giovedì 23 aprile 2009

USA: tra waterboarding e un'economia con l'acqua alla gola

Qui di seguito una serie di articoli che mettono in luce la difficilissima situazione in cui si trovano gli USA, e in particolare il presidente Obama, stretti tra una crisi morale - che alcuni definirebbero solo "d'immagine" - e una crisi economica senza precedenti.

La pubblicazione dei memo sulle torture praticate dalla CIA e approvate dalla Casa Bianca dell'Amministrazione Bush, unita ad una situazione economica disastrosa, stanno producendo pesanti conseguenze nella politica interna americana che si riverseranno ben presto anche sullo scacchiere internazionale.



Un memo accusa Condi Rice, "Autorizzò le torture della CIA"

di Alberto Floris D'Arcais - La Repubblica - 23 Aprile 2009

La prima ad approvare l'uso del waterboarding (la tecnica di annegamento simulato) contro i terroristi di Al Qaeda è stata Condoleezza Rice. Mentre la polemica sui "memo" resi pubblici dalla Casa Bianca cresce, con l'ala liberal del partito democratico che chiede una commissione d'inchiesta indipendente e la destra che accusa Obama (dopo le critiche di Cheney, ieri Karl Rove ha detto che Obama vuole arrivare a un "processo show"), nuovi documenti resi pubblici dalla commissione Intelligence del Senato coinvolgono l'ex segretario di Stato di Bush.

Nel luglio 2002, quando era consigliere per la Sicurezza nazionale Condoleezza Rice diede il via libera - sia pure solo verbalmente - alla richiesta della Cia di usare il waterboarding contro Abu Zubaydah, uno dei leader di Al Qaeda catturato nel marzo del 2002 in Pakistan. Si tratta della prima decisione conosciuta sull'ok della Casa Bianca a questa tecnica di "interrogatorio brutale".

Il documento, rilanciato dalla Associated Press, rivela diversi dettagli sui tempi con cui il programma sugli "interrogatori" venne concepito e poi approvato ai livelli più alti della Casa Bianca di Bush; dimostra che Condoleezza Rice ebbe in questa decisione un ruolo molto più importante di quello da lei ammesso l'autunno scorso (in una testimonianza scritta fornita alla commissione armamenti del Senato); rivela anche che opinioni di dissenso da parte di alcuni legali dell'amministrazione vennero rapidamente accantonate.

Le nuove rivelazioni si aggiungono al lungo rapporto della commissione armamenti sui legami diretti tra il programma di "interrogatori brutali" della Cia e gli abusi commessi contro i prigionieri nel carcere di Guantanamo e in quello di Abu Grahib e seguono la pubblicazione dei quattro "memo" che hanno dato il via alle feroci polemiche di questi giorni.

Condoleezza Rice diede il suo parere favorevole a voce all'allora direttore della Cia George Tenet. Nella testimonianza fornita al Senato nell'autunno scorso l'ex segretario di Stato aveva invece sostenuto di aver solamente partecipato a riunioni in cui vennero discusse le richieste della Cia e si decise di chiedere al ministro della Giustizia di valutare da un punto di vista legale. Aveva anche aggiunto di non ricordare i dettagli di quelle riunioni.

Pochi giorni dopo il via libera della Rice a Tenet il ministero della Giustizia approvò la richiesta della Cia con l'ormai famoso memorandum top secret del 1 agosto 2002. In quello stesso mese Zubaydah venne sottoposto a waterboarding 83 volte. Un portavoce di Condoleezza, contattato dalla Ap, si è rifiutato di commentare la notizia.

Negli anni seguenti al 2002 il programma sugli "interrogatori brutali" è stato rivisto da diversi uffici legali dell'amministrazione Bush e ci furono discussioni sul fatto che l'uso del waterboarding violasse o meno la legge federale contro le torture e la stessa Costituzione degli Stati Uniti. I legali della Casa Bianca continuarono però a dare parere favorevole.

Secondo altri due rapporti del Senato gli avvocati della Cia chiesero di poter usare il waterboarding contro Zubaydah nell'aprile del 2002, poche settimane dopo la cattura del comandante di Al Qaeda. L'allora capo della Cia George Tenet ha scritto nelle sue memorie che l'idea era partita dagli agenti dell'agenzia di spionaggio Usa.

Il ministro della Giustizia Eric Holder, a cui toccherà decidere (in accordo con la Casa Bianca) se varare una commissione d'inchiesta, ha detto ieri sera che sulla questione Cia-torture il ministero "seguirà le prove ovunque ci portino. Perché nessuno è al di sopra della legge". Sempre ieri il senatore democratico Russ Feingold ha scritto una lettera ad Obama chiedendogli di "non escludere la possibilità di aprire un'inchiesta su chi si è reso responsabile del programma" e ha chiesto l'istituzione di una "commissione verità" con il potere di indagare. Proposta che i senatori repubblicani McCain e Graham e l'indipendente Lieberman (ex candidato vicepresidente con Al Gore) respingono, sostenendo che sarebbe un errore e una distrazione dalla guerra al terrorismo.



Comincia la resa dei conti sulle torture di Bush e Cheney

di Luca Mazzucato - Altrenotizie - 22 Aprile 2009

Il Presidente degli Stati Uniti non è (più) al di sopra delle leggi. Dopo tre mesi di alterne vicende, questo sembra il messaggio finale di Barack Obama, riguardo alle responsabilità penali di esponenti dell'amministrazione Bush per le torture inflitte ai “nemici combattenti.” Nonostante fino alla scorsa settimana la posizione di Obama fosse di “guardare avanti” e non perseguire gli esecutori né i mandanti politici delle torture, martedì il presidente ha cambiato idea, sotto la forte pressione delle agenzie per i diritti umani e di membri del Congresso. Dopo aver rilasciato decine di pagine contenenti i memorandum segreti di Bush che autorizzavano le torture, Obama ha infine ammesso che non spetta al presidente decidere chi può o non può essere processato e dunque il dipartimento di Giustizia e il Congresso dovranno decidere sulla legalità o meno della tortura. E la base democratica finalmente spera di vedere il cavaliere nero Dick Cheney sotto processo.

Sei membri della precedente amministrazione americana, tra cui Bush e Cheney, sono indagati per crimini di guerra da Baltazar Garzon. Appellandosi alla giurisdizione universale, il giudice spagnolo si sta occupando degli abusi sistematici commessi in tutto il mondo nelle prigioni segrete della CIA sui “nemici combattenti.” Ma gli americani possono cominciare a sperare: forse non dovranno andare in Spagna per vedere processati i propri leader per tortura. La posizione ufficiale della nuova amministrazione americana a riguardo è stata per molto tempo degna del più italico cerchiobottismo: anche se violazioni della Convenzione di Ginevra verranno documentate, non saranno perseguiti gli agenti della CIA responsabili, né i membri dell'esecutivo che hanno dato l'ordine.

Questa drammatica vicenda ha provocato un vero e proprio feudo all'interno dell'attuale amministrazione. La CIA, sotto la nuova direzione democratica di Leon Panetta, è contraria al rilascio d’informazioni sulle tecniche di interrogatorio. Ma una denuncia dell'Unione Americana per i Diritti Civili, che richiedeva la de-secretazione dei documenti, ha costretto Obama a prendere una posizione chiara. E così il primo colpo di scena è stato la pubblicazione dei memoriali che autorizzavano le torture e descrivono nei dettagli cosa fare ai prigionieri per ottenere le confessioni: il famigerato “waterboarding” (simulazione dell'annegamento), privazione del sonno, o - più prosaicamente - un sacco di botte vecchio stile. Il presidente ha deciso infine di andare contro il parere della CIA e lasciare i documenti quasi intatti: pochissime sono infatti gli omissis.

Queste le parole di Obama alla conferenza stampa di Giovedì scorso: “Per prima cosa, le tecniche d’interrogatorio descritte in questi memo sono già state riportate dalla stampa. Secondo, la precedente amministrazione ha ammesso pubblicamente parte di ciò che é scritto nei memo. Terzo, ho già messo fine a queste tecniche con un Ordine Esecutivo. Pertanto, trattenere questi memo servirebbe solo a negare fatti che sono già di di dominio pubblico da tempo.”

Dopo il rilascio dei documenti, le torture descritte in dettagli freddi quanto raccapriccianti hanno scosso la base democratica e il tentativo di Obama di non perseguire gli ufficiali coinvolti è venuto meno. Martedì, in una conferenza stampa con il re di Giordania, il presidente ha dichiarato che non si opporrà ad eventuali inchieste. Anzi, si è spinto oltre, dichiarando che non è tra i poteri del governo decidere chi può essere giudicato e chi no. Con questa semplice osservazione, Obama ha spazzato via in un secondo otto anni di continui abusi del potere esecutivo e giudiziario perpetrati da Bush. Probabilmente il tempismo è dovuto anche a considerazioni politiche immediate: sta infatti crescendo il malcontento tra gli attivisti del partito, a causa dei colossali bonus per i banchieri pagati con i soldi del piano di salvataggio e la sempre più evidente collusione di alcuni membri del governo con Wall Street. Aggiungere anche il braccio di ferro sulla tortura avrebbe definitivamente incrinato il supporto della base.

Non è per nulla chiaro cosa succederà ora. Una possibilità ventilata è la formazione di una commissione d'inchiesta del Congresso sulle torture, che garantirebbe immunità agli ufficiali coinvolti in cambio della loro testimonianza. Ma le parole di Obama lanciano un segnale nuovo e più impegnativo, ovvero rimettono la palla nelle mani delle autorità competenti. In sostanza, il Dipartimento di Giustizia si occuperà caso per caso delle eventuali violazioni. Tutto si basa proprio sui dettagli delle torture descritti nell'ormai famoso memorandum. Gli agenti della CIA che hanno commesso le torture non verranno perseguiti nel caso si siano scrupolosamente attenuti agli ordini contenuti nel memorandum. Nel caso siano stato troppo “zelanti,” potrebbero essere perseguiti per crimini di guerra.

Ma ciò che è più importante è che Obama ha dato il via libera alle indagini contro coloro che hanno redatto il memorandum. In primo luogo, i consulenti legali di Bush, colpevoli di aver partorito un mostro giuridico palesemente illegale e moralmente abominevole. E, in secondo luogo, coloro che hanno emanato l'ordine: Bush, Cheney, Gonzales e tutti i membri della precedente amministrazione.

Una vera e propria doccia fredda per Dick Cheney. L'ex vicepresidente, che nelle ultime settimane sta dando vita a un triste spettacolo di acide dichiarazioni a mezzo stampa, ha probabilmente sentito il tintinnio delle manette. Dopo aver dichiarato che rilasciando i memoranda Obama sta “mettendo in pericolo la sicurezza nazionale,” Cheney è andato in diretta su Fox News (l'analogo americano del Tg4 di Emilio Fede), e ha invertito la rotta a sorpresa. Ha infatti preteso che Obama rilasci tutti i documenti riguardanti le torture, per dimostrare ai cittadini americani che le torture sono state essenziali per ottenere quelle confessioni e che le informazioni ottenute sono di fondamentale importanza per la sicurezza nazionale.

Questo voltafaccia di Cheney ha lasciato allibiti tutti i commentatori: Cheney per tutti è Darth Vader, il cavaliere nero, l'uomo del segreto di Stato. Tutti ricordano che Cheney aveva persino secretato il registro dei visitatori nel suo ufficio alla Casa Bianca e la sua abitazione è stata per otto anni rimossa da Google Earth (ora che Joe Biden ci vive, è tornata in chiaro). Ora che i documenti riguardanti le torture sono pubblici, si moltiplicano le gole profonde e comincia ad emergere la portata dello scontro all'interno dell'amministrazione Bush. Molti membri del precedente esecutivo, ansiosi di distanziarsi dalla vergogna delle torture, raccontano di come venivano prese le decisioni ai massimi livelli.

L'ultima delazione riguarda Philip Zelikov, vice di Condoleezza Rice ed ex-consulente per il Dipartimento di Giustizia. Ospite in diretta al Rachel Maddow Show su MSNBC, Zelikov racconta in prima serata i retroscena che portarono alla stesure dei memorandum. Correva l'anno 2005 e, nel pieno della War on Terror, l'amministrazione Bush chiese al Dipartimento di Giustizia di formulare un'opinione sulle procedure utilizzate per catturare e interrogare “nemici combattenti,” rinchiusi nelle prigioni segrete della CIA. Lo scopo delle consulenze non era di decidere o meno sulla legalità di tali procedure: Bush al contrario ordinò ai consulenti di creare degli ordini esecutivi che potessero essere utilizzati “a posteriori” per proteggere la CIA e il governo contro le responsabilità penali della violazione della Convenzione di Ginevra.

Zelikov fu l'unico tra i consulenti a dare un parere negativo sulle torture, condiviso a suo dire anche dall'ex Segretario di Stato (e suo diretto superiore) Rice. Nel suo racconto, Zelikov spiega come gli risultò chiaro fin da subito che le torture erano insostenibili sotto il profilo tecnico-legale e che tutti i memoranda dei suoi colleghi, che ritenevano il contrario, erano giuridicamente infondati. Zelikov si spinse fino a mettere per iscritto i suoi pareri e sottoporli al presidente e ai suoi collaboratori e racconta come questi decisero semplicemente di accantonarlo. In un secondo momento, l'amministrazione cercò di distruggere tutte le copie del documento redatto da Zelikov, per cancellare le prove che il governo sapeva che le torture erano illegali. Ma, come nelle migliori pellicole di spionaggio, una copia é sopravvissuta e conferma la versione del consulente.

Al di là dei particolari giuridici, la parte più interessante dell'intervista a Zelikov è forse la finestra che viene aperta sulle lotte intestine al governo repubblicano. Da una parte, la presidenza imperiale del clan neo-con con a capo Bush e Cheney, che lottava per ampliare indefinitamente i poteri dell'esecutivo. Dall'altra, una minoranza di conservatori più moderati, preoccupati di salvaguardare la Costituzione e l'indipendenza del sistema legale. Tutti sanno chi ha avuto la meglio. Ma sarà forse proprio grazie a questa minoranza di consulenti e funzionari diligenti se nei prossimi mesi avremo la possibilità di scoprire i retroscena sulle scelte sciagurate dell'era Bush e, chissà, di vedere qualcuno dei responsabili chiamato a rispondere dei loro crimini.



Quando tutto è pronto a saltare
di Pino Cabras - Megachip - 22 Aprile 2009

Il presidente statunitense Barack Obama sembra cercare un punto mediano impossibile, mentre passa fra gli scuotimenti della Grande Crisi, scossoni che richiedono scelte senza precedenti, come vedremo. Ai conservatori le sue parole provocano ribrezzi da rivoluzione. A chi invece vuole una qualche Revolution, Obama appare come un assiduo conservatore. Le fanfare per l’annunciata chiusura di Guantanamo non offuscano il fatto che sia ancora aperta, le parole distensive verso Cuba non sono partite da un ammorbidimento dell’embargo, la condanna della tortura non si estende ai torturatori, i tuoni della Casa Bianca contro gli extraprofitti dei banchieri non si traducono in lampi su Wall Street, dove anzi arriva un fiume di liquidità. Sullo sfondo ci sono sfide estreme.

I toni sono cambiati tanto dai tempi di Bush, ma la forza d’inerzia dei grandi fatti sociali, economici, finanziari, politici e militari dell’ultimo decennio domina ancora la risultante delle forze. Le grandi navi non si fermano subito.

Poteri influenti aspirano a chiudere la parentesi della crisi, innanzitutto nell’informazione, in nome di un qualche ‘status quo ante’ che si vorrebbe dietro l’angolo. Obama prova a cogliere questa impazienza per dare ali alla speranza, e invoca anche lui i futuri «segnali di risalita». Essendo più prudente di altri, prova però a dire che ci saranno ancora molte sofferenze prima di toccare il fondo. Ma gli altri, quelli che vorrebbero che il viaggio riprendesse come prima, quelli della parentesi, loro non sono prudenti, neanche ora. Se i commerci a livello planetario sono in picchiata, per loro è comunque un buon segno che almeno non sia più a caduta libera. Se negli ultimi due mesi è evaporato un quarto dei commerci, magari nei prossimi due si volatilizzerà solo un ottavo ancora.

Nel mainstream perciò non trovano grande spazio certe analisi quantitative che appaiono nei media che invece fanno poche riverenze all’ortodossia del liberismo in rotta. Fra queste analisi circola in particolare quella di Leap/Europe 2020, un sito francese che in questi ultimi anni ha visto lontano. Dai dati a disposizione viene estrapolata una tendenza: la discesa degli USA porta a una depressione senza precedenti, vicina a un punto di insostenibilità che, se varcato - e potrebbe essere molto presto - segnerebbe una rottura storica drammatica, a partire dalla moneta [«Eté 2009: La rupture du système monétaire international se confirme», Europe 2020, 15 aprile 2009].
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Gli USA hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi grazie all’afflusso di denaro di prestatori esterni, la Cina su tutti. Ora gli USA vorrebbero che anche il salvataggio fosse al di sopra dei propri mezzi, finanziato ancora una volta dalla Cina. Al gigante asiatico infatti non converrebbe far crollare di botto il sistema se per caso volesse uscire dalla trappola del dollaro, visto che ha già incamerato 1400 miliardi di titoli di debito in dollari, sempre più scottanti.
Se consideriamo la dimensione degli “stimulus” e “bailout” messi in campo negli ultimi mesi, l’unica via di uscita ancora “normale” per gli USA è che i risparmiatori cinesi e di qualche altro paese puntino ancora (e questa volta soltanto) sui bond statunitensi, rendendosi ancora più prigionieri del gioco pericoloso.

Solo che – fanno notare gli analisti di Europe 2020 - i prigionieri dedicano i loro pensieri migliori al modo di evadere, magari senza farsi riacciuffare e senza rompersi le gambe. E lo fanno con circospezione. Il 24 marzo 2009 il governatore della Banca centrale di Pechino lanciava un ‘ballon d’essai’. Ipotizzava che il dollaro lasciasse il posto nei commerci a una valuta di riserva internazionale. Sondava e avvertiva insieme, consapevole della forza immensa che i nuovi equilibri spostavano nel mondo (un G20 anziché un esangue G8).

Secondo Europe 2020 tutti i nuovi membri del club del potere mondiale sono pronti a concordare i loro passi con la Cina, quando si renderà necessario. Si è parlato molto degli accordi swap fra Cina e Argentina, ma sono rilevantissimi anche quelli fra Brasile e Argentina, fra Cina e Sud Corea, e così via. Sono una sorta di "baratti" bilaterali che tagliano fuori il dollaro. Ovviamente il club anglosassone prova a resistere ripetendo all’infinito le strade già battute (e qui vediamo le carenze strategiche del progetto obamiano). L’Europa si barcamena e non ha un progetto politico che possa suonare come una sfida a quel che resta della subalternità a Washington.

La Cina c’è, invece. I passi li fa alla chetichella, ma li fa. Il ritmo della fuga, sebbene graduale e attento a non smarrire un suo ruolo stabilizzante, ha numeri impressionanti.
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Ogni mese la Cina si sta liberando di 50-100 miliardi di titoli in dollari. La depressione dei prezzi in questo caso favorisce lo shopping pechinese. Sotto lo sguardo benevolo di Hu Jintao i cinesi comprano minerali, metalli industriali, terreni agricoli e risorse energetiche a prezzi bassi. In certi casi ne fanno incetta, e i prezzi risalgono, ma non più di tanto. Se pure i cinesi si tengono lontani dalle azioni nel mercato USA, ne comprano in Europa e Asia. Cercano di tesaurizzare i dollari USA trasformandoli rapidamente in beni non statunitensi più durevoli. Una corsa alla Roba, perché il resto, il dollaro, sarà carta straccia.

Puoi coprire le scarpe da tip tap con tre paia di calze, ma se fai passi come questi farai comunque rumore. Entro settembre 2009 la Cina avrà tolto dalle sue mani 600 miliardi di patate bollenti col simbolo del dollaro. Ma non acquisterà nemmeno quel che gli USA - fra stimoli e salvataggi - saranno costretti a emettere in più dell’ordinario, ossia un ammontare tra i 500 e i 1000 miliardi di nuovi titoli di debito. E chi li compra, allora? Gli USA si troveranno a dover inventare qualcosa per risolvere lo sbilancio. Uno squilibrio che può raggiungere i 1600 miliardi di dollari.

È uno scenario che diventerà ancora più drammatico, una volta giunto al ‘redde rationem’. Il governatore della Federal reserve Ben Bernanke sarà forzato ad acquistare i suoi stessi Buoni del Tesoro.
Questo si chiama: stampare dollari.
La cosa non è nuova. Quando Bernanke dichiara in pratica che la Fed è pronta a oliare la zecca, i T-bond crollano del 10% in un solo giorno.
Il momento X della prossima estate, con un simile scenario, segnerebbe anche una perdita secca di centinaia e centinaia di miliardi per i cinesi. Ma per loro sarebbe il male minore. Perché a quel punto l’insolvenza USA sarebbe conclamata e la salvezza starebbe nell’essersi posizionati meglio nel frattempo.

Siamo davvero alla vigilia di una tale insolvenza? Secondo Europe 2020 i dati dicono proprio questo. La spesa pubblica è esplosa per tenere a galla Wall Street (+41%) e si associa a un crollo mai visto prima degli introiti tributari (-28%). Soltanto nel mese di marzo 2009 il deficit federale ha toccato quota 200 miliardi di dollari, poco meno della metà del deficit di tutto il 2008, che Bush aveva comunque portato troppo fuori misura. Le cose non vanno meglio a livello degli Stati, a partire dalla California di Schwarzenegger, giù “per li rami” fino ai livelli di governo locale. Non c’è verso per fermare la spirale, per ora. Le professioni di ottimismo nella ripresa sono solo parole.
Il Fondo Monetario Internazionale ha rifatto i conti delle perdite che sono e saranno determinate dal collasso finanziario in corso: non più 2.200 miliardi di dollari, bensì 4.100 miliardi. Sono oltre 600 dollari di perdite pro capite a livello mondiale, inclusi i neonati della Nuova Guinea, i vecchietti degli ospizi, e gli evasori totali. Chi pagherà? Andrebbe richiesto a quelli che «i segnali di ripresina» e a quelli che «il peggio è ormai alle spalle».
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Insomma, inevitabile che dopo la fase 1 arrivi la fase 2. La Cina sarà costretta a non misurare i passi come prima e a trovare una soluzione diversa. Secondo gli studiosi francesi sono plausibili diversi scenari.
Uno di questi potrebbe essere lo yuan renminbi che diventa valuta di riserva internazionale al posto del dollaro, in compagnia dell’euro, dello yen e di altre monete. Oppure si può accelerare l’istituzione di una nuova valuta di riserva che risiederà su un paniere di monete che lascia da parte il club anglosassone.
Inutilmente sarà lubrificata la zecca di Bernanke, il dollaro non dominerà più.

In alternativa a questi due scenari, che comunque presuppongono uno scheletro di globalizzazione ancora presente, ce n’è un altro: una dislocazione geopolitica globale, imperniata su blocchi economici continentali, che basano ciascuno i propri scambi su una diversa moneta di riserva “regionale”. Da noi l’euro, altrove nuove monete con funzioni simili. Il WTO diventerebbe una voce morta delle enciclopedie. Una soluzione a suo modo ben accomodata, ma proprio per questo più improbabile, perché le convulsioni attese non sono affatto ordinate.

Europe 2020 punta la sua attenzione sulla riunione di New York del G20, nel Settembre 2009, a ridosso dell’Assemblea generale dell’ONU. I dati sin qui esposti addensano intorno a quel periodo l’ora X delle rotture monetarie. Il summit assisterà alla gravità della crisi che starà martoriando gli Stati Uniti, un paese in cui già oggi un cittadino su due sostiene di essere ad appena due stipendi di distanza dalla bancarotta), all’interno di una tendenza già in atto che vede la crescita drammatica della violenza urbana e degli omicidi.

Sarebbe uno scenario di ‘default’ degli Stati Uniti. Un tracollo alla massima potenza. Che a sua volta innescherebbe tante reazioni. Quali? Difficile dirlo, e capire le interazioni.

Per Europe 2020 il default potrebbe avverarsi secondo quattro diversi modi, o con una combinazione di essi. Due scenari implicano vie d’uscita ordinate, gli altri due avvengono nel caos:

1) il Fondo Monetario Internazionale fa per la prima volta agli USA quello che ha fatto centinaia di volte agli altri stati: prende in carico il budget federale e prescrive severi tagli al bilancio (da tagliare ce n’è: l’immane spesa militare, ma anche i programmi sociali). È uno sbocco quasi insostenibile dal punto di vista politico, in presenza di un complesso militare-industriale che incorpora riserve di golpismo, e di una società che non saprebbe metabolizzare le rinunce, perché politici e pubblicità le hanno lisciato il pelo per decenni dicendo al mondo che “il tenore di vita americano non è negoziabile”;

2) il Dipartimento del Tesoro decide di emettere buoni del Tesoro in altre monete invece che in dollari. Ripeterebbe un atto di circa trent’anni fa, su scala più piccola, ossia un’emissione di yen e marchi decisa nel corso di una crisi minore del dollaro. Il difetto di questo esito è che i bond emessi sarebbero così tanti da mettere nei guai gli altri paesi coinvolti. Non si dimentichi ad esempio che in un solo anno il Fondo monetario Internazionale prevede che il debito pubblico italiano passerà dal 106% al 121% del PIL.

3) il dollaro dimezza di colpo il suo valore in rapporto alle altre valute. L’amministrazione Obama darebbe respiro finanziario al bilancio federale e ai bond posseduti dagli stranieri con dollari deprezzati. Una soluzione unilaterale che aumenterebbe però il disordine globale .

4) poiché vendere ai soliti investitori esteri i bond del Tesoro risulta sempre più difficoltoso, la Federal Reserve è costretta a incrementare il programma TARP (Troubled Asset Relief Program), così che si innesca la svalutazione del dollaro, che risulta a quel punto meno desiderato da chi investe su beni in dollari. È il canovaccio in parte già intrapreso. Come si combinerà questa dinamica con gli altri sbocchi?

Per capire quanto le evocazioni di una “ripresina” siano solo pensieri illusori, basti considerare che negli USA i principali istituti di credito beneficiati dai massicci aiuti pubblici, a febbraio 2009 hanno diminuito del 23% i finanziamenti concessi in rapporto a ottobre 2008, quando il Tesoro avviò il sostegno alle banche attraverso il TARP. Segno che anche l’economia reale precipita.

In questo quadro di crisi gli analisti francesi, nonostante l’afasia dell’Europa, vedono in essa un’area «meno esposta ai fattori destrutturanti», perché meno dipendente – con l’eccezione del Regno Unito - dal «dollaro-debito» e perché la sovranità degli Stati membri della UE è molto più forte dei singoli Stati che compongono gli USA (dove non a caso si affaccia nel dibattito politico lo spettro della secessione). La Germania considererà di vitale importanza avere intorno a sé un’area di integrazione che sia ancora il mercato di riferimento per la sua industria. Forzando il senso dell’analisi, il default degli USA ha più possibilità di verificarsi della disgregazione della UE.

Un default, o comunque una crisi che si avvita, non sarà un evento come tanti. Sono tempi eccezionali. Europe 2020 arriva a consigliare di preoccuparsi dei paesi in cui circolano troppe armi da fuoco, nonché a prepararsi a una interruzione dei pubblici servizi essenziali, quelli sostenuti da organizzazioni vaste, per affidarsi invece nei giorni o settimane dell’emergenza alle reti comunitarie e familiari a corto raggio. E consiglia di fare in un certo senso come la Cina: usare come riserva di valore non il denaro ma metalli preziosi e beni fisici di facile scambio, utilizzabili anche nell’ipotesi che le banche restino chiuse nei giorni del crollo.

Quando il rapporto è uscito non era ancora nota la proiezione del FMI sul debito pubblico italiano che sfonda gli argini (come quello di altri paesi, del resto). Ma le previsioni per i risparmi erano già in linea con questa realtà. Il che implicherà pensioni integrative a lungo impoverite e pressioni più forti sui risparmiatori (dove ancora ce ne sono, non certo in USA) per ripagare la bolla del debito pubblico, l’ultima bolla. E questo senza considerare ancora la possibile grande ripresa dell’inflazione, una volta che la banchisa della liquidità si scongelerà.

Obama ha insomma una bella gatta da pelare.
Il 70% degli scambi di moneta avviene presso centri finanziari ricompresi nella sfera d’influenza del dollaro, a Londra, New York, Tokio: «Sono americane o inglesi 8 banche delle 10 più grandi per scambio di valute che sono scomparse dal panorama economico, come Lehman Brothers, o che sono a un passo dalla bancarotta o dalla nazionalizzazione, come Citigroup o Royal Bank of Scotland.» L’epicentro è lì.

Nel dicembre 2008 il Pentagono ha ricevuto un rapporto di Nathan P. Freier dell’Istituto di studi strategici dello US Army War College, nel quale viene descritto il rischio di disgregazione del territorio USA e dei suoi confini per effetto della crisi.
Obama non ha fatto rotolare alcuna testa nell’apparato della Difesa, nonostante abbia vinto le elezioni proclamando di voler cambiare profondamente la strategia militare del predecessore. Le forze armate potrebbero essere chiamate a garantire l’integrità territoriale USA e la continuità di governo, suggerisce Freier.

Questi scenari previsionali si fermano lì. Bastano già le previsioni infondate degli ottimisti a oltranza per dover speculare più oltre.

Possiamo dire tuttavia che questi sono scenari di guerra, e che chi gioca con il facile ottimismo è un’irresponsabile. In perfetta continuità con l’irresponsabilità beota degli anni che ci hanno portato al disastro.

Dovremo essere pronti a non accettare nessuna scorciatoia: guerre all’Iran, ossessioni antiterroristiche alimentate a bella posta, poteri speciali, il catalogo è vasto. Obama si mostra ancora come il punto d’equilibrio in cui si intrecciano insieme fili di credibilità e di speranza. Ma una volta che quell’equilibrio si spezzerà saremo tutti in pericolo.



Con la scusa della paura: distratti da Al Qaeda derubati da Wall Street
di Loretta Napoleoni - L'unità - 22 Aprile 2009

Terrorismo ed economia: ecco i temi più dibattuti degli ultimi anni. E se tra loro esistesse una relazione che va ben oltre le prime pagine dei giornali? Se la guerra contro il terrorismo, inaugurata da George W. Bush all’indomani dell’11 settembre, avesse in qualche modo contribuito alla crisi del credito? Si tratta d’interrogativi sconcertanti, che recentemente molti si pongono.

L’amministrazione Bush riceve da Bill Clinton un piccolo surplus e Barack Obama - che sale al potere nel mezzo della peggiore recessione del dopoguerra - eredita un debito pubblico di 10mila miliardi di dollari, pari al 70 per cento del Prodotto interno lordo americano, o meglio, al 18 per cento dell’economia mondiale. Dove sono finiti tutti quei soldi? Due guerre ancora in corso e un sistema di sicurezza ambiziosissimo, quanto inconsistente, prosciugano le finanze dello Stato e proiettano l’America tra i paesi con il debito pubblico più alto al mondo.

Tutto questo non sarebbe successo fino a vent’anni fa, quando i conflitti si pagavano con l’erario pubblico anziché con la politica dei bassi tassi d’interesse. Come dimenticare la storica decisione di Lyndon Johnson, negli anni Sessanta, di aumentare la pressione fiscale per far fronte agli alti costi della guerra nel Vietnam? Manovra necessaria e al tempo stesso profondamente impopolare.

A nessuno, infatti, piace finanziare di tasca propria la macchina militare, anche se l’obiettivo è distruggere un super terrorista come Osama bin Laden o sbarazzarsi dell’arcidittatore Saddam Hussein. A chi si domanda perché queste guerre in Iraq e in Afghanistan, che sembrano interminabili, non abbiano suscitato un movimento d’opposizione simile a quello che pose fine a quella del Vietnam, si può rispondere che finché la spesa militare non tocca direttamente il nostro portafoglio o intacca la nostra libertà, costringendoci ad andare al fronte, i conflitti armati restano virtuali, vissuti esclusivamente attraverso il filtro dei media.

La paura del terrorismo. Neppure gli attentati terroristici a Madrid e a Londra, ambedue legati al conflitto iracheno, ci hanno fatto sentire quest’ultimo abbastanza vicino da coinvolgerci. Persino la minaccia del terrorismo, dunque, ci tocca solo di striscio, quando le immagini di sangue e morte fanno capolino sui nostri teleschermi o quando i politici le usano per spaventarci.

Dopo l’attentato di novembre 2008 a Mumbai, il ministro degli Esteri italiano dichiara che il vero pericolo non è l’economia ma il terrorismo. Giornali e telegiornali italiani rincarano la dose ricordando che sette connazionali sono intrappolati negli alberghi occupati dai terroristi. E l’Italia è presa nella morsa della paura del fondamentalismo islamico al punto da scambiare due mitomani marocchini per super terroristi. Il motivo è altrettanto ridicolo: inculcavano nei figli di due anni il culto di Osama bin Laden e sognavano di far esplodere con ordigni inesistenti un supermercato di periferia.

La paura del terrorista è uno strumento molto efficace per distrarre l’attenzione del cittadino occidentale dal caos economico degli ultimi vent’anni e dalla crisi che sta facendo sprofondare il capitalismo in una nuova Grande depressione. Tristemente, il legame tra eversione ed economia non è circoscritto a questa manipolazione: la guerra contro il terrorismo dei neoconservatori americani ha infatti contribuito alla crisi del credito. Come? Per rispondere rivisitiamone le fasi più salienti.

Il crollo del Muro di Berlino inaugura la politica del credito facile e a buon mercato. Alan Greenspan, a capo della Federal Reserve (Fed), ne è l’artefice. La deflazione agevola il processo di globalizzazione, o meglio, la colonizzazione del mondo da parte della finanza occidentale. Lo Stato retrocede dall’arena economica e lascia al mercato finanziario il compito di gestire il grosso dell’economia.

E Alan Greenspan diventa più potente del presidente Clinton. È lui che tiene le fila dell’economia mondiale, la cui crescita sembra inarrestabile. Ogni qualvolta le crisi economiche bussano alla porta del villaggio globale - da quella del rublo fino alla minirecessione americana del 2000 - Greenspan taglia i tassi. Si tratta di una strategia folle perché, lungi dal risolvere i problemi strutturali della globalizzazione, posticipa lo scoppio della crisi aumentandone la portata. (...)

Gli anni Novanta e gran parte degli anni 2000 sono caratterizzati dall’abbondanza perché vissuti all’insegna del credito facile e a buon mercato; consumi, investimenti, tutto cresce e nessuno ha voglia di criticare uno Stato che ha creato tutta questa cuccagna. L’euforia nasconde però una realtà ben diversa: uno dei cardini del contratto sociale - secondo cui lo Stato deve rispondere ai cittadini di come gestisce il loro denaro - si sta incrinando.

Due guerre e molti debiti. Dopo il 2001 la politica dei tassi d’interesse bassi fa comodo al governo americano che nel giro di due anni si trova invischiato in due guerre che l’amministrazione aveva anticipato sarebbero state lampo e quindi a basso costo. In realtà, questi conflitti pesano gravemente sulla spesa pubblica.

L’indebitamento sul mercato finanziario attraverso la vendita dei buoni del tesoro permette di evitare l’impopolare manovra fiscale del presidente Johnson, e cioè aumentare le tasse agli americani. Ma la raccolta del denaro non è facile, lo Stato deve competere con il settore privato, ecco perché l’amministrazione Bush fa preme sulla Federal Reserve per mantenere oltremisura la politica dei tassi d’interesse bassi. Questa infatti rende i buoni del tesoro americani più competitivi rispetto a quelli dell’industria privata. Cina e Giappone diventano i maggiori sottoscrittori del debito pubblico statunitense. (...)

La politica deflazionista di Greenspan, dunque, finanzia prima il benessere illusorio della globalizzazione e poi la guerra contro il terrorismo. Ecco spiegata l’origine della crisi del credito. Ma se Greenspan crea la bolla durante gli anni Novanta, il finanziamento di due guerre dopo l’11 settembre prima la gonfia e poi la fa esplodere.

L’abbattimento dei tassi, subito dopo la tragedia, innesca il perverso meccanismo dei mutui subprime e inflaziona i prezzi del mercato immobiliare in America e nel resto del mondo; dà vita, insomma, alla spirale dell’indebitamento delle banche. Le statistiche mostrano che dal 2001 al 2007 i prezzi degli immobili registrano, un po’ dovunque, una crescita eccezionale.

Chi paga questa follia. Naturalmente, a fare le spese di questa follia economica è la popolazione americana che per quindici anni è tenuta all’oscuro delle crisi del mercato globale e per altri sette ignora che Pechino e Tokyo finanziano le guerre “ideologiche” dei neoconservatori, mentre Washington accumula un debito pubblico da Paese in via di sviluppo. E sono ancora i cittadini americani che si sobbarcano tutto il debito delle banche: sebbene incrinato, il contratto sociale è ancora in piedi, e chi risponde degli errori dei politici è la popolazione.

Così quando la bolla esplode, nel settembre 2008, e quando la recessione è alle porte all’inizio del 2009, per salvare le banche e mantenere in piedi due guerre, Washington usa i soldi dei contribuenti, quei pochi nell’erario pubblico e quelli ancora da raccogliere, pignora insomma la ricchezza delle future generazioni. Anche il contribuente del villaggio globale paga questi errori. Gli Stati Uniti sono la locomotiva economica del mondo, così la conflagrazione a Wall Street trascina l’intero pianeta nella crisi economica.



La Grande Crisi e la decifrazione del potere oggi
Intervista a Thierry Meyssan di Alain Soral - Égalité et Réconciliation - 22 Aprile 2009
Traduzione di Alessandro Lattanzio (Eurasia Rivista)

E&R : Thierry Meyssan, non la si vede più in Francia, cosa le è successo?
Thierry Meyssan : Vivo attualmente in Libano. Dopo l’arrivo al potere di Nicolas Sarkozy, sono stato direttamente minacciato da alti funzionari francesi. Amici al ministero della difesa, mi hanno informato che gli Stati Uniti mi considerano un pericolo per la loro sicurezza nazionale. Nel quadro della NATO, hanno chiesto ai servizi combinati di neutralizzarmi ed alcuni francesi sembravano volerlo fare con zelo. Ho dunque preso la decisione non soltanto di lasciare la Francia, ma la zona NATO. Dopo avere errato da Caracas a Damasco passando per Mosca, mi sono fermato a Beirut dove mi sono messo al servizio della resistenza.

E&R : Su cosa lavora attualmente?
Thierry Meyssan : Lavoro su un libro d’analisi dell’amministrazione Obama, le sue origini, la sua composizione, i suoi progetti, ecc. una prima edizione, limitata ad alcune copie, sarà indirizzata ad alcuni leader il mese prossimo. Quindi un’edizione per il grande pubblico sarà pubblicata in diverse lingue in autunno. Vivo esclusivamente della mia penna e collaboro a giornali o riviste nel settore della politica internazionale, il Vicino-Oriente e la Russia.

E&R : Quale analisi fa dell’evoluzione della politica americana?
Thierry Meyssan : Oggi si ha un consenso relativo sulla constatazione del fallimento della politica di Bush, il superdispiegamento militare, le conseguenze nocive dell’unilateralità nelle relazioni con gli alleati e la perdita della leadership. A partire dal 2006, James Baker e Lee Hamilton, che presiedevano una commissione creata dal congresso per valutare la strategia in Iraq, hanno militato a favore di un ritorno ad una posizione più prudente. Hanno raccomandato un ritiro dall’Iraq ed un cauto ravvicinamento con i paesi confinanti (Siria, Iran) indispensabile per evitare che la partenza dei GI si muti in una rovina, come in Vietnam. Hanno fatto cadere la testa di Donald Rumsfeld, e hanno imposto un membro della loro commissione, Robert Gates, a succedergli. Ma se hanno congelato la politica “di rimodellamento del grande Medio Oriente”, non sono riusciti a fare dimettere George Bush e Dick Cheney; ragione per cui è stato necessario organizzare una rottura con Barack Obama.

In realtà Obama era stato lanciato nella corsa al senato federale ed alla presidenza fin dal 2004. Ha fatto la sua entrata in scena in occasione della convenzione democratica per il conferimento del mandato a John Kerry. Non era che un parlamentare oscuro dell’assemblea dell’Illinois, ma era già inquadrato e guidato da Abner Mikva e dai suoi uomini (Jews for Obama) e sostenuto dalla finanza anglosassone (Goldman Sachs, JP Morgan, Exelon…). Le multinazionali si preoccupano di perdere quote di mercato a causa dell’aumento dell’antimperialismo (Business for Diplomatic Action), i partigiani della Commissione Baker-Hamilton, i generali in rivolta contro le avventure sregolate dei neo-conservatori, ed altri ancora, si sono gradualmente uniti a lui. I francesi credono, spesso, che il presidente degli Stati Uniti sia eletto al secondo grado dai grandi elettori. È falso. È eletto da un collegio i cui membri sono designati dai maggiorenti. Nel 2000, la Corte suprema ha ricordato che il voto dei cittadini era soltanto consultivo e che il governatore della Florida poteva nominare i delegati del suo Stato al collegio elettorale presidenziale, senza attendere lo spoglio generale delle schede.

In questo sistema oligarchico, c’è un partito unico con due correnti: i repubblicani ed i democratici. Giuridicamente, non formano entità distinte. Così, sono gli stati che organizzano le primarie, non gli pseudo-partiti. Non c’è dunque nulla di sorprendente se Joe Biden e Barack Obama sia entrambi vecchi amici di John McCain. Così McCain, che presiede l’istituto repubblicano internazionale, un organo del dipartimento di Stato incaricato di corrompere i partiti di destra nel mondo; mentre Obama lavora nell’ambito dell’istituto democratico nazionale, presieduto da Madeleine Albright ed incaricato della corruzione dei partiti di sinistra. Insieme, Obama, McCain ed Albright hanno partecipato alla destabilizzazione del Kenia, nel corso di un’operazione della CIA per imporre un cugino di Obama come primo ministro.

Tutto ciò per dire che Obama non viene dal nulla. È uno specialista dell’azione segreta e della sovversione. È stato reclutato per fare un lavoro ben preciso. Se gli obiettivi della coalizione eteroclita che lo sostiene sono globalmente gli stessi, non esistono consensi nel dettaglio tra le sue componenti. Questo spiega la battaglia incredibile alla quale hanno dato luogo le nomine, e l’aspetto sempre equivoco dei discorsi di Obama.

Quattro poli sono in battaglia:

Il polo della difesa, attorno a Brent Scowcroft, e ai generali oppositori di Rumsfeld e certamente di Robert Gates, oggi il vero padrone a Washington. Raccomandano la fine della privatizzazione dell’esercito, un’uscita “onorevole” dall’Iraq, ma la prosecuzione dello sforzo statunitense in Afganistan, per non dare l’impressione della rotta, e infine un accordo con gli iraniani ed i siriani. Per loro, la Russia e la Cina restano concorrenti che occorre isolare e paralizzare. Affrontano la crisi finanziaria come una guerra durante la quale perderanno dei programmi d’armamento e diminuiranno le dimensioni delle forze armate, ma devono mantenere una superiorità relativa. Poco importa se perdono in potenza, se restano i più forti.

I dipartimenti del Tesoro e del Commercio, attorno a Tim Geithner e Paul Volcker, protetti da Rockefeller. Sono seguaci della Pilgrim’s Society (Mont Pélerin Society - - Società del Monte Pellegrino) e sono sostenuti dal Gruppo dei Trenta, dal Peterson Institute e dalla Commissione Trilaterale. Sono sostenuti anche dalla regina Elisabetta II e vogliono salvare allo stesso tempo Wall Street e City. Per loro la crisi è un duro colpo poiché i redditi delle oligarchie finanziarie sono in caduta libera, ma è soprattutto l’agognata occasione per concentrare il capitale e per fare ristagnare le resistenze alla globalizzazione. Sono obbligati a ridurre temporaneamente il loro tenore di vita per non suscitare rivoluzioni sociali, ma possono simultaneamente arricchirsi riacquistando infrastrutture industriali per un boccone di pane.

A lungo termine, hanno il progetto di instaurare - non un’imposta mondiale sul diritto di respirare, sarebbe grossolano, ma una tassa globale sulla CO2 ed una borsa dei diritti d’emissione, cosa che fornisce un ritorno, sembrando un discorso ecologico. Contrariamente al Pentagono, militano per un’alleanza con la Cina, soprattutto grazie al fatto che detiene il 40% dei buoni del tesoro USA, ma anche per impedire l’emergere di un blocco economico estremo-asiatico centrato sulla Cina, accaparrandosi le materie prime africane.

Il polo del dipartimento di Stato attorno a Hillary Clinton, una cristiana fondamentalista, membro di una setta molto segreta, la Fellowship Foundation (detta “La Famiglia”). È il rifugio dei sionisti, l’ultima riserva dei neo-conservatori in via di estinzione. Raccomandano un sostegno incondizionato ad Israele, con una punta di realismo, poiché sanno che l’ambiente è cambiato. Non sarà più possibile bombardare il Libano come nel 2006, poiché Hezbollah dispone ora di armi antiaeree efficienti. Non sarà più possibile penetrare a Gaza, come nel 2008, poiché Hamas ha acquisito i missili anticarro Kornet. E se gli Stati Uniti hanno difficoltà a pagare le fatture di Tel-Aviv, è poco probabile che i Sauditi possano compensarvi a lungo termine. Occorre dunque guadagnare tempo, se è il caso con alcune concessioni, e trovare un’utilità strategica ad Israele.

La principale missione della signora Clinton è migliorare l’immagine degli Stati Uniti, neanche facendo relazioni pubbliche (cioè giustificando la politica di Washington), ma con la pubblicità (cioè elogiando le qualità reali o immaginarie del modello USA). In questo contesto, i sionisti dovrebbero spingere il progetto Korbel-Albright-Rice volto alla trasformazione dell’ONU in una vasta tribuna impotente e alla creazione di un’organizzazione concorrente, la Comunità delle Democrazie, sostenuta dal suo braccio armato, la NATO.

Attualmente, sono occupati a sabotare la conferenza di Durban II che, anziché celebrare “la sola democrazia del Vicino-Oriente”, denuncia il regime di segregazione al potere a Tel-Aviv. Con il segretario di Stato aggiunto, James Steinberg, vedono la crisi finanziaria come un Blitzkrieg. Ci sarà molto danno, ma è il momento di distruggere i concorrenti e prendere di sorpresa le leve di comando. Il loro problema non è accumulare ricchezze con acquisti e fusioni, ma imporre i loro uomini ovunque nel mondo, nei ministeri delle finanze ed alla testa degli istituti bancari.

Infine il Consiglio nazionale di sicurezza su cui esercita influenza Zbignew Brzezinski, che fu il professore di Obama alla Columbia. Il consiglio dovrebbe abbandonare il suo tradizionale ruolo di coordinamento per diventare un vero centro di comando. È diretto dal Generale Jones, che è stato comandante supremo della NATO e ha battezzato l’Africa Command. Per loro, la crisi finanziaria è una crisi della strategia imperiale. È l’indebitamento faraonico sottoscritto per finanziare la guerra in Iraq che ha precipitato il crollo economico degli Stati Uniti.

Contrariamente al 1929, la guerra non sarà la soluzione, è il problema. Occorre dunque condurre tre azioni simultanee: forzare i capitali a rientrare negli Stati Uniti distruggendo i paradisi fiscali concorrenti e destabilizzando le economie dei paesi sviluppati (come è stato provato in Grecia); mantenere l’illusione della potenza militare USA proseguendo l’occupazione dell’Afganistan; e soffocare le alleanze nascenti tra Siria-Iran-Russia e, soprattutto, Russia-Cina (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai). Il Consiglio privilegerà ogni forma d’azione clandestina, per dare al Pentagono il tempo necessario per la sua riorganizzazione.

Obama prova a soddisfare tutti, da qui la confusione ambientale.

E&R : Come vede evolvere la situazione nel Vicino-Oriente nei confronti di questa nuova amministrazione?
Thierry Meyssan : C’è consenso su un punto: Washington deve fare abbassare la tensione in questa regione, senza peraltro abbandonare Israele. Due opzioni sono sul tavolo, ma indipendentemente da quella che sarà attuata, è necessario che siano firmate dalle correnti più radicali. È per questo che Washington ha incoraggiato un governo Netanyahu-Lieberman in Israele e lascerà Hamas e Hezbollah vincere le prossime elezioni nei territori palestinesi ed in Libano.

Il primo scenario, immaginato da Zbignew Brzezinski prevede il riconoscimento simultaneo di uno Stato palestinese e la naturalizzazione dei profughi palestinesi nei paesi in cui si trovano. Con grandi quantità di denaro elargito per compensare gli stati che adottano i profughi e per sviluppare Gaza e la Cisgiordania. Inoltre, il mantenimento di questa pace sarebbe garantito da una forza d’interposizione della NATO, sotto mandato dell’ONU. Questo piano ha il sostegno di Nicolas Sarkozy.

Il secondo approccio è più duro per i due protagonisti. Raccomanda di forzare gli israeliani ad abbandonare le loro rivendicazioni più esagerate; mentre obbligherebbe i palestinesi a considerare la Giordania come la loro patria naturale. Sarebbe una pace più economica per Washington e realizzabile a lungo termine, anche se sarebbe difficile d’accettare per gli uni e per gli altri ed implicherebbe, en passant, la fine della monarchia hashemita. Questa formula è in particolare sostenuta dall’ambasciatore Charles Freeman, che la lobby sionista ha appena costretto a dimettersi della presidenza del Consiglio Nazionale dell’Intelligence, ma che dispone di solidi appoggi nell’apparato dello Stato.

E&R : Secondo lei, quale formula s’imporrà?
Thierry Meyssan : Nessuna, perché la crisi economica sarà di una tale ampiezza che condurrà, a parer mio, allo smembramento degli Stati Uniti e alla fine dello Stato d’Israele. Washington dovrà rivedere di nuovo al ribasso le sue ambizioni. Probabilmente si piegherà al mantenimento dello status quo. La sua azione si limiterà ad impedire ai nuovi attori di prendere il suo posto.

E&R : Cosa prevede a titolo personale?
Thierry Meyssan : Cinque milioni di ebrei, nove milioni di palestinesi, e le altre popolazioni della Palestina, devono trovarsi nell’ambito di uno Stato unico, basato sul principio “un uomo, un voto”. È del resto a parer mio la sola soluzione per evitare l’espulsione degli ebrei. Occorre ricordarsi della segregazione in Sudafrica, che secondo alcuni, la sua messa in discussione avrebbe causato l’espulsione o la distruzione dei bianchi. Si conosce il seguito.

La morte di Arafat non è un ostacolo, poiché vi sono altri Mandela in Palestina. Il vero problema è trovare un De Clerk israeliano. Hamas sosterrebbe senza dubbio tale soluzione, poiché avrebbe l’approvazione del popolo. Più si rimandano le scadenze, più si rende difficile una soluzione pacifica. La CIA studia, del resto, lo scenario catastrofico di una sollevazione sanguinosa che caccerebbe 2 milioni di ebrei verso gli Stati Uniti.

E&R : E secondo lei, la Siria e l’Iran? Pensa che la guerra sia possibile?
Thierry Meyssan : Non penso che gli accordi segreti conclusi tra i militari USA, la Siria e l’Iran siano rimessi in discussione: gli Stati Uniti ne non hanno né i mezzi né, tantomeno, la volontà. In primo luogo, sanno che la minaccia nucleare iraniana è un’intossicazione fabbricata dopo che avevano inventato le armi di distruzione di massa irachene. D’altra parte, l’Imam Khomeiny aveva condannato come immorali la fabbricazione e l’impiego della bomba atomica, e non si vede quali gruppi sarebbero capaci, in Iran, a superare tale ordine.

In secondo luogo, la politica di George Bush ha spinto Teheran e Damasco nelle braccia di Mosca che prepara, del resto, una grande conferenza internazionale sulla pace nel Vicino-Oriente. È ormai una priorità per Washington smantellare quest’alleanza nascente e tentare di riportare l’Iran e la Siria nella sua orbita. È certamente probabile che questi ultimi faranno alzare le offerte e si permetteranno di oscillare da un lato o dell’altro. Infine, gli Stati Uniti hanno la sensazione dell’urgenza. La loro economia crolla e forse non avranno per molto la possibilità di difendere Israele a questo prezzo. Tanto più che Tsahal non è più ciò che era. L’esercito israeliano non è più invincibile. Ha accumulato fallimenti in Libano, a Gaza ed anche, non lo si dimentichi, in Georgia.

E&R : Lei vive, come abbiamo visto, in Libano; quale è la situazione laggiù?
Thierry Meyssan : L’Alleanza Nazionale raccolta attorno alla Corrente Patriottica Libera di Michel Aoun ed a Hezbollah di Hassan Nasrallah vincerà le prossime elezioni, senza dubbio, se possono tenersi liberamente. La famiglia Hariri sopravviverà solo finché le grandi potenze conteranno su di essa per prelevare imposte e fare pagare al popolo il debito estero del Libano, proprio quando questa proviene, per metà, dell’arricchimento illecito degli Hariri. Il criminale di guerra Walid Joumblatt - vicepresidente dell’Internazionale Socialista, e scusate se è poco, o anche i neo-fascisti come l’assassino patologico Samir Geagea, saranno liberati dai loro sponsor. Questi sgherri hanno perso la loro efficacia e non sono più presentabili.

Il tribunale speciale per il Libano, incaricato di istruire la causa Hariri e diversi altir assassini politici, o si farà dimenticare, o darà luogo ad un coup de théâtre. È stato concepito come una macchina per accusare la Siria, metterla al bando della Comunità internazionale e designarla come obiettivo militare. So che nuove prove sono giunte nelle ultime settimane. Discolpano la Siria e mettono l’Arabia Saudita alla sbarra. Spetta a questa aula valutare la ripresa del controllo dell’Arabia Saudita da parte di re Abdallah e il licenziamento dei ministri che hanno finanziato la lotta contro Hezbollah ed Hamas.

Per ritornare alle elezioni legislative libanesi di giugno, la questione è sapere se ci si orienta verso una vittoria della resistenza al 55 o al 70%. Ciò dipenderà principalmente dalla comparsa o meno, di una nuova forza scissionista cristiana raccolta attorno al presidente Suleiman. In definitiva, i collaboratori degli Stati Uniti e d’Israele negozieranno, forse, un compromesso finché sono nella posizione di farlo. Ci si dirigerebbe allora verso la designazione di un miliardario come primo ministro (Saad Hariri o un altro), ma alla testa di un governo interamente controllato dalla resistenza nazionale. Sarebbe una formula molto orientale: gli onori e la luce per i perdenti, mentre il vero potere resterebbe nell’ombra. L’interesse di questa soluzione sarebbe delegittimare ogni intervento militare contro il Libano.

E&R : Ormai è molto conosciuto in Russia, dove ha raccolto quasi 30 milioni di telespettatori in occasione della trasmissione sull’11 settembre. Come valuta la situazione della Russia?
Thierry Meyssan : Paradossalmente, nonostante la vittoria militare e diplomatica in Georgia, la Russia attraversa un passaggio difficile. Dopo la guerra del Caucaso, le banche anglosassoni hanno incoraggiato gli oligarchi a punire Mosca, muovendo i loro capitali verso Ovest. Quindi, gli anglosassoni hanno spinto i dirigenti ucraini a tradire il loro interesse nazionale e tagliare i gasdotti in occasione dei negoziati sui prezzi. Il Cremlino, che credeva di essere padrone del gioco e d’avere l’iniziativa di questi tagli, s’è fatto intrappolare. La perdita del fatturato di due mesi ha divorato le riserve monetarie. Il tutto ha causato una caduta rovinosa del rublo, mentre la crisi mondiale fa abbassare il prezzo delle materie prime e dunque i redditi della Russia.

Medvedev e Putin hanno valutato questa situazione di debolezza con molto sangue freddo. Conoscono i vantaggi di cui dispongono, in particolare la superiorità tecnologica della loro industria degli armamenti su quella degli Stati Uniti. Sono convinti che gli Stati Uniti non si riprenderanno dalla crisi, ma si porranno, a medio termine, come il Patto di Varsavia e l’URSS degli anni 1989-1991. Sperano dunque di invertire i ruoli.

Nonostante il periodo di vacche magre, equipaggiano le loro forze armate con nuovi materiali, ed aspettano senza agitarsi il crollo dell’Ovest. Pubblicamente o di nascosto, secondo i casi, riforniscono con le armi più recenti disponibili, tutti gli avversari degli Stati Uniti, dal Vicino-Oriente, come ho appena detto, al Venezuela. Economicamente, hanno fatto la scelta di costruire rotte commerciali verso la Cina, più che verso l’Europa occidentale, di cui osservo con rammarico il controllo ostinato degli anglosassoni. Questa situazione può avere importanti conseguenze sul piano interno, dove si affrontano la vecchia e la nuova generazione. I vecchi hanno un forte tropismo americano, mentre i giovani mostrano patriottismo.

Paradossalmente, le élite di San Pietroburgo sono storicamente favorevoli ad un ancoraggio europeo della Russia, al contrario dei Moscoviti, la cui visione è più eurasiatica. Ma Putin e Medvedev, tutti due di San Pietroburgo, condividono questa visione eurasiatica. Sognano la Russia come protettore dell’Islam, che è entrata, come osservatore, nell’Organizzazione della Conferenza Islamica. Pur valorizzando il patriarcato ortodosso, hanno messo dei musulmani in numerosi posti di alta responsabilità, in contrasto con la Francia è ovvio.

Anche se il trauma dello smantellamento della Jugoslavia e delle due guerre di Cecenia resta alto, e l’onda del razzismo che ne è seguita non è ancora controllata, la Russia ha fatto la scelta di civiltà ed ha preso il cammino della sintesi tra l’Europa e l’Asia. Se la Russia riesce ad attraversare, nei prossimi anni, tutte le gravi turbolenze internazionali senza esserne troppo influenzata, si troverà nella posizione dell’arbitro in un mondo multipolare.

E&R : Continuiamo questo interessante giro del mondo geopolitico con la Cina… Mi interrogo sulla loro strategia. Perché questi acquisti massicci di buoni del tesoro USA?
Thierry Meyssan : Pechino ha preso l’iniziativa di un ravvicinamento con Mosca attraverso l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Molti contenziosi sono stati saldati. In cambio, i Russi hanno accettato di vendere ai cinesi l’energia a una tariffa preferenziale ed hanno chiesto un controllo più rigoroso dell’emigrazione cinese in Siberia. La logica avrebbe voluto che i due grandi si rafforzino mutuamente rifiutando il dollaro come valuta di scambio internazionale. Ma a Pechino ripugna a scegliere il suo campo e non vuole irritare Washington. I cinesi conducono una strategia morbida di rafforzamento delle loro alleanze globali. Ciò mi sembra alquanto strano, poiché ciò potrebbe costare loro caro. Gli USA potrebbero trascinarli nel loro prevedibile crollo.

En passant, mi permetta di dirle della mia irritazione di fronte alla stupida denunzia sulle violazioni dei diritti dell’uomo in Cina. Sono senza alcun possibile dubbio molto meglio rispettati da Pechino che da Washington, il che non è una scusa per non migliorarsi, ma relativizza queste accuse. E che ci si ferma dal dire che il Tibet è stato annesso dalla Cina nel 1956, mentre è stato ripreso dai comunisti cinesi ai cinesi di Chang Kai-shek.

E&R : Una parola sul Sudamerica prima di ritornare sulla Francia?
Thierry Meyssan : Oltre alla tendenza all’unificazione, si sono affermate delle strategie di fronte all’imperialismo. Ma l’indebolimento continuo degli Stati Uniti crea una nuova situazione e può incitare alcuni a scoprire le proprie carte. La preoccupazione della protezione delle economie nazionali ritorna in primo piano. Paradossalmente, gli stati che soffrono per le sanzioni sono meglio armati per resistere alla crisi. È in particolare il caso di Cuba, del Venezuela, della Bolivia o dell’Ecuador – così come è il caso della Siria e dell’Iran nel Vicino-Oriente. Garantisco che nuove istituzioni nazionali si svilupperanno, parallelamente alla Banca del Sud. È la rivalsa della Storia.

E&R : La Francia infine, o più esattamente la Francia di Sarkozy…
Thierry Meyssan : La Francia è una vecchia nazione che non si può manovrare in qualsiasi direzione. Ha un passato glorioso e s’identifica con un ideale. Spesso se ne allontana, ma sempre vi ritorna. Attraversa oggi un cattivo periodo, poiché è governata “dal partito dello straniero”. I suoi dirigenti fanno la scelta peggiore, nel periodo peggiore. Hanno deciso di mettere l’esercito agli ordini della NATO, concretamente sotto quello del Generale Bantz J. Craddock, il criminale che creò il centro di tortura di Guantanamo.

E questo tradimento, è stato deciso nel momento in cui gli Stati Uniti affondano nella crisi. Mettono la Francia al rimorchio di una barca che affonda, col rischio di trascinarla nel suo naufragio. Il loro servilismo non li spinge soltanto a rendere vassalle le forze armate, ma anche a trasformare a fondo la società francese, per clonarla “sul modello” americano. È vero nel settore economico, con la rimessa in discussione dei servizi pubblici, ma anche nei settori della giustizia o dell’istruzione, della discriminazione positiva e avanti di questo passo.

Sarkozy non è né di destra, né di sinistra, ma imita gli yankee. Come ho spiegato in modo dettagliato in un dossier della rivista russa Profil’ [1], soddisfa tre forze: gli anglosassoni, la mafia e la banca Rothschild. Questa gente è cosciente, da molti anni, della dispnea degli Stati Uniti e pensa di garantire il potere dell’oligarchia finanziaria globale riequilibrando l’impero: avrebbe due pilastri, uno statunitense e uno europeo, mentre il Regno Unito sarebbe la cerniera. È questo il progetto servito da Nicolas Sarkozy fin dalla sua elezione.

È lui che ha lo condotto a rompere l’asse franco-tedesco per avvicinarsi agli inglesi, e che quindi l’ha condotto a proporre diverse riorganizzazioni dell’Unione europea, in particolare la creazione di un governo economico. Questo avrà la conseguenza di renderci molto più vulnerabili alle convulsioni USA.

Tuttavia, la Francia è sempre ben attesa, e non soltanto nel mondo francofono. Siamo un paese fuori norma che ha proclamato la sovranità popolare. Si sottovaluta completamente, in Francia, il livello di ridicolo di Nicolas Sarkozy e della sua cricca agli occhi del resto del mondo. Sarkozy appare come un vanitoso esagitato, un instabile farcito di tic, che fa la mosca cocchiera in tutti i possibili conflitti internazionali, e che serve, a sue spese, da pesce-pilota nei mutamenti dell’umore di Washington.
Ricostruire un’alternativa, ahimè, richiederà tempo, ma non è una ragione per rinunciarvi.

[1] «Operazione Sarkozy : come la CIA ha piazzato uno dei suoi agenti alla presidenza della Repubblica francese», di Thierry Meyssan.