto di alta strategia, per spiegare al cittadino come evitare l´assalto dei corsari, che può capitare a chiunque. Poi, con comodo, le notizie. Peccato avere sprecato un servizio sui 50 anni dell´orso Yoghi la sera prima, altrimenti per nascondere i primi disastri del Cainano III andava bene anche quello. È il «ritorno alla realtà» annunciato qualche giorno fa da Alberoni.
Qualche ora più tardi, Vespa tornava per la centoventesima volta sul luogo del delitto, cioè a Cogne, con un appassionante dibattito sulla grazia alla Franzoni. Che è in galera da ben cinque giorni per aver assassinato il figlio di tre anni, dunque va prontamente scarcerata (tesi sostenuta dalla vicepalombelli Ritanna Armeni).
Intanto, a Matrix, Mentana occultava i primi guai del governo con un puntatone sull´Inter: ospite il terzino Materazzi. Roba forte, questa sì è informazione. Tant´è che i vertici Rai non si sono scusati, i direttori di rete non han preso le distanze, l´Authority non ha minacciato multe. Va tutto bene.
Poi per completare l´opera sono usciti i giornali. Che, sia detto a loro onore, non hanno apprezzato lo scoop del Tg1 sui pirati del Mar Rosso. Ma hanno comunque trovato il modo di coprirsi di vergogna. Il primo premio spetta al fu Giornale. Prima pagina: «Proibito parlare alla Sapienza». Sommario: «Dopo la gazzarra che impedì l´intervento del Papa, salta anche il dibattito sulle foibe. Scontri tra studenti di sinistra e militanti di Forza Nuova: quattro feriti, sei arrestati».
Il fatto che quelli di sinistra stessero incollando manifesti armati di pennello e quelli di destra siano scesi da un´auto armati di spranghe e manganelli è del tutto secondario. Come il fatto che, a suo tempo, nessuno abbia mai impedito al Papa di parlare (fu il Vaticano a rinunciare all´invito per evitare contestazioni). Ma che cosa contano i fatti? Nulla. Si scrive «scontri», «gazzarra», e così quel poveretto ricoverato con una svastica stampata nella carne è servito.
Anche il Corriere fa pari e patta: «rissa», «opposti estremismi». Ma il meglio lo dà Pierluigi Battista sugli arresti di Napoli nell´entourage di Bertolaso e nelle solite Fibe e Fisia del gruppo Impregilo che, quando vinsero l´appalto per non smaltire la monnezza, era della famiglia Romiti (presidente e poi presidente onorario del Corriere).
Ora dalle intercettazioni si scopre che questa bella gente trafficava illegalmente in pattume, nascondeva monnezza non trattata («mucchi di merdaccia») nelle discariche e nei vagoni per la Germania, tentava di mascherarla sotto rari strati di roba bonificata o di profumarla con «polverine magiche», mentre la vice-Bertolaso chiedeva aiuto per «truccare la discarica» e Bertolaso si dedicava a «sputtanare i tecnici del ministero dell´ Ambiente» che pretendevano il rispetto delle leggi.
Ora Bertolaso, l´ex-commissario che non risolse nulla, torna come sottosegretario-commissario-salvatore della Patria. Come chiamare Calisto Tanzi a risanare la Parmalat.
Di fronte a questo quadro devastante, anziché complimentarsi con gli autori delle indagini, Battista che fa? Se la prende con i magistrati. Non una parola su Impregilo. Non una sillaba su Bertolaso & his friends. E giù botte ai giudici che han dato «una frustata dall´impatto micidiale» (e allora? Non era proprio il Corriere ad accusare la Procura di Napoli di occuparsi troppo di Berlusconi e Saccà e poco della monnezza, tra l´altro dimenticando il processo a Bassolino+30, compresi i soliti vertici Impregilo?).
Giudici che immaginano financo «una consorteria delittuosa ramificata e pervasiva nei gangli vitali degli apparati che hanno gestito l´intera vicenda dell´immondizia napoletana» (ma va? chi l´avrebbe mai detto). Giudici che hanno organizzato «addirittura una retata con la coreografia degli arresti di massa» (e che dovevano fare per arrestare 25 persone: andarle a prendere una alla settimana per non dar troppo nell´occhio?).
Arresti per giunta «eseguiti con grande clamore» (forse che i poliziotti urlavano? le manette non eran bene oliate?). E «proprio adesso vengono eseguiti arresti chiesti dai pm a fine gennaio» (ma lo sa Battista quanto tempo occorre a un gip per leggere migliaia di pagine, più le perizie allegate? non ricorda le polemiche sul gip di S. Maria Capua Vetere per aver disposto «troppo presto» gli arresti in casa Mastella?).
In realtà il «proprio adesso» ha un senso ben preciso: non disturbare il Nuovo Manovratore. Finchè c´era Prodi, manette a manetta. Ma ora che c´è Lui, caro lei… Il vicedirettore del Corriere denuncia (senza prove e senza contraddittorio) «una tempistica perfetta… per delegittimare chi sta conducendo una battaglia decisiva sui rifiuti di Napoli». Le toghe rosse han pianificato «l´azzoppamento preventivo delle istituzioni a cui gli italiani (ma quali? ma quando mai? ndr) stanno affidando il compito di risolvere la situazione», e financo la «demolizione delle strutture chiamate a eliminare le montagne di immondizia».
In realtà, secondo le indagini, quelle istituzioni e strutture le montagne di immondizia le hanno create. Ma Battista, che non ha mai messo piede a Napoli, ne sa più degl´inquirenti: ora che c´è il Cainano, «lo Stato sembra aver imboccato la strada per la soluzione dell´ emergenza». Ecco perché si muove la magistratura: per sabotare il governo.
Ed ecco di chi sarà la colpa se il governo non risolverà l´emergenza: della magistratura.
La logica non fa una grinza. Non arresti i colpevoli della monnezza? Il colpevole sei tu. Arresti i colpevoli della monnezza? Il colpevole sei tu.

Nepal: Viva la Repubblica

Il Nepal da ieri è ufficialmente una Repubblica. Con l’annuncio fatto dal presidente pro tempore dell’Assemblea Costituente, Kul Bahadur Gurung, la monarchia viene definitivamente abolita e l’ex re Gyanendra dovrà lasciare il palazzo reale entro 15 giorni. Dall’edificio, che sarà trasformato in museo, è stata rimossa la bandiera con il simbolo reale ed issata la nuova bandiera nazionale. Il 29 Maggio diventerà festa nazionale, la Festa della Repubblica.
Scompare quindi dopo 239 anni la monarchia ed è già sparita dalle banconote l’effigie dell’ex re.
Ma ci sono volute 9 ore di attesa prima che si desse inizio alla riunione dell’Assemblea Costituente, ma alla fine la proclamazione della Repubblica è stata annunciata.

Un risultato storico reso possibile anche grazie alla legittimazione politica della guerriglia maoista, che in soli due anni si è convertita in partito politico e ha vinto le elezioni politiche del 10 Aprile scorso aggiudicandosi 217 dei 601 seggi dell’Assemblea Costituente.
E l’attuale premier Koirala dovrebbe presto essere sostituito dal leader maximo della guerriglia, Prachanda.
Ma ora la battaglia politica comincerà sul serio e non sarà semplice raggiungere in due anni l’obiettivo di scrivere la nuova Costituzione e modellare il nuovo assetto federale dello Stato.

La strada è infatti lunga e irta di ostacoli, anche perché i maoisti rimangono sempre sulla lista nera di Washington che li considera terroristi, l’India ha dovuto accettare suo malgrado l’esito elettorale facendo buon viso a cattivo gioco e due giorni prima della proclamazione della Repubblica, tre ordigni sono stati fatti esplodere a Kathmandu. Il primo di fronte alla sede dell'Assemblea Costituente, un'altra bomba è scoppiata pochi minuti dopo davanti allo stesso edificio e una terza è esplosa in un parco, causando il ferimento di sei persone.
Attentati rivendicati dal gruppo nazionalista hindu Ranabir Sena.


Cronologia degli ultimi eventi:

Aprile 1990: il re Birendra, sotto la pressione del movimento pro-democrazia, toglie il divieto di formare partiti politici, in vigore dal 1960.

Novembre 1990: il re annuncia una nuova costituzione che istituisce una democrazia multipartitica nel quadro di una monarchia costituzionale.

1996: i maoisti lanciano una ribellione armata per tentare di rovesciare la monarchia.

Giugno 2001: il re Birendra e la maggior parte dei membri della famiglia reale sono uccisi dall’allora principe ereditario Dipendra, anch’egli poi rimasto ucciso. Il Principe Gyanendra diventa re.

Febbraio 2005: il re Gyanendra assume il potere assoluto giurando di voler schiacciare i maoisti.

Aprile 2006: il re Gyanendra lascia il potere assoluto dopo forti proteste di massa in tutto il Paese. Koirala, giura come primo ministro e invita i maoisti per colloqui.

Novembre 2006: il primo ministro Koirala e il capo ribelle Prachanda firmano un accordo di pace, ponendo fine ad una guerra che ha causato più di 13.000 morti.

2007: la coalizione di governo e i maoisti si accordano per l'abolizione della monarchia dopo le elezioni.

10 Aprile 2008: i nepalesi votano per eleggere l’Assemblea Costituente e i maoisti emergono come il più grande partito politico.

28 Maggio 2008: l’Assemblea Costituente abolisce la monarchia e il Nepal diventa una Repubblica.


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Addio al Re
Di Naoki Tomasini – Peacereporter – 28 Maggio 2008

Il 28 maggio è una data che rimarrà nella storia del Nepal. Oggi il re Gyanendra lascerà il palazzo reale e la nuova Assemblea Costituente democraticamente eletta, a maggioranza maoista, proclamerà la nascita della repubblica. “Oggi è una giornata epocale” dicharava martedì il leader dei maoisti Prachanda. La monarchia del regno himalayano lascerà dunque il passo a una nuova forma di governo repubblicano, che nei dettagli non è ancora stata concordata. Proprio per queste ultime indecisioni, la riunione dell'Assemblea per la proclamazione, attesa per questa mattina, è stata rimandata di qualche ora.

Nonostante i molti molti allarmi per la sicurezza, fin dall'alba di mercoledì mattina le strade di Kathmandù erano invase di gente festante, che dava l'addio al re e salutava l'avvento della repubblica. Può sembrare strana questa disaffezione popolare dopo un regno di 239 anni, esercitato come fosse una teocrazia. In Nepal, infatti, il re è considerato una reincarnazione del dio induista Vishnu. Nei fatti, però, il sostegno popolare alla famiglia reale era andato calando già nel 2001, quando l'attuale monarca salì al potere dopo la misteriosa strage dei suoi fratelli, tra cui il suo predecessore re Birendra, molto amato dalla gente.

Il prestigio reale è stato incrinato anche dagli insuccessi nei dieci anni di lotta contro i maoisti, iniziata nel 1996 e costata la vita a più di 13 mila persone. Ed è definitivamente crollato nel 2005, quando Gyanendra esautorò il governo e assunse i poteri assoluti. Una mossa quest'ultima che portò un anno dopo alle proteste antimonarchiche che decretarono la fine del suo potere.
Il sostegno alla repubblica non è però ancora totale, negli ultimi due giorni la capitale Kathmandù è stata presidiata dalla polizia per prevenire incidenti, proteste o saccheggi. E tra lunedì e martedì tre ordigni sono stati fatti esplodere in città, causando il ferimenti di sei persone. Due bombe di medio potenziale sono state poste vicino al palazzo dove si riunisce la Costituente e la terza, quella che ha causato i sei feriti, nel parco di Ratna, nel centro della capitale. Questi attentati sono stati rivendicati da un partito fondamentalista indu chiamato Ranabir Sena.

Oggi dunque la capitale è presidiata dalla polizia anche per evitare nuovi attentati, mentre nel sud, il sedicente esercito del Terai ha indetto uno sciopero per protestare contro la Costituzione provvisoria. Da domani però la tensione si dovrebbe sciogliere e il governo ad interim del premier Gyria Prasad Koirala ha già proclamato tre giorni di festa nazionale.

Rimane aperta la domanda sul futuro di Gyanendra, che dalla proclamazione della repubblica perderà tutti i suoi privilegi e, secondo molti, potrebbe scegliere l'esilio in India. Il suo volto è già stato tolto dalle banconote e i suoi ritratti sono spariti dalle strade. Gyanendra, la regina Komal e la regina madre Ratna Rajya Laxmi si trovano ancora nel palazzo di Narayanhity, nonostante il governo li avesse invitati a lasciare la residenza reale entro ieri. Non essendo partito spontaneamente, il re dovrà ora attendere comunicazioni dal governo, che già nei giorni scorsi minacciava azioni legali contro di lui se non avesse liberato il palazzo, dove presto sorgerà un museo. Indiscrezioni riportate dai media locali riferiscono che Gyanendra avrà 15 giorni di tempo per andarsene.

Dai problemi del re al quelli del parlamento. Mercoledì la formalizzazione del passaggio alla repubblica è slittata di alcune ore per mancanza di un accordo sulle nomine e sulla forma di governo. I tre partiti vittoriosi alle elezioni dello scorso aprile, il partito del Congresso del premier Koirala, i maoisti e i leninisti, stanno ancora discutendo. Pare che i maoisti, che hanno la maggioranza, spingano per una forma di governo presidenziale che conceda loro maggior spazio di manovra. Manca ancora, inoltre, l'accordo sui nomi dei 26 membri dell'assemblea non eletti dal popolo: 575 deputati sono stati scelti nelle scorse elezioni, altri 26 devono essere nominati dal parlamento. Tante questioni sono insomma ancora da definire, ma l'Assemblea Costituente ha due anni di tempo per scrivere la bozza di Costituzione. Per ora basterà votare la fine della monarchia e, almeno su quello, l'accordo in parlamento è scontato.

mercoledì 28 maggio 2008

Frattini, l’imboscato in fureria

Durante l’ultima riunione dei ministri degli Esteri e della Difesa a Bruxelles, Frattini ha espresso al segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, la disponibilità ad allentare le restrizioni per “uno spostamento temporaneo e caso per caso” delle truppe italiane in Afghanistan.
Dice Frattini “Ho espresso posizione favorevole alla modifica di alcuni 'caveat', quello che occorre è dare flessibilità all'impiego operativo del contingente. Serve una risposta quando viene chiesto un impiego operativo diverso. In ogni caso non mi aspetto molte più richieste rispetto a quelle che ci hanno fatto negli ultimi due anni”.

Ma un po’ di confusione alberga nella sua mente quando subito dopo aggiunge “Non ho detto che si tratta di andare al Sud, né che si tratta di uno spostamento permanente. Ho detto che non so affatto quali saranno le domande di impiego flessibile dei soldati italiani in Afghanistan”.
Ecco, Frattini dimostra soprattutto di parlare senza alcuna cognizione di causa.

E’ convinto che entro la fine di giugno l'Italia sarà “nelle condizioni di far maturare la decisione” sulla modifica dei caveat, in modo da ridurre da 72 a 6 ore il tempo necessario per decidere uno spostamento dei soldati su richiesta degli alleati.

Frattini però dichiara bellamente di non sapere affatto quali saranno le eventuali richieste degli alleati alle nostre truppe. Orsù Frattini, faccia uno sforzo di immaginazione.

Comunque Frattini stava sicuramente scherzando o mentendo, altrimenti un’irresponsabilità così manifesta e una posizione talmente prona a priori verso le decisioni prese da altri Paesi e che ricadono poi sull’Italia confermano per l’ennesima volta la sua totale inadeguatezza e impreparazione a ricoprire un incarico così delicato come quello di guidare la politica estera italiana, specie in anni così difficili come questi che stiamo vivendo.

Ma a Frattini importa solo che si elimini “l'alibi” di cui alcuni Paesi alleati si sono serviti per criticare il comportamento poco guerriero delle truppe italiane e infatti “spavaldamente” dichiara “I nostri non stanno nelle retrovie. Dobbiamo reagire a questa percezione”.
E così Frattini è contento e appagato, forse un po’ meno i nostri vertici militari e i soldati sul campo.

Perché purtroppo i nostri soldati in Afghanistan non stanno certo in fureria, mentre Frattini invece vi sguazza con piacere.


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L'evoluzione della missione Afghanistan e la subalternità della politica estera italiana
di Fabio Mini – La Repubblica - 27/05/2008

Le posizioni dei nostri ministri degli Esteri e della Difesa sull’impiego italiano in Afghanistan sono sostanzialmente identiche. Nel politichese di un tempo avrebbe voluto dire che sono distanti anni luce, ma non sembra questo il caso anche se il ministro Frattini vuole allineare le nostre forze ai maggiori alleati rendendo la missione più aggressiva, mentre il ministro La Russa vuole salvaguardare una parvenza di autonomia rendendola più efficiente.

Entrambi lasciano intendere che finora le nostre truppe non hanno fatto abbastanza ed invocano la flessibilità cercando di dimostrare che essa non comporta né cambiamenti, né maggiori rischi. Sbagliato. Tradotta in termini militari la flessibilità a cui fanno riferimento comporta invece più rischi, una gamma di operazioni più ampia, forze più mobili, più versatili e più integrabili in contesti multinazionali. In soldoni, più carri armati, missili, elicotteri, aerei, intelligence, più combattenti e barelle.

Il ministro La Russa ritiene di poter ottenere maggiore flessibilità incidendo sul fattore tempo. Secondo lui essere più flessibili significa non avere 76 ore di tempo per rispondere alle richieste Nato ma soltanto sei. Operativamente sei ore sono una eternità identica alle 76. In realtà non servono più di sei minuti per dare una risposta politica ad una richiesta militare della Nato. E se l’intervento è necessario e urgente, il caveat non si applica. Dal punto di vista operativo, il caveat temporale (massimo e non minimo) serve perciò da alibi per l’indecisione. Dal punto di vista politico serviva invece ad un governo diviso e traballante a prevenire e vagliare le richieste, a decantarle e a frenare le pulsioni omicide o le frustrazioni di gente che non faceva differenza nell’ammazzare dei civili o dei terroristi.

Quel tempo era una prova di profonda sfiducia nelle regole, nella politica e nella strategia dei maggiori alleati che, mescolando la missione di assistenza con la guerra di "Enduring Freedom", le avevano rese inefficaci e inutilmente vessatorie nei riguardi del popolo afgano. Nulla è cambiato nell’atteggiamento, nelle strategie o nei risultati dei nostri alleati perché questa sfiducia possa essere rimossa. Semmai, proprio perché tira un vento di allineamento acritico, il tempo di decantazione e riflessione è più necessario che mai.

Il ministro Frattini insiste sull’aspetto geografico della flessibilità: bisogna rimuovere i limiti ai nostri interventi in aree diverse da quelle assegnate. Anche questo è un caveat teorico che non ha mai impedito ai nostri di fare il loro dovere e più del loro dovere. È un caveat che tutte le nazioni hanno e che i cosiddetti alleati maggiori impongono in maniera feroce. Cattiveria, miopia? No, è una questione di autonomia di comando e controllo. La flessibilità geografica e l’allineamento di Frattini possono includere operazioni che destabilizzano gli equilibri locali che altri hanno faticosamente costruito, e comunque comportano l’impiego delle nostre truppe in settori distanti, diversi, sotto comando altrui, in situazioni provocate o subite da altri. Significa dare uomini per operazioni non chiare e per scopi diversi dalla lotta al terrorismo o dalla ricostruzione. La flessibilità geografica comporta quindi una preparazione diversa, mezzi diversi, regole d’ingaggio diverse, responsabilità e rischi diversi. Significa fare quello che vogliono gli altri alle dirette dipendenze degli altri.

Non è esattamente una evoluzione. È vero che la guerra è guerra, ma allora bisogna ribattezzare la missione e prendere atto che la rimozione dei caveat non ci consegna più libertà, efficienza e conoscenza, ma so lo più subalternità e maggiore corresponsabilità negli errori o nelle velleità altrui.

martedì 27 maggio 2008

Israele, Iran e il nucleare

L’ex presidente USA Jimmy Carter, dopo le dure critiche subite nell’aprile scorso per l’incontro avuto a Damasco con il leader di Hamas Khaled Meshaal, ieri si è tolto un altro sassolino dalle scarpe dichiarando, ad un festival letterario in Galles, che lo stato d’Israele possiede almeno 150 bombe atomiche.

Rispondendo ad una domanda su come il futuro presidente USA dovrebbe comportarsi con l’Iran e il suo programma nucleare, Carter ha detto:”Gli USA hanno più di 12.000 testate nucleari, l’ex Unione Sovietica circa lo stesso numero; Gran Bretagna e Francia ne hanno parecchie centinaia e Israele 150 o più”. Concludendo che gli USA dovrebbero parlare direttamente con l’Iran per convincerlo ad abbandonare le proprie ambizioni nucleari.

Si tratta quindi del primo presidente USA, anche se ex da quasi 30 anni, che riconosce pubblicamente l’esistenza dell’arsenale nucleare israeliano.
Carter comunque ha semplicemente dichiarato in pubblico una verità che in privato è invece sulla bocca di tutti.
Israele poi è sempre restata in assoluto silenzio sull’argomento, non confermando né smentendo mai queste accuse che da anni le sono rivolte.

L’unico israeliano che invece ne aveva parlato, il tecnico nucleare Mordechai Vanunu, è rimasto nelle patrie galere per 18 anni con l’accusa di aver svelato segreti nucleari prima di essere poi rilasciato nel 2004. Anche Vanunu aveva riportato una cifra compresa 100 e 200 testate nucleari possedute da Israele.

Intanto ieri l’AIEA, nel suo ultimo rapporto sul programma nucleare iraniano, ha scritto “Contrariamente alle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’Iran non ha sospeso le sue attività di arricchimento dell’uranio”, accusando poi il Paese di non aver permesso l’accesso ai siti, come richiesto dall’AIEA nell’Aprile scorso, né di aver fornito tutte le informazioni e le documentazioni necessarie per verificare quanto l’Iran ha sempre dichiarato, e cioè che le attività di arricchimento mirano solo a produrre energia elettrica e non armi nucleari.

Il rapporto prosegue poi “L’Agenzia è del parere che l’Iran possa disporre di informazioni ulteriori, in particolare sulla sperimentazione di alti esplosivi e su attività missilistiche, che potrebbero fare maggior luce sulla natura di questi presunti studi e che l’Iran dovrebbe condividere con l’Agenzia. Si richiedono dall’Iran spiegazioni sostanziali”.

Naturalmente le interpretazioni che danno su questo report USA e UE da una parte e Iran dall’altra sono diametralmente opposte.

Comunque sia, mentre l’Iran è oggetto di continue ispezioni, Israele invece non vedrà mai sul suo territorio un solo ispettore dell’AIEA.

E su questo le interpretazioni sono unanimi.

lunedì 26 maggio 2008

La sai l’ultima? Bin Laden è sul K2 e da lì progetta un nuovo 11 Settembre

La notizia del giorno arriva dalla Tv satellitare Al Arabiya, secondo cui Osama Bin Laden si nasconde nel nord del Pakistan nei pressi del K2. Secondo l'emittente che trasmette da Dubai, nei giorni scorsi i responsabili della sicurezza e dell'esercito americano si sono riuniti in una base militare USA di Doha, nel Qatar, per fare il punto della situazione sulla caccia a Bin Laden.

A questo summit avrebbe partecipato anche l'ambasciatore USA a Islamabad, Anne Peterson perchè la Cia lo ha localizzato in quella zona del Pakistan che confina con l’Afghanistan a ovest e a nord con la Cina. Un'area dove comandano le tribù filo-taliban.

Alla riunione di Doha era presente anche il generale David Petreaus, comandante delle forze Usa in Iraq, che proprio quattro giorni fa aveva parlato davanti al senato americano e in particolare alla commissione degli affari militari affermando che dalle zone tribali pakistane “Al Qaeda” starebbe pianificando un nuovo 11 Settembre servendosi di cittadini arabi ma anche di europei convertiti all’islam.

Siamo veramente alle comiche, anzi alle tragicomiche visto che se si continua a parlare di un nuovo attentato stile 11/9 c’è da preoccuparsi seriamente anche per il timing scelto – mancano pochi mesi alla fine del mandato presidenziale di Bush, calo inarrestabile negli USA dell’ondata patriottica e della “paura” post 11/9 e persistenza della ferma volontà di creare un “qualcosa” per giustificare anche un eventuale attacco all’Iran a ridosso delle elezioni presidenziali del novembre prossimo.

Il jolly-Bin Laden è sempre lì, nella stessa manica…

domenica 25 maggio 2008

La bolla di petrolio

Il prezzo del petrolio continua la sua folle corsa al rialzo eppure l’offerta di greggio aumenta con diversi nuovi giacimenti entrati in funzione in Arabia Saudita e Brasile, mentre la sua domanda diminuisce negli Usa e aumenta in Cina, India e America Latina ma a livelli ininfluenti sul prezzo in quanto inferiore al calo della domanda degli USA e UE.

Si tratta quindi solo dell’ennesima bolla finanziaria destinata prima o poi a sgonfiarsi come succede sempre ad ogni speculazione “degna” di tal nome.


Goldman Sachs: aggiotaggio sul petrolio
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 25 Maggio 2008

Da settimane ormai i media ripetono la «previsione» emessa da Goldman Sachs: «Il barile arriverà a 200 dollari». E ciò, «inevitabilmente». Quel che non dicono i media è che Goldman Sach gestisce (e manipola) il GSCI, l’indice dei prezzi delle materie prime più usato nel mondo, e nel GSCI il greggio ha un «peso» sproporzionato. Goldman Sachs ha anche contribuito a far nascere il London ICE Futures Exchange, attraverso l’Atlanta Georgia ICE (International Commodities Exchange), che possiede la filiale di Londra, e di cui Goldman è comproprietaria: e l’ICE, dal gennaio 2006, è stato esentato dall’amministrazione Bush persino dalle lievissime regole vigenti in America.

L’organo di controllo sui futures americani, la Commodities Futures Trading Commission, che già non brilla per poteri di repressione, non ha accesso nemmeno ai dati degli scambi dell’ICE di Londra. L’ICE di Londra è stato oggetto di due inchieste del Congresso USA (al Senato nel giugno 2006, alla Camera bassa nel dicembre 2007) le quali hanno appurato che i rincari del greggio sono causati da contratti futures per miliardi di dollari, improvvisamente aumentati in quantità, che avvengono appunto in quel «buco nero» finanziario. Il rapporto senatoriale del 2006 ha scritto: «Ci sono là pochi gestori di fondi che sono maestri nello sfruttare le teorie sul picco petrolifero e i momentanei colli di bottiglia della domanda-offerta (1), e facendo audaci previsioni di straordinari rincari imminenti, essi gettano benzina sul fuoco rialzista in una sorta di profezie auto-avverantisi».

Insomma è chiaro: Goldman Sachs si è data i mezzi per manipolare al rialzo i prezzi del petrolio, e lo sta facendo con grande zelo. La sola domanda è come mai, dopo un simile rapporto del Senato USA, i suoi dirigenti non siano stati chiamati in giudizio per aggiotaggio o, come minimo, per conflitto d’interesse. Misteri del popolo eletto. Manipolare i rincari attraverso i futures è facilissimo, perchè all’ICE si può comprare sulla carta una partita di petrolio ad una data stabilita (future, appunto), versando in anticipo solo il 6% del prezzo. Con un margine così lieve, gli speculatori hanno in mano una leva moltiplicatrice da 16 ad 1. Rischiando mille dollari, generano una domanda di 16 mila dollari di petrolio. Domanda fittizia.

William Engdahl (2) infatti avanza il sospetto che la bolla speculativa petrolifera stia per scoppiare (come già quella edilizia sub-prime), e Goldman usi la sua «profezia» e le sue manipolazioni per rifilare agli ingenui investitori (tipicamente, i devastati fondi-pensione USA) contratti di cui la stessa Goldman si sta silenziosamente disfacendo. Sarebbe interessante vedere le posizioni sui futures petroliferi della stessa Goldman, dice Engdahl, per constatare se ha impiegato i suoi capitali sulla scommessa che il greggio andrà a 200; se, insomma, crede alla sua profezia. Naturalmente, dato che l’ICE di Londra è una stanza oscura o un buco nero, è quasi impossibile saperlo.

Ma Engdahl ricorda che nel 2001, quando a salire prodigiosamente erano i titoli delle «dot.com», ossia di micro-aziende neonate, con due o tre dipendenti, che promettevano mirabolanti avanzamenti nel software e nelle telecom e il cui valore azionario saliva in modo astronomico in base a quel che i media magnificavano di loro, avvenne proprio questo: alcuni lupi di Wall Street spingevano all’acquisto di tali azioni sopravvalutate, mentre loro, zitti zitti, le vendevano; o magnificavano le azioni di compagnie in cui le loro banche-madri avevano interessi.

Poi, la bolla delle dot.com scoppiò, l’indice NASDAQ crollò, e un’altra inchiesta del Congresso appurò che i lupi di Wall street avevano rifilato anche notizie esagerate ai grandi media ufficiali proprio per vendere a caro prezzo le azioni che stavano per cadere. Anche allora si seppe tutto «dopo», quando ormai i lupi avevano le tasche piene, i fondi-pensione le casse vuote, e senza conseguenze penali.
I segnali che la bolla petrolifera sia gonfiata deliberatamente dalla speculazione finanziaria non mancano. In aprile, l’analista petrolifero di Lehman Brothers, Michael Waldron, intervistato dal Telegraph, ha dichiarato: «L’offerta di petrolio sta superando la crescita della domanda. Le riserve sono in aumento dall’inizio dell’anno». Pochi giorni dopo a Dallas, si riuniva la American Association of Petroleum Geologists, da cui usciva questa indiscrezione: «I prezzi del greggio caleranno presto drammaticamente; sarà il gas naturale a mantenere una tendenza al rialzo a lungo termine».

Infatti, «una delle cose che è molto importante comprendere è che la crescita della domanda mondiale in petrolio non è tanto forte», ha detto David Kelly, l’analista strategico della J.P.Morgan funds. Infatti la domanda è piatta, e ciò non giustifica i rialzi. Cresce alquanto in Cina, ma cala in USA per la recessione americana: attualmente di 190 mila barili al giorno secondo i dati ufficiali dell’Energy Information Administration (ente del governo USA). E per valutare il dato occorre aver presente la differenza tra USA e Cina: la Cina consuma 7 milioni di barili al giorno, gli USA il triplo, 20,7 milioni barili al giorno. Un calo americano conta dunque molto più, sui mercati, di una accresciuta domanda cinese. La quale, peraltro, non è poi così esplosiva come ci raccontano i media (e Goldman): secondo l’ente ufficiale USA suddetto, la domanda cinese aumenterà quest’anno di 400 mila barili/giorno, un aumento non tale da turbare i mercati, rispetto ai 3,2 milioni di barili al giorno che la Cina importa.

E’ nel più grosso consumatore mondiale, l’America, che si sta profilando un calo dei consumi, che diverrà via via più pronunciato quanto più la recessione americana morderà i consumi delle famiglie, colpite dai pignoramenti, dai debiti, dalla disoccupazione crescente. Secondo Master Card, in un rapporto del 7 maggio, la domanda americana di carburanti è scesa di un imponente 5,8 %. Difatti, le riserve petrolifere americane aumentano («Per prepararsi alla guerra con l’Iran», dicono gli aggiotatori: ogni allarme è buono per tener alti i futures), mentre le raffinerie hanno ridotto i loro ritmi di raffinazione per affrontare la domanda calante: oggi lavorano all’85 per cento delle capacità, contro l’89 dell’anno scorso. E tengono basse le loro riserve di benzina allo scopo di sostenere i prezzi e i profitti.

Come non bastasse, nuovi giacimenti entreranno in produzione nel 2008, aumentando l’offerta. L’Arabia Saudita ha in progetto di aumentare di un terzo l’attività estrattiva, e di accrescere gli investimenti nel settore del 40%, per soddisfare la crescente domanda dell’Asia. Dall’anno prossimo la sua capacità di estrazione aumenterà dell’11% rispetto all’attuale. Già nell’aprile scorso funziona il nuovo campo petrolifero saudita di Khursanyah, aggiungendo all’offerta globale mezzo milione di barili al giorno di pregiato Arabian Light Crude; dal 2009 il giacimento di Khurai, il più grosso dei nuovi progetti di sfruttamento sauditi, aggiungerà 1,2 milioni del miglior greggio (e al più basso costo estrattivo) alla offerta mondiale.

In Brasile, la Petrobras sta cominciando a sfruttare il giacimento offshore di Tupi, che si valuta in 8 miliardi di barili, e dovrà portare il Brasile fra i primi dieci produttori globali, sotto la Nigeria ma sopra il Venezuela. In USA, la US Geological Survey ha riferito di nuove riserve in un’area che va dal North Dakota al Montana, e che stima in 3,65 miliardi di barili. L’Iraq ha riserve valutate non inferiori a quelle saudite, se solo il disordine americano non ne impedisse lo sfruttamento. E si tenga presente che già a 60 dollari il barile, diventano convenienti economicamente una quantità di pozzi chiusi quando il barile era a 27.

Insomma: la domanda non cresce, l’offerta aumenta - eppure, misteriosamente, i prezzi salgono. Non durerà molto: anche questa bolla scoppierà. Quando?
Questo lo deciderà Goldman Sachs, quando riterrà di averci depredato e impoverito abbastanza. Per intanto, tutti i media gridano con il padrone: «Petrolio a 200!».

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1) Infinite notizie vengono diffuse, il cui effetto è rincarare i futures petroliferi: oggi sono disordini in Nigeria, domani un oleodotto fatto saltare in Iraq, dopo domani la Guerra imminente in Iran, o la «domanda insaziabile» in Cina. I rincari vengono inoltre spiegati in base al «rischio terrorismo» che impone un sovrapprezzo, e col «picco petrolifero». Tutte ragioni plausibili. Il fatto è che si addensano negli ultimi tempi, provocando istantanei colli di bottiglia per ingorgo di domanda da panico.
2) William Engdahl, «More on the real reason behind high oil prices», GlobalResearch, 21 maggio 2008.

sabato 24 maggio 2008

Il Sudafrica e gli immigrati: potenziale fenomeno “d’avanguardia”

In Sudafrica da quasi due settimane si susseguono le violenze contro gli immigrati, provenienti soprattutto da Zimbabwe Malawi Mozambico e Somalia, che finora hanno fatto 42 morti e più di 20.000 sfollati che stanno cercando di uscire dai confini per tornare nei rispettivi Paesi di origine.

Le cause di questa ennesima guerra tra poveri sono da addebitare alla presunta sottrazione di posti di lavoro da parte degli immigrati nei confronti dei sudafricani e all’aumento della criminalità.

Siamo quindi in presenza di un fenomeno “d’avanguardia” che potrebbe diffondersi anche nel ricco Occidente, dove gli immigrati sono già mal visti perché ritenuti la causa principale dell’aumento del tasso di criminalità e i primi roghi di campi rom testimoniano l’inizio di una potenziale escalation che potrebbe sfociare in un prossimo futuro nell’emulazione di ciò che sta accadendo in Sudafrica.


Sud Africa: violenza contro gli immigrati
di Marco Montemurro – Altrenotizie – 23 Maggio 2007

Da giorni proseguono dimostrazioni e assalti contro gli stranieri nei sobborghi delle città in Sud Africa. Il dilagare delle violenze ha causato decine di morti, 42 accertati al 21 Maggio, e migliaia di fuggitivi, oltre 13.000 ha reso noto il 20 Maggio l'Organizzazione internazionale delle migrazioni. L’ondata di proteste è scoppiata l’11 Maggio ad Alexandra, distretto ai margini di Johannesburg, dopo un violento litigio tra bande che ha causato due morti, sudafricani contro un gruppo d’immigrati dallo Zimbabwe.

Da quel momento si incomincia a dare sfogo alla rabbia contro gli stranieri, africani provenienti soprattutto dallo Zimbawe, Mozambico, Malawi e Somalia, e la situazione sembra degenerare nei sobborghi delle città. La polizia inizialmente è intervenuta per disperdere la folla e fermare gli attacchi ma, di fronte al precipitare della situazione, il presidente sudafricano Thabo Mbeki ha poi approvato il dispiegamento dell'Esercito. Tra i morti e i feriti ci sono uomini e donne dati alle fiamme, colpiti con il machete, bastonate, o linciati con pietre e mattoni. Migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le loro case per cercare riparo nelle stazioni di polizia, chiese e centri d’emergenza.

Gli stranieri, provenienti dai paesi poveri della regione, sono accusati dai sudafricani di “rubare il lavoro” perché disposti a lavorare alla metà della paga, malvisti perché ritenuti causa dell’incremento della criminalità. Il giornale The Sowetan ha riportato anche l’uccisione di un impresario, proprietario di un ditta edile, colpevole di aver assunto lavoratori stranieri. La Commissione per i Diritti Umani in Sud Africa (SAHRC) ha accusato il governo di aver sottovalutato il crescere della xenofobia e il presidente Tseliso Thipanyane ha ricordato: “E’ dal 1999 che ci occupiamo di queste problematiche, da quando due immigrati furono gettati fuori da un treno a Pretoria. Allora organizzammo la campagna “Fuori la xenofobia”.

Secondo ricerche di alcune organizzazioni umanitarie, infatti, fenomeni di violenza contro gli immigrati non sono una novità nel Paese. Dal 2005 si contano almeno 16 attacchi contro gli stranieri, eventi divenuti frequenti soprattutto negli ultimi mesi, e la Somali Association of South Africa rivela che 417 somali sono stati uccisi dal 1997 ad oggi.In Sud Africa risiedono tre milioni di immigrati regolari e altrettanti senza documenti e sono costanti i flussi migratori dalle regioni vicine, provenienti maggiormente dallo Zimbabwe, Paese in grave crisi economica. I nuovi arrivati trovano abitazioni nelle baraccopoli ai margini delle grandi città dove è già molto critica la situazione; ad Alexandra, sobborgo di 400.000 abitanti alla periferia di Johannesburg, il tasso di disoccupazione è molto alto e si aggira attorno al 60% della popolazione attiva (contro il 23% su scala nazionale).

Il vescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace, ha esortato la popolazione alla radio: "Vi prego, fermate subito queste violenze. Quelli che attaccate, che uccidete, che violentate, sono nostri fratelli e sorelle. Anche noi siamo stati aiutati da altri africani, abbiamo sofferto, sappiamo cosa significa fuggire dalla miseria. Noi stiamo uccidendo i loro bambini. Fermatevi, vi imploro: non possiamo disonorare le nostre conquiste. Stiamo di nuovo tornando agli anni delle catene e dei collari". Anche il presidente sudafricano Thabo Mbeki ha chiesto la fine delle violenze: “Sono azioni vergognose e criminali. I cittadini degli altri paesi africani e dei paesi più lontani sono esseri umani come noi e meritano di essere trattati con rispetto e dignità. Il Sudafrica non è un'isola separata dal continente”.

Nonostante gli appelli, dopo oltre dieci giorni le violenze non paiono però fermarsi e hanno provocato la fuga di migliaia di persone dalle loro abitazioni. Secondo la stampa mozambicana oltre 3000 connazionali sono ritornati nel paese per salvarsi. La polizia sudafricana ha arrestato oltre 400 violenti e il portavoce, Govindsamy Mariemuthoo, definendo gli eventi ha dichiarato: “Non stiamo parlando di xenofobia, ma di criminalità”. Il quotidiano di Johannesburg The Sowetan ha riportato le denunce che il “South African Institute of Race Relations” ha rivolto contro il governo, responsabile di non essere intervenuto in precedenza riguardo le condizioni di vita nei sobborghi.

L’ente ha così spiegato i motivi dei disordini: “Un’amministrazione povera e inefficace ha creato una miscela di malcontento che è esplosa ad Alexandra e che si è diffusa in molte altre aree. In pratica questi fallimenti hanno creato assenza di legge, povertà e aspettative insoddisfatte che sono degenerate in violenza”. Ha accusato inoltre l’incompetenza del Ministero della Sicurezza e la corruzione della polizia, e puntato il dito verso l’alto tasso di disoccupazione e la mancanza d’istruzione, definita “il più grande fallimento del governo”.

giovedì 22 maggio 2008

L'antipasto di Frattini

Frattini è appena ritornato alla guida della Farnesina e già si vedono i primi “risultati”.
Ha esordito proponendo un cambiamento delle regole d’ingaggio per il contingente UNIFIL in Libano ma è stato prontamente zittito dai vertici militari italiani, in particolare dal generale italiano Graziani alla guida della missione ONU, che non ne vogliono proprio sapere di modifiche.

Poco dopo sono scoppiati gli scontri tra le varie milizie libanesi e ovviamente Frattini si è ben guardato dal ritornare sull’argomento ammutolendosi del tutto.
Però domenica prossima farà una bella gita a Beirut, ospite del Parlamento libanese per assistere alla seduta che finalmente eleggerà il nuovo Presidente della Repubblica, il generale Suleiman.

Dopo questo primo svarione, Frattini ne ha commesso subito un altro quando ha annunciato che il nuovo governo italiano avrebbe tenuto una linea più “ferma” verso l’Iran rispetto al governo Prodi, dichiarandosi anche d’accordo per un ulteriore inasprimento delle sanzioni.
E si è subito beccato un beffardo rimprovero dal portavoce del ministero degli esteri di Teheran, Mohammad Ali Hosseini, che ha dichiarato “L'Iran si aspetta che il governo italiano abbia una posizione più realistica e non si faccia influenzare dalle affermazioni irrealistiche di altri Paesi”.

Ma non finisce qui. Frattini ha dovuto pure rispondere alle dure critiche del governo spagnolo verso la politica sull’immigrazione decisa dal nuovo governo.

Infine ieri ha dichiarato che sulla missione militare in Afghanistan “c’è bisogno di adeguarsi rapidamente alle minacce… l’Italia è pronta a discutere con la Nato la revisione dei caveat al fine di garantire una maggiore efficacia e flessibilità di impiego delle nostre truppe”.
Cambiamenti che saranno discussi alla conferenza sull’Afghanistan in programma per il 12 giugno a Parigi e saranno resi operativi ad agosto, quando l’Italia lascerà il comando della capitale Kabul ai francesi, spostando tutto il contingente (2.600 soldati) sul fronte occidentale di Herat e Farah.
Naturalmente queste sue dichiarazioni hanno subito incontrato l’approvazione del segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer.

Se poi aggiungiamo anche il rapimento dei due cooperanti italiani in Somalia, bisogna proprio ammettere che in pochi giorni Frattini si è già creato, volontariamente e non, una bella serie di gatte da pelare...complimenti.


Italia provincia d’Israele
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 22 Maggio 2008

Lettore antelucano di giornali, Siro mi manda due SMS:
«PDL piazza Nirenstein e Ruben in commissione affari esteri. Curiosa coincidenza: che cosa di ‘estero’ devono mai tutelare questi due deputati ‘italiani’»?
«Berlusca apre TV per Paesi del Maghreb. La pornocrazia dell’occidente giudaico-cristiano più efficace del napalm».

Eh sì, sono queste le vere «svolte» del governo cosiddetto «di destra». Quelle strombazzate da tutti i grandi media improvvisamente non più ostili saranno bocciate dalla Corte Costituzionale o semplicemente inapplicabili. Il reato d’immigrazione clandestina, l’aggravante per atti commessi da immigrati eccetera, tutte configurano «leggi razziali» (in quanto comminano pene aggravate in base alla condizione soggettiva della persona), e finiranno nel tritacarne costituzionale e sotto i fulmini di Bruxelles.

Il carcere per chi si oppone alle discariche campane? Figurarsi che deterrente, per camorristi e pregiudicati incalliti. Vietati i matrimoni di comodo: vecchietto e badante dovranno dimostrare che convivono da due anni? E chi lo controllerà, i vigili urbani? Avremo un poliziotto sotto ogni talamo? Arresti e pene draconiane per chi affitta «in nero» ad extracomunitari? Benissimo: e gli intracomunitari, e gli italiani?

Praticamente tutte le locazioni, dalla Lombardia in giù, sono in nero almeno parziale. Una simile legge darà un potere di ricatto dei locatari sui locatori, e farà sparire il già asfittico mercato degli affitti, comporterà altre intrusioni nella vita privata, non esattamente liberali. A meno che non soccorra il rimedio italiota universale: la non-applicazione pura e semplice, sia pur con spada di Damocle incorporata.
Ma anche questo è nella tradizione: tutti noi incensurati lo siamo solo per caso, finchè il potere italiota non decide di contestarci una delle decine di reati che commettiamo ogni giorno per riuscire a campare: evasioni dall’IVA (su richiesta dell’idraulico e del dentista), detenzione di armi da guerra (la baionetta del nonno, 15-18), mancata dichiarazione di badante, falsi in atto pubblico... il Salame decisionista, mutando infrazioni amministrative in delitti penali, è riuscito in quel che pareva impossibile: aumentare il numero dei cittadini criminali di fatto, perseguibili ad arbitrio.

Una specialità - la persecuzione dell’incolpevole - che eravamo abituati a considerare «comunista», alla Visco o alla Lenin. Ora è «liberale». Le sole gravi novità sono quelle che segnala l’amico Siro.

Occorre avvertire che Ruben e la Nirenstein sono cittadini israeliani: ogni ebreo lo è di diritto, per jus sanguinis, loro lo sono anche di fatto. Due stranieri alla Commissione esteri. Sarebbe il caso di chiedere loro un giuramento di lealtà, perchè dichiarino quale patria si sentono in dovere di servire. Ma la risposta viene da sè. E già aver scritto questa frase ci farà incolpare, una volta di più, come «antisemiti» (altro reato potenziale che ci pende sul capo). Ma Giuliano Amato voleva imporre tale giuramento di lealtà ai musulmani cittadini: perchè a quei due likudnik no? A quei guerrafondai sionisti?
Anche questo dice che la tendenza a sancire il razzismo per legge travalica gli «schieramenti». Si tratta, precisamente, del razzismo sancito per legge e praticato in Israele. Ora lo jus judaicum (due pesi due misure, talmudicamente, in base al sangue) è esteso anche all’Italia. Siamo la loro colonia.

Non c’è bisogno di sottolineare l’altra «novità»: l’israeliano che è stato messo al ministero degli Esteri annuncia la sua «svolta» in Afghanistan. In pratica, i nostri soldati, che oggi sono lì come ISAF in funzione non combattente, saranno mandati a battersi a fianco di americani, inglesi e canadesi. Saremo dunque coinvolti in una guerra demenziale, e per giunta già perduta. Non solo il Pakistan, ma anche Karzai, raccomandano di aprire trattative coi talebani, anzichè combatterli. L’ambasciature russo a Kabul Zamir Kabulov, che fu giovane diplomatico sovietico nella stessa capitale nel 1977, dice con malcelata soddisfazione: «Non c’è errore commesso dall’URSS qui in Afghanistan che non sia stato ripetuto dalla comunità internazionale: sottovalutazione della nazione afghana, la convinzione nella superiorità nostra e nella inferiorità loro, la mancanza di conoscenza delle strutture etniche e sociali del Paese, la incomprensione delle tradizioni e della religione» (1).

Persino i poteri forti americani, quelli veri (da Kissinger a Brzezinski), preoccupati del liberismo globale in pericolo, già si preparano a come governare il mondo dopo Bush l’idiota unilateralista, e pensano di tornare al multilateralismo e al soft-power, al Washington Consensus morbido (2). La politica estera di Bush è agli stracci. Il Salame e i suoi israeliani di riferimento ci trascinano in ritardo in quella rovina, perchè Bush lo vuole, perchè Olmert lo vuole. E perchè a Berlusconi la politica estera non interessa, non ci capisce un’acca e non legge nulla. Gli è parso furbo appaltarla alla Sacra Giudea Unita. Ne avremo qualche morto inutile fra i parà. Se non di peggio: un otto settembre asiatico, con l’abbandono delle nostre truppe in Asia.

Persino il Council on Foreign Relations, per bocca del suo massimo esperto sull’Iran Ray Takeyh, considera saggio «concedere a Teheran una capacità di arricchimento nazionale» e «negoziare un accordo che venga incontro almeno a una parte delle loro domande». E’ una posizione che si affermerà quando Bush avrà sloggiato le bottiglie di whisky dalla Casa Bianca. Ed è convergente con quella tratteggiata dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov: meglio «garantire la sicurezza dell’Iran e riconoscergli uno status eguale nel risolvere i problemi del Medio Oriente» (3).

Invece Frattini sancisce: «Tutta l’Europa, Italia compresa, deve essere unita sulla linea delle sanzioni all’Iran». Ci porta allo scontro con l’Iran, con effetti che pagheremo carissimi, dato che il petrolio sale verso i 200 dollari (grazie a Bush), e che l’Iran, terzo produttore mondiale, sarà sempre più ricco e influente nell’area. Perchè lo vuole il Likud, perchè lo vuole il Talmud. E naturalmente la cittadina israeliana Nirenstein.

Berlusconi si è messo in testa di dare un aiutino in stile Mediaset alla politica fallimentare e presto liquidata di Bush: facendo quello che crede di saper fare, una TV «moderna e tollerante» diretta ai paesi nordafricani. L’esportazione delle veline e della volgarità. Su questa impresa da ritardo mentale e morale, non trovo di meglio che lasciare la parola a una lettrice seria, Carla L.

«E’ stato escogitato il sistema certo ed efficace per distruggere il mondo arabo, incenerirlo definitivamente, spegnere ogni possibile peculiarità e diversità culturale: l’istituzione di un canale televisivo, frutto della collaborazione di Berlusconi e Tarak Ben Ammar, tale Nesma TV, una copia di Canale 5, con gli stessi programmi, giochi, caratteristiche. A detta di Berlusconi essa mira a ‘diffondere un modello di vita moderno, tollerante, aperto’. La platea cui si rivolgerà è vastissima: dal Marocco alla Libia, decine di milioni di persone. Si prepara una nuova ‘normalizzazione’, più efficace di occupazioni militari con carri armati. Per chi considera ancora il mondo arabo, per quanto già mutato, ancora il ‘Katekon’ in quest’area del mondo, con la sua millenaria cultura, con ritmi di vita antichi, relazioni familiari ancora solide, una religione ancora praticata, che detta norme, stili di vita, valori, in grado di fronteggiare e opporsi al nuovo ordine mondiale, ebbene tale notizia è molto dolorosa e preoccupante. Spero solo questo: che sulla scorta delle esperienze dolorose subite da nazioni come l’Italia, che in pochi anni è stata devastata e annientata, annullando secoli di civiltà e tradizioni, gli amici arabi, attraverso gli uomini di cultura, le loro guide spirituali, ma anche i padri di famiglia siano più accorti, più critici, preparino meglio i loro figli a questa ‘modernizzazione senza progresso’ e non facciano come gli italiani dei passati decenni che ingenui e disarmati hanno aperto le porte al cavallo di Troia che poi li avrebbe distrutti».

Italia colonia di Sion. La colonia noachica per sua volontà. La provincia babbea.

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1) Arnaud De Borchgrave, «Kinetic response», Washington Times, 20 maggio 2008. «Speaking privately, not for quotation, Pakistani officials say NATO should encourage Afghan President Hamid Karzai to negotiate a deal with Taliban ‘moderates’ for a coalition government - or fight on for another 10 years, with no hope of a clear-cut victory».
2) Mark Engler, «How to rule the world after Bush», Asia Times, 19 maggio 2008. «The ‘free trade’ elite in the United States, upset by the George W Bush administration’s neo-conservative go-it-alone nationalism that disregarded multilateral means of securing influence, wants a ‘guerrilla assault’ to return to the softer empire of corporate globalization. These corporate globalists are now bidding to control the direction of the US's economic policy, and they see the Democrats as their best chance».
3) M.K. Bhadrakumar, «Bush’s Middle East policy in tatters», Asia Times, 20 maggio 2008. «The George W. Bush administration’s failure in rolling back Syrian and Iranian influence in Lebanon pales in comparison with the withering away of its Arab-Israeli ‘peace process’. Time and again during Bush’s recent Middle East tour, what emerged was the palpable sense that the US has been all but marginalized from a new Middle East that is taking shape. And now China, too, has appeared on the region’s chessboard». Si noti che Israele si prende il diritto di «trattare con la Siria», nonostante il divieto del burattino Bush («Non si parla coi nemici»); invece Frattini non consente all’Italia il diritto di «parlare con l’Iran». Puro servaggio verso il Padrone.

Il Medio Oriente inizia ad affrancarsi. Forse

Il Medio Oriente sembra finalmente aver cominciato ad affrancarsi dai dettami degli USA (e quindi di Israele) e ad agire in un’ottica di lungo periodo, grazie anche al continuo aumento del prezzo del petrolio e ai nuovi rapporti di forza regionali che si stanno consolidando sempre di più.

Il tutto a scapito dell’influenza USA nella regione che sembra destinata a diminuire ulteriormente e inesorabilmente.
A meno di un colpo di coda dei neocon nel prossimo autunno…


Qui di seguito tre articoli che parlano degli ultimi eventi mediorientali.

Il fallimento della strategia di Bush in Medio Oriente
di M. K. Bhadrakumar – Asia Times – 21 Maggio 2008

"[I leader arabi] hanno smesso di prendere istruzioni dall'Islam e hanno deciso che la loro opzione strategica è la pace con Israele, dunque sia dannata la loro decisione" - Osama bin Laden, messaggio audio, 18 maggio.Lo scorso martedì, mentre il presidente degli Stati Uniti George W. Bush partiva da Washington per un viaggio di cinque giorni in Medio Oriente, l'agenzia d'informazione semi-ufficiale iraniana Fars riferiva che il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad aveva alluso al fatto che Teheran potrebbe prendere in considerazione un taglio delle esportazioni petrolifere.

Naturalmente il ministro del petrolio Gholamhossein Nozari ha chiarito subito che Teheran stava solo valutando le proprie esportazioni, e che anche in questo settore bisognava prendere delle decisioni in merito a un aumento o a una diminuzione.Né Ahmadinejad né Nozari hanno detto che l'Iran stava rivedendo le esportazioni di petrolio in sé (che superano i 4,2 milioni di barili al giorno, il livello più alto dalla rivoluzione islamica del 1979). Ma i prezzi petroliferi statunitensi sono impazziti comunque, e mentre Bush atterrava nella regione del Golfo Persico hanno registrato il prezzo-record di 126 dollari al barile.

Ci si aspettava che Bush facesse pressione sull'OPEC perché organizzasse presto un incontro per concordare un aumento della produzione petrolifera (la prossima riunione dell'OPEC si terrà in settembre per decidere in merito alla questione). Stephen Hadley, il consigliere per la sicurezza nazionale, aveva dichiarato che Bush avrebbe detto al re saudita Abdullah che è nell'interesse dei paesi esportatori di petrolio “tener conto della salute economica dei clienti che pagano questi prezzi”. Quando si sono incontrati, venerdì, Bush ha scoperto che non c'era modo di persuadere il re saudita.
Nel frattempo Nozari era nuovamente sotto i riflettori. Ha dichiarato all'agenzia Fars: “Credo che non ci sia bisogno di una riunione [di emergenza] dell'OPEC. Perché dovrebbe esserci questa riunione quando i prezzi del petrolio salgono? I membri dell'OPEC stanno attualmente utilizzando tutta la loro capacità e stanno rifornendo il mercato... Con il petrolio a 126 dollari al barile non è saggio che coloro che hanno il petrolio non lo forniscano”. Nozari ha poi aggiunto di ritenere che “non è il petrolio che costa di più, è il dollaro che sta diventando meno caro”.

Cinque o sei anni fa sarebbe stato impensabile che un presidente statunitense in visita ricevesse un rifiuto così netto ed esplicito in Medio Oriente. I contatti della scorsa settimana hanno rivelato fino a che punto è giunto il declino del dominio statunitense in Medio Oriente durante l'attuale amministrazione Bush. Non c'è dubbio che il petrolio si trovi proprio al centro di questo declino. L'aumento vertiginoso del prezzo del petrolio ha portato a un enorme trasferimento di risorse ai paesi esportatori di petrolio. L'Iran ne è tra i principali beneficiari.

Il grande accumulo di ricchezza permette all'Iran di esercitare la propria influenza sulla regione e di far sì che gli Stati Uniti non possano fare praticamente niente per contrastarne l'ascesa. In un rapporto diffuso venerdì Goldman Sachs prevedeva che il prezzo del petrolio balzerà a 140 dollari al barile entro luglio. "La previsione a breve termine per i prezzi del petrolio continua a essere all'insegna del rialzo", ha detto Goldman. Gli investitori si stanno precipitando sul mercato petrolifero come riparo dalla caduta del dollaro. Il Wall Street Journal ha riferito che al momento gli iraniani possiedono circa 25 milioni di barili – circa il doppio delle importazioni giornaliere degli Stati Uniti – di greggio pesante in petroliere al largo del Golfo Persico.

Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha sottolineato le realtà del nuovo ordine regionale quando ha recentemente invitato le grandi potenze ad “avanzare proposte concrete che garantiscano la sicurezza dell'Iran e assicurino all'Iran un posto equo e onorevole in un dialogo teso a risolvere tutti i problemi del Vicino e Medio Oriente”. Lavrov non è il solo a essere previdente. Anche gli esperti statunitensi si rendono conto della necessità di un nuovo atteggiamento verso il nucleare iraniano.

Tutto questo, essenzialmente, riflette i limiti della potenza americana. Un importante esperto statunitense di questioni iraniane, Ray Takeyh, senior fellow all'influente Council on Foreign Relations, ha preso il toro per le corna quando ha recentemente suggerito che era ora che gli Stati Uniti “consentissero all'Iran di sviluppare una capacità di arricchimento di dimensioni considerevoli”, concentrandosi invece sui modi e i mezzi per far sì che entro i perimetri delle sue infrastrutture nucleari non si svolgessero “attività infauste”. Come ha scritto Takeyh la scorsa settimana, proprio mentre Bush si trovava dalle parti dell'Iran, “L'Iran ha un apparato nucleare complesso e sta arricchendo uranio. Impossibile riportare indietro le lancette dell'orologio. Invece di resuscitare un pacchetto di incentivi respinto molto tempo fa dall'Iran o invocare punizioni militari che non preoccupano nessuno nella gerarchia del paese, gli Stati Uniti e i loro alleati europei farebbero meglio a negoziare un accordo che esaudisse almeno alcune delle loro richieste”.

È vero: la proliferazione nucleare e il petrolio sono una pericolosa accoppiata. Ma non sono che una faccia del fallimento della strategia dell'amministrazione Bush riguardo all'Iran. Il crollo è assoluto. Durante il suo viaggio, Bush ha cercato continuamente consensi per la sua strategia di contenimento nei confronti dell'Iran. I vicini arabi dell'Iraq si rifiutano di farsi coinvolgere nel caos di quel paese nonostante si lamentino che l'influenza iraniana in Iraq ha raggiunto un livello intollerabile. Non permetteranno che l'amministrazione Bush li recluti in vista di uno scontro con l'Iran. Mentre criticano in privato l'Iran con i loro interlocutori americani e sollecitano contromisure statunitensi, stanno in realtà valutando pro e contro, mettendo in conto il fatto che il prossimo presidente degli Stati Uniti potrebbe anche impegnarsi in un dialogo incondizionato con l'Iran.

I fatti del Libano hanno ulteriormente messo in luce il fatto che l'amministrazione Bush non ha un piano. Se si deve credere alla newsletter di Washington Counterpunch, un intervento israeliano già programmato (con il consenso degli Stati Uniti) in Libano durante i recenti scontri è stato rinviato all'ultimo minuto perché secondo informazioni di intelligence la rappresaglia di Hezbollah sarebbe stata molto pesante. Secondo i servizi statunitensi, Tel Aviv sarebbe stata bersagliata da “circa 600 razzi di Hezbollah nelle prime 24 ore della rappresaglia”. Secondo Counterpunch l'amministrazione Bush si sarebbe tirata indietro dopo aver dato “inizialmente il via libera” ai piani d'attacco militare di Israele al fianco delle milizie appoggiate dagli Stati Uniti. “La sconfitta delle milizie da parte di Hezbollah a Beirut Ovest e il timore di rappresaglie contro Tel Aviv hanno costretto a cancellare l'attacco israeliano”.

Non sorprende che tra i signori della guerra libanesi ci siano molta rabbia e amarezza per essere stati abbandonati dall'amministrazione Bush. Il primo ministro Fuad al-Siniora voleva dimettersi e i sauditi hanno dovuto convincerlo a non farlo. Il risultato è evidente a tutti. L'equilibrio politico si è spostato a favore di Hezbollah e le milizie filo-occidentali sono state umiliate. Ma soprattutto si è formata un'improbabile alleanza tra Hezbollah e l'esercito libanese (che l'amministrazione Bush ha finanziato con ben 400 milioni di dollari negli ultimi due anni).
Le conseguenze nella regione sono altrettanto importanti. L'Arabia Saudita e l'Egitto sostengono gli sforzi di mediazione della Lega Araba, prendendo le distanze dalla denuncia statunitense di Iran e Siria. I due pesi massimi arabi sarebbero a disagio per la lunga ombra dell'influenza iraniana sul Libano, ma sanno anche che l'Iran è una potenza regionale con cui venire a patti.Per citare il noto autore britannico ed esperto di Medio Oriente Patrick Seale, “Gli stati arabi del Golfo hanno vivaci scambi commerciali con l'Iran e accolgono una vasta popolazione iraniana. Non vogliono isolare l'Iran o minare la sua economia come sarebbe nei desideri di Israele e Stati Uniti. Appare chiaro che una maggiore comprensione e fiducia tra Arabia Saudita ed Egitto da una parte e Iran e Siria dall'altra – senza il peso delle interferenze di Stati Uniti e Israele – farebbero molto per facilitare il percorso del Libano verso la pace e la sicurezza”.

Riassumendo, l'amministrazione Bush non ha un Piano B neanche per il Libano. La mediazione della Lega Araba ha ignorato freddamente il desiderio di Washington di portare la questione del Libano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e di mettere alla gogna la Siria e l'Iran. Alle autorità statunitensi non è restato che continuare a manifestare scetticismo sulla prospettiva dei colloqui intralibanesi che si terranno a Doha sotto gli auspici della Lega Araba.

Comunque il fallimento degli Stati Uniti nel contrastare l'influenza siriana e iraniana in Libano impallidisce se confrontato con quello del “processo di pace” arabo-israeliano. Quest'ultimo incombeva come un uccello del malaugurio sul tour in Medio Oriente di Bush. La credibilità del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha sofferto gravi colpi; Fatah è stata eliminata da Gaza; Hamas sta guadagnando terreno in Cisgiordania dopo il consolidamento a Gaza. E così nessuno ha raccolto le parole di Bush quando venerdì ha detto davanti a un uditorio arabo a Sharm el-Sheikh, in Egitto: “Tutte le nazioni della regione devono unirsi compatte nell'affrontare Hamas, che tenta di minare gli sforzi per la pace con continui atti di terrorismo e di violenza”.

Gli arabi sapevano che comunque la retorica anti-Hamas di Bush ha qualcosa di falso. Solo due giorni prima Hamas aveva annunciato che lunedì avrebbe mandato in Egitto una delegazione per una nuova serie di colloqui con i mediatori. Domenica il quotidiano israeliano Ha'aretz ha riferito che vari ex ufficiali della sicurezza e dell'esercito israeliani – compreso l'ex-capo del Mossad Ephraim Halevi, l'ex-capo dell'esercito Amnon Lipkin-Shahak e l'ex-comandante delle truppe israeliane a Gaza, Shmuel Zakai – un mese fa hanno scritto al governo per sollecitare colloqui indiretti con Hamas e per esprimere opposizione a un attacco militare su vasta scala contro Gaza.Hanno scritto: “Riconoscendo che la fine del regime di Hamas a Gaza non è un obiettivo realistico e che la restaurazione di Fatah nella Striscia di Gaza per mezzo delle baionette israeliane non è auspicabile... dovrebbero svolgersi negoziati non pubblici con Hamas attraverso l'Egitto o un altro mediatore accettabile per entrambe le parti”.

Durante il viaggio in Medio Oriente di Bush ciò che a tratti emerge è questo senso tangibile che gli Stati Uniti siano stati completamente emarginati dal nuovo Medio Oriente che sta prendendo forma. La retorica di Bush non è riuscita a nascondere il fatto che neanche aggiungendo 300 milioni di americani a 7 milioni di israeliani è riuscito a confutare l'erosione della supremazia di Israele nella regione.
In un recente brillante articolo, l'ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer ha sottolineato che il centro di gravità del potere e della politica regionale in seguito alla guerra in Iraq si è spostato verso il Golfo Persico. Per citare Fischer, “Ora è davvero praticamente impossibile mettere in pratica una qualsiasi soluzione al conflitto tra Israele e Palestina senza l'Iran e i suoi alleati locali, Hezbollah nel Libano e Hamas in Palestina”.Il fatto è che il fallimento storico della guerra in Iraq dev'essere ancora compreso appieno. Su un piano regionale, mentre la guerra in Iraq si trascina interminabile, la situazione è gravida delle immense conseguenze dello stravolgimento dell'intero sistema di stati creato dopo la caduta dell'Impero Ottomano nel 1918. La guerra in Iraq ha innescato il potenziamento degli sciiti e ha liberato forze storiche che erano incatenate da secoli. Il suo significato geopolitico va ancora assimilato, mentre tutta la regione è spazzata dai venti del cambiamento.

Fischer ha sottolineato che la guerra in Iraq ha messo fine per sempre al nazionalismo secolare arabo, che era – storicamente parlando – di ispirazione europea. Al suo posto è comparso l'Islam politico, che coltiva il nazionalismo “anti-occidentale” e fa leva su problemi sociali, economici e culturali per affrontare con impeto rivoluzionario regimi autoritari, corrotti, ingiusti e privi di legittimità popolare. Gli islamici stanno pilotando questa tendenza alla “modernizzazione”, mentre il futuro dell'Islam politico è lungi dall'essere chiaro.
Anche la Cina ha fatto la sua comparsa sullo scacchiere mediorientale, e questo renderà il declino del dominio statunitense nella regione sempre difficilmente arrestabile. Curiosamente, alla vigilia dell'arrivo di Bush in Medio Oriente, un importante studioso cinese, Weiming Zhao, professore all'Istituto di studi sul Medio Oriente dell'Università internazionale di Shanghai scriveva: “La Cina ha un significativo interesse per il Medio Oriente, e qualsiasi cambiamento della situazione in quella regione influirà sulla sicurezza energetica della Cina... Per molto tempo dunque l'atteggiamento fondamentale della diplomazia cinese sarà caratterizzato da una maggiore attenzione per lo sviluppo della situazione in Medio Oriente, da una maggiore preoccupazione per gli affari mediorientali e dalla volontà di instaurare relazioni più strette con i paesi mediorientali”.

Il viaggio di Bush ha rivelato che gli Stati Uniti non hanno una strategia per il Medio Oriente con la quale affrontare queste molteplici forze. Sembra che l'amministrazione Bush si limitasse a fingere di averne una. Una sfida formidabile attende il prossimo presidente degli Stati Uniti.

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M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni. Tra i suoi incarichi, quello di ambasciatore indiano in Uzbekistan (1995-98) e in Turchia (1998-2001).

Traduzione di
mirumir


Libano, raggiunto l’accordo tra maggioranza e opposizione. E Hizbollah si rafforza
di Carlo M. Miele - Osservatorio Iraq - 21 maggio 2008

Da una settimana sulla strada che porta all’aeroporto internazionale di Beirut campeggiava la scritta “Se non vi mettete d’accordo, non tornate”. E stamattina la maggioranza e l’opposizione libanese (i destinatari dell’avvertimento) hanno raggiunto l’intesa a Doha, nell’emirato del Qatar Il testo è stato sottoscritto dalla due parti al termine di sei giorni di intense trattative promosse dalla Lega Araba e, almeno per il momento, mette fine alla più grave crisi politica libanese dai tempi della guerra civile (1975-1990), iniziata alla fine del 2006 con l’uscita dei membri dell’opposizione dal precedente governo di unità nazionale e culminata nei violenti scontri della scorsa settimana.

Contenuto dell’accordo

Sono tre i punti principali dell’intesa raggiunta a Doha. Innanzitutto la maggioranza filo-Occidentale e l’opposizione guidata da Hizbollah e legata a Siria e Iran si impegnano all’elezione "immediata di un presidente della Repubblica", che con ogni probabilità sarà il generale Michel Sleiman. L’attuale capo delle forze armate, sulla cui candidatura già esisteva un consenso di massima delle due parti, dovrà essere eletto dal parlamento “entro 24 ore”, e andrà a occupare la massima carica istituzionale, scoperta dal novembre scorso, quando è scaduto il mandato di Emile Lahoud.

In secondo luogo, l’accordo prevede la formazione di un governo di unità nazionale, composto da 30 membri, che dovrà guidare il Paese fino alle prossime elezioni, previste per la primavera prossima. Del gabinetto entreranno a far parte 16 ministri della maggioranza, 11 dell’opposizione e tre di nomina presidenziale. In questo modo la coalizione del “14 marzo”, guidata da Saad Hariri, avrà la maggioranza in consiglio dei ministri e la possibilità di eleggere il premier, ma all’attuale opposizione (con un terzo più uno dei membri) spetterà quel diritto di veto che rivendicava da mesi, e il cui mancato accoglimento aveva finora impedito ogni intesa.

Infine, il punto più controverso dell’accordo, su cui si sono duramente scontrate a Doha le due parti, e cioè la nuova legge elettorale che dovrà regolare le prossime elezioni politiche. Alla fine è stata recuperata una legge precedente, risalente al 1960. Di fatto, saranno create circoscrizioni più piccole, in modo da garantire una migliore rappresentanza di tutte le confessioni nazionali.

Nel testo di Doha sono incluse altre questioni “minori” - dal divieto dell’utilizzo delle armi per la risoluzione dei contrasti interni, fino allo smantellamento (già in corso) della tendopoli messa in piedi in segno di protesta da Hizbollah nel centro di Beirut alla fine del 2006 – ma si fa cenno anche all’importanza del "rafforzamento dell’autorità dello Stato sulla totalità del territorio e dei suoi rapporti con le diverse organizzazioni, in modo da garantire la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini". Argomenti particolarmente sentiti dopo le violenze della scorsa settimana, che hanno rischiato di far precipitare il Libano in una nuova guerra civile, e che saranno affrontati nell’ambito di una nuova conferenza che si riunirà nella capitale libanese sotto l’egida della presidenza della Repubblica e "con la partecipazione della Lega Araba".

“Trionfo di Hizbollah”

Intervenendo in una conferenza stampa a Doha, il leader dalla maggioranza parlamentare di Beirut, Saad Hariri, ha dichiarato che oggi si apre "una nuova pagina per il Libano", mentre il ministro delle Telecomunicazioni, Marwan Hamadeh, ha tenuto a precisare che, in base all’intesa raggiunta, "non ci sono sconfitti". Eppure, diversi analisti già parlano di un trionfo di Hizbollah, che dopo aver ottenuto la scorsa settimana il ritiro dei contestati provvedimenti del governo, adesso si è vista accogliere tutte le sue principali richieste in campo istituzionale, a partire dalla possibilità di bloccare le leggi del futuro governo, fino alla riforma della legge elettorale in chiave confessionale.
Secondo il corrispondente della Bbc, Jonathan Marcus, l’accordo di Doha ha evitato una grossa calamità tramite il riconoscimento di un più forte ruolo politico di Hizbollah. Parere analogo esprime l’esperto del Partito di dio Amal Saad-Ghorayeb, secondo cui “l’accordo è un prodotto degli scontri, che chiaramente hanno rovesciato l’equilibrio politico a favore dell’opposizione”.Il direttore del Daily Star, Rami Khouri prevede invece un anno o due di relativa calma, ma avverte che restano aperte le questioni sensibili, come quella dell’arsenale di Hizbollah e del condizionamento delle potenze internazionali sul Libano.

Sostegno unanime della comunità internazionale

Intanto dalla comunità internazionale arriva un consenso pressoché unanime per il testo sottoscritto in Qatar. Il ministro degli Esteri siriano, Walid al-Mouallem, ha sottolineato "l'importanza dell’intesa a cui sono pervenuti i fratelli libanesi" e si augura che essa "rappresenti un preludio a un regolamento della crisi politica del Libano". Anche l’Iran (altro alleato internazionale dell’opposizione libanese) "accoglie con favore l’accordo dei partiti libanesi”, come ha spiegato il suo ministro degli esteri Mohammad Ali Hossei. E consensi di massima arrivano dalle potenze legate alla maggioranza di Beirut.Il presidente francese Nicolas Sarkozy si è detto "particolarmente felice per l’accordo’’ per cui la Francia stessa si è a lungo impegnata, mentre l’ambasciatore dell’Arabia saudita in Libano, Abdel Aziz Khoja, ha espresso “il sostegno e l’appoggio” del Regno arabo.


Siria e Israele hanno avviato colloqui indiretti in Turchia
Osservatorio Iraq - 22 Maggio 2008

Se ne era parlato già un mese fa, ma la conferma ufficiale è arrivata solo ieri: Israele e la Siria hanno avviato “colloqui indiretti” con la mediazione della Turchia. Secondo fonti del governo israeliano, che hanno trovato conferma presso il ministero degli Esteri turco, dei funzionari dei due Paesi si trovano in questo momento a Istanbul. In un comunicato diffuso dall’ufficio del primo ministro israeliano Ehud Olmert si parla di trattative “senza pregiudizi e in uno spirito di apertura”, che si pongono “l’obiettivo di raggiungere un accordo di pace completo", mentre in un testo analogo del ministero degli Esteri siriano si parla di “buona volontà” e “serietà” per “arrivare a una pace completa”.

Gli sforzi per riavviare il dialogo tra Tel Aviv e Damasco, interrotto dopo il fallimento del negoziato patrocinato dagli Stati Uniti nel 2000, andrebbero avanti da tempo. Fonti israeliane parlano di quasi un anno. Ma l’ipotesi di colloqui faccia a faccia viene ancora giudicata prematura. La catena televisiva Cnn Turk ha fatto sapere che i funzionari di Tel Aviv e Damasco non sono seduti allo stesso tavolo, e il ministro degli esteri siriano Walid al-Muallim ha dichiarato che negoziati di pace diretti saranno possibili solo se, in questa prima fase, lo Stato ebraico dimostrerà di essere “serio”.Questione centrale della trattativa resta la restituzione alla Siria delle alture del Golan, occupate da Israele durante la guerra del 1967 e successivamente annesse.

Olmert si è detto disponibile a fare un passo in questa direzione, a patto che Damasco interrompa le sue relazioni con l’Iran e con le organizzazioni “anti-Israele”, in primo luogo Hamas e l’Hizbollah libanese. Per arrivare a questo punto – affermano diversi analisti – dovrebbero però mutare innanzitutto i rapporti tra la Siria e gli Stati Uniti. Stando a questa interpretazione, solo l’ipotesi di rinnovati legami diplomatici ed economici con Washington potrebbe convincere la Siria a rivedere le sue convinzioni di politica estera e ad accantonare la relazione privilegiata con Tehran.

Per ora, Damasco ha fatto sapere - tramite “fonti diplomatiche di alto livello” citate dal quotidiano al-Hayat - che con i colloqui diretti avviati con Tel Aviv e il contemporaneo accordo interlibanese di Doha “si è aperta una nuova fase” nelle sue relazioni con i Paesi arabi, con l'Occidente e con gli Stati Uniti. Dal canto suo, l’amministrazione Bush si è detta disponibile a sostenere un eventuale negoziato Israele-Siria sotto mediazione turca, a condizione che Damasco ponga fine alla sua “ingerenza” sul Libano.

mercoledì 21 maggio 2008

Lo specchio italico

Un lungo articolo a 360 gradi sull’informazione ufficiale e non, ma anche su alcuni tasti dolenti di cui molti rifiutano aprioristicamente la sola esistenza.
Si può essere ovviamente d’accordo o meno su quanto scrive Barnard, soprattutto per quanto riguarda l’enfasi su fatti che lo hanno riguardato in prima persona e da cui traspare un certa dose di fiele rancoroso.


Ma il nocciolo delle questioni che pone sul tavolo rappresenta comunque un interessante spunto di riflessione su alcuni comportamenti tipici di noi italiani e sulle conseguenze, spesso nefaste, che producono.

L’informazione è noi
di Paolo Barnard - 18 Maggio 2008

Di chi è colpa? Non è colpa di Silvio Berlusconi, di Romano Prodi, di Cicchitto, di Casini, di Caltagirone, e soci. Non è colpa della Casta, né di quella dei giornali coi milioni di euro di prebende, e non è stata colpa di Ingrao, Forlani o Craxi. Non è la Mafia, non sono le logge dei venerabili, né l’Opus Dei, non è Confindustria o la lobby bancaria. La colpa è nostra. Punto. L’informazione che abbiamo è quella che noi italiani vogliamo.
Qui si potrebbe concludere il mio saggio sullo stato dell’informazione in Italia. Non ho altro da dire, in sostanza. Quello che posso aggiungere nelle righe che seguono sono solo riflessioni a sostegno della mia tesi, per chi avesse voglia di leggere un poco di più. E inizio di nuovo da noi italiani.

Sono le nostre ombre sul muro.

Ciò che la gente vuole. Lo scadimento dell’informazione in questo Paese riflette ciò che noi siamo, in tv particolarmente. Nulla meglio si adatta al caso Italia del sagace commento di Barnes Clive, nota firma del New York Post, che sull’odierne tendenze dei palinsesti televisivi ebbe a dire: “La televisione è la prima cultura genuinamente democratica, la prima cultura disponibile a tutti e retta da ciò che la gente vuole. La cosa più terribile è ciò che la gente vuole”. E in effetti si rimane perplessi, se non un tantino delusi, dal semplicismo delle analisi di personaggi come Beppe Grillo e altri quando tuonano contro la legge Gasparri come il costrutto infernale che strozza il nostro diritto a essere decorosamente informati. Ci si chiede: c’è la Gasparri nei salotti di milioni di italiani di varie età che ogni sera, pomeriggio o mattina scelgono col loro telecomando le peggiori fregnacce televisive? E’ la Gasparri che impedisce a noi italiani di portare La Storia Siamo Noi di Giovanni Minoli a uno share visibile ad occhio nudo invece che al microscopio? O di portare Report al 25% invece di condannarlo a un cronico annaspamento per non affogare sotto il 10?
Eppure il contenitore di Milena Gabanelli è in prima serata, mica occorre perdere il sonno, basterebbe un click del telecomando. E state certi che Report o C’era una Volta oltre il 20% di share avrebbero prodotto una mischia degli inserzionisti per piazzare lì gli spot, garantendoci di conseguenza una certa qualità in più nelle nostre case tutto l’anno. Potete immaginare quanto ci metterebbero a sparire i prodotti-spazzatura come Porta a Porta o Amici, oppure le ragliate di Sgarbi o altra robaccia del genere, se agonizzassero nella pigrizia dei nostri telecomandi? Meno di un minuto, Gasparri o non Gasparri.
Illuminante fu un episodio da me vissuto in Gran Bretagna nel corso di un reportage sull’Auditel inglese che svolgevo a fine anni ’90 per conto proprio di Report. Nel corso dell’intervista al responsabile dei palinsesti della maggior Tv commerciale britannica, ITV, mi fu rivelato che la prima serata di quel network era riservata in maggioranza a programmi di alta qualità informativa. Com’era possibile? “Perché il miglior consumatore di questo Paese” spiegò il funzionario, “è l’inglese della classe media, e quel tipo di ascoltatore premia immancabilmente con il telecomando la tv di qualità. Ed è lì che ovviamente si fiondano i nostri inserzionisti”. Semplice. Sono inglesi, tutto qui. Non per nulla la sera della vigilia di Natale del 1999 la BBC 2 trasmise in prime time e per un’ora e mezza uno special dedicato al suo cameraman Mohamed Amin, l’uomo che nel 1984 ebbe lo straordinario merito di noleggiare un bimotore privato a sue spese ( e nei tempi delle sue ferie) per volare in Etiopia a filmare l’immane tragedia della devastante carestia che stava decimando quel popolo, e che divenne grazie a quelle scioccanti immagini una causa celebre con l’intervento di Bob Geldof e della sua Live Aid l’anno successivo. Ve l’immaginate voi una prima serata natalizia di quel tipo alla RAI? Che share farebbe? Ma poi, perdonate, c’è la legge Gasparri in edicola o su Internet? Lì l’informazione c’è, ma al chiosco dei giornali Sorrisi e Canzoni TV o CHI vendono cento volte Micromega o Limes. Su Youtube le pregnanti interviste a Giancarlo Caselli catturano poche centinaia di visitatori, mentre cinque minuti di bava alla bocca con Sgarbi e Mike Bongiorno ne registrano quasi mezzo milione. Mi direte: tutto questo è proprio il frutto del bombardamento mediatico dell’uomo di Arcore e dei suoi vent’anni e più di avvelenamento dei nostri cervelli. E io rispondo: e se a partire dal 1979 cliccavate altro sul vostro telecomando, come fanno gli inglesi, dove finivano il Biscione e relativi scherani? Era semplice, perché non lo abbiamo fatto? Lo si vuole capire che non è lui che ha fatto noi ma noi che abbiamo fatto lui? Silvio Berlusconi non ci ha rimbecilliti, ci ha semplicemente rispecchiati. E allo specchio ci siamo perduti in noi stessi.

(Ultima ora: poco prima di divulgare questo articolo mi imbatto nel sito http://www.corriere.it/ e leggo sulla colonna di destra la classifica dei servizi più letti del Corriere online: al primo posto “L’invasione dei ragni giganti”, al secondo “Basta volgarità, non sono una pin up”, al terzo “Che fine ha fatto Boy George?Vende magliette in un mercato di Londra”. Come volevasi dimostrare...)

Rimanendo con la vituperata figura dell’attuale presidente del Consiglio, è di questi giorni l’intervento di Marco Travaglio in chiusura del V2-day di Torino, dove il giornalista ha perentoriamente affermato che il Cavaliere trionfa oggi alle urne poiché proprio le devianti leggi dell’assetto radio-televisivo italiano gli hanno dato i mezzi per obnubilare la mente degli elettori in quindici anni di strapotere mediatico: “Prima non eravamo così”, ha sentenziato poi il noto cronista. Forse Travaglio è troppo giovane, e non ricorda, ma si vorrebbe chiedergli: chi aveva lavato il cervello dei nostri connazionali quando in massa premiavano alle urne i vari Cossiga, Gava, Cirino Pomicino, De Michelis, De Lorenzo, Andreotti, De Mita e i loro vassalli? Berlusconi a quei tempi era ancora alle prese con la sua Tv condominiale via cavo a Milano 2, non c’entra. Era un’Italia migliore quella? Per caso il Corriere o la RAI erano il Times e la BBC a quei tempi? L’Idra di Tangentopoli, col suo ventre molle di corruzioni endemiche in ogni anfratto del Paese, non fu il parto di “quindici anni berlusconiani”, ahimè no, non risulta. Le stragi, la svendita dei sindacati, dei servizi pubblici, della certezza del lavoro, e ancora l’Irpinia, l’IRI e le sue voragini, le devianze del sistema giudiziario, l’omertà a vuoto pneumatico di tutto il Sistema-potere pre e post P2 e cinquant’anni di cronica evasione a tappeto, dimostrano che obnubilati nel cervello e nel senso civico lo siamo sempre stati, prima di Berlusconi, durante, e lo saremo dopo purtroppo. E anzi: la cosa più onesta che possiamo fare è di affermare una volta per tutte che la famigerata Casta e le sue grottesche comparse sono solo un’ombra sul muro di ciò che noi italiani siamo e siamo sempre stati. Nulla di più.

I nuovi ‘paladini’ della controinformazione: poco utili, dannosi.

Ma purtroppo professionisti stimati e un po’ troppo acriticamente seguiti come appunto Marco Travaglio, Gianantonio Stella, Lorenzo Fazio o Gianni Barbacetto e molti altri, e capipopolo come Grillo o Piero Ricca hanno banalmente invertito l’ordine dei fattori, e sostengono che l’Italia è oggi vittima della Casta, quando è la Casta a essere il prodotto degli italiani.
Devo a questo punto della narrazione precisare un passaggio fondamentale, e invito il lettore a porvi attenzione. I nuovi ‘paladini’ della controinformazione che vanta l’Italia, di cui ho citato alcuni nomi qui sopra, denunciano cose sacrosante (quasi sempre): inciuci, corruttele, grottesche raccomandazioni, sprechi osceni, mafiosità e collusioni, decadenze del sistema democratico eccetra, perpetrate da parte soprattutto della cosiddetta Casta. Loro lo fanno, ma il fatto straordinario è che oggi in questo Paese il solo fatto di averlo fatto gli garantisce un plauso appassionato e febbricitante da parte di masse crescenti di cittadini. Un plauso cieco, ovvero un assegno in bianco di imperitura giustezza ed eroismo. Divengono degli intoccabili, incriticabili, e infatti Beppe Grillo tuona “I giornalisti che ancora danno dignità a questo Paese con la loro voce vanno protetti dagli sciacalli di regime, dai killer della parola. Nessuno tocchi il soldato Travaglio...” (1), e Michele Santoro si scaglia contro il Corriere e Repubblica per “aver aperto una campagna critica contro Anno Zero e contro lo stesso Travaglio” (2) - una campagna di critica, la più democratica delle iniziative, eppure. Chiunque osi infilare mezza osservazione nel loro agire viene immediatamente travolto dall’ira dei loro fans, il cui ragionamento è immancabilmente questo: ma come si fa a rompere le scatole a quei pochi ancora rimasti a dirci la verità in questo regime? E in effetti di fronte alla nauseabonda natura delle pratiche del ‘regime’ verrebbe proprio da gettarsi ciecamente dietro ai sopraccitati ‘paladini’. Ma la vita richiede saggezza, e in questi tumulti ne rimane ben poca. Infatti, la salute in democrazia impone che nessuno divenga intoccabile, neppure per il più sacrosanto dei motivi, proprio perché si corre il rischio che costui possa commettere malefatte o errori di grosso calibro protetto dal suo scudo di venerabilità, e che quelle malefatte o errori finiscano poi per far più danno del beneficio che il medesimo individuo procura alla società. E’ il caso proprio di Travaglio e compagni.

Sono oggi inutili. Hanno fondato negli ultimi anni un’Industria della Denuncia e della Indignazione che, come ho già avuto occasione di scrivere, “denuncia i misfatti politici a mezzo stampa o editoria a un ritmo incessante, nella incomprensibile convinzione che aggiungere la cinquecentesima denuncia alla quattrocentonovantanove in un martellamento ossessivo di libri fotocopia, blog e serate televisive serva a cambiare l’Italia. Eppure, che la politica italiana fosse laida, ladra e corrotta, milioni di italiani lo sapevano benissimo già prima che molti di questi industriali dell’indignazione nascessero, e assai poco è cambiato” (3). Infatti. Il loro lavoro, per quanto efficiente nello svelare il malaffare, è del tutto inutile se si spera che da esso derivi un miglioramento. Le prove sono davanti agli occhi di tutti, e sono incontestabili: oggi l’Italia non è un Paese più civile, né più onesto, né più libero di quanto lo fosse sedici o trent’anni fa, in barba all’offensiva della sopraccitata industria nel denunciare compulsivamente il marcio. Gomez, Travaglio e Barbacetto lo hanno persino confermato nel loro libro Mani Sporche, la cui tesi centrale è proprio il recidivo peggioramento di ogni indicatore civico, politico e morale in Italia da Tangentopoli ad oggi, cioè precisamente nel periodo della massima attività della loro Industria della Denuncia e della Indignazione. Notate: hanno scritto di loro pugno che ciò che fanno non serve quasi a nulla, ma non se ne sono resi conto, meno che meno sono disposti a porsi qualche domanda difficile ma vitale, del tipo: e se fosse altro quello che si deve fare? Le smentite che vengono loro dalla realtà dei fatti sono clamorose, ma non li smuovono dalla compulsività di ciò che fanno: hanno visto coi loro occhi Beppe Grillo celebrare un suo autoproclamato “successo pazzesco” di consenso l’8 settembre del 2007 per le 300.000 firme raccolte dal suo primo Vday, e quindi proclamare roboante che questi politici “non esistono più”. Ma con gli stessi occhi hanno visto poche settimane dopo 3.517.370 italiani fioccare entusiati al parto dell’ennesimo carrozzone della più rancida politica riciclata, il PD di Veltroni. Mettiamola così: l’Italia della Casta batte Grillo 10 a 1, e questo avvenne quando le sue ultime grida quasi ancora riecheggiavano in piazza Maggiore a Bologna, e all’apice del successo di libri come La Casta o Regime. Non suggerisce nulla questo?

E poi c’è il risultato elettorale dell’aprile scorso, che li ha travolti come mai nella storia republicana.

Possibile che a fronte di questa desolate Caporetto dell’Industria della Denuncia e della Indignazione a nessuno sorga il dubbio che forse è ben altro quello che si deve fare? Possibilissimo, infatti la reazione dei ‘paladini’ della controinformazione proprio in questi giorni è di rincarare la dose della loro inutilissima medicina. Questa recidività mi ricorda la vicenda della vegetariana inglese e delle sue carote, un fatto realmente avvenuto a metà degli anni ’90 a Londra e riportato dal quotidiano The Guardian: ella si era convinta che per proteggersi dai tumori era necessario divorare grandi quantità di carote, ma ne ingurgitò così tante da finire in ospedale con serissimi guai al fegato. Messa di fronte all’evidenza della sua patologia, la signora concluse quanto segue: se sto male è perché evidentemente non ho mangiato abbastanza carote. Si dimise e corse a rincarare la dose della sua verdura salvifica. Cosa fu di lei non si sa, ma non si fatica a immaginarlo.

E sono dannosi. In realtà, e tristemente, il modo di agire dei sopraccitati ’paladini’ serve a giustificare (oltre agli incassi degli autori e la loro ipertrofica fama) l’autoassoluzione di masse enormi di italiani, noi italiani come sempre entusiasti di incolpare qualcun altro, e mai noi stessi e la nostra becera inerzia, per ciò che ci accade. Questo è il motivo per cui il nostro Paese rimane perennemente al palo della civiltà. La colpa non è mai nostra, ce lo confermano incessantemente quegli sventurati ’paladini’ della controinformazione coi loro martellanti scritti e interventi, e questo è il danno tremendo che ci fanno. Assolti da ogni peccato, fervidamente impegnati a fustigare le nostre ombre sui muri, finiamo per non crescere mai, e le uniche speranze di ripulire questo Paese vanno perdute. E allora, codesti ’paladini’ piuttosto che celebrare processi in Tv, invece di fare i PR fanatizzanti di alcuni magistrati violando così le più basilari regole dei checks and balances della nostra professione, e invece di ossessionarci con i dettagli della mafiosità o corruttela del politico numero 847, dopo averci raccontato quelli del numero 846 e dopo che per le precedenti 846 volte nulla è cambiato, dovrebbero aiutarci a processare noi stessi, a metterci tutti davanti allo specchio per dirci: l’Italia siamo noi, i ladri siamo noi, i moralmente decomposti siamo tutti noi, coi nostri 270 miliardi di euro di evasione di sola IVA, con l’omertà endemica che ci tappa la bocca ovunque vediamo del marcio - al lavoro, per strada o nei pubblici uffici, con la nostra adulazione del potere, e col nostro amore per l’abuso del potere appena ne abbiamo un briciolo in pugno, dagli insegnanti ai vigili urbani, dai medici agli ispettori delle pubbliche amministrazioni. Noi italiani con il nostro individualismo ammalato che al massimo si espande in parrocchialismo, ma mai in capacità di fare gruppo civico aperto alla critica, e ciò neppure quando ci proclamiamo antagonisti. Questa Italietta sudicia, ipocrita, fregona e anche violenta siamo noi.
E allora cari ‘paladini’ è con noi che ve la dovete prendere per cambiare l’Italia, è su di noi che dovete scrivere fiumi di libri o articoli, perché lo ripeto: gli Schifani, Berlusconi o Ricucci sono le nostre ombre sul muro. E a che serve prendersela ossessivamente con delle ombre?
Il giornalismo investigativo in Italia deve esplodere, perché come ho appena dimostrato è un mito, poco utile e dannoso. Esso è certamente utile altrove, in Paesi come gli USA o la Francia o la Gran Bretagna, ma solo perché esso cade a pioggia su una società civile del tutto diversa dalla nostra. E allora di nuovo: la variabile determinante non è la denuncia, ma chi la recepisce. Se prima non educhiamo gli italiani a essere civici, cioè a partecipare, inutile denunciare compulsivamente.

Incomprensioni. Quando Beppe Grillo nel ricordarci le malefatte della Casta grida dal palco del V2 day di Torino che i manigoldi saranno annientati perché “noi li pigliamo per il culo”, io mi dispero. Lo stesso faccio quando Piero Ricca si arma di coraggio e telecamera e attende il momento buono per gridare a Silvio Berlusconi “buffone!”. E mi dispero ancor più se possibile quando vedo così tanta gente esultare sia nel primo che nel secondo caso. Perché entrambe quelle affermazioni sono messaggi (cioè informazione) falsi e pericolosissimi. Grillo ignora (o vuole ignorare) cosa sia realmente il Sistema-potere, e cosa occorra per abbatterlo. Se la prende con una classe politica nazionale che “avendo abdicato tutti i suoi poteri ad organi sovranazionali come la Bce, la Commissione Europea, il WTO, la Banca Mondiale”, e io aggiungo alle lobby come il Trans Atlantic Business Dialogue (TABD), il Liberalization of Trade in Services (LOTIS), l’Investmente Network (IN) o la International Chamber of Commerce (ICC), “non può fare assolutamente niente se non l’ordinaria amministrazione” (4). Egli non comprende che i grandi mali che affliggono l’Italia, dalla disoccupazione alla precarietà, dal rilancio finanziario delle mafie all’informazione plastificata, e poi gli equilibri economici in disfacimento, il degrado ambientale e la pessima qualità dei servizi ecc., derivano ormai interamente da decisioni prese altrove. Da chi? Dai sopraccitati poteri, che in soli 35 anni hanno saputo ribaltare due secoli e mezzo di Storia, che hanno reso di nuovo plausibile l’inimmaginabile nella vita quotidiana di 800 milioni di cittadini occidentali, che muovono più di 1,5 trilioni di dollari di capitale al giorno, e che tengono ben salde nelle loro mani tutte le leve della nostra Esistenza Commerciale (inclusa quella di Grillo, moglie e figli). Costoro non stanno perdendo neppure un singolo minuto di sonno per lui e per i suoi colleghi ‘paladini’ dell’Antisistema italiano. Ma ha un’idea Grillo di come lavorano questi?
Dovrebbe smettere di sbraitare e capire, proprio visualizzare, il potere di chi è riuscito in un attimo della Storia a compattare migliaia di destre economiche eterogenee sotto un’unica egida e sotto un pugno di semplicissime ma ferree regole, per poi travolgere il pianeta ribaltandolo da cima a fondo: il Potere è ed è stato coeso, annullando ogni individualismo fra i potenti; è ed è stato disciplinato all’inverosimile, ossessivamente preciso in ogni analisi, immensamente competente, sempre silenzioso, al lavoro 24 ore su 24 senza mai un respiro di pausa, comunicatore raffinato, con a disposizione i cervelli più abili del pianeta e mezzi colossali. Crede Grillo che questa immensa macchina planetaria che regola ogni sospiro della vita italiana si preoccupi delle sue sceneggiate di piazza, o dell’incedere di un nugolo di personaggi e istrioni più o meno credibili con al seguito una minoranza di adepti/fans persi nell’ingenua buona fede? E allora: cosa mai risolveranno i referendum di Beppe Grillo fanaticamente concentrato in una guerra contro una Casta nostrana che nella stanza dei bottoni ha a malapena il controllo del pulsante del citofono?

Silvio Berlusconi sarà tante cose spiacevoli, ma di sicuro una non lo è: un buffone. E’ invece uno dei più geniali interpreti del carattere nazionale che sia mai esistito, e certamente il più geniale in epoca contemporanea. La sua abilità, sia come manager che come politico, incute soggezione. Lasciate perdere per un attimo che il suo percorso sia intriso di corruttele e malaffare, lo è quello di ogni singolo magnate del pianeta; ciò che ci interessa, qui, è capire che questo uomo tiene saldamente le leve di una macchina sofisticatissima e multimiliardaria di creazione del consenso, che per essere combattuta va presa estremamente sul serio, altro che buffone e prese per il sedere. E arrivo a dire che la cosa più demenziale e infausta che l’opposizione intellettuale e movimentista al Cavaliere potesse immaginare di fare in questi anni è quello che ha invece sempre fatto: sbeffeggiarlo, insultarlo, ridicolizzarlo, chiamarlo psiconano, e insistere compulsivamente nel denunciarne le malefatte già ultranote a ogni singolo italiano attraverso la cronaca quotidiana e il lavoro dei giudici, mentre lui intanto si mangiava il Paese col consenso. Andava invece attentamente studiato, andavano comprese e individuate le sinapsi della mentalità italiana su cui la sua comunicazione si allacciava con spaventosa efficacia, ed esclusivamente su quelle sinapsi bisognava lavorare, con una macchina comunicativa altrettanto fruibile e martellante quanto la sua, anche se portatrice di valori opposti, e che la sinistra intellettuale (snob) non ha saputo costruire. Altro che buffone e pernacchie.

Mafie, ‘parrocchie’ e informazione.

Guardiamoci. Siamo un popolo che si divide inesorabilmente in ‘parrocchie’ o ‘mafie’. Se non siamo mafiosi, siamo parrocchiali, una delle due, non si fugge. Cioè, se non ci aggreghiamo per colludere in affari criminosi di vario grado, col loro corredo di atrocità, truffe, omertà, insensibilità per la sofferenza altrui, adulazione del potente, piacere nell’abuso del potere (dall’associazione per delinquere di stampo narcomafioso o bancario, alla cordata assicurazione-pretura-avvocati-grande policlinico per tacitare un’operata di cancro nella mammella sbagliata; dal patto trasversale ipermercati-grossisti per fare cartello sui prezzi truffando i cittadini, al consapevole risucchio dei pensionati in difficoltà nelle più ignobili spirali di indebitamento da parte di finanziarie da galera ecc.), noi italiani ci raggruppiamo in parrocchiette di ‘compagni di merende’, litigiose, esclusive proprio nel senso di escludenti, solo formalmente aperte ma in realtà a strettissimo raggio, nemiche giurate della libertà di pensiero, insomma, consociative ma sempre travestite da qualcos’altro (e questo dal Corriere della Sera al periodico universitario, passando per le redazioni televisive, per i centri sociali, ONG, blog più o meno noti, gruppi online, comitati civici, ONLUS ecc.). Come si può facilmente immaginare, il pensare liberamente e la facoltà di criticare a 360 gradi non sono compatibili con gli interessi né delle mafie né delle ’parrocchie’. Ma sono proprio il libero pensiero e la critica senza barriere le componenti fondamentali della libera informazione al sevizio dei cittadini. E allora? In altre parole, noi italiani la libertà di informare non la vogliamo, e quando si affaccia sulla soglia della nostra ’mafia’ o ’parrocchia’ la odiamo e la cacciamo con singolare ferocia.

E come fa un popolo così ad avere una libera informazione?

Già posso già udire la levata di scudi di quelli che “Io? Io proprio no! Io compro il Manifesto... io leggo Libero... io sono Padano mica italiano... io sono con Beppe, vaffa te Barnard... io sono stato in Afghanistan con Gino, figuriamoci... io dico viva Travaglio, che c’entro io?...” . E invece c’entrate, c’entriamo tutti, e soprattutto proprio quelli di noi che sono confluiti negli ultimi anni nel cortile dei nuovi antagonisti, altra ’parrocchia’ che sta ahimè replicando molti dei tratti più meschini dei più trazionali conglomerati mediatici italiani. In questo mio scritto dedicato all’informazione mi concentro proprio su questo cortile antagonista per una serissima ragione: perché esso dovrebbe essere la fucina delle uniche speranze rimaste in Italia di ottenere un’informazione libera, e se dunque al suo interno si replicano le meschinità del Sistema-potere, se anch’esso è divenuto ’parrocchia’, è veramente una tragedia immane per tutti. Dell’altro cortile, quello del giornalismo reggimentato, non dico nulla qui, tutto è già stato scritto fino alla nausea.

Vi snocciolo ora alcuni esempi a riprova di ciò che sostengo, fra i tantissimi possibili. Sono tutti frutto della mia esperienza personale, e non per protagonismo ma solo per la certezza di ciò che posso descrivere, avendoli vissuti in prima persona.
Nella primavera del 2007 inviavo agli amici di Peacereporter, sito portavoce dell’ONG Emergency, una critica all’operato di Gino Strada, che da settimane si scagliava con crescente acrimonia contro il governo Karzai in Afghanistan, reo, secondo il chirurgo e un ampio stuolo di intellettuali italiani, di violare tutte le più elementari regole del garantismo giuridico con la detenzione di Ramatullah Hanefi, manager dell’ospedale di Emergency a Lashkargah e mediatore per l’Italia nel noto rapimento di Daniele Mastrogiacomo. Un appello per la liberazione di Hanefi venne scritto e divulgato, con firme della posta di Claudio Magris, Enzo Biagi, Gherado Colombo e Maurizio Costanzo fra gli altri. Il testo cominciava con le parole “La Costituzione afghana...”. Ma quale Costituzione? Quella esportata laggiù a colpi di bombe cluster e di migliaia di morti? Quella solennemente varata a Kabul nel 2003 da Hamid Karzai e dalla sua Lloya Jirga, e cioè da un pupazzo del Dipartimento di Stato americano ex consulente del gigante pertrolifero USA UNOCAL, tenuto sotto la mira dei B52 della US Airforce, e in combutta con la peggior masnada di criminali di guerra e stupratori noti con l’appellativo di Alleanza del Nord? Quella contemplata con stupore dagli afghani nella speranza che qualunque cosa (anche un testo marziano venuto da chissà dove) fermasse le stragi della NATO e le inaudite violenze dei ceffi dell’Alleanza del Nord - responsabili di oltre 50.000 morti civili dal 1993 al 1998 di cui 24.000 solo nel 1994, e poi stupri, mutilazioni, spaccio di eroina? (5) Cioè la più classica “Constitution at gunpoint” per promuovere la “Democracy at gunpoint”? Quella? Sì, proprio quella. E il testo degli intellettuali italiani continuava così: “Il prolungarsi della detenzione di Rahmatullah Hanefi, in spregio ai diritti universali e alla più elementare dignità umana, avviene in palese violazione della Costituzione afgana... L’attuale sistema giuridico afgano è stato costruito con la collaborazione e l’importante sostegno finanziario per cinquanta milioni di dollari dell’Italia”. Diritti universali, dignità umana, e leggi eufemisticamente nate dalla collaborazione e dal denaro italiano. Risulta a qualcuno che i pastori tagiki, che i commercianti pashtun, o che le donne hazara se li siano mai scelti quei diritti? Sappiamo almeno se li condividono? Ha un senso per loro la nostra dignità? Si sono mai espressi su quella? Cosa hanno da spartire le regole delle democrazie parlamentari europee con duemila anni di relazioni tribali centroasiatiche? Con che diritto l’Italia, Gino Strada e l’intellighenzia al suo seguito pretendono il rispetto di regole e di diritti che con secoli di vita afghana c’entrano come un intervento di laparoscopia robotica con le pratiche curative sciamaniche? Importa qualcosa che a magistrati, medici e giornalisti cresciuti su un altro pianeta certe regole afghane creino sgomento e riprovazione? Sono afghane, sono le loro regole. E il mio ragionamento continuava: se si sancisce il diritto di una potenza conquistatrice di imporre ad un altro Paese le sue regole di “democrazia e giustizia occidentale ora, subito!” a suon di proteste (di insulti, di ricatti commerciali e di missili), allora sanciamo fin da ora il diritto degli afghani, dei talebani, o dei cinesi o di chiunque al mondo di gridare “tortura e pena di morte ora, subito!” se mai capiterà che un giorno siano loro ad avere abbastanza bombe per offrirci la loro Costituzione.
E tornando dunque alla ferrea determinazione di Gino Strada e soci nell’avanzare quelle perentorie richieste, quale differenza c’è fra il loro modo di pretendere “democrazia e giustizia occidentale ora, subito!” in Afghanistan e quello tipico dell’imperialismo culturale dei neocons americani capitanati da Samuel Huntington con il loro “democrazia all’americana ora, subito!” esportato in mezzo mondo? L’uso delle bombe invece che una petizione scritta a Milano? I sordidi fini di sfruttamento degli americani invece del sentimento di giustizia dei nostri intellettuali? Davvero? Credete voi che la lettera di Strada, Colombo e soci sarebbe mai giunta a Kabul senza quel dettaglio degli 8.000 morti civili di questa orribile invasione, della coventrizzazione di interi villaggi, e della nova resa in schiavitù delle donne afghane che oggi si danno fuoco con disperazione senza precedenti? (6) Credete che le consulenze giuridiche discese da Roma su Kabul non servano proprio a spianare la strada agli avvocati delle solite note corporazioni o agli infausti ’cooperatori’ internazionali? La realtà, per chi vuole vederla, è che Gino Strada, proprio lui, si era accodato al più classico imperialismo culturale, e questo era sbagliato. Terribilmente sbagliato. Scrissi tutto ciò a Peacereporter, li invitai a una riflessione fondamentale, che va al cuore dell’intercultura, che è oggi di drammatica attualità. Sostenevo che non è in quel modo che si ottiene un avanzamento dei valori fondamentali dei popoli (ciascuno i suoi). Lo pubblicarono? Macché. Concessero ai loro lettori il beneficio del dissenso? Macché. La ’parrocchia’ si chiuse a riccio, e fine del libero dibattito. Infatti su Peacereporter un libero dibattito su Emergency e sulle sue tante controversie è impossibile. Se questa parrocchialità accade fra i ’nuovi’, fra quelli che non hanno Confindustria o il Vaticano che gli soffia sul collo, immaginate al Corriere o al TG1 di Gianni Riotta.

E di seguito: si chiuse a riccio la ‘parrocchia’ del Manifesto quando, dopo vent’anni di collaborazione, mi negarono la pubblicazione di un editoriale dove gli chiedevo: “Se Calipari fosse morto nelle stesse identiche circostanze, ma per salvare Agliana, Quattrocchi, o Cupertino, voi cosa avreste scritto di lui? Avreste celebrato la morte di un eroe, o avreste scritto di uno ’sbirro’ al servizio sciagurato dei contractors imperialisti?”. In altre parole, l’onestà intellettuale non andrebbe posta in cima al lavoro della storica testata senza padroni? Se non si fa chiarezza su questo punto in via Bargoni, come si procede? Si può procedere? Silenzio.

Spettacolare la parrocchialità di un gruppo No Tav della Val di Susa, e sto sempre nell’ambito dei cosiddetti ’liberi battitori’, per gli essenziali motivi citati in precedenza. Il 14 febbraio 2008 ricevo da una loro attivista un invito a tenere un dibattito in valle: “Sia come associazione che come comitati No Tav saremmo felici di averti ospite a qualcuna delle serate informative che organizziamo, oppure di organizzarti alcune serate (nei vari paesi della Val di Susa e Sangone) sul tema della censura sull’informazione in Italia.” Notate che il fulcro della cosa è la censura. Rispondo il 27 dello stesso mese e fra le altre cose scrivo: “Possiamo parlare di informazione, società civile organizzata, cosa fare e come. Sappi che dico cose molto impopolari per i fans di Grillo, Travaglio ecc.”. La solerte signora cinque giorni dopo specifica: “Nella riunione di comitato di giovedì scorso ho portato il nostro scambio di mail e ci siamo chiesti cosa intendi con ’cose molto impopolari per i fans di Grillo, Travaglio ecc’... vorremmo capire meglio, anche per non creare confusione fra la gente a cui ci rivolgiamo, visto che martedì avremo, per l’appunto, Marco Travaglio che presenterà il suo libro Mani sporche... Se riesci a mandarci uno spunto per fargli magari qualche domanda specifica che ci faccia capire te ne saremmo grati.”. La indirizzo alla lettura del mio Considerazioni sul V-day (7) e allego una precisa serie di domande critiche per Travaglio, poi attendo. Attendo, attendo. Dopo divesi giorni sollecito, e a metà marzo mi arriva una mail di centosette righe fitte, dove l’attivista No Tav si dilunga eternamente sulle sue lotte sociali, sul coraggio, sugli alti ideali. Poi, in fondo: “... Devo dirti in tutta onestà che non abbiamo sfidato Travaglio... gli siamo riconoscenti per essere venuto... grazie a questo fatto sono arrivati tantissimi cittadini (uno stadio zeppo come da foto allegata, nda)”. Ed ecco la stoccata finale: “Tu sei un grande e coraggioso giornalista... all’interno del nostro comitato il dibattito è al punto che ci piacerebbe avere prima un incontro-confronto con te, per capire...”. Ah sì?, rispondo. Lo avete fatto “l’incontro-confronto per capire” con Travaglio? Con Imposimato? Con Diego Novelli? Cioè con tutti gli altri ospiti delle vostre serate? E vi siete preoccupati anche con loro di “non creare confusione fra la gente a cui ci rivolgiamo”? Da quando si fanno i pre-esami agli intellettuali che si invitano a parlare alle serate? Risulta a qualcuno che questa sia la prassi? Non commento oltre, non credo ce ne sia bisogno. Censura, altro che libero dibattito in quel No Tav. La ’parrocchia’ è chiusa in Val di Susa, e perdonate la rima.

La medesima cosa mi accade in un centro sociale di Bologna, l’XM24, forse ancora peggio. Questi sono gli antagonisti arrabbiati, i giovanissimi irriducibili, gli sfasciaSistema per eccellenza. Bene. L’invito che ricevo è a parlare di informazione, e tutti sanno che sono nel mezzo di un’aspra polemica con Report di Milena Gabanelli, che accuso di essere collusa con la RAI in Censura Legale (8) e impegnata in un’opera di censura a tappeto del dissenso nel forum della sua trasmissione (9). Tre giorni prima dell’incontro, un rappresentante del collettivo si presenta a casa mia: ha parlato con Bernardo Iovene, collaboratore stretto di Gabanelli ma soprattutto amico intimo del leader di XM24. Iovene sostiene che io vado raccontanto balle e diffamazioni sia su Censura Legale che sulla censura nel forum di Report, è vero? In via del tutto eccezionale, data la giovanissima età del ragazzo, gli perdono quello che non ho perdonato ai No Tav, e mi sottopongo a verifica preventiva. Mostro al giovane tutti i documenti processuali, le prove nero su bianco, rispondo a ogni domanda. Lui è soddisfatto. L’incontro si fa. Dopo 48 ore mi arriva una chiamata: Iovene è stato di nuovo al collettivo, c’è stata discussione, e allora “Barnard lei può venire, può parlare di informazione, ma non può parlare di Report (sic)”. Avete letto giusto: i giovani antagonisti, gli antiSistema duri e puri, vietano preventivamente all’ospite di parlare, gli mettono un guinzaglio affinché più in là di qualche metro non vada. Non credo sia mai capitato a Porta a Porta, non così spudoratamente. ’Parrocchia’ anche qui.

E poi i meet up di Beppe Grillo, e Grillo in persona. Qui la ’parrocchia’ ha veramente funzionato, soffocando un pezzo di informazione con la stessa efficienza di un Tg di Emilio Fede. Spiego i fatti. La eco della mia pubblica denuncia della collusione di Milena Gabanelli con RAI in Censura Legale ha toccato gli angoli più disparati della Rete, e naturalmente è approdata ai meet up. Alcuni membri di quei gruppi hanno d’istinto portato la vicenda nella pagine del blog di Grillo, visto che si parlava di censura e a pochi giorni dal V2 day sull’informazione. Ma a quel punto un fatto curioso ha iniziato ad accadere: i loro messaggi indirizzati al comico genovese sparivano. Strano. Vi lascio alla spettacolare sequenza di eventi così come sono accaduti al meet up di Napoli, per comprendere di cosa sto parlando:

“Posted mar 27, 2008 at 11:32 AM Qualche giorno fa mi hanno passato questi due link: http://www.arcoiris.t... e http://www.arcoiris.t... Questi video non sono altro che l’intervista a Paolo Barnard: uno dei migliori giornalisti... scusatemi... EX giornalista di Report, la famosa trasmissione televisiva di rai tre condotta da Milena Gabanelli. Dovete - per favore - vedere i video perchè DOVETE aprire gli occhi. Milena Gabanelli come Pozio Pilanto se ne è lavata le mani, sul forum di Report sono stati bannati (censurati) tutti gli interventi su questo argomento (CESURA LEGALE). Sul sito di Beppe Grillo è stata fatta la stessa cosa... Apriamo gli occhi. Vittorio Emanuele”

“Posted mar 28, 2008 at 3:38 PM Io scrivo sul forum di annozero e qualche volta su quello di report. Ho partecipato solo all’inizio alla lunghissima discussione che c’è stata e che poi è sparita. Conosco le persone bannate, sono persone civili, educate, acute, con un senso civico altissimo. Non hanno mai sforato nell’offesa o nella volgarità, ma hanno dato fastidio chiedendo, pretendendo chiarimenti. Tutto questo può diventare improvvisamente non interessante perchè barnard ha fatto il nome di grillo? Grillo sta organizzando un V-day sulla informazione, perchè non affrontare anche questa questione? E’ importante o no per la democrazia, per il sistema informazione in italia... la gabanelli non ne parla. Maria Gabriella”

“Posted mar 28, 2008 at 9:51 PM Ho bisogno di una risposta a questo quesito: io e altri abbiamo ripetutamente postato la lettera aperta (su Censura Legale di Barnard, nda) sul blog di Grillo. Non è mai stata postata. Come mai? Qualcuno sa darmi una spiegazione? Grazie. Maria Gabriella”

“Posted mar 28, 2008 at 10:03 PMProva a spezzettarla, il blog accetta 2000 caratteri per volta. Mariano.”

“Posted mar 28, 2008 at 10:37 PM ...cmq è vero è da piu di mezz’ora che cerco di postare su blog di Grillo la lettera aperta su Censura Legale (di Barnard, nda), non riuscendoci... Non mi postano neanche le mie proteste in merito... non capisco... Mariano.”

“Posted mar 29, 2008 at 1:17 AMnon potevo, non volevo crederci... mi chiedo che senso abbia il v2day sull’INFORMAZIONE se Grillo sul suo blog applica la censura nei cfr. di determinati argomenti... sono confuso... deluso... pretendo chiarimenti... chiedo a Roberto Fico, Marco Savarese e Vittorio, e a tutti gli amici del meetup di napoli di pretendere altrettanto... di chiedere chiarimenti a Grillo... che questa discussione venga puntinata.”
La notizia che anche Grillo stia censurando sul suo blog rimbalza allarmante a diversi altri snodi italiani dove si raggruppano i seguaci del comico, come Milano, Roma, Bologna, Ladispoli, Carbonia, o Messina:
“Posted apr 13, 2008 at 5:07 PM Sul BLOG di Grillo i post che contengono il nome di BARNARD vengono censurati. Provate voi stessi e vedrete. Io ho fatto alcune prove, anche camuffando il nome. Niente. Mi pare una questione molto seria. Ne vogliamo discutere?”
“Posted apr 9, 2008 at 9:09 PM Se ci tappiamo gli occhi di fronte a questa vicenda; se non siamo in grado di rompere quelle che assomigliano alle vecchie regole di omertà e fedeltà alla linea di partito; se non facciamo questo, ora e subito, credo dobbiamo rinunciare ad ogni speranza di cambiamento e di battaglia per la verità. Voglio poter andare al prossimo V-Day con l’animo in pace e con la coscienza pulita. Stefano”“Fabio bergonzoni (cipputi) Commentatore certificato 01.04.08 11:09 quando mi capita di scrivere un commento non troppo "consono" al blog viene censurato... dio mio c’è del marcio anche qui? ho visto che non capita solo a me. è triste. è sconfortante. non si sa più dove girarsi... non c’è piu niente di pulito.”Io stesso ricevo diverse mail che confermano puntualmente la censura sul blog di Grillo e di cui offro solo alcuni esempi:
Date: Mon, 07 Apr 2008 15:32:29 +0200From: Stefano To: dpbarnard@libero.itSubject: Di nuovo su censura legale
“Ho provato a spedire un messaggio nel blog di Beppe Grillo, le cui uniche parole riconducibili al tuo caso erano RAI, Gabanelli, Report e Barnard: niente, il messaggio non è arrivato.Ultimo tentativo, questa volta con le parole camuffate... Ne ho spediti un paio e sono rimasti là almeno una mezz’ora/un’ora (probabilmente erano un po’ distratti). Stamattina i miei post erano spariti. Questa vicenda mi disgusta...”
Date: Tue, 11 Mar 2008 12:17:03 +0100From: mariapiapil@****To: dpbarnard@libero.itSubject: Re: Report e Anno Zero
“Ho scritto quanto segue nel blog di Grillo. Non ne ho trovato traccia... Mp.“Vorrei esprimere il più totale rifiuto e indignazione verso la Censura Legale di cui è oggetto Paolo Barnard e tutte le persone che in diversi blog e forum...”
Date: Fri, 21 Mar 2008 18:21:08 +0100 From: sapesci@****To: dpbarnard@libero.itSubject: Grillo censura...
“Avevo già segnalato il tuo caso sul sito di Beppe Grillo. Una delle due segnalazioni che ho inviato, quella nel commento più votato, è stata bannata!... La Gabanelli anche lì evidentemente non si tocca! ma tu resisti... non sei solo!”Tutto questo accade a meno di un mese dal V2 day di Torino. In sostanza: Beppe Grillo, che sta lanciando la più imponente crociata popolare contro l’informazione “di regime” della storia contemporanea, usa la censura nel suo stesso blog, da lui sventolato ai quattro venti come il futuro della libertà di espressione, come il salvagente della libertà di parola in Italia. Lo fa, aggiungo, perché notoriamente amico intimo di Milena Gabanelli, e fra compagni di ’parrocchia’... Ma ciò che sarà ancor peggio, è come l’ondata di indignazione di tanti membri dei meet up si spegnerà docilmente al sopraggiungere dell’adrenalinica giornata del 25 aprile, con la sua cornucopia di emozioni, protagonismo per un giorno e trascinamento acritico di tanti da parte dell’istrionico genovese. Eppure non sarebbe stato difficile capire che in gioco vi era un fatto gravissimo, e cioè la scoperta che il grande inquisitore aveva replicato lo stesso odioso comportamento che si accingeva a castigare con feroce intransigenza in tanti altri. E se una frazione di rigore intellettuale e morale fosse riuscita a sopravvivere a quella festa di piazza, i seguaci di Beppe Grillo avrebbero dovuto imporre una riflessione all’intero evento: quella replica ipocrita lo aveva già corrotto fin nelle fondamenta prima ancora di iniziare, inaccettabile continuarlo così. Ahimè rimane un fatto che da quella data è calato il silenzio su questo caso. Di nuovo, la ’parrocchia’ dei meet up ha chiuso i portoni, e un libero dibattito sulla gravità del comportamento di Beppe Grillo è rimasto fuori.

Il caso Gabanelli. Il ’litmus test’.

Quando il parroco chiama a raccolta. E sempre in tema, mi soffermo sulla reazione di alcuni dei più noti rapppresentanti dell’Antisistema italiano a quella parte della mia denuncia su Censura Legale che inevitabilmente ha gettato ombre sulla conduttrice di Report Milena Gabanelli. Essa si è rivelata un litmus test, per dirla all’inglese, e cioè un vero banco di prova. Infatti, nella ’parrocchia’ che si è chiusa a riccio a protezione della nota giornalista si sono infilati alcuni dei nomi più celebri della compagine dell’informazione antagonista italiana. Non è loro bastata la schiacciante mole di prove documentali che inchiodavano Gabanelli e la RAI; non gli sono bastate le proteste per iscritto con nomi e cognomi dei tanti cittadini censurati brutalmente dalla Gabanelli per aver osato dissentire e chiedere spiegazioni; non è stato sufficiente spiegargli accoratamente che la replica al loro interno dei metodi del Sistema-potere è una bomba a orologeria moralmente inaccettabile e che finirà per delegittimarli danneggiando irreparabilmente tutti gli attivisti italiani. Nulla di tutto questo è servito, e così Marco Travaglio, Aldo Grasso, Lorenzo Fazio, Sabina Guzzanti, Beppe Grillo e persino Piero Ricca si sono schierati in difesa della propria ’parrocchia’, ciascuno a modo suo.

Prima di continuare preciso e sottolineo: il fatto che il caso Gabanelli sia ricorrente lungo diverse parti di questa narrazione non è segno di un mio accanimento rancoroso, di una malcelata velleità vendicativa, di squilibrio professionale. Le ragioni sono quelle appena citate, e solo quelle: si è trattato di un punto di svolta clamoroso, un episodio che ha per la prima volta squarciato il velo su una dibattito soffocato anche se di fondamentale interesse pubblico: sono veramente diversi dal Sistema-potere i nuovi ’paladini’ italiani della libertà di parola? Come reagiscono quando sono loro a essere colti in fallo? Possono centinaia di migliaia di italiani fidarsi ciecamente di loro? E in ogni caso, è giusto affidarsi? Ecco perché quell’affaire ricorre così spesso qui. Mi ha scritto una lettrice: “Gent.le Dr. Barnard, sono rimasta colpita sia dalla vicenda in sé, sia dalle relative implicazioni sociali. Ritengo che quanto è avvenuto sia gravissimo: anche i programmi e le rubriche che (apparentemente) prendono posizione a favore di una cultura della legalità e dei diritti sono, dunque, "sepolcri imbiancati" (per usare un’espressione molto forte ma, credo, non fuori luogo)”.

Marco Travaglio.
La prima volta che portai all’attenzione del giovane cronista di giudiziaria le crepe che si stavano aprendo nel gruppo dei ’paladini’ fu il 14 dicembre del 2006. Le risposte che mi arrivarono furono dei monosillabi inespressivi e seccati. Mai alcunché sui punti specifici. Fu uno dei primi a ricevere la mia denuncia su Censura Legale, di cui lui stesso è vittima fra l’altro, ma nulla. L’ho sollecitato di recente con una lettera aperta, nella quale gli chiedevo di esprimersi sia sul critico rapporto fra fama/potere e libertà d’espressione (Travaglio è un’idolo nazionale e corre seri rischi in questo), sia sul comportamento della collega Gabanelli. Nessuna replica. Poi ricevo da un lettore quello che Travaglio aveva a lui dichiarato in merito a ciò che gli avevo scritto: “Sono tutte balle (vicenda Gabanelli)” e “Non ho tempo da perdere dietro ai delirii di uno squinternato che mi diffama su internet con processi alle intenzioni (le mie considerazioni su fama/potere e libertà)”. Replico a questo livello di tracotanza offensiva e di ignoranza dei fatti (Travaglio, che è un cronista, evidentemente non sa nulla delle prove documentali che ho fornito in Censura Legale) e fra le altre cose scrivo: “Nessun processo alle intenzioni. Travaglio si è già corrotto. Come fa lui, il censore morale, a stare fisso nel salotto Tv di uno che per prima cosa è un arcinoto raccomandato di lunga data della lottizzazione Tv dell’asse PCI-Sandro Curzi, ma che ha poi fatto scempio del mandato elettorale di tanti italiani per scendere da Strasburgo (dove ha soggiornato a spese dei cittadini) a riprendersi il suo ’giocattolo’ preferito? Cos’è un mandato elettorale? Un parcheggio temporaneo? Una cura ricostituente? E costui, cioè Santoro, oggi sta in televisione a bacchettare il malcostume della politica (sic). Può Marco dire quanto sopra in faccia a Santoro in diretta ad Anno Zero? Eppure sono fatti conclamati. Può? Lo ha fatto? Può Travaglio dire che la sua casa editrice Chiarelettere è diventata il fans club di un magistrato e di una fetta di magistratura con tanto di striscione e motto sul sito (caso unico in occidente), facendo così a pezzi il più sacro dei principi dei checks and balances nel giornalismo? Può? Lo ha fatto? Può Travaglio spiegarci cosa ci stanno facendo lui e Milena Gabanelli in prima serata Tv dopo che lui stesso ha perentoriamente dichiarato nel 2006 quanto segue: “In televisione è vietato tutto ciò che è libero, indipendente e autonomo. Perché? Perché non si sa mai cosa può dire uno libero, che non risponde, non si sa mai cosa potrebbe fare, non si sa mai cosa potrebbe raccontare... Se uno è asservito è controllabile, si conoscono le dimensioni del suo guinzaglio, e si sa anche chi lo tiene in mano il guinzaglio. Chi non ha il guinzaglio in televisione in questo momento non lavora e chi ci lavora in un modo o nell’altro un suo guinzaglio ce l’ha. Si tratta a volte di scoprirlo, per quelli più furbi, che lo nascondono meglio, per altri si tratta di capire quanto è lungo, ma non c’è dubbio che chiunque lavori in televisione nei posti chiave, che si occupano di informazione, di attualità, o che si occupano di settori limitrofi, il guinzaglio c’è e lo tiene in mano qualcuno. Poi ci può essere qualcuno che ha il guinzaglio e pure è bravo (sic, nda), non è mica escluso, è difficile, ma non è escluso; la regola è comunque che ciascuno deve essere controllabile e ciascuno deve essere prevedibile , ciascuno deve avere qualcuno che garantisce per lui altrimenti sulla base delle proprie forze e delle proprie gambe lì dentro non ci si entra’?”

E ora aggiungo: può Travaglio farci capire come è possibile che il direttore di RAI 3 Ruffini sia, secondo le sue lapidarie parole, un censuratore di professione “perché ha cancellato Raiot di Sabina Guzzanti”, quando lo stesso Ruffini lascia Report in prima serata da più di 4 anni? Lo è o non lo è un censuratore? Oppure è la Gabanelli che ha le spalle coperte? O è Travaglio che diffama a casaccio? Può chiarire? Può questo giornalista dare conto della sua partigianeria manifesta per un partito politico con tanto di indicazione di voto pre elettorale (IDV e Di Pietro) e di come questo suo comportamento deturpi l’abc della nostra deontologia, che pretende una netta separazione del giornalista dalle fonti del potere che dovrebbe severamente monitorare? Può infine avere la decenza di leggersi le carte processuali che così chiaramente espongono Milena Gabanelli come collusa con la RAI in uno dei più gravi casi di Cesura Legale, e le testimonianze dei cittadini censurati dalla condutrice di Report? E avrà la coerenza di prendere posizione contro quel malaffare nato nel cuore dell’informazione ’pulita’, così come lo condannerebbe se praticato da chi non è suo amico personale? Insomma, avrà la forza di non finire a erigere muri attorno all’ennesima ’parrocchia’?
La risposta a ciascuno di questi quesiti è no. Perché fra ’parrocchiani’ non ci si tocca, e al diavolo la libertà di pensiero, la libertà d’espressione e l’onestà personale.

Lorenzo Fazio e Aldo Grasso.
Editore di provenienza Rizzoli e patròn della casa editrice Chiarelettere - che pubblica Travaglio, Gomez, Corrias, Barbacetto, Beha ecc. - Lorenzo Fazio ha avuto fra le sue firme sia il sottoscritto che Milena Gabanelli. Da notare che questo editore ospita nel suo sito un blog dal titolo Tiro Libero, spazio dedicato al monitoraggio del giornalismo italiano. Sono ancora in attesa che quel ’monitoraggio’ dedichi a Censura Legale qualcosa di meglio di tre righe vaghe e fuori tema. La Censura Legale non è cosa da poco, è a tutti gli effetti una minaccia serissima alla libertà di stampa italiana, come conferma mirabilmente un saggio di una delle nostre più rispettate giuriste, Giovanna Corrias Lucente, e che così riassume la serietà della questione: “Sulla testa di ogni giornalista pende oggi la spada di Damocle di una querela per diffamazione. Lui - e il suo giornale - rischia la bancarotta, chi querela assolutamente niente. Anche se la denuncia si rivela infondata, infatti, è quasi impossibile ottenere un risarcimento. Risultato: i giornalisti scrivono sempre di meno e sempre più politically correct, le querele per diffamazione non si contano e i danni morali liquidati raggiungono cifre sbalorditive. Con buona pace del pluralismo e della libertà di stampa”. (10) Ma Lorenzo Fazio è della ’parrocchia’, ha la conduttrice di Report in prima fila fra le firme Vip dei sostenitori della sua impresa editoriale, e dunque zitto, “con buona pace del pluralismo e della libertà di stampa”.

Aldo Grasso, il critico televisivo più caustico d’Italia, uno spirito libero, così dicono. Lo chiamo in febbraio, gli espongo la questione Censura Legale, e lui: “E’ grave, è capitato anche a me, un editore mi ha lasciato solo in tribunale a sorbirmi tutte le grane di ciò che mi aveva pubblicato...”. Bene, replico, allora sai di cosa parlo, ci scrivi due righe sul Corriere? Grasso: “Ma... sai... io sono amico della Gabanelli, e prima di attaccare un’amica dovrei vedere meglio...”. Notate bene che non ha detto ’prima di attaccare un cittadino’, che sarebbe stato solo giusto. Ha detto “un’amica”, cioè il critico televisivo è ’compagno di merende’ di chi dovrebbe scrutinare. Non demordo, gli mando ogni prova documentale, ogni riscontro nero su bianco, tutto. Lo richiamo dopo quasi un mese, e la solfa è la stessa: “Ma sai... io sono amico della Gabanelli, e prima di attaccare un’amica...”.

Piero Ricca.
Il 2 aprile 2008 mi scrive: “Caro Barnard, vorrei capire meglio la vicenda che la riguarda. Vorrei farle un’intervista, magari video, ma non necessariamente, da far girare on line, a partire dal mio blog. Un cordiale saluto, Piero Ricca”. Ne sono felice, accetto. Lui ribadisce: “M’interessa anche il tuo punto di vista su leadership e responsabilità individuale nel campo della società civile ’progressista’ o ’antagonista’...”. Perfetto, ancora meglio. E ancora lui: “Confido in video-intervista sugli sviluppi e il signficato del caso non appena possibile per entrambi”. Nel frattempo lo rendo edotto di ciò che penso dell’Industria della Denuncia e dell’Indignazione, e glielo dico chiaro, lui c’è dentro fino al collo. Parliamone. Inoltre gli manifesto il mio disagio di fronte a certi suoi, chiamiamoli, eccessi di provocatorietà nel corso dei suoi arrembaggi a Vip politici o finanziari. Il rischio, suggerisco, è proprio quello di replicare metodi violenti nel nome di una autoreferenziale giustezza civica. Piero si risente un poco, me lo comunica. Il tempo però passa, e dell’intervista che mi voleva fare si sono perse le tracce.

Sabina Guzzanti.
Stessa trafila di Ricca, anche lei mi contatta per una intervista, l’11 di febbraio: “Caro Paolo Barnard, dato che sto lavorando a un film documentario sull’informazione vorrei intervistarti e raccogliere la tua testimonianza (sperando che la parola non ti ricordi troppo i tribunali)”. Scottato come sono dall’effetto ’parrocchia’, decido di mettere le mani avanti: cara Sabina, leggi prima quello che ho scritto di voi Vip alternativi e di ciò che state facendo, poi se ancora vorrai sentirmi... Lei replica: “Caro Paolo, grazie della risposta. Ho letto il tuo articolo e non mi è passata la voglia di intervistarti. Ti chiamerò un giorno di questi per prendere un appuntamento”. Sono ammirato, forse qui si respira aria nuova. Nelle settimane seguenti le mando via mail i dettagli della vicenda Censura Legale, e con essi una sintetica cronaca in diretta della censura che sta calando implacabile su molti utenti del forum di Report man mano che la cosa monta. Le segnalo anche quella del blog di Grillo. Sabina inizia a mandarmi messaggi interlocutori: “Su Grillo mi sono arrivate voci che sul blog ci sia censura, mi pare che la voce si stia spargendo, d’altra parte è pure una sua scelta parlare di quello che vuole...” Le rispondo: “No, scusa, ma hai preso un granchio. Non si tratta del suo diritto di postare ciò che lui vuole. Qui parliamo dei cittadini, i cui contributi lui non deve filtrare, se non in casi di palesi volgarità o illegalità. I post dei cittadini sul suo blog sono liberi, e lo sono sempre stati. Lui cancella quelli scomodi, li censura”.Sabina di nuovo: “Mi sembra che il senso della tua battaglia debba essere protezione legale da parte degli editori per i giornalisti che si espongono, più che una guerra contro la Gabanelli”. Comprendo subito il pericolo del fraintendimento che talvolta mi accompagna, e cioè la convinzione di alcuni che io mi stia accanendo per un rancore personale contro una giornalista, piuttosto che sui principi di una battaglia per la libera informazione. Replico con fermezza: “Il senso della battaglia è sia contro gli editori che ci abbandonano sia contro chiunque censuri, se mi permetti. Gabanelli sta censurando a man bassa e partecipa a Censura Legale. Cosa devo fare? Il solito ’compagno di merende’ alla Aldo Grasso o Grillo che con la censura di Mimun sbraitano furibondi ma con la loro amica no? Fammi capire Sabina, la censura puzza di meno se la fa una amica tua o mia? Dimmi come ti posizioni tu, perché qui veramente si fa fatica a capire. La guerra la si fa contro chiunque censuri e se si chiama Gabanelli chissenefrega. O sbaglio?”. La Guzzanti non si convince, lo scoglio Gabanelli rimane nel mezzo. Poi, quando scrivo di Marco Travaglio ciò che avete letto sopra, Sabina cambia tono, ahimè. Mi premuro di ricapitolarle tutti i punti spinosi, le gravi contraddizioni e i rischi che accompagnano la celeberrima figura del cronista, e concludo: “Sabina, quando si diventa Star non si è più liberi. Perché la fama dà potere, e il potere diventa prioritario rispetto alla libertà. Rileggi i nomi che ho citato (Ivan Illich, Noam Chomsky, Howard Zinn, John Pilger, Rachel Corrie... Giovanni Ruggeri, Giorgio Ambrosoli, Corrado Staiano, Ilaria Alpi, Peppino Impastato, nda), quelli non furono e non saranno mai in prima serata Tv. Va fatto altro, e l’ho scritto e credo che tu l’abbia letto”. Lei: “Caro Paolo, condivido la battaglia perché i giornalisti siano protetti legalmente dalle testate per cui lavorano, non condivido la battaglia anti Gabanelli. Non condivido la battaglia anti Travaglio di cui ho stima”. E di seguito, a proposito dell’impianto generale delle mie critiche ai ’paladini’ antisistema, la Guzzanti sentenzia: “Francamente mi sembra un’analisi che nasconde frustrazione e rivalsa mal indirizzate”.
Dunque, sarei in fondo proprio un rancoroso frustrato che fa battaglie anti qualcuno per rivalsa personale e invidia. Ci risiamo. La mia ultima replica alla Guzzanti sarà dura, le scrivo che in fondo anche lei, messa di fronte all’evidenza scritta nero su bianco della replica fra i suoi colleghi antagonisti della censura e dell’arroganza tipiche del Sistema-potere, sceglie di non prendere posizione, di non vedere. E’ facile, le dico, e soprattutto fruttuoso scendere in campo quando c’è da difendere i censurati Vip, dà visibilità mediatica; ma non vedo in lei lo stesso fervore di giustizia di fronte alla censura degli anonimi Marisetta, Salvo, Silvia, Francesco..., o di fronte alla palese violazione della coerenza morale da parte dei suoi amici Marco, Beppe, Milena, con il pericolo per tanti che ne consegue. Così, amica mia, si sceglie la propria appartenenza alla ’parrocchia’, non l’interesse comune. (Non mi ha più risposto. Anche l’intervista con la Guzzanti credo si andata a farsi benedire, ma tant’è)

Beppe Grillo.
Del suo essere ’compagno di merende’ della Gabanelli (ma anche di molti altri), e della censura che questa condizione ha generato nel suo blog ho già detto. Vi rivelo solo un ulteriore aneddoto assai significativo: una sua cara amica, di nome Valentina, ex studentessa dell’amico Carlo Belli dell’università di Perugia e attiva nel meet up di Losanna, si interessò a Censura Legale, di cui postò il testo integralmente. Ne seguì uno scambio di mail col sottoscritto e la sua iniziativa di sensibilizzare Grillo con una interpellanza personale. Il comico le rispose: “Dì a Barnard che faremo il V2 day anche per lui”. Di questa risposta faccio notare una sola parola: per piuttosto che con. Non con i temi che Barnard porta allo scoperto. In altre parole: se ne stiano a distanza Barnard e ciò che denuncia, che noi lavoriamo anche per lui (sic).
In conclusione, quanto sopra dovrebbe in un pubblico sano destare una profondissima preoccupazione e molte domande. Ma tornando al punto di partenza, ne rimane una fondamentale: come fa un Paese così intriso nel Sistema e anche nell’Antisistema dalla perenne tendenza alla parrocchialità a difendere la libera espressione e ad esprimere una libera informazione?*

Inutile proporre riforme, leggi, invocare esempi esteri di trasparenza. Fra questi ultimi, per citarne uno, la britannica BBC è perennemente menzionata. E allora diamo una breve occhiata a come è gestita la BBC e da chi. Il suo CDA si chiama BBC Trust; la sua dirigenza è la Executive Board. Il BBC Trust è nominato dalla Regina su consiglio dei ministri del governo. La Executive Board (16 direttori e direttore generale) è interamente nominata o approvata dal BBC Trust. Riflettiamo: tutta l’emittente pubblica britannica, esempio mondiale di indipendenza e qualità, è gestita a cascata da un monarca e dai suoi ministri, attraverso lo strumento del BBC Trust che di fatto controlla tutto quanto è sotto di lui. Un monarca, e dei politici oltre tutto neppure di maggioranza e opposizione, ma solo di maggioranza. E dov’è dunque il tanto celebrato sbarramento alla potenziale lottizzazione e manipolazione della Tv pubblica inglese? Non c’è, o meglio, c’è e si chiama ’sono inglesi’, tutto qui. Infatti, basta immaginare il trasferimento di un simile sistema di controllo nel sottobosco corrotto e bizantino della nostra Italia e capite benissimo perché in queste righe io insisto sul punto imprescindibile: non va cambiata l’informazione, vanno cambiati gli italiani.

* (e cosa sarà di Canale Zero di Giulietto Chiesa se prima non affronteranno il pericolo ’parrocchia’?)

Cos’è informare. Cosa fa un giornalista.
Ve lo diciamo noi. Ogni pomeriggio dell’anno i direttori di testata, i caporedattori e giornalisti assortiti si riuniscono e decidono cosa raccontarci il giorno seguente (quotidiani), la settimana entrante (periodici), la sera stessa (Tg). Sul tavolo delle redazioni giacciono pile di notizie, principlamente sotto forma delle cosiddette ’agenzie’ (dispacci delle agenzie di stampa), ma anche fatti raccolti in ogni modo immaginabile, gossip, segnalazioni, e di rado qualche inchiesta. Dopo alcune ore l’80% di tutta quella roba viene scartato, e il rimanente 20% viene eticchettato in ordine di importanza: titolo d’apertura per questo... questo in evidenza... quello meno... quell’altro solo un accenno, e così via. I criteri di questa selezione e attribuzione di visibilità li sapete bene, sono spessissimo vergognosi, inutile qui ricordarli o ricordare chi li detta (dall’esterno delle redazioni). Ma ciò che è assurdo in tutto questo non è tanto la vergogna dei criteri sopraccitati, quanto il fatto che si dia per scontato nel giornalismo attuale che informare significhi selezionare notizie e offrirle ai cittadini. Questo non è informare. Informare correttamente è invece solo questo: pubblicare, nei limiti degli spazi fisici delle testate, tutte le notizie possibili, il maggior numero possibile. Punto. La selezione di ciò che è importante, e dunque a cosa dare il titolo in evidenza, la farà il cittadino nella sua testa leggendo o guardando le notizie. Ciascuna persona, nella sua libertà di pensiero e facoltà di discernimento, cioè protagonista dell’informazione, farà i propri titoli a caratteri cubitali sul giornale o i propri titoli di apertura del Tg, che di conseguenza nei quotidiani e nei telegiornali dovrebbero scomparire. Ma per potere fare ciò, le persone devono poter avere tutte le notizie che è possibile dare nei limiti delle 24 ore, e non una striminzita cernita precotta e opportunamente enfatizzata rifilatagli ogni santo giorno come l’omogeinizzato al bambino. I direttori e le redazioni dovrebbero solo verificare l’attendibilità delle fonti delle notizie, e scartare solo ciò che palesemente incita alla violenza, palesemente diffama o palesemente falsifica la realtà. E sottolineo palesemente. Lo spazio per le idee del direttore, delle firme di prestigio, o dell’editore (e dei loro refrerenti inevitabili) dovrebbe essere quello della pagina delle opinioni, o degli editoriali Tv. Parimenti, uno spazio va riservato alle inchieste, saggi ecc. Ma oltre a ciò, la discrezionalità dei giornalisti non dovrebbe esistere. Questi dovrebbero essere i limiti del mestiere di chi pubblica notizie.
Utopia? Mi interessa poco. Di fatto informare dovrebbe essere questo, cioè raccontare al cittadino quello che lui/lei non può conoscere, tutto quello che lui/lei non può conoscere. Non vedo l’alternativa.

Compagni di merende. Il mestiere del giornalista, in Italia più che altrove, è anch’esso male interpretato. La più bella definizione di cosa significhi fare il nostro mestiere l’ho sentita anni fa da una giornalista straordinaria, l’israeliana ebrea Amira Hass. Disse: “Il nostro compito principale è di monitorare le fonti del potere”. Semplice e cristallino. Monitorare le fonti del potere significa scandagliarne quattro primariamente: le tre della notissima suddivisione di Montesquieu - esecutivo, legislativo e giudiziario - e l’ultimo arrivato, il quarto potere, cioè proprio l’informazione. Per fare ciò, il giornalista necessita di una dote sopra a tutte: saper essere un professionista solo. Significa essere un libero battitore, capace di guardare e se necessario criticare a 360 gradi tutto e chiunque, e cioè gli sconosciuti e i distanti, ma anche i conosciuti e i compagni di strada. In particolare questi ultimi, perché è proprio all’interno del proprio cortile di casa (o ’parrocchia’) che spesso si annidano i misfatti più difficili da snidare. Ne consegue appunto che il giornalista non deve mai far comunella con alcuno, con i politici, con i magistrati, con i colleghi ecc., e deve tenersi da tutti a debita distanza. Invece in questo Paese la norma è che i giornalisti facciano ’parrocchia’ con altri ’compagni di merenda’, che siano visti a cena con legislatori, in vacanza con industriali o con giudici, allo stadio con amministratori pubblici, ai dibattiti a braccetto coi magistrati, ai convegni coi banchieri, e che se ne vantino. Capita in Italia di vedere dilagare la banda dei quattro col comico, il politico, il cronista e il manager occulto che fanno e disfano mischiando deplorevolmente giornalismo, politica, attivismo, business, manipolazione di massa col codazzo di altri volenterosi giornalisti; capita che un direttore di giornale si vanti dell’amicizia personale con l’ex presidente del Senato grazie alla cui firma il suo quotidiano esiste, in un incredibile conflitto d’interessi; capita che la nota firma di prestigio saltelli con disinvoltura dentro e fuori dai poteri che dovrebbe monitorare, parte PR man-manager-affarista, parte diplomatico-lacché di potente famiglia, e poi di nuovo giornalista, tutto in uno; capita che giornalisti e magistrati si abbraccino a tal punto da sfondare nell’ambito del movimentismo, quasi ci si aspetta di vederli fare picchetti e volantinaggio di fronte ai palazzi di Giustizia. Alla faccia dei checks and balances che la tradizione anglosassone ci ha così opportunamente tramandato. Essere ’compagni di merenda’, gemelli combattenti, amici degli amici, cordata di colleghi, commilitoni addirittura, è la norma qui da noi nel giornlismo.
Insomma, tutto ciò è grottesco. E nessuno lo nota più. E’ una mischia ormai fuori controllo.

Ma così, chi controlla più chi?
In concreto.
Per dare una pennellata di decenza all’informazione italiana occorre prima di ogni altra cosa puntare il dito sull’informazione che ogni giorno i cittadini di questo Paese si scelgono, e dire a gran voce che non vi è soluzione di continuità fra ciò che noi italiani siamo e i media che abbiamo.
Il lavoro è di ordine epocale, cioè dimenticarci per un attimo delle Caste e metterci davanti allo specchio con vergogna. E avere il coraggio di vedere nei contorni delle nostre fattezze quegli spicchi di Berlusconi, Mieli, Riotta, Lerner, Del Noce, Petruccioli, Ricci, Costanzo, Chiambretti e Sgarbi - e con essi anche tutte verruche nascoste della compagine dell’Antisistema - che emergono dal nostro derma.Dobbiamo dunque recuperare il senso della nostra importanza di persone, la nostra autostima, e poiché importanti e dunque ciascuno di noi primo cittadino della vita pubblica, dobbiamo decretare inammissibile in noi stessi l’essere meschini, omertosi, disonesti, pigri, accomodanti, egoisti, qualunquisti, bugiardi, indifferenti. Inammisibile cioè che lasciamo scorrere il peggio sotto i nostri occhi senza intervenire, senza pretendere che ciò non accada. Intervenire e pretendere, tutti noi, indipendentemente dallo status sociale o dalla cultura, e dunque cambiare il nostro mondo, la politica e l’informazione.

Un percorso lungo e difficilissimo, lo so bene. Ma in Italia da qualche anno si era formata una Società Civile Organizzata che prometteva bene. Si trattava di una miriade di organizzazioni con al seguito schiere di cittadini attivi potenzialmente capaci di formare un esercito di creatori di consenso in grado proprio di aiutare gli italiani a fare ciò che ho appena descritto - aiutare, lo ripeto, chi non ha il tempo, il denaro, l’autostima per informarsi, per capire, per intervenire; aiutarli a fare quelle tre cose affiché un giorno si riescano a mettere al centro, a sentirsi imprescindibili e infine a cambiare questo Paese. Se questo esercito avesse lavorato diligentemente, pazientemente, capillarmente, e soprattutto orizzontalmente, avremmo visto in Italia un inizio di cambiamento verso una cittadinanza onesta, consapevole e capace di partecipare. Capace infine di spazzar via ogni Casta politica o mediatica, poiché le Caste sono solo il riflesso di una cittadinanza disonesta, inconsapevole e incapace di partecipare. Sarebbe stato il primo passo verso il goal di cui sopra. Era una promessa, l’unica rimasta. Invece altro è accaduto, purtroppo. La Società Civile Organizzata si è voluta munire di Guru, Personaggi, Star, in tutto e per tutto replicando le strutture verticali e vippistiche del Sistema massmediatico commerciale. L’ipertrofismo di questi nuovi Guru, come ho già scritto in passato, ha finito per annullare ancor più la capacità di azione dei singoli cittadini attivi, rendendoli dipendenti dal carisma, dalle proposte, e dalla presenza di quelle Star. Infatti oggi in assenza del carisma, della presenza e delle indicazioni di quei Guru pochissimi cittadini agiscono, e all’indomani della feste di piazza, delle serate col personaggio o delle manifestazioni, poco o nulla accade. Per cambiare questo stato di cose, per cioè riportare i cittadini attivi all’essenziale ruolo di formatori di consapevolezza nei milioni di cittadini passivi, dovrebbe idealmente accadere che i primi si scuotessero dal torpore e dall’adorazione acritica dei loro Guru. Lo auspico.

Nel frattempo però codesti divi dell’Antisistema potrebbero dare una mano compiendo un atto di responsabilità che sarebbe storico, in particolare nell’ambito proprio dell’informazione e di come essa va ottenuta da parte del cittadino. Lo sintetizzo in una battuta: devono sgonfiare se stessi e aiutare le persone a ingrandirsi.
La prima cosa che questi ipertrofici personaggi dovrebbero fare è di restituire alla gente il potere di informarsi. Lo si fa innanzi tutto incoraggiandoli a coltivare l’abitudine al dubbio, ovvero il dubbio che ciò che gli stessi Guru scrivono o proclamano possa essere parziale, miope, sbagliato, addirittura manipolatorio. Il messaggio di apertura nel rapporto col loro pubblico dovrebbe sempre essere: siamo solo fonti di notizie, non oracoli, ascoltateci, ma a debita distanza, fra le tante altre fonti che ascolterete. Così facendo restituirebbero al pubblico il suo ruolo di protagonista che deve farsi la verità da solo, e non apprenderla pedissequamente da un Personaggio visto come un Vate. Si comincia così. Poi ci si rifiuta di fare i Vday, di avere i megablog, di essere fissi in prima serata Tv come Guest Stars, di fare il club esclusivo dei divi antagonisti, di pavoneggiarsi nelle pagine delle opinioni di riviste patinate, e si dismette interamente quell’abito da eroi della nuova resistenza che così tanti vestono oggi con orgasmo.
Gli odierni divi della controinformazione dovrebbero lavorare proprio per ottenere che il pubblico non si relazioni più col giornalista Personaggio/divo/esperto, ma che lo veda sempre come un suo piccolo consulente di informazioni fra i tanti. Per far comprendere a chi legge quale dovrebbe essere l’atteggiamento esteriore e interiore di una cittadinanza sana nei confronti di chi li informa, chiuque egli/ella sia, vi chiedo di immaginare come il top management di un gigante industriale - per es. la Microsoft Corporation - si relazionerebbe con un loro consulente. Lo convocherebbe, gli direbbe senza troppe storie “Prego si faccia avanti, ci dica”, lo ascolterebbe e poi “Bene, grazie, si accomodi”. Punto. E il consulente saluta e si mette da parte piccolo e secondario, per lasciare ai manager l’importante compito esecutivo. Ora, un pubblico di cittadini sani dovrebbe sentirsi come il management, cioè al centro del potere e delle decisioni, e gli odierni giornalisti/divi/esperti si dovrebbero ridurre al ruolo del consulente. Questo dovrebbero fare i Travaglio, Guzzanti, Grillo, Barbacetto o Gomez ecc.
Oggi purtroppo accade l’esatto contrario: il giornalista/divo/esperto troneggia, sentenzia e lancia il diktat, e il pubblico piccolo piccolo lo adora, lo ammira, e peggio, si raggruppa in fans club e ’parrocchie’ dal seguito quasi sempre acritico. Ed è tristemente emblematico che l’immaginario colloquio che ho sopra descritto sia nella realtà di oggi esattamente il modo in cui, al termine della serata-dibattito con l’esperto/divo, viene invece accolto il pubblico quando chiede timidamente la parola: “Prego si faccia avanti, ci dica”, e poi “Bene, grazie, si accomodi”, cioè torni piccolo piccolo.
In questo modo la gente è solo sospinta a rimanere secondaria, cioè si annulla e non crescerà mai. Così l’Italia non cambierà mai. L’informazione italiana meno che meno.

1) http://www.beppegrillo.it/2008/05/in_memoria_del_giornalista_beppe_alfano.html)
2) Corriere della Sera, venerdì 16/5/2008
3) http://www.disinformazione.it/lettera_paolo_barnard.htm
4) Ripartire dal basso (subito). Centrofondi.it - L’economia per tutti. 21 sett. 2007
5) http://www.hrw.org/backgrounder/asia/afghan-bck1005.htm Military Assistance to the Afghan Opposition, Human Rights Watch, Ott. 2001
6) http://www.greenleft.org.au/2003/556/29437 John Pilger: Bush’s `war on terror’ is a cruel hoax, 1 Ott. 2003, Green Left Online
7) http://www.disinformazione.it/lettera_paolo_barnard.htm
8) http://www.disinformazione.it/censura_legale.htm
9) http://polinux.altervista.org/index.php
10) Il business della diffamazione. Giovanna Corrias Lucente, Micromega, 29-06-2007

martedì 20 maggio 2008

Gli USA e il giardino di casa

Gli USA ultimamente si stanno impegnando molto nel cercare di mettere un po’ di ordine nel proprio giardino di casa.

Per esempio, ieri il Venezuela li ha accusati di provocazione per aver violato lo spazio aereo venezuelano. Il Ministro della Difesa venezuelano, il generale Gustavo Ranger, ha infatti dichiarato in conferenza stampa senza mezzi termini “Questa è solo l’ultima di una serie di provocazioni in cui gli USA vogliono coinvolgere il nostro Paese”.
E il Ministro degli Esteri venezuelano Nicolas Maduro convocherà oggi l’ambasciatore USA Patrick Duddy per chiedergli spiegazioni dell’accaduto.

Gli USA dal canto loro non smentiscono ammettendo, per bocca del portavoce del Dipartimento di Stato Sean McCormack, che “l’aereo può aver deviato inavvertitamente nello spazio aereo venezuelano” mentre stava compiendo una missione antidroga.

Questo “incidente” avviene a sole 24 ore dalle proteste formali inoltrate dal Venezuela verso la Colombia per uno sconfinamento in territorio venezuelano di un’unità di 60 soldati colombiani, intercettati 800 metri nel lato venezuelano del confine dello stato sudorientale di Apure.
La Colombia ha negato lo sconfinamento.

Le tensioni tra Colombia, Venezuela e USA rimangono altissime dopo il report che l’Interpol - su richiesta del governo colombiano - ha redatto e presentato venerdì scorso. Nel report si dichiara che non sono stati manomessi i documenti trovati dai pc portatili sequestrati in un accampamento delle FARC in Ecuador durante l’incursione del 1 Marzo scorso da parte di truppe colombiane, culminata con l’uccisione dell’importante leader delle FARC Raul Reyes.
Questi documenti per la Colombia e gli USA rappresentano la prova degli stretti legami tra le FARC e il Venezuela, che ha sempre rigettato le accuse affermando che questi documenti sono dei falsi.

Tensioni in ascesa mentre gli USA a conferma della volontà di ribadire la propria influenza nel continente latino-americano, un po’ offuscata negli ultimi anni, ripristineranno dopo 58 anni la Quarta Flotta a partire dal prossimo 1 Luglio.

Sono quindi in pieno atto grandi manovre statunitensi nel giardino di casa.

Qui di seguito tre articoli che affrontano questo argomento.


Bush e Uribe all’assalto della nuova America Latina
di Fabrizio Casari – Altrenotizie – 19 Maggio 2008

Tutto comincia con una operazione illegittima dell’esercito colombiano in pieno territorio dell’Ecuador. Il 1 marzo di quest’anno, coadiuvati dalla Cia, che fornisce attraverso i rilievi satellitari il luogo preciso dove colpire, i soldati di Uribe, a bordo di elicotteri da combattimento, bombardano dall’alto prima e scendono a terra per finire i sopravvissuti poi, un accampamento di poche unità delle Farc, al cui comando si trova Raul Reyes, il “ministro degli Esteri” della guerriglia colombiana guidata da Manuel Marulanda, alias “Tiro fijo”. Ventiquattro i morti, colti nel sonno; solo tre le persone sopravvissute al blitz: una donna messicana e due colombiane, oggi accolte dal Nicaragua di Daniel Ortega che le ha concesso asilo politico. Lo scopo del blitz era quello di uccidere il capo dei negoziatori delle Farc e quanti più suoi compagni, ma l’obiettivo principale che si voleva raggiungere era di tipo strategico e si basava su tre direttrici contemporanee: mettere in grave difficoltà le Farc ed i suoi rapporti internazionali attraverso l’eliminazione di Raul Reyes; fermare in questo modo i negoziati con il Venezuela e soprattutto con la Francia per la liberazione di Ingrid Betancourt; intimidire l’Ecuador di Rafael Correa e lo stesso Venezuela insinuando una capacità militare di Bogotà che ignora confini e diritto pur di colpire i suoi nemici.

Ma quanto successo il 1 marzo è stato soprattutto l’inizio di un’altra storia, dai tratti ridicoli ma assolutamente pericolosi; una storia che ha in Hugo Chavez il protagonista - suo malgrado – dell’ennesima operazione sporca contro l’America latina ordita a Washington. Sì, alla Casa Bianca è questo l’ordine del giorno: costruire il nuovo diavolo contro cui lanciare la nuova crociata e adoperare ogni mezzo propagandistico per preparare il terreno ad una nuova avventura spionistico-militare, nel tentativo abbastanza scoperto di creare un nuovo caso Noriega.

La storia, come tutte le storie, ha un inizio. Questa racconta del sequestro del pc portatile di Raul Reyes, dal quale, come fosse il gonnellino di Eta Beta, esce di tutto. L’hard disk e le penne usb del dirigente guerrigliero sembrano diventate la lampada di Aladino: vi si trova di tutto, soprattutto ciò di cui Bogotà e Washington hanno bisogno. E dai con le “rivelazioni straordinarie” sui presunti contatti tra Reyes e l’impero del male, fatto di traffico di armi, di droga, denaro, contatti politici e, dulcis in fundo, le “prove schiaccianti” del ruolo di Chavez. Il Presidente venezuelano, in un crescendo rossiniano di balle a mezzo stampa, viene definito prima un finanziatore delle Farc, quindi un sostenitore, da ultimo complice.

E siccome le “scottanti rivelazioni” dei servizi d’intelligence colombiani hanno la credibilità al di sotto del minimo e, allo stesso tempo, quelle della Cia risulterebbero credibili come quelle sull’Iraq e sul Niger, allora si cambia cavallo, nella speranza di provare una corsa che risulti meno truccata. Si mette in campo l’Interpol, quindi, per indicare in Chavez il sostenitore principale della guerriglia colombiana. Ronald Noble, segretario generale dell’Interpol, sostiene che dopo due mesi di “accurate indagini” sui 16.000 documenti contenuti nell’hard disk di tre computer e nelle due penne Usb, oltre che nell’accampamento (che più che un accampamento guerrigliero parrebbe essere stato una biblioteca) emergerebbero le prove del coinvolgimento del Venezuela nel sostegno alle Farc. Ci sarebbe da sottolineare che la guerriglia colombiana esiste da molto tempo prima del governo bolivariano e che, semmai, è il governo colombiano ad essere politicamente, economicamente e militarmente, in mano agli Stati Uniti; ma questo tanto, chi lo dice?

Quello che importa a Washington, in questo momento, è che la macchina propagandistica sia messa in moto definitivamente. A detta dell’Interpol vi sarebbero tracce di riunioni tra membri del governo di Caracas - significativamente il ministro dell’Interno Ramon Rodriguez Cachin e il capo dell’intelligence Hugo Carvajal - e comandanti delle Farc, con oggetto prestito di denaro e addestramento militare che i guerriglieri colombiani avrebbero chiesto al Venezuela. Noble avrebbe escluso che il governo colombiano - dal quale l’Interpol ha ricevuto dopo diverso tempo la documentazione cui si fa riferimento - possa averla manomessa. E se ne è sicuro lui…

Insomma il gioco mediatico e propagandistico statunitense è iniziato. Il tentativo di Washington è dimostrare che Chavez è il finanziatore e addestratore della guerriglia colombiana, dopo aver detto nei mesi scorsi che non collabora alla lotta alla droga e che è il protagonista del nuovo “asse del male” per i suoi rapporti con l’Iran. Sono le stesse accuse che negli anni ’80 Reagan imputava ai sandinisti verso la guerriglia salvadoregna, proprio quelle con le quali la Casa Bianca giustificò l’aggressione terroristica delle bande contras alla giovane rivoluzione nicaraguese. La storia sembra quindi, 25 anni dopo, ripetersi con tutto il suo carico di bugie destinate a giustificare un’aggressione che appare ormai più che una ipotesi, piuttosto un elemento fisso dell’agenda statunitense in America Latina.

Da Caracas la reazione è arrivata prontamente. Chavez ha definito Noble un “ignobile” che ha condotto una inchiesta che, in realtà, “è una pagliacciata”. “Ci imputa - ha detto il presidente venezuelano - una trama degna di James Bond, mentre applaude gli assassini del governo colombiano”. "Colombia che, ha aggiunto Chavez, fin quando sarà governata da Uribe rischia di trasformarsi in una bomba a tempo per la stabilità della regione”.

Difficile dargli torto, giacché Uribe si sta giocando la faccia davanti al mondo intero, decidendo che, una volta di più, è solo Washington che può sostenerlo “senza se e senza ma”. Ed é per questo che Bogotà si presta ai disegni statunitensi. E' infatti la Colombia che mantiene aperto un conflitto interno dalle proporzioni enormi, minaccia il Venezuela con manovre continue alle sue frontiere, invade militarmente il territorio ecuadoregno e si trova ai ferri corti con il Nicaragua, per una disputa ingiustificata su un braccio di mare nei Carabi che Bogotà rivendica - contro ogni logica - come sue acque territoriali. Un contenzioso che ha più volte posto il terreno del confronto militare con Managua per via del sequestro di pescherecci nicaraguensi. Managua, attraverso il suo Presidente Daniel Ortega ed il suo ministro degli Esteri Samuel Santos, ha già avvertito decisamente che non tollererà ulteriori provocazioni e, pur essendo ormai avviato il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, non ha escluso interventi di forza a difesa dei suoi pescatori.

Agli occhi di Uribe, il futuro della Colombia nel continente latinoamericano appare ormai decisamente tracciato sul solco di un ruolo simile a quello che Israele sostiene in Medio Oriente. La nuova America Latina vede nel Nicaragua, in Cuba, nella Bolivia, nel Venezuela, nell’Ecuador, nell’Argentina, nel Brasile, nell’Uruguay e nel Paraguay, e in misura diversa nel Cile e nella stessa Panama, la nuova stagione democratica del continente. Una stagione che vede isolata la Colombia e che preoccupa gli Stati Uniti, che hanno perso ogni traccia del “Washington consensus” degli anni ’80 e ’90. Ed è per questo che Uribe, su ordine degli Stati Uniti, si attiva in favore della destabilizzazione del continente, con l’obiettivo palese di mettere in crisi gli assetti politici della regione, trascinandola in una escalation di tensioni che, ove producessero uno sviluppo di tipo militare, metterebbero in difficoltà la nuova sinistra latinoamericana e giustificherebbe un ruolo interventista di Washington. Magari a sostegno della sua alleata Colombia…


Il ritorno della Quarta Flotta: un messaggio di guerra
di Raúl Zibechi – Eurasia – 15 Maggio 2008

Il prossimo 1° luglio, l’esercito USA riattiverà la Quarta Flotta con l’intenzione di « combattere il terrorismo », le « attività illegali » e di inviare un « messaggio » al Venezuela ed al resto della regione. Si tratta, qui, della prima reazione con un proiezione di lungo respiro da parte di Washington, dopo l’attacco all’accampamento delle FARC (in Ecuador) del marzo scorso, che ha fatto tremare lo scacchiere regionale e ha messo in evidenza la debolezza della superpotenza e l’isolamento dei suoi alleati nella regione.

Il comunicato del Pentagono, emesso il 26 aprile, conferma che la riattivazione della Quarta Flotta – creata nel 1943 per far fronte alla minaccia dei sottomarini nazisti nei Carabi e nell’America del Sud e sciolta nel 1950 – servirà a « dimostrare l’impegno degli USA presso i loro partner regionali ». La flotta sarà comandata dal contrammiraglio Joseph D. Kernan, attuale capo del Comando della Guerra speciale navale ed avrà la sua base a Mayport, in Florida ; essa dipenderà dal Comando Sud che ha base a Miami. Undici navi, tra cui una portaerei e un sommergibile nucleare, costituiranno il nucleo iniziale della flotta.

La decisione del Pentagono interviene in un momento di particolare tensione in America del Sud e di estrema volatilità sui mercati delle materie prime. Non va dimenticato che un terzo delle importazioni di petrolio degli USA proviene dal Venezuela, dal Messico e dall’Ecuador, il che fa della regione uno spazio strategico per mantenere la supremazia economica e militare del principale paese del pianeta.

Secondariamente, l’impero ha subito una serie di sconfitte nella regione. Tra le più significative : il trionfo di Fernando Lugo in Paraguay, l’immediata creazione del Consiglio sudamericano di Difesa su richiesta del Brasile e del Venezuela, il consolidamento del processo condotto da Rafaël Correa in Ecuador che implica delle sconfitte per le multinazionali del petrolio e minerarie ed il consolidamento dell’indipendenza economi8ca di paesi come il Brasile, che mirano a rafforzare un Mercosur ogni volta meno dipendente dalle economie del primo mondo.

In terzo luogo, a tutto ciò vanno aggiunte le forti tendenze all’instabilità nella regione, come dimostrano le recenti rivolte ad Haïti, l’intenso conflitto per l’egemonia in Bolivia e l’offensiva di settori del grande padronato contro Cristina Fernández in Argentina. Davanti a questo panorama, nel quale l’instabilità tende ad essere accentuata dalla feroce speculazione del capitale che provoca spettacolari rialzi dei prezzi degli alimentari, la riattivazione della Quarta Flotta significa che gli USA puntano su un interventismo di tipo aeronavale e non terrestre, come riconosce l’analista conservatore argentino Rosendo Framboisier (« la Quarta Flotta e i sottomarini di Chavez », su Nueva Mayoría del 28 aprile).

In effetti, impantanato come si trova in Iraq e in Afghanistan, il Pentagono non dispone di forze terrestri da « distrarre » in altri teatri operativi. Da qui, la sua scelta di rafforzarsi con mezzi aerei e navali per controllare una regione che si rivela sempre più ostile. Ma lo spiegamento della Quarta Flotta non è solo un avvertimento, è soprattutto una minaccia. Benché Hugo Chavez abbia dichiarato che « il vecchio impero non fa più paura », è senza dubbio generalmente vero sulla scena latino-americana che Washington è ancora concretamente capace di fabbricare delle crisi, come dimostrato in questi giorni in Bolivia. In questo paese andino viene messa in atto una strategia pianificata da lungo tempo, che pretende di imparare dagli « errori » commessi in Venezuela dove il fallimento del colpo di Stato dell’aprile 2002 è stato alla base della radicalizzazione del processo.

In Bolivia, al contrario, viene messa in opera una strategia meno stridente, ma distruttiva quanto il golpismo, basata su una richiesta di autonomia che, in realtà, fa parte del progetto strategico di Evo Morales ma che viene utilizzata con finalità opposte : invece di dare potere ai movimenti sociali ed alla società civile, essa cerca di blindare gli interessi dell’oligarchia della provincia di Santa Cruz e di frenare il processo di cambiamenti avviati dal governo di La Paz. Il risultato, nello scenario meno negativo, è la costruzione di un processo che può instradare il governo di Evo in una crisi di Stato che lo costringerebbe a negoziare al ribasso il programma di cambiamenti o che provocherebbe le sue dimissioni per evitare una guerra o la divisione del paese.

A questo punto, vale la pena di tenere conto delle riflessioni del geografo USA David Harvey, il quale sostiene che il neoliberismo si caratterizza con ciò che egli chiama «accumulazione per esproprio», cioè appropriazione di beni comuni, imprese e perfino Stati. In un recente articolo (« Il neoliberismo come distruzione creativa »), Harvey sostiene che per « restaurare il potere di classe » - minacciato dalle ribellioni a partire dagli anni 60 – vengono fabbricate delle crisi per poter imporre le ricette neoliberiste. Tali crisi possono prendere forme molto diverse : il colpo di Stato, come in Cile nel 1973; l'invasione come in Iraq ; o la minaccia di bancarotta, come accaduto con la città di New York nel 1975 per mettere in scacco i sindacati municipali.

Una cosa certa è che l’accumulazione per esproprio non si può fare senza violenza, materiale, simbolica o ambedue, in un processo totalmente antidemocratico d’imposizione verticale di un modello di società. Non si tratta più solamente di difendere i privilegi di una classe sociale, come accadeva negli anni 60 e 70, per mezzo di colpi di Stato in tutta la regione. Diciamo che quella era una tattica « di difesa » di chi stava in alto per mantenere i privilegi. Ora le cose sono completamente diverse : si cerca di rimodellare la carta della regione e del mondo per le multinazionali e l’impero, spostando intere popolazioni da territori in cui vi sono delle ricchezze naturali o da là dove il capitale cerca delle terre per produrre merci attraverso monoculture. E, a questo fine, si spazzano via con la corruzione o con la forza i governi che danno fastidio. La Quarta Flotta è un pezzo in più di questo ingranaggio.


Intrighi americani
di Stella Spinelli – Peacereporter – 12 Maggio 2008

“Il computer di Raul Reyes è come se servisse per orchestrare un'opera umoristica in teatro. Ce n'è per tutti e adesso l'Interpol prepara lo show, usata dal governo Usa che purtroppo manipola anche quello colombiano”. Hugo Chavez spara a zero sull'ultima uscita di Washington che ha chiesto a Bogotà di sottoporre il computer, presumibilmente appartenuto al numero due delle Farc ucciso il primo marzo in Ecuador dall'esercito colombiano, al vaglio dell'Interpol. Una mossa, secondo il capo di stato venezuelano che l'ha denunciata nel suo programma domenicale "Alò Presidente", che rientrerebbe nel “plan del imperio” per scatenare una guerra in America Latina e riprenderne il controllo perduto. “L'Interpol dirà che ha revisionato il pc e che non ci sono state manipolazioni di sorta. Come avrebbero potuto mettere tutte queste informazioni? Figurarsi! È una ridicolezza! Ma attenzione alle ridicolezze! Perché così come Bush ha inventato le armi distruzione di massa (in Iraq), ora un altro computer dice che noi stiamo appoggiando il terrorismo, che diamo soldi e armi alle Farc, il tutto per cercare una scusa per eliminare Chavez”, ha spiegato il presidente, mettendo in guardia l'intera nazione e le Forze Armate. La situazione nella regione latinoamericana si fa dunque sempre più tesa: mentre la Cia non perde occasione per sottolineare la pericolosità di un Venezuela accusato di tenere rapporti dubbi con Farc e Iran, a largo delle coste argentine gli Stati Uniti scaldano i motori di una flotta militare in disuso da 58 anni e che perlustrerà i mari del continente.

Da più fronti. Gli attacchi a Chavez non arrivano soltanto dagli Usa, anzi, un fuoco incrociato si sta levando contro Caracas. Se da Palazzo Narino, a Bogotà, sin dal giorno dopo l'uccisione di Reyes si andava dicendo che i documenti ritrovati in quell'accampamento inchiodavano il Venezuela a pesanti responsabilità di filo-terrorismo, con tanto di fughe di notizie finite su importanti settimanali come Semana, (che pubblicarono parte dei contenuti scottanti in edizioni speciali), adesso a rincarare la dose ci pensa la stampa Usa. Il Wall Street Journal ha già scritto che fonti di intelligence considerano veritieri gli archivi dell'ormai famigerato pc e quindi tutte le insinuazioni contro Caracas. E non solo.
Questi archivi descriverebbero riunioni fra comandanti della guerriglia e autorità venezuelane ed ecuadoriane, includendo Chavez, inchiodato in più di cento documenti.
Ma gravi frecciate contro il Venezuela vengono anche dalla Spagna. Il quotidiano El Pais ha cominciato a pubblicare da sabato una serie di articoli a quanto pare basati sui file di Reyes, che sostengono la tesi che Chavez avrebbe rifornito di armi le Farc attraverso la mediazione della Bielorussia.

Le accuse di Chavez. Ma il carismatico presidente venezuelano non ci sta e passa al contrattacco. “Il governo colombiano sì che ha seri problemi, perché lì ci sono gli assassinati. Lì stanno le prove dell'invasione dell'Ecuador, delle bugie del presidente Uribe”, ha detto, aggiungendo che il computer di Reyes si chiama "Geroge W.-Uribe". Quindi si è rivolto direttamente ai suoi cittadini: “Allerto il popolo venezuelano e le Forze Armate sull'intenzione del governo della Colombia di provocarci”, di scatenare una guerra per giustificare l'intervento armato Usa, in particolare insistendo in manovre sotterranee negli stati di Zulia e Tachira, sul confine colombiano. In particolare nel ricco Zulia, governato dal leader dell'opposizione venezuelana Manuel Rosales, gli Usa starebbero finanziando intenti secessionisti.
Poi è passato al tema "Alvaro Uribe", che ormai non avrebbe più uno straccio di credibilità a causa dei legami con il paramilitarismo. “Nemmeno Bush crede alle bugie”, ha dichiarato Chavez, visto che gli Usa non hanno rinnovato il Tlc con la Colombia. Sul caso Reyes dice: “La Colombia non ha la tecnologia aerea per sostenere un bombardamento simile” a quello avvenuto sull'accampamento Farc, assicurando che questa operazione ha per forza ricecvuto l'appoggio delle forze Usa. Ma Uribe continua a nascondere la verità e che non ha rispettato l'Ecuador e il suo presidente, quindi non si merita che i paesi abbiano relazioni diplomatiche costruttive con lui. “Uribe è molto pericoloso, era amico di Pablo Escobar Gaviria, ci sono molti libri che lo provano”, ha incalzato. “Presidente Uribe, pensi bene fin dove è capace di arrivare lei. La chiamo a riflettere pubblicamente in nome dei governi sudamericani”, ha incalzato Chavez, dichiarando pubblicamente che la Colombia avrebbe inviato 200 paramilitari per ucciderlo.

Grandi manovre. E mentre gli animi si scaldano, gli Usa fanno le prove generali. Dopo 58 anni, ripristinano la Quarta Flotta, disattivata dopo la Seconda guerra mondiale. Dal primo luglio di quest'anno, dunque, l'Armata Usa tornerà ad avere un comando di alto livello specificamente dedicato a supervisionare il lavoro delle sue unità in America Latina e nei Caraibi. Un portavoce militare statunitense ha assicurato però a Bbc Mundo che questo non implicherà un aumento della presenza militare statunitense nella regione. Ma per molti osservatori, siamo di fronte a una mossa molto simbolica, con la quale la Casa Bianca intende far la voce grossa con i vari governi anti-Usa nati ultimamente in Sudamerica. Si tratterebbe più di una decisione politica che militare, dunque, dovuta al fatto che a causa dell'imponente impegno in Afghanistan e Iraq, gli Stati Uniti hanno dovuto lasciar perdere il controllo da sempre avuto sul continente americano, che di conseguenza si è sganciato dalla sua influenza. E adesso corrono ai ripiari, mostrando i muscoli. “Anche se i vari paesi del Sudamerica sono impegnati in una corsa agli armamenti, nessuno potrà mai rappresentare una minaccia militare per gli Stati Uniti”, ha spiegato a Bbc Mundo Alejandro Sanchez, analista associato al Consiglio sugli affari emisferici. E a futura memoria dell'onnipotenza Usa, da ora in poi ci saranno anche le navi militari a stelle e strisce che solcheranno in lungo e in largo i mari del sud. Non bastava la miriade di basi sparse nel continente.

La mira camuffata

Omicidi mirati di uomini politici, alti gradi militari, capi tribù, professori universitari, giornalisti - con annessi “effetti collaterali” tra i civili che avvengono anche senza l'ausilio di autobombe - si susseguono da anni sia in Afghanistan che in Iraq. Ma anche in Iran e Medio Oriente più in generale.

Si ripete cioè lo stesso copione già visto durante gli anni ‘80 in Nicaragua, El Salvador e Guatemala.

All’epoca si parlava di squadroni della morte, ora invece il termine più “fashion” è contractors o “personale internazionale”. In mimetica militare e in tuniche di foggia “qaedista”…

Afghanistan: chi commette gli omicidi mirati?
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 20 Maggio 2008

Il febbraio scorso nell’area di Kandahar, due fratelli sono stati uccisi da «personale internazionale». Le vittime «erano ampiamente conosciute, anche da responsabili del governo, per non avere rapporti coi talebani, e le circostanze della loro morte sono sospette», scrive Philip Altson, docente di diritto alla New York University: «Tuttavia non solo non sono riuscito ad ottenere da nessun comandante militare internazionale la sua versione dei fatti, ma non ho trovato nessun comandante che ammettesse che i suoi soldati erano coinvolti nei fatti».

Il professor Altson non è un privato cittadino. E’ il relatore speciale del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, e le frasi citate le ha scritte in un rapporto preliminare sulle esecuzioni arbitarie, sommarie o extragiudiziali che avvengono in Afghanistan, da parte di unità non identificate, probabilmente formate dalla CIA o da altri servizi di spionaggio occidentali (1). Secondo Alston, i civili uccisi in questo modo, nei soli primi quattro mesi del 2008, sono stati 200 almeno. «E nessun comando militare se ne assume la responsabilità. Queste forze operano in apparente impunità».

L’inviato ONU non ha dubbi che queste esecuzioni siano condotte, come risulta in base alle testimonianze locali, da «servizi di spionaggio internazionali» o «forze speciali USA», anche se le unità - vere squadre della morte che spargono il terrore - restano impossibili da identificare. Alston menziona nel rapporto anche forze della polizia afghana che «operano non come tutori dell’ordine, ma per gli interessi di una specifica tribù o di un comandante». E ha citato un «incidente» in cui agenti della polizia hanno massacrato un gruppo di una tribù rivale, senza che nessuna inchiesta sia stata aperta nè dal governo Karzai nè dagli occupanti. Un’altra volta, nel maggio 2007, la polizia ha ammazzato 9 e ferito 42 manifestanti disarmati a Sheberghan.«E’ assolutamente inaccettabile», scrive l’inviato ONU, «che elementi internazionali pesantemente armati, accompagnati da militari afghani pesantemente armati, vadano in giro commettendo incursioni che spesso comportano uccisioni, senza che nessuno se ne assuma la responsabilità».

Ciò che Alston descrive è qualcosa che anche il sottoscritto, inviato in Afghanistan nel 2004, ha visto coi suoi occhi: civili occidentali armati, in abiti borghesi, che mangiavano in ristoranti con il mitragliatore sul tavolo, probabilmente mercenari anglo-americani. Ufficiali italiani dell’ISAF (il contingente NATO che mantiene l’ordine e regge il governo collaborazionista a Kabul) mi riferirono di unità americane antiguerriglia che scorrazzavano per la città su gipponi irti di mitra; gli uomini di quelle unità, sicuramente occidentali, a volto coperto, vestivano parzialmente abiti e copricapi afghani e pantaloni mimetici ed anfibi NATO, e non rispondevano alla catena di comando. L’ISAF, dopo una protesta presso i comandi americani, aveva ottenuto che a quei guerriglieri anonimi fosse vietato operare nella capitale. Ma chi sono questi esecutori?

Secondo l’Independent, «un funzionario occidentale vicino all’inchiesta dice che tali unità segrete sono conosciute come Forze di Campagna, dal tempo in cui le forze speciali USA e la CIA reclutavano mercenari afghani contro i talebani nel 2001. Gli elementi più abili di queste milizie sono stati tenuti in servizio, armati e addestrati e vengono usati tutt’ora». Gli inglesi fanno la loro parte. Sempre secondo l’Independent, a Helmand, dove sono stanziati 7.800 soldati britannici, le forze speciali di sua Maestà hanno tagliato la gola a un passante durante un raid notturno mal riuscito. «Fonti della sicurezza affermano ora che l’operazione era stata montata da una unità spionistica segreta».

Come noto, gli americani hanno organizzato squadre del genere anche in Iraq, per uccidere oppositori certi o presunti dell’occupazione. Un giornalista che nel 2005 stava conducendo un’inchiesta su queste squadre di esecutori per conto del gruppo editoriale statunitense Knight Ridder, Yasser Salihee, fu ucciso con un proiettile in testa nello stesso 2005. Da pochi giorni l’Iran ha subito un attentato in una moschea, e dichiara di aver smantellato quello stesso gruppo terroristico appena in tempo, mentre si preparava a far saltare l’edificio del consolato russo a Rasht sul mar Caspio; Teheran dice di aver le prove che il gruppo era stato addestrato, finanziato e armato dalla CIA.

L’attività clandestina di repressione e liquidazione continua, evidentemente, a ritmo più intenso. Ne è la prova il fatto che il Pentagono abbia in costruzione in Afghanistan, vicino alla base americana di Bagram, un complesso carcerario nuovo, esteso su 20 ettari; le carceri esistenti non bastano ad accogliere l’enorme numero di afghani catturati o rastrellati dalle forze d’occupazione. La tattica dell’assassinio «politico» o della liquidazione di individui civili nei territori occupati - formalmente vietata alla CIA dal presidente Ford dal 1976 - è invece una specialità israeliana, e ritenuta legale dalla magistratura sionista. Circoscritta per lo più alla Palestina occupata, questa tattica è stata estesa «legalmente», dopo la nomina di Meir Dagan a nuovo capo del Mossad nel 2002, anche ad azioni all’estero e in Paesi «amici». E’ abbastanza chiaro che gli americani in Afghanistan ed in Iraq hanno adottato i metodi e il know-how israeliano, ed è più che probabile che nelle loro azioni siano affiancati da specialisti omicidi israeliani.

La loro fama è giustificata: basta ricordare l’ultimo omicidio, quello di Imad Mughniyeh in Siria, eliminato con un poggiatesta esplosivo nella sua Mitsubishi poche settimane fa; o l’eliminazione dello sceicco Ahmed Yassin, palestinese, sulla sedia a rotelle, trucidato da un elicottero armato nel 2004, insieme ad altri 12 palestinesi innocenti, «effetti collaterali».

Secondo l’organizzaizone ebraica pacifista B’Tselem, dall’inizio della seconda intifada nel 2000, sono stati uccisi con tecniche mirate 231 palestinesi, senza contare gli altri 385 passanti che transitavano nei luoghi dell’omicidio mirato, semplici «effetti collaterali».

Ancor più tipico del modus operandi israeliano è la copertura che spesso viene adottata per questi omicidi mirati. Si ricorderanno i massacri e le esecuzioni attribuite con sicurezza ad Abu Musab Al-Zarkawi in Iraq e alla sua organizzazione, Ansar al Islam, ribattezzata dalla propaganda «Al Qaeda in Iraq». L’allora segretario di Stato Colin Powell dichiarò all’ONU, per giustificare l’attacco a Saddam «L’Iraq ospita oggi una rete terrorista omicida, diretta da Al Zarkavi, partner e collaboratore di Osama bin Laden (...). Dalla sua rete terrorista in Iraq, Al Zarkawi può dirigere le attività in Medio Oriente (...) Zarkawi e la sua rete hanno preparato atti di terrorismo contro Paesi come la Francia, Gran Bretagna, Spagna, Italia, Germania e Russia». Paesi, si noti, ostili all’invasione dell’Iraq e che non vi hanno partecipato (tranne Gran Bretagna e Italia).

Effettivamente, Al Zarkawi si produsse nel rapimento ed eliminazione in Iraq di quattro diplomatici russi (giugno 2006), come nella decapitazione dell’ambasciatore egiziano Hab Al-Sherif (luglio 2005), la decapitazione di un lavoratore umanitario giapponese di nome Shosei Koda (ottobre 2004), più stragi nei mercati contro civili iracheni a Najaf, Kerbala e a Musayyib. Quasi nessuna azione a lui attribuita riguarda soldati americani. Il fatto è che Al Zarkawi dichiarò, in un documento-proclama di 17 pagine, il seguente principio: i veri nemici degli iracheni sunniti sono non tanto gli anglo-americani, quanto gli iracheni sciiti. Il comunicato del terrorista viene pubblicato dal... New York Times il 9 febbraio 2004 (« U.S. Says Files Seek Qaeda Aid In Iraq Conflict» firmato Dexter Filkins).

Immediatamente, Al Zarkawi mette in pratica la sua teoria, facendo saltare la moschea sciita di Al-Askari: 200 morti e passa. Solo nell’estate 2006, quando viene mostrato il corpo di Al Zarkawi ucciso (dicono) dagli americani, la verità comincia ad emergere. Il generale W. Casey jr., comandante in capo delle forze USA, dichiara che il documento di Zarkawi rimesso al New York Times era stato fabbricato di sana pianta dai suoi servizi. Il Washington Post scriverà, citando un altro generale (Mark Kimmitt) che «il programma Zarkawi di operazione psicologica (PsyOp) è la campagna d’informazione meglio riuscita fino ad oggi» (Thomas Rick. «Military plays up role of Zarqawi», 10 aprile 2006).

Ma il posto del terrorista viene preso da un’altra figura, Abu Omar Al-Baghdadli, subito definito dai media il nuovo luogotenente di bin Laden in Iraq. Questo nuovo personaggio si produce soprattutto in messaggi audio e video diffusi su internet, dove minaccia punizioni tremende a mezzo mondo; in uno, questo «comandante dei credenti», costituitosi in «governo islamico», dichiara guerra.... all’Iran, e fa appello a tutti i devoti sunniti per unirsi contro quel regime sciita. Anche Baghdadli rivendica numerose esecuzioni sommarie avvenute nell’Iraq occupato.

Il pericolo rappresentanto da questo guerrigliero è così evidente, che Bush, il 17 luglio 2007, onde contrastare le sue «minacce terroristiche sul territorio degli Stati Uniti», firma il decreto presidenziale 13.438, che autorizza il segretario al Tesoro (sic) ad arrestare a sua discrezione ogni persona che rappresenti una minaccia per la stabilizzazione dell’Iraq e a confiscarne i beni. Solo il giorno dopo il generale Kevin Bergner, assistente speciale del presidente per la questione irachena, rivela che dall’interrogatorio di un arrestato, definito «l’agente di collegamento tra bin Laden e i suoi combattenti in Iraq, ha permesso di stabilire che Abu Omar al Baghdadli non è mai esistito e che la sua figura è stata impersonata da un attore» ( «U.S. Says Insurgent Leader It Couldn’t Find Never Was» par Michael R. Gordon, The New York Times, 19 juillet 2007).

Insomma, la sola conclusione che si può trarre è quella che ha enunciato il giornalista britannico Stuart Littlewood: «Squadre della morte USA e israeliane infestano il mondo», incontrollate (2).

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1) Joe Kay, «CIA death squads killing with ‘impunity’ in Afghanistan», World Socialist Website, 19 maggio 2008.
2) Stuart Littlewood, «Assassination: Israeli and US death squads infesting the world», Redress Information and Analysis, 19 maggio 2008.

lunedì 19 maggio 2008

Cina e America: l’operazione psicologica dei diritti umani del Tibet

di Michel ChossudovskyGlobal Research – 13 Aprile 2008.
Traduzione dall’inglese a cura del CCDP - www.resistenze.org - osservatorio della guerra.


La questione dei diritti umani è diventata il punto focale della disinformazione dei media.

Quanto ai diritti umani, la Cina non è un modello ma non lo sono neppure gli Stati Uniti ed il loro incrollabile alleato britannico, estesamente responsabili di crimini di guerra e violazioni di diritti umani in Iraq e nel mondo. Gli Stati Uniti ed i loro alleati, anche se sostengono la pratica della tortura, degli assassini politici e l’istituzione di campi segreti di detenzione, continuano ad essere presentati alla pubblica opinione come il modello di democrazia occidentale da emulare da parte dei paesi in sviluppo, in contrapposizione a Russia, Iran, Corea del Nord e Repubblica Popolare Cinese.

Diritti umani "doppio standard"

Mentre vengono messe in risalto le accuse di violazioni dei diritti umani alla Cina in relazione al Tibet, l’attuale ondata di massacri in Iraq e in Palestina non è menzionata: i media occidentali hanno appena segnalato il quinto"anniversario della Liberazione" dell'Iraq, coprendo il bilancio delle uccisioni patrocinate dagli Stati Uniti e delle atrocità perpetrate contro un’intera popolazione, nel nome di una "guerra globale al terrorismo".

Ci sono più di 1,2 milioni di civili iracheni uccisi, 3 milioni di feriti. L’Alta Commissione per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) indica un quadro di 2,2 milioni di iracheni rifugiati che hanno abbandonato il loro paese e 2,4 milioni di persone "spostatesi all’interno".

"La popolazione dell’Iraq al tempo dell'invasione degli Stati Uniti, nel marzo 2003, si aggirava sui 27 milioni di persone, oggi sono circa 23 milioni. Semplici calcoli aritmetici indicano che attualmente più di metà della popolazione dell'Iraq, o è rifugiata, o bisognosa di aiuti di emergenza, o ferita, o morta." (Dahr Jamail, Global Research, December 2007)

La scacchiera geopolitica

Ci sono obiettivi geopolitici profondamente radicati dietro alla campagna contro la leadership cinese.

I piani di guerra di Stati Uniti-Nato-Israele riferiti all'Iran sono in un stato avanzato di preparazione. Con il governo dell'Iran, la Cina ha legami economici ed anche un accordo di cooperazione militare bilaterale di vasta portata. La Cina inoltre è anche un alleato di Russia, Kazakhstan, Repubblica Kyrgysa, Tajikistan ed Uzbekistan nel contesto dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO). Fin dal 2005, l’Iran ha uno status di ‘membro osservatore’ all'interno della SCO.

A sua volta la SCO ha legami con l'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), un accordo di pianificazione superiore per la cooperazione militare tra Russia, Armenia, Bielorussia, Uzbekistan, Kazakhstan, Repubblica Kyrgysa e Tajikistan.

Nell’ottobre dello scorso anno l'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) e l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO) hanno firmato un Memorandum di Intesa, ponendo le basi per la cooperazione militare tra le due organizzazioni. Questo accordo SCO-CSTO, appena menzionato dai media occidentali, comporta la creazione di una ben sviluppata alleanza militare tra la Cina, la Russia e gli stati membri di SCO/CSTO. E’ importante notare che la SCTO e la SCO nel 2006 tennero esercitazioni militari congiunte, in coincidenza con quelle condotte dall'Iran. (Per ulteriori dettagli vedi qui).

Nell’ambito dei piani di guerra degli Stati Uniti diretti contro l'Iran, gli Stati Uniti sono anche impegnati ad indebolire le alleanze dell'Iran, segnatamente con la Russia e con la Cina. Nel caso della Cina, Washington sta cercando di destabilizzare i legami bilaterali tra Pechino e Tehran, così come l’avvicinamento dell'Iran alla SCO, che ha la sua sede centrale a Pechino.

La Cina è un alleato dell'Iran. L'intenzione di Washington è di usare le accuse a Pechino di violazioni dei diritti umani come pretesto per colpire la Cina, alleata dell’Iran.

A questo riguardo, un'operazione militare diretta contro l'Iran può riuscire solamente se viene scardinata la struttura delle alleanze militari che collegano l'Iran, la Cina e la Russia. Questo è ciò che il cancelliere tedesco Otto von Bismarck aveva capito in relazione alla struttura prevalente delle alleanze militari in competizione alla vigilia della I Guerra Mondiale. La Triplice Alleanza era un patto stipulato nel 1882 tra la Germania, l'Impero Austro-Ungarico e l'Italia. Mentre nel 1907, un accordo anglo-russo preparò la strada per la formazione della Triplice Intesa, costituita da Francia, Regno Unito e Russia.

La Triplice Alleanza cadde nel 1914, quando dall'alleanza si ritirò l’Italia e dichiarò la sua neutralità, determinando in questo modo lo scoppio della I Guerra Mondiale.

La Storia insegna l'importanza delle alleanze militari in competizione. Nel contesto attuale, i partner degli Stati Uniti e della Nato stanno cercando di minare la formazione coesa di un’alleanza militare eurasiatica, SCO-CSTO, che potrebbe sfidare efficacemente e contenere l’espansionismo militare degli Stati Uniti-Nato nell’Eurasia, combinando le capacità militari non solo di Russia e Cina ma anche quelle di molte ex repubbliche sovietiche, tra le quali Bielorussia, Armenia, Kazakhstan, Tajikistan, Uzbekistan e Repubblica Kyrgysa.

L’accerchiamento della Cina

Con l'eccezione della sua frontiera Settentrionale, che confina con la Federazione Russa, la Mongolia e il Kazakhstan, la Cina è circondata da basi militari degli Stati Uniti

Il corridoio dell’Eurasia

Fin dall'invasione e dall’occupazione del 2001 dell'Afghanistan, gli Stati Uniti hanno una presenza militare sulla frontiera occidentale della Cina, in Afghanistan e in Pakistan. Gli Stati Uniti sono impegnati ad installare basi militari permanenti in Afghanistan- che occupa una posizione strategica, confinando con le ex repubbliche sovietiche, la Cina e l’Iran.

Gli Stati Uniti e la Nato inoltre , fin dal 1996, hanno anche stabilito legami militari con diverse ex repubbliche sovietiche sotto il GUUAM (Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan e Moldavia). Nell’era posteriore all’11/9, Washington ha usato il pretesto della "guerra globale contro il terrorismo" per sviluppare ulteriormente una presenza militare statunitense nei paesi del GUUAM. (Nel 2002 l’Uzbekistan si è ritirato dal GUUAM, e ora l'organizzazione è diventata GUAM).

La Cina ha interessi petroliferi nell’Eurasia così come nell’Africa sub-sahariana, che confliggono con quelli anglo-americani. Quello che è in gioco è dunque il controllo geopolitico del corridoio eurasiatico.

Nel marzo 1999, il Congresso degli U.S., adottò l'Atto della Strategia della Via della Seta, che definiva gli ampi interessi economici e strategici dell’America in una regione che si estende dal Mediterraneo Orientale all’Asia Centrale. La Strategia della Via della Seta (SRS) traccia un quadro per lo sviluppo degli affari dell'impero Americano lungo un esteso corridoio geografico

La riuscita della realizzazione della SRS richiede la concomitante "militarizzazione" dell’intero corridoio eurasiatico, come mezzo per assicurarsi il controllo sulle grandi riserve di petrolio e di gas naturale, così come per "proteggere"i gasdotti e i corridoi commerciali. Questa militarizzazione è ampiamente diretta contro Cina, Russia ed Iran.

Anche la militarizzazione del Mare del Sud Cinese e degli Stretti di Taiwan è parte integrante di questa strategia che, nell’era post 11/ 9, è basata nel dispiegamento su "molti fronti".

Anche nell'era post-Guerra Fredda, la Cina resta comunque un obiettivo per un attacco nucleare di primo colpo degli Stati Uniti.

Nella Rassegna della Situazione Nucleare del 2002 (NPR), la Cina e la Russia sono identificate, insieme ad una lista di "stati canaglia", come obiettivi potenziali di un attacco nucleare preventivo degli Stati Uniti. Nella NPR la Cina è elencata come "un paese che potrebbe essere coinvolto in un’immediata o potenziale emergenza". Specificamente, la Rassegna della Situazione Nucleare indica uno scontro militare sullo status di Taiwan come uno degli scenari che potrebbero condurre Washington ad usare contro la Cina le armi nucleari.

La Cina è stata accerchiata: l’esercito degli Stati Uniti è presente nel Mare del Sud della Cina e negli Stretti di Taiwan, nella Penisola Coreana e nel Mar del Giappone così come nel cuore dell'Asia Centrale e sui confini occidentali cinesi, nelle regioni autonome dello Xinjiang-Uigur. Come tratto dell’accerchiamento della Cina, inoltre, “il Giappone è stato gradualmente amalgamato, armonizzando le sue politiche militari con quelle degli Stati Uniti e della Nato”. (Per ulteriori dettagli vedi qui).

Indebolire la Cina dall’interno: sostegno coperto ai movimenti secessionisti

Coerentemente con la sua politica di indebolire e alla fine di dividere la Repubblica Popolare della Cina, Washington sostiene movimenti secessionisti sia in Tibet sia in regioni autonome come lo Xinjiang-Uigur, che confina verso nord-est con il Pakistan e l'Afghanistan.

Nello Xinjiang-Uigur, l'intelligence pachistana (ISI), agendo in collegamento con la CIA, sostiene diverse organizzazioni islamiche, tra le quali il Partito Riformatore Islamico, l’Unione dell’Alleanza Nazionale del Turkestan Orientale, l’Organizzazione della Liberazione Uigur e il Partito Uigur della Jihad Centro-asiatica. Molte di queste organizzazioni islamiche hanno ricevuto appoggio e addestramento da Al Qaeda, che è un’attività finanziata dall'intelligence degli Stati Uniti. L'obiettivo dichiarato di queste organizzazioni islamiche basate in Cina è di "instaurare un califfato islamico nella regione". (For further details see Michel Chossudovsky, America's War on Terrorism, Global Research, Montreal, 2005, Chapter 2).

Il califfato integrerebbe l'Uzbekistan, il Tajikistan, il Kyrgyzstan (Turkestan occidentale) e la regione autonoma Uigur della Cina (Turkestan orientale) in un sola entità politica.

Il "progetto del califfato" viola la sovranità territoriale cinese. Il secessionismo sulla frontiera occidentale della Cina, sostenuto da diverse "fondazioni" wahabite degli Stati del Golfo, è, ancora una volta, solidale con gli interessi strategici americani nell’Asia Centrale. Nel frattempo la potente lobby basata negli Stati Uniti sta erogando appoggio alle forze separatiste in Tibet.

Promuovendo tacitamente la secessione della regione di Xinjiang-Uigur (usando come "intermediario" l'ISI del Pakistan), Washington sta tentando di provocare un processo più ampio di destabilizzazione politica e di frammentazione della Repubblica Popolare Cinese. Queste varie manovre coperte si aggiungono all’installazione da parte degli Stati Uniti di basi militari in Afghanistan e in molte delle ex repubbliche sovietiche, direttamente sul confine occidentale della Cina. Anche la militarizzazione del Mare del Sud Cinese e degli Stretti di Taiwan è parte integrante di questa strategia.

Le rivolte di Lhasa

Le violente insurrezioni nella capitale del Tibet di metà-marzo sono state un evento inscenato con cura. Nel loro immediato seguito, è stata lanciata una campagna di disinformazione mediatica, diretta contro la Cina, sostenuta da dichiarazioni politiche dei leader occidentali.

Ci sono indicazioni che l'intelligence degli Stati Uniti abbia giocato un ruolo dietro alle quinte, per quella che molti osservatori hanno descritto come un’operazione attentamente premeditata.

L'evento di Lhasa di metà-marzo non è stato il "pacifico movimento spontaneo" di protesta descritto dai media occidentali. Le rivolte, che hanno coinvolto una banda di malfattori, sono state premeditate; progettate con cura. Attivisti tibetani in India, affiliati al governo in esilio del Dalai Lama, "hanno detto che stavano effettivamente aspettando i disordini. Ma hanno rifiutato di precisare quello che sono venuti a sapere o chi erano i loro collaboratori". (Guerilla News)

Le immagini non suggeriscono un partecipazione massiccia alla protesta ma piuttosto una furia condotta da poche centinaia di individui. Monaci buddisti sono coinvolti nelle violenze. Secondo il China Daily (31 marzo 2008), dietro alle violenze c’era anche il Congresso della Gioventù tibetano (TYC), con sede in India, considerato dalla Cina come una"organizzazione dalla linea dura", affiliato al Dalai Lama- I campi di addestrando del TYC sono finanziati dalla Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED). (See the text of the Congressional Hearings regarding NED support to the TYC)


VIDEO: The Tibet Riots: What Really Happened

Lo svolgimento del video conferma che dei civili sono stati presi a sassate, colpiti e, in alcuni casi, uccisi. La maggior parte delle vittime erano cinesi Han. Almeno dieci persone sono restate arse vive come risultato di azioni incendiarie, secondo le dichiarazioni del governo del Tibet. Queste dichiarazioni sono state confermate dal racconto di molti testimoni oculari. Secondo il rapporto di People's Daily:

"Cinque commessi di un negozio di abbigliamento sono arsi vivi prima di poter avere una opportunità di fuga. Un uomo alto 1,70 metro, chiamato Zuo Yuancun è morto orrendamente carbonizzato. Un lavoratore migrante è stato pugnalato al fegato dai malfattori. Ad una donna, duramente picchiata dagli assalitori, è stato asportato l’orecchio". (People's Daily, March 22, 2008)

Tuttavia i media occidentali hanno descritto disinvoltamente il saccheggio e l’incendio come una "dimostrazione pacifica", soffocata con l'uso della forza dalle autorità cinesi. Non ci sono rapporti precisi (ne di fonte cinese, ne dei giornali occidentali) sul numero di feriti causati dalla polizia cinese nell'operazione lanciata per reprimere le insurrezioni. I resoconti della stampa occidentale indicano un dispiegamento su larga scala, di più di 1000 soldati e poliziotti, su veicoli blindati nella capitale tibetana.

Uffici e scuole sono stati attaccati, automobili sono state date alle fiamme. Secondo il rapporto cinese, ci sono stati 22 morti e 623 feriti. "I rivoltosi hanno appiccato il fuoco in più di 300 ubicazioni, prevalentemente case private, negozi e scuole, hanno distrutto veicoli e danneggiato installazioni pubbliche".

La pianificazione delle insurrezioni è stata coordinata con la campagna di disinformazione dei media, che hanno accusato le autorità cinesi di avere istigato il saccheggio e gli incendi. Il Dalai Lama ha accusato Pechino di “aver travestito le truppe da monaci” per dare l'impressione che i monaci buddisti fossero dietro alle insurrezioni. Tale tesi era fondata su una fotografia, di quattro anni prima, di soldati vestiti come monaci nella performance di uno spettacolo teatrale.
( South China Morning Post, 4 aprile 2008).

Il giornale del continente (People’s Daily) ha notato che le forze di sicurezza che hanno contenuto le insurrezioni a Lhasa non potevano verosimilmente essere vestite con le uniformi mostrate nella fotografia, perché quelle erano uniformi estive, non adatte al freddo di marzo. Inoltre gli ufficiali armati mostrati nella fotografia erano in uniformi di vecchio tipo, dismesse dal 2005. ... Xinhua afferma che la fotografia era scattata anni fa durante uno spettacolo, quando i soldati presero in prestito da monaci i loro mantelli prima di salire sul palcoscenico.

L’affermazione del Dalai Lama che siano state le autorità cinesi ad istigare le insurrezioni, riportata nei media occidentali, è sostenuta dalla dichiarazione di un ex funzionario del Partito Comunista, Mr. Ruan Ming, che afferma "che il CCP ha inscenato gli incidenti in Tibet per costringere il Dalai Lama a dimettersi e giustificare la repressione futura dei tibetani. Mr. Ruan Ming è stato un speechwriter dell’ex Segretario Generale CCP, Hu Yaobang." (citazione da The Epoch Time)

Il ruolo dell'intelligence degli Stati Uniti

L'organizzazione delle insurrezioni di Lhasa è parte di un modello costante. Le rivolte costituiscono un tentativo per provocare in Cina un conflitto etnico. Servono gli interessi della politica estera degli Stati Uniti.

In quale misura l'intelligence degli Stati Uniti ha giocato segretamente un ruolo nell’attuale ondata di proteste che riguardano il Tibet?

Data la natura coperta delle operazioni di intelligence, non c'è nessuna prova tangibile del coinvolgimento diretto della CIA, tuttavia vi sono varie organizzazioni tibetane, collegate al "governo in esilio" del Tibet, che sono note per essere sostenute dalla CIA e/o dall'organizzazione del fronte civile del CIA, la Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED).

Il coinvolgimento della CIA nel fornire sostegno coperto al movimento secessionista tibetano risale alla metà egli anni ‘50. Il Dalai Lama è stato sul libro paga della CIA dalla fine degli anni ‘50 fino al 1974.

A partire dal 1956 la CIA ha condotto una campagna su larga scala di azioni coperte contro i comunisti cinesi in Tibet. Questo portò alla disastrosa sollevazione cruenta del 1959, che lasciò decine di migliaia di tibetani morti, mentre il Dalai Lama e circa 100.000 seguaci furono indotti alla fuga attraverso gli infidi passi dell’Himalaya, in India e in Nepal.

La CIA fondò un campo di addestramento militare segreto per i combattenti dell’insurrezione del Dalai Lama a Camp Hale, vicino a Leadville, in Colorado, negli Stati Uniti. I combattenti tibetani furono addestrati ed equipaggiati dalla CIA per una guerra di guerriglia ed operazioni di sabotaggio contro i comunisti cinesi.

I guerriglieri addestrati dagli Stati Uniti compirono regolarmente incursioni in Tibet, occasionalmente guidati da contrattisti mercenari della CIA e appoggiati da aerei della CIA. Il programma di addestramento iniziale finì nel dicembre 1961- anche se pare che il campo del Colorado sia rimasto aperto almeno fino al 1966.

A fianco dell'esercito di guerriglia ‘tibetano’, la Task Force tibetana della CIA, creata da Roger E. McCarthy, ha proseguito l'operazione con il nome in codice di "ST CIRCUS" per molestare le forze cinesi per altri 15 anni, fino al 1974, quando è stato ufficialmente ratificato il cessato coinvolgimento.

McCarthy, che ebbe anche il ruolo di comandante della Task Force del Tibet, fu in attività dal 1959 al 1961; più tardi andò a seguire operazioni simili in Vietnam e Laos.

Dalla metà degli anni ’60, la CIA cambiò la sua strategia paracadutando in Tibet ‘guerriglieri’ ed agenti dell’intelligence per allestire il Chusi Gangdruk, un esercito da guerriglia di circa 2.000 combattenti di etnia Khamba in basi come “Mustang” in Nepal (questa base fu chiusa dal governo del Nepal solamente nel 1974, dopo le forti pressioni di Pechino.)

Dopo la Guerra tra India e Cina del 1962, il CIA sviluppò una stretta relazione con i servizi d'intelligence indiani, sia per l’addestramento sia per il rifornimento degli agenti del Tibet." (Richard Bennett, Tibet, the 'great game' and the CIA, Global Research, March 2008)

La Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED)

La Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED), che eroga il sostegno finanziario ai gruppi di opposizione filo-statunitensi in tutto il mondo, ha giocato un ruolo significativo nel manovrare le "rivoluzioni di velluto" che servono gli interessi geopolitici ed economici di Washington.

La NED, anche se non formalmente parte della CIA, svolge un'importante funzione di intelligence all'interno dell'arena di partiti politici e ONG. Fu creata nel 1983, quando la CIA era stata accusata di corrompere clandestinamente statisti e di allestire un fronte di organizzazioni fasulle nella società civile. Secondo Allen Weinstein, che fu il responsabile per l’avviamento la NED durante l'Amministrazione Reagan, "molto di quello che noi facciamo oggi, 25 anni fa era fatto clandestinamente dalla CIA." (Washington Post, 21 settembre1991).

La NED opera attraverso quattro istituti centrali: l'Istituto Nazionale Democratico per gli Affari Internazionali (NDIIA), l'International Republican Institute (Istituto Internazionale Repubblicano - IRI), il Centro americano per la Solidarietà Internazionale del Lavoro (ACILS) ed il Centro Internazionale per l’Impresa Privata.

La NED fornì i fondi alle organizzazioni della "società civile" in Venezuela, che organizzarono un tentato colpo di stato contro il Presidente Hugo Chavez. Ad Haiti, la NED sostenne i gruppi di opposizione dietro all'insurrezione armata che contribuirono a far cadere il Presidente Bertrand Aristide nel febbraio 2004. Il colpo di stato di Haiti è stato il risultato di un'operazione militare e di intelligence accuratamente inscenata. (Vedi Michel Chossudovsky, The Destabilization of Haiti, Global Research, February 2004)

La NED finanzia diverse organizzazioni del Tibet, sia all'interno sia all'esterno della Cina. La principale organizzazione filo-Dalai Lama finanziata dalla NED per l’indipendenza del Tibet è la Campagna Internazionale per Tibet (ICT), fondata a Washington nel 1988. L'ICT ha uffici a Washington, Amsterdam, Berlino e Bruxelles. Diversamente da altre organizzazioni sovvenzionate dalla NED in Tibet, l'ICT ha una relazione di stretta intimità e "sovrapposizione" con la NED e il dipartimento di Stato degli Stati Uniti:

Alcuni dei direttori della ICT sono anche membri integranti dell’istituto ‘di promozione della democrazia’, ed includono Bette Bao Lord (che è presidentessa della Casa della Libertà e direttrice del Foro della Libertà), Gare A. Smith (chi prima aveva mansione di vice-primo deputato nel Dipartimento di Stato U.S., Ufficio della Democrazia, Diritti Umani e Lavoro), Julia Taft (che è stata direttrice della NED, ed ex Assistente del Segretario di Stato e Coordinatore Speciale per le questioni tibetane, ha lavorato per USAID, ed è anche stata Presidente del CEO di InterAction), e in fine, Mark Handelman (che è anche direttore della Coalizione Nazionale per i diritti degli haitiani, un'organizzazione il cui lavoro è ideologicamente collegato agli interventi di vecchia data della NED ad Haiti).

Il quadro di consulenti dell'ICT presenta anche individui che sono direttamente collegati alla NED, Harry Wu e Qiang Xiao (che è l’ex direttore esecutivo dei Diritti Umani in Cina, finanziati dalla NED).

Come il loro consiglio di amministrazione, il consiglio internazionale di consulenti dell’ICT include molti notabili ‘democratici’ come Vaclav Havel, Fang Lizhi (che nel 1995 era un membro del consiglio dei Diritti Umani in Cina), Jose Ramos-Horta (che lavorò nel consiglio consultivo internazionale per il Progetto di Coalizione Democratica), Kerry Kennedy (che è una dirigente del Centro di Informazioni della Cina, finanziato dalla NED), Vytautas Landsbergis (che è un patron internazionale della neoconservatrice Società Henry Jackson – con sede in Gran Bretagna) e, fino alla sua recente morte, la moglie del neocon Jeane J. Kirkpatrick (che fu anche legata a gruppi democratici come la Casa della Libertà e la Fondazione per la Difesa delle Democrazie). (Michael Barker, "Democratic Imperialism": Tibet, China, and the National Endowment for Democracy Global Research, August 13, 2007)

Altre organizzazioni tibetane finanziate dalla NED comprendono, come primi assegnatari, gli Studenti per il Tibet Libero (SFT). La SFT fu fondata nel 1994 a New York City “come un progetto di impegno US-Tibet”. La SFT è nota soprattutto per aver dispiegato, in rivendicazione del Tibet libero, una bandiera di 450 piedi sulla Grande Muraglia della Cina.
Lo scorso gennaio, la SFT, insieme con altre cinque organizzazioni tibetane, ha proclamato "l'inizio di una sollevazione del popolo tibetano"... e co-fondato un ufficio provvisorio con compito di coordinamento e finanziamento."

La NED finanzia inoltre il Tibet Multimedia Center (con sede anche a Dharamsala) per la
diffusione di informazioni che indirizzano la lotta per i diritti umani e la democrazia in Tibet”. Sempre la NED finanzia il Centro tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia.

Esiste una divisione di compiti tra la CIA e la NED. Mentre la CIA fornisce appoggio coperto a gruppi paramilitari di ribelli armati e ad organizzazioni terroriste, la NED finanzia i partiti politici "civili" e le organizzazioni non governative nell’ottica di instaurare la "democrazia americana" attorno al mondo.

Per così dire la NED costituisce il “braccio civile” della CIA. Gli interventi CIA-NED in diverse parti del mondo sono caratterizzati da un modello costante, applicato in numerosi paesi.

PsyOp: screditare il governo cinese

L'obiettivo di breve termine è screditare il governo cinese nei mesi che portano ai giochi olimpici di Pechino, usando la campagna del Tibet anche per distogliere l’opinione pubblica dalla guerra del Medio Oriente e dai crimini di guerra commessi da Stati Uniti, Nato e Israele. Vengono sottolineate le presunte violazioni dei diritti umani della Cina per depistare e offrire un volto umano agli Stati Uniti che guidano la guerra in Medio Oriente.

Gli Stati Uniti che in realtà hanno patrocinato piani di guerra diretti contro l'Iran trovano ora credito e giustificazione per l’inadempienza di Tehran alle richieste "della comunità internazionale"; con il Tibet che fa titolo, le vere crisi umanitarie nel Medio Oriente non vanno in prima pagina sui giornali.

Più generalmente, la questione dei diritti umani è distorta: le realtà sono invertite, gli enormi crimini commessi dagli Stati Uniti e dai loro partner di coalizione sono ora celati, ora giustificati come mezzi per proteggere la società contro i terroristi.

E’ stato instaurato un "doppio standard" nell'accertamento delle violazioni dei diritti umani: in Medio Oriente, l'uccisione di civili è classificata come danno collaterale, ed è giustificata come parte della "guerra globale al terrorismo." Le vittime sono dichiarate responsabili per la loro propria morte.

La torcia olimpica

Nelle capitali occidentali sono state messe in atto manifestazioni calcolate con cura sulle violazioni dei diritti umani in Cina

Un parziale boicottaggio dei giochi olimpici sembra essere in preparazione. Bernard Kouchner, Ministro degli Esteri francese (strenuo protagonista degli interessi degli Stati Uniti, in rapporto con il Bilderbergs), ha chiesto un boicottaggio delle cerimonie inaugurali delle Olimpiadi. Kouchner ha affermato che l'idea dovrebbe essere discussa alla riunione dei Ministri degli Esteri dell’UE

La torcia olimpica è stata accesa in Grecia in una cerimonia che è stata turbata da "attivisti pro-Tibet." L'evento è stato patrocinato da "Reporter Senza Frontiere", un'organizzazione nota per avere collegamenti con l'intelligence degli Stati Uniti. (Vedi, Diana Barahona, Reporters Without Borders Unmasked, May 2005). "Reporter Senza Frontiere" riceve anche finanziamenti dalla Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED).

La torcia olimpica è simbolica. L'operazione psicologica (PsyOp) consiste nel prendere come obiettivo la torcia olimpica nei mesi che portano ai giochi olimpici di Pechino: ad ogni fase di questo percorso, il governo cinese viene denigrato dai media occidentali.

Le implicazioni economiche globali

La campagna del Tibet, diretta contro il governo cinese, potrebbe avere dei contraccolpi.

Stiamo attraversando la crisi economica e finanziaria più seria della storia moderna. La crisi economica che sta sviluppandosi è soggetta a una diretta relazione con l’avventura militare patrocinata dagli Stati Uniti in Medio Oriente e nell’Asia Centrale

La Cina gioca un ruolo strategico rispetto all’espansionismo militare US. Finora non ha esercitato il suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle molte delibere dirette contro l’Iran presentate dagli Stati Uniti presso il CSNU

La Cina ha un ruolo centrale anche nel sistema economico e finanziario globale.

la Cina detiene ora il valore di 1,5 miliardi $ di strumenti debitori statunitensi (inclusi buoni del Tesoro U.S.), risultante da un'eccedenza commerciale accumulata con gli Stati Uniti. Ha la capacità di destabilizzare significativamente i mercati valutari internazionali. Il dollaro US verrebbe spinto a livelli ancora più bassi, se la Cina svendesse le sue partecipazioni azionarie di debito denominate in dollari.
Inoltre, la Cina è la più grande produttrice di un’ampia serie di beni manufatti che costituiscono, per l'occidente, una parte significativa del consumo mensile delle famiglie. I giganti della vendita al dettaglio occidentali contano sul flusso continuato e ininterrotto di merci industriali a basso costo di fabbricazione cinese.

Per i paesi occidentali, l'inserimento della Cina nelle strutture globali del commercio, dell’investimento, della finanza e dei diritti di proprietà intellettuale sotto l’Organizzazione Commerciale Mondiale (WTO) è assolutamente cruciale. Se Pechino decidesse di ridurre il proprio"Made in China" nelle esportazioni manifatturiere agli Stati Uniti, la base produttiva fragile e declinante dell'America non sarebbe in grado di colmare il vuoto, almeno nel breve termine.

Inoltre, gli Stati Uniti ed i loro partner di coalizione, Regno Unito, Germania, Francia e Giappone hanno importanti interessi da investimento in Cina. Nel 2001, prima dell'accesso della Cina WTO, gli Stati Uniti e la Cina firmarono un accordo commerciale bilaterale. Questo accordo permette agli investitori statunitensi, inclusi i grandi istituti di credito di Wall Street, di entrare nel sistema finanziario e commerciale di Shanghai così come nel mercato bancario nazionale della Cina

Mentre la Cina è, per qualche aspetto, la “colonia industriale per il lavoro a basso costo", dell'Occidente, le relazioni della Cina con il sistema del commercio globale non sono affatto immutabili.

La relazione della Cina con il capitalismo globale ha le sue radici nella "politica della Porta Aperta" formulata inizialmente nel 1979. Fin dagli anni ottanta, la Cina è divenuta nei mercati occidentali il principale fornitore di beni industriali. Ogni minaccia contro la Cina e/o azzardo militare diretto contro gli alleati eurasiatici della Cina, incluso l'Iran, potrebbero potenzialmente scardinare l’esteso commercio di beni fabbricati dalla Cina.

L'esportazione industriale della Cina è fonte di un’enorme formazione di ricchezza nelle economie capitaliste avanzate. Da dove viene la ricchezza della famiglia Walton, proprietaria di Wal Mart ? Wal Mart non produce niente. Importa merci "Made in China" a basso costo e le rivende nel mercato al dettaglio negli Stati Uniti a più di dieci volte il loro prezzo di produzione.

Questo processo "di sviluppo guidato dall’importazione" ha permesso ai paesi occidentali "industrializzati" di chiudere una grande parte del loro outlets manifatturieri. A sua volta, i sweatshops industriali della Cina servono a generare i profitti multimiliardari, in dollari, per le società occidentali, compresi i giganti della vendita al dettaglio, che acquistano e/o subappaltano la loro produzione alla Cina.

Ogni minaccia di natura militare diretta contro la Cina potrebbe avere conseguenze economiche devastanti, molto oltre l’usuale spirale crescente del prezzo del greggio.

domenica 18 maggio 2008

Il “doping” dei Neocon

Nel caso ci fossero ancora dei dubbi in proposito…

Rumsfeld: "Un attacco terroristico per rimettere in moto l'agenda Neo-Con"
Di Paul Joseph Watson – PrisonPlanet – 16 Maggio 2008 - traduzione di Massimo Frulla

Da una conversazione su temi politici fra il precedente Segretario alla Difesa ed un analista militare:"Il rimedio a ciò è... un attacco".
Brani scioccanti tratti da registrazioni confidenziali recentemente diffuse in osservanza del Freedom of Informationa Act, mostrano il precedente Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, che parla con un analista militare di alto livello sul come riuscire a rimettere in funzione lo stagnante programma politico dei Neo-Con grazie all'aiuto di un ulteriore attacco terroristico all'America. La registrazione comprende anche una conversazione nella quale Rumsfeld e l'analista militare concordano sulla possibile necessità di installare in Iraq una dittatore brutale che faccia gli interessi degli Stati Uniti.

Le registrazioni sono state diffuse come parte di un’indagine sul programma del Pentagono "forza di moltiplicazione dei messaggi" nel quale degli analisti militari di alto livello sono stati pagati per propagandare, sui media ufficiali, la guerra all'Iraq. Alla cena di addio in onore di Rumsfeld, tenutasi il 12 dicembre 2006, erano presenti tra gli altri David L. Grange, Donald W. Sheppard, James Marks, Rick Francona, Wayne Downing, e Robert H. Scales.

La dichiarazione più straordinaria si è avuta quando il Generale Michael DeLong, rammaricandosi che al Congresso si fosse ridotto il sostegno ai piani di guerra dei Neo-Con, ha suggerito che il gradimento per i piani dell'amministrazione Bush si sarebbe potuto ottenere solo in conseguenza di un nuovo attacco terroristico.

Rumsfeld ha concordato sul fatto che l'impatto psicologico dell'11 settembre stesse svanendo e che gli "schemi comportamentali" dei cittadini, tanto in America quanto in Europa, suggerissero che non siano preoccupati dalla minaccia terroristica.

DeLong:"Politicamente, fino a che non si verificherà [ un attacco terrorista ] non raccoglierete consenso."

Rumsfeld:"Questo è quello che stavo per dire. Questo Presidente è vittima del suo successo. Non abbiamo avuto più un attacco in cinque anni. In questa società la percezione della minaccia è così bassa che non c'è da stupirsi che i modelli di comportamento riflettano un assetto da bassa minaccia. Lo stesso in Europa, c'è una percezione di bassa minaccia. La correzione a ciò, ritengo, passi per un attacco. Quando si verificherà, allora ognuno sarà caricato per un altro [ non si capisce ] ed è una vergogna che noi non si abbia la maturità di riconoscere la serietà delle minacce.. la loro letalità... la carneficina che può essere imposta alla nostra società è così reale, attuale e seria, che sapete come noi lo si abbia compreso, ma la società, più ci si allontana dall'11 settembre, meno... sempre meno..."

Clicca qui per il file audio.

In un successivo passaggio, dopo aver sussurrato che i commenti sono "fuori dalle registrazioni", Rumsfeld e l'analista militare concordano che in Iraq si potrebbe usare uno "Syngman Rhee", per prenderne il controllo. Syngman Rhee è stato lo spietato ed autoritario dittatore che ha dominato la Corea del Sud da dopo la Seconda Guerra Mondiale alla Guerra di Corea del 1960. Ma se l'invasione dell'Iraq aveva a che fare con il liberare gli iracheni da un tirano di nome Saddam Hussein, perchè Rumsfeld stava parlando di insediare un dittatore ancora più tirannico?

Clicca qui per il file audio.

L'ammissione di Rumsfeld, che per correggere il calo di consenso verso la crociata Neo-Con-imperialista è opportuno un ulteriore attacco terrorista, è forse l'indicazione più inquietante ed evidente che l'11 settembre è stato un affare interno.Quante altre prove ci occorrono per avere la certezza che la gerarchia Neo-Con, al controllo del Governo degli Stati Uniti, stia instigando e manovrando il terrore nel perseguimento dei propri programmi, interni all'america ed esterni sul mondo?

Come ha scritto oggi Jerry Mazza, "Nei sette anni successivi a quel giorno, prove risolutive e via via crescenti dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il Governo degli Stati Uniti, al comando dell'amministrazione Bush, ha pianificato, orchestrato ed eseguito l'operazione dell'11 settembre, lo ha fatto in prima persona e facendo in modo che venisse attribuito ad altri [ libera traduzione del letterale "falsa bandiera", "false flag", ndt ]. Come apertamente sostenuto in numerose opere delle elite, dal Progetto per il Nuovo Secolo Americano ( PNAC), del quale Rumsfeld era membro, allo Zbigniew Brzezisnki di La Grande Partita a Scacchi, solo un attacco "in stile Pearl Harbour" potrebbe, per usare le parole di Brzezinski, spingere il popolo americano a sostenere una "mobilitazione imperialista" ed una guerra mondiale."
Collocando opportunamente queste nuove prove, che accusano Rumsfeld per azioni correlate all'11 settembre e rivelate prima di esso, la sua colpa risulta ora chiara ed ovvia. Ricordiamo che fu Rumsfeld che scrisse di suo pugno entusiasticamente la nota "Andate Giù Duro", nella quale dichiarava, pieno di gioia, che finalmente l'amministrazione Bush aveva il semaforo verde per uccidere:"Non solo UBL (Usama bin Laden ). Andate Giù Duro. Ripuliteli via tutti. Che c'entrino o no".

La bramosìa di un nuovo attacco terroristico volto ad intruppare le masse al seguito del programma dei Neo-Con è un feticcio condiviso fra i Neo-Con, siano essi politici, studiosi od accademici. L'anno scorso ad agosto Stu Bykofsky, redattore del Philadelphia Daily News, invocò apertamente un "nuovo 11 settembre" che "avrebbe aiutato l'America a" ripristinare un "senso comune di oltraggio ed a reagire come nazione". Il Tenente Colonnello Doug Delaney, capo del programma di studi di guerra al Royal Military College di Kingston, ha riferito lo scorso luglio al Toronto Star che "La chiave per indurre l'Occidente ad agire è un altro attacco terrorista tipo 11 settembre o tipo attacco alla metropolitana di Londra, di due anni fa."
Lo stesso sentire è stato apertamente espresso in un appunto GOP del 2005, che augurava nuovi attacchi che avrebbero"convalidato" la guerra al terrore condotta dal Presidente e "ripristinato la sua immagine come capo del popolo americano."Sempre nel luglio 2007, Rick Santorum, già Senatore Repubblicano, suggerì che una serie di "sfortunati eventi", leggasi attacchi terroristi, si verificassero entro l'anno successivo al fine di modificare la percezione che gli americani hanno della guerra.

Il mese prima, il nuovo Presidente del Partito Repubblicano dell'Arkansas, Dennis Milligan, aveva detto che per far guadagnare nuovamente a Bush l'appoggio del popolo americano, occorrevano nuovi attacchi terroristi sul suolo americano.Commenti inviati sul sito dell'Huffington Post - orientato a sinistra - in risposta alla registrazione di Rumsfeld, indicano che anche i più smaliziati fra i negazionisti della cospirazione si sono sentiti sbandare nelle loro convinzioni più profonde a causa delle ammissioni del precedente Segretario alla Difesa.

"Sono stato un fiero e leale oppositore delle teorie della cospirazione " ha scritto un lettore, "ma ascoltare l'uomo che è incaricato più di tutti di proteggere le vite dei cittadini americani mentre ragiona pacifico sul fatto che un attacco riuscito contro gli USA sarebbe in qualche modo una "cura" per noi... mi fa quasi desiderare di farmi un cappellino con tutte le cretinate che mi son bevuto."

venerdì 16 maggio 2008

I fidanzatini Osama e George W.

Osama Bin Laden ultimamente ha ripreso a esternare con una certa frequenza e i suoi proclami sono addirittura preannunciati dagli esperti di anti-terrorismo, come nel caso dell’americana Laura Mansfield che ieri ha appunto affermato pubblicamente che stava per arrivare un nuovo messaggio di Bin Laden in occasione del 60esimo anniversario della creazione dello stato di Israele.

E puntualmente il messaggio è arrivato e oggi se ne parla su tutti i mainstream media.
Un messaggio che contiene, oltre allo scontato incitamento alla jihad contro Israele per la liberazione della Palestina, anche minacce al contingente ONU dell’UNIFIL di stanza in Libano.

Minacce che giungono “casualmente” quasi in contemporanea con le pesanti dichiarazioni che ieri il presidente Bush ha pronunciato alla Knesset “Noi crediamo che la democrazia sia l'unico modo di garantire i diritti umani. Pertanto consideriamo una fonte di vergogna che le Nazioni Unite approvino di routine contro la più libera democrazia del Medio Oriente un numero maggiore di risoluzioni sui diritti umani che non nei confronti di qualsiasi altra Nazione al mondo”.

George W. e Osama uniti contro l’ONU, ma non solo.
Infatti sempre ieri sono arrivate altre minacce di “Al-Qaeda”. Questa volta contro la Svizzera che, insieme all’Austria, si accinge ad ospitare i Campionati europei di calcio 2008.

E anche in questo caso le convergenze tra Osama e George W. sono evidenti, ma ormai non è più una novità…

Le minacce di Al-Qaeda alla Svizzera
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 16 Maggio 2008

Dall’agenzia ANSA - Roma, 15 maggio: «La polizia svizzera ritiene che la rete terroristica al Qaida stia preparando attentati per i Campionati europei di calcio 2008. Il torneo si terrà il mese prossimo in Svizzera e in Austria: lo ha dichiarato in un’intervista al quotidiano elvetico La libertè Jurg Buhler, responsabile dei servizi di analisi e di prevenzione della polizia federale svizzera, ricordando le ultime minacce di al Qaida: ‘Trasformeremo i due Paesi più sicuri d’Europa come gli inferni afghano e iracheno’».

Esaminiamo seriamente i motivi per cui Al Qaeda può avercela con «i due Paesi più sicuri d’Europa», tanto da volerli trasformare nell’inferno. Svizzera ed Austria hanno condannato entrambe l’invasione americana in Iraq. Nel marzo scorso, la Svizzera ha firmato con l’Iran un contratto con cui importerà cinque miliardi di metri cubi di gas iraniano, ogni anno e per i prossimi 25 anni. L’affare ha altamente irritato gli americani, che vedono violato l’embargo con cui contano di strangolare economicamente l’Iran.

L’ambasciatore USA a Berna, Peter Conewey (fra parentesi, ex dirigente di Goldman Sachs) emise un comunicato furioso: «Abbiamo reso noto alla Svizzera che grandi accordi gas-petroliferi con l’Iran mandano precisamente il messaggio sbagliato, mentre l’Iran continua a sfidare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU». Nello stesso mese, l’organizzazione ebraica americana Anti-Defamation League of B’Nai B’rith (ADL) ha attaccato pubblicamente il governo elvetico perchè «La Svizzera è il solo membro europeo dell’UNHRC (l’alto commissariato dell’ONU per i rifugiati) a votare in favore di una risoluzione di condanna delle azioni militari israeliane a Gaza», azione che aveva portato al massacro di oltre 120 palestinesi, per lo più civili. La sullodata ADL ha acquistato pagine sul New York Times, l’Herald Tribune e il Wall Street Journal, oltre che sui principali quotidiani svizzeri, accusando il governo elvetico di essere «il finanziatore del terrorismo» , per l’acquisto del gas iraniano.

Qualche settimana dopo, una cinquantina di ebrei hanno sporto querela presso un tribunale di New York contro la Union de Banques Suisses (UBS), la più grande banca elvetica, chiedendo 500 milioni di dollari in danni, sostenendo che la banca finanzia il terrorismo attraverso i suoi collegamenti finanziari con l’Iran.I querelanti ragionano così: dal 1996 il Dipartimento di Stato USA ha definito l’Iran «sostenitore del terrorismo internazionale»; nonostante ciò, la UBS ha «fornito centinaia di milioni all’Iran tra il 1996 e il 2004». E ciò «ben sapendo che i dollari che forniva a uno Stato che sponsorizza il terrorismo sono usati per causare attacchi terroristici da parte di organizzazioni sostenute dall’Iran, come Hamas, Hezbollah e PIJ».I querelanti, che si dicono familiari di israeliani colpiti da attentati in Israele, ritengono dunque che l’UBS sia complice di tutti quegli attentati, da chiunque commessi. Da qui la richiesta di danni miliardari.

Negli ambienti israelo-americani, che spingono per l’attacco preventivo alle installazioni atomiche iraniane, cresce il dispetto per la flemma con cui gli europei sembrano prendere la faccenda. Eppure anch Shimon Peres ha assicurato che «L’Iran nucleare non è una minaccia per Israele, è una minaccia per il mondo».Il governo elvetico non pare del tutto convinto che Ahmadinejad, appena avuta dai suoi scienziati la sua Bomba, la userebbe per incenerire Berna. «Questi europei si sentono al sicuro», si ripetono i neocon, «credono di essere esenti dal terrorismo». Ci penserà Osama a dar loro una lezione.

Tutto ciò ci assicura dell’assoluta autenticità del minaccioso messsaggio di Al Qaeda (emanato da un «sito islamista» non meglio identificato e diffuso da Fox News). Viene sicuramente da Al-Zawahiri, se non dallo stesso Osama Bin Laden.E’ ben noto che ciò che irrita Bush, l’ADL, il Mossad e i neocon israelio-americani irrita parimenti Al Qaeda. Osama bin Laden e i neocon hanno gli stessi nemici.I servizi elvetici prendono molto sul serio le minacce di Al-Qatz, e fanno bene. Conoscono la capacità di Al-Mossad di mettere a segno stragi false flag.

giovedì 15 maggio 2008

Le ottime relazioni tra gasdotti e bombe

Il 7 Maggio scorso l’India ha testato con successo un missile terra-terra a capacità nucleare, l’Agni III che può colpire obiettivi fino a 3500 km – come ad esempio Pechino e Shanghai.
Il giorno dopo, il Pakistan ha emulato l’India con il test di un missile cruise capace di trasportare una testata atomica per un raggio di 350 Km. Test andato a buon fine.

Tutto ciò a pochi giorni dal viaggio del presidente iraniano Ahmadinejad sia in Pakistan che in India per portare avanti il progetto di gasdotto che collegherebbe i tre Paesi, con un eventuale prolungamento fino in Cina. Un progetto ovviamente contrastato dagli USA in quanto rafforzerebbe l’influenza dell’Iran nella regione.

Nel frattempo ieri c’è stata la serie di esplosioni a Jaipur, nel nord-ovest dell’India, con un bilancio di 63 morti finora. Attentati rivendicati oggi dallo sconosciuto gruppo dei “Mujaheddin dell'India”.
E sempre ieri un drone USA ha bombardato un villaggio nell’Area Tribale del Pakistan al confine con l’Afghanistan facendo 15 morti, proprio mentre il nuovo governo pakistano sta negoziando con le milizie tribali filo-taleban contro i desiderata statunitensi.

Episodi diversi che forse non sono così slegati tra loro come sembrano.


Due articoli sul progetto di gasdotto Iran-Pakistan-India.


Dal gasdotto con Pakistan e India muove la nuova strategia di Teheran verso l'Asia
di Giorgio S. Frankel – Il Sole 24 ore – 3 Maggio 2008

Se si farà il lungo gasdotto Iran-Pakistan-India (Ipi), di quasi 2.800 km, oltre ad essere importante per l'energia asiatica, contribuirà anche a cambiare gli assetti strategici della regione e, tra l'altro, a saldare sempre più il Medio Oriente all'Asia. Se poi esso proseguirà fino alla Cina, le sue implicazioni strategiche, oltre che energetiche, saranno di vasta portata per il consolidamento di una futura «sfera asiatica». Resta però da vedere se il gasdottto lo si farà davvero.

Se ne parla ormai da 15 anni. Ma, prima, c'era il problema insolubile del contrasto India-Pakistan. All'inizio del 2006, il progetto sembrava deciso, poi si arenò, forse per le pressioni americane sull'India. Gli Stati Uniti, infatti, sono «assolutamente contrari» al gasdotto perché rafforza l'Iran. Tuttavia, proprio in questi giorni, i tre Paesi interessati, dopo un round di incontri bilaterali, sembrano ormai prossimi ad avviare i lavori. Il ministro pachistano del petrolio, Khwaja Mohammad Asif ha ricevuto ad Islamabad il suo collega indiano Murli Deora. Poi, sempre in Pakistan, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha incontrato il presidente Pervez Musharraf e il nuovo premier Yusaf Raza Gilani. Dopodiche, Ahmadinejad è stato brevemente in India per parlare col presidente Pratibha Patil e il premier Manmohan Singh. A detta di Ahmadinejad le ultime questioni saranno risolte entro 45 giorni e poi i governi decideranno. L'Iran, però, è sempre nel «mirino» degli Stati Uniti e di Israele per il suo programma nucleare. Pakistan e India, invece, sono partner più o meno «strategici» degli Stati Uniti, e l'India anche di Israele. Eppure, essi sembrano ormai disposti, per il gasdotto, a sfidare la contrarietà degli americani. Sulla visita di Ahmadinejad a New Delhi il portavoce del Dipartimento di Stato americano è stato polemico e didascalico verso l'India, attirandosi però una risposta dura e risoluta. Ciò suggerisce che l'India non ha più remore a fare il gasdotto, soprattutto col greggio a ben più di cento dollari ed un fabbisogno interno di energia in forte crescita sul lungo periodo.

L'India, poi, oltre al gasdotto, ha con l'Iran diversi progetti da concludere o mettere in esecuzione: quote in giacimenti petroliferi, una possibile joint venture per un impianto di liquefazione del gas da tre miliardi di dollari, e la fornitura da parte dell'Iran di 5 milioni di tonnellate/anno di gas naturale liquefatto (che poi saliranno a più di 7 milioni) per 25 anni. Dunque, gli interessi in gioco, anche solo dal punto di vista economico ed energetico, sono notevoli. E c'è anche un'importante partita politica. Le visite di Ahmadinejad in Pakistan e in India suggeriscono che l'Iran ha un significativo ruolo nella regione. In quei giorni, egli è stato anche nello Sri Lanka, dove l'Iran finanzia la costruzione di una centrale idro-elettrica e la modernizzazione di una raffineria. L'Iran vuole diventare il secondo esportatore di gas a livello mondiale dopo la Russia, ed è anche il quarto produttore di greggio (tra i paesi Opec, è al secondo posto dopo l'Arabia Saudita).

Il gasdotto Ipi costerà, sembra, circa 7,5 miliardi di dollari, sarà alimentato dal giacimento sottomarino South Pars, nel Golfo Persico, settore iraniano di un giacimento gigante (il più grande del mondo) a 3.000 metri sotto il fondo del mare, e che si estende per 3.700 kmq in acque iraniane e 6.000 kmq nelle acque del Qatar. South Pars contiene il 10 per cento delle riserve mondiali di gas. (Il settore del Qatar si chiama North Dome.) L'Ipi avrà una capacità iniziale di 60 milioni di metri cubi al giorno (metà per il Pakistan e metà per l'India) che salirà poi a 150 mc/g. L'Ipi darà maggior sicurezza e diversificazione agli approvvigionamenti energetici del Pakistan e soprattutto dell'India. Vista l'interdipendenza dei mercati, il gas di South Pars che andrà in India attenuerà, in parte, la futura pressione della domanda indiana sui mercati del greggio e del Gnl. Il Pakistan, poi, avrà importanti introiti per il transito del gas destinato all'India. Sul piano politico, quel gasdotto in comune sarà un fattore di stabilità e cooperazione nei rapporti tra India e Pakistan, ancor oggi non facili. Ci sono, però, possibili problemi politici per le incertezze circa la futura stabilità politica del Pakistan, e comunque per i rischi posti, sempre in Pakistan, dalla guerriglia nel Baluchistan.

In futuro, l'Ipi potrebbe arrivare sino in Cina. L'Iran l'ha detto in questi giorni, ma l'India ha replicato che «è ancora solo un'idea». Tuttavia, il primo, forse, a parlarne, pochi anni fa, fu l'allora ministro indiano del petrolio, Mani Shankar Aiyar, fautore dell'Ipi e di una cooperazione energetica asiatica, e in particolare tra India e Cina. Di recente, la stessa Cina si disse pronta a subentrare all'India se questa non voleva più partecipare al gasdotto. Quindi, c'è da chiedersi se l'India è ora di nuovo favorevole solo per tenere fuori la Cina, oppure perché il gasdotto è davvero vitale per i suoi interessi. Se i futuri rapporti Cina-India saranno orientati alla cooperazione, si possono immaginare altri progetti dopo l'Ipi (o Ipic, con la Cina). Per esempio, un oleodotto parallelo all'Ipi per portare greggio iraniano in India ed in Cina. L'Ipi stesso potrebbe venir potenziato per trasportare anche gas prodotto dal Qatar.

Per l'Iran, questi fitti legami energetici con l'India e la Cina sono una vitale assicurazione strategica, non assoluta ma comunque significativa, vis-à-vis gli Stati Uniti e le loro ricorrenti minacce militari. A tal proposito, l'ultimo round di colloqui per il rilancio dell'Ipi può segnalare un'ulteriore, profonda erosione della strategia anti-Iran perseguita dagli Stati Uniti.L'Iran, intanto, si aggancia sempre più all'Asia. E se l'Ipi arriverà poi fino in Cina, sarà il primo elemento strutturale di una «rete energetica asiatica» che, a sua volta, favorirà il consolidamento di un futuro «blocco».

Un gasdotto asiatico per trasportare la pace
di Elena Ferrara – Altrenotizie – 11 Maggio 2008

Un gasdotto lungo 2800 chilometri dall’Iran al Pakistan e poi verso l’India. E, forse, un successivo allungamento ciclopico verso la Cina. Un progetto del secolo già carico di studi approfonditi che oltre ad essere decisivo per l'energia asiatica, potrebbe contribuire a cambiare, con il passare del tempo, gli assetti strategici della regione e saldare sempre più il Medio Oriente all'Asia. L’idea di questa ciclopica realizzazione (oggetto anche di delicati rapporti diplomatici) data dall’inizio degli anni ’90 e si concretizza a Delhi e ad Islamabad - capitali di due paesi da tempo ostili a causa di guerre e contestazioni territoriali - dopo un intenso lavoro che ha impegnato scienziati, geologi, tecnici e politici. C’è in primo luogo, all’avanguardia del progetto attuale, un paese come l’India che è un “laboratorio” che si presenta in questa arena geostrategica del gasdotto avendo alle spalle tre grandi guerre con il Pakistan (1947, 1965, 1971) riesplose in forma attenuata nel 1999. E tutto non per motivi religiosi ma per dispute territoriali sul Kashmir e, nel 1971, per l’indipendenza del Bangla Desh. Segue, ma in parallelo, il Pakistan segnato dall’idillio tra Bush e Musharraf che va però sempre più offuscandosi. Mentre su tutto domina quella conflittualità per il contestato Kashmir che evidenzia conflitti ispirati dagli opposti fideismi.

Ora questa “condotta del gas” dovrebbe trasportare la pace forte di un bilancio di 7,5 miliardi di dollari. Dovrebbe avere origine presso l’immenso giacimento sottomarino di Pars Sud (South Pars) nel Golfo Persico dove, appunto, si trova questo “campo” che è il più grande del mondo a 3.000 metri sotto il fondo del mare e che si estende per 3.700 kmq in acque iraniane e 6.000 kmq in quelle del Qatar. Pars Sud contiene il 10 per cento delle riserve mondiali di gas. Ora il gasdotto in programma correrebbe per 1.100 chilometri in Iran prima di attraversare le province pachistane del Baluchistan e del Sind, entrare in India nel Punjab, e terminare a Delhi.

La portata iniziale - dopo un blocco causato dai contesti sul costo del gas e sulle tariffe di transito - è prevista con 60 milioni di metri cubi al giorno. Le conseguenze di carattere economico-commerciale saranno, quindi, notevoli per tutti i paesi interessati. In particolare l’India che riuscirà a soddisfare la sua crescente sete d’energia. Intanto il ministro pachistano del petrolio, Khwaja Mohammad Asif ha ricevuto ad Islamabad il suo collega indiano Murli Deora e il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha incontrato il presidente Pervez Musharraf e il nuovo premier Yusaf Raza Gilani. Subito dopo Ahmadinejad è stato brevemente in India per parlare col presidente Pratibha Patil e il premier Manmohan Singh. Incontri, quindi, mirati e carichi di prospettive. Non va comunque dimenticato che l’Iran è da sempre nel “mirino” degli Stati Uniti e di Israele per il suo programma nucleare.

Nel campo d’azione del gasdotto spicca quindi il ruolo del presidente di Islamabad. Un personaggio che può diventare un brutto cliente per l’Occidente e per molti stati asiatici anche per il fatto che sta crescendo il suo potere di ricatto. Ma è anche vero che, per ora, non è competitivo in campo militare e ha problemi di approvvigionamento anche di ordine tecnologico. Problemi, questi, che non sembrano toccare Pakistan e India partner più o meno “strategici” degli Stati Uniti (e l'India anche di Israele). Eppure tutti questi stati asiatici sembrano ormai disposti, per il gasdotto, a sfidare la contrarietà degli americani. In pratica Washington si trova a dover far finta di niente. Pur se sulla visita di Ahmadinejad a New Delhi il portavoce del Dipartimento di Stato americano è stato polemico e didascalico verso l'India, attirandosi però una risposta dura e risoluta. E di conseguenza si comprende bene che l'India non ha più remore a fare il gasdotto, soprattutto col greggio a ben più di cento dollari ed un fabbisogno interno di energia in forte crescita sul lungo periodo.

Ma nel quadro del progetto a lungo termine l’India, oltre al gasdotto, ha con l'Iran diversi progetti da concludere o mettere in esecuzione nel quadro di rapporti di oggettiva collaborazione. Ad esempio: quote in giacimenti petroliferi, una possibile joint venture per un impianto di liquefazione del gas da tre miliardi di dollari, e la fornitura da parte dell'Iran di 5 milioni di tonnellate/anno di gas naturale liquefatto (che poi saliranno a più di 7 milioni) per 25 anni. Il “grande gioco” - anche solo dal punto di vista economico ed energetico - è notevole pur se in un quadro di luci ed ombre.

C’è poi un prossimo passo politico. Perché le visite di Ahmadinejad in Pakistan e in India stanno a dimostrare che l'Iran ha - sempre più - un significativo ruolo nella regione. Non va dimenticato, tra l’altro, che il Presidente di Islamabad è stato anche nello Sri Lanka, dove l'Iran finanzia la costruzione di una centrale idro-elettrica e la modernizzazione di una raffineria. Ecco quindi che tutto sta a dimostrare che l’Iran si appresta a diventare il secondo esportatore di gas a livello mondiale dopo la Russia, ed è anche il quarto produttore di greggio (tra i paesi Opec, è al secondo posto dopo l'Arabia Saudita). Le trasformazioni sono impetuose con il gasdotto che avrà una capacità iniziale di 60 milioni di metri cubi al giorno (metà per il Pakistan e metà per l'India) e che salirà poi a 150 mc/g. Darà pertanto maggior sicurezza e diversificazione agli approvvigionamenti energetici del Pakistan e soprattutto dell'India.

Vista l'interdipendenza dei mercati, il gas di South Pars che andrà in India attenuerà, in parte, la futura pressione della domanda indiana sui mercati del greggio. Il Pakistan, poi, avrà importanti introiti per il transito del gas destinato all'India. Sul piano politico il progetto comune sarà un fattore di stabilità e cooperazione in quei rapporti interstatali ancor oggi non facili. Ci sono, però, possibili problemi politici per le incertezze circa la futura stabilità politica del Pakistan, e comunque per i rischi posti dalla guerriglia nel Baluchistan. E qui si apre il capitolo cinese.

Perché il gasdotto in futuro potrebbe arrivare sino in Cina. L'Iran l'ha detto in questi giorni, ma l'India ha replicato che “è ancora solo un'idea”. Tuttavia il primo a parlarne, pochi anni fa, fu l'allora ministro indiano del petrolio, Mani Shankar Aiyar, fautore di una cooperazione energetica asiatica, e in particolare tra India e Cina. Di recente, la stessa Cina si è detta pronta a subentrare all'India se questa non volesse più partecipare al gasdotto. Quindi, c'è da chiedersi se l'India è ora di nuovo favorevole solo per tenere fuori la Cina, oppure perché il gasdotto è davvero vitale per i suoi interessi. Se i futuri rapporti Cina-India saranno orientati alla cooperazione, si possono comunque immaginare altri progetti. Per esempio, un oleodotto parallelo per portare greggio iraniano in India ed in Cina. E poi un ulteriore potenziamento per trasportare anche gas prodotto dal Qatar.

Tutto è in movimento. Ma è chiaro che questo progetto del secolo sta mettendo in crisi quanti auspicano guerre calde e/o fredde. Siamo, quindi, allo sbocco meccanico e forse inevitabile di nuovi comportamenti economici destinati a sconvolgere il continente asiatico.

mercoledì 14 maggio 2008

Cicloni, tsunami, terremoti: solo fenomeni naturali o armi di guerra ambientale?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a sempre più frequenti catastrofi naturali - cicloni, tornado, uragani, tsunami, terremoti. Per molti questi fenomeni sono assolutamente naturali o al massimo legati al ciclico mutamento climatico che avviene spontaneamente da millenni.
Per altri invece questi eventi catastrofici sono conseguenza di cambiamenti climatici frutto di ricerche ed esperimenti a scopi militari.

A tale proposito si parla spesso di un progetto americano nato nel 1990 e diretto dall’Aeronautica e Marina militare USA: il programma HAARP, High-Frequency Active Auroral Research Program, con sede a Gakona, in Alaska.

Ufficialmente lo scopo di questo programma è migliorare la conoscenza delle proprietà fisiche ed elettriche della ionosfera terrestre che possono riguardare i sistemi di comunicazione e di navigazione militari e civili. Sul terreno dell’area dove sorge la base a Gakona è installata una serie di 180 antenne in grado di trasmettere onde ad alta frequenza, in corrispondenza della fascia elettromagnetica terrestre, capaci di produrre circa 3,6 milioni di Watts di potenza di radio frequenza. Ciò è quanto dice il sito web ufficiale di HAARP.

Ma c’è chi parla apertamente di intenzionale manipolazione del clima per causare distruzioni fisiche, economiche e psico-sociali nei riguardi di un determinato obiettivo geofisico o di una particolare popolazione. La guerra ambientale, che qualsiasi Paese dotato di tecnologia adatta può mettere in atto.

In un articolo pubblicato sulla rivista di geopolitica Limes (6/2007) il generale italiano Fabio Mini, già comandante NATO del contingente KFOR in Kosovo, scrive “La guerra ambientale, in qualunque forma, e' proibita dalle leggi internazionali. Le Nazioni Unite fin dal 1977 hanno approvato la convenzione contro le modifiche ambientali che rende ingiustificabile qualsiasi guerra proprio per i suoi effetti sull'ambiente. Ma come succede a molte convenzioni, quella del 1977 e' stata ignorata e ha anzi accelerato la ricerca e l'applicazione della guerra facendola passare alla clandestinità. Se prima di quella data l'uso delle devastazioni ambientali in tempo di guerra era chiaro, se le modifiche ambientali anche gravissime erano codificate e persino elevate al rango di sviluppo strategico o di progresso tecnologico, oggi non si sa più dove si diriga la ricerca e come si orientino le nuove Armi”.

Nell’articolo Mini parla anche di esplosioni nucleari sottomarine capaci poi di provocare terremoti e tsunami e dell’uso delle emissioni elettromagnetiche per la modifica del tempo meteorologico, del clima e delle condizioni di vita.

Tutto ciò fa riflettere e inquieta, vista la frequenza negli ultimi anni di enormi catastrofi come l’uragano Mitch in centro-america dell’ottobre 1998, il terremoto di Bam in Iran del 26 dicembre 2003, lo tsunami dello stesso giorno del 2004 nel sud-est asiatico, l’uragano Katrina a New Orleans del settembre 2005 e gli ultimi eventi come il ciclone Nargis in Birmania e il terremoto nello Sichuan in Cina.

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Il testo integrale dell’articolo e un’intervista sullo stesso tema che Mini ha rilasciato il 21 Febbraio scorso a Radiobase.

martedì 13 maggio 2008

Serbatoio pieno, pancia vuota

L’avvento dei biocarburanti su scala mondiale sta già mostrando i suoi devastanti effetti collaterali. E siamo solo all’inizio.

Ecco due articoli che affrontano l’argomento.

Un «pieno» di cadaveri
di Alessandro Robecchi – Il Manifesto – 11 Maggio 2008

Siccome vanno di gran moda i cosiddetti temi etici, che ne dite di cento milioni di persone (in più) destinate a schiattare di fame? E tutto questo per fare il pieno alla macchina? Non è un mistero che i prezzi delle materie prime alimentari abbiano subìto nell'ultimo anno una spaventosa impennata. Frumento, riso, mais, soia, con aumenti dei prezzi compresi tra il 30 e il 100%, e 100 milioni di cadaveri in più previsti dalla Fao, è il mercato, bellezza. Per avere appena 413 litri di etanolo serve una tonnellata di mais, e George Bush ha chiesto al Congresso di fissare parametri per arrivare nel 2017 a 132 miliardi di litri di combustibili alternativi. Dopotutto basta una calcolatrice. E un'enorme fossa comune.


Non c'è solo l'etanolo, cioè una mano tesa all'industria automobilistica. C'è anche più gente neo-ricca (cioè: post-povera) che mangia più carne e dunque molto raccolto se ne va in pascoli. E poi, c'è la finanza. Dopo la facciata presa nel settore immobiliare, grandissima parte degli investimenti mondiali di carattere speculativo si è spostata verso le materie prime alimentari e settori collegati.

E' per questo che i giornali economici di tutto il mondo esultano per le straordinarie performance dell'agroalimentare. Concimi, semi, materie prime e materie per la loro lavorazione, tutti comparti che festeggiano incrementi a due cifre. Dieci grandi corporations detengono il 50% della fornitura mondiale di semi, un'altra decina di aziende controllano il mercato di pesticidi e concimi chimici.

I fondi pensione americani, come ad esempio Calpers, si gettano sulla torta, futures e hedge funds servono per pagare le pensioni degli statali della California. Ospraie, altro hedge fund (azionisti come Lehman Brothers e Credit Suisse), si salva grazie all'aumento del frumento. Il mercato è salvo, dunque, al prezzo di molti milioni di persone in meno. Eticamente sensibile? Insensibile? Sopportabile? A leggere le pagine economiche pare di sì. Buona domenica.


Affamare il mondo di energia
di Alessandro Cisilin, Megachip - da Galatea - 10 Maggio 2008

“Se cominciamo a utilizzare i biocombustibili e questi, anziché ridurre i gas serra, contribuiscono ad aumentarli, si arriva a una situazione folle”. Robert Watson è il primo consigliere scientifico del ministero britannico per l'Ambiente, dopo aver già servito l'amministrazione Clinton e presieduto il “Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico” (Ipcc). E' stato lui a indurre con queste parole il premier Brown a imporre tale tema nell'agenda del prossimo vertice del G8 di luglio a Tokyo e a tuonare contro la direttiva europea del 2003 in materia, entrata in azione il mese scorso.

Essa prevede che la benzina e i diesel debbano contenere almeno il 2,5% di biocarburante, onde arrivare al 5,75% nel 2010 e, nei piani della Commissione di Bruxelles, addirittura al 10% entro il 2020. La posizione di Londra costituisce il secondo pesantissimo altolà levatosi dal Vecchio Continente dopo quello di Berlino, che ha rinunciato all'obiettivo postosi a livello nazionale di raggiungere la proporzione del 10% entro il 2009.

La “ situazione folle ”, in effetti, è già in atto, come ha denunciato la stessa Agenzia Europea per l'Ambiente, notando come i biocarburanti ottenuti con tecnologie di prima generazione non usino la biomassa in modo tale da consentire riduzioni nell'uso di combustibili fossili e nell'emissione di gas serra. Al contrario, sembrano palesarsi danni a catena forse perfino superiori a quelli causati dall'idrocarburo. In termini scientifici, anche utilizzando le fonti a più alta produttività, quali la canna da zucchero, le piantagioni creano un debito di carbonio che richiede almeno diciassette anni per essere restituito. Il debito si estende quarantotto anni per l'etanolo cresciuto sulle terre europee lasciate a riposo, e addirittura a ottocentoquarant'anni per le palme da olio piantate distruggendo foreste tropicali. Perfino l'uso sostitutivo dei residui dei raccolti, quali il fogliame, è tutt'altro che innocuo, in quanto si tratta di nutrimenti essenziali alla produttività del suolo, la cui sostituzione attraverso fertilizzanti implica la produzione di ingenti quantitativi di ossido di idrogeno, un gas ben più devastante della stessa anidride carbonica. In altre parole, solo i grassi già in uso a basso costo e in misura limitata rappresentano un sostitutivo utile ed ecosostenibile dell'idrocarburo.

A richiamare l'attenzione di alcuni governi europei all'allarme lanciato dagli esperti non è un improvviso moto ecologista, bensì la compresenza di un “effetto collaterale” che sta oramai causando uno “ tsunami umanitario ”, per usare le parole della Fao, della Pam, nonché di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Il problema aggiuntivo si chiama carenza nell'offerta mondiale di cibo. Per il Nord del pianeta, esso si percepisce nell'impennata dei prezzi alimentari. Per il Sud significa pesanti carestie e gravi turbolenze sociali. Il rincaro medio è stato dell'83% negli ultimi tre anni, e addirittura del 181% per quel che riguarda il grano, con un'accelerazione del 130% nel solo 2007. Naturalmente, a beneficiarne sono state come sempre le multinazionali anziché i produttori locali, a pagarne il prezzo sono stati tutti gli altri, con scontri verificatisi ovunque, dall'Egitto alle Filippine, da Haiti all'Indonesia, mentre la quantità di cereali prodotti è scesa ai minimi storici dagli anni '80.

A pesare, secondo le organizzazioni internazionali, non è solo la crescente domanda dei paesi emergenti, bensì anche il depauperamento già in corso dei terreni a causa del riscaldamento climatico e del boom delle colture convertite alla produzione di biocarburanti. Ora che la crisi raggiunge i supermercati americani, Bush corre ai ripari ricordandosi dell'aiuto allo sviluppo con uno stanziamento di duecento milioni per l'emergenza alimentare, senza però tornare sui propri passi sull'escalation globale da lui avviata nello sviluppo dei biocombustibili. Analoga l'ipocrisia del governo britannico, che ha chiesto in pompa magna una pausa di riflessione sui nuovi obiettivi europei, ma ha deciso di applicare quelli pregressi. “E' un'opportunità di investimento nell'energia”, ha ricordato il Segretario di Stato ai Trasporti Kelly.

Le “buone” intenzioni USA in Medio Oriente

Il Presidente USA Bush, alla vigilia del suo viaggio in Israele, ha lanciato un chiaro avvertimento a Siria e Iran per la crescente violenza in Libano affermando in un'intervista alla televisione israeliana Channel 10 “Condanno duramente i recenti tentativi di Hezbollah e dei loro sponsor a Teheran e Damasco di usare la violenza e l'intimidazione per sottomettere alla loro volontà il governo e la popolazione del Libano. La comunità internazionale non permetterà che i regimi iraniano e siriano, attraverso i loro accoliti, facciano ritornare il Libano sotto il dominio e il controllo straniero”. Bush ha poi espresso il suo incondizionato appoggio al premier libanese Siniora, assicurando che lo aiuterà a rafforzare l'esercito in funzione anti-Hezbollah.

Questi gravi dichiarazioni arrivano mentre in Libano la situazione rischia di precipitare seriamente, dal momento che il governo Siniora non ha ancora formalmente revocato le due misure decise la settimana scorsa contro Hezbollah - e che hanno provocato i pesanti scontri nel Paese con più di 80 morti; una revoca richiesta a gran voce dell’esercito che oggi ha annunciato il ricorso all'uso della forza per porre fine a eventuali ulteriori scontri, in corso anche oggi a Tripoli, nel Nord del Libano.

Tutto ciò si accompagna poi all’ennesimo rinvio al 10 Giugno del voto in Parlamento per l’elezione del presidente della Repubblica e all’arrivo della portaerei USs Cole al largo delle coste libanesi.

Inoltre Bush, sempre durante l’intervista a Channel 10, ha ancora una volta ribadito “Per me il regime iraniano è la minaccia singola più grande alla pace in Medio Oriente”. E a questo proposito, qui di seguito ci sono due articoli che trattano di un evento accaduto lo scorso agosto, rivelatore del livello raggiunto dai preparativi degli USA per un eventuale attacco all’Iran e non solo.


UNA MISSIONE SEGRETA SULL’AFGHANISTAN PREPARA LA GUERRA CON L’IRAN
di William M. Arkin - blogs.washingtonpost – 8 Maggio 2008

Coloro che predicono la guerra con l'Iran o una sorta di attacco a sorpresa di Bush-Cheney a ottobre su Teheran stanno cercando costantemente i segnali di preparazioni militari: un bombardiere B-52 che decolla per sbaglio dal Nord Dakota con missili da crociera nucleari; una seconda o terza portaerei che entra nel Golfo Persico; un B-1 che si schianta nel Qatar.

Poiché è più probabile che la guerra con l'Iran non sarà fatta da marines che prendono d’assalto le spiagge ma con un attacco agli impianti nucleari e agli obiettivi "del regime", i segnali del genere possono spesso essere solo dei miraggi. Il vero attacco non necessariamente deve avvenire con un avvertimento, e l’esercito USA ha sviluppato un intero sistema chiamato "attacco globale" per effettuare un simile attacco preventivo.Una missione segreta condotta nell’agosto scorso sull'Afghanistan ha catturato la mia attenzione, perché ci dice tutto ciò che bisogna sapere circa la capacità dell’esercito USA di condurre un attacco a sorpresa sull'Iran. Ed inoltre ci dice quanto inutile potrebbe essere un tale attacco.

Il 12 agosto 2007, quattro caccia F-16CJ hanno effettuato una missione di 11 ore dall’Irak all'Afghanistan orientale attraversando gli spazi aerei di sei diverse nazioni, prima di sganciare più di una dozzina di bombe-guidate di precisione su obiettivi dei Taliban. Le squadre del volo record hanno ricevuto l’ambito trofeo Clarence MacKay per il 2007, un premio dato annualmente per "il volo più meritorio" dell'anno.La missione segreta non era mai stata tentata prima, secondo l'Air Force, e ai piloti era assegnata una finestra di due minuti per l'attacco alla fine del loro volo di 2100 miglia. L'intera missione non-stop, che ha richiesto 13 rifornimenti aerei, era l'equivalente di un volo da New York a Los Angeles e ritorno.

La missione è stata un successo, secondo l'Air Force: ha provocato "dei duri colpi" che hanno permesso, alle forze di terra della coalizione, di “condurre dei raid sulle posizioni dei Taliban”.
Tuttavia, un controllo delle notizie dall'Afghanistan per la settimana del 12 agosto non rivela alcun attacco aereo degno di nota. Il 12 agosto, è segnalato uno scontro vicino al confine pakistano e la morte di tre soldati USA e del loro interprete afgano, uccisi da una bomba ai bordi della strada.

Ulteriori scontri furono segnalati il 13 agosto ed il 14 agosto, ma nessuna significativa missione di bombardamento a sostegno delle forze USA o afgane. Il 15 agosto, il governo afgano ha annunciato un’operazione a grande scala di tre giorni nella zona di Tora Bora, un’operazione lanciata in risposta all'uccisione di tre soldati USA ad opera dell’IED di qualche giorno prima. Ufficiali hanno detto che quasi 50 presunti Taliban e militanti pakistani erano stati uccisi in operazioni dall’aria e da terra. I velivoli della coalizione hanno effettuato due sortite per definire le posizioni dei Taliban da colpire in quell’area, ha detto un funzionario afgano.

Non dubito che la missione notturna degli F-16CJ fosse complicata e storica, così come provante fisicamente e mentalmente. Le squadre, secondo l'Air Force, hanno lavorato con nuove istruzioni operative e alla cieca. Il comandante dello squadrone ha avuto soltanto 18 ore per pianificare e prepararsi per l'attacco. La missione era così segreta, inoltre, che non era neanche stata inserita nel quotidiano Air Tasking Order, il programma operativo quotidiano distribuito per tutto l’esercito USA, complicando ulteriormente i rifornimenti aerei e i sorvoli.

Se il 12 agosto 2007 gli USA avessero ucciso Osama Bin Laden o avessero ottenuto un’importante vittoria in Afghanistan, si potrebbe apprezzare totalmente la missione ed il Trofeo MacKay. Ma suppongo che ciò che era importante qui è che la missione era andata come un’orologeria, non che qualcosa d’importante in Afghanistan era stato distrutto.Nessuno sottovaluta lo sforzo o il successo. Ma se questa è stata realmente un’esercitazione per attaccare l'Iran, era allora una missione dove far arrivare gli aerei sull’obbiettivo era più importante di ciò che è stato effettivamente bombardato.


Contro l’Iran, febbrili preparativi
Di Maurizio Blondet – Effedieffe – 10 Maggio 2008

Non capita spesso che il Washington Post pubblichi rivelazioni scomode per il governo Bush. Oggi lo ha fatto un suo bravo giornalista esperto in sicurezza nazionale, William Arkin; non sulla versione cartacea, si capisce, però sul suo blog allegato al sito del giornale più importante d’America (1).

Nel suo blog, significativamente intitolato «Early Warning» (Pre-allarme), Arkin riferisce di una missione segreta che, secondo le sue parole, ha testato la capacità dell’USAF di attaccare di sorpresa le installazioni iraniane. «Il 12 agosto 2007, quattro F16 sono decollati dall’Iraq per un volo di 11 ore fino all’Afghanistan orientale, attraversando lo spazio aereo di sei diversi Paesi, per poi lanciare una decina di bombe a guida laser su bersagli talebani». Un volo di 2.100 miglia, che ha richiesto ben 13 rifornimenti in volo: un record. Tanto più che, secondo i comandi americani, giunti sopra la destinazione i piloti hanno «avuto una finestra di soli due minuti per lanciare le bombe».

Sono gli stessi comandi dell’Air Force ad asserire che tutta la missione aveva per bersaglio «posizioni di Talebani in Afghanistan». La cosa si è saputa solo perchè gli equipaggi hanno ricevuto un premio molto ambito nell’aviazione, il Clarence MacKay Trophy, per «il volo più meritevole del 2007». Ma Arkin ha controllato i notiziari di quei giorni, con tutte le fonti giornalistiche anche indipendenti, e non ha trovato notizie di bombardamenti. Nè il 12 agosto, nè il 13 nè il 14. Per il 15 agosto, il governo afghano ha annunciato un’operazione su Tora Bora, con due sortite di aerei della coalizione che avrebbero ucciso una cinquantina di ribelli. Ma non si tratta certamente del volo-record. Gli aerei del 15 agosto sono decollati, come ovvio, dal territorio afghano. Che bisogno c’è infatti, per completare un bombardamento in Afghanistan, di partire da 2100 chilometri di distanza in un volo di undici ore, sicuramente una dura prova fisica e mentale per gli equipaggi?

Arkin ha scoperto altri particolari. Gli equipaggi del volo-record sono partiti senza sapere lo scopo della missione, «per destinazione sconosciuta», ed hanno ricevuto le informazioni necessarie in volo, aprendo documenti sigillati. Il comandante della squadra ha avuto solo 18 ore per preparare la missione. La quale era così segreta, che non era stata inserita nel Air Tasking Order, il quotidiano referto sui voli programmati che viene distribuito ai vari livelli militari USA: il che deve aver complicato non poco i rifornimenti di carburante in volo e gli stessi sorvoli sui sei Paesi attraversati. Arkin conclude - ragionevolmente - che la missione, che non ha bombardato nessuna posizione importante in Afghanistan, serviva in realtà a provare un attacco-lampo, senza preavviso, contro le installazioni iraniane. E che l’esperimento è riuscito.

Questa notizia assume inquietante rilievo nei giorni degli scontri in Libano - dove Hezbollah ha reagito ad una provocazione del governo di Hanna Siniora, sostenuto da USA e Israele - e in cui tutti i commentatori che ho consultato vedono una manovra per giustificare un attacco di vasta portata. «E’ l’occasione che il Partito della Guerra aspettava da anni», dice Justin Raimondo, e ventila che i neocon attorno a Cheney abbiano in serbo «una sorpresa» (2).

Raimondo è un anti-guerra.Dall’altro capo dello schieramento, è riapparsa Judy Miller, la columnist del New York Times che nel 2003 fu al centro di uno scandalo, quando si scoprì che la signora diffondeva attraverso il suo giornale la disinformazione emanata dalla Casa Bianca, da Rumsfeld e da Wolfowitz. Tornata in auge, Judy Miller è riapparsa sul New York Times con una «rivelazione» che sembra provenire dalle stesse fonti di allora: Hezbollah, assicura, addestra terroristi delle milizie irachene... a Teheran. Tutti i «cattivi» riuniti insieme, da Hezbolllah ad Al Sadr a Bin Laden, e tutti sono guidati dagli iraniani. E’ esattamente lo stesso tipo di tesi che Israele sta propagandando con tutti i mezzi (anche alla Fiera del Libro di Torino) in questi stessi giorni: Hezbollah non è altro che l’avamposto dell’Iran nel Mediterraneo, quindi è un pericolo non per Israele, ma per tutti i Paesi mediterranei. «L’Iran è un pericolo non solo per Israele ma per il resto del mondo», ha detto il 4 maggio scorso Shimon Peres, il vecchissimo presidente israeliano (il loro Napolitano); aggiungendo che se l’Iran dovesse fornirsi di un’atomica sarebbe «un incubo». Peres è il padre politico della bomba atomica israeliana, perchè fu lui ad ottenere dalla Francia, negli anni ‘50, l’assistenza necessaria per costruire il reattore di Dimona. Ora ha «l’incubo»: Israele vuole restare l’unica potenza nucleare nella vasta area medio-orientale.

Da Gerusalemme, il giornalista Peter Hirschberg (3) riporta l’atmosfera: ormai, secondo i sondaggi, il 75% degli israeliani crede inevitabile una guerra contro «uno o più Stati arabi», benchè il 70% sia a favore di un accordo con i palestinesi e con la soluzione a due Stati. Da Ottawa dove insegna, l’analista geopolitico Darius Nazemroaya (di origine iraniana) elenca tutti i segnali recenti che indicano una febbrile preparazione israeliana al conflitto imminente: chi è interessato può leggerlo; non lo traduco perchè sono annoiato di ricevere le solite accuse di «antisemitismo» e complottismo (4). Mi limito a riferire che l’analista ricorda la vastissima esercitazione di difesa civile, condotta su scala nazionale tra il 6 e l’11 aprile scorso, in cui Israele simulava la protezione dei civili da un attacco «nemico», in risposta ad un attacco israeliano. Nello scenario, migliaia di missili cadevano su Israele. Da Gaza, dal Libano (Hezbollah si dice abbia 13 mila razzi e missili), e dalla Siria. Difatti, dal 2006 dopo la sconfitta in Libano, Israele conduce regolari esercitazioni che simulano un’invasione in Siria, con addestramento dei soldati in villaggi-modellosiriani allestiti sul Golan. Secondo i siriani, a queste esercitazioni presenzia un generale USA. Già dal 2006, secondo il britrannico Sunday Times, «Iran e Siria sono al vertice dell’agenda militare israeliana».E citano un generale sionista che dice: «In passato ci siamo preparati per un possibile colpo militare contro le installazioni nucleari iraniane.

Ma l’accresciuta fiducia in sè dell’Iran dopo la guerra in Libano significa che dobbiamo prepararci a una guerra totale, in cui la Siria sarà una parte importante».Secondo l’analista di Ottawa, tutti i preparativi delineano uno scenario in cui l’Air Force compirà un bombardamento a sorpresa delle centrali iraniane, mentre contemporaneamente Israele colpirà - in modo simultaneo e con incursioni nel territorio nemico - Hamas a Gaza, la Siria ed Hezbollah in Libano. In questa guerra totale non potrà non essere trascinata anche la Giordania, abitata da una maggioranza di palestinesi. Gli iraniani proveranno a rispondere a un attacco con una ritorsione, a cui sono preparati: sostengono di potere lanciare migliaia di missili nei primi cinque minuti. Una vera guerra - di una settimana, prevedono i comandi israeliani (lo prevedevano anche in Libano nel 2006) - che avverrà sulle coste del Mediterraneo, ossia sotto casa nostra.Non è escluso l’inquinamento di tipo nucleare.

L’Italia sarà comunque coinvolta fin dai primi istanti, se il governo non ritirerà i 3 mila soldati italiani che fanno da patetica «forza di interposizione» tra Israele (la superpotenza mediterranea e la quinta potenza atomica del mondo) e gli agguerritissimi Hezbollah. Come nel 2006, ci saranno devastazioni immense, e non ultimo l’inquinamento del Mediterraneo, come avvenne nell’aggressione al Libano del 2006. Il petrolio salirà forse perfino oltre i 200 dollari «profetizzati» da Goldman Sachs, provocando il collasso economico di molti Paesi, fra cui il nostro. Tutto questo non è necessario nè, soprattutto, inevitabile. L’Iran ha appena avanzato una proposta per le sue attività nucleari, che gli USA si rifiutano di ascoltare (5). La fretta di Bush e di Olmert si capisce: entrambi sono assediati da una crisi politica, l’americano da una crisi economica di cui non si vede la fine (6), Olmert da accuse di corruzione.
Una guerra sarebbe per loro la fuga in avanti capace di tenerli al potere, e di deviare le frustrazioni e l’ostilità dei loro cittadini verso il «nemico». Ma non è inevitabile. Basterebbe che l’Europa dimostrasse un po’ meno sevilismo verso questo vicino mediterraneo con 500 bombe atomiche. Ma il nostro governo non lo farà.Berlusconi, appena giunto alla celebrazione dei 60 anni dello Stato ebraico, ha così definito le proteste per la Fiera del Libro: «Sono cose isolatissime: tutto il popolo italiano è vicino ad Israele. Siamo il popolo più vicino». Anche troppo vicino, come forse dovremo accorgerci presto.

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1) William Arkin, «A secret Afghanistan mission prepares for war with Iran», Washington Post,9 maggio 2008.
2) Justin Raimondo, «The silenced majority - non one wants another war; so why does it seem inevitable?», Antiwar.com, 9 maggio 2008.
3) Peter Hirschberg, «Israelis believe another war is coming», Antiwar.com, 9 maggio 2008.
4) Mahdi Darius Nazemroaya, «Beating the drums of a broader Middle East war», Globalresearch, 7 maggio 2008.
5) Sue Pleming, «US declines to help present nuclear deal to Iran», Herald Tribune, 9 maggio 2008.
6) La banca Citigroup, la più grande degli USA, ha annunciate l’intenzione di vendere «attivi che non fanno parte del core business» per l’astronomica cifra di 400 miliardi di dollari, onde far fronte ai buchi che ha prodotto nei bilanci lo scoppio della bolla subprime. L’American International Group, che è la più grande compagnia assicurativa del mondo, riporta per il primo trimestre una perdita mai vista, 7,81 miliardi di dollari, per i problemi causati dalla crisi dei subprime. E Dick Cheney dichiara che l’economia USA «è l’invidia del mondo».

lunedì 12 maggio 2008

Sudan: la guerra è arrivata anche a Khartoum

Dopo l’attacco a sorpresa nella capitale Khartoum dei ribelli del Jem – il Justice and Equality Movement che combatte in Darfur – il governo ha subito imposto il coprifuoco che però già da ieri è stato rimosso nei distretti dove non si combatte più - tra cui Khartoum, Nord Khartoum e Omdurman centro. Ha poi annunciato di aver respinto i ribelli del Jem, ma il leader del Jem Khalil Ibrahim ha dichiarato invece oggi di essere “pronto a sferrare altri attacchi poiché questo è solo l’inizio di un processo che porterà alla fine di questo regime”.

Il governo sudanese, dopo l’attacco, aveva inoltre deciso di rompere le relazioni diplomatiche con il Ciad, accusato di aver supportato e organizzato il Jem nel suo attacco a Khartoum, “Le forze che hanno sostenuto l'attacco sono sostanzialmente ciadiane, appoggiate e addestrate in Ciad” ha detto il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir. Accuse che ovviamente il Ciad respinge categoricamente, negando alcun tipo di coinvolgimento.

Oggi infine il governo ha anche arrestato un importante leader dell’opposizione, Hassan al-Turabi, accusato di legami con il Jem.
Al Turabi era stato un partner fondamentale del presidente sudanese Bashir nel colpo di Stato che lo aveva portato al potere nel 1989, ma da allora è diventato un suo duro critico finendo già in passato in carcere, da cui era uscito successivamente a condizione che si tenesse lontano dalla vita politica.

La situazione quindi è di stop temporaneo dei combattimenti che sicuramente riprenderanno presto.

Qui di seguito un resoconto dell’inviato del Corriere della Sera Massimo A. Alberizzi.


Darfur, i ribelli attaccano la capitale

KHARTOUM – I ribelli del Jem (Justice and Equality Movement) che combattono in Darfur, la provincia occidentale del Sudan, hanno attaccato a sorpresa la periferia di Khartoum e hanno lanciato un’offensiva per conquistare la capitale. Violenti scontri sono scoppiati a Omdurman – una delle tra città che compongono l’agglomerato urbano di Khartoum - quando i guerriglieri hanno cercato di infiltrarsi tra le case. Il governo ha impiegato carri armati ed elicotteri e per bocca del suo portavoce ha detto che gli aggressori sono stati respinti. Ahmed Hussein Adam, speaker del Jem, raggiunto dal Corriere per telefono a Londra ha spiegato che gli irregolari sono entrati nella capitale e che non si sono arresi, né sono stati respinti. «Dicono che il comandante delle nostre forze è stato ucciso, non è vero. Mostrano in televisione auto che bruciano, ma sono le loro camionette che abbiamo colpito. È stato tirato giù anche un elicottero che ci aveva attaccato».

DISERTORI - «Le cose stanno andando diversamente – ha continuato Ahmed in una lunga conversazione telefonica -. Una parte dell’esercito ha disertato e si è unita a noi. I nostri uomini si sono divisi in piccoli gruppi e sono penetrati in città. Nostro obbiettivo è la base militare di Khartoum, da dove partono gli aerei che vanno a bombardare i villaggi del Darfur. Le nostre colonne per arrivare nella capitale hanno percorso più di mille chilometri. Si tratta di due colonne, una veniva dal Darfur, l’altra dal Kordofan (altra regione del Sudan occidentale, ndr). Venivano da lontano eppure abbiamo colto tutti di sorpresa». È il primo assalto di questo genere portato al cuore dello stato sudanese e sembra una risposta all’attacco dei ribelli ciadiani che in febbraio hanno attaccato N’Djamena, la capitale del Ciad. Nonostante recentemente i due Paesi abbiano sottoscritto un patto di non aggressione, si accusano reciprocamente di appoggiare e finanziare i rispettivi ribelli. L’ex colonia francese sostiene i vari gruppi che operano in Darfur (Jam e Sla, Sudan Liberation Army), l’ex colonia inglese invece i movimenti che compattono il governo centrale ciadiano (il più importante è l’UFDD (Union des Forces puor la Démocratie e le Développement).

COPRIFUOCO - Ieri sera a Khartoum è stato decretato il coprifuoco e l’aeroporto era chiuso per i voli commerciali. «Non so bene cosa sia successo perché non sono potuto uscire di casa – ha spiegato al Corriere un italiano residente nella capitale sudanese che vuol mantenere l’anonimato per motivi di sicurezza –, ma nella notte ci sono stati movimenti di truppe e nello scalo sono arrivati diversi aerei». Secondo fonti ben informate - ma le cui dichiarazioni non è stato possibile confermare - sarebbero arrivati a Khartoum rinforzi dall’Egitto. «Ieri sera – ha aggiunto il residente italiano – la televisione ha mostrato alcuni cadaveri per le strade di Omdurman e alcuni prigionieri due dei quali sono stati intervistati. Uno di essi sembrava picchiato a sangue». L’esercito sudanese è ben armato ed equipaggiato e negli ultimi mesi ha ricevuto nuovi rifornimenti di armamenti dalla Cina e dall’Europa dell’Est. La gran parte dei soldati è dislocata nelle zone calde del Paese: il Darfur, il sud (dove secondo gli osservatori la guerra potrebbe riprendere da un momento all’altro) e ad est dove la rivolta delle tribù beja sembra sopita grazie ad accordi giudicati però precari.

ECONOMIA - È difficile comunque per un gruppo di ribelli entrare a Khartoum e occuparne i centri vitali, la radio televisione, il parlamento e il palazzo presidenziale. Le forze armate però sembrano divise e poiché gran parte di esse (soprattutto a livello truppe e ufficiali di rango più basso) sono formate da darfuriani, c’è veramente il rischio di diserzioni di massa. Controllato dalla tribù darfuriana degli zagawa è il commercio alimentare di Khartoum. In mano loro ci sono poi mercati e bazar della capitale. L’economia sudanese, nonostante l’embargo decretato dagli Stati Uniti, è in rapida crescita grazie anche all’estrazione del petrolio, in mano a società cinesi e malesi, e al trattato di pace con i ribelli del SPLA (Sudan People’s Liberation Army), raggiunto nel 2005, che ha messo fine ad una guerra civile datata 1981. Ma il trattato non copre la guerra in Darfur, scoppiata 5 anni fa, che finora – secondo fonti internazionali – ha fatto 200 mila morti.

domenica 11 maggio 2008

L'affaire Travaglio-Schifani-Fazio: il solito teatrino italiota

Ieri, durante la trasmissione “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, Marco Travaglio ha citato dei fatti riguardanti il neo presidente del Senato Renato Schifani, inseriti tra l’altro nel suo ultimo libro scritto con Peter Gomez “Se li conosci li eviti”. Tutti fatti noti da tempo.

Non c’è quindi alcuna novità nelle dichiarazioni di ieri di Travaglio che però, insieme a Fazio costretto poi a scusarsi in diretta, è stato immediatamente sommerso dalle pesanti critiche di esponenti della maggioranza di governo, dell’opposizione e anche ovviamente dei dirigenti RAI. Critiche perfettamente bipartisan, con qualche sparuta eccezione.

Insomma, il solito teatrino italiota.

Qui di seguito la solidarietà di Di Pietro pubblicata nel suo blog insieme all’ “identikit” del presidente del Senato, ripreso testualmente dal libro di Travaglio-Gomez “Se li conosci li eviti”.

Solidarieta' a Marco Travaglio

Oggi Marco Travaglio ha ricevuto delle durissime critiche, sia dalla maggioranza che da quella che dovrebbe essere l'opposizione, per aver citato dei fatti su Renato Schifani, presidente del Senato.
Esprimo solidarietà a Marco Travaglio perché ha fatto semplicemente il suo dovere raccontando quel che sono i fatti.
Episodi che non possono essere cambiati o taciuti solo perché, da un giorno all’altro, una persona diventa presidente del Senato oppure, e solo per questo, cancellare con un colpo di spugna la sua storia ed il suo passato.

Un giornalista che racconta, citando episodi specifici, non ha bisogno di alcun contraddittorio. Questo, semmai, deve essere fatto dai politici quando si confrontano tra di loro.
Il cronista racconta come sono andati i fatti e paradossalmente vorrebbe dire che ogni qualvolta egli scrive o riporta la cronaca di una rapina, si dovrebbe ascoltare anche la versione del rapinatore.
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Schifani Renato Giuseppe

Riporto la "carta d'identità" tratta da "Se li conosci li eviti", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Peter Gomez e Marco Travaglio, dell'attuale Presidente del Senato.
Schifani Renato Giuseppe (FI)Anagrafe: Nato a Palermo l'11 maggio 1950.
Curriculum: Laurea in Giurisprudenza; avvocato; dal 2001 capogruppo di FI al senato; 3 legislature (1996, 2001, 2006).
Segni particolari: Porta il suo nome, e quello del senatore dell'Ulivo Antonio Maccanico, la legge approvata nel giugno del 2003 per bloccare i processi in corso contro Silvio Berlusconi: il lodo Maccanico-Schifani con la scusa di rendere immuni le "cinque alte cariche dello Stato" (anche se le altre quattro non avevano processi in corso).

La norma è stata però dichiarata incostituzionale dalla consulta il 13 gennaio 2004. L'ex ministro della Giustizia, il palermitano Filippo Mancuso, ha definito Schifani "il principe del Foro del recupero crediti", anche se Schifani risulta più che altro essere stato in passato un avvocato esperto di questioni urbanistiche.

Negli anni Ottanta è stato socio con Enrico La Loggia della società di Villabate, Nino Mandalà, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e dell'imprenditore Benny D'Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il pentito Francesco Campanella, negli anni Novanta:
il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonio Mandalà con La Loggia.

L'operazione avrebbe previsto l'assegnazione dell'incarico ad un loro progettista di fiducia, l'ingegner Guzzardo, e l'incarico di esperto del sindaco in materia urbanistica. In cambio, La Loggia, Schifani e Guzzardo avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e consulenza. Il piano regolatore di Villabate si formò sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e Nicola Mandalà [il figlio di Antonino che per un paio d'anni ha curato gli spostamenti e la latitanza di Bernardo Provenzano, nda], in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafiosa e alle tangenti concordate.

Schifani, che effettivamente è stato consulente urbanistico del comune di Villabate, e La Loggia hanno annunciato una querela contro Campanella.

sabato 10 maggio 2008

Libano: vincono Hezbollah ed esercito, perde Siniora

Con la revoca da parte dell’esercito libanese dei due provvedimenti decisi nei giorni scorsi dal governo Siniora contro Hezbollah, il Paese non è sprofondato nel baratro ma gli rimane sempre pericolosamente vicino.

Hezbollah ha dimostrato ancora una volta il suo predominio militare ma anche la sua intelligenza politica, evitando di prendere il potere con la forza per non dare alcuna giustificazione di sorta ad un potenziale intervento armato della comunità occidentale in soccorso a Siniora. Un premier che ormai da tempo è senza alcuna autorità nel Paese e che con le decisioni assunte oggi dall’esercito si ritrova ulteriormente isolato.


Libano: Hezbollah non c’è cascato
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 10 Maggio 2008


Hezbollah «ha fatto un colpo di Stato», strillano i media. Fuad Siniora, il primo ministro libanese sostenuto dagli occidentali, ripete: «E’ un colpo di Stato». E’ la propaganda israeliana che viene diffusa, e che nasconde la realtà: Hezbollah, dopo aver effettivamente occupato la zona di Beirut dominata dal clan Hariri, ha chiamato poi l’esercito libanese a riprendere il controllo dell’area, su suo invito. Il suo comunicato non lascia dubbi: «L’opposizione libanese mette fine alla presenza armata a Beirut in modo che la capitale torni in mano all’esercito». Capito?

L’abilissimo Nasrallah e il comandante Aoun (perchè con l’Hezbollah sciita, non dimentichiamolo, ci sono i cristiani di Aoun) ha evitato di prendere il potere, e di strappare il governo a Siniora. Evitando così, come spiega Thierry Meyssan (1), di dare il pretesto alla NATO (a ad Israele) per una invasione «di pace».

Il solo che abbia fatto un golpe è proprio Siniora: e dall’11 novembre 2006 quando, abbandonato da cinque ministri, secondo la Costituzione libanese (articolo 95) avrebbe dovuto dimettersi; non lo fece. Da allora si è mantenuto al potere solo perchè la «comunità internazionale» (leggi: USA, Europa e Israele) lo sostengono; altrimenti il governo sarebbe andato alla coalizione cristiano-sciita di Aoun e Nasrallah, che ha la maggioranza nel Paese, e le trame del Mossad in Libano sarebbero diventate più difficili.

Infatti Hezbollah è legittimato al potere dalla vittoriosa reistenza contro i sionisti, e insieme ai cristiani di Aoun ha con sè la maggioranza nel Paese. La tentazione di marciare sui palazzi del governo dev’essere stata forte; ma non lo ha fatto. Al contrario, sia Nasrallah sia Aoun dichiarano, anche con gli atti, che «non hanno intenzione di far passare gli interessi di parte, ancorchè maggioritari, davanti all’unità del Paese».

Quando i media ripetono che Hezbollah ha costituito «uno Stato nello Stato», bisogna tradurre: Hezbollah e i cristiani non riconoscono la legittimità del governo di Siniora, perchè ha violato la costituzione. Si comportano come se non esistesse. E naturalmente si autogovernano. Anche perchè da 18 mesi il Libano non ha più presidente, nè corte costituzionale, nè assemblea legislativa (il parlamento non avendo più il mandato per procedere all’elezione presidenziale). Hezbollah, nella sua zona, riempie il vuoto anche amministrativo, specie sul piano sociale e assistenziale.

Occorrerebbero libere elezioni. Ma Washington sa benissimo che il «suo» governo Siniora non ha appoggio popolare, e perderebbe clamorosamente. Il voto legittimerebbe il potere sciita-cristiano.

Da qui la necessità di far succedere qualcosa, di spingere Hezbollah dalla parte del torto con qualche provocazione, che lo induca a sparare contro altri arabi. Ciò discrediterebbe l’unico gruppo islamico che ha vinto militarmente Israele, e coalizzerebbe tutti i sunniti, allarmati da questo successo sciita. Provocazioni gravissime sono già state consumate, secondo Meyssan direttamente dalla CIA. L’assassinio a Beiruth, il 12 dicembre 2007, di Francois Al-Hajii (un cristiano, come dice il nome «Francesco», nonchè capo militare della «Corrente patriottica libera» di Aoun), e l’esponente di Hezbollah, Imad Mugniyeh, trucidato a Damasco il 12 febbraio 2008. Questo, ucciso dal Mossad.

L’opposizione legittima, stoicamente, non ha reagito scatenando la violenza. Hassan Nasrallah, il giovane capo di Hezbollah, non è caduto nelle provocazioni sanguinose. Dunque bisognava prepararne una più grossa. Secondo Meyssan, che pare ben informato fin nei particolari, essa doveva «avvenire la notte del 25-26 aprile» scorso. «Dei commandos USA avrebbero dovuto sbarcare all’aeroporto diBeirut e tentare di eliminare direttamente Nasrallah. Fosse riuscita o no, la loro azione-lampo avrebbe precipitato la capitale nel caos e spinto i militanti Hezbollah ad attaccare (per vendetta) il governo di fatto di Siniora e il clan Hariri. Più sangue fosse corso, e più avrebbe giustificato un intervento della NATO», dice Meyssan.

Lasciamo ancora a lui la parola: «L’Ammiraglio Ruggero di Biase, comandante della forza navale dell’ONU (la forza di interposizione) avrebbe cambiato le bandiere delle navi italiane, francesi e spagnole al suo comando e avrebbe operato uno sbarco al porto di Beirut, sotto gli auspici dell’Alleanza Atlantica, con il pretesto di soccorrere i sopravvissuti del ‘governo’ pseudo-legittimo. Tutto ciò sarebbe stato accompagnato da una ampia propaganda contro la ‘violenza degli sciiti’ contro i sunniti, che avrebbe rovinato l’aura di cui Hezbollah gode presso le masse arabe. George Bush sarebbe allora arrivato a Tel Aviv per celebrare i 60 anni di Israele e invitare gli ‘Stati arabi moderati’ sunniti ad unirsi con lo Stato ebraico di fronte al comune pericolo sciita».

E’ la propaganda che abbiamo visto in questi giorni su tutti i giornali e TV d’Italia. Ancora Meyssan - che decisamente sembra ben informato (del resto si è stabilito a Beirut) - dice: «Washington aveva previsto di lasciar massacrare le sue pedine politiche in Libano, sacrificare il primo ministro di fatto Siniora e i capi della famiglia Hariri, per mantenere solo i suoi agenti operativi nello scacchiere: ossia la famiglia Hariri con la sua milizia e il leader druso Walid Jumblatt, che è vice-presidente dell’Internazionale Socialista (!) col suo braccio destro, il volubile Marwan Hamade, ministro nel governo Siniora». Attenzione: Internazionale socialista.

Il 26 aprile scorso, Hezbollah ha colto sul fatto un socialista francese d’origine afghana, e rappresentante dell’Internazionale socialista, di nome Karim Pakzad, mentre scattava foto proprio nelle vicinanze del bunker dove sta, per sicurezza, Nasrallah. Secondo Hezbollah, questo «socialista francese» era un agente che preparava l’azione americana mirante appunto ad assassinare il capo sciita. Arrestato dai militanti Hezbollah, gli è stato trovato addosso un apparato d’intercettazione delle comunicazioni telefoniche. Essenziale per un attacco mirato al capo sciita, molto protetto e localizzabile solo attraverso il segnale dei suoi telefoni cellulari o satellitari.

Così, il quadro che i media non spiegano, sta diventando chiaro. Come si ricorderà, questa ultimissima crisi libanese è scoppiata perchè il «governo» Siniora voleva eliminare le telecamere di sorveglianza che Hezbollah ha piazzato all’aeroporto di Beirut, sollevando dall’incarico il comandante addetto alla sicurezza aeroportuale.Ora comprendiamo che, con quelle telecamere in funzione, il colpo a sorpresa dei commandos USA non sarebbe potuto riuscire. Ciò permette di capire meglio perchè Jumblatt, il druso-agente CIA, abbia strillato che Nasrallah aveva preparato un’azione per distruggere un aereo sulla pista 17, quella usata dai VIP del «governo» filo-occidentale: accusa probabilmente non falsa, ma Hezbollah si preparava ad accogliere con qualche sorpresa militare i commandos americani. Senza le telecamere, l’azione non poteva più essere sicura. Da qui i combattimenti.

Fatto degno di nota: mentre la milizia Hezbollah investiva Beirut Ovest e distruggeva metodicamente gli uffici del media del clan Hariri, che non sono stati difesi, l’esercito si ritirava dal quartiere, ostentando la sua neutralità. Durante l’azione, i sindacati - che hanno indetto lo sciopero generale il 7 maggio, per ragioni salariali ma anche politiche (sono appoggiati da Aoun) - hanno chiuso l’aeroporto per impedire un eventuale sbarco delle truppe NATO in intervento «umanitario».

Finito il lavoro, Hezbollah ha richiamato l’esercito, cedendo ad esso il terreno conquistato, invitandolo a riprendere la responsabilità dell’ordine pubblico. Accorgimento abile, perchè in base alla risoluzione ONU numero 1701 può intervenire, gettando la maschera di forza di pace, esclusivamente se la invoca l’armata libanese regolare, ossia se questa sente di aver la peggio negli scontri. Nasrallah ha scongiurato anche questa eventualità.

Così, Siniora ha infine dovuto richiamare i suoi ad un giorno di silenzio e «rifiuto della violenza» per domenica, una sorta di contro-sciopero generale, nella speranza di attizzare la tensione che si sta già calmando. Ma ha avuto un’amara sorpresa: l’esercito nazionale gli ha risposto rifiutando di smantellare le telecamere di Hezbollah all’aeroporto, perchè - dice - le considera «indispensabili alla difesa nazionale».

Perciò cari lettori, quando sentirete ripetere in questi giorni che Hezbollah ha «fatto un golpe», lasciate gridare i propagandisti. La verità è che Hezbollah ha evitato un intervento «umanitario», ed ha vinto almeno questa mano della partita.

La verità l’ha detta, in un impulso di dispetto, Aaron Zeevi Farkash (2), l’ex capo dell’intelligence militare israeliana: «Avevamo consigliato alla CIA di non far conto su Walid Jumblatt o su Saad Hariri, perchè li abbiamo provati nel 2006 (quando invasero il Libano) e si sono dimostrati nulli contro Hezbollah. Israele ha dato il miglior addestramento alle Forze Libanesi (la milizia ‘cristiana’ di Samir Geagea, criminale di guerra, coltivatore d’oppio ed evidentemente agente isrealiano), ed essi andranno in scena in ogni futuro conflitto».

E poi, Zeevi ha aggiunto, disperato: «Tre anni di sforzi d’intelligence sono andati perduti. La maggior parte degli agenti hanno dovuto lasciare Beirut, e gli agenti libanesi non possono più muoversi sotto copertura nelle loro missioni quotidiane... L’Occidente ha perso molto dopo la sorpresa che Nasrallah ha fatto».Zeevi ammette: Nasrallah ha vinto. Un’altra volta. Tutte le trame e le reti saranno da ricostruire. Bisogna ricominciare con le provocazioni. Come?

Secondo il ben informato Meyssan, «Nei prossimi episodi Washington tenterà di far pressione sull’esercito perchè esca dalla sua neutralità e richieda il soccorso della Forza ONU; questo richiederà probabilmente l’assassinio di alcuni ufficiali recalcitranti...».Le Forze ONU, ricordiamolo, comprendono 3 mila soldati italiani, e attualmente sono sotto comando italiano.

Ecco perchè Frattini - israeliano di fatto - dice che bisogna consultare i soldati per cambiare le regole d’ingaggio. Le nostre forze, con questo governo, non sono per niente al sicuro. Ci vuole gettare nella guerra, e lo farà per incuria e servilismo. Ci si può stupire delle informazioni che Meyssan pare avere sulla situazione reale: è il solo a rivelare il progettato colpo a sorpresa degli USA che doveva avvenire il 25-26 aprile, e che è stato annullato all’ultimo momento. Evidentemente le fonti Hezbollah gli danno fiducia. Ma forse non solo quelle.

La stampa servile dice e ripete alla nausea che Hezbollah è armato e assistito da Iran e Siria. Ma secondo Meyssan, è anche «sostenuto con discrezione dalla Cina e della Russia»: se è così, magari non direttamente con armamenti, ma certamente con l’intelligence.

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1) Thierry Meyssan, «Les Etats Unis parviendront-ils à pousser les Hezbollah à la faute?», Réseau Voltaire, 10 maggio 2008.
2) Mohamad Shmaysani, «Hezbollah ruined 3 years of arab, foreign intelligence efforts»,Al-Manar, 10 maggio 2008. Al-Manar è la radio-TV di Hezbollah, ma le recriminazioni di Zeevi le riporta dal sito ebraico Filkka-Israel, che ha intervistato il vecchio agente.

venerdì 9 maggio 2008

Italia-Libia: 0-2

Non sono passate neanche 24 ore dal giuramento del nuovo governo e, come era ampiamente prevedibile, cominciano ad affiorare i suoi primi problemi in politica estera.

La Libia infatti ha già ventilato le sue possibili misure in risposta all’incarico ministeriale di Calderoli, strumentalizzato ad arte dal governo libico come punta dell’iceberg che alla base nasconde ben più seri contrasti col governo Berlusconi, tenuti in stand-by per i due anni del governo Prodi e che ora naturalmente sono rispuntati fuori dal cassetto.

La prima questione scottante riguarda l’immigrazione. Il ministero degli Interni di Tripoli ha fatto sapere ieri notte di non voler più collaborare nella protezione delle coste italiane dall'ondata di immigrati provenienti dall'Africa. Il comunicato del Ministero recita “La Libia è impegnata negli sforzi per respingere l'afflusso di immigrati illegali verso l'Italia, esaurendo le sue risorse materiali e spendendo una grande quantità di denaro per proteggere le coste italiane dall'ondata di immigrati clandestini. Adesso la Libia non sarà più responsabile della protezione delle coste italiane dagli immigrati illegali, poiché la parte italiana non ha rispettato l'impegno nel dare appoggio alla Libia”.
Aggiungendo poi beffardamente “Ci attendiamo un incremento quest'estate nel numero degli arrivi in Italia, via Libia, di immigrati clandestini provenienti dai paesi sub-sahariani, un fenomeno consueto in questo periodo dell'anno a causa delle migliori condizioni atmosferiche e del mare in genere più calmo”.
Italia-Libia: 0-1.

Ma agli annosi contrasti in materia di immigrazione si aggiunge anche lo spinoso tema che riguarda il petrolio, di cui la Libia è il nostro principale fornitore insieme alla Russia.
Infatti la "Staffetta quotidiana", pubblicazione on-line specializzata nel settore petrolifero, rivela che secondo fonti diplomatiche libiche potrebbero essere annunciati da Tripoli il blocco dei visti per l'ingresso degli italiani in Libia e la cancellazione dell'accordo strategico tra Eni e la compagnia di Stato Noc, siglato il 16 ottobre scorso a Tripoli, che prevede il prolungamento per 25 anni dei contratti petroliferi attuali e investimenti congiunti per 28 miliardi di euro in 10 anni.
E non basta. Sempre secondo la "Staffetta quotidiana" Gheddafi sarebbe pronto addirittura a una possibile nazionalizzazione di tutte le attività dell'azienda petrolifera italiana in Libia.
Italia-Libia: 0-2.

La Libia sembra quindi decisa a mantenere fede all’avvertimento lanciato la settimana scorsa dal figlio di Gheddafi che aveva dichiarato che le relazioni fra Tripoli e Roma sarebbero peggiorate drasticamente nel caso Calderoli avesse fatto parte del nuovo governo.

Berlusconi ha subito cercato di smorzare la tensione dichiarando “Avremo modo di chiarire con le autorità libiche e tranquillizzare la situazione”, Frattini lo ha seguito a ruota definendo la questione dell’immigrazione “un problema serio e giusto. Non è un'emergenza, la Libia vuole cooperare con noi ed è giusto che l'Europa anzitutto e l'Italia lavorino con Tripoli”.

Lo stesso Calderoli ha pronunciato parole melensi “Sono sinceramente rammaricato per le vittime degli scontri di Bengasi di qualche anno fa provocati da un'interpretazione non corretta - di cui rinnovo le scuse - di alcune mie dichiarazioni. Le relazioni tra Libia e Italia sono improntate al reciproco rispetto. Sono certo che saranno sempre più costruttive e mi adopererò personalmente perché ciò avvenga”.
Ma certamente, le parole di Calderoli e la sua t-shirt sono state fraintese….

Comunque la paura del governo italiano che la Libia apra i rubinetti dell’immigrazione, chiuda quelli del petrolio e nazionalizzi gli impianti dell’ENI è palpabile e giustificata.

A conferma poi della tensione a 360 gradi di un Berlusconi ben conscio di avere di fronte enormi problemi da risolvere nei prossimi mesi - tanto da dire ieri a Prodi di tornare controvoglia a Palazzo Chigi perché i problemi sono troppi - è stata la sua ferma raccomandazione ai suoi ministri affinché stiano ben attenti alle dichiarazioni pubbliche che rilasceranno ai giornalisti, invitandoli a parlare il meno possibile e a delegare la comunicazione al portavoce unico del governo, Bonaiuti.

Questo d’altronde era stato uno dei grossi problemi che ha avuto Prodi, con il suo ex portavoce Sircana praticamente in silenzio per due anni soverchiato com’era dalle continue e contrastanti esternazioni dei vari ministri.

Ma c’è già chi è subito venuto meno all’invito di Berlusconi. Bossi, che oggi non è riuscito a trattenersi sulla vicenda libica e ha dichiarato “Sono i libici che ci mandano gli immigrati. Tutti gli africani hanno diritto di essere cittadini libici, ma non se li possono tenere tutti e quindi li caricano sui barconi e ce li mandano. Bisognerebbe mandarli indietro quando li vedi con il satellite….la lingua di Gheddafi e' sempre stata lunga”. Da che pulpito poi…..

E’ facile immaginare, dopo queste parole, l’espressione di gioia nei volti di Berlusconi e dell’amministratore delegato dell’ENI Scaroni…

Insomma, si comincia alla grande.

Intervista al Presidente siriano Bashar al-Assad

Un’interessante intervista a 360 gradi concessa dal presidente siriano Bashar al-Assad a L’espresso e pubblicata questa settimana.

Bashar Al-Assad: vi offro la pace
di Gianni Perrelli

Le condizioni per un accordo con Israele. I legami con Iran, Hamas e Hezbollah. E poi gli Usa, la Cina, l'Italia. Esclusivo: parla il presidente siriano. Colloquio con Bashar Al-Assad

La pace in cambio della terra. Nello spirito della Conferenza di Madrid del '91. Se Israele restituirà totalmente alla Siria le colline del Golan, ritirando il suo esercito fino alla frontiera del 4 giugno '67 (prima della guerra dei Sei giorni), il riconoscimento reciproco dei due paesi diventerà uno sbocco logico. Un processo di normalizzazione da inserire, naturalmente, nella cornice di un accordo globale di distensione che sancisca la nascita dello Stato palestinese con Gerusalemme Est capitale? Bashar al-Assad, 42 anni, presidente della Siria dal 2000 (dopo la morte del padre Hafez), annuncia in questa intervista esclusiva di voler moltiplicare gli sforzi per costruire una svolta storica in Medio Oriente.

Giovanile sia nella gestualità che nell'abbigliamento (abito, camicia e cravatta di tonalità azzurre), si è intrattenuto per oltre un'ora con "L' espresso" nel suo studio privato sulle colline dirimpetto al palazzo presidenziale di Damasco. Parlando cordialmente ma senza peli sulla lingua - oltre che di Israele - di George Bush, delle imminenti elezioni americane, della Palestina, dell'Iran, dell'Iraq, del Libano, dell'Europa, dell'Italia, delle Olimpiadi, dei progressi della Siria e anche degli hobby personali. Dal vivo la sua immagine di leader dotato di una gentilezza naturale, anche se dal linguaggio molto esplicito, appare in netto contrasto con la rappresentazione del dittatore a capo di un paese canaglia che viene accreditata negli ambienti conservatori degli Stati Uniti.

Signor presidente, si intensificano le voci di una possibile pace della Siria con Israele grazie alla mediazione della Turchia. È noto che il premier Ehud Olmert le ha già fatto recapitare una ventina di lettere con specifiche proposte. Quali condizioni vi vengono richieste?
«Preferisco non parlare di condizioni perché queste significherebbero ostacoli. La Siria accetta di trattare solo sulla base delle risoluzioni 242 e 338 fissate dall'Onu, cioè da tutta la comunità mondiale. Bisogna prima appurare se esiste una comune volontà di conseguire la pace e poi mettere in moto i meccanismi di un serio negoziato. Per aprire un processo così impegnativo abbiamo però bisogno di un partner influente. Il più importante, perché rappresenta la nazione più potente del mondo e ha legami speciali con Israele, è naturalmente il governo degli Stati Uniti. Ma al momento attuale Washington non manifesta alcuna intenzione di fornire questo sostegno. L'amministrazione americana non ha né una volontà né una visione di pace. E senza il suo appoggio il negoziato non può decollare. Nonostante tutto, il quadro è comunque migliorato. Stiamo costruendo le premesse per far nascere una vera trattativa».

Perché i lavori vengano accelerati aspetta quindi che, dopo le elezioni di novembre, si insedi a Washington una nuova amministrazione?
«Sì, attendiamo l'arrivo del nuovo governo. Purtroppo Bush non sta manifestando nessun reale interesse per il processo di pace».

E se, per concordare la pace, Israele vi chiedesse di non appoggiare più Hamas e Hezbollah, organizzazioni inserite dagli americani nel libro nero del terrorismo, e di rompere con l'Iran?
«Sarebbe una pretesa assurda e non si farebbe più la pace. Come reagirebbe Israele se noi chiedessimo la rottura delle sue relazioni con gli Stati Uniti? I negoziati debbono svilupparsi nel rispetto della piena reciprocità. La Siria resta fermamente convinta che né Hamas né Hezbollah siano organizzazioni terroristiche. Per la semplice ragione che non uccidono civili. Sono movimenti che difendono la loro terra. In quanto all'Iran la risposta è ancora più scontata. È un nostro vecchio alleato, non c'è alcun motivo per voltargli le spalle».

Nella conferenza di Madrid gli sponsor del processo di pace erano due: Washington e Mosca. Ma oggi non si parla più della Russia. Come partner negoziale è stata sostituita dalla Turchia?
«Direi che la Turchia non è un partner, ma un paese che sta facilitando la ricerca di uno sbocco. Né Ankara né Mosca possono però sostituire il peso degli Stati Uniti. Io conto che la Russia dia il suo contributo per facilitare il processo di pace in una prossima conferenza internazionale, una Annapolis due dove dovrebbero essere definiti i binari della trattativa».

Recentemente lei ha ricevuto la visita di Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti. Cosa vi siete detti?
«Abbiamo esaminato insieme tutti i problemi del Medio Oriente. Dal desiderio di pace siriano alla questione palestinese. Carter ha riconosciuto che fra i due dossier ci sono molti punti in comune».

Carter ha anche incontrato a Damasco il capo palestinese Khaled Meshaal, leader in esilio di Hamas, che ha lanciato la proposta di una tregua di cinque anni in cambio del ritiro di Israele nei confini antecedenti alla guerra del '67. È un piano accettabile?
«La nostra posizione, ribadisco, è quella del ripristino dei confini precedenti il '67 in base alle risoluzioni Onu. Però non possiamo parlare per Hamas. Ci limitiamo a rispettare la sua visione».

Malgrado tutti i suoi sforzi per apparire un leader di pace, il Pentagono anche nel suo ultimo rapporto ha incluso la Siria nell'elenco dei paesi canaglia.
«L'amministrazione americana non ha alcuna credibilità. Non solo da noi, ma in nessuna parte del mondo. E nemmeno negli Stati Uniti, a giudicare dai sondaggi. Parlare di quello che dice Bush è una perdita di tempo. Sul nostro operato l'unico giudizio che conta è quello dell'opinione pubblica siriana».

La Cia ha però recentemente mostrato le foto di un bombardamento israeliano, nel settembre 2007, contro una vostra presunta base nucleare ad Al Kibar che per l'intelligence americana sarebbe stata costruita con tecnologia nordcoreana.
«Le foto della base militare, e non nucleare, che stavamo costruendo sono state esibite dagli agenti della Cia sette mesi dopo il bombardamento. Se avevano elementi di prova su un nostro programma nucleare perché non li hanno denunciati subito all'Aiea? La realtà è che non erano in grado. Il bluff sarebbe stato subito smascherato. La Siria con la Corea del Nord ha rapporti normali, pubblici, senza sotterfugi, come con qualsiasi altro Paese. Non siamo minimamente intenzionati a costruire una bomba atomica. Anzi, in un vertice arabo del 2003, abbiamo proposto all'Onu il ritiro di tutte le armi di distruzione di massa dal Medio Oriente. Incappando nel veto americano. Abbiamo solo interesse a sviluppare un programma nucleare pacifico. Ma non da soli. Insieme agli altri Paesi arabi».

Perché la Siria non ha risposto all'attacco militare di Israele?
«Dal nostro punto di vista non ha senso rispondere ai missili con i missili. Cadremmo nella loro provocazione. Riteniamo che la risposta migliore sia l'impegno nel processo di pace, anche se richiederà tempo».

Lei approva il programma nucleare dell'Iran?
«Penso che l'Iran abbia tutti i diritti di realizzare un programma nucleare pacifico. Non vedo nella condotta di Teheran alcun pericolo. Minaccioso è il modo con cui gli Stati Uniti trattano il dossier iraniano. Alludendo alla possibilità di una nuova guerra».

Giudica concreto il pericolo di un intervento americano contro l'Iran? E quali conseguenze avrebbe?
«Il governo di Bush, ripeto, è un'amministrazione di guerra. E anche quando Washington non usa un linguaggio bellico è bene prestare molta attenzione. Le conseguenze di un altro conflitto sarebbero spaventose. Scoppierebbe il caos generale in tutto il Medio Oriente, ma gravissime ripercussioni si avrebbero in ogni regione del mondo. Abbiamo già visto cosa ha prodotto l'invasione in Iraq. Crescita dell'integralismo, espansione del terrorismo, stragi, degrado economico, miseria».

Gli Stati Uniti accusano però la Siria di sostenere il terrorismo, facilitando il transito dei guerriglieri di Al Qaeda verso l'Iraq e delle armi verso il Libano e la Palestina.
«Il terrorismo internazionale dei nostri giorni lo hanno creato proprio gli Stati Uniti, sostenendo negli anni Ottanta il fronte integralista nella lotta contro il comunismo. Anche Ronald Reagan considerava i jihadisti combattenti sacri. La Siria, Stato laico, negli anni Settanta è stata la prima vittima dell'estremismo religioso. L'abbiamo combattuto con gli strumenti della politica, del progresso economico, della cultura e della sicurezza. Gli Stati Uniti invece nel 2003 hanno scatenato una guerra assurda. Con il risultato che oggi nel mondo ci sono più terroristi che prima dell'11 settembre 2001».

Ma negli ultimi mesi la strategia del generale David Petraeus ha ridotto il livello della violenza, anche se non è riuscita a porre fine ai conflitti interconfessionali.
«L'unica soluzione della tragedia irachena è il ritiro delle truppe Usa. Dopo cinque anni di occupazione non si può che parlare di fallimento. Certo, il rientro dei soldati va accompagnato da un'agenda politica che favorisca il dialogo fra sunniti, sciiti e curdi. Il primo passo dovrebbe essere una conferenza che riunisca le varie fazioni per spianare la strada a una nuova Costituzione, con istituzioni pubbliche solide, su basi laiche e non confessionali. Quella attuale è minata da divisioni che destano nei Paesi confinanti, come il nostro, vive preoccupazioni per una possibile escalation della violenza».

La Siria ospita quasi due milioni di profughi iracheni. Una bomba demografica in un paese di 20 milioni di abitanti. Come pensate di disinnescarla?
«È una bomba politica, prima ancora che demografica. Perché il rifugiato avverte sulla sua pelle che il suo paese non si occupa di lui. E questo è un serio ostacolo al processo di pace. Noi abbiamo deciso di accogliere i fratelli iracheni in fuga dalla guerra. Manteniamo perfino agli studi 200 mila loro bambini. Paghiamo un prezzo per necessità politiche ma pure per ragioni umanitarie».

Agli occhi dell'Occidente la Siria è sospetta anche per le sue interferenze in Libano che da mesi ostacolerebbero l'elezione del nuovo presidente.
«Questo lo affermano alcune fazioni libanesi. Al contrario, è nostro interesse che il nuovo presidente venga eletto presto. E giudichiamo positivamente il generale Michel Suleiman, principale candidato. In realtà gli ostacoli sono di altra natura. I leader dei partiti continuano a chiedere garanzie e non riescono a mettersi d'accordo perché non si fidano. Poi c'è l'influenza degli Stati Uniti che hanno interesse a congelare l'elezione. Dopo aver commesso errori su tutta la linea in questa parte del mondo, badano soprattutto a puntellare l'attuale governo di Beirut, che li appoggia in ogni decisione, presentandolo come un loro grande successo».

È difficile sostenere che non sia pure la Siria, anche dopo il ritiro militare, a esercitare un'influenza sul Libano. Lo affermano importanti paesi dell'area. Egitto e Arabia Saudita hanno inviato proprio per questo motivo delegazioni minori al recente vertice della Lega Araba a Damasco.
«Non posso negare che continuiamo ad avere un'influenza. Ma il Libano è una porta chiusa con più chiavi. Una l'abbiamo noi, altre sono nelle mani di interlocutori diversi. All'Egitto e all'Arabia Saudita, con cui ci proponiamo di eliminare le divergenze, abbiamo già assicurato di non voler più interferire nelle questioni interne. È del tutto superfluo che ci lancino ammonimenti. La decisione di rispettare la sovranità di Beirut l'abbiamo già presa da soli, in piena autonomia».

Secondo alcuni giornali israeliani anche le truppe italiane dell'Unifil dislocate nel Sud del Libano aiuterebbero Hezbollah.
«Non credo proprio che sia vero».

Il mese prossimo si riunirà il Tribunale penale internazionale che sta cercando di far luce sull'assassinio dell'ex premier libanese Rafiq Hariri. I servizi segreti della Siria sono sospettati di coinvolgimento. Qual è la vostra linea di difesa?
«Abbiamo sempre sostenuto le indagini dell'Onu. La nostra collaborazione risulta chiarissima, da tutti i rapporti. Se ci sono elementi di prova contro di noi, li tirino fuori. Ma proviamo a ragionare. Che convenienza avrebbe avuto la Siria a compiere un atto criminale contro un leader amico, che aveva a lungo collaborato con noi?».

In attesa del pensionamento di Bush, ritiene che la vittoria del candidato democratico alle elezioni di novembre possa facilitare il processo di pace? E a suo giudizio chi fra Barack Obama e Hillary Clinton sarebbe il leader più sensibile alle vostre esigenze?
«Durante la campagna presidenziale i due candidati democratici non hanno usato concetti troppo diversi sul Medio Oriente. Entrambi debbono tener conto dell'elettorato ebreo. È bene quindi attendere. Certo, per noi è già un grosso segnale che entrambi parlino di ritiro delle truppe Usa dall'Iraq e riconoscano che l'intervento militare è stato un errore».

Se invece prevalesse il repubblicano John McCain?
«McCain ha detto che, se fosse necessario, l'esercito americano dovrebbe rimanere anche cent'anni in Iraq. Ma questo fa parte del suo mondo dei sogni. E per noi di quello degli incubi. La permanenza delle truppe Usa significherebbe di nuovo guerra e l'aggravamento dei già enormi problemi. Speriamo che le parole del candidato repubblicano siano solo dettate da esigenze elettorali».

L'Europa che ruolo può svolgere nel processo di pace?
«L'Europa deve prima definire la sua visione del mondo. Vuole essere l'eco degli Stati Uniti o assumere una posizione più indipendente rispetto a Washington? Nel primo caso si escluderà da qualsiasi ruolo. Nel secondo, potrà agire in due direzioni. Ha la forza per dialogare con gli Usa, convincerli ad affrontare seriamente il processo di pace, aiutarli insomma senza avere la pretesa di sostituirli. E ha inoltre l'autorevolezza per operare direttamente sul territorio: grazie alla miglior conoscenza del Medio Oriente rispetto agli americani, l'Europa è in grado di formulare proposte più concrete».

Ma la Siria incontra però aperta diffidenza anche in Europa. Con la Francia, per esempio, il vostro dialogo è congelato.
«Con l'avvento di Nicolas Sarkozy la situazione si è un po' schiarita. Almeno adesso si è riaperto qualche contatto fra i ministri degli Esteri».

Come sono stati negli ultimi due anni i vostri rapporti con il governo italiano di Romano Prodi?
«Si è sviluppata una relazione cordiale, di rispetto e fiducia. Salvo differenze minime, Prodi si è rivelato uno dei leader europei più vicini alla Siria nella ricerca della pace».

Quali sono state le differenze?
«Valutazioni non sempre convergenti su Israele, sugli Stati Uniti, sulle modalità del processo di pace. Dovute perlopiù a una percezione diversa delle realtà sul territorio mediorientale che noi riteniamo ovviamente di conoscere meglio degli europei».

Nei prossimi giorni si insedierà in Italia il terzo governo di Silvio Berlusconi, un leader con cui lei si è già confrontato dal 2001 al 2006 e che è sempre stato molto vicino alle posizioni di Israele.
«Giudicheremo dai fatti. All'epoca i contrasti riguardavano la partecipazione italiana alla guerra in Iraq e l'appoggio agli Stati Uniti. Che Berlusconi sia un amico di Israele per noi non è un problema. L'importante è che anche lui sia interessato al processo di pace. In passato abbiamo trattato sia con Jimmy Carter che con George Bush senior, che erano legatissimi allo Stato ebraico».

È scoppiata una polemica fra Libia e Italia. Il figlio di Muammar Gheddafi ha detto che ci sarebbero pesanti conseguenze nei rapporti fra il governo Berlusconi e il mondo musulmano se diventasse ministro Roberto Calderoli, un esponente della Lega che in passato esibì provocatoriamente una maglietta con scritte antiislamiche.
«Sarebbe un problema solo se il governo Berlusconi sposasse su questo tema il punto di vista del signor Calderoli».

Anche nelle elezioni amministrative in Gran Bretagna, paese in cui lei ha vissuto, la sinistra ha franato. Come si spiega questo vento di destra in Europa?
«Non è un problema di destra o di sinistra, ma di come i governi gestiscono i programmi. José Luis Zapatero in Spagna ha affrontato con forza le riforme. In altri paesi l'elettorato aveva evidentemente voglia di cambiamenti».

La scena internazionale è agitata anche dalla repressione cinese nel Tibet che proietta una luce fosca sullo svolgimento delle prossime Olimpiadi.
«In tema di diritti umani i due esempi più vergognosi di questo decennio sono stati gli abusi atroci commessi dagli americani nei carceri di Guantanamo e di Abu Ghraib. Io penso che il problema tibetano sia un fatto interno della Cina e vedo che il miliardo e 300 milioni di cinesi sono contrari al boicottaggio dei Giochi. Nessuno ha più titoli di loro per giudicare sulle questioni nazionali».

La Siria sotto la sua gestione ha compiuto grandi passi verso la modernità. Ma è impressione generale che le resistenze della vecchia guardia nel partito Baath al potere frenino la corsa verso il progresso.
«È inevitabile che sorgano contrasti quando si inizia un processo di rinnovamento a ritmi incalzanti. Questo conflitto all'interno del Baath è però già stato risolto nel Congresso del 2005, quando abbiamo introdotto l'economia di mercato, autorizzato l'ingresso di nuovi partiti politici, promosso la libertà di stampa. Ammetto che non tutto è stato ancora realizzato. Sul fronte della corruzione, per esempio, abbiamo ottenuto buoni risultati al vertice della piramide. Ma molto rimane da fare alla base, a causa di uno sviluppo amministrativo troppo lento».

Ma la libertà di espressione non ammette ancora l'aperto dissenso.
«Non è così. Oggi lei può incontrare senza problemi i dissidenti a casa loro e registrare liberamente le loro idee».

La Siria ha tassi di crescita superiori al 6 per cento, ma rimane ancora alto l'indice di disoccupazione.
«La crescita economica è una base molto importante per il nostro sviluppo. In materia di lavoro, un tempo favorivamo soprattutto l'accesso dei giovani nell'amministrazione pubblica. Ora cerchiamo di combattere la disoccupazione impiegandoli anche nell'agricoltura e nell'industria».

Permetta una divagazione sul personale. Lei è stato educato in Gran Bretagna. Quanto le è servita l'esperienza occidentale nel raccogliere la pesante eredità lasciatale da suo padre Hafez?
«Le prime lezioni di vita le ho apprese in Siria. Il soggiorno all'estero mi è stato utile per acquisire una visione e una metodologia diverse nell'affrontare i problemi».

Dicono che lei conduca una vita molto riservata. Tutta casa, con sua moglie e i suoi tre figli, e affari di Stato.
«Io ho i miei hobby, come tutti. Mi piace ascoltare la musica: classica, araba e pure pop. Amo poi la fotografia. E quando posso pratico sport: basket e nuoto. Passo infine molto tempo a navigare su Internet. Per lavorare ma a volte anche per puro divertimento».

giovedì 8 maggio 2008

Paura…eh?

E’ noto a tutti come la sicurezza sia il vero problema dell’Italia, così come lo è il traffico per la Sicilia…

Nelle settimane finali dell’ultima campagna elettorale questo tema della sicurezza ha riempito i telegiornali, le pagine dei quotidiani in un crescendo a dir poco vomitevole, dal momento che tutte le statistiche indicano che gli omicidi, gli stupri, le rapine e i furti sono in costante calo.
Eppure aumenta nella “gente” la percezione della paura e non può essere altrimenti se tutti i mainstream media continuano ad alimentarla scientemente e in maniera scellerata.
Ma questa situazione non è nuova e si ripete ciclicamente ad ogni tornata elettorale; per esempio nel 2001 a tenere banco sui media erano “i crudeli albanesi” incolpati di ogni crimine e malefatta.

Mentre ora a spadroneggiare sono “i terribili rumeni e rom”, “gli immigrati” e le paroline magiche ora sono diventate “CLANDESTINI” ed “EXTRACOMUNITARI”, quest’ultima usata poi totalmente a sproposito anche nei confronti dei rumeni che fanno parte dell’Unione Europea come noi italiani “PIZZA, MAFIA E MANDOLINO”.
Comunque nel 2001, appena la destra si era insediata al governo, il problema della sicurezza è sparito d’incanto dai telegiornali e quotidiani. Ed è sicuro che l’incantesimo si ripeterà anche adesso che il centrodestra è ritornato al governo.

Però al nuovo governo rimane sempre il vero grosso problema da risolvere….il traffico in Sicilia.


SICURI DI ESSERE INSICURI?
di Stefano Cicchetti – Rekombinant – 1 Maggio 2008

Fra ordine senza legge e legge senza ordine Abbiamo più agenti di tutti, ma ne vogliamo ancora L’immigrazione è appena iniziata, ma siamo già terrorizzati E nessuno fa niente per i processi più lenti del mondo Dei rifiuti di Napoli, dopo le elezioni politiche non si parla più. Chissà se, passate anche le amministrative, scomparirà dalle prime pagine pure la sicurezza. Improbabile, visto che la mondezza è sempre là, dunque basterà ignorarla come si è fatto negli ultimi quindici anni. Mentre della sicurezza si parlerà certamente ancora; magari per dire che il problema è risolto, dati alla mano. E pazienza se i dati c’erano già.

Un’emergenza che gli americani ci invidiano Infatti, cosa dicono le cifre? Per esempio a Roma, dove il neo sindaco Alemanno aveva denunciato la “situazione terribile” di “una città fuori controllo”? Dicono (fonte: Questura di Roma) che dal 2006 a oggi gli omicidi sono passati da 9 a 6, le violenze sessuali da 53 a 35 (tre quarti fra le mura domestiche), le rapine sono calate del 35 per cento, in ribasso anche i furti ed i reati di droga. Tutto ciò in barba ad ogni “invasione” di immigrati. Insomma la società italiana sarà anche “percepita” meno sicura, ma nella realtà è all’opposto. E tale viene “percepita” all’estero.

Non ci credete? Eppure la pensa così il New York Times, una volta paragonata la loro situazione alla nostra: nella Grande Mela, 8,5 milioni di abitanti, 500 morti ammazzati nel 2006; in Italia 593 su 59 milioni (nel 1991 erano ancora più di 1900). Solo nelle zone più insanguinate del nostro Paese si tocca la media americana di 5 uccisi per 100 mila: così a Catanzaro, (5,4) e Reggio Calabria (4,4). Ma la nostra media nazionale è, udite udite, 1 assassinato ogni 100 mila abitanti. Si ammazzano molto di più i Finlandesi dalle candide dentature (quella troupe di un noto dentifricio dovrà fare attenzione ad aggirarsi nei boschi sparacchiando con il fucile ad aghi) con il 2,6 sempre ogni 100 mila.

Lo Stato è assente ?

Gli Italiani si sentono però “abbandonati” e “lo Stato è assente”: questo il ritornello di ogni tg. Sarà vero almeno questo? Anche qui, parlino i numeri. Nel 2000 (Fonte: Censis) avevamo un agente delle forze dell’ordine ogni 201 abitanti, record europeo che ci collocava ben davanti a Spagna (1 a 225), Francia (1 a 252), Regno Unito (1 a 375). Fra il ’92 e il ’98 gli agenti erano cresciuti mediamente di oltre il 9%. Da allora saranno diminuiti? Macchè. Oggi (fonte: Associazione italiana dei familiari di vittime della strada) abbiamo un agente ogni 173 cittadini, per un totale di 440 mila divise. Record dei record, poi, quello dei corpi con compiti di polizia: solo nei mari italiani, per esempio, incrociano natanti della Guardia Costiera, ma anche di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Municipale e perfino Guardia Forestale!

Se ne rendevano ben conto già nel 2002 anche i Circoli della Libertà di Mestre, che, come altri di ogni schieramento prima e dopo di loro – e altrettanto inutilmente -, proponevano una gestione più razionale di cotante risorse, chiedendo “di poter impiegare effettivamente gli oltre 200 mila uomini oggi adibiti in mansioni che nulla hanno a che vedere con i servizi operativi sul territorio”, “l’eliminazione di organi duplici, triplici o quadruplici che svolgono le stesse funzioni”, “la divisione delle competenze fra polizia di Stato e Carabinieri secondo il criterio territoriale”.
Il disastro è nei processi.

Ma allora che cosa non va? Certo, di moltissima insicurezza “percepita” dobbiamo ringraziare l’informazione. In campagna elettorale un quotidiano (il cui direttore uscente è stato eletto nel Pdl) è arrivato a riempire di cronaca nera le sue prime sette pagine nazionali; in un tg Mediaset, 14 servizi su 20 erano di fattacci. Poi c’è la crisi economica a generare la peggiore delle insicurezze. L’immigrazione fa paura, come ogni grande mutamento. La malavita organizzata continua a spadroneggiare in almeno tre regioni. Ma non è tutta macabra propaganda, ne psicologia distorta, sia chiaro. La cosa peggiore è che i colpevoli di solito sono beccati – e ci mancherebbe, visto quello spiegamento – ma è verissimo che troppo spesso se la cavano a ottimo mercato.
Perché la nostra vera emergenza non è nelle strade, ma nei tribunali. L’Italia è al 155° posto nel mondo, su 178, per i tempi della giustizia (fonte: Banca Mondiale). Con costi umani e finanziari inimmaginabili. La magistratura italiana ha insomma ben poco di cui vantarsi e avrebbe molto da riformare, a cominciare dai suoi svariati privilegi e dalla sua mediocre “produttività”. Mai si è udita dai giudici un’idea per snellire i procedimenti. D’altra parte, depenalizzare i reati dei ricchi come il falso in bilancio o minacciare il test di sanità mentale per i pm, non fa altro che creare un’altra tipicità del tutto italiana: una destra che accarezza un ordine senza legge, una sinistra arroccata sulla legge snobbando l’ordine. Risultato: nessuno che sia stato finora capace di darci niente di quel che davvero serve: processi veloci e che sconti davvero la pena chi è condannato.

mercoledì 7 maggio 2008

Libano: i nodi vengono al pettine

In Libano la tensione tra il governo di Fuad Siniora e l’opposizione guidata da Hezbollah sta registrando un repentino aumento di livello, grazie anche alle ultime misure decise ieri dal governo che in poche ore ha ordinato la chiusura della rete di telecomunicazioni gestita da Hezbollah e la rimozione del capo della sicurezza dell’aeroporto di Beirut perché ritenuto vicino al movimento sciita.

Il Ministro dell’Informazione ha motivato la prima decisione affermando che la rete telefonica privata del partito sciita è “illegale e rappresenta una minaccia alla sovranità dello Stato e alle sue proprietà pubbliche. Perseguiremo legalmente chiunque ne sia coinvolto”.

Alla decisione di Siniora aveva replicato lo sceicco Naim Qassem, vice segretario generale di Hezbollah, ammonendo che “la rete telefonica è equivalente alle nostre armi. Coloro che hanno preso di mira il nostro network telefonico hanno come obiettivo le nostre armi. Ci stanno avvertendo di non combattere contro Israele.” Questa rete, che copre le roccaforti di Hezbollah nel sud e nell’est del Libano, così come nei sobborghi meridionali di Beirut, è stata infatti fondamentale per Hezbollah nella guerra con Israele dell’estate 2006.


Ma come se ciò non bastasse, Siniora ha deciso anche la rimozione del generale Wafiq Shuqeir dall'incarico di responsabile della sicurezza dell'aeroporto della capitale, a una settimana dalla scoperta dell'esistenza di un apparato di video-sorveglianza installato nei pressi dello scalo aereo.
Secondo Siniora questo sistema di telecamere era utilizzato da Hezbollah per controllare la principale pista di decollo e monitorare i movimenti dei mezzi e delle personalità libanesi più influenti.
Ma Hezbollah ha sempre negato ogni attività di spionaggio nell'aeroporto, come invece aveva sostenuto a gran voce nei giorni scorsi il druso Walid Joumblatt accusando Hezbollah di aver pronto un piano per assassinare alcuni esponenti governativi.

E a questa gravissima situazione politica si aggiunge anche quella economica. Oggi infatti era in programma una manifestazione nel centro di Beirut in seguito allo sciopero nazionale indetto dal sindacato della Confederazione del Lavoro per il mancato accordo con il governo sull'aumento dei minimi salariali fermi al 1996. Il governo aveva offerto 330 dollari al mese, contro i 600 chiesti dal sindacato.
Ma già dalle prime ore della mattinata le strade della capitale erano bloccate da barricate di copertoni in fiamme, così come le vie verso l'aeroporto internazionale, rendendo quindi impossibile il raggiungimento dei punti di raccolta per dare poi inizio al corteo.

La manifestazione perciò è stata annullata ma puntualmente si sono verificati scontri con raffiche di mitra ed esplosioni in varie zone di Beirut tra i sostenitori delle opposte fazioni, in particolare tra i militanti di Hezbollah e quelli legati al partito governativo sunnita Mustaqbal di Saad Hariri e al partito di Joumblatt. E migliaia tra soldati e poliziotti sono stati dispiegati nelle strade della capitale.

Quindi l’ennesima contrapposizione violenta che avviene dopo 6 mesi, e 17 tentativi andati a vuoto, in cui non si è trovato un accordo in Parlamento per l'elezione del successore di Emile Lahoud alla presidenza della Repubblica.

E se a tutto ciò si aggiungono anche le pesanti accuse di inettitudine che la settimana scorsa Israele ha mosso contro l’UNIFIL, il quadro generale del Paese è sull’orlo del precipizio mentre tutti i nodi irrisolti stanno venendo al pettine.

Il futuro deciso dalla Trilaterale

Nei giorni scorsi si è tenuta l’annuale riunione plenaria a porte chiuse della Commissione Trilaterale, i cui contenuti generali si sono sempre saputi in passato, anche se con una certa difficoltà.
Ma per l’edizione 2008 qualcosa in più delle semplici linee generali è riuscito a uscire da quelle porte serrate a doppia mandata grazie al giornalista Jim Tucker, editore di American Free Press, che è venuto a conoscenza in maniera “clandestina” dei temi specifici su cui si è discusso esattamente nella 3 giorni di riunioni.

Naturalmente non si saprà mai, come non si è mai saputo anche in passato, tutto ciò che si è stabilito in quelle segrete stanze ma i prossimi mesi ci aiuteranno in questo proposito, proprio sulla scorta di quanto Tucker ha divulgato pubblicamente.

Cosa ha deciso la Trilaterale
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 7 Maggio 2008

«Politica interna ed estera USA: bozza di linea per la prossima Amministrazione»: questo il titolo della prima giornata di riunione della Commissione Trilaterale, tenutasi a Washington il 25-28 aprile, ovviamente e come sempre a porte chiuse. Ma Jim Tucker, il giornalista famoso per «auscultare» le riunioni segrete del Bilderberg, aveva qualche fonte anche lì (1). E qualcosa ha saputo.

Vediamo dunque la «linea» che i più ricchi privati di USA, Europa e Giappone, in rappresentanza delle maggiori multinazionali, dettano al prossimo governo americano. Secondo il consesso, il futuro presidente dovrà anzitutto aumentare gli aiuti americani ai paesi esteri, perchè, è stato detto, «L’America non versa la sua giusta parte» degli aiuti internazionali. Il presidente futuro dovrà anche pagare la quota USA per il mantenimento dell’ONU (la Casa Bianca è in arretrato: i neocon che la teleguidano detestano l’ONU).Peter Sutherland, rappresentante del segretario generale ONU per l’immigrazione, ha caldeggiato una maggiore apertura degli Stati Uniti verso l’immigrazione, raccomandando una amnistia per i milioni di clandestini messicani e sudamericani in USA.

Sarà bene notare che Sutherland, questo umanitario, è anche presidente di British Petroleum e Goldman Sachs International, oltrechè un alto esponente del Bilderberg.Non è dunque un caso se durante il panel intitolato «Global Financial Crisis», si sono sentiti solo interventi attorno al «dovere» dello Stato americano di «intervenire» per soccorrere «le istituzioni finanziarie sotto stress», e nemmeno una parola sul soccorso ai milioni di americani che si vedono pignorare la casa, o caderne tragicamente il valore di mercato. Il liberismo globale non ammette eccezioni: intervento pubblico è il Male Assoluto, tranne che per le banche loro.

A parlare della crisi c’erano infatti Andrew Crockett, presidente di JP Morgan Chase International, David Rubenstein, gestore del Carlyle Group, Robert Kimmit oggi vicesegratario al Tesoro ma prima altissimo capintesta di Lehman Brothers, oltrechè Martin Feldstein, economista di Harvard, ex consigliere economico di Ronald Reagan, nonchè Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale e da sempre socio del Bilderberg.C’erano anche giornalisti molto selezionati, da David Gergen dell’US News and World Report, e Lionel Barber, uno dei direttori del Financial Times: che naturalmente non hanno scritto un rigo sulle riunioni, anche se vi hanno partecipato attivamente, presidendo alcuni panel, oppure «intervistando» per lo scelto pubblico questo o quel grand’uomo. Sul podio, con domande complici, e a porte chiuse.

Il giornalista Bill Emmot, dell’Economist, per esempio ha intrattenuto la cena dei signori allo Smithsonian Art Museum parlando della «crescita dell’Asia». Naturalmente si è molto parlato del «global warming» e si è consigliato il futuro presidente USA di spendere di più contro l’inquinamento; su come ridurre l’effetto-serra, si è ventilata una tassa ecologica sui voli aerei. Il petrolio a 120, e il cui rincaro dipende al 60 per cento dalla speculazione sui futures petroliferi, non allarma quel nobile consesso. La questione è gestita dal Bilderberg, che nella sua riunione segreta in Germania del maggio 2005, per bocca del suo socio Henry Kissinger, raccomandava un raddoppio del barile (allora era a 40 dollari) entro 12-24 mesi. Il che è avvenuto disciplinatamente.

Nel 2006, a Ottawa, il Bilderberg non si è dimostrato contento dei progressi, ed ha raccomandato un rincaro sui 105 dollari entro la fine del 2008. Ora Goldman Sachs prevede che si arriverà a 200. Previsione alla portata di personalità che si incontrano fra banchieri-speculatori e compagnie petrolifere, e che non preoccupa. Loro fanno enormi profitti sui rincari. E il prezzo proibitivo avvicina quella che Barroso suole chiamare «la rivoluzione post-industriale», che implica fra l’altro la fine del ceto medio. Rumori di dissenso si sono ascoltati solo quando Robert Blackwill, già vice-consigliere nazionale per l’Iraq, ha intrattenuto i signori sulla necessità di «impegnare (engage) l’Iran e costruire la pace in Medio Oriente».

Blackwill ha assicurato che la «opzione militare resta sul tavolo», ma si spera negli sforzi diplomatici. Più interessanti le conversazioni e i pettegolezzi di corridoio. I signori tengono molto al NAFTA, il mercato comune Usa-Messico-Canada, e si sono detti: «John (McCain) è sempre stato a favore del libero commercio, anche davanti ai sindacati; Hil (Clinton) e Barak (Obama) fingono di eccepire su alcuni punti, ma è recita politica. Sono solidamente a favore». Anzi, «Hil», si ricordavano l’un l’altro i signori, come first lady ha tenuto sedute strategiche con il big business per indurre il Congresso ad approvare il NAFTA.

Molto sarcasmo invece è stato speso contro Ron Paul. Non perchè il candidato indipendente abbia una sola possibilità di occupare la Casa Bianca; ma li preoccupa la moltitudine di giovani che si sono mobilitati per lui, ed ascoltano i suoi discorsi. Questa generazione, si sono detti i trilateralisti, «si sta facendo un’educazione politica» in questo modo. Il che può «causare danni significativi in futuro», visto che Ron Paul non vuol cedere la sovranità nazionale al NAFTA (come gli europei l’hanno ceduta alla UE), si oppone alle missioni di «mantenimento della pace» all’estero, e proclama che bisogna ritirare le truppe dall’Irak e, peggio, ridurre le imposte non sui ricchi, ma sul ceto medio. I signori hanno perciò deciso di influire sul partito repubblicano perchè faccia pressione su Ron Paul e lo induca a rinunciare alla corsa al più presto, onde mettere fine ai suoi corsi di educazione politica un po’ troppo affollati. L’incarico è stato assegnato a Thomas Foley, già portavoce della Casa Bianca.

Kissinger era presente ma non ha parlato. E’ decrepito e dicono che abbia problemi alla gola. Fra gli europei, Tucker segnala solo Elisabeth Guigou, già ministra francese per gli affari europei. Nell’insieme, i politici presenti sembravano essere della generazione passata, dell’era Reagan o dell’era Nixon. Si può ipotizzare che la Trilaterale ritenga di poter riprendere l’influenza che aveva prima dell’avvento dei neocon, che hanno sviato il progetto globalista con il loro bellicismo per Israele? Il futuro lo dirà: i signori erano sicuri di avere in tasca tutte e tre i candidati.Può darsi che trovino una convergenza in un senso preciso: mano pesante alla israeliana contro le opinioni pubbliche contrarie alla globalizzazione.

Il direttore di Newsweek, Fareed Zakarias, uno dei giornalisti invitati, ha appena elevato un rimprovero agli americani, convinti all’80 per cento che il paese sia sulla strada sbagliata (saranno i mutui sub-prime e la rovinosa costosissima guerra in Irak?). «Miliardi di persone sono uscite dalla abbietta miseria» grazie alla globalizzazione, li rimprovera Zakarias, il giornalista-impiegato della Trilateral, «il mondo sarà arricchito e nobilitato via via che diventano consumatori, produttori, inventori, sognatori...il 40 per cento delle superlauree in America lo guadagnano gli immigrati» (2).

Niente sugli immigrati che lavano i pavimenti. Nè sulla fame prodotta dai nuovissimi rincari sugli alimentari di base: anzi quella è buona, perchè segnala «l’aumento dei consumi» nel mondo globalizzato. E nemmeno una parola sui 10 milioni di tedeschi che, in uno dei pochi paesi in pieno boom economico, sono usciti dalla classe media in questi anni, per accrescere le fila dei nuovi poveri. O sui milioni di francesi che subiranno un ulteriore taglio alle pensioni, grazie a Sarkozy.«Viviamo nel periodo più pacifico mai provato dalla specie umana», si arrabbia Zakarias, ma noi americani «siamo diventati sospettosi del commercio, dell’apertura, dell’immigrazione, degli investimenti esteri».Così non va. Se siete scontenti, vi metteremo in riga.

La presidenza Bush ha visto l’allestimento di campi di raccolta e detenzione allo scopo – com’è detto ufficialmente – di «sostenere il rapido sviluppo di nuovi programmi». In cosa consistano i nuovi programmi non viene detto. Essi sono compresi nel «continuity of goverment», il programma generale di mantenimento del governo in casi di emergenza estrema e non specificata. A questa necessità provvedono programmi software che indentificano, attraverso un filtro chiamato «social network analysis», a identificare persone che manifestano qualche scontentezza sull’andamento delle cose. Nel database, gestito dai militari, ci sono già 8 milioni di americani segnalati come sospetti di scontentezza, o di volontà d’opposizione (3). Vi godrete la globalizzazione, che lo vogliate o no.

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1) James Tucker, «Global elite gather in DC», American Free Press, 6 maggio 2008.
2) Fareed Zakarias, «The rise of the rest», Newsweek, 3 maggio 2008.
3) Ed Martin, «If you are reading this, Bush has reserved a bunk for you in one of his detention camps», OpEdNews, 6 maggio 2008. «In the spring of 2007, a retired senior official in the U. S. Justice department sat before Congress and told a story so odd and ominous, it could have sprung from the pages of a pulp political thriller. It was about a principled bureaucrat struggling to protect his country from a highly classified program with sinister implications. (…) The bureaucrat was James Comey, John Ashcroft's second-in-command at the Department of Justice during Bush's first term. In his testimony before the Senate Judiciary Committee, he described how he had grown increasingly uneasy reviewing the Bush administration's various domestic surveillance and spying programs. Much of his testimony centered on an operation so clandestine he wasn't allowed to name it or even describe what it did. (…) the program that Comey found so disturbing went forward at the demand of the White House, "without a signature from the Department of Justice attesting as to it's legality," he testified. What is this program? A former military operative has been told that the program utilizes software that makes predictive judgments of targets' behavior and tracks their circle of associations with "social network analysis». (…) Bush, in one of his addresses to the nation, said the program was part of planning to assess threats to the "continuity of our government".

martedì 6 maggio 2008

Salone del Libro o apologia d'Israele?

Dall’8 al 12 Maggio si terrà il Salone del Libro di Torino che sta suscitando tante polemiche e proteste. Ma non poteva essere altrimenti visto che per l’edizione di quest’anno si è deciso di celebrare il 60esimo anniversario della nascita di Israele, su proposta dello stesso governo israeliano.


Le prime bandiere israeliane sono già state bruciate a Torino e hanno provocato le penose dichiarazioni di Fini, nella sua nuova veste di Presidente della Camera, che considera le bandiere israeliane bruciate un fatto più grave dell’omicidio del ragazzo di Verona ad opera di un gruppo di neofascisti figli di papà.
Come prima uscita pubblica da Presidente della Camera non c’è male, conferma ancora una volta la sua posizione prona verso la kippà.

Il Salone di Torino contestato
di Valerio Evangelisti – Carmillaonline – 5 Maggio 2008

Il 10 maggio ci sarà, a Torino, una manifestazione nazionale contro il Salone del Libro di Torino. Credo che sia la prima volta che viene indetto un corteo contro una fiera letteraria. Eppure, prima di chiedersi se ciò abbia un senso, ci si dovrebbe domandare quanto di effettivamente letterario ci sia nel Salone del Libro, e quanto invece vi sia di politico. La scelta della Salone del Libro di Torino di celebrare la nascita dello Stato di Israele, alla base della protesta, ha origini sospette e contenuti ambigui.

Non è normale che a proporre (imporre?) l'evento alla Fiera del Libro di Torino e al Salone del Libro di Parigi sia stato lo stesso governo israeliano. Di solito, eventi del genere sono proposti dal Ministero della Cultura di un paese, dall'associazione degli editori o da organi simili.Non è normale che gli autori invitati, per partecipare al Salone di Parigi, abbiano dovuto sottoscrivere una dichiarazione con la quale si impegnavano a non criticare il loro governo (vedi qui).
Non è normale fingere di ignorare che la data del 1948 celebra sia la nascita di Israele che la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi, con il terrore, dai luoghi in cui vivevano da secoli. Ciò è stato ampiamente documentato, tra gli altri, dallo storico Benny Morris (per inciso, israeliano e nazionalista) nel suo libro The Birth of the Palestinian Refugee Problem, Cambridge University Press, 2004, sulla base di una massa di documenti (si veda anche E.L. Rogan, A. Shlahim ed., The War for Palestine. Rewriting the History of 1948, Cambridge University Press, 2001). Celebrare un evento significa celebrare anche l'altro, concomitante.

Non è normale che la celebrazione della nascita di uno Stato - cosa abbastanza incongrua in una manifestazione letteraria - avvenga proprio mentre quello Stato, reduce dai bombardamenti sul Libano che nessuno ha dimenticato, attua su Gaza la più feroce delle sue azioni di strangolamento, tagliando l’elettricità, i rifornimenti alimentari, i medicinali e impedendo persino il transito delle ambulanze (già 130 palestinesi di ogni età, ammalati gravi, sono morti per questo).
Si dirà che a Gaza predomina Hamas. E' vero, ma proprio Israele ha incoraggiato la crescita di Hamas, quando le serviva per logorare le altre forze palestinesi. Si veda J. Dray, D. Sieffert, La guerre israélienne de l'information. Désinformation et fausses symétries dans le conflit israélo-palestinien, La Découverte, Paris, 2002, pp. 53 ss. La stessa azione ha svolto l'assieme dell'Occidente. Lo ha documentato, tra molti altri, Alain Gresh, in una serie di articoli su Le Monde Diplomatique - per esempio questo. Gresh, sia detto per inciso, è di origine ebraica.Non è normale, anche se rientra nel novero della mera goffaggine, tirare uno schiaffo all'Egitto, ritirando all’ultimo momento l’invito che gli era stato rivolto, sia pure informalmente.
La storia dei governi di Israele successiva al 1948 non è tanto più gloriosa, malgrado l'epica che le è stata costruita sopra.

Da ragazzino fui ingannato anch'io, e credetti che la "guerra dei sei giorni" fosse stata combattuta dal Davide Israele contro un Golia rappresentato dai paesi arabi aggressori. Persino questa realtà un tempo certa appare dubbia, dopo il libro di Benny Morris Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001. Ed. Rizzoli, 2001. Ciò che seguì è noto e non sto a riassumerlo. Una serie ininterrotta di espansioni territoriali giustificate con l’invocazione di un perenne “diritto all’autodifesa”.Mi preme solo sottolineare, perché poco nota, l’azione internazionale svolta dallo Stato di Israele in quadranti del mondo estranei ai conflitti in cui era coinvolto. Israele ha sempre sostenuto i Duvalier di Haiti, padre e figlio. Ha inviato armi e consulenti in Guatemala, in Honduras e tra i contras che attaccavano il Nicaragua sandinista. Ha tuttora forze consistenti impiegate nella sanguinosa antiguerriglia del presidente colombiano Uribe. Per non parlare del costante sostegno israeliano al Sudafrica pre-Mandela e ad altri regimi reazionari africani.

Del resto il regime interno israeliano, malgrado le apparenti forme democratiche, somiglia tantissimo all'apartheid del vecchio Sudafrica. Nessun arabo palestinese inglobato fin dal 1948, pur avendo cittadinanza israeliana da decenni, è ammesso nell'esercito, per dirne una. Il resto lo lascio alla testimonianza di un israeliano coraggioso, Yoram Binur, che si finse palestinese e in un libro, Il mio nemico, ed. Leonardo, 1981, narrò la sua esperienza terrificante. Binur non è affatto un filo-palestinese, tutt'altro. Si limitò a raccontare la verità.

Una verità che non ha fatto che peggiorare. E' sotto gli occhi di tutti lo scandalo degli insediamenti di coloni ebraici in Gaza e Cisgiordania. Quanto più Israele si impegnava ufficialmente ad abbatterne, tanto più se ne costruivano. Ciò in nome del sempiterno richiamo al "diritto di Israele alla sopravvivenza", alibi per commettere crimini d'ogni tipo chiamati “autodifesa”.E' vero che frazioni di palestinesi, nella loro storia, si sono macchiate e si macchiano di eccessi sanguinosi, però non è superflua la domanda: chi ha cominciato? La Seconda Intifada iniziò con ragazzini che tiravano sassi. Solo dopo che quasi cento palestinesi erano morti, inclusi molti bambini, cadde il primo israeliano.Analogamente, il "terrorismo palestinese" su larga scala nacque verso il 1968, venti anni dopo il terrorismo israeliano sui palestinesi e lo svuotamento della Palestina dalla sua popolazione originaria.

Attualmente, oltre a strangolare Gaza e Cisgiordania, il governo di Israele ha cominciato a infierire anche sui palestinesi che hanno la sua cittadinanza.Creato il nemico, spintolo all'integralismo islamico, riaffiorano i propositi di cancellarlo per sempre, proprio come etnia. Persino alcuni ministri israeliani ne parlano senza riserve.E questo lo Stato cui il Salone del Libro di Torino intende rendere onore, celebrandone la nascita: una specie di apologia del colonialismo moderno.

E ora veniamo al tema degli scrittori. La protesta contro il Salone del Libro di Torino equivale a una condanna al rogo di autori e opere?Già una selezione di scrittori imposta dal governo Olmert, dalle sue ambasciate e dai suoi uffici di propaganda, dietro sottoscrizione (almeno a Parigi) di un impegno a non criticare le proprie autorità nazionali, risulta sospetta.

Si obietterà che gli scrittori israeliani popolari in Europa sono notoriamente “dissidenti”. Grande abbaglio. I nomi più illustri circondati da tale fama, Grossman, Oz, Yehoshua, si sono pronunciati a favore dei bombardamenti sul Libano (Grossman con tardivi ripensamenti) e, nel caso di Yehoshua, a favore del "muro della vergogna". Quest'ultimo ha anzi dichiarato a un quotidiano italiano che non vorrebbe mai avere un arabo per vicino di casa. La loro indipendenza dal potere è una leggenda che circola solo dalle nostre parti. Non è un caso se altri importanti scrittori israeliani, come Benny Ziffer, responsabile del supplemento culturale del quotidiano Haaretz, non solo hanno denunciato l’atteggiamento di Grossman e compari, ma, per primi, hanno incitato a boicottare i Saloni di Parigi e Torino (vedi qui). Lo scrittore Jamil Hilal, di cui Ernesto Ferrero aveva preannunciato la presenza a Torino, ha replicato molto seccamente: “Non parteciperei in alcun modo a un evento che legittima l'occupazione coloniale di Israele e lo strangolamento dei palestinesi della Striscia di Gaza, e in un'occasione che segna la sottrazione della terra e la pulizia etnica del popolo palestinese.”

La cultura ebraica in tutto ciò non c'entra nulla. L'ebraismo non è una razza, bensì una religione con la serie di tradizioni che l'accompagnano. Se vogliamo “un popolo”, però alla luce di quelle tradizioni, non di connotazioni etniche. Gli ebrei, nel mondo, hanno posizioni molto diverse. Tanti israeliani spesso non hanno religione alcuna, e sono classificati come tali per via delle credenze dei genitori. Tel Aviv è una delle città più laiche al mondo.Qui non si parla di ebraismo, bensì di geopolitica. Certo, contro chi critichi la politica del governo israeliano scatta regolarmente l’accusa di antisemitismo. Accusa che ha smontato con molta efficacia l’ebreo americano Norman G. Finkelstein in uno studio molto accurato: Beyond Chutzpah. On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History, University of California Press, 2005.Al di là delle singole personalità partecipanti, la protesta che investe il Salone del Libro di Torino non è contro autori e opere, né tantomeno contro "gli ebrei", ma contro un'operazione propagandistica concordata tra governi.

Aggiungo alcuni elementi.Di recente, lo storico e scrittore israeliano Ilan Pappé (di lui si veda, tra l’altro, A History of Modern Palestine, Cambridge University Press, 2004) è stato costretto, per le minacce che riceveva in Israele, a lasciare la cattedra che occupava presso l'università di Haifa e a trasferirsi in Inghilterra.Propugnava la convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi.Potremmo dirlo fortunato. Se non altro si è salvato la vita. I vari governi israeliani hanno assassinato moltissimi scrittori, poeti, intellettuali palestinesi, da Ghassan Kanafani, a Wael Zwaiter, traduttore in italiano de Le mille e una notte (Alberto Moravia, che gli era amico, dedicò alla sua scomparsa uno dei suoi articoli migliori), a Naïm Khader, che era solo un uomo di pace. Più decine di altri, uniti dal torto di dare alla causa palestinese un’intelligenza.
Domanda: è giusto glorificare in un Salone del Libro uno Stato (non una "cultura", ma una successione di governi ispirati alle stesse linee) che esilia scrittori propri ed elimina, tramite sicari, scrittori appartenenti a una diversa etnia che si intende cancellare?Io lo trovo disgustoso.

PS. Tutti gli autori citati nel mio pezzo, nessuno escluso, sono israeliani oppure ebrei, a volte di nascita e a volte di religione.

lunedì 5 maggio 2008

L’OPEC del riso

Pochi giorni fa il premier thailandese Samak Sundaravej, in occasione della visita in Thailandia del primo ministro birmano, ha lanciato la proposta di creare un cartello sul modello OPEC dei paesi esportatori di riso – l’OREC, Organisation of Rice Exporting Countries – aggiungendo che c’è già un accordo di massima con Birmania, Laos, Vietnam e Cambogia.
Questo cartello dovrebbe servire a controllare il prezzo del riso - il riso bianco thailandese 100% Grado B, punto di riferimento per l’indice del Chicago Board of Trade, ha superato i 1000 dollari per tonnellata nelle ultime settimane con una crescita dell’80% dall’inizio dell’anno - e ad assicurare che i coltivatori traggano beneficio dal continuo aumento della domanda.

C’è chi lega questi alti prezzi, che non riguardano solo il riso ma anche il mais per esempio, ai costi sempre più alti dei carburanti, al maggior uso di terreni coltivati per produrre bio-combustibili e alla conseguente speculazione sulle Borse mondiali.

Questa proposta però ha già ricevuto le prime critiche. L’Asian Development Bank la ritiene infatti “destinata ad aumentare fame e povertà”.
Robert Zeigler, il direttore generale dell’ International Rice Research Institute nelle Filippine, ha dichiarato invece che “La prima cosa che viene in mente alla maggior parte delle persone è l’OPEC, ma la produzione di riso coinvolge milioni di piccoli coltivatori che lavorano su piccoli appezzamenti di terra in molti Paesi. Il petrolio invece è prodotto da un pugno di multinazionali in pochi Paesi. Perciò in questo caso sono all’opera dinamiche molto differenti”.
Zeigler ha aggiunto poi che un giudizio preciso su questa proposta dipende molto dalle motivazioni per cui è stata fatta, se cioè per beneficiare i coltivatori, i commercianti oppure per controllare i prezzi perché “Il diavolo è nei dettagli”, ha concluso.

A dar manforte ai timori di Ziegler è infatti il portavoce del governo thailandese Vichienchot Sukchokrat che ha già dichiarato “Anche se siamo il centro alimentare del mondo, abbiamo avuto poca influenza sui prezzi. Con il prezzo del petrolio che è aumentato così tanto, noi importiamo petrolio caro ma vendiamo riso a buon mercato e ciò è ingiusto e penalizza la nostra bilancia commerciale”.

Quindi appare evidente l’obiettivo di ottenere un potere contrattuale da parte dei Paesi che formeranno questo eventuale cartello, oltre a quello di garantire una sicurezza alimentare interna - ad esempio, India e Vietnam hanno di recente limitato le esportazioni di riso per questo proposito, contribuendo però alla diminuzione dell’offerta e al conseguente aumento dei prezzi.

Bisogna ricordare poi che la Thailandia è il primo Paese esportatore di riso al mondo, mentre il Vietnam è al secondo posto.
Il Vietnam però, a differenza di Laos, Birmania e Cambogia, si sta mostrando dubbioso sulla proposta di creare un OPEC del riso anche perché il riso thailandese è di qualità superiore e quindi il Vietnam teme di perdere quote di mercato nel caso in cui, con la creazione dell’OREC, il prezzo internazionale del riso fosse fissato ad un livello più alto di quello che gli ha permesso di raggiungere il secondo posto mondiale tra i Paesi esportatori.

D’altronde il riso è, al pari del petrolio, un prodotto che si è sempre dimostrato un ottimo strumento politico e quindi ogni Paese produttore cerca di massimizzare il proprio potere. Sarà perciò difficile per Thailandia e Vietnam, con interessi così divergenti, sedersi insieme e raggiungere un accordo per controllare i prezzi del riso.

Si tratta comunque di una proposta non nuova e che, per concretizzarsi, avrà bisogno di tempo. Nel frattempo il petrolio, che oggi ha raggiunto i 120 dollari al barile, continua la sua corsa al rialzo contribuendo così ad accelerare la nascita dell’OREC.

Iraq: prove tecniche di genocidio

In Iraq oltre a morire per i proiettili, i bombardamenti aerei, le cannonate, le autobomba, ecc. ecc., si muore anche di fame. Con il passar del tempo il sistema di razionamento alimentare, iniziato fin dal 1990 a causa dell’imposizione delle sanzioni contro il regime di Saddam, è via via peggiorato e negli ultimi mesi le razioni di cibo sono ormai praticamente nulle, grazie anche all’estrema corruzione del governo fantoccio di Al Maliki.

I fortunati iracheni sopravvissuti alla guerra senza fine in corso da più di 5 anni hanno di fronte un futuro che gli riserverà anche una lenta morte per fame.

Iraq: test di neo-genocidio
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 5 Maggio 2008


«Quando gli americani sono venuti, ci hanno promesso una vita migliore; dopo aver ucciso i nostri figli e mariti, ora ci ammazzano per fame», dice Ina’m Majeed, insegnante elementare in una scuola femminile a Falluja. Suo marito è stato ucciso nell’aprile 2004 sotto i bombardamenti americani a Falluja, lei è rimasta da sola a provvedere ai quattro figli. La vedova e i suoi bambini sono, in teoria, beneficiari di razioni alimentari di Stato. «Le razioni che una volta erano sufficienti a campare», dice la maestra, «ora sono ridotte a quasi nulla, mentre i prezzi di mercato sono incredibilmente aumentati. Per l’80% degli iracheni è ora impossibile avere lo stesso nutrimento che ottenevano sotto il regime di razionamento del passato regime» (1).

L’ultima frase va spiegata. Gli iracheni sono sotto razionamento alimentare da 18 anni, ossia da quando gli Stati Uniti, dopo la prima Guerra del Golfo, imposero durissime sanzioni contro il governo di Saddam, cui parteciparono l’Europa e l’ONU. Impossibilitato a vendere il petrolio contro merci, il governo Baath introdusse un severo razionamento: e le quantità di cibo distribuito si ridussero via via che le sanzioni venivano riconfermate; esse duravano più di quanto il regime avesse previsto, e le scorte venivano meno.

Poi, nel ‘95, con il programma Oil-for-Food, l’Iraq potè vendere limitate quantità di greggio per acquistare alimenti-base e medicinali essenziali. Dal 1996, la qualità e la quantità delle razioni fornite dal Sistema Pubblico di Distribuzione (PDS) migliorò decisamente. Non era un un Bengodi, tuttavia. Nel 2001 Hans von Sponeck, allora capo del programma ONU, dichiarò pubblicamente che le sanzioni «equivalgono a stringere un cappio al collo dell’iracheno medio», e denunciò che la penuria imposta dalla civiltà giudeo-cristiana causava la morte ogni giorno di 150 bambini iracheni. Dennis Halliday, il coordinatore degli aiuti umanitari per l’Iraq, si dimise per protesta, e usò per primo, a proposito dell’embargo, la parola «genocidio».

Ebbene: dopo oltre cinque anni di occupazione della civiltà giudeo-cristiana, la situazione è peggiorata. Il sistema pubblico di distribuzione esiste tuttora, ma viene saccheggiato dalle ruberie e dalla corruzione del governo-fantocio di AL-Maliki. Risultato: dall’inizio dell’anno - quindi ormai da quattro mesi - i dieci generi (alimentari e no) che venivano prima distribuiti sono ridotti a cinque. Ai tempi di Saddam, enumera Abu Aymen, un avvocato di Falluja, 45 anni ed otto figli, «ricevevamo formaggio, latte in polvere, salsa di pomodoro, fagioli, sapone e detersivo, oltre a riso, farina, olio, tè e un po’ di zucchero. Nei casi particolari c’era cibo per infanti e persino del pollo. Oggi riceviamo cibo e medicine scadute, con proiettili e missili». Conclude: «E pensare che ci lamentavamo della vita che ci faceva fare Saddam».

Lo conferma Fadhil Jawad, membro del partito Dawa, ossia quello del primo ministro in carica, Nuri Al-Maliki: «Per noi le razioni del Sistema Pubblico di Distribuzione erano un argomento di propaganda contro il regime, prima dell’occupazione; accusavamo Saddam di nutrire il popolo come bestie, con le sue razioni... razioni che oggi non siamo capaci di fornire». Ora è il nuovo governo a gestire il PDS, perchè nonostante la liberazione e la democrazia, «è necessario dare agli iracheni un sostegno» del genere, dopo cinque anni di occupazione. Un rapporto del maggio 2006 stilato dal World Food Program (ONU) ha valutato in 4 milioni gli iracheni «privi di sicurezza alimentare e in estremo bisogno di assistenza umanitaria di diverso genere».

Nell’aprile 2007, un altro rapporto dell’Alto commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) informava che di questi quattro milioni che non sono in grado di comprarsi di che mangiare ogni giorno, solo il 60% ha accesso alle razioni del PDS. E non si può dire più sia Saddam a farli vivere come animali, ma il governo voluto dai liberatori.Haj Chiad, un distributore delle razioni PDS a Falluja, ha detto all’agenzia InterPress Service: «Allora (ai tempi di Saddam) distribuivamo cibo, oggi distibuisco veleno. Spesso, negli ultimi quattro anni, gli alimenti che ci sono dati dal ministero per la distribuzione sono marci, o effettivamente tossici. Distribuiamo riso e zucchero che sono stati immagazzinati a lungo in ambienti umidi, pasta di pomodoro scaduta da chissà quanto tempo...».

La Commissione per l’Integrità (!) che esiste nel parlamento iracheno ha rivolto un’interrogazione al ministero competente, quello del commercio, e al suo ministro Abdul Falah al-Sudany, chiedendogli un rapporto sulla «vasta corruzione del suo ministero». Come per tutte le altre interrogazioni sui casi di corruzione dilaganti nel governo di Al-Maliki, anche questa non ha ottenuto risposta.

Questa lenta morte per denutrizione in cinque anni di liberazione richiede, forse, una nuova valutazione della strategia della Casa Bianca. Dobbiamo smettere di ripetere che l’invasione dell’Iraq è stata un fallimento, che «l’America non sta vincendo». Certo, non sta vincendo, se continuiamo a credere che lo scopo strategico dell’invasione fosse la liberazione dell’Iraq e la sua «democratizzazione», sia pur nel senso di portarlo, con tutto il suo petrolio, nell’area di influenza americana. Ma se invece ammettiamo che lo scopo strategico fosse fin dal principio l’eliminazione di una popolazione, allora dobbiamo riconoscere che il Pentagono passa da un successo all’altro.

E si tratta di una strategia di successo piena di fantasia innovativa: il campo di sterminio del XXI secolo non richiede più fosse comuni e camere a gas, la morte è autogestita dagli internati, o almeno dai kapò messi al comando dall’invasore. E stanno morendo, per così dire, senza spese a carico degli aguzzini e dei loro mandanti. Pagano loro per le loro razioni da fame, che diminuiscono ogni giorno. Nemmeno c’è bisogno di SS a distribuire la sbobba; lì sono gli stessi detenuti a farlo, scelti come ovvio fra i criminali comuni. Non sto esponendo un paradosso, men che meno un motto di spirito. Razionamenti che durano da 18 anni - prima con l’alibi dell’embargo, oggi senza scusanti - lasciano capire un’intenzione deliberata di genocidio.

E siccome il «successo» del genocidio iracheno non è che la replica in grande di un esperimento del tutto simile, praticato in corpore vili sui palestinesi di Gaza, si può intuire che questa strategia di successo viene applicata sempre di più. Forse presto - aiutando i rincari di greggio e cibi, che sono prodotti al 60% della speculazione finanziaria, che può essere stroncata ma è lasciata libera di infuriare (2) - un esperimento di così evidente successo sarà esteso ad altre parti del mondo, ed anche alla nostra. Dopotutto, fra i programmi del malthusianesimo anglo-americano c’è la riduzione della popolazione mondiale a livelli «sostenibili». Potrebbe aiutare un Arcipelago Gulag mondializzato, autogestito e sotto regime di libero mercato.

E’, a quanto pare, l’esito della civiltà giudaico-cristiana. Il che, come cristiani, dovrebbe indurci alla modestia: non rivendichiamo questa civiltà come anche nostra. Tenetevela tutta voi. Chiamatela pure, in esclusiva, civiltà giudaico-americana.

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1) Ali al-Fadhily e Dahr Jamail, «Corruption eats into Iraqi’s food rations», Inter Press Service, 3 maggio 2008.
2) William Engdahl, «Perhaps 60% of today’s oil price is pure speculation», GlobalResearch, 2 maggio 2008.

domenica 4 maggio 2008

Bolivia: il referendum secessionista contro Evo Morales

Oggi in Bolivia si svolge il referendum sull’autonomia nella provincia di Santa Cruz, la parte orientale del Paese dove si concentrano le riserve di gas naturale e i terreni più fertili. Una provincia ricca dove domina una potente oligarchia di stampo feudale che si è sempre schierata contro il Presidente Evo Morales e ha strenuamente voluto questo referendum per avere poi la strada spianata verso la secessione.
Morales ha comunque dichiarato questo referendum inconstituzionale e illegale. Si prospettano tempi molto difficili per Evo.


Ne parla approfonditamente Francesco Zurlo in questo articolo.


Bolivia a 24 ore dal referendum: o contro gli autonomisti o con il feudalesimo!
di Francesco Zurlo – Camminaredomandando – 3 Maggio 2008

Mancano solo 24 ore all’incostituzionale referendum pro-autonomia indetto dalla cricca oligarchica di Santa Cruz, quel Comitè Civico espressione delle 40 famiglie che si rimpallano da circa un secolo e mezzo il potere nella città orientale, avita roccaforte della destra razzista e golpista del paese.

Il mondo intanto fa finta di non accorgersi: tergiversa, ignora e glissa su quella che si avvia ad essa la polveriera del Sudamerica, la balcanizzazione del cuore del continente, quel piccolo paese incastonato tra le cordigliere andine divenuto negli ultimi anni sempre più strategico, crinale tra ancien regime neo-liberista e neo-coloniale e nuovo mondo possibile (almeno in America Latina). Il mondo glissa e gira lo sguardo altrove. Fa finta di non vedere il carattere eversivo dell’iniziativa elettorale di Marinkovic e soci e soprattutto la natura antidemocratica di chi ne garantirà la realizzazione: le squadracce dell’UJC, organizzazione giovanile del Comitè Civico, grupo de choque a servizio dei poteri forti dell’Oriente boliviano, tanto estremista a livello politico, quanto paramilitare nella prassi concreta.

Qualcosa comunque si muove nella “patria grande”: il Gruppo di Rio ufficialmente condanna, l'ALBA esprime solidarietà a Morales, mentre l’OEA prende una salomonica posizione a favore dell’unità boliviana. Nessuno appoggia apertamente l’eversione cruceñista e gli Usa si chiudono in un silenzio tanto eloquente quanto ipocrita. Dal Venezuela Eva Golinger denuncia (vedi video) i 120 milioni di dollari con i quali il Congresso americano – attraverso le solite organizzazioni di facciata (NED e USAID) – finanzia dal 2005 l’opposizione al governo di Morales e supporta le spinte separatiste. 120 milioni di dollari prima diretti (sic) a combattere il narcotraffico – di cui secondo i falchi di Washington Evo Morales sarebbe stato il capostipite – e quindi a “sostenere la democrazia boliviana”.

120 milioni di dollari non sono noccioline: sono venticinque volte tanto i finanziamenti all’opposizione venezuelana e qualcosa come un 1/200 del prodotto interno lordo boliviano. Non noccioline, appunto. D’altronde che gli Stati Uniti – almeno in parte – stiano spostando verso Sud il baricentro della loro ingerenza negli affari del subcontinente non è un mistero per nessuno. L’anno prossimo i marines sloggeranno dalla base di Manta – a cui Correa ha deciso di non rinnovare la licenza – e s’insedieranno con buona probabilità nel Perù dell’amico e alleato Alan Garcia, ultimo alfiere del Washington Consensus assieme al paraco Uribe. La Bolivia finirà stretta in una tenaglia tra il paese andino e la frontiera paraguayana dove ha sede un’altra base statunitense, per ora non in pericolo malgrado l’elezione di Lugo – a cui tra l’altro mancano i numeri per governare.

A la Paz poi da un anno e mezzo, presso l’ambasciata statunitense, resiede un certo Philip Goldberg, architetto nientemeno che degli accordi di Dayton: insomma uno che di balcanizzazione se ne intende eccome. E’ lui a dirigere la guerra di spie che è emersa negli ultimi tempi in Bolivia. Gli fa pendant in Paraguay – dove gli Stati Uniti hanno incassato la “sconfitta” dell’elezione del vescovo rosso Fernando Lugo – un certo James Cason, noto soprattutto per le sue molteplici trame anticastriste durante il lungo soggiorno a Cuba. Basta ricordare i nomi degli attori in campo per chiarire le strategie di Washington sul versante orientale delle Ande.

Nel frattempo, mentre Evo Morales e il suo entourage confermano che non dichiareranno lo stato di emergenza né manderanno l’esercito a Santa Cruz, per evitare gli scontri che potrebbero sprofondare la Bolivia in una guerra civile, il ministro degli Idrocarburi Vilegas dichiara ai microfoni di Telesur che una delle quattro multinazionali energetiche di fresca nazionalizzazione (l’annuncio è del 1 maggio) – Andina (Repsol), Chaco, Pan American Enery e Transeredes - è la principale finanziatrice della fronda cruceñista. Ecco svelato il segreto di Pulcinella. Vilegas tace il nome della multinazionale, ma non è un mistero per nessuno che le compagnie petrolifere che operano nel paese spingano tutte direttamente o indirettamente per un ripristino dello status quo ante Morales – ivi compresa la Petrobras, dell’”alleato” Brasile di Lula.

Nel frattempo a Santa Cruz si consuma un’inquietante quiete prima della tempesta: i movimenti che supportano Morales annunciano la rinuncia a scendere in massa a Santa Cruz per evitare l’enfrentamiento con gli autonomisti, ma alcuni barrios popolari della seconda città boliviana annunciano mobilitazioni per il giorno del referendum, minacciando di impedire l’installazione dei seggi, l’ingresso dell’UJC nei quartieri e promettendo la formazione di “cuarteles de resistencia” contro la consultazione. Oltre a una marcia contro il referendum prevista per il pomeriggio di domani.
Intanto lontano chilometri dal palcoscenico di Santa Cruz, dalle sue calles squadrate, dalla sua architettura coloniale, dai suoi lunghi porticati, dalla sua linda Plaza 24 Septiembre - da cui fa capolino un immenso bandiera verde-bianco-verde su cui all’antica scritta “Si la quieres defendela” (la patria cruceñista ovviamente) è stato aggiunto “Cruceño Vota por el si"” – si consuma la tragedia di ogni giorno. La tragedia dei latifondi scandalosi del departamento di Santa Cruz, delle guardie armate che difendono proprietà indecenti se confrontate alla miseria dilagante: immense tenute dove gli indigeni guaranì lavorano per dieci o quindici bolivianos (un euro e mezzo) al giorno. Solo negli ultimi tempi le guardie bianche al servizio di questi moderni signorotti feudali hanno provocato il ferimento di 33 indigeni e la scomparsa di altri 11, semplicemente perché questi reclamavano la restituzione di 157000 ettari di terre usurpate loro e mai restituite malgrado la riforma agraria degli anni ’90.

Dietro la retorica della decentralizzazione dei poteri, dell’orgoglio camba, dietro la pseudo-modernità di Santa Cruz, dietro le rivendicazioni di autonomia fiscale e gestione delle risorse in loco, perfino dietro il razzismo bianco e meticcio degli autonomisti che alimenta violenza e risentimento contro i colla, dietro tutto questo si nasconda un’unica e semplice cosa. Un virulento desiderio di mantenimento dell’ancien regime, barbaro feudalesimo latifondista, espressione dei privilegi di una piccola parassitaria oligarchia agro-esportatrice, legata agli interessi delle multinazionali degli idrocarburi e tenacemente aggrappata a decenni di sperequazione ed ingiustizia sociale. Oggi questi privilegi appaiono per la prima volta a rischio a causa della più radicale e audace rivoluzione democratica e culturale che la Bolivia abbia mai conosciuto nella sua storia – perlomeno dopo la rivoluzione del ‘52. Un rischio che – per Marinkovic e soci - va scongiurato a tutti i costi. Anche con l’eversione se necessario.
Ps. Allego qui sotto un video tratto dalla (francamente non eccelsa) televisione di stato boliviana, scovato e riproposto da A Sud. Una buona dimostrazione di quel regime feudale che gli autonomisti vogliono difendere a denti stretti.
Per approfondire leggi anche Bolivia, verso la secessione.
Riguardo al carattere implicitamente razzista dello statuto autonomista su cui i cittadini del dipartimento di Santa Cruz si esprimeranno domani, leggi l'appello su Selvas.org.

sabato 3 maggio 2008

Il padano smemorato

In Italia la memoria è cortissima, si sa, ma ciò non vale per tutti i Paesi. E’ il caso della Libia che ieri ha dimostrato a tutto il mondo di non aver dimenticato quel ributtante episodio avvenuto nel Febbraio 2006 in cui un Ministro italiano, Calderoli, si presentò in tv per un intervista con l’allora direttore del TG1 Mimum facendo bella mostra di una t-shirt con una delle vignette su Maometto che in quei giorni avevano già provocato manifestazioni di protesta davanti alle ambasciate danesi in vari Paesi mediorientali.


Quella “lungimirante” sortita di Calderoli aveva avuto come immediata conseguenza una pesante manifestazione di protesta davanti al consolato italiano di Bengasi con un bilancio finale di 11 libici morti, 25 feriti e ingenti danni materiali al consolato. Tutto ciò aveva poi causato le pronte dimissioni di Calderoli da ministro, costretto da Berlusconi.

Ma ieri la Libia, avuto sentore da tempo di una nuova nomina a ministro per Calderoli, attraverso il figlio di Gheddafi Saif El Islam ha minacciato "ripercussioni catastrofiche nelle relazioni con l'Italia se Calderoli tornerà a fare il ministro. E' un affare interno che riguarda l'Italia, ma la questione è molto grave".
In difesa di Calderoli si è subito schierato l’ex presidente della Provincia di Roma Gasbarra (PD) che ha detto "Non puo' essere accettata alcun tipo di ingerenza da parte di Paesi stranieri sulla politica italiana, tantomeno sui governi e la loro formazione. Pur essendo notoriamente lontano e profondamente alternativo alla Lega, ritengo che i diktat della Libia contro Roberto Calderoli siano una totale mancanza di rispetto nei confronti degli italiani".

Finora però non si è levata alcuna voce in sua difesa da parte dei suoi alleati di coalizione, eccezion fatta per il collega di partito Borghezio con le scontate frasi “Le terribili minacce che giungono da Tripoli dimostrano che avevo visto giusto indicando la Libia come regista della strategia di invasione delle coste meridionali del nostro Paese. Per fortuna, grazie agli elettori, vi sarà finalmente nel nuovo governo la presenza significativa dei crociati della Lega Nord, in grado di combattere fermamente il pericolo del terrorismo jihadista e i suoi palesi e occulti sostenitori. L'Italia, grazie anche alla Padania, è un grande Paese e non si farà intimidire da chi semina sentimenti di odio contro di noi, contro la nostra religione e contro la nostra civiltà”.
E a Borghezio si è aggiunta solo la voce della deputata Bertolini (PDL) "Francamente mi aspetto che il ministro degli Esteri, D'Alema, convochi l'ambasciatore libico, per chiedere delucidazioni e per spiegargli, pur senza alcun intento polemico, che l'Italia non e' un Paese a sovranita' limitata. L'indebita intromissione della Libia nella formazione del governo della Repubblica Italiana e' un fatto inaccettabile. I ricatti e i veti non possono e non devono trovare orecchie accondiscendenti. Vogliamo essere padroni a casa nostra ed operare le scelte migliori per l'Italia e gli italiani, piaccia o meno agli Stati stranieri".

Inaspettatamente più cauto si è dimostrato invece proprio Calderoli che ha semplicemente detto “La scelta della squadra di governo spetta a Silvio Berlusconi, che ha avuto un mandato dal popolo che è sovrano, partendo proprio dalle indicazioni che quel popolo gli ha fornito”.
D’altronde lui sa molto bene di averla proprio fatta grossa, ma evidentemente in questi due anni ha confidato troppo nella scarsa memoria dei libici, una caratteristica che invece è tipica qui in Italia.

Forse Berlusconi era già stato informato dell’umore libico da Putin, in occasione della sua visita in Sardegna di due settimane fa proveniente proprio dalla Libia. E infatti Berlusconi ha già negato la poltrona di vicepremier a Calderoli, ma a breve si vedrà se manterrà la linea decisa già due anni fa, quando lo aveva costretto alle dimissioni, e non gli darà alcun incarico ministeriale.
Berlusconi non può assolutamente permettersi di iniziare la propria attività di governo con la prospettiva di una rottura delle relazioni diplomatiche con un Paese che è, insieme alla Russia, il nostro principale fornitore di gas e petrolio.
Si sa, la cattiva memoria spesso gioca brutti scherzi.

venerdì 2 maggio 2008

L'ultima follia: Disneyland a Baghdad

Al delirio, come al peggio, non c’è limite; e l’Iraq purtroppo è un esempio in entrambi i casi.
L’ultima follia in ordine di tempo è rappresentata dal progetto di costruire un parco di divertimenti modello Disneyland a Baghdad, vicino alla Zona Verde.
Qui di seguito due articoli che parlano di questa follia.


Disneyland a Baghdad, finalmente!
di Maurizio Blondet – Effedieffe – 2 Maggio 2008

«Ci sono molte opportunità d’investimento in Iraq, e mica tutte per il petrolio. Per esempio, metà della popolazione irachena ha meno di 15 anni»: così parlò al Times un certo mister Brinkley, capo di una fantomatica ditta di Los Angeles chiamata «C3», e che pare una filiazione del Pentagono.Detto fatto: un parco di divertimenti Disneyland sorgerà a Baghdad, a poca distanza dalla Zona Verde. Sorgerà nel parco Al Zawra, creato da Saddam e fornito di laghetti, palme, fontane, sculture e scivoli per i bambini, ma oggi in via di privatizzazione (come tutto a Baghdad). Vi sorgeva anche lo zoo, saccheggiato dai liberatori - o liberalizzatori che dir si voglia (1). Gli iracheni «lo accoglieranno a braccia aperte», assicura lo sponsor del nuovo business, tale Llewellyn Werner: «Lo vedranno come un’opportunità per i bambini, che siano sunniti o sciiti. Diranno: i nostri bambini meritano un posto dove giocare in pace».

Il parco sarà progettato dalla Ride and Show Engineering, la ditta fondata da Edward Feuers e William Watkins, che sono stati i fondatori di Imagineering, l’impresa consociata alla Walt Disney Company che costruisce i parchi di divertimento un po’ in tutto il mondo. Mister Werner, il «developer» immobiliare, conta di edificare attorno alla Disneyland irachena una quantità di alberghi di lusso, condomini sfarzosi e shopping center.Ma tutta la magia del luogo sarà garantita dalla «Ride and Show Engineering», specialista in «simulazioni in movimento» (motion based simulation) e in «attrezzature da divertimento ad alta tecnologia»: effetti speciali alla Hollywood, con Paperino e Aladino, suoni e luci e fuochi artificiali, il misterioso Oriente visibile in gallerie percorse da trenini guidati da Topolino. La ditta si fa un punto d’onore - è il suo motto - di «superare le barriere tra la realtà e il sogno».

Ai bambini iracheni sarà dato un mondo dei sogni, così necessario per superare la realtà che si vedono intorno: luce ed acqua razionate, miseria e attentati-strage, cibo scarso, irruzioni di soldati USA nelle case a trascinare via il papà e i fratelli, e bombardamenti periodicamente in corso a Sadr City con bombe a frammentazione.La speranza del Pentagono è che così, gli iracheni assorbiranno «i valori culturali americani», come già assorbono la polvere di uranio impoverito: senza accorgersene, anzi divertendosi.E difatti, nonostante tutte le spese che l’America sostiene per liberare continuamente gli iracheni, la generosa nazione ha deciso di distribuire ai bambini iracheni qualcosa di cui hanno veramente bisogno: 200 mila skateboard.E’ il virtuale che vuole trionfare sul reale. In fondo, con il pubblico americano, ed anche europeo, ha funzionato benissimo.

Il «controllo mentale» delle masse è una specialità ben studiata dal potere americano, come strumento ausiliario della democrazia.Già nel 1928 lo psicologo Edward Bernay, un parente di Freud, scriveva: «La manipolazione cosciente e intelligente delle abitudini e delle opinioni della masse è un elemento importante nella società democratica. Coloro che manipolano questi meccanismi inavvertiti della società costituiscono un governo invisibile che è il vero padrone del nostro Paese».Bernay non criticava il sistema: tant’è vero che già nel 1916 era stato assunto, insieme al giornalista ebreo Walter Lippman, nella Creel Commission, un organismo creato per «vendere» agli americani l’entrata nella grande guerra europea, cosa che fu fatta - a furor di popolo - nel 1917 (2).Ma non si deve pensare a chissà quali mezzi sofisticati, a droghe sciolte nell’acqua potabile o lavaggi dei cervelli (anche se furono tentati in passato esperimenti con l’LSD e peggio, nel programma MK-Ultra).

Il metodo è più semplice e a portata di mano: la «immersione totale» delle cosiddette masse nel mondo fantastico radio-tv. L’Idea venne, probabilmente, dal catastrofico successo della trasmissione radiofonica «La guerra dei mondi», dove Orson Welles inscenò un finto reportage in cui fingeva di descrivere in diretta l’atterraggio di marziani distruttori. Il panico fu immenso e reale: era già stata superata la barriera fra sogno e realtà, e ciò preparava benissimo l’opinione pubblica a combattere contro i prossimi marziani, i tedeschi. Difatti subito dopo uno psicologo di nome Hadley Cantril pubblicò uno studio sugli effetti della falsa trasmissione-verità - «The invasion from Mars: a study in the psychology of Panic» - dove proponeva la messa a frutto propagandistica della paura indotta. Cantril era membro del Radio Research Project, creato a finanziato alla università di Princeton dalla Rockefeller Foundation un anno prima, nel 1937.

Frank Stanton, il direttore della CBS (che aveva trasmesso la Guerra dei Mondi) era anch’egli membro di quell’istituto, oltre che membro del Council on Foreign Relations di Rockefeller; più tardi sarebbe diventato presidente della RAND Corporation, il think-tank del settore militare-industriale.Nel 1939, coi fondi Rockefeller, Cantril invece fondò, sempre a Princeton, l’Office of Public Opinion Research: giusto in tempo per la guerra. Quando l’Office si dedicò a controllare ed affinare le «psycho-political operations» (guerra psicologica) via via escogitate dall’OSS, l’organizzazione-madre da cui nacque la CIA. Mentre la guerra procedeva, Cantril e il giornalista della CBS Edward R. Murrow (membro del Council on Foreign Relations) allestirono a Princeton - sempre con fondi dei Rockefeller - il «Princeton Listening Center», che ascoltava le trasmissioni naziste per apprendere le tecniche di propaganda di cui il Terzo Reich era ritenuto maestro, onde applicarle alle operazioni dell’OSS e al fronte interno.

Da questo progetto nacque un ente pubblico, Foreign Broadcast Intelligence Service, il quale alla fine diventa lo «United states Information service», ossia l’USIS, che aveva sedi in tutto il mondo «liberato» e diffondeva «i valori culturali americani» tra le popolazioni.Ma molte delle scoperte fatte durante la guerra furono impiegate massicciamente ad uso interno, per manipolare la propria opinione pubblica. Il cinema fu lo strumento ideale. Come scrive David Robb, autore di «Operation Hollywood», «Hollywood e il Pentagono hanno una lunga storia di coproduzione cinematografica, che cominciò dal cinema muto e continua anche oggi. I produttori di Hollywood ottengono la disponibilità di materiali militari da miliardi di dollari - cingolati, caccia, sottomarini atomici e portaerei - e i generali ottengono quello che vogliono - film che ritraggono i militari sotto una luce positiva, il che aiuta - fra l’altro - nel reclutamento.

Ma il Pentagono non è passivo: se una sceneggiatura non gli piace, suggerisce cambiamenti che ‘facilitano l’approvazione dei comandi’. A volte cambiano i dialoghi, a volte le figure della storia, a volte la storia stessa». Oggi, tutto è ancora più facile, perchè la gente si immerge totalmente e di sua volontà nella fiction - verità (e chi può dirlo?) della TV. E’ ben noto agli psicologi militari-industriali che quando una persona passa ore davanti alla TV, sia che guardi un TG o una telenovela, l’attività cerebrale passa dall’emisfero sinistro (dove ha sede la capacità di analisi logico-critica) all’emisfero destro, dove l’informazione-disinformazione (chi può dire cosa è?) viene accolta come un «tutto» e suscita risposte emotive anzichè ragionate. Tutto questo, il Pentagono lo chiama «disinfotainment».

I mega-attentati dell’11 settembre possono essere stati il miglior «disinfotainment» mai prodotto, con i più grandi mezzi e i più costosi effetti speciali disponibili alla scienza della «rottura delle barriere fra realtà e sogno». E con successo assicurato, visto che l’America tutta ha chiesto, poi, l’invasione di Afghanistan e Iraq. Il lato spiacevole è che il «disinfotainment» non solo pare diventato la sola attività bellica di successo del Pentagono; è che ha «troppo» successo, nel senso che anche i generali USA finiscono per credere alla propria guerra virtuale.

Torniamo a Baghdad, dove - accanto alla futura Disneyland - già torreggia un esempio straordinario di «rottura fra realtà e sogno». La creatura ha persino un nome, Qassem Suleimani. E un grado, generale delle Forze Quds, ossia dei commandos iraniani delle Guardie della Rivoluzione. Ebbene: tutti gli attentati, i disordini, le battaglie di Muktada Al Sadr, gli armistizi tra fazioni sciite che occorrono in Iraq dopo 5 anni d’occupazione, vengono attribuite a questo personaggio. Insomma all’Iran, che ha la colpa della incapacità dei generali USA di pacificare l’Iraq, e quindi va bombardato. Secondo i giornali USA, il generale Suleimani sta andando su e giù per l’Iraq a suo piacimento, e «fornisce aiuto finanziario e militare alle fazioni irachene, frustrando gli sforzi USA di costruire una democrazia pro-occidentale». E’ lui che «ha diretto e addestrato milizie sciite fornendole di denaro ed armamento, compresi i mortai e i razzi che hanno sparato nella Zona Verde, nonchè gli esplosivi conformati per la penetrazione che hanno causato centinaia di feriti e morti fra le truppe americane» (3). Fa tutto lui, Suleimani. Tutto quello che mostra gli occupanti americani come incapaci o scemi, è opera sua.

E’ persino più bravo di Osama bin Laden, l’altra nota figura del «disnfotainment» strategico, ormai alquanto dimenticata. Vedrete, presto cominceranno a parlarne anche Fede, Mentana, la Nirenstein e Magdi Allam.La conclusione cui spontaneamente giungeremo noi spettatori sarà una sola: l’America deve attaccare l’Iran, e stavolta con le atomiche. Il sogno, finalmente, ridiventa realtà.

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1) Michel Chossudovsky, «War propaganda: Disneyland goes to war-torn Iraq», GlobalResearch, 28 aprile 2008.
2) Alex Ansari, «Mass mind control through network Television: are your thoughts your own?», InformationLiberation.com, 21 aprile 2008.
3) Hannah Allam, Jonathan S. Landay and Warren P. Strobel, «Iranian outmaneuvers US in Iraq», McClatchy Newspaper, Washington Bureau, 29 aprile 2008.


Disneyland arriva a Baghdad
di Sonia Verma - da The Times. Tradotto per Megachip da Fabrizio Bottini - 26/4/2008

Llewellyn Werner, investitore della California, ammette di avere di fronte ostacoli che di solito gli altri operatori dei parchi divertimenti non trovano. Per esempio gli attacchi della guerriglia o i saccheggi. Ma quando il parco che si vuole realizzare è nel centro di Baghdad, si tratta di rischi insiti nel territorio. Werner, presidente di C3, holding di Los Angeles che rappresenta fondi di investimento, sta riversando milioni di dollari nella costruzione di The Baghdad Zoo and Entertainment Experience , grosso parco divertimenti sul modello americano che proporrà pista di skateboard , giostre varie, un palazzo per i concerti e un museo. Il progetto è dello stesso studio che ha realizzato Disneyland.

“La gente dell'Iraq ha bisogno di un'esperienza positiva di questo tipo. Avrà un enorme impatto psicologico” spiega Werner. La zona da venti ettari, adiacente alla Zona Verde e che comprende l'attuale zoo di Baghdad, è stata saccheggiata, e lasciata abbandonata e senza energia dopo l'invasione americana del 2003. Soltanto 35 dei 700 animali sono rimasti dopo l'invasione. Qualcuno è morto di fame, altri sono stati rubati o uccisi per cibarsene da iracheni che temevano un razionamento di alimenti per la guerra. Negli anni successive lo Zoo e la zona circostante del parco al-Zawra sono diventati oggetto di sporadici attacchi della guerriglia. Ma negli ultimi mesi le famiglia hanno cominciato cautamente a tornare per i picnic del fine settimana. Sono cominciati lavori di rinnovo allo zoo, le gabbie ridipinte e arrivo di nuovi animali, tra cui struzzi, orsi e un leone.

Lawrence Anthony, conservazionista sudafricano che aveva organizzato i soccorsi agli animali immediatamente dopo l'invasione, è stato ingaggiato come consulente. Werner, che ha ottenuto dall'amministrazione di Baghdad in concessione la superficie per cinquant'anni in cambio di una cifra che non è stata resa nota, spiega che i tempi sono maturi per un parco divertimenti. “Credo che